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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Economia

Epidemia tra norma ed eccezione

 

La tematica del caso d’eccezione è stata elaborata da pensatori anti-liberali, di destra di sinistra, da Schmitt a Benjamin, da Donoso ad Agamben, da Sorel a  Tronti. Il «caso d’eccezione» è stato faticosamente raggiunto come la vetta di un monte, dopo un’angosciante scalata.  È un concetto estremo, destrutturante, in quanto dimostra che l’essenza di ogni ordine sta nel potere di creare disordine. In altri termini, che la sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal «non-ordine», perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata  in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo  «far ordine nel fare disordine», e viceversa, è l’opera della decisione sovrana.

Invano il mondo liberale nei suoi sviluppi ha voluto riempire lo spazio vuoto della sovranità con solide «sostanze» non disponibili all’agire sovrano: le persone e i loro diritti, i corpi elementari o secondari, insomma, la società. Invano il pensiero dialettico ha mostrato che la sovranità è l’espressione di una vita complessa, storica,  di intense contraddizioni reali, che non è solo il potere decidente nel suo assoluto formalismo ma è egemonia, dominio articolato. E al contempo è strumento  di azione orientata all’autonomia collettiva, alla rivoluzione come apertura al nuovo.

Davanti a tutto ciò il pensiero dell’eccezione  sgombra il campo con piglio irresistibile: la verità della politica moderna è il gesto che ripropone l’origine, è la folgore dell’a decisione, l’insorgenza  del potere costituente, il cuneo della rivoluzione che spacca la storia. Nell’eccezione e non nella norma, nella sovranità e non nella società, sta il massimo di potenza concepibile – anzi, l’inconcepibile potenza dell’indifferenza differenziante –. Il mondo civile  è sempre nuovo perché sempre sospeso su un’eccezione e su una decisione, sempre disponibile a una nuova forma; ma è anche, in realtà, sempre uguale: sempre privo di consistenza, di autonomia.  La sua norma sta qui, in questa anomia. La sua pienezza è questo vuoto, questo nichilismo… Read more

 

Il testo completo è stato pubblicato in «Istituto Italiano per gli Studi Filosofici» il 29 aprile 2020

Perché non possiamo non dirci sovrani

 

Io sono qui perché ho pubblicato un libro il cui titolo è Sovranità; libro relativamente facile, divulgativo, che nasce dal fatto che – come studioso, molto più che come politico – non mi sono per nulla sentito a mio agio con l’invenzione lessicale del termine «sovranismo» e con l’uso della parola «sovranista» come un insulto. E quindi ho messo in piedi una riflessione, il cui contenuto in parte adesso vi consegno. Dico «in parte» perché nel libro vi sono molti passaggi storici e filosofici che non è il caso di portare qui; però, alcune questioni è il caso di portarle per un obiettivo – l’obiettivo fondamentale che in questa fase della mia esistenza io mi pongo –: in questo Paese c’è una gravissima questione di egemonia culturale; detto in un altro modo, c’è una gravissima questione di conformismo.

La politica, se vorrà e saprà, potrà fare la sua battaglia, ma sicuramente la intellettualità italiana dovrebbe fare la propria e secondo me non la sta facendo – per una serie di motivi che non voglio neppure enumerare –. La cosa più importante oggi è fare passare l’idea che è possibile un diverso punto di vista sulle cose dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Ideologia

Un «diverso punto di vista», ad esempio, rispetto al fatto che già questa frase mi verrebbe contestata, perché potrebbe essere accusata di nascondere l’intento di far nascere e rinascere, inventare, una ideologia nell’epoca in cui le ideologie sono finite. Ora, questa non è l’epoca in cui tutte le ideologie sono finite. È l’epoca in cui una ideologia ha vinto, e ha giustamente permeato di sé tutti – con scarse eccezioni – gli ambiti della riflessione, della comunicazione, dell’azione politica: è il neoliberismo. Che non è un dato di natura, ma un dato storico, economico, politico, che nasce da alcuni interessi e da alcuni presupposti intellettuali, e ha avuto la capacità di farsi passare per ovvio, naturale e post-ideologico. Dentro questo errore di valutazione la prima a cadere è stata la sinistra, che ha creduto a molto di quello che il neoliberismo raccontava di se stesso, lo ha fatto proprio e lo ha spacciato ai cittadini, i quali poi, davanti alle contraddizioni intrinseche del modello socio-economico-politico vittorioso, l’hanno ripudiata.

Questa ideologia, che più delle altre nega di esserlo, opera inversioni; ad esempio, il rapporto che essa pone fra sovranità e guerra oppure il rapporto che essa pone fra Europa e pace. Si sostiene che la sovranità è portatrice di guerra. Ora, naturalmente, la sovranità consiste anche nel decidere di fare la guerra, ma non solo. In ogni caso, la sovranità è così poco in sé portatrice di guerra che su ciò potremmo chiedere il parere di tutti i popoli ai quali viene fatta la guerra proprio perché non sono sovrani. Certo, si possono fare guerre anche contro Stati sovrani, però è più rischioso; se non si è sovrani si è più largamente esposti alla guerra. Quanto poi al rapporto tra Europa e pace – «L’Europa ci ha dato settant’anni di pace» (è l’intero sistema mediatico che lo dice) – si deve notare che questi anni (non tutti di pace, peraltro – si ricordino l’Ulster o l’Alto Adige –) non ce li ha dati l’Europa, se per Europa si intende la UE: ce li ha dati una sconfitta clamorosa dell’Europa – che possiamo anche definire benedetta, dato che cosa era in quel momento l’Europa, cioè la preda della Germania nazista –; una sconfitta militare, che ha fatto dell’Europa non più il soggetto della politica internazionale, ma l’oggetto: un oggetto posseduto dai due vincitori extra-europei della Seconda guerra mondiale. Nella parte occidentale, così neutralizzata, alcuni attori credevano di essere Stati nel senso pieno del termine – parlo della Francia e dell’Inghilterra –, ma quando hanno provato a fare azioni sovrane in senso classico (1956, Suez) sono stati rimandati a casa da USA e URSS, che stavano azzuffandosi per la questione ungherese, ma che sono state concordi nel vietare agli europei di compiere azioni sovrane. In quel contesto nasce, l’anno dopo, quello che allora si chiamava MEC, poi CEE e poi, dopo il ’92, UE, come area di libero scambio, che non dava fastidio a nessuno, e anzi faceva del bene a tutti (in modo disuguale, come sempre avviene). È stato uno dei volani che hanno innescato nel nostro Paese il boom economico. La UE nasce da una pace che non ha creato: nasce dalla pace creata – come tutte le paci – dall’esito di una guerra. Per cui sentirsi dire «la UE ha portato la pace» è un’autentica barzelletta. La pace l’ha portata in Europa occidentale la NATO, che ha fatto sì che non si facessero la guerra tra di loro nemmeno la Grecia e la Turchia – che se la sarebbero fatta certamente se la NATO non fosse esistita –.

