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Ragioni politiche

di Carlo Galli

La guerra delle parole

 

  1. Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica. E quelle elezioni sono state vinte dai partiti che, se non altro, hanno riconosciuto il pesantissimo disagio sociale in cui il Paese versa, e che il Pd ha invece sostanzialmente negato dando l’impressione di voler lasciare tutto com’è, o in ogni caso di non avere né le idee né l’intenzione di cambiare le cose.

C’è anche, va detto, la posizione oltranzista di chi non vuole «seguire i populisti sul loro terreno», e non solo rifiuta radicalmente le loro ricette ma non vuole ascoltare il grido di dolore che attraverso il populismo si esprime, e affida non alla propaganda ma alla dura lezione delle cose, alle rappresaglie della realtà economica e dei suoi “spontanei” meccanismi, la vittoria dell’ordine politico e sociale che le elezioni di marzo hanno rovesciato. Ma è una posizione difficile da tenere. In ogni caso a essa, prudentemente, si aggiunge la propaganda, la retorica.

La logica di questa retorica – che definiremo la retorica dello scandalo, dello sdegno permanente – consiste nell’imporre un terreno di gioco su cui combattere lo scontro politico fra le élites mainstream e il popolo, mettendo quest’ultimo, fin dall’inizio della partita, dalla parte del torto. La strategia è discriminare culturalmente e moralmente chi si è ribellato alle conseguenze degli errori di quelle stesse élites; ovvero chi in una crisi catastrofica ha cercato protezione, e naturalmente non l’ha chiesta ai vecchi governanti, che le protezioni avevano tolto di mezzo. Insomma, la strategia di rimettere al loro posto i perdenti che hanno osato protestare, e di rovesciare il mondo rovesciato dalla ribellione delle masse.

Tutti i termini in questione hanno infatti intento accusatorio e implicita intenzione punitiva: sovranismo significa tribalismo incivile; populismo significa ragionare con la pancia e con il rancore; nazionalismo significa xenofobia e provincialismo egoista; razzismo, infine, è il male assoluto, la sistematica e ignorante violenza verso i deboli e i diversi. L’accusa, ovvia, è che tutto ciò – questi atteggiamenti, questa cultura diffusa – mette a rischio la democrazia, tutelata invece dal “politicamente corretto” liberal. Al quale si deve ritornare, riconducendovi i riottosi concittadini, bisognosi di rieducazione dopo essere stati sottratti ai cattivi maestri, ai pifferai magici che hanno vinto le elezioni.

Al contrario, sembra chiaro che è una follia tanto pensare di recuperare consenso per questa via, quanto presentare queste come “analisi politiche” che consentano di comprendere che cosa è successo. Se il governo giallo-verde è il fascismo (e non lo credo), sarebbe come fare dell’antifascismo criticando questo o quell’atteggiamento o provvedimento di Mussolini, e lanciando invettive contro la dittatura, invece di seguire la via genealogica, storico-concettuale e storico-economica, di Gramsci.

Ma è difficile credere che gli opinionisti mainstream non vadano oltre la constatazione che in marzo hanno vinto il rancore, la rabbia e la paura, e non riescano a chiedersi che cosa mai – quali eventi, quali processi, quali strutture – abbia prodotto nelle masse questi riprovevoli stati d’animo, queste biasimevoli passioni (ad esempio, quale precedente disastro nella rappresentanza politica abbia generato l’odio e il disprezzo degli italiani verso il parlamento, e sia quindi all’origine anche delle disinvolte proiezioni post-parlamentari di alcuni esponenti di un partito di governo). Fintanto che la retorica dello scandalo non lascia il posto all’analisi, è folle sperare che le posizioni che si reputano biasimevoli perdano terreno. E quindi è forse possibile ipotizzare che se quella retorica non è follia sia piuttosto una dissimulazione, un gioco a parlare d’altro, per non ammettere colpe ed errori enormi, nella speranza che alla retorica della delegittimazione preventiva dell’incubo giallo-verde segua una reale catastrofe della sua azione, e che tutto torni come prima, cioè alle vecchie egemonie.

  1. Errore

L’errore è naturalmente avere sposato (non solo subito, ma accettato e glorificato) il paradigma neoliberista, e poi quello ordoliberista sotteso all’euro; paradigmi diversi che prevedono entrambi la deflazione, la disuguaglianza sociale, la subalternità e la flessibilità del lavoro dipendente, che in tempi di crisi diventano – in assenza di “argini” politici e giuridici – precarietà e insicurezza esistenziale di massa. Il paradigma, insomma, che nega la dignità del lavoro e il ruolo egemone della politica e a questa affida il compito di garantire il mercato (ed eventualmente di aiutare i perdenti, o di punirli se troppo devianti e rumorosi), mai ipotizzando che il governo delle cose del mondo possa risiedere altrove che nelle potenze economiche – ad esempio, in una democrazia in cui i lavoratori (il lavoro dipendente, di diritto e di fatto, e non una generica “comunità nazionale”) abbiano una posizione politica conflittuale e quindi tendenzialmente paritaria, e non subalterna, rispetto alle potenze dell’economia –. Insomma l’errore non è che ci sia stata una crisi – gli economisti mainstream sanno bene che il capitale funziona appunto così –, ma che il paradigma economico preveda che dalle crisi si esca aiutando strutturalmente il capitale e solo episodicamente e marginalmente i lavoratori, che in ogni caso devono essere disponibili ad assecondare ogni richiesta del capitale in temporanea difficoltà. L’errore è che non si sia immaginato che ci sarebbero state reazioni politiche a tutto ciò; di non aver pensato che la politica possa guidare un’uscita dalla crisi, con una soluzione che non consista di salvataggi per gli uni e di eliminazione dei diritti per gli altri (le “riforme coraggiose” a danno dei deboli) ma di “riforme di struttura” (come si diceva ai tempi sovversivi del primo centrosinistra, e come si potrebbe cercare di dire anche oggi, mutatis mutandis: in fondo, la questione è la stessa, cioè allineare capitalismo e democrazia, naturalmente divergenti).

Avere trascurato la politica, e avere ignorato che questa avrebbe potuto vendicarsi: questo è stato l’errore strutturale, che alle élites è costato il potere politico, ma che non viene ammesso. Se ci volessimo servire dell’antica dottrina cattolica, potremmo dire che la mancata ammissione (confessio oris) nasce dal mancato pentimento (contritio cordis) e dà a sua volta origine al mancato ravvedimento operoso (satisfactio operis). Insomma, pervicaci e impenitenti, le élites politiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo sono in peccato mortale, e ne pagano il fio. Ovvero, sono finite all’opposizione e paiono doverci rimanere a lungo.

Ma, come si diceva, credono di potere uscire in breve dall’inferno della perdita del potere aspettando che agli italiani “passi” il rancore, oppure che questo si sposti verso gli attuali governanti, dei quali si attende la rapida scomparsa di scena per impresentabilità e inefficienza. E nell’attesa combattono la guerra linguistica.

  1. Battaglie

Una guerra le cui battaglie sono già state enumerate, ma che vanno studiate un po’ più da vicino, per vedere, in ciascuna di esse, come vengano costruiti i fronti del Bene e del Male, e come ai due fronti si possa contrapporre una “verità”; che non vuole essere un assunto dogmatico ma il suggerimento di uno sguardo realistico. Per una possibile politica oltre la propaganda.

Sovranismo, dunque. Ovvero l’aggressivo particolarismo che sarebbe la presunta radice politica dei nostri mali. Il cui opposto positivo sarebbe invece l’universalismo collaborativo, declinato in globalismo o in europeismo secondo i casi (in realtà, si tratta di due prospettive che possono anche essere opposte). Una contrapposizione costruita per non parlare di sovranità, ovvero della pretesa di un soggetto politico, i cittadini nel loro complesso, che lo Stato che li rappresenta persegua gli interessi nazionali e protegga i cittadini stessi. Una pretesa che di per sé non ha nulla di reazionario e che è insita nell’essenza della politica: protego ergo obligo è il cogito dello Stato, la sua ragion d’essere, la sua mission. Una pretesa che può essere anche democratica, come appare dalla nostra Costituzione che collega il popolo alla sovranità e non ai mercati o ai trattati dell’euro. Una pretesa, del resto, avanzata e praticata, secondo le proprie forze, da tutti gli Stati europei, nessuno escluso. Lo Stato sovrano è un anacronismo? Pare di sì: la sinistra globalista lo minimizza, quella moltitudinaria lo deride (i risultati si vedono). Forse invece potrebbe essere una leva, o meglio un punto d’appoggio, transitorio ma obbligato, per rispondere alla sistemica insicurezza alla quale i cittadini sono esposti e sacrificati, e che non tutti trovano eccitante e ricca di opportunità – un dato che chi fa politica dovrebbe conoscere –.

Populismo, poi. È con ogni evidenza il nome che le élites mainstream danno a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. È come se dicessero: «se non ci obbedisci, sei plebe; se hai perso la fiducia in noi, ragioni con la pancia». L’opposto positivo è invece la “ragionevolezza”, il dare ragione alle élites, alle loro narrazioni. La verità è che il populismo con le sue semplificazioni è un segnale della crisi politica terminale di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano, crollato dapprima economicamente sotto i colpi del neoliberismo e, trent’anni dopo, anche culturalmente e ideologicamente. Una crisi di legittimità che si tratterebbe di decifrare nelle sue cause e non di deridere nei suoi effetti. Certo, impostare la politica sull’onestà e sulla lotta ai vitalizi, o sull’ossessione anti-migranti, è riduttivo e fuorviante, ma non perché è una mossa populista, quanto piuttosto perché non è per nulla radicale. Come altrettanto poco radicale è stracciarsi le vesti ad ogni uscita pubblica scorretta di questo o di quel governante, senza mai andare oltre la predica moral-superficiale; senza mai capire a quali problemi quel governante sta comunque rispondendo.

Nazionalismo, inoltre. Ossia il ritorno di culture politiche improntate all’atavismo e all’aggressività xenofoba, viste come un regresso a quelle condizioni che hanno portato l’Europa a suicidarsi con due guerre mondiali. E quindi il nazionalismo è appunto ciò contro cui si è costituita l’Europa del dopoguerra. È il nemico. Il suo opposto positivo è invece l’apertura reciproca delle culture e delle istituzioni, l’interculturalità, il federalismo o addirittura la sovranità degli Stati Uniti d’Europa, che solo una inspiegabile e irragionevole resistenza nazionalistica non lascerebbe realizzare. La verità è che tutti in Europa perseguono interessi statal-nazionali, e che tuttavia di nazionalismo e di nazione (differenti e opposti, come da tempo sappiamo) oggi in Italia e altrove c’è poca o nessuna traccia (piaccia o dispiaccia; ovvero, che ciò sia detto in negativo o in positivo). Non c’è alcuna visibile richiesta, da parte della società, di identità, di comunità di destino, di tradizione, e neppure la cultura va in questa direzione: con una certa pigrizia intellettuale si scambia per nazionalismo (cioè le si dà un nome vecchio) la richiesta sociale di una protezione che si manifesti efficacemente dentro il livello storico e istituzionale esistente, cioè dentro il perimetro degli Stati nazionali. Certo, questi nacquero anche attraverso il mito della nazione, allora progressivo. Ma di questo mito identitario oggi non c’è neppure la caricatura, se non ai campionati di calcio: da tempo l’individualismo e il familismo hanno colpito a fondo, e modelli culturali internazionali si sono affermati irresistibilmente ormai da decenni. L’esigenza di condurre una vita in dimensione storica, sottratta all’eterno presente dell’universale raccolta di merci neoliberista, non sembra essersi ancora radicata nelle masse.

Razzismo, infine, è il nome dato all’insicurezza ostile dei poveri e degli incolti. Che si sentono minacciati non da un generico “diverso” ma da un concreto ingresso, al tempo stesso pubblico e clandestino, di persone fin troppo simili a loro. E i penultimi si specchiano negli ultimi, li temono e li esorcizzano, perché vi vedono certo persone bisognose di aiuto ma capiscono anche che non possono essere aiutati a spese loro, delle fasce più fragili, che dai migranti si sentono minacciati anche dal punto di vista economico. Né a spese esclusive di quel fragile vaso di coccio che è l’Italia nel consesso europeo, inchiodata da patti leonini, sottoscritti dalla destra e rinnovati dai governi seguenti, che hanno cercato di fare del nostro Paese il campo profughi del continente in cambio di altri benefici macroeconomici. Tanto più che gli altri Paesi d’Europa non smaniano certo per ricevere migranti, per sostituirsi all’Italia. Come che sia, l’opposto positivo è in questo caso il cosmopolitismo contrapposto alla chiusura egoistica, la pietà contrapposta alla spietatezza, oppure, da un punto di vista moral-politico, l’appello alla fraternità, il terzo trascurato della triade rivoluzionaria; ma si avanzano anche esortazioni ad apprezzare l’utile economico che dai migranti deriverebbe in termini di Pil e di pagamento delle pensioni agli italiani, come se i migranti trovassero facilmente, in Italia, lavoro stabile, legale e non servile, e come se in futuro le loro pensioni non dovessero essere pagate. La verità è che l’insofferenza, in sé deplorevole, verso i migranti nasce dalla sofferenza e dalla insicurezza reali dei cittadini, che nessuna promessa europea, sempre disattesa, o nessun sermone o catechismo riuscirà, da solo, a esorcizzare. Solo la politica ci riuscirà, se sarà una politica efficace e concreta.

  1. Politica e parole

La guerra delle parole è al tempo stesso un’arma, un diversivo, e un andar fuori bersaglio. Se la sinistra moderata europeista e quella radicale globalista e moltitudinaria non capiscono ciò, non hanno speranza. Vanno lasciate alle loro battaglie minoritarie, poiché hanno evidentemente rinunciato all’analisi politica realistica.

Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.

Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.

«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.

Per chiudere, un esempio. Si sta diffondendo l’idea che nel discorso pubblico di “sinistra” si debbano recuperare la nazione, e lo Stato nazionale, perché è su questi concetti, o temi, che si è stati sconfitti il 4 marzo (come ho detto, credo che ciò sia non esatto, e che la sconfitta si sia consumata sulla protezione e non sulla tradizione, sulla sicurezza e non sulla patria). Ecco allora le proposte di “nazionalglobalismo”, di “patriottismo europeo”, di “federazione sovrana di Stati sovrani”.

L’obiettivo è di non lasciare la nazione ai nazionalisti, lo Stato agli statalisti, la sovranità ai sovranisti, l’Europa agli europeisti. E fin qui va bene: si tratta di smarcarsi dalla polemica quotidiana, di guardare oltre, di tentare di imporre un altro terreno di gioco. Ma pur dovendosi apprezzare la direzione nuova che si cerca di intraprendere, resta da sottolineare che in alcuni casi si tratta di concetti di cui la storia (ad esempio, la guerra civile statunitense) ha dimostrato la non praticabilità, o in altri casi di provocazioni intellettuali che in quanto tali non sanno indicare alcuna tappa intermedia tra il presente e il futuro, tra il problema e la soluzione. Che vogliono costruire miti più che discorsi razionali.

Ma in politica anche la parola mitica per essere capace di mobilitare deve avanzare un progetto realistico e condivisibile, un obiettivo difficile ma raggiungibile attraverso una via che va indicata nella sua concreta materialità. E a maggior ragione questo è l’obiettivo della parola razionale.

Questi nuovi miti dovranno quindi essere preceduti da analisi critiche, e dovranno essere riformulati dopo che il pensiero critico si sarà misurato con la questione del rapporto fra sovranità nazionale e sovranità europea, nonché del rapporto fra politica ed economia. E ciò non per pedanteria accademica, ma per realismo, per efficacia tanto critica quanto propagandistica. In caso contrario si resterà ancora una volta in superficie. Detto altrimenti, questi nuovi “miti” non avranno la forza di smuovere alcunché, e meno che mai i popoli, fintanto che attraverso di essi non verrà veicolata un’idea credibile di sicurezza sociale e di reale integrità della persona, finalmente sottratta al suo presente destino di essere in balia di potenze economiche incontrollate, di processi che li trascendono. Fintanto che del mito politico non farà parte anche la consapevolezza che «finanza è una parola da schiavi».

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Sulla sinistra “rossobruna”

 

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

 

 

Alto e basso – destra e sinistra

 

Alcune cose spiacevano particolarmente del contratto fra Lega M5s e del governo non nato. La carica di presidente del Consiglio conferita a un terzo, extra-politico, segnale di una difficoltà e di una diffidenza fra i due contraenti che sarebbe stata prodromo di instabilità e di scarsa autorevolezza dell’azione del governo. L’introduzione del mandato imperativo, in sé impossibile logicamente all’interno della sintassi della rappresentanza politica moderna – benché, certo, si possano inventare dispositivi regolamentari per rendere più “costoso” il passaggio da un gruppo parlamentare all’altro (posto che questo sia un vero problema) –. La discriminazione fra italiani e stranieri nel godimento di alcuni servizi pubblici. La reintroduzione dei voucher – ma si ricordi che il Pd li aveva a lungo difesi -. Le promesse bombastiche di rimpatriare mezzo milione di clandestini – impresa, se non altro, quasi impossibile da un punto di vista tecnico –.

Nonostante non vi sia nulla di più labile dei programmi e dei contratti, erano in ogni caso segni di una interpretazione angusta della fase drammatica che stiamo attraversando. Più ambiziosa, e ancora oggi sul campo, e pertanto degna di un supplemento di analisi, è invece l’idea che destra e sinistra sarebbero state sostituite, come linea di frattura dell’arena politica, dalla scissione fra alto e basso. Che è tesi di Salvini, ma anche dei cinquestelle, e che va decifrata, anziché essere accettata, anche se per essere deprecata come populismo o come sovranismo.

Non c’è dubbio che il cleavage politico attuale sia questo: la sovranità del popolo, che maggioritariamente contesta quei vincoli, perché troppo onerosi, contro le élites politiche economiche e intellettuali, che quei vincoli accettano, ritenendoli buoni in sé o in ogni caso migliori del destino che il Paese dovrebbe affrontare se li recidesse. Insomma, gli italiani hanno votato per la sicurezza e per la protezione rispetto alle gravi difficoltà economiche e sociali che da anni sperimentano. E hanno identificato, come rimedio, la riconquista della libertà da vincoli esterni, cioè della sovranità. Che del resto non è un valore negativo, essendo attribuita al popolo proprio dall’art. 1 della Costituzione; e che non è sinonimo di autoritarismo e di xenofobia, ma anzi, quando è esercitata democraticamente, di libertà e di autodeterminazione dei popoli.

Ora,  il “gran rifiuto” di Mattarella – si è trattato, da parte sua, dell’uso di una insindacabile prerogativa, e quindi l’impeachment è improponibile – è al tempo stesso una ghiotta occasione per Lega e M5S. Che (soprattutto la Lega) sembrano aver voluto farsi dire di no, insistendo sul nome di Savona, proprio per potere cavalcare una crisi resa ancora più acuta – così Salvini ha rotto, forse, con Berlusconi mentre i pentastellati, per non sentirsi giocati da Salvini ora rincarano la dose, restando sempre più prigionieri della rete leghista –.

In realtà, l’aut aut fra Italia ed euro – ovvero fra Italia e Germania – è una semplificazione per certi versi nuova: nessuno, neppure M5S e Lega, ha finora messo sul tavolo l’opzione dell’uscita dall’euro, ma solo la sua rinegoziazione. Ma è noto che se si vuole raggiungere il più alto grado di intensità di uno scontro si deve rinunciare a ogni sottigliezza. E tuttavia, questa semplificazione potrebbe ritorcersi contro M5S e Lega se gli italiani percepissero che la loro spregiudicata politica ha in sé il rischio, proprio se ha successo, di far loro perdere i risparmi.

Certo, l’Italia è a un bivio, e le sue istituzioni sono in crisi, bloccate: un potere di “riserva”, come quello presidenziale, è l’ultimo baluardo per fermare una politica avventuristica che, con la legittimazione popolare, ha espugnato le altre casematte dello Stato. È evidente che non si può andare avanti così, che è necessaria una riconciliazione fra ragione di Stato (chiamiamo così la fedeltà ai vincoli europei e atlantici) e ragione di popolo (chiamiamo così la protesta contro quei vincoli). Che, insomma, il conflitto fra due legittimità – quella del consenso elettorale e quella della continuità istituzionale – non può durare. Che un conflitto fra alto e basso non ha sbocchi democratici, comunque vada a finire.

E quindi si deve tentare un’altra interpretazione di questa fase politica. Leggerla, cioè, da sinistra, senza lasciare alla destra e ai populismi la protesta contro condizioni di vita che la maggioranza degli italiani giudica inaccettabili. Si tratta di spiegare ai cittadini che il problema non è l’identità e l’orgoglio nazionale da rivendicare, ma uscire dalla subalternità del lavoro – questa sì una minaccia alla coesione sociale e alla democrazia –, incorporata nelle logiche dell’euro. La sinistra dovrebbe saper criticare l’Europa ordoliberista con la medesima radicalità della destra politica, ma con migliori argomenti, leggendo questo conflitto come manifestazione della tendenziale incompatibilità fra la democrazia e la presente forma del capitalismo – e quindi è questo che va riformato, non le istituzioni –.

Insomma, la sinistra dovrebbe fare il contrario che giocare il popolo contro le istituzioni, o le istituzioni contro il popolo; dovrebbe usare le istituzioni per la finalità popolare e democratica per cui la Costituzione le ha pensate. Non si può reggere una democrazia solo con le prese di posizione del Capo dello Stato. È necessaria una profonda discontinuità, non un “muro”. È necessario convincersi che la democrazia esige una nuova alleanza fra le istituzioni e il popolo. E che il modo migliore per far vincere le prossime elezioni ai reazionari e ai populisti è non cambiare nulla, non analizzare le cause del loro successo, e limitarsi a demonizzarli.

Tutto ciò sarebbe il dovere della sinistra: riconoscere la gravità della situazione, e interpretarla con strumenti e valori che si sottraggano alla lettura di destra (ma anche alla lettura mainstream, con segno rovesciato), all’aut aut fra alto e basso, al derby fra lira ed euro, fra nazione e Europa. Con strumenti intellettuali che tolgano terreno all’idea che la politica democratica non sia padrona di sé, che vi sono argomenti, come i trattati europei e l’euro, che a essa sono sottratti whatever it takes (per citare Draghi), «costi quel che costi». E che affermino con forza che l’unica «grande decisione» irreversibile che sorregge la nostra vita associata è l’orientamento antifascista e democratico della Costituzione e delle libere istituzioni che essa disegna.

Eppure, manca un particolare del quadro. Dov’è una sinistra che abbia questa forza intellettuale e politica? Purtroppo, sembra che non ci sia. La sinistra non ha mai pesato tanto come oggi nella storia d’Italia: questa volta non come presenza, come partito della fermezza e del progresso; ma al contrario come assenza, come vuoto doloroso e desolante. Da colmare quanto prima, se possibile, per il bene della democrazia.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria online», n. 49, 1 giugno 2018, con il titolo Popolo, istituzioni e vuoto a sinistra.

Per i duecento anni di Marx

Questa riflessione su Marx deriva dal libro di Carlo Galli, Marx eretico, di prossima pubblicazione per la casa editrice il Mulino, Bologna.

 

 

Marx è un autore di metà Ottocento, che del proprio tempo condivide alcune idee di fondo: una concezione eroica della politica, in cui agiscono soggetti collettivi come la nazione e la classe; una proiezione al futuro, come fiducia nella possibile apertura di nuovi orizzonti dell’umanità; una robusta ammirazione per la potenza della scienza e della tecnica, per lo sviluppo economico che ne scaturisce, e per la forza espansiva sprigionata dalla civiltà industriale; una propensione a pensare in termini di sistema, per fronteggiare adeguatamente l’emergere della dimensione totale delle relazioni sociali e per individuarne «leggi» organiche di sviluppo. Quello di Marx è il pensiero forte di una personalità dotata, com’egli diceva di sé, di «aspirazioni universali». Che Marx veda con acutezza la contraddittorietà, l’ideologicità, la conflittualità e la parzialità dell’intera società moderna, non toglie che egli sia estraneo a nostalgie pre-moderne, a sensibilità post-moderne, a prospettive catastrofiche.

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La sua adesione alla modernità è, certo, un’adesione «critica». E non della «critica critica», impotente e subalterna, della sinistra hegeliana, contro cui si accanisce il sarcasmo distruttivo del giovane Marx, ma della «critica spietata di tutto ciò che esiste», la critica dialettica, la dialettica utilizzata come arma («le armi della critica» e perfino «la critica delle armi») e non come conciliazione.

Una critica a Dio, allo Stato, alla filosofia di Hegel che lo porta al «nuovo materialismo», al «solido terreno della realtà»; ma questa realtà è una contraddizione strutturale che ha la sua origine nei rapporti economici di produzione, e che ha la sua principale manifestazione nello sfruttamento, nell’estrazione di plusvalore (di profitto capitalistico) dal lavoro salariato, e nella estraneazione dell’uomo da se stesso e dal proprio lavoro.

L’obiettivo di Marx non è la società senza lavoro, ma la restituzione dell’umanità a sé, a partire dall’estraneazione presente. Il comunismo, la libera e razionale «cooperazione» dei produttori, è appunto il rapporto immediato fra uomo ed esistenza, è «l’effettiva soppressione della proprietà privata e la reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo». È «umanesimo positivo». Ma non è un progetto campato in aria, né un ideale vuoto e declamatorio; è il frutto di un’azione politica che non si perde in sogni, in utopie, e che non indugia in opportunismi ma anzi affronta apertamente quel conflitto di classe, quella guerra permanente fra capitale e lavoro salariato che struttura la società. Marx corregge la nozione di valore-lavoro, già presente nell’economia politica classica, per far emergere che nella produzione di merci è incorporato un rapporto sociale: un rapporto di espropriazione di plusvalore, prodotto socialmente e appropriato privatamente. L’obiettivo politico quindi è di espropriare gli espropriatori, di rifare la società a partire dall’ «abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente», di abolire la contraddizione tra la ricchezza della produzione e la povertà della società, quella contraddizione che ha reso il proletariato talmente misero che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, e di instaurare la «dittatura del proletariato», guida verso la realizzazione della libertà di tutti.

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Marx non ha scoperto per primo la lotta di classe, ma ha decifrato per primo il generarsi della politica nell’economia. Che la teoria del valore-lavoro sia da tempo rifiutata dagli economisti non toglie che la grandezza di Marx stia nell’avere mostrato ciò che anche oggi è sotto gli occhi di tutti, e cioè che l’economia capitalistica è un gigantesco processo di valorizzazione a vantaggio dei profitti e non dei salari, percorso da contraddizioni, dislivelli di potere, conflitti asimmetrici, che in essa si genera un dominio sociale e politico che coinvolge tutta la vita dell’uomo.

Marx coglie la centralità e l’instabilità del rapporto moderno fra economia e politica perché dell’economia privilegia la contraddizione e la crisi, cioè la componente umana, sociale, politica, e non il lato meccanico, o quello specialistico, disciplinare. Perché vede l’economia debordare da se stessa, e investire tutto l’umano, in modalità disumane. Perché dimostra che il capitalismo è potentissimo e al tempo stesso insostenibile; che quella borghese è «una civiltà scellerata, fondata sull’asservimento del lavoro». Perché nel gioco astratto delle grandezze economiche presunte «oggettive» sa vedere la violenza di classe, strutturale; e analizzando la ricchezza delle nazioni sa retrocedere fino alla sua origine, alle «doglie che accompagnano il parto della ricchezza».

Ma Il Capitale non è solo uno squarcio di storia del capitalismo in Inghilterra. È anche la scoperta delle logiche, delle linee di tendenza che innervano il sistema produttivo tipico della modernità. E queste logiche sono la sussunzione del lavoro nel capitale, la parcellizzazione del lavoro, la cooperazione coatta in fabbrica, lo sviluppo verso la macchina mentre il soggetto ne diviene appendice, l’aumento della produttività del lavoro, il colonialismo, la finanziarizzazione dell’economia, l’espulsione del lavoro dal processo produttivo, il formarsi dell’esercito industriale di riserva, il calo tendenziale del saggio di profitto, l’espansione illimitata del capitale a danno degli stessi capitalisti come singoli individui proprietari, la globalizzazione, e su tutte queste logiche la illogicità suprema: di essere un sistema produttivo, una società che non può realizzare se non nel caos e nell’oppressione crescente – e che quindi non può non tradire – le potenzialità che suscita e che mette all’opera. Tutto ciò non è confinato al XIX secolo, ma dice qualcosa anche all’oggi: sia pure percorrendo vie tortuose e impreviste, con scarti improvvisi e «mosse del cavallo», le logiche del capitalismo non hanno deviato di molto da queste indicazioni.

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La scoperta delle contraddizioni del capitalismo non comporta che di esse sia possibile la soluzione che ne ipotizzava Marx, e non consente, in realtà, una analitica prefigurazione del mondo futuro. La «vecchia talpa» scava – le contraddizioni interne del capitalismo si manifestano –, la direzione e l’orizzonte le sono noti, ma non sa dove rivedrà la superficie e la luce del sole.

E in effetti la vicenda politica del comunismo reale è stata, dopo tutto, un fallimento, ma non direttamente imputabile al pensiero di Marx quanto piuttosto alle logiche dello Stato autoritario in cui si è incarnato. Marx non appartiene all’album di famiglia dei fondatori di tirannidi, di Stati di polizia. Semmai, egli è stato frainteso per motivi opposti. L’idea di fondo di Marx, la razionalizzabilità del mondo e la scomparsa del dominio, l’idea che un altro mondo è possibile a partire da questo, ha subito una lettura semplificata. La ragione e l’azione sono state saldate tra loro dal desiderio, dal bruciante impeto dell’assalto al cielo, dall’epica marcia del Quarto Stato per «conquistare la rossa primavera». Ciò che è prevalso è stato l’empito verso il futuro, l’impulso all’umanizzazione del disumano. L’insegnamento di Marx è stato interpretato e semplificato come speranza da milioni e milioni di uomini e donne che hanno fatto del marxismo una profezia messianica di rango globale. Il marxismo è stato abbracciato soprattutto come la risposta delle genti alla ingiustizia del mondo, della storia. Hanno agito in questo senso un bisogno di credere, una pretesa di dignità, un’ansia di riscatto che oggi non hanno ancora trovato un sostituto. Ma, certo, mentre si faceva «religione» il marxismo spianava la strada anche al dominio di «sacerdoti» tanto spietati quanto, alla fine, inetti.

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Leggere Marx dopo l’Ottantanove, dopo la fine del comunismo, significa avere attraversato gli anni dell’oblio, gli anni che hanno proposto Marx quale responsabile del comunismo reale e dei suoi errori ed orrori. E significa accettare che non esiste un soggetto eroico in grado di rovesciare il mondo, e che non è più praticabile la certezza su cui Marx si fonda: che ciascuna epoca pensa i problemi di cui ha la soluzione.

Marx da gettare alle ortiche, quindi? Proprio no. Senza Marx non si può organizzare una nuova teoria critica. La sua capacità di smascherare l’ideologia è un esorcismo contro l’egemonia del neoliberismo da cui derivano strutturali fratture e inceppamenti della società, disuguaglianze e ingiustizie, nonché paurosi dislivelli di potere fra ceti e fra aree del mondo. Certo, i fattori e le modalità dell’oppressione non stanno solo nella forma di produzione ma nelle molte contraddizioni, non sistematizzabili e non dialettizzabili, non tutte necessariamente di origine economica anche se a questa variamente accostabili, di cui è intessuta la vita delle società, delle persone e delle nazioni: le linee di frattura dell’inconscio, del genere e del colore, la scomparsa della soggettività (anche di quella operaia) nell’età dell’individualismo passivo, l’antagonismo sistemico fra capitalismo e ambiente, le coazioni proprie del ‘politico’, le pulsioni identitarie fondamentalistiche ed essenzialistiche che si manifestano in società decostruite e atomizzate. Il pensiero di Marx – nessun pensiero – può risolvere queste contraddizioni, ma, insieme ad altre linee critiche, può denunciare la scissione là dove il neoliberismo esige che non venga neppure menzionata, e dove gli stessi soggetti coinvolti stentano a prenderne coscienza.

Inoltre, anche il pensiero di Marx serve a incontrare energie di liberazione, a comprendere e suscitare lotte e alleanze che uniscano l’emancipazione dall’alienazione economica con altre emancipazioni. Serve a valorizzare lo spirito d’iniziativa politico, contro la passività; e ad assecondare le emergenze – ciò che non si lascia sommergere – contro il potere dell’eccezione divenuta norma. In Europa e fuori d’Europa.

Marx è l’ultima voce della filosofia tedesca che cerca di tenere insieme il movimento moderno della storia e della produzione globale – le loro contraddizioni e parzialità – con la liberazione umana universale. E oggi se è impraticabile l’obiettivo che egli si proponeva, di assumere il mondo nel pensiero e nell’azione come un sistema di scissione strutturato da un’unica contraddizione strategica, nondimeno egli resta un «classico», ancora operante almeno in quanto è sempre affacciato sulla denuncia e sulla ribellione. Il suo pensiero è oggi un elemento di ogni realismo critico.

Ancora oggetto di interpretazione nei contesti più svariati – dall’America Latina al mondo post-coloniale, dalla Cina (dove in parte è servito a organizzare lo Stato) all’Occidente (dove è servito a criticarlo) – e ancora associato a populismi e ad autoritarismi, a serpeggianti inquietudini e ad aperte ribellioni, ma anche a tentativi di nuove costruzioni statuali, Marx non è la fonte unica della verità, la sorgente della prassi corretta, la speranza dei veri credenti, la via maestra per risolvere le contraddizioni. È più un reagente che un agente, un precursore (in senso chimico) da associarsi ad altre sostanze, un detonatore più che una deflagrazione. Eppure, non è soltanto un brano di storia intellettuale europea, divenuto ormai patrimonio della civiltà del mondo intero: è un ingrediente indispensabile, anche se non esclusivo, per chiunque non accetti che il futuro sia del tutto in mano alle oligarchie economiche, e per chiunque creda che la parte maggioritaria della umanità possa riprendere l’iniziativa su se stessa, da se stessa.

 

Il testo è stato pubblicato in «Patria indipendente» il 18 maggio 2018

I veri rischi del nuovo governo

Se il diavolo (o un qualche messia, secondo i gusti di chi legge) non ci mette lo zampino, ovvero se i due “capi politici” non romperanno sul premier, se Mattarella non bloccherà la lista dei ministri, oppure ancora se la prospettiva di essere stato riabilitato non spingerà Berlusconi a tentare il colpo delle elezioni anticipate, avremo quindi un governo “populista” e “sovranista”, un unicum in Europa occidentale, una minaccia per la democrazia, per l’euro, per i conti pubblici, per la collocazione internazionale dell’Italia. Un governo privo di esperienza, di cultura politica, di una prospettiva per il Paese. Una sciagura apocalittica, decifrabile solo con l’ipotesi che gli italiani siano ammattiti, o ingannati per anni da media antisistema.

Tutti i centri di potere europei sono pronti, col fucile puntato, a inchiodare gli usurpatori al primo errore. Tutti i media dell’establishment fanno a gara nel delegittimare il governo non ancora nato, nel prevedere le terribili rappresaglie a cui lo sventurato Paese andrà incontro, nel ripercorrere sdegnati il mare di menzogne e di cambiamenti di rotta che i partiti di governo hanno ammannito agli italiani nei due mesi di trattative, stanati solo dalla mossa vincente di Mattarella.

Nessuno che ricordi la grande cultura politica e l’intemerata rettitudine di comportamento dell’ex segretario del Pd, il quale, reduce da mille promesse non mantenute, come analisi del risultato elettorale rilasciò un omerico «la ruota gira», e che, come commento al formarsi (forse) del nuovo governo, esclama «pop corn per tutti», a dimostrazione del fatto che il Pd (ancora suo) non ha alcuna strategia politica – dopo avere fallito il suo compito, di essere l’accompagnamento moderatamente liberal dell’ordoliberalismo europeo – se non sperare che «gli altri» si sbaglino, e gestire l’opposizione all’insegna del «tanto peggio tanto meglio».

Quanto al populismo e al sovranismo, inoltre, sarà forse ora di considerare che questi sono soltanto termini delegittimanti, privi di consistenza storica e politica. Nessuno che ricordi, a proposito del deprecato «sovranismo», che se l’alternativa all’autogoverno dei popoli (appunto, la sovranità) è un sistema di regole economiche, calate dall’alto sulle nazioni e sulle società, che vanno a vantaggio solo di alcuni Paesi e di alcune classi sociali, allora non c’è da meravigliarsi se i non-favoriti (la larghissima maggioranza) chiedono protezione allo Stato nazionale. Che non sarà il futuro, ma che è senz’altro destinato ad apparire migliore del presente, un’alternativa rassicurante per le nostre società disastrate – che i fautori dello status quo vogliono far passare per sane, felici, progredienti –.

In ogni caso, la sovranità non è solo quella xenofoba dei Paesi di Visegrád, ma, molto più, quella di grandi Paesi democratici come la Francia e la Germania, che non pare l’abbiano dismessa, né che abbiano cessato di perseguire, con robusta determinazione, i propri interessi nazionali, geoeconomici e geopolitici. Politica che all’Italia sarebbe a priori preclusa. Perché? Perché l’interdipendenza, la nuova regola aurea dell’esercizio della sovranità, è per noi, semplicemente, «dipendenza»?

Per quanto riguarda il «populismo», poi, la verità storica è che gli italiani hanno votato per protestare contro insicurezze reali, economiche e simboliche, determinate da pregresse decisioni politiche nazionali e internazionali, oggi presentate come irreversibili – peraltro, se davvero lo fossero, a ben poca cosa si ridurrebbe la nostra libera capacità di scelta democratica –; ed è altrettanto vero che non saranno gli anatemi e le prediche o le rappresaglie internazionali o dei «mercati» a fare disciplinatamente rientrare alla casa madre i voti andati in libera uscita. Questi non torneranno al Pd, evanescente e non più credibile, e non andranno a nessuna sinistra perché questa, al momento, non esiste come soggetto politico reale.

La verità è, semmai, che quello che nasce è un governo figlio e padre di molti compromessi e pasticci. Non solo fra i distinti programmi e i diversi elettorati dei due vincitori, ma anche fra questi e i poteri dell’establishment. Che sono stati tanto largamente blanditi da Di Maio che la base grillina, peraltro molto suscettibile e molto volatile, ne è stata assai delusa – e Di Maio, quindi, è quello che da un’avventura governativa rischia di più – . Poteri, inoltre, che sono rappresentati, per quanto concerne i vasti interessi berlusconiani, da Salvini. Così che il rischio maggiore è più l’opaca continuità, pur interrotta da qualche misura a effetto, che non l’avventuristica discontinuità.

Una continuità, un pasticcio, marcati inoltre dal fatto che Renzi e Berlusconi, stretti in un nuovo informale patto del Nazareno, sono protesi a conquistare le commissioni parlamentari di garanzia, che spettano alla opposizione. E che Berlusconi possa stare al tempo stesso al governo e anche all’opposizione – come cercò di fare con il governo Monti – è una ulteriore dimostrazione non solo della sua perdurante abilità nel massimizzare le sue non più così abbondanti risorse elettorali, ma anche della situazione tutt’altro che chiara che si viene creando, sia fra i vinti sia fra i vincitori del 4 marzo.

Il punto è che, quando non c’è la luce di un’idea politica, né la forza di una decisione democratica (le elezioni hanno sì mostrato che la maggioranza degli italiani è ostile all’establishment, ma questa ostilità si divide tra due forze politiche disuguali), non si può fare altro che procedere a tentoni, come i ciechi di Brueghel. E sperare che il sommarsi dei molti pasticci – sono questi i veri pericoli, non il populismo e il sovranismo – non ci porti tutti nel fosso.

Un versione ridotta di questo testo è in corso di pubblicazione in «La parola»

 

Parlare di “sistema e antisistema” è un inganno politico

Intervista con Donatella Coccoli

«Eccome se c’è differenza tra destra e sinistra. Bisogna solo tirarla fuori, renderla manifesta, perché il bisogno di sinistra, anche se ormai inconsapevole, c’è in tutti coloro che stanno male, anche se hanno rifiutato la sinistra alle ultime elezioni». Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna, nel 2010 aveva scritto per Laterza Perché ancora destra e sinistra. In quel libro, poi uscito in seconda edizione nel 2013, già prefigurava scenari contrastanti nella società e nella politica. Poi, le cose sono precipitate e Galli le ha vissute in prima persona. Eletto con il Pd di Bersani alla Camera nel 2013, nel 2015 se n’è andato, entrando in Sinistra italiana, ma per le elezioni del 4 marzo ha scelto di non ricandidarsi e di tornare all’insegnamento universitario a Bologna.

