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Ragioni politiche

di Carlo Galli

Categoria

Filosofia

Le repubbliche monarchiche

 

«Non è certo un bene se si è molti al comando; uno sia il capo, uno soltanto il re, a cui dette il figlio di Crono scettro e leggi, perché regni sugli altri». Così, con le parole di Odisseo in assemblea, l’Iliade legittima la figura di Agamennone, re dell’Argolide e per l’occasione re dei re, comandante in capo dei Greci davanti a Troia. La figura del re appare già collegata da una parte a una identità collettiva, e dall’altra alla divinità; inoltre, emerge qui un’altra caratteristica dei re: il loro compito è di esercitare la giustizia, garantire le leggi. Ma, benché sia pastore di popoli, Agamennone non gode di un pieno potere politico. Anche questa è una caratteristica della regalità, la cui essenza sta nella funzione «pontificale» di unione fra l’umano e il divino. Una funzione che ha una connotazione religiosa prima che direttamente politica.

Le principali culture – quelle storiche e quelle «primitive», di Europa, Asia, Africa, America  – presentano, in modi diversi, questa costante: il re apre  un gruppo umano alla trascendenza, lo sottrae alla contingenza, ai pericoli, alla rovina; funziona (lo ha spiegato René Guénon) come un asse, un albero della vita che unisce cielo e terra, attorno al quale ruota una civiltà. Il re è interno ed esterno alla città, alla tribù, all’Impero: li incorpora in sé e li porta fuori di sé, li apre a leggi cosmiche, e così garantisce che le cose terrene procedano allo stesso ritmo delle cose celesti; grazie al re la giustizia è assicurata, i mostri del caos sono respinti sotto terra, i campi sono fecondi. Come ha scoperto Georges Dumézil, vi è una corrispondenza fra ordine celeste tripartito (gli dèi regnanti, gli dèi guerrieri, gli dèi della fecondità) e tripartizione mondana fra re-sacerdoti, custodi, produttori: il posto del re è il vertice, sporgente verso il cielo, di una società gerarchica, organizzata secondo ritmi naturali e divini di cui egli è il custode.

Il re – come negli scacchi – non è il pezzo più potente della politica, ma è il più importante: se è salvo, tutto è salvo; se va perduto, tutto è perduto. Quella che esercita è una funzione esistenziale e simbolica, in cui ha come concorrenti i sacerdoti, prima ancora che i poteri aristocratici. Una delle più grandi rivoluzioni che l’Occidente ha conosciuto è stata determinata dal cristianesimo, che ha chiarito che il re non è Dio, come pure era stato possibile credere (il caso del faraone egizio è ovvio; ma anche gli imperatori romani avevano percorso un lungo cammino su questa via; del resto, fino al 1945 l’imperatore del Giappone era considerato il diretto discendente della dea Amaterasu), e che non è neppure l’unico anello di congiunzione fra il cielo e la terra: questo ruolo, dopo essere stato di Cristo, è della sua Chiesa – e il dualismo fra re e Chiesa è stato una delle radici dell’Occidente –. Ciò non toglie che la Chiesa abbia anche legittimato il potere politico come proveniente da Dio: il re è tale per investitura divina,  che deve però essere riconosciuta dalla Chiesa. Per tutto il Medioevo, a partire da Carlo Magno, e fino alla prima età moderna, l’incoronazione del re era un sacramento, non a caso ripreso da un re ultrareazionario come Carlo X, che nel 1824 volle farsi incoronare a Reims secondo l’antico cerimoniale, per mettere in chiaro l’origine divina e non popolare della regalità. Al tempo stesso – ce lo ha insegnato Marc Bloch – i re erano taumaturghi: «Il re ti tocca, Dio ti guarisce» era la formula con cui esercitavano il loro potere di sanare i sudditi; mentre i giuristi  di epoca Tudor avevano teorizzato, lo ha mostrato Ernst Kantorowicz, che il corpo del monarca coincide col corpo stesso del Paese. E molto dopo Velázquez , nel suo quadro più famoso, Las meninas,  ci mostrerà che il re, anche se assente dalla scena, è l’indispensabile punto di vista che rende visibile il mondo. Il re forma il popolo e lo Stato, ma al tempo stesso è ad essi estraneo, superiore. Chi attenta al re deve essere non solo messo a morte ma squartato (come Damiens nel 1757), perché il venir meno del re fa venir meno l’esistenza stessa del corpo politico.

Certamente, nel corso della storia attorno al re si è coagulato anche un vero potere politico, culminato nell’assolutismo, cioè nella costruzione di un’idea di sovranità come potere supremo, che si pone come potere egemonico rispetto a tutti i poteri sociali (senza però distruggerli): gli aristocratici, i ceti borghesi, la stessa Chiesa. È questo il «potere divino dei re per grazia di Dio». Ma è evidente che in piena età moderna il disincanto del mondo, la nuova scienza, il nascente capitalismo, non consentivano al re di presentarsi come veramente divino. Quella formula voleva dire dire, lo ha sottolineato Otto Brunner, che il re era l’essenza politica dello Stato («lo Stato sono io», affermò Luigi XIV), che era il centro di un potere non derivato ma originario, e che ne rispondeva solo a  Dio; per questa via il re si è avviato a essere, con Federico II di Prussia, «il primo servitore dello Stato». A quel punto bastava un ultimo sforzo, per dirla con Sade, a rovesciare il punto di vista e collocare al posto del re il suo nuovo avversario: non più la Chiesa ma il popolo, la nazione, il fondamento nuovo di un potere che ha la propria rappresentanza politica nel Parlamento. Quell’ultimo sforzo era la rivoluzione, che non poteva non passare, in Francia (ma anche precedentemente in Inghilterra), attraverso il regicidio; e benché un grande controrivoluzionario come Maistre lo equiparasse al deicidio, è invece vero che  le repubbliche borghesi nacquero contro un re che ormai nella realtà aveva ben poco della regalità tradizionale.

Eppure, la regalità non è andata del tutto perduta; gli Stati nazionali non repubblicani hanno istituito diversi compromessi fra re e popolo, sulla base del principio che il re regna ma non governa, dato che il governo dipende dal Parlamento. Così, lo Statuto albertino parlava di un re «per grazia di Dio e volontà della nazione», la cui persona era «sacra e inviolabile»; il Reich bismarckiano vedeva nel re un potere reale, il «principio monarchico», che fronteggia con il  Parlamento, il luogo del potere del popolo; in Inghilterra il re ancora oggi può parlare del «mio governo» nel suo «discorso della Corona». Ma al di là del concreto potere politico che i re possono avere conservato nella storia contemporanea, resta vero  che il re è titolare, lo ha detto Benjamin Constant, di un «potere neutro», non direttamente politico, e continua a esercitare una rappresentanza simbolica della nazione, a essere fattore di equilibrio e di continuità; collega il presente, con le sue lotte e le sue divisioni, non al cielo ma a un passato che si esprime nella dinastia, alla tradizione in cui si riconosce la nazione intera, alla storia patria. Non più un ponte fra l’aldiquà e l’aldilà, quindi, ma fra la prosa quotidiana e i valori, supposti perenni, che orientano un destino collettivo. Certo, è subentrata una grande trasformazione: i re non incorporano più lo Stato, e semmai sono incorporati in esso: sono una delle sue istituzioni. Non sono in opposizione al popolo, alla democrazia, ma la integrano. Non sono più garanti di una giustizia che trae origine dalla trascendenza ma possono trascendere la giustizia con l’esercizio di una prerogativa che è loro rimasta: la concessione della grazia.

La funzione simbolica della regalità permane anche nelle repubbliche, ancora una volta in forme diversificate. La Francia –  il Paese che ha processato e sacrificato il re («non si regna impunemente», disse Saint-Just alla Convenzione accusando Luigi XVI, e cogliendo nella regalità solo la estraneità al popolo) – non si è data forse un Napoleone e un Luigi Filippo? Non ha avuto bisogno di divinizzare se stessa, nel culto della nazione repubblicana? Non ha forse costruito, con la Quinta repubblica di de Gaulle e con la sua successiva evoluzione, una sorta di monarchia elettiva, in cui il presidente ha sia potere reale (in politica estera, soprattutto) sia una intensa capacità di esercitare la rappresentanza simbolica del Paese? E gli Usa non hanno fatto del presidente qualcosa di simile a un re, che regna e governa al tempo stesso?

Anche la nostra Costituzione fa del presidente della Repubblica un organo dello Stato, e gli assegna una posizione politicamente neutra ma non puramente notarile – la custodia della Costituzione attraverso il richiamo ai suoi valori, al suo spirito e alla sua lettera, cioè a una sorta di tradizione democratica –. Inoltre, se la sua persona non è sacra e inviolabile, tuttavia entro certi limiti è sottratto alla legge penale (almeno secondo una parte della dottrina); se è irresponsabile, esercita tuttavia la moral suasion e nomina i senatori a vita; se ogni suo atto necessita della controfirma di un ministro, tuttavia rappresenta simbolicamente il Paese, all’interno e all’esterno.

Forse non rispondono del tutto a queste caratteristiche le superlaicizzate monarchie nordiche, o i deboli presidenti di repubbliche come la Germania e l’Austria; ma certamente le monarchie non sono soltanto occasioni di gossip, e coprono anzi un’esigenza della politica, presente anche nelle repubbliche. Che non è precisamente quella di individuare un leader forte o carismatico (questa è un’altra storia, che ha a che fare con l’evoluzione del potere politico e con la crisi dei Parlamenti), ma quella di mantenere aperto l’orizzonte della politica. Che è una dimensione multipla, complessa: ne fanno parte l’economia e la cultura, il potere istituito e le fedi religiose; e anche il bisogno di coltivare fonti di senso e di identità simbolica che vanno oltre l’esistenza quotidiana. Un bisogno che ha cercato soddisfazione nella regalità, e in ciò che oggi ne fa le veci.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 3 novembre 2019

 

 

 

 

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

 

Sotto l’apparenza di essere uno sviluppo del razionalismo moderno – dell’utilitarismo, dello strumentalismo, dell’individualismo –, il neoliberismo attinge la propria energia e la propria legittimità da fonti irrazionali, dalla mobilitazione del sentimento e del desiderio, da una volontà di potenza latente nelle soggettività moderne, emotivamente eccitata e governata dalle agenzie di senso (alte e basse, mediatiche e teoretiche) che nel radicarsi del neoliberismo hanno avuto un’importanza decisiva.

Il neoliberismo è la dottrina, di derivazione marginalistica (Mises e Hayek), che si pone l’obiettivo di distruggere la teoria classico-marxiana del valore-lavoro, e di spostare il baricentro del pensiero economico dalla produzione, e dalle sue contraddizioni, al rapporto domanda-offerta, e ai suoi equilibri (il kosmos, l’ordine spontaneo). Svincolata da ogni patetico umanesimo, da ogni fondazionismo personalistico, l’economia è un insieme di diagrammi che descrivono e misurano le scelte compiute dal consumatore individuale razionale perfettamente informato, all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale. La libertà dei moderni è libertà individuale di scelta e libertà di intrapresa, del consumatore  e dell’offerente. I problemi che possono insorgere e che discostano la pratica dalla teoria non sono contraddizioni strutturali ma solo ostacoli che devono essere rimossi, con la politica: le “riforme”, che fluidificano il mercato eliminando rigidità e rendite di posizione. Solo a realizzare riforme serve la politica: la dimensione pubblica è legittimata dal fatto che serve a rendere possibile lo sviluppo della dimensione privata: nessuna taxis artificiale deve frapporsi alla formazione automatica del kosmos. E la società, peraltro, non esiste (secondo la geniale signora Thatcher), sostituita – con le sue masse, i suoi ceti, le sue classi, i suoi gruppi di interesse, le sue dinamiche collettive – dalla pulviscolare moltitudine degli individui utilitaristici.

Le conseguenze di ciò sono, oltre al deperimento e alla delegittimazione delle strutture pubbliche e dei corpi intermedi tradizionali (Stato, burocrazia, partiti, sindacati), l’estensione illimitata dell’area del mercato, a cui nessun ambito può pretendere di sottrarsi (l’arte, la cultura, l’istruzione, la scienza, la sanità, il turismo, il tempo libero, lo spettacolo, la politica, ne sono investite e assorbite, ne ricevono “valore”): insomma, l’universale mercificazione della vita di tutti. Questa estensione del mercato, la sovranità dell’economico e della sua auto-interpretazione come “equilibrio” e come progressivo nec plus ultra dell’umanità, ha come conseguenza l’iscrizione di tutta la vita, di tutte le vite, nel registro della concorrenza e della competizione, della prestazione e della valutazione – a opera di agenzie pubbliche e private, che assumono il peso determinante che un tempo spettava ai ministeri –. Non il conflitto, che è un fatto pubblico e sociale, e neppure la collaborazione, ma la competizione, che è un fatto privato, tiene ora il centro della scena.

Questa visione è stata abilmente introdotta nell’immaginario delle masse, con un’opera insigne di psico-politica;  vi ha fatto presa, vi si è radicata, perché è stata presentata nel momento della massima delegittimazione delle strutture di potere tradizionali: la caduta del comunismo in Russia e dintorni (con l’enorme eccezione della Cina, che si concilia col neoliberismo attraverso la nozione di autorità), e la crisi, in Occidente, dello Stato sociale (in realtà, del sistema di Bretton Woods) e delle forze politiche che l’hanno supportato (i partiti democratici del secondo dopoguerra). Questa visione neoliberista, insomma, è stata legittimata attraverso il ricorso a un’accezione emotiva, euforica ed energetica, della nozione di libertà individuale, declinata come ribellione contro l’autorità – appunto, partiti e sindacati, ma anche Stato ed élites tradizionali (i “professoroni”)  – e come potenziamento del singolo soggetto attraverso l’azione rivolta al successo, all’affermazione di sé. Una libertà che è deregulation su scala ridotta, analoga a quella che la politica perseguiva, negli anni Novanta, su scala mondiale. Tutti possono arricchirsi, tutti possono mettersi alla prova, tutti possono competere per migliorare la propria posizione sociale; e tutti lo fanno rimanendo «se stessi», liberandosi da ogni autorità, obbedendo solo ai propri istinti vitali, coltivando e amplificando i propri talenti: «anche tu puoi, se vuoi». Non il comando ma il libero contratto, sempre revocabile, è la figura chiave di questa società; non l’autorità ma la libertà; non il dovere ma il diritto soggettivo; non il governo e il diritto pubblico ma la governance privatistica a rete e la lex mercatoria, pattizia, elastica; non la stabilità dell’ordine ma il movimento, la circolazione, l’innovazione, l’intrapresa; non la nascita né gli studi, ma il successo (confuso col merito), l’aggressività, l’avidità: greed is good, il peccato capitale dell’avarizia è un bene. Dai garage della Silicon Valley escono i nuovi miliardari con il loro grido vittorioso (già sessantottino): stay fool, stay hungry, la sfida a non appagarsi mai. L’utile è legittimato dal sentimento, la speculazione dalla commozione.

Tutto ciò va oltre Mandeville: qui non si tratta di vizi privati e di pubbliche virtù, ma della nietzschiana trasvalutazione di tutti i valori, di una eroica volontà di potenza paradossalmente diffusa in tutto il corpo sociale, e applicata all’ambito (per Nietzsche spregevole) dell’utile, e divenuta, ancora più paradossalmente, norma collettiva. Dalla critica al normativismo razionalistico, dalla derisione del pensiero dialettico, dalla decostruzione del logos moderno e delle sue strutture politiche, in primis la sovranità, emergono – in chiave mondialista o liberista, benicomunista o ultraprivatistica – la medesima apologia dell’«oltre», il medesimo scuotimento dei fondamenti, la medesima «splendida aurora» della soggettività desiderante, il medesimo godimento in atto, il medesimo trionfo dell’immanenza, la medesima pretesa che le dinamiche sociali, spiegabili attraverso l’agire individuale, si autosostengano, che non debbano rinviare a null’altro che a se stesse. La partita si gioca tra “movimenti” globali, nella concorrenza tra il francescanesimo moltitudinario, da una parte, e il general intellect mercatista dall’altra, sulle teste di Stati e classi, scienze e autorità. Le prospettive politicamente confliggono, ma convergono nella critica del Vecchio, travolto dall’energia del Nuovo.

Al di là delle analogie e delle differenze rispetto alla prima grande ondata di movimenti del dopoguerra – la generazione del Sessantotto lottava per una  forma diffusa anarchica e rizomatica della libertà, ma nonostante le sue istanze libertarie e individualistiche fu capace di agire socialmente e di contestare la guerra in Vietnam – resta il fatto che la narrazione del neoliberismo fece presa perché apparve rivoluzionaria: la quarta rivoluzione del XX secolo dopo quelle comunista, fascista, e socialdemocratica. Una rivoluzione che prometteva l’immediata liberazione individuale: se si promuove la libertà contro l’autorità, l’espansione contro la costrizione, la potenza contro la diligenza, l’eccezionale contro il normale, la velocità contro la staticità, la trasgressione contro il conformismo, l’immanenza contro la trascendenza (o l’auto-trascendimento), la seduzione è garantita.

Nulla di tutto ciò si è rivelato vero, se non le sue esagerazioni e le sue contraddizioni, la sua negazione pratica nelle contraddizioni che si sono rivelate. A partire dal soggetto euforico, che si è rovesciato in soggetto impotente e impaurito, avendo ben presto sperimentato che il mare sconfinato delle opportunità è in realtà la selva aspra delle tribolazioni e delle lacerazioni; che i poteri economici dilatati su scala planetaria lo schiacciano come una nullità; che la centralità del consumatore è in verità la subalternità dell’individuo asservito a ogni manipolazione; che l’espansione anarchica dell’Io è prerogativa dei pochi che reggono il mondo, moltiplicando la mortificazione e la soggezione di innumerevoli Io, legati dalle  «catene del valore» che nel globo vincolano uomini e donne come propri strumenti, mai unificati in un diritto comune e in una coscienza comune ma anzi sempre parcellizzati, separati, divisi, posti in concorrenza gli uni contro gli altri;  che più si parla di privacy (concetto già in sé difensivo) più l’individuo è oggetto delle invasive costrizioni di apparati di potere pubblici e privati davanti ai quali è trasparente, e dai quali non può sfuggire.

Al livello pubblico, poi, lungi dall’estinguersi lo Stato si è rafforzato; non verso i pochi forti, naturalmente, ma verso i molti deboli, che ha disciplinato, sorvegliato e punito con tanta maggiore energia quanto più le contraddizioni del neoliberismo hanno mostrato che il sogno euforico del benessere diffuso aveva come controparte la povertà avanzante, la disuguaglianza, l’anomia sociale, il crollo della qualità della vita; lo Stato sempre più volentieri ha fatto ricorso all’eccezione contro la norma,  e sempre più spesso si è dato forme di governo spostate dalla democrazia alla tecnocrazia, centrate non sulla rappresentanza sovrana ma sulle agenzie non rappresentative che «mettono al sicuro» i fondamenti del sistema dall’invadenza della politica; e ha visto erodere sia la propria legittimità (non è più capace di ispirare civismo) sia  la propria sovranità – mentre la filosofia la decostruiva –, a fronte del potere dell’economia, della finanza e delle agenzie di rating. Nondimeno, le grandi sintesi politiche, i Grandi Stati, sono ancora in grado di determinare la politica internazionale, con le loro sovranità in concordia discors rispetto alle potenze economiche.

Al livello sociale, infine, la produzione, espunta dalla teoria, è rimasta centrale con tutte le sue contraddizioni: il lavoro è divenuto più incerto, povero, indifeso, scarso. E ciò o è giudicato senza rimedio, o vi si interviene a livello etico, con il capitalismo compassionevole, oppure con distribuzioni di sussidi; o ancora con lo scambio fatale fra diritti sociali (progressivamente negati) e diritti civili (tendenzialmente, anche se molto lentamente, concessi o allargati). Lo Stato sociale è finito sotto l’orizzonte; la critica strutturale dell’economia non esiste più; l’individuo è solo davanti e dentro il capitale, e deve sopperire con nuove emozioni private – dalla fidelizzazione all’azienda a qualsivoglia altro orgoglio identitario –, alla perdita di senso del suo agire. Inutile dire che a fornire tali emozioni provvede il sistema mediatico.

Infine, nella morsa dell’ordoliberismo tedesco – la matrice dell’euro –, quella che nel neoliberismo “austriaco” era libertà è diventata dovere, al kosmos spontaneo si è affiancata una severa visione statalistico-organicistica, l’euforia si è rovesciata in austerità, in espiazione, in disciplina, in paura, in autorità; ed è emerso che il nuovo paradigma economico altro non è se non una dottrina liberale deflativa, che prevede ogni anno tagli al bilancio dello Stato, spending review, compressione della domanda interna oltre che dei diritti sociali, orientamento del sistema economico alla esportazione.

Non siamo però di fronte all’universale schiavitù; la reazione a tutto ciò c’è stata. L’eliminazione dell’articolo 18, l’introduzione del bail-in, la legge Fornero, l’inoccupazione strutturale, le disuguaglianze crescenti e incolmabili fra ricchi e poveri, il sotto-finanziamento sistematico dei servizi pubblici, le insicurezze sociali ed esistenziali che da tutto ciò derivano, le prospettive di dover subire ogni anno manovre «lacrime e sangue» e di dovere affrontare un destino come quello della Grecia: tutto ciò non è stato controbilanciato dalla stabilità dei prezzi, dall’Erasmus, dai voli low cost, dal roaming europeo, dalla diffusione degli smartphone. Si è generato, piuttosto, in Italia, in Europa, in Occidente, un “momento Polanyi”, una mossa difensiva rispetto al dominio del capitale, una ricerca di protezione, anche nella forma dell’affidamento plebiscitario a un capo; una reazione che le sinistre di governo, le élites politiche di ieri, denigrano come “populismo” e delegittimano come “sovranismo”, ma che non analizzano nelle sue cause originarie e che si limitano a deplorare moralisticamente come “cattiveria”; un malessere che non hanno intercettato, che  hanno lasciato alle destre europee, e che ora definiscono “fascismo”.

Ma i sovranismi (termine privo di dignità teorica) non sono una declinazione aggiornata di un presunto «fascismo eterno». A parte le differenze sostanziali (il nesso tra violenza e politica, e tra guerra e politica, essenziale al fascismo, è pressoché assente nei partiti che hanno intercettato questo trend), vi è oggi un’altra divergenza rispetto ai processi degli anni Trenta a cui pensava Polanyi. La richiesta che gli Stati tornino ad appropriarsi della sovranità ha più il senso della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del ‘politico’, della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato militare, più uno Stato sociale con qualche tocco di “comunità” che uno Stato-Moloch, più un individualismo di massa che un nazionalismo identitario, per il quale mancano i presupposti culturali: il nazionalismo, infatti, implica una forte dimensione pubblica e una consapevolezza storica collettiva, che oggi francamente non è dato vedere. Il neo-liberismo ha lasciato il segno, almeno nelle percezioni esistenziali e negli immaginari collettivi: più che di identità nazionale si tratta oggi di protezione dei privati dal mercato dilagante e dall’austerità sempre incombente e, infine, del rifiuto della «società liquida» e delle sue solidissime, inscalfibili disuguaglianze.

L’orizzonte della protesta, insomma, resta sostanzialmente il medesimo – fatto salvo l’abbattimento, a volte grave, di alcuni tabù lessicali, ossia del «politicamente corretto» –; la reazione al neoliberismo è declinata in chiave non di conflitto sociale ma di invidia individuale, non di un nuovo paradigma economico ma di odio anticasta, non di critica dell’economia politica ma di libero sfogo di pulsioni securitarie (in parte giustificate, e in parte spinte fino alla xenofobia), non di ripresa dell’elaborazione critica ma di ulteriore svilimento della cultura “alta” in nome del plebeismo, non di giustizia ma di giustizialismo, non di coraggio ma di timore (legittimo, ma ingigantito ad arte dai governi). Domina ancora l’individualismo, benché mutilato, ferito, umiliato, deluso. Reazione, quindi; non vera ribellione; meno che mai rivoluzione. Il soggetto individuale non diviene collettivo; resta quello di prima: emotivo, ma animato da emozioni ben diverse. Un soggetto sedotto, abbandonato e ormai carico di timore e di rancore. Le molte ragioni dei singoli (parecchie buone, qualcuna cattiva) non diventano ragioni politiche collettive: siamo davanti, con valori in parte rovesciati, alla medesima pseudo-attività, e reale subalternità, alla medesima impotente solitudine, che caratterizzava il neoliberismo.

Il quale, da parte sua, a questa reazione, rabbiosa ma non alternativa, riesce ad adattarsi. È possibile che il sovranismo divenga, dopo tutto, una sorta di  “piano B” dei poteri dominanti, che passano dal mondialismo ideologico a un moderato territorialismo (con largo uso di capri espiatori) sulla base del principio «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ed è certo che il sovranismo è per ora una ricerca di protezione senza proiezione, senza un’idea di politica.

L’opposizione fra individualismo liberista e mondialista, da una parte, e sovranismo dall’altra è, insomma,  più di forma che di sostanza; più di mentalità che di struttura; e non è un’opposizione fra democrazia e antidemocrazia. La democrazia era di fatto divenuta post-democrazia già in età neoliberista: oggi, a (parziale) differenza di ieri, se ne vilipendono pubblicamente i resti. Il che, certo, è più grave, a livello ideologico; ma la costituzione materiale del nostro Paese, dell’Europa, del cosiddetto Occidente, va per la sua solita strada. Per provare a ridare vita e significato alla democrazia bisogna uscire dalla contrapposizione superficiale fra sovranisti e  europeisti (o mondialisti), rinunciare alle prediche moralistiche e dare inizio a un grande investimento culturale – critico, analitico e propositivo – paragonabile a quello che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso spianò la via alle truppe trionfanti del neoliberismo; il quale oggi cambia volto e retorica, ma non trova ancora avversari sufficientemente consapevoli e radicali.

Pubblicato in «Italianieuropei», 3/2019, pp. 75-82

 

Abbasso il gregge. L’urlo di Nietzsche

 

«Gli uomini non sono uguali: così parla la giustizia». Friedrich Nietzsche   prende di petto una profonda contraddizione della modernità: da una parte l’illuminismo, il liberalismo e la democrazia affermano, sviluppando la dottrina cristiana dell’uguaglianza delle anime, la parità di diritti per tutti, la giustizia come universale libertà, uguaglianza, fraternità, dell’umanità. Dall’altra, la struttura materiale delle istituzioni e delle società moderne, dello Stato e del capitalismo, comporta il protrarsi e l’approfondirsi della disuguaglianza, e dell’ingiustizia.

Mentre la liberaldemocrazia progressista confida di sviluppare l’uguaglianza attraverso riforme democratiche, il marxismo utilizza quella contraddizione per realizzare la vera uguaglianza con una rivoluzione politica ed economica. Nietzsche, al contrario, scommette contro gli uni e contro gli altri; uguaglianza e disuguaglianza, liberalismo e marxismo, condividono per lui il medesimo orizzonte. L’ideale dell’uguaglianza è il frutto della negazione del «mondo vero»; nasce tanto dalla volontà di potenza, distorta, ipocrita, negativa, dei «produttori di senso», del prete, del filosofo, del politico, che controllano le menti attraverso la logica (la Verità) e la morale (il Bene), quanto dall’universale desiderio di sicurezza e di ordine: le masse hanno paura dell’energia caotica e abissale della Vita, e questa paura impedisce di accettare e godere la felicità rischiosa e inebriante del «dionisiaco». Il reale non è razionale: ogni tentativo di razionalizzare il mondo, o di moralizzarlo, è  violenza contro le infinite possibilità della Vita; la ragione e la morale hanno in sé il dominio, e quindi l’uguaglianza contiene la disuguaglianza. Se non fosse impossibile, l’uguaglianza sarebbe, in ogni modo, il regno di una sicurezza livellatrice e anestetizzata, il trionfo dell’ «ultimo uomo», un animale da gregge, privo di fantasia, di energia, di slanci.

Al nesso uguaglianza/disuguaglianza Nietzsche contrappone la «differenza», la pluralità libera: la sua lotta contro l’uguaglianza non vuol essere l’apologia dell’esistente; consiste semmai nell’affermare la differenza fra il coraggio di andare oltre, di dire Sì, e la paura che costringe nel recinto chiuso dell’ordine, nel triste nichilismo negatore della Vita.

Nietzsche non ha un programma politico: immoralista, inattuale, impolitico, «nato postumo», nemico dello Stato e della sua oppressione spacciata per democrazia, si serve di immagini inquietanti come l’oltreuomo, gli Iperborei, la «bestia bionda», per polemica e provocazione antiborghese e antisocialista, ma allude più che a un progetto politico di prevaricazione dei forti sui deboli a una liberazione radicale, che è per pochi perché implica la rinuncia a molte certezze, a molte sicurezze. Nietzsche è più anarchico che apologeta del dominio, più indisciplinato e disubbidiente che autoritario.

La sua posizione fa esplodere la filosofia, ne distrugge gli apparati categoriali, i metodi e le finalità. Egli stesso in Ecce homo aveva detto di sé «io sono dinamite» (così si intitola la  bella biografia di Sue Prideaux, pubblicata da Utet). La deflagrazione di quella dinamite va in tutte le direzioni: va verso la critica della violenza che è sempre implicita in ogni «normalità», e va anche verso gli orizzonti rischiosi di una vita intrepida e insofferente; la sua lotta contro il dominio della ragione e contro la ragione come dominio si apre tanto alla danza della felicità quanto alla durezza della decisione. La potenza indeterminata del suo pensiero, che si presta alla liberazione come alla strumentalizzazione, pervade il Novecento e apre spazi infiniti per tutti i saperi; anche un libro come Dialettica dell’illuminismo, che collega la ragione al dominio, è impensabile senza Nietzsche, benché gli autori marxisti, Horkheimer e Adorno, siano fieramente anti-nietzschiani. E quanto Nietzsche c’era, di fatto, oltre che nel Settantasette, già nel Sessantotto e nella sua “immaginazione al potere”?

Perfino l’affermazione del neoliberismo contro lo Stato sociale e democratico, a partire dagli anni Ottanta, si è giovata dell’esaltazione dell’ardimento sulla sicurezza, dell’individuo sulla collettività, della competizione e del successo sulla uguaglianza, degli spiriti animali sull’ordine,  dell’eccezione sulla norma, dell’emozione sulla ragione, dell’energia sull’obbedienza, del leaderismo sulle istituzioni, della volontà di potenza della personalità vincente (l’imperativo entusiasta «sii te stesso») rispetto al grigiore del gregarismo burocratico. Molto di ciò, benché non derivasse direttamente da Nietzsche,  era già stata pensato da lui, in altra direzione.

Fu come se la posizione critica e intellettualmente aristocratica di Nietzsche  venisse tradotta in slogan popolare. Grazie all’idea che ciascuno possa attingere alla propria energia individuale per essere diverso, per uscire dalla moltitudine, per dominare, è nato il «superuomo di massa». Gekko, il finanziere di «Wall Street», col suo elogio dell’avidità, è stato il modello di tutti, in una sorta di democratizzazione dell’antidemocrazia, di conformismo della disuguaglianza, che ha funzionato come una legittimazione ideologica del neoliberismo negli anni euforici della sua affermazione.

Certo – al di là del fatto che è stato bruscamente smentito dall’austero richiamo all’ordine seguito alla Grande Crisi, dal prevalere non tanto dell’uguaglianza, sempre più lontana, quanto di una diversa volontà di potenza – il nietzschianesimo di massa è una caricatura del pensiero di Nietzsche, e ne perde ben presto la valenza liberatoria. Ma è anche una parte dell’onda lunga generata da quella dinamite; una prova, fra tante altre, della potenza coinvolgente di quella carica eversiva.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 28 luglio 2019

 

Interventi su Machiavelli

Non ci resta che Machiavelli

Che sia stato il consigliere del Male (Old Nick, il vecchio Nicolò, era il diavolo), oppure l’eroico suscitatore di energie politiche nazionali o sociali (da De Sanctis a Gramsci), Machiavelli ha scoperto il campo della politica moderna come un magma ribollente di energie e di sfide, di crisi e di catastrofi. Dopo la sua morte, nel 1527, che coincide con il tracollo del sistema politico italiano, il conflitto per l’egemonia europea tra Francia, Spagna e Impero diviene un susseguirsi di guerre di religione da cui l’Europa inizierà a uscire solo alla metà del XVII secolo. La via dell’ordine sarà allora il razionalismo individualistico, la teoria del contratto, la politica dei diritti e della rappresentanza, la sovranità dello Stato nazionale. Sarà il liberalismo, la democrazia, il socialismo. E il pensiero adeguato a questo sforzo di ordine sarà, oltre alla filosofia costruttiva dell’illuminismo, quella progressiva e rivoluzionaria del marxismo, e, più vicino a noi, la scienza politica, capace di misurare e catalogare le istituzioni, i partiti, i sindacati, la partecipazione; di decifrare il funzionamento dei rapporti tra pubblico, sociale, privato; di studiare i nessi fra economia, psicologia di massa, politica.

È questo ordine liberale del mondo a essere oggi  in crisi, con le sue certezze, le sue ideologie, le sue previsioni. Tramontata la filosofia dialettica della rivoluzione e del progresso, anche il pensiero liberale e democratico ha sempre meno presa sugli sviluppi reali della contemporaneità. La scienza politica, poi, è più a suo agio davanti ai normali processi delle istituzioni democratiche che non nella fase della loro crisi.

Sta qui il vero significato dell’attenzione a Machiavelli, oggi. Con lui e attraverso di lui si retrocede al momento magmatico in cui la politica moderna si è presentata in tutta la sua  potenza, prima che prendessero forma le soluzioni ordinative che hanno costituito l’ossatura della storia degli ultimi trecento anni, e che oggi vacillano. Nelle recenti interpretazioni di Machiavelli – a titolo esemplificativo, quelle di Ciliberto, Asor Rosa, Ginzberg, Marchesi –, è evidente l’interesse a confrontarsi con un pensiero che si genera dalla crisi, che non la inserisce in una rassicurante narrazione. L’interesse, cioè, non a misurare lo Stato e il suo funzionamento a regime, ma di fondare un ordine ex novo; non a maneggiare norme e regole, ma di fronteggiare l’eccezione, di constatare come la libertà umana, l’umana capacità di dare forma ordinata al mondo (la “virtù”), sia insidiata e smentita dalla contingenza, dal caos imprevedibile degli avvenimenti (la “fortuna”); come il “riscontro” fra ragione e realtà – il successo dell’agire umano – non sia garantito da alcun algoritmo, né da alcuna provvidenza, da alcuna tattica (sia questa l’ “impeto” o al contrario il “rispetto”).

Ciò che è al centro degli studi machiavelliani, oggi, al di là del loro valore storiografico, è il recupero dell’insegnamento più radicale di Machiavelli: che la politica è l’espressione più alta e più tragica dell’instabilità del reale, e che se ne devono fronteggiare animosamente e accortamente gli aspetti inquietanti, le dinamiche sfuggenti, con un pensiero non astratto, non precostituito, non semplificatorio: non una teoria generale da applicare alla realtà, ma un pensiero nervoso, acuto, in chiaroscuro, aperto al confronto continuo con le pieghe e le insidie del reale. Davanti all’evidenza che il reale non è né razionale né interamente razionalizzabile, Machiavelli è il pensatore non della  forma ma della metamorfosi; non della netta separazione fra ordine e disordine, fra “lupo” (l’uomo in natura) e “cittadino” (l’uomo dentro lo Stato), ma della loro commistione. Per lui, ogni circostanza politica reale si presenta spaccata in due, come un dilemma che va minuziosamente analizzato per coglierne le contrapposte potenzialità; per lui, ogni regola esiste solo nel momento in cui è attraversata da eccezioni; e la ragione,  la valutazione delle forze in campo e dei loro rapporti, il calcolo lungimirante delle conseguenze, coesiste con la consapevolezza che le situazioni possono essere forzate da un’azione spiazzante, “pazza”, nella disperata speranza di controllare, almeno per un po’, il corso della fortuna.

Machiavelli pensa la irrazionalità della politica, la sua drammatica contraddittorietà, ma senza essere un irrazionalista; pensa il destino delle umane costruzioni di “ruinare”, ma senza rassegnarsi alla sconfitta e all’inerzia; pensa non per teorie, ma dall’interno delle situazioni di crisi, per capirle e per risolverle. Non è un filosofo politico, ma un politico filosofo, un uomo d’azione che riflette sull’azione e che  modifica la propria riflessione dentro le contingenze in cui si imbatte.

Eppure non è un opportunista: ha combattuto per un’idea repubblicana contro il potere mediceo, e sempre ha avuto in mente la salvezza dello Stato, di quello fiorentino e di quello italiano che non si è formato, come sarebbe stato necessario, con la conseguente rovina del nostro Paese. E non è neppure un decisionista nel senso di Carl Schmitt – che infatti non lo ebbe tra i suoi autori preferiti –: il decisionismo è il rovescio irrazionale del razionalismo della macchina statale moderna, mentre in Machiavelli vibra sempre la concretezza umana della politica.

Enigmatico come la politica in cui è immerso, a questa ha dedicato la vita, nello sforzo di pensarla fino in fondo e di darle un ordine: uno sforzo che egli sapeva destinato a non avere successo e che tuttavia era l’unica cosa per la quale valesse la pena vivere. Umanista – la sua scrittura audace e immaginosa è uno dei più alti godimenti che offra la lingua italiana – non fu un “letterato” che si rifugia nelle frivolezze e nelle fiabe: fu umanista perché esperto delle cose umane, quindi pessimista ed energico al contempo. Concreto, intelligente, appassionato, scettico, potente e ironico, il suo ingegno è analogo per certi versi a quello di Leonardo, impaziente e minuzioso, geniale e artigianale al contempo.

Non è quindi necessario che di  Machiavelli si faccia un totem; che si ripeta, in forme nuove, la sua storica lezione – che l’Italia ha bisogno di un capo e di un popolo che si sostengano a vicenda per rifondare uno Stato corrotto e snervato dalla religione cristiana –; non sta nell’invocarlo  a ogni crisi della nostra Italia il significato più profondo del ritorno di Machiavelli. Quel significato sta piuttosto nell’esigenza, che attraverso di lui si manifesta, di ripensare radicalmente  la politica, di prenderla sul serio, di non lasciarne il senso al diritto, all’economia, alla morale. L’esigenza – che anch’egli provò, ma che è da calibrare sulle crisi dei nostri giorni, che non coincidono con quella che egli conobbe – di  farsi coinvolgere nella politica, come in un destino che si riaffaccia perentorio ed elusivo, non più trattenuto da schemi e istituzioni ormai scricchiolanti. Ritorna la politica, insomma, e quindi ritorna Machiavelli, come possibile alternativa agli esiti di quella modernità che egli ha grandiosamente aperto.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 9 giugno 2019

Élite e popolo. Il confronto che dura da secoli

Machiavelli pensa la politica a partire dall’esperienza concreta, e dall’esigenza, del resto ovvia, che l’agire politico sia efficace. Quindi la politica deve obbedire alle esigenze interne alla «cosa stessa», alla logica del successo, della sopravvivenza e dell’accrescimento della potenza, e non può affidarsi a precetti morali astratti, a priori. Machiavelli pensa in una fase storica in cui da tempo il rapporto fra religione e politica non è più vitale – di lì a poco quel rapporto diventerà mortale, sarà la causa delle guerre civili di religione in Europa, che nondimeno egli non fece in tempo a vedere –. Una fase storica in cui la politica si carica di intensità, di autonomia, di rischiosità (quel rischio che egli definisce «fortuna»).

C’è tuttavia in lui, oltre al realismo di chi cerca di conoscere e padroneggiare ciò che «è» – ossia i concreti rapporti di potere, i conflitti, le occasioni per difendersi e per offendere –, anche una sorta di realismo del «dover essere»: l’agire politico non può esporsi al disprezzo e all’odio di chi nella politica è comunque coinvolto, cioè del popolo. Una sorta di «consenso», di condivisione di ideali e di interessi, fra élites e popolo, è sempre richiesto; perché l’agire politico sia vitale e condiviso deve essere concreto, adattarsi alle circostanze, essere iscrivibile in un senso comune, produrre egemonia. La politica non è solo tecnica del potere; o meglio, il potere non è solo tecnica: è accortezza e forza (volpe e leone), è agire efficace condiviso, è prassi comune. Il principe non è un profeta disarmato che crede che gli Stati si governino con i Paternostri, ma non è neppure un tiranno avido e crudele: anzi dà le armi al popolo; la repubblica, poi, vive del conflitto (non totale, ma neppure del tutto neutralizzato) fra le parti sociali per la conquista del potere.

