Carlo Galli e la politica come potere meno potente

a cura di Luigi Somma

Osservare la politica in medias res per coglierne le trasformazioni ancora in atto, arrischiandosi su un terreno franoso e instabile come quello della politica italiana.

È possibile ritrovare questo sforzo nel libro Democrazia senza popolo di Carlo Galli – docente di Dottrine politiche presso l’Università di Bologna e parlamentare – che verrà presentato oggi alle 19 presso l’Arco Catalano di Palazzo Pinto, nell’ambito di «Salerno letteratura». Il tema dell’incontro è Per la nobiltà della politica, con la conduzione di Gennaro Carillo.

Galli traccia nel suo libro la parabola politica del nostro Paese, a partire dalle elezioni del febbraio del 2013 – segnate dal tentativo fallito di Bersani di dar vita a un nuovo governo – fino al referendum costituzionale.

Galli, partiamo dal titolo del suo libro Democrazia senza popolo. Che cosa vuol dire?

In linea di principio, non credo sia possibile che una rappresentanza politica possa sopravvivere senza il proprio rappresentato. Non c’è mai l’assenza totale del rappresentato, ma c’è una progressiva diminuzione qualitativa e quantitativa dello stesso; nel senso che ormai va a votare solo una metà della popolazione, mentre l’altra metà resta a casa. Anche nell’ipotesi che il popolo si esprima, la sua volontà è completamente ininfluente. Il sistema istituzionale della democrazia continua a funzionare anche in Parlamento, anche se c’è sempre meno popolo, che è stato prima gravemente illuso e poi disilluso.

Come si collocano le forze populiste rispetto a questo status quo?

Le forze populiste sono forze che giocano la classica mossa intellettuale e politica del populismo, cioè dividono il mondo in un «noi» e un «loro». Per cui «noi» siamo i molti onesti, mentre «loro» sono i pochi disonesti. «Loro» sono tutti uguali e, anche quando evidenziano la loro diversità, in realtà stanno recitando. Gli unici a fare la differenza siamo «noi». Dopo aver acquisito in questo modo molti voti, questo movimento, che non è né di destra né di sinistra, da qualche parte va a cadere: oggi è molto probabile che vada a cadere sulla destra.

Lei scrive: «La politica è il potere meno potente». Che cosa c’è dietro questa affermazione?

La nostra non è una società liquida, ma rocciosa e quindi composta da tante differenze, disparità e contraddizioni, che sono tutte congelate, incapaci di produrre progresso nella loro pericolosa immobilità. L’ultima generazione dei politici di sinistra ha lasciato cadere l’ipotesi che la politica fosse onnipotente, mettendosi invece a rimorchio delle potenze economiche e facendo in modo che fossero queste ultime a segnare la via e ad assegnare alla politica il proprio ruolo. Ovvero, aiutare le forze economiche a fare piazza pulita delle architetture dello Stato sociale. Così le forze politiche di sinistra si sono assunte l’incarico di aiutare il mercato a fare piazza pulita dei diritti, poiché erano questi ultimi a impedire ad esso di affermarsi.

L’articolo è stato pubblicato in «la Città. Quotidiano di Salerno e provincia» il 24 giugno 2017

 

Il paradosso della democrazia senza popolo

di Pietro Treccagnoli

Già dal titolo, Democrazia senza popolo, il libro di Carlo Galli esprime un paradosso politico nel quale sembra averci fatto precipitare la postmodernità, definizione anch’essa ambigua e paradossale. Galli è docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna e dal 2013 è deputato, eletto con il Partito Democratico e ora nelle file di Articolo 1, dopo essere transitato per Sel. Anche se nel sottotitolo si annuncia come «cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana» si ha tra le mani tutt’altro che una cronaca. «Non è un libro di memorie o di pettegolezzi» ha spiegato lo stesso autore ieri sera a Palazzo Serra di Cassano, dove il volume edito da Feltrinelli è stato presentato da Francesco Maria De Sanctis, Geminello Preterossi e Florinda Li Vigni. È piuttosto una particolare forma di «storia del presente». In sostanza un testo di filosofia politica calato nell’attualità.

E all’attualità Galli non si è sottratto, nonostante la materia e gli spunti allargassero il campo al pensiero speculativo più raffinato e complesso. Da Matteo Renzi ai Cinquestelle, dal ruolo della Germania in Europa alla globalizzazione e al fagocitante neoliberismo, dal populismo alle politiche sull’immigrazione, si è spaziato molto, ma osservando tutto dal punto di vista della sinistra. Perché, come ha chiarito l’autore, la sinistra deve uscire da una politica che ha come schema solo il riferimento agli interessi individuali, mentre serve una «ripoliticizzazione della società»: «Si deve smettere di pensare che non esista uno spazio pubblico, un interesse collettivo». Il riformismo, come ha sostenuto Preterossi, non può essere ridotto a semplice amministrazione di condominio. E la politica stessa non può identificarsi, come ha aggiunto poi Galli, con la mera gestione delle istituzioni, rinunciando alla natura sua più nobile di organizzazione degli uomini. «In questo contesto» ha specificato l’autore «la funzione dello Stato va riducendosi sempre più esclusivamente a quella penale», liberandosi da tutte le altre funzioni che le sono proprie e necessarie.

Le critiche al presente non si sono fatte attendere e il bersaglio principale di Galli non poteva che essere il segretario del Pd, ritornato in sella e aspirante a risedersi sulla poltrona di Palazzo Chigi dopo la sconfitta al referendum costituzionale. «Renzi è di destra e non lo sa» ha ironizzato. «Uno dei suoi slogan più ripetuti è: “Non aumenteremo mai le tasse”. Un argomento che dai tempi di Reagan è al centro della propaganda di destra. Ha ridotto la politica a pura gestione degli interessi del singolo. Quello che dice lui lo dice finanche Matteo Salvini».

Ma per Galli il leader toscano è persino simile a Grillo. «In sostanza Pd e CinqueStelle sono lo stesso partito» ha arditamente sostenuto. «Ragionano allo stesso modo, per loro non esiste che l’individuo». Un’autonarrazione nella quale, ormai, convergono destra e sinistra, adesso che tutti i partiti insistono a rappresentarsi come semplici ascoltatori delle istanze del popolo. Non hanno più fiducia in se stessi «in una società spoliticizzata che non ha più voglia di leggere politicamente la propria esperienza». Mentre invece, come ha insistito De Sanctis, «la contrapposizione tra destra e sinistra è il nucleo della democrazia».

Tutta l’analisi del docente-deputato è quasi pervasa dalla nostalgia di un’epoca in cui i politici non avevano paura degli altri poteri: «Prevale ora l’idea che i politici sappiano solo complicare le cose, che sprechino il tempo a discutere, che è, invece, la vera funzione del Parlamento». Lo stesso Grillo non fa altro che ripetere che la politica è una faccenda facile assai. Per lui sono i politici a complicarla: «Fa il verso a Lenin» ha chiarito l’autore «quando diceva che anche una cuoca potrebbe fare il Capo dello Stato. Ma Lenin lo immaginava dopo la Rivoluzione, non prima».

Entrare nella foresta della politica attiva, militante, passare dalle aule universitarie all’aula parlamentare, per un docente che fino a qualche anno fa la foresta l’aveva osservata e studiata dall’esterno è stato molto istruttivo. Con le sue «cronache» ha provato ad analizzarla e a raccontarla. Così non è stato difficile scoprire sulla propria pelle che i parlamentari sono selezionati per obbedire, per votare seguendo il segnale da arena del pollice alzato o abbassato. In un contesto democratico così sfilacciato, desertificato, direbbe Preterossi, incapace di far fronte alle grandi sfide internazionali, a svaporare è proprio il popolo, concetto di per sé ambiguo, frutto anch’esso di una costruzione ideologica, ma senza il quale non si costruisce una vera democrazia, anzi ai tempi del populismo la si riduce a uno spettro che si aggira per l’Europa.

L’articolo è stato pubblicato in «Il Mattino» il 14 giugno 2017

Carlo Galli e l’evoluzione del sistema politico

di Gianfranco Sabattini

Carlo Galli, politologo e docente di Storia delle dottrine politiche, in Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana, narra l’esperienza vissuta in prima persona, nel ruolo di deputato per il Partito Democratico eletto nelle elezioni politiche del 2013, relativa alla trasformazione dell’Italia e del suo sistema politico, per la precisione, specifica l’autore, fino all’assemblea nazionale del PD del 18 dicembre 2016; una trasformazione che ha segnato un passaggio epocale, coinvolgendo «Unione Europea, euro, assetto dell’economia, Parlamento, Costituzione, partiti, leader, sinistra, destra, terrorismo, legittimità e modalità della politica». Cosicché il contenuto del volume potrebbe essere definito, come l’autore stesso tiene a precisare, «la contingenza politica vista da vicino e pensata in medias res», non volendo essere un «libro di memorie», ma una «narrazione riflessiva» su «un pezzo di storia politica d’Italia», che riflette la profonda trasformazione che il Paese ha subito nel volgere di un periodo di tempo assi limitato.

Il primo interrogativo che, secondo Galli, nasce dalla riflessione su questa trasformazione riguarda «quanta necessità vi sia nell’attuale trend della politica italiana», dove la necessità non è intesa «come complotto di pochi potenti», ma nel senso che i recenti mutamenti strutturali della politica italiana sono avvenuti in un contesto di oggettività storica, la quale, in modo non ordinato e stabile, ha aperto il campo della politica ad avventure nel segno della soggettività e della occasionalità; ciò sta a significare – afferma Galli – che il «caos e il Capo si coappartengono».

Le trasformazioni, a parere del politologo, sono consistite nel fatto che il PD è diventato il «perno del potere», nel momento in cui il quadro politico del Paese si è fatto tribolare, con la presenza del movimento populista pentastellare, virando «verso una divaricazione duale tra forze del sistema e forze antisistema (nel senso di antiestablishment)»; ciò ha determinato che le trasformazioni si traducessero nel «segno della post-democrazia, cioè del mantenimento delle forme istituzionali della democrazia rappresentativa, e del contemporaneo loro superamento sostanziale in senso populistici e personalistico»; così che la democrazia, svilita a post-democrazia, si è deformata evolvendo verso una pseudo-democrazia, sorretta da un trend descrivibile come progressiva divaricazione tra i poteri economici sovra ed extrastatali e la politica nazionale e partitica orientata alla soluzione dei problemi nazionali.