Professor Galli, negli ultimi tempi ci viene propinato un mantra, soprattutto da parte del Movimento Cinque stelle, e cioè che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso. È proprio così?

In prima battuta si potrebbe dire che destra e sinistra, concetti tipici della storia moderna, hanno senso quando la politica ha la capacità di decidere su questioni importanti, come sulla modalità con cui avviene la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ma da tempo le grandi decisioni non le ha prese la politica istituzionale a livello nazionale. Le hanno prese i mercati, e gli Stati che a essi si sono aperti attraverso trattati internazionali. Detto questo, dentro quella via già tracciata si può ancora distinguere destra e sinistra, ma su questioni per lo più marginali.

Quali sono adesso le questioni che permettono di identificare destra e sinistra?

Per esempio lo ius soli. Certo, si può dire che è di sinistra volere lo ius soli e di destra non volerlo, ma questo significa rimanere dentro il mainstream. Invece, se volessimo scendere un po’ più alla radice, potremmo prendere il Jobs act. Su questo tema si può dire che la partita è tra coloro che vedono il lavoro come variabile dipendente dal mercato e coloro che invece nel lavoro vedono qualcosa più importante del mercato. E quindi l’ingiusto licenziamento è qualcosa che il mercato non può comprare, per cui chi lo subisce deve essere reintegrato, non ricompensato. Ma vi sono forze che si dicono di sinistra secondo le quali il Jobs act è giusto.

E allora è semplice, non sono forze di sinistra.

Sì, la deduzione non fa una piega. Per essere di sinistra non basta proclamarsi di sinistra. Ma passiamo al terzo livello di destra e sinistra, ancora più radicale. La distinzione si gioca sul neoliberismo. In prima battuta sembra che chi si oppone al neoliberismo sia di sinistra e tutto quello che accetta il neoliberismo sia di destra. Ma si dovrebbe distinguere invece tra destra economica e destra politica, che molto spesso si presenta come antiliberista.

Si riferisce all’ “antiliberismo” della Lega?

Esatto. Tutta la destra sociale in Europa, almeno a parole, è antiliberista. Ma il suo essere antiliberista è rivolto solo contro alcuni aspetti del neoliberismo e in ogni caso sconfina nell’antidemocrazia. Naturalmente esiste anche una sinistra filoliberista: l’Italia ne è piena. Insomma la differenza fra destra e sinistra esiste ma va integrata (non sostituita) con la differenza fra liberismo e antiliberismo (economica) e fra sistema e antisistema (politica).

Veniamo alla situazione della sinistra in Italia, sconfitta alle elezioni del 4 marzo.

C’è prima di tutto una sinistra che ho definito “accompagnamento liberal” del neoliberismo. È il Pd, che gioca il proprio progressismo sui diritti, ma ignora l’esistenza di un problema sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza e sulla subordinazione del lavoro e che, al massimo, emette alti lamenti sul fatto che c’è diseguaglianza sociale ma non capisce dove e come essa di genera. Così interviene con elargizioni monetarie che non modificano la struttura dell’assetto economico complessivo. Questo è stato il modo di essere di sinistra del Pd, e di molti di quelli che ne sono usciti all’ultimo minuto. Certo, qualcuno dentro il Pd ha fatto opposizione, ma è stata troppo debole.

E la sinistra a sinistra del Pd?

La sinistra antagonista corre il rischio di essere antagonista e basta, cioè di accettare il terreno di lotta che di volta in volta viene offerto, con esiti irrilevanti. Il fatto è che c’è un dislivello enorme tra la grande massa di popolazione che l’attuale situazione economica fa decadere sotto un certo livello di vita e rende disponibile a posizioni antisistema e la capacità della sinistra di rappresentare questa base potenziale. Il Pd è votato nei quartieri alti, la sinistra democratica di Leu ha ottenuto il 3%, gli antagonisti di Pap non hanno fatto presa. La realtà è che quelli che sono perdenti nell’attuale modello economico non si sono sognati di votare a sinistra. Da qui in molti sono giunti alla conclusione: destra e sinistra non esistono, esiste solo forze di sistema e antisistema.

Che cosa significa sostenere la dicotomia sistema-antisistema?

Significa eludere il problema. In questo modo si arriverebbe a pensare che il 55% degli italiani che ha premiato M5s e Lega sono antidemocratici, che addirittura il fascismo è dietro l’angolo. È chiaro che così non si guarda la causa, che va interpretata attraverso la vecchia griglia destra-sinistra, su base economica. L’Italia ha votato forze antisistema perché non c’era una sinistra in grado di raccogliere le sue istanze di protesta contro un sistema politico ed economico che è costruito per togliere potere al popolo, rendendo i cittadini poveri, deboli e ricattabili.

Quindi è una pura operazione politica ridurre tutto a sistema e antisistema?

Assolutamente sì. È la più sottile operazione politica adesso sul mercato. E non è contrastata, perché invece di analizzare le cause storico-politiche per cui c’è una società che non piace alla maggioranza dei cittadini, ci si limita a dire “quelli sono matti, sono di destra, sono cattivi, sono populisti”. Ora, spesso è vero, sono populisti e antisistema, con venature a volte antidemocratiche. Ma chi o che cosa li ha fatti diventare così?

C’è chi ha parlato di “volatilità del voto”: di fronte ad una delusione per M5s, gli italiani potrebbero tornare a votare la sinistra?

No, gli italiani delusi dai Cinque stelle non torneranno a votare Renzi, voteranno molto di peggio, a destra. Dire volatilità del voto è la trascrizione politologica del concetto sociologico di società liquida. Quanto più la società è liquida, in realtà, tanto più è solida, nel senso che una volta distrutti i legami sociali dal neoliberismo, le diseguaglianze rimangono solidissime. Quindi il voto può essere libero e fluttuante, però se non cambiano i motivi per cui la gente protesta, il voto di protesta, molto difficilmente tornerà ai partiti dell’establishment.

Lei ha scritto di recente che la sinistra, più che di governo, deve essere «di popolo, di studio e di cultura». C’è un po’ di speranza?

Le questioni ormai sono strutturali. O hai la forza per fare cambiamenti strutturali o non ce l’hai e allora è meglio mettersi a studiare, visto che se ne ha tanto bisogno, e prepararsi così a costruire un’Italia nuova. Il Pd oggi è inutile. Non è che deve ritrovare la propria identità come dicono in tanti: no, la deve proprio trovare perché quella che aveva non era di sinistra, era una identità blandamente blairiana. Si tratta di rifondare Pd, ma anche Leu e ogni sinistra. Siamo, come diceva Gramsci, alla fine della guerra di movimento, se mai è stata combattuta; adesso è guerra di posizione, cioè bisogna tornare ad accumulare riserve, energie, saperi, legittimità davanti ai cittadini. La sinistra deve piantarla di stare sui social media e tornare a ciò di cui tutti hanno bisogno: l’incontro di persone reali in spazi fisici. Bisogna reinventare le sedi di partito. L’unica cosa che conta sono le persone che non sono astrazioni algoritmiche insediate dentro un computer. La sinistra deve fare quello che gli altri non vogliono fare, cioè scatenare la libertà e l’energia delle persone, e questo è possibile solo se le persone vengono riconosciute come esseri umani veri e non come dei target elettorali o propagandistici o consumistici. Per tornare ad avere la fiducia dei cittadini la sinistra deve tornare ad avere fiducia in se stessa, il che significa riconoscere la sconfitta senza se e senza ma, fare il mea culpa e ricominciare, possibilmente anche con facce nuove, purché serie e competenti. Perché la politica è una cosa terribilmente seria: dalla politica passa, o dovrebbe passare, la vita di tutti.

L’intervista è stata pubblicata in «Left», n.17, 27 aprile 2018

La sinistra e la speranza

 

La crisi della sinistra è reale. E probabilmente terminale. Lo stato attuale di Pd e LeU e Pap non giustifica alcuna speranza.

L’Italia ha detto No a tutte le sinistre possibili. A quella irriconoscibile, il Pd, centrista, ambigua, forte solo della propria arroganza e della propria funzione di partito dell’establishment (Renzi è solo l’epitome di un’impostazione al tempo stesso velleitaria e subalterna). A quella di LeU, fin troppo riconoscibile: la vecchia Ditta di chi non ha visto, se non post festum, le contraddizioni e i problemi del modello sociale ed economico che sponsorizzava e implementava, di chi ha dato l’allarme quando i buoi erano già scappati, quando le mucche erano già nel corridoio. A quella sconosciuta di Pap, carica di un passato dogmatico che non si sa bene come conviva con il presente mutualistico.

Certo, il No ha coinvolto anche Berlusconi e il suo partito introvabile, Fi, privo di guida e di orientamento, dilaniato da faide personali. Il fatto è che tutta la sinistra è stata valutata come Fi, ovvero come irrilevante oppure adagiata sulle logiche del «sistema», parola imprecisa per indicare qualcosa di molto preciso. Il modello economico neoliberista e ordoliberista, e le sue conseguenze concrete, devastanti per la società e per la democrazia.

Così, la protesta e la proposta sono state lasciate a forze nuove, qualunquiste e lepeniste, che hanno raccolto tanti voti di cittadini non lepenisti, non fascisti, non qualunquisti, stanchi ed esasperati dalla sordità, dalla mancanza di analisi, dall’assenza di capacità politica di proposta, delle forze della destra e della sinistra tradizionali o, meglio, delle forze che si sono contese la seconda repubblica e il suo triste declino. La crisi economica decennale che l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, non ha ancora superato.

È inutile ora sottolineare che la protesta dei vincitori è fuori bersaglio – lo è, in larga parte -; che le loro proposte sono o inesistenti o velleitarie – anche se è in buona parte vero -; che i vincitori non hanno veramente vinto perché non riescono a fare un governo – anche questo è vero, ma non significa che i perdenti avessero ragione -. Quello che è certo è che in caso di elezioni anticipate la sinistra, in tutte le sue forme, uscirebbe massacrata e scomparirebbe. E questo lo sanno tutti.

La sinistra non ha chiavi di lettura del presente, del passato e del futuro. Non sa che cosa dire agli italiani, se non che è migliore degli altri (chissà perché, poi. Forse per la sua superiore cultura?). La sinistra non è credibile nei suoi dirigenti, nelle sue parole, nelle sue opere. Nonostante il residuo di entusiasmo e di pensiero critico che circola nella società, e che ancora ha il coraggio di dirsi di sinistra, la sinistra politica oggi è inutile.

Ciò non significa che la dialettica destra-sinistra sia estinta, e che le due partizioni della società non esistano più. Che non esistano più contraddizioni e ingiustizie, dominio e oppressione, disuguaglianza e assenza di speranza. Che non esistano disordini, che derivano dalla mancanza di ordine umano; dismisure generate da un modello sociale ed economico fondato sull’assenza di misura, che non è e non vuol essere a misura d’uomo.

Una sinistra non inutile dovrebbe essere in grado di produrre analisi delle cause di tutto ciò, dovrebbe essere in costante rapporto simbiotico (di reciproca educazione) con i soggetti interessati a rovesciare quelle cause (ma prima dovrebbe individuarli), dovrebbe essere impegnata nella ricerca di strategie di lotta, dovrebbe riconoscere apertamente le sconfitte patite da un avversario ultra-potente, dovrebbe cercare di sottrarsi alla sua egemonia culturale e sociale, quale si è manifestata con la globalizzazione, con la fine del comunismo, con il neoliberismo, con il progetto ordoliberista dell’Europa.

E invece le sinistre hanno voluto presentarsi come sinistra di governo, e non hanno saputo governare nulla, se non in modo passivo e subalterno, solo ravvivato da slogan e narrazioni vuote; hanno voluto cavalcare la tigre, e ne sono state sbranate; hanno voluto essere responsabili e sono risultate ciniche (quelle di governo) o astratte (quelle di opposizione); sono giunte alla più profonda ignoranza della realtà per eccesso di realismo; non hanno prodotto nessuna idea trasformativa e tutt’al più si sono concesse qualche incursione nei diritti civili, tanto timida quanto risoluti erano i tagli dei diritti sociali che in nome della responsabilità andavano irresponsabilmente praticando. È ovvio che la sinistra sia stata ritenuta responsabile della crisi: lo ha voluto essere, senza sapere misurare la sua gravità, i suoi effetti dolorosi, senza conoscerne le vittime, senza parlare a esse se non la lingua populista della felicità forzosa, dell’ottimismo programmatico, del futurismo velleitario. Una lingua falsa, che suona falsa, che si espone al controcanto di altre lingue populistiche che almeno sanno esprimere lo scontento e la rabbia di un popolo che per più della metà dei votanti (molti) ha rifiutato il «sistema».

Chi ha tratto beneficio da questa protesta ha individuato non tanto il problema quanto la percezione popolare del problema, che non ha la forza teorica né pratica di affrontare, così che ora sta cercando, con politiche filo-establishment, di tradire il mandato politico ricevuto dai cittadini? Affari suoi, peggio per lui e per loro. I fallimenti dei vincitori rimetteranno in gioco il Pd, come Renzi spera con il suo Aventino? Oppure il Pd deve fungere da rassicurante ingrediente di ogni governo futuro, in alleanza con i vincitori, come vorrebbero i sempre timidi oppositori interni dell’ex segretario? Non rileva. Se i vincitori falliscono la protesta resterà e crescerà, e si trasferirà altrove; e d’altra parte la sinistra non può certo costituire il freno moderato delle velleità populiste, anziché essere, come dovrebbe e come non sa fare e non fa, una forza di trasformazione radicale dei rapporti sociali. Trasformazione che in Italia passa primariamente attraverso la restituzione allo Stato di funzioni e poteri pubblici, dato che le forze dell’economia privata non sono in grado di assicurare benessere, ordine, legittimità, alla nostra comune esistenza.

Essere anti-sistema è obbligatorio, ormai. Siamo in un’epoca di crisi che ce lo impone. E per uscire dalla crisi si deve capire chi l’ha generata, quali debolezze specificamente italiane l’hanno resa quasi mortale, quali programmi e progetti e soggetti sono disponibili per tentare di non restarne travolti, nel ciclo di decadenza culturale, civile e democratica, oltre che economica e sociale, che sembra incombere.

La sinistra, se c’è, deve battere un colpo. Non serve la riproposizione pallida di progetti che erano miopi già quando nacquero. Serve invece capire che cosa si vuole, con chi lo si vuole fare, in che modo. Se non si accetta di essere all’ora zero, la sconfitta definitiva è certa. E se invece lo si accetta, ci si deve attrezzare per una lunga e faticosa attraversata del deserto, che implica che ci si liberi da fardelli inutili e di ceti politici reduci da tutte le sconfitte e da tutti i fraintendimenti. E che si sia seriamente intenzionati a offrire agli italiani buona politica, non chiacchiere. Politica radicale, non palliativi. Credibilità, non menzogne. Azioni, non parole.

Altro che sinistra di governo! Si deve essere sinistra di popolo, e insieme sinistra di studio e di cultura. Non si tratta di rinnovamento, di ringiovanimento, di rottamazione. Ma di un sussulto di dignità almeno quando la campana suona per annunciare una irrilevanza ormai dimostrata a livello europeo, e particolarmente evidente in Italia. Ci si deve convincere, se ci si dice di sinistra, che i problemi e le contraddizioni continueranno a darsi anche se la sinistra non ci sarà, e che saranno nominati da altri e risolti da altri. Che può esistere un mondo senza sinistra. Che questa ha avuto la pretesa di coniugare emancipazione e progresso, e che se non conosce più il proprio DNA può anche sparire. Solo guardando in faccia l’ipotesi della propria scomparsa, solo col rinunciare alle analisi consolatorie, solo vincendo l’inerzia, la tentazione della continuità, si può prendere la decisione di avere e di dare speranza. Hic Rhodus hic saltus.

M5S-PD, un governo fuori dalle possibilità logiche

 

Il risultato elettorale segna un ritorno della politica – non una vittoria dell’antipolitica –. Gli italiani hanno espresso un’esigenza tipicamente politica, di protezione e di fiducia, contro i meccanismi (pretesi automatici e “tecnici”, in realtà politici anch’essi, ma oligarchici) della moneta unica e dell’impianto ordoliberista che le è sotteso. Hanno detto che il «pilota automatico», e i suoi aiutanti del Pd, ha fatto un disastro sociale e antropologico, e vogliono un diverso pilota umano, politico e non tecnico né asservito ai tecnici e agli oligarchi. E ciò, nonostante la crescita del Pil, che evidentemente non basta a soddisfare le esigenze di sicurezza del Paese. Sia perché è una crescita scarsa, malissimo distribuita, sia perché il quadro in cui essa avviene resta caratterizzato dalla disuguaglianza, dalla precarietà e dalla subalternità del lavoro, dall’incertezza delle prospettive di vita, dal degrado della società e dal malfunzionamento della sfera pubblica.

Le proteste (una ribellione, non ancora una rivoluzione) sono state di due segni diversi. Da una parte il M5S ha stravinto nella fragile società del Sud, che chiede tutela diffusa – il reddito di cittadinanza –; dall’altra la Lega ha stravinto nel Nord, che in una società più forte vuole protezione dalla inefficienza pubblica e dal degrado urbano. Con categorie tradizionali, la prima è più vicina a qualche umore di sinistra, la seconda è più connotata a destra. Ma quello che conta è che questo nuovo bipolarismo, pur imprecisamente designato, si afferma sulle rovine del Pd, il partito dello status quo, insieme a Forza Italia – non a caso entrambi sconfitti –.

Questa protesta duplice è primariamente rivolta contro i ceti politici che hanno governato fin qui; e anche se molti elettori la estendono al sistema politico-economico in generale, potrebbe essere compatibile con l’assetto economico vigente. In fondo le richieste dei pentastellati (soprattutto il reddito di cittadinanza) non eccedono l’orizzonte neoliberista, e quelle dei leghisti possono, in parte, essere contenute, almeno provvisoriamente, all’interno di un impianto ordoliberista (anche se qui l’euroscetticismo è più forte). Ma perché questo contenimento possa avvenire, il sistema economico dovrebbe fornire una performance rassicurante. E perfino in questo caso i guasti del passato, profondissimi, non cesseranno per molto tempo di produrre effetti sul modo, negativo, con cui milioni di italiani guardano il presente e il futuro, anche se si registrassero (improbabili) miglioramenti. La fiducia si è davvero spezzata. Si può dire che quel sistema non è più in grado di generare consenso, benessere (pur relativo) e coesione sociale. Gli italiani si sono “incattiviti” per qualche preciso motivo, non per sadismo o per innata xenofobia.

Da questo cataclisma politico è risultato un sistema politico a due poli e mezzo. Nessuno dei due poli può governare da solo, e ciascuno di essi fa offerte al terzo mezzo polo, il Pd. Ma le due possibili combinazioni si moltiplicano in molte fattispecie concrete: una cosa, infatti, è governare insieme, altra cosa è dare un appoggio esterno con astensione programmata su singole questioni, oltre che sulla fiducia iniziale. Naturalmente, esistono sulla carta altre opzioni: dal governo di tutti (di unità nazionale) al governo di nessuno (tecnico o del presidente). Si tratterebbe di governi non politici ma di scopo, a tempo: fino alla legge di stabilità del 2019, o fino alla nomina dei vertici dei Servizi.

Detto questo, l’esigenza di formare un governo, già a partire dal Def, si scontra con alcune incompatibilità logiche: come possono governare insieme, o in ogni caso legittimarsi e sostenersi a vicenda, partiti come M5S e Pd, fino a ieri (giustamente) feroci avversari? Forse in nome della comune opposizione alla destra? Ma quello fra destra e sinistra non era un cleavage obsoleto, almeno nel discorso pubblico dei M5S? E poi: in questa ipotesi il Pd dovrebbe essere davvero de-renzizzato, dato che Renzi si rifiuta di governare con gli uni e con gli altri; ma almeno il 60% degli eletti è composto di fedelissimi che, anche in un mondo di labili fedeltà come quello della politica, dovrebbero avere un vero tornaconto per lasciare il segretario dimissionario e imbarcarsi in un’avventura governativa (sia pure di appoggio esterno) con il M5S.

E quale tornaconto, a fronte dello svantaggio strategico di risultare un’appendice di un governo egemonizzato da altri, destinato a colpire interessi che finora hanno trovato casa nel Pd, anche se quel governo fosse guidato da una grande personalità neutrale (da individuare fra le «riserve della repubblica», posto che ce ne siano ancora di spendibili)? Per puro senso dello Stato o del Bene comune? O per posti di governo nell’immediato (ma è probabile?) scambiati contro la certa delegittimazione presso una grossa fetta di quel che resta del proprio elettorato? Una qualunque collaborazione sarebbe un placebo per rallentare una malattia mortale – la scomparsa politica del Pd, la sua irrilevanza, il suo collasso – che al contrario la aggraverebbe e ne precipiterebbe l’esito. E se qualcuno, dentro il Pd, ancora pensa di rivitalizzarlo e di renderlo politicamente appetibile, non potrà certo credere che la via verso la guarigione sia di mescolarsi, in qualsivoglia modo, con un partito, il M5S, che appartiene a un altro mondo, anche se è pieno di ex votanti Pd – i quali, come si sa, non torneranno indietro, neppure verso un Pd de-renzizzato –.

Lo stesso si dica al rovescio, del M5S: alimentato da anni dall’odio anti-Pd, come potrebbe allearsi a questo, o chiederne l’appoggio su punti qualificanti di un programma, anche se questo fosse di fatto anti-sistema (non solo a livello simbolico e politico) come quello prefigurato da Flores? La forza della moral suasion del Capo dello Stato dovrebbe essere davvero smisurata, e infinita l’abnegazione di tutti, per dar vita a un governo siffatto. Quanto a un incontro su un programma di mera conservazione dell’esistente, sarebbe un tradimento della volontà dell’elettorato che porterebbe fiumi d’acqua al mulino di un’opposizione scatenata come quella che metterebbe in atto la destra. Davvero Pd e M5S vogliono regalare all’opposizione, alla Lega soprattutto, questa ghiottissima occasione di incrementare a dismisura il proprio consenso, di pescare a piene mani nello scontento sociale, nella protesta anti-sistema? Pensano davvero, entrambi, di incrociare e di gestire un ciclo positivo e legittimante di benessere e di crescita?

Non si tratta di preferenze personali. Oggettivamente un governo sinistra (sconfittissima) + Pd (sconfittissimo) + M5S mi sembra fuori dalle possibilità logiche. E, inoltre, offensivo della volontà popolare, che non ha saputo dire in positivo che cosa vuole, ma che ha ben detto che cosa non vuole. Se poi calcoli e furbizie, o improbabili slanci patriottici, di gruppi dirigenti porteranno a tentativi in questa direzione, saranno tentativi poco proficui e molto autolesionistici.

E allora? Il rispetto della volontà popolare vuole che questa, se non produce un effetto, torni a esprimersi – i risultati, in un diverso contesto, saranno sicuramente diversi, anche a legge elettorale invariata –. Ma si tenga presente che in linea teorica esiste anche la possibilità di un governo Lega + M5S, che non è più difficile da concepire (se si fa leva sull’asse sistema/antisistema piuttosto che su quello destra/sinistra) di quello di cui si è parlato finora. In alternativa, si può pensare a un governo di scopo con tutti dentro, o con tutti fuori, per una nuova legge elettorale, che aiuti il popolo a rendere più efficace la propria volontà di cambiamento e più nitide le direzioni di questo (ma sarà un bel problema trovare un accordo su questo punto).

Se invece saranno pressioni internazionali irresistibili a obbligarci, come nel 2011, a una governabilità qualsiasi, saremmo di fronte a una riedizione dell’esperienza “Monti”. E ciò vorrebbe dire che l’interesse nazionale, interpretato dai poteri forti, dalle oligarchie, diverge dalla volontà popolare, anche se incompleta; che quindi le elezioni sono un lusso che non fa più per noi; e che, quali che ne siano i risultati, l’esito deve essere sempre l’eterno ritorno dell’identico. There is no alternative, quindi, con l’ennesimo scacco della politica democratica e con l’ennesimo trionfo del potere dei pochi.

 

L’articolo è stato pubblicato in «MicroMega» il 14 marzo 2018

«La sinistra non può diventare la ruota di scorta dei grillini»

Intervista con Silvia Bignami

«Se il Pd andasse a fare da ruota di scorta al Movimento 5 Stelle morirebbe». Chiusa l’esperienza in Parlamento, prima col Pd e poi con Si ed Mdp, il politologo Carlo Galli torna ad insegnare. Guarda da lontano la politica, ma non esita a bocciare il dialogo tra dem e pentastellati ipotizzato dalla vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini. E pensando alle regionali del 2019 scuote la testa: «Se i numeri sono quelli delle politiche, il Pd ha già perso».

Galli, come legge il voto?
«I cittadini hanno votato in modo inequivocabile contro Renzi, Berlusconi, D’Alema e Bersani. In pratica contro tutti coloro che a qualche titolo sono stati coinvolti nella gestione del potere e di una situazione che gli elettori reputano di grave crisi. Hanno premiato Lega e M5S, che non hanno avuto responsabilità di governo. Per questo mettere insieme perdenti e vincitori è molto complicato».

E come si fa a fare il governo?
Il M5S cerca il Pd.
«Intanto un governo c’è. Gentiloni è in carica e il Def lo farà probabilmente lui. Poi certo, bisognerà farne un altro. Vedo che i dirigenti 5 Stelle sono diventati molto dorotei. Ma se fanno un accordo col Pd, io mi chiedo: come potranno far accettare ai loro elettori quest’alleanza? Gli elettori M5S, ex Pd, e sono molti, vogliono forse una politica di sinistra, ma al massimo ipotizzano per il Pd un ruolo subalterno. E poi, gli elettori non ex-Pd, che hanno votato M5S per odio al Pd, come prenderanno una collaborazione col vecchio nemico? Se non si pongono queste questioni, vuol dire che a nessuno interessa davvero che le cose cambino. E a meno che non arrivi una super-ripresa economica, al prossimo giro la Lega vince da sola».

Quindi al M5S l’accordo non converrebbe. E al Pd?
«Il Pd che fa la ruota di scorta al M5S diventa come Alfano per Renzi.
Indispensabile ma anche insignificante, e votato a sicura scomparsa».

E un appoggio esterno?
«Credo che anche questo sarebbe un problema enorme per il Pd… Read more

 

 

L’intervista, pubblicata l’11 marzo 2018  in «la Repubblica. Cronaca di Bologna», continua in «la Repubblica.it».

La sconfitta del «sistema»

 

Sconfitta del «sistema»; ovvero, rigetto dell’impianto politico-economico che ha generato il larghissimo scontento che percorre tutta l’Italia: questo è, in estrema sintesi, il significato del voto del 4 marzo; i perdenti sono, essenzialmente, Renzi e Berlusconi. Sui due leader contavano i «poteri forti» – italiani, europei, internazionali – per continuare a gestire l’esistente, anche dopo le elezioni. Ciò che ne è seguito, invece, è stato il successo elettorale delle forze percepite (ovviamente nelle intenzioni degli elettori; altra cosa è la capacità e la volontà delle élites politiche dei partiti vincitori) come anti-establishment – M5S e Lega –, e, parallelamente, il crollo del Pd e la condanna all’irrilevanza della sinistra confluita in Liberi e Uguali.

A fronte della diffusa e stringente richiesta di sicurezza che la Grande crisi ha generato, da parte del Pd si è risposto con dissennato ottimismo e in un modo completamente interno alla logica neoliberista (la stessa che ha generato la crisi del 2008, dalla quale siamo usciti a pezzi): cioè a colpi di bonus e con una fuoriuscita del Paese dalla crisi dovuta prevalentemente ai comparti della nostra economia rivolti all’export. Tutti gli esiti negativi della lunga crisi sono di fatto ancora vivi e operanti nella nostra società. Non c’è stata nessuna ipotesi di un intervento strutturale anticiclico dello Stato in economia, né l’idea di creare occupazione. Dietro la proposta elettorale del Pd ci sono, ancora una volta, le fallimentari formule neo/ordoliberali: l’idea che il lavoro è subalterno (il jobs act è stato rivendicato a oltranza), che il mercato è signore delle nostre vite e che lo Stato può soltanto assecondarlo e, all’occorrenza, sostenerlo ricorrendo alla logica della regalìe, sotto forma di bonus alle persone.

Parallelamente, il risultato disastroso di LeU è dato non soltanto dall’incapacità dei dirigenti di prendere sufficientemente le distanze sia dall’esperienza del centro-sinistra sia dal Pd di Renzi. Il fallimento si spiega, soprattutto, con la mancanza di un’analisi strategica capace di mettere in discussione il modello politico ed economico vigente, non più in grado di generare vero consenso e vera sicurezza. Un’impotenza di fondo, quindi, quella della sinistra, per sopperire alla quale si è fatto ricorso a temi laterali, come lo ius soli e perfino l’antifascismo, che in realtà svelano una concreta incapacità di entrare in empatia con gli italiani e con i loro problemi. Cosa che è riuscita, con la consueta abilità, alle destre e ai qualunquisti, che hanno immediatamente colto che il primo problema dell’Italia è la sicurezza – dove per «sicurezza» dobbiamo intendere le sicurezze esistenziali (cioè la sicurezza del lavoro, della sanità, del Welfare, oltre alla tutela delle libertà personali), una volta assicurate le quali c’è anche la capacità e l’attitudine all’accoglienza. Quella della sinistra è stata davvero una campagna elettorale di carattere moralistico. Naturalmente, quella dei qualunquisti e della destra è una «sicurezza» a sua volta parziale e propagandistica. Il che, ovviamente, non ha impedito che sui fallimenti della destra economica, che da decenni comanda in Europa e che è la portatrice del progetto neoliberista e ordoliberista dell’euro, si siano infilati, secondo un modello classico, la destra politica e i qualunquisti. La sinistra è rimasta a guardare, perché non è in grado di fare analisi politica, economica, strategica, delle dinamiche storiche contemporanee. E senza analisi non c’è linea politica.

Occorre, pertanto, avere chiaro che il problema teorico e politico di fondo è che la sinistra non sa che cosa vuole e che cosa vuole essere; a quale tipo di bisogno vuole rispondere. A ben vedere, oggi siamo davanti alla débâcle del ceto politico postcomunista, che ha dato origine al Pd senza però riuscire a fondare una prospettiva politica vincente, e che alla fine è stato sconfitto dall’altra componente, inizialmente minoritaria, dello stesso Pd – quella degli ex DC –. Ma anche questi, oggi, non riescono più a parlare agli italiani.

Il Pd nasce infatti nella convinzione che fossero avvenute delle modifiche non più reversibili del sistema politico ed economico mondiale e che servisse un partito di ispirazione liberal, che – in sintonia con il sistema di valori e di alleanze usciti vincitori dalla Guerra fredda – fosse in grado di portare l’Italia al livello dell’Europa e dell’Occidente. E, invece, questo sistema non ha funzionato, e nel 2008 è entrato in una crisi che, almeno per il nostro Paese, è ancora aperta. Una crisi che minaccia gravemente il Pd: oggi un partito liberal non serve più, non è credibile. Sarà marginalizzato come furono a suo tempo marginalizzati i veterocomunisti. Oggi l’Italia chiede protezione, in modalità differenti, se non opposte, in relazione ai propri spazi sociopolitici. Il Sud, dove la società è fragile, chiede, con il M5S, un sostegno economico vitale, una vera rendita politica. Il Nord, dove la società è più forte, chiede, con la Lega, efficienza e lotta al degrado. Chiede ovunque più Stato, e un rinnovo radicale delle classi politiche ormai delegittimate, anche se in due direzioni diverse.

In realtà, il principale problema da porsi è se il modello economico che è entrato in crisi sia riformabile, o se invece abbia finito di produrre effetti positivi. Un sistema che – è bene ricordarlo – è stato almeno simbolicamente rifiutato nel Regno Unito, non certo orientato in senso europeo; che in Francia ancora funziona grazie al meccanismo elettorale, che è una sorta di ingessatura della società e che fa sì che il Presidente della Repubblica governi con nemmeno il 25 per cento dei consensi; e che in Germania costringe i due principali partiti, un tempo concorrenti – SPD, CDU-CSU –, alla Grosse Koalition, un taglio delle ali che ha un costo politico-sociale enorme (e che vedrà la crescita della destra antisistema).

Insomma, nei principali Paesi europei, con le ovvie differenze che li connotano, il sistema economico-politico vigente sta perdendo colpi. Tutti sanno che c’è un problema strutturale nell’Europa, e in generale nel neoliberismo, capace – quando ci riesce – di generare soltanto un’occupazione sempre più degradata, sempre meno pagata, sempre più precaria. Un sistema nel quale le disuguaglianze aumentano, e l’ascensore sociale è bloccato. Tutto ciò pone sfide radicali alle quali si può rispondere con i sermoni e con l’antifascismo – come nella recente campagna elettorale –; oppure – come io credo – con un vero antiliberismo, con analisi che spieghino perché mai gli italiani sono diventati “cattivi”. Dire che gli italiani si sono “incattiviti”, infatti, non è una analisi politologica; bisognerebbe capire la causa del fenomeno. Tutto ciò è stato presente in campagna elettorale? No, ma era presente nella testa degli italiani, e lo si è visto.

Ora il problema non è solo quello, pur grave, di formare il governo. Al riguardo sono già iniziate le minacce di Bruxelles, all’ombra delle quali si svolgono le trattative tra forze politiche che non hanno in realtà grandi spazi di manovra, perché tanto il M5S quanto la destra non potranno certo governare insieme a quel Pd contro il quale si sono espressi i loro elettori. Il problema è come si esce dalla trappola in cui siamo finiti senza che una nuova folle austerità finisca di distruggere la nostra società e di generare altra e più grave protesta. Quanto al Pd, o viene radicalmente rifondato o è destinato alla progressiva irrilevanza.

Elezioni 2018

Intervista con Pino Salerno

 

Elezioni politiche, il giorno dopo. I risultati parlano chiaro e sono impietosi: alla Camera si affermano il Movimento 5 Stelle con quasi 11 milioni di voti e la Lega che con 5.700.000 voti diventa primo partito della coalizione di centrodestra. Il crollo del Partito democratico appare inequivocabile, con 6 milioni di voti e una percentuale pari al 18,71, mentre del tutto deludente è il risultato della lista Liberi e Uguali, che con un milione112mila voti supera di pochi decimali quella soglia del 3% che consente di eleggere pochi parlamentari. Insomma, ce la ricorderemo a lungo questa data, soprattutto a sinistra.

«Si tratta di una delegittimazione radicale che ha colpito soprattutto le forze della sinistra», ci dice Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Alma Mater di Bologna. «Qual è stato il loro limite in questa campagna elettorale, e non solo?», s’interroga il professor Galli. «Una carenza nell’analisi politica di quanto accadeva nella società italiana dall’inizio della crisi ad oggi, e di come quello che io definisco l’ordoliberalismo del XXI secolo abbia prima imposto le sue regole e le sue decisioni, e poi abbia definito gli equilibri della politica a tutto vantaggio dell’ordine economico».

Prima di tutto l’analisi, continua il professor Galli, che «è storicamente uno dei tratti tipici della sinistra, e quando è assente ci si lascia sorprendere dalla realtà di una società che, appunto, non si conosce più in profondità. E si va incontro a risultati elettorali come quello di ieri, che si può definire come una delegittimazione radicale degli elettori, non solo nei confronti di tutta la sinistra ma anche nei confronti del progetto di governo Renzi-Berlusconi, i veri sconfitti del 4 marzo». A sostegno della tesi del professor Galli ci sono i dati: la somma del Pd e di Forza Italia, sia in termini assoluti che percentuali, non raggiunge quello che da solo è riuscito a totalizzare il Movimento 5Stelle. Le cause? Secondo il professor Galli, «l’Italia è un Paese ormai fortemente frammentato, tra ricchi e poveri e tra Sud e Nord. A chi è stata fatta pagare la crisi economica e sociale in questi dieci anni? Ai poveri. E chi più di tutti ha subito l’insecuritas dei nostri centri urbani, se non le donne e gli anziani? Le madri emiliane, toscane, lombarde, ad esempio, non sanno più sentirsi sicure di lasciare libere le figlie di andare dove gradiscono, e con chi vogliono, quando lo vogliono. Si tratta di una delle questioni centrali della nostra modernità, la sicurezza, che è sinonimo di libertà. La sinistra ha sottovalutato il fenomeno, o forse, per mancanza di analisi, neppure l’ha percepito, mentre era in cima alle ansie di milioni di famiglie».

Inoltre, aggiunge il professor Galli, «è la stessa sensazione di insicurezza che si prova quando si subisce la crisi economica. Che cosa è successo in questi anni? In che modo il neoliberismo nelle sue diverse varianti ha cercato di uscire dalla crisi? Usando il potere deflattivo dell’euro, ad esempio, che ha colpito i salari e le pensioni, mentre sul piano industriale si sacrificavano migliaia di aziende per salvare quelle poche che fossero in grado di reggere la competizione internazionale. È il modello economico in sé che non genera più consenso, che impedisce allo Stato di attuare una politica economica strategica, che fonda il dinamismo dell’economia solo sulle esportazioni e non sul mercato interno. È il modello economico che rende subalterno e precario il lavoro. Davanti alle reticenze della sinistra, alle sue analisi carenti, si sono stagliate una destra e un M5S che si sono infilati nel disagio di milioni di famiglie. Come si poteva pensare che gli elettori prima o poi non avrebbero reagito? Che non avrebbero delegittimato in modo radicale chi è stato corresponsabile delle politiche di Monti e della Fornero, per tacere di Renzi?».

La disfatta del Partito democratico e di Forza Italia dunque si comprende con questa lucida analisi che il professor Galli ci consegna a poche ore dalla chiusura dei seggi. Ma com’è stato possibile il risultato del tutto deludente di Liberi e Uguali, e non solo? Il professor Galli insiste sulla sua tesi per la quale è «l’analisi, sia dei processi economici sia della modernità che da sempre caratterizza la sinistra, e definisce quali strategie assumere, nella società, non solo in campagna elettorale». È il tema della differenza tra sinistra che si ricostruisce nel conflitto, e sinistra che si perde nel governo, restando subalterna agli interessi e ai diktat dell’ordine economico-sociale. «Questa mancanza, questa assenza di analisi, è anche il segno dell’assenza di una identità precisa, con la quale ci si presenta al popolo, prima ancora che agli elettori. E l’identità della sinistra non può che ripercorrere parole come libertà, liberazione, partecipazione, democrazia, vera sicurezza. Esattamente il contrario di quanto chiede l’ordine economico egemone. E quando non si capiscono questi nessi, si rischia di perdere le elezioni fino all’insignificanza».

 

L’intervista è stata pubblicata in «Jobsnews.it» il 5 marzo 2018

La colpa e il debito

 

Proviamo a ragionare partendo dai dati esistenti. L’articolo 81 della Costituzione, prima della riforma, diceva:

«Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte».

Sono poche righe, e sono scritte in lingua italiana. Il nuovo testo, approvato dalle Camere nell’aprile del 2012, recita:

«Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.
Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.
Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.
Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale».

Questo testo non è scritto in italiano, ma in una lingua straniera, nemica. È la lingua di un trattato internazionale firmato da uno Stato (il nostro) che ha perduto una guerra; un testo ricattatorio firmato sub vi ac metu, sotto la pressione della violenza e della paura. Là c’è la lingua libera degli uomini liberi; qui c’è la lingua specialistica che ci è stata imposta. Perché? Che cosa è successo?