Il secondo dopoguerra è stato caratterizzato da un affievolimento – non dalla scomparsa – della sovranità, tanto in Occidente quanto in Oriente. In Oriente molto sbrigativamente si teorizzava la «sovranità limitata»; in Occidente, più pudicamente, non lo si diceva in modo aperto, però la «dottrina Brzezinski» qualcosa faceva capire, e poi c’erano le azioni pratiche, più o meno coperte, che ribadivano brutalmente quelle condizioni insuperabili per le quali vi erano alcuni partiti politici che mai e poi mai avrebbero potuto prendere il potere, nemmeno se avessero avuto il 95% dei voti. Certo, all’interno del contesto occidentale, il fatto che le sovranità fossero abbastanza sopite non impediva che chi se ne sapeva servire se ne servisse nei limiti del possibile – la Francia ha continuato a gestirsi l’impero africano, ad esempio; l’Italia ha continuato a fare la cosa che sa fare meglio al mondo, cioè il doppio, triplo gioco con arabi e israeliani (cosa, peraltro, utilissima a molti) –. Chi sa adoperare la sovranità, appena può la adopera. Certo, la situazione non era più quella del 1914 o anche del 1939: la piena sovranità non c’era più. Non si perdono le guerre mondiali gratis; da qualche parte il prezzo emerge.

Sovranità (Mortati)

Ciò premesso, basta prendere il Manuale di Diritto pubblico di Costantino Mortati, andare a pagina 99 e seguenti, e leggere quelle tre-quattro pagine per togliersi alcune cattive idee sulla sovranità.  Che cos’è la sovranità? Mortati la definisce, prima di tutto, come indipendenza; poi, come il fatto politico-giuridico del potere costituente; infine, come la capacità di possedere la competenza delle competenze.

Indipendenza è un concetto empirico: la Catalogna non è sovrana perché non è indipendente. Indipendenza vuol dire non avere un’altra sovranità sopra di sé.

La sovranità è, poi, il fatto politico-giuridico del potere costituente: questo è il punto centrale , che ci consente di dire che la UE non è un soggetto sovrano. Sovranità è la enorme energia che fa sì che sulle ceneri di un ordinamento ne venga formato uno nuovo. Questo è il modo con cui la sovranità si manifesta. Non c’è altro modo per valutare un soggetto sovrano che andare a vedere come è nato, la sua origine. Si dirà che c’è qualche cosa di violento in questo. Ora, la politica è precisamente quella dimensione che in prima – o in estrema – istanza fa i conti col fatto che gli esseri umani non sono ordinati per natura, come possono essere le formiche, ma gli ordini se li devono costruire. E per costruire un ordine si devono fare i conti con la storia, cioè con gli ordini politici esistenti, che per diversi motivi vanno a pezzi, vanno in crisi, non soddisfano più alcune esigenze e vengono rimpiazzati da nuovi ordini. La sovranità ha all’origine una decisione, una rivoluzione, una guerra civile, una guerra di liberazione, il collasso di un ordinamento. Andate con la vostra mente a cercare un esempio di sovranità che contraddica quello che ho detto: non lo trovate. La nostra Costituzione, che definisce l’Italia come un soggetto sovrano, non è forse nata dall’incrocio fra una guerra civile, una guerra di liberazione e il collasso di un ordinamento? Non nasce forse da un impiego di energia politica quale mai più si è visto, e quale la nostra stessa Costituzione nega si possa più dare? Il potere costituente è talmente potente che, sulla base della nostra Costituzione, non può più essere attivato; valgono solo i poteri costituiti. La Costituzione nasce nel sangue; poteva andare diversamente, resta il fatto che la nostra è una Costituzione orientata, come tutto ciò che nasce da una guerra: ci sono i vincitori, ci sono i vinti – molto sta nel vedere come tratti i vinti, naturalmente; se li escludi o se li includi (alle tue condizioni) –. Le costituzioni sono uno sbocco di energia politica – particolarmente, le costituzioni otto-novecentesche democratico-rivoluzionarie –. Non c’è altro da dire su questo.

La competenza delle competenze significa, poi, che la sovranità consiste nel decidere chi fa che cosa all’interno delle istituzioni.

Alla luce di tutto ciò, la UE non ha una Costituzione e non è un soggetto sovrano: è un insieme di trattati, i cui signori sono gli Stati sovrani. Con questo non voglio dire che la UE non sia qualche cosa di assolutamente cogente, anzi; la sua contraddizione di fondo è che è estremamente cogente e, al tempo stesso, non è sovrana. Se fosse estremamente cogente e sovrana, vorrebbe dire che siamo all’interno di una sorta di «superstato» europeo, come un napoletano nel 1861 si è trovato a essere all’interno di qualche cosa che non era più il Regno delle Due Sicilie, ma era lo Stato unitario italiano. Lì c’era una sovranità che si era formata e che si prendeva qualche responsabilità (poche); non si fondava certo su una grande energia popolare, e tuttavia c’era l’energia della guerra di conquista piemontese e c’era una egemonia intellettuale – il pensiero del Risorgimento –. In ogni caso, quando una sovranità funziona, cioè quando si è usciti dal momento magmatico generativo, e ci si trova – diciamo così – in «tempi normali», la sovranità è un rapporto di obbedienza e protezione: cioè, c’è il comando sovrano sui cittadini, che, a loro volta, sono protetti da quel comando.