Insomma, il pensiero di Machiavelli non consiste in un manuale di consigli (malvagi) ai potenti, come pure fu interpretato per secoli: sarebbe una sorta di moralismo rovesciato, un’astrazione di segno diverso. Consiste piuttosto nella scoperta della forza e della rischiosità della politica, della sua necessità (non ne possiamo fare a meno) e della sua aleatorietà (è un territorio sempre insidioso, non sorretto da alcuna configurazione etica trascendente, né da alcun ordine razionale). È, questa, una scoperta paragonabile a quella, più o meno coeva, dell’America, di un nuovo mondo.

Tutto ciò è assai lontano non solo dal modo tradizionale di pensare la politica come parte di un’etica religiosamente fondata, ma anche dalla modalità con cui il pensiero moderno mainstream pensa la politica: cioè come contrapposizione fra individuo privato, dotato di diritti morali ed economici, da una parte, e potere pubblico dall’altra. Questa modalità ha avuto una valenza critica verso il potere assoluto, ma più spesso è ormai solo lo strumento della delegittimazione radicale fra avversari. Al contrario, il pensiero di Machiavelli non è individualistico, né moralistico, e neppure economicistico: non si fonda, insomma, su diritti dei singoli, delle persone, da rispettare, da implementare e da difendere rispetto allo Stato. E non prevede neppure la costruzione dello Stato attraverso un contratto razionale che coinvolga tutti i cittadini in vista di un bene comune – la pace, in cui i singoli possano perseguire i propri fini, soprattutto economici, sotto la protezione della legge –. La proprietà, la legalità, il singolo, hanno certamente un posto nel suo pensiero: non li si può violare con leggerezza, li si deve rispettare quando si può, ma la politica non si riduce alla loro affermazione e alla loro difesa: è molto di più. È energia, è determinazione – decisa, e tuttavia sempre incerta – di un destino collettivo; è partecipazione libera alla vita collettiva, ai suoi conflitti di potere, alle sue aspre necessità, alle sue glorie mondane.

Sta qui l’intrinseca moralità della politica. La politica è morale non perché debba rispettare alcuni principi ad essa esterni o superiori, ma perché è principio di se stessa, dovere a se stessa. Non perché si inchina alla trascendenza ma perché prende sul serio l’immanenza. Non perché nasce dai diritti e dalla volontà dei singoli, ma perché l’uomo raggiunge la propria pienezza solo se vive la politica, se vive civicamente; altrimenti è un uomo «privato», diminuito. Oggi diremmo «alienato». Il privato è un uomo dimezzato sia che conduca una vita sociale pensando solo al denaro e alla ricchezza; sia che voglia condurre la vita seguendo la morale religiosa, astratta, perché ciò può avvenire solo se si ritira in convento. Lo schema che contrappone i diritti individuali al potere politico, o la morale alla politica, non fa parte del pensiero di Machiavelli, che si costruisce piuttosto intorno allo schema inerzia-energia, privato-civile.

La grandissima nuova attenzione a Machiavelli, che oggi si constata, significa che si sente un nuovo bisogno di politica. Di una politica che, certo, ripristini il rispetto per l’uomo e per i suoi diritti (che per noi, a differenza che per Machiavelli, sono primari, e che sono spesso violati benché tutto il mondo occidentale li ponga a proprio fondamento), e che li ripristini proprio attraverso la critica della riduzione della politica ad ancella dell’economia, o della morale; attraverso, cioè, la ripresa di una politica attiva, energica, partecipata, non individualistica, economicistica o moralistica. Di una politica, quindi, che non sia solo «richiesta» di diritti, ma che sappia essere «conquista» di una più piena umanità. Insomma, oggi una decente democrazia si conquista grazie alla politica, più che con il ricorso alla morale – fin troppo utilizzata, da tutti, come mezzo di lotta politica –, e certo ben più che con il dominio sfrenato dell’attività economica privata. Cioè grazie alla lotta, alla partecipazione, alla serietà spregiudicata ma non arbitraria, che Machiavelli individua come essenza della politica. A differenza di quanto credeva don Ferrante, il Segretario fiorentino non è «mariuolo, ma profondo»; piuttosto, è «realista, ma umano». Per questo oggi il suo lascito non è più  oggetto di critica scandalizzata, e anzi entra a far  parte di ogni pensiero veramente critico.

Pubblicato nella rivista «formiche», n. 147, maggio 2019, pp.36-37

 

 

 

 

 

Pensiero forte in tempi minacciosi

 

Per chi appartiene alla mia generazione ha l’effetto di una madeleine reincontrare Marcuse filosofo politico. Questi testi inediti o poco conosciuti risvegliano nella memoria le antiche emozioni intellettuali, le antiche ingenuità e gli antichi ambivalenti ideali. Per parafrasare quanto fu detto di Heidegger da Löwith, nel leggere Marcuse era incerto se ci si dovesse dedicare a tempo pieno allo studio della Fenomenologia dello Spirito o insorgere contro il dominio filisteo e repressivo del ‘sistema’. O forse entrambe le cose, poiché in fondo si trattava, nella testa dei giovani che siamo stati – e dello stesso Marcuse –,  della medesima cosa.

La potenza della filosofia classica tedesca, che qui risuona, sta proprio in questa confusione (o fusione) fra vita e sapere, fra politica e gesto conoscitivo, fra analisi e passione intellettuale, fra rigore scientifico ed emozione. È difficile che chi non ne ha fatto esperienza – o chi a ciò sia sordo – possa comprendere e consentire alla potenza del pensiero; come è difficile che ancora oggi parte della gioventù vi si possa sottrarre, anche se oggi il veicolo dell’innamoramento filosofico-politico può non essere Marcuse ma qualche altro pensatore più di moda.

Ma la lettura di Marcuse non attinge l’unico risultato di farci ripensare con rimpianto a un’età di giovanili entusiasmi – che hanno dovuto essere disciplinati per altre vie, e messi alla prova di altre strutture di pensiero –; c’è, in queste pagine, persistente, una sfida, connaturata alla forma della sua espressione filosofica. Una sfida che è ancora e sempre la nostra sfida: decifrare la politica attraverso la filosofia, e così intervenire in quella, per criticare le sue strutture reali e i suoi saperi specialistici – le scienze economiche e sociali in primo luogo – con quello «spirito di contraddizione reso sistema» che è il sapere filosofico. Una contraddizione che non vuol essere ignoranza ma superiore sapienza; e che consiste nello storicizzare i saperi della politica (in entrambi i sensi del genitivo), nell’attraversarli per mobilitarli, nel mostrarne la riconducibilità a un  orizzonte epocale determinato e quindi all’esigenza del suo superamento. La sfida, l’obiettivo, è proprio quanto Marcuse indica espressamente in queste pagine, ovvero la mediazione critica radicale, e al tempo stesso concreta, del pensiero ‘scientifico’ che si presenta come mediazione immediata, oggettiva e che risulta un sapere strumentale interno a un orizzonte non sottoponibile a critica.

È evidente che questo obiettivo, ora come allora, implica che la critica debba misurarsi con lo sviluppo della filosofia nel XX secolo, e, ancor prima, nella modernità; compito che Marcuse svolge, nel suo tempo (che fu il tempo della generazione precedente la nostra, e anche della nostra) fronteggiando gli sviluppi a lui contemporanei della filosofia tedesca, ma anche confrontandosi con la “scoperta dell’America” che sperimentò nel viaggio coatto, e senza ritorno, “da sponda a sponda”; e, politicamente, cercando di decifrare il fascismo, lo stalinismo, e il neocapitalismo. Armato, in ciò, del più raffinato pensiero dialettico disponibile al tempo –  un pensiero marxista fecondato da Hegel, Lukács, Heidegger  e Freud – che egli utilizza in una personale lotta contro il “positivismo”, per molti versi analoga al disvelamento della “dialettica dell’illuminismo” operato dai suoi compagni Horkheimer e Adorno.

Su questa lotta conviene soffermarsi un po’, dato che per “positivismo” Marcuse intende il positivizzarsi del pensiero razionalistico moderno e anche di quello dialettico (nel Diamat sovietico), ovvero il chiudersi e il rovesciarsi delle istanze di emancipazione che erano alla base della modernità borghese (in quello che definisce “giusnaturalismo”); una dinamica di positivizzazione che implica la negazione della pulsione originaria del Moderno verso un mondo nuovo, e che si ribalta nell’affermazione che quello del dominio capitalistico (e del comunismo sovietico) è l’unico mondo possibile – il fascismo è una variante estrema di questo processo –; in nessun punto o passaggio di questa trasformazione il  positivismo, sottomettendosi all’autorità del dato e oggettivando anche la libertà, consente alcuna reale resistenza o critica allo Stato amministrativo e la sua razionale imposizione di  sicurezza.

Oggettività del dominio e passività del sapere, quindi; e la soluzione di Marcuse passa per la dialettica, a iniziare da Hegel (senza fermarvisi), cioè per la promessa di un pensiero che in sé è già azione e non solo conoscenza, che è storico e non naturalistico, e che vuole portare la sostanza, l’oggetto, a piena soggettività, attraverso la potente molla della autocoscienza e della coscienza infelice. La dialettica dell’ente storico (il giovanile apprendistato filosofico presso Heidegger lascia più di una traccia) non liquida il divenire come apparenza, e non parcellizza né segmenta il movimento reale all’interno di rigidi apparati di pensiero e di specialismi: anzi, sa tenere insieme la determinatezza più radicale con l’idea del Tutto, del sistema che spiega la parte (in un’ottica marxista, evidentemente il proletariato) e vi si rivela. Naturalmente, quella di Marcuse vuol essere non una dialettica apologetica, che sarebbe l’immagine speculare del dominio, ma una dialettica negativa, che vuole liberare e mobilitare la negatività del presente passivizzante e reificante, e lasciar emergere la potenza dell’antagonismo, della negazione attiva e soggettiva.

L’esperienza storica di Marcuse – fascismo, comunismo, capitalismo – è dominata dalla questione se l’antagonismo possa realmente dispiegarsi, se esista un possibile superamento del dominio, se il dover essere implicito nel pensiero dialettico –  cioè che le cose corrispondano al loro concetto, dato che la dialettica abolisce l’oggettività imposta –, abbia ancora un significato. La risposta di Marcuse è stata diversa nelle diverse fasi della sua vita, ma si è progressivamente indirizzata verso la consapevolezza che la negazione dialettica non ha più spazio – sociale, politico, intellettuale – per svilupparsi all’interno del “sistema”, che anzi viene essa stessa da questo negata in un regime di universale omologante illibertà. Dalla «disperazione del concetto dialettico» procede lo spostarsi di Marcuse verso la ricerca di una apertura di questa nuova «gabbia d’acciaio» – il Grande Rifiuto, che dovrebbe provenire da studenti e da altri soggetti marginali – e al tempo stesso il continuo vietarsi la soluzione decisionistica o irrazionalistica nietzschiana o heideggeriana, che ha visto nella sua giovinezza formarsi nel contesto filosofico tedesco ormai esausto e privo di spinte progressive.

C’è una grandezza anche etica in questo mettere alla prova, fino all’estremo, il dispositivo dialettico del pensiero che ha di mira la libertà soggettiva anche nel momento della eclisse del soggetto, della universale omologazione (o del rifiuto), di ogni differenza. Ma se non si vuole del tutto storicizzare Marcuse come sintomo della crisi finale, aporetica, della filosofia classica tedesca, si deve porre la questione del suo significato politico oggi, rispetto agli sviluppi intervenuti in più di mezzo secolo nelle società occidentali.

Sviluppi che confermano alcune delle sue diagnosi, anticipatrici del diffondersi mondiale del capitalismo nella cosiddetta globalizzazione e nella colonizzazione dell’immaginario universale; ma che presentano alcune varianti di non piccola importanza. In primo luogo, infatti, l’immagine che ha Marcuse del capitalismo è inclusiva, com’è ovvio nel secondo dopoguerra in presenza della forma keynesiana dell’economia di mercato e della sua strategia “consumistica”: lo sforzo di Marcuse è semmai di portare alla luce l’esclusione implicita in quella inclusione, il rovescio dell’omologazione, cioè la reificazione. Oggi, invece, nella fase non più del tardo-capitalismo egemonico ma del neo-liberismo in crisi strutturale, non si potrebbe più parlare di «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà»: la stessa post-democrazia sta cedendo il passo davanti alla democrazia securitaria, alla democrazia autoritaria, alla democrazia etnica. Il capitalismo neo-liberista non sa produrre più neppure il proprio ordine, quell’ordine che Marcuse vedeva all’opera nelle menti e nelle relazioni economiche e politiche,  e ha abbracciato la strategia del caos, facendo del disordine – della deflazione, dell’austerità, dei tagli alla spesa pubblica, della disuguaglianza interna e internazionale, dell’esclusione, della violenza sistematica, della guerra contro nemici che continuamente produce – la propria risorsa estrema.

E l’omologazione intellettuale e psicologica non è più acquietamento né narcotizzante benessere: il più iconico dei potenti nella nuova configurazione del potere mondiale non ha forse lasciato il messaggio stay hungry, stay foolish? Non docili e soddisfatti, ma folli e insaziabili devono essere gli abitanti del nuovo mondo. Naturalmente, questa individuazione ipervitalistica è solo una finzione, una galvanizzante rappresentazione, mentre le leve del potere economico e politico restano nelle mani di grigi e anonimi finanzieri e tecnocrati, i nuovi raptores mundi. Ma resta il fatto che la forma universale della narrazione capitalistica è oggi (secondo il ciclo economico) ora patetica ed eccitante, ora identitaria e militante – nel senso che mobilita alla guerra interna e esterna –; che la presa sulle menti è ancora più salda perché il biopotere perfezionato attinge a  piene mani dall’arsenale dell’eccezione piuttosto che da quello della norma, e in particolare oggi dalla paura piuttosto che dall’empatia. Eccitazione ed eccezione, quindi, più che neutralizzazione e normalizzazione, sono i parametri di funzionamento del “sistema”: parametri assai efficaci che – disegnando una silhouette di tempi dapprima euforici e ora  minacciosi, ma sempre rapaci –  mettono quasi del tutto fuori gioco, nel discorso pubblico e nelle scelte politiche, l’opzione della sinistra come emancipazione (ancora ben viva, come possibilità e come aspirazione, quando Marcuse scriveva, dagli anni Trenta agli anni Sessanta), e paiono lasciare alla protesta la sola chance della regressione reazionaria. Non c’è spazio, nella speculazione della new economy di quindici anni fa, e neppure nel caos, nella povertà e nella paura della guerra globale, per la dialettica liberatoria: dal basso pare provenire maggioritariamente la richiesta di una decisione ancora più decisa ed escludente di quella posta in essere dalle istituzioni. Di una democrazia della paura, o di una democrazia illiberale, o di una non-democrazia.

È poi dubbio che, mentre permane lo scacco della dialettica – della negazione determinata –,  vi siano possibilità di emancipazione implicite nelle dinamiche di individuazione che il potere mette all’opera, come se una sorta di mano invisibile trasformasse provvidenzialmente una grande rappresentazione in possibilità reale. O come se la frantumazione liberista della classe lavoratrice in una miriade di atomi isolati e impoveriti facesse di questi altrettanti nuovi centri di resistenza. Come, ancora, è dubbio che la ripresa delle prospettive della sinistra novecentesca possa essere qualcosa in più che una scommessa azzardata di portata locale e contingente.

La eccezione e la decisione sono quindi il nostro destino di chiusura e di anomalia, e la liberazione può restare soltanto un’opzione da coltivare nel regno delle idee, a futura memoria? Marcuse – insieme ad altre figure della filosofia novecentesca –, col suo pensiero forte che affronta di petto le grandi questioni dello Spirito e della Prassi, del Soggetto e della Storia, che rifiuta le filosofie ripiegate su di sé o impegnate a disimpegnarsi dai problemi aggirandoli o dissolvendoli linguisticamente perché disperano di risolverli,  è solo uno dei protagonisti di un grande tramonto, per sempre alle nostre spalle? Solo il sentimento, il ricordo, l’emozione, ci legano a lui, alla sua passione dialettica? Ma se così fosse, perché nel rileggerlo sentiamo che lì, in quell’accanita riflessione – ora radiosa ora circospetta, ma mai cinica né rassegnata –, pulsa ancora un’Idea che chiede di essere afferrata? Perché questo epigono della filosofia classica tedesca ancora ci inquieta e ci interroga almeno quanto noi interroghiamo lui?

Una risposta va tentata, perché la domanda è troppo importante. E la risposta che avanzo muove da alcuni versi di Crucifixion di Charles Bukowski: this is the price we now pay: we can’t go / back, we can’t go forward and we hang helpless, nailed to a / world / of our own / making (questo è il prezzo che paghiamo adesso: non possiamo tornare / indietro, non possiamo andare avanti e penzoliamo inermi, / crocifissi a un / mondo / che abbiamo costruito / noi). Ma questa grande capacità conoscitiva ed espressiva della poesia  è troppo vera per poter essere del tutto vera. Alla filosofia resta il compito di pensare oltre. E non c’è dubbio che in Marcuse forse è custodito, per  assolvere questo compito, un impulso ancora vitale, o meglio un’eredità che sentiamo di non avere ancora fatta nostra, e a cui non possiamo rinunciare, pena una sconfitta che ci costringerebbe a riconoscere la modernità (appunto, il mondo fatto da noi) come poco più di un ramo secco della storia: l’eredità del pensiero critico orientato alla libertà del soggetto e dell’umanità. La direzione indicata da Marcuse, insomma, è quella giusta. A noi la sfida di rimettere al lavoro sapere e immaginazione.

 In H. Marcuse, Filosofia e politica. Scritti e interventi. 5, a c. di R. Laudani, Roma, manifestolibri, 2019, pp. 391-396.

“Sovranità è democrazia? Oggi sì”

Intervista con Claudio Ciani

Sulla quarta di copertina del libro appare questa frase: “Sovranità è democrazia? Oggi sì”. Oggi sì, perché viviamo in un perenne “stato di eccezione” oppure perché l’art. 3, principio fondamentale della nostra Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità, è venuto meno o, nella peggiore delle ipotesi, è stato tradito?

Oggi sì, perché il superamento della sovranità sta avvenendo attraverso l’imposizione dall’esterno di un paradigma politico-economico-sociale anti-popolare, deflativo, tecnocratico. Perché l’esercizio democratico della sovranità è l’unico modo per riportare queste dinamiche sotto il controllo dei cittadini (attraverso la mediazione dei partiti).

Qual è oggi, secondo lei, il modello di sovranità al quale ci si può ispirare: Bodin, Hobbes, Sieyes? Oppure, potrebbe essere utile ripensare il concetto spinoziano di imperium, un concetto che ricorda la proposta del giurista socialdemocratico Heller?

La sovranità democratica è rappresentativa nel caso normale (e dunque deriva dal modello hobbesiano); ma per essere instaurata o restaurata esige un surplus d’energia politica partecipativo-rivoluzionaria (in linea con quanto espresso da Sieyes nel suo libello del 1789). Heller più che spinoziano era debitore a Hegel di un’idea di sovranità come mediazione non solo giuridica ma anche sociale

Più volte nel libro la cifra più radicale della sovranità viene descritta come “un nomos che contiene una possibilità di anomia”, ciò che ricorda il concetto paolino di katéchon. Il potere contenente, la sovranità catecontica, può essere travolto dal contenuto, il nomos dall’anomia? Che cosa significa questo esattamente, nei fatti come si manifesta e a quali sviluppi può condurre?

La sovranità è il modo con cui un gruppo esiste politicamente nel mondo, dandosi un ordine giuridico ed esponendosi al contempo all’intrinseca rischiosità della storia, che esige decisioni. É, quindi, uno sforzo di stabilizzazione, un katéchon, che però partecipa inevitabilmente dell’anomia che vuole frenare, che è la nostra condizione esistenziale. Questa duplicità della sovranità è visibile nell’autonomia del politico rispetto al giuridico – un’autonomia che permane anche se la democrazia costituzionale la limita e la riduce

Per Foucault il ruolo dell’istituzione non è affatto quello di produrre potere, ma dare al potere il mezzo per riprodursi: ciò che il filosofo francese indicherà con l’espressione “situazione strategica complessa”. In che termini è possibile identificare oggi la sovranità con il concetto di potere (e di forza) inteso nell’accezione foucaultiana?

Sovranità non è semplicemente potere: implica la centralità dell’istituzione, benché non si limiti alla sola istituzione ma esiga anche il coinvolgimento dell’intero corpo sociale. La posizione di Foucault è diversa da questa, perché è interessata a una descrizione tutta immanente, e priva di presupposti, delle forme di circolazione del potere nelle società moderne; dal suo punto di vista la sovranità è un concetto troppo pregiudicato, non sufficientemente disincantato.

Il tema della sovranità ha avuto molta importanza durante gli anni della perestroika di Gorbaciov tanto che il 12 giugno 1990 il Soviet Supremo adottò la “Dichiarazione di Sovranità Statale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia”. Come potrebbe declinarsi oggi la sovranità in Europa, quell’Europa che Stroilov e Bukovskij non hanno esitato a definire EURSS (Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche)?

Al di là del riferimento alla situazione russa, è chiaro che oggi la Ue non è un’unione sovrana; la sovranità appartiene ai singoli Stati, che hanno rinunciato solo alla sovranità monetaria (non a quella di bilancio). L’opposto di quanto avviene negli Usa, quindi, che sono un’unione sovrana (anche se federale) di Stati non sovrani. Ed è anche chiaro che se la Ue fosse sovrana (con un’unica proiezione di potenza, un’unica politica estera, ecc.) la Russia (che ovviamente è sovrana, e vuole esserlo) si troverebbe ad avere al proprio fianco un pericoloso concorrente (e nemmeno gli Usa, al di là dell’Atlantico, ne sarebbero lieti).

Come è nato in Occidente il fenomeno del “populismo”? Esiste un nesso ontico tra i movimenti “sovranisti” e il populismo? Entrambi hanno origine dal “tradimento dei chierici” (Benda) oppure si tratta soltanto di reazioni, seppur scomposte, alle logiche dell’utile ovvero al pensiero e alla pratica dell’economia capitalistica globalizzata?

Il “tradimento dei chierici” era quello che noi chiamammo “impegno” degli intellettuali; e il populismo si sviluppa invece del tutto all’esterno del mondo intellettuale, come reazione a dinamiche politiche ed economiche (la globalizzazione neoliberista, e in Europa l’euro ordoliberista) che hanno colpito le società occidentali, creando disuguaglianze e frustrazioni che i ceti politici non hanno saputo vedere né alleviare, e che in alcuni casi hanno anzi esaltato. Ovviamente il populismo è sovranista: il popolo fa appello all’unica istanza che conosce, lo Stato, da cui esige un agire sovrano, cioè energico, attivo, in grado di difendere i cittadini dai poteri e dalle dinamiche sovrastatuali.

Lo studio The Crisis of Democracy: Report On the Governability of Democracies, elaborato nel 1975 per la Commissione Trilaterale, può essere considerato il Manifesto del neoliberismo globalizzato: la lettera di Trichet-Draghi all’Italia (5 agosto 2011) e la Nota della Jp Morgan sulle costituzioni antifasciste (maggio 2013) ne hanno rappresentato le conseguenze. Ripensare e recuperare il concetto di sovranità significa edulcorare, o financo neutralizzare, le posizioni neoliberiste? Oppure ciò comporta l’assunzione di una via autarchica alla sovranità, “costituzionalizzata”, autonoma dalla volontà di potenza dei mercati?

Il concetto di sovranità è utilizzato dai populisti in senso anti-establishment, per promettere ai ceti sociali più deboli una protezione contro le dinamiche più rovinose del neoliberismo. In realtà, però, la sovranità populista, così come è gestita oggi prevalentemente da destra, non attacca il paradigma economico vigente; si limita a concedere ai cittadini compensazioni e risarcimenti sul piano simbolico e ideologico. Non c’è quindi maggior difesa contro la potenza del capitale, ma c’è maggiore propensione a individuare capri espiatori verso i quali far convergere le paure dei cittadini. Ma la sovranità potrebbe anche essere interpretata da sinistra, benché oggi non si vedano tracce di questa possibile opzione.

La ri-costruzione di un’Europa politica in senso federale (Spinelli, Kalergi, de Rougemont) è compatibile con l’emergere di nuove soggettività che si vogliono “sovrane”?

Le nuove soggettività sovrane sarebbero in ultima analisi i vecchi Stati europei. In linea di principio, quindi, la sovranità europea in senso spinelliano e la sovranità dei vecchi Stati si escludono a vicenda. Ma si deve notare che la sovranità europea “spinelliana” non è veramente all’ordine del giorno di nessuna forza politica al potere (la Ue, come si è detto, da parte sua non è oggi per nulla sovrana); e d’altra parte non è pensabile che si formi un processo costituente europeo a partire da Stati deboli o vacillanti. E quindi il rafforzamento degli Stati è indispensabile, nel medio periodo, sia che si vada verso una prospettiva di sovranità plurali sia che si punti alla costruzione di una sovranità federale europea.

Spengler, un secolo fa, in Il tramonto dell’Occidente, ebbe a scrivere: “La Sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”. Quanto c’è, ancora oggi, di vero in questa affermazione?

Temo che ci sia molto di vero, come si è dimostrato nei decenni di egemonia del neoliberismo, durante i quali la sinistra “di governo” è stata succube e non certo critica del modello economico capitalistico. La competizione si è rovesciata in assecondamento; la fascinazione della potenza capitalistica ha prevalso sulla consapevolezza dei suoi limiti.

Nel 1971 Nixon decise di porre fine agli Accordi di Bretton Woods, nel 1981 si verifica il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Bisogno di sovranità, oggi, significa (anche) necessità di ritrovare la perduta “sovranità monetaria”?

Nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro in oro: che era il fondamento degli accordi di Bretton Woods. Il “divorzio” consensuale fra Tesoro e Banca d’Italia risponde all’esigenza di bloccare l’inflazione che era salita al 20% negli ultimi anni Settanta, non solo per la libertà dei cambi ma anche per l’inflazione mondiale generata dalla guerra in Vietnam e dalla guerra del Kippur. Di fatti il divorzio è il primo tassello di una serie di provvedimenti ordoliberisti e neoliberisti (fra cui la riforma della scala mobile) volti a trasformare l’inflazione in debito pubblico e i salari in credito privato al consumo: cioè a preparare la società alle conseguenze dell’adesione dell’Italia allo Sme (anticamera dell’euro), sul finire degli anni Settanta.

Intervista pubblicata in «Geopolitica.info» il 14 Maggio 2019

Senza sovranità non c’è politica

La lotta politica in Italia si è semplificata intorno alla contrapposizione fra un male e un bene: il mondialismo, o l’europeismo (che non sono la stessa cosa), l’accoglienza, la democrazia, contro la sovranità, l’autoritarismo, la xenofobia. In questa contrapposizione viene ricompresa quella fra destra e sinistra: la sovranità è la destra, e la lotta contro di essa è la sinistra. Ma la sovranità è una cosa più complessa, e non è possibile sbarazzarsene derivandone  un termine ingiurioso – sovranismo –.

La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere col fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, e che ha una volontà e di una capacità di agire. C’è esistenza politica se c’è sovranità.

La sovranità è l’ordine giuridico che vige in un territorio: un ordine che, come una prospettiva pittorica, ha un fuoco che ne è l’origine e il vertice. Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l’esistenza. L’ordine dello Stato.

Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma se stesso, che persegue i propri interessi strategici.  E che mentre si afferma, esiste, sia che dica «We the People» – come nella Costituzione degli Usa –, sia che dica «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l’altra faccia della sovranità. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per dare vita a un’altra, più adeguata ai tempi. Qui c’è l’aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordini attraverso il disordine, norme attraverso l’eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra. E c’è anche  la sua dimensione sociale: la sovranità è il prodotto di quelle classi che di volta in volta hanno la forza e le idee per immaginare e plasmare l’intero assetto politico di una società.

Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e di dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra. La storia d’Europa è una storia di nazioni che lottano per essere sovrane, e di lotte all’interno degli Stati perché la sovranità abbia un volto umano, perché se ne tengano a freno gli aspetti più inquietanti, che tuttavia è impossibile cancellare.

Ma, si dice, la sovranità dei singoli Stati non ha senso nell’età globale; oggi l’economia, e le questioni che essa porta con sé, scavalca le sovranità e i loro confini, i loro ambiti ristretti. Capitalismo e migrazioni sfidano la sovranità, la rendono un concetto obsoleto.  Le forme del potere, dell’economia  e del diritto sono, oggi, fluide, sganciate dallo spazio e dai territori: sono “reti”, e non hanno “vertici”. Lo spazio della politica è il mondo, non lo Stato. Oppure, in alternativa a questa narrazione mondialista, si afferma che, per gestire con successo le dinamiche politiche ed economiche globali, è l’Europa che deve avere sovranità, non i singoli Stati.

Tuttavia, se ben guardiamo, la scena internazionale è ancora il teatro di sovranità politiche che agiscono (anche militarmente) in parallelo con le forze economiche; e queste hanno sì estensione globale, ma hanno anche un’origine e un orientamento precisi: esistono insomma, differenziate, le sovranità della Cina, degli Usa, della  Russia, della Turchia, di Israele, dell’India, del Brasile (solo per fare qualche esempio), ed esistono capitalismi nazionali che si dispiegano nel mondo. E, per venire all’Europa, esistono le sovranità di Germania e Francia, di Inghilterra e  Spagna, eccetera, con le loro politiche estere; ed esistono i rispettivi capitalismi, più o meno aggressivi.

La Ue, poi, è un insieme di Stati sovrani, alcuni dei quali hanno rinunciato alla sovranità monetaria per creare una moneta unica, ma hanno conservato la sovranità fiscale (di bilancio), oltre che gli ordinamenti giuridici e istituzionali nazionali. È un insieme di Stati in cui prevale in ultima istanza il Consiglio dei capi di Stato e di governo, dove pesano i rapporti di forza fra le diverse sovranità. Insomma, la Ue non ha sovranità; non sa identificare né perseguire propri interessi strategici. A differenza degli Usa – federazione sovrana di Stati non sovrani –, la Ue è un insieme non sovrano di Stati sovrani, che hanno un vincolo comune, la moneta, pensata secondo i parametri austeri del pensiero economico tedesco, la «economia sociale di mercato». Un vincolo che divide, che crea effetti disomogenei – benefici per alcuni Stati e per alcuni strati sociali, meno per altri –.  I “sovranismi” sono infatti la protesta degli strati deboli (non solo degli Stati deboli, ma ormai di gran parte dell’Europa) contro le conseguenze sociali del paradigma economico vigente, e anche contro il fenomeno delle migrazioni.  Sono una richiesta di protezione e di stabilità – intercettate da destra, ma in sé non di destra –, rivolta al soggetto politico, lo Stato, che, come Stato sociale, a suo tempo se ne era fatto carico.

L’Europa è in bilico, quindi, fra due ipotesi: costruire un’Unione sovrana, federale, certo, ma capace di assumersi gli oneri sociali e i rischi geostrategici di una vera sovranità continentale, come chiedeva il Manifesto di Ventotene – il che significa, tra l’altro, politica estera unica e politiche fiscali comuni, ovvero una diminuzione del peso degli Stati e un aumento del peso del parlamento di Strasburgo e della Commissione –; oppure accrescere la capacità politica dei singoli Stati abbassando il peso del vincolo comune. O una sovranità europea o diverse sovranità statali, collaborative ma autonome. Non l’ibrido instabile che oggi genera tensioni e ribellioni che mettono a rischio gli assetti democratici europei.

Quanto sia plausibile, probabile o desiderabile una ipotesi o l’altra, quanta energia politica delle élites nazionali o dei popoli europei sia disponibile per l’una o l’altra, dovrebbe essere il vero oggetto di dibattito politico. Anziché demonizzare o idolatrare la sovranità, si dovrebbe insomma riconoscere che questa, su scale differenti, è ancora la serissima posta in gioco della politica.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 28 aprile 2019. 

 

Apologia della sovranità

Si presentano qui alcune argomentazioni che sono svolte più largamente in C. Galli, Sovranità, Bologna 2019, il Mulino.

 

 

La sovranità è condizione dell’esistenza di ogni corpo politico. Compresa l’Italia, che ne è assai carente. I limiti inevitabili del suo esercizio, dettati dal contesto. Le polemiche sul “sovranismo” in nome degli “Stati Uniti d’Europa”, metafora ipersovranista.

 

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1. La sovranità è il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini. Va quindi considerata nella sua complessità: nel fuoco della sovranità si forgiano i concetti politici moderni, e i conflitti storici reali.

La sovranità è un punto, l’Unità, il vertice del comando, una volontà politica che pone la legge; ma al tempo stesso è una linea chiusa, una figura geometrica, il perimetro dell’ordinamento giuridico e istituzionale vigente, dello spazio in cui la legge si distende; e al contempo è un solido, una sfera di azioni e reazioni sociali, un corpo vivente e plurale che nella sovranità produce sé stesso: un popolo, una cittadinanza. La sovranità è tanto il soggetto collettivo che agisce unitariamente quanto lo strumento istituzionale dell’azione del corpo politico.

Da ciò alcune considerazioni: in primo luogo, come non esiste un’anima senza corpo, né un corpo vivente senz’anima, così non esiste una sovranità senza il corpo politico di cui è l’impulso vitale, né un corpo politico privo di sovranità.

In secondo luogo, la sovranità, rispetto alla sfera pubblica, alla sua esistenza e alle sue dinamiche, è al tempo stesso condizione e risultato. La sovranità rende possibile la distinzione fra pubblico e privato, realizzando la protezione pubblica delle vite e dei beni privati, oltre che l’utilità, il benessere, la prosperità dell’intero corpo politico. E questa sfera pubblica, questo corpo politico, non è necessariamente un’identità tribale, una compatta comunità; è una società complessa, attraversata da tensioni e conflitti, che nella sovranità si esprime politicamente.

In terzo luogo, la dinamica storica della sovranità è data dalle prevalenze politiche che si instaurano fra le tre dimensioni già ricordate: avremo così la sovranità del monarca, dello Stato, della legge, del popolo. La forza sociale e politica di volta in volta egemonica dentro lo spazio della sovranità è portatrice anche della legittimità di cui la sovranità ha bisogno: la legittimità è la ragione per la quale si chiede e si concede obbedienza. Si avrà quindi una legittimità monarchica per diritto divino, una liberale per diritto individuale, una democratica per diritto popolare, una rivoluzionaria per diritto di classe, una oligarchica per diritto di nascita o di censo, una tecnocratica per diritto di conoscenza e di efficienza. Nella legittimità si scopre che la sovranità non è solo protezione ma anche proiezione, progetto, idea di convivenza.

In quarto luogo, a quella complessità appartiene anche il rapporto fra sovranità e individuo. Questi è prima di tutto un «privato»: il compito storico della sovranità – concentrare e razionalizzare la politica – è affidato allo Stato di diritto, ovvero a uno Stato che rende prevedibile la vita sociale istituendo un ordinamento giuridico, il cui contenuto primario è solitamente la salvaguardia della vita e della proprietà privata; da parte sua lo Stato si rende prevedibile alla società, agendo secondo la legge. E in quanto «privato» l’individuo è anche «uguale»: le complesse gerarchie premoderne devono cadere davanti alla legge sovrana, che vuole tutti ugualmente a sé sottomessi.

Da questa «formazione» dell’individuo dall’alto prenderà vita il reclamo dal basso, dei singoli e del popolo, dei «diritti» e della libertà contro il sovrano, ovvero la rivendicazione pubblica di una energia politica che travalica l’obbedienza alla legge e l’obbligo di non-resistenza al sovrano, e che attraverso la rivoluzione sarà accolta in una nuova legittimità: quella dei cittadini.

Infatti, alla sovranità – benché voglia essere forza ordinata, e quindi non arbitrio né «potere selvaggio» – è essenziale la sconnessione fra il punto, la figura, la sfera: fra le ragioni dell’individuo, dello Stato (che della sovranità è il portatore principale), della società. Se la sua origine è una sfera di politicità diffusa, una pluralità di poteri, il suo obiettivo è di ordinare quella politicità rappresentandola, raffreddandola, incanalandola, istituzionalizzandola, trasformandola in geometrica giuridicità e in volontà imperativa puntuale; e il suo destino è di non potere mai del tutto sigillare l’ordine che instaura. Come coincide con l’ordine, così la sovranità lo può anche infrangere: implica tanto l’inclusione, la costruzione della figura geometrica e giuridica di un ordine ben delineato (composto di soggetti uguali, di cittadini), quanto, potenzialmente, l’esclusione, l’espulsione dall’ordine di un nemico.

Le figure di quella sconnessione sono il potere costituente, l’atto sovrano che fa sorgere l’ordine; la rivoluzione, l’eccesso di potenza sociale che si fa politica e agisce contro la sovranità esistente per generarne una nuova, più solida, potente, razionale (il ciclo sovranità-rivoluzione è l’asse della politica moderna); e la decisione sovrana sul caso d’eccezione, la rivoluzione dall’alto che agisce sospendendo l’ordinamento giuridico.

Nella sovranità c’è quindi, oltre che la normalità, anche la drammaticità della politica; l’equilibrio di forza e ragione, di politica e diritto, di comando e consenso, che essa realizza contiene un possibile squilibrio: forse controllabile, nelle forme della sovranità democratica costituzionalistica, certo non del tutto cancellabile. Ma chi per rifiutarne il lato conturbante nega la sovranità per sostituirla con altre funzioni d’ordine – il «dolce commercio», il diritto e i diritti, la fratellanza universale, la tecnologia globale, la governance privatistica – si vede piovere addosso la violenza e l’eccezione, il disordine e la paura.

Infine, va chiarito che la sovranità non è l’onnipotenza solitaria di un soggetto politico autarchico. Sovranità è realismo, esistenza consapevole di un Io collettivo, non ipertrofia dell’Io. La sovranità di un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come rapportarsi con l’ambiente esterno, come riconoscere gli interessi permanenti di uno Stato. Capacità che può anche essere perduta: e allora si hanno popoli, o soggetti, privi di sovranità. Quindi, sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà, anche la più pacifica e dialogante; e la sovranità come creazione della distinzione fra interno ed esterno non è necessariamente xenofobia, ma è volontà di delimitare uno spazio su cui il soggetto politico collettivo abbia diretto potere e responsabilità. La sovranità è quindi anche la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e sulle inimicizie: sono funzioni inerenti al fatto stesso che un soggetto politico esista.

Di conseguenza, la sovranità è sempre limitata, all’esterno, perché accanto a una sovranità ve ne sono altre: la sovranità è principio di pluralismo internazionale, in uno spazio che di per sé è anarchico. Accanto a questa limitazione orizzontale ve ne è poi una verticale: le sovranità entrano tra di loro in rapporti gerarchici (anche se formalmente ciò non si può ammettere); aree di influenza, alleanze squilibrate, dipendenze politiche ed economiche, disegnano un mondo di sovranità con differenti gradi di limitatezza, dalle potenze imperiali fino agli Stati vassalli.

Per concludere, la sovranitàesprime certezze e sicurezze, ma anche contraddizioni: economiche (conflitti di interessi), politiche (conflitti di potere), esistenziali (conflitti di libertà e volontà). Portatrice di problemi, oltre che di soluzioni, in essa si esprime l’essenziale serietà e rischiosità della politica, ma anche la capacità di un popolo di regolare in autonomia la propria vita e di tutelare i propri interessi.

2. La sovranità è stata l’obiettivo polemico delle potenze ostili alla politica e allo Stato. Il diritto ha infatti voluto vuole impedire che per la sovranità tutto sia possibile, ovvero ne ha voluto contrastare l’arbitrio, tanto all’interno (introducendo i diritti umani e le Corti costituzionali come limite alla sovranità) quanto sulla scena internazionale (imbrigliando l’esercizio delle sovranità attraverso trattati e istituzioni sovranazionali, per impedire il dilagare selvaggio delle volontà di potenza e per sviluppare la collaborazione pacifica). L’economia neoliberista, nel suo espandersi globale, ha a sua volta preteso di relativizzare l’esercizio delle sovranità, scavalcandole con la libertà di commercio e di scambio, avvolgendo il mondo nelle maglie della interdipendenza e del perseguimento cosmopolitico dell’utile, del profitto, indicato come finalità che deve essere assunta come principale anche dalla politica. La morale ha poi esercitato una critica asprissima contro uno degli strumenti di cui la sovranità si serve per garantire la sicurezza, cioè i confini, particolarmente in merito alla questione delle migrazioni. Mentre la sovranità divide e classifica secondo la cittadinanza, che è per definizione particolare, la morale unisce nel nome di valori universali, che coinvolgono l’intero genere umano senza differenza alcuna. Buona parte della filosofia, infine, chiede che la sovranità cessi di bloccare le infinite possibilità politiche della vita concreta, e cerca di valorizzare un radicale principio di pluralità e di movimento contro l’unità e la fissità che ineriscono alla sovranità. Pensare e praticare la politica senza la sovranità sarebbe da questi punti di vista un obbligo non solo scientifico (il concetto «sovranità» è obsoleto: non spiega più nulla) ma anche politico (lo strumento «sovranità» è controproducente: crea più problemi di quanti ne risolva) e morale (la sovranità è la prima portatrice sistematica di violenza anti-umana).