Il trend delle trasformazioni sta spingendo, quindi, oggettivamente verso una pseudo-democrazia, cioè verso una «democrazia senza popolo»; il che significa – afferma Galli – che la rappresentanza politica è esercitata in assenza del rappresentato, ma le istituzioni attraverso le quali il popolo dovrebbe essere rappresentato «funzionano senza sapere analizzare la realtà sociale […] e anzi respingendola come un fattore di disturbo e cercando di sopravvivere con ‘narrazioni’ agli esiti disastrosi delle politiche che impongono». Si tratta di un trend, quello delle trasformazioni del quadro politico nazionale, che risulta funzionale ai «potenti disegni economico politici», il cui governo è fortemente influenzato dalle «avventure personali dei politici», implicanti un crescente adattamento dell’azione politica alla «qualità dei tempi», adattamento che, a parere di Galli, è mancato a Bersani e a Letta, ma non a Renzi.

La prospettiva teorica con cui l’esperienza delle trasformazioni del quadro politico italiano è interpretata da Galli assume, come predicato esplicativo, la scomparsa nell’intero arco temporale in cui quelle trasformazioni si sono verificate, di ogni elemento di «resistenza» rispetto alle accelerazioni scomposte e divergenti causate sull’andamento dell’economia-mondo (della quale l’Italia è una delle componenti, sia a titolo individuale, che come membro di un disegno sopranazionale europeo) dal «trionfo e dalla crisi del neoliberismo».

La metamorfosi politica del Paese è oggi oggetto di una «partita» che si gioca tra le forze moderate di sistema, che si identificano, da un lato, nel «centrosinistra di governo» che cerca di gestire le trasformazioni attraverso un «decisionismo a bassa intensità e con iniezioni di narrazione ottimistica», che però viene smentita dai fatti; dall’altro lato, nelle «forze antisistema», che includono la destra estrema, le ondivaghe forze populiste e la destra moderata allo sbando. Le forze di sinistra, autonomamente considerate dalle forze moderate del centro, di fronte alla «partita» giocata tra i due opposti schieramenti – a parere di Galli- sembra priva, tanto della capacità «di essere radicalmente critica quanto di costruire un principio nuovo»; ciò perché si tratta di una «partita» giocata a tre, «tagliata trasversalmente dal dualismo sistema/antisistema».

Se si volessero descrivere i poteri reali che condizionano l’evoluzione della situazione politica del Paese, si deve riconoscere che quello politico, tra i poteri in campo, è il meno forte; è questa, a parere di Galli, la questione centrale della crisi della democrazia: quello politico «è l’unico potere democratizzabile, ovvero l’unico attraverso il quale possono essere fatte passare […] le istanze umanistiche e personalistiche di emancipazione e di uguaglianza, che sono l’essenza della democrazia moderna. Tutti gli altri poteri [potere mediatico, potere scientifico-tecnologico e potere economico] sono per loro natura opachi ed elitari, hanno una natura intrinsecamente autoritaria, rivolta dall’alto verso il basso; oppure, anche se possono avere una funzione pubblica, sono prima di tutto privati, quando non segreti». La politica debole non è solo inefficace e impotente innanzi ai poteri forti, ma è anche il «tradimento delle promesse della democrazia, la negazione di se stessa».

Di fronte al quadro descritto, a parere di Galli, risulta che l’«imperativo primario» della politica dovrebbe essere quello di ridare fiducia ai cittadini, dando vita ad una «stagione di riforme che […] si ponga l’obiettivo classico della democrazia moderna: emancipare le individualità, e al tempo stesso consentire che la società, rimarginate le proprie ferite, liberi le proprie energie in uno spazio pubblico in cui […] ai cittadini sia restituita la capacità di determinare il proprio destino».

Un programma di riforme, questo, risultate estranee alle possibilità di azione delle forze di governo del centro-sinistra, in quanto al loro interno sono prevalse – afferma Galli – quelle che hanno individuato nel «Nuovo» l’«indiscussa centralità degli imperativi di un’economia da interpretare solo nell’ottica delle compatibilità di bilancio e dell’esclusiva attenzione alle esigenze di valorizzazione del capitale». Il «Nuovo», dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, è la forma che ha assunto il processo di accumulazione del capitalismo, il quale, oggi in crisi, deve essere salvato «senza che altri problemi possano assumere il medesimo rilievo che hanno le esigenze del capitale». Il «nuovo», quindi, è divenuto il fondamento indiscutibile della politica, per cui a questa non resta che un solo compito essenziale: quello di «assecondare lo sviluppo del Nuovo Ordine attraverso un esecutivo a forte competenza tecnica, con l’appoggio di un legislativo ampiamente collaborativi». Chi si oppone al «Nuovo» deve essere necessariamente «rottamato».

L’idea di fondo che sta alla base dell’elaborazione politica delle forze che sono portatrici del «Nuovo» è che il corso della storia contemporanea è divenuto talmente cogente da risultare determinato da «automatismi» non controllabili, la cui salvaguardia deve essere tutelata dall’azione di «mani visibili», che non siano quelle di chi è tecnicamente adeguato a custodirla; il processo storico contemporaneo è, quindi, portatore di un «Destino» e, al «tempo stesso, c’è, per chi non lo riconosce, una Catastrofe in agguato».

È stata questa la filosofia politica della destra moderata presente nel governo di centro-sinistra, che si è potuta assicurare al Paese sulla base dei risultati elettorali che hanno originato la XVII legislatura della Repubblica italiana; per legittimare la sua azione, a tutela del processo di accumulazione capitalistica secondo la logica neoliberista, questa destra moderata non ha esitato a negare dogmaticamente l’esistenza della tradizionale differenza, politicamente significativa, tra destra e sinistra; mentre la sua partecipazione ad un governo di centro-sinistra avrebbe dovuto originarla ad inaugurare una politica di «sinistra riformista», «con un occhio alla realtà e un occhio alla sua possibile trasformazione emancipativa», la cui essenza sarebbe dovuta consistere in «un realismo orientato da una scelta politica a misura umana». Perché ciò non è accaduto? La risposta all’interrogativo, Galli la formula nei termini che seguono.

Alle elezioni del 2013 si sono fronteggiate forze politiche divise da profondi contrasti: il primo espresso dal dualismo «politica e antipolitica»; il secondo quello fra «populisti» e «responsabili» verso gli obblighi riguardo alla nuova forma dell’accumulazione capitalistica; il terzo quello della distinzione tra «destra» e «sinistra».

I risultati elettorali sono stati tali da determinare sostanzialmente un cambio di Repubblica, dalla Seconda bipolare alla Terza tripolare; ma l’evoluzione successiva dei rapporti tra le forze politiche in campo è valsa a dimostrare che anche la «nuova» Repubblica era in realtà bipolare, non più nel senso della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, ma in quello della contrapposizione tra «forze di sistema» e «forze antisistema», che alla fine è prevalsa, perché – afferma Galli – «dalla paralisi a cui il Tre aveva condotto si uscì con l’unione delle forze di destra e sinistra (tranne SEL) in opposizione al M5S»; un’unione che ha segnato la fine di ogni iniziativa in senso riformista da parte del Partito Democratico e la sua discesa a tutta velocità sotto il controllo del renzismo, divenuto il «cane da guardia» degli automatismi sottostanti la nuova logica neoliberista di accumulazione del capitale.

Il renzismo, infatti, nel breve volgere di alcuni anni, da «robusta minoranza» in seno al Partito Democratico è divenuto maggioranza, e alle iniziative del suo leader la componente costituita dagli eredi della sinistra della Prima Repubblica non ha tardato ad allinearsi per assicurare la governabilità del Paese, anche attraverso la rimozione della loro tradizione ideologica e culturale. Tuttavia, il disegno di «blindare» in modo definitivo «con le due leggi, costituzionale ed elettorale, fra loro combinate lo shift, già avvenuto di fatto, verso un regime del Primo ministro senza contrappesi, è stato respinto dagli italiani […], i quali non hanno creduto che i loro problemi, gravissimi e reali, fossero causati dal bicameralismo perfetto e dai ritardi (inesistenti) che questo comportava nella legislazione». Anche se la rabbia ha prevalso sulla riflessione razionale riguardo alla scelta di voto, la maggioranza degli elettori si è però espressa – afferma Galli – per la difesa della Costituzione, bocciando l’idea che un «magnate dilettante», impersonato dall’ex sindaco di Firenze, potesse diventare governatore dell’Italia.

In conclusione, sarà pur vero che, come sottolinea Galli, il voto referendario del dicembre scorso, ha interrotto, almeno per il momento, le ambizioni del ex Premier Renzi; ma occorre riconoscere che il renzismo è divenuto maggioranza del PD, non solo per le difficoltà della sua ala sinistra a trovare il supporto di alcuni segmenti delle forze politiche antisistema affermatesi dopo le elezioni del 2013, ma anche, e soprattutto, per la sua incapacità di rapportarsi a tali forze sulla base di un progetto per il futuro del Paese, che non riflettesse la pura e semplice governabilità dell’esistente; è stata la mancanza di progettualità della sinistra del PD a consegnare l’Italia al renzismo e a spingerla a «vivere alla giornata in un conflitto inconcludente fra il peggio e il meno peggio»; per poi esaurire la sua azione in una continua attività di proposta che, mancando di rispondere alla rabbia che ha alimentato il populismo, si è vista costretta ad assumere una posizione prona alla pretesa di governabilità dell’esistente, secondo gli interessi dei poteri forti.

L’articolo è stato pubblicato in «avantionline.it» il 9 giugno 2017

È il fallimento delle élites a minacciare la democrazia

di Geminello Preterossi

Viviamo ormai in una «democrazia senza popolo»? A mezza bocca, molti soloni del post-progressismo italico ormai ammettono che, ai loro occhi, quello che è veramente importante in una democrazia non è il dèmos, la sovranità popolare (che bisogna anzi neutralizzare). Perché quando il popolo si palesa, smentendo la narrazione mainstream sulle «magnifiche sorti e progressive» dell’Europa ordoliberale e sugli effetti del «pilota automatico» richiamato da Draghi, è un problema (come si è visto nel referendum costituzionale del 4 dicembre, il cui risultato infatti si cerca in tutti i modi di rimuovere).