La sovranità non c’è, in Unione Europea, perché l’Unione Europea non è nata politicamente; quindi, non ha caratteristiche sovrane, tanto che il suo comando – la moneta unica, con tutto quello che si porta dietro, e lo spazio giuridico unico (non in tutti gli ambiti) –  non corrisponde ad alcuna protezione. Cioè la UE comanda ai singoli Stati di costruire il loro bilancio sulla base dei principi che la UE stessa impone (e che, certo, gli Stati hanno sottoscritto), ma le conseguenze non le interessano, sono un problema dei singoli Stati. Ma quando contraddice il principio di responsabilità, il potere diventa dominio. La moneta unica è costruita in modo da dare la responsabilità delle sue conseguenze agli Stati, che hanno il dovere di obbedire,  e, se sono riottosi, sono costretti ad obbedire – si veda la Grecia –. In ogni caso, meno che mai hanno il diritto di determinare il contenuto del comando – le regole dell’euro sono inalterabili –. Ecco perché siamo dentro un paradosso.

Non voglio neppure iniziare a dimostrare che la UE non è un soggetto sovrano dal punto di vista della capacità di agire sulla scena internazionale. È del tutto evidente: non riesce a imporre la propria volontà perché non ce l’ha; ha le diverse volontà, i diversi interessi, degli Stati che la compongono (dei più forti, almeno). Imprese politico-militari europee si contano sulle dita di una mano.

Sovranità (Galli)

Ora, con un linguaggio che non è più quello di Mortati, ma è il mio: per parlare della sovranità bisogna considerarla formata da tre diverse dimensioni geometriche.

Vi è una dimensione che non è una dimensione, ma è un punto. La sovranità è un punto perché è il valore non negoziabile a cui è appeso l’intero ordinamento. Detto in un altro modo, è la decisione che ha posto l’ordinamento e che lo difende, anche scavalcandolo (in parte), oppure è un’altra decisione che lo abbatte e lo sostituisce con un altro. Nel caso italiano qual è il valore non negoziabile su cui si fonda l’intero ordinamento? Sono alcuni dei valori che stanno nei «Principi fondamentali» e nelle «disposizioni transitorie e finali» della Costituzione; su tutti io direi: l’antifascismo e lo Stato sociale. Dove per antifascismo si intende la lotta storica contro uno specifico totalitarismo, e magari contro i rischi di altri totalitarismi, benché l’antifascismo non vada utilizzato come arma polemica nella lotta partitica quotidiana (non chiunque è nostro avversario è anche fascista o comunista – altrimenti questi termini diventano asemantici e  perdono la propria serietà –). E poi  lo Stato sociale; o meglio, quanto è previsto dall’articolo 3, che dà alla politica il compito di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità. E qui ci si doveva interrogare se il neoliberismo e l’ordoliberalismo – i paradigmi economici che sorreggono la UE – e la loro interpretazione radicale, secondo la quale la politica non deve interferire con la signoria del mercato, sono del tutto in linea con lo spirito costituente.

Ma, oltre che un punto, la sovranità è una figura geometrica. È l’ordinamento giuridico, che, per definizione, ha dei confini. Fino a una certa linea vige il codice penale italiano, da quel punto in poi vige il codice penale francese. «Dentro» e «fuori» sono gli assi fondamentali del normale funzionamento della sovranità: «dentro» c’è la pace, «fuori» c’è la possibilità della guerra; «dentro» ci sono i criminali, «fuori» ci sono i nemici – senza possibilità di veder nascere all’interno un nemico o di criminalizzare il nemico esterno –. Va ricordato ai più giovani che noi questa cosa l’abbiamo vissuta, sia durante la guerra fredda – con la criminalizzazione del nemico esterno –, sia quando ci siamo trovati in casa le BR, che volevano essere riconosciute come nemico politico (cosa che non avvenne, e quindi rimasero nel loro status di criminali).

E infine la sovranità è un solido – e qui i giuristi mi diranno che io sconfino, ovviamente –; cioè, è una società con la sua dialettica interna. Il soggetto politico sovrano esiste realmente, in carne e ossa: è un corpo politico che dà la sostanza, la forma e l’orientamento della sovranità. In alcuni Stati sovrani comandano i ricchi, altri sono popolari e democratici; alcuni godono di pace civile all’interno, altri sono connotati da una forte dialettica socio-politica. Questi non sono accidenti della sovranità, sue variabili inessenziali: sono la sua sostanza, senza la quale non si comprende neppure la sua forma. La sovranità nella storia non è mai solo un punto, non è mai solo un ordinamento, ma è anche al tempo stesso un solido.

Il vero problema – non ci entro qui – è che queste, diciamo così, modalità di esistenza della sovranità sono fra di loro sconnesse. Questo vuol dire che la sovranità non può mai essere soltanto decisionistica, non può mai essere soltanto giuridificata, e non può mai essere soltanto ridotta a un dato sociologico. Qui c’è davvero un elemento inquietante: la politica non può mai essere solo giuridificata. Essendo qualche cosa di vivo, la sovranità non si manifesta sempre soltanto attraverso contingenze riconducibili alla fattispecie – non si può tradurre tutto quello che succede in norme –: ciò è inaccettabile per i giuristi, ma è la storia politica reale. Se la vita politica fosse tutta giuridificabile, sarebbe come dire che è tutta tecnicizzabile o come dire che è tutta economicizzabile; cioè, significherebbe sostenere che esiste da qualche parte un principio di neutralizzazione totale delle dinamiche politiche. Questo è quello che ci viene fatto credere oggi, ed è esattamente ciò contro cui noi insorgiamo, ciò che noi critichiamo. Perché il vestito, se il vestito è unico, è sempre non-adatto; e il pensiero, se il pensiero è unico, non riesce mai a pensare abbastanza. Questo fa parte del fatto che noi stiamo nella storia (non stiamo «fuori», «sopra»), stiamo nella contingenza. Detto in un altro modo (e chiudo su questo punto), la sovranità è un concetto, ma è un concetto esistenziale, non è un concetto puro – il quadrato è un concetto puro (la figura geometrica in cui quattro lati sono tutti uguali e quattro angoli sono di 90 gradi ciascuno: questo è un concetto puro) –. La sovranità è un concetto esistenziale, cioè è l’espressione della volontà di esistere come soggetto di un certo gruppo politico. Ed «esistere» significa esporsi alla contingenza, al rischio. Allora, se ragioniamo così diventa una cosa estremamente seria. Cerchiamo di capire dai palestinesi o dai curdi o dai somali o dai libici che cosa vuol dire sovranità. Esistono? No, non esistono come soggetto politico; esistono come singoli individui, come bande, come tribù, ma non esistono come soggetti sovrani.