Vi sono in queste posizioni alcuni elementi storicamente comprensibili, e alcune istanze valide. Addomesticare la sovranità, generare la sovranità democratica e costituzionale, è stato lo sforzo dell’Occidente post-bellico, post-totalitario. Tuttavia, non si è verificata la vittoria completa dell’universale sul particolare, del diritto, dell’economia e della morale sulla politica. Le interne contraddizioni, le inefficienze, le crisi della globalizzazione, hanno fatto riaffiorare linee di frattura che sembravano neutralizzate e superate. All’interno, la crisi economica – o meglio, l’economia della crisi – ha prodotto disuguaglianze e ingiustizie che per essere gestite  richiedono rafforzamenti dell’esecutivo in senso tanto tecnocratico quanto emergenziale. E che alimentano, per contro, proteste anti-sistema che sempre più spesso prendono la forma di richieste di protezione dei ceti medi e bassi contro le insicurezze e le distorsioni della vita sociale e civile, una protezione che va nella direzione del rafforzamento “sovranista” dello Stato contro la pretesa che le presunte esigenze dell’economia dettino legge alla politica.

All’esterno, le dinamiche della scena internazionale sono poi ancora leggibili come esercizio della sovranità da parte di Stati grandi e medi, come manifestazione della permanenza degli interessi strategici nazionali. Infatti, le statualità più forti – sono poche (Usa, Cina, Russia) ma ad esse si aggiungono alcuni Stati capaci di proiezione di potenza (Francia, Regno Unito, Germania, Israele, Iran, Turchia, Arabia, India) – si muovono secondo le logiche della geoeconomia (cioè della distribuzione mondiale dei ruoli produttivi) e secondo le logiche, sovranamente interpretate, della geopolitica: gli Usa sono pur sempre «l’isola al centro del mondo», e, mentre affermano la libertà dei mari e rinnovano la dottrina Monroe (il caso Venezuela), controllano ancora le zone costiere della massa di Heartland, dalla Norvegia alla Corea; Russia e Cina cercano sempre, ciascuna a modo suo, di svincolarsi dalla stretta marittima statunitense; e l’Italia ha pur sempre da difendere le rotte attraverso le quali importa la maggioranza delle merci di cui ha bisogno. Tutto ciò avviene anche in modalità non tradizionali: la pressione russa sull’Europa può allontanare questa dagli Usa, che peraltro, impegnati nel confronto con la Cina, non ne fanno più il centro della loro strategia imperiale.

Quelle statualità restano insomma il centro di imputazione e di irraggiamento di potenza militare, economica e culturale, in uno spazio globale che ha nuovamente assunto un volto pluralistico (posto che lo avesse davvero superato negli anni Novanta, al tempo della globalizzazione trionfante). Certo, devono scontare un alto tasso di interdipendenza finanziaria (basti pensare che la Cina finanzia di fatto il debito degli Usa), un alto livello di conflittualità militare in forma di guerre asimmetriche o a bassa intensità, disperse in fronti diversi, e devono fronteggiare imponenti movimenti di migranti e di profughi: il mondo intero è attraversato da lineedi conflitto e da insorgenze nomadiche, e da nuove frontiere che cercano di arginarle e che delimitano vecchi e nuovi spazi politici, carichi di violenza.

Le sovranità, quindi, oggi sono immerse in un mare di relazioni economiche e culturali trasversali, in un oceano di migrazioni, in una tempesta di conflitti, che impediscono loro di essere “fortezze”; che stressano i confini, che all’interno facilitano il ricorso “normale” a strumenti d’eccezione. Una geometria complessa, che vede coesistere l’una nell’altra diverse scale di potere, forze e interessi tendenzialmente globali, conflitti e lotte locali, grandi potenze strategiche in antagonismo e in interdipendenza.Anarchia più che ordine, insomma. Ma questa non è una novità.

Anzi, significa che la sovranità sussiste anche nel mondo contemporaneo: non è svanita in un’universale governance contrattualistica, e neppure si è trasformata in un’unica dominazione globale. Il pluralismo delle sovranità ancora esiste, poiché la globalizzazione non è solo una grande convergenza verso un unico sistema di produzione, ma è anche l’emergere, all’interno di questa, di divergenze storiche, economiche, culturali, sociali, che si presentano come specifiche contraddizioni e disuguaglianze, che sono gestite in modo differenziato da decisioni, egemonie, esclusioni, che variamente organizzano nei territori la politicità che si genera nel sistema, e variamente la orientano in proiezioni di potenza, o in forme di subalternità.

3. La questione della sovranità in Europa, nella Ue, nell’Eurozona (spazi non coincidenti), è ulteriormente complicata. Qui siamo di fronte all’esistenza di Stati formalmente sovrani che hanno rinunciato a un pezzo di sovranità, quella monetaria, conservando però quella di bilancio, in capo a governi e parlamenti nazionali. Il che ha fatto nascere tensioni sempre più forti tra le regole (tendenzialmente deflative) non più a disposizione degli Stati e le esigenze delle società nazionali, esasperate da crisi e austerità, che proprio gli Stati devono soddisfare. Tensioni che danno origine, a loro volta, a fratture tra le aree ricche ed efficienti dell’Eurozona e quelle più povere e meno performative, facendo nascere confini ancora più impervi che in passato, gli spread. La Ue è oggi inchiodata a una «situazione intermedia», a una impasse tra Stati e Unione, che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire “sovranismo”. Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche anti-sovraniste, il cui senso va chiarito.

La polemica anti-sovranista in primo luogo è rivolta contro razzismi e xenofobie, che a quelle richieste interne di protezione si accompagnano; e quindi è giustificata quanto al contenuto, ma non dovrebbe estendersi al termine «sovranità» in quanto tale. È poi una polemica contro la pretesa di alcuni Stati di esercitare una aperta libertà rispetto alle regole economiche e finanziarie con cui è costruito l’euro, poiché in questa pretesa si vede la volontà di una più generale non-adesione all’attuale assetto della Ue: in tal caso quella polemica coglie in alcuni casi un intento politico reale, ma non va oltre il proposito di mantenere l’attuale «situazione intermedia», come se fosse a lungo sostenibile. Una terza accezione dell’anti-sovranismo è poi la polemica contro la sovranità dei singoli Stati nel nome della costruzione di una vera sovranità europea.

L’argomento anti-sovranista fondato sull’obiettivo di costruire una sovranità europea sembra il più forte, ma perché non si tratti di un mero artificio polemico e retorico, si devono individuare le condizioni politiche e strutturali di un simile processo. Una sovranità europea, gli “Stati Uniti d’Europa” dovrà presentare le caratteristiche della sovranità (come del resto chiedeva il Manifesto di Ventotene): forze armate europee, una politica estera europea – in un contesto internazionale che non si può sperare divenga, da anarchico e pericoloso qual è, pacifico e ordinato – una polizia federale, una politica giudiziaria, fiscale e del lavoro europea. Dovrà prevedere un sistema istituzionale in cui il Consiglio dei capi di Stato valga come il Senato degli Usa, la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l’esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch’esso direttamente dal popolo, con la conseguente “provincializzazione” della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, e dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente, che va liberato dalle sue destabilizzanti contraddizioni. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica.

Il che implica uno strappo, una discontinuità, che vanno parecchio al di là della semplice buona volontà, che in ogni caso nessuna élite politica europea dimostra. Implica una rivoluzione politica ed economica, un atto costituente su scala continentale, che non sembra al momento all’ordine del giorno presso nessuna delle élites di governo, al di là di affermazioni retoriche, e che in ogni caso renderebbe gli “europeisti” ancora più sovranisti degli odierni “sovranisti”; una sovranità europea, anche federale, sarebbe davvero un super-Leviatano.

4. Saranno le dinamiche storiche e politiche a decidere in che direzione si scioglierà la contraddizione entro la quale viviamo. Quanto si può dire fin da ora è che non è possibile ignorare la questione della sovranità, che è poi la questione della politica e della sua serietà. E ciò vale anche per l’Italia, che ha seri problemi di sovranità: quella strategico-militare è da tempo assorbita all’interno dell’Alleanza Atlantica, e il suo recupero non è praticabile né auspicabile (a parte ogni altra considerazione, i costi sarebbero immensi, e le finalità non chiare); quella economica è a dir poco dimezzata sia dalla nostra afferenza all’euro sia dalla non buona performance complessiva del Paese, nelle sue articolazioni pubbliche e private (efficienza del sistema politico, della pubblica amministrazione e della formazione di base e avanzata; tasso di innovazione e di produttività delle imprese e del lavoro; costi dell’energia), sia, infine, dalla mancanza, oltre che dell’elemento di “protezione” (di un praticabile e funzionante welfare), anche della “proiezione”, di un’idea geopolitica del Paese, che alla sovranità pertiene.

Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati “Stati Uniti d’Europa”: per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi.

 

Pubblicato in «Limes», n. 2, 2019, pp. 159-165.

 

Intervista a Carlo Galli: nuova edizione spagnola del classico «Genealogia della politica»

Intervista con Gerardo Muñoz

 

 

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Professor Galli, the Spanish edition Genealogía de la política (Buenos Aires, unipe, 2018), a classic of contemporary political thought, has just been released in Argentina after twenty years. We should not forget that Argentina has always been a fruitful territory for the reception of Carl Schmitt’s work. Perhaps my first question is commonplace but necessary: how do you expect readers in Spanish to read your classic study?

Come ci ha dimostrato il compianto Jorge Dotti, la recezione di Schmitt in Argentina è stata imponente e pervasiva, e si è intrecciata con la riflessione filosofica, giuridica e politica sullo Stato e sul suo destino. Ho fiducia che il mio libro, grazie alla traduzione spagnola, possa interessare gli specialisti di Carl Schmitt – giovani e maturi – che sono numerosi e agguerriti, non solo in Argentina ma anche in Europa: dopo tutto, la Spagna stessa ha un lungo e fecondo rapporto intellettuale con Schmitt, che, come ci ha mostrato da ultimo Miguel Saralegui, può anche esser definito «pensatore spagnolo».

This edition comes out in a timely moment, that is, in the wake of the centenary of the Weimar Republic (1919-2019); a moment that Weber already in 1919 referred as a point of entry into a ‘polar night‘. Does Schmitt’s confrontation in the Weimar ‘moment’ still speak to our present?

Schmitt è stato il più grande interprete della Costituzione di Weimar, in un’epoca in cui non mancavano certo i grandissimi costituzionalisti. La sua Dottrina della costituzione è una diagnosi geniale della situazione storica concreta in cui i concetti politici della modernità si trovano a operare. Ed è stato anche il più acuto interprete (nel Custode della Costituzione e in Legalità e legittimità) della rovina di Weimar, causata da uno sfasamento gigantesco fra spirito e strumenti del compromesso democratico weimariano, da una parte, e, dall’altra, la polarizzazione radicalissima in cui la crisi economica aveva gettato il popolo e il sistema politico tedesco. Una democrazia senza baricentro politico funzionante, senza capacità di analizzare le proprie dinamiche e di reagire attivamente, è alla mercé di ogni crisi e di ogni minaccia. Questo è stato vero a Weimar fra il 1930 e il 1932 ed è vero in Europa anche oggi, al di là dello specifico modo autoritario che Schmitt aveva prefigurato (la dittatura commissaria del presidente del Reich ex art. 48). Certamente, oggi  le capacità dei sistemi democratici di gestire le crisi sono molto migliorate da allora; il neoliberismo ha molti mezzi per difendersi.  Ma anche oggi un sistema politico debole o incapace di analizzare le vere cause dei problemi (in Europa, il nesso  fra l’incepparsi del neoliberismo e  il dominio ordoliberista dell’euro) non può far fronte a crisi economiche e sociali radicali.

Weimar signaled the weakness of parliamentary democracy of a ‘belated nation’, and the rise of presidentialism. Schmitt never ceased reflecting on executive power in the fabric of democracies. As new presidential authoritarianism is developing in the West, is Schmitt’s political reflection proved right (presidentialism as a counter-force to Market domination)?

Siamo di fronte, oggi, a due debolezze: quella del parlamentarismo, che è vecchia di cento anni, e quella del mercato, che è vecchia di dieci anni (in riferimento all’Europa, quanto meno). La soluzione del presidenzialismo autoritario, del rafforzamento degli esecutivi per vie decisionistiche e personalistiche, sta avanzando: ma ho l’impressione che sia una risposta solo superficiale alla crisi dell’impianto neoliberista delle nostre società: che cambi molto a livello politico (e non sempre nella direzione giusta) perché non cambi nulla a livello dei rapporti di potere nella società, nei rapporti di produzione e nelle tutele giuridiche del lavoro. Insomma, ho l’impressione che la spinta a destra “anti-sistema” sia l’ultima risorsa del “sistema”. Da Schmitt abbiamo imparato che la politica non esige solo ordine ma anche energia, ovvero che non c’è ordine senza energia; e io credo che l’energia per affermare un nuovo ordine non possa essere monopolizzata da un capo autoritario che si colloca in un rapporto mediatico-plebiscitario con le masse: la proiezione verticale dell’energia, della lotta, deve partire dal basso, e giungere in alto, al vertice politico, attraverso i partiti, o in ogni caso attraverso soggetti collettivi forti, situati e determinati, non “vuoti”. Senza soggetti politici collettivi non c’è democrazia. Nel ricostruire soggetti di massa c’è l’inizio della soluzione del problema – certo, anche le istituzioni vanno rinnovate –, ma anche la sfida più grande.

Schmitt as a great thinker of sovereignty would have been interested in our present political transformation. Are we in a ‘Polanyi moment’, as you have characterized it recently?

Come sostengo nel mio ultimo libro – Sovranità (Bologna, il Mulino, 2019) – e come è ormai opinione diffusa, noi siamo oggi in un «momento Polanyi». Abbiamo conosciuto l’invadenza del mercato, e il fallimento delle sue pretese di autoregolazione che in realtà hanno prodotto distruzione della ricchezza pubblica e disuguaglianze abissali di quelle private, così che il legame sociale è saltato, compromettendo la stessa democrazia e gettando gli individui nell’insicurezza economica ed esistenziale (il soggetto attivo e ricco d’energia presupposto e promesso del neoliberismo si è rivelato pura ideologia). E abbiamo conosciuto la risposta difensiva della società, che sta chiedendo – anche se confusamente, perché è ancora impregnata di ideologia neoliberista e individualistica – più sicurezza, più Stato, più regolazione politica per arginare il potere immenso delle forze economiche private e corporate, che non ha più una dimensione socialmente costruttiva e ordinativa. Il dramma è che oggi, come negli anni Trenta, questa richiesta di sicurezza, di freno al capitale senza freni e senza limiti, è intercettata dalla destra, mentre la sinistra – che esprime di fatto le minoranze che nell’attuale sistema vivono bene –  la nega, la irride, la giudica “fascista”. E la destra dà, come si è detto, risposte solo parziali, inadeguate. Propone sì una politica “forte”, ma contro i deboli e contro i diritti democratici; non certo contro le potenze economiche. Propone sì “ordine” – che è un concetto positivo – ma un ordine esteriore, superficiale, che lascia intatto, o che tocca solo marginalmente, il disordine e l’ingiustizia sociale.

The interpretations of Schmitt’s juridical thought have flourished tremendously in recent years. There is Schmitt the Catholic, Schmitt the concrete Crown-Jurist during National Socialism, Schmitt the ‘Leftist Antagonist’, as well as a reactionary counter-revolutionary Schmitt. Your strong reading, however, favors a thesis of a Schmitt that thinks the ‘origin‘(arche) of the political. Is this reading capable of giving us, in turn, the ‘most original’ of Carl Schmitt’s thought?

L’attuale enorme fortuna mondiale di Schmitt ha almeno due rami, quello angloamericano e quello “latino”, che rispondono a due modi differenti di vedere lo stesso problema: la crisi del liberalismo e della  liberaldemocrazia, che pure sembravano trionfanti sulle alternative di destra e  di sinistra. In diversi contesti politici e istituzionali, in diverse tradizioni politiche, e quindi con accenti diversi e con impegni disciplinari diversi, si cerca in Schmitt un’alternativa alle tradizioni politiche occidentali del XIX e del XX secolo. Ma questa alternativa non è tanto ideologica (Schmitt è, da questo punto di vista, un pensatore apertamente reazionario) quanto metodologica: la grandezza di Schmitt sta nella genealogia, cioè nella sua idea che per capire la politica si deve comprendere l’origine concreta di un concreto assetto di potere e di sapere. E si deve capire che questa origine non è un fondamento stabile, ma un’energia, uno squilibrio, un conflitto, che stanno dentro ogni ordine, che lo relativizzano ma anche lo tengono vivo; la concretezza, in Schmitt, viaggia sempre insieme al nichilismo. La scoperta teorica della «origine della politica» ha poi come contropartita una pratica che può essere tanto rivoluzionaria (attivare nel conflitto una nuova origine: le rivoluzioni, il potere costituente) ma anche la «politica dell’origine», cioè la difesa extra-legale, decisionistica, di un assetto politico esistente, attraverso il richiamo alla sua legittimità originaria come fattore stabilizzante contro i nemici interni (una stabilizzazione attraverso l’esclusione, quindi). Potere costituente rivoluzionario e «sistema dei presidi» sono entrambi presenti, necessariamente, in Schmitt. Questo giurista opera la più radicale de-costruzione storica e genealogica dello Stato: infatti è presente in lui oltre che la difesa autoritaria dello Stato anche il tentativo (in epoca nazista) di andare oltre lo Stato, di cui ha dimostrato la storicità e la relatività. Ed è anche il più duro difensore dello Stato: come tale, tra l’altro, è oggi grandemente apprezzato in Cina, il “terzo ramo” della sua fortuna, che sia pure a rimorchio della letteratura scientifica americana, lo utilizza per legittimare gli aspetti autoritari del sistema politico comunista.

Following up on the previous question on the ‘appropriations of Schmitt’ for ideological projects. What is your opinion of Left-Schmittianism? Is that a project too limited? I am thinking here of left Schmittianism in certain populist political theories…

Ci si può appropriare di Schmitt a scopi ideologici: egli stesso ha legato il proprio pensiero a ideologie (una di esse, nefasta). Ma la sua importanza sta nella genealogia. Sotto il profilo pratico, è importante la sottolineatura della necessità che la politica sia energia prima che istituzione, conflitto prima (e durante) l’ordine. Ciò può essere accettato anche da sinistra. Ma ci si deve intendere sul radicamento e sulla serietà di questo conflitto, e sulla intensità di questa energia. Non sono favorevole al “populismo” se questo è un insieme di significanti vuoti, se è una “protesta”, se il popolo non si determina (e si divide) concretamente in classe (lavoratrice, subalterna, oppressa); e non sono favorevole alla “democrazia agonistica” se con questo termine si indica una pratica di disobbedienza civile o di scomposti riots. Non le moltitudini ma la sovranità è ciò che è pensato da Schmitt, che è un pensatore radicale e strutturale: addomesticarlo o utilizzarlo metaforicamente è inutile. La sua forza è che mette di fronte alla politica intesa come aut aut; e ci dice che prima o poi l’ aut aut si presenta; e ci sfida a individuarlo qui e ora. Non è un pensatore della norma, della quotidianità, né del processo dialettico. Non è un benpensante né può essere arruolato nell’opposizione mondialista al capitale mondialista.

In Genealogía de la política there is a strong reading that favors ‘spatiality’. The notion of space was also important for Schmitt, which he linked to the Roman Catholic Church (Rome as raum). How important that we pay attention what Schmitt has to say about space for our epochal transformation?

Schmitt è il grande nemico dell’universalismo: tecnico, morale, giuridico, economico. Per lui, l’universalismo è una interessata negazione della politica; è potestas indirecta. Lo spazio liscio (il mare) non ha qualità politica: l’ordine politico esige il nomos, il porre confini in terra, il prendere per delimitare. L’ordine è monistico-dualistico all’interno, e pluralistico all’esterno. L’ordine esige confini e sovranità, e cioè il nemico reale, concreto; non il nemico-criminale, il pirata, il nemico dell’umanità. Il rapporto di Schmitt con la Chiesa cattolica, poi, è complesso: da una parte c’è il rifiuto dell’universalismo inteso come potestas indirecta; dall’altra c’è l’esaltazione per l’ordine che essa realizza con la complexio oppositorum, che però è da lui attribuita esclusivamente alla Chiesa mentre lo Stato ne è costitutivamente incapace (e infatti si fonda sulla decisione-esclusione-delimitazione); dall’altra ancora c’è l’apprezzamento per il radicamento dell’universale cattolico nella concretezza dei «luoghi» (a differenza del protestantesimo). Ma a quest’ultimo proposito Schmitt dà più peso a «Roma» che al cattolicesimo, esibendosi in una funambolica identificazione fra Roma e Raum, che ha solo valore metaforico. Ma certamente in generale per Schmitt la politica si dà nello spazio, sia come forma sia come conflitto: nello spazio dello Stato o dell’Impero (ovvero del Grande Spazio).

The crisis of technico-economical domination during the twentieth century was countered by Schmitt’s thought with a strong and contradictory (complexio oppositorum) notion of political. The political was to be understood as a restraining force (Katechon). However, is not the political also today ruined, lacking legitimacy, always already fallen to techne? Are we in a post-Katechon epoch?

Io non identificherei il «politico» con la complexio oppositorum: la complexio è una modalità di ordine politico che non ha bisogno del «politico» (inteso come rapporto amico-nemico) perché si fonda sull’auctoritas in senso forte, che però nella modernità non è a disposizione dello Stato. Il «politico» è al tempo stesso concretezza e conflitto reale; è il modo immediato dell’esistenza politica moderna e non è di per sé un katechon, perché il katechon è una forma (e una forza) che  trattiene appunto il conflitto. Ma certamente il «politico» è un conflitto che che provoca la decisione, che tende alla forma, pur senza mai poterla compiutamente raggiungere;  è una concreta e cosciente parzialità. E quindi è katechon di fronte al conflitto assoluto, insensato, meccanico, moralizzato, che si genera nel mondo universalistico della tecnica; a questo conflitto Schmitt oppone il partigiano, portatore di un conflitto concreto. Il conflitto (indeterminato) si frena col conflitto (determinato), insomma. In ciò Schmitt è analogo a Clausewitz, che analizza la guerra reale, non quella assoluta. In ogni caso, oggi siamo certamente in un’epoca che per certi versi è post-katechontica, in cui cioè il conflitto è slegato dal suolo e dai confini (si pensi al terrorismo). E tuttavia è anche vero che oggi si va configurando nel pianeta un nuovo ordine spaziale, fatto dall’equilibrio precario fra Grandi spazi semi-sovrani – o di grandi e medi Stati in competizione con le grandi imprese multinazionali, oltre che tra loro stessi –, in un’epoca che è ormai post-globale. E che perciò torna a essere politica.

Finally, Prof. Galli, as you yourself have written in Guerra Globale(2000), conflict and civil wars have intensified in our times, something that Schmitt understood very well in his later writings, but that now have become a spatial and concrete operation of governing anarchy. Is Schmitt’s thought still the conceptual horizon to grasp our problems, or do we need to move beyond Schmitt?

Io credo che si debba andare «con Schmitt oltre Schmitt». Cioè che si debba rinunciare al peso reazionario della sua ideologia, e che lo si debba ambientare in un’epoca precisa, la crisi tedesca degli anni Venti, la tragedia degli anni Trenta,  e la crisi europea degli anni Quaranta. Credo quindi che da Schmitt non si debbano trarre «leggi» né «regolarità» eterne della politica. Credo però anche che, dal punto di vista intellettuale, la sua genealogia sia un acquisto permanente del nostro modo di pensare la politica; Schmitt ci ha insegnato a pensare concretamente, a interpretare la politica in modo serio e drammatico, a non cercarvi fondamenti e  stabilità, pur nella consapevolezza che l’ordine è indispensabile; e anzi a leggere nel tempo del disordine e dell’anarchia i segni dell’ordine possibile (per il quale va spesa energia, a partire da un conflitto reale). Ci ha insegnato a non credere alle soluzioni facili e semplici, tecniche o morali o “narrative”, delle questioni politiche. A pensare agli ordini come realtà necessarie e al tempo stesso contingenti. A pensare alla politica come energia e come istituzione. E non credo che di questo insegnamento ci dobbiamo o ci possiamo liberare, benché oggi si viva in un contesto politico interno e internazionale molto mutato rispetto a  quello in cui viveva e scriveva Schmitt. Il suo pensiero è parte fondamentale  di ogni pensiero critico, che voglia lasciarsi alle spalle il normativismo, il funzionalismo, e il neoliberismo.

 

Intervista pubblicata il 2 maggio 2019 in «Cuarto Poder» e in «The Clinic»

 

Per i duecento anni di Marx

Questa riflessione su Marx deriva dal libro di Carlo Galli, Marx eretico, di prossima pubblicazione per la casa editrice il Mulino, Bologna.

 

 

Marx è un autore di metà Ottocento, che del proprio tempo condivide alcune idee di fondo: una concezione eroica della politica, in cui agiscono soggetti collettivi come la nazione e la classe; una proiezione al futuro, come fiducia nella possibile apertura di nuovi orizzonti dell’umanità; una robusta ammirazione per la potenza della scienza e della tecnica, per lo sviluppo economico che ne scaturisce, e per la forza espansiva sprigionata dalla civiltà industriale; una propensione a pensare in termini di sistema, per fronteggiare adeguatamente l’emergere della dimensione totale delle relazioni sociali e per individuarne «leggi» organiche di sviluppo. Quello di Marx è il pensiero forte di una personalità dotata, com’egli diceva di sé, di «aspirazioni universali». Che Marx veda con acutezza la contraddittorietà, l’ideologicità, la conflittualità e la parzialità dell’intera società moderna, non toglie che egli sia estraneo a nostalgie pre-moderne, a sensibilità post-moderne, a prospettive catastrofiche.

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La sua adesione alla modernità è, certo, un’adesione «critica». E non della «critica critica», impotente e subalterna, della sinistra hegeliana, contro cui si accanisce il sarcasmo distruttivo del giovane Marx, ma della «critica spietata di tutto ciò che esiste», la critica dialettica, la dialettica utilizzata come arma («le armi della critica» e perfino «la critica delle armi») e non come conciliazione.

Una critica a Dio, allo Stato, alla filosofia di Hegel che lo porta al «nuovo materialismo», al «solido terreno della realtà»; ma questa realtà è una contraddizione strutturale che ha la sua origine nei rapporti economici di produzione, e che ha la sua principale manifestazione nello sfruttamento, nell’estrazione di plusvalore (di profitto capitalistico) dal lavoro salariato, e nella estraneazione dell’uomo da se stesso e dal proprio lavoro.

L’obiettivo di Marx non è la società senza lavoro, ma la restituzione dell’umanità a sé, a partire dall’estraneazione presente. Il comunismo, la libera e razionale «cooperazione» dei produttori, è appunto il rapporto immediato fra uomo ed esistenza, è «l’effettiva soppressione della proprietà privata e la reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo». È «umanesimo positivo». Ma non è un progetto campato in aria, né un ideale vuoto e declamatorio; è il frutto di un’azione politica che non si perde in sogni, in utopie, e che non indugia in opportunismi ma anzi affronta apertamente quel conflitto di classe, quella guerra permanente fra capitale e lavoro salariato che struttura la società. Marx corregge la nozione di valore-lavoro, già presente nell’economia politica classica, per far emergere che nella produzione di merci è incorporato un rapporto sociale: un rapporto di espropriazione di plusvalore, prodotto socialmente e appropriato privatamente. L’obiettivo politico quindi è di espropriare gli espropriatori, di rifare la società a partire dall’ «abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente», di abolire la contraddizione tra la ricchezza della produzione e la povertà della società, quella contraddizione che ha reso il proletariato talmente misero che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, e di instaurare la «dittatura del proletariato», guida verso la realizzazione della libertà di tutti.

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Marx non ha scoperto per primo la lotta di classe, ma ha decifrato per primo il generarsi della politica nell’economia. Che la teoria del valore-lavoro sia da tempo rifiutata dagli economisti non toglie che la grandezza di Marx stia nell’avere mostrato ciò che anche oggi è sotto gli occhi di tutti, e cioè che l’economia capitalistica è un gigantesco processo di valorizzazione a vantaggio dei profitti e non dei salari, percorso da contraddizioni, dislivelli di potere, conflitti asimmetrici, che in essa si genera un dominio sociale e politico che coinvolge tutta la vita dell’uomo.

Marx coglie la centralità e l’instabilità del rapporto moderno fra economia e politica perché dell’economia privilegia la contraddizione e la crisi, cioè la componente umana, sociale, politica, e non il lato meccanico, o quello specialistico, disciplinare. Perché vede l’economia debordare da se stessa, e investire tutto l’umano, in modalità disumane. Perché dimostra che il capitalismo è potentissimo e al tempo stesso insostenibile; che quella borghese è «una civiltà scellerata, fondata sull’asservimento del lavoro». Perché nel gioco astratto delle grandezze economiche presunte «oggettive» sa vedere la violenza di classe, strutturale; e analizzando la ricchezza delle nazioni sa retrocedere fino alla sua origine, alle «doglie che accompagnano il parto della ricchezza».

Ma Il Capitale non è solo uno squarcio di storia del capitalismo in Inghilterra. È anche la scoperta delle logiche, delle linee di tendenza che innervano il sistema produttivo tipico della modernità. E queste logiche sono la sussunzione del lavoro nel capitale, la parcellizzazione del lavoro, la cooperazione coatta in fabbrica, lo sviluppo verso la macchina mentre il soggetto ne diviene appendice, l’aumento della produttività del lavoro, il colonialismo, la finanziarizzazione dell’economia, l’espulsione del lavoro dal processo produttivo, il formarsi dell’esercito industriale di riserva, il calo tendenziale del saggio di profitto, l’espansione illimitata del capitale a danno degli stessi capitalisti come singoli individui proprietari, la globalizzazione, e su tutte queste logiche la illogicità suprema: di essere un sistema produttivo, una società che non può realizzare se non nel caos e nell’oppressione crescente – e che quindi non può non tradire – le potenzialità che suscita e che mette all’opera. Tutto ciò non è confinato al XIX secolo, ma dice qualcosa anche all’oggi: sia pure percorrendo vie tortuose e impreviste, con scarti improvvisi e «mosse del cavallo», le logiche del capitalismo non hanno deviato di molto da queste indicazioni.

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La scoperta delle contraddizioni del capitalismo non comporta che di esse sia possibile la soluzione che ne ipotizzava Marx, e non consente, in realtà, una analitica prefigurazione del mondo futuro. La «vecchia talpa» scava – le contraddizioni interne del capitalismo si manifestano –, la direzione e l’orizzonte le sono noti, ma non sa dove rivedrà la superficie e la luce del sole.

E in effetti la vicenda politica del comunismo reale è stata, dopo tutto, un fallimento, ma non direttamente imputabile al pensiero di Marx quanto piuttosto alle logiche dello Stato autoritario in cui si è incarnato. Marx non appartiene all’album di famiglia dei fondatori di tirannidi, di Stati di polizia. Semmai, egli è stato frainteso per motivi opposti. L’idea di fondo di Marx, la razionalizzabilità del mondo e la scomparsa del dominio, l’idea che un altro mondo è possibile a partire da questo, ha subito una lettura semplificata. La ragione e l’azione sono state saldate tra loro dal desiderio, dal bruciante impeto dell’assalto al cielo, dall’epica marcia del Quarto Stato per «conquistare la rossa primavera». Ciò che è prevalso è stato l’empito verso il futuro, l’impulso all’umanizzazione del disumano. L’insegnamento di Marx è stato interpretato e semplificato come speranza da milioni e milioni di uomini e donne che hanno fatto del marxismo una profezia messianica di rango globale. Il marxismo è stato abbracciato soprattutto come la risposta delle genti alla ingiustizia del mondo, della storia. Hanno agito in questo senso un bisogno di credere, una pretesa di dignità, un’ansia di riscatto che oggi non hanno ancora trovato un sostituto. Ma, certo, mentre si faceva «religione» il marxismo spianava la strada anche al dominio di «sacerdoti» tanto spietati quanto, alla fine, inetti.

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Leggere Marx dopo l’Ottantanove, dopo la fine del comunismo, significa avere attraversato gli anni dell’oblio, gli anni che hanno proposto Marx quale responsabile del comunismo reale e dei suoi errori ed orrori. E significa accettare che non esiste un soggetto eroico in grado di rovesciare il mondo, e che non è più praticabile la certezza su cui Marx si fonda: che ciascuna epoca pensa i problemi di cui ha la soluzione.

Marx da gettare alle ortiche, quindi? Proprio no. Senza Marx non si può organizzare una nuova teoria critica. La sua capacità di smascherare l’ideologia è un esorcismo contro l’egemonia del neoliberismo da cui derivano strutturali fratture e inceppamenti della società, disuguaglianze e ingiustizie, nonché paurosi dislivelli di potere fra ceti e fra aree del mondo. Certo, i fattori e le modalità dell’oppressione non stanno solo nella forma di produzione ma nelle molte contraddizioni, non sistematizzabili e non dialettizzabili, non tutte necessariamente di origine economica anche se a questa variamente accostabili, di cui è intessuta la vita delle società, delle persone e delle nazioni: le linee di frattura dell’inconscio, del genere e del colore, la scomparsa della soggettività (anche di quella operaia) nell’età dell’individualismo passivo, l’antagonismo sistemico fra capitalismo e ambiente, le coazioni proprie del ‘politico’, le pulsioni identitarie fondamentalistiche ed essenzialistiche che si manifestano in società decostruite e atomizzate. Il pensiero di Marx – nessun pensiero – può risolvere queste contraddizioni, ma, insieme ad altre linee critiche, può denunciare la scissione là dove il neoliberismo esige che non venga neppure menzionata, e dove gli stessi soggetti coinvolti stentano a prenderne coscienza.

Inoltre, anche il pensiero di Marx serve a incontrare energie di liberazione, a comprendere e suscitare lotte e alleanze che uniscano l’emancipazione dall’alienazione economica con altre emancipazioni. Serve a valorizzare lo spirito d’iniziativa politico, contro la passività; e ad assecondare le emergenze – ciò che non si lascia sommergere – contro il potere dell’eccezione divenuta norma. In Europa e fuori d’Europa.

Marx è l’ultima voce della filosofia tedesca che cerca di tenere insieme il movimento moderno della storia e della produzione globale – le loro contraddizioni e parzialità – con la liberazione umana universale. E oggi se è impraticabile l’obiettivo che egli si proponeva, di assumere il mondo nel pensiero e nell’azione come un sistema di scissione strutturato da un’unica contraddizione strategica, nondimeno egli resta un «classico», ancora operante almeno in quanto è sempre affacciato sulla denuncia e sulla ribellione. Il suo pensiero è oggi un elemento di ogni realismo critico.

Ancora oggetto di interpretazione nei contesti più svariati – dall’America Latina al mondo post-coloniale, dalla Cina (dove in parte è servito a organizzare lo Stato) all’Occidente (dove è servito a criticarlo) – e ancora associato a populismi e ad autoritarismi, a serpeggianti inquietudini e ad aperte ribellioni, ma anche a tentativi di nuove costruzioni statuali, Marx non è la fonte unica della verità, la sorgente della prassi corretta, la speranza dei veri credenti, la via maestra per risolvere le contraddizioni. È più un reagente che un agente, un precursore (in senso chimico) da associarsi ad altre sostanze, un detonatore più che una deflagrazione. Eppure, non è soltanto un brano di storia intellettuale europea, divenuto ormai patrimonio della civiltà del mondo intero: è un ingrediente indispensabile, anche se non esclusivo, per chiunque non accetti che il futuro sia del tutto in mano alle oligarchie economiche, e per chiunque creda che la parte maggioritaria della umanità possa riprendere l’iniziativa su se stessa, da se stessa.

 

Il testo è stato pubblicato in «Patria indipendente» il 18 maggio 2018

La colpa e il debito

 

Proviamo a ragionare partendo dai dati esistenti. L’articolo 81 della Costituzione, prima della riforma, diceva:

«Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte».

Sono poche righe, e sono scritte in lingua italiana. Il nuovo testo, approvato dalle Camere nell’aprile del 2012, recita:

«Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.
Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.
Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.
Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale».

Questo testo non è scritto in italiano, ma in una lingua straniera, nemica. È la lingua di un trattato internazionale firmato da uno Stato (il nostro) che ha perduto una guerra; un testo ricattatorio firmato sub vi ac metu, sotto la pressione della violenza e della paura. Là c’è la lingua libera degli uomini liberi; qui c’è la lingua specialistica che ci è stata imposta. Perché? Che cosa è successo?

L’articolo 81 della Costituzione non recepisce il fiscal compact: costituzionalizza una serie di principi che stanno alla base della costruzione economica dell’Europa dopo il 1992, da Maastricht in poi, con l’obiettivo di uniformare le filosofie sociali, politiche ed economiche degli Stati che fanno parte dell’euro, perché queste filosofie e i loro esiti applicativi non divergano troppo. La divergenza si misura attraverso lo spread; se essa è eccessiva, l’euro potrebbe spaccarsi, tranne che non si arrivi prima con i «carri armati» – cosa che è stata fatta in Grecia e che è stata possibile per le dimensioni relativamente piccole dell’economia di quel Paese; con l’Italia non si può fare, data l’entità del nostro sistema economico-produttivo -. Quindi, la preoccupazione degli Stati europei che fanno parte dell’euro (ricordiamo sempre che parliamo di Stati) a che questa moneta comune non collassi ha portato a vari accordi per uniformare le logiche con cui sono costruiti i bilanci statali. Questo avveniva nel 2011, l’anno dello spread; della cacciata di Berlusconi; della intronizzazione di Monti; e della revisione dell’articolo 81, che viene portata a compimento nei primi mesi del 2012, poco prima che gli accordi intergovernativi a livello europeo che hanno dato origine all’articolo 81 fossero formalizzati nel cosiddetto fiscal compact. Detto in altre parole, il nuovo testo dell’articolo 81 non recepisce direttamente il fiscal compact, ma la filosofia sociale, politica ed economica di fondo che sta dietro tanto alla costruzione dell’euro in quanto tale, quanto agli accordi del 2011, quanto al trattato che viene definito fiscal compact del 2012. Oggi la questione è se costituzionalizzare anche il fiscal compact, modificando ulteriormente l’articolo 81, aggravandolo – prima ipotesi -; oppure – seconda ipotesi – non lo si costituzionalizza, ma lo si inserisce all’interno dei trattati costitutivi dell’Unione europea, poiché formalmente non ne fa parte (come dire: c’è l’Unione europea, e poi, a lato, è stato fatto un trattato chiamato fiscal compact); infine – terza ipotesi – non ci si pensa nemmeno.

