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Merita una risposta articolata la serie di questioni poste ieri da Paolo Favilli su questo giornale. Iniziamo dalla più facile: la “cosa rossa”. Termine che mi infastidisce molto non per l’aggettivo ma per il sostantivo: non credo infatti opportuno che un soggetto (politico) sia reificato (reso cosa, oggetto); che ciò che deve essere determinato sia indeterminato; che ciò che deve avere una forma sia relegato nell’informità. C’è nel termine “cosa rossa” il sapore di una indecisione, di una imprecisione, di un velleitarismo inconcludente, che lo rendono caro a chi ci è avversario, a chi non vuole fare neppure la fatica di raccogliere e decifrare la sfida di pensiero e di proposta che il soggetto “sinistra” vuole lanciare nella politica italiana. È un termine che nel dibattito pubblico risulta irridente e liquidatorio, che allude a un conato e non a un successo, a passate sconfitte e non a possibili affermazioni, a una minoritaria litigiosità e non a una azione concorde e plurale. Utilizzarlo è accettare di essere definiti da altri, da chi ci è ostile. Il nuovo soggetto politico – per ora un gruppo parlamentare – ha un nome e un cognome, “Sinistra italiana”, che sono un programma, non una Cosa.

Un’ulteriore questione è la asserita scarsa congruenza fra l’analisi della fase, contenuta in un mio breve testo, e, se capisco bene, un documento del Comitato Politico Nazionale e di un altro documento, istitutivo del soggetto “Sinistra italiana”, fatto circolare nei territori. Potrei rispondere – e sarebbe la verità – che il mio testo impegna solo me stesso; mentre gli altri due non sono di mia mano, e impegnano rispettivamente i firmatari e l’intero gruppo di Sinistra italiana. Ma sarebbe una risposta formalistica: infatti, al di là di usi terminologici un po’ diversi e delle diverse autorialità, destinazioni e fruizioni, mi pare si possa dire che si tratta di tre documenti coerenti, intellettualmente e politicamente.

Infine, la vera questione di sostanza, posta da Favilli: in quale misura è ‘rossa’ la sinistra che inizia a nascere? Favilli, citando Tronti, sostiene che una forza che non ha il coraggio di dichiararsi erede del movimento operaio (il ‘rosso’) non merita di esistere come ‘sinistra’. Qui valgono due osservazioni. La prima è che si può condividere il senso di ciò che Mario Tronti afferma, anche senza riconoscersi necessariamente nella sua peculiare declinazione operaistica del marxismo; una sinistra esterna ed estranea al movimento operaio sarebbe (è) al più una posizione liberal: altra cosa, quindi, da ciò che cerchiamo di fare.

Ora, non vi è dubbio che anche se il movimento operaio nel senso di Tronti non c’è più, poiché è risultato soccombente in questa fase storica – dagli anni Settanta in poi –, ci sono però ancora gli operai – e con loro i non-occupati, i disoccupati, i precari, gli sfruttati ‘atipici’, i discriminati, gli inclusi subalterni, i poveri, gli esclusi –; e che la sinistra di oggi non per essere odiosamente ‘moderna’ (cioè ‘alla moda’) ma proprio per fare ciò che deve fare, ovvero analisi ben fondate delle contraddizioni del presente, e sforzi politici per il loro superamento, deve usare creativamente quella eredità: conservarne la tensione al conflitto progressivamente liberatorio in un contesto che vede l’oppressione più diffusa e perfezionata (e insieme più brutale) perché si è impadronita di corpi, menti e cuori, e si è presentata come priva di alternative.

Allora, ed è la seconda osservazione, molte eredità sono necessarie a costituire oggi l’accumulazione originaria di pensiero e di energia politica che si richiede per affrontare (anche solo per nominare ed esprimere in modo non alienato e qualunquista) la sfida politica della resistenza e della contrapposizione alle forme attuali del dominio: quella del movimento operaio, certamente, ma anche quella del cattolicesimo sociale (che cosa significa l’enorme attenzione che la sinistra tributa all’ultima enciclica di questo pontefice se non una ricerca di senso alternativo al senso della macchina capitalistica mondiale?); quella del pensiero della differenza e dell’ecologia, e anche, perché no, quella della sia pur minoritaria sinistra radicale borghese (repubblicana in senso proprio).

Molte eredità non coincidenti tra di loro, e tutte da mettere all’opera e da rinnovare, con la consapevolezza che l’avversario da contrastare e da riequilibrare è dapprima questa forma specifica e determinata di capitalismo: il neoliberismo in generale, e in particolare l’ordoliberismo tedesco, dentro il quale ci muoviamo. E che la finalità è quella moderna della liberazione del lavoro e della restituzione dei soggetti a se stessi, della loro emancipazione dalle catene che il dominio oggi impone di non nominare neppure.

Analisi rossa e pratica arancione, quindi? Non direi. In primo luogo, perché non c’è (né in me, né nella Sinistra italiana) il rifiuto del rosso, né una fatale predilezione per l’arcobaleno. E poi, perché al radicalismo teorico appartiene il realismo: cioè il calcolo delle forze in campo, delle energie soggettive e oggettive in gioco, della capacità di egemonia culturale, delle alleanze necessarie (di alleanze e non di velleità maggioritarie, è fatta la politica di sinistra); e perché la sinistra nuova non vuole essere di testimonianza (né di attesa del ‘crollo’) ma di governo, non avventuristica (già troppi avventurieri popolano la politica) ma capace di aprire e di fondare solidamente una nuova fase della politica italiana, di imprimere una svolta a sinistra a un ordine politico-economico che ha avvilito il lavoro, ferito la società e determinato una crisi (di diritti, di vita, di moralità) che ha devastato la stessa democrazia. Capace insomma di essere ‘rossa’ perché seriamente rivolta – consapevole dell’immensità del compito, e della sua scala non solo nazionale – ad affermare un ordine le cui priorità non siano le compatibilità di questa forma economica e politica ma quelle indicate dalla politica diffusa, vissuta, partecipata, democratica: la ripoliticizzazione della società è obiettivo strategico della sinistra, che vuole da oggi avere la voce e la forza per entrare in conflitto con le ingiustizie strutturali del presente modello di sviluppo e per affermare le ragioni e i diritti del lavoro, della comune umanità e della comune cittadinanza.

Se per la sinistra governare è rischioso, poiché implica dover fare i conti con l’esistente, col rischio appunto di soccombervi, l’alternativa non può essere che la sinistra per paura di governare rinunci alla politica. Rossa e realistica, radicale e accorta, plurale e unitaria. Questa è la sinistra di cui c’è bisogno.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 16/11/2015.

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