Gli avversari della sovranità

Ora, perché stiamo qui a riflettere sull’abbiccì di ogni pensiero giuridico di diritto pubblico o di storia del pensiero politico o di storia politica? Perché sprechiamo il nostro tempo prezioso nel pensare ciò che è già stato pensato? Perché è un po’ di anni che ci dicono che nulla di tutto ciò è più vero; che tutto ciò è preistoria, fascismo, grettezza d’animo; che fa venire il cambiamento di clima – questa l’ho letta davvero: il sovranismo produce il cambiamento climatico –. Chi dice ciò? Chi sono gli avversari della sovranità? Eccone alcuni.

Il singolo individuo, che, in teoria, l’ha prodotta attraverso le forme del contratto politico moderno; però, nella realtà storica ha sempre trovato nella sovranità un limite – anche se sa che senza quel limite egli, individuo, non avrebbe la vita sicura; come diceva Thomas Hobbes: noi ci mettiamo insieme per godere in sicurezza dei frutti della nostra industria. Il Leviatano sarà una triste realtà, però senza di lui le cose vanno peggio –. L’individuo, quindi, prova a indebolire la sovranità: è il liberalismo.

Poi – ben più potenti – ci sono fattori universalistici, che detestano la sovranità in quanto essa vive di limiti, di confini, di determinazioni; questi sono: il diritto, che non è soltanto il diritto interno, ma è anche il diritto internazionale; la morale – è difficile rinunciare all’idea di una morale universale –; l’economia capitalistica moderna – la quale nasce dentro lo Stato, custodita allevata, protetta, nutrita, salvaguardata dallo Stato, ma la sua vocazione è globale; non da adesso, da sempre –.

Allora, pensate a quello che veniva detto quando vi era un altro ministro dell’Interno, che bloccava i porti: da una parte c’era la tesi «io difendo i confini»; dall’altra c’era la tesi «i confini non vanno difesi perché vi sono valori universali che sono superiori ai valori particolari». E tutto ciò veniva argomentato, quando lo era, attraverso iniezioni potentissime di emozione, cioè di casi singoli, emblematici. Poi, veniva argomentato attraverso la moralità: «È immorale comportarsi così». Ma anche attraverso l’economia: «Ci fanno comodo i migranti». E infine attraverso il diritto, tanto interno quanto internazionale: l’universale contro il particolare, la norma contro la decisione. A questi si aggiunge, poi, l’argomento principe: l’antitesi vecchio-nuovo. «Tu sei vecchio, vecchissimo, morto… tutta questa roba andava bene nell’800, ma adesso c’è la globalizzazione».

Ora, se per globalizzazione si intende il fatto che 350 milioni di cinesi sono stati messi al lavoro e hanno distrutto le classi operaie occidentali, da una parte, e, dall’altra, hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo, certo che la globalizzazione c’è. Se per globalizzazione si intende il fatto che le amministrazioni di sinistra statunitensi ed europee hanno deregolato i meccanismi di allocazione delle risorse finanziarie a livello mondiale, per cui chiunque abbia dei soldi li può spostare in un decimo di secondo qua e là come vuole, è vero. Da ciò discende forse che il mondo è diventato privo dell’«esterno», cioè che la logica sovrana dell’«interno-esterno» non vale più? Ne siamo certi? Forse che non esiste un capitalismo cinese diverso dal capitalismo statunitense? Forse che non esiste la proiezione di potenza verso l’esterno di una serie notevolissima di entità politiche?

Ma non sono soltanto Cina, USA, Russia; di Stati che fanno politica internazionale, cioè proiettano in modo strategico la propria potenza militare ed economica, ce ne sono parecchi: Israele, Turchia, Giappone (sul piano militare no, ma sul piano economico c’è, eccome), India, Brasile, fra un po’ ci sarà la Nigeria. Descrivere il mondo globalizzato come un mondo privo di centri di potere sovrano è veramente dire il falso. Ho letto poco tempo fa l’articolo sul «Corriere della Sera» di un ex ambasciatore il quale, dopo aver fatto una analisi corretta del contesto internazionale, diceva sconsolato «ma guarda tu com’è possibile che il mondo sia tutto pieno di sovranismi». Ma non sarebbe bastato dire «guarda tu come è normale che il mondo sia tutto pieno di sovranità»? Chi è che va a spiegare a qualunque Stato che non è uno Stato sovrano… tranne che a noi. Noi stiamo riuscendo nell’impresa di creare la non-sovranità in un Paese solo, come Stalin aveva creato il comunismo in un Paese solo.

La verità è che le dinamiche economiche globali esistono, e non si sovrappongono perfettamente alle dinamiche politiche sovrane (per definizione, parziali): i grandi centri di potere politico non governano pienamente l’economia globale, ma la intercettano, la deviano, se ne servono e ne sono a loro volta utilizzati. La sovranità, oggi, esiste in un ambiente esterno ancora più difficile che in passato; ma non sta morendo, non è in rovina.