L’articolo 81 della Costituzione non recepisce il fiscal compact: costituzionalizza una serie di principi che stanno alla base della costruzione economica dell’Europa dopo il 1992, da Maastricht in poi, con l’obiettivo di uniformare le filosofie sociali, politiche ed economiche degli Stati che fanno parte dell’euro, perché queste filosofie e i loro esiti applicativi non divergano troppo. La divergenza si misura attraverso lo spread; se essa è eccessiva, l’euro potrebbe spaccarsi, tranne che non si arrivi prima con i «carri armati» – cosa che è stata fatta in Grecia e che è stata possibile per le dimensioni relativamente piccole dell’economia di quel Paese; con l’Italia non si può fare, data l’entità del nostro sistema economico-produttivo -. Quindi, la preoccupazione degli Stati europei che fanno parte dell’euro (ricordiamo sempre che parliamo di Stati) a che questa moneta comune non collassi ha portato a vari accordi per uniformare le logiche con cui sono costruiti i bilanci statali. Questo avveniva nel 2011, l’anno dello spread; della cacciata di Berlusconi; della intronizzazione di Monti; e della revisione dell’articolo 81, che viene portata a compimento nei primi mesi del 2012, poco prima che gli accordi intergovernativi a livello europeo che hanno dato origine all’articolo 81 fossero formalizzati nel cosiddetto fiscal compact. Detto in altre parole, il nuovo testo dell’articolo 81 non recepisce direttamente il fiscal compact, ma la filosofia sociale, politica ed economica di fondo che sta dietro tanto alla costruzione dell’euro in quanto tale, quanto agli accordi del 2011, quanto al trattato che viene definito fiscal compact del 2012. Oggi la questione è se costituzionalizzare anche il fiscal compact, modificando ulteriormente l’articolo 81, aggravandolo – prima ipotesi -; oppure – seconda ipotesi – non lo si costituzionalizza, ma lo si inserisce all’interno dei trattati costitutivi dell’Unione europea, poiché formalmente non ne fa parte (come dire: c’è l’Unione europea, e poi, a lato, è stato fatto un trattato chiamato fiscal compact); infine – terza ipotesi – non ci si pensa nemmeno.

Ma anche se non è costituzionalizzato, il fiscal compact è un trattato a cui l’Italia ha aderito. Vediamo che cosa dice. Formalmente è il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria approvato il 2 marzo 2012 da 25 degli allora 27 Stati membri dell’Unione europea, e non sottoscritto da Regno Unito e Repubblica ceca. Come la riforma del 2011 (quella che ha generato l’articolo 81 e che, sostanzialmente, rende automatiche delle sanzioni per chi viola i parametri fondamentali di Maastricht, il 3% di deficit annuo e il 60% di debito sul PIL), anche questo trattato internazionale è stato fortemente voluto dalla Germania. Esso perfeziona e aggrava i trattati del 2011, prevedendo l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio, che noi abbiamo già messo in Costituzione – e si badi bene che dal punto di vista della dottrina economica questa è solo una tesi fra le altre – riservandoci però di inserire, con deliberata scaltrezza, nel testo approvato non il concetto di «pareggio» ma quello di «equilibrio» di bilancio – il che naturalmente provoca l’orticaria dei super-ortodossi -. Poi, oltre all’obbligo del pareggio di bilancio, il fiscal compact impone che il deficit pubblico strutturale non superi lo 0,5% del PIL annuale (cioè, se proprio lo Stato deve spendere più di quello che guadagna la differenza può essere al massimo lo 0,5%). La disciplina di bilancio alla quale in Italia si è voluto dare valore costituzionale nasce dall’idea che il debito pubblico (cioè lo stock consolidato di deficit annuali dall’inizio dell’umanità a oggi che ci portiamo dietro) derivi dalla nostra – italiana, cattolica, mediterranea, meridionale – abitudine di fare come le cicale e non come le formiche. Per questa nostra «colpa» dobbiamo pertanto ridurre – sulla base di cifre scelte in maniera assai discrezionale dalle élites politico-economico-finanziarie dominanti in Europa – ogni anno un ventesimo del debito che eccede il 60% del PIL. Che – con un debito pubblico che ormai sfiora i 2.300 miliardi di euro – significa dover smaltire ogni anno una cifra esorbitante. Inoltre, mentre il trattato di Maastricht aveva stabilito che effettivamente si poteva fare ogni anno un deficit del 3%; adesso, invece, si può fare al massimo lo 0,5 % di deficit e si può avere un debito al massimo del 60% del PIL. Arrivati a questo punto è chiaro che il prezzo della costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio è la distruzione della società. In alternativa, il PIL del nostro Paese dovrebbe registrare una crescita tanto forte da abbattere i rapporti. Se noi, ad esempio, facessimo un PIL di 10.000 miliardi l’anno, come gli Stati Uniti, è chiaro che avere 1300 miliardi di debito sarebbe niente, un ottavo del PIL. Ma, poiché il nostro PIL viaggia sui 1800 miliardi l’anno, non ce la faremo mai. Il fiscal compact prevede, poi, delle correzioni automatiche, ovvero dei meccanismi automatici di correzione simili al cut off negli Stati Uniti. E, infine, il trattato del fiscal compact prevede l’obbligo di tenere almeno due vertici l’anno per tenerci sotto controllo.

La riforma dell’art. 81 è stata votata da un’amplissima maggioranza politica (con poche eccezioni) nella XVI legislatura. Nella XVII non ci siamo più andati attorno, ma io ricordo bene quanti, a sinistra, rivendicavano con orgoglio «Abbiamo fatto bene. Andava fatto». Vediamo se, almeno adesso, qualcuno arriverà a collegare lo sviscerato amore che oggi i cittadini portano allo Stato, alla democrazia e all’Europa alle conseguenze di quella decisione; a cogliere l’esistenza di un rapporto di causa-effetto, anche indiretto, fra questo trattato di pace, e il fatto che abbiamo la destra che arriva da tutte le parti, metà degli italiani che non va a votare e metà della metà che vota per partiti antisistema. È chiaro: davanti al fallimento della destra economica, che distrugge le società occidentali, interviene la destra politica, per il buon motivo che la sinistra pare non interessata a giocare. O, se proprio deve giocare, gioca con la destra economica. Questa è la realtà.

Ma intanto in questa campagna elettorale, che pareva orientata alla tematizzazione forte del rapporto Italia-Europa – che vuol dire Italia-Maastricht, Italia-euro, Italia-fiscal compact, e anche Italia-articolo 81 -, di fatto, si sta parlando di tutt’altro. E del tutto illusoriamente, perché – stando alle richieste della Commissione europea all’Italia, e da questa non ancora ottemperate, di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare che il bilancio 2018 sia in linea con il patto di stabilità – ci si attende, per marzo-aprile, una manovra correttiva che ci costerà quattro o cinque miliardi. Infatti, nonostante la riduzione concessaci dello sforzo strutturale richiesto, dallo 0,6% allo 0,3% del rapporto deficit/PIL, la correzione del deficit strutturale italiano, in legge di bilancio, risulterebbe nel 2018 pari solamente allo 0,1%. È molto probabile, quindi, che subito dopo le elezioni la Commissione torni alla carica con la richiesta di misure correttive. A questo va aggiunta la nuova legge di bilancio da approvare in autunno 2018, che sconta l’esigenza di non far scattare i meccanismi automatici di aggravamento dell’imposizione indiretta (cioè bisogna trovare altri 15 miliardi).

A questo punto, la domanda è: perché è successo tutto ciò? La risposta è che la realtà di oggi è il frutto avvelenato della globalizzazione in Occidente, maturato in Europa con la caduta del muro di Berlino e la riunificazione della Germania, voluta da Stati Uniti e Unione Sovietica, ma temuta dalla maggior parte degli Stati europei. Come sanno bene inglesi e francesi, una volta riunificata la Germania è un problema: perché è un Paese grande e molto civilizzato; perché è (o meglio era) un Paese stabile; perché è un Paese che si è dotato di una filosofia sociale, economica e politica che si chiama ordoliberalismo, conosciuta anche – in linguaggio politico – come «economia sociale di mercato», e – in linguaggio storico-accademico – come Scuola di Friburgo. A livello giornalistico si diceva, giustamente, che la Germania rappresentava un modello di capitalismo diverso dal resto del mondo: il cosiddetto «capitalismo renano». Si deve capire che in Europa non c’è il neoliberismo: c’è l’ordoliberismo, che è stata la risposta europea al neoliberismo, ovvero allo scatenamento della globalizzazione (prima di tutto finanziaria, ma anche fondata sulla delocalizzazione produttiva); alla immissione sul mercato mondiale del lavoro di trecento milioni almeno di cinesi, che lavoravano a un decimo del nostro costo del lavoro. La riunificazione tedesca allarmò le cancellerie di mezza Europa. Storicamente, infatti, la Germania non è mai stata un Paese del tutto occidentale, tranne, per forza di cose, dopo la Seconda guerra mondiale la Repubblica Federale Tedesca. È un Paese in bilico, proiettato molto a Est, che guarda con interesse alla Russia. Dopo la riunificazione delle due Germanie, qualcuno in Europa – e cioè inglesi e francesi, che ancora ricordano la storia -, temendo il ritorno della «solita» politica tedesca, oggi magari non in chiave di potenza aggressiva ma di semi-neutralismo, una politica potenzialmente lesiva degli interessi degli altri Stati del continente, ha pensato di tenere la Germania legata all’Europa tramite la moneta comune. Una possibilità sempre osteggiata dai tedeschi in nome della «sacralità» del marco, il frutto dell’ordoliberalismo, e infine da loro accettata solo perché la «nuova» moneta – l’euro – è stata congegnata per essere in tutto e per tutto – nei presupposti ideologici, nella tenuta dei conti, nel modello di società che viene previsto, nella stabilità politica come bene supremo – identica al marco. Per cui, quasi tutta Europa, Italia compresa, ha deciso di adottare il marco/euro. Una scelta costosa, ma non per tutti. Per i tedeschi, che l’hanno inventato, non lo è. Dopo il 1929, quando hanno visto i disastri del capitalismo selvaggio e anarchico, e dopo il 1933, quando hanno visto il nazismo, i tedeschi hanno capito che il cattivo capitalismo produce cattive crisi: il nazismo è una delle cattive possibili uscite dalla crisi del capitalismo. Cattive uscite dalla crisi del capitalismo, oltre al nazismo, sono, ça va sans dire, il socialismo, e «il piano». Insomma, l’ordoliberalismo nasce avendo come nemici il paleoliberismo, la pianificazione e il socialismo/comunismo.

In che cosa si differenzia dal neoliberismo? Il neoliberismo, che è neomarginalismo, è una filosofia politica, sociale ed economica a base essenzialmente individualistica (fondata su quel liberismo che Marx definiva «libera volpe in libero pollaio»): i soggetti che abitano la società sono delle macchine individualistiche calcolanti la massimizzazione dell’interesse e dell’utilità. La società è fatta di atomi in grado di calcolare gli effetti benefici o negativi delle interazioni che liberamente ciascuno di essi pone in essere con ciascun altro di essi. I soggetti sono tutti razionali, tutti informati, tutti miranti alla massimizzazione del proprio utile. Non c’è possibilità che le interazioni sfocino nell’anarchia; un ordine – un equilibrio – si forma sempre: è fatto di chi vince su chi perde, e non esiste ordine migliore. Ogni tentativo di governare politicamente le interazioni sociali produce, infatti, effetti peggiori che non lasciare essere le interazioni sociali. Questo è nella sua essenza il neoliberismo, nella formulazione di Hayek. Gli ordoliberisti hanno, come i neoliberisti, la più alta venerazione del mercato, e credono fermamente che dire mercato e dire società sia la stessa cosa. Ma, al contrario dei neoliberisti, non ammettono che la società sia fatta di individui, ma ritengono – in linea con la tradizione organicistica tedesca – che essa sia fatta di corpi (i corpi sociali, i corpi storici, i corpi economici). Una concezione che, però, non cade nel corporativismo, ma si proclama fieramente pluralista – di pluralismo economico, s’intende, non politico. In politica gli ordoliberisti credono nello Stato – . L’ordoliberalismo accetta l’equazione «mercato uguale società»; nega l’esistenza del conflitto di classe, che fornisce una lettura sbagliata della società; e afferma che il capitalismo funziona solo quando è rispettata la sua legge fondamentale: la concorrenza. Ma, poiché la concorrenza è fra imprenditori che hanno la tendenza a costituire cartelli o monopoli, per gli ordoliberisti è necessaria l’esistenza dello Stato allo scopo di impedire che il movimento del capitalismo si blocchi. Dunque, non uno Stato che interviene, che pianifica, che regola i prezzi; ma uno Stato che sanziona chi ferma la macchina capitalistica, la quale va pensata non come una contrattazione permanente fra individui, ma come un equilibrio dinamico di corpi. Politica economica mai; politica industriale mai. È il mercato che decide, le forze imprenditoriali e sindacali che decidono.

È dogma del neoliberismo e anche dell’ordoliberalismo quella che Schmitt chiama Unterscheidung, la distinzione fra economia e politica (in un testo del 1932 molto lodato dagli ordoliberisti). Naturalmente, questa distinzione è già un atto politico. Schmitt per primo sapeva che l’economia è in realtà piena di politica. E quindi la distinzione fra economia e politica è un atto politico, e lo Stato che non interviene in economia sta facendo politica. Quello che gli ordoliberisti vogliono è questo tipo di intervento/non intervento, e non l’intervento pianificatorio dell’esecutivo.

Conoscere l’ordoliberismo – le sue origini, finalità, implicazioni politico-ideologiche – è per noi oggi indispensabile, perché con esso ritorna lo Stato e, insieme, ricompare finalmente l’idea che la società è complessa. Esso afferma, infatti, che esiste una lettura (marxista) della società che vede in quella complessità l’esistenza di una contraddizione; una visione per gli ordoliberisti sbagliata, che deve essere eliminata. Come deve essere eliminata quella visione che afferma che al mondo esistono solo gli individui. Insomma, l’ordoliberismo è un sistema economico, politico, sociale, che taglia le ali estreme con due obiettivi che sembrano contradditori, e non lo sono: stabilità e dinamismo. Stabilità politica: eliminazione degli estremisti, poiché chi dà un’interpretazione conflittuale della società è un nemico della società. E dinamismo: l’economia deve girare, non si deve bloccare. Niente, nemmeno la libertà, deve bloccare il movimento della macchina capitalistica. Quindi, no alla libertà di sciopero; no al conflitto; no all’idea di costruire un’economia trainata dalla domanda interna e dalle relative rivendicazioni sindacali. L’economia tedesca, infatti, non è trainata dalla domanda interna ma dalle esportazioni; anzi, lo slogan è: “moderazione salariale”. I sindacati sono cooptati nei consigli delle grandi imprese – la Mitbestimmung -. In Germania ci potrebbero essere salari del doppio rispetto a quelli di adesso, ma se ci fossero salari doppi ci sarebbe l’altro nemico terribile: l’inflazione. La crescita dei prezzi messa in moto da salari più alti porterebbe all’aumento dell’inflazione. Insomma, i tedeschi detestano gli estremisti, l’instabilità politica e l’inflazione, perché le hanno conosciute. Sono, o meglio erano – quando erano davvero tedeschi -, estremisti per natura: quella che si chiamava deutsche Tiefe (la profondità tedesca), la capacità di andare alla radice, vuol dire essere estremisti. L’instabilità politica l’hanno inventata loro, praticamente, con la repubblica di Weimar. L’inflazione l’hanno conosciuta fino al 1923, non ha generato il nazismo (che nacque dalla disoccupazione di massa) ma ha trasmesso un’idea di disordine, di imprevedibilità dell’esistenza, che dopo due guerre mondiali perdute non vogliono più conoscere. Pertanto, dalla fine della Seconda guerra mondiale la politica tedesca è stata orientata al perseguimento della crescita economica, fondata sulle esportazioni e sulla stabilità garantita dal marco e dalla pace sociale. L’ordoliberalismo è nato, fra il 1932 e il 1940, grazie a intellettuali come Eucken, Röpke, Böhm, Müller-Armack, alcuni dei quali lavoravano nel ministero dell’economia nazista, pur non essendo nazisti ma semplicemente dei burocrati – del resto, l’economia nazista prima della guerra era un’economia all’ingrosso keynesiana, e durante la guerra era semplicemente un’economia di rapina (cioè rubavano tutto, compreso l’oro delle banche centrali) -. Poi, nel dopoguerra a impiantarlo nella realtà fu Erhard, il ministro dell’Economia nel governo di Adenauer.

Quando siamo entrati nell’euro abbiamo abbracciato questo universo, e ci siamo impegnati a pensare e a vivere come tedeschi avendo una storia e un sistema economico completamente diversi. A questo servono «le riforme»: a entrare pienamente nel mondo ordoliberale e a eliminare tutto ciò che blocca il dinamismo del capitalismo, come le letture estremistiche della società, che però in Italia sono scomparse da almeno quarant’anni, e come – e qui sta il punto – i diritti, quel paletto che stabilisce che cosa si può o non si può fare. Soffocare i diritti, quindi, non in nome del neoliberismo, ma dell’ordoliberismo, cioè di una severa disciplina di bilancio posta in essere da uno Stato occhiuto guardiano dei conti pubblici e nemico di chiunque si collochi all’interno della macchina capitalistica per bloccarne il funzionamento. Rinunciare alla spesa pubblica in deficit, alla politica economica, al traino della domanda interna. Rinunciare alla centralità del lavoro, pur costituzionalmente sancita, in nome della centralità del mercato (neoliberismo) e dei conti pubblici (ordoliberalismo).

Quando Gentiloni dice «siamo quelli che hanno avuto il tasso di esportazioni più alto di tutta l’Europa» sta affermando che un pezzo del sistema economico italiano è in grado di rispondere alle esigenze neomercantilistiche dell’ordoliberalismo: i soldi stanno fuori, e li si deve prendere secondo il principio beggar-thy-neighbour (impoverisci il tuo vicino) – ogni Mercedes venduta in Italia, ad esempio, sono soldi italiani che vanno in Germania -. Incidentalmente, tutto ciò smentisce le affermazioni che bollano le politiche di Trump come protezionistiche, e quelle di Angela Merkel come liberoscambiste. In verità, Germania e Cina hanno surplus enormi della rispettiva bilancia commerciale, perché in entrambi i Paesi impera l’idea che bisogna tenere basso il livello salariale all’interno, produrre bene, e vendere a caro prezzo all’esterno. E oggi gli Stati Uniti non paiono più disposti ad accettare un sistema di scambi che genera i surplus commerciali di Germania e Cina, a cui chiedono di aumentare la domanda interna e di non scaricare tutta la propria potenza economica sull’esportazione.

Queste sono oggi le questioni radicali in campo. Bisogna dire che i tedeschi, per rispondere efficacemente al dilagare della globalizzazione, hanno molto modificato il proprio ordoliberalismo, con le riforme Schröder-Hartz del 2003-2005, che hanno rimesso in moto l’economia tedesca (inventando, ad esempio, i mini-jobs, cioè lavori sottopagati). Con l’implementazione del Piano Hartz è stato di fatto introdotto nell’ordoliberalismo un sistema di ulteriore mortificazione del lavoro che ha un po’ scosso le fondamenta politiche del consenso, tanto che adesso per tenere in piedi il sistema i tre partiti che normalmente si facevano concorrenza – la bavarese Unione Cristiano-Sociale (CSU), l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) – sono costretti a governare insieme. Tutto questo è un problema: i tedeschi – che hanno visto funzionare l’ordoliberismo quando questo era immerso nel mare keynesiano del secondo dopoguerra – adesso che tutto il mondo è diventato neoliberista, cioè cattivo e affamato, hanno dovuto introdurre degli elementi destabilizzanti nel proprio sistema; il che produce gravi problemi. Perché, è bene ricordarlo, non c’è niente di peggio che una Germania instabile.

Due sono i modi per venire fuori da ciò: uscirne, ma non si riesce a calcolare i costi, politici oltre che economici; oppure pregare che il PIL cresca sempre (non all’1,5%, ma al 3,5% tutti gli anni), e che questo aumento del PIL non sia tutto a vantaggio dell’1% più ricco della popolazione. Mettendo insieme tutti questi se e ma, abbiamo i problemi politici del nostro Paese dei quali nessuno parla, o se ne parla poco perché non si sa come venirne fuori. E gli italiani, compresi i politici, preferiscono pensare al taglio delle tasse, o agli 80 euro (che sono una misura più neoliberista che ordoliberista, perché Renzi è così), o agli opposti estremismi, o agli scontrini: non c’è al momento una mezza idea su come venirne fuori. Sono tutte idee occasionali (come, ad esempio, sforare i parametri, disobbedire ai diktat, e poi vedere che cosa succede).

C’è un tasso di incertezza sulle questioni radicali che fa male, soprattutto perché il nostro futuro non appartiene a noi. Che politicamente vuol dire che, aderendo ai trattati istitutivi dell’Unione europea ed entrando nell’euro, abbiamo perso un importantissimo pezzo di sovranità, e il nostro futuro è appeso oggi alle reazioni che ai nostri comportamenti avranno i nostri partner. Confrontarsi col mondo è sempre stato necessario: ma oggi abbiamo rinunciato, come Stato, a molti gradi di libertà. Abbiamo abbracciato una visione ideologica nella quale il debito è colpa, Schuld: se lo fai, devi sapere che c’è qualcuno al quale devi chiedere permesso e che questo qualcuno te lo può anche negare. Di solito te lo concedono, ma è una limitazione grave. Anche perché i mercati hanno metodi di punizione severissimi: lo spread (va anche detto che in realtà credevamo che gli obblighi assunti si potessero aggirare: e infatti nella XVII legislatura abbiamo votato, a maggioranza assoluta, tutti gli anni la deroga all’equilibrio di bilancio, che lo stesso art. 81 prevede, come eccezione).

La Corte costituzionale tedesca ha affermato la supremazia della Costituzione tedesca sopra ogni altra fonte normativa. In Italia si accetta invece la demonizzazione del «sovranismo». Di fatto, la parola «sovranismo» non esiste: ci sono coloro i quali difendono il primato della Costituzione, che è stato l’atto sovrano per eccellenza; e coloro i quali dicono, invece, che la Costituzione è stata superata dalla globalizzazione. Una decisione va presa.

La cosa che dobbiamo sottolineare è che la decisione non è mai stata posta come tale davanti alla pubblica opinione, e non è mai stata discussa in Parlamento in modo esplicito, con qualcuno che spiegava tutte le conseguenze. La post-democrazia è questa: che il grosso della decisione è stata presa all’infuori dei canali istituzionali della democrazia, ma anche di quelli extraistituzionali fondamentali: la libera stampa, la pubblica opinione. Una delle tappe iniziali è stata fatta con una lettera: il cosiddetto «divorzio» fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia è stato fatto con una lettera di Andreatta a Ciampi nel 1981. Poi, dopo si dice che il debito pubblico è raddoppiato negli anni Ottanta, perché tutti i politici compravano il consenso degli italiani con leggi di spesa. È vero, però il «divorzio» fra Tesoro e Banca d’Italia è stato fatto sulla base del principio fondamentale di tutti i liberismi di questo mondo – neo, vetero, paleo, ordo -: l’economia in generale, e l’economia monetaria in particolare, non devono avere il minimo rapporto con la politica; sono regni autonomi, santissimi, intoccabili. L’economia agli economisti o ai capitalisti; mai ai politici, che sono delinquenti, clientelari, pasticcioni. Quei pochi borghesi italiani che pensano hanno sempre teorizzato la necessità del «vincolo esterno», perché questo Paese non è capace di agire in termini europei, in termini moderni. Le plebi meridionali e i sindacalisti settentrionali congiurano contro la modernità. I comunisti e i democristiani sono uguali, pensano soltanto a pigliarsi i voti con le clientele, spendendo i soldi. Ci vuole il «vincolo esterno». E il «vincolo esterno» è l’euro; una panacea, per i suoi difensori; un male minore per quasi tutti: una piccola (?) riduzione dei diritti oggi, per evitare una tragedia domani. Un sacrificio che è un investimento per il futuro dei nostri figli, poiché noi abbiamo molto peccato.

E intanto, a furia di sacrifici, la società si trasforma in una giungla, e la democrazia si perde nella sfiducia generale, nel rancore, nella infelicità. E la politica non sa più che fare, e tira a campare. Finché non la riprendiamo nelle nostre mani.

 

 

Il testo deriva dall’intervento, rielaborato e corretto, tenuto da Carlo Galli il 3 febbraio 2018 a Ravenna, in occasione dell’incontro La colpa del debito. Articolo 81 della Costituzione e Europa, organizzato da CGIL Ravenna; Libertà e Giustizia. Circolo di Ravenna; Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna, Bagnacavallo, Faenza; Coordinamento per la Democrazia Costituzionale della provincia di Ravenna.

 

 

 

 

La democrazia sostanziale di Giuseppe Dossetti

Sostanziale, integrale, effettiva, reale: la democrazia secondo Dossetti non può essere solo formale, né solo politica, né solo economica e sociale; deve anzi superare la moderna divisione (con altro lessico, l’alienazione) fra questi ambiti per essere umana, genuina, morale. Deve essere cioè una autentica rivoluzione, non un prolungamento del liberali­smo che diviene di massa. Da qui alcuni giudizi parzialmente critici di Dossetti sulla Costituzione italiana – alla cui redazione egli ha pure autore­volmente contribuito – che a questa rivoluzione si orienta senza portarla fino in fondo (benché alla Carta vada riconosciuto il grande merito di essere, in linea di principio, radicalmente innovativa).

Questa è la tesi politica complessiva di questi scritti, culminanti nella relazione del 1951 su Fun­zioni e ordinamento dello Stato moderno. Una tesi che va decifrata e contestualizzata, e misurata sulle discussioni attuali intorno alla democrazia.

Sono innanzitutto evidenti gli influssi tanto di Maritain quanto di Gemelli, elaborati in modalità originali. Dall’umanesimo integrale del primo, Dossetti riprende la critica al liberalismo come ci­fra dell’intera età moderna, caratterizzata dall’idea che la libertà – in pratica coincidente con la libertà di pensiero e con il diritto di proprietà – sia una qualità autonoma del soggetto, in sé chiusa, del quale costituisce l’origine e il fine; e dall’idea che attorno ad essa debba ruotare lo Stato moderno, il quale a sua volta è “agnostico” sui fini e si affida a una presunta capacità umana di produrre l’utilità collettiva attraverso il perseguimento dell’utilità privata, mescolando così una sorta di ottimismo antropologico (la libertà moderna come produttri­ce di bene) a un pessimismo sulle strutture sociali e politiche (ritenute oppressive quando non rese meramente neutrali). La modernità è nichilistica, per Dossetti: nega la natura delle cose, e le pensa tutte interamente plasmabili dall’uomo e tutte traducibili in merci; azzera i diritti storici concreti, le mediazioni sociopolitiche reali, e immagina una società priva di fini che non siano individuali; fa dello Stato una macchina che consente ai privati di creare autonome istituzioni giuridiche impersonali e di fatto incontrollabili (le grandi corporations), mentre si ferma davanti ai diritti economici dei possidenti, gli unici che siano valorizzati come assoluti e intoccabili. Da questo punto di vista, il marxismo non è, per lui, una «calunnia» contro la borghesia.

Una variante di questa posizione epocale è data dalla prospettiva, politicamente ma non qua­litativamente opposta, che vede la libertà radunarsi tutta nello Stato, il quale da mezzo diviene così fine a se stesso e unico protagonista della storia, in con­trapposizione all’individuo. Lo Stato moderno è o troppo o troppo poco.

Si tratta di temi diffusi nel pensiero cattolico, in parte risalenti a Lamennais, declinati da Dossetti in chiave democratica, con un’attenzione alla rappresentanza politica non solo dell’ideologia, dell’opinione e degli interessi individuali, ma an­che (in una seconda Camera) dell’articolazione concreta della società nei suoi corpi intermedi (tema, questo, di derivazione, tra l’altro, gemelliana, ma lontano, per quanto riguarda Dossetti, da declinazioni corporative).

Allo Stato moderno Dossetti contrappone uno Stato né totale né corporato, ma «nuovo», che abbia come perno teorico la capacità intensamen­te politica di orientare, o «finalizzare» la libertà, ovvero di attuare la reformatio della società senza pretendere di crearla ma certo caricandosi del dovere di plasmarla, fino a farla diventare il cuore della vita associata: uno Stato, insomma, in grado, con la propria carica politica, di «assoggettare» l’economia, ovvero di rendere effettuale, con il potere politico, il controllo sociale su di essa, e di andare perfino al di là dell’interventismo statale contingente per giungere, attraverso la lotta contro le grandi concentrazioni di potere economico, fino alla dimensione del «piano». Uno Stato, quindi, non pensato attraverso lo statalismo giuridico formale, e che anzi da una parte è strumento, e pertanto realtà storica né prima né ultima – tale realtà è semmai, nella dimensione terrena, la per­sona ovvero il bonum humanum simpliciter –, ma che dall’altra si carica di una politicità che è anche socialità e moralità (non eticità nel senso gentiliano, certamente): la moralità della politica consiste nel combattere il male individualistico, l’egoismo, la cecità.

La prospettiva di Dossetti non è Stato-centri­ca. Semmai, sta nel rapporto con la trascendenza. L’ Assoluto, infatti, non è assente dalla riflessione di Dossetti ma non certo in modo tale da generare un fondamentalismo, sì piuttosto come una fonte d’ispirazione e di tensione o, se si vuole, come una fonte d’energia per un agire politico umano e con­creto, per quella “democrazia sostanziale” che è il volto storico del cristianesimo. L’apertura alla tra­scendenza è l’origine della possibilità che la libertà si apra all’altro, non si chiuda nell’egoismo. L’obiettivo politico di andare oltre la democrazia for­male borghese – una democrazia solo politica che lascia intatte le disuguaglianze e i centri del potere economico nella società, così che permane sempre la distanza fra istituzioni politiche democratiche e realtà sociale oligarchica – può essere posto, secondo Dossetti, soltanto attraverso una radicale reinterpretazione umanistica e cristiana della mo­dernità, del suo pensiero, dei suoi istituti giuridici, della sua alienazione strutturale. Una prospettiva che è certamente ispirata dalla dimensione religiosa ma non è per nulla ascrivibile a una teologia po­litica, neppure secolarizzata e democratica, perché ha la propria forza nella duplice consapevolezza dell’incompiutezza della dimensione terrena e del­la reciproca piena indipendenza di Stato e Chiesa, come recita appunto la Costituzione anche per impulso di Dossetti. Il rigore radicale di Dossetti è religiosamente generato: ma dalla religione la poli­tica trae la propria nobiltà e la propria doverosità, non certo soluzioni dogmatiche ai problemi della città dell’Uomo, soluzioni e problemi che vanno invece ricercate e individuati con lo strumento del sapere scientifico più avanzato.

Queste campiture intellettuali vanno contestualizzate storicamente. C’è in Dossetti – vicino, negli ultimissimi anni Quaranta e nei primissimi Cinquanta, a Felice Balbo – la percezione di una crisi agonica della civiltà occidentale, che si mani­festa, per lui, nelle trasformazioni dell’individuo, della società e dello Stato; una catastrofe che smen­tisce i presupposti e le finalità del liberalismo: con una panoramica di impressionante precisione e di lungimirante proiezione Dossetti vede infatti la scarsa efficienza del governo parlamentare, la sua incapacità di orientare responsabilmente la società, la debolezza dei partiti (tutti, con l’eccezione del Partito comunista, poco più che gruppi d’interesse), il dilagare della tecnica e della fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi politici, l’ingigantirsi della dimensione internazionale (nell’età in cui il mondo è diviso in due blocchi) come quella veramente centrale nella politica, l’affannarsi della politica domestica a inseguire (nella forma dell’assecondamento ben più che del governo) i fenomeni economici con un’attività normativa che trasforma la legge (che dovrebbe essere gene­rale e permanente) in una serie di provvedimenti instabili e contingenti, e infine l’inadeguatezza di un’amministrazione ancora tutta gerarchica (napoleonica, si potrebbe dire) davanti ai compiti nuovi. Insomma, la deriva della modernità razio­nalistica e liberale, e delle istituzioni statuali che ne sono nate.

Una crisi irreversibile, per Dossetti, appunto catastrofica, a cui il marxismo non è una risposta perché tutto interno all’immanentismo moderno, per quanto sappia cogliere alcune contraddizioni del liberalismo; e perché lontano dal metodo della libertà politica, eversivo nei contesti liberaldemocratici e totalitario nelle sue realizzazioni; incapace insomma di pensare veramente un ordine positivo e umano, oltre quello nichilistico e contraddittorio della modernità. Dossetti, quindi, combatte il mar­xismo, contesta la sua mitologia, ma a differenza dei conservatori non lo teme: semmai lo sfida in umanesimo, in radicalismo, in empito innovatore. Una crisi della modernità alla quale non è stata risposta adeguata il fascismo (anzi, troviamo in queste pagine un’esplicita tematizzazione della necessità di una formale conventio ad excludendum antifascista) ma neppure l’interclassismo o altre prospettive riformiste, subalterne al primato moderno dell’individuo e dell’economia, e alle sue contraddizioni (è presente una polemica anche contro Röpke, uno dei padri dell’ordoliberalismo). Fa eccezione il laburismo inglese, la cui vittoria elettorale nel 1945 Dossetti saluta con grande entusiasmo proprio perché vi vede non l’afferma-zione di un blando riformismo ma un evento che lungi dall’aggiungervi un capitolo mette, per lui, la parola fine al libro della modernità, lo chiude e ne apre uno nuovo. Una prospettiva un po’ forzata, evidentemente, ma indicativa di ciò che Dossetti chiedeva alla politica.

L’azione politica adeguata al superamento della crisi è stata la partecipazione di Dossetti alla Resistenza, alla Costituente, alla vicenda della Democrazia Cristiana. Un’azione politica incon­tentabile, accanita, impegnata e impegnativa, ma per nulla utopistica – chi conosce l’attività politica di Dossetti nelle due circostanze in cui è stato vi­ce-segretario della DC (documentate da ultimo in L’invenzione del partito, a c. di R. Villa), sa bene quanto duramente politica, concretamente pratica, e anche polemica, essa fosse. Un’azione che si è appuntata sulla costruzione dei prerequisiti della «democrazia sostanziale», ovvero in primo luogo a impiantare una Costituzione che non fosse un elenco di diritti statici ma che ne prevedesse ap­punto la finalizzazione a un umanesimo integrale, alla democrazia intesa come «massima espansio­ne della persona umana secondo i meriti». Una Costituzione progettuale, quindi, orientata dalle «norme di scopo» dei Princìpi fondamentali, per la cui formulazione Dossetti non ha avuto certo problemi a dialogare costruttivamente con Togliatti. Una Costituzione che prevede uno Stato forte, che tuttavia riconosca il pluralismo sia ideologico sia delle istituzioni sociali e politiche intermedie.

La sua parziale insoddisfazione, che serpeggia nella relazione del 1951, che gli fa considerare la Carta il «meno peggio» e non un compiuto «bene», deriva dalla circostanza che la spinta propulsiva di quella finalizzazione gli è parsa ben presto affievo­lita e che la concreta struttura dello Stato, dei suoi poteri, dei suoi organi, è rimasta più tradizionale di quanto egli avrebbe voluto, e di quanto reputava necessario a voltare pagina. Dossetti non temeva di ipotizzare un esecutivo ben più robusto di quello disegnato dai costituenti, e ben più lontano dai contrappesi del regime parlamentare, poiché era forte la sua idea di politica, il suo costruttivismo cristiano; come non temeva che lo Stato fornisse ai diritti individuali e collettivi garanzie fortemente gerarchizzate: erano proprio queste concretezze a fornire la possibilità che il popolo entrasse davvero, esistenzialmente, all’interno delle forme giuridiche democratiche, ne divenisse soggetto e non ne fosse oggetto. La politica italiana si stava sviluppando, a suo giudizio, in un contesto di involuzione com­plessiva e di affermazione dei vecchi poteri, molto abili a inserirsi nel mondo cambiato per perseguire con nuovi mezzi i propri vecchi fini di dominio. Era mancata insomma, dopo il grande sforzo reso­si necessario per superare con successo l’impianto formale liberale della Costituzione, la capacità, per lo Stato che voleva uscire dal proprio agnosticismo, di dotarsi non solo di nuovi fini personalistici ma anche di nuovi strumenti, di istituzioni nuove. Insomma, la lezione di Dossetti è stata imparata a metà: i cattolici hanno saputo apprendere a «non aver paura dello Stato», e a utilizzarlo ai propri fini – essenzialmente, a praticare la politica come freno della «inclinazione al male delle cose uma­ne», e promuovere il bene inteso come fioritura integrale della persona – ma non hanno saputo inventare le modalità istituzionali per appaesare il nuovo Stato in un mondo nuovo, per celebrare fino in fondo quell’alleanza fra cristianesimo e popolo che avrebbe dovuto sostituirsi alla vecchia alleanza fra Trono e Altare.

Sappiamo che fra il ‘51 e il ‘52 matura in Dossetti l’idea dell’insufficienza di una politica di “sinistra cristiana” – un’insufficienza generata dai ritardi della politica ancora ferma a un’età superata, quella del parlamentarismo, ma anche dalla divisione del mondo che spacca la politica italiana, e dalle chiusure della Chiesa; e sappiamo ancora che tale idea di insufficienza non spegne tuttavia la politicità intrinseca del suo pensiero, almeno fino all’esperienza bolognese del ‘56-’58, e al più tardo impegno sul Vietnam. E sappiamo infine che quando sul finire della vita Dossetti, che ne aveva criticato le debolezze, vide la Co­stituzione minacciata da tentativi di riforma che volevano segnare il trionfo, anche formale, della nuova realtà neoliberista nel frattempo sostituitasi a quella keynesiana, egli – che nella nuova passività promossa dal capitalismo sfrenato vedeva i rischi di un riaffacciarsi in forme nuove del vecchio fa­scismo – difese strenuamente la Carta che almeno incorporava, sia pure fornendo ad essi strumenti non adeguati, i princìpi fondamentali che orienta­vano lo Stato verso la “democrazia sostanziale”, e non facevano della repubblica la semplice custode degli assetti di potere delineati dalle libertà econo­miche. La democrazia sostanziale doveva rimanere quanto meno un progetto possibile, un orizzonte e un orientamento, e non essere cancellata dall’orizzonte, formale e progettuale, della politica italiana.

La preoccupazione di “ispessire” la demo­crazia, di disegnarla come una forma politica non semplicemente contrattuale o procedurale ma anzi di dare spazio, in essa, alla esistenza concreta di cittadini legati non solo dal contratto utilitaristico o dall’idea di giustizia, di pensarla quindi come la cornice del flourishing delle singole persone nei loro contesti culturali, è largamente diffusa anche nella filosofia politica contemporanea, che tuttavia resta in buona parte interna a un paradigma libe­rale allargato ad accogliere “valori”, e che quindi si differenzia, prevalentemente, dal pensiero politico di Dossetti, segnato da una verticalità e al tempo stesso da una concretezza sociologica che la filoso­fia politica contemporanea difficilmente persegue. Inoltre, i nostri tempi per molti versi – definitiva scomparsa dei partiti, personalizzazione integrale della lotta politica, crollo del comunismo reale, emergere delle questioni del multiculturalismo, in­cremento del peso della dimensione sovranazionale sulle politiche domestiche, parallelo rafforzarsi delle competenze securitarie degli esecutivi, crollo dell’idea di progresso, incremento delle disugua­glianze sociali, progressiva marginalizzazione del lavoro – sono lontani da quelli in cui nacquero le riflessioni e le posizioni qui raccolte. Ma per altri versi presentano sconcertanti analogie: la crisi del parlamentarismo, il tramonto della centralità politica della forma-legge a favore del decreto o del provvedimento, e in generale la rinuncia della politica a governare il presente secondo categorie e fini esterni alle logiche economiche, e a istituire al­ternative: una rinuncia che si è rovesciata ai nostri giorni nell’ideologia dell’assecondamento politico del capitalismo come unica forma possibile e pen­sabile della società, e che ha come obiettivo una pseudo-democrazia apolitica, risolta nelle proce­dure tecniche di valorizzazione e nella rimozione degli ostacoli al pieno funzionamento del capitale nella sua presunta neutralità. Con il risultato che la libertà è finalizzata non al fiorire della persona nell’uguaglianza, secondo i meriti di ciascuno, ma al profitto di pochi.

Certo, nel pensiero di Dossetti echeggia una stagione di quasi-onnipotenza della politica, una stagione in cui la politica credeva ancora in se stessa come principale potenza trasformatrice; una stagione che sembra ormai trascorsa. Nondimeno, la sua lezione è di impressionante attualità. Vi sono, indubbiamente, in primo luogo, una precisione concettuale, un rigore categoriale, una sostenutez­za dell’argomentare, che hanno una trattenuta ma potentissima capacità espressiva e che emanano una limpidezza morale che incute vero rispetto. Senza che assuma movenze fanatiche, in Dossetti la politica diventa un dovere, e proprio per questo egli può ricercarne il potere: per capacità analiti­ca, per realismo e senso pratico, per ispirazione spirituale, Dossetti va ben oltre l’indignazione, attitudine un po’ facile e a volte paradossalmente disimpegnata.