Ma anche se non è costituzionalizzato, il fiscal compact è un trattato a cui l’Italia ha aderito. Vediamo che cosa dice. Formalmente è il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria approvato il 2 marzo 2012 da 25 degli allora 27 Stati membri dell’Unione europea, e non sottoscritto da Regno Unito e Repubblica ceca. Come la riforma del 2011 (quella che ha generato l’articolo 81 e che, sostanzialmente, rende automatiche delle sanzioni per chi viola i parametri fondamentali di Maastricht, il 3% di deficit annuo e il 60% di debito sul PIL), anche questo trattato internazionale è stato fortemente voluto dalla Germania. Esso perfeziona e aggrava i trattati del 2011, prevedendo l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio, che noi abbiamo già messo in Costituzione – e si badi bene che dal punto di vista della dottrina economica questa è solo una tesi fra le altre – riservandoci però di inserire, con deliberata scaltrezza, nel testo approvato non il concetto di «pareggio» ma quello di «equilibrio» di bilancio – il che naturalmente provoca l’orticaria dei super-ortodossi -. Poi, oltre all’obbligo del pareggio di bilancio, il fiscal compact impone che il deficit pubblico strutturale non superi lo 0,5% del PIL annuale (cioè, se proprio lo Stato deve spendere più di quello che guadagna la differenza può essere al massimo lo 0,5%). La disciplina di bilancio alla quale in Italia si è voluto dare valore costituzionale nasce dall’idea che il debito pubblico (cioè lo stock consolidato di deficit annuali dall’inizio dell’umanità a oggi che ci portiamo dietro) derivi dalla nostra – italiana, cattolica, mediterranea, meridionale – abitudine di fare come le cicale e non come le formiche. Per questa nostra «colpa» dobbiamo pertanto ridurre – sulla base di cifre scelte in maniera assai discrezionale dalle élites politico-economico-finanziarie dominanti in Europa – ogni anno un ventesimo del debito che eccede il 60% del PIL. Che – con un debito pubblico che ormai sfiora i 2.300 miliardi di euro – significa dover smaltire ogni anno una cifra esorbitante. Inoltre, mentre il trattato di Maastricht aveva stabilito che effettivamente si poteva fare ogni anno un deficit del 3%; adesso, invece, si può fare al massimo lo 0,5 % di deficit e si può avere un debito al massimo del 60% del PIL. Arrivati a questo punto è chiaro che il prezzo della costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio è la distruzione della società. In alternativa, il PIL del nostro Paese dovrebbe registrare una crescita tanto forte da abbattere i rapporti. Se noi, ad esempio, facessimo un PIL di 10.000 miliardi l’anno, come gli Stati Uniti, è chiaro che avere 1300 miliardi di debito sarebbe niente, un ottavo del PIL. Ma, poiché il nostro PIL viaggia sui 1800 miliardi l’anno, non ce la faremo mai. Il fiscal compact prevede, poi, delle correzioni automatiche, ovvero dei meccanismi automatici di correzione simili al cut off negli Stati Uniti. E, infine, il trattato del fiscal compact prevede l’obbligo di tenere almeno due vertici l’anno per tenerci sotto controllo.

La riforma dell’art. 81 è stata votata da un’amplissima maggioranza politica (con poche eccezioni) nella XVI legislatura. Nella XVII non ci siamo più andati attorno, ma io ricordo bene quanti, a sinistra, rivendicavano con orgoglio «Abbiamo fatto bene. Andava fatto». Vediamo se, almeno adesso, qualcuno arriverà a collegare lo sviscerato amore che oggi i cittadini portano allo Stato, alla democrazia e all’Europa alle conseguenze di quella decisione; a cogliere l’esistenza di un rapporto di causa-effetto, anche indiretto, fra questo trattato di pace, e il fatto che abbiamo la destra che arriva da tutte le parti, metà degli italiani che non va a votare e metà della metà che vota per partiti antisistema. È chiaro: davanti al fallimento della destra economica, che distrugge le società occidentali, interviene la destra politica, per il buon motivo che la sinistra pare non interessata a giocare. O, se proprio deve giocare, gioca con la destra economica. Questa è la realtà.

Ma intanto in questa campagna elettorale, che pareva orientata alla tematizzazione forte del rapporto Italia-Europa – che vuol dire Italia-Maastricht, Italia-euro, Italia-fiscal compact, e anche Italia-articolo 81 -, di fatto, si sta parlando di tutt’altro. E del tutto illusoriamente, perché – stando alle richieste della Commissione europea all’Italia, e da questa non ancora ottemperate, di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare che il bilancio 2018 sia in linea con il patto di stabilità – ci si attende, per marzo-aprile, una manovra correttiva che ci costerà quattro o cinque miliardi. Infatti, nonostante la riduzione concessaci dello sforzo strutturale richiesto, dallo 0,6% allo 0,3% del rapporto deficit/PIL, la correzione del deficit strutturale italiano, in legge di bilancio, risulterebbe nel 2018 pari solamente allo 0,1%. È molto probabile, quindi, che subito dopo le elezioni la Commissione torni alla carica con la richiesta di misure correttive. A questo va aggiunta la nuova legge di bilancio da approvare in autunno 2018, che sconta l’esigenza di non far scattare i meccanismi automatici di aggravamento dell’imposizione indiretta (cioè bisogna trovare altri 15 miliardi).

A questo punto, la domanda è: perché è successo tutto ciò? La risposta è che la realtà di oggi è il frutto avvelenato della globalizzazione in Occidente, maturato in Europa con la caduta del muro di Berlino e la riunificazione della Germania, voluta da Stati Uniti e Unione Sovietica, ma temuta dalla maggior parte degli Stati europei. Come sanno bene inglesi e francesi, una volta riunificata la Germania è un problema: perché è un Paese grande e molto civilizzato; perché è (o meglio era) un Paese stabile; perché è un Paese che si è dotato di una filosofia sociale, economica e politica che si chiama ordoliberalismo, conosciuta anche – in linguaggio politico – come «economia sociale di mercato», e – in linguaggio storico-accademico – come Scuola di Friburgo. A livello giornalistico si diceva, giustamente, che la Germania rappresentava un modello di capitalismo diverso dal resto del mondo: il cosiddetto «capitalismo renano». Si deve capire che in Europa non c’è il neoliberismo: c’è l’ordoliberismo, che è stata la risposta europea al neoliberismo, ovvero allo scatenamento della globalizzazione (prima di tutto finanziaria, ma anche fondata sulla delocalizzazione produttiva); alla immissione sul mercato mondiale del lavoro di trecento milioni almeno di cinesi, che lavoravano a un decimo del nostro costo del lavoro. La riunificazione tedesca allarmò le cancellerie di mezza Europa. Storicamente, infatti, la Germania non è mai stata un Paese del tutto occidentale, tranne, per forza di cose, dopo la Seconda guerra mondiale la Repubblica Federale Tedesca. È un Paese in bilico, proiettato molto a Est, che guarda con interesse alla Russia. Dopo la riunificazione delle due Germanie, qualcuno in Europa – e cioè inglesi e francesi, che ancora ricordano la storia -, temendo il ritorno della «solita» politica tedesca, oggi magari non in chiave di potenza aggressiva ma di semi-neutralismo, una politica potenzialmente lesiva degli interessi degli altri Stati del continente, ha pensato di tenere la Germania legata all’Europa tramite la moneta comune. Una possibilità sempre osteggiata dai tedeschi in nome della «sacralità» del marco, il frutto dell’ordoliberalismo, e infine da loro accettata solo perché la «nuova» moneta – l’euro – è stata congegnata per essere in tutto e per tutto – nei presupposti ideologici, nella tenuta dei conti, nel modello di società che viene previsto, nella stabilità politica come bene supremo – identica al marco. Per cui, quasi tutta Europa, Italia compresa, ha deciso di adottare il marco/euro. Una scelta costosa, ma non per tutti. Per i tedeschi, che l’hanno inventato, non lo è. Dopo il 1929, quando hanno visto i disastri del capitalismo selvaggio e anarchico, e dopo il 1933, quando hanno visto il nazismo, i tedeschi hanno capito che il cattivo capitalismo produce cattive crisi: il nazismo è una delle cattive possibili uscite dalla crisi del capitalismo. Cattive uscite dalla crisi del capitalismo, oltre al nazismo, sono, ça va sans dire, il socialismo, e «il piano». Insomma, l’ordoliberalismo nasce avendo come nemici il paleoliberismo, la pianificazione e il socialismo/comunismo.

In che cosa si differenzia dal neoliberismo? Il neoliberismo, che è neomarginalismo, è una filosofia politica, sociale ed economica a base essenzialmente individualistica (fondata su quel liberismo che Marx definiva «libera volpe in libero pollaio»): i soggetti che abitano la società sono delle macchine individualistiche calcolanti la massimizzazione dell’interesse e dell’utilità. La società è fatta di atomi in grado di calcolare gli effetti benefici o negativi delle interazioni che liberamente ciascuno di essi pone in essere con ciascun altro di essi. I soggetti sono tutti razionali, tutti informati, tutti miranti alla massimizzazione del proprio utile. Non c’è possibilità che le interazioni sfocino nell’anarchia; un ordine – un equilibrio – si forma sempre: è fatto di chi vince su chi perde, e non esiste ordine migliore. Ogni tentativo di governare politicamente le interazioni sociali produce, infatti, effetti peggiori che non lasciare essere le interazioni sociali. Questo è nella sua essenza il neoliberismo, nella formulazione di Hayek. Gli ordoliberisti hanno, come i neoliberisti, la più alta venerazione del mercato, e credono fermamente che dire mercato e dire società sia la stessa cosa. Ma, al contrario dei neoliberisti, non ammettono che la società sia fatta di individui, ma ritengono – in linea con la tradizione organicistica tedesca – che essa sia fatta di corpi (i corpi sociali, i corpi storici, i corpi economici). Una concezione che, però, non cade nel corporativismo, ma si proclama fieramente pluralista – di pluralismo economico, s’intende, non politico. In politica gli ordoliberisti credono nello Stato – . L’ordoliberalismo accetta l’equazione «mercato uguale società»; nega l’esistenza del conflitto di classe, che fornisce una lettura sbagliata della società; e afferma che il capitalismo funziona solo quando è rispettata la sua legge fondamentale: la concorrenza. Ma, poiché la concorrenza è fra imprenditori che hanno la tendenza a costituire cartelli o monopoli, per gli ordoliberisti è necessaria l’esistenza dello Stato allo scopo di impedire che il movimento del capitalismo si blocchi. Dunque, non uno Stato che interviene, che pianifica, che regola i prezzi; ma uno Stato che sanziona chi ferma la macchina capitalistica, la quale va pensata non come una contrattazione permanente fra individui, ma come un equilibrio dinamico di corpi. Politica economica mai; politica industriale mai. È il mercato che decide, le forze imprenditoriali e sindacali che decidono.

È dogma del neoliberismo e anche dell’ordoliberalismo quella che Schmitt chiama Unterscheidung, la distinzione fra economia e politica (in un testo del 1932 molto lodato dagli ordoliberisti). Naturalmente, questa distinzione è già un atto politico. Schmitt per primo sapeva che l’economia è in realtà piena di politica. E quindi la distinzione fra economia e politica è un atto politico, e lo Stato che non interviene in economia sta facendo politica. Quello che gli ordoliberisti vogliono è questo tipo di intervento/non intervento, e non l’intervento pianificatorio dell’esecutivo.

Conoscere l’ordoliberismo – le sue origini, finalità, implicazioni politico-ideologiche – è per noi oggi indispensabile, perché con esso ritorna lo Stato e, insieme, ricompare finalmente l’idea che la società è complessa. Esso afferma, infatti, che esiste una lettura (marxista) della società che vede in quella complessità l’esistenza di una contraddizione; una visione per gli ordoliberisti sbagliata, che deve essere eliminata. Come deve essere eliminata quella visione che afferma che al mondo esistono solo gli individui. Insomma, l’ordoliberismo è un sistema economico, politico, sociale, che taglia le ali estreme con due obiettivi che sembrano contradditori, e non lo sono: stabilità e dinamismo. Stabilità politica: eliminazione degli estremisti, poiché chi dà un’interpretazione conflittuale della società è un nemico della società. E dinamismo: l’economia deve girare, non si deve bloccare. Niente, nemmeno la libertà, deve bloccare il movimento della macchina capitalistica. Quindi, no alla libertà di sciopero; no al conflitto; no all’idea di costruire un’economia trainata dalla domanda interna e dalle relative rivendicazioni sindacali. L’economia tedesca, infatti, non è trainata dalla domanda interna ma dalle esportazioni; anzi, lo slogan è: “moderazione salariale”. I sindacati sono cooptati nei consigli delle grandi imprese – la Mitbestimmung -. In Germania ci potrebbero essere salari del doppio rispetto a quelli di adesso, ma se ci fossero salari doppi ci sarebbe l’altro nemico terribile: l’inflazione. La crescita dei prezzi messa in moto da salari più alti porterebbe all’aumento dell’inflazione. Insomma, i tedeschi detestano gli estremisti, l’instabilità politica e l’inflazione, perché le hanno conosciute. Sono, o meglio erano – quando erano davvero tedeschi -, estremisti per natura: quella che si chiamava deutsche Tiefe (la profondità tedesca), la capacità di andare alla radice, vuol dire essere estremisti. L’instabilità politica l’hanno inventata loro, praticamente, con la repubblica di Weimar. L’inflazione l’hanno conosciuta fino al 1923, non ha generato il nazismo (che nacque dalla disoccupazione di massa) ma ha trasmesso un’idea di disordine, di imprevedibilità dell’esistenza, che dopo due guerre mondiali perdute non vogliono più conoscere. Pertanto, dalla fine della Seconda guerra mondiale la politica tedesca è stata orientata al perseguimento della crescita economica, fondata sulle esportazioni e sulla stabilità garantita dal marco e dalla pace sociale. L’ordoliberalismo è nato, fra il 1932 e il 1940, grazie a intellettuali come Eucken, Röpke, Böhm, Müller-Armack, alcuni dei quali lavoravano nel ministero dell’economia nazista, pur non essendo nazisti ma semplicemente dei burocrati – del resto, l’economia nazista prima della guerra era un’economia all’ingrosso keynesiana, e durante la guerra era semplicemente un’economia di rapina (cioè rubavano tutto, compreso l’oro delle banche centrali) -. Poi, nel dopoguerra a impiantarlo nella realtà fu Erhard, il ministro dell’Economia nel governo di Adenauer.

Quando siamo entrati nell’euro abbiamo abbracciato questo universo, e ci siamo impegnati a pensare e a vivere come tedeschi avendo una storia e un sistema economico completamente diversi. A questo servono «le riforme»: a entrare pienamente nel mondo ordoliberale e a eliminare tutto ciò che blocca il dinamismo del capitalismo, come le letture estremistiche della società, che però in Italia sono scomparse da almeno quarant’anni, e come – e qui sta il punto – i diritti, quel paletto che stabilisce che cosa si può o non si può fare. Soffocare i diritti, quindi, non in nome del neoliberismo, ma dell’ordoliberismo, cioè di una severa disciplina di bilancio posta in essere da uno Stato occhiuto guardiano dei conti pubblici e nemico di chiunque si collochi all’interno della macchina capitalistica per bloccarne il funzionamento. Rinunciare alla spesa pubblica in deficit, alla politica economica, al traino della domanda interna. Rinunciare alla centralità del lavoro, pur costituzionalmente sancita, in nome della centralità del mercato (neoliberismo) e dei conti pubblici (ordoliberalismo).

Quando Gentiloni dice «siamo quelli che hanno avuto il tasso di esportazioni più alto di tutta l’Europa» sta affermando che un pezzo del sistema economico italiano è in grado di rispondere alle esigenze neomercantilistiche dell’ordoliberalismo: i soldi stanno fuori, e li si deve prendere secondo il principio beggar-thy-neighbour (impoverisci il tuo vicino) – ogni Mercedes venduta in Italia, ad esempio, sono soldi italiani che vanno in Germania -. Incidentalmente, tutto ciò smentisce le affermazioni che bollano le politiche di Trump come protezionistiche, e quelle di Angela Merkel come liberoscambiste. In verità, Germania e Cina hanno surplus enormi della rispettiva bilancia commerciale, perché in entrambi i Paesi impera l’idea che bisogna tenere basso il livello salariale all’interno, produrre bene, e vendere a caro prezzo all’esterno. E oggi gli Stati Uniti non paiono più disposti ad accettare un sistema di scambi che genera i surplus commerciali di Germania e Cina, a cui chiedono di aumentare la domanda interna e di non scaricare tutta la propria potenza economica sull’esportazione.

Queste sono oggi le questioni radicali in campo. Bisogna dire che i tedeschi, per rispondere efficacemente al dilagare della globalizzazione, hanno molto modificato il proprio ordoliberalismo, con le riforme Schröder-Hartz del 2003-2005, che hanno rimesso in moto l’economia tedesca (inventando, ad esempio, i mini-jobs, cioè lavori sottopagati). Con l’implementazione del Piano Hartz è stato di fatto introdotto nell’ordoliberalismo un sistema di ulteriore mortificazione del lavoro che ha un po’ scosso le fondamenta politiche del consenso, tanto che adesso per tenere in piedi il sistema i tre partiti che normalmente si facevano concorrenza – la bavarese Unione Cristiano-Sociale (CSU), l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) – sono costretti a governare insieme. Tutto questo è un problema: i tedeschi – che hanno visto funzionare l’ordoliberismo quando questo era immerso nel mare keynesiano del secondo dopoguerra – adesso che tutto il mondo è diventato neoliberista, cioè cattivo e affamato, hanno dovuto introdurre degli elementi destabilizzanti nel proprio sistema; il che produce gravi problemi. Perché, è bene ricordarlo, non c’è niente di peggio che una Germania instabile.

Due sono i modi per venire fuori da ciò: uscirne, ma non si riesce a calcolare i costi, politici oltre che economici; oppure pregare che il PIL cresca sempre (non all’1,5%, ma al 3,5% tutti gli anni), e che questo aumento del PIL non sia tutto a vantaggio dell’1% più ricco della popolazione. Mettendo insieme tutti questi se e ma, abbiamo i problemi politici del nostro Paese dei quali nessuno parla, o se ne parla poco perché non si sa come venirne fuori. E gli italiani, compresi i politici, preferiscono pensare al taglio delle tasse, o agli 80 euro (che sono una misura più neoliberista che ordoliberista, perché Renzi è così), o agli opposti estremismi, o agli scontrini: non c’è al momento una mezza idea su come venirne fuori. Sono tutte idee occasionali (come, ad esempio, sforare i parametri, disobbedire ai diktat, e poi vedere che cosa succede).

C’è un tasso di incertezza sulle questioni radicali che fa male, soprattutto perché il nostro futuro non appartiene a noi. Che politicamente vuol dire che, aderendo ai trattati istitutivi dell’Unione europea ed entrando nell’euro, abbiamo perso un importantissimo pezzo di sovranità, e il nostro futuro è appeso oggi alle reazioni che ai nostri comportamenti avranno i nostri partner. Confrontarsi col mondo è sempre stato necessario: ma oggi abbiamo rinunciato, come Stato, a molti gradi di libertà. Abbiamo abbracciato una visione ideologica nella quale il debito è colpa, Schuld: se lo fai, devi sapere che c’è qualcuno al quale devi chiedere permesso e che questo qualcuno te lo può anche negare. Di solito te lo concedono, ma è una limitazione grave. Anche perché i mercati hanno metodi di punizione severissimi: lo spread (va anche detto che in realtà credevamo che gli obblighi assunti si potessero aggirare: e infatti nella XVII legislatura abbiamo votato, a maggioranza assoluta, tutti gli anni la deroga all’equilibrio di bilancio, che lo stesso art. 81 prevede, come eccezione).

La Corte costituzionale tedesca ha affermato la supremazia della Costituzione tedesca sopra ogni altra fonte normativa. In Italia si accetta invece la demonizzazione del «sovranismo». Di fatto, la parola «sovranismo» non esiste: ci sono coloro i quali difendono il primato della Costituzione, che è stato l’atto sovrano per eccellenza; e coloro i quali dicono, invece, che la Costituzione è stata superata dalla globalizzazione. Una decisione va presa.

La cosa che dobbiamo sottolineare è che la decisione non è mai stata posta come tale davanti alla pubblica opinione, e non è mai stata discussa in Parlamento in modo esplicito, con qualcuno che spiegava tutte le conseguenze. La post-democrazia è questa: che il grosso della decisione è stata presa all’infuori dei canali istituzionali della democrazia, ma anche di quelli extraistituzionali fondamentali: la libera stampa, la pubblica opinione. Una delle tappe iniziali è stata fatta con una lettera: il cosiddetto «divorzio» fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia è stato fatto con una lettera di Andreatta a Ciampi nel 1981. Poi, dopo si dice che il debito pubblico è raddoppiato negli anni Ottanta, perché tutti i politici compravano il consenso degli italiani con leggi di spesa. È vero, però il «divorzio» fra Tesoro e Banca d’Italia è stato fatto sulla base del principio fondamentale di tutti i liberismi di questo mondo – neo, vetero, paleo, ordo -: l’economia in generale, e l’economia monetaria in particolare, non devono avere il minimo rapporto con la politica; sono regni autonomi, santissimi, intoccabili. L’economia agli economisti o ai capitalisti; mai ai politici, che sono delinquenti, clientelari, pasticcioni. Quei pochi borghesi italiani che pensano hanno sempre teorizzato la necessità del «vincolo esterno», perché questo Paese non è capace di agire in termini europei, in termini moderni. Le plebi meridionali e i sindacalisti settentrionali congiurano contro la modernità. I comunisti e i democristiani sono uguali, pensano soltanto a pigliarsi i voti con le clientele, spendendo i soldi. Ci vuole il «vincolo esterno». E il «vincolo esterno» è l’euro; una panacea, per i suoi difensori; un male minore per quasi tutti: una piccola (?) riduzione dei diritti oggi, per evitare una tragedia domani. Un sacrificio che è un investimento per il futuro dei nostri figli, poiché noi abbiamo molto peccato.

E intanto, a furia di sacrifici, la società si trasforma in una giungla, e la democrazia si perde nella sfiducia generale, nel rancore, nella infelicità. E la politica non sa più che fare, e tira a campare. Finché non la riprendiamo nelle nostre mani.

 

 

Il testo deriva dall’intervento, rielaborato e corretto, tenuto da Carlo Galli il 3 febbraio 2018 a Ravenna, in occasione dell’incontro La colpa del debito. Articolo 81 della Costituzione e Europa, organizzato da CGIL Ravenna; Libertà e Giustizia. Circolo di Ravenna; Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna, Bagnacavallo, Faenza; Coordinamento per la Democrazia Costituzionale della provincia di Ravenna.

 

 

 

 

La democrazia sostanziale di Giuseppe Dossetti

Sostanziale, integrale, effettiva, reale: la democrazia secondo Dossetti non può essere solo formale, né solo politica, né solo economica e sociale; deve anzi superare la moderna divisione (con altro lessico, l’alienazione) fra questi ambiti per essere umana, genuina, morale. Deve essere cioè una autentica rivoluzione, non un prolungamento del liberali­smo che diviene di massa. Da qui alcuni giudizi parzialmente critici di Dossetti sulla Costituzione italiana – alla cui redazione egli ha pure autore­volmente contribuito – che a questa rivoluzione si orienta senza portarla fino in fondo (benché alla Carta vada riconosciuto il grande merito di essere, in linea di principio, radicalmente innovativa).

Questa è la tesi politica complessiva di questi scritti, culminanti nella relazione del 1951 su Fun­zioni e ordinamento dello Stato moderno. Una tesi che va decifrata e contestualizzata, e misurata sulle discussioni attuali intorno alla democrazia.

Sono innanzitutto evidenti gli influssi tanto di Maritain quanto di Gemelli, elaborati in modalità originali. Dall’umanesimo integrale del primo, Dossetti riprende la critica al liberalismo come ci­fra dell’intera età moderna, caratterizzata dall’idea che la libertà – in pratica coincidente con la libertà di pensiero e con il diritto di proprietà – sia una qualità autonoma del soggetto, in sé chiusa, del quale costituisce l’origine e il fine; e dall’idea che attorno ad essa debba ruotare lo Stato moderno, il quale a sua volta è “agnostico” sui fini e si affida a una presunta capacità umana di produrre l’utilità collettiva attraverso il perseguimento dell’utilità privata, mescolando così una sorta di ottimismo antropologico (la libertà moderna come produttri­ce di bene) a un pessimismo sulle strutture sociali e politiche (ritenute oppressive quando non rese meramente neutrali). La modernità è nichilistica, per Dossetti: nega la natura delle cose, e le pensa tutte interamente plasmabili dall’uomo e tutte traducibili in merci; azzera i diritti storici concreti, le mediazioni sociopolitiche reali, e immagina una società priva di fini che non siano individuali; fa dello Stato una macchina che consente ai privati di creare autonome istituzioni giuridiche impersonali e di fatto incontrollabili (le grandi corporations), mentre si ferma davanti ai diritti economici dei possidenti, gli unici che siano valorizzati come assoluti e intoccabili. Da questo punto di vista, il marxismo non è, per lui, una «calunnia» contro la borghesia.

Una variante di questa posizione epocale è data dalla prospettiva, politicamente ma non qua­litativamente opposta, che vede la libertà radunarsi tutta nello Stato, il quale da mezzo diviene così fine a se stesso e unico protagonista della storia, in con­trapposizione all’individuo. Lo Stato moderno è o troppo o troppo poco.

Si tratta di temi diffusi nel pensiero cattolico, in parte risalenti a Lamennais, declinati da Dossetti in chiave democratica, con un’attenzione alla rappresentanza politica non solo dell’ideologia, dell’opinione e degli interessi individuali, ma an­che (in una seconda Camera) dell’articolazione concreta della società nei suoi corpi intermedi (tema, questo, di derivazione, tra l’altro, gemelliana, ma lontano, per quanto riguarda Dossetti, da declinazioni corporative).

Allo Stato moderno Dossetti contrappone uno Stato né totale né corporato, ma «nuovo», che abbia come perno teorico la capacità intensamen­te politica di orientare, o «finalizzare» la libertà, ovvero di attuare la reformatio della società senza pretendere di crearla ma certo caricandosi del dovere di plasmarla, fino a farla diventare il cuore della vita associata: uno Stato, insomma, in grado, con la propria carica politica, di «assoggettare» l’economia, ovvero di rendere effettuale, con il potere politico, il controllo sociale su di essa, e di andare perfino al di là dell’interventismo statale contingente per giungere, attraverso la lotta contro le grandi concentrazioni di potere economico, fino alla dimensione del «piano». Uno Stato, quindi, non pensato attraverso lo statalismo giuridico formale, e che anzi da una parte è strumento, e pertanto realtà storica né prima né ultima – tale realtà è semmai, nella dimensione terrena, la per­sona ovvero il bonum humanum simpliciter –, ma che dall’altra si carica di una politicità che è anche socialità e moralità (non eticità nel senso gentiliano, certamente): la moralità della politica consiste nel combattere il male individualistico, l’egoismo, la cecità.

La prospettiva di Dossetti non è Stato-centri­ca. Semmai, sta nel rapporto con la trascendenza. L’ Assoluto, infatti, non è assente dalla riflessione di Dossetti ma non certo in modo tale da generare un fondamentalismo, sì piuttosto come una fonte d’ispirazione e di tensione o, se si vuole, come una fonte d’energia per un agire politico umano e con­creto, per quella “democrazia sostanziale” che è il volto storico del cristianesimo. L’apertura alla tra­scendenza è l’origine della possibilità che la libertà si apra all’altro, non si chiuda nell’egoismo. L’obiettivo politico di andare oltre la democrazia for­male borghese – una democrazia solo politica che lascia intatte le disuguaglianze e i centri del potere economico nella società, così che permane sempre la distanza fra istituzioni politiche democratiche e realtà sociale oligarchica – può essere posto, secondo Dossetti, soltanto attraverso una radicale reinterpretazione umanistica e cristiana della mo­dernità, del suo pensiero, dei suoi istituti giuridici, della sua alienazione strutturale. Una prospettiva che è certamente ispirata dalla dimensione religiosa ma non è per nulla ascrivibile a una teologia po­litica, neppure secolarizzata e democratica, perché ha la propria forza nella duplice consapevolezza dell’incompiutezza della dimensione terrena e del­la reciproca piena indipendenza di Stato e Chiesa, come recita appunto la Costituzione anche per impulso di Dossetti. Il rigore radicale di Dossetti è religiosamente generato: ma dalla religione la poli­tica trae la propria nobiltà e la propria doverosità, non certo soluzioni dogmatiche ai problemi della città dell’Uomo, soluzioni e problemi che vanno invece ricercate e individuati con lo strumento del sapere scientifico più avanzato.

Queste campiture intellettuali vanno contestualizzate storicamente. C’è in Dossetti – vicino, negli ultimissimi anni Quaranta e nei primissimi Cinquanta, a Felice Balbo – la percezione di una crisi agonica della civiltà occidentale, che si mani­festa, per lui, nelle trasformazioni dell’individuo, della società e dello Stato; una catastrofe che smen­tisce i presupposti e le finalità del liberalismo: con una panoramica di impressionante precisione e di lungimirante proiezione Dossetti vede infatti la scarsa efficienza del governo parlamentare, la sua incapacità di orientare responsabilmente la società, la debolezza dei partiti (tutti, con l’eccezione del Partito comunista, poco più che gruppi d’interesse), il dilagare della tecnica e della fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi politici, l’ingigantirsi della dimensione internazionale (nell’età in cui il mondo è diviso in due blocchi) come quella veramente centrale nella politica, l’affannarsi della politica domestica a inseguire (nella forma dell’assecondamento ben più che del governo) i fenomeni economici con un’attività normativa che trasforma la legge (che dovrebbe essere gene­rale e permanente) in una serie di provvedimenti instabili e contingenti, e infine l’inadeguatezza di un’amministrazione ancora tutta gerarchica (napoleonica, si potrebbe dire) davanti ai compiti nuovi. Insomma, la deriva della modernità razio­nalistica e liberale, e delle istituzioni statuali che ne sono nate.

Una crisi irreversibile, per Dossetti, appunto catastrofica, a cui il marxismo non è una risposta perché tutto interno all’immanentismo moderno, per quanto sappia cogliere alcune contraddizioni del liberalismo; e perché lontano dal metodo della libertà politica, eversivo nei contesti liberaldemocratici e totalitario nelle sue realizzazioni; incapace insomma di pensare veramente un ordine positivo e umano, oltre quello nichilistico e contraddittorio della modernità. Dossetti, quindi, combatte il mar­xismo, contesta la sua mitologia, ma a differenza dei conservatori non lo teme: semmai lo sfida in umanesimo, in radicalismo, in empito innovatore. Una crisi della modernità alla quale non è stata risposta adeguata il fascismo (anzi, troviamo in queste pagine un’esplicita tematizzazione della necessità di una formale conventio ad excludendum antifascista) ma neppure l’interclassismo o altre prospettive riformiste, subalterne al primato moderno dell’individuo e dell’economia, e alle sue contraddizioni (è presente una polemica anche contro Röpke, uno dei padri dell’ordoliberalismo). Fa eccezione il laburismo inglese, la cui vittoria elettorale nel 1945 Dossetti saluta con grande entusiasmo proprio perché vi vede non l’afferma-zione di un blando riformismo ma un evento che lungi dall’aggiungervi un capitolo mette, per lui, la parola fine al libro della modernità, lo chiude e ne apre uno nuovo. Una prospettiva un po’ forzata, evidentemente, ma indicativa di ciò che Dossetti chiedeva alla politica.

L’azione politica adeguata al superamento della crisi è stata la partecipazione di Dossetti alla Resistenza, alla Costituente, alla vicenda della Democrazia Cristiana. Un’azione politica incon­tentabile, accanita, impegnata e impegnativa, ma per nulla utopistica – chi conosce l’attività politica di Dossetti nelle due circostanze in cui è stato vi­ce-segretario della DC (documentate da ultimo in L’invenzione del partito, a c. di R. Villa), sa bene quanto duramente politica, concretamente pratica, e anche polemica, essa fosse. Un’azione che si è appuntata sulla costruzione dei prerequisiti della «democrazia sostanziale», ovvero in primo luogo a impiantare una Costituzione che non fosse un elenco di diritti statici ma che ne prevedesse ap­punto la finalizzazione a un umanesimo integrale, alla democrazia intesa come «massima espansio­ne della persona umana secondo i meriti». Una Costituzione progettuale, quindi, orientata dalle «norme di scopo» dei Princìpi fondamentali, per la cui formulazione Dossetti non ha avuto certo problemi a dialogare costruttivamente con Togliatti. Una Costituzione che prevede uno Stato forte, che tuttavia riconosca il pluralismo sia ideologico sia delle istituzioni sociali e politiche intermedie.

La sua parziale insoddisfazione, che serpeggia nella relazione del 1951, che gli fa considerare la Carta il «meno peggio» e non un compiuto «bene», deriva dalla circostanza che la spinta propulsiva di quella finalizzazione gli è parsa ben presto affievo­lita e che la concreta struttura dello Stato, dei suoi poteri, dei suoi organi, è rimasta più tradizionale di quanto egli avrebbe voluto, e di quanto reputava necessario a voltare pagina. Dossetti non temeva di ipotizzare un esecutivo ben più robusto di quello disegnato dai costituenti, e ben più lontano dai contrappesi del regime parlamentare, poiché era forte la sua idea di politica, il suo costruttivismo cristiano; come non temeva che lo Stato fornisse ai diritti individuali e collettivi garanzie fortemente gerarchizzate: erano proprio queste concretezze a fornire la possibilità che il popolo entrasse davvero, esistenzialmente, all’interno delle forme giuridiche democratiche, ne divenisse soggetto e non ne fosse oggetto. La politica italiana si stava sviluppando, a suo giudizio, in un contesto di involuzione com­plessiva e di affermazione dei vecchi poteri, molto abili a inserirsi nel mondo cambiato per perseguire con nuovi mezzi i propri vecchi fini di dominio. Era mancata insomma, dopo il grande sforzo reso­si necessario per superare con successo l’impianto formale liberale della Costituzione, la capacità, per lo Stato che voleva uscire dal proprio agnosticismo, di dotarsi non solo di nuovi fini personalistici ma anche di nuovi strumenti, di istituzioni nuove. Insomma, la lezione di Dossetti è stata imparata a metà: i cattolici hanno saputo apprendere a «non aver paura dello Stato», e a utilizzarlo ai propri fini – essenzialmente, a praticare la politica come freno della «inclinazione al male delle cose uma­ne», e promuovere il bene inteso come fioritura integrale della persona – ma non hanno saputo inventare le modalità istituzionali per appaesare il nuovo Stato in un mondo nuovo, per celebrare fino in fondo quell’alleanza fra cristianesimo e popolo che avrebbe dovuto sostituirsi alla vecchia alleanza fra Trono e Altare.

Sappiamo che fra il ‘51 e il ‘52 matura in Dossetti l’idea dell’insufficienza di una politica di “sinistra cristiana” – un’insufficienza generata dai ritardi della politica ancora ferma a un’età superata, quella del parlamentarismo, ma anche dalla divisione del mondo che spacca la politica italiana, e dalle chiusure della Chiesa; e sappiamo ancora che tale idea di insufficienza non spegne tuttavia la politicità intrinseca del suo pensiero, almeno fino all’esperienza bolognese del ‘56-’58, e al più tardo impegno sul Vietnam. E sappiamo infine che quando sul finire della vita Dossetti, che ne aveva criticato le debolezze, vide la Co­stituzione minacciata da tentativi di riforma che volevano segnare il trionfo, anche formale, della nuova realtà neoliberista nel frattempo sostituitasi a quella keynesiana, egli – che nella nuova passività promossa dal capitalismo sfrenato vedeva i rischi di un riaffacciarsi in forme nuove del vecchio fa­scismo – difese strenuamente la Carta che almeno incorporava, sia pure fornendo ad essi strumenti non adeguati, i princìpi fondamentali che orienta­vano lo Stato verso la “democrazia sostanziale”, e non facevano della repubblica la semplice custode degli assetti di potere delineati dalle libertà econo­miche. La democrazia sostanziale doveva rimanere quanto meno un progetto possibile, un orizzonte e un orientamento, e non essere cancellata dall’orizzonte, formale e progettuale, della politica italiana.

La preoccupazione di “ispessire” la demo­crazia, di disegnarla come una forma politica non semplicemente contrattuale o procedurale ma anzi di dare spazio, in essa, alla esistenza concreta di cittadini legati non solo dal contratto utilitaristico o dall’idea di giustizia, di pensarla quindi come la cornice del flourishing delle singole persone nei loro contesti culturali, è largamente diffusa anche nella filosofia politica contemporanea, che tuttavia resta in buona parte interna a un paradigma libe­rale allargato ad accogliere “valori”, e che quindi si differenzia, prevalentemente, dal pensiero politico di Dossetti, segnato da una verticalità e al tempo stesso da una concretezza sociologica che la filoso­fia politica contemporanea difficilmente persegue. Inoltre, i nostri tempi per molti versi – definitiva scomparsa dei partiti, personalizzazione integrale della lotta politica, crollo del comunismo reale, emergere delle questioni del multiculturalismo, in­cremento del peso della dimensione sovranazionale sulle politiche domestiche, parallelo rafforzarsi delle competenze securitarie degli esecutivi, crollo dell’idea di progresso, incremento delle disugua­glianze sociali, progressiva marginalizzazione del lavoro – sono lontani da quelli in cui nacquero le riflessioni e le posizioni qui raccolte. Ma per altri versi presentano sconcertanti analogie: la crisi del parlamentarismo, il tramonto della centralità politica della forma-legge a favore del decreto o del provvedimento, e in generale la rinuncia della politica a governare il presente secondo categorie e fini esterni alle logiche economiche, e a istituire al­ternative: una rinuncia che si è rovesciata ai nostri giorni nell’ideologia dell’assecondamento politico del capitalismo come unica forma possibile e pen­sabile della società, e che ha come obiettivo una pseudo-democrazia apolitica, risolta nelle proce­dure tecniche di valorizzazione e nella rimozione degli ostacoli al pieno funzionamento del capitale nella sua presunta neutralità. Con il risultato che la libertà è finalizzata non al fiorire della persona nell’uguaglianza, secondo i meriti di ciascuno, ma al profitto di pochi.

Certo, nel pensiero di Dossetti echeggia una stagione di quasi-onnipotenza della politica, una stagione in cui la politica credeva ancora in se stessa come principale potenza trasformatrice; una stagione che sembra ormai trascorsa. Nondimeno, la sua lezione è di impressionante attualità. Vi sono, indubbiamente, in primo luogo, una precisione concettuale, un rigore categoriale, una sostenutez­za dell’argomentare, che hanno una trattenuta ma potentissima capacità espressiva e che emanano una limpidezza morale che incute vero rispetto. Senza che assuma movenze fanatiche, in Dossetti la politica diventa un dovere, e proprio per questo egli può ricercarne il potere: per capacità analiti­ca, per realismo e senso pratico, per ispirazione spirituale, Dossetti va ben oltre l’indignazione, attitudine un po’ facile e a volte paradossalmente disimpegnata.

Ma, ancora più concretamente, alcuni degli obiettivi che egli si pone sono condivisibili da chi affronta in modo critico le questioni politiche dell’oggi: ridare alla politica la capacità di essere un’interrogazione sui fini della società e non solo un assemblaggio di disuguaglianze coperte dall’uguaglianza formale di diritti più o meno ca­suali; perseguire quindi una non estremistica ma radicale politicizzazione della società, nel senso che la politica (lo Stato) sappia dirigere la società individuando e sollecitando in essa, con metodo democratico, ragioni e forme, diritti e poteri; im­maginare infine una democrazia che non si limiti a essere metodo – infatti, quando la democrazia vuol essere soltanto tale, lo stesso metodo (la legalità) non viene rispettato e si rovescia in informità, in eccezione permanente – ma voglia invece essere energia politica di confronto e di competizione, e costituire la forma giuridica di sostanze storiche e di concretezze sociologiche.

La consapevolezza che la politica è potere di governo carico di responsabilità e di finalità, che senza politica non c’è democrazia umanistica ma solo l’ordine non umano della tecnica e la pro­spettiva inumana della sopraffazione universale, è il senso più radicale della posizione politica democratica di Dossetti. La quale è stata una possibilità che, per quanto non certo inerte, non è divenuta pienamente realtà, a suo tempo, benché abbia fecondato parte della riflessione e dell’azione della sinistra cristiana nell’Italia del dopoguerra. Una possibilità che – in dialogo con la laicità più pensosa e meno ideologica, con il pensiero critico più responsabile e meno “alla moda” – dovrebbe ancora essere coltivata perché si inneschi quel grande ripensamento della democrazia di cui il nostro Paese mostra di avere oggi un così grande bisogno. Un ripensamento che tragga origine dalle potenzialità che, anche per opera di Dossetti, sono implicite nella Costituzione, e che, anziché “supe­rarle”, le renda finalmente realtà.

 

Prefazione a G. Dossetti, Democrazia sostanziale, a cura di Andrea Michieli, Marzabotto, Zikkaron, 2017.