Cenni di storia economica

Noi siamo vissuti dal secondo dopoguerra dentro il sistema di Bretton Woods (1944), che era un sistema a trazione americana, a egemonia intellettuale molto all’ingrosso keynesiana, e sicuramente fondato sugli Stati. Questo sistema è andato in crisi per un motivo essenzialmente esogeno, cioè il fatto che il barile di petrolio è passato in poche settimane da quattro a ottanta dollari. Inoltre, gli americani avevano fatto un’inflazione mostruosa per la guerra in Vietnam, per cui era nata una situazione ingestibile col paradigma keynesiano, cioè la stagflazione. Chi ha qualche anno ricorderà che Andreatta emetteva bond al 22% perché c’era l’inflazione al 20. Ciò è male, ovviamente, e a ciò è seguita una cura da cavallo, cioè la nascita, la messa in pratica di un paradigma economico che era nato tra l’Otto e il Novecento, cioè il marginalismo austriaco, tenuto di riserva nei grandi dipartimenti economici anglosassoni, rispolverato alla bisogna – premio Nobel a Hayek, che ne è il grande sistematore, nel ’74; in parallelo, mano libera ai «Chicago Boys» per mettere ordine in Cile –. Mentre il modello keynesiano – mi perdonino gli economisti – ha un nemico che è la disoccupazione, il nuovo modello (che tanto nuovo appunto non è) ha invece un altro nemico, l’inflazione, e lo debella, perché è un modello deflattivo: ci devono essere pochi soldi in giro, e quei soldi devono essere prevalentemente nelle tasche di pochi. Perché ci siano pochi soldi l’economia non deve funzionare con la domanda interna, ma con le esportazioni; non ci devono essere alti salari, né, quindi, conflitto sociale, e dunque è necessario che il conflitto sociale venga, da una parte, criminalizzato, dall’altra giudicato obsoleto («Siamo tutti nella stessa barca»). Questo modello economico implica che il fattore  centrale del sistema economico non stia più nel lavoro, ma nel consumo; cioè è un’economia dell’offerta.

All’inizio tutto ciò passa – dapprima nel mondo anglofono – perché i poteri forti di questo pianeta lo fanno passare, cioè si cominciano a fare politiche di questo tipo. Poi, passa perché viene fatto piacere, perché è tutto costruito sulla esaltazione della capacità imprenditoriale di ciascun singolo; cioè, detto in un altro modo, stimola il desiderio: mentre l’altro modello, precedente, era dopotutto fondato sopra la disciplina, sopra la previsione del futuro – «lavora duro oggi perché domani tuo figlio starà meglio» –, qui invece si dice «sii un avventuriero, godi, consuma, mettiti alla prova, segui il tuo sogno, sii te stesso…». Chi è giovane ha sentito solo questo modo di ragionare, fino alle parole del papa supremo: «Stay hungry, stay foolish».

Voi capite: te lo fanno piacere, soprattutto se il tutto è condito dalle campagne gestite dai giornalisti dei grandi giornali di proprietà dei grandi capitalisti, campagne contro i partiti politici, contro i corpi intermedi, contro i sindacati. L’obiettivo è che la società sia priva di divisioni strutturali (classi); che sia, come si dice, «liquida», un magma indistinto di individui, tutti controllati, controllabili, valutati, valutabili, e la logica del capitale deve estendersi su tutta la società. Nessuna isola, nessuna eccezione, nessuna riserva indiana – tra un po’ dovrai pagare anche quando vai a fare la comunione –. Di sicuro siamo tutti mercificati. Che cosa è costruirsi un curriculum – cosa a cui i giovani sono tenuti, mentre quelli della mia età non sapevano nemmeno che cosa fosse –? È mettersi addosso un’etichetta, garantire la tracciabilità della merce. Che cosa è il turismo di massa se non la trasformazione delle città in scenari, in quinte di uno spettacolo, in merci urbane? Nulla e nessuno deve resistere alla potenza del capitale. Che cos’è l’idea che i vecchi non devono votare perché sono economicamente non propensi al rischio? Si dirà «ma quella era una provocazione». Il dramma agghiacciante sono le risposte di quelli che non sono d’accordo – «I vecchi sono economicamente utili» –. Ecco che cos’è egemonia: tradurre la cittadinanza in utilità economica, e poi discutere se una persona è economicamente utile o no. Egemonia è questo, e chi non l’ha – invece di dire «il terreno di gioco lo metto io» – accetta il terreno di gioco di un altro; dissente sui particolari, ma non sul principio generale. Da quando in qua si valuta la cittadinanza sulla base della capacità economica? Dal Dreiklassenwahlrecht di Humboldt (siamo in Prussia, all’epoca delle riforme dopo la sconfitta di Jena, 1808-1809), quando il terzo più alto in reddito eleggeva un terzo dell’assemblea, per cui uno Junker aveva milioni di voti, mentre il suo contadino ne aveva uno. I voti si pesano e si contano, qui.

La prima ondata mondialista negli anni ’90 era giocata sul registro euforico: «Sii te stesso, segui il tuo sogno, fai debiti». Dopo il 2008 ha preso un’altra tinta ed è diventata: «Come ti sei permesso di fare debiti; maledetto peccatore, morirai per questo». In questa forma di capitalismo la ricchezza si presenta in forma «liquida», finanziaria; il sistema fa accumulazione attraverso le bolle: ogni tanto le bolle scoppiano e molti restano bruciati. Da un punto di vista sociologico, poi, le sue dinamiche sono orientate, lo abbiamo già detto, alla distruzione delle differenze: dei partiti, che sono differenze organizzate; dei sindacati; dei ceti, prima di tutto il ceto medio, soprattutto quel ceto di disgraziati, come i professori universitari, i professionisti, gente che credeva di essere indipendente per «Besitz und Kultur», proprietà e cultura, e adesso scopre di essere dipendente come l’ultimo dei salariati: «Credevi di avere una certa pensione? Io te la abbasso. Credevi di avere uno status sociale? E io te lo tolgo. Credevi di avere diritto alla considerazione della Repubblica perché insegni, perché sostieni intellettualmente questo Paese? Abbasso i professoroni! Viva l’ignoranza!» (l’esaltazione della società del sapere, del ruolo centrale della ricerca per lo sviluppo, è la riduzione del sapere a specialismo settoriale, con divieto assoluto che il sapere assuma un ruolo critico). La distruzione del ceto medio è uno degli obiettivi sociologici fondamentali del neoliberismo, che – torno a dire – vuole una società di atomi scollegati fra di loro, e semmai collegati soltanto a internet e a Facebook. Naturalmente, a questo livellamento corrisponde una crescente disuguaglianza fra la massa dei poveri e la minoranza dei ricchi.

