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Ragioni politiche

di Carlo Galli

Mese

maggio 2016

La “nuova democrazia” di Renzi e le ragioni del No

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Il referendum sulla riforma costituzionale non va affrontato come se si trattasse solo di una tecnicalità, di una questione di merito; o meglio, il merito che vi è coinvolto va ben al di là della riforma del procedimento legislativo, della elezione e della composizione del Senato, della nuova definizione in senso centralistico del rapporto fra Stato e regioni.

E non va nemmeno affrontato come si trattasse solo di un plebiscito su Renzi; non perché il ruolo del presidente del Consiglio non sia decisivo, in questa fase politica, ma in primo luogo perché essere chiamati a dare un giudizio sulla persona è umiliante per i cittadini, costretti a rispondere a domande poste da altri, con modalità e tempi decisi da altri, con conseguente inversione, di fatto, del principio di sovranità popolare; in secondo luogo, quel giudizio può essere offuscato da altre iniziative personali dell’interessato, volte ad acquisire consenso, ed estranee alla materia politica centrale che è in gioco.

Sia chiaro: i giudizi di merito sulla riforma e sulla persona (politica) di Renzi non possono non essere negativi. La riforma – nei suoi contenuti e nelle modalità con cui è stata avanzata (dal governo) e votata dalle Camere – è infatti un pasticcio, offensivo della logica e della correttezza parlamentare (i regolamenti sono stati interpretati in modo «innovativo», ad esempio in occasione della sostituzione dei componenti Pd della prima commissione). Chi elegge il Senato? Perché i senatori hanno mandato libero benché non rappresentino la nazione? Quali sono le competenze del Senato rispetto alla Camera e al governo, e a quanti tipi di procedimento legislativo danno luogo? Sono, questi, solo alcuni dei quesiti che si possono porre, e che vedranno i giuristi costituzionalisti disputare a lungo.

La politica di Renzi, poi, è sorretta da una logica di avventura personale, condotta con abilità tattica, con accortezza e con temerarietà, e con grande capacità di sfruttare errori e debolezze altrui; è la logica di un occasionalismo pragmatico e spregiudicato, volto alla acquisizione e alla conservazione del potere attraverso l’uso di ogni espediente retorico, emotivo, polemico, demagogico purché superficiale, accattivante e «distraente». Una politica per tutte le stagioni, insomma; e il «cambio di stagione» è deciso solo da Renzi, sulla base del suo istinto e del suo interesse politico, con esclusione di ogni mediazione e di ogni dialogo o confronto (a cui è singolarmente negato). Una politica che cerca di navigare sopra i flutti della tempesta – della crisi economica, politica e sociale interminabile – con disinvoltura mista ad arroganza.

Ma dietro le apparenze brillanti e sfidanti, e le narrazioni volontaristiche e ottimistiche, si cela – com’è ovvio, per chi fa del proprio destino personale la bussola del proprio agire – un robustissimo senso della realtà, ovvero dei rapporti di potere interni e internazionali: realtà e rapporti accettati come dati, non criticati né problematizzati, rispetto ai quali la politica di Renzi è di accondiscendenza e di adesione, guarnita di occasionali e calcolate ribellioni su punti determinati (possibilmente di buon impatto mediatico) – un esempio è la invocata flessibilità rispetto ai parametri di Maastricht, alla quale non si accompagna per nulla un’inversione della politica economica del governo –. La «filosofia» del jobs act, della «buona scuola», e anche delle riforme elettorali e costituzionali è questa.

Insieme alla modifica della costituzione va infatti valutata anche la legge elettorale che ne è parte integrante – una legge già prossima a entrare in funzione –, e che è destinata a cadere se in autunno prevalessero i No (è infatti una legge solo per la Camera: se a seguito degli esiti del referendum il Senato restasse invariato, non si potrebbero certo eleggere i due rami del parlamento, con due funzioni identiche, con due leggi diversissime tra loro come l’Italicum per Montecitorio e il Consultellum su base regionale per palazzo Madama). La sostanza politica su cui saremo chiamati a pronunciarci è quindi il «combinato disposto» delle due riforme, ovvero, nel complesso, il modello di democrazia del nostro Paese.