Ma, ancora più concretamente, alcuni degli obiettivi che egli si pone sono condivisibili da chi affronta in modo critico le questioni politiche dell’oggi: ridare alla politica la capacità di essere un’interrogazione sui fini della società e non solo un assemblaggio di disuguaglianze coperte dall’uguaglianza formale di diritti più o meno ca­suali; perseguire quindi una non estremistica ma radicale politicizzazione della società, nel senso che la politica (lo Stato) sappia dirigere la società individuando e sollecitando in essa, con metodo democratico, ragioni e forme, diritti e poteri; im­maginare infine una democrazia che non si limiti a essere metodo – infatti, quando la democrazia vuol essere soltanto tale, lo stesso metodo (la legalità) non viene rispettato e si rovescia in informità, in eccezione permanente – ma voglia invece essere energia politica di confronto e di competizione, e costituire la forma giuridica di sostanze storiche e di concretezze sociologiche.

La consapevolezza che la politica è potere di governo carico di responsabilità e di finalità, che senza politica non c’è democrazia umanistica ma solo l’ordine non umano della tecnica e la pro­spettiva inumana della sopraffazione universale, è il senso più radicale della posizione politica democratica di Dossetti. La quale è stata una possibilità che, per quanto non certo inerte, non è divenuta pienamente realtà, a suo tempo, benché abbia fecondato parte della riflessione e dell’azione della sinistra cristiana nell’Italia del dopoguerra. Una possibilità che – in dialogo con la laicità più pensosa e meno ideologica, con il pensiero critico più responsabile e meno “alla moda” – dovrebbe ancora essere coltivata perché si inneschi quel grande ripensamento della democrazia di cui il nostro Paese mostra di avere oggi un così grande bisogno. Un ripensamento che tragga origine dalle potenzialità che, anche per opera di Dossetti, sono implicite nella Costituzione, e che, anziché “supe­rarle”, le renda finalmente realtà.

 

Prefazione a G. Dossetti, Democrazia sostanziale, a cura di Andrea Michieli, Marzabotto, Zikkaron, 2017.

Bologna e la svolta centrista del Pd

Non è strano che Casini ed Errani si confrontino alle elezioni a Bologna. Gli eredi di due tradizioni così caratterizzate, come il centrismo forlaniano e la sinistra amministrativa emiliana, stanno bene in due formazioni politiche differenti, come differenti sono le loro idee sul rapporto fra pubblico e privato, sull’organizzazione dei servizi sociali, sui temi del lavoro. Un po’ strano, semmai, è che il primo, Casini, sia candidato nelle liste del Pd, partito di centrosinistra, e l’altro, Errani, ne sia uscito e si presenti per Leu, formazione senz’altro di sinistra, ancorché “di governo”. Generando così, in alcune aree della “rossa” Bologna, un notevole sconcerto, perché alcuni (o molti) che in modo pressoché automatico avrebbero votato Errani – ex presidente della Regione, stimato per capacità personale – si sentono ora chiedere di votare per Casini, stimabile anch’egli ma giustamente alieno dal presentarsi come un esponente della sinistra.

Casini invita a un fronte comune anti-populista; un “voto utile”, insomma, uno “scudo” contro M5S e Lega; un voto che si confronti con i problemi del momento – la sfida degli estremismi –. Errani sostiene invece che sono appunto i problemi del momento a esigere che il voto utile sia quello dato a Leu: sono state le politiche del Pd, infatti, a generare quella crisi sociale dentro la quale si formano le minacce alla democrazia; sono quelle politiche che vanno cambiate, in una logica di discontinuità che ponga rimedio ai danni del passato.

In realtà, la “strana” candidatura di Casini per il Pd a Bologna è il segno, non strano, di una trasformazione centrista di quel partito, cioè di una strategia, seguita alla “non vittoria” di Bersani nel 2013, di apertura del Pd al centro per catturare i voti dell’area moderata che aveva scelto Berlusconi, giudicato ormai declinante dal giovane segretario Pd. Il maggiore successo di questa linea fu il 40% del “partito della nazione” alle elezioni europee del 2014 (un capitale di consensi ormai dimezzato), e il costo maggiore fu la fuoriuscita dal Pd di una parte notevole del gruppo dirigente ex-comunista, che ha seguito, per cercare di recuperarlo, l’elettorato di sinistra deluso dal Pd di Renzi.

La candidatura di Casini a Bologna, ma più in generale la composizione delle liste elettorali del Pd, è il segno che Renzi insiste nella sua strategia centrista: non più perseguendo il sogno maggioritario, ma un’alleanza, per “stato di necessità”, con FI. Le stesse “grandi intese” su cui si è retta la XVII legislatura, con i governi Letta, Renzi, Gentiloni (la defezione di Berlusconi, nell’autunno del 2013, fu compensata dalla permanenza di Alfano). Ora, in campagna elettorale, Renzi e Berlusconi smentiscono di volere praticare accordi di larghe intese, per non regalare voti ai nemici degli “inciuci”. Ma è evidente che se i numeri le renderanno necessarie e possibili le larghe intese si faranno: lo scenario “spagnolo” delle elezioni ripetute a breve termine sarebbe troppo destabilizzante per il Paese, e d’altra parte i neo-eletti resisteranno certamente a un’ipotesi di scioglimento anticipato. Per di più, la continuità delle politiche di risanamento economico e di prudenza fiscale è raccomandata con tanta insistenza dalle istituzioni europee da far comprendere fin d’ora quanto forte sarà la pressione perché, se non ci sarà un vincitore netto, non cambi lo schema attuale: governo di convergenza al centro del centrosinistra e del centrodestra, depurato dagli estremisti.

Una soluzione rassicurante per chi è interno all’establishment, certamente, che tuttavia si espone al rischio di non rappresentare le aree disagiate della società, se la crescita economica si fermerà o sarà incapace di porre rimedio alle ferite sociali e psicologiche che la Grande Crisi ha inferto al tessuto del nostro Paese. Una soluzione difensiva, di cui la candidatura di Casini è l’espressione certo non indegna ma del tutto esplicita.

 

L’articolo è stato pubblicato in «la Repubblica Bologna», l’11 febbraio 2018

“Socialismo liberale”. Tre significati di un libro importante

Fiumi di inchiostro sono stati scritti, giustamente, su Carlo e Nello Rosselli, sul loro assassinio, sul loro contributo al pensiero e alla pratica politica. Da appassionato non specialista desidero proporre in questa sede alcune riflessioni, non di circostanza, sul significato che la loro vicenda può rivestire per noi, oggi. E, data la mia professione prevalente, quella di storico delle dottrine politiche, prenderò spunto dal libro di Carlo, Socialismo liberale.

Il suo primo significato è morale ed emotivo. Ovvero, è un libro emozionante, commovente. Questa vera icona della democrazia, pubblicato in Francia nel 1930, è stato scritto fra il 1928 e il 1929 al confino a Lipari, dove l’autore si trovava per aver fatto fuggire dall’Italia, nel 1926, Filippo Turati, con l’aiuto, tra gli altri, di Olivetti, Pertini e Parri. E poco prima di fuggire egli stesso dal nostro Paese, divenuto un’unica grande prigione per gli spiriti liberi. Sullo sfondo, tre morti: Matteotti, Amendola, Gobetti. Siamo, evidentemente, nella leggenda dell’Italia democratica, nel novecentesco mazzinianesimo più intrepido, in piena continuità ideale con quello ottocentesco. Nasce qui il legame diretto fra Resistenza e Risorgimento.

E siamo così al primo grande insegnamento. La politica è attività pratica di libertà, affermazione di indipendenza e di intransigenza, capacità di resistenza all’oppressione e al conformismo. È slancio e rischio. La potenza dell’organizzazione, le ragioni della compattezza e dell’obbedienza, il rifiuto dei narcisismi individualistici, sono, certamente, condizioni importanti della lotta politica, enfatizzate soprattutto nella storia del partito comunista. Ma il coraggio morale individuale, la libertà di pensiero e di azione, non possono non essere alla radice dell’impegno civile e politico, in ogni tempo. Il saper dire di No, a proprio rischio, deve venire prima del saper dire di Si.

Il secondo significato è storico-intellettuale. Socialismo liberale indica come programma politico: «il socialismo deve farsi liberale e il liberalismo sostanziarsi di lotta proletaria». Con questa frase, scritta in un momento in cui in Italia e in Europa la linea politica egemonica non era né socialista né liberale, nonostante ci fosse spazio ancora per i Fronti popolari in Spagna e in Francia, scritta cioè quando le borghesie non erano più liberali, e i socialismi erano sulla difensiva, rispetto ai fascismi e anche rispetto ai comunismi di obbedienza moscovita, Carlo dissociava il liberalismo dai borghesi – salvo gli elogi per gli imprenditori e i grandi capitani d’industria, una piccola frazione della borghesia – e ne faceva una energia metapolitica, uno spirito di libertà e di umana liberazione, un metodo di rinuncia alla violenza in nome della ragione, di affermazione dell’autodeterminazione contro la coercizione, che intestava ormai non più ai borghesi, asserragliati nella ridotta di uno Stato capitalistico difeso dai fascisti contro i proletari, ma alle forze attive e rivoluzionarie, ai poveri e agli oppressi: ai soggetti che avevano animato il socialismo. A questo erede del liberalismo, del quale doveva essere degno, Carlo chiedeva molto: la rinuncia al catastrofismo di Marx e alla sua filosofia deterministica della storia – così il marxismo era allora prevalentemente interpretato -, il superamento sia dei residui utopistici, mitici e messianici presenti nell’ideologia sia delle riserve sulla democrazia liberale che avevano dato una patina di legittimità al fascismo; chiedeva poi che il socialismo si ponesse come obiettivo non la socializzazione ma la democratizzazione delle fabbriche, non l’accentramento ma l’autogestione, e rinunciasse anche al cinico realismo che crede di essere machiavellico, di saper calcolare i rapporti di potere, ma è invece solo la passiva adorazione dei fatti compiuti (dagli altri).

In questa ricerca dell’azione, nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo, in questo affermare la libertà come emancipazione attiva delle masse e come svolgimento libero della personalità, in questo fare del socialismo, in quanto aderente al metodo liberale, lo sviluppo logico della libertà moderna, Carlo dimostra la propria fede nelle potenzialità della modernità, nel pieno dispiegamento in positivo delle sue risorse, che la coinvolge tutta: la Riforma, l’illuminismo, la scienza, lo sviluppo economico, la rivoluzione francese, e, ma solo in parte, quella russa. Una fede che tuttavia non è superstizioso automatismo, né progressismo positivistico: egli declina la sua idea di libertà, in ciò seguendo Gobetti, non come scetticismo ma come relativismo, cioè come un ideale che necessita, per realizzarsi, del libero arbitrio umano. Da lettore di Sorel – oltre che di Croce dal quale assume con ogni evidenza l’idea metapolitica di liberalismo -, egli sa che il socialismo liberale, erede dello spirito critico moderno, non dogmatico né fideistico, «sarà, ma potrebbe anche non essere». E lo affida quindi alla volontà, all’impegno, e non alla necessità dello sviluppo storico. In inconsapevole e autonomo parallelismo con Gramsci, quindi, anche Carlo, pur nell’avversa fortuna, non rinuncia alla politica, alla prassi, all’azione. Per quanto meno strutturato teoreticamente del grande filosofo marxista, per quanto portato a supplire con la generosità alle difficoltà di coniugare liberalismo e socialismo come dottrine, Carlo tratteggia nel suo libro un progetto ambizioso ma non utopico, un incontro fra culture politiche diverse che avverrà quindici anni dopo, quando democratici, socialisti e comunisti sapranno dialogare e collaborare nello scrivere insieme ai cattolici, dopo una guerra di liberazione combattuta fianco a fianco, la Costituzione della repubblica. Nella quale molte delle suggestioni di Socialismo liberale troveranno solenne e duratura affermazione, a testimonianza del carattere profetico, nobilmente inattuale ma per nulla velleitario, del libro, in cui non sono state disegnate chimere ma delineate possibilità che sono divenute principi fondamentali della Costituzione – si pensi all’articolo tre, che affida allo Stato sociale democratico la realizzazione di un programma emancipativo di massa, i cui contenuti non sono certo lontani dal socialismo liberale di Carlo -. Insomma, il senso del libro non sta solo in un’esortazione morale al coraggio, ma anche in un’analisi ben centrata delle forze in campo, delle questioni aperte. Che Carlo individua, giustamente, nel problema di portare le masse all’interno delle istituzioni e della società, in superamento del liberalismo ottocentesco e del socialismo marxista, e in opposizione rispetto al fascismo, che stava organizzando il popolo per vie illiberali e antidemocratiche.

Il terzo significato, infine, è squisitamente politico e d’attualità. Sia chiaro: enormi sono le differenze fattuali tra la situazione del tempo in cui il libro fu scritto e quella che sperimentiamo oggi. Fascismo e comunismo, socialismo e liberalismo (nell’accezione rosselliana), da tempo non esistono più. Soggettività borghesi e masse proletarie, nemmeno (ricchi e poveri, invece, sì). Oggi il problema politico non è certo moderare l’estremismo socialista e sconfiggere il fascismo, ma semmai fronteggiare quel nuovo determinismo, quella nuova filosofia della storia, che è la narrazione neoliberista, che inneggia alla presunta necessità del «There is no alternative», e riuscire a misurarsi con le potenze economiche, politiche e culturali che hanno scardinato il socialismo liberale, la liberaldemocrazia ovvero la socialdemocrazia, e che mettono a rischio la democrazia stessa.

È qui che Socialismo liberale torna d’attualità. Nell’insegnare la ribellione contro il conformismo, la resistenza contro lo «spirito del tempo» se questo è illiberale o inumano, nel ribadire inflessibilmente l’origine democratica e la destinazione umanistica del potere, nel porre come obiettivo della politica la pienezza civile, morale, economica e sociale di tutti, e non le compatibilità del mercato. La libertà, la giustizia, l’uguaglianza, quindi, non come vuoti slogan, refrain da imbonitori, merce abusata sul mercato della comunicazione pubblica, ma brucianti ideali per i quali vale la pena vivere. Anche se oggi, almeno finora, non è più necessario morire.

Un’attualità tuttavia non declamatoria, ma sostanziata d’esperienza reale, di passione e di concretezza; un’attualità di metodo, di ispirazione, che sconta una discontinuità di contenuti, di circostanze, di contesti: la decifrazione e l’individuazione di problemi e di strategie politiche sono ovviamente a carico nostro, nostra responsabilità e nostro dovere. Oggi, insomma, l’obiettivo è certamente resistere, non cedere allo scoramento, affermare che la democrazia non è accontentarsi delle briciole del pranzo dei potenti (secondo l’ideologia neoliberista del trickle down) ma la libertà materiale e morale di tutti e di ciascuno. E cercare di capire come il capitalismo possa nuovamente convivere con la democrazia, o se invece la possibilità di questa convivenza, un tempo perseguita dalla politica, sia ormai fuori dal novero delle realistiche eventualità. E trarre le conseguenze.

Nella politica come dovere appassionato e come impegno pratico di liberazione individuale e collettiva, quindi, vedo oggi il significato più vero e più vitale di quella concretezza priva di cinismo, di quel coraggio civile, di quello slancio verso l’affermazione della dignità dei cittadini, di quell’immaginazione ardita e realistica, che vibrano in Socialismo liberale e che hanno trovato in Carlo Rosselli un testimone e – etimologicamente e drammaticamente – un martire.

 

Intervento tenuto il 17 ottobre 2017 a Roma, presso la Biblioteca del Senato della Repubblica «Giovanni Spadolini», in occasione del convegno «L’attualità dei Rosselli», organizzato dalla Fondazione Circolo Rosselli. Il testo è stato pubblicato in «Quaderni del Circolo Rosselli», 2/2018, pp. 55-58.

L’Italia instabile e bloccata

L’Italia esce dalla XVII legislatura non meglio di come vi era entrata. Alcuni risultati macro-economici migliori (il Pil, gli occupati) non bastano a smentire questa affermazione: la crescita del Pil va a beneficio solo dei ricchi; gli occupati sono calcolati in modo ingannevole – basta un’ora di lavoro per essere definiti tali – e vanno ben distinti dai posti di lavoro, che sono in numero ben minore e, quelli nuovi, in maggioranza di cattiva qualità. La ripresa, modesta, è trainata dalle esportazioni e non dalla domanda interna: aumentano i poveri, aumentano gli emigrati, aumenta la sfiducia nell’oggi e nel domani. Gli incentivi alle assunzioni non hanno rilanciato l’economia; i bonus da 80 euro non hanno alimentato la domanda; le tutele crescenti restano una promessa e solo le tutele mancanti, l’abolizione dell’art. 18, sono una realtà. Come sono una realtà le crescenti disuguaglianze, economiche e sociali, riferite non solo ai redditi ma anche alle distanze generazionali, all’istruzione, al genere, al cleavage Nord-Sud, all’accesso alla sanità, alla speranza di vita.

Il nostro sistema economico non è ancora in grado di generare occupazione, benessere, ragionevole sicurezza materiale, fiducia nel presente e nel futuro. Questa performance insoddisfacente è dovuta a debolezze di lungo periodo che non si è riusciti a sanare – la Pubblica amministrazione irriformata, l’Università senza una precisa linea di sviluppo, il sistema politico disarticolato e privo di un principio d’ordine, le istituzioni in preda all’affanno –; e queste sono colpe dell’Italia. Ma non si dimentichi che il vincolo esterno dell’euro – voluto a suo tempo più dalla sinistra che dalla destra – esige alcune condizioni inderogabili: l’euro è una macchina deflattiva rivolta contro l’inflazione con cui si è chiuso il ciclo keynesiano; l’euro implica una lettura organicistica e non conflittualistica della società e dei rapporti economici; l’euro implica un’economia dell’offerta e dell’esportazione, non della domanda; l’euro richiede una grande moderazione salariale e una sottomissione di fatto del lavoro alle compatibilità del modello economico, che vuole il lavoro diviso (anche giuridicamente spezzettato), insicuro, flessibile – oltre che relativamente scarso –; l’euro vuole una politica forte il cui obiettivo è di garantire, attraverso la stabilità del sistema politico e attraverso rigide discipline di bilancio, l’irrevocabilità dei meccanismi economici sottostanti, con esclusione di politiche pubbliche non conformi, ossia anticicliche e di deficit spending. L’euro è un’idea e una pratica di società e di politica, oltre che di economia; è una grande decisione, che è stata presa con il Trattato di Maastricht e poi continuamente confermata fino a Lisbona: è stato il prezzo pagato per trattenere la Germania unificata saldamente legata all’Europa, e per dare a questa una chance di sopravvivere nell’economia globalizzata – mentre per la presenza politica dell’Europa sullo scenario mondiale non c’è al momento nulla da fare: gli interessi nazionali appaiono ancora determinanti –.

Tutto ciò serve a indicare il tema di fondo del momento politico; da una parte l’Italia è percorsa da uno sconforto che è anche uno scollamento fra politica (titolare del potere d’indirizzo del Paese) e buona parte dei cittadini (che non si sentono per nulla indirizzati verso il meglio), e su questo sconforto rabbioso e rassegnato si innescano fenomeni di protesta, di risentimento contro tutte le élites, di populismo, che hanno chiare declinazioni antisistema e anche antidemocratiche (l’incremento delle destre estreme è dovuto a quello che è percepito come il fallimento economico della democrazia, a cui si aggiunge la questione dei migranti); dall’altra nessuna forza che abbia qualche chance di esercitare un ruolo politico influente può davvero permettersi una vera radicale rottura con l’establishment economico italiano ed europeo. Tanto la Lega quanto il M5S hanno non a caso messo la sordina (senza però eliminarla del tutto) alla polemica anti-euro: la moneta unica è con tutta evidenza il moloch a cui nessuno osa davvero fare guerra, benché molti siano consapevoli dei suoi alti costi sociali. La polemica fra europeisti e sovranisti si depotenzia parecchio, quindi, proprio in vista delle elezioni, quando ci si sarebbe aspettato un suo rinfocolarsi – aspettativa sensata solo se l’opzione sovranista avesse qualche grado di praticabilità. Il che non è –.

Riappare quindi il cleavage destra/sinistra che a molti sembrava riassorbito all’interno dell’altro, Europa/Stato. Ma riappare a ben guardare anch’esso depotenziato: non è in gioco una scelta di civiltà, una decisione fra modelli di società, ma la gestione della decisione già presa, quella appunto a favore dell’euro e a ciò che esso implica; una gestione che certamente può presentare declinazioni differenti – come la maggiore o minore attenzione a temi non economici quali i diritti civili; oppure, nell’ambito economico, come il privilegiare politiche di incentivi diretti per le assunzioni nell’economia (Renzi), o politiche di investimenti pubblici (la sinistra), o politiche finalizzate alla crescita da cui deriverà poi maggiore occupazione (FI); oppure ancora come le più o meno credibili o estemporanee promesse di attenuazione della pressione fiscale (la destra) o di lotta all’evasione (la sinistra), o di implementazione del reddito di cittadinanza (M5S e FI) –; ma tutto ciò resta all’interno di ciò che per l’establishment è compatibile. In sostanza, destra e sinistra si contendono oggi il potere con l’identico scopo di proteggere, rassicurare, difendere i cittadini dagli effetti più duri di un sistema economico che resterà duro e generatore di disuguaglianze – magari da attenuare ma non certo da colmare –; cioè con lo scopo di apportare correttivi (maggiori o minori) ad alcune leggi sistemiche particolarmente odiate, come il jobs act, la buona scuola, la legge Fornero, e di negoziare con le autorità comunitarie deroghe agli obblighi di bilancio. I mezzi proposti sono diversi, ma identica è la consapevolezza che sui fini non si può più discutere, e maggioritaria è anche la fiducia che, con opportune riforme, il sistema economico possa non essere distruttivo di se stesso e della democrazia; e soprattutto identica è la speranza che la vitalità e la “civilizzabilità” dell’euro, il suo costituire il possibile fondamento di un ordinato vivere civile e di non essere moltiplicatore di contraddizioni e di angosce, sia percepito anche dai cittadini, che quindi passino in tempi brevi dalla sfiducia, ora conclamata, nella politica e nell’economia, alla fiducia (o, almeno, al timore del peggio davanti a offerte politiche troppo radicali).

E anche la richiesta di discontinuità, avanzata dalla sinistra, è più rivolta contro lo stile renziano, contro una politica troppo autosufficiente, divisiva e personalistica ai limiti dell’avventurismo, che non contro le logiche del sistema, di cui si tenta una ridefinizione in senso socialdemocratico – ma se un certo riequilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro è forse attuabile, se un’inversione di tenenza nelle politiche pubbliche è forse possibile, certo un deciso ritorno a Keynes e allo Stato sociale, in un solo Paese, è improbabile; e il superamento dell’orizzonte capitalistico è una mera utopia –. In realtà, tutte le forze d’opposizione – destra, M5S, LeU – sono attraversate ciascuna, più o meno visibilmente, da una frattura tra coloro che con le logiche del sistema, opportunamente riformate, vengono a patti e coloro che invece continuano a farsi portatori di una ribellione più profonda (per la sinistra ciò implica una divisione interna sui rapporti col Pd). Il che lascia supporre un dopo-elezioni all’insegna di probabili scissioni di quegli stessi cartelli elettorali che oggi agli elettori si presentano uniti. E ciò senza dubbio è nella logica di un sistema parlamentare, tanto più se proporzionale, ma certo non aumenterà la legittimazione del ceto politico agli occhi dei cittadini.

Si è detto che la grande crisi apertasi nel 2008 ha trasformato la politica-spettacolo in politica dell’identità, e i partiti elettorali pigliatutto in partiti di ascrizione, anche se non più attorno alle ideologie. In realtà è più corretto dire che la già esile trama del legame sociale si è strappata ancora più profondamente, e che la società si presenta ora come un agglomerato disomogeneo di gruppi poco comunicanti, a cui cercano di dare voce i partiti. Che quindi devono assecondare il pluralismo sociale, ma che certo non conferiscono identità politica ai diversi gruppi quanto piuttosto offrono loro un logo, uno slogan, un volto, per racimolare qualche voto. Il sistema politico è instabile e debole poiché lo è la società. E i partiti sono assertivi nel proclamare la propria presunta identità, anche con esagerate offerte propagandistiche, ma cauti nel prendere impegni perché consapevoli della propria debolezza a fronte della forza dei poteri che strutturano – o destrutturano – il Paese. Del resto, il peso della divisione sociale si è imposto come fattore politico reale quando il rozzo tentativo di supplire, attraverso l’artificio del ballottaggio, la stabilità politica assente è stato bocciato proprio dal confluire contro Renzi e il Pd di tutto il restante arco politico: non si è trattato di uno scontro fra due fronti, ma del rifiuto della riduzione al vecchio Due di quel Tre – la terza gamba è nata proprio grazie alla protesta larghissima degli italiani –. La riforma dell’Italicum, e della Costituzione, era troppo estranea a quello che ormai è diventato il Paese: non tanto perché negava delle identità politiche, che di fatto non ci sono, ma perché non rispettava divisioni ormai divenute strutturali, per sanare le quali ci vuole ben altro che una riforma elettorale. Ci vogliono risultati concreti (posto che siano mai possibili) di stabilizzazione sociale e di ricostituzione della fiducia – non solo proclamati dai vari Dulcamara in circolazione, ma reali, e soprattutto percepiti come reali dai cittadini –. Certo, una legge elettorale migliore del Rosatellum avrebbe aiutato, ma era obiettivamente difficile da realizzare.

Da ciò si comprende sia la duplicità della campagna elettorale – gridata e al contempo priva di idee realmente alternative – sia l’instabilità del quadro politico, che ha un’origine profonda nella sofferta struttura economica e sociale del Paese, sia l’esito prevedibilmente conservativo (un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, secondo l’esito numerico) del test elettorale di marzo per quanto riguarda il modello economico che a differenza di quello politico non è, se non marginalmente, una variabile. Il che è certo nel caso di una vittoria netta della coalizione di destra, e anche nel caso delle larghe intese (o Grande Alleanza) – la vittoria di una inesistente coalizione di centrosinistra è fuori discussione –, mentre solo un’ipotesi di alleanza fra M5S e LeU (o Lega) potrebbe forse avere un valore di (scomposta) scossa sistemica, posto che queste formazioni non si spacchino davanti alla sfida di un governo di vero cambiamento (e in che direzione, poi, non è dato prevedere, poiché Lega e LeU non hanno certo la stessa valenza politica), che incontrerebbe in ogni caso ostacoli insuperabili a livello europeo.

Nel complesso, la riduzione del ventaglio delle prospettive politiche sembra evidente – un deficit di pensiero e di azione – e al contempo è certamente angosciosa, perché si fonda non sul raggiungimento di una prospettiva di sviluppo, ma solo sulla mancanza di alternative, teoriche e pratiche, a uno status quo al contempo instabile politicamente e socialmente, e bloccato economicamente – sia perché immaginato e proposto come privo di alternative, sia perché portatore di uno sviluppo di fatto insostenibile –. E non a caso con la legge «sblocca Italia», si è più che altro aumentata l’instabilità sociale perché si sono privilegiate le logiche economiche meno riguardose degli equilibri territoriali. Sbloccare l’economia dalle proprie interne coazioni per non distruggere la società è, del resto, un’esigenza non solo italiana: anche le magnifiche sorti dell’eurozona, con la crescita economica al 2,5%, è minacciata da una possibile bolla finanziaria per la liquidità generata dalla Bce, e in ogni caso si fonda sulla crescita della produttività e delle esportazioni, non su una prospettiva di maggiore equità sociale.

Con ogni evidenza non è questo un compito che l’Italia può addossarsi da sola: è però in suo potere cercare di recuperare – all’interno dei margini offerti dal sistema economico, e anche forzandoli per quanto si può –, la solidità del proprio impianto statuale, politico, amministrativo, scolastico, oltre che la stabilità della propria società, per potere godere di una crescita più energica di quanto ora non avvenga, e per potere da qui avere maggiori margini di ricostituzione della forza del lavoro e di giustizia sociale. Crescita economica per rendere possibile una crescita sociale grazie a una politica progressiva, quindi – sentiero stretto ma obbligato –, e anche per potere così esercitare un peso maggiore a livello europeo, per correggere lì i trend attuali, ora favorevoli solo ad alcuni Paesi; per modificare lì l’idea e la realtà dell’Europa. Infatti, il peso internazionale delle compagini statuali è ben lungi dal diminuire: la Ue è di fatto costituita da Stati, e l’accordo franco-tedesco, ormai giunto a maturazione, ci dice che quanto più gli Stati sono efficienti tanto più hanno la capacità di orientare le politiche comunitarie. E non è un caso che dalla ideazione e dalla formulazione di quell’accordo l’Italia sia stata esclusa, e le sia stato offerto un accordo-bis con la Francia; mentre un obiettivo che dovremmo porci è un sovranismo realistico, o meglio un neo-statalismo democratico, in vista di un europeismo non subalterno né velleitario.

Abbiamo insomma davanti a noi il compito di stare in questo tempo nel modo migliore, senza illusioni di radicale discontinuità, ma con la consapevolezza che qualcosa la politica può fare per sanare le ingiustizie più smaccate, le disuguaglianze più avvilenti, le inefficienze più clamorose; e che molto si deve lottare per evitare il rischio della decadenza economica, civile e culturale, e perfino del fallimento della democrazia. Rischi incombenti, che vanno nominati e guardati in faccia, da cui non ci solleveranno né le promesse degli imbonitori, né i melliflui canti delle sirene che dicono che tutto va bene, né le urla inarticolate delle arpie.

Sessant’anni fa, la campagna elettorale del 1958 fu impostata dalla Dc sul motto “progresso senza avventure”: era uno slogan conservativo, perché rassicurava l’elettorato che l’apertura a sinistra non sarebbe stata all’ordine del giorno ancora per un po’, e che il miracolo economico sarebbe stato rafforzato e non interrotto. Ma all’interno del sistema politico si agitavano alternative (non rivoluzionarie, certo, ma progressive), che maturarono nella legislatura successiva con i governi di centrosinistra. Oggi, semmai, con uno scatto che faccia uscire la campagna elettorale dalla miseria argomentativa in cui giace, si dovrebbe cercare di convincere l’elettorato che il regresso può essere fermato, e che la politica sa ancora non solo assecondare i trend economici ma anche governarli, con realismo ma senza timidezze, con idee e con energia. Che l’Italia può, senza avventure, tentare l’avventura di sincronizzare la politica, la società, l’economia; di stabilizzarsi (socialmente) e di sbloccarsi (economicamente) al tempo stesso.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Appunti di cultura e politica», 1, 2018, pp. 29-33

La politica delle fratture multiple

Ora è chiaro. Pisapia chiedeva l’impossibile. Discontinuità e “campo largo” si contraddicono a vicenda, poiché il primo termine implica la rottura col Pd o almeno con la sua linea politica strategica e il secondo invece significa che si vuole fare politica alleandosi con esso e anzi che si vuole imporgli, senza averne la forza, alcune scelte – prevalentemente su materie come i diritti – che il Pd non può condividere (il cosiddetto Jus soli farebbe perdere al Pd più voti di quanti gliene potesse portare Campo progressista).

Quel matrimonio non s’aveva da fare. E non si è fatto. Non a caso dopo il suo fallimento lo stesso gruppuscolo di Pisapia si è spaccato in due: da una parte coloro che daranno vita a una lista (civetta) che “copra” il Pd a sinistra, e dall’altra coloro che invece se ne tornano alla casa madre, cioè o Mdp o Sinistra italiana, oggi Liberi e Uguali. Questi ultimi, almeno, la decisione l’hanno presa: correranno da soli contro il Pd. Soluzione che ha prevalso su pasticci e tentennamenti, non assenti in una prima fase – tanto che Emiliano, a nome della sinistra interna al Pd, priva ormai di interlocurtori, ancora prova ad attirare LeU nell’orbita piddina –.

La verità è che la politica maggioritaria e bipolare della Seconda repubblica è oggi inapplicabile e inattuale. Cosa che Pisapia ha capito, fermo, con i suoi consiglieri prodiani, al perseguimento della vittoria sul campo, con un’alleanza vasta di centrosinistra. Anche Renzi a parole finge di credere a questo schema, e si rammarica che Pisapia e LeU lo abbiano fatto fallire: ma è proprio lui  che a Bersani e a Pisapia non ha concesso nulla – a voler correre sostanzialmente da solo, o con l’appoggio di formazioni minori ininfluenti, non tanto per vincere, come pure secondo il solito millanta (ma lo fanno tutti, in realtà), quanto per portare un congruo numero di fedelissimi in Parlamento, nelle aule, ritornate centrali, della rappresentanza libera da mandato, per costituirsi come uno dei players di una maggiornaza tutta da costruire. In ogni caso, con le regole del Rosatellum il primo nemico è il vicino, non più l’inesistente fronte avversario  in realtà , infatti, di fronti avversari del Pd ce ne sono tre: LeU, la destra, il M5S .

Ma non sono soltanto le regole di funzionamento del sistema politico quelle che hanno fatto fallire Pisapia. La verità è che il Pd è il “partito del sistema” e non può, né da solo né in alleanza, essere alternativo a se stesso, ovvero raccogliere il voto di protesta insieme a quello pro establishment. Anzi, il Pd, a differenza della Dc  che era il perno di un sistema bloccato, e che era quindi costretta a governare e a vedere convergere su di sé gli altri partiti –, è segno di contraddizione: non attrae ma respinge. E infatti è rimasto isolato, e può solo sperare nel voto utile, il voto della paura (fondata o infondata che questa sia).

Chiunque voglia riconoscere la vera novità di questa stagione  il collasso generalizzato della fiducia nella narrazione neoliberista, che acclama l’aumento del Pil e ignora l’aumento della disuguaglianza e della sfiducia nella democrazia  e quindi voglia intercettare i voti di protesta ed erodere l’astensionismo, non può offrire sul mercato elettorale un “centrosinistra”. Questa formula  l’assecondamento liberal delle esigenze del neoliberismo e dell’ordoliberalismo  fa parte del problema, non della soluzione. Sono il momento storico e la situazione economica a obbligare infatti il sistema politico a strutturarsi secondo fratture non semplicemente frontali ma multiple e incrociate: fra sistema e antisistema tanto a destra (che per ora riesce a fare l’alleanza fra Berlusconi e Salvini, ma che verosimilmente non la potrà conservare a lungo, dopo il voto) quanto a sinistra, mentre il M5S prova a raccoglierle tutte in sé (costituendo quindi, solo per questo aspetti, una sorta di nuova Dc – tuttavia volutamente priva di capacità coalizionale).

Semmai, c’è da chiedersi se LeU è a sua volta consapevole che la società italiana si sta strutturando per fratture e non per ricomposizioni, e se il suo obiettivo esplicito – recuperare i voti di chi è deluso perché il Pd non è più di centrosinistra ma di centro (e la scelta di Grasso come leader va in questa direzione) – non sia troppo limitato e prudente, e se non sarebbe meglio avere come target non la delusione (che vale il 7%) ma la rabbia dei cittadini, che vale ben di più. Con l’ipotesi minore, infatti, si è schiacciati su una politica di sostanziale continuità col passato pre-renziano (Prodi, D’Alema, Bersani), mentre con la maggiore si potrebbe sparigliare l’intero assetto del sistema politico – certo, sarebbe meglio incrociare leader come Mélenchon, Corbyn, Sanders; ma sarebbero sufficienti anche solo propositi analoghi, espressi da una leadership plurale –.

Una travolgente speranza che nasca da una rabbia bruciante: di questa energia politica c’è bisogno. E, naturalmente, di analisi radicali, invece che di invocazioni di “valori”, smentiti tutti i giorni dalle condizioni materiali di vita di fasce sempre crescenti di cittadini. Essere sinistra “di governo” non deve implicare moderatismo mainstream – sia chiaro, tuttavia, che questo non è un inno all’estremismo, ma è semmai un’invocazione, appunto, di serietà e di profondità analitica –. Solo la discontinuità, non proclamata ma reale, nel pensiero e nell’azione, darà nuova vita alla Repubblica, e farà anche svanire i fantasmi neofascisti che allignano parassitariamente nella disperazione neoliberista e nella desolazione sociale. Insomma, la discontinuità vera è pensare in grande per contribuire al ritorno della grande politica, la vera assente dalle scene di questo Paese.

Il testo qui pubblicato deriva dall’articolo Servono scelte radicali, «La parola», dicembre 2017

Brisighella, i comunisti nella terra dei preti

Non è un’operazione nostalgia quella di Visani e Baldi, un «come eravamo» carico di rimpianti. È una documentazione prosopografica – cioè compiuta attraverso la ricostruzione dei profili di alcune personalità – di una storia: quella di un paese, Brisighella, in cui, per una serie di circostanze storiche legate al forte insediamento cattolico (vi sono nati sette cardinali), il Pci, a differenza di quanto avvenne in quasi tutta l’Emilia-Romagna, fu a lungo all’opposizione – sia pure con percentuali elettorali molto alte – rispetto a una Dc particolarmente radicata. Attraverso ricordi personali, di familiari, di amici, il libro ricostruisce insomma numerose vicende umane e politiche, di lotta, di Resistenza, di militanza, e di amministrazione civica (dagli anni Settanta).

Emergono così dal passato figure e memorie di martiri torturati a morte (Luigi Fontana) e imprigionati (Amedeo Liverani, Luigi Bandini, Gildo Montevecchi) dal fascismo trionfante; di uccisi dal fascismo declinante durante la lotta di Liberazione (Renato Emaldi); di partigiani poi divenuti dirigenti politici e sindacali (Sesto Liverani, Aldo Gagliani, Mario Marabini, Sergio Laghi, Sante Moretti, Amos Piancastelli); storie di fede politica semplice, di militanza e a volte di eroismi senza protagonismo, di lavoro durissimo in una terra povera, di generosa disponibilità al volontariato per la costruzione di Case del Popolo e per la gestione delle Feste dell’Unità, di partecipazione alla vita del partito e del sindacato.

Nulla di diverso da quanto accadeva in tutta l’Emilia-Romagna, insomma, anche dove i rapporti di forza erano più favorevoli alla sinistra. Una storia di emancipazione faticosa, di trasformazione lenta di costumi e di stili di vita segnati inizialmente da passività e da tradizionalismo e poi modificati in senso progressivo appunto dalla maturazione politica e dalla presa di coscienza, dapprima pionieristiche e poi di massa, dal protagonismo individuale, familiare e collettivo, che la politica ha prodotto e assecondato – ovviamente, una trasformazione resa possibile, a livello più generale, dal contesto democratico nazionale e da un’economia che pur nelle sue storture e contraddizioni ha avuto anche effetti modernizzanti, oltre che dalla buona amministrazione gestita dalla sinistra a livello provinciale e regionale, ma anche da una Dc fortemente controllata dalla minoranza comunista, a livello comunale –.

Una storia locale che è anche uno specchio in chiave minore di una storia regionale e nazionale, quindi. E che si caratterizza non tanto per i contorni a volte folkloristici e neppure per i tratti di umana simpatia o di affettuosa vicinanza degli autori ai personaggi narrati – tratti nondimeno presenti, che danno sapore di autenticità al libro –, ma per una evidentissima compenetrazione di politica e vita, di percorsi individuali e di legami comunitari, di serietà esistenziale e di fiduciosa apertura sull’avvenire, di lotta per il progresso e di adesione alle radici di una collettività coesa e consapevole. Ciò che emerge, e che davvero suscita rispetto e commozione, è il compenetrarsi della politica con la vita, della forza di un’idea, di una organizzazione, di un progetto, con la spontaneità e con la quotidianità delle vicende individuali, familiari, sociali, e con la tenacia delle amicizie e delle vicinanze durate decenni.

Al di là dell’ammirazione per le persone e per la loro operosità, al di là del giudizio storico sulla capacità della sinistra di costruire una società cosciente di sé dove c’erano quasi solo miseria e ignoranza, al di là anche di ogni nostalgia per un passato in cui l’Italia, l’Emilia-Romagna e i suoi borghi, seppero crescere con un qualche senso comune, è di questo intrecciarsi di politica e vita che oggi sentiamo la mancanza, nello sbandamento dello pseudo-individualismo di massa, nell’universale subalternità a logiche e a potenze e a narrazioni che ci trascendono e ci impediscono (o lo vorrebbero fare) ogni protagonismo, ogni tentativo di costruire di nuovo il nostro destino individuale e collettivo. La mancanza, insomma, di una politica pienamente legittimata perché vissuta come parte integrante di un percorso di crescita di tutti e di ciascuno, che questo libro ci mostra nel passato non poi remotissimo, a Brisighella, e che non dobbiamo disperare di poter vedere all’opera anche nelle mutate circostanze del presente.

Claudio Visani – Viscardo Baldi, I comunisti nella terra dei preti. Storia e personaggi del Pci. Brisighella, 1921-1991, con una Prefazione di Vasco Errani e una Postfazione di Dianella Gagliani, Faenza, 2017, pp. 224, euro 15.