“Socialismo liberale”. Tre significati di un libro importante

Fiumi di inchiostro sono stati scritti, giustamente, su Carlo e Nello Rosselli, sul loro assassinio, sul loro contributo al pensiero e alla pratica politica. Da appassionato non specialista desidero proporre in questa sede alcune riflessioni, non di circostanza, sul significato che la loro vicenda può rivestire per noi, oggi. E, data la mia professione prevalente, quella di storico delle dottrine politiche, prenderò spunto dal libro di Carlo, Socialismo liberale.

Il suo primo significato è morale ed emotivo. Ovvero, è un libro emozionante, commovente. Questa vera icona della democrazia, pubblicato in Francia nel 1930, è stato scritto fra il 1928 e il 1929 al confino a Lipari, dove l’autore si trovava per aver fatto fuggire dall’Italia, nel 1926, Filippo Turati, con l’aiuto, tra gli altri, di Olivetti, Pertini e Parri. E poco prima di fuggire egli stesso dal nostro Paese, divenuto un’unica grande prigione per gli spiriti liberi. Sullo sfondo, tre morti: Matteotti, Amendola, Gobetti. Siamo, evidentemente, nella leggenda dell’Italia democratica, nel novecentesco mazzinianesimo più intrepido, in piena continuità ideale con quello ottocentesco. Nasce qui il legame diretto fra Resistenza e Risorgimento.

E siamo così al primo grande insegnamento. La politica è attività pratica di libertà, affermazione di indipendenza e di intransigenza, capacità di resistenza all’oppressione e al conformismo. È slancio e rischio. La potenza dell’organizzazione, le ragioni della compattezza e dell’obbedienza, il rifiuto dei narcisismi individualistici, sono, certamente, condizioni importanti della lotta politica, enfatizzate soprattutto nella storia del partito comunista. Ma il coraggio morale individuale, la libertà di pensiero e di azione, non possono non essere alla radice dell’impegno civile e politico, in ogni tempo. Il saper dire di No, a proprio rischio, deve venire prima del saper dire di Si.

Il secondo significato è storico-intellettuale. Socialismo liberale indica come programma politico: «il socialismo deve farsi liberale e il liberalismo sostanziarsi di lotta proletaria». Con questa frase, scritta in un momento in cui in Italia e in Europa la linea politica egemonica non era né socialista né liberale, nonostante ci fosse spazio ancora per i Fronti popolari in Spagna e in Francia, scritta cioè quando le borghesie non erano più liberali, e i socialismi erano sulla difensiva, rispetto ai fascismi e anche rispetto ai comunismi di obbedienza moscovita, Carlo dissociava il liberalismo dai borghesi – salvo gli elogi per gli imprenditori e i grandi capitani d’industria, una piccola frazione della borghesia – e ne faceva una energia metapolitica, uno spirito di libertà e di umana liberazione, un metodo di rinuncia alla violenza in nome della ragione, di affermazione dell’autodeterminazione contro la coercizione, che intestava ormai non più ai borghesi, asserragliati nella ridotta di uno Stato capitalistico difeso dai fascisti contro i proletari, ma alle forze attive e rivoluzionarie, ai poveri e agli oppressi: ai soggetti che avevano animato il socialismo. A questo erede del liberalismo, del quale doveva essere degno, Carlo chiedeva molto: la rinuncia al catastrofismo di Marx e alla sua filosofia deterministica della storia – così il marxismo era allora prevalentemente interpretato -, il superamento sia dei residui utopistici, mitici e messianici presenti nell’ideologia sia delle riserve sulla democrazia liberale che avevano dato una patina di legittimità al fascismo; chiedeva poi che il socialismo si ponesse come obiettivo non la socializzazione ma la democratizzazione delle fabbriche, non l’accentramento ma l’autogestione, e rinunciasse anche al cinico realismo che crede di essere machiavellico, di saper calcolare i rapporti di potere, ma è invece solo la passiva adorazione dei fatti compiuti (dagli altri).

In questa ricerca dell’azione, nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo, in questo affermare la libertà come emancipazione attiva delle masse e come svolgimento libero della personalità, in questo fare del socialismo, in quanto aderente al metodo liberale, lo sviluppo logico della libertà moderna, Carlo dimostra la propria fede nelle potenzialità della modernità, nel pieno dispiegamento in positivo delle sue risorse, che la coinvolge tutta: la Riforma, l’illuminismo, la scienza, lo sviluppo economico, la rivoluzione francese, e, ma solo in parte, quella russa. Una fede che tuttavia non è superstizioso automatismo, né progressismo positivistico: egli declina la sua idea di libertà, in ciò seguendo Gobetti, non come scetticismo ma come relativismo, cioè come un ideale che necessita, per realizzarsi, del libero arbitrio umano. Da lettore di Sorel – oltre che di Croce dal quale assume con ogni evidenza l’idea metapolitica di liberalismo -, egli sa che il socialismo liberale, erede dello spirito critico moderno, non dogmatico né fideistico, «sarà, ma potrebbe anche non essere». E lo affida quindi alla volontà, all’impegno, e non alla necessità dello sviluppo storico. In inconsapevole e autonomo parallelismo con Gramsci, quindi, anche Carlo, pur nell’avversa fortuna, non rinuncia alla politica, alla prassi, all’azione. Per quanto meno strutturato teoreticamente del grande filosofo marxista, per quanto portato a supplire con la generosità alle difficoltà di coniugare liberalismo e socialismo come dottrine, Carlo tratteggia nel suo libro un progetto ambizioso ma non utopico, un incontro fra culture politiche diverse che avverrà quindici anni dopo, quando democratici, socialisti e comunisti sapranno dialogare e collaborare nello scrivere insieme ai cattolici, dopo una guerra di liberazione combattuta fianco a fianco, la Costituzione della repubblica. Nella quale molte delle suggestioni di Socialismo liberale troveranno solenne e duratura affermazione, a testimonianza del carattere profetico, nobilmente inattuale ma per nulla velleitario, del libro, in cui non sono state disegnate chimere ma delineate possibilità che sono divenute principi fondamentali della Costituzione – si pensi all’articolo tre, che affida allo Stato sociale democratico la realizzazione di un programma emancipativo di massa, i cui contenuti non sono certo lontani dal socialismo liberale di Carlo -. Insomma, il senso del libro non sta solo in un’esortazione morale al coraggio, ma anche in un’analisi ben centrata delle forze in campo, delle questioni aperte. Che Carlo individua, giustamente, nel problema di portare le masse all’interno delle istituzioni e della società, in superamento del liberalismo ottocentesco e del socialismo marxista, e in opposizione rispetto al fascismo, che stava organizzando il popolo per vie illiberali e antidemocratiche.

Il terzo significato, infine, è squisitamente politico e d’attualità. Sia chiaro: enormi sono le differenze fattuali tra la situazione del tempo in cui il libro fu scritto e quella che sperimentiamo oggi. Fascismo e comunismo, socialismo e liberalismo (nell’accezione rosselliana), da tempo non esistono più. Soggettività borghesi e masse proletarie, nemmeno (ricchi e poveri, invece, sì). Oggi il problema politico non è certo moderare l’estremismo socialista e sconfiggere il fascismo, ma semmai fronteggiare quel nuovo determinismo, quella nuova filosofia della storia, che è la narrazione neoliberista, che inneggia alla presunta necessità del «There is no alternative», e riuscire a misurarsi con le potenze economiche, politiche e culturali che hanno scardinato il socialismo liberale, la liberaldemocrazia ovvero la socialdemocrazia, e che mettono a rischio la democrazia stessa.

È qui che Socialismo liberale torna d’attualità. Nell’insegnare la ribellione contro il conformismo, la resistenza contro lo «spirito del tempo» se questo è illiberale o inumano, nel ribadire inflessibilmente l’origine democratica e la destinazione umanistica del potere, nel porre come obiettivo della politica la pienezza civile, morale, economica e sociale di tutti, e non le compatibilità del mercato. La libertà, la giustizia, l’uguaglianza, quindi, non come vuoti slogan, refrain da imbonitori, merce abusata sul mercato della comunicazione pubblica, ma brucianti ideali per i quali vale la pena vivere. Anche se oggi, almeno finora, non è più necessario morire.

Un’attualità tuttavia non declamatoria, ma sostanziata d’esperienza reale, di passione e di concretezza; un’attualità di metodo, di ispirazione, che sconta una discontinuità di contenuti, di circostanze, di contesti: la decifrazione e l’individuazione di problemi e di strategie politiche sono ovviamente a carico nostro, nostra responsabilità e nostro dovere. Oggi, insomma, l’obiettivo è certamente resistere, non cedere allo scoramento, affermare che la democrazia non è accontentarsi delle briciole del pranzo dei potenti (secondo l’ideologia neoliberista del trickle down) ma la libertà materiale e morale di tutti e di ciascuno. E cercare di capire come il capitalismo possa nuovamente convivere con la democrazia, o se invece la possibilità di questa convivenza, un tempo perseguita dalla politica, sia ormai fuori dal novero delle realistiche eventualità. E trarre le conseguenze.

Nella politica come dovere appassionato e come impegno pratico di liberazione individuale e collettiva, quindi, vedo oggi il significato più vero e più vitale di quella concretezza priva di cinismo, di quel coraggio civile, di quello slancio verso l’affermazione della dignità dei cittadini, di quell’immaginazione ardita e realistica, che vibrano in Socialismo liberale e che hanno trovato in Carlo Rosselli un testimone e – etimologicamente e drammaticamente – un martire.

 

Intervento tenuto il 17 ottobre 2017 a Roma, presso la Biblioteca del Senato della Repubblica «Giovanni Spadolini», in occasione del convegno «L’attualità dei Rosselli», organizzato dalla Fondazione Circolo Rosselli. Il testo è stato pubblicato in «Quaderni del Circolo Rosselli», 2/2018, pp. 55-58.

Vero e falso per me pari sono. Le fake news e il mondo virtuale

In La menzogna in politica (1972), in commento alla pubblicazione dei Pentagon Papers, Hannah Arendt sottolineava che un evento ben reale come la guerra in Vietnam era in verità l’esito di un processo di «defattualizzazione». La politica dei vertici decisionali statunitensi, scollegata dalla realtà, dai fatti empirici, dagli stessi interessi concreti della superpotenza, le appariva determinata dalla volontà di creare un’immagine, un effetto ottico – nel caso specifico, che gli Usa fossero disposti a tutto per impedire al comunismo mondiale di vincere – a cui finirono per credere gli stessi decisori politici.

La posizione di Arendt si fonda sulla antitesi di verità e falsità, di reale e rappresentazione, di politica e di ideologia: i primi termini sono relazionali, storici, produzioni dell’umanità che agisce in comune; e i secondi sono invece espressione di una solitudine del sapere e del potere, della loro incapacità di confrontarsi col mondo e con la sua complessità; una solitudine che è lo sviluppo dell’estraneazione fra politica e teoria già presente, in forme diverse, negli arcana imperii del XVI e del XVII secolo, e nella propaganda ideologica totalitaria del XX secolo.

Per dipanare la questione delle fake news si può prendere il via da qui, per andare oltre. In primo luogo, definiamo questo nuovo termine del linguaggio pubblico come «notizia contraffatta, spazzatura, panzana, bufala, inventata a scopi di polemica o di odio, e diffusa con rapidità dai media e dal web» – il mezzo elettronico di propalazione fa parte della definizione, con la istantaneità, la onnipervasività, la facilità di diffusione e la impossibilità di porvi riparo, che al mezzo stesso ineriscono –. Appartengono alle fake news, a mero titolo di esempio, tanto la tesi sgangherata che Obama non sia nato negli Usa (e quindi non ne potesse essere il presidente) quanto la malvagia invenzione che un gruppo di islamici festeggiasse in un bar a Milano l’attentato di Manchester (per accreditare la tesi dell’odio implacabile dell’Islam verso l’Occidente). Le finalità delle fake news, in generale, hanno spesso a che fare con l’incremento dell’intensità di emozioni politiche, l’odio e la paura, la cui potenza è difficilmente sovrastimabile.

Le fake news di oggi sono differenti non solo rispetto al delirio del Pentagono negli anni Sessanta ma anche rispetto alle vecchie menzogne e alle disinformazioni della propaganda politica della guerra fredda. Infatti, piuttosto che una menzogna mirata, consapevolmente o non, a costruire un mondo raddoppiato, un artificio privo di contatti con la realtà (benché capace di agire su questa) oppure a screditare un avversario reale, la fake news si insedia parassitariamente all’interno di una dimensione che Arendt non poteva conoscere: quella del «virtuale». Che non è un mondo raddoppiato, sotto il quale stia una realtà inascoltata, ma un mondo unico, a una dimensione, costituito da flussi di notizie, di rappresentazioni, di narrazioni: una maschera senza volto, infinitamente cangiante, un logos fluido e al contempo reificato, manovrato incessantemente da centrali piccole e grandi che lo riproducono come unica dimensione d’esistenza dell’umanità. Il virtuale non si sovrappone al reale ma è una simil-realtà onnipervasiva, resa tecnicamente possibile dalla rivoluzione elettronica, dalla digitalizzazione della realtà, trasformata in una bolla mediatica in permanente ebollizione; un mondo incantato, popolato di spettri evanescenti, dall’ambiguo statuto ontologico, che vanno e vengono, appaiono e scompaiono, nelle nebbie dell’informazione e della disinformazione; una dimensione in cui non ha luogo la netta distinzione fra menzogna e verità, fra verosimile e inverosimile. Le fake news, insomma, sono sì menzogna, ma vengono fabbricate e propalate in un mondo virtuale che rende impossibile la distinzione fra reale e immaginario, e sono pertanto una menzogna di tipo nuovo, un’alterazione efficace di un’esistenza collettiva che è ormai tutta trasformata in un flusso indistinto, in una disorientante e cacofonica narrazione a molte voci. Rispetto a quella classica della maldicenza («calunniate, calunniate: qualche cosa resterà») le fake news esibiscono un’efficacia potenziata proprio dal fatto che il mondo virtuale ha perduto l’oggettività del vero e la soggettività del falso, perché tutto, lì, è narrazione, in una universale equivalenza e in-differenza che rendono impossibili comprensione, valutazione e giudizio. Il virtuale è il pensiero unico fattosi mondo, non tanto per l’omogeneità dei contenuti quanto per l’indifferenza ai contenuti.

L’efficacia delle fake news consiste nel lasciare un breve segno, nel produrre un fugace orientamento, uno spin; non certo nel cambiare il mondo, né nel criticarlo; è la verità ciò che libera e critica, mentre l’autore di fake news anche se a volte si crede un guerrigliero che mette un granello di sabbia negli ingranaggi del moloch della falsità virtuale, non fa che rafforzarla, che accettarne la legge di fondo: che non vi è Legge. La fake news – che sia sofisticata e professionale, oppure naif e rozza, scientifica o «fai da te» – è manipolazione della e nella manipolazione: la fake news lascia il mondo com’è, o lo peggiora, intossicandolo vieppiù; in ogni caso ha un’efficacia di tipo emozionale, non cognitivo: esprime ed eccita disagio, odio, fanatismo, sentimenti e risentimenti, in una biopolitica delle passioni ribollente e inerte, assai lontana da quella mirata e unidirezionale della propaganda totalitaria.

È quindi evidente che le fake news prevedono anche l’evanescenza della nozione di responsabilità: tanto da parte di chi le produce, che getta un sasso nello stagno e mai ne risponde, quanto da parte di chi ne è destinatario che spesso è ben lungi non solo dal potere esercitare critica e controlli, ma anche dall’immaginare che ciò debba essere fatto, e si affida piuttosto a un automatico riflesso di fiducia, o di neutrale passività, verso la rete, come un tempo verso la televisione – e, naturalmente, chi ne è vittima non ha difesa, nel mondo virtuale –. C’è qui un principio d’autorità di nuovo tipo: poiché non c’è più alcuna autorità, tutto quello che viaggia nei media è narrazione che si autoalimenta. È il mezzo (la virtualità elettronica) che dà al messaggio la patina della verosimiglianza in un oceano dove tutto equivale a tutto, e dove la stessa idea di un controllo a monte o di una responsabilità a valle è difficilmente concepibile oppure è vista come un’autoritaria ingerenza – questa sì illegittima e ingiustificata, perché del tutto allotria rispetto al virtuale – nella libertà della comunicazione. Una libertà che è piuttosto una gigantesca prigione, una sfera comunicativa che in realtà non è fatta di comunicazione, cioè di rapporto dialogico fra soggetti: piuttosto, quella comunicazione – tanto che abbia un andamento top down quanto che pretenda di assumere la direzione bottom up – è una mediazione immediata, abitata da comunicatori, tutti (tanto i   singoli quanto le grandi centrali di informazione, di disinformazione e di orientamento mainstream della opinione pubblica) risucchiati all’interno della bolla virtuale. E proprio per questo predominio del contesto la fake news può sì essere pensata come strategica rispetto a un fine, e quindi riconducibile al classico rapporto di causa ed effetto, ma è più interessante come espressione della fine dei fini, ovvero del nostro vivere immersi in un universo mediatico, come funzione di questo, e al contempo come manifestazione della tendenziale scomparsa dei fatti – o del loro occultamento –.

Il mondo virtuale non è quindi propriamente un regime di verità: è piuttosto la società aperta che implode su se stessa, che realizza nel massimo di visibilità e di trasparenza il massimo di opacità, è un regime di oscurità che attraverso l’eccesso e la dissonanza di news produce un impersonale «effetto Babele», di inclusione fino alla saturazione, un dominio in cui tutto è accolto e tutto è depotenziato: un dominio in cui vero e falso trascorrono l’uno nell’altro, inafferrabili. E in cui quindi anche la fake news, parola scritta sull’acqua o piuttosto sulle onde elettromagnetiche, ha in sé tanto la permanenza e la capacità di orientamento – infatti agisce lasciando una traccia, un sedimento –, quanto l’evanescenza, l’elusività, la non rintracciabilità.

Ma il virtuale destituisce di fondamento non solo la solida realtà, le distinzioni nette fra vero e falso, sì anche – sussumendole in un oceano di chiacchiere, pettegolezzi, stereotipi, confronti televisivi – cannibalizza la rappresentanza politica e l’opinione pubblica: astrazioni concrete ed efficaci, istituzionalizzate o fluide che siano, che la modernità politica ha escogitato per agire politicamente e per controllare il potere; astrazioni, certo, ma pubbliche, istituite, articolate e differenziate, al cui interno può darsi un vero conflitto fra diverse verità, o diverse menzogne, ascrivibili a settori della società, a parti politiche determinate. Da queste determinazioni e da questo conflitto nasceva la possibilità di distinguere, per confronto reciproco, per frizione di interessi e di valori, il vero dal falso; intesi, questi concetti, nelle uniche accezioni praticabili, cioè come saperi dotati di qualche permanenza pur nella loro contingenza, sottoponibili a critica, iscrivibili in una dialettica.

Il virtuale, invece, è l’espressione di una società – quella dei decenni del neoliberismo, dei suoi trionfi e delle sue crisi – che è stata disarticolata in una moltitudine di individui solitari, la cui comunità è, appunto, risolta nella virtualità, nella “amicizia” di facebook; di una società in cui le ragioni del conflitto sono inibite e non espresse, e si trasformano in esasperazione, risentimento, frustrazione, di cui nel virtuale si dà manifestazione non sublimata ma immediata e impotente; in cui la lotta politica si fa con le fake news e con le contro-fake news, in una rincorsa in cui tutti si atteggiano a vittime e tutti si comportano come sicari. Nel virtuale, insomma, si consuma l’impotenza della politica – che esige concretezza e verificabilità – e vengono a cortocircuito tanto il soggetto quanto l’oggetto e le loro relazioni significative. Il significato politico del mondo virtuale sta in questo suo sostituirsi alla politica; e in ciò – e solo in ciò – il virtuale è un potere reale. Che sia una delle facce del potere economico, che sia sorretto da un esplicito disegno di «poteri forti» o che sia uno sviluppo incontrollato di logiche e di tecnologie smaterializzanti iscritte nel DNA del neoliberismo e della rivoluzione elettronica, non è qui il caso di discutere: in ogni caso, il mondo virtuale è un ordine paradossale, fondato sull’indisciplina più che sulla disciplina. Un ordine che non indirizza da una parte piuttosto che da un’altra; piuttosto, agisce impedendo l’orientamento e il giudizio.

La scomparsa della realtà oggettiva, e della verità in senso ontologico e fondativo (realtà e verità sono tematiche che viaggiano affini e vicine), è, certamente, implicita nella modernità, l’epoca in cui non si può più dire, con Paolo (Rm 3, 4) «Dio è verace e ogni uomo è mentitore» proprio perché lo sforzo della modernità è costruire la verità come opera umana e non di accettarla come Oggetto esterno al soggetto. È profondamente iscritto nell’epoca moderna il passaggio dalla verità all’ordine artificiale, dalla realtà alla effettualità, dalla affermazione alla rappresentazione. Il vero, privato del suo ruolo di sostanza fondativa oggettiva, «è l’intero», ossia sono i processi storici dell’umanità – e la storia è l’unica realtà –, i progressi nei diversi saperi, le relazioni collaborative e conflittuali, genealogicamente ricostruite e criticate. Un vero tutto umano, risolto nel sapere costruttivo ma anche nel confronto, e quindi un vero relativo e in movimento; un vero che è essenzialmente critica.

È il vero moderno – non quello ontologico – la vittima del virtuale, che ne costituisce forse l’estremizzazione e certo il superamento in negativo; se nella modernità scompaiono il vero e il reale come oggetti e diventano soggetti in relazione, oggi nel virtuale è appunto la relazione e a scomparire: lì tutto coesiste immediatamente con tutto, perché tutto è indifferente. Adorno poteva dire, nell’età del totalitarismo e del tardo-capitalismo, «il tutto è falso»: della dimensione virtuale si può dire, per rimanere nell’ambito della filosofia classica tedesca, che è «la notte in cui tutte la vacche sono grigie». Ovvero, è appunto la dimensione della «post-verità», o meglio della «post-critica», della «a-criticità». L’ultima fase della modernità è così un’ulteriore complicazione della questione della menzogna, che diventa sempre più inafferrabile, e che ai suoi lemmi e dilemmi classici – verità, veridicità, autenticità, trasparenza, sincerità, rispetto di sé, degli altri, dell’oggetto – aggiunge ora la dimensione del falso-vero e del vero-falso: il virtuale, appunto.

All’incantesimo del virtuale, all’oscurantismo della trasparenza, ci si deve potere sottrarre con un nuovo illuministico disincanto. Si può in prima battuta dare credito alla via giudiziaria. Esistono leggi, vecchie e nuove, che pretendono di far valere, rispetto a esso e contro di esso, il reale; di perforare la bolla, insomma, e la sua autoreferenzialità. E che quindi si propongono di censurare le fake news, di rimuoverle, di rettificarle, di sanzionarle – a partire dall’art. 656 c.p. che vieta e punisce la diffusione di notizie false e tendenziose –. In realtà, il ritorno sulla terra, alla solida realtà, attraverso la via giudiziaria, è rarissimo e lentissimo, e se può in certi casi risarcire tardivamente persone offese non modifica l’efficacia, quale che sia, della fake news – o a volte la amplifica –.

Più radicalmente, da ogni parte giunge l’appello alla critica per aprire brecce nella nichilistica compattezza del virtuale. Infatti, la qualità di «falso» della fake news è solo all’apparenza determinante, mentre realmente decisiva è la sua appartenenza al mondo virtuale, alle sue ontologiche ambiguità. Il falso, all’interno del virtuale, è inafferrabile. E quindi non si può sensatamente lottare contro le fake news se non uscendo dalla stessa dimensione del virtuale, o facendola deperire; se non praticando un nuovo e più potente disincanto, volto al recupero della verità moderna: cioè praticando confronto e conflitto, relazionalità e criticità. Ovvero, uscendo dalla solitudine – che si vuole onnipotente ma che è impotente – del web, e ponendo le condizioni perché si ritrovino persone e cose, istituzioni e partecipazione; perché si riattivino la socialità e l’attività contro la passività e l’inerzia del virtuale.

Ma quale critica? Posta in essere da quali soggetti? Educati da quale scuola? Mossi da quale intento di autonomia? Interrelati fra loro in quali gruppi? Praticanti quale dialogicità? Come si vede, la riattivazione della critica implica cultura lungamente praticata, consistenza e articolazione della società, istituzioni educative non corrive verso gli imperativi dei tempi e verso le forme vitali dominanti. Condizioni esigenti, difficili, che si collocano fuori dal mondo virtuale, e che implicano un forte intervento della politica.

È la politica reale che si deve affermare contro la politica spettrale del virtuale; una politica fatta di poteri diretti, di responsabilità, di interessi che confliggono e si compongono in mutevoli equilibri, di visioni che non si chiudono in se stesse. Una politica che all’anonimato e all’impersonalità passiva del virtuale, al suo regime di post-verità e di a-criticità, alla mediazione immediata, oppone non una improbabile imparzialità o una chimerica oggettività ma una mediazione mediata, storicizzata, sottoposta a critica: una mediazione sociale e istituzionale costituita dal franco confronto fra tesi esplicitamente parziali, non un impossibile terreno solido ma la presenza delle persone, dei gruppi, degli interessi plurali, e il movimento intellettuale e sociale della critica. Ovvero, una democrazia matura e responsabile, portatrice di un nuovo umanesimo. Le cui caratteristiche categoriali siano la presenza concreta (dell’Io, dei gruppi, delle istituzioni), il movimento, il conflitto, il pluralismo, in aperta opposizione alla ribollente staticità e alla multiforme univocità del mondo virtuale. A tal fine non è sufficiente la franchezza della parrhesia individuale: il nuovo umanesimo passa attraverso la nuova criticità collettiva, attraverso la consapevolezza, eminentemente politica, che per criticare il falso si deve criticare l’intero che lo ospita.

Il saggio è stato pubblicato con il titolo Menzogna e verità: le fake news nel mondo virtuale in «Italianieuropei», n. 3, 2017, pp. 24-33

Europe State and Democracy

The fundamental theses I would like to present are the following.

A) The European Union [NOTE 1] and its democracy are in crisis. The crisis is caused by several factors: first, the internal contradictions of the economic form of the European Union (ordoliberalism) and of the structure of the international economy (neoliberalism) [NOTE 2]. The second factor of crisis is that Europe is not a coherent political space, and does not have a common strategy to face the challenges that arise outside and inside his boundaries [NOTE 3]. The third factor of crisis is Europe’s lack of capacity to govern peoples’ migrations from Asia and from Africa. Deep social inequalities, political divisions among the European States, alarm and fear among the weakest strata of society due to what is conceived of an invasion of unassimilable aliens, the threats of terrorism: all of these elements undermine the political loyalty of citizens towards the European projects, the democratic institutions of each State, the contemporary forms of politics; furthermore, they open the door to populist, xenophobic, nationalist and anti-democratic political proposals [NOTE 4]. Fear divides society, since the cleavage between citizens and migrants is deepened by the one between those who are integrated and those who are marginal, but it also divides the States, because each of them formulates its own strategy for facing these challenges.

To recall what Frans Timmermans, the vice president of the EU, said on September 2 during the forum Ambrosetti in Cernobbio: «until we find an answer to the legitimate fears of our citizens, there will be space for the politics of paranoia, intolerance, xenophobia, nationalism, and exclusion as a false solution. We can neither give up, nor underestimate the risk of this challenge».

B) The objective, obviously, is turning Europe into the space of democracy, where civil and social rights exist together. From being one of the problems, the European Union must become the solution.

To this end we require a political energy that can not be immediately found in the cultural traditions of European history. As a matter of fact, these traditions have legitimized everything and its opposite: humanism, the most typical european tradition, lead to the triumph of technique; modern liberalism turned into the subject’s enslavement to the market; socialism and nationalism produced totalitarianism, and the same Christian tradition generated also civil wars of religion.

On my opinion, the political energy of Europe lies in democratic States and in the farsightedness of their élites. By farsightedness I mean the national élites’ awareness that steps forward the political and legal integration of Europe are needed, that they need to assess the economic and social causes of the current crisis, and that the direction of the policies enacted so far should be reversed; that the objective to be pursued is not only the growth of GDP, but rather full employment; that internal demand rather than exports should be fostered; that the legal and economic reassessment of labour should be supported, whereas the social and political centrality of the market should be undercut; that social justice must be chased.

The main instrument of this political and economical revolution is the State. In fact, only States legitimized by their citizens’ loyalty are capable of engaging in a real european cooperation. States which are weak, in crisis, shaken by fear and by populism, will never find a way out to their own selfishness and will always be exposed to the power of transnational corporations, to populist blackmail, and to the critics of anti-european politicians.

The State is not intrinsically nationalist. In our days it is the burden of a coercive economic structure (whose goal is growth without justice, wealth for few and subordination for the majority) leads the States towards short-sighted and opportunist behavior and societies towards rebellion. On the contrary the State has the potential of being internally democratized through a new civism, if the political forces are able to oppose in a plausible way ‒ with radical analysis and proposals ‒ the populist protests. Obviously, claim for personal and collective responsibility, together with civic participation at the level of cities, are needed; but without the power of the State, and without the existence of farsighted élites, civism has not the strength to win the challenges the democracy is facing now.

In reality, the historical and political “nature” of Europe lays in the pluralism of its States, and in the dynamism that those entails, in terms of imagining alternative futures. Now that the «frames» of the two victorious superpowers that shaped two Europes have been dismantled, we should think the new Europe freed from the iron cage of a unquestioned economic model and from xenophobic closing of some of his components.

In short, my main point is that democracy in Europe can be strengthen by increasing the democratic character of the communitarian institutions – insofar as it is possible ‒, but that it is first of all necessary to increase the democratic character of the member States, by enacting economic and social reforms that could make them less selfish and more cooperative.

C) This means that politics is not the simple management of existing relations of power, but rather the thrust (organized by the State) towards individual and collective emancipation (that is, democracy), which in turn is the condition for transforming the jungle of powers into the progressive order of the free city of Man, where his rights and capacity can flourish.

In other words, it is necessary to reassert the primacy of politics in its most significant space: the democratic State. Only through the culture of democratic politics – rather than of technocracy and hyper-capitalism – can more extensive forms of european cooperation be thought of.

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[NOTE 1]. Europe as a real or alleged unitary construction has a hybrid and fluctuating nature. It arose in the moment when Europe’s weakness was at its peak, as it was defeated and divided. It was born as strongly political, since Spinelli’s federalism envisaged a neutral European super-power between the US and the USSR; afterwards, in 1951 it became economical with the European Coal and Steel Community, and then presented itself again as political with the attempt of the European Defence Community, aborted in 1954. The reaction to this failure ‒ that is the European Single Market established in 1957 ‒ was once more economical and functionalist, while the further development has been again political, economic and technocratic, from the Europe of Maastricht in 1992 ‒ governed by the Commission and the Council of the heads of State or government, with an intergovernmental method ‒ up to the Fiscal Compact in 2012.

[NOTE 2]. The crisis of the European Union in its current configuration ‒ which was made visible by Brexit, but also by the ongoing configuration of a “two speed” Europe ‒ goes hand in hand with other crisis. First, the crisis of globalization, which has been established by the same Anglo-Saxon right-wingers who are now trying to end it, and which is exemplified in Trump’s war against those who have gained too much from globalization, that is China and Germany. Second, the economic crisis that began in 2008 and that in ten years left the society weakened and characterized by deep economic and social inequalities. Third, prospectively, the possible end of the European Union implies the very end of postwar Western democracy.

But the common currency itself has structural problems. Euro is a deflating device which forces the States to switch from the competitive devaluation of national currencies to the economic and legal devaluation of labour, and to competition on exports, in an unending neo-mercantilist drifting. Molded on French hypothesis, culminating in the Delors memorandum, the Euro has come to overlap with the Deutsche Mark and with its underlying ordoliberal conception. In fact, the «highly competitive social market economy» mentioned in the Lisbon Treaty is nothing but Ordoliberalism, with its theory according to which market and society overlap, and the State – that is, in the European model, communitarian institutions – is the guarantor of the market.

The double heart of Europe – that is, on the one hand, the political guide of France, and, on the other hand, the economical pull of Germany – here reveals its ambiguities: France holds but an illusory primacy, and Germany pulls above all its own economy, its own exports, and the national economical system of those States that are incorporated in a subaltern way in its own economic space. Yet, between 2003 and 2005, Germany itself had to orient Ordoliberalism towards Neoliberalism, with the Schröder-Hartz reforms. In any case, since the postwar period, Ordoliberalism has stabilized Germany, whereas today it potentially destabilizes European societies.

[NOTE 3]. Political spaces in Europe are multiple and interlaced. There are the spaces of States, designated by physical and legal walls; there is the NATO space, which identifies a heated Eastern frontier, and which is in turn crisscrossed by tensions among the former USSR satellite States, the countries more shaken by anti-Russian sentiment; there are those States with an old and moderate Atlantic loyalty, among them Germany; there is the frontier between the Eurozone and the areas with national currencies; and, above all, there are cleavages within the Eurozone, namely the spreads and the crucial differentiation between debtor and creditor States. Furthermore, there is a German economic space, the heart of the Eurozone, that entails a large-scale division of industrial labor and includes different economies in a hierarchical way. But the German economic space and the German political space do not overlap: many countries factually subsumed in the German economy have a foreign policy removed from the German one, rather oriented towards the USA than towards Europe. Generally speaking, the status quo is favorable to Germany. However, it presents also some drawbacks, like the political controversy with the weak links of the chain of the European currency, the southern States.

[NOTE 4]. Those phenomena defined as “populism” are in fact the protests of a society that has been impoverished and deprived of its certainties. These protests are addressed against the limitless demand for profit within the economic system, and against a political system that supports that demand rather than balancing it. The opposition between «us» and «them» is the political translation ‒ which seems anti-political only at a first glance ‒ of the abyssal difference established in Western societies between few wealthy and many poor or impoverished people, especially coming from the middle classes. Economic problems such as that of the Euro – which is crucial, but cannot be easily solved ‒ come up beside those deriving from uncontrolled migration, which the European Union does not face but rather leaves to the management of individual States.

 

Keynote Speech at the «International Congress for Democracy and Freedom»; Berlin, September 9th , 2017 (organised by «Internationales Literaturfestival Berlin», September 6th -16th, 2017).

The Origins of Modern Sovereignty and Its Current Transformations

 

What are we talking about when we say «State»? We are talking about the modern configuration of the relationship between politics and capitalism, as well as between Europe and the rest of the world. This configuration has been long winning and built the essence of the European empire from the Seventeenth to the end of the Twentieth Century. As a matter of fact, the modern State entails a new form of the world, that arises from the valorization of the discovery of America, both in the imperial transatlantic form (Spain and England), and in the State form within Europe.

The State is traditionally defined through the coordinates of sovereignty, population and territory. Sovereignty itself is nowadays understandable not so much through the three forms of power defined by the constitutionalist tradition (that is legislative, executive and judiciary power), but rather as the contradictory combination of political, economic and cultural power. Political power includes legislative, executive, but also judiciary and military power. Economic power is mainly private, but has public effects, and it actually determines important elements of society and of international politics. Cultural power concerns legitimating narratives and cultures, that in many forms project an image of a certain way of life, both inside and outside in the world.

These powers are not synchronized, and actually they can significantly diverge in the global age. Nonetheless, I would like to suggest that they can still be ascribed ultimately to specific political unities – in a broad sense definable as «States» – which are «political spaces» in a strong sense and which do not vanish in a smooth globality, inhabited by an abstract multitude. Yet they are new political spaces: they are not enclosed and self-sufficient as the modern sovereign State has conceptually claimed to be. They are rather crisscrossed by lines of power, violence and movement that prevent their closure, that are not inserted into the Westphalian dimension, and that must be deciphered with a multi-scalar gaze, through intellectual tools that not necessary adere to the current de-constructionist mood .

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There are two possible perspectives on the origin of the State and of the transformations of politics. The first one collects the reasons of unity, of legal stability, of progress, whereas the second one is characterized by the emphasis on the conflictual dynamics entailed by the State.

The first perspective actually includes a set of diverse positions: rationalist philosophies, as well as the work of a sociologist like Max Weber, and of the Allgemeine Staatslehre jurists. This perspective starts from the legal-unitary hypothesis that the State is a closed space, that the population is composed by individuals entitled with rights, that sovereignty gains its legitimacy through the contract or through participation, and manifests itself as legal-rational representative power. The crucial aspect here is that the political form tends towards unity, which is considered as a historical value and a progress in relation to the internal heterogeneity of the Empires.

In this view, the State poses itself as the mobile frontier between sovereignty and the animal nature; its movement progressively restricts the natural space of «wolves», by taming and civilizing them within the fences of sovereignty (although the animal lingers just the same, obscurely uncanny, because also the sovereign has beastly traits, as Derrida argued[1]). The motor of the frontier of civilization is labor, which includes progressively lands and peoples within the State: «in the beginning all the world was America» ‒ John Locke said in his Second Treatise, 16, 49 – and in the end all the world will be civilized. The relationship between the West and the «rest» is harsh and initially unequal, but linear: labor and State are the civilization that expands itself throughout the world, in a basically universal way. According to this narrative, colonialism is nothing but a stage in the path of civilization.

In this perspective, the whole world can be «statualized» and there is no need of a pacifist stance for imagining a system of pacific coexistence among States (like the UN). Moreover, the whole Earth is open to capitalism. Of course, one needs to take a stand for market capitalism against command economy (for the reason that the latter does not work), but in principle economy is not in contrast with politics. In other words, from civil society (within) and from colonialism (without) do not arise insurmountable contradictions. According to Max Weber’s analysis, the State and the market stay side by side as two forms of Western rationalism, that can be exported all over the planet and are internally very articulated. As a matter of fact, this expansive model of politics and of economy ‒ the combination of the sovereign frontier and of the frontier of labor ‒ encompasses the two opposed characterization of the State, the social and the neoliberal one. In other words, it includes both the modern and the post-modern form of State.

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We can define the second perspective about the genesis and transformation of the State as «the line of the Two», and use Carl Schmitt as its exemplary representative (also the Marxian perspective, obviously, is based on the “Two”, but aims at the “One”). In the realm of interior politics, we owe to Schmitt the thesis that the Political ‒ namely, the constituent power ‒ is intrinsically dual and conflictual. In fact, the relationship between friend and enemy transcends the State and the institutions, and cannot be fully neutralized or legalized[2]. The origin of the sovereign political form is not the contract, but rather the conflict. As Derrida would have later stated, sovereignty is a coup de force[3]. The permanence of this unremovable origin implies that legitimacy (that is, the original conflict) does not fully coincide with legality (the universal form of the right). The unity of the State can always be challenged by the internal enemy. Consequently, the sovereign political order presents itself not only as legal or administrative rational inclusion, but rather as decision and exclusion. From this point of view, Schmitt radically differs from Weber.

Furthermore, especially in his book on The Nomos[4], Schmitt rebuilt international politics by means of an epochal-genealogical gaze, according to which the European statehood results from the balance between the smooth space of the Sea (corresponding to the English naval and technical power) and the striated space of the Land (corresponding to the politics centered on the European States).

This relationship between continental Europe and England, however, is not sufficient for the understanding of the State. It is also essential to consider the colonial appropriation of the extra-European territory: being conceived as res nullius, this is the space where the «limited war» between States that reciprocally recognize themselves does not exist, and where the indiscriminate violence towards the “savages” is in play. The unbalance between Europe and the rest of the World adds itself to the balance between Land and Sea. This combination forms the Nomos, that is the order, oriented by a concrete origin, of the jus publicum europaeum. This means that the Nomos entails anomy: frontiers, frictions, conflicts are its constitutive parts, and it implies internal hierarchy or ominous confrontation with the outside, but for sure not the autonomy of its parts[5].

For Schmitt, the modern State has indeed vanished together with eurocentrism. Nonetheless his anti-universalism endures also beyond the State, in his hypothesis of the Great Spaces. These are meant as subjects of a post-national and pluralistic Nomos of the Earth; in fact, Schmitt favorably quotes Mao and his slogan «Asia to the Asians»[6]. These Great Spaces, though, are to be understood as completely autonomous one from the other, autarkic and self-sufficient: the economy and the technique, with their universalistic tendencies, are «indirect powers» that politics (the «direct power») must always confront.

In sum, for Schmitt, differently than for Max Weber, there is no congruence between economy and politics: the first one is generally smooth and universal, whereas the second one is particular and conflictual. To conclude, Schmitt is the thinker of exception and exclusion, but he sees them only in politics, while Marx situates these contradictions essentially within the economy. This fact allows the use of Schmitt by Marxism in an anti-liberal sense, but not entirely homogeneous to Marxist thought.