Ora, la Costituzione vigente prevede una democrazia repubblicana centrata sulla mediazione partitica e parlamentare delle dialettiche politiche e sociali, e sulla partecipazione dei cittadini; la Costituzione futura sarà invece leaderistica e d’investitura; e la politica non sarà più, com’è pensata nella Carta, una dimensione reale (fisiologicamente conflittuale) sempre presente e circolante nella società, e come tale da rispettare, valorizzare, rappresentare, governare, ma sarà al contrario spenta e silente per cinque anni, tutta risucchiata nel vertice del potere – palazzo Chigi –, e si manifesterà solo alla data delle elezioni in una sarabanda mediatica, in un tripudio emotivo, in un fuoco artificiale di passioni scatenate dai media in proporzione alla capacità economica dei contendenti. I cittadini (che sempre meno numerosi andranno al voto perché si sentiranno sempre più estranei a questa politica) avranno la soddisfazione di sapere, la sera delle elezioni, chi li governerà – in pratica, si elegge il capo del governo, con una legge maggioritaria (due peculiarità solo italiane) –; poi, il silenzio: c’è chi pensa e lavora per loro, chi «ci mette la faccia» senza tante mediazioni con partiti e sindacati e regioni, per essere poi giudicato plebiscitariamente da un popolo spoliticizzato.

La posta in palio, insomma, non è solo la forma di governo – il passaggio dal parlamentarismo al premierato elettivo –; dal «combinato disposto» delle due riforme emergono risultati profondamente antipolitici (la spoliticizzazione e la passivizzazione della società) e al contempo iperpolitici (per la concentrazione di potere nel capo del governo). La minoranza (ragionevole o antisistema che sia) sarà impotente per tutta la legislatura, mentre chi vince si impadronisce del legislativo, dell’esecutivo, di buona parte degli organi di autogoverno del giudiziario, della Presidenza della repubblica, dello jus ad bellum, della Rai. È la «democrazia decidente». È la governabilità. È la voce del padrone che si sostituisce alla polifonia di una società politicamente pluralistica. È una «nuova democrazia».

Anche se si lasciano invariati i Principi fondamentali della Costituzione, la si può quindi innovare radicalmente agendo sul rapporto fra esecutivo e legislativo, fra cittadini e istituzioni, fra Stato e regioni. Per giudicare di una costituzione, infatti, ci si deve chiedere contro chi è orientata, e da quale energia politica è organizzata. Della Carta vigente si può dire che è rivolta contro il fascismo, e che esprime la dialettica politica dei partiti in cui si articola concretamente la società dell’Italia repubblicana. Della Carta futura (se tale sarà) si deve dire che ha per nemico la costituzione materiale e ideale della Prima repubblica, e i suoi soggetti (cioè appunto i partiti e i cittadini attivi), e che si afferma grazie all’energia politica dell’esecutivo, nel nome dei valori supremi della stabilità e della governabilità.

Il punto è che Renzi, nel suo «realismo politico», oggi altro non fa se non implementare la politica di «riforme» apertamente raccomandata dalle istituzioni sovranazionali che realmente ci governano (da Bruxelles e da Francoforte, oltre che da New York e da Washington): una politica volta sistematicamente ad aumentare il peso degli esecutivi e a verticalizzarne l’azione, con una svalutazione della mediazione politica, sociale e istituzionale parallela e consonante rispetto alla svalutazione del lavoro e alla depressione del pluralismo, della partecipazione e dei diritti sociali, che sono oggi richieste per governare le società del neoliberismo avanzato e sempre più affaticato. Una politica di «riforme» in realtà perseguita da destra e da sinistra fino dagli anni Ottanta del secolo scorso, con stili diversi ma con l’intento di assecondare – a spese del lavoro e della dimensione «pubblica» e partecipativa della politica – le esigenze del mondo nuovo dominato dal capitale e non più dai partiti e dallo Stato.

Contro quanto Renzi sostiene – cioè che solo lui ha riformato la Costituzione –, già si sono cimentati (con vario esito) nell’impresa Amato, Berlusconi e Monti (nel 2001, nel 2005, nel 2012); per non parlare delle riforme elettorali, che dal Mattarellum al Porcellum al Consultellum precedono degnamente l’Italicum. L’obiettivo di ciascuna era di instaurare una «nuova democrazia»: di volta in volta democrazia del federalismo, del premierato, dell’austerità. E anche la riforma di Renzi ha questo obiettivo di novità, declinato come rottamazione del «vecchio» e come ricerca di efficienza centralistica e decisionistica.