La recensione è stata pubblicata in «Strisciarossa» il 28 ottobre 2017

 

Cultura e politica

Intervista con Luca Taddio

Nel suo ultimo libro Democrazia senza popolo (Feltrinelli) ha cercato di osservare con gli occhi dell’intellettuale il mondo della aule parlamentari. Quale bilancio ha tratto della sua esperienza politica?

Ho capito quanto sono differenti i due mondi, quello della cultura e quello della politica, che hanno bisogno l’uno dell’altro ma che operano secondo logiche non sovrapponibili se non in minima parte. Questa comprensione è stata un’opera di disincanto che mi ha arricchito. Ne esco più lucido e consapevole anche scientificamente.

Il linguaggio di un filosofo politico e il linguaggio della politica di tutti i giorni possono arrivare a incontrarsi per aprire un dialogo? Oppure sono due mondi ormai agli antipodi?

I linguaggi divergono e anche le finalità degli attori. L’intellettuale vuole arrivare alla radicalità e alla nettezza dei concetti e dei loro movimenti, mentre il politico smussa gli angoli e le asperità perché il linguaggio gli serve per operare, per cercare consenso, non per capire. È però vero che in passato, e in pochissimi casi anche oggi, era chiaro che senza una potente e radicata azione di pensiero, senza egemonia culturale, la politica è cieca, è pura tattica di auto-conservazione, sempre più precaria, dei ceti politici.

Pensa che anche gli intellettuali abbiano qualcosa da rimproverarsi?

Gli intellettuali hanno esibito impegno politico, e qualche analisi intelligente, fino agli anni Settanta. La grande trasformazione neoliberista li ha colti di sorpresa e non l’hanno capita, quando non l’hanno assecondata più o meno consapevolmente. Hanno da rimproverarsi di avere accettato che l’attività di elaborazione culturale venisse ridotta a entertainment oppure a consulenza tecnica, di avere rinunciato al pensiero critico e responsabile rifugiandosi semmai, in certi casi, in compiaciuti sofismi, e di non avere contrastato l’ingresso del neoliberismo nell’Università, che ha comportato la trasformazione di questa in azienda. Insomma, hanno la responsabilità della loro irrilevanza.

I cittadini non si riconoscono più in ciò che avviene all’interno delle stanze della politica. Il risultato di questo fenomeno è una crisi della democrazia rappresentativa; la politica continua a prendere decisioni nonostante la mancanza di appoggio, o il disinteresse, dell’elettorato. Come vive questa “coda di lucertola” un parlamentare? La diretta conseguenza di tale condizione è il populismo?

Il Parlamento, la Camera per quanto mi riguarda, è in realtà solo l’anticamera della politica – e ciò contravviene all’essenza del regime parlamentare -. I ristretti circoli che prendono le vere decisioni politiche sono esterni alla politica istituzionale, perfino al governo, il quale in ogni caso ha una netta supremazia sul legislativo. Sono circoli economici e finanziari atlantici ed europei; sono i grandi tecnici delle burocrazie internazionali; sono i potenti think tank anglosassoni che dettano le agende del discorso pubblico globale. Da questi circoli vengono gli input ai governi, che fanno il poco che possono per contemperare le esigenze dei cittadini e quelle dei mega-poteri mondiali. I parlamentari eseguono, o protestano vanamente (e quando le opposizioni diventano maggioranza si adeguano anch’esse). L’opera di armonizzazione e di precario equilibrio tentata dalle élites politiche non può riuscire, e questo fallimento lascia un enorme scontento presso strati sempre più larghi delle popolazioni. A questo scontento si dà il nome di “populismo ” e di “anti-politica”, benché si tratti di spinte politiche reali che potrebbero aiutare la democrazia.

A suo parere, in che modo è possibile stimolare il coinvolgimento politico dei cittadini?

Il coinvolgimento in parte c’è già, in tutti i movimenti di protesta e di resistenza che nascono nella società in risposta al peggioramento della qualità della vita indotta dal neoliberismo. Il fatto è che sono spontanei e scomposti, spesso fuori bersaglio. E che sono nel complesso minoritari, perché il grosso dello scontento, dell’anomia, si rifugia nella disperazione, nella passività, nell’individualismo subalterno. E, soprattutto, dalle istituzioni in crisi, dai partiti inesistenti, non viene alcuna mano tesa, alcun principio di elaborazione e di forma politica. Così c’è il rischio che la residua energia politica circolante nella società vada semplicemente sprecata. È evidente che la sfida del presente è re-inventare pensiero e azione perché si realizzi il nuovo incontro fra istituzioni, partiti e popolo.

Il tema della quarta edizione del Festival Mimesis è “Navigazioni”. Come si inserisce l’ascesa dei nazionalismi in una società globale e cosmopolita come quella odierna?

Navigare necesse est. Ma una cosa è l’avventura, altra la predazione, altra ancora l’essere preda del «capitalismo estrattivo». La società è sì globale, ma non certo tutta cosmopolita. La maggior parte delle persone nel mondo, anzi, cerca stabilità, appartenenza e radicamento, se non altro come riflesso difensivo davanti alle potenze della mobilitazione globale. I localismi e i particolarismi a base etnica sono l’ovvia risposta al globalismo e alla sua potenza produttrice di crisi. Ma, ironicamente, sono anche un effetto previsto e voluto dai poteri economici mondiali, che preferiscono muoversi in uno scenario di staterelli balcanizzati piuttosto che dover affrontare robuste realtà statuali.

 

L’intervista è stata realizzata in occasione del Festival Mimesis (Udine, 23-28 ottobre 2017)

Chiarezza sulla sinistra

Intervista  con Pino Salerno

 

 

Cominciamo dall’Europa e dalla sua grande fibrillazione, dal 24 settembre tedesco al primo ottobre spagnolo fino al discorso di Macron (con il corollario delle prossime legislative austriache e il referendum farlocco del lombardo-veneto). Ne esce un quadro in cui la tecnoburocrazia di Bruxelles ha responsabilità notevoli, e l’Europa politica si dilania e non fornisce più risposte ai popoli. Qual è il tuo giudizio?

L’Europa non ama gli Stati, e nasce per superarli. Ma di fatto è dominata dagli Stati, ciascuno dei quali utilizza l’Europa e le sue istituzioni per aumentare la propria potenza. Questa è una prima contraddizione. La seconda è che il neoliberismo non ama lo Stato se non per le sue prestazioni penali, e cerca di avere a che fare più con la governance che con i governi. Ma l’Europa non è solo neoliberismo: è anche ordoliberalismo (l’euro), che implica invece un massiccio ricorso allo Stato in chiave di stabilizzatore e neutralizzatore dei conflitti. E questa è la seconda contraddizione. A ciò si aggiunga la terza contraddizione: che cioè lo Stato è sì centrale nell’attuale architettura dell’Europa ma è anche devastato da una crisi economica che tende a disgregarlo secondo linee di frattura di convenienza produttiva e finanziaria. Nel complesso, quindi, l’impulso neoliberista e la morsa della crisi vanno verso la rottura dello Stato per costruire, su basi etniche più o meno inventate, Stati più piccoli e più liberi dai vincoli di solidarietà fiscale che regnano in uno Stato tradizionale. Ma l’esigenza ordoliberista di stabilità e la diffidenza degli Stati europei verso le crisi politiche radicali vanno nella direzione di evitare ogni incentivo alla frantumazione e alla balcanizzazione dell’Europa. Per ora la linea della prudenza è di gran lunga prevalente.

In Democrazia senza popolo hai descritto l’esperienza parlamentare negli anni del renzismo. Come faremo a ricostruire l’Italia sulle mille macerie che hai narrato?

Le macerie ci sono, indubbiamente. Si è ormai affermato un modello economico che funziona solo con la completa subordinazione e privatizzazione del lavoro, e che quando produce nuova ricchezza non la redistribuisce ma la concentra su coloro che sono già ricchi. Un modello economico che produce deliberatamente disuguaglianza e degrado (poiché vieta l’intervento pubblico nell’economia in chiave anticiclica, e vieta anche gli investimenti nello Stato sociale), impoverimento e precarietà non occasionali ma strutturali, competizione ma non conflitti progressivi, abbassamento della qualità delle forme di vita e di produzione materiale intellettuale, con l’emersione di poche isole d’eccellenza, del tutto omologate al sistema. Ne conseguono oppressione e mortificazione generalizzate, crollo della lealtà repubblicana, allentamento del legame sociale, inimicizia universale di tutti verso tutti, individualismo passivo e rassegnato, crisi della democrazia, atteggiamenti anti-politici in realtà funzionali al mantenimento dello status quo o all’insorgenza di politiche di destra. La via per battere tutto ciò è in primo luogo riconoscere la situazione attuale con realismo, senza indulgere in ottimismi di maniera. In secondo luogo si deve affermare un rigoroso pensiero critico che instancabilmente denunci e riveli le contraddizioni insanabili del sistema, a partire dalla universale oppressione, dalla chiusura degli orizzonti vitali, che quasi tutti i cittadini sperimentano quotidianamente. In terzo luogo si deve dischiudere un universo realmente alternativo, che dia spazio e consistenza alla speranza di una democrazia fondata sul lavoro e non sul mercato, e alla fioritura di libere personalità e non di soggetti frustrati. In quarto luogo, non si deve avere fretta di governare: la costruzione di un pensiero pensante e non sloganistico, e di un soggetto sociale dotato di una qualche consistenza, viene prima. Dalle macerie si esce, se si esce, negli anni, non nelle settimane. La politica deve ritrovare il passo lungo e la progettualità, eludendo la trappola della comunicazione e della governamentalità.

Da qui la necessità di costruire un soggetto politico della sinistra, alternativo al Pd renziano, e alle politiche neoliberiste che esso ha prodotto. Tuttavia, dal primo luglio di piazza Santi Apostoli a oggi, l’impasse è purtroppo evidente. Quale futuro? Come riusciamo a contrastare il mainstream dell’informazione che vuole convincerci della fine della sinistra europea e della differenza con la destra? Una destra che ormai è sempre più radicalizzata verso posizioni xenofobe e razziste, e di conservazione di un’Europa intollerante e inospitale?

L’impasse della sinistra non è casuale. Essa si divide – e ormai sembra una divisione irreversibile – fra coloro che puntano a un nuovo centro-sinistra, a un nuovo Ulivo (sulla base del riconoscimento che il Pd di Renzi non è di centro-sinistra, ma che con un’alleanza a sinistra può cambiare) e coloro che vogliono costruire il quarto polo, non tanto di centro-sinistra ma di sinistra, per non allearsi mai con il Pd o eventualmente solo dopo le elezioni e solo dopo trattative sul programma di governo. Si tratta del dilemma della sinistra nell’età neoliberista: accettare la nuova forma del mondo per governarla (così si crede) allo scopo di mitigarne le asprezze, oppure fronteggiarla come un avversario che vuole trionfare sulle conquiste del lavoro e della democrazia? Le sinistre europee hanno seguito la prima via, facendosi battistrada del neoliberismo, per finire a questo subalterne e per essere scalzate dal ben più solido e convincente impianto governamentale delle forze di centro. In tal modo, le forze di sinistra non hanno neppure saputo intercettare il disagio e la protesta contro il sistema a cui esse stesse hanno dato più di una mano, e le hanno lasciate alle destre. Una sinistra che voglia rimediare a questi errori deve proporsi non tanto un generico superamento del capitalismo, ma di instaurare le condizioni politiche e sociali perché al capitalismo si affianchi, con un ruolo di riequilibrio e di governo, una politica certa di sé, ovvero consapevole del fatto che il capitalismo non crea ordine stabile, sviluppo umano, speranza collettiva.

Una siffatta sinistra deve essere guidata da politici credibili, nutrirsi di pensiero non mainstream, non accontentarsi di atteggiamenti liberal e recuperare la concretezza e la radicalità dell’analisi e della proposta. Deve non illudere i cittadini su di una facile uscita dalla situazione in cui siamo finiti come Italia e come Europa. Deve differenziarsi, rendersi riconoscibile, tanto più in un sistema elettorale proporzionale. Deve parlare senza mediazioni con le persone, non comunicare attraverso i media. Deve tornare non tanto fra la gente in senso generico quanto nei luoghi di lavoro e di formazione. Deve battere l’individualismo rassegnato e isterico a cui conduce il neoliberismo, con la prospettiva di una dimensione pubblica ricostruita. Deve insomma essere alternativa al presente stato di cose, e dare risposte ai bisogni reali dei cittadini, riassumibili nella sicurezza democratica. Ovvero la sicurezza dell’ordine pubblico, della civile convivenza; la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro; la sicurezza sulla qualità della pubblica istruzione e della pubblica sanità; la sicurezza del territorio. Tutti obiettivi per perseguire i quali è indispensabile un nuovo investimento sullo Stato, troppo frettolosamente dato per morto, prima che sull’Europa (che resta una prospettiva utile se è gestita da Stati orientati a sinistra).

Ci deve essere, in sintesi, un motivo per cui un cittadino vota a sinistra, e la nuova sinistra glielo deve dire e dare, con un impegno pari a quello che animò i primi “apostoli” del socialismo a fine Ottocento. Nulla di meno è richiesto a chi voglia costruire una sinistra in un mondo che è governato dalla destra economica, e che scivola verso la destra politica. Altrimenti è meglio stare a casa. E qui voglio fare un’ultima osservazione: la mia non è una proposta di testimonianza, come si usa dire oggi, né una predilezione per i partitini. È una proposta di ricostruzione progettuale e di generosa apertura al rischio insito nella politica, che non si propone solo qualche guadagno tattico, ma che vuole pensare in grande e in avanti, o almeno si sforza di farlo. Ed è l’auspicio che dall’impasse finalmente si sia usciti, con radicalità e con serietà, senza esitazioni e senza estremismi.

Ingiustizie e disuguaglianze sociali: è davvero necessario governare per risolverle? Ovvero, Pisapia insiste sul centrosinistra “di governo”, discontinuo rispetto alle politiche renziane, ma evita di proporre come si governano i processi. Che ne pensi?

Sulla base di quanto ho appena detto, è chiaro che il semplice andare al governo non basta. Si rischia di non contare nulla e di avallare politiche in continuità col passato, di sposare tutte le «compatibilità» del sistema. È molto più importante insediarsi nella cultura e nella società con un lavoro di lunga lena e di ampie prospettive, che ricostruisca le persone, la società, lo Stato, la democrazia, l’Europa.

Renzi ha sostenuto che i suoi avversari sono i 5stelle e i populisti, mentre col Rosatellum costringe a coalizioni farlocche pronte a sfaldarsi il giorno dopo il voto. Zagrebelsky invita Mattarella a non firmare quella riforma elettorale a pochi mesi dal voto e indica, insieme a tanti giuristi, gli elementi di indubbia incostituzionalità presenti nel Rosatellum. Qual è l’antidoto, secondo te?

L’antidoto al Rosatellum è stato il Mattarellum o anche il Tedeschellum. Questa nuova brutta legge che martedì si inizia a votare alla Camera è buona per Renzi e per Berlusconi, dato che rende entrambi centrali nel costruire coalizioni, e al contempo spacca la sinistra e toglie qualche seggio ai cinquestelle (i quali in ogni caso, si sono tirati fuori dagli scenari post-elettorali, poiché non hanno e non vogliono avere capacità coalizionale). Ma una legge elettorale da sola non salva un Paese (al massimo lo condanna). Le coalizioni che emergeranno dalle elezioni saranno instabili, soprattutto quella di destra, lacerata tra Salvini e Berlusconi. Secondo quelli che saranno i risultati elettorali concreti, a oggi non prevedibili per la distanza che ancora ci separa dal voto, ci saranno rimescolamenti di carte in Parlamento. È su questi – sulla rottura della destra in particolare – che Renzi, ormai venuto a più miti consigli, punta per avere un ruolo nella politica di domani (e intanto si fa una legge che gli dà il controllo degli eletti, almeno per sette decimi). Francamente, si tratta di scenari tanto deprimenti quanto invece è esaltante adoperarsi per la ricostituzione di un orizzonte teorico e pratico di una sinistra non politicista, ma capace di pensare la politica in grande stile.

 

 

L’intervista è stata pubblicata in «www.jobsnews.it» l’8 ottobre 2017

Vero e falso per me pari sono. Le fake news e il mondo virtuale

In La menzogna in politica (1972), in commento alla pubblicazione dei Pentagon Papers, Hannah Arendt sottolineava che un evento ben reale come la guerra in Vietnam era in verità l’esito di un processo di «defattualizzazione». La politica dei vertici decisionali statunitensi, scollegata dalla realtà, dai fatti empirici, dagli stessi interessi concreti della superpotenza, le appariva determinata dalla volontà di creare un’immagine, un effetto ottico – nel caso specifico, che gli Usa fossero disposti a tutto per impedire al comunismo mondiale di vincere – a cui finirono per credere gli stessi decisori politici.

La posizione di Arendt si fonda sulla antitesi di verità e falsità, di reale e rappresentazione, di politica e di ideologia: i primi termini sono relazionali, storici, produzioni dell’umanità che agisce in comune; e i secondi sono invece espressione di una solitudine del sapere e del potere, della loro incapacità di confrontarsi col mondo e con la sua complessità; una solitudine che è lo sviluppo dell’estraneazione fra politica e teoria già presente, in forme diverse, negli arcana imperii del XVI e del XVII secolo, e nella propaganda ideologica totalitaria del XX secolo.

Per dipanare la questione delle fake news si può prendere il via da qui, per andare oltre. In primo luogo, definiamo questo nuovo termine del linguaggio pubblico come «notizia contraffatta, spazzatura, panzana, bufala, inventata a scopi di polemica o di odio, e diffusa con rapidità dai media e dal web» – il mezzo elettronico di propalazione fa parte della definizione, con la istantaneità, la onnipervasività, la facilità di diffusione e la impossibilità di porvi riparo, che al mezzo stesso ineriscono –. Appartengono alle fake news, a mero titolo di esempio, tanto la tesi sgangherata che Obama non sia nato negli Usa (e quindi non ne potesse essere il presidente) quanto la malvagia invenzione che un gruppo di islamici festeggiasse in un bar a Milano l’attentato di Manchester (per accreditare la tesi dell’odio implacabile dell’Islam verso l’Occidente). Le finalità delle fake news, in generale, hanno spesso a che fare con l’incremento dell’intensità di emozioni politiche, l’odio e la paura, la cui potenza è difficilmente sovrastimabile.

Le fake news di oggi sono differenti non solo rispetto al delirio del Pentagono negli anni Sessanta ma anche rispetto alle vecchie menzogne e alle disinformazioni della propaganda politica della guerra fredda. Infatti, piuttosto che una menzogna mirata, consapevolmente o non, a costruire un mondo raddoppiato, un artificio privo di contatti con la realtà (benché capace di agire su questa) oppure a screditare un avversario reale, la fake news si insedia parassitariamente all’interno di una dimensione che Arendt non poteva conoscere: quella del «virtuale». Che non è un mondo raddoppiato, sotto il quale stia una realtà inascoltata, ma un mondo unico, a una dimensione, costituito da flussi di notizie, di rappresentazioni, di narrazioni: una maschera senza volto, infinitamente cangiante, un logos fluido e al contempo reificato, manovrato incessantemente da centrali piccole e grandi che lo riproducono come unica dimensione d’esistenza dell’umanità. Il virtuale non si sovrappone al reale ma è una simil-realtà onnipervasiva, resa tecnicamente possibile dalla rivoluzione elettronica, dalla digitalizzazione della realtà, trasformata in una bolla mediatica in permanente ebollizione; un mondo incantato, popolato di spettri evanescenti, dall’ambiguo statuto ontologico, che vanno e vengono, appaiono e scompaiono, nelle nebbie dell’informazione e della disinformazione; una dimensione in cui non ha luogo la netta distinzione fra menzogna e verità, fra verosimile e inverosimile. Le fake news, insomma, sono sì menzogna, ma vengono fabbricate e propalate in un mondo virtuale che rende impossibile la distinzione fra reale e immaginario, e sono pertanto una menzogna di tipo nuovo, un’alterazione efficace di un’esistenza collettiva che è ormai tutta trasformata in un flusso indistinto, in una disorientante e cacofonica narrazione a molte voci. Rispetto a quella classica della maldicenza («calunniate, calunniate: qualche cosa resterà») le fake news esibiscono un’efficacia potenziata proprio dal fatto che il mondo virtuale ha perduto l’oggettività del vero e la soggettività del falso, perché tutto, lì, è narrazione, in una universale equivalenza e in-differenza che rendono impossibili comprensione, valutazione e giudizio. Il virtuale è il pensiero unico fattosi mondo, non tanto per l’omogeneità dei contenuti quanto per l’indifferenza ai contenuti.

L’efficacia delle fake news consiste nel lasciare un breve segno, nel produrre un fugace orientamento, uno spin; non certo nel cambiare il mondo, né nel criticarlo; è la verità ciò che libera e critica, mentre l’autore di fake news anche se a volte si crede un guerrigliero che mette un granello di sabbia negli ingranaggi del moloch della falsità virtuale, non fa che rafforzarla, che accettarne la legge di fondo: che non vi è Legge. La fake news – che sia sofisticata e professionale, oppure naif e rozza, scientifica o «fai da te» – è manipolazione della e nella manipolazione: la fake news lascia il mondo com’è, o lo peggiora, intossicandolo vieppiù; in ogni caso ha un’efficacia di tipo emozionale, non cognitivo: esprime ed eccita disagio, odio, fanatismo, sentimenti e risentimenti, in una biopolitica delle passioni ribollente e inerte, assai lontana da quella mirata e unidirezionale della propaganda totalitaria.

È quindi evidente che le fake news prevedono anche l’evanescenza della nozione di responsabilità: tanto da parte di chi le produce, che getta un sasso nello stagno e mai ne risponde, quanto da parte di chi ne è destinatario che spesso è ben lungi non solo dal potere esercitare critica e controlli, ma anche dall’immaginare che ciò debba essere fatto, e si affida piuttosto a un automatico riflesso di fiducia, o di neutrale passività, verso la rete, come un tempo verso la televisione – e, naturalmente, chi ne è vittima non ha difesa, nel mondo virtuale –. C’è qui un principio d’autorità di nuovo tipo: poiché non c’è più alcuna autorità, tutto quello che viaggia nei media è narrazione che si autoalimenta. È il mezzo (la virtualità elettronica) che dà al messaggio la patina della verosimiglianza in un oceano dove tutto equivale a tutto, e dove la stessa idea di un controllo a monte o di una responsabilità a valle è difficilmente concepibile oppure è vista come un’autoritaria ingerenza – questa sì illegittima e ingiustificata, perché del tutto allotria rispetto al virtuale – nella libertà della comunicazione. Una libertà che è piuttosto una gigantesca prigione, una sfera comunicativa che in realtà non è fatta di comunicazione, cioè di rapporto dialogico fra soggetti: piuttosto, quella comunicazione – tanto che abbia un andamento top down quanto che pretenda di assumere la direzione bottom up – è una mediazione immediata, abitata da comunicatori, tutti (tanto i   singoli quanto le grandi centrali di informazione, di disinformazione e di orientamento mainstream della opinione pubblica) risucchiati all’interno della bolla virtuale. E proprio per questo predominio del contesto la fake news può sì essere pensata come strategica rispetto a un fine, e quindi riconducibile al classico rapporto di causa ed effetto, ma è più interessante come espressione della fine dei fini, ovvero del nostro vivere immersi in un universo mediatico, come funzione di questo, e al contempo come manifestazione della tendenziale scomparsa dei fatti – o del loro occultamento –.

Il mondo virtuale non è quindi propriamente un regime di verità: è piuttosto la società aperta che implode su se stessa, che realizza nel massimo di visibilità e di trasparenza il massimo di opacità, è un regime di oscurità che attraverso l’eccesso e la dissonanza di news produce un impersonale «effetto Babele», di inclusione fino alla saturazione, un dominio in cui tutto è accolto e tutto è depotenziato: un dominio in cui vero e falso trascorrono l’uno nell’altro, inafferrabili. E in cui quindi anche la fake news, parola scritta sull’acqua o piuttosto sulle onde elettromagnetiche, ha in sé tanto la permanenza e la capacità di orientamento – infatti agisce lasciando una traccia, un sedimento –, quanto l’evanescenza, l’elusività, la non rintracciabilità.

Ma il virtuale destituisce di fondamento non solo la solida realtà, le distinzioni nette fra vero e falso, sì anche – sussumendole in un oceano di chiacchiere, pettegolezzi, stereotipi, confronti televisivi – cannibalizza la rappresentanza politica e l’opinione pubblica: astrazioni concrete ed efficaci, istituzionalizzate o fluide che siano, che la modernità politica ha escogitato per agire politicamente e per controllare il potere; astrazioni, certo, ma pubbliche, istituite, articolate e differenziate, al cui interno può darsi un vero conflitto fra diverse verità, o diverse menzogne, ascrivibili a settori della società, a parti politiche determinate. Da queste determinazioni e da questo conflitto nasceva la possibilità di distinguere, per confronto reciproco, per frizione di interessi e di valori, il vero dal falso; intesi, questi concetti, nelle uniche accezioni praticabili, cioè come saperi dotati di qualche permanenza pur nella loro contingenza, sottoponibili a critica, iscrivibili in una dialettica.

Il virtuale, invece, è l’espressione di una società – quella dei decenni del neoliberismo, dei suoi trionfi e delle sue crisi – che è stata disarticolata in una moltitudine di individui solitari, la cui comunità è, appunto, risolta nella virtualità, nella “amicizia” di facebook; di una società in cui le ragioni del conflitto sono inibite e non espresse, e si trasformano in esasperazione, risentimento, frustrazione, di cui nel virtuale si dà manifestazione non sublimata ma immediata e impotente; in cui la lotta politica si fa con le fake news e con le contro-fake news, in una rincorsa in cui tutti si atteggiano a vittime e tutti si comportano come sicari. Nel virtuale, insomma, si consuma l’impotenza della politica – che esige concretezza e verificabilità – e vengono a cortocircuito tanto il soggetto quanto l’oggetto e le loro relazioni significative. Il significato politico del mondo virtuale sta in questo suo sostituirsi alla politica; e in ciò – e solo in ciò – il virtuale è un potere reale. Che sia una delle facce del potere economico, che sia sorretto da un esplicito disegno di «poteri forti» o che sia uno sviluppo incontrollato di logiche e di tecnologie smaterializzanti iscritte nel DNA del neoliberismo e della rivoluzione elettronica, non è qui il caso di discutere: in ogni caso, il mondo virtuale è un ordine paradossale, fondato sull’indisciplina più che sulla disciplina. Un ordine che non indirizza da una parte piuttosto che da un’altra; piuttosto, agisce impedendo l’orientamento e il giudizio.

La scomparsa della realtà oggettiva, e della verità in senso ontologico e fondativo (realtà e verità sono tematiche che viaggiano affini e vicine), è, certamente, implicita nella modernità, l’epoca in cui non si può più dire, con Paolo (Rm 3, 4) «Dio è verace e ogni uomo è mentitore» proprio perché lo sforzo della modernità è costruire la verità come opera umana e non di accettarla come Oggetto esterno al soggetto. È profondamente iscritto nell’epoca moderna il passaggio dalla verità all’ordine artificiale, dalla realtà alla effettualità, dalla affermazione alla rappresentazione. Il vero, privato del suo ruolo di sostanza fondativa oggettiva, «è l’intero», ossia sono i processi storici dell’umanità – e la storia è l’unica realtà –, i progressi nei diversi saperi, le relazioni collaborative e conflittuali, genealogicamente ricostruite e criticate. Un vero tutto umano, risolto nel sapere costruttivo ma anche nel confronto, e quindi un vero relativo e in movimento; un vero che è essenzialmente critica.

È il vero moderno – non quello ontologico – la vittima del virtuale, che ne costituisce forse l’estremizzazione e certo il superamento in negativo; se nella modernità scompaiono il vero e il reale come oggetti e diventano soggetti in relazione, oggi nel virtuale è appunto la relazione e a scomparire: lì tutto coesiste immediatamente con tutto, perché tutto è indifferente. Adorno poteva dire, nell’età del totalitarismo e del tardo-capitalismo, «il tutto è falso»: della dimensione virtuale si può dire, per rimanere nell’ambito della filosofia classica tedesca, che è «la notte in cui tutte la vacche sono grigie». Ovvero, è appunto la dimensione della «post-verità», o meglio della «post-critica», della «a-criticità». L’ultima fase della modernità è così un’ulteriore complicazione della questione della menzogna, che diventa sempre più inafferrabile, e che ai suoi lemmi e dilemmi classici – verità, veridicità, autenticità, trasparenza, sincerità, rispetto di sé, degli altri, dell’oggetto – aggiunge ora la dimensione del falso-vero e del vero-falso: il virtuale, appunto.

All’incantesimo del virtuale, all’oscurantismo della trasparenza, ci si deve potere sottrarre con un nuovo illuministico disincanto. Si può in prima battuta dare credito alla via giudiziaria. Esistono leggi, vecchie e nuove, che pretendono di far valere, rispetto a esso e contro di esso, il reale; di perforare la bolla, insomma, e la sua autoreferenzialità. E che quindi si propongono di censurare le fake news, di rimuoverle, di rettificarle, di sanzionarle – a partire dall’art. 656 c.p. che vieta e punisce la diffusione di notizie false e tendenziose –. In realtà, il ritorno sulla terra, alla solida realtà, attraverso la via giudiziaria, è rarissimo e lentissimo, e se può in certi casi risarcire tardivamente persone offese non modifica l’efficacia, quale che sia, della fake news – o a volte la amplifica –.

Più radicalmente, da ogni parte giunge l’appello alla critica per aprire brecce nella nichilistica compattezza del virtuale. Infatti, la qualità di «falso» della fake news è solo all’apparenza determinante, mentre realmente decisiva è la sua appartenenza al mondo virtuale, alle sue ontologiche ambiguità. Il falso, all’interno del virtuale, è inafferrabile. E quindi non si può sensatamente lottare contro le fake news se non uscendo dalla stessa dimensione del virtuale, o facendola deperire; se non praticando un nuovo e più potente disincanto, volto al recupero della verità moderna: cioè praticando confronto e conflitto, relazionalità e criticità. Ovvero, uscendo dalla solitudine – che si vuole onnipotente ma che è impotente – del web, e ponendo le condizioni perché si ritrovino persone e cose, istituzioni e partecipazione; perché si riattivino la socialità e l’attività contro la passività e l’inerzia del virtuale.

Ma quale critica? Posta in essere da quali soggetti? Educati da quale scuola? Mossi da quale intento di autonomia? Interrelati fra loro in quali gruppi? Praticanti quale dialogicità? Come si vede, la riattivazione della critica implica cultura lungamente praticata, consistenza e articolazione della società, istituzioni educative non corrive verso gli imperativi dei tempi e verso le forme vitali dominanti. Condizioni esigenti, difficili, che si collocano fuori dal mondo virtuale, e che implicano un forte intervento della politica.

È la politica reale che si deve affermare contro la politica spettrale del virtuale; una politica fatta di poteri diretti, di responsabilità, di interessi che confliggono e si compongono in mutevoli equilibri, di visioni che non si chiudono in se stesse. Una politica che all’anonimato e all’impersonalità passiva del virtuale, al suo regime di post-verità e di a-criticità, alla mediazione immediata, oppone non una improbabile imparzialità o una chimerica oggettività ma una mediazione mediata, storicizzata, sottoposta a critica: una mediazione sociale e istituzionale costituita dal franco confronto fra tesi esplicitamente parziali, non un impossibile terreno solido ma la presenza delle persone, dei gruppi, degli interessi plurali, e il movimento intellettuale e sociale della critica. Ovvero, una democrazia matura e responsabile, portatrice di un nuovo umanesimo. Le cui caratteristiche categoriali siano la presenza concreta (dell’Io, dei gruppi, delle istituzioni), il movimento, il conflitto, il pluralismo, in aperta opposizione alla ribollente staticità e alla multiforme univocità del mondo virtuale. A tal fine non è sufficiente la franchezza della parrhesia individuale: il nuovo umanesimo passa attraverso la nuova criticità collettiva, attraverso la consapevolezza, eminentemente politica, che per criticare il falso si deve criticare l’intero che lo ospita.

Il saggio è stato pubblicato con il titolo Menzogna e verità: le fake news nel mondo virtuale in «Italianieuropei», n. 3, 2017, pp. 24-33

Europe State and Democracy

The fundamental theses I would like to present are the following.

A) The European Union [NOTE 1] and its democracy are in crisis. The crisis is caused by several factors: first, the internal contradictions of the economic form of the European Union (ordoliberalism) and of the structure of the international economy (neoliberalism) [NOTE 2]. The second factor of crisis is that Europe is not a coherent political space, and does not have a common strategy to face the challenges that arise outside and inside his boundaries [NOTE 3]. The third factor of crisis is Europe’s lack of capacity to govern peoples’ migrations from Asia and from Africa. Deep social inequalities, political divisions among the European States, alarm and fear among the weakest strata of society due to what is conceived of an invasion of unassimilable aliens, the threats of terrorism: all of these elements undermine the political loyalty of citizens towards the European projects, the democratic institutions of each State, the contemporary forms of politics; furthermore, they open the door to populist, xenophobic, nationalist and anti-democratic political proposals [NOTE 4]. Fear divides society, since the cleavage between citizens and migrants is deepened by the one between those who are integrated and those who are marginal, but it also divides the States, because each of them formulates its own strategy for facing these challenges.

To recall what Frans Timmermans, the vice president of the EU, said on September 2 during the forum Ambrosetti in Cernobbio: «until we find an answer to the legitimate fears of our citizens, there will be space for the politics of paranoia, intolerance, xenophobia, nationalism, and exclusion as a false solution. We can neither give up, nor underestimate the risk of this challenge».

B) The objective, obviously, is turning Europe into the space of democracy, where civil and social rights exist together. From being one of the problems, the European Union must become the solution.

To this end we require a political energy that can not be immediately found in the cultural traditions of European history. As a matter of fact, these traditions have legitimized everything and its opposite: humanism, the most typical european tradition, lead to the triumph of technique; modern liberalism turned into the subject’s enslavement to the market; socialism and nationalism produced totalitarianism, and the same Christian tradition generated also civil wars of religion.

On my opinion, the political energy of Europe lies in democratic States and in the farsightedness of their élites. By farsightedness I mean the national élites’ awareness that steps forward the political and legal integration of Europe are needed, that they need to assess the economic and social causes of the current crisis, and that the direction of the policies enacted so far should be reversed; that the objective to be pursued is not only the growth of GDP, but rather full employment; that internal demand rather than exports should be fostered; that the legal and economic reassessment of labour should be supported, whereas the social and political centrality of the market should be undercut; that social justice must be chased.

The main instrument of this political and economical revolution is the State. In fact, only States legitimized by their citizens’ loyalty are capable of engaging in a real european cooperation. States which are weak, in crisis, shaken by fear and by populism, will never find a way out to their own selfishness and will always be exposed to the power of transnational corporations, to populist blackmail, and to the critics of anti-european politicians.

The State is not intrinsically nationalist. In our days it is the burden of a coercive economic structure (whose goal is growth without justice, wealth for few and subordination for the majority) leads the States towards short-sighted and opportunist behavior and societies towards rebellion. On the contrary the State has the potential of being internally democratized through a new civism, if the political forces are able to oppose in a plausible way ‒ with radical analysis and proposals ‒ the populist protests. Obviously, claim for personal and collective responsibility, together with civic participation at the level of cities, are needed; but without the power of the State, and without the existence of farsighted élites, civism has not the strength to win the challenges the democracy is facing now.

In reality, the historical and political “nature” of Europe lays in the pluralism of its States, and in the dynamism that those entails, in terms of imagining alternative futures. Now that the «frames» of the two victorious superpowers that shaped two Europes have been dismantled, we should think the new Europe freed from the iron cage of a unquestioned economic model and from xenophobic closing of some of his components.

In short, my main point is that democracy in Europe can be strengthen by increasing the democratic character of the communitarian institutions – insofar as it is possible ‒, but that it is first of all necessary to increase the democratic character of the member States, by enacting economic and social reforms that could make them less selfish and more cooperative.

C) This means that politics is not the simple management of existing relations of power, but rather the thrust (organized by the State) towards individual and collective emancipation (that is, democracy), which in turn is the condition for transforming the jungle of powers into the progressive order of the free city of Man, where his rights and capacity can flourish.

In other words, it is necessary to reassert the primacy of politics in its most significant space: the democratic State. Only through the culture of democratic politics – rather than of technocracy and hyper-capitalism – can more extensive forms of european cooperation be thought of.

***

[NOTE 1]. Europe as a real or alleged unitary construction has a hybrid and fluctuating nature. It arose in the moment when Europe’s weakness was at its peak, as it was defeated and divided. It was born as strongly political, since Spinelli’s federalism envisaged a neutral European super-power between the US and the USSR; afterwards, in 1951 it became economical with the European Coal and Steel Community, and then presented itself again as political with the attempt of the European Defence Community, aborted in 1954. The reaction to this failure ‒ that is the European Single Market established in 1957 ‒ was once more economical and functionalist, while the further development has been again political, economic and technocratic, from the Europe of Maastricht in 1992 ‒ governed by the Commission and the Council of the heads of State or government, with an intergovernmental method ‒ up to the Fiscal Compact in 2012.

[NOTE 2]. The crisis of the European Union in its current configuration ‒ which was made visible by Brexit, but also by the ongoing configuration of a “two speed” Europe ‒ goes hand in hand with other crisis. First, the crisis of globalization, which has been established by the same Anglo-Saxon right-wingers who are now trying to end it, and which is exemplified in Trump’s war against those who have gained too much from globalization, that is China and Germany. Second, the economic crisis that began in 2008 and that in ten years left the society weakened and characterized by deep economic and social inequalities. Third, prospectively, the possible end of the European Union implies the very end of postwar Western democracy.

But the common currency itself has structural problems. Euro is a deflating device which forces the States to switch from the competitive devaluation of national currencies to the economic and legal devaluation of labour, and to competition on exports, in an unending neo-mercantilist drifting. Molded on French hypothesis, culminating in the Delors memorandum, the Euro has come to overlap with the Deutsche Mark and with its underlying ordoliberal conception. In fact, the «highly competitive social market economy» mentioned in the Lisbon Treaty is nothing but Ordoliberalism, with its theory according to which market and society overlap, and the State – that is, in the European model, communitarian institutions – is the guarantor of the market.

The double heart of Europe – that is, on the one hand, the political guide of France, and, on the other hand, the economical pull of Germany – here reveals its ambiguities: France holds but an illusory primacy, and Germany pulls above all its own economy, its own exports, and the national economical system of those States that are incorporated in a subaltern way in its own economic space. Yet, between 2003 and 2005, Germany itself had to orient Ordoliberalism towards Neoliberalism, with the Schröder-Hartz reforms. In any case, since the postwar period, Ordoliberalism has stabilized Germany, whereas today it potentially destabilizes European societies.

[NOTE 3]. Political spaces in Europe are multiple and interlaced. There are the spaces of States, designated by physical and legal walls; there is the NATO space, which identifies a heated Eastern frontier, and which is in turn crisscrossed by tensions among the former USSR satellite States, the countries more shaken by anti-Russian sentiment; there are those States with an old and moderate Atlantic loyalty, among them Germany; there is the frontier between the Eurozone and the areas with national currencies; and, above all, there are cleavages within the Eurozone, namely the spreads and the crucial differentiation between debtor and creditor States. Furthermore, there is a German economic space, the heart of the Eurozone, that entails a large-scale division of industrial labor and includes different economies in a hierarchical way. But the German economic space and the German political space do not overlap: many countries factually subsumed in the German economy have a foreign policy removed from the German one, rather oriented towards the USA than towards Europe. Generally speaking, the status quo is favorable to Germany. However, it presents also some drawbacks, like the political controversy with the weak links of the chain of the European currency, the southern States.

[NOTE 4]. Those phenomena defined as “populism” are in fact the protests of a society that has been impoverished and deprived of its certainties. These protests are addressed against the limitless demand for profit within the economic system, and against a political system that supports that demand rather than balancing it. The opposition between «us» and «them» is the political translation ‒ which seems anti-political only at a first glance ‒ of the abyssal difference established in Western societies between few wealthy and many poor or impoverished people, especially coming from the middle classes. Economic problems such as that of the Euro – which is crucial, but cannot be easily solved ‒ come up beside those deriving from uncontrolled migration, which the European Union does not face but rather leaves to the management of individual States.

 

Keynote Speech at the «International Congress for Democracy and Freedom»; Berlin, September 9th , 2017 (organised by «Internationales Literaturfestival Berlin», September 6th -16th, 2017).