In un libro controcorrente e salutare rispetto al luogo-comunismo imperante (Democrazia senza popolo, Feltrinelli 2017), Carlo Galli prende invece posizione per una democrazia del popolo, analizzando la deriva del PD in quanto «partito del sistema», che ha trovato in Renzi il suo compimento, ma viene da lontano: nelle contraddizioni di un soggetto politico senza identità, troppo light e allo stesso tempo bloccato da mille zavorre, che ha via via perso la sua vocazione a rappresentare i ceti popolari e il mondo del lavoro. Subalternità al ciclo neoliberale, europeismo di maniera, elitismo «migliorista» (officiato da Napolitano) hanno portato a errori esiziali, come il sostegno al governo Monti, da cui è derivato il fallimento della proposta neo-socialdemocratica – generosa ma troppo timida in tempi di stato di eccezione tecnocratico – di Bersani.

Il libro di Galli è molto più di una cronaca dell’attuale Legislatura dall’interno del Parlamento. È un efficace tentativo di sottrarsi alla post-verità del sistema, per comprendere le ragioni che hanno condotto alla spoliticizzazione contemporanea, cioè alla perdita di sostanza sociale e culturale dei corpi intermedi. La causa fondamentale è il neoliberismo. Che, con il suo assolutismo fideistico, ha generato una crisi economica strutturale e disgregato i vincoli di solidarietà sociale, preparando il terreno a una ripoliticizzazione reattiva e polemica (il cosiddetto «populismo»), che smentisce la narrazione dominante. La svalutazione sistematica del lavoro e di tutto ciò che è pubblico ha generato una nuova questione sociale e degradato la qualità complessiva delle democrazie occidentali.

Che fare? Galli pensa che si debba ripartire dallo Stato, per riconquistare autonomia democratica e fronteggiare la crisi della globalizzazione. E fa bene: quella post-statale è una retorica inefficace nel fare ordine e funzionale al dominio post-democratico della finanza globale. La lotta per la democrazia e per i diritti sociali ha bisogno di contesti concreti, politici e istituzionali, per essere realistica.

Quindi il libro di Galli è anche una lezione per la sinistra, tanto riformista quanto radicale (a parole), che non riesce a pensare il potere e l’identità, e per questo balbetta di fronte alle grandi questioni del presente (la crisi dell’eurozona, la deflazione salariale e l’impoverimento del ceto medio, l’immigrazione), rifugiandosi in un buonismo astratto e ingannevole. Non è strano che proprio i ceti popolari che dovrebbe rappresentare l’abbiano abbandonata.

Oggi l’energia politica, e anche alcuni temi sociali tipici di una vera sinistra, si trovano nel fronte antioligarchico, che perciò rappresenta il terreno da cui ripartire, anche per impedire che la nuova questione sociale slitti in lotta d’identità, cioè nella ricerca di capri espiatori. Ma per farlo, sostiene Galli, occorre radicalità dell’analisi (sulla globalizzazione, sull’Europa, sull’euro, sul Welfare, perché non è più tempo di bicchieri mezzi pieni), e capacità di operare una mediazione politica alta.

La questione aperta è: come costruire un soggetto critico, alternativo al neoliberismo, in un ambiente neoliberale? I 5 Stelle danno espressione a una rabbia e a un disagio motivati (per certi aspetti tenendoli a freno), ma faticano a proporre un progetto alternativo. Quindi il loro problema è che mancano di radicalità, non che ne hanno troppa (soprattutto rispetto alle logiche neoliberali, dentro il cui orizzonte complessivo si muovono). Un eventuale «populismo di sinistra» potrebbe essere una risposta? Galli pensa giustamente a una politica egemonica. La sfida è provare a egemonizzare da sinistra le ragioni del «populismo». Per far saltare il bunker tecnocratico, ma in nome di una democrazia sociale e inclusiva.

L’articolo è stato pubblicato nel sito del «Centro per la Riforma dello Stato», il 10 maggio 2017

«Democrazia senza popolo» di Carlo Galli

di Luca Timponelli

In Democrazia senza popolo Carlo Galli offre una ricostruzione delle vicende dell’ultima legislatura, a partire dalle elezioni del febbraio 2013 con il fallimento del tentativo di Bersani di formare un governo fino alla vittoria del no al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. La cronaca dei principali momenti della legislatura, che l’autore ha vissuto in prima persona come deputato del PD poi confluito, nel novembre 2015, nel gruppo Sinistra Italiana – Sel, si fonde con la volontà di offrirne un’interpretazione alla luce delle trasformazioni in senso post-democratico della politica italiana a seguito del trionfo del modello sociale neoliberale. Tale svolta ha privato le istituzioni del loro ruolo di rappresentanza popolare e di scontro e compromesso fra interessi per farne il luogo della competizione tra comitati elettorali e della governance, l’implementazione di politiche definite da tecnici che sotto la maschera dell’efficienza e della neutralità nascondono gli interessi dell’élite economica.

La necessità di un’analisi teorica del genere si offre nel momento in cui la classe politica italiana, del tutto imbevuta di questo modello tanto nelle sue forme di «responsabile» difesa del sistema quanto nelle contestazioni che ne vengono fatte da destra e dal Movimento 5 stelle, non è in grado di comprendere la società, di interpretare il suo rifiuto e il suo disagio nei confronti delle formule politiche che le vengono proposte che si manifesta nella sua crescente spoliticizzazione. La democrazia, donde il titolo, pare funzionare senza voler tener conto del popolo, al quale si limita a domandare di tanto in tanto un plebiscitario assenso che sancisca le proprie decisioni o a porre la scelta tra una rosa di candidati, ma al quale si ostina a negare tutte quelle forme di coinvolgimento nelle istituzioni e nell’elaborazione delle politiche pubbliche, dal finanziamento pubblico ai partiti a una proporzionalità nella rappresentanza e alla centralità del Parlamento e dei corpi intermedi, in primis i sindacati, che invece persevera ad aggredire, bollandoli ora col marchio dell’inefficienza, ora della corruzione.

Soltanto uno sguardo teorico è in grado, leggendo la cronaca in prospettiva, di mettere in luce tanto le criticità di questo modello quanto la necessità di invertire la rotta per evitare che le trasformazioni in corso portino non, come spesso si dice, alla fine di un modello «obsoleto e inefficiente», sostituito da uno più adatto alle «sfide della globalizzazione», ma della stessa democrazia per come si è affermata in Europa dopo la seconda guerra mondiale con l’apertura delle istituzioni del liberalismo borghese alla partecipazione di massa e con una costituzione economica che si proponeva a tal fine, mediante la centralità del ruolo dello Stato, la rimozione delle disuguaglianze, il diritto al lavoro e il vincolo che l’iniziativa privata dovesse essere compatibile con l’utilità sociale. Senza tale operazione l’elaborazione di un’alternativa efficace risulta preclusa, e ogni forma di resistenza all’esistente degenera facilmente, malgrado le intenzioni, in un tatticismo («togliattismo senza Togliatti») incapace di strategia poiché privo tanto degli strumenti di diagnosi quanto di una visione della società da contrapporre a quella che si vuole attaccare.

Ed è proprio con un manifesto, volto al recupero dell’identità socialdemocratica (in senso forte) della sinistra, che il libro si conclude. Sinistra che, per l’autore, si identifica con quel filone della modernità che ritiene sia possibile dare un ordine al caos e alla contingenza e controllare i processi sociali di modo che siano al servizio della collettività e della persona umana. La sinistra non va quindi confusa né con un mito del progresso privo di finalità che altro non è capace di fare se non di idolatrare il «nuovo» o presunto tale, senza volerne vagliare i contenuti, né con un generico sentimento di vicinanza ai più deboli che può sfumare velocemente nel paternalismo o nel romanticismo, e nemmeno con un vago catalogo di valori in cui tutti o quasi potrebbero ritrovarsi, ma consiste in «un’interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche» (p. 181), nella convinzione che la contraddizione principale è ancora quella che oppone capitale e lavoro, da un lato la ricerca anarchica e conflittuale del profitto che asservisce a sé tutte le sfere della società umana, politica inclusa, e dall’altro l’esigenza che la produzione di ricchezza sia messa al servizio della felicità generale. Finché tale è lo stato di cose l’opposizione tra destra e sinistra rimane fondamentale e non può essere sostituita da altre che, forse più spendibili e capaci di aggregazione nel breve periodo, mancano tuttavia della radicalità necessaria per cogliere l’origine del conflitto (come può essere il caso per l’opposizione tra «alto» e «basso», «casta» e «popolo», ecc.), o intenzionalmente la occultano in una operazione di depistaggio cognitivo, sostenendo che il vero cleavage della società sia da cercarsi nell’opposizione tra open-minded e retrogradi, giovani senza opportunità e vecchi privilegiati, e così via. Questo non significa ignorare le «contraddizioni secondarie», come ad esempio tra centro e periferia, tra stanziali e migranti, tra élite e popolo, né rifiutarsi di prendere posizione, ma saperle leggere alla luce della principale dalla quale originano.

Galli e l’ultima legislatura

Delineate le linee generali in cui si muovono tanto l’analisi che Galli sviluppa quanto l’idea di sinistra che propone, passiamo alla lettura che della legislatura viene fatta. Questa viene vista da Galli come il tentativo di codificare e definitivamente sancire mediante le tanto celebrate riforme la trasformazione in senso neoliberale della società che, cominciata negli anni ’80, aveva fortemente accelerato, con l’avvallo delle forze di centro-sinistra, negli anni ’90 con l’adesione ai vincoli di bilancio stabiliti dal trattato di Maastricht, la trasformazione dei partiti in macchine del consenso a vocazione maggioritaria, il ritirarsi dello Stato dalla vita economica del Paese, l’introduzione dei primi contratti atipici, ecc., per poi culminare, di nuovo con la complicità del centro-sinistra, nei tagli e nelle riforme del governo Monti, tra le quali spicca l’inserimento del pareggio di bilancio nell’art. 81 della Costituzione. Rimanevano da compiersi durante la legislatura la definitiva subordinazione del potere legislativo, sede della rappresentanza, all’esecutivo, in modo da permettere, senza interferenze, l’amministrazione delle cose in accordo alle politiche neoliberali e una legge elettorale che assicurasse al «vincitore» (tale in virtù delle nuove regole) una maggioranza ben definita (che questa fosse in realtà una minoranza in termini di voti poco importava) e il controllo del Parlamento, potendosi così sottrarre alla dialettica democratica intesa come scontro di interessi e degradando la sovranità del popolo a semplice scelta tra opzioni già definite. Del resto il dibattito sulla riforma costituzionale, come Galli giustamente ricorda, si era avviato proprio in concomitanza con le trasformazioni sociali di cui stiamo parlando. L’opera di disintermediazione andava inoltre compiuta con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, l’indebolimento del sindacato mediante l’abolizione dell’articolo 18, la conformazione alle logiche d’impresa della scuola e della pubblica amministrazione.