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Neoliberalism is the fourth revolution of the Twentieth Century, after Communism, Fascism and Social Democracy. This revolution took place in the ‘80s and gave birth to dreams of global peace: the lex mercatoria and a complex world governance were supposed to substitute the States as regulatory principles of international law and the aggressive dualism of the two Empires that confronted themselves in the Cold War. In general, the State (both communist and democratic) was recognized as a problem, and was supposed to give way to the individualistic competitive power of the utilitarian subject, the only one compatible with the new face of capitalism[7]. The market was supposed to become the new Nomos of the Earth. The social State should be replaced by a minimal liberal non-sovereign State, a tool of the economy, whose rules it was supposed to promote and guarantee on a certain territory – thus playing a non-marginal but certainly instrumental role[8].

But the full overcoming of modern political conceptuality in the direction of a total unity of the world was never realized: differences, conflicts, walls and authoritarian hierarchies have multiplied. Under the pressure of the new forms of economy, the political and juridical unity of the States has changed direction towards the practice of inequality and exclusion; the State of social security is turning into the State of security tout court.

From the international perspective, there is first of all a high rate of interdependency, like the one that binds the US and China, where the second one in fact finances the deficit and debts of the first one. On the other hand, there is a high rate of military conflicts in the shape of threats of conventional wars, or of a multifarious set of asymmetrical or low-intensity wars, dispersed on different fronts, and of massive migrants’ and refugees’ movements: the whole world is crisscrossed by conflict lines and by nomadic and migratory insurgencies, by terrorism and by new frontiers that try to stem them and that build the new international political spaces, very complex and loaded with violence[9]. Globalization is also a continual global war.

All this does not mean the end of sovereignty tout court: on the contrary, it survives in a not at all residual way. Differences are established in the law itself: the birth of a «criminal law of the enemy», of the migrant, of the poor, of the Muslim, are telling of this trend. The force of the State manifests itself in the limitation of rights and of freedom that occurs primarily in a factual and administrative way. At the same time, legitimacy moves from the rational legality to alleged «ethnical» or cultural foundations of identities, or to the securitarian dimensions. Emergency has become the norm.

But at the same time sovereignty is quested for by citizens, as a political defense against the social effects of the new economy and of its crisis, particularly the destruction of the middle class and the working class: sovereignty is quested not only as a force exercised in a repressive sense, but rather as the fundamental factor of a new claim for security and justice, that is for stability – that is for statehood. What is asked is not only that society be compatible with the needs of the market, but also that the market be compatible with the needs of societies – something that might derive from the action of politics –. Behind what is labeled as anti-political «populism» by the mainstream media ‒ a kind of politics that originates from below, but is always accompanied by a very traditional demagogy from above ‒, there is the political need to overcome the capitalistic anomy.

In this scenario, the State is marked at the same time by less and by more politics, which means less democracy and more plebiscitarianism, less institutional complexity and more authoritarian simplification. In other words, the exacerbation of the novelty effects produces the return of archaic forms of exercise of politics. The contemporaneity is the un-pacified coexistence of different temporalities[10] and also of different spaces and conflicting lines, that prevent political forms to find any kind of closure. Given these contradictions, the States exist as political subjects, as wounded Leviathan, hybridized with Behemoth and turned into amphibian and ambiguous monsters – figures of order and of disorder at the same time –.

This situation contradicts, for contrasting reasons, both the models of conceptualization of State explained above: a world unity in the neoliberal sense does not exist, because the States, though transformed, continue to exhibit, inside and outside, political and military logics which are not immediately identifiable with the economy. Nevertheless, we are not even confronted with the scenario of autonomous Great Spaces portrayed by Schmitt, for two reasons: on the one hand, the emergency that today cuts through the political unities does not correspond to the exception, for it escapes the punctual morphogenetic decision; if anything, emergency has become the permanent way of being of politics. On the other hand, the big political areas of influence that are visible in the world are not at all autonomous or autarkic; rather, we stress it again, they are open both to powers external from territory, and to internal conflicting insurgencies. Even from Schmitt’s perspective, the present situation is anomic.

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The logics of politics have a crucial role in the processes of globalization on the international scene.

Three different strategies of political control of the economic dynamics (or three different attempts to control them) operated, aiming to maximize the power of the main global political actors. The United States have been swinging: after the victory over the Ussr, on the one hand, they pursued an indirect economic power. This was the aim of the treaties subscribed by Obama in order to create free-exchange zones dominated by the US. On the other hand, the United States improved their military presence all over the world. This overtly and directly unilateral logic was applied by Bush jr and Trump; the latter, moreover, threatens new economic wars, through protectionism and his ideological claim “America first“. Anyway, the cultural power of the US still resists as the strongest in the world. The constant aim of this swinging was the maximization of the power of the United States all over the world.

Even China, the other major actor of the global age, has an intense and univocal political character: the political leading force of the country, the Chinese Communist Party, is unitary; the market economy is instrumentally used in order to produce a more intense development than the one that the command economy would pursue. The foundation of this politics is the political choice of mixing capitalism and socialism under the Party hegemony (the so-called «Chinese Road to Socialism», or «Sinicization of Marxism»). Actually, the Chinese bourgeoisie is expropriated of its political ‒ rather than economical ‒ influence. It cannot express its wealth on the political level, since politics is monopolized by the CCP. Thus, the economic power is able to act on the political level only indirectly, that is through corruption. Lastly, the cultural power is provided, on the one hand, by an interpretation of Marxism as an “eternal truth” expressing the universal dream of the humankind (namely, socialism); on the other hand, by claiming a national road to communism through the recovery of the Chinese traditional culture, and of the Confucian belief in the supremacy of harmony over conflict, of duties over rights, of peace over war[11].

In short, according to the Chinese self-narrative socialism does not coincide with planned economy. Rather, it consists of an interior one-party State that pursues the universal aspiration of socialism in a peculiar, specific way: on the one hand, free commerce on a world scale; on the other, a strong regional politics against any external imperialism[12]. From this point of view, China consciously meets Carl Schmitt’s thought, both concerning the one-party system, and the issue of the «Great Spaces»[13]. At the same time, from the economic point of view, China is afraid of the commercial protectionist wars threatened by the new US presidency. A communist and liberal «Great Space», then, but also a «Great Space» with its own area of influence in Asia and Africa. All of this shows the complexity of the present times.

Concerning Russia, it structurally differs from China both from an economic and from a demographic point of view. However, Russia shares with China the authoritarian political management of globalization, with its Euro-Asiatic geopolitical doctrine, its orthodox political theology, its force projection towards Asia and the warm seas.

The German Ordoliberalism, or «social market-economy»[14], is the third way through which politics has tried to establish its primacy before and during the global age. This perspective is based on organicist assumptions about State and society and on the idea that the market should be politically defended by the State, which ought to eliminate all reasons for conflict, such as the excessive claims of trade unions, or the companies’ tendency to form cartels. The Ordoliberal hypothesis was realized in Germany after WW2, through two main policies: on the one hand, a steady and compact link between banks and companies, trade unions and entrepreneurs’ organizations, State and Länder, school and economy; on the other hand, the neo-mercantile orientation of economy towards export, rather than toward interior demand. This approach – that was modified in a neoliberal direction by Schröder’s reforms in 2003-2005 (the so-called Hartz plan) – lies at the foundation of the Euro, the common currency of the European Union, which defines itself as «a high competitive social market-economy». But in Europe, without the political initiative of a European political unity – also in federal form –, that is without a truly political union with a sovereign power over State budget and fiscal policies, Ordoliberalism turns out to be a set of obligations and duties almost impossible to be respected by the European States, with the partial exception of Germany and of some States involved in the German economy. As a matter of fact, the States have no capacity to transfer money from the rich to the poor areas of the system or to take decisions concerning economic and fiscal policies binding for the whole territory. Consequently, while it was a political and economic victory for Germany, the Euro is a political and economic problem for Europe. Because of the presence of nation-States characterized by different interior economic performances, the Euro became one of the causes of the European crumbling, and fostered anti-European sentiments in many societies[15].

Therefore, there is no such thing as a European strategic power: there is neither a unitary sovereignty inside, nor an exterior projection of power; neither the capacity of governing the migration flows coming from the Mediterranean and the East, nor the ability to intervene in order to grant peace in the Middle-East and in North Africa. As far as the economy is concerned, export is strong, but Europe is also weakened by the very instrument that was supposed to strengthen it, that is the Euro, so that the European GDP growth is always too slow. Lastly, also the production of a legitimating democratic and social narrative is weakened by the inadequate performance of the European system as a whole. Today, inside an international context marked by conflicts that Europe is not prepared to face, its former claim to be a «civil power» fails.

In more general terms, precisely the difficulties found in applying the three patterns of political management of globalization described above show that political power is necessary. Even though the powers of several political unities are radically challenged, these are the only way of inhabiting the global world and cannot be substituted neither by a capitalistic universalism, nor by its multitudinary reversal.

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Today, in the winter of globalization, when its free-trade functioning is at least partially interrupted and its constitutive contradictions are blowing up, the three types of power (political, economic and cultural power) more clearly converge towards strategies based on specific political centers of power. In a general sense, we can define these centers as «States» (or “great States”) since they maintain the internal unity of the three powers and the capacity of politically, economically and culturally projecting them outside in a true Wille zur Macht. Politics accompanies and promotes the economy; in some cases, it also corrects its unrestrained tendency (Trump’s position against outsourcing is an example); furthermore, politics and economy produce mainstream cultural patterns and legitimating narratives. Sure, these powers are not fully synchronized (online in the case of China we can see something like a consistent strategy): anyway the great States give a general orientation to those powers.

As I said, however, these centers of power are structurally and reciprocally open: they are crisscrossed by economic faults, lines of valorization, and nomadic migration movements that cut the borders and crumble societies, but also by emergencies and struggles. Furthermore, these specific centers of power are challenged by the universalistic power of terrorism, that does not care about borders and that pushes on a global scale both the inter-Islamic civil war and the reaction of part of the Islamic world to the Western will of power.

It is therefore true that the global age displays new features, that is pluralism and neo-imperialism, and that universalism is denied both by the new differentiating logics of geo-economy, and by the traditional reasons of geopolitics. In a words, it is true that the space is still determined, conflictual and decisive, and that the struggle for the occupation of the space involving the US, Russia and China revolves around a political will that overcomes also economy and the legitimating narrative. However, it is also true – and it must be repeated – that this spatiality is plunged into a sea of transversal economic relations and in an ocean of terroristic or asymmetric conflicts. These conflicts and those relations prevent these spaces from becoming «fortresses», challenge their borders, increase their internal authoritarianism and the recourse to legal and extra-legal emergency devices.

Consequently, neo-imperial sovereignties are continuously floored and displaced, and they are compelled to incorporate lines of force and violence that cannot be completely circumscribed and controlled: in sum, they have to accept the impossibility of determining and neutralizing their own contradictions. In other words, they face an endless crisis. However, it would be inappropriate to say that they are «in ruins». On the contrary, we are facing new complex conceptual and spatial geometries, rather than the complete absence of form. Of course, there are also sovereignties in ruins: there are the «Failed States» (and they are not a few) and there are States completely subjected to the sphere of influence of others (and they are many). This complex geometry is marked by the co-existence of different scales of power, forces and interests that tend to be universal, by local conflicts and struggles, potentially conflictual and actually interdependent great powers. In this context, which is an «intermediate situation» from both a political and a conceptual point of view, «great politics» is decisive and hence constitutes the Nomos of the Earth, the function that enables to decipher the global politics. However, this Nomos does not have a center, and is therefore incapable of ordering globalization. It is a paradoxical figure of disorientation, rather than of orientation.

In this game, in this multi-scalar space, in this articulated time, what’s left of Europe ‒ which is not able to be a «State», not even a federal one – and what about its national States? From the point of view of effectiveness, which is politically decisive, neither these States nor the neoliberal narrative are up to the global scenario. From the point of view of the three abovementioned forms of power, in different ways each European State expresses a hopelessly «small» power. Besides, the establishment of a unitary continental power would be impossible: not only because the US and Russia would oppose it, but also because it is not in the agenda of the European political élites, that have achieved their oligarchical objectives in the construction of the euro and that, from a political point of view, still base their extremely narrow legitimacy on the nation-State.

On the other side, notwithstanding its weakness, the remaining loyalty of the citizens is directed towards the State, whose sovereignty is seen as the last bulwark against the social destruction produced by neoliberalism. And we must remember that the State (as well as the Party) is the only modern structure that can be democratized.

So, the European nation-State is «a past that does not pass». Suspended between the «not anymore» and the «not yet», its weakness is still a political resource that should be overcome, but is nonetheless necessary when better resources are unavailable. The European State is not strategically relevant, but is the bridging structure at stake in the political and institutional struggle in Europe, both from a symbolic and from a tactical point of view. The Right-wing is well aware of this relevance of the State. In fact, it is trying to appropriate it, answering by this to the people’s demand of protection from the effects of globalization. The Right-wing populist policies emerged from below, but are now directed by demagogy from above and, in all cases, remain anti-democratic. Therefore, also the Left-wing should be aware of the relevance of the State. Also from the State, not only from multitudes or social movements (that arise from the contradictions of the present and that are not to be neutralized in a party nor in the State, and that must remain parallel to the institutional politics) the Left – armed of critical thought, that is of its own cultural power – should realistically restart in order to both enact anti-liberal economic policies and to think a Europe finally made of social and democratic States animated by a «will of justice». From these States, Europe should draw its internal political and ideal consistency, so as to present itself on the global scene as a recognizable power led by a coherently humanist culture, and by adequate economic and political powers. The Left should move towards Europe through the States of the peoples (not of the populists), rather than against them.

In conclusion, for a political thought and practice that aim to be both critical and realistic, the challenge consists of pursuing the strategic democratic and social power of a United Europe through the combination of social movements and of political States, in a new democratic re-appropriation of the States in order to overcome them in a strong federation. In facts, also critical theory should adhere to reality, if it wants to change it. Otherwise, reality avenges.

 

Lecture at The 2017 Summer School in Global Studies and Critical Theory, Bologna,  Archiginnasio – Sala dello Stabat Mater, July 3rd , 2017 

 

[1] J. Derrida, Séminaire : La bête et le souverain, vol. 1 (2001-2002), Paris, Galilée, 2008; Id., vol. 2 (2002-2003), Paris, Galilée, 2010.

[2] C. Galli, Janus’s Gaze. Essays on Carl Schmitt (2008), Durham and London, Duke University Press, 2015

[3] J. Derrida, Otobiographies. L’enseignement de Nietzsche et la politique du nom propre, Paris, Galilée, 1984, pp. 22-23.

[4] C. Schmitt, The Nomos of the Earth in the International Law of the Jus PublicumEuropaeum (1950), New York, Telos Press, 2003

[5] F. Luisetti – J. Pickles – W. Kaiser (eds.) The anomy of the Earth. Philosophy, Politics, and Authonomy in Europe and the Americas, Durham and London, Duke University Press, 2015

[6] C. Schmitt, L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale con divieto d’intervento per potenze straniere. Un contributo sul concetto di impero nel diritto internazionale (1941), in Id., Stato, Grande Spazio, Nomos, Milano, Adelphi, 2015, pp. 101-187; Id., Teoria del partigiano (1963), Milano, Adelphi, 2005, pp. 82-83

[7] M. J. Crozier – S. P. Huntington – J. Watanuki, The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York University Press, 1975

[8] S. Sassen, Territory, Authority, Rights. From Medieval to Global Assemblages, Princeton, Princeton University Press, 2006

[9] C. Galli, Political Spaces and Global War, Minneapolis, Minnesota University Press, 2010; S. Mezzadra and B. Neilson, Border as Method, or, the multiplication of Labor, Durham and London, Duke University Press, 2013

[10] See the essays collected in «FilosofiaPolitica», 2017, n. 1

[11] Zhang Youkui, Il sistema di valori alla base del socialismo e il superamento del nichilismo, in A. Catone (a c. di), La “Via cinese”, Bari, MarxVentuno Edizioni, 2016, pp. 91-111; Hong Xiaonan, La potenza dell’armonia e la via di sviluppo pacifico della Cina, ivi, pp. 197-210

[12] Xuan Chuanshu, Avere fiducia nei propri valori e avere fiducia nel proprio percorso: un’analisi approfondita dell’essenza della via cinese, ivi, pp. 113-127

[13] Sun Jingfeng, Ancora un’indagine sul significato mondiale della Via cinese, in La “Via cinese”, cit. pp. 171-188; see F. Sapio, Carl Schmitt in China, in “The China Story”, 7 ottobre 2015

[14] C. Galli, Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 83-113

[15] J. Stiglitz, The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe, New York – London, W. W. Norton & Company, 2016

Il suicidio delle sinistre

ph-15

La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

A tutto ciò Cesaratto contrappone tesi classiche: che l’economia ha come oggetto la produzione di surplus e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), così che l’equilibrio distributivo è non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall’economia reale; che il fattore critico dello sviluppo è la domanda aggregata; che l’inflazione è il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria è presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato può e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di welfare) in vista dell’obiettivo della piena occupazione, questa sì capace di garantire la crescita.

Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora più dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realtà Quaranta) – a separare i due periodi c’è la grande svolta dei tardi anni Settanta –. La prima fase è contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell’ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall’esercizio della sovranità economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realtà di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall’esigenza post-bellica di aprire la società alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall’esistenza dell’Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello è stata dovuta essenzialmente all’inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor più dagli choc petroliferi della metà degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del «vincolo esterno» e – anziché contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com’era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del project socialiste del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) – ne hanno dato una gestione «ortodossa», fondata su austerità, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell’economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranità economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive più povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro più grave di quella che sarebbe stata generata dall’inflazione.

La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il winter of discontent 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la «seconda sinistra»), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l’onda neoliberista perché la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno è di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell’economia, con l’euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruirà Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l’attacco all’Urss sulla base dei libri di Solženicyn e ne distrugge il mito con i noveaux philosophes, mentre la più avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilità di un’interpretazione dialettica e di classe della realtà; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.

Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo – generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione – e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un’Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo è il quadro ottimale di un’unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell’euro (che avendo come obiettivo la lotta all’inflazione, cioè ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei più gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma è stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilità del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell’economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilità sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa è la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d’accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanità, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranità economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l’euro), e ha imposto l’austerità per rispettare il vincolo esterno anziché aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell’euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l’hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.

Analoghe nettezza e radicalità emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne dà in nome dell’estensione illimitata e incondizionata dell’ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono sì l’origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell’Urss, nell’indebolimento dei Paesi più poveri dovuto alle politiche del Washington consensus, e alle guerre – presentate inizialmente come «democratiche» – che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l’accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell’esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.

In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, è segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda più sull’esportazione che sulla domanda interna, ed è interrotto dalla «congiuntura» ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l’Italia vi perde il nucleare e l’elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della metà dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l’estero – il «vincolo esterno», da allora centrale nella storia economica del Paese – a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerità. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che – sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l’obiettivo di acquisire l’ammissione all’area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica – offrì al potere dominante la disponibilità operaia ai «sacrifici», cioè a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo così si apriva la strada alle più energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il «divorzio» fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l’inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e più in continuità con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si è sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre «organiche» e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile «socialismo», ad una visione riformista e conflittualista della società e dell’economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cioè un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di «intellettuale organico» (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realtà puntava sull’introduzione delle regioni per quanto riguardava le chances di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd è quindi in sostanziale continuità con la storia della sinistra italiana.

Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilità del lavoro (da qui la centralità strategica del jobs act) e non certo allo Stato, in cui l’euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre più contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un «sarcofago» di invenzioni finanziarie la materia «radioattiva» della moneta unica, che continua però a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un «incidente di percorso», come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l’Italia non è al momento padrona di se stessa, né in grado di progettare liberamente il proprio futuro – e in questo vicolo cieco brilla l’assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perché quelli essenziali le sono preclusi –.

Si tratta di due libri decisi e provocatori – nella loro scientificità – che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi – che non rappresentano tutto l’arco della opposizione al mainstream – hanno un respiro di serietà e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realtà storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica – non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto –.

Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana – non nuova in sé, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza – sia per la luce gettata sull’Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall’ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al mood dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perché questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica più allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell’euro.

La sinistra che oggi gestisce l’Europa neoliberista, a cui presta sempre più stanche narrazioni e sempre più flebili esorcismi verso i «populismi» (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilità, dell’austerità, dell’innovazione a senso unico, del monetarismo e dei bonus ai cittadini, della esaltazione della «società del rischio», la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si è suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, è fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede «più Europa» e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie chances alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualità intrinseca della società, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la società dal disastro in cui il neoliberismo l’ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.

Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali è l’impianto «novecentesco» dell’intera analisi. Il che di per sé non è indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalità e l’incisività della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l’azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come è possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non è una «necessità» ma solo l’esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si può superare e correggere? Come si può «fare il contrario» del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficoltà non implica che l’analisi sia in sé scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficoltà merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.

Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l’accusa di a-criticità del suo impianto teorico, cioè del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al «riformismo competitivo», non sono di per sé una novità, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non può più rivendicare la propria continuità con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come «altra» rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima – anche se non come «nuova» nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta –: una sinistra finalmente davvero «parte», benché non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l’ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall’uccidere l’immagine del proprio padre.

In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger è ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana è assodata, ma che costituisce oggi uno dei più influenti paradigmi della «teoria critica» contemporanea. Anche in questo caso, non è nuova l’accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalità in direzioni che negano la possibilità di individuare un punto determinato di spiegazione della realtà (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di «governo», nel caso di Foucault; lo scavo nel «rovescio» del linguaggio, per mostrarne l’indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettività in nome del «desiderio», nel caso di Deleuze), così da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anziché di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realtà. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: può esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di «negazione determinata»? Naturalmente la risposta non è pronta da qualche parte, e può uscire solo da una riflessione a più voci all’interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilità materiale di un nuovo umanesimo nell’epoca del trionfo della economia più antiumana.

Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli «animosi intelletti» che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realtà, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.

 

Origine e declino dello spazio politico moderno

ph-14

Per trattare il tema del moderno spazio politico si deve prima comprendere che cosa significa «spazio» in politica e nel pensiero politico, e al tempo stesso si deve comprendere la nozione di «spazio implicito».

Queste idee sono state sviluppate in Carlo Galli, Political Spaces and Global War, Minneapolis, Minnesota University Press, 2010 (ed. or. Bologna, Il Mulino, 2001).

 

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A) Che cosa significa che lo spazio ha rilievo per la politica e per il pensiero politico?

1.Che lo spazio abbia rilievo per la politica significa non solo che il potere politico deve calcolare gli spazi del proprio esercizio e tenere conto delle dimensioni e delle distanze (si istituiscono così le differenze fra imperi e piccoli Stati, oppure fra climi e caratteri). Significa che esiste un rapporto concreto della politica con la geografia, del potere con i territori, o meglio – per quanto ci riguarda – del pensiero e delle istituzioni con il nesso natura/cultura, nella storia. Ma soprattutto significa che lo spazio è un paradigma o un quadro nascosto nel pensiero e nelle istituzioni politiche; che viene assunto e utilizzato in modo implicito e non sempre riflessivo.

2.Lo «spazio implicito» di cui si parla non è un inerte dato geografico, una passiva natura; è piuttosto il sistema delle differenze, delle distanze e delle vicinanze, delle sovra- e delle sotto-ordinazioni (non è solo a due dimensioni, quindi, ma a tre; anzi a quattro, se considerato in proiezione cronologica), consapevolmente o inconsapevolmente tracciate dai poteri formali e informali; è la struttura topologica dell’Essere a cui fa riferimento, consapevole o non, il pensiero politico. È uno spazio politico, fatto dalla politica o pensato e presupposto dalla politica. È uno spazio che è all’opera sia che il pensiero e le istituzioni politiche pensino apertamente lo spazio, sia che lo escludano dalla riflessione e che lo mettano tra parentesi. È uno spazio fatto di linee più o meno mobili di differenziazione, cioè di inclusione e di esclusione: grazie ad esse si è collocati dentro o fuori dai confini politici, dalla piena cittadinanza legale, ai margini o al centro di ambiti produttivi, di rotte, di traffici; vi sono linee (e spazi) di amicizia, del colore, di religione, di genere, di economia, di cultura, di buone o cattive maniere; di fuga e centripete, di costruzione e di frattura. E sono linee non metaforiche ma reali – non però naturali, ma storiche e politiche –. Lo spazio politico è difforme rispetto allo spazio fisico. Spazio, potere, differenza sono strettamente intrecciati: lo spazio politico è fatto di relazione fra diversi. Dunque, lo spazio non ha un’essenza ontologica, non è il sostituto dell’Essere, il fondamento del mondo (come può apparire in alcuni frammenti di Nietzsche preparatori allo Zarathustra 1883: «con solide spalle lo spazio si oppone al nulla; dove è spazio là c’è essere»); non ha in sé potere ordinativo (l’errore della vecchia geopolitica, e anche a tratti l’ambiguità di Schmitt in Der Nomos der Erde 1950); piuttosto, lo spazio è potere, è interpretazione e mobilitazione. Lo spazio diviene per noi prezioso, oggi, per decifrare il mondo dopo che il tempo – la storia come progresso – non è più una bussola affidabile: dentro/fuori, alto e basso, statico/nomade, spiegano di più che vecchio/nuovo (questa coppia è il modo in cui si presenta la politica, e va appunto ricodificata e decostruita, per coglierne la politicità intrinseca, in destra/sinistra – ma non è questo il nostro tema – e in dentro/fuori, alto/basso). Insomma, la politica è sempre spaziale, e lo spazio è sempre politico (Sassen, Territory, Authority, Rights 2006; S. Elden, The Birth of Territory 2013). Non viene prima lo spazio, né prima la politica: i due ambiti sono forse disciplinarmente distinti (il primo è di storia del pensiero, il secondo è di storia della geografia), ma di fatto convergono e vanno trattati da un pensiero metadisciplinare (filosofico) che ne colga l’interazione.

3.In età moderna, nello Stato moderno, il pensiero e le istituzioni, da un punto di vista formale, cercano di produrre uguaglianza, vicinanza, omogeneità (lo Stato); di eliminare lo spazio e di enfatizzare la dimensione del tempo (il progresso). Un’analisi ravvicinata del pensiero moderno mostra però che la differenza non è annullata ma semplicemente allontanata: è ammessa, o in ogni caso è riconosciuta, in una lontananza spaziale specifica, le colonie, il fuori. Lì c’è la meraviglia e l’orrore, la difformità e l’anomalia; lì il potere che agisce per linee di inclusione e di esclusione si lascia vedere. E viene, con diverse strategie intellettuali, identificato e giustificato, messo al servizio della grande uguaglianza, della ragione moderna, che così accetta e ammette di incorporare in sé la disuguaglianza.

4.Il nostro intento è appunto rileggere la spazialità implicita nella modernità a partire dal fatto che le linee di potere che istituiscono un ‘fuori’ in realtà lo portano ‘dentro’, nel senso che senza quel fuori il sistema di potere non funziona. E al tempo stesso il nostro intento è rileggere oggi il mondo globale – in cui tutto è ‘dentro’ – come percorso da innumerevoli linee di potere che operano inclusione a diversi livelli gerarchici o che tentano l’esclusione, e che insomma cercano di dare ordine funzionale, non statico, alle parti del globo, di formare aree omogenee (di scambio, di unità monetaria, di uniformità giuridica). Linee che a loro volta sono scavalcate e trasgredite da contropoteri, o sono comunque in difficoltà nel sostenersi e nell’affermarsi. Linee che sono o vogliono essere barriere, e linee che sono incontri e passaggi; che sono frontiere e fronti di battaglia. In generale, per leggere il potere che dà forma e figura (benché cangiante) al mondo si deve oggi interpretarlo come potere che, con le sue linee, crea e sottrae spazi, crea uguaglianze e differenze. Queste linee (questi spazi impliciti) possono essere lette tanto nella politica pratica – nel diritto, nell’economia, nella differenziazione sociale – quanto nell’ideologia, nel discorso pubblico, nei quadri concettuali che sorreggono le costituzioni materiali. Fare emergere gli spazi impliciti significa perciò decostruire e criticare.

B) I diversi significati di «spazio» nella storia del pensiero politico. Una breve rassegna.

Quali spazi impliciti sono ravvisabili nel pensiero politico e nelle istituzioni politiche? Possiamo distinguerli come segue, notando che dall’età moderna in poi – il punto di svolta è la scoperta dell’America, cioè l’allargamento dello spazio europeo, e la frattura interna dello spazio cristiano, che si voleva universale, cioè la Riforma – le varie spazialità implicite si susseguono per contrapposizione, secondo quanto appare, ma in realtà per sviluppo di alcuni caratteri impliciti nel modello precedente.

1.Lo spazio qualitativo, delle differenze naturali.

In vario modo, è lo spazio politico antico della polis e di Roma – benché la qualità della differenziazione fra civiltà e barbarie sia nei due casi sia molto diversa: naturale e giuridica.

2.Lo spazio agonistico in Machiavelli

Per Machiavelli lo spazio è un’arena, un’area di lotta civile e militare. La città e il territorio, interpretato dal principe, devono avere un rapporto con la virtù, cioè con il conflitto (sono quindi preferibili i “luoghi inameni”, che rafforzano la virtù: Discorsi I, 11; e lo spazio deve essere visto dal punto di vista della guerra sempre possibile: Discorsi III, 39 oltre che Principe 14).

3.Lo spazio cattolico del tomismo e della seconda scolastica.

Prosegue lo spazio universale cristiano medievale (ma in realtà era duale, poiché in conflitto con l’Islam). Il primo esempio è Vitoria De Indis. Si tratta di uno spazio non differenziato ontologicamente – tutti gli uomini sono Imago Dei e tutti possono autogovernarsi –. Le differenze di sviluppo e di conoscenza del Vangelo possono creare l’esigenza di un aiuto caritatevole verso i ‘selvaggi’ da parte delle potenze cristiane, che – inoltre – non devono essere impedite nei loro traffici e nella propagazione del cristianesimo. Lo spazio universale omogeneo e pieno di qualità (Imago Dei) conosce quindi linee di differenziazione teoricamente provvisorie. La posizione opposta, di differenziazione qualitativa e gerarchica fra Europa e America, è in Sepulveda Democrates alter 1547 (gli indigeni americani sono homuncoli); ma è una tesi diffusa fino al XVIII secolo (Gerbi, La disputa del nuovo mondo 2000).

4.Lo spazio utopico.

Collocato fuori dall’essere, trova posto nel dover essere; è un’isola in mezzo al mare, agli antipodi, lontana. È un universalismo estremo: si pone in modo indifferentemente astratto davanti a tutto il mondo reale, in ogni sua manifestazione. Esiste anche l’utopia interna che si veste da esterna, la critica da un punto di vista che si vuole tanto innocente da travestirsi da straniera (Montesquieu, Lettere persiane).

5.Lo spazio liscio universale vuoto del razionalismo moderno.

È uno spazio che preesiste alle cose, in cui le cose hanno un posto che viene ordinato e segmentato dalla politica.

i) È in primo luogo un universalismo operativo, nel senso che lo spazio si offre a ospitare il costrutto umano, l’artificio, l’immagine del mondo tracciata dalla tecnica (Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo 1938, in Sentieri interrotti 1950). La vera dimensione di questo spazio è il tempo progressivo: c’è progresso quando nello spazio omogeneo viene costruito un artificio, quando si passa dallo stato di natura allo Stato politico, dalla barbarie alla civiltà. Questo spazio universale è il diritto naturale soggettivo. Paradossalmente l’universalismo laico moderno si realizza in una pluralità di Stati particolari, ciascuno dei quali costruisce se stesso come universale vuoto, omogeneo, neutrale e giuridificato, per superare la frattura delle guerre di religione: è in questo spazio che i diritti naturali del singolo soggetto diventano diritti civili e politici, attraverso i dispositivi di cittadinanza e le lotte per l’inclusione che su di essa si sono sviluppate (Isin, Being political, 2002). Il passaggio dalla guerra alla pace, dall’anarchia all’ordine, dalla natura alla proprietà, è in linea di principio possibile ovunque, ma di fatto è avvenuto in Europa: l’America è la metafora dell’universalità indifferenziata naturale, contrapposta all’universalità differenziata civile e progredita (Locke, Secondo Trattato, cap. V Della proprietà: un tempo ovunque era America; analogo ruolo ha l’America in Hobbes Leviatano 13, con la differenza che il progresso per Hobbes è sempre minacciato e reversibile). La differenza fra America e Europa è quindi enorme, ma è transitoria, superabile. L’unica spazialità intrinseca al razionalismo moderno è imposta, è politica: è il rapporto, posto e creato dalla sovranità statale, fra interno/esterno, criminale/nemico, pace/guerra (fra soggetti diversi ma qualitativamente analoghi: hostes aequaliter iusti). Questo è l’asse categoriale di tutta la politica moderna, l’unico spazio (binario) che si ammette apertamente. Lo spazio omogeneo interno, e l’esterno abitato da spazi analoghi ma altri, alieni, stranieri.

ii) Eppure, in questa spazialità semplice e vuota ci sono, implicite, ben altre linee di potere politico differenziante. Lo sappiamo da Schmitt (Der Nomos der Erde), il quale ha dimostrato che la sovranità è solo europea e che è resa possibile da esercizi di potere non giuridificato in ambito marittimo ed extraeuropeo. Ma lo sappiamo da Locke, che afferma che l’America è conquistabile proprio perché non c’è proprietà, dato che non c’è lavoro – la conquista in quanto tale non fonda alcuna legittimità se il conquistato è uno Stato civile (Secondo Trattato, XVI Della conquista) ma se è scoperta e insediamento lavorativo in un contesto di abbandono è legittima –. Allo stesso modo dove non c’è territorio (in mare) è possibile condurre una guerra privata per difendere e riconquistare la propria proprietà (Grozio, De iure predae): la linea del potere passa quindi per il lavoro e la proprietà. La violenza illegittima si consuma comunemente fuori dall’Europa, attraverso l’occupazione, la colonizzazione, la valorizzazione commerciale, che non sono giustificate in quanto tali ma che sono riconosciute come un ponte, un passaggio, verso una piena integrazione dei ‘selvaggi’ nella civiltà giuridificata (Kant, Principi metafisici della dottrina del diritto). Di fatto anche nel pensiero politico razionalistico c’è una eco civilizzata della terribile esportazione di violenza incontrollata e selvaggia verso gli spazi non europei (atlantici e asiatici – dalla tratta negriera alla pirateria alla devastazione del sud America alle terribili lotte fra portoghesi inglesi e olandesi per le Molucche, le isole delle spezie, su cui cfr. Milton, Nathaniel’s Nutmeg 1999) che è il vero motore dell’accumulazione capitalistica, in cui guerra e commercio si compenetrano a livello globale (contro il “dolce commercio”). Il capitalismo mondiale è la verità dello Stato europeo: le linee spaziali statali europee interno/esterno sono in realtà intersecate e alimentate dalle molteplici linee di potere extra-europee delle rotte oceaniche e dei commerci diseguali, delle guerre di sterminio (anche fra potenze europee, fuori d’Europa), dello schiavismo. L’esterno è il cuore dell’interno. L’universalismo capitalistico è generatore di infinite differenze non determinate ontologicamente dallo spazio fisico ma economicamente e politicamente dalla diversa collocazione nei regimi della produzione.

6.Lo spazio rivoluzionario, romantico e dialettico, fra natura e storia.

Lo spazio moderno che si pretende vuoto viene riempito di natura società e storia dalla nazione e dallo Stato borghese. In Sieyes le linee di potere sono interne (la divisione del lavoro, la lotta ai privilegi) ed esterne (la nazione rivoluzionaria in armi); in Ritter lo spazio non è più né solo politica né solo natura, ma storia; lo stesso vale per Hegel, secondo il quale (Filosofia del diritto §§ 244-7) lo spazio è sviluppato in senso progressivo da Oriente a Occidente, e ‘progresso’ significa complicazione: infatti lo spazio è anche, in parallelo, percorso da contraddizioni all’interno (la società civile) che riversa all’esterno (col colonialismo); il rapporto dentro/fuori si complica, il ‘fuori’ viene interpretato come condizione dell’esistenza del ‘dentro’. Lo spazio è risolto nel ‘prima’ e nel ‘poi’, nel tempo. In Marx ciò è chiarissimo: lo spazio interno (lo Stato) è percorso da concrete fratture di classe, più vere della vuota omogeneità della democrazia; e questa spazialità è resa possibile dalla spazialità, anch’essa differenziante e gerarchizzante, del capitalismo globale, storicamente determinato. Lo spazio è modificato dalla storia e dall’economia.

7.Lo spazio naturale quantitativo e differenziato del positivismo.

   Lo spazio è retto da leggi fisiche e antropologiche (quantitative), scientificamente conoscibili, che lo differenziano: The burden of the white man è gestire queste differenze, non superarle. Lo squilibrio economico e tecnico (reale) è politicizzato attraverso il ricorso a leggi naturali a cui la politica non può sottrarsi e da cui anzi è legittimata. Le differenze sono insuperabili (Kipling, East is East, and West is West, and never the twain shall meet) ma gerarchizzano, non separano le parti, gli spazi: colonialismo e razzismo entrano in gioco come attori primari del discorso politico. Insieme a essi agli inizi del secolo XX appare la geopolitica, cioè l’idea che sia lo spazio con le sue differenze interne e con le sue logiche immanenti a dettare le leggi della politica – il nesso fra spazio e potenza è governato da leggi fisiche e geografiche che la politica deve assecondare: ad esempio e il concetto di Hearthland di Mackinder, The geographical Pivot of History 1904 –.

8.Lo spazio invertito e differenziante dei totalitarismi.

L’inversione è rispetto alla statualità nella sua autodefinizione classica: all’interno c’è omogeneità e non uguaglianza, e soprattutto la differenza dentro/fuori è portata dentro: all’interno c’è il nemico, oggetto di guerra interna. Un altro rovesciamento (sempre rispetto all’autodefinizione della modernità) è che lo sterminio viene introdotto in Europa, mentre era praticato negli spazi extra-europei. L’elemento della differenziazione è nelle teorie tedesche e giapponesi dei “Grandi Spazi”, apertamente anti-universalistiche. Il globo è diviso in blocchi eterogenei e chiusi.

9.Lo Spazio planetario duale

Nasce nel secondo dopoguerra dalla grande spartizione del mondo fra Usa e Urss e dalla fine dell’eurocentrismo. È lo spazio del conflitto fra due universalismi agonistici: lo spazio tendenzialmente indifferenziato delle democrazie, dei diritti e del capitale, vs lo spazio tendenzialmente indifferenziato del socialismo. Due osservazioni. La prima è che alla divisione fra Est ovest si aggiunge in realtà anche quella fra Nord e Sud (al sud possono capitare cose che al nord non sono tollerate, come il conflitto armato fra i due mondi: un esempio è la guerra del Vietnam, un altro sono le guerre di liberazione coloniale, condotte dalla guerriglia come nel caso del Che, da eserciti regolari come nel caso dell’intervento di Cuba in Angola). La seconda osservazione è che proprio per il fatto che si tratta dello scontro fra due universalismi, è stato sostenuto che la vera spazialità implicita nell’epoca della Guerra fredda è l’Universale, cioè l’Uno e non il Due: l’unità del mondo è data dalla tecnica e dalla produzione industriale, che sono il vero presupposto comune tanto del capitalismo quanto del comunismo (Schmitt, L’unità del mondo 1951).