Difficoltà e prospettive della sinistra

Il nuovo soggetto politico che si forma a sinistra del Pd è nella condizione di «stato nascente», ovvero è indeterminato e aperto a molte soluzioni. L’altra caratteristica dello stato nascente, ovvero la ricchezza esplosiva d’energia, è invece assente.

Quindi, l’indeterminatezza si trasforma in difficoltà, in incertezze. Come si è già visto in altri recenti tentativi di far nascere soggettività politiche a sinistra, anche in questo caso – con un imbarazzante effetto di deja vu – non si riesce a decifrare ciò che avviene (la «fase») né ciò che si deve fare (la strategia, prima ancora che la «linea»).

All’apparenza, o meglio a un primo livello, la difficoltà sembra consistere nel dualismo fra la linea «Pisapia» e la linea «Mdp». Dove il primo elemento implicherebbe la «novità» (per quanto mediaticamente costruita) e il «campo largo», cioè l’uscita, almeno tentata, dal perimetro della sinistra tradizionale (posto che lo si possa ancora definire); mentre il secondo rinvierebbe all’organizzazione efficace sul territorio, a figure dirigenziali più sperimentate (o più logorate) come Bersani e D’Alema, e a una connotazione più centrata sul «ceto politico». La strategia in entrambi i casi è indicata come la «ricostituzione del centrosinistra» (con o senza trattino, a seconda che si pensi ad alleanze post-elettorali col Pd, o invece a costituirsi come autonomi e alternativi ad esso – cioè come il «vero» centrosinistra, dato che il Pd ha tradito la sua mission originaria – ).

Questo dualismo, ormai esplicitato con chiarezza, si è spinto fino all’ipotesi di preventivo scioglimento di Mdp nel nuovo contenitore «Insieme», ipotesi rinviata a tempi più maturi, ma non respinta, perché è chiaro che non si potrà andare alle elezioni, né da nessuna altra parte, con una federazione di sigle priva di progetto. Ad esso si aggiunge la difficoltà di rapporto con Sinistra italiana e col movimento di Falcone e Montanari, che forse potrebbero prestarsi a essere l’ala sinistra dell’eventuale nuovo soggetto unitario di centrosinistra, ma non sarebbero disposti ad allearsi con il Pd. Da qui discende la difficoltà di decidere o di prevedere se alle elezioni vi sarà una lista a sinistra del Pd, oppure due.

Ma a monte di queste difficoltà di tattica politica stanno difficoltà strategiche. Difficoltà a misurare bene la crisi del neoliberismo, aggravata dalle pastoie dell’ordoliberismo, che è una crisi della società intera, di tenuta del legame sociale e della lealtà democratica. Una crisi che ha distrutto, nel nostro Paese, l’intera sfera pubblica, privando l’Italia di dibattito intellettuale (reputato inutile o ridotto a mera chiacchiera televisiva) e di innovativa azione politica (di fatto impossibile o velleitaria). Difficoltà, inoltre, a misurare la crisi del Pd, cioè della prospettiva del neoliberismo liberal, del partito borderless a vocazione maggioritaria; una crisi irreversibile a cui si offre la prospettiva riparatoria del centrosinistra rinnovato, o del ritorno all’Ulivo.

Da questa difficoltà di analisi discendono le difficoltà strategiche, ovvero l’incapacità di decidere se si vogliono i voti degli elettori del Pd dissenzienti dal renzismo ormai divenuto una ossessiva vicenda personale – mentre il Pd che subisce ogni giorno smottamenti di ceto politico e che sta risultando privo di appeal se non presso chi ha qualche bene al sole e teme di perderlo – oppure i voti di chi detesta radicalmente il Pd e il sistema di potere che esso malamente sorregge, come un sistema impoverente ed escludente (e più si sostiene che in realtà il Pil va bene, e le esportazioni pure, più si attizza la rabbia dei cittadini sui quali questo miglioramento meramente statistico non ricade – cioè la rabbia della stragrande maggioranza degli italiani –).

E di lì discendono anche le difficoltà a definire l’orizzonte dell’impegno del nuovo soggetto politico, e a decidere se questo sia determinato dalle prossime elezioni e dall’obbligo di essere presenti in parlamento, oppure se si abbia una prospettiva di più lungo respiro, quella di impiantare in Italia una sinistra che sia forza di ricostruzione del Paese e della società su basi larghe e nuove rispetto al lungo ciclo distruttivo apertosi negli anni Ottanta.

A quelle difficoltà è da ricondurre anche la disputa se la nuova sinistra debba essere identitaria o di governo, dove il primo termine, solitamente usato in senso spregiativo, designa una presunta purezza ideologica (ma quale?) refrattaria a contaminazioni e ad alleanze, il secondo una disposizione a conciliarsi col mondo così com’è, razionalizzandolo con «riforme» – ed è ovvio che la sinistra che nasce dovrà essere tanto identitaria, ovvero certa di sé anche culturalmente, quanto capace di governare il Tutto muovendo da una Parte in alleanza con altre –.

La sinistra non sa decidere fra questi dilemmi – che i politici in generale non amano mai –, ma non può neppure sperare di evitarli esercitando l’antica doppiezza, o la complexio oppositorum, strategie praticabili da grandi partiti di massa come il PCI o la DC, ma non da una piccola forza quale essa è destinata a essere, nell’immediato. E non sa decidere perché sono vere entrambe le ipotesi di base dell’analisi della società, che cioè i cittadini vogliono discontinuità (chi ha perduto, nella grande crisi) ma anche sicurezza (chi ha ancora qualcosa, per poco che sia). Perché è vero tanto che l’attuale sistema economico è insostenibile e impoverente, quanto che nessuno ha idee radicalmente alternative o la forza di realizzarle. Perché è vero che gli esponenti del vecchio ceto politico che oggi si propongono come portatori di discontinuità sono fra i responsabili delle sconfitte storiche della sinistra, ma è anche vero che il nuovo ceto politico stenta a trovare in sé idee, energie e motivazioni (a parte Renzi, la cui personale ambizione è davvero notevole).

Questa incapacità di decidere si è manifestata anche nei rapporti con il governo, rispetto al quale i gruppi parlamentari di sinistra (a parte SI) si sono alternativamente collocati tanto con la maggioranza quanto con l’opposizione. Al di là degli evidenti motivi di tattica politica, questa indecisione rispecchia tutte le difficoltà che si sono enumerate.

Eppure, la decisione serve appunto a risolvere le situazioni che non presentano in se stesse una chiara linea evolutiva. È una scommessa, non sconsiderata, sul futuro. Di questa decisione – da parte di un ceto politico credibile e convincente perché convinto – c’è bisogno perché in essa sta l’unica energia politica che in questo momento aurorale si può mettere in campo. Tutti a sinistra, insomma, devono dismettere l’attitudine epigonale, da «ultimi giorni» e collaborare a un «nuovo inizio». Detto in altri termini, solo da una decisione chiara può nascere un messaggio chiaro agli elettori, senza il quale non è probabile che la sinistra nascitura sia un neonato vitale.

E non è per nulla sufficiente che la decisione sia l’esito obbligato del sistema elettorale proporzionale al momento voluto da Renzi: se oggi questo obbliga la sinistra a presentarsi sola alle elezioni, e quindi ad accentuare le distanze dal Pd, che cosa succederebbe se un ripensamento (propiziato da Prodi) portasse Renzi a impegnarsi per un nuovo sistema maggioritario che premiasse le coalizioni? Forse si andrebbe a un’alleanza pre-elettorale col Pd, e si definirebbe questa alleanza il «nuovo centro-sinistra»? Come è evidente, a sostenere la nascita del nuovo soggetto politico devono esistere motivazioni politico-culturali più forti che non la legge elettorale, motivazioni che nascono da analisi autonome e radicali, e da progetti ambiziosi e di lungo periodo. Nonché dal riconoscimento del sostanziale fallimento storico del centrosinistra, almeno nella sua veste di partito unico (il Pd) appaesato in un contesto bipolare – un fallimento che è tutt’uno con la crisi dell’ordine economico neoliberale e dell’assetto dei poteri e delle istituzioni nel nostro Paese –.

Dare risposta ai problemi veri del Paese (lavoro, PA, scuola, università, gestione del territorio, criminalità organizzata, immigrazione, crollo dello spirito civico) in un contesto di debolezza economica e sotto i vincoli dell’euro, non è una questione di spot, di bonus, di narrazioni; è un’impresa titanica che implica la ripoliticizzazione della società, la riculturalizzazione della politica, la ricostruzione della sfera pubblica, in un contesto, per di più, oggettivamente favorevole alla destra. Se non si ha questa consapevolezza, si resta nella subalternità o nel velleitarismo. Se la si ha, si può mettere mano a un disegno di spessore storico, sapendo che la cultura politica non si inventa dall’oggi al domani, e che lo stesso si deve dire del radicamento sociale, dei leader, delle classi dirigenti.

Niente fretta, quindi, o meglio, festina lente, «affrettati lentamente». La sfida elettorale non è la più importante, benché sia incombente; il ragionamento deve estendersi molto oltre di essa, senza governismi né isolamenti aprioristici. Soprattutto, la guerra di movimento elettorale non potrà essere per ora altro che guerriglia; ben più importante è rifondare le basi di una guerra di posizione di lungo periodo. Per rifare l’Italia da sinistra, e per dare agli italiani una protezione che passi non attraverso le ricette escludenti della destra ma che si fondi sul recupero dei diritti e della speranza, a partire dalle condizioni materiali di vita, di studio e di lavoro.

È chiaro che questo soggetto – in sintesi, un quarto polo che farà alleanze quando sarà abbastanza robusto per non essere subalterno – dovrà darsi presto, ma non affrettatamente, strutture democratiche e organizzazioni trasparenti, e che dovrà quanto prima smarcarsi dal governo e dalle sue politiche. Ma soprattutto dovrà dare l’impressione di volere esistere, di volere radicarsi nella società, di voler durare, di volere affrontare problemi veri con ambizione vera.

Sessant’anni fa, nell’anno che chiuse la seconda legislatura repubblicana, la DC si preparò alle elezioni con un governo di transizione, quello di Adone Zoli (galantuomo antifascista) e andò alla prova elettorale, in pieno miracolo economico, con lo slogan «progresso senza avventure», perché gli italiani non si spaventassero dei tentativi di apertura a sinistra, che infatti rimasero frustrati anche nel corso della terza legislatura. Oggi, il partito che regge il maggior peso del governo, nel mezzo di una crisi politica, civile, economica e sociale senza fine, pare impegnato in una sorta di «avventura senza progresso», in un tentativo di rivincita personale del grande sconfitto del 4 dicembre. La sinistra, che non ha voluto attingere all’energia che in quella circostanza si manifestò (certo non era solo un’energia di sinistra) dovrà ora inventarsene una, a partire dalle condizioni materiali del Paese e da un disegno ideale che le sappia interpretare; e ha quindi il compito di prospettare agli italiani, tanto l’«avventura» quanto il «progresso», ovvero, con il linguaggio di oggi, tanto la discontinuità quanto le nuove certezze, coniugando in sé, meglio di quanto sappia fare la destra, immaginazione e realismo.

 

The Origins of Modern Sovereignty and Its Current Transformations

 

What are we talking about when we say «State»? We are talking about the modern configuration of the relationship between politics and capitalism, as well as between Europe and the rest of the world. This configuration has been long winning and built the essence of the European empire from the Seventeenth to the end of the Twentieth Century. As a matter of fact, the modern State entails a new form of the world, that arises from the valorization of the discovery of America, both in the imperial transatlantic form (Spain and England), and in the State form within Europe.

The State is traditionally defined through the coordinates of sovereignty, population and territory. Sovereignty itself is nowadays understandable not so much through the three forms of power defined by the constitutionalist tradition (that is legislative, executive and judiciary power), but rather as the contradictory combination of political, economic and cultural power. Political power includes legislative, executive, but also judiciary and military power. Economic power is mainly private, but has public effects, and it actually determines important elements of society and of international politics. Cultural power concerns legitimating narratives and cultures, that in many forms project an image of a certain way of life, both inside and outside in the world.

These powers are not synchronized, and actually they can significantly diverge in the global age. Nonetheless, I would like to suggest that they can still be ascribed ultimately to specific political unities – in a broad sense definable as «States» – which are «political spaces» in a strong sense and which do not vanish in a smooth globality, inhabited by an abstract multitude. Yet they are new political spaces: they are not enclosed and self-sufficient as the modern sovereign State has conceptually claimed to be. They are rather crisscrossed by lines of power, violence and movement that prevent their closure, that are not inserted into the Westphalian dimension, and that must be deciphered with a multi-scalar gaze, through intellectual tools that not necessary adere to the current de-constructionist mood .

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There are two possible perspectives on the origin of the State and of the transformations of politics. The first one collects the reasons of unity, of legal stability, of progress, whereas the second one is characterized by the emphasis on the conflictual dynamics entailed by the State.

The first perspective actually includes a set of diverse positions: rationalist philosophies, as well as the work of a sociologist like Max Weber, and of the Allgemeine Staatslehre jurists. This perspective starts from the legal-unitary hypothesis that the State is a closed space, that the population is composed by individuals entitled with rights, that sovereignty gains its legitimacy through the contract or through participation, and manifests itself as legal-rational representative power. The crucial aspect here is that the political form tends towards unity, which is considered as a historical value and a progress in relation to the internal heterogeneity of the Empires.

In this view, the State poses itself as the mobile frontier between sovereignty and the animal nature; its movement progressively restricts the natural space of «wolves», by taming and civilizing them within the fences of sovereignty (although the animal lingers just the same, obscurely uncanny, because also the sovereign has beastly traits, as Derrida argued[1]). The motor of the frontier of civilization is labor, which includes progressively lands and peoples within the State: «in the beginning all the world was America» ‒ John Locke said in his Second Treatise, 16, 49 – and in the end all the world will be civilized. The relationship between the West and the «rest» is harsh and initially unequal, but linear: labor and State are the civilization that expands itself throughout the world, in a basically universal way. According to this narrative, colonialism is nothing but a stage in the path of civilization.

In this perspective, the whole world can be «statualized» and there is no need of a pacifist stance for imagining a system of pacific coexistence among States (like the UN). Moreover, the whole Earth is open to capitalism. Of course, one needs to take a stand for market capitalism against command economy (for the reason that the latter does not work), but in principle economy is not in contrast with politics. In other words, from civil society (within) and from colonialism (without) do not arise insurmountable contradictions. According to Max Weber’s analysis, the State and the market stay side by side as two forms of Western rationalism, that can be exported all over the planet and are internally very articulated. As a matter of fact, this expansive model of politics and of economy ‒ the combination of the sovereign frontier and of the frontier of labor ‒ encompasses the two opposed characterization of the State, the social and the neoliberal one. In other words, it includes both the modern and the post-modern form of State.

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We can define the second perspective about the genesis and transformation of the State as «the line of the Two», and use Carl Schmitt as its exemplary representative (also the Marxian perspective, obviously, is based on the “Two”, but aims at the “One”). In the realm of interior politics, we owe to Schmitt the thesis that the Political ‒ namely, the constituent power ‒ is intrinsically dual and conflictual. In fact, the relationship between friend and enemy transcends the State and the institutions, and cannot be fully neutralized or legalized[2]. The origin of the sovereign political form is not the contract, but rather the conflict. As Derrida would have later stated, sovereignty is a coup de force[3]. The permanence of this unremovable origin implies that legitimacy (that is, the original conflict) does not fully coincide with legality (the universal form of the right). The unity of the State can always be challenged by the internal enemy. Consequently, the sovereign political order presents itself not only as legal or administrative rational inclusion, but rather as decision and exclusion. From this point of view, Schmitt radically differs from Weber.

Furthermore, especially in his book on The Nomos[4], Schmitt rebuilt international politics by means of an epochal-genealogical gaze, according to which the European statehood results from the balance between the smooth space of the Sea (corresponding to the English naval and technical power) and the striated space of the Land (corresponding to the politics centered on the European States).

This relationship between continental Europe and England, however, is not sufficient for the understanding of the State. It is also essential to consider the colonial appropriation of the extra-European territory: being conceived as res nullius, this is the space where the «limited war» between States that reciprocally recognize themselves does not exist, and where the indiscriminate violence towards the “savages” is in play. The unbalance between Europe and the rest of the World adds itself to the balance between Land and Sea. This combination forms the Nomos, that is the order, oriented by a concrete origin, of the jus publicum europaeum. This means that the Nomos entails anomy: frontiers, frictions, conflicts are its constitutive parts, and it implies internal hierarchy or ominous confrontation with the outside, but for sure not the autonomy of its parts[5].

For Schmitt, the modern State has indeed vanished together with eurocentrism. Nonetheless his anti-universalism endures also beyond the State, in his hypothesis of the Great Spaces. These are meant as subjects of a post-national and pluralistic Nomos of the Earth; in fact, Schmitt favorably quotes Mao and his slogan «Asia to the Asians»[6]. These Great Spaces, though, are to be understood as completely autonomous one from the other, autarkic and self-sufficient: the economy and the technique, with their universalistic tendencies, are «indirect powers» that politics (the «direct power») must always confront.

In sum, for Schmitt, differently than for Max Weber, there is no congruence between economy and politics: the first one is generally smooth and universal, whereas the second one is particular and conflictual. To conclude, Schmitt is the thinker of exception and exclusion, but he sees them only in politics, while Marx situates these contradictions essentially within the economy. This fact allows the use of Schmitt by Marxism in an anti-liberal sense, but not entirely homogeneous to Marxist thought.

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Neoliberalism is the fourth revolution of the Twentieth Century, after Communism, Fascism and Social Democracy. This revolution took place in the ‘80s and gave birth to dreams of global peace: the lex mercatoria and a complex world governance were supposed to substitute the States as regulatory principles of international law and the aggressive dualism of the two Empires that confronted themselves in the Cold War. In general, the State (both communist and democratic) was recognized as a problem, and was supposed to give way to the individualistic competitive power of the utilitarian subject, the only one compatible with the new face of capitalism[7]. The market was supposed to become the new Nomos of the Earth. The social State should be replaced by a minimal liberal non-sovereign State, a tool of the economy, whose rules it was supposed to promote and guarantee on a certain territory – thus playing a non-marginal but certainly instrumental role[8].

But the full overcoming of modern political conceptuality in the direction of a total unity of the world was never realized: differences, conflicts, walls and authoritarian hierarchies have multiplied. Under the pressure of the new forms of economy, the political and juridical unity of the States has changed direction towards the practice of inequality and exclusion; the State of social security is turning into the State of security tout court.

From the international perspective, there is first of all a high rate of interdependency, like the one that binds the US and China, where the second one in fact finances the deficit and debts of the first one. On the other hand, there is a high rate of military conflicts in the shape of threats of conventional wars, or of a multifarious set of asymmetrical or low-intensity wars, dispersed on different fronts, and of massive migrants’ and refugees’ movements: the whole world is crisscrossed by conflict lines and by nomadic and migratory insurgencies, by terrorism and by new frontiers that try to stem them and that build the new international political spaces, very complex and loaded with violence[9]. Globalization is also a continual global war.

All this does not mean the end of sovereignty tout court: on the contrary, it survives in a not at all residual way. Differences are established in the law itself: the birth of a «criminal law of the enemy», of the migrant, of the poor, of the Muslim, are telling of this trend. The force of the State manifests itself in the limitation of rights and of freedom that occurs primarily in a factual and administrative way. At the same time, legitimacy moves from the rational legality to alleged «ethnical» or cultural foundations of identities, or to the securitarian dimensions. Emergency has become the norm.

But at the same time sovereignty is quested for by citizens, as a political defense against the social effects of the new economy and of its crisis, particularly the destruction of the middle class and the working class: sovereignty is quested not only as a force exercised in a repressive sense, but rather as the fundamental factor of a new claim for security and justice, that is for stability – that is for statehood. What is asked is not only that society be compatible with the needs of the market, but also that the market be compatible with the needs of societies – something that might derive from the action of politics –. Behind what is labeled as anti-political «populism» by the mainstream media ‒ a kind of politics that originates from below, but is always accompanied by a very traditional demagogy from above ‒, there is the political need to overcome the capitalistic anomy.

In this scenario, the State is marked at the same time by less and by more politics, which means less democracy and more plebiscitarianism, less institutional complexity and more authoritarian simplification. In other words, the exacerbation of the novelty effects produces the return of archaic forms of exercise of politics. The contemporaneity is the un-pacified coexistence of different temporalities[10] and also of different spaces and conflicting lines, that prevent political forms to find any kind of closure. Given these contradictions, the States exist as political subjects, as wounded Leviathan, hybridized with Behemoth and turned into amphibian and ambiguous monsters – figures of order and of disorder at the same time –.

This situation contradicts, for contrasting reasons, both the models of conceptualization of State explained above: a world unity in the neoliberal sense does not exist, because the States, though transformed, continue to exhibit, inside and outside, political and military logics which are not immediately identifiable with the economy. Nevertheless, we are not even confronted with the scenario of autonomous Great Spaces portrayed by Schmitt, for two reasons: on the one hand, the emergency that today cuts through the political unities does not correspond to the exception, for it escapes the punctual morphogenetic decision; if anything, emergency has become the permanent way of being of politics. On the other hand, the big political areas of influence that are visible in the world are not at all autonomous or autarkic; rather, we stress it again, they are open both to powers external from territory, and to internal conflicting insurgencies. Even from Schmitt’s perspective, the present situation is anomic.

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The logics of politics have a crucial role in the processes of globalization on the international scene.

Three different strategies of political control of the economic dynamics (or three different attempts to control them) operated, aiming to maximize the power of the main global political actors. The United States have been swinging: after the victory over the Ussr, on the one hand, they pursued an indirect economic power. This was the aim of the treaties subscribed by Obama in order to create free-exchange zones dominated by the US. On the other hand, the United States improved their military presence all over the world. This overtly and directly unilateral logic was applied by Bush jr and Trump; the latter, moreover, threatens new economic wars, through protectionism and his ideological claim “America first“. Anyway, the cultural power of the US still resists as the strongest in the world. The constant aim of this swinging was the maximization of the power of the United States all over the world.

Even China, the other major actor of the global age, has an intense and univocal political character: the political leading force of the country, the Chinese Communist Party, is unitary; the market economy is instrumentally used in order to produce a more intense development than the one that the command economy would pursue. The foundation of this politics is the political choice of mixing capitalism and socialism under the Party hegemony (the so-called «Chinese Road to Socialism», or «Sinicization of Marxism»). Actually, the Chinese bourgeoisie is expropriated of its political ‒ rather than economical ‒ influence. It cannot express its wealth on the political level, since politics is monopolized by the CCP. Thus, the economic power is able to act on the political level only indirectly, that is through corruption. Lastly, the cultural power is provided, on the one hand, by an interpretation of Marxism as an “eternal truth” expressing the universal dream of the humankind (namely, socialism); on the other hand, by claiming a national road to communism through the recovery of the Chinese traditional culture, and of the Confucian belief in the supremacy of harmony over conflict, of duties over rights, of peace over war[11].

In short, according to the Chinese self-narrative socialism does not coincide with planned economy. Rather, it consists of an interior one-party State that pursues the universal aspiration of socialism in a peculiar, specific way: on the one hand, free commerce on a world scale; on the other, a strong regional politics against any external imperialism[12]. From this point of view, China consciously meets Carl Schmitt’s thought, both concerning the one-party system, and the issue of the «Great Spaces»[13]. At the same time, from the economic point of view, China is afraid of the commercial protectionist wars threatened by the new US presidency. A communist and liberal «Great Space», then, but also a «Great Space» with its own area of influence in Asia and Africa. All of this shows the complexity of the present times.

Concerning Russia, it structurally differs from China both from an economic and from a demographic point of view. However, Russia shares with China the authoritarian political management of globalization, with its Euro-Asiatic geopolitical doctrine, its orthodox political theology, its force projection towards Asia and the warm seas.

The German Ordoliberalism, or «social market-economy»[14], is the third way through which politics has tried to establish its primacy before and during the global age. This perspective is based on organicist assumptions about State and society and on the idea that the market should be politically defended by the State, which ought to eliminate all reasons for conflict, such as the excessive claims of trade unions, or the companies’ tendency to form cartels. The Ordoliberal hypothesis was realized in Germany after WW2, through two main policies: on the one hand, a steady and compact link between banks and companies, trade unions and entrepreneurs’ organizations, State and Länder, school and economy; on the other hand, the neo-mercantile orientation of economy towards export, rather than toward interior demand. This approach – that was modified in a neoliberal direction by Schröder’s reforms in 2003-2005 (the so-called Hartz plan) – lies at the foundation of the Euro, the common currency of the European Union, which defines itself as «a high competitive social market-economy». But in Europe, without the political initiative of a European political unity – also in federal form –, that is without a truly political union with a sovereign power over State budget and fiscal policies, Ordoliberalism turns out to be a set of obligations and duties almost impossible to be respected by the European States, with the partial exception of Germany and of some States involved in the German economy. As a matter of fact, the States have no capacity to transfer money from the rich to the poor areas of the system or to take decisions concerning economic and fiscal policies binding for the whole territory. Consequently, while it was a political and economic victory for Germany, the Euro is a political and economic problem for Europe. Because of the presence of nation-States characterized by different interior economic performances, the Euro became one of the causes of the European crumbling, and fostered anti-European sentiments in many societies[15].

Therefore, there is no such thing as a European strategic power: there is neither a unitary sovereignty inside, nor an exterior projection of power; neither the capacity of governing the migration flows coming from the Mediterranean and the East, nor the ability to intervene in order to grant peace in the Middle-East and in North Africa. As far as the economy is concerned, export is strong, but Europe is also weakened by the very instrument that was supposed to strengthen it, that is the Euro, so that the European GDP growth is always too slow. Lastly, also the production of a legitimating democratic and social narrative is weakened by the inadequate performance of the European system as a whole. Today, inside an international context marked by conflicts that Europe is not prepared to face, its former claim to be a «civil power» fails.

In more general terms, precisely the difficulties found in applying the three patterns of political management of globalization described above show that political power is necessary. Even though the powers of several political unities are radically challenged, these are the only way of inhabiting the global world and cannot be substituted neither by a capitalistic universalism, nor by its multitudinary reversal.

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Today, in the winter of globalization, when its free-trade functioning is at least partially interrupted and its constitutive contradictions are blowing up, the three types of power (political, economic and cultural power) more clearly converge towards strategies based on specific political centers of power. In a general sense, we can define these centers as «States» (or “great States”) since they maintain the internal unity of the three powers and the capacity of politically, economically and culturally projecting them outside in a true Wille zur Macht. Politics accompanies and promotes the economy; in some cases, it also corrects its unrestrained tendency (Trump’s position against outsourcing is an example); furthermore, politics and economy produce mainstream cultural patterns and legitimating narratives. Sure, these powers are not fully synchronized (online in the case of China we can see something like a consistent strategy): anyway the great States give a general orientation to those powers.

As I said, however, these centers of power are structurally and reciprocally open: they are crisscrossed by economic faults, lines of valorization, and nomadic migration movements that cut the borders and crumble societies, but also by emergencies and struggles. Furthermore, these specific centers of power are challenged by the universalistic power of terrorism, that does not care about borders and that pushes on a global scale both the inter-Islamic civil war and the reaction of part of the Islamic world to the Western will of power.

It is therefore true that the global age displays new features, that is pluralism and neo-imperialism, and that universalism is denied both by the new differentiating logics of geo-economy, and by the traditional reasons of geopolitics. In a words, it is true that the space is still determined, conflictual and decisive, and that the struggle for the occupation of the space involving the US, Russia and China revolves around a political will that overcomes also economy and the legitimating narrative. However, it is also true – and it must be repeated – that this spatiality is plunged into a sea of transversal economic relations and in an ocean of terroristic or asymmetric conflicts. These conflicts and those relations prevent these spaces from becoming «fortresses», challenge their borders, increase their internal authoritarianism and the recourse to legal and extra-legal emergency devices.

Consequently, neo-imperial sovereignties are continuously floored and displaced, and they are compelled to incorporate lines of force and violence that cannot be completely circumscribed and controlled: in sum, they have to accept the impossibility of determining and neutralizing their own contradictions. In other words, they face an endless crisis. However, it would be inappropriate to say that they are «in ruins». On the contrary, we are facing new complex conceptual and spatial geometries, rather than the complete absence of form. Of course, there are also sovereignties in ruins: there are the «Failed States» (and they are not a few) and there are States completely subjected to the sphere of influence of others (and they are many). This complex geometry is marked by the co-existence of different scales of power, forces and interests that tend to be universal, by local conflicts and struggles, potentially conflictual and actually interdependent great powers. In this context, which is an «intermediate situation» from both a political and a conceptual point of view, «great politics» is decisive and hence constitutes the Nomos of the Earth, the function that enables to decipher the global politics. However, this Nomos does not have a center, and is therefore incapable of ordering globalization. It is a paradoxical figure of disorientation, rather than of orientation.

In this game, in this multi-scalar space, in this articulated time, what’s left of Europe ‒ which is not able to be a «State», not even a federal one – and what about its national States? From the point of view of effectiveness, which is politically decisive, neither these States nor the neoliberal narrative are up to the global scenario. From the point of view of the three abovementioned forms of power, in different ways each European State expresses a hopelessly «small» power. Besides, the establishment of a unitary continental power would be impossible: not only because the US and Russia would oppose it, but also because it is not in the agenda of the European political élites, that have achieved their oligarchical objectives in the construction of the euro and that, from a political point of view, still base their extremely narrow legitimacy on the nation-State.

On the other side, notwithstanding its weakness, the remaining loyalty of the citizens is directed towards the State, whose sovereignty is seen as the last bulwark against the social destruction produced by neoliberalism. And we must remember that the State (as well as the Party) is the only modern structure that can be democratized.

So, the European nation-State is «a past that does not pass». Suspended between the «not anymore» and the «not yet», its weakness is still a political resource that should be overcome, but is nonetheless necessary when better resources are unavailable. The European State is not strategically relevant, but is the bridging structure at stake in the political and institutional struggle in Europe, both from a symbolic and from a tactical point of view. The Right-wing is well aware of this relevance of the State. In fact, it is trying to appropriate it, answering by this to the people’s demand of protection from the effects of globalization. The Right-wing populist policies emerged from below, but are now directed by demagogy from above and, in all cases, remain anti-democratic. Therefore, also the Left-wing should be aware of the relevance of the State. Also from the State, not only from multitudes or social movements (that arise from the contradictions of the present and that are not to be neutralized in a party nor in the State, and that must remain parallel to the institutional politics) the Left – armed of critical thought, that is of its own cultural power – should realistically restart in order to both enact anti-liberal economic policies and to think a Europe finally made of social and democratic States animated by a «will of justice». From these States, Europe should draw its internal political and ideal consistency, so as to present itself on the global scene as a recognizable power led by a coherently humanist culture, and by adequate economic and political powers. The Left should move towards Europe through the States of the peoples (not of the populists), rather than against them.

In conclusion, for a political thought and practice that aim to be both critical and realistic, the challenge consists of pursuing the strategic democratic and social power of a United Europe through the combination of social movements and of political States, in a new democratic re-appropriation of the States in order to overcome them in a strong federation. In facts, also critical theory should adhere to reality, if it wants to change it. Otherwise, reality avenges.

 

Lecture at The 2017 Summer School in Global Studies and Critical Theory, Bologna,  Archiginnasio – Sala dello Stabat Mater, July 3rd , 2017 

 

[1] J. Derrida, Séminaire : La bête et le souverain, vol. 1 (2001-2002), Paris, Galilée, 2008; Id., vol. 2 (2002-2003), Paris, Galilée, 2010.

[2] C. Galli, Janus’s Gaze. Essays on Carl Schmitt (2008), Durham and London, Duke University Press, 2015

[3] J. Derrida, Otobiographies. L’enseignement de Nietzsche et la politique du nom propre, Paris, Galilée, 1984, pp. 22-23.

[4] C. Schmitt, The Nomos of the Earth in the International Law of the Jus PublicumEuropaeum (1950), New York, Telos Press, 2003

[5] F. Luisetti – J. Pickles – W. Kaiser (eds.) The anomy of the Earth. Philosophy, Politics, and Authonomy in Europe and the Americas, Durham and London, Duke University Press, 2015

[6] C. Schmitt, L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale con divieto d’intervento per potenze straniere. Un contributo sul concetto di impero nel diritto internazionale (1941), in Id., Stato, Grande Spazio, Nomos, Milano, Adelphi, 2015, pp. 101-187; Id., Teoria del partigiano (1963), Milano, Adelphi, 2005, pp. 82-83

[7] M. J. Crozier – S. P. Huntington – J. Watanuki, The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York University Press, 1975

[8] S. Sassen, Territory, Authority, Rights. From Medieval to Global Assemblages, Princeton, Princeton University Press, 2006

[9] C. Galli, Political Spaces and Global War, Minneapolis, Minnesota University Press, 2010; S. Mezzadra and B. Neilson, Border as Method, or, the multiplication of Labor, Durham and London, Duke University Press, 2013

[10] See the essays collected in «FilosofiaPolitica», 2017, n. 1

[11] Zhang Youkui, Il sistema di valori alla base del socialismo e il superamento del nichilismo, in A. Catone (a c. di), La “Via cinese”, Bari, MarxVentuno Edizioni, 2016, pp. 91-111; Hong Xiaonan, La potenza dell’armonia e la via di sviluppo pacifico della Cina, ivi, pp. 197-210

[12] Xuan Chuanshu, Avere fiducia nei propri valori e avere fiducia nel proprio percorso: un’analisi approfondita dell’essenza della via cinese, ivi, pp. 113-127

[13] Sun Jingfeng, Ancora un’indagine sul significato mondiale della Via cinese, in La “Via cinese”, cit. pp. 171-188; see F. Sapio, Carl Schmitt in China, in “The China Story”, 7 ottobre 2015

[14] C. Galli, Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 83-113

[15] J. Stiglitz, The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe, New York – London, W. W. Norton & Company, 2016

Intervista sulla sinistra

Intervista con Francesco Nurra

 

 

Sembra che in Italia chi è interessato alla politica debba necessariamente affidarsi alla logica della leadership del cosiddetto «uomo solo al comando»? Quali sono secondo lei le cause politiche e storiche di questa scelta?

Bisogna sfatare la tesi che a sinistra non esista una tradizione di leadership forti e anche carismatiche. Da Gramsci a Togliatti a Berlinguer, solo per restare in Italia, abbiamo esempi dell’esatto contrario. Ciò a cui oggi assistiamo è in realtà il susseguirsi di tentativi di leadership prive degli altri fattori essenziali della politica: cioè prive di idee, di partiti organizzati, radicati e partecipati, e prive di ceti dirigenti sperimentati. Leadership solitarie, insomma, che si affidano a un rapporto immediato ed emotivo con una massa di cittadini disorganizzata e utilizzata soltanto nella fase del voto, e che non si confrontano con i gruppi dirigenti ma che si affidano alla collaborazione di un ristretto «seguito», ovvero a un «cerchio magico» di fedelissimi. Se ci chiediamo perché ciò avviene, non possiamo che rispondere che questa deriva leaderistica e personalistica è il più vistoso effetto della crisi dei partiti, innescata decenni fa nel nostro Paese tanto dalla mancanza di alternanza e dalla conseguente endemica corruzione quanto dall’affermarsi di mezzi di comunicazione (televisione e rete) che rendono la mediazione partitica obsoleta fornendo ai cittadini-spettatori l’illusione della democraticità e della partecipazione. Naturalmente noi sappiamo che appunto di illusioni si tratta, che quei nuovi mezzi di comunicazione sono di proprietà privata e che hanno come esito la manipolazione, la solitudine, la mancanza di confronto e di spirito critico; che assecondano e approfondiscono la scomparsa della dimensione pubblica; che la politica va fatta da persone in carne e ossa che si incontrano per ragionare e per deliberare, costituendo così la «pubblicità»; e che al potere economico, per sua natura oligarchico e non democratico, si può opporre solo un potere politico fatto di istituzioni democratiche e di partiti organizzati. E sappiamo anche che a questa prospettiva si oppongono i poteri che hanno contribuito, con i media da loro controllati, a screditare la politica istituita per consentire il mantenimento dello status quo in quanto presunto privo di alternative

Riguardo all’ultimo referendum costituzionale, lei ha affermato che si trattava unicamente di una formalizzazione delle pratiche già attuate in Parlamento; in altre parole, il ruolo del Parlamento è esautorato da prassi meramente incentrate sull’azione del governo a discapito di un Parlamento senza alcuna capacità di azione politica: si è insomma nel pieno di una oligarchia governativa. Le sembra che dopo il referendum del 4 dicembre sia cambiato qualcosa? Crede che chiunque vada al governo segua questa prassi ormai consolidata?

La crisi del Parlamento, l’istituzione centrale della moderna democrazia rappresentativa, precede addirittura la crisi dei partiti. Sono stati i partiti, nel secondo dopoguerra, a rivitalizzare il Parlamento che non aveva retto la sfida dell’ingresso delle masse in politica e che era stato completamente asservito dai regimi totalitari. E con la crisi dei partiti degli anni Ottanta anche il Parlamento ha conosciuto una nuova obsolescenza e una perdita di centralità politica a tutto vantaggio del governo. Si tratta di un trend comune all’Occidente, ma accentuatissimo in Italia, dove la critica al parlamentarismo è sempre stata forte, con l’eccezione parziale di una ventina d’anni nel secondo dopoguerra, in chiave tanto di qualunquismo plebeo quanto di efficientismo tecnocratico quanto di autoritarismo repubblicano-gaullista. E non a caso la nuova critica al Parlamento – implicita nelle riforme bocciate il 4 dicembre, che trasferivano anche formalmente tutto il potere al governo – riecheggia, per chi le conosca, queste tradizioni anti-parlamentari, a cui aggiunge nuova virulenza l’esasperazione dei cittadini per i presunti privilegi dei parlamentari. Una indignazione nel merito fuori posto, ma giustificata dal fatto che è a tutti evidente che il Parlamento non sta facendo ciò che dovrebbe: che non rivendica il ruolo (che gli spetta) di centro del sistema politico, e si lascia guidare dal governo (il quale è certamente di fiducia del Parlamento, ma a quest’ultimo, oggi, ha di fatto sottratto l’iniziativa legislativa) e da poteri extraparlamentari come come i «capi» di forze politiche (di partiti personali, in realtà) che dall’esterno del Parlamento pretendono di deciderne le sorti. Come si è visto nella recente vicenda della legge elettorale a cui solo il voto segreto ha potuto mettere un freno, pur senza che dal Parlamento sia partita una proposta alternativa al patto dei «quadrumviri». È chiaro che a un Parlamento così debole i cittadini non perdonando nulla, e che anzi ne mettono in discussione la legittimità.

Si parla spesso di un impoverimento della cultura dei parlamentari italiani. Lei ritiene che si possa parlare di un impoverimento culturale all’interno delle ultime legislature rispetto a quelle, ad esempio, della Prima repubblica? Come contrastare questa deriva?

L’impoverimento culturale dei parlamentari rispetto alla Prima repubblica è del tutto evidente: è sufficiente confrontare i discorsi parlamentari della Prima repubblica con quelli attuali. La povertà del linguaggio, le difficoltà argomentative, l’orizzonte storico e intellettuale ristretto, balzano agli occhi – sono pochissime le eccezioni –. Non solo tutta la società è più incolta – poiché la scuola trasmette forse nozioni ma certo non solide basi di pensiero critico –, ma si sono anche interrotti i tradizionali canali di formazione dell’alta cultura (quella che dovrebbe appartenere a un parlamentare, che non deve essere un professore ma che non può neppure essere uno studente fuoricorso o un chiacchierone da bar) e anche i canali di formazione dei ceti politici (scuole di partito, centri studi, cursus honorum giudiziosamente graduali). Il fatto è che l’attuale forma economica e l’attuale società non vogliono – e quindi non preparano – né ceti intellettuali critici e autorevoli né politici autonomi culturalmente: semmai, vogliono pochi «specialisti», tecnici affidabili che stiano al loro posto; e ne vogliono pochi, perché preferiscono avere a che fare con masse poco colte, immerse nel mondo virtuale e quindi prive di profondità storica, e facilmente aizzabili, con pochi slogan plebei, contro le élites (come dimenticare i «professoroni» di Renzi?).

Ritiene, Galli, che uno dei motivi di sconfitta dei partiti di sinistra risieda anche nel deficit organizzativo interno in merito alla politica di formazione stabile dei futuri quadri e dirigenti? Lo spostamento della formazione da funzione dell’organizzazione del partito a funzione culturale dello stesso può avere contribuito, oltre che a impoverire la qualità dei quadri, anche a rispostare sui ceti borghesi di sinistra piuttosto che sulle classi più umili l’orientamento dei partiti di sinistra?