Trascurando questi elementi non risulta comprensibile l’ascesa di Renzi, al quale il campo era stato preparato proprio da quella generazione che lui ambiva a rottamare, né si spiega l’incapacità del Pd a dare una lettura non mainstream della crisi economica, vedendo invece nel debito pubblico il principale responsabile, e, ovviamente, la cura nei tagli alla spesa, difendendo a spada tratta la costituzione economica europea anziché individuarne le criticità, a fare proprie l’ossessione per la responsabilità (non verso i cittadini, ma verso gli investitori internazionali e i mercati finanziari), per la governabilità e per il «governismo» (facendo del fine ultimo della politica la conquista del governo, senza più interrogarsi sugli obiettivi da perseguire), e non sapendo prendere le distanze, come fu il caso di Bersani, dall’agenda Monti. La sinistra del Pd è per Galli tuttora nella medesima situazione: non volendo o non sapendo produrre una critica radicale dell’esistente, né emanciparsi dal proprio passato recente, è completamente subordinata alla medesima visione della società proposta da Renzi. Confondendo la lotta alla disuguaglianza con l’opposizione, molto più liberale, alle «rendite di posizione», essa non può altro che promuovere un livellamento delle condizioni generali verso il basso, anziché esigere la pienezza dei diritti sociali per tutta la cittadinanza.

Se così non fosse, parimenti non si spiegherebbe la facilità con cui Bersani fu abbandonato, al momento della sua «non sconfitta», quando Napolitano impose come linea la prosecuzione delle larghe intese con centristi e Pdl (ovvero con quanti, nota Galli, le elezioni le avevano effettivamente perse), di contro al «governo di cambiamento», per quanto teoricamente flebile, auspicato dall’allora segretario del Pd, al quale fu negata la possibilità di tentare un governo di minoranza. Di contro all’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare, e ostile all’ipotesi prospettata da Bersani, il Presidente della Repubblica rifiutò l’ipotesi, difesa da Galli, di un governo tecnico finalizzato all’elaborazione di una legge elettorale che sostituisse il Porcellum al quale avrebbero dovuto fare seguito nuove elezioni e, dunque, una soluzione politica all’impasse verificatosi. Al contrario, Napolitano, interprete delle pressioni europee, decise di salvare la vita della legislatura in nome delle riforme da compiersi affidando l’incarico a Enrico Letta.

Di quest’ultimo, sotto il quale si compì la già ricordata abolizione al finanziamento pubblico ai partiti, Galli non manca di rilevare come, rivolgendosi alla Camera, avesse dichiarato che non avrebbe «fatto politica», bensì «implementato politiche»: alla politica viene completamente disconosciuta la capacità di formulare qualsiasi visione della società, ed essa viene confinata al compito di tradurre in legge riforme formulate, almeno come canovaccio, per via extraparlamentare, a cominciare dalla riforma costituzionale, che fu preparata da una «commissione di saggi» su nomina presidenziale, e che non superò però l’iter parlamentare a causa del dissenso di Forza Italia.

Altro elemento che è mancato alla sinistra è stata la capacità di analisi del processo di integrazione europea, condotto sotto l’egida dell’ordoliberalismo, variante del pensiero liberale nata in Germania tra le due guerre (e ivi divenuta egemonica dopo il secondo conflitto mondiale) che vede nello Stato non più un potenziale nemico da confinare a funzioni minime, ma il garante, attraverso la creazione di un adeguato framework legale, del corretto funzionamento del mercato, assicurando il mantenimento della concorrenza e la mobilità di capitale e lavoro come pilastri della creazione del benessere. Alla sovranità propria dello Stato moderno, fondamentale per tradurre in realtà i fini che la politica si propone, si sostituisce il governo come mantenimento di un ordine i cui principi sono però estranei alla politica stessa e che risiedono nel mercato, a cui immagine va riplasmata l’intera società perché questo possa operare senza ostacoli. Da questa prospettiva ogni concezione non organicistica della società, in cui può esistere una diversità di interessi tra le classi sociali risulta incomprensibile. All’ideale moderno di un controllo dei processi sociali (quella che Röpke condanna come «economia di piano») si sostituisce un pregiudizio anticostruttivistico per cui invece lo Stato deve salvaguardare un criterio d’ordine già proprio della società civile («la concorrenza»), che però andrebbe presto perso senza l’afflato ordinativo, esteso e capillare, delle norme giuridiche.

Galli non manca, giustamente, di sottolineare come questa concezione sia alla base dei trattati europei almeno da Maastricht, riflettendosi perfettamente anche negli accordi successivi. Il potere d’azione dei singoli Stati attraverso la politica fiscale viene limitato attraverso vincoli di bilancio, il controllo della politica monetaria viene affidato a un’autorità indipendente, il cui obiettivo principale è il solo mantenimento della stabilità dei prezzi, al quale l’obiettivo del mantenimento dell’occupazione risulta in tutto subordinato, al rifiuto, più in generale, di ogni politica discrezionale di contro all’astratta e apparentemente neutrale produzione di norme.

In presenza di paesi a vocazione mercantilista, la Germania in primis, il cui modello di crescita riposa sull’accumulazione di un surplus commerciale con l’estero praticata mantenendo alta la forbice tra crescita della produttività e aumenti dei salari (tanto investendo sulla prima quanto non incrementando proporzionalmente, se non proprio contraendo questi ultimi, come fatto dalle riforme Hartz con la creazione dei mini-jobs), un impianto del genere costringe gli altri Paesi, nel momento in cui la leva monetaria è loro preclusa e quella fiscale è fortemente limitata, ad adoperare politiche di svalutazione salariale (non potendo ricorrere a quella monetaria, né a una politica industriale a mezzo di investimenti che incrementi la produttività, non resta come opzione che ridurre i salari, liberalizzando il mercato del lavoro) e di compressione della domanda interna per riequilibrare i conti con il Paese in surplus, alimentando così una spirale di tagli e di repressione dei diritti sociali che danneggia tanto l’uguaglianza quanto la crescita. L’euro, lungi dall’essere un semplice mezzo di pagamento o un simbolo della volontà di cooperazione tra i Paesi europei, si mostra così essere un dispositivo di governance che costringe, sotto la minaccia dello spread e della fuga degli investitori internazionali, ad adottare tanto l’impianto ordoliberale quanto il mercantilismo del Paese diventato così egemone. L’assenza di una politica fiscale comune, e l’inverosimilità che questa si realizzi senza un rafforzamento dell’impianto ordoliberale, ponendo forti vincoli di azione a un eventuale governo federale, portano Galli a uno scetticismo non solo verso lo status quo, ma anche verso un proseguimento dell’integrazione, date le convinzioni in materia di politica economica di chi se ne fa promotore che rendono ingenua la prospettiva che un’Europa federale possa ripristinare a un livello più alto la sovranità che sta smantellando nei livelli inferiori. Un eventuale «super-Stato», andando oltre l’ipotesi federalista, rischierebbe inoltre di essere completamente egemonizzato dai Paesi del centro. Al cleavage economico dell’eurozona si aggiungono inoltre fratture legate alle diverse politiche estere dei Paesi dell’Unione, molto ostili alla Russia nei Paesi dell’est-europeo, più concilianti nel caso di Francia, Germania e Italia, e alle diverse reazioni ai fenomeni migratori, che portano alla capillare rinascita di quelle barriere che invece non si ha certo intenzione di porre ai movimenti dei capitali.

La soluzione ideale è probabilmente un ritorno all’Europa pre-Maastricht, all’insegna della collaborazione tra Stati sovrani anziché della spirale di competizione innestata dalle comuni regole adottate. È in ogni caso necessaria la consapevolezza che l’Europa, per come è oggi, «non risolve i problemi, ma ne è parte» (p. 97). La critica alle sue istituzioni, così come la difesa della sovranità come conditio sine qua non per controllare i processi economici e assicurare i diritti sociali dei cittadini, non può essere lasciata alla destra. La difesa a tutti i costi dell’Unione Europea, e l’aver conseguentemente sposato la falsa narrazione per cui responsabilità della crisi fosse il debito pubblico dato dall’aver voluto «vivere al di sopra delle proprie possibilità», «scialacquando» in pensioni e servizi pubblici, e non lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti delle periferie determinato dall’acquisto con credito tedesco di merci tedesche, che ha portato a una sovraccumulazione di debito privato poi socializzato per evitare il tracollo del sistema creditizio, è parte integrante del suicidio politico della sinistra e della subalternità che le ha fatto prima appoggiare supinamente Monti e poi non sapersene distanziare.

Galli: post-democrazia e pseudo-democrazia

Seguono poi un’analisi delle altre forze politiche oltre il Pd, della personalità di Renzi e delle riforme da lui promosse, lette secondo la chiave che abbiamo qui delineato. È importante, di questi passaggi, sottolineare tanto come Galli reputi la politica e la retorica dei populisti di destra e del Movimento 5 stelle come fondamentalmente organica al pensiero neoliberale, quanto come lo stesso Pd renziano non possa fare a meno, in un quadro del genere, di adottare stilemi populisti. Incapacitati a cogliere la contraddizione principale, i «populismi» non possono che appellarsi a una critica moralistica e individualistica contro la «disonestà» o la «corruzione» che fomenta il medesimo odio per i luoghi di mediazione, compromesso (che diventa automaticamente «inciucio») e rappresentanza di chi li vorrebbe sopprimere in quanto ostacoli all’egemonia dei poteri economici e finanziari. Il rifiuto di mediazione e compromesso porta Renzi a cercare un rapporto diretto tra lui e «il popolo», di cui si dichiara «in ascolto», ma senza aprire ad alcuna contrattazione con rappresentanti delle diverse parti e categorie sociali (eccezion fatta per i grandi imprenditori nei cui confronti non manca mai di esprimere ammirazione). L’attacco alle «poltrone» è stato inoltre parte integrante della campagna referendaria in difesa del sì, come il disprezzo nei confronti degli intellettuali bollati come «professoroni». L’idea assolutamente impolitica che Renzi ha della politica si condensa nella sua volontà di renderla «facile e bella come l’iPhone»: un oggetto apparentemente semplice per l’utilizzatore finale, che non conosce né la complessità dei meccanismi che lo rendono funzionante né i processi che ne hanno reso possibile la realizzazione. Il cittadino è così degradato a consumatore di soluzioni dalla cui formulazione deve però essere tenuto il più lontano possibile, nella convinzione che siano oggetto non di volontà politica, ma di esclusiva competenza tecnica.

