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Prosegue la pubblicazione dei Quaderni neri di Martin Heidegger, di cui appare il secondo volume, relativo agli anni 1938-1939 (trad. A. Iadicicco, Bompiani, euro 28). L’autore li definisce «non aforismi ma avamposti invisibili» della sua lotta filosofica, i cui obiettivi si precisano in questi testi «segreti» – di cui lo stesso Heidegger pianificò la pubblicazione in chiusura dell’Opera completa – che testimoniano la fatica quotidiana del suo pensare, il suo confronto con la contemporaneità vissuta, ossia il farsi concreto di una filosofia.

Il tempo è quello del nazismo trionfante, e della guerra mondiale incombente; ovvero di una società di massa, sviluppata e ultramoderna, che si arma in vista di un obiettivo di potenza sconfinata, su base biologico-razziale. E la lotta filosofica di Heidegger è rivolta contro la modernità, ultima fase di quell’oblio dell’Essere e di quel dominio dell’Ente a cui ha dato origine la filosofia greca; un dominio che si è rafforzato col cristianesimo e con la scienza moderna, e che è giunto a compimento con la tecnica globale dispiegata, ovvero con quella che Heidegger definisce «macchinazione».

Ma la unicità della posizione di Heidegger sta nel fatto che egli si sottrae a tutti i dualismi che l’epoca inventa per compensare la propria monodimensionalità, il proprio essere espressione della calcolabilità: religione e ateismo, anima e corpo, spirito e razza, «esperienza vissuta» e scienza esatta, presente e passato, futurismo e medievalismo, eroismo e massificazione, guerra e pace, costruire e distruggere, «beni culturali» e beni economici, l’umanesimo soggettivistico e il «colossale», movimento della Vita e rigidità della tecnica, rivoluzione e conservazione, sono per Heidegger non vere alternative, ma proiezioni o coazioni interne all’epoca. La stessa filosofia, trasformatasi in «storia della filosofia», in «storicismo», non è che lo specchio della continuità della metafisica occidentale, cioè di quella costruzione – di quella decisione fatale – da cui ha origine la metafisica: il porre l’essere dell’ente non nell’Essere ma in un ente supremo, in un Dio costruito come mera garanzia «superiore» di un mondo pensato attraverso le categorie e i concetti del conoscere rappresentativo e calcolante. La metafisica è una tautologia che si dispiega nelle mille immagini di una sola «mala-essenza», solo all’apparenza contraddittorie e ostili.

Così, per Heidegger il conflitto fra «visioni del mondo», fra grandi ideologie in lotta mortale, non esprime un’alternativa ma una conferma del fatto che il mondo è da sempre perduto, che l’Essere – le Cose nel loro darsi non concettuale ma «autentico» – non trova casa nella nostra civiltà; la stessa ideologia nazista del «fondare», del «sangue e del suolo», della lotta allo «sradicamento» ebraico, appare a Heidegger un aspetto di quella insuperabile «assenza di suolo» che è il destino dell’Occidente. Qui, e solo in questo, Heidegger riconosce (senza mettere in discussione l’esistenza di un «ebraismo», ovvero lo stereotipo razziale) il proprio passato errore interpretativo a proposito del nazismo: nessuna fondazione sull’Essere è disponibile nel nostro tempo, nessun sentiero riconduce dalla strada della metafisica alla casa dell’Essere.

In realtà, non si tratta, per Heidegger, di progettare un regresso, di riavvolgere il filo della storia, o di sfuggirne: anzi, la tesi fondamentale di queste pagine è che il presente va visto come il compimento della metafisica nel senso che questa deve consumarsi da sé, sprofondare in sé, e non può essere semplicemente «superata» – come sarà esplicitato, anni dopo, in La questione dell’Essere –. La vera, radicale discontinuità – nell’approfondimento della radicale continuità – è la grande decisione filosofica che, in rottura con la storia della filosofia, con la metafisica come rappresentazione dell’Essere, si pone essenzialmente come «domanda» sull’Essere; alla luce di questa grande decisione le vere alternative sono fra «stupidità e meditazione», fra sicurezza e rischio, fra coraggio dell’Errore e correttezza, fra noto e ignoto, fra la nostra epoca della conoscenza globale – soddisfatta e al contempo inquieta – e l’ignoto, ciò che eccede la nostra ragione occidentale. Detto in altri termini, l’avvenire è indeducibile, e la grande decisione che lo fonda non è il decisionismo – mero potenziamento coercitivo di un esistente già deciso da sempre – ma lo «stare nel tramonto», con un nuovo domandare talmente radicale che l’Essere a cui questa domanda si riferisce non può porsi se non come abisso, come frattura, come una per nulla rassicurante sconnessione del pensiero.

Nell’ottica di questa lotta, di questo esporsi al pericolo, razionale e irrazionale sono per Heidegger solo differenze superficiali: l’essenza è l’appropriazione meditata del Polemos – che egli riserva ai tedeschi, non come razza (la razza è per lui una «mobilitazione totale» che è conseguenza bruta della macchinazione) quanto piuttosto come poeti e come pensatori «incomprensibili all’intelletto comune» –. L’alternativa, la mancanza del tramonto, è il «barcollare nella lunga fine», la «forma distorta dell’eternità».

I motivi di interesse di questi Quaderni neri stanno anche nel rapporto di Heidegger col nichilismo di Nietzsche e nel suo sforzo di comprendere se Ernst Jünger (a cui dedicherà riflessioni raccolte in volume, e tradotte in Italia nel 2013) si limita a potenziare l’esperienza della tecnica o se invece nella guerra, e nel lavoro per la guerra, coglie il mistero dell’Essere. Ma soprattutto è difficile non sentirsi coinvolti, insieme al nostro tempo, in questo pensiero di straordinaria intensità e densità, nato in un altro tempo; e non vedere in Heidegger il «padre terribile» della critica più potente e radicale della nostra civiltà, non riconoscergli lo sguardo capace di cogliere il reciproco co-appartenersi di zoologica brutalità e umanesimo, di civiltà e barbarie; e la consapevolezza che il mondo umanizzato è il mondo alienato, che la scomparsa del soggetto e della sua volontà di potenza all’interno della megamacchina globale è il trionfo e il destino della soggettività.

Ma è anche difficile non cogliere la cecità di questa chiaroveggenza, e non capire che la pretesa di Heidegger al monopolio della critica, la volontà di bruciare ogni determinazione nel fuoco dell’Essere, è un’alternativa che, nel suo pathos dell’Origine, si riduce al semplice assecondare il corso del mondo – quale che sia –; che la domanda radicale sull’Essere non può avere risposta, ed è quindi essa stessa propriamente irresponsabile; e che il vertiginoso pensiero della lotta contro la tradizione metafisica-tecnica non è azione ma inazione, paralisi; che la critica della filosofia come storia tecnico-accademica si rovescia – lo scrisse Adorno, che con la prima Scuola di Francoforte ha attraversato Heidegger – in un gergo dell’autenticità. Così che neppure questa volta ci si può liberare dall’impressione che dalla lettura del libro di Heidegger si esca più ricchi e, insieme, più poveri.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 14 aprile 2016. 

 

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