La sinistra è stata sconfitta dalla Quarta rivoluzione del Novecento, il neoliberismo, perché dapprima non ha visto arrivare la nuova iniziativa capitalistica, la nuova forma sociale ed economica che avanzava, e perché non ha saputo valorizzare la posizione di forza raggiunta a metà degli anni Settanta (alla quale ha appunto reagito il capitale). E perché, in seguito, ha salutato come un evento positivo – non con realismo, quindi, ma con ingenuità unita a masochismo – il neoliberismo, la globalizzazione e lo pseudo-individualismo che l’ha accompagnata, e l’attacco al pensiero critico e al pensiero dialettico: e così ha accettato l’autorappresentazione ideologica del capitale nella sua nuova forma, illudendosi di correggerne le asprezze con la cosiddetta «terza via». In realtà, ha attivamente contribuito alla deregulation che, distruggendo l’equilibrio di Bretton Woods, ha minato il terreno che aveva reso possibile il «compromesso socialdemocratico», la maggiore conquista politica e sociale della sinistra in Occidente: la sinistra ha creduto che la globalizzazione capitalistica estendesse la platea del ceto medio creato dalle politiche keynesiane e non ha capito che l’obiettivo del neoliberismo era ed è distruggere il ceto medio, trasformandolo in una massa di indebitati insicuri (e lo stesso vale per gli strati superiori dei ceti operai). La sinistra ha assecondato l’individualizzazione della società, senza capire che per tale via passava una delle conquiste più importanti del neoliberismo: la scomparsa della dimensione pubblica. La sinistra ha fatto propria la critica neoliberista dei partiti e dei corpi intermedi, con un atteggiamento del tutto suicida. Insomma, la sinistra ha assecondato acriticamente lo spirito del tempo senza nemmeno capirlo, assumendo su di sé le compatibilità del capitale, elevando il mercato a regola e fondamento della società, e così ha perso il luogo, il modo, lo scopo della propria esistenza politica, non ha elaborato analisi sulle contraddizioni della nuova fase del capitalismo e anzi ha negato valore alle categorie intellettuali che potevano sostenere la critica al presente stato di cose. L’autodefinizione della sinistra, oggi, è ridotta a un timido riferimento a «valori» talmente generici da risultare politicamente inutili, e l’affermazione, peraltro sempre smentita nei fatti, che «sinistra è stare dalla parte degli ultimi» – tesi estranea alla tradizione della sinistra, che si è sempre posta il problema di capire i meccanismi strutturali che portano al formarsi di ceti che sono «deboli» pur essendo centrali nel sistema produttivo, e che si è sempre data la finalità di trasformarli in soggetti politici protagonisti della storia –.

Ritiene che le categorie gramsciane siano ancora valide per l’analisi della situazione attuale? Lei come spiegherebbe alcuni fenomeni odierni attraverso il pensiero di Gramsci? Se può, fornisca degli esempi.

Sono molte e assai variegate le categorie gramsciane. In generale, va ricordato che Gramsci pensava il suo tempo, ovvero la scelta del capitalismo di abbandonare il liberalismo e di darsi forme autoritarie – sotto la pressione di trasformazioni del regime di fabbrica (il fordismo), dell’avvento politico delle masse (il nazionalismo e il socialismo) e della grande crisi economica –. Davanti a queste grandi trasformazioni Gramsci ha capito che doveva competere con esse alla loro stessa altezza; che non doveva ritrarsi in una riserva indiana, politica e intellettuale; che doveva re-interpretare l’auto-interpretazione del capitalismo, ovvero doveva prendere sul serio il suo modo di produzione, la sua politica, la sua società , la sua storia, la sua cultura, per coglierne le contraddizioni determinate, e riscrivere così la storia da un punto di vista alternativo eppure concreto, non utopistico; che doveva anche riscrivere l’agenda della sinistra, puntando a fare uno Stato nuovo, democratico (a egemonia proletaria), e a uscire da ribellismi e mitologie rivoluzionarie. Pensiero e azione, volontà e progetto, storia e decisione, si uniscono in una prospettiva politica e filosofica originale, nata in una tragica sconfitta, dentro un carcere, eppure capace, già a meno di dieci anni dalla morte di Gramsci, di costituire una delle colonne portanti del primo Stato democratico della storia d’Italia. Gramsci pensava a una politica fortissima, capace di cambiare il mondo; non a rispettare le compatibilità del capitale (a conoscerle, sì). Fare paragoni con l’oggi è impietoso: Gramsci non si sarebbe sognato di pensare a un partito «leggero», a gruppi dirigenti improvvisati, alla sottovalutazione della cultura da parte dei dirigenti politici; non avrebbe mai abbracciato una interpretazione non conflittuale della società: pur nella sua prospettiva nazionalpopolare di ricostituzione di una società larga, pensava all’esigenza di un’egemonia che la orientasse, di una politica specifica che la guidasse. Pur non indulgendo alla critica della tecnica, non pensava che la politica dovesse cederle il passo. Tenere fermo tutto ciò in un’epoca diversa, la nostra, caratterizzata da un diverso impianto della produzione, nell’età non della meccanica e del fordismo ma dell’elettronica e del lavoro spezzettato, in una società non dei partiti ma degli individui (o presunti tali), nell’età della globalizzazione che ha cambiato il rapporto fra Stato ed economia, non è facile. E richiede imponenti supplementi d’analisi. Ma l’idea che la sinistra tragga senso dal proporsi come alternativa ai rapporti economici e politici attuali, sulla base di una soggettività collettiva impegnata in un’azione emancipativa, ovvero che la sinistra sia una ripoliticizzazione conflittuale della società e in prospettiva dello Stato, non può essere dismessa, pena l’adesione di fatto ai postulati del potere liberista (che cioè la società non esiste, che il mercato è il supremo regolatore delle nostre vite e che le sue compatibilità sono indiscutibili, che non c’è alternativa, che non c’è conflitto di classe, che la disuguaglianza è un bene, che la democrazia è un lusso tendenzialmente superfluo). Come si vede, se si accettano queste premesse la sinistra è da rifare.

Socialismo sono i lavoratori che si impadroniscono dei mezzi di produzione. Lo statalismo ha prodotto l’URSS. C’è un’alternativa?

Se la contraddizione centrale del capitalismo è l’appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto, e se quindi non si può dismettere la prospettiva di una «società regolata», diversa da quella giungla che è oggi la nostra società, ciò non implica che la soluzione sia l’economia di comando in stile sovietico, con quanto ne è conseguito sul piano politico. La politicizzazione della società, a partire dai rapporti economici, è il vero obiettivo, il che equivale a impedire all’economia di presentarsi come forza autonoma valida in ultima istanza per l’intera società, e di far valere incondizionatamente gli interessi privati che essa incorpora in sé. Si può rilanciare il conflitto sociale, che ha mille motivi di manifestarsi; si può allargare l’intervento economico dello Stato, per quanto riguarda sia gli investimenti sia la fiscalità volta alla redistribuzione (senza la quale la crescita del Pil, se c’è, non ha positivo rilievo sociale); lo Stato – che può essere democratizzato, sia pure a fatica, mentre il mercato in quanto tale non può esserlo – può orientare lo sviluppo in una direzione o in un’altra; ambiti significativi della società possono essere sottratti all’imperativo economico e indirizzati alla piena crescita umana (scuola, sanità, beni culturali e ambiente). Soprattutto si tratta di rivalutare la dimensione pubblica (statale o collettiva, ovvero attraverso partiti e movimenti) come orizzonte di sviluppo della civiltà, che è oggi immiserita nell’angustia di un individualismo patologico e ossessivo, che peraltro viene ogni giorno smentito dal prevalere di giganteschi poteri sulle persone reali. Un’impresa di liberazione dell’uomo dalle maglie del pensiero unico e dallo sfruttamento colonizzatorio di ogni spazio vitale, ossia un’impresa di esplicito riconoscimento e di realistico contrasto delle attuali forme di «reificazione attraverso la individualizzazione subalterna», con l’obiettivo finale che gli uomini e le donne vivano in una società di cui si riconoscano autori e protagonisti, e che non gravi su di essi come una oscura forza naturale: questa è la linea strategica della sinistra, oggi. Obiettivi umanistici, quindi, perseguiti con cultura critica, serietà organizzativa, tenacia strategica, conflittualità non occasionale. L’URSS, da parte sua, è parte di una storia di liberazione che si è presto impigliata nell’oppressione per cause storiche sia remote sia contingenti: col suo comunismo militarizzato è stata un mito, ma non è un destino. I tratti illiberali della sinistra sono in linea di principio accidentali, per quanto gravi e frequenti, e non derivano necessariamente dalla sua critica al liberalismo, che è una critica di superamento, non di negazione.

In quello che sembra un ritorno al protezionismo e a un’idea degli Stati-nazione e dei confini come perno dell’agire politico, quali proposte può avanzare la sinistra del XXI secolo all’interno di questo scenario? Esiste, secondo lei, uno spazio politico per la sinistra all’interno di questo contesto?

Sono un convinto statalista. Delle grandi costruzioni della modernità – oltre allo Stato, il mercato, il partito, la tecnoscienza – lo Stato è l’unica (insieme al partito, ma meglio di questo) che, con enorme fatica e non senza contraddizioni, può essere democratizzata. La sinistra è nata anche contro lo Stato, strumento di dominio e di oppressione dei ceti padronali; ma si è presto conciliata con lo Stato, che, una volta governato da partiti di sinistra, si è dimostrato una potente macchina di inclusione sociale degli strati deboli della popolazione e di produzione di maggiore uguaglianza sociale. Lo Stato non esaurisce la politica e non coincide con tutta la sfera pubblica; ma ne fa parte integrante, e la sua obsolescenza è molto più una interessata narrazione neoliberista che una verità assodata. Se è vero che il livello dell’azione politica è nelle periferie delle città, nei movimenti transnazionali e nelle istituzioni sovranazionali, è anche vero che se non può contare sul potere dello Stato, e anzi se lo ha contro, la sinistra non ha né presente né futuro. È solo grazie allo Stato, e al partito che ne controlla democraticamente i poteri (ma non quello giudiziario), che si può istituire un credibile argine al dilagare del potere economico e mediatico. Solo agendo sul potere politico-statale si può aprire una breccia nel conglomerato di politica, economia, narrazione, che è il blocco onni-inclusivo del potere contemporaneo. Ed è vero, infine, che anche la prospettiva politica più ardita (e improbabile) che possiamo intravedere, cioè gli Stati Uniti d’Europa, ha senso solo se esistono, appunto, gli Stati contraenti con la loro volontà politica. Ed è vero, per converso, che il globalismo di sinistra rischia di essere l’altra faccia del globalismo come è narrato dal capitale – che in realtà da parte sua, nonostante la propria proclamata autosufficienza, dello Stato si serve abbondantemente (e non potrebbe essere altrimenti) e sempre di più si servirà – naturalmente in una versione penale ed emergenziale da rifiutare in toto – proprio per il relativo raffreddarsi della globalizzazione e per l’emergere in essa di linee di conflitto politiche che vedono coinvolti sia Stati sia bande armate post o pre-statuali -.

Quali testi e autori consiglierebbe a chi volesse intraprendere lo studio della Storia delle dottrine politiche? Quali invece a chi voglia avvicinarsi a una politica di militanza? Se oggi lei fosse direttore di una scuola politica simile a Frattocchie, su quali autori indirizzerebbe l’attenzione dei suoi allievi?

Secondo una celebre affermazione di Engels, il movimento operaio è l’erede dell’illuminismo francese, dell’economia politica inglese, della filosofia classica tedesca. Cioè deve essere all’altezza dello sviluppo intellettuale più avanzato della modernità, per reinterpretarlo in chiave emancipatoria. Oggi, la sinistra – che essa coincida col movimento operaio o piuttosto con l’ansia di liberazione di strati più larghi e meno omogenei della società – ha il medesimo compito. E alla ricapitolazione critica della modernità deve aggiungere anche la prospettiva, tutta novecentesca, della sua decostruzione – ponendo la massima attenzione a non cadere nella trappola post-moderna, cioè nella perdita di ogni possibilità di prospettiva critica, e quindi stando più che attenta a evitare la subalterna accettazione acritica del presente -. Compito difficile, al limite dell’aporia, come del resto è ambiziosissimo l’obiettivo politico e intellettuale che la sinistra si deve porre. Detto questo, all’elenco di Engels non si può non aggiungere il marxismo occidentale, e il confronto critico con la linea nietzschiana e heideggeriana, come non possono essere trascurati i classici moderni della sociologia, della scienza politica, e della storiografia economica e politica. Si dirà che quanto ho detto implica corsi di studi equivalenti a un paio di lauree, in Filosofia e in Scienze politiche. Ed è vero. Ma è anche vero che docenti esperti e discenti motivati possono, con un percorso concentrato ripreso nel tempo, in quattro o cinque cicli, affrontare alcuni nodi strategici dello sviluppo intellettuale della modernità e delle prospettive della contemporaneità. E soprattutto è vero che la stessa istituzione di una seria scuola di partito (non dei surrogati mediatici che oggi sono proposti) significherebbe che è risultata vincente l’idea «rivoluzionaria» che la politica, oltre che un confronto ininterrotto con la contingenza, è anche la decifrazione del presente con strumenti intellettuali complessi – perché il presente è oscuro, ma non sottratto a priori alla fatica del concetto -. Questo approccio critico alla politica è appunto ciò che l’attuale sistema di potere vieta in ogni modo: poiché a questo divieto si è da tempo felicemente accodata anche la sinistra, prigioniera del tatticismo più pigro, del «presentismo» più cieco, del nuovismo più stucchevole, del plebeismo più ambiguo, invertire questo trend è il primo, indispensabile, passo emancipatorio. È anche attraverso questo metodo che si può dare forma al soggetto sociale e politico di sinistra, sottraendolo alla anomia intellettuale e al qualunquismo a cui oggi è facilmente indotto.

Se poniamo come dato di fatto il declino delle forme di partito tradizionale, quali sarebbero, secondo lei, le modalità di organizzazione più consone per la sinistra contemporanea?

Non esiste sinistra senza sfera pubblica; e non esiste sinistra che non si ponga in relazione forte con lo Stato. Non esiste sinistra che aderisca all’ideologia neoliberista della «società degli individui» e della «società liquida», che non veda le terribili e invincibili disuguaglianze che strutturano la società attuale in strati ancora più solidi delle vecchie classi; non esiste sinistra che aderisca all’ideologia della competizione e della valutazione, e della neutralità e inevitabilità del sistema capitalistico. Non esiste sinistra senza una reale, concreta, approfondita capacità di critica e senza una reale spinta ad affermare il proprio linguaggio e la propria lettura della realtà. Non esiste sinistra senza che sia dissipata la tesi che destra e sinistra non esistono più, sostituite dal cleavage sistema/antisistema, civiltà/barbarie. Non esiste, infine, sinistra senza che si acceda anche all’idea di partito organizzato che organizza parti di società, senza sospetti divieti preventivi, senza interessati anatemi, senza compiaciuti scetticismi. La crisi dei partiti è in parte reale e in parte, invece, indotta e narrata dal neoliberismo e dai media mainstream: la leadership solitaria che si rivolge mediaticamente a folle scomposte e occasionali non sarà mai di sinistra. Ciò non significa che i partiti esistenti non possano perire per inadeguatezza, e che nuove formazioni non possano prenderne il posto, come forse in qualche modo sta avvenendo in alcuni Paesi, fra i quali purtroppo non c’è ancora l’Italia. Detto questo, tutto quanto va nella direzione di ripoliticizzare la società è da salutare con favore: ed è necessario dialogare con tutti i soggetti che si formano nella società, al fine di mettere a frutto l’energia di tutti. Quindi partiti e movimenti, forme associative spontanee della società civile e sindacati, tutto è indispensabile per raggiungere l’obiettivo di spezzare solitudine e subalternità, e ricostituire la nervatura politica di una società non rassegnata.

L’intervista è in corso di pubblicazione in «http://www.sinistra21.it» 

Carlo Galli e la politica come potere meno potente

Intervista con Luigi Somma

Osservare la politica in medias res per coglierne le trasformazioni ancora in atto, arrischiandosi su un terreno franoso e instabile come quello della politica italiana.

È possibile ritrovare questo sforzo nel libro Democrazia senza popolo di Carlo Galli – docente di Dottrine politiche presso l’Università di Bologna e parlamentare – che verrà presentato oggi alle 19 presso l’Arco Catalano di Palazzo Pinto, nell’ambito di «Salerno letteratura». Il tema dell’incontro è Per la nobiltà della politica, con la conduzione di Gennaro Carillo.

Galli traccia nel suo libro la parabola politica del nostro Paese, a partire dalle elezioni del febbraio del 2013 – segnate dal tentativo fallito di Bersani di dar vita a un nuovo governo – fino al referendum costituzionale.

Galli, partiamo dal titolo del suo libro Democrazia senza popolo. Che cosa vuol dire?

In linea di principio, non credo sia possibile che una rappresentanza politica possa sopravvivere senza il proprio rappresentato. Non c’è mai l’assenza totale del rappresentato, ma c’è una progressiva diminuzione qualitativa e quantitativa dello stesso; nel senso che ormai va a votare solo una metà della popolazione, mentre l’altra metà resta a casa. Anche nell’ipotesi che il popolo si esprima, la sua volontà è completamente ininfluente. Il sistema istituzionale della democrazia continua a funzionare anche in Parlamento, anche se c’è sempre meno popolo, che è stato prima gravemente illuso e poi disilluso.

Come si collocano le forze populiste rispetto a questo status quo?

Le forze populiste sono forze che giocano la classica mossa intellettuale e politica del populismo, cioè dividono il mondo in un «noi» e un «loro». Per cui «noi» siamo i molti onesti, mentre «loro» sono i pochi disonesti. «Loro» sono tutti uguali e, anche quando evidenziano la loro diversità, in realtà stanno recitando. Gli unici a fare la differenza siamo «noi». Dopo aver acquisito in questo modo molti voti, questo movimento, che non è né di destra né di sinistra, da qualche parte va a cadere: oggi è molto probabile che vada a cadere sulla destra.

Lei scrive: «La politica è il potere meno potente». Che cosa c’è dietro questa affermazione?

La nostra non è una società liquida, ma rocciosa e quindi composta da tante differenze, disparità e contraddizioni, che sono tutte congelate, incapaci di produrre progresso nella loro pericolosa immobilità. L’ultima generazione dei politici di sinistra ha lasciato cadere l’ipotesi che la politica fosse onnipotente, mettendosi invece a rimorchio delle potenze economiche e facendo in modo che fossero queste ultime a segnare la via e ad assegnare alla politica il proprio ruolo. Ovvero, aiutare le forze economiche a fare piazza pulita delle architetture dello Stato sociale. Così le forze politiche di sinistra si sono assunte l’incarico di aiutare il mercato a fare piazza pulita dei diritti, poiché erano questi ultimi a impedire ad esso di affermarsi.

L’articolo è stato pubblicato in «la Città. Quotidiano di Salerno e provincia» il 24 giugno 2017

La sinistra deve ritrovare se stessa

Intervista con Francesco Postorino

Il titolo del suo ultimo libro recita: Democrazia senza popolo (Feltrinelli 2017). Com’è risaputo, anche la sinistra è senza popolo. Crede vi siano le condizioni per ricucirne il legame?

Si tratta in realtà di due questioni diverse. Fine della efficacia della rappresentanza politica (un tema vecchio di almeno centocinquanta anni) e fine dell’efficacia di una proposta politica (la sinistra come partito di massa che propone un profondo riequilibrio economico sociale e politico nelle società occidentali).

Le due questioni diventano una sola quando entrano in crisi i partiti, che davano energia politica ai parlamenti e al tempo stesso organizzavano bisogni e progetti di settori più o meno estesi delle società. La sinistra, oggi, non è più partito perché non è parte, perché non sa leggere e interpretare la parzialità della società e dei meccanismi economici che la determinano, perché è imbevuta dell’ideologia neoliberista (e ordoliberista) dell’unicità della società, dell’inesistenza di contraddizioni strategiche che l’attraversano e la strutturano. E quindi lascia il popolo, con le sue sofferenze, a imprenditori politici populisti.

Se l’espressione non la turba, perché ha deciso di «scendere in campo» nel febbraio del 2013?

Non sono «sceso in campo»! Sono stato candidato come intellettuale pubblico, vicino (allora) al Pd in un’ottica di superamento sia dell’esperienza di Berlusconi sia di quella di Monti, in nome di una nuova interpretazione socialdemocratica della mission del Pd; ma quel superamento si è subito rivelato impossibile sia per la sostanziale sconfitta elettorale del 2013 sia perché il Dna del Pd, largamente debitore della cultura politica ed economica del neoliberismo, ha prevalso, sia perché un abile imprenditore politico, Renzi, era disponibile a impadronirsi del partito accentuandone le caratteristiche leaderistiche e populistiche (in senso soft).

Non è semplice il ruolo dell’intellettuale nei Palazzi del potere. Pensa di aver saputo conciliare fin qui la calma del concetto con le passioni della contingenza, la dottrina del «professore» con l’esercizio pratico e sperimentale dell’attore politico?

Ha senza dubbio prevalso in me il tentativo di conservare una coerenza intellettuale, pur essendo più che consapevole della dimensione pratica della politica, che per essere efficace deve misurarsi con la realtà. Tuttavia, non può diventare, come ormai in larga parte è, pura tattica, cieca gestione dell’esistente, né essere solo lo strumento di personali ambizioni di potere.

Perché ha lasciato il Pd?

Non certo per opportunismo. Ma proprio perché si è progressivamente evidenziata, prima con Letta e poi con Renzi, la sua piena e irrimediabile vocazione a interpretare la politica secondo una cultura (in ogni caso, scarsa) e secondo analisi totalmente interne al punto di vista neoliberista, cioè secondo un asserito individualismo che è oggettivamente la consegna della società alle logiche del profitto e alle disuguaglianze più laceranti, pur ammantandosi dei panni del «partito della nazione». Il Pd, inoltre, si è fatto con Renzi esclusivo portatore di una politica di fatto plebiscitaria, cavalcando la insofferenza popolare verso i corpi intermedi, partiti e sindacati, e anche con qualche tratto antiparlamentare e anticulturale, come è emerso durante la terribile campagna referendaria – ma era già chiaro dal «jobs act» e della «buona scuola», a cui ho votato contro, come ho votato contro la legge elettorale e la riforma costituzionale.

I progressisti di oggi, a suo avviso, hanno le idee abbastanza chiare sui diritti civili e sono veri liberal, ma ciò «non è sufficiente a definire una posizione e un programma di sinistra». Che cosa servirebbe?

I diritti civili sono un pezzo fondamentale di una società libera, un prerequisito della democrazia, ed è giusto implementarli per quanto lo consentono i rapporti di forza politici e culturali. Infatti, il cleavage destra/sinistra − che continua a esistere ma che è celato dalla pseudo-contrapposizione tra forze del sistema e forze anti-sistema − si rivela in modo chiarissimo sui temi dei diritti (unioni civili, dichiarazioni anticipate di trattamento, omofobia, tortura, cittadinanza dei figli degli stranieri) o su temi come la legittima difesa. Ma esiste democrazia sostanziale, esiste libertà dal dominio reale che grava su tutta la società, solo quando sono fatti valere i diritti sociali e materiali che implicano una revisione radicale del rapporto di forza nel mercato del lavoro, che generano uguaglianza e sicurezza esistenziale sulla stabilità del posto di lavoro, sulla sanità, sul sistema pensionistico, sul sistema scolastico. Sono questi i temi che caratterizzano la sinistra, purché declinati in modo radicale, cioè non come generica vicinanza agli “ultimi” − concetto non di sinistra quanto piuttosto (splendidamente) evangelico − ma come analisi dei meccanismi che producono subalternità e disuguaglianza, e come intervento politico di rettificazione di quei meccanismi.

All’interno del variegato filone della sinistra culturale, lei vorrebbe ridisegnare in termini socialdemocratici il rapporto dialettico capitale-lavoro e si batte in favore di una sinistra potenzialmente «governativa», anche se legata in modo indissolubile all’ideale egualitario. La sua offerta politica quanto è in sintonia con quella formulata da Sanders negli Stati Uniti o da Corbyn nel Regno Unito?

Sotto il profilo culturale la mia posizione di sinistra è molto più complessa, e si nutre, oltre che della versione francofortese del pensiero dialettico, anche di alcune suggestioni indirette ma potenti del pensiero negativo che ho a lungo studiato. Sotto il profilo della pratica politica mi sono convinto che le posizioni estremistiche sono insufficienti e in fondo subalterne, e che sono molto più temute dall’establishment le posizioni coerenti e radicali di un riformismo antiliberista. E quindi mi sento vicino alle figure che lei menziona, particolarmente a quella di Sanders, pur dovendosi sottolineare l’enorme distanza sociale, istituzionale, economica che separa l’Italia dagli USA.

In un altro volume (Sinistra, Mondadori 2013) sostiene che l’ultimo stadio del «pensiero negativo» − quello coltivato nel secolo scorso dai seguaci di Nietzsche − è attraversato dalla lezione neoliberista. Potrebbe approfondire la sua tesi?

Direi che il neoliberismo − che altro non è se non marginalismo rivisitato − condivide, come molte altre espressioni culturali a cavallo dei secoli XIX e XX, la «crisi dei fondamenti» inaugurata dal pensiero di Nietzsche. In sintesi, il neoliberismo, in quanto ostile sia al costruttivismo razionalistico dello Stato sia al conflittualismo dialettico della classe, in quanto vede l’individuo come un imprenditore concorrenziale, in quanto esalta la volontà di vita, di successo, di profitto, che sarebbe in ciascun soggetto, in quanto è ostile alle regole e indifferente alla morale, in quanto sviluppa al contempo il calcolo utilitaristico razionale e il sentimento più immediato e spontaneo (il «capitalismo compassionevole») è, oltre che un sistema economico, anche una gigantesca narrazione mistificante, un ingannevole nietzschianesimo per il popolo, un patetico superomismo di massa. Ed è anche una gigantesca truffa politica: mai più di oggi il soggetto è stato subalterno e precario, mai la società più disperatamente povera e disuguale − altro che società liquida: qui si tratta di una società in rovina −.

La libertà anarchica dell’intrapresa, l’energia eccedente delle soggettività, si sono spente nella deflazione, nella stagnazione, nella disuguaglianza, nella mancanza di legami sociali, di fiducia intersoggettiva, di speranza nel futuro. Il sentimento è divenuto risentimento, e il calcolo si è rivelato sempre sbagliato (tranne che per pochissimi).

Scrive, inoltre, che destra e sinistra sono categorie vive, le quali affondano le radici nello spazio del moderno, dove da Hobbes in poi è centrale e dirimente il nesso ordine/disordine. La sua idea è che la sinistra prende atto del disordine della storia e intende correggerlo in chiave progressiva e razionalistica; le destre, al contrario, premiano per vocazione «l’inconsistenza ontologica della realtà» e dunque – aggiungo io − le ingiustizie sociali. Le chiedo: all’interno di questo schema dove andrebbe collocata la Third Way di Blair, Giddens e Renzi?

La «terza via» è la scelta di una sinistra che accetta sostanzialmente l’impianto economico e ideologico del neoliberismo, e che si illude di guidarlo politicamente verso esiti non distruttivi. Crede, infatti, nel merito individuale, nella società liquida, nella flessibilità del lavoro, nella deregulation, nella funzione centrale (di progresso e di sviluppo) del mercato. Ha per avversari lo Stato, le burocrazie (tranne, a volte, quelle sovranazionali), i sindacati, i partiti, la stessa dimensione pubblica in generale; alla sovranità (che può essere democratica) contrappone la governance (che è sempre opaca). Privilegia inoltre l’iniziativa privata, e nega la possibilità di una significativa politica economica a direzione statale.

La «terza via» crede che uno Stato leggero, essenzialmente anti-monopolistico e anti-sindacalistico, possa ovviare ai «danni collaterali» del neoliberismo, e che in ogni caso l’iniziativa storica sia passata tutta nel campo capitalistico, che diviene così un orizzonte insuperabile, un «pensiero unico».

È l’ideologia di una sinistra di governo che progetta riforme che diano spazio e libertà d’azione alla potenza del capitale, che si illude di poter assecondare senza danni e anzi con profitto per tutti. Concorrenza fra individui, dunque, all’interno di un’unità di fondo (la società del neoliberismo). È, insomma, una versione moderata e benintenzionata (a volte) della destra, in quanto punta più sul disordine (la concorrenza, non il conflitto) che sull’ordine, e in quanto rinuncia a vedere le profonde contraddizioni della società capitalistica, il cui riconoscimento analitico è la condizione per la progettazione teorica e pratica di una società ordinata (che vuol dire «giusta»). La sinistra, infatti, pensa l’unità e l’ordine come un obiettivo da raggiungere attraverso una lotta che prenda sul serio, e non mistifichi né «naturalizzi» le divisioni e le ingiustizie del presente.

L’intervista è stata pubblicata in «MicroMega», l’8 maggio 2017.

Per il 25 aprile

La Resistenza è stata la prima esperienza democratica della nostra vicenda nazionale. Non solo opera di élites illuminate come il Risorgimento, non solo esperienza di masse nazionalizzate come il fascismo, ma, appunto, propriamente democratica, cioè al tempo stesso popolare e progressista, di massa (anche se ovviamente i combattenti in senso stretto furono, com’è normale, una frazione dell’intero) ed emancipatoria. Una riserva d’energia politica da cui ha attinto la fase costituente della repubblica.

Dentro la Resistenza si sono intrecciate tre guerre: la guerra di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, la guerra civile contro il fascismo, e la guerra sociale pre-rivoluzionaria. Quest’ultima non rientrava nella strategia ufficiale di nessuna forza politica, e si innescò, non ovunque, per una sorta di effetto di trascinamento dall’estremismo che aveva permeato sia pure minoritariamente alcune forze di sinistra fino dall’epoca pre-fascista; in ogni caso, le dirigenze politiche responsabili la neutralizzarono e ne deviarono l’impulso verso la costruzione istituzionale e sociale della democrazia repubblicana. Ciò che rischiava di gettare l’Italia in una nuova avventura fu trasformato in spinta propulsiva per un futuro comune.

Non era per nulla ovvio che le cose si sviluppassero così. In Grecia, ad esempio, negli stessi anni una guerra di liberazione si è trasformata in guerra civile e in guerra sociale, senza produrre alcuna evoluzione democratica, e anzi generando lutti e divisioni che hanno pesantemente condizionato, in negativo, l’evoluzione successiva di quella storia nazionale. Non era ovvio neppure che nel nostro Paese una gioventù educata di fatto dal fascismo si ribellasse attivamente alla catastrofe in cui la dittatura e la guerra l’avevano gettata; né che i ceti dirigenti antifascisti, perseguitati, imprigionati, esiliati, e mai messi alla prova (nei componenti più giovani) della politica reale, esibissero la maturità e la lungimiranza che hanno effettivamente dimostrato non solo nel sottrarsi all’abbraccio delle élites pre-fasciste, reduci da una sconfitta storica (quando non responsabili di essa), ma anche nel riuscire, pur nelle enormi differenze ideologiche che li separavano, a immaginare e a condividere un’idea di Italia in positivo. Un’Italia non più matrigna ostile per il suo popolo ma finalmente pensata come la casa accogliente e condivisa, capace di realizzare la coesistenza, anche aspramente dialettica, delle diverse proposte – allora in campo – di ricostruzione di una società arretrata, difficile, percorsa da contraddizioni; una società bisognosa di essere organizzata in un nuovo assetto politico, finalmente libero dall’oppressione e dall’oscurantismo, dalle dipendenze ancestrali della donna dall’uomo, del povero dal ricco, dell’ignorante dal colto, dei molti che chiedevano giustizia e progresso dai pochi privilegiati.

È stata la spinta propulsiva della Resistenza, il «vento del nord», a rendere possibile il salto di qualità della storia d’Italia che si è manifestato a ridosso del 1945; la spinta che ha dato all’Italia il coraggio e le ha fornito l’orientamento, che le ha permesso di essere non solo uno spazio di sofferenza e di miseria, un campo di rovine materiali e spirituali, ma anche di aprirsi alla speranza; che le ha dato la forza di ricominciare, di riprendere il cammino. Se il 25 luglio e l’8 settembre sono stati la morte del fascismo e della Patria, la Resistenza, quindi, è stata indubbiamente la sua rinascita; non una propagandistica «rottamazione» del passato, ma una vera discontinuità epocale, un nuovo inizio. Pur perdendo la guerra, insomma, l’Italia non ha perduto se stessa. Il popolo in armi, in ultima istanza, ha dimostrato di essere anche popolo fondatore di istituzioni, popolo libero – di uomini liberi e di donne libere – in grado di darsi liberamente le proprie leggi.

Se la Resistenza è stata una coraggiosa scommessa sul futuro, un investimento su noi stessi, un atto di fiducia degli italiani sull’Italia, i frutti si sono quindi visti ben presto, già nel 1946, con l’impianto della Repubblica, della Costituente e con l’uguaglianza politica di genere. Semmai, è stato con la divisione del campo democratico, dovuta alla guerra fredda, che la spinta emancipatoria della Resistenza è stata lasciata affievolire, che la vita politica del Paese si è allontanata dal progetto di democrazia piena e avanzata implicito nella Liberazione, che tante ingiustizie e discriminazioni si sono conservate troppo a lungo. Eppure, nonostante timidezze e rallentamenti, la Resistenza ha continuato a costituire la coscienza d’Italia, a darci la forma del nostro «dover essere». E quando ce ne siamo allontanati, o l’abbiamo dimenticata, ce ne siamo dovuti pentire. Così come è un autentica sciagura che oggi siano intervenute divisioni che ne hanno impedito la concorde celebrazione, nella malcelata soddisfazione di chi della Resistenza è sempre stato avversario.

 

L’articolo deriva da Resistenza fra rinascita e discontinuità, «Patria indipendente», numero speciale novembre 2017.

Carlo Galli, un professore in Parlamento: «La politica di oggi? Senza cultura e senza immaginazione»

Intervista con Alessandro Franzi

«La politica italiana manca di immaginazione. Si basa soprattutto sui tatticismi, sui piccoli calcoli: ci sono le vecchie volpi che la sanno sempre lunga e pensano di sapere che cosa sta succedendo nella società. Ma poi vengono prese in contropiede dalla realtà». Carlo Galli, 66 anni, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, autore di numerosi studi sulla filosofia del potere, è abituato per formazione personale a misurare le parole. Ma dal 2013 Galli non è più solo un professore. È anche deputato di una delle legislature più tormentate della storia repubblicana. Eletto come indipendente nel Pd, è passato nel novembre 2015 nel gruppo di Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia e Libertà. Ora, sempre come indipendente, è entrato nel gruppo del Movimento Democratici e Progressisti, nato dopo la scissione del Pd. Così, oltre a misurare le parole, Galli ha potuto misurare da vicino anche i fatti, spesso meno nobili delle idee. In un libro, ha raccontato questi quattro anni da outsider in Parlamento. È intitolato Democrazia senza popolo, edito da Feltrinelli. Racconta da vicino ascese e cadute dei protagonisti dell’attuale stagione politica, da Bersani a Renzi, da Berlusconi a Salvini, da Monti a Grillo. Una stagione veloce più che riflessiva, fatta di slogan più che di pensiero, di emozione più che di ragione: tutto il contrario di quelli che sono i consueti riferimenti della vita accademica di un professore. Ma la vera rivoluzione (o involuzione) in atto, per Galli è un’altra: la democrazia rappresentativa mantiene la sua facciata, ma è sempre più svuotata di significato, sempre più preda di personalismi e populismi. Ed è la mancanza di pensiero che ha reso cieca e impotente la classe politica di fronte al “massacro” sociale portato dalle politiche neoliberiste. «È come – dice Galli a Linkiesta.it – se a un certo punto avessimo deciso che le grandi questioni erano risolte e che, quindi, bastasse far andare avanti la baracca. Non era così». In Italia, la rottura è coincisa, dice Galli, con la parabola di Matteo Renzi. È la post-democrazia. O forse una “pseudo-democrazia”.

Professore, ci dica intanto una cosa: si è pentito di aver fatto questo ‘salto’ in politica, come lo definisce nel libro?

No, non mi sono pentito, proprio perché l’ho fatto come un salto, come un atto non definitivo. Direi come un’esperienza a livello personale e un servizio per il Paese, se si dice ancora così. Quando mi sono candidato, sapevo bene che il mio mestiere era un altro. Ma ho imparato molto. Si impara sempre.

Quindi meglio chiamarla ancora professore, non deputato…

Sì, nonostante tutto parlo ancora da professore. E me lo fanno sempre notare.

Leggendo il suo libro, salta subito all’occhio una constatazione amara. Sembra che per far politica oggi non serva aver studiato o studiare, anzi il solo pensarlo diventa un impedimento. Ho capito bene?

Premettiamo che di questa cosa non sono contento. Poi, sì, ci sono stati tempi, nemmeno tanto remoti, in cui la politica italiana pur rimanendo autonoma è stata praticata da persone che avevano alle spalle una struttura culturale mediamente solida, insieme a un orizzonte ideale. Queste cose oggi sono fuori moda, sorprendono.

E perché?

Perché nel tempo la politica è stata colonizzata da logiche di tipo economico-gestionali. È come se a un certo punto della nostra esistenza, ma non sappiamo bene quando, avessimo deciso che le grandi questioni erano risolte e che, quindi, bastasse far andare avanti la baracca. Negarlo, dava la patente di stupido o di passatista. Ma i risultati si vedono: selezionare un personale politico senza immaginazione porta all’impoverimento della politica. La mancanza di immaginazione non consente di riconoscere e affrontare i problemi. E i problemi diventano così esplosivi. È quello che sta accadendo.

Nel libro c’è un’altra constatazione: la politica, l’agire politico non esiste più, esistono i personalismi.

Guardi, stiamo vivendo la fine della globalizzazione, la fine dell’euro, la fine probabilmente dello stesso concetto di democrazia che abbiamo conosciuto finora. Ma di fronte a tutto ciò in Italia non c’è un disegno politico.

Ma è possibile che la politica, non solo in Italia, stia rinascendo dal basso, fuori dal palazzo? I voti di protesta o il successo di formazioni anti-sistema potrebbero indicare questo, no?

Certo, la politica non muore. La politica c’è sempre, come la forza di gravità. Il potere e la voglia di contro-potere restano un’esigenza comune dell’umanità. Muoiono invece certi assetti istituzionali, certe forme di rappresentanza, come i partiti. Restano in piedi le istituzioni rappresentative, ma vengono svuotate delle loro funzioni. Ecco la democrazia senza popolo.

Che cosa sta accadendo?

Le società occidentali sono state massacrate dai modelli economici neoliberisti. Anche se stanno conoscendo una ripresa, dopo la lunga crisi, ormai sono considerati modelli economici antisociali. La società se ne è accorta: da qui nascono il disagio e la protesta popolare.

 Perché la politica, quel Parlamento di cui fa parte da quattro anni, non se n’è invece accorta?

Non ci sono più appunto i partiti, che una volta rappresentavano la società e mandavano impulsi al sistema politico.

C’entrerà anche quella mancanza di cultura di cui parlavamo prima, suppongo.

Come le dicevo, non c’è immaginazione, quella cultura sufficiente a decifrare la società. La politica si sta basando soprattutto sui tatticismi: succede generalmente che ci siano le vecchie volpi che la sanno sempre lunga e pensano di sapere che cosa sta succedendo nella società. Infatti, poi, vengono prese in contropiede.

Chi è stato preso più in contropiede in questa legislatura?

Bersani. Perché aveva una proposta socialdemocratica ma il Paese andava nella direzione della protesta. Il presidente Napolitano aveva chiesto al Pd di appoggiare il Governo Monti nel 2011, e il Pd l’ha pagata cara. Altro che vittoria mancata, Grillo stava crescendo di mese in mese ben prima delle elezioni del 2013. Poi, dopo Bersani, c’è stato il grande equivoco Renzi. Il quale faceva, sì, delle politiche liberiste spinte, ma all’inizio piaceva a tanti, perché aveva promesso di cambiare tutto. Solo che in seguito la gente si è accorta che voleva cambiare tutto non per farla stare meglio, ma per far funzionare meglio la macchina neoliberista. Per questo, la gente ha mandato al diavolo Renzi.

Usando il No alla riforma costituzionale, al referendum del 4 dicembre?