La vittoria del no al referendum sulla riforma costituzionale, con cui si conclude la cronaca, è interpretata come il rifiuto del modello di società che Renzi, promettendo di cambiare, sta in realtà soltanto rafforzando e ulteriormente sancendo. Se tale vittoria non è un risultato di cui la sinistra può automaticamente appropriarsi, è comunque la conditio sine qua non di qualsiasi inversione di rotta di cui essa deve riuscire a farsi portavoce, dando forma all’insofferenza e all’esasperazione verso le conseguenze delle politiche neoliberali prima che sia la destra a farlo.

Soltanto impegnandosi apertamente a ribilanciare i rapporti tra capitale e lavoro, a distruggere le narrazioni che sono state proposte dal liberalismo sulla crisi, sulla governance europea, sul mito della sempre maggiore efficienza del privato rispetto al pubblico e dell’esistenza di un trade-off tra uguaglianza ed efficienza, sull’idea che l’occupazione è possibile soltanto in un mercato del lavoro flessibile, e rinnegando le scelte fatte nell’ultimo trentennio, la sinistra può recuperare terreno e riconquistare la fiducia di quelle masse ora rancorose e spoliticizzate che ha abbandonato. Operazione difficile, e che richiederà non poche accortezze, inclusa la capacità di trovare un linguaggio adeguato che tenga conto della «diffidenza dei cittadini verso uno stile politico più tradizionale di quello corrente, leaderistico» (p. 190), ma necessaria per chiunque ritenga non derogabile la trasformazione dello stato di cose esistente.

Essa potrà essere condotta soltanto difendendo e reclamando quegli spazi di partecipazione alla sovranità, a cominciare dal Parlamento, contro l’imperante concezione schumpeteriana della democrazia, e difendendo il ruolo dello Stato tanto come luogo di democrazia e autodeterminazione, quanto di controllo della vita economica in nome dell’abbattimento delle disuguaglianze materiali, previsto dall’articolo 3 della Costituzione, e della tutela dei diritti sociali.

Il libro di Galli è un testo prezioso, e alla sua denuncia degli uomini della pratica di molta sinistra di non voler fare i conti con la teoria (per poi risultare, come notava già Keynes e come l’autore ampiamente dimostra, inevitabilmente prigionieri di visioni del mondo) non ci si può che accodare. Difficile potersi dire di sinistra, anche moderata, senza sottoscrivere le sue proposte di riabilitazione del ruolo dello Stato, del Parlamento e dei corpi intermedi, della democratizzazione della vita politica ed economica, di un ritorno degli investimenti pubblici, della denuncia dell’ideologia liberale. Se è vero che le operazioni culturali hanno tempi più lunghi della cronaca politica, è anche vero, e la costruzione dell’egemonia neoliberale lo mostra, che possono rivelarsi incredibilmente efficaci e durevoli, specie quando come ora non manca un fertile terreno di esclusi e svantaggiati dove queste idee potrebbero germogliare.

Non si può dunque non sperare che la sinistra faccia tesoro delle preziose indicazioni offerte dall’autore, sconfessando il modello di società di cui finora è stata succube e trovando il coraggio di prendere le distanze da quanti invece fanno orgogliosa professione di liberalismo. Che non si tratti di un atteggiamento velleitario, adolescenziale o senile, sembrano mostrarlo tanto le pessime performance elettorali delle sinistre in cui questa riflessione è mancata, in tutto o in parte, quanto il buon risultato conseguito in Francia da Jean-Luc Mélenchon che, pur non vincendo, è stato comunque capace di mobilitare quelle fasce a cui la sinistra deve ricominciare a parlare.

L’articolo è stato pubblicato in «pandorarivista.it» il 18 maggio 2017

«La sinistra deve ritrovare se stessa»

a cura di Francesco Postorino

Il titolo del suo ultimo libro recita: Democrazia senza popolo (Feltrinelli 2017). Com’è risaputo, anche la sinistra è senza popolo. Crede vi siano le condizioni per ricucirne il legame?

Si tratta in realtà di due questioni diverse. Fine della efficacia della rappresentanza politica (un tema vecchio di almeno centocinquanta anni) e fine dell’efficacia di una proposta politica (la sinistra come partito di massa che propone un profondo riequilibrio economico sociale e politico nelle società occidentali).

Le due questioni diventano una sola quando entrano in crisi i partiti, che davano energia politica ai parlamenti e al tempo stesso organizzavano bisogni e progetti di settori più o meno estesi delle società. La sinistra, oggi, non è più partito perché non è parte, perché non sa leggere e interpretare la parzialità della società e dei meccanismi economici che la determinano, perché è imbevuta dell’ideologia neoliberista (e ordoliberista) dell’unicità della società, dell’inesistenza di contraddizioni strategiche che l’attraversano e la strutturano. E quindi lascia il popolo, con le sue sofferenze, a imprenditori politici populisti.

Se l’espressione non la turba, perché ha deciso di «scendere in campo» nel febbraio del 2013?

Non sono «sceso in campo»! Sono stato candidato come intellettuale pubblico, vicino (allora) al Pd in un’ottica di superamento sia dell’esperienza di Berlusconi sia di quella di Monti, in nome di una nuova interpretazione socialdemocratica della mission del Pd; ma quel superamento si è subito rivelato impossibile sia per la sostanziale sconfitta elettorale del 2013 sia perché il Dna del Pd, largamente debitore della cultura politica ed economica del neoliberismo, ha prevalso, sia perché un abile imprenditore politico, Renzi, era disponibile a impadronirsi del partito accentuandone le caratteristiche leaderistiche e populistiche (in senso soft).

Non è semplice il ruolo dell’intellettuale nei Palazzi del potere. Pensa di aver saputo conciliare fin qui la calma del concetto con le passioni della contingenza, la dottrina del «professore» con l’esercizio pratico e sperimentale dell’attore politico?

Ha senza dubbio prevalso in me il tentativo di conservare una coerenza intellettuale, pur essendo più che consapevole della dimensione pratica della politica, che per essere efficace deve misurarsi con la realtà. Tuttavia, non può diventare, come ormai in larga parte è, pura tattica, cieca gestione dell’esistente, né essere solo lo strumento di personali ambizioni di potere.

Perché ha lasciato il Pd?

Non certo per opportunismo. Ma proprio perché si è progressivamente evidenziata, prima con Letta e poi con Renzi, la sua piena e irrimediabile vocazione a interpretare la politica secondo una cultura (in ogni caso, scarsa) e secondo analisi totalmente interne al punto di vista neoliberista, cioè secondo un asserito individualismo che è oggettivamente la consegna della società alle logiche del profitto e alle disuguaglianze più laceranti, pur ammantandosi dei panni del «partito della nazione». Il Pd, inoltre, si è fatto con Renzi esclusivo portatore di una politica di fatto plebiscitaria, cavalcando la insofferenza popolare verso i corpi intermedi, partiti e sindacati, e anche con qualche tratto antiparlamentare e anticulturale, come è emerso durante la terribile campagna referendaria – ma era già chiaro dal «jobs act» e della «buona scuola», a cui ho votato contro, come ho votato contro la legge elettorale e la riforma costituzionale.

I progressisti di oggi, a suo avviso, hanno le idee abbastanza chiare sui diritti civili e sono veri liberal, ma ciò «non è sufficiente a definire una posizione e un programma di sinistra». Che cosa servirebbe?

I diritti civili sono un pezzo fondamentale di una società libera, un prerequisito della democrazia, ed è giusto implementarli per quanto lo consentono i rapporti di forza politici e culturali. Infatti, il cleavage destra/sinistra − che continua a esistere ma che è celato dalla pseudo-contrapposizione tra forze del sistema e forze anti-sistema − si rivela in modo chiarissimo sui temi dei diritti (unioni civili, dichiarazioni anticipate di trattamento, omofobia, tortura, cittadinanza dei figli degli stranieri) o su temi come la legittima difesa. Ma esiste democrazia sostanziale, esiste libertà dal dominio reale che grava su tutta la società, solo quando sono fatti valere i diritti sociali e materiali che implicano una revisione radicale del rapporto di forza nel mercato del lavoro, che generano uguaglianza e sicurezza esistenziale sulla stabilità del posto di lavoro, sulla sanità, sul sistema pensionistico, sul sistema scolastico. Sono questi i temi che caratterizzano la sinistra, purché declinati in modo radicale, cioè non come generica vicinanza agli “ultimi” − concetto non di sinistra quanto piuttosto (splendidamente) evangelico − ma come analisi dei meccanismi che producono subalternità e disuguaglianza, e come intervento politico di rettificazione di quei meccanismi.

All’interno del variegato filone della sinistra culturale, lei vorrebbe ridisegnare in termini socialdemocratici il rapporto dialettico capitale-lavoro e si batte in favore di una sinistra potenzialmente «governativa», anche se legata in modo indissolubile all’ideale egualitario. La sua offerta politica quanto è in sintonia con quella formulata da Sanders negli Stati Uniti o da Corbyn nel Regno Unito?

Sotto il profilo culturale la mia posizione di sinistra è molto più complessa, e si nutre, oltre che della versione francofortese del pensiero dialettico, anche di alcune suggestioni indirette ma potenti del pensiero negativo che ho a lungo studiato. Sotto il profilo della pratica politica mi sono convinto che le posizioni estremistiche sono insufficienti e in fondo subalterne, e che sono molto più temute dall’establishment le posizioni coerenti e radicali di un riformismo antiliberista. E quindi mi sento vicino alle figure che lei menziona, particolarmente a quella di Sanders, pur dovendosi sottolineare l’enorme distanza sociale, istituzionale, economica che separa l’Italia dagli USA.

In un altro volume (Sinistra, Mondadori 2013) sostiene che l’ultimo stadio del «pensiero negativo» − quello coltivato nel secolo scorso dai seguaci di Nietzsche − è attraversato dalla lezione neoliberista. Potrebbe approfondire la sua tesi?

Direi che il neoliberismo − che altro non è se non marginalismo rivisitato − condivide, come molte altre espressioni culturali a cavallo dei secoli XIX e XX, la «crisi dei fondamenti» inaugurata dal pensiero di Nietzsche. In sintesi, il neoliberismo, in quanto ostile sia al costruttivismo razionalistico dello Stato sia al conflittualismo dialettico della classe, in quanto vede l’individuo come un imprenditore concorrenziale, in quanto esalta la volontà di vita, di successo, di profitto, che sarebbe in ciascun soggetto, in quanto è ostile alle regole e indifferente alla morale, in quanto sviluppa al contempo il calcolo utilitaristico razionale e il sentimento più immediato e spontaneo (il «capitalismo compassionevole») è, oltre che un sistema economico, anche una gigantesca narrazione mistificante, un ingannevole nietzschianesimo per il popolo, un patetico superomismo di massa. Ed è anche una gigantesca truffa politica: mai più di oggi il soggetto è stato subalterno e precario, mai la società più disperatamente povera e disuguale − altro che società liquida: qui si tratta di una società in rovina −.