10.Lo spazio globale

È lo spazio implicito ed esplicito dell’unico vincitore della guerra fredda, la liberaldemocrazia e il capitalismo.

i) È uno spazio che secondo la sua autorappresentazione vuole essere liscio, senza ostacoli, in cui si possono muovere ed esportare merci e mercati, diritti e democrazia. Nessuna differenza qualitativa e di principio ha diritto di esistere. Né quella fra nazioni, né la differenza fra spazio interno e spazio esterno allo Stato: nemico e criminale quindi si equivalgono, e di conseguenza le guerre in senso proprio non ci sono più, sostituite da atti di protezione e di polizia. Il diritto governa il mondo, in linea di principio: il nomos della terra è la democrazia universale e i diritti umani su scala universale, è inoltre l’Onu col suo “dovere di protezione”, e infine è lo scambio universale, la lex mercatoria che oltrepassa le ‘striature’ dello spazio operate dagli Stati post-sovrani. Emblema di questo universalismo – erede estremistico di quello del razionalismo moderno – sono la rete (www) e la finanza; due forze che non solo affrontano lo spazio modernamente come se questo fosse a loro completa disposizione ma che, ancor più, tendono a trasformarlo da universale in virtuale, cioè a creare uno spazio che è esso stesso artificiale, sostitutivo di quello naturale e di quello della metafisica moderna centrato sul soggetto (Sloterdijk, Sfere, 1998-2004).

ii) Ma in verità quello globale è uno spazio paradossale, oltre che un tempo paradossale, per due motivi. Il primo è che ogni punto è immediatamente a contatto col tutto (il cosiddetto glocalismo): i filtri e le mediazioni di spazi intermedi non esistono, così che tutto può accadere ovunque in ogni momento, e ciò che accade in un punto ha istantaneamente conseguenze su ogni altro punto (ciò vale sia per il terrorismo sia per le operazioni finanziarie). Il secondo motivo è che si tratta in realtà di uno spazio discontinuo e gerarchico, benché le gerarchie non siano disposte in un ordine rigido e fisso: ci sono diverse posizioni e configurazioni nel sistema del capitalismo globale (le superpotenze – Usa, Cina, Ue che cercano di articolare Grandi Spazi concorrenziali, non chiusi ma aperti –, i BRICS, gli Stati che si affacciano alla scena mondiale, gli Stati falliti, l’Africa che è terreno di scontro fra Usa e Cina); ci sono le masse dei migranti espulsi dai confini statali crollati (Sassen, Expulsions 2014) e dispersi nel mondo come segno vivente di contraddizione e catturati in nuovi spazi di confine e di lotta (Mezzadra – Neilson, Border as method 2013); ci sono le nuove inquietanti guerre ‘da remoto’, con i droni che capovolgono il rapporto amico/nemico e annullano la spazialità che gli è implicita (G. Chamayou, Théorie du drone 2013).

C) Conclusioni

La globalizzazione produce uno spazio politico percorso da linee ben più complesse di quanto essa affermi. Il che ci porta, per il presente, a ipotizzare interpretazioni alternative del Globale, sia quanto alla sua genealogia (e qui hanno rilievo gli studi Atlantici, quelli Postcoloniali e la nuova geopolitica, ovvero gli approcci che mostrano quanto la centralità dell’Europa nel Moderno si sia costruita nel continuo confronto con gli elementi spaziali e antropologici non europei) sia quanto ai tipi di problemi che lascia da affrontare. Questi possono così essere sintetizzati: la ridefinizione del ruolo dello Stato post-sovrano nel contesto dei Grandi Spazi in cui si articola il capitale globale, la trasformazione del significato della cittadinanza, il rapporto fra stanzialità e nomadismo (più fecondo di quello fra Impero e moltitudini), il ruolo (e la differenza reciproca) dei bordi (edges), dei limiti (boundaries), dei confini (borders), delle frontiere (Frontiers). Si tratta infine di decostruire l’universalismo astratto della spazialità globale e di scoprire le molte linee di potere, vecchie e nuove, che lo costituiscono (quella di genere, incrociata con quella di religione, resta centrale), senza cadere tuttavia nella nostalgia delle frontiere, delle identità, degli spazi chiusi (su queste ultime si veda, invece, R. Debray, Éloge des frontières 2010). In questo programma di studi si mostra, per concludere, che la dimensione dello spazio è decisiva sia per la critica genealogica del Moderno sia per la critica politica del Globale. Una critica che consiste, operativamente, nel “cartografare il presente”.

Lezione magistrale tenuta il 7 novembre 2016 presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna. 

 

 

 

La nobiltà della politica

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La politica può essere nobile se e quando si occupa della promozione della dignità della persona. Dunque, non quando si occupa di far tornare i conti dei bilanci.

Io non mi sento un visionario nel parlare di nobiltà della politica; semmai, propendo verso l’interpretazione realistica della politica, e quello che segue ha a che fare molto più col realismo che con l’utopismo o con vaghe aspirazioni, perché è il contenuto implicito, ma anche esplicito, della nostra vigente Carta costituzionale.

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Che cosa non significa nobiltà della politica.

Non significa che la politica sia cosa di élites nobili, nate per comandare. La nobiltà nella storia d’Europa ha avuto il ruolo, tutt’altro che irrilevante, di esercitare il mestiere delle armi e − fino a un certo momento − anche del governo, in lotta con l’altra fonte di legittimità del potere, cioè con la Chiesa. La nobiltà, quindi, avocava a sé la politica. Nobiltà della politica, però, non vuol dire questo.

Nemmeno le versioni laiche e moderne della teoria delle élites, se assunte nel loro significato più ristretto e angusto, sono soddisfacenti. Pensare che la politica sia il comando dei «pochi» organizzati sui «molti» disorganizzati attraverso le più svariate «formule politiche», cioè le diverse ideologie, − che è la tesi di Mosca − non consentirebbe di parlare di nobiltà della politica. Non solo, ma non ci consentirebbe di capire perché abbiamo fatto, ad esempio, una Carta costituzionale come quella che abbiamo. Le élites hanno un grande ruolo nella politica, ma da sole non potrebbero giustificare il fatto che la politica sia qualche cosa di nobile.

Inoltre, nobiltà della politica non significa che la politica sia un esercizio sofisticato di tecnica amministrativa, che implichi il padroneggiamento di complessi algoritmi, appannaggio di pochi sapienti. Questa è la tesi che oggi circola per il pianeta. Governa una persona che ha la fortuna di essere simpatica ai cittadini, che viene scelta attraverso un procedimento conflittuale politico-elettorale. Ma, in realtà, chi governa sul serio sono coloro che vengono formati nelle business school anglosassoni, dove si insegnano quelli che una volta si chiamavano gli arcana impèrii, cioè i veri meccanismi nascosti del potere. Vi si insegnano cose molto difficili, vi sono insegnamenti universitari, master, PhD, estremamente selettivi. Quelli che sono destinati al comando fanno molta fatica, perché devono apprendere tecniche sofisticatissime e difficilissime, che saranno quelle che consentiranno loro di governare il pianeta attraverso gli uomini politici.

Nobiltà della politica non vuol dire nemmeno quella sorta di iperpoliticizzazione muscolare e plebiscitaria della politica che dà un brivido momentaneo alle masse per spoliticizzarle subito dopo. Nobiltà della politica non è la grande rappresentazione del grande conflitto elettorale, con il grande leader che eccita le passioni delle folle nei tre mesi che precedono le elezioni, e poi − una volta che ha vinto gloriosamente ed è stato legittimato dal voto popolare − chiede che lo di lasci lavorare indisturbato per cinque anni. Quel momento di gloria non è la nobiltà della politica.

Naturalmente che la nobiltà della politica non sia quelle tre cose che ho appena detto non significa che non vi sia alcuna nobiltà della politica come sostengono gli antipolitici ridotti al qualunquismo dalla pessima dimostrazione di sé che sta dando la politica da almeno trent’anni, per i quali la politica è corruzione, non ha in sé alcuna nobiltà e anzi è gestita dai peggiori individui che la società esprime.

E non significa nemmeno che si debba dare ragione al realismo di bassa lega del pur intelligente Rino Formica, per il quale la politica è “sangue e m…”, o al realismo metafisico che portava un grande reazionario cattolico come Donoso Cortés a dire che «l’uomo è come il verme che si calpesta»: cioè, se la politica ha a che fare con l’umanità − cosa che è ovvia −, come può essere nobile dato che l’uomo in sé infinitamente vile, non vale nulla? Nonostante questa sorta di agostinismo politico estremizzato, al limite dell’eresia, non è vero che la nobiltà della politica sia esclusa a priori dalla assoluta ignobiltà del suo soggetto, cioè dell’uomo.

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In positivo la nobiltà della politica sta in due linee di pensiero.

Per una − sulla quale non mi soffermerò, anche se è quella che ho studiato di più − esiste la nobiltà della politica in senso «tragico». Quando, cioè, essa è vista come uno sforzo destinato a essere sempre sconfitto, e che tuttavia è sempre necessario porre in essere. Uno sforzo di umanizzazione del destino, che sempre fallisce perché il destino è più forte dell’uomo, perché gli elementi di negatività, di pericolo, di irrazionalità, di durezza, dell’esperienza della vita sono tali che nessun progetto umanistico avrà mai successo. È la linea di Nietzsche, Weber e Schmitt: tutt’altro che spregevole, quindi; siamo davanti a momenti altissimi della elaborazione intellettuale dell’Occidente. La politica come esperienza tragica, come consapevolezza della infondatezza radicale dell’esperienza umana, come certezza di un pericolo sempre incombente che grava sulle nostre società, sull’ordine che è sempre minacciato dal disordine; una pace sempre precaria, sempre minacciata dalla guerra interna ed esterna; un umanesimo sempre sospeso sull’abisso dell’inumano. Chi fa politica con queste idee – sostanzialmente, in vario modo nichiliste – interpreta sicuramente la politica come una dimensione nobile e alta dell’agire: sia che si pensi come Carl Schmitt che la politica è il rapporto amico-nemico − e ciò vuol dire che non saremo mai al sicuro dal conflitto −; sia per chi pensa come Max Weber che la politica sia lo sforzo continuo di chi sa che la ragione umana non sarà mai in grado di razionalizzare il mondo, e tuttavia dice «non importa, continuiamo» − così si chiude il grande saggio sulla Politik als Beruf −; sia per chi come Nietzsche aveva distinto la politica dell’«ultimo uomo», cioè la politica che è volta al soddisfacimento dei bisogni degli esseri umani, dalla Grande politica, che è la politica del dominio mondiale. Questa è un’ipotesi di nobiltà della politica, ma non è un’ipotesi di nobiltà democratica della politica.

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Ma è possibile pensare alla nobiltà della politica in chiave non soltanto di pensiero negativo, di grande realismo? È possibile pensare alla nobiltà della politica in chiave democratica? Tutta la mia esperienza politica e tutta la mia capacità intellettuale è volta a conciliare le due ipotesi della nobiltà della politica, o meglio a tentare di far coesistere l’ipotesi della nobiltà della politica intesa come apertura della politica sul nichilismo, da una parte, e l’ipotesi della nobiltà della politica intesa come nobiltà della politica democratica, dall’altra.

Per parlare della nobiltà della politica democratica cominciamo dal luogo meno indicato: da Platone. Il quale pensava della democrazia tutto il male possibile: essa aveva messo a morte Socrate. E perché pensava che la politica dovesse essere appannaggio di una ristretta casta di «guardiani scelti», cioè dei filosofi. Leggiamo dal Politico (305e): «Il sapere politico è quello che ha autorità su tutti i saperi particolari. Si prende cura di tutte le leggi, di tutti gli affari dello Stato. Tesse insieme tutte le cose nel modo più giusto». Naturalmente, tutto ciò apre la questione della definizione della Giustizia alla quale verrà dedicata l’opera principale di Platone, la Repubblica.

Ancora dal Politico (308e-309b). Il modello di sapere politico a cui pensa Platone è tutt’altro che includente: è anche escludente. Prevede, infatti, la condanna a morte, all’esilio, alla perdita dei diritti per coloro che sono inadeguati alla politica − tutt’altro che democratico, quindi −. E gli inadeguati alla politica sono quelli che non si lasciano guidare dai filosofi. Per di più, sono i filosofi, conoscitori delle anime, che sanno comprendere se un’anima è educabile o no, e − posto che sia educabile − fino a qual punto si può arrivare. Alcuni possono essere educati solo a lavorare e a essere obbedienti per tutta la vita. Altri invece possono diventare «custodi», cioè guerrieri. Poi, fra i «custodi» alcuni possono diventare filosofi. Tutto ciò avviene per natura, perché le anime nascono così. Questo è il punto chiave: si tratta di capire se le persone sono incapaci di trovare un posto dentro la società; oppure – se ne sono capaci − se trovano un posto soltanto «particolare», cioè riescono soltanto a pensare a se stessi, alla propria famiglia, ai propri affetti più vicini; oppure se sono capaci di pensare l’Universale. Nel primo caso, saranno obbedienti a coloro che sono capaci di pensare all’Universale, cioè alla Città nel suo complesso – ai guerrieri e ancor più ai filosofi –.

Ancora dal Politico (311c): «La politica è l’arte regia che conduce gli uomini alla vita comunitaria, in concordia e in amicizia, realizzando il più prezioso dei tessuti». Di nuovo l’immagine della politica che ha a che fare col tessere, col costruire intrecci. La politica − arte regia − sovraintende all’intreccio, senza trascurare nulla di quanto si addice alla vita felice.

Certamente questa non è un’ipotesi democratica, perché muove addirittura dall’idea della diseguaglianza gerarchica delle nature umane». Pur consapevoli di ciò, andiamo avanti. Platone Lettera VII (326a) (diamo per certo che sia autentica): «Solo dalla buona filosofia viene il criterio per distinguere il giusto dall’ingiusto a livello sia pubblico, sia privato. I mali non lasceranno l’umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non assurgerà alle somme cariche dello Stato». Una frase così, con varianti meramente formali, avrebbe potuto essere una frase del partito bolscevico: se al posto di «filosofi» mettete «militanti politici» avete l’idea di una nobiltà della politica che è nobile non solo perché esercitata da un’élite nata per comandare, ma è nobile perché ha come obiettivo l’eliminazione del male dal mondo e la costruzione di una vita felice. Qui ci sono dei «pochi» che non comandano per il proprio utile, per il proprio interesse, ma per il bene di tutti.

Ancora dalla Lettera VII (335d): «È necessario fondere nella stessa persona la forza del potere e l’amore del sapere. Nessun cittadino in nessuno Stato può essere felice se non vive con temperanza sotto la guida della Giustizia. Uomini non privi di santità inculcano questi principi con una sana formazione e con la educazione dei costumi». Questa è la nobiltà della politica, che non è né la nobiltà del pensiero negativo, la nobiltà tragica − quella di Nietzsche, Weber, Schmitt −. Qui non c’è lo scacco della ragione. Qui c’è una nobiltà della politica che si fonda sulla convinzione che la politica abbia a che fare con il potere, con il sapere, col Bene. Abbiamo qui un’idea della politica altissima, e lontanissima dalla tesi oggi corrente che la politica sia il calcolo dell’interesse individuale. Naturalmente, è difficile far passare tutto ciò per democrazia. Non ci siamo ancora.

A questo punto è facile pensare alla politica nobile e democratica: la democrazia è quel regime nel quale tutti sono filosofi. Intendo la democrazia come la intendiamo noi moderni, non come la intendeva un antico, che non poteva avere la grandiosa idea di uguaglianza morale dell’umanità. Lo dice un laico: se non ci fosse stata quella idea nata col cristianesimo non ci sarebbe stato, ovviamente, neppure lo sviluppo secolarizzato di quella idea, la democrazia. La democrazia che sta scritta nella nostra Carta costituzionale è questa: è l’idea che tutti, e non solo «i pochi», i filosofi, sono capaci e hanno il dovere di mettere insieme il potere, il sapere, il Bene. Tutti sono, potenzialmente, governanti illuminati. Senza questo convincimento la nostra democrazia non funziona. È facile da dire; è difficile da fare.

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Per iniziare a sbrogliare la matassa delle difficoltà, pensiamo all’elemento «personalistico» della Costituzione repubblicana, cioè l’idea che la vita politica è il complesso degli esseri umani tenuti insieme dal lavoro, cioè dall’interesse individuale, e tuttavia, al tempo stesso, anche da un’idea di uomo. Infatti, se viviamo uniti solo per il lavoro la nostra esistenza è un ergastolo inumano. Noi stiamo uniti, in realtà, per vincere la natura ostile e procurarci una vita migliore di quella delle belve – da qui il lavoro −, ma anche da un’idea che Platone dava per scontata (adesso potremmo avere qualche dubbio), e precisamente da un’alta idea di noi stessi. Se non abbiamo un’alta idea di noi stessi non abbiamo più alcun motivo per sottrarci all’utilitarismo più radicale. Utilitarismo più radicale vuol dire: gli esseri utili li teniamo, quelli inutili li eliminiamo; ovvero, significa che ciascuno ha il valore che gli viene attribuito dalla società. Questa frase terribile, perché vuol dire che non c’è alcun valore dell’uomo se non quello che di volta in volta il mercato gli dà, è di Thomas Hobbes, che la adopera per definire la condizione sociale dell’utilità immediata in un regime di scarsità (ad esempio, un idraulico vale molto più di un professore di filosofia se c’è una perdita d’acqua il giorno di Ferragosto).

Ma lo stesso Hobbes ci ha detto che non c’è solo questo modo di vivere nichilistico, imperniato sull’utilità che non è un criterio fisso, ma condizionato, variabile e contingente; in realtà, anch’egli, uno degli uomini più realistici, meno poetici e meno utopistici che io conosca, ha sostenuto che c’è un’utilità primaria incondizionata, la vita, che diviene così un valore, sia pure di basso livello: è meglio vivere che essere uccisi, la pace è migliore della guerra civile. L’età moderna, a partire da questa idea, è andata un po’ più avanti e ha detto − ed è questa la democrazia come la intendiamo oggi – che, oltre al vivere, è valore incondizionato vivere in una società che rispetta l’umanità di ciascuno, e che ciò è meglio che vivere in una società che pensa soltanto in chiave utilitaristica, cioè che rispetta le persone soltanto per il contributo sociale che possono dare di volta in volta col loro lavoro. È stato possibile, muovendo dall’incondizionato che è presente in quanto universo di condizionatezza, in cui nessuno ha valore in sé mentre tutti hanno il valore che viene attribuito loro di volta in volta, avanzare verso una visione prima liberale e poi democratica, secondo le quali l’incondizionato che accompagna il condizionato è qualcosa di più della nuda vita.

Ma per sapere – questo è il punto − che la nostra vita associata è al tempo stesso condizionata e incondizionata, per sapere che noi siamo insieme per lavorare (cioè per fare i nostri interessi) e per sviluppare la nostra umanità dobbiamo essere tutti filosofi. Sono infatti i filosofi che conoscono il condizionato e l’incondizionato. Per Platone il condizionato e l’incondizionato se ne stanno separati: quelli che conoscono solo il condizionato lavorano; quelli che conoscono l’incondizionato e lo sanno distinguere dal condizionato comandano. Per noi, invece, i cittadini di una libera democrazia conoscono al tempo stesso il condizionato − la durezza della vita, la durezza del lavoro −, ma al tempo stesso sanno che si sta insieme per affermare non solo l’utile ma anche, con la stessa radicalità, un’immagine incondizionata dell’uomo. Questo senza il cristianesimo non ci sarebbe stato, e questo è ciò che se viene perduto ci rende infinitamente poveri.

Tenere in vita questo sapere del condizionato e al tempo stesso dell’incondizionato è la nobiltà della politica. C’è nobiltà della politica solo se noi crediamo nella nobiltà degli esseri umani, nell’incondizionatezza degli esseri umani. Un cattolico direbbe nell’anima immortale. Io dico nella infinita dignità di ciascuno. Negare la nobiltà della politica intesa come affermazione del valore incondizionato della dignità di ciascuno implica che ci si riduca a essere tutti soltanto dei privati.

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Qual è il ponte fra condizionato e incondizionato? Il legame fra particolare e universale? Detto altrimenti: come si fa a costruire le città e gli Stati a partire dai singoli? Nella nostra Costituzione c’è scritto che ciò che tiene insieme le due dimensioni (e quindi i cittadini) è il lavoro. In tal modo il costituente voleva dire, prima di tutto, che il legame sociale non è dato da una religione, da una razza, da una forma economica specifica: il legame sociale è l’attività dell’uomo. Ora, l’agire dell’uomo ha la specificazione del lavoro, che è un’attività privata − il lavoro è una faccenda privata, che riguarda il singolo e la sua famiglia −; è una dimensione sociale, perché il lavoro ci rende socii, compagni anche se concorrenti, perché ci mette in relazione; ma, in più, nella Costituzione c’è l’idea che a lavorare è un soggetto che attraverso il lavoro, l’attività, produce e manifesta il proprio valore infinito – e infatti all’art. 3 della Costituzione non c’è scritto che la Repubblica rimuove gli ostacoli che impediscono soltanto il lavoro dell’uomo, ma che «la Repubblica rimuove gli ostacoli che impediscono il libero svolgimento della persona umana» −.

Quando parlo di Costituzione non voglio entrare nel problema di distinguere la concezione programmatica e la concezione normativa dei suoi principi fondamentali. Io risolvo la questione con il concetto di orientamento, cioè di Costituzione in senso materiale. Non vi è dubbio che i principi fondamentali servano − non come preambolo ma come parte essenziale − a orientare l’intero assetto normativo della Costituzione e in linea teorica l’azione politica dei governi, quale che sia il loro colore (che influirà magari sulle concrete modalità di perseguimento delle finalità costituzionali). Il punto semmai è se oggi questo orientamento abbia ancora senso, se la prima parte della Costituzione non sia già stata fatta diventare un insieme di flatus vocis, di parole al vento dall’attuale assetto economico e dalla filosofia politico-economica che regge l’intero Occidente e il mondo intero dalla metà degli anni Settanta. Il grande interrogativo dell’oggi − senza parlare di politica in senso contingente − è se sia ancora possibile attuare la Costituzione in senso radicale.

Cioè se sia possibile sviluppare la sua tesi di fondo, che nel lavoro è coinvolta la persona. Anzi, per i costituenti le due cose erano indistinguibili: il lavoro era tanto l’elemento del condizionato, quanto la porta dell’incondizionato. Tutti lavoratori, quindi, e tutti al tempo stesso filosofi aperti all’incondizionato, all’Universale, alla consapevolezza della dignità infinita della persona. Ciascuno di noi, ciascun cittadino di una libera repubblica, tiene unito ciò che Platone separava: il lavoro condizionato particolare e la consapevolezza universale del filosofo; l’impotenza politica di chi lavora e la potenza politica di chi conosce. Se ciascun cittadino della Repubblica capisce questo, la nobiltà della politica è evidente. Quella nobiltà della politica è la nobiltà nostra, il nostro valore, la nostra capacità di essere condizionati e incondizionati al tempo stesso.

Ciò che ci tiene insieme, politicamente, non è il mercato, l’insieme dei condizionamenti, del lavoro individuale. In questo caso, la politica potrebbe forse spingersi a mettere qualche regola per evitare che il mercato elimini troppa gente, ma non dovrebbe fermare questo motore del nostro vivere associati. La politica sarebbe sostanzialmente una tecnica, e i problemi politici sussisterebbero in verità in problemi tecnici e avrebbero soltanto una soluzione ottimale, che se non perseguita dimostrerebbe l’inadeguatezza o la corruzione del politico. Chi crede questo, in realtà, fa torto non ai politici, ma a se stesso, poiché sta dicendo di essere soltanto un ingranaggio di una macchina e sta sostenendo che non c’è nobiltà della politica, perché c’è nulla di nobile nell’uomo e nelle relazioni interumane, ma soltanto interessi più o meno facilmente soddisfacibili.

La nobiltà della politica è nel fatto che la politica può e deve essere democratica, cioè deve presupporre (potenzialmente) e realizzare (in atto) la dignità di tutti. E dunque democrazia non è soltanto vedere rispettati i propri diritti, fare attraverso il lavoro i propri interessi legittimi nella legalità, ma è affermare quotidianamente la volontà di ciascuno di interessarsi attivamente, attraverso il lavoro, alla cosa pubblica in vista dello sviluppo umano complessivo. Questo è il messaggio della nostra Costituzione. Sviluppo umano complessivo guidato da quei centri di potere che sono le istituzioni, nutrito della sostanza storica e sociale data dai partiti, e in ultima analisi voluto da tutti: ciascuno in modo diverso, ma tutti devono volere l’Universale. Non avere un’unica modalità dell’Universale, ma certamente un’idea di Universale deve essere presente in tutti e in ciascuno. Potrà essere un Universale liberale, democristiano, comunista, ma un’idea di società e un’idea di uomo sono necessarie alla democrazia e alla nobiltà della politica.

Tutto ciò non è solo teoria, ma è potenzialmente pratica. Non c’è esperienza di lavoro − cioè del condizionato, dell’interesse privato − che non ci ponga praticamente, immediatamente, davanti a questioni universali. L’Universale non esce dalla testa dei filosofi, ma esce dall’esperienza quotidiana. Tutte le volte che lavoriamo ci troviamo davanti alla questione di che cosa è giusto; ci chiediamo come vogliamo la società, che cosa è una società giusta; ci interroghiamo sul posto che abbiamo e che vorremmo avere nella società. Il condizionato e l’incondizionato si tengono l’un l’altro: dal condizionato non si può non risalire all’incondizionato.

È una concezione, questa, che fa sì che per nobiltà della politica non si debba intendere solo che la politica deve promuovere concretamente e liberamente l’umanità di tutti e di ciascuno, ma anche che la politica è nobile perché ha l’uomo non per oggetto, ma per soggetto. La politica promuove l’umanità di ciascuno ma non dall’esterno: è ciascuno di noi che promuove l’umanità propria e degli altri essendo al tempo stesso condizionato e incondizionato, lavoratore e cittadino. E quindi, la politica è nobile perché chi fa politica − e cioè noi tutti, sempre − in una società democratica e libera deve pensare a se stesso non come a un amministrato, ma come a un nobile, a un Signore. La politica è la dimensione in cui, attraverso la fatica del lavoro, ci si insignorisce di se stessi, e al tempo stesso della Città; in cui si costruisce la Città dell’uomo, il che significa che non viviamo più alla mercé del fato, della natura o del caso o del mercato, ma viviamo in un mondo che abbiamo costruito noi. Che lo abbiamo costruito attraverso il contratto di Hobbes o attraverso quello di Rousseau, che lo abbiamo costruito attraverso la dialettica di Hegel e di Marx – attraverso la storia del lavoro –, lo abbiamo pur sempre costruito noi. È il mondo dell’uomo. Per pensare in questo modo si deve pensare all’uomo come a qualche cosa di infinitamente pieno di valore, che si manifesta nell’agire individuale e collettivo, e alla politica come a un’attività infinitamente piena di valore. Insomma, la politica è il fatto che tutti promuovono attivamente l’uomo anche come fine. Che tutti sono virtuosi, capaci di azione.

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Nobiltà della politica significa democrazia. Criticare la politica è giusto se se si tratta di una critica a politici inadeguati; è sbagliato se è critica della politica in generale.

A questo punto, tuttavia, va detto che tutto ciò ha dei limiti non solo fattuali − cioè non è proprio possibile essere sempre tutti così virtuosi −, ma soprattutto strutturali. Il realismo tragico deve essere costantemente presente. Dobbiamo sapere che tutto ciò, questa idea che abbiamo di noi, questa idea della politica è infondata. Non c’è nessuna garanzia che quello che abbiamo detto sia vero. Chi ha fede crede nell’anima immortale, non necessariamente crede che l’umanità dell’uomo possa uscire dalla politica − lo può credere, lo può anche non credere −. Ma chi non ha la fede deve sapere che questa grandiosa costruzione, che è la costruzione dell’umanesimo europeo moderno, che ha bisogno di avere alle spalle il cristianesimo, è intrinsecamente fragile, non garantita, esposta alle più terribili smentite che nascono non solo dai nemici esterni, ma soprattutto dall’interno del nostro mondo. Perché se la democrazia ha come obiettivo di rendere l’uomo Signore, cioè di farlo vivere all’interno di una dimensione umana, e non ferina, vi sono stati tentativi di presentare questa Signoria che fanno ancora rabbrividire. E noi sappiamo che tutto ciò è continuamente esposto al grande nemico della democrazia, che è la paura. È la paura che ci fa pensare di non essere capaci di signoreggiare la nostra vita. La paura, l’insicurezza generata dalle crisi economiche, l’insicurezza generata dalla presenza dentro il nostro spazio di persone a cui non siamo abituati, all’«altro». La paura cioè l’idea che noi siamo impotenti, incapaci, minacciati. Chi si sente continuamente minacciato non pensa alla politica come alla volizione dell’Universale, come alla costruzione dell’uomo da parte dell’uomo. La politica diventa per lui piuttosto la costruzione di muri, la ricerca della sicurezza del Particolare che non vuole più sentir parlare di Universale ma solo della safeness e della security. Ciò non è spregevole, ma certo per questa via non si arriva alla nobiltà della politica, perché non si arriva alla nobiltà dell’umanità. Per questa via ci amputiamo della nostra «infondata» idea di uomo − della bella, ricca, potente, idea di uomo −, che viene spazzata via dalla nostra contingenza, dalla nostra carne, dalla nostra debolezza, dalla nostra paura, dalla nostra avarizia, mentre si afferma l’idea che l’uomo sia un soggetto che prende e consuma, avido di beni, insoddisfatto se non accumula e timorosissimo che ciò che ha accumulato gli venga portato via. È ancora una volta Hobbes, questo, ma è Hobbes che parla dello stato di natura dove gli uomini sono animali, lupi per l’altro uomo.

Non vorrei che le nostre società siano tornate a essere quella giungla, quello stato di natura, nel quale non c’è posto per alcuna nobiltà, perché non c’è spazio pubblico ma solo spazi privati. Infatti, l’idea di fondo della nobiltà della politica significa che lo spazio privato può diventare spazio pubblico, attraverso il lavoro, il pensiero, la volontà. Non vorrei che ci sia posto soltanto per la tirannia dell’economia, del neoliberismo, che racconta l’opulenza ai popoli, e realizza la miseria dei medesimi e la ricchezza di ristrette élites già ricche; che ci sia posto solo per la cieca paura, per la cupa sorda cupidigia, per l’estraneità degli uni dagli altri. Per l’individualismo solitario di massa, un tempo euforico e oggi timoroso. E non vorrei che ciò venisse affermato come buono e giusto, come l’unico modo di esistenza.

Le persone, gli uomini e le donne, devono semmai ricominciare a incontrarsi e a parlare – nelle strade, nelle piazze, nelle arene – di questioni che li riguardano nel modo più radicale. Ciò che ci riguarda nel modo più radicale deve essere trattato in pubblico da qualcuno che parla a un altro, il quale risponde, mentre entrambi si guardano in faccia. La libertà è in primis la libertà di parola in pubblico – la parola è solo dell’uomo –, è chiamare le cose col loro nome, e quindi agire. Da questo punto di vista i social network sono un’esperienza di solitudine, di anonimato, di irresponsabilità. La solitudine, che è sorella della paura, è il nostro problema; e la soluzione non sono i social network che possono servire a scopi tecnico-pratici, ma non sostituiranno mai la politica. In essi si naviga nel vuoto, nell’inessenziale, senza il Particolare, perché il lavoro manca, e senza l’Universale, perché la Res Publica la stanno togliendo. Ne risulta solo un’accozzaglia di solitudini tristi e aggressive.

Anche se purtroppo siamo diventati così, almeno continuiamo a sapere che esiste – ed è giusto che esista – l’idea, e possibilmente la pratica, della nobiltà della politica, e della nobiltà di ciascuno di noi.

Relazione tenuta dall’Autore a Piacenza il 24 settembre 2016, nell’ambito del Festival del Diritto.

 

La fatica quotidiana nella ricerca dell’«Essere»

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Prosegue la pubblicazione dei Quaderni neri di Martin Heidegger, di cui appare il secondo volume, relativo agli anni 1938-1939 (trad. A. Iadicicco, Bompiani, euro 28). L’autore li definisce «non aforismi ma avamposti invisibili» della sua lotta filosofica, i cui obiettivi si precisano in questi testi «segreti» – di cui lo stesso Heidegger pianificò la pubblicazione in chiusura dell’Opera completa – che testimoniano la fatica quotidiana del suo pensare, il suo confronto con la contemporaneità vissuta, ossia il farsi concreto di una filosofia.

Il tempo è quello del nazismo trionfante, e della guerra mondiale incombente; ovvero di una società di massa, sviluppata e ultramoderna, che si arma in vista di un obiettivo di potenza sconfinata, su base biologico-razziale. E la lotta filosofica di Heidegger è rivolta contro la modernità, ultima fase di quell’oblio dell’Essere e di quel dominio dell’Ente a cui ha dato origine la filosofia greca; un dominio che si è rafforzato col cristianesimo e con la scienza moderna, e che è giunto a compimento con la tecnica globale dispiegata, ovvero con quella che Heidegger definisce «macchinazione».

Ma la unicità della posizione di Heidegger sta nel fatto che egli si sottrae a tutti i dualismi che l’epoca inventa per compensare la propria monodimensionalità, il proprio essere espressione della calcolabilità: religione e ateismo, anima e corpo, spirito e razza, «esperienza vissuta» e scienza esatta, presente e passato, futurismo e medievalismo, eroismo e massificazione, guerra e pace, costruire e distruggere, «beni culturali» e beni economici, l’umanesimo soggettivistico e il «colossale», movimento della Vita e rigidità della tecnica, rivoluzione e conservazione, sono per Heidegger non vere alternative, ma proiezioni o coazioni interne all’epoca. La stessa filosofia, trasformatasi in «storia della filosofia», in «storicismo», non è che lo specchio della continuità della metafisica occidentale, cioè di quella costruzione – di quella decisione fatale – da cui ha origine la metafisica: il porre l’essere dell’ente non nell’Essere ma in un ente supremo, in un Dio costruito come mera garanzia «superiore» di un mondo pensato attraverso le categorie e i concetti del conoscere rappresentativo e calcolante. La metafisica è una tautologia che si dispiega nelle mille immagini di una sola «mala-essenza», solo all’apparenza contraddittorie e ostili.

Così, per Heidegger il conflitto fra «visioni del mondo», fra grandi ideologie in lotta mortale, non esprime un’alternativa ma una conferma del fatto che il mondo è da sempre perduto, che l’Essere – le Cose nel loro darsi non concettuale ma «autentico» – non trova casa nella nostra civiltà; la stessa ideologia nazista del «fondare», del «sangue e del suolo», della lotta allo «sradicamento» ebraico, appare a Heidegger un aspetto di quella insuperabile «assenza di suolo» che è il destino dell’Occidente. Qui, e solo in questo, Heidegger riconosce (senza mettere in discussione l’esistenza di un «ebraismo», ovvero lo stereotipo razziale) il proprio passato errore interpretativo a proposito del nazismo: nessuna fondazione sull’Essere è disponibile nel nostro tempo, nessun sentiero riconduce dalla strada della metafisica alla casa dell’Essere.

In realtà, non si tratta, per Heidegger, di progettare un regresso, di riavvolgere il filo della storia, o di sfuggirne: anzi, la tesi fondamentale di queste pagine è che il presente va visto come il compimento della metafisica nel senso che questa deve consumarsi da sé, sprofondare in sé, e non può essere semplicemente «superata» – come sarà esplicitato, anni dopo, in La questione dell’Essere –. La vera, radicale discontinuità – nell’approfondimento della radicale continuità – è la grande decisione filosofica che, in rottura con la storia della filosofia, con la metafisica come rappresentazione dell’Essere, si pone essenzialmente come «domanda» sull’Essere; alla luce di questa grande decisione le vere alternative sono fra «stupidità e meditazione», fra sicurezza e rischio, fra coraggio dell’Errore e correttezza, fra noto e ignoto, fra la nostra epoca della conoscenza globale – soddisfatta e al contempo inquieta – e l’ignoto, ciò che eccede la nostra ragione occidentale. Detto in altri termini, l’avvenire è indeducibile, e la grande decisione che lo fonda non è il decisionismo – mero potenziamento coercitivo di un esistente già deciso da sempre – ma lo «stare nel tramonto», con un nuovo domandare talmente radicale che l’Essere a cui questa domanda si riferisce non può porsi se non come abisso, come frattura, come una per nulla rassicurante sconnessione del pensiero.

Nell’ottica di questa lotta, di questo esporsi al pericolo, razionale e irrazionale sono per Heidegger solo differenze superficiali: l’essenza è l’appropriazione meditata del Polemos – che egli riserva ai tedeschi, non come razza (la razza è per lui una «mobilitazione totale» che è conseguenza bruta della macchinazione) quanto piuttosto come poeti e come pensatori «incomprensibili all’intelletto comune» –. L’alternativa, la mancanza del tramonto, è il «barcollare nella lunga fine», la «forma distorta dell’eternità».

I motivi di interesse di questi Quaderni neri stanno anche nel rapporto di Heidegger col nichilismo di Nietzsche e nel suo sforzo di comprendere se Ernst Jünger (a cui dedicherà riflessioni raccolte in volume, e tradotte in Italia nel 2013) si limita a potenziare l’esperienza della tecnica o se invece nella guerra, e nel lavoro per la guerra, coglie il mistero dell’Essere. Ma soprattutto è difficile non sentirsi coinvolti, insieme al nostro tempo, in questo pensiero di straordinaria intensità e densità, nato in un altro tempo; e non vedere in Heidegger il «padre terribile» della critica più potente e radicale della nostra civiltà, non riconoscergli lo sguardo capace di cogliere il reciproco co-appartenersi di zoologica brutalità e umanesimo, di civiltà e barbarie; e la consapevolezza che il mondo umanizzato è il mondo alienato, che la scomparsa del soggetto e della sua volontà di potenza all’interno della megamacchina globale è il trionfo e il destino della soggettività.

Ma è anche difficile non cogliere la cecità di questa chiaroveggenza, e non capire che la pretesa di Heidegger al monopolio della critica, la volontà di bruciare ogni determinazione nel fuoco dell’Essere, è un’alternativa che, nel suo pathos dell’Origine, si riduce al semplice assecondare il corso del mondo – quale che sia –; che la domanda radicale sull’Essere non può avere risposta, ed è quindi essa stessa propriamente irresponsabile; e che il vertiginoso pensiero della lotta contro la tradizione metafisica-tecnica non è azione ma inazione, paralisi; che la critica della filosofia come storia tecnico-accademica si rovescia – lo scrisse Adorno, che con la prima Scuola di Francoforte ha attraversato Heidegger – in un gergo dell’autenticità. Così che neppure questa volta ci si può liberare dall’impressione che dalla lettura del libro di Heidegger si esca più ricchi e, insieme, più poveri.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 14 aprile 2016. 

 

Sulla Gestazione per Altri

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In premessa si deve sottolineare che la questione della Gestazione per Altri (GpA) vede coinvolti tre soggetti, i cui diritti si tratta di definire, garantire, e bilanciare: la gestante, il bambino, la coppia genitoriale. La GpA non viene giustificata insomma con argomenti storici (è una pratica antichissima, coperta o palese) né con il peso della semplice fattualità (si può perché è tecnicamente possibile), ma per via razionale. Si elencano quindi alcuni argomenti portati contro la GpA, e se ne discutono significato e limiti.

1. L’argomento della Natura è rivolto contro la GpA in sé. Si tratterebbe di una pratica che vulnera il diritto dell’essere umano a nascere dalla propria madre in modo naturale e spontaneo, senza intromissione di fattori tecnici (o giuridici, qual è la GpA) artificiali che svilirebbero la sacralità innata (il valore infinito, la dignità) della persona. È un argomento che, anche se può essere fatto proprio da una cultura laica, è analogo, elevato a potenza, a quello portato dalle gerarchie cattoliche contro la fecondazione assistita; si fonda sulla tesi che ciò che merita tutela (la persona umana) sia «naturale», cioè voluto da Dio e quindi sottratto all’agire umano.   In realtà, non necessariamente l’uso di strumenti tecnici (o giuridici, come la GpA) implica una strumentalizzazione del nascituro, una violazione della sua dignità; è indimostrabile che una pratica tecnologica o giuridica nel concepimento possa implicare una violazione all’origine della dignità del nascituro. Tranne che della natura non si faccia un feticcio, i metodi naturali non preservano dalla strumentalizzazione più di quanto la tecnica escluda un’aperta volontà d’amore e di procreazione. Semmai, la GpA non vulnera un presunto ordine della natura, che nella modernità non può essere assunto in senso normativo, ma un’immagine archetipica dell’uomo e della donna: ovvero la maternità come simbolo dell’amore naturale spontaneo e della cura gratuita che deve essere assicurata a ogni essere umano nelle prime fasi della vita.

Qui si deve avanzare una obiezione: tale archetipo per essere normativo deve essere discorsivamente condiviso da tutti, uomini e donne, poiché coinvolge tutti; ovvero, in ambito legislativo non si può procedere per archetipi, cioè per immagini e per pulsioni, ma per argomentazioni razionali.

Da un punto di vista razionale quell’archetipo, dall’impatto emotivo indubbiamente forte, significa che la donna ha il diritto (non il dovere) alla libera e autonoma maternità. E al tempo stesso significa che essere accudito con cura è un diritto del bambino (che però non sempre trova realizzazione nella famiglia «naturale»).