Nel frattempo, le promesse disattese sono state tante e così amare le disillusioni, che nel crollo del paradigma economico – nel crollo delle speranze che da esso erano state veicolate – è stata travolta anche la democrazia, la fiducia del popolo nelle istituzioni democratiche. Quella complessa congerie di istituzioni, di processi, ma anche di valori, che si assommano nella democrazia liberale rappresentativa è in grave difficoltà perché è troppo stabilmente associata al modello economico che l’ha schiacciata, l’ha stravolta, l’ha fatta diventare una postdemocrazia. La protesta (che le forze dell’establishment classificano come populista e sovranista, perché è una richiesta di protezione del popolo allo Stato, che difenda  la società dalle incontrollate dinamiche economiche sovranazionali) si manifesta non solo contro il paradigma economico ma – anzi più spesso – contro le sue istituzioni politiche, che quello stesso paradigma ha svuotato e reso praticamente risibili. Tutto il mondo, oggi, conosce una serie di focolai di rivolte violente, ma al tempo stesso non bene indirizzate, contro lo status quo; tutto il mondo, dal Cile a Hong Kong, da Barcellona a Parigi, eccetera. Questo sistema non regge, non è più considerato vitale, vivibile. La globalizzazione è dunque contraddetta nel suo presupposto fondamentale – cioè l’arricchimento generale attraverso l’individualismo – dal fatto che le società che hanno subito più potentemente la globalizzazione sono società in rivolta. Inoltre, la globalizzazione è contraddetta dal già ricordato pluralismo politico mondiale.

Europa e Italia

In Europa, ed eccoci al punto, non ci siamo dati soltanto un modello neoliberista; ci siamo dati un modello ordoliberista. L’ordoliberismo è una variante del neoliberismo, che tra l’altro si è definito esso stesso neoliberismo fino a che, a un certo punto, ha cominciato a chiamarsi ordoliberalismo perché uno dei suoi fondatori, Walter Eucken, ha fondato una rivista che si chiamava «Ordo». Si tratta dell’«economia sociale di mercato» tedesca. Ora, da settant’anni ai tedeschi le cose vanno spesso più bene che male – e l’ordoliberalismo li ha tirati fuori in qualche modo dal disastro del 1945 –. Però, ha dei presupposti molto cogenti. È diverso dal modello neoliberista essenzialmente per questo: mentre il neoliberismo crede che nel migliore dei mondi possibili non ci sia politica, perché il mercato si autosostiene, si autogiustifica, e solo in questo basso mondo è necessaria la politica (ma solo perché faccia riforme antisociali e filomercato), al contrario, l’ordoliberalismo pensa il mercato come qualche cosa di fragile, bisognoso del continuo intervento della politica, a partire dalla grande decisione politica che lo instaura. Il mercato deve essere costituzionalizzato, deve diventare un pezzo di costituzione.

Oltre a ciò, gli ordoliberisti condividono l’idea che i prezzi si formano attraverso la concorrenza, e che la politica qui non deve entrare. Qual è quindi l’intervento della politica? Sostanzialmente, deve prevenire o neutralizzare il conflitto sociale. Idea comune al neoliberismo, certo, ma sorretta qui dal vecchio organicismo tedesco. L’ordoliberismo esprime una visione organica della società ed è stato anche considerato una delle dottrine economiche della Chiesa cattolica, tanto  è legato all’idea – antichissima, peraltro – della società come corpo, per cui tutti gli organi devono volersi bene gli uni con gli altri. Vietatissima la parola conflitto, quindi. I sindacati devono essere incorporati dentro le imprese, le ali estreme vanno tagliate: per cui, fuori i nazisti, poniamo, e fuori i comunisti. E poi? E poi lo Stato non deve fare debiti, che generano inflazione (l’atavico timore dei tedeschi), e deve impedire che nascano cartelli fra le imprese e che i sindacati ostacolino l’armonica composizione dei prezzi. I salari, sempre, devono essere bassi – voi potreste dire «I tedeschi hanno salari alti»: in  realtà, hanno salari che sono molto inferiori a quello che potrebbero essere –. L’ordoliberalismo è un’idea e una pratica della società, non solo dell’economia. L’economia, nel suo complesso, non è trainata dalla domanda interna, ma dalle esportazioni. Il che genera un problema di saturazione dei mercati, che si è già manifestato; inoltre, ovviamente, a un certo punto le pratiche neomercantiliste (e il relativo surplus della bilancia commerciale) disturbano qualcuno (nello specifico, gli americani). Infine, la Germania di oggi attua un ordoliberalismo dimezzato, perché il solito socialista – Schröder – fra il 2003 e 2004 ha fatto un paio di riforme che hanno drasticamente ridotto l’elemento di Stato sociale presente in senso organico nella costituzione materiale tedesca, introducendo i mini-jobs, per cui anche in Germania c’è gente che campa con 400 euro al mese.

Ora, l’euro è il marco. È fatto allo stesso modo, risponde alla stesse logiche, alla stessa filosofia politico-economica – l’ordoliberismo –. I tedeschi non lo volevano fare; fino a quando i francesi non l’hanno chiesto come contropartita del permesso di fare la riunificazione. La quale a sua volta ha in sé degli enormi problemi, come ci insegna Giacché – ma questa è un’altra storia –. L’euro nasce, sostanzialmente, per due motivi: costituire un baluardo che non faccia travolgere i Paesi della UE dalle dinamiche globali; e tenere la Germania attaccata all’Europa, dato che la Germania ha sempre avuto la tendenza a spostarsi verso la neutralità (io non sono antitedesco: la mia cultura è tedesca). Inoltre, la Germania è oggi un Paese democratico; però, è un Paese fuori scala rispetto agli altri Stati europei, benché abbia perduto un terzo del suo territorio; e poi, è ben organizzato (certo,  ha problemi all’interno – chi non ne ha? – perché non hanno investito in casa propria); è molto popoloso. Ora, i tedeschi hanno sempre detto «almeno il marco ce lo lasciate: non fa male a nessuno, anzi». E quando hanno detto «d’accordo, rinunciamo al marco e facciamo la moneta comune», lo hanno detto soltanto perché l’euro era uguale al marco e perché, benché moneta unica, non era collegata ai bilanci dei singoli Stati. Cioè, la tesi tedesca è: «Non è che abbiamo la moneta unica e abbiamo un bilancio unico dell’eurozona, così noi ci dobbiamo prendere anche i debiti degli italiani; gli italiani si tengano i loro debiti e facciano la loro politica economica in modo tale da poter rimanere dentro l’euro». Dall’euro la Germania ha tratto grandi benefici: ha svalutato un po’ il suo marco troppo forte; ha attratto capitali; ha potuto gestire l’euro senza difficoltà, perché rispondeva al suo tradizionale modello economico; si è potuta adattare al contesto globale in una posizione di forza (il suo surplus commerciale lo dimostra); si è potuta costruire un’area economica assai robusta nel Centro Europa, fino al Nord-Italia; ha potuto dividere l’eurozona in Paesi creditori e Paesi debitori. Ma ora tutto ciò è a rischio; il grande gioco è giunto al capolinea.