La libertà anarchica dell’intrapresa, l’energia eccedente delle soggettività, si sono spente nella deflazione, nella stagnazione, nella disuguaglianza, nella mancanza di legami sociali, di fiducia intersoggettiva, di speranza nel futuro. Il sentimento è divenuto risentimento, e il calcolo si è rivelato sempre sbagliato (tranne che per pochissimi).

Scrive, inoltre, che destra e sinistra sono categorie vive, le quali affondano le radici nello spazio del moderno, dove da Hobbes in poi è centrale e dirimente il nesso ordine/disordine. La sua idea è che la sinistra prende atto del disordine della storia e intende correggerlo in chiave progressiva e razionalistica; le destre, al contrario, premiano per vocazione «l’inconsistenza ontologica della realtà» e dunque – aggiungo io − le ingiustizie sociali. Le chiedo: all’interno di questo schema dove andrebbe collocata la Third Way di Blair, Giddens e Renzi?

La «terza via» è la scelta di una sinistra che accetta sostanzialmente l’impianto economico e ideologico del neoliberismo, e che si illude di guidarlo politicamente verso esiti non distruttivi. Crede, infatti, nel merito individuale, nella società liquida, nella flessibilità del lavoro, nella deregulation, nella funzione centrale (di progresso e di sviluppo) del mercato. Ha per avversari lo Stato, le burocrazie (tranne, a volte, quelle sovranazionali), i sindacati, i partiti, la stessa dimensione pubblica in generale; alla sovranità (che può essere democratica) contrappone la governance (che è sempre opaca). Privilegia inoltre l’iniziativa privata, e nega la possibilità di una significativa politica economica a direzione statale.

La «terza via» crede che uno Stato leggero, essenzialmente anti-monopolistico e anti-sindacalistico, possa ovviare ai «danni collaterali» del neoliberismo, e che in ogni caso l’iniziativa storica sia passata tutta nel campo capitalistico, che diviene così un orizzonte insuperabile, un «pensiero unico».

È l’ideologia di una sinistra di governo che progetta riforme che diano spazio e libertà d’azione alla potenza del capitale, che si illude di poter assecondare senza danni e anzi con profitto per tutti. Concorrenza fra individui, dunque, all’interno di un’unità di fondo (la società del neoliberismo). È, insomma, una versione moderata e benintenzionata (a volte) della destra, in quanto punta più sul disordine (la concorrenza, non il conflitto) che sull’ordine, e in quanto rinuncia a vedere le profonde contraddizioni della società capitalistica, il cui riconoscimento analitico è la condizione per la progettazione teorica e pratica di una società ordinata (che vuol dire «giusta»). La sinistra, infatti, pensa l’unità e l’ordine come un obiettivo da raggiungere attraverso una lotta che prenda sul serio, e non mistifichi né «naturalizzi» le divisioni e le ingiustizie del presente.

L’intervista è stata pubblicata in «MicroMega», l’8 maggio 2017.

«Democrazia senza popolo». Quattro anni di vita parlamentare raccontati col rigore del politologo e la leggibilità del testimone

di Pino Salerno

Nell’inverno tra il 2012 e il 2013, dopo aver vinto le primarie per il candidato premier della coalizione di centrosinistra, denominata «Italia. Bene Comune» (e dopo aver emendato lo Statuto del Pd per consentire a Matteo Renzi di gareggiare), Pier Luigi Bersani si apprestava a condurre la battaglia più importante della sua vita politica, le elezioni legislative che ebbero luogo il 24 e il 25 febbraio del 2013. Sembrava che la coalizione avesse il vento in poppa: i sondaggi, e la stampa, prevedevano una vittoria schiacciante del centrosinistra, e con le regole dettate dalla legge elettorale, il famigerato Porcellum, col premio di maggioranza alla Camera sarebbe stato un gioco da ragazzi tornare a governare, dopo gli anni di Berlusconi e di Monti. Poi, gli italiani votarono, e la previsione si dimostrò del tutto sbagliata. La forza elettorale del Movimento 5 Stelle era stata notevolmente sottovalutata, e si attestò come la vera sorpresa, con i suoi oltre otto milioni di voti, poco al di sotto del risultato del centrosinistra. Ma anche il centrodestra berlusconiano ebbe la sua rivincita, con la coalizione che minacciò molto da vicino la vittoria di Bersani. In virtù di quei risultati, il corso della storia politica nazionale assunse una direzione del tutto inedita, travagliata e complessa. Insomma, quella del centrosinistra si dimostrò una sorta di vittoria di Pirro, anzi, una «non vittoria», come la definì lo stesso Bersani.

Tra gli eletti del Pd di quel 24 febbraio del 2013 (eletti anche nel senso che san Paolo diede al termine, nella disputa coi chiamati, dal momento che il Porcellum non prevedeva il voto di preferenza) vi era anche Carlo Galli, professore di Dottrine politiche all’Università di Bologna, acuto e rigoroso politologo, e attento osservatore delle evoluzioni sociali in atto tra il XX e XXI secolo, soprattutto a partire dalle condizioni materiali dei lavoratori.

A quattro anni di distanza, Carlo Galli ha deciso di raccontare la sua esperienza di parlamentare in un volume dal titolo Democrazia senza popolo edito da Feltrinelli. Lo ha fatto coniugando il rigore scientifico del politologo e la narrazione (spesso in prima persona) brillante del testimone diretto dei cambiamenti, spesso inediti, e della evoluzione del dibattito pubblico fino alla celebrazione, lo scorso 4 dicembre 2016 del referendum sulla riforma costituzionale. Dal punto di vista generale, il libro consente al lettore di capire quanto è accaduto in questi cruciali quattro anni di storia politica, sociale ed economica italiana, e assume sempre un punto di vista critico – e talvolta autocritico – rispetto ai fatti, tenendo fede a quella metafora di straordinario «ircocervo», o animale mitologico, metà professore e metà parlamentare, con la quale scherzosamente, ma non tanto, il professor Galli venne apostrofato da un suo brillante collega parlamentare. È un incipit, quello della identità dell’ircocervo, di grande interesse che prosegue per molte pagine, e che appunto conferisce a tutto il volume la leggibilità dei fatti e delle esperienze dirette, e insieme le rigorose chiavi analitiche per giudicare i fatti stessi. Insomma, in qualche modo, la metafora scherzosa ha funzionato. E bene.

La capacità di Carlo Galli in questo libro, è dunque quella di tenere insieme l’autobiografia di un parlamentare (uno dei tanti alla loro prima esperienza nella XVII legislatura) e l’attenzione rigorosa all’analisi critica di quanto apparentemente accadeva nei palazzi del potere, ma che investiva in realtà la trasformazione degli stessi poteri, a cominciare dai poteri del Parlamento nei suoi rapporti con l’esecutivo, col governo. Galli coglie questa trasformazione, definendola con chiarezza come il passaggio, perfino di lessico politico, dal Parlamento che dice «questo è il mio governo», nel rispetto costituzionale della Repubblica parlamentare, al governo che invece si appropria anche della funzione legislativa e si impone con l’espressione «questo è il mio Parlamento». Questo era in gioco fin dall’esito elettorale del 2013, e questo è stato in gioco fino all’ultima fase del governo Renzi: la difficile relazione tra poteri istituzionali, e tra questi e gli altri poteri, quello giudiziario, quello rappresentato dai media, e quello economico-finanziario. Tutto il volume è attraversato da racconti che dimostrano palesemente, soprattutto dopo l’ascesa di Renzi a premier, questa trasformazione.

Solo per comodità, ma lascio al lettore curioso la facoltà di scegliere fin dall’indice fatti ed episodi narrati dal professor Galli, cito qui due episodi chiave.

Il primo: Galli vive da testimone diretto la drammatica sequenza di fatti che condussero alla rielezione, per la prima volta nella nostra storia, di Giorgio Napolitano. Ma è sulla bocciatura di Romano Prodi che si attesta il suo durissimo colpo critico al partito in cui era stato eletto, il Pd. Il professor Galli rivela un fatto, noto ai parlamentari del Pd, ma che sfuggì alle cronache giornalistiche del tempo (abbiamo controllato): «i 101 voti mancanti», scrive il professor Galli a pagina 47 e seguenti, «erano stati preannunciati all’assemblea dei gruppi parlamentari del Pd dal fatto (constatabile da chiunque fosse seduto nelle ultime file) che un quarto dei presenti non aveva alzato la mano a favore della candidatura di Prodi (altro che la mitologica unanimità narrata dai vertici del partito!)». Erano i giorni in cui giornalisti indipendenti e militanti, semplici iscritti al partito, perfino dirigenti del Pd si travestirono da segugi per individuare quei famosi 101 parlamentari che evitarono l’elezione di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Ricordo personalmente la rabbia di molti per l’impossibilità, allora, di non sapere chi fossero e quale strategia avessero in mente, negando a Prodi il Quirinale e a Bersani Palazzo Chigi. L’antica negazione del comunista, sia pure eletto, al governo? Forse. La strategia della rottamazione in qualche modo favorita dai nuovi poteri, toscani, in ascesa? Forse. Quel che è certo è che con l’elezione di Prodi sarebbe cambiato il destino politico dell’Italia, evidentemente, come anche il professor Galli ammette.

Superando altre mediazioni, sia di arco cronologico (bene ha fatto il professor Galli a costruire l’indice in base alla leggibilità fornita dal processo cronologico) che di contenuto, il secondo fatto è relativo al giudizio sull’ascesa «inevitabile» di Matteo Renzi come espressione stessa della natura del Pd. Senza mezzi termini, Carlo Galli lo afferma nel capitolo 4 dedicato a Renzi, e in particolare nel paragrafo dal titolo «Un successo annunciato». Chi è dunque Renzi? Secondo Galli, egli non è un usurpatore, anzi, con lui «il Pd torna ad essere quello che era previsto nello Statuto, il partito liquido del leader, di una sinistra che vuole cambiare l’Italia ma non vuole cambiare gli italiani e di una sinistra che sembra non giocare più di rimessa contro Berlusconi ma pare capace di prendere l’iniziativa, di vincere» (p. 116). Secondo il professor Galli, Renzi «segna il passaggio dalla élite collettiva al leader, dal partito degli iscritti al partito del Capo». Tutto ciò che accade dopo il 2014 e fino al 4 dicembre del 2016, gli anni di Matteo Renzi segretario del Pd e premier, in fondo dimostrano ampiamente questa strategia di trasformazione, non solo del partito di maggioranza, ma dell’intero sistema politico.