Ma sul tema del «nuovo» ci si deve capire: Renzi costituzionalizza la già avvenuta decomposizione dei principi e delle strutture della democrazia parlamentare dei partiti. Già oggi il parlamento è esautorato (anche per colpa propria) e non è certo un freno o un ostacolo all’agire dell’esecutivo; già oggi i partiti sono morti e sepolti (per loro primaria responsabilità, ma anche per furiose campagne mediatiche); già oggi la politica ruota attorno ai leader e alle loro capacità comunicative e non attorno ai programmi o alle identità; già oggi palazzo Chigi è il centro della politica nazionale. Quindi le riforme di Renzi sono altamente innovative rispetto alla lettera e allo spirito della Carta vigente; ma sono conservative rispetto allo stato presente delle cose, che vogliono erigere a sistema politico compiuto.

Innovative e conservative, spoliticizzanti e iperpolitiche, queste riforme in realtà vogliono rendere governabile una società che è squassata da povertà, paura, anomia, sfiducia, passività o pseudo-ribellismo. Governabile a qualsiasi costo – anche al costo di una legge elettorale folle e di una riforma costituzionale potenzialmente autoritaria –; ma non al costo di affrontare, con lo spirito democratico della Carta, le questioni strutturali – economiche, sociali, politiche, culturali – che generano l’ingovernabilità in Italia (e nelle altre società occidentali). Queste riforme sono l’ingessatura di un arto rotto, senza che la frattura venga ricomposta: il risultato sarà un arto bloccato e irrigidito nella sua posizione storta.

Fuori di metafora: la «nuova democrazia» che sarà l’esito di queste riforme sarà una «postdemocrazia» (un regime che della democrazia conserva solo le forme esteriori ma non la sostanza attiva e partecipativa del potere democratico) e, ancora meglio, una «pseudodemocrazia». Votare No al referendum è una delle ultime occasioni per impedire che si affermi questa «novità».

L’articolo è stato pubblicato in «MicroMega», n. 3, 2016. 

 

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Un nuovo partito della Sinistra per non morire renziani o grillini

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Stretta fra il Partito della Nazione (il Pd di Renzi, e le sue recenti annessioni di ex-berlusconiani) e il Movimento della Nazione (il M5S, ambiguamente estraneo alla dicotomia destra/sinistra), orfana della destra – federata a suo tempo dal Cavaliere ma ora divisa fra moderati ed estremisti –, l’Italia ha bisogno di Sinistra. Di un quarto polo che sparigli il sistema politico, che ora si divide tra forze del sistema (il Pd e vari pezzi della destra) e forze antisistema (M5S e Lega), restituisca alla politica la sua complessità, e faccia ri-emergere la dicotomia destra/sinistra, oggi oscurata ma non scomparsa.

Per realizzare questo obiettivo strategico il partito nuovo della sinistra deve farsi carico di alcuni compiti. Il primo dei quali è ripoliticizzare la società, ovvero dare orientamento, direzione, coerenza, al malessere – all’apatia, alla ribellione, alla disaffezione, alla paura, alla sfiducia – che la attraversa, alimentato dalla crisi strutturale del neoliberismo e dell’ordoliberalismo che all’euro è sotteso: una crisi che produce scarsità di lavoro, disoccupazione, povertà, disuguaglianza, e accorciamento delle aspettative di vita. Finora questo malessere si è espresso secondo le coordinate del neoliberismo imperante: come insoddisfazione individuale rivolta contro i politici in quanto personalmente corrotti, con l’implicita accettazione dell’attuale assetto dell’economia in quanto «naturale». Una ribellione passiva, quindi; che si manifesta o con l’astensione elettorale o con il voto a un movimento antisistema o ancora con la protesta estremistica di destra – alimentata dall’emergenza migranti che si somma con l’emergenza sociale –. Una ribellione che deve diventare attiva.

Il secondo compito è democratizzare la democrazia, che va sottratta alla trasformazione da democrazia parlamentare – prevista dalla Costituzione vigente – in democrazia d’investitura, o in democrazia plebiscitaria, quale è disegnata dalla riforma renziana. Da democrazia dei partiti, cioè della partecipazione e della mediazione, in democrazia del Capo e del suo rapporto immediato (in realtà, attraverso i media, di cui è l’assoluto padrone) con le masse passive. Una deriva che è da bloccare con fermezza e inventività.