Ecco, dopo un lungo periplo ci siamo arrivati. E allora diciamo che la questione della sovranità si pone – in un senso o nell’altro –. Infatti, l’affievolirsi della logica bipolare mondiale ha riportato alla luce le antiche sovranità europee,  proprio mentre, in parallelo, queste tentavano di dare vita, con la UE e l’euro, a un’entità sovranazionale; che però non è risultata sovrana, né vitale, perché le è mancato l’impulso politico costituente. E quindi la UE oggi funziona col metodo intergovernativo, ovvero attraverso il diverso peso che hanno, inevitabilmente, le diverse sovranità. Ma proprio per ciò l’Italia non può restare in questa posizione intermedia: avere dell’euro tutto il peso (anche il vantaggio della stabilità dei prezzi, certo), tutti gli obblighi economici e sociali, e dovere far fronte ai suoi obblighi da sola. Qualcosa si deve muovere.

Certo, il movimento è possibile, in via teorica, anche verso la creazione di una «più stretta Unione»; si tratterebbe della creazione di una sovranità federale, sovrastatuale: gli Stati Uniti d’Europa. Grandi investimenti in «economia verde», grande generosità nella condivisione del debito – almeno quello futuro –; grande rafforzamento della dimensione comunitaria della governance; grande integrazione delle forze armate e dei concetti strategici; nuovo ruolo politico del Parlamento, con possibilità di ridiscutere il modello economico. Rispetto a questa ipotesi, però, ci vuole realismo; non basta evocarla come un mito. Si deve comprendere che a ciò è necessario un immenso potere costituente, una mobilitazione politica continentale, rispetto alla quale i «sovranisti», i reazionari, sono proprio gli attuali ceti dirigenti delle singole entità statali nazionali – sicuramente delle più forti –. Ma è quasi inutile parlarne; di volontà politica unitaria su scala continentale non c’è traccia: la Francia non diventerà come la California, né la Germania come il Texas.

In alternativa a questo salto in avanti c’è il non far nulla, o quasi; dentro la UE, una parvenza di buona volontà, quando non costa nulla, e molta attenzione agli interessi nazionali. Da parte italiana, la ricerca di qualche deroga alle durezze dell’euro, che non modificherà la nostra cronica mancanza di fondi da investire nei molti fronti scoperti (Università, scuola, ricerca, infrastrutture, sanità, pubblica amministrazione) e che non ci farà uscire dalla posizione di fanalino di coda nella crescita economica (dentro un’area, quella dell’euro, che a livello mondiale è quella che cresce meno) e di spazio aperto a ogni scorreria dei capitali stranieri. Un lento declino, insomma, dell’economia, della politica, della democrazia.

Oppure, c’è come ulteriore alternativa una nuova immissione d’energia intorno ai problemi reali del Paese – teorici e pratici –. Un’energia che non vuol dire immediatamente «usciamo dall’euro», «riprendiamoci la sovranità monetaria, e ogni altra», con mossa unilaterale.  Vuol dire che la prima cosa da fare è costruire un discorso scientifico, storico, politico, economico, che non sia coincidente con la autonarrazione dell’establishment. Che non sia costellato di divieti, di ricatti moralistici, di intimazioni al silenzio, di slogan, di banalità, di falsificazioni storiche, e di partiti presi. Un discorso che non si collochi all’interno dell’egemonia dell’establishment, che non parta dall’intimidatoria domanda «dove pensi di andare col debito pubblico che ti ritrovi?». Un discorso che veda il debito non come il nostro problema principale ma come il risultato di una serie di atti politici, e certo non come un castigo divino inesorabile. Io dò il mio contributo in questa direzione: voglio che le parole siano dette in un altro modo, voglio che i concetti siano espressi in un altro modo, voglio che i fatti siano visti da un altro punto di vista. Un punto di vista realistico.

E allora, cominciamo col dire che l’Italia non è mai stata una potenza di vertice in Europa. Siamo sempre stati in serie A – ma sempre a rischio retrocessione –. Siamo nati centosessant’anni fa senza capitali, senza alfabetizzazione, senza popolo, senza vera unità economica, con istituzioni deboli, con un apparato amministrativo zoppicante; ma dopo venticinque anni già volevamo fare un impero coloniale oltremare. Stavamo in piedi solo perché avevamo i capitali inglesi e francesi, però ci accoglievano – un po’ sottogamba – nel concerto delle potenze. E che cosa facevamo? Cercavamo un rapporto privilegiato con la Germania, e lo abbiamo sempre avuto: siamo complementari, sotto tanti profili. Poi, quando la Germania ci spingeva a fare cose eccessive o per noi dannose, sia pure a prezzo di  figuracce e di tragedie riuscivamo a cambiare bandiera. Non sarà bello, ma la politica internazionale non è fatta da boy scout; è fatta da soggetti che vogliono sopravvivere.

In ogni caso, i nostri problemi sono mutati, ma non sono stati superati: debole statualità e debole capitalismo ci perseguitano anche oggi. Ma l’euro quei problemi non li risolve, forse li esaspera. Allora, in generale un rapporto forte con la Germania per l’Italia è opportuno; ripeto, siamo complementari. Ma in quel rapporto che oggi è non solo un rapporto fra Stati, ma un rapporto fra parti della UE che hanno anche moneta comune, dobbiamo portare più sovranità. Sovranità non vuol dire che noi crediamo di essere grossi, ricchi e potenti come la Germania, e che come questa possiamo essere egemonici nella UE e nell’euro: non possiamo, e basta. E non vuol dire neppure esser «sovranisti» – cioè xenofobi, reazionari, chiusi, provinciali –. Vuol dire che dobbiamo avere (riconquistare) un margine di manovra per riuscire a calcolare il nostro interesse nazionale, sulla base di un’analisi lucida e realistica del contesto interno e internazionale.