Esattamente. Nella testa di Renzi, il combinato disposto fra riforma delle Costituzione e riforma della legge elettorale avrebbe dovuto porre il sigillo a un sistema con un primo ministro onnipotente, il culmine dell’indebolimento delle istituzioni rappresentative. Solo che gli italiani si sono vendicati contro di lui per le promesse mancate.

Ecco, Renzi. Però nel 2014 diventarono tutti o quasi renziani, e per tre anni il governo guidato dal segretario del Pd ha avuto una maggioranza in Parlamento. Come mai?

Bisogna partire dall’inizio della legislatura, lo racconto nel mio libro. Furono mesi di disorientamento totale, le piazze erano inferocite. Non si trovava un presidente della Repubblica, tanto che poi si è dovuto rieleggere Napolitano. E non si trovava un capo del Governo, tanto che poi Napolitano ha nominato Letta. Nessuno si occupava dei parlamentari comuni. In quei mesi non c’era un principio d’ordine, non c’era una linea. Per questo Napolitano, anche se con scelte che possono essere discutibili, è stato indispensabile per non far crollare il sistema.

Renzi arrivò alla fine di quell’anno…

Il governo Letta era stato debole e anche sfortunato. Direi anche che era assai poco avvertito come un governo di sinistra. Aggiungendo a questo la condanna di Berlusconi, a quel punto Renzi, se veniva percepito dai cittadini come un rottamatore, dai parlamentari veniva percepito come quello che metteva a posto la coscienza collettiva. Renzi poteva dare un senso alla legislatura, le dava una legittimità politica, una continuità. Per questo i tanti bersaniani, che erano la maggioranza dei parlamentari Pd, diventarono renziani. Non renziani duri e puri, certo, ma uniti da un matrimonio di interessi, di solito il tipo di matrimonio che dura più a lungo. Del resto, Renzi ha avuto anche una qualità in più di altri.

Quale?

La forza mediatica.

Questo è innegabile.

Attenzione, però: la sua e quella delle forze economiche neoliberiste che hanno scommesso su di lui, lo hanno sostenuto e gli hanno dato spazio. Così c’è stato un momento in cui tutta la politica era nella testa di Renzi. Che è abile e pragmatico, ma non ha un disegno complessivo. Non è Napoleone.

Tutto questo fino alla caduta, al referendum. Fine della parabola?

No, no. Caduto, ma con calma. Perché Renzi ha ancora il predominio all’interno del Pd, anche se ora l’opposizione si muove allo scoperto. I bersaniani se ne sono andati perché Renzi, anche se non era questo il suo disegno, sta perseguendo la strada del proporzionale, per potersi alleare dopo le elezioni e tenere un partito a sua somiglianza.

E lei in tutto questo dove si colloca?

Io sono uscito nel 2015. Adesso sono anche formalmente un indipendente: non sono con Sinistra Italiana di Fratoianni ma sto nel gruppo di Scotto, che si è fuso con quello di Bersani nel Movimento Democratici e Progressisti.

Tante anime, a sinistra. Ce la si farà a ricongiungerle?

È plausibile che Renzi venga rieletto segretario, almeno se avrà abbastanza voti per non dover dipendere dal voto dell’Assemblea.

In Assemblea rischierebbe?

Io, lì, non ci scommetterei più un soldo. Comunque, con un Pd guidato ancora da Renzi penso che sia piuttosto complicato che questo movimento demo-progressista possa tornare insieme. Il destino di Renzi è di allearsi, dopo le elezioni, con Berlusconi. A meno che Berlusconi non vinca, visto che al momento il centrodestra, se unificato, è teoricamente il primo partito italiano.

Fra i suoi libri, ce n’è uno del 2010 sull’intramontata attualità dell’asse destra-sinistra: oggi lo riscriverebbe?

Sì, perché quella divisione c’è, solo che è nascosta.

Ovvero?

Quello che si vede è l’alternativa fra establishment e anti-establishment. Ma la proposta anti-establishment può essere sia di destra sia di sinistra. Uno che negli Stati Uniti avrebbe votato per Sanders può aver votato anche per Trump, salvo poi scoprire che Trump non è esterno all’establishment.

E quando crede che torneranno a differenziarsi, destra e sinistra?

La vera differenza è la critica al neoliberismo. Questo, oggi, è il vero discrimine. Certo, tutto viene coperto da un velo di odio e di rancore calato di fronte agli occhi dei cittadini: oggi chiunque sia contro l’establishment va bene. Quindi, destra-sinistra nell’immediato non emergono. Ma torneranno a emergere. E ci sarà bisogno di una proposta di sinistra che faccia la differenza e dia una risposta a chi ha subito il massacro sociale.

L’intervista è stata pubblicata in «Linkiesta.it» il 4 marzo 2017.

Liquida, lacerata o solida? La società del neoliberismo in crisi

«Tutto ciò che è stabilito evapora». Nel Manifesto Marx aveva ben colto il potere mobilitante e la potenza dionisiaca del capitalismo, dandone un’entusiastica descrizione; e ne aveva individuato il carattere progressivo nella capacità di «lacerare senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali». Rottura delle comunità e delle istituzioni, individualismo e dinamismo sono caratteri essenziali della forma capitalistica di produzione, della sua «distruzione creatrice».

Costretto dalla crisi del keynesismo a «guadagnare tempo», il capitalismo non ha esitato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo a travolgere gli equilibri sociali e politici che aveva realizzato nei «Trenta gloriosi»: è stata la quarta rivoluzione del Novecento, neoliberista (dopo quella comunista, fascista, socialdemocratica). I cui effetti, o almeno alcuni dei quali, sono stati descritti da Zygmunt Bauman in un celebre libro, Modernità liquida, che apre il XXI secolo descrivendo la fine del legame sociale, delle istituzioni collettive, delle forme organizzative e di appartenenza in cui si erano conformate le società del secondo dopoguerra.

La società liquida è quella degli individui slegati, liberi da vincoli ma anche privati dei tradizionali punti di riferimento nello Stato, nei partiti, nei sindacati, nelle memorie di classe (a cui egli aveva dedicato un libro assai critico già nel 1982, riconducendole a espressione della retorica di alcune corporazioni attardate); una società amorfa, priva di forma come lo è l’acqua, in cui l’individualismo – il movimento anarchico di ogni molecola del liquido – è per così dire obbligatorio, dato il venir meno di ogni istituzione o corpo intermedio. Bauman vede che in questa condizione vanno perdute tutte le determinazioni universali della modernità – appunto lo Stato e i partiti –, in un’ultra modernità che è postmodernità, e sottolinea che questa «liquidità» è insostenibile, tanto che i singoli individui vi reagiscono cercando omologazione e omogeneizzazione in gruppi e in mode culturali o di consumo.

È stata, questa, un’analisi molto fortunata della fenomenologia del neoliberismo, l’analisi di un sociologo che ha assecondato la tendenza «nuovista» dei nostri tempi nella loro fase ascendente, e la correlata ritrascrizione delle loro coordinate politiche: se la società è liquida, se l’unica realtà sono i singoli individui e le loro temporanee aggregazioni, allora destra e sinistra perdono di significato e diventa centrale la contrapposizione vecchio/nuovo. Anche se non esplicita, c’è molta «terza via» in questa lettura della società (e non a caso Giddens è ringraziato già in Memorie di classe), ovvero c’è molta aderenza – o almeno non c’è una chiara presa di distanza – rispetto all’autonarrazione della nuova fase del capitalismo.

Quello che, invece, resta occultato è l’ordine dietro il disordine, il permanente dietro l’effimero, la struttura che sorregge questo apparente caos. Il modo di produzione capitalistico, insomma, da cui queste trasformazioni sono prodotte e a cui sono funzionali. La società liquida è infatti la società mobilitata dal capitalismo senza freni né argini, dal biocapitalismo che ha travolto i corpi sociali intermedi e afferra le vite intere, che nega ogni possibile alternativa, che taccia di follia o di passatismo ogni tentativo di dare alla società un ordine politico non coincidente con le compatibilità e con le esigenze del capitale. Certo, liquidità e omogeneità, individualismo e passività esistono; ma la potenza che opera dietro queste apparenze ha anche un’altra manifestazione, altrettanto e più determinante e strutturale: la disuguaglianza, il baratro della divisione sociale fra immensamente ricchi e masse che si impoveriscono. La struttura profonda della società è questa sua lacerazione, che emerge negli ultimi decenni da tutti gli indicatori in tutto l’Occidente – dall’indice di Gini alla curva dei salari e dei profitti, dalla tendenziale scomparsa dei ceti medi alla loro radicalizzazione politica – e che esplode con la crisi del neoliberismo; per comprendere la società di oggi più che sull’amorfa e liquida uguaglianza ci si deve concentrare sulla rocciosa e scoscesa disuguaglianza, sulle scogliere impervie e sui dirupi inaccessibili del dislivello economico, educativo e di potere, contro le quali si è infranta la nave dello Stato sociale.

È questa disuguaglianza invincibile, questa ingiustizia strutturale, dapprima occultata sotto la superficie della società liquida e ora emersa nel tempo della crisi interminabile, a generare a sua volta il cosiddetto populismo, la protesta anti-establishment – che vorrebbe essere anti-sistema, ma che per debolezza d’analisi riesce a essere solo anti-casta, e che tuttavia in varie forme scuote l’Occidente. In alcuni contesti, come l’Italia, il populismo si organizza prevalentemente come previsto da Laclau, cioè per catene di equivalenze intorno a un significante vuoto (una generica antipolitica, dentro la quale trova posto, ritrascritta, ogni altra motivazione concreta); ma in altri, come la Francia (ancora in forse) e gli Usa (dove ormai i giochi sono fatti), non è il vuoto ma il pieno, il solido, a contrastare – peraltro invano – le contraddizioni del sistema. Le motivazioni anti-casta, infatti, pur presenti, qui si sostanziano di richiami a valori forti, a comunità immaginarie, a pseudo-identità escludenti, a rabbiose ricerche del capro espiatorio – la pretesa di solidità, in politica, va sempre di pari passo con la polemicità –.

La politica della differenza viene insomma di fatto accettata: i subalterni, i perdenti, nella loro furia contro i potenti e i vincenti non riescono a fare altro che tentare di sopraffare altri segmenti deboli della società: la protesta popolare contro Wall Street intercettata da Trump (altra cosa sarebbe stata una vittoria di Sanders) ha prodotto in concreto un governo composto da militari (anche se questi sono forse, dopo tutto, i più prevedibili) e da esponenti di Goldman Sachs e del suprematismo bianco, nonché una bolla di euforia borsistica, insieme a un discorso pubblico xenofobo anti-ispanico, anti-mussulmano e «patriottico». La crisi della globalizzazione neoliberista lascia spazio a una forma di «capitalismo militarizzato», aggressivo e difensivo al contempo, gestito da élites parzialmente diverse dalle precedenti, e da culture politiche che non si sentono debitrici, neppure a parole, rispetto ai valori democratici. Una «solidità» che lascia intatta la struttura lacerata e disuguale della società proprio come faceva la «liquidità» della globalizzazione trionfante – e che anzi la peggiora –, e che come principio d’ordine sociale sostituisce l’ormai impraticabile omogeneità degli stili di vita con una presunta comunità dei valori e con l’individuazione dei loro nemici interni. La persistente subalternità dei molti è compensata non più dai consumi ma dall’offerta di una «identità» polemica.

La sconfitta storica della sinistra ha quindi lasciato sul campo due destre – quella cosmopolitica e quella nazionalistica – e un solo modello economico, nei suoi diversi cicli e nelle sue diverse posture politiche. L’esigenza di un’alternativa ragionevole – di una nuova costruzione sociale, conflittuale ma non lacerata, ordinata ma non solida, libera ma non liquida – è più che mai all’ordine del giorno.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria Indipendente», l’8 marzo 2017.

Fra «vintage» e «quarto polo»

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Aderisco al nuovo gruppo parlamentare della Camera («Articolo 1- Movimento dei Democratici e Progressisti», se questa è la denominazione definitiva), ma come «indipendente» perché non mi paiono ancora chiari i suoi contorni politici.

La componente che proviene dal gruppo SI-Sel non è disposta a sacrificare l’originario progetto di «quarto polo» alla interpretazione minoritaria e movimentista che ne ha dato il recente congresso di Rimini, al quale parecchi non hanno neppure partecipato. Quindi quella componente – peraltro maggioritaria – non è da definirsi tanto «scissionista» quanto interprete coerente del progetto originario di SI.

Ma poiché la componente ex-SI-Sel si fonde con i protagonisti della scissione consumata da alcuni bersaniani e dalemiani in uscita dal Pd, si pone senza dubbio la questione di decifrare i significati di questa alleanza, e l’orizzonte della nuova formazione parlamentare e del soggetto politico che ne seguirà.

Finora si è parlato molto del rapporto col governo Gentiloni, che soprattutto al Senato dovrà essere non osteggiato, perché non si realizzino i propositi avventuristici di Renzi. Nondimeno, questa è una questione tattica, che si rende urgente nell’immediato ma che non può certo esaurire l’essenza dell’operazione in corso. A livello strategico, invece, si sono sentite poche affermazioni, e non tutte rassicuranti. Fra le altre, che la nuova formazione non nasce contro il Pd ma contro Renzi; o ancora che non si deve neppure polemizzare contro quest’ultimo, perché è evidente che dopo le elezioni (o prima, secondo il sistema elettorale) ci si dovrà alleare con lui (dato quindi per vincitore del congresso); che il target elettorale di riferimento del nuovo soggetto sono quelle parti del «popolo della sinistra» che non votano più il Pd di Renzi (o per astensionismo, o per sofferto «grillismo»).

Se ci si limitasse a ciò, si starebbe dando vita a una «operazione nostalgia» dal profilo minimalista – e infatti sono minimi anche i risultati elettorali attesi, stando alle prime impressioni sondaggistiche –; a una sorta di «linea vintage» di quel medesimo progetto di cui il Pd è il «marchio giovani» (benché questi non lo votino, com’è noto); insomma, a un semplice riadattamento alla nuova realtà tripolare e proporzionalista di una forza come il Pd, che, nato come partito pigliatutto a vocazione maggioritaria, ora deve marciare diviso per poi colpire unito, per riaffermare sostanzialmente immutato il proprio progetto politico. Cioè la gestione «riformistica» della situazione presente e dei trend attuali, l’identificazione con l’establishment, il fronteggiamento dei «populismi».

Se fosse confermata questa impostazione – rifare i Ds, per poi essere una parte del «nuovo Ulivo», del «centro-sinistra col trattino» – saremmo di fronte a una debolezza ancora più grave di quella denunciata da coloro che nelle cause della scissione del Pd vedono solo interessi elettorali di qualcuno, o un elemento personalistico. Si tratterebbe, più che di una debolezza, di un’occasione mancata: quella proposta di scarso respiro sarebbe infatti punita elettoralmente in quanto per nulla rispondente alle attese e ai bisogni attuali del Paese. Che ha l’esigenza di vedersi offrire un’alternativa democratica e progressista – e non rabbiosamente populista e xenofoba – alle politiche praticate dalla linea Monti-Letta-Renzi che, con i loro esiti di impoverimento quasi generalizzato, di disuguaglianza, di umiliazione e precarizzazione del lavoro, hanno messo a repentaglio la tenuta del legame sociale e dello stesso orizzonte democratico della repubblica, favorendo la nascita di quelle forme di protesta che sbrigativamente si definiscono «populismi».

Ma ci sono state anche prese di posizione più rassicuranti: la nuova formazione, in quanto si richiama all’articolo 1 della Costituzione per l’idea che l’essenza politica del legame repubblicano è il lavoro, parte programmaticamente col piede giusto. Troppo si è detto che il mercato è il cuore della società, e troppa politica recente si è data da fare in questa direzione. E proprio per questo il nuovo centrosinistra ha bisogno di sviluppare molto di più che in passato il lato di sinistra (dato che la differenza fra destra e sinistra esiste ancora, purché la si voglia cercare), atrofizzato negli ultimi anni e mai irrobustito in precedenza; e deve accentuare il lato di sinistra – la lotta non solo congiunturale ma macro-economica alla disuguaglianza e alla svalorizzazione del lavoro – così marcatamente da poter fronteggiare con credibilità il disastro economico e sociale del centrosinistra vecchio, del Pd in profondissima crisi e orientato semmai in posizione difensiva verso i «nuovi barbari» populisti.

Insomma, il nuovo soggetto politico dovrà porre in essere una discontinuità tanto netta che nelle prime fasi della sua esistenza dovrà presentarsi come «quarto polo», come una forza sì riformista ma con segno politico ed economico assai diverso da quello che è stato attribuito al termine in tempi recenti; una forza che deve prima di tutto precisare la propria vocazione e la propria analisi della situazione, cosa che ha appena iniziato a fare, e che solo in un secondo momento deve porsi la questione delle alleanze (certo, che il segretario del Pd sia ancora Renzi, o invece un esponente della sinistra interna, non è indifferente); che insomma non deve nascere politicista ma politica. Che deve parlare agli italiani con un linguaggio radicale e concreto, libero e istituzionale, con un discorso di verità e di critica che prenda le distanze dal neoliberismo e dall’ordoliberismo – mettendo il lavoro al centro – senza cadere in quelle derive identitarie e reazionarie che rispetto alle forme dei poteri dominanti non sono per nulla alternative, costituendone piuttosto l’altra faccia (Trump ne è l’esempio più clamoroso, per ora).

Solo con questi intenti, tutt’altro che nostalgici, l’operazione in corso avrà il senso pionieristico e rivolto al futuro (cioè progressista) di un’apertura di un nuovo spazio politico: quello della Terza repubblica, che deve superare democraticamente gli errori politici economici e intellettuali della Seconda.

 

Porte girevoli

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Esiste un progetto di legge di mia iniziativa il cui titolo è Modifiche al codice dell’ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, in materia di limiti di assunzione di incarichi presso imprese operanti nel settore della difesa da parte di ufficiali delle Forze armate che cessano dal servizio e di dirigenti civili del Ministero della difesa. Questo progetto di legge è stato approvato all’unanimità in sede legislativa dalla Commissione Difesa della Camera il 4 marzo 2015. In entrambi i casi il relatore è stato l’on. Giorgio Zanin (Pd). Assegnato al Senato, in Commissione Difesa, l’11 settembre 2015, da allora non è mai stato calendarizzato né discusso.

La modifica del codice militare interviene su un particolare conflitto d’interessi, differito nel tempo, consistente nel fatto che ufficiali e dirigenti civili, impegnati durante il servizio in attività di procurement militare, possono di fatto transitare, una volta in congedo, alle dipendenze delle medesime imprese del comparto Difesa alle quali fino a poco prima hanno commissionato ordinativi. È evidente che ciò può nuocere alla correttezza dell’amministrazione, istituendo un legame troppo stretto fra Difesa e imprese. Sono le cosiddette revolving doors (porte girevoli): l’interessato esce da una porta, cioè l’amministrazione della Difesa, per entrare nell’altra, cioè l’impresa che produce per la Difesa, un fenomeno che in vari modi è oggetto di attenzione e correzione negli ordinamenti di alcuni Paesi occidentali (non in tutti).

Indagini conoscitive della Commissione Difesa, svolte durante la XVI e la XVII legislatura, avevano auspicato un intervento legislativo sulla materia, anche ai fini di attestare e consolidare l’affidabilità del comparto nazionale della Difesa in sede europea. La «legge Galli» ha quindi previsto — sotto il controllo e le sanzioni dell’Autorità garante della concorrenza — un periodo di mora di tre anni tra l’abbandono del servizio e l’assunzione di incarichi ufficiali presso le imprese della Difesa.

La unanimità dei consensi delle forze politiche, e il via libera dallo stesso governo che ha consentito l’assegnazione alla sede legislativa in Commissione (circostanze entrambe non consuete per un provvedimento presentato da un deputato alla sua prima legislatura) testimoniano dell’equilibrio della norma, che non si presenta come punitiva e che anzi si pone l’obiettivo di affermare l’indipendenza e l’autonomia delle forze armate. Il dirottamento della legge su un binario morto, al Senato, dimostra il venir meno non tanto dell’urgenza del problema, né delle condizioni soggettive del proponente, quanto di un’aliquota della capacità del Parlamento di intervenire nelle questioni della Difesa.

Questo «insabbiamento» può infatti essere visto come una semplice «pigrizia» del Senato, ma è più verosimile che il governo e le forze politiche (probabilmente anche una parte di quelle di opposizione) nutrissero qualche segreta riserva quando apertamente davano il via libera alla legge, alla Camera, e si ripromettessero di bloccarla al Senato. Questo per la crescente tendenza dell’esecutivo (particolarmente dell’ambito militare) ad autonomizzarsi di fatto dal potere legislativo o a vederlo come un socio di minoranza nella gestione del potere. Del resto, le Camere vedono restringere il proprio peso politico anche a livello normativo: ad esempio, la legge sulle missioni militari all’estero accresce il ruolo del presidente del Consiglio affidandogli i decreti di copertura finanziaria (pur soggetti a parere obbligatorio delle Camere). Un trend politico al quale si può, forse, porre rimedio solo attraverso un nuovo protagonismo del Parlamento, del quale non si scorgono però le avvisaglie.

L’intervento è stato pubblicato in «MIL€X 2017. Primo rapporto annuale sulle spese militari italiane», pp. 75-76, a cura dell’Osservatorio sulle spese militari italiane.

 

***

Modifiche al codice dell’ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, in materia di limiti di assunzione di incarichi presso imprese operanti nel settore della difesa da parte di ufficiali delle Forze armate che cessano dal servizio e di dirigenti civili del Ministero della difesa.

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

1. Al fine di assicurare una maggiore integrazione europea nel settore della difesa, nonché una maggiore efficienza nel controllo dell’operato nel settore del procurement militare e il conseguente rafforzamento delle capacità tecnologiche e industriali nazionali attraverso la previsione di regole che garantiscano la più ampia affidabilità del sistema militare e industriale italiano nelle procedure relative all’approvvigionamento, alla manutenzione e all’ammodernamento di materiali e sistemi d’armamento, dopo l’articolo 982 del codice dell’ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, sono inseriti i seguenti:

«Art. 982-bis. – (Incompatibilità riguardanti il personale militare che abbia rivestito incarichi nei settori della programmazione dei sistemi d’arma e del procurement militare). — 1. Il militare che lascia il servizio con il grado di generale di brigata, di divisione, di corpo d’armata e di generale o grado equivalente, per essere collocato in congedo, in congedo assoluto o in ausiliaria, e durante il servizio, negli ultimi quindici anni, è stato impiegato, indipendentemente dal grado rivestito, anche temporaneamente, in attività collegabili o riconducibili all’individuazione o alla definizione dei requisiti operativi dei sistemi d’arma ovvero alla pianificazione dei programmi di ammodernamento e rinnovamento dei sistemi d’arma, delle opere, dei mezzi e dei beni destinati alla difesa nazionale non può, nei tre anni successivi alla data della cessazione dal servizio permanente, ricoprire cariche né esercitare funzioni di presidente, amministratore, liquidatore, sindaco o componente dell’organo di controllo, revisore, direttore generale o centrale né assumere incarichi di consulenza con prestazioni di carattere continuativo o temporaneo presso società, imprese o enti operanti nel settore della difesa. Le disposizioni del primo periodo si applicano al personale ivi indicato anche qualora sia collocato in aspettativa o sospeso dall’impiego.

2. Ai fini del presente articolo, per società, imprese o enti operanti nel settore della difesa si intendono:

a) le società, le imprese o gli enti che forniscono sistemi d’arma complessi e prestazioni di integrazione dei medesimi;

b) le società, le imprese o gli enti che forniscono singoli apparati o sottosistemi dei sistemi d’arma di cui alla lettera a);

c) le società, le imprese o gli enti che producono componenti o prestano servizi per le società, imprese o enti di cui alla lettera a);

d) le società, le imprese o gli enti che operano nella manutenzione dei sistemi d’arma;

e) le società, le imprese o gli enti che prestano attività di consulenza alle società, imprese o enti di cui alle lettere a), b), c) e d).

3. Chiunque assume una delle cariche, funzioni o incarichi indicati al comma 1 in violazione del divieto ivi previsto è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria di importo compreso tra il doppio e il quadruplo del valore del compenso complessivo annuo previsto per la carica, la funzione o l’incarico.

4. All’accertamento della violazione conseguono la decadenza dalla carica o funzione e l’interdizione dalla prosecuzione del rapporto di lavoro o dell’incarico incompatibile.

Art. 982-ter. – (Poteri di vigilanza e sanzione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato in relazione alle incompatibilità di cui all’articolo 982-bis). — 1. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato accerta la sussistenza delle situazioni di incompatibilità di cui all’articolo 982-bis e vigila sul rispetto del divieto ivi previsto.

2. Qualora accerti la violazione del divieto previsto all’articolo 982-bis, l’Autorità:

a) applica la sanzione prevista al citato articolo 982-bis, comma 3;

b) dichiara la decadenza dalla carica o funzione ovvero ordina alla società, impresa o ente la cessazione del rapporto di lavoro o dell’incarico ai sensi del citato articolo 982-bis, comma 4.

3. In caso di inottemperanza all’ordine di cui al comma 2, lettera b), del presente articolo, si applica alla società, impresa o ente la sanzione prevista dall’articolo 15, comma 2, della legge 10 ottobre 1990, n. 287».

 

2. Le disposizioni di cui agli articoli 982-bis e 982-ter del codice dell’ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, introdotti dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche nei confronti dei dirigenti civili che abbiano assunto l’incarico di Segretario generale della difesa e Direttore nazionale degli armamenti o incarichi di direzione o controllo nelle Direzioni generali tecnico-amministrative del Ministero della difesa che operano nel settore del procurement militare.

 

3. Al personale di cui al comma 2 si applicano le sanzioni previste dai medesimi articoli 982-bis e 982-ter del codice dell’ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, introdotti dal comma 1 del presente articolo.

Tesi sull’Europa

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1.L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss) poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortita nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957) e lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compact del 2012 che ha tolto sovranità agli Stati a favore di un trattato economico gestito da Bruxelles e interpretato autorevolmente dalla Germania. Questa oscillazione continua e la complessità contraddittoria della configurazione attuale spiega perché è impazzita la maionese europea, ovvero perché il calabrone si è accorto che non può volare (un tempo si diceva che l’Europa è come un calabrone, che per le leggi della fisica non potrebbe volare eppure vola ugualmente).

2.La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, e dalla scelta inglese per un modello imperiale finanziario informale, il cosiddetto global England che coesiste con un marcato neonazionalismo) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora chiude (oltre alla secessione del Regno Unito, la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

3.L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors) in una pretesa di egemonia politica continentale della Francia in prospettiva post-statuale (e infatti non a caso la protesta francese contro l’Europa è oggi marcatamente statalista e protezionista/protettiva), l’euro è stato “occupato” dal marco tedesco e dall’ordoliberalismo sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – ha qui l’origine dei suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, abbandonando in parte le difese sociali dei lavoratori, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. Ne è nato un disagio sociale che sembra oggi orientarsi anche verso la SPD (che pure ne è stata a lungo responsabile).

4.Gli spazi politici in Europa (la questione centrale) sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavages interni all’area euro – che non è un’area monetaria ottimale –, ovvero vi sono gli spread, e oltre a questi vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. È decisivo capire che lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono (molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca): è questa mancata sovrapposizione a impedire l’affermarsi di un IV Reich, che peraltro neppure la Germania desidera. A questa complessità spaziale si aggiunga il fatto che la NATO ora non è più la priorità americana, e che gli Usa di Trump sembrano al riguardo un po’ più scettici (ma su questo punto è necessario attendere l’evoluzione degli eventi; probabilmente lo scopo statunitense è solo quello di far sostenere agli alleati un peso economico maggiore a quello attuale, e in ciò Trump è in linea con Obama).

5.È del tutto implausibile pensare che la Germania, anche in caso di vittoria socialdemocratica, possa avanzare verso l’assunzione di una maggiore responsabilità politica europea (ad esempio, accedendo a qualche forma di eurobond): anzi, la cancelliera Merkel verrà forse punita per il suo presunto lassismo verso la Grecia e verso i migranti. Del resto, la sua proposta di Europa a due velocità – qualunque cosa significhi – vuol dire proprio l’opposto di un’assunzione di maggiore responsabilità. In Europa convivono già diversi “regimi” su molteplici aspetti della politica internazionale; il punctum dolens è il regime dell’euro, che Draghi ha difeso come «irreversibile», richiamando così la Germania alle proprie responsabilità e implicitamente riproponendo la propria politica di Qe – che la Germania non gradisce, benché le porti sostanziosi vantaggi sulle intermediazioni, effettuate attraverso la BuBa –, che però non è in alcun modo risolutiva della crisi economica. In ogni caso, lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole per facilitare le esportazioni tedesche (prevalentemente). Mentre un euro a due velocità – che nel segmento più forte verrebbe apprezzato rispetto all’attuale – risolverebbe qualche problema politico, non impedirebbe alla Germania (che ha grande fiducia nella propria base industriale) di continuare a esportare merci ad alto valore aggiunto e ad esercitare egemonia nel proprio spazio economico, e toglierebbe di mezzo alcune preoccupazioni di Trump. Insomma, un nuovo SME, benché non risolutivo, sarebbe probabilmente una boccata d’ossigeno per molti.

6.In Italia la UE è stata pensata come «vincolo esterno» per superare d’imperio le debolezze della nostra democrazia, e il nostro acceso europeismo è stato il sostituto compensativo della nostra scarsa efficacia politica sulla scena internazionale, diminuita ulteriormente da quando la fine del bipolarismo mondiale ci ha privato del pur modesto ruolo di mediatori, nel Mediterraneo, fra Occidente e mondo islamico. Il continuo acritico rilancio del nostro Paese sugli step successivi dell’integrazione europea – SME, euro, Fiscal compact – non è stato poi esente da aperti intenti punitivi: basti ricordare il sarcasmo di Monti sul posto fisso, da dimenticare perché «noioso», o gli auspici di Padoa-Schioppa sul fatto che l’euro avrebbe nuovamente insegnato ai giovani, a cui lo Stato sociale l’ha fatta dimenticare, la «durezza del vivere».

7.Impiccarci al «vincolo esterno» vuol quindi dire preservare una configurazione di spazi politici che vede la nostra sovranità compromessa dal nostro partecipare alla pluralità incontrollabile degli spazi politici europei. Anche quando eludiamo più o meno astutamente alcuni vincoli dell’euro, restiamo subalterni alle sue logiche economiche complessive, oltre che ai «guardiani dei trattati», più o meno benevoli o rigorosi – secondo i loro disegni. E soprattutto vuol dire privarci degli strumenti per invertire la nostra filosofia economica e politica, e quindi consegnare l’Italia alla protesta sociale causata dall’insostenibilità del modello economico.

8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.

9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).

10.L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, l’immaginazione di futuri alternativi. Gli Stati uniti d’Europa sono un modello impraticabile (dove sta il popolo europeo col suo potere costituente?), che del resto nessuno in Europa vuole veramente. L’Europa deve insomma configurarsi come una fornitrice di «servizi» – anche giuridici –, come una cornice leggera che contorna Stati sovrani liberi di allearsi e di praticare modelli economici convergenti ma non unificati. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa libera dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, una potenza unitaria continentale – di fatto ciò non sta avvenendo –. È invece necessaria una nuova cultura del limite, della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia o dell’ipercapitalismo. Sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono, benché la prima democrazia moderna sia nata in America; ma per altri versi si escludono, se ci si attende la democrazia da un blocco continentale unificato da trattati monetari e dall’egemonia riluttante della Germania: di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati, e alla loro collaborazione. Dire che l’euro è irreversibile è in fondo un atto di disperazione intellettuale e politica, o almeno di scarsa immaginazione: un atto anti-europeo, in fondo. Di irreversibile, a questo mondo, c’è solo l’entropia, un destino fisico; ma ciò che la storia ha fatto può essere cambiato, soprattutto se il cambiamento deve salvare le nostre società e le nostre democrazie. Ed è appunto la politica quella che, posto che se lo proponga, serve a cambiare le cose, mentre al contrario le profezie catastrofiche – minacciate a chi pretende di percorrere una via difforme dal mainstream elevato a destino – non si sono avverate. Questo ci sia di conforto e di stimolo al pensiero e all’azione.

 

Sinistra a congresso fra piccola e grande politica

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È ormai chiaro che invece di un congresso fondativo Sinistra Italiana ne terrà due, fornendo così un inedito esempio di «scissione preventiva». SI nasce sotto una cattiva stella, e anzi rischia di essere una creatura fragile e cagionevole – ma non perché precoce, anzi perché tardiva (quanto entusiasmo è passato sotto i ponti dal teatro Quirino!) –; o addirittura potrebbe essere un progetto nato morto.

I vortici che rischiano di sommergerla sono molteplici. Quelli che si generano al suo interno, in primo luogo. Si tratta di divisioni personali, di beghe sulle tessere, di abitudini al piccolo cabotaggio, di mancanza di elaborazione teorica e quindi di divergenze sulla natura e sull’orizzonte stesso della sinistra (sul ruolo dello Stato, sul rapporto con l’euro e l’Europa, sulle questioni della sicurezza e sulle migrazioni) – che spesso si traducono nel tema del rapporto col Pd (che è in realtà segno di subalternità) –. Sullo sfondo si delinea la divaricazione fra l’autonomia – che per chi la critica è una «deriva identitaria» (anche se non è chiaro di quale identità si parli) –, da una parte, e dall’altra la vocazione “responsabile” alla collaborazione al «campo progressista» di un rinnovato centro-sinistra – nell’ipotesi che questo nuovo «centro-sinistra immaginario» (tutto da precisare) possa rimediare ai disastri perpetrati dal «centro-sinistra reale», che a suo tempo ha spianato la strada al neoliberismo e al suo nemico speculare, il populismo –.

Il «campo» della sinistra è, a sua volta, percorso da tentativi di ricomposizione: Cuperlo dall’interno del Pd, Pisapia e D’Alema dall’esterno, lanciano ciascuno (differentemente l’uno dagli altri) un’Opa – forse non ostile ma certo egemonica – sullo spazio a sinistra del Pd, il che impedisce a SI di essere protagonista del gioco, e la relega di fatto al rango di comprimario.

Ma non solo lo spazio a sinistra rischia di essere affollato di proposte deboli e concorrenziali e di finire occupato dall’astensione o dalla protesta anticasta; incombe anche la questione della nuova legge elettorale. Alla Camera al momento c’è il premio di maggioranza ma non sono previste le coalizioni; al Senato queste ci sono ma non c’è il premio. Nessuno, coalizzato o no, è in grado di arrivare al 40 per cento, e quindi tutte le ipotesi di nuove leggi elettorali registrano il venir meno dell’antica vocazione maggioritaria del Pd, che si vede costretto a coalizzarsi o prima o dopo le elezioni (ma a questo punto l’alleanza preventiva non gli dà nessun beneficio), e anche la crisi della centralità del Pd, che non può cambiare la legge elettorale da solo, e cerca partner diversi (a volte il M5S a volte Berlusconi, che però pongono sempre nuove condizioni – la rinuncia ai capilista bloccati, i primi; l’attesa della cosiddetta «riabilitazione» da Strasburgo che lo renda ricandidabile il secondo, che ha anche un difficile problema strategico con la Lega –).

Per di più il Pd è divenuto l’epicentro dell’instabilità politica italiana. Renzi ha accondisceso alla richiesta di Bersani e di Cuperlo di un congresso anticipato. Ma quella di Renzi non è una resa; è infatti evidente che punta a vincere un congresso frettoloso e a favorire, mentre si svolge, l’uscita definitiva della sinistra dal Pd: l’eventuale scissione dalemiana (che se coinvolgesse anche Bersani – come avverrà se non sarà risolta la questione dei capilista bloccati, che escluderebbero quasi del tutto la sinistra Pd dal parlamento – provocherebbe un danno non piccolo al Pd sul piano elettorale) verrebbe così addebitata ai suoi nemici storici, e non al segretario.   Congresso rapido, scissione o subalternità degli sconfitti, alleanza con Pisapia per il 40 per cento, elezioni a giugno: questo resta, verosimilmente, il piano di Renzi.

Il quale non è scomparso dall’orizzonte della politica, benché il suo potere dentro il Pd sia meno saldo (ma egli resta ancora senza avversari reali) e benché col referendum e con la sentenza della Corte costituzionale (il baricentro dell’Italicum era il ballottaggio) abbia perso la scommessa di confezionarsi una nuova forma di «democrazia d’investitura rafforzata» tagliata sulle proprie misure; ma la sua politica ha ormai ha il carattere di avventura personale, di tentativo di mettere in salvo il salvabile del passato potere – che egli cerca di imporre all’Italia, nel crescente scetticismo del suo partito e nell’assenso, almeno apparente, delle forze antisistema (Lega, FdI, M5S) più interessate a sfruttare il momento, presunto propizio, che non a individuare i mali dell’Italia.

In questo contesto SI non sarà certo determinante né nell’elaborazione del modello elettorale né nell’individuazione della data delle elezioni. Potrà forse avere qualche peso nel nuovo sistema politico a base proporzionale, e quindi coalizionale, ma senza una vera rinascita teorica e organizzativa questo vantaggio varrà ben poco, a fronte della questione, mai apertamente affrontata, di che cosa significhi pensare e fare politica a sinistra, oggi –.

I mali dell’Italia, in ogni caso, non sono, come vuol far credere Renzi nel suo stanco populismo, i «vitalizi» dei parlamentari (magari fossimo a questo!), e non possono essere curati da un nuovo bagno rigenerante di campagna elettorale (come se non ne avessimo avuto abbastanza con il referendum). Stanno, quei mali, nella nostra difficoltà, per la debolezza del sistema politico e delle culture politiche, a prendere decisioni in merito a tre fini ormai incombenti: della globalizzazione, chiusa da Trump e dalla sua militarizzazione dell’economia in senso protezionistico; dell’euro, in via di chiusura per la crisi economica e sociale che ha generato, e per i crescenti differenziali di crescita che si registrano nell’eurozona (a ciò si aggiunga la crisi della Ue, scandita dalla Brexit, dalla sfida lepenista, e dai muri che sorgono ovunque); e dell’ordine democratico postbellico che già si era molto malamente adattato alla globalizzazione neoliberista e che ora, nella sua crisi, rischia di essere senz’altro scardinato da politiche di destra – la sinistra in Europa non è certo in buona salute, benché forse qualche speranza possa venire dalla Germania –.

Se manca a tutti, tranne che forse alla destra estrema, un progetto per l’Italia, se Renzi dice al popolo soltanto «stai sereno e fidati della mia abilità», se i «grillini» sono drammaticamente inadeguati, se la destra moderata non ha una vera risposta se non nel riesumare Berlusconi (se sarà possibile), in particolare la sinistra – che della costruzione dell’ordine democratico postbellico era stata protagonista, e che della globalizzazione era stata vittima e al tempo stesso propagatrice tanto affascinata quanto subalterna – non può, dopo la compromissione, ritornare in campo con un heri dicebamus, cioè con una proposta socialdemocratica che non faccia i conti con la crisi della stessa socialdemocrazia, che non ripensi il ruolo dello Stato nel governo dell’economia e nella ristrutturazione della sfera pubblica in un contesto in cui sono assenti i partiti di massa, peraltro indispensabili per una rinascita della politica. Una sinistra di governo (e di «protezione» non securitaria della società) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire – nonostante il risultato referendario, ridare vita materiale e non solo formale alla Costituzione non è impresa da poco –. Ma dell’energia necessaria non v’è traccia, per ora; la grande sfida di creare il «quarto polo» della politica italiana non tanto è stata fallita quanto non è stata neppure tentata. Da una parte si è ripiegati su un’ipotesi minoritaria, rassicurante, e dall’altra si è scelta una via “aperta” ma incerta e oggettivamente orientata a governare col Pd; una via che parla più al ceto politico che ai cittadini.

Di fatto, entrambe le ipotesi oltre a confermare che a sinistra è più facile dividersi che unirsi rischiano di essere solo «piccola politica», di avere a stento il respiro per partecipare su piccola scala all’impresa del «primum vivere», comune a tutte le forze politiche. Impresa ovviamente indispensabile, e che ci auguriamo riesca a SI, ma non tale da muovere gli animi delle masse. Impresa in ogni caso molto lontana da quella che dovrebbe essere propria della sinistra, oggi: rifondare la «grande politica» dopo la neutralizzazione neoliberista e dopo la reazione populista. Una mission che può essere definita velleitaria solo da chi non prende sul serio la profondità della crisi che attraversiamo e le minacce di destra che incombono sulle nostre società.

Versione riveduta di un testo pubblicato  in «La parola»n. 5, 2017

 

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