«Gli uomini non sono uguali: così parla la giustizia». Friedrich Nietzsche   prende di petto una profonda contraddizione della modernità: da una parte l’illuminismo, il liberalismo e la democrazia affermano, sviluppando la dottrina cristiana dell’uguaglianza delle anime, la parità di diritti per tutti, la giustizia come universale libertà, uguaglianza, fraternità, dell’umanità. Dall’altra, la struttura materiale delle istituzioni e delle società moderne, dello Stato e del capitalismo, comporta il protrarsi e l’approfondirsi della disuguaglianza, e dell’ingiustizia.

Mentre la liberaldemocrazia progressista confida di sviluppare l’uguaglianza attraverso riforme democratiche, il marxismo utilizza quella contraddizione per realizzare la vera uguaglianza con una rivoluzione politica ed economica. Nietzsche, al contrario, scommette contro gli uni e contro gli altri; uguaglianza e disuguaglianza, liberalismo e marxismo, condividono per lui il medesimo orizzonte. L’ideale dell’uguaglianza è il frutto della negazione del «mondo vero»; nasce tanto dalla volontà di potenza, distorta, ipocrita, negativa, dei «produttori di senso», del prete, del filosofo, del politico, che controllano le menti attraverso la logica (la Verità) e la morale (il Bene), quanto dall’universale desiderio di sicurezza e di ordine: le masse hanno paura dell’energia caotica e abissale della Vita, e questa paura impedisce di accettare e godere la felicità rischiosa e inebriante del «dionisiaco». Il reale non è razionale: ogni tentativo di razionalizzare il mondo, o di moralizzarlo, è  violenza contro le infinite possibilità della Vita; la ragione e la morale hanno in sé il dominio, e quindi l’uguaglianza contiene la disuguaglianza. Se non fosse impossibile, l’uguaglianza sarebbe, in ogni modo, il regno di una sicurezza livellatrice e anestetizzata, il trionfo dell’ «ultimo uomo», un animale da gregge, privo di fantasia, di energia, di slanci.

Al nesso uguaglianza/disuguaglianza Nietzsche contrappone la «differenza», la pluralità libera: la sua lotta contro l’uguaglianza non vuol essere l’apologia dell’esistente; consiste semmai nell’affermare la differenza fra il coraggio di andare oltre, di dire Sì, e la paura che costringe nel recinto chiuso dell’ordine, nel triste nichilismo negatore della Vita.

Nietzsche non ha un programma politico: immoralista, inattuale, impolitico, «nato postumo», nemico dello Stato e della sua oppressione spacciata per democrazia, si serve di immagini inquietanti come l’oltreuomo, gli Iperborei, la «bestia bionda», per polemica e provocazione antiborghese e antisocialista, ma allude più che a un progetto politico di prevaricazione dei forti sui deboli a una liberazione radicale, che è per pochi perché implica la rinuncia a molte certezze, a molte sicurezze. Nietzsche è più anarchico che apologeta del dominio, più indisciplinato e disubbidiente che autoritario.

La sua posizione fa esplodere la filosofia, ne distrugge gli apparati categoriali, i metodi e le finalità. Egli stesso in Ecce homo aveva detto di sé «io sono dinamite» (così si intitola la  bella biografia di Sue Prideaux, pubblicata da Utet). La deflagrazione di quella dinamite va in tutte le direzioni: va verso la critica della violenza che è sempre implicita in ogni «normalità», e va anche verso gli orizzonti rischiosi di una vita intrepida e insofferente; la sua lotta contro il dominio della ragione e contro la ragione come dominio si apre tanto alla danza della felicità quanto alla durezza della decisione. La potenza indeterminata del suo pensiero, che si presta alla liberazione come alla strumentalizzazione, pervade il Novecento e apre spazi infiniti per tutti i saperi; anche un libro come Dialettica dell’illuminismo, che collega la ragione al dominio, è impensabile senza Nietzsche, benché gli autori marxisti, Horkheimer e Adorno, siano fieramente anti-nietzschiani. E quanto Nietzsche c’era, di fatto, oltre che nel Settantasette, già nel Sessantotto e nella sua “immaginazione al potere”?

Perfino l’affermazione del neoliberismo contro lo Stato sociale e democratico, a partire dagli anni Ottanta, si è giovata dell’esaltazione dell’ardimento sulla sicurezza, dell’individuo sulla collettività, della competizione e del successo sulla uguaglianza, degli spiriti animali sull’ordine,  dell’eccezione sulla norma, dell’emozione sulla ragione, dell’energia sull’obbedienza, del leaderismo sulle istituzioni, della volontà di potenza della personalità vincente (l’imperativo entusiasta «sii te stesso») rispetto al grigiore del gregarismo burocratico. Molto di ciò, benché non derivasse direttamente da Nietzsche,  era già stata pensato da lui, in altra direzione.

Fu come se la posizione critica e intellettualmente aristocratica di Nietzsche  venisse tradotta in slogan popolare. Grazie all’idea che ciascuno possa attingere alla propria energia individuale per essere diverso, per uscire dalla moltitudine, per dominare, è nato il «superuomo di massa». Gekko, il finanziere di «Wall Street», col suo elogio dell’avidità, è stato il modello di tutti, in una sorta di democratizzazione dell’antidemocrazia, di conformismo della disuguaglianza, che ha funzionato come una legittimazione ideologica del neoliberismo negli anni euforici della sua affermazione.

Certo – al di là del fatto che è stato bruscamente smentito dall’austero richiamo all’ordine seguito alla Grande Crisi, dal prevalere non tanto dell’uguaglianza, sempre più lontana, quanto di una diversa volontà di potenza – il nietzschianesimo di massa è una caricatura del pensiero di Nietzsche, e ne perde ben presto la valenza liberatoria. Ma è anche una parte dell’onda lunga generata da quella dinamite; una prova, fra tante altre, della potenza coinvolgente di quella carica eversiva.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 28 luglio 2019