Una trasformazione che ha saputo scuotere dalle fondamenta anche la sinistra, sostiene il professor Galli, che non a caso dedica l’ultimo capitolo ai processi e ai turbamenti interni alla sinistra extra Pd. Il professore ripubblica a pagina 180 il Manifesto per una sinistra democratica sociale repubblicana, nel quale, finalmente, si tenta di costruire un pensiero critico, di dare fondamento filosofico e teorico, ad un dibattito a sinistra spesso apparso sterile e senza orizzonte. Cito qui un solo passaggio del Manifesto, rinviando il lettore ad una istruttiva lettura integrale del testo: «sinistra è una interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche». Non è uno straordinario modo per tornare a Marx?

L’articolo è stato pubblicato in «Jobsnews.it», l’8 aprile 2017

La politica pensata nella contingenza

di Giso Amendola

Un filosofo della politica d’eccellenza proiettato nella prassi parlamentare quotidiana, in una legislatura difficile come la presente, che non finisce di finire; un linguaggio, forgiato nella capacità di astrazione, che cerca di mordere l’attualità della prassi politica. Questo Democrazia senza popolo. Cronache dal parlamento sulla crisi della politica italiana (Feltrinelli, pp. 217, euro 16) è un unicum nella importante e vasta produzione di Carlo Galli: è in primo luogo, il racconto dall’interno di un’esperienza parlamentare. Ma, allo stesso tempo, è la messa all’opera di un sapere sulla politica, che non pretende di dedurre l’azione politica da postulati invariabili, ma che al tempo stesso non rinuncia a leggere, nella contingenza quotidiana, forme e concetti strutturali.

A questo esercizio di guardare la contingenza da vicino senza farsene dominare, questa legislatura d’altronde si presta in modo particolare: si è incentrata per larga parte sul tentativo di personalizzazione estrema della politica, operata da Matteo Renzi, e culminata nell’avventura fallita del referendum costituzionale; allo stesso tempo, proprio questa estrema personalizzazione, è in realtà il sintomo di un processo molto più ampio. L’estremo interesse del libro è appunto il modo in cui questi piani sono tenuti insieme. Si tratta, in sintesi, del fallimento di Pier Luigi Bersani e dell’affermazione apparentemente irresistibile di Renzi. Contemporaneamente, siamo però di fronte a una trasformazione strutturale del quadro politico italiano, dal panorama tendenzialmente bipolare della «seconda» repubblica, a uno sbilenco tripolarismo, con l’ingresso del M5S.

Soprattutto, però, è allo sfondo generale di queste trasformazioni che guarda Galli: una crisi più generale e complessiva, che riguarda la stessa idea moderna di politica come capacità di modellare i rapporti sociali, di trasformare il disordine con cui la modernità deve fare i conti sin dalla sua origine in un ordine che apra alla possibilità di emancipazione: una politica che sappia, in ultima analisi, decidere sulle relazioni economiche e sul mercato. La crisi è crisi complessiva di questa architettura, che si era incarnata massimamente nelle istituzioni dello stato nazionale e aveva toccato la sua massima efficacia nel modello del Welfare State.

Galli è estremamente rigoroso nel riportare a questo nocciolo fondamentale – la crisi della ragion politica statuale moderna – i tratti fondamentali del nostro paesaggio politico. L’estrema personalizzazione della politica, ma più ampiamente tutto il processo di accentramento dei poteri sui governi, il prevalere della governabilità come norma fondamentale degli equilibri costituzionali, ma anche, dall’altro lato, la reazione populistica e la riapparizione dei mostri della xenofobia e del nazionalismo sono riletti alla luce della crisi di quella razionalità politica fondamentale, alla crisi di quella capacità di direzione assicurata dal Politico statal-nazionale moderno.

È il neoliberismo, evidentemente, ad aver determinato la consumazione di quella capacità della politica. Nell’analisi di Galli, il neoliberismo sembra soprattutto il risultato di un attacco esterno alla politica statuale, si incarna nei crescenti vincoli sovranazionali, trova la sua base di attacco, in Europa, nei Trattati di Maastricht e Schengen, nell’imposizione del Fiscal Compact e nella famigerata «lettera» della Banca Centrale. Ora, che la «costituzione finanziaria» europea sia tutta ispirata ad una politica neoliberista e autoritaria, è cosa su cui non si può che concordare. Ma che il neoliberismo sia il contrario e il nemico rispetto alla razionalità politica statuale, e l’abbia in qualche modo distrutta dall’esterno e «a spinta», è invece piuttosto dubbio. Qui l’invito al realismo di Galli merita davvero di essere approfondito, di essere portato più oltre: ci tocca, se davvero vogliamo individuare elementi per uscire dalla crisi, e per respingere le derive autoritarie e xenofobe, fare esercizio di profondo disincanto anche da quel modello classico del Politico moderno statuale. Sia per ragioni evidenti nella battaglia politica quotidiana.

Gli Stati nazionali, piuttosto che limiti o «trattenitori» del neoliberismo, sono evidenti nodi di implementazione delle politiche neoliberali: difficile immaginare, proprio per realismo, il soggetto statuale come perno fondamentale di una resistenza alle politiche liberiste, come le tremende difficoltà dell’esperienza greca insegnano. Ma soprattutto l’esercizio di ulteriore disincanto va già posto a livello teorico: il modello della politica «moderna», sovrana, è possibile rappresentarlo come alternativo, autonomo e sovrapposto, rispetto al cosiddetto «economico» e ai suoi interessi? Per affrontare la crisi, un esercizio di critica del Politico, della sua rappresentazione come autonoma e superiore rispetto alle forme e alla trasformazione della produzione e dei suoi soggetti, forse sarebbe utile, per evitare di restare impigliati dentro la tensione perenne a «ricostruire» un Politico attaccato o perduto.

È un dubbio cui Galli non resta però in fondo estraneo: per esempio, ricordando come la candidatura nel Partito Democratico di Bersani fosse motivata dalla ricerca di un freno di tipo socialdemocratico alla deriva liberista, aggiunge che, forse, proprio la possibilità di porre un freno di quel tipo meriterebbe una discussione di fondo. Appunto. È una discussione urgente per evitare l’eterna ripetizione dell’uguale. Ma per affrontarla, e saper guardare anche ai nuovi livelli di azione politica che si aprono, dalle città ai movimenti sovranazionali, alle soggettività altre rispetto sia all’alfabeto classico del Politico che a quello della sua consunzione neoliberale (si pensi ora alla forza di sparigliare il panorama che ha avuto la comparsa della marea femminista globale), occorre che la critica del presente «in nome del Politico» sappia trasformarsi in una critica dell’autonomia di quel Politico e dell’assolutezza delle sue architetture.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto», il 28 marzo 2017

L’avventura di un povero democratico

di Mauro Barberis

Di questi tempi, càpita sempre più spesso che persone normali si facciano tentare dalla politica e si ritrovino in Parlamento. È successo anche a Carlo Galli, uno dei maggiori filosofi politici italiani, che racconta la propria esperienza in un libro intitolato Democrazia senza popolo (Feltrinelli, 2016, pp. 217, € 16). Ma non aspettatevi un riepilogo di questa legislatura, che magari vorreste dimenticare, o qualche retroscena piccante. Il libro è tutt’altro: una lucida diagnosi sulla crisi della politica, non solo di sinistra, e non solo italiana.

In particolare, vi si trova una specie di cortocircuito fra la visione sistemica del filosofo politico e la conferma puntuale nell’esperienza del Galli deputato del PD. La cui prima impressione entrando a Montecitorio, poi confermata dall’esperienza successiva, fu che non solo il singolo parlamentare, ma il Parlamento nel suo complesso, contino ormai poco o nulla. E non solo per la complessità della macchina burocratica, nei cui ingranaggi il singolo è stritolato. Piuttosto, l’agenda legislativa, se non anche le singole decisioni, sembrano già dettate altrove.

Prendiamo l’attivismo riformista renziano, che aveva tanto impressionato agli inizi, dopo un ventennio di stagnazione berlusconiana. Senonché, osserva Galli, era tutto già scritto nella lettera spedita nel 2011 al premier di allora, in piena crisi dello spread, dalla Banca Centrale Europea. Basta leggere frasi come: «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali»; migliorare «la capacità di assecondare le esigenze delle imprese»; «revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti». Monti e Letta avevano eseguito. Renzi, per eccesso di zelo, ci ha aggiunto di suo le riforme costituzionali, rovinando tutto.

Si spiega così il paradosso della legislatura più movimentata e inconcludente della storia repubblicana. Verrebbe da rimpiangere il riformismo di una volta: quando, pur mediando con le parti sociali e non semplicemente «ascoltandole», come Renzi promette ancor oggi, si facevano riforme vere, non compitini. Ma Galli non è tipo da nutrire nostalgie; uscito dal Pd quasi due anni fa, in largo anticipo sugli scissionisti, nutre invece, secondo me, un’altra speranza.

Magari, invece della minacciata ondata populista, il 2017 potrebbe portare la vittoria del socialdemocratico Schulz in Germania. Allora, magari, dalla BCE partirebbero lettere diverse da quella del 2011: alle quali naturalmente ci adegueremmo di nuovo, ma stavolta – speriamo – senza eccessi di zelo.