Questi due diritti possono essere ricondotti all’assunto fondamentale della filosofia e della politica moderna, ovvero che l’individuo (maschio e femmina) è autonomo e pienamente proprietario di sé, del proprio corpo e della propria formazione in senso lato (principio senza il quale non si può parlare neppure di eutanasia né di aborto) – ovvero che deve poter diventare autonomo -. In linea di principio, nessun legame sociale «naturale», ovvero non liberamente scelto (nessuna autorità in vario modo trascendente), può precedere la libertà individuale di un individuo maggiorenne, fatta salva la legalità istituita da uno Stato democratico (cioè da uno Stato a cui il singolo possa aver dato il suo assenso). La «natura» in realtà sono i diritti naturali che devono diventare civili e politici, oppure è solo un passato che di per sé non è portatore di legittimità.

Questo principio di autonomia e di autodeterminazione vale in modo diretto per la gestante – le donne possono semplicemente rifiutarsi alla GpA, se ritengono che questa pratica le riduca a macchine riproduttive -, e per estensione può essere interpretato come il diritto alla genitorialità di ogni coppia liberamente formatasi (che nell’aver figli appunto si realizza come coppia); mentre per il bambino vale in modo potenziale e teleologico (il bambino ha il diritto di essere portato, con la cura adeguata, all’autonomia).

Si tratta di vedere se la GpA viola questi diritti. Premesso che la GpA è forse una facoltà individuale ma non certo un obbligo universale, pare che il diritto della donna all’autonomia vi possa essere rispettato (a certe condizioni, che si vedranno subito), che il diritto del bambino possa ugualmente essere assicurato (a certe condizioni, che si vedranno), e che il diritto alla genitorialità vi sia, ovviamente, tutelato e reso effettuale.

2. Vi è poi l’argomento della Reificazione. Se questo coincide con l’argomento della Natura, cioè dell’avversione alla pratica della GpA in quanto tecnica, se ne è già parlato. Se invece per reificazione si intende, in senso derivato dal marxismo, la mercificazione – ovvero la sussunzione formale e reale di opere e di facoltà umane all’interno di logiche economiche capitalistiche, col risultato che l’umana soggettività, quale si esprime nella produzione e anche nella riproduzione, esce da se stessa e diviene oggettività, ossia merce – allora si tratta di un argomento che investe piuttosto il contesto sociale in cui avviene la GpA. A questo proposito si deve osservare che lo stesso Gramsci – di cui si riporta in calce un brano relativo a un caso simile alla GpA, anche se non identico – contesta sdegnato la violenza dei ricchi sui poveri, delle privilegiate che vogliono sottrarsi alle fatiche della gestazione per caricarle sulle spalle dei subalterni.

Un argomento analogo, da un versante populistico, è quello di chi si oppone alla GpA in quanto pratica costosa, e quindi accessibile solo alle élites. È evidente che lo stesso si potrebbe dire di complesse e costose operazioni chirurgiche, che pure sono entrate fra le terapie della sanità pubblica (non si vuole qui sostenere che la GpA debba rientrare fra queste – perché, evidentemente, non è una pratica salvavita -, ma solo che il costo di una pratica non la può rendere di per sé vietata).

Mentre l’argomento del costo è in sé non conclusivo, l’argomento gramsciano della mercificazione come violenza diretta o indiretta è dirimente. Se la GpA è violenta – nel senso di una violenza individuale oppure sociale, di classe; ovvero se implica sopraffazione e dominio, se nasce cioè dalla radicale mancanza di libertà e di autonomia generata nella donna dal bisogno economico e dalla deprivazione sociale e culturale – allora è non ammissibile (come, in simili contesti, ogni altra pratica).

3. Ma non solo si deve avere riguardo alla violenza di cui può essere vittima la donna, e quindi si deve rigorosamente garantire che la GpA sia un atto di libertà e non di schiavitù. Esiste anche una potenziale violenza sul bambino. A questa si richiamano coloro che vogliono vietare la GpA praticata da coppie omosessuali, sostenendo che la presenza di due genitori dello stesso sesso nuoce allo sviluppo psicologico del fanciullo, il quale ha un diritto naturale non negoziabile a due genitori di sesso diverso per potere correttamente crescere.

Contro questo argomento della Violenza sul bambino si osserva in primo luogo che la GpA è prevalentemente praticata da coppie eterosessuali sterili. In ogni caso, è evidente che se vi fosse un parere in questo senso della comunità scientifica internazionale, che fosse autorevole, dimostrabile, ben fondato e condiviso, il divieto della GpA per le coppie omosessuali sarebbe all’ordine del giorno (e anche il divieto di adozione). Ma non ci sono evidenze che si vada verso questo parere, che sembra irragionevole e che non è mai stato avanzato se non in forme sporadiche, dubitative, precauzionali e forse strumentali, e che è stato confutato da autorevoli pronunciamenti scientifici. Il bambino può essere amato e cresciuto, com’è suo diritto, anche da una coppia omosessuale.

4. Vi è poi l’argomento politico dello Scambio proposto dal neoliberismo, in versione liberal, fra diritti sociali, negati o ridotti, e diritti civili ampliati. Lo scambio, insomma, fra società e individuo, fra uguaglianza e libertà. Uno scambio a cui la sinistra dovrebbe opporsi.

È infatti giusto opporvisi, ma non col rifiutare l’allargamento dei diritti civili in quanto espressione di una cultura presunta estranea alla sinistra, o addirittura di alienazione; semmai, si deve smascherare quel tentativo, denunciarne la parzialità, e lottare per ampliare i diritti individuali e per creare contraddizioni nel campo avversario tra le posizioni liberali e quelle reazionarie; e battersi, ovviamente, per una strutturale inversione dei rapporti di forza nella società, in modo tale che la prospettiva dei diritti sociali torni credibile e agibile. La sinistra non può essere la parte politica che perde sul fronte del welfare, mentre resta inerte o sospettosa su quello dei diritti individuali.

Insomma, la GpA rientra nel novero dell’estensione razionale dei diritti individuali moderni, a condizione che siano superati due ordini di fattori distorsivi: lo stato di bisogno (in senso lato) della gestante, e – nel caso di una GpA per una coppia omosessuale – la provata dannosità della omogenitorialità per il bambino. Una terza condizione di cui poco si parla, ma che va segnalata, è che la componente eugenetica – che alla GpA può essere associata – non sia rivolta a soddisfare esigenze diverse da quelle del bambino (ovvero, sì all’eliminazione di malattie ereditarie, no all’introduzione di fattori accessori graditi ai genitori), proprio perché il nascituro non deve nascere da un atto strumentale – si noti che la sua ammissibilità razionale (e presumibilmente costituzionale) implica solo che la GpA non può essere vietata in linea di principio: altra questione è quella della sua preferibilità rispetto all’adozione (che però per le coppie omosessuali resta proibita).

Ma poiché il principio della autonomia (con le due condizioni dell’assenza di violenza in senso lato sulla donna, e della salvaguardia del diritto del bambino al corretto sviluppo) guida tutto il ragionamento, pare indispensabile che la parola venga presa dalle donne, che devono essere le prime a giudicare non solo della correttezza dell’argomentazione sulla GpA ma anche della ragionevole praticabilità empirica della condizione della non violenza – cioè della libertà e dell’equità del contratto che la fonda – che direttamente le riguarda.

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Antonio Gramsci, Il nostro Marx: 1918-1919, in Scritti 1913-1926 (a cura di Sergio Caprioglio), Torino, Einaudi, 1984, pp. 734.

Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce. La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno.

da Sotto la Mole, 6 giugno 1918. Titolo originale: Merce.

 

 

La difficile ripresa di un’attitudine critica

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Non è facile pensare (e fare) politica a sinistra. Per il peso enorme di una tradizione – di portata mitica – di centocinquant’anni di riflessioni e di lotte, di successi e di insuccessi, di separazioni teoriche e pratiche, di scomuniche e di ripensamenti. Per la portata, anche, della sconfitta storica patita negli ultimi trent’anni a opera del neoliberismo, che ha cancellato dalla scena storico-mondiale comunismo e (quasi del tutto) socialdemocrazia, rivoluzioni e riforme, partiti e sindacati, e financo – secondo i vincitori – il nome della sinistra, affondato insieme alla destra nelle nebbie del passato, mentre sul presente splenderebbe l’oggettività ultima e definitiva del capitalismo, multiforme ma ovunque vittorioso, e il dogma del pensiero unico.

Così chi, da sinistra, inserendosi nelle pieghe – nelle fratture, nei crepacci – del nuovo dis-ordine mondiale, ne voglia denunciare la insostenibilità, la natura essenzialmente e perennemente di crisi, e voglia agire per riportare sotto controllo umano e collettivo (cioè politico) economie e società attraversate da drammatiche contraddizioni, da ingiustizie abissali, da vertiginose instabilità, non si trova davanti soltanto ‘problemi’ da risolvere pragmaticamente ma ‘questioni’ da analizzare: si tratta di capire che cosa è andato storto nella vicenda intellettuale e politica delle sinistre, di individuare quali forze avversarie sono all’opera, quali effetti queste producono e quali soggettività possano essere attivate e mobilitate in vista del fine ultimo della politica di sinistra: strappare l’iniziativa al capitale e alle sue ‘leggi’, e intanto valorizzare e irrobustire i fattori e i momenti di disagio, di opposizione e di protesta che nelle nostre società si producono.

Pensare di nuovo per agire di nuovo, insomma: ancora una volta davanti a una sconfitta. Impresa che nel nostro Paese è solo iniziata: gli sforzi di riflessione e di organizzazione procedono con incertezza, anche se qualche segnale di vita è rinvenibile in recenti iniziative intellettuali e politiche, e in nuovi contributi critici.

Fra i quali si deve segnalare l’ultimo numero di MicroMega (2016/1) dal titolo Comunismo, riformismo o sovranità uguale?, in cui – per celebrare i trent’anni della rivista –, vengono messe a confronto quattro ipotesi intellettuali e politiche sulla sinistra: quella ‘socialdemocratica’ di Marcel Gauchet, quella  ‘comunista’ di Alain Badiou, quella democratica radicale del direttore Paolo Flores d’Arcais, quella marxista-femminista di Nancy Fraser. Prospettive diverse, unificate da domande comuni e obbligate: che fare di Marx e del suo pensiero (in quanto analisi del capitalismo e in quanto filosofia della  storia: Gauchet e Flores se ne distanziano radicalmente); come interpretare il rapporto che con Marx hanno avuto Lenin e l’esperienza sovietica (di continuità secondo i critici, o di tradimento secondo Badiou); come porsi davanti a percorsi presunti alternativi (il maoismo, rivendicato da Badiou, e aspramente rigettato da Flores e Gauchet); che cosa attendersi dal comunismo, posto che lo si accolga come orizzonte di pensiero e d’azione (il che Flores nega recisamente in nome dell’antitotalitarismo, mentre Badiou identifica il comunismo in una modernità non capitalistica, che vada oltre lo Stato e la divisione del lavoro); quale rapporto individuare fra capitalismo e democrazia (di piena alterità secondo Badiou, di riformismo radicale che esprima un primato della politica sull’economia secondo Flores e Gauchet);  quale sia la cifra dell’agire politico, se cioè questo sia un evento raro, solo grazie al quale si forma la soggettività politica (Badiou), o se sia invece l’opera di un soggetto che dall’alto fonda le condizioni per un ethos  repubblicano diffuso (Flores);  quale sia la contraddizione fondamentale della società (quella economica, per Badiou; quella legata al professionismo politico degenerato, per Flores; un intreccio fra contraddizione produttiva e riproduttiva, per Fraser, che così apre a una sorta di femminismo dialettico); se l’attuale crisi della democrazia sia transitoria o epocale, ovvero se il neoliberismo possa essere sconfitto, imbrigliato, o se debba necessariamente trionfare per poi eventualmente decomporsi lungo linee imprevedibili.

La complessità  del dialogo fra Gauchet e Badiou (davvero avvincente) e l’acume dei due interventi di Flores e di Fraser ci mettono davanti a un panorama di pensiero (e di passione) che spazia fra le diverse tradizioni intellettuali della sinistra socialista e democratica (comunismo, riformismo, illuminismo, femminismo) e fra diverse realtà geografiche: la determinazione ‘regionale’ della riflessione della sinistra è  molto forte, anche nell’età globale (ciò vale in generale – benché con minore intensità – per ogni ambito di pensiero): un pensiero che si vuole concreto, che anzi lotta contro l’astrazione e l’omologazione del capitale,  non si atteggia allo stesso modo in Italia, in Francia, negli Usa.

Non si tratta di stabilire quale linea è più convincente – non a tavolino, almeno -: tutte hanno una loro coerenza e una loro giustificazione, e tutte hanno le loro (diverse) interne debolezze. Tutte, infatti, sono (diversamente) indeterminate, idee che non hanno ancora trovato gambe su cui marciare. Le probabilità che le trovino, e che siano gambe efficienti, sono differenti: più tributario a una concezione volontaristica pedagogica e illuministica della politica pare Flores, concentrato polemicamente sulla miseria dei partiti politici italiani, e molto fiducioso che la politica, una volta rinnovata dall’irruzione organizzata della democrazia attiva e radicale nello spazio politico (che per lui resta quello della democrazia rappresentativa), abbia in sé la forza di contenere il capitale e i suoi effetti di disuguaglianza materiale; ricco di stimoli ma incerto sul tema del totalitarismo e legato a schemi gauchistes è Badiou nel suo anticapitalismo che non arretra davanti alla  inquietante distinzione fra individui (sacrificabili) e soggetti (veri attori della politica); utile per la critica delle presunte identità politiche, a cui contrappone una critica della produzione e della distribuzione è Fraser, la cui proposta è proiettata oltre lo Stato; serio ma non del tutto chiaro nei suoi fondamenti sociali e politici il riformismo di Gauchet, che, pur attraverso alcuni luoghi comuni, si contrappone decisamente al riformismo del neoliberismo, implementato oggi soprattutto dalle cosiddette sinistre europee.

Il futuro della sinistra non si scrive nei libri, certo: ma altrettanto certamente non può prescindere dal dibattito intellettuale responsabile, orientato all’analisi e all’azione (e quindi non paradossale né narcisistico). La riscoperta della politica, a sinistra, passa anche attraverso la riscoperta della discussione impegnata, argomentata e non generica. Come questa, e come quelle che, si auspica, verranno dopo questa.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 2 marzo 2016.

 

Stato, Grande Spazio, Nomos

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Stato, Grande Spazio, Nomos (Adelphi, 2015, pp. 528, € 60) raccoglie, selezionati e tradotti da Giovanni Gurisatti, alcuni importanti saggi che Carl Schmitt pubblicò dal 1927 al 1978, precedentemente accolti in due importanti antologie tedesche − una del 1996, l’altra del 2005. Vi compaiono alcuni dei lavori più celebri del giurista: tra gli altri, la prima versione di Il concetto di ‘politico’ (quella in cui il ‘politico’, il rapporto amico/nemico, è interpretato come un ambito specifico, mentre di lì a poco diventerà, ancora più radicalmente, il grado estremo d’intensità del conflitto); la quarta edizione, del 1941, dell’opuscolo su L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale (in cui venne aggiunto, tra l’altro, un capitolo contenente una polemica anti-ebraica contro Kelsen; per questo libro Schmitt corse il rischio di finire imputato a Norimberga come complice della guerra d’aggressione nazista verso l’Urss); il densissimo saggio del 1943 sul Mutamento di struttura del diritto internazionale (1943), che anticipa il grande libro del 1950 su Il Nomos della Terra; il testo del 1952 su L’Unità del mondo, in cui la guerra fredda è interpretata non come scontro duale fra Usa e Urss ma come una tensione interna ad un unico campo teorico e pratico, cioè la Terra dominata dalla tecnica; un’originale interpretazione di Clausewitz come pensatore politico (1967); e infine il canto del cigno di Schmitt, La rivoluzione legale mondiale (1978), un articolo che si conclude con un dittatore che in punto di morte, invitato dal sacerdote a perdonare i nemici, risponde “non ne ho: li ho ammazzati tutti” (ed è, per Schmitt, la metafora dei poteri che utilizzano il loro monopolio del diritto per spazzare via legalmente il nemico politico come criminale e nemico dell’umanità).

Molti di questi testi sono già noti al lettore italiano, ma spesso in traduzioni parziali e incomplete, oppure molto datate (degli anni del fascismo), oppure ancora collocati in sedi raggiungibili solo dagli specialisti; da oggi, invece, sono disponibili a un pubblico più vasto, per un supplemento d’informazione e di riflessione sul lascito intellettuale, sempre sconcertante, di uno studioso, Carl Schmitt, la cui fama continua a dilagare nel mondo: dall’originaria singolare fortuna italiana degli anni Settanta e Ottanta (tuttora fortissima) alla consistente attenzione francese, spagnola e sudamericana (sempre crescente), alla consacrazione nella sua patria tedesca (che, dapprima incredula e riluttante, lo ha poi legittimato inserendolo dagli anni Novanta nella potente macchina accademica delle dissertazioni dottorali), all’inondazione del mercato filosofico anglo-americano, fino all’elevazione, nella Cina comunista, a filosofo politico di regime (con particolare riguardo alla sua produzione autoritaria di epoca nazista; qualcosa di simile era già successo nella Corea del Sud).

Tutti (a destra e a sinistra) ormai vedono tutto, in Schmitt – con maggiore o minore fondatezza e acribia filologica, s’intende –. Autore della decostruzione e della teologia politica, dell’autorità e della ribellione partigiana, della decisione e della costituzione, dello Stato e del suo superamento, dell’ordine e del conflitto, Schmitt esibisce tanto una camaleontica versatilità spinta ben oltre i limiti dell’opportunismo (la sua adesione al nazismo fa scorrere fiumi d’inchiostro, ma non lo condanna alla infamia e alla damnatio memoriae come vorrebbero alcuni critici) quanto una ricchezza e molteplicità di pensiero che lo ha reso ormai un classico della politica, i cui libri sono imprescindibili come quelli, ad esempio, di Max Weber – benché il pensiero di Schmitt sia, ancor più di quello weberiano, coinvolto profondamente nella politica (di lui si diceva che, ascoltandolo, non si capiva se si dovesse invadere la Francia o darsi allo studio approfondito dello jus publicum europaeum) –.

Una parte di questa fortuna nasce dall’idea che Schmitt abbia la capacità di fornire chiavi interpretative del mondo contemporaneo, sia perché l’emergenza sarebbe il modo normale con cui funziona il sistema politico nel mondo neoliberista, sia perché il suo realismo politico sarebbe assai indicato a decifrare i limiti e le intrinseche contraddizioni dell’ideologia universalistica della globalizzazione anglosassone.

In realtà le cose sono più complesse. Schmitt è stato un formidabile pensatore novecentesco, impigliato esistenzialmente nella decostruzione delle aporie della modernità al tramonto, piuttosto che un autore post-moderno appaesato nel XXI secolo. E ciò proprio per il dato strutturale della onnipervasività dell’odierna economia capitalistica, e quindi del mutato ruolo dello Stato, che moltiplica sì le eccezioni, le forzature extraistituzionali, ma che al contempo rende difficile ipotizzare oggi una significativa vigenza della grande decisione sovrana. Certo, la critica schmittiana del potenziale discriminatorio implicito nell’universalismo ideologico che sorregge la politica internazionale – che non riconosce nemici politici ma solo ‘criminali’, ‘pirati’, nemici dell’umanità – è convincente e appropriata; ma la sua teoria dei Grandi Spazi, pensata sia come superamento della forma-Stato sia come antidoto all’astrattezza e all’estremismo dell’universalismo, non solo si scontrò a suo tempo con la dottrina nazista dello Spazio vitale (anch’esso illimitato e discriminatorio, e quindi lontano dalla concretezza a cui aspirava Schmitt), ma è resa oggi quanto meno dubbia dal prevalere della potenza di sradicamento del capitalismo rispetto a ogni politica di fissazione dell’ordinamento sul suolo, e di chiusura ordinativa dello spazio. Non a caso Schmitt è, come Heidegger, concentrato sulla critica della tecnica (marina, contrapposta alla terrestrità dello Stato e anche del partigiano) molto più che sulla critica dell’economia.

La verità è che Schmitt è ancora giurista, e quindi legato a quello Stato di cui pure attua la radicale destrutturazione, ovvero è orientato all’ordine – benché sia al contempo tragicamente consapevole della sua interna contraddittorietà e abissale infondatezza –. La sua capacità critica e analitica è grande, ma non va al di là dello svelamento e della decostruzione dei meccanismi con cui lo Stato nasce, agisce, crea il sistema mondiale degli Stati, e agonizza; oltre lo Stato – di cui ha lucidamente colto la contingenza storica – Schmitt sa bene che si deve andare, ma non sa come (soprattutto quando, nel dopoguerra, il pensiero dei Grandi Spazi non fu più immediatamente proponibile). La sua teoria del nomos (dell’ordine internazionale orientato) funziona retroattivamente, per spiegare (benché parzialmente) con potenti campiture splendori e miserie dell’età moderna e dello jus publicum europaeum; ma applicata al presente assume un ambiguo significato mitico, o nostalgico di perduti radicamenti.

Com’è giusto, Schmitt, il quale si è spinto fino a presagire la nuova rivoluzione spaziale, quella del web (da lui intravista nel trionfo del nuovo elemento, l’aria – come prevalenza del potere aereo, ma potremmo dire come potenza dell’etere, dello spazio virtuale –, che prende il sopravvento sulla terra e sul mare, protagonisti della modernità), non può pensare per noi. Proprio da chi ha sostenuto che la verità è vera una volta sola, all’interno di determinate configurazioni di potere, viene l’invito a noi, perché pensiamo la verità, l’ordine e il disordine, del nostro tempo. Congedandoci, per quanto possiamo, dal lungo congedo schmittiano dalla modernità. Procedendo con Schmitt oltre Schmitt.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 15 gennaio 2016, con il titolo L’ordine politico dei grandi spazi

Pensare contro la filosofia, pensare contro l’umanità. I «Quaderni neri» di Heidegger

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Il primo tomo dei Quaderni neri di Heidegger, relativi agli anni 1931–1938 (Bompiani, pp. 702, euro 28) – tradotto da Alessandra Iadicicco – è un testo tanto difficile quanto appassionante, meritevole di essere letto con pazienza e rigore, avendo riguardo al farsi storico di queste pagine.

I Quaderni raccolgono le prime riflessioni che prenderanno forma in Introduzione alla metafisica e nei Contributi per la filosofia. Siamo davanti a uno Zibaldone filosofico che documenta un solitario pensare in atto, nella direzione del superamento dello stesso esistenzialismo di Essere e tempo (che Heidegger reputa largamente inadeguato, e da superare), dell’idealismo tedesco e di ogni scientismo: in pratica, della filosofia moderna e della sua metafisica (del suo individualismo, del dualismo tra spirito e realtà) e dell’intera tradizione filosofica, che Heidegger non vuole proseguire e che anzi vuole mettere in discussione nei suoi presupposti originari. Alla ricerca del cono d’ombra da cui ha origine la parola filosofica occidentale, che ne è immemore, Heidegger spiazza la tradizione facendo della filsofia un domandare – un porre l’unica domanda sulla verità dell’Essere a partire dall’esser-ci –.

L’Essere, che nella metafisica è il Logos o la Causa vera è un salto, uno strappo, una frattura, una fenditura, una discontinuità, una casualità: la Verità non si ha, si domanda; e il domandare non è conoscere un concetto ma essere esposti «all’assalto dell’Essere», alla rocciosa emergenza di un inizio che non si coglie mai, che sempre si ritrae ed eccede, che è più inquietudine che fondamento.

Nei Quaderni neri si coglie la fatica del formarsi di questa filosofia dell’estremo e dell’abisso, la tenacia – la risolutezza – di uno sforzo oltre la filosofia che vuole risalire a prima della filosofia, ai presocratici; lo sforzo al potenziamento dell’esser-ci che altro non è che la semplicità delle cose nel loro statuto preconcettuale, quale trapela da alcuni squarci paesaggistici afforanti qua e là nelle pagine più tormentate. Una semplicità che richiede un’opera di «demolizione» di tutte le difese intellettuali e morali, di tutte le mediazioni simboliche, che l’uomo ha posto fra sé e l’esperienza estrema. La filosofia vera non è, come voleva Hegel, «il tempo appreso in pensieri»; è pensare contro l’epoca, è la critica – non attuale né inattuale né tradizionale ma autentico «secondo inizio» dopo il primo, tradito da Platone, dei presocratici – che si sottrae alla «malaessenza» della civiltà e si interroga sull’Essere.

È lungo questo cammino di solitaria e incivile selvatichezza che Heidegger incontra il nazismo. Lo si vede affiorare nel 1931, ed esplodere nel 1932 e nel 1933, l’anno del rettorato; ed esplicitamente Heidegger lo definisce come «principio barbarico», come la nuova posizione fondamentale nei confronti dell’Essere, che consente di porre la domanda sull’Essere, e di conseguenza di accedere alla negazione dell’intellettualismo e della mediocrità piccolo borghese, come la «risolutezza del rinunciare e del domandare» (anche il Discorso del rettorato è rivendicato come «metodo del domandare»). Nel nazismo l’esser-ci prende dunque il corpo del popolo, e il filosofo solitario si scopre seguace del Führer. Alle sue parole – dirà l’allievo Löwith – non si sa se marciare con le S.A. o dedicarsi allo studio dei presocratici: sono infatti la stessa cosa. La filosofia si fa azione, il secondo inizio è giunto, grazie al «nazionalsocialismo spirituale».

La disillusione di Heidegger è quasi immediata, ed emerge con bruciante chiarezza. Il Discorso è definito il «piccolo intermezzo di un grosso errore», e il nazismo è reinterpretato come un «ismo» fra gli altri, come una «visione del mondo» tra le tante, come una verniciatura sul medesimo mondo mediocre e civilizzato che si voleva abbattere, come «materialismo etico», come marxismo rovesciato, come regno della piccolezza e della bassezza, come «americanismo». Il popolo è ridimensionato a nuova figura del Man, dell’esistenza impersonale inautentica. Nessuna discontinuità, quindi, ma anzi la continuità del mondo piccolo borghese, plebeo, democratico-egualitario, moderno – nel frattempo la filosofa di Heidegger viene criticata come «nichilismo» estraneo al popolo dai filosofi del regime, contro i quali l’autore scatena una violenza polemica sorprendente –.

Nel seguito, i Quaderni ci mostrano Heidegger, ancora più solitario di prima dell’esperienza nazista, teorizzare un «lungo e creativo tacere» e avviarsi verso le riflessioni sulla tecnica e sul nichilismo come verità della metafisica occidentale (in cui il nazismo viene inserito), su Nietzsche «non deturpato dai contemporanei» (cioè denazificato) e sui «venturi», le figure di un’umanità che comprenderà la radicalità della sua filosofia oltre il «segreto della storia che ci lascia solo frammenti».

L’antisemitismo è qui più implicito che esplicito (nei Quaderni successivi si mostrerà più chiaramente), e anzi vi sono alcuni passaggi critici verso autori antisemiti come Wagner e Chamberlain; tuttavia Heidegger non rifiuta la tematica della razza ma lamenta semmai che il nazismo la tratti solo in modo biologistico e quindi non «spirituale». In ogni caso, l’antisemitismo non sembra motivare direttamente le strutture e l’andamento del pensiero di Heidegger – qui anzi atteggiato in forti polemiche contro il cristianesimo cattolico e protestante, e contro i tedeschi –. Ma certo è scioccante che l’essenza antiumana del nazismo non sia vista, che non faccia problema; che, come l’adesione al nazismo non avvenga sulla base dell’antisemitismo, questo tuttavia non appaia subito come ripugnante; e che l’addio al nazismo (ma non al pregiudizio antisemita) sia motivato solo dal fatto che esso è troppo moderno, troppo interno al progresso e alle logiche della tecnica; e che la condanna della modernità sia emessa non a partire dal suo esito criminale ma dal suo preteso esito di diffusa e piatta mediocrità, dall’oblio dell’Essere.

Oggi da varie parti ci si chiede come sia possibile che il pensatore più importante e radicale del XX secolo, capace di aprire nuove strade alla filosofia e, come si vede anche in queste pagine, di criticare la tragedia della vita quotidiana e del pensiero unico, dell’individualismo moderno che produce «piccoli uomini», non abbia visto la tragedia specifica indotta dall’antisemitismo proclamato dal nazismo. E ci si chiede, anche alla luce dei Quaderni neri, se si possa leggere Heidegger o se non lo si debba rifiutare come intrinsecamente depravato.

In realtà, come non si può dire che il nazismo di Heidegger sia un incidente biografico insignificante dal punto di vista teorico, un esempio della banalità del genio, così è sbrigativo sostenere che è una grande scorrettezza politica segno di un grande filosofare; ed è anche fuorviante affermare che l’antisemitismo sia la molla nascosta di tutto il suo pensiero, benché sia stato un turpe pregiudizio che egli si è portato sicuramente dietro per lungo tempo. Il problema è un altro, di livello teorico radicale, e quindi ancora più grave. E sta nel fatto che la filosofia dell’Origine è sostanzialmente autistica, e priva di rapporti col mondo; e di conseguenza è al tempo stesso indifesa davanti ai contenuti specifici e determinati in cui di volta in volta si imbatte; che insomma la suprema attività del filosofare è vera passività occasionalistica; e che Heidegger può essere portatore del pregiudizio razziale e indifferente al suo significato e alle sue vere conseguenze perché nella sua radicalità decostruttiva ha distrutto ogni mediazione e ogni possibilità di giudizio: la modernità è impresa di dominio perché è metafisico oblio dell’Essere, e tanto basta – e quindi gli è impossibile anche la negazione determinata del capitalismo come specifica forma di dominio –.

Insomma, non è la filosofia ad adattarsi al pregiudizio, a venire dopo di esso per giustificarlo, ma è il pregiudizio ad accomodarsi in una filosofia che lo accoglie senza problema: individuata filosoficamente la modernità come indeterminato sradicamento, si lascia libero lo spazio per individuare la figura di questa coscienza infelice: e sarà l’ebraismo internazionale (negli ultimi Quaderni) come qui è il cristianesimo. All’opposto filosofico ma con una qualche analogia argomentativa il giovane Hegel faceva dell’ebraismo l’emblema della mancata conciliazione col mondo moderno, e non (come Heidegger) della perfetta adeguazione a esso, opponendolo al cristianesimo che aveva al contario in sé il principio della conciliazione. Ma mentre la filosofia di Hegel è progressiva, e non è segnata sostanzialmente dall’antisemitismo che ne è solo un tratto contingente, quella di Heidegger è tanto abissalmente indeterminata da non avere in sé la forza né l’intenzione di superare la contingenza che la abita.

La verità è che la lontananza di Heidegger dal mondo lo porta ad aderire alle sue follie, e che la sua ansia di verità è muta davanti alla più radicale non-verità – all’opposto di quanto Adorno scriveva della «verità della non-verità» di Hegel, nel cui pensiero conciliato si esprimeva apertamente la contraddizione del dominio capitalistico, nella postura di Heidegger davanti al nazismo si consuma un limite insuperabile della sua filosofia, una tara nascosta che non porta ad alcuno sviluppo, che richiede di essere compresa con altre categorie interpretative –.

La filosofia di Heidegger che si vuole ultima non è quindi tale, come la decostruzione del razionalismo politico moderno, operata da Carl Schmitt, non può essere assunta per quello che è, pena il suo rovesciarsi in ideologia (anche per Schmitt è errato sostenere che il suo pensiero è mero travestimento dell’antisemitismo – il nesso amico/nemico è una teoria della decisione e del potere costituente, ovvero è l’energia di un aperto conflitto fra pari –; anche per lui si parla di occasionalismo, ovvero di inevitabile e irrimediabile precipitare del suo pensiero estremo nella trappola che la contingenza storica gli ha preparato).

Prigioniero di se stesso, come scrisse Hannah Arendt che lo amò, passivo nella sua attività e gerarchico nella sua libertà, come scrisse Marcuse che dopo il 1933 lo disprezzò pur riconoscendogli di essere stato da lui introdotto alla filosofia, Heidegger è rischioso fino all’aporia e all’assurdo se lasciato a se stesso, se non è letto con la consapevolezza che la filosofia non è certo esercizio da salotto o da talk show ma non è neppure domanda posta nella solitudine più abissale e spettrale; che è un domandare non fatuo ma neppure incomprensibile, che è critica spietata ma non cieca, che è dialogo non solo con i venturi ma anche con i contemporanei. Che vive nella città, anche se per separarsene e per separarla e dividerla.

Presto si colse la necessità di urbanizzare quell’arma mortale che è la filosofia di Heidegger per renderla servibile – non banalmente «utile», ma per metterla in relazione ad altri –; Gadamer, Foucault, Derrida sono esempi, ben differenziati, di questa impresa. Infatti, se la filosofia non è una visione del mondo, non è neppure un addio al mondo della comune umanità; se la parola può darsi oggi solo come frammento, questo non può essere tanto criptico da risultare incomunicante e incomprensibile, e da non comprendere la sofferenza del mondo e da vederla come insuperabile (e anzi da fare del popolo più sofferente la figura della colpa filosofica di tutta l’umanità).

Scrive Heidegger nei Quaderni neri che una della due G del suo cognome significa Güte, «bontà», ma non compassione. Ecco che cosa manca al filosofo della Foresta Nera: la capacità di criticare il mondo com’è perché la critica ci mette alla ricerca di che cosa ci fa soffrire insieme agli altri, e quindi di che cosa ci fa agire insieme agli altri e per gli altri. Il «grande bambino che pone grandi domande», come qui definisce il filosofo, cioè se stesso, volle restare aggrappato a quelle domande e non darsi alcuna risposta, e quindi non seppe crescere come uomo fra gli uomini.

Versione ampliata dell’articolo pubblicato in «il manifesto» l’11 dicembre 2015 con il titolo Il Logos disperso nella Foresta Nera.

Dalla democrazia vuota alla democrazia piena

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La bibliografia internazionale sulla crisi della democrazia, ormai sterminata, si arricchisce ora di tre volumi italiani, di differente impostazione e a vario titolo rivelativi. Marco Revelli in un agile testo (Dentro e contro, Laterza 2015, pp. 144, € 14) ripercorre la storia di passione della legislatura in corso, dalla non-vittoria del Pd al governo quirinalizio delle crisi politiche che l’hanno scandita, dalla progressiva perdita di centralità del Parlamento all’insediarsi, con Renzi, del populismo al potere, assediato a sua volta dal populismo esterno del M5S e impegnato, al tempo stesso, a lottare (ahimé, vittoriosamente) contro il lavoro, in esecuzione della filosofia economica dell’euro.

Raffaele Simone, invece, nel suo Come la democrazia fallisce (Garzanti 2015, pp. 216, € 17), opera un’analisi a ritroso di più lungo periodo, e mostra la controfattualità della democrazia, il suo costituire un dover-essere, un artificio fondato sulla negazione di paradigmi naturali del pensiero umano (come il principio di diseguaglianza, o quello del ricorso alla forza) e anche le contraddizioni che la innervano (fra le quali i paradossi dell’uguaglianza e il peso del nesso sovranità/rappresentanza, per cui il popolo sovrano si spossessa della propria sovranità quando dà vita all’istituto rappresentativo). Sotto il peso di queste contraddizioni la democrazia crolla, impedendo l’esercizio virtuoso del civismo e della partecipazione, che ne dovrebbe essere il fine, e trasformandosi nel regime della apatia politica e della continua richiesta da parte dei privati di benefici che il sistema pubblico non può più elargire, con il conseguente scatenamento di una amorale logica individualistica di breve periodo che si disinteressa della politica democratica.

A queste diverse fenomenologie ed eziologie della crisi della democrazia si aggiunge ora il testo impegnativo e ambizioso di Geminello Preterossi, Ciò che resta della democrazia (Laterza 2015, pp. 188, € 20), di taglio espressamente filosofico-politico. È un tentativo di individuare una radice di energia politica per la democrazia in crisi, che concede poco a molte analisi superficiali e consolatorie, e che nondimeno ha una sua severa positività (categorie come ottimismo e pessimismo sono del tutto fuori luogo quando si fa analisi teorica).

Il libro si muove fra Schmitt e Hegel, fra Habermas e Laclau, fra Hobbes e Böckenförde, fra Blumenberg e Butler, solo per citare alcuni degli autori con i quali Preterossi si confronta. La tesi metodologica di fondo è che non si può parlare di democrazia senza parlare del progetto moderno, dello statuto della ragione che lo domina, delle categorie che lo scandiscono − soggetto, Stato, nazione, popolo, diritti , e del loro rapporto originario con il pensiero religioso, cioè della secolarizzazione.

Dal punto di vista sostantivo, poi, la tesi principale è che nessuno dei concetti o delle categorie della democrazia (ma in realtà della filosofia politica moderna) può essere utilizzato in modo semplice, astratto, disincarnato. Questa è una critica rivolta alla scienza politica, che opera con schemi formali vuoti, ma soprattutto al decisionismo (e Preterossi ha in mente proprio Schmitt, non le sue caricature), dal quale può anche scaturire una ‘decisione per la democrazia’, ma col risultato che si tratterrebbe di una democrazia infondata, incapace di giustificarsi e di legittimarsi. Lo stesso ‘vuoto’ di contenuti potrebbe valere per le moderne teorie dei diritti, o per l’impresa volta a costruire il soggetto alternativo al potere, il popolo  il riferimento a Laclau è evidente . Il nichilismo democratico ha in sé la debolezza dell’artificialismo moderno ed è in fondo la manifestazione di quel pathos della tabula rasa con cui Hobbes inaugurò la ragione politica moderna, potente ma contraddittoria.

L’ambizione di Preterossi è più complessa: pensare la democrazia, con i suoi concetti e le sue categorie, come un processo che trae i suoi contenuti fuori da sé, da un’eccedenza logica e storica, e che li filtra e li trasforma nel proprio divenire. Dalla democrazia vuota alla democrazia piena, quindi; piena non di statici ‘fondamenti’ (che sarebbe una soluzione reazionaria, tipica del fondamentalismo occidentalista) ma di vita plurale in movimento. Una vita che trae energia da un resto non razionale e che lo rielabora continuamente nella propria immanenza aperta alla trascendenza, traducendolo nella lingua democratica: lingua viva se e quando non si chiude nei gerghi tecnici ma si lascia attraversare dalla ricchezza originaria che la connota. Una traduzione che quindi ha un’origine e un resto, entrambi vitali. Lo Stato, la nazione, il soggetto, i protagonisti della ragione moderna, sono politici proprio perché sono ‘universali particolari’, perché non si risolvono nella ragione astratta ma si nutrono di concretezza storica e producono concretezza progettuale. Perché si nutrono di un ethos comune, di credenze collettive, di simboli, di riti.

È chiaro qui un forte riferimento a Hegel e alla potenza del negativo che è la radice della mediazione, alla soggettività che non è un dato ma una costruzione politica attraverso il confronto e il conflitto: il passaggio dall’Io al Noi non è il contratto ma la costruzione del soggetto attraverso la negatività; fra la religione e la laicità non c’è un salto ma una rielaborazione; dall’autorità ai diritti si transita non per la deduzione dall’Io astratto ma per una lotta politica. Insomma, la democrazia funziona se incorpora un’eccedenza storica, simbolica, religiosa, come motore della propria vita; è la questione che Schmitt si era posto con la teologia politica e che oggi si pone l’ultimo Habermas che riflette sulla religione e sulla politica per andare oltre la democrazia come comunicazione discorsiva, e per arricchirla attingendo la risorsa di senso del sacro.

Nel discutere in modo differenziato queste e altre posizioni Preterossi ci dice che la democrazia non è fatta solo di concetti e di norme ma vive di cultura politica, popolare e di élite; che non è solo immediatezza, ma anche mediazione; che la sua autolegittimazione giuridica non è sospesa nel vuoto ma si nutre di storia e di trascendenza reinterpretate, e rese progettualmente normative per il futuro; che non è chiusa in sé ma si apre a un resto che è “ciò che resta” quando concetti e istituzioni sono stati colonizzati e travolti da poteri non democratici.

Dalla vitalità storica della ragione democratica così interpretata derivano conseguenze concrete: ad esempio, che i diritti sociali non sono alternativi a quelli politici e civili (la lesione degli uni non è compensabile con l’aumento degli altri). E deriva soprattutto la consapevolezza che la lotta contro la democrazia impolitica, contro la tecnocrazia, contro l’individualismo, non è vinta col ricorso alla democrazia identitaria ma con l’attivazione di soggettività complesse, individuali e collettive, in un incrocio di genealogia e di dialettica.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 31 ottobre 2015

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