Questi compiti devono certo acquistare sostanza attraverso «politiche» – su salute, scuola, lavoro, pensioni, sicurezza – ma hanno a che fare con la riattivazione della «politica» stessa, e con la sua forma tradizionale: il partito. Grazie al quale l’insoddisfazione diffusa possa diventare mobilitazione, orientata da analisi non mainstream, e organizzazione efficace che aggreghi lotte, destini, speranze. Un partito che abbia un’identità ma che non sia di testimonianza, che rifugga da reducismi e da velleitarismi, che sia radicale senza essere estremista; che si candidi a intercettare i voti degli elettori di sinistra delusi dal Pd e di chi vuole protestare contro l’attuale assetto della società e dell’economia, ma non si fida dei «cinquestelle». Un partito non «della nazione» ma che esprima un «punto di vista», un interesse collettivo determinato.

Naturalmente, il processo costituente di questo partito incontra ostacoli. Il primo è la legge elettorale, congegnata come scontro (al ballottaggio, praticamente inevitabile) fra due partiti: una versione rozza e semplificata della politica, che penalizza chi si presenta come forza critica, probabilmente minoritaria e quindi potenzialmente ricattabile sul tema del «voto utile». Il secondo è la resistenza di piccoli soggetti identitari a entrare in un processo di aggregazione più vasta; personalismi, settarismi, rancori, gelosie, dogmatismi ideologici, fanno parte della storia della sinistra, e continuano a pesare e a dividere. Il terzo ostacolo è ancora più grave, ed è costituito dalla sfiducia dell’elettorato verso la politica in generale e verso la sinistra in particolare. Una sfiducia determinata dalla lunga stagione in cui la sinistra ha avallato ogni idea neoliberista, ogni trasformazione politica, sociale ed economica orientata a principi, valori e interessi ostili o estranei alla dimensione pubblica, al welfare e alla stessa democrazia parlamentare, finendo per negare se stessa (appunto, la parabola del Pd); e determinata anche dalla «inattualità» della sinistra, dalla sua nobile pretesa di coniugare teoria e prassi, analisi e intervento politico; una pretesa controcorrente rispetto alla politica spettacolo, alla politica-spot, al populismo e al decisionismo, davanti a cui la sinistra rischia di apparire non solo inaffidabile e improduttiva ma anche obsoleta, incapace di comunicare se stessa agli uomini e alle donne di oggi. Si aggiunga a ciò – quarto ostacolo – la difficoltà che il nuovo soggetto incontra a rendersi visibile nel sistema dei media, e ad avanzare poche proposte forti che «buchino» gli schermi.

La consapevolezza di questi ostacoli è presente nella fase costituente del partito, che prevede sia momenti organizzativi classici (il tesseramento, le assemblee regionali, il congresso fondativo) sia nuove forme di collaborazione e di partecipazione (la piattaforma elettronica). Ed emerge come tensione non solo a proposito delle alleanze col Pd (al momento impossibili a livello politico ma divisive a livello amministrativo) ma anche della qualità e della fisionomia del partito nuovo, se debba essere più vicino a movimenti come Podemos o Syriza (già questi diversi tra di loro) o a forze strutturate come la Linke. Se il linguaggio della sinistra e la stessa parola «Sinistra» siano adeguati al momento storico, o se debbano essere aggiornati o del tutto re-inventati (e come).

A queste tensioni si darà certo una soluzione di compromesso – soprattutto se la sinistra troverà quel leader che ora le manca (altro ostacolo non da poco) –. Ne va della credibilità del nuovo soggetto, della sua capacità di parlare alla sua platea elettorale, potenzialmente vasta e certamente plurale. Per essere vivo e vitale, infatti, una forza politica non può fondare la propria esistenza solo sul bisogno «oggettivo» che di essa si manifesta nella società: deve sapere anche essere «soggetto», incontrare attivamente la storia presente e progettare credibilmente quella futura. Di élites senza popolo, di generali senza esercito, di partigiani senza consenso, non sappiamo più che fare.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 19, 7 maggio 2016.

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