La recensione è stata pubblicata in «MicroMega», nel blog di Mauro Barberis, il 27 marzo 2017 

Carlo Galli, un professore in Parlamento: «La politica di oggi? Senza cultura e senza immaginazione».

a cura di Alessandro Franzi

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«La politica italiana manca di immaginazione. Si basa soprattutto sui tatticismi, sui piccoli calcoli: ci sono le vecchie volpi che la sanno sempre lunga e pensano di sapere che cosa sta succedendo nella società. Ma poi vengono prese in contropiede dalla realtà». Carlo Galli, 66 anni, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, autore di numerosi studi sulla filosofia del potere, è abituato per formazione personale a misurare le parole. Ma dal 2013 Galli non è più solo un professore. È anche deputato di una delle legislature più tormentate della storia repubblicana. Eletto come indipendente nel Pd, è passato nel novembre 2015 nel gruppo di Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia e Libertà. Ora, sempre come indipendente, è entrato nel gruppo del Movimento Democratici e Progressisti, nato dopo la scissione del Pd. Così, oltre a misurare le parole, Galli ha potuto misurare da vicino anche i fatti, spesso meno nobili delle idee. In un libro, ha raccontato questi quattro anni da outsider in Parlamento. È intitolato Democrazia senza popolo, edito da Feltrinelli. Racconta da vicino ascese e cadute dei protagonisti dell’attuale stagione politica, da Bersani a Renzi, da Berlusconi a Salvini, da Monti a Grillo. Una stagione veloce più che riflessiva, fatta di slogan più che di pensiero, di emozione più che di ragione: tutto il contrario di quelli che sono i consueti riferimenti della vita accademica di un professore. Ma la vera rivoluzione (o involuzione) in atto, per Galli è un’altra: la democrazia rappresentativa mantiene la sua facciata, ma è sempre più svuotata di significato, sempre più preda di personalismi e populismi. Ed è la mancanza di pensiero che ha reso cieca e impotente la classe politica di fronte al “massacro” sociale portato dalle politiche neoliberiste. «È come – dice Galli a Linkiesta.it – se a un certo punto avessimo deciso che le grandi questioni erano risolte e che, quindi, bastasse far andare avanti la baracca. Non era così». In Italia, la rottura è coincisa, dice Galli, con la parabola di Matteo Renzi. È la post-democrazia. O forse una “pseudo-democrazia”.

Professore, ci dica intanto una cosa: si è pentito di aver fatto questo ‘salto’ in politica, come lo definisce nel libro?

No, non mi sono pentito, proprio perché l’ho fatto come un salto, come un atto non definitivo. Direi come un’esperienza a livello personale e un servizio per il Paese, se si dice ancora così. Quando mi sono candidato, sapevo bene che il mio mestiere era un altro. Ma ho imparato molto. Si impara sempre.

Quindi meglio chiamarla ancora professore, non deputato…

Sì, nonostante tutto parlo ancora da professore. E me lo fanno sempre notare.

Leggendo il suo libro, salta subito all’occhio una constatazione amara. Sembra che per far politica oggi non serva aver studiato o studiare, anzi il solo pensarlo diventa un impedimento. Ho capito bene?

Premettiamo che di questa cosa non sono contento. Poi, sì, ci sono stati tempi, nemmeno tanto remoti, in cui la politica italiana pur rimanendo autonoma è stata praticata da persone che avevano alle spalle una struttura culturale mediamente solida, insieme a un orizzonte ideale. Queste cose oggi sono fuori moda, sorprendono.

E perché?

Perché nel tempo la politica è stata colonizzata da logiche di tipo economico-gestionali. È come se a un certo punto della nostra esistenza, ma non sappiamo bene quando, avessimo deciso che le grandi questioni erano risolte e che, quindi, bastasse far andare avanti la baracca. Negarlo, dava la patente di stupido o di passatista. Ma i risultati si vedono: selezionare un personale politico senza immaginazione porta all’impoverimento della politica. La mancanza di immaginazione non consente di riconoscere e affrontare i problemi. E i problemi diventano così esplosivi. È quello che sta accadendo.

Nel libro c’è un’altra constatazione: la politica, l’agire politico non esiste più, esistono i personalismi.

Guardi, stiamo vivendo la fine della globalizzazione, la fine dell’euro, la fine probabilmente dello stesso concetto di democrazia che abbiamo conosciuto finora. Ma di fronte a tutto ciò in Italia non c’è un disegno politico.

Ma è possibile che la politica, non solo in Italia, stia rinascendo dal basso, fuori dal palazzo? I voti di protesta o il successo di formazioni anti-sistema potrebbero indicare questo, no?

Certo, la politica non muore. La politica c’è sempre, come la forza di gravità. Il potere e la voglia di contro-potere restano un’esigenza comune dell’umanità. Muoiono invece certi assetti istituzionali, certe forme di rappresentanza, come i partiti. Restano in piedi le istituzioni rappresentative, ma vengono svuotate delle loro funzioni. Ecco la democrazia senza popolo.

Che cosa sta accadendo?

Le società occidentali sono state massacrate dai modelli economici neoliberisti. Anche se stanno conoscendo una ripresa, dopo la lunga crisi, ormai sono considerati modelli economici antisociali. La società se ne è accorta: da qui nascono il disagio e la protesta popolare.

 Perché la politica, quel Parlamento di cui fa parte da quattro anni, non se n’è invece accorta?

Non ci sono più appunto i partiti, che una volta rappresentavano la società e mandavano impulsi al sistema politico.

C’entrerà anche quella mancanza di cultura di cui parlavamo prima, suppongo.

Come le dicevo, non c’è immaginazione, quella cultura sufficiente a decifrare la società. La politica si sta basando soprattutto sui tatticismi: succede generalmente che ci siano le vecchie volpi che la sanno sempre lunga e pensano di sapere che cosa sta succedendo nella società. Infatti, poi, vengono prese in contropiede.

Chi è stato preso più in contropiede in questa legislatura?

Bersani. Perché aveva una proposta socialdemocratica ma il Paese andava nella direzione della protesta. Il presidente Napolitano aveva chiesto al Pd di appoggiare il Governo Monti nel 2011, e il Pd l’ha pagata cara. Altro che vittoria mancata, Grillo stava crescendo di mese in mese ben prima delle elezioni del 2013. Poi, dopo Bersani, c’è stato il grande equivoco Renzi. Il quale faceva, sì, delle politiche liberiste spinte, ma all’inizio piaceva a tanti, perché aveva promesso di cambiare tutto. Solo che in seguito la gente si è accorta che voleva cambiare tutto non per farla stare meglio, ma per far funzionare meglio la macchina neoliberista. Per questo, la gente ha mandato al diavolo Renzi.

Usando il No alla riforma costituzionale, al referendum del 4 dicembre?

Esattamente. Nella testa di Renzi, il combinato disposto fra riforma delle Costituzione e riforma della legge elettorale avrebbe dovuto porre il sigillo a un sistema con un primo ministro onnipotente, il culmine dell’indebolimento delle istituzioni rappresentative. Solo che gli italiani si sono vendicati contro di lui per le promesse mancate.

Ecco, Renzi. Però nel 2014 diventarono tutti o quasi renziani, e per tre anni il governo guidato dal segretario del Pd ha avuto una maggioranza in Parlamento. Come mai?

Bisogna partire dall’inizio della legislatura, lo racconto nel mio libro. Furono mesi di disorientamento totale, le piazze erano inferocite. Non si trovava un presidente della Repubblica, tanto che poi si è dovuto rieleggere Napolitano. E non si trovava un capo del Governo, tanto che poi Napolitano ha nominato Letta. Nessuno si occupava dei parlamentari comuni. In quei mesi non c’era un principio d’ordine, non c’era una linea. Per questo Napolitano, anche se con scelte che possono essere discutibili, è stato indispensabile per non far crollare il sistema.

Renzi arrivò alla fine di quell’anno…

Il governo Letta era stato debole e anche sfortunato. Direi anche che era assai poco avvertito come un governo di sinistra. Aggiungendo a questo la condanna di Berlusconi, a quel punto Renzi, se veniva percepito dai cittadini come un rottamatore, dai parlamentari veniva percepito come quello che metteva a posto la coscienza collettiva. Renzi poteva dare un senso alla legislatura, le dava una legittimità politica, una continuità. Per questo i tanti bersaniani, che erano la maggioranza dei parlamentari Pd, diventarono renziani. Non renziani duri e puri, certo, ma uniti da un matrimonio di interessi, di solito il tipo di matrimonio che dura più a lungo. Del resto, Renzi ha avuto anche una qualità in più di altri.

Quale?

La forza mediatica.

Questo è innegabile.

Attenzione, però: la sua e quella delle forze economiche neoliberiste che hanno scommesso su di lui, lo hanno sostenuto e gli hanno dato spazio. Così c’è stato un momento in cui tutta la politica era nella testa di Renzi. Che è abile e pragmatico, ma non ha un disegno complessivo. Non è Napoleone.

Tutto questo fino alla caduta, al referendum. Fine della parabola?

No, no. Caduto, ma con calma. Perché Renzi ha ancora il predominio all’interno del Pd, anche se ora l’opposizione si muove allo scoperto. I bersaniani se ne sono andati perché Renzi, anche se non era questo il suo disegno, sta perseguendo la strada del proporzionale, per potersi alleare dopo le elezioni e tenere un partito a sua somiglianza.

E lei in tutto questo dove si colloca?

Io sono uscito nel 2015. Adesso sono anche formalmente un indipendente: non sono con Sinistra Italiana di Fratoianni ma sto nel gruppo di Scotto, che si è fuso con quello di Bersani nel Movimento Democratici e Progressisti.

Tante anime, a sinistra. Ce la si farà a ricongiungerle?

È plausibile che Renzi venga rieletto segretario, almeno se avrà abbastanza voti per non dover dipendere dal voto dell’Assemblea.

In Assemblea rischierebbe?

Io, lì, non ci scommetterei più un soldo. Comunque, con un Pd guidato ancora da Renzi penso che sia piuttosto complicato che questo movimento demo-progressista possa tornare insieme. Il destino di Renzi è di allearsi, dopo le elezioni, con Berlusconi. A meno che Berlusconi non vinca, visto che al momento il centrodestra, se unificato, è teoricamente il primo partito italiano.

Fra i suoi libri, ce n’è uno del 2010 sull’intramontata attualità dell’asse destra-sinistra: oggi lo riscriverebbe?

Sì, perché quella divisione c’è, solo che è nascosta.

Ovvero?

Quello che si vede è l’alternativa fra establishment e anti-establishment. Ma la proposta anti-establishment può essere sia di destra sia di sinistra. Uno che negli Stati Uniti avrebbe votato per Sanders può aver votato anche per Trump, salvo poi scoprire che Trump non è esterno all’establishment.

E quando crede che torneranno a differenziarsi, destra e sinistra?

La vera differenza è la critica al neoliberismo. Questo, oggi, è il vero discrimine. Certo, tutto viene coperto da un velo di odio e di rancore calato di fronte agli occhi dei cittadini: oggi chiunque sia contro l’establishment va bene. Quindi, destra-sinistra nell’immediato non emergono. Ma torneranno a emergere. E ci sarà bisogno di una proposta di sinistra che faccia la differenza e dia una risposta a chi ha subito il massacro sociale.

L’intervista è stata pubblicata in «Linkiesta.it» il 4 marzo 2017.