Noi non abbiamo mai avuto nella nostra storia un «vincolo esterno» così cogente, stringente, ineluttabile, come l’euro. Ci siamo legati le mani senza ritorno, e non è stato un legarsi le mani solo economico: sposando l’euro si sposa l’ordoliberalismo, cioè il concetto che l’economia non funziona sulla base della domanda; che i salari devono essere bassi; che la cosa più importante di questo mondo è il pareggio di bilancio, e lo si mette perfino in Costituzione. Abbiamo sposato una bella serie di vincoli e di problemi; ci siamo costruiti una gabbia, ci siamo chiusi dentro e abbiamo buttato via la chiave. L’euro è divenuto il destino, l’ineluttabile, l’incontrovertibile. Cioè è qualche cosa che non può essere discusso; è il punto archimedico della sovranità.

Perché l’abbiamo fatto? Perché la nostra borghesia nei suoi personaggi di punta (Carli, Ciampi, Andreatta, Prodi, eccetera) ha pensato che l’Italia è un Paese difficile, ingovernabile,  in mano a politici che tendono a fare clientelismo. Ed ecco le due mosse per uscire dall’impasse: la prima è il «divorzio» fra il Tesoro e la Banca d’Italia – la lettera di Andreatta a Ciampi nel 1981 – (in realtà si tratta di uno sviluppo dell’adesione italiana allo SME del 1979) che rientra in una  strategia anti-inflazionistica, e che ha avuto come esito la trasformazione dell’inflazione in debito (lo Stato non può farsi comperare il debito dalla Banca d’Italia, e quindi crea debito verso i mercati finanziari); di quella strategia fa parte anche la lotta contro la scala mobile – insomma, l’armamentario neoliberista all’attacco, l’inizio del progressivo sottofinanziamento dello Stato sociale, che è l’impresa storica della seconda e (finora) della terza repubblica. La seconda mossa è l’ingresso nell’euro, come sviluppo dello SME. Sostanzialmente è passata l’idea che la sovranità come concetto esistenziale, come modo d’essere nel mondo in quanto popolo che esiste politicamente, è un’idea obsoleta: si sta al mondo per far tornare i conti economici pubblici e per far incrementare a dismisura gli introiti privati di quelle minoranze che dall’ordoliberalismo stanno guadagnando.

Ecco, parlare di sovranità davvero vuol dire parlare di democrazia oggi. Sovranità è democrazia oggi, perché significa porsi la domanda sul come fa un popolo a essere signore del proprio destino; e ciò non vuol dire vivere in una bolla senza vedere come funziona il mondo, ma vuol dire non accettare l’idea che tutto è già stato deciso, e che, come diceva la signora Thatcher, «non c’è alternativa». Se la storia, negli anni Ottanta, andava in una direzione, oggi – anche alla luce dei problemi che da quelle decisioni sono sorti – deve essere possibile pensare che si possano prendere nuove decisioni: ponderate, naturalmente, perché è in gioco il futuro del Paese, le nostre ricchezze, i nostri risparmi  –. Sovranità è riprendere il volante, non accettare più il pilota automatico.

Democrazia è non solo l’ordinato svolgimento del processo politico, non è soltanto lo Stato sociale: è tenere aperta la discussione e la praticabilità dei fini della politica. Noi, invece, abbiamo ricevuto tutto già fatto, preconfezionato: i fini e i mezzi ci sono già stati consegnati, non si deve fare altro che obbedire – per di più, a un sistema intrinsecamente instabile e pericoloso –. Non è una prospettiva da popolo libero, da donne e uomini liberi. Parlare di sovranità vuol dire parlare di questo, entrare nell’ordine d’idee che sul presente e sul futuro si può democraticamente riflettere. Chi non ti lascia parlare di sovranità o non sa nulla oppure la sa troppo lunga. Fu detto che chi parla di umanità ti vuole ingannare; oggi posso dire che chi parla di Europa, e non ammette che si parli di sovranità, ti vuole dominare.

 

Trascrizione riveduta dall’Autore della prolusione tenuta a Montesilvano (PE) il 26 ottobre 2019, in occasione della conferenza internazionale organizzata da A/Simmetrie sul tema «Euro, mercati, democrazia 2019 – Decommissioning EU».

Intervista politico-filosofica

A cura di Gianluca Sacco

 

Dalla lettura del suo ultimo libro Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi, semplificando, che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il sovranismo è invece, sempre secondo il suo testo, una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault, «pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato». È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?

L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente e estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale; ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.

Quali?

Innanzitutto dobbiamo dire che l’euro è un sistema monetario molto esigente. Inoltre, la cogenza di queste esigenze è esercitata con una considerevole discrezionalità: davanti alle regole dell’euro alcuni sono più uguali degli altri. E questo di solito viene giustificato con l’idea che quando un governo ha sentimenti anti-euro, e quindi è inaffidabile, contro quel governo la legge va applicata. Mentre quando un governo ha sentimenti pro-euro, quel governo è affidabile, e in questo caso la legge va interpretata. Naturalmente, sempre con grande misura: non ci sono mai gesti di grande generosità. Un’ulteriore sottolineatura è che in realtà le decisioni che si prendono al livello della Commissione  e del Consiglio – che non sono tecniche ma strategiche e quindi politiche – sono determinate dall’interesse di alcuni Stati molto forti. Il metodo intergovernativo oggi prevalente porta a questo. E noi, come Italia, non siamo tra quelli che ricevono benefici senza contropartite.

Ma l’euro ha prodotto dei benefici evidenti, come ribadisce anche Romano Prodi proprio in questo numero.

Se lei mi dice che l’euro ha prodotto benefici, io le rispondo che forse ne ha prodotti. I prezzi stabili sono un beneficio, certo. Ma fino a quando? Fino a che non diventano deflazione e strumento di dominio del capitale sul lavoro. Perché i prezzi stabili vogliono dire «moderazione salariale», non pagare molto gli operai. E i conti in ordine vuol dire che tutti gli anni in sede di legge di bilancio – e non a caso il capo dello Stato ha detto che questa deve essere condotta all’interno della governance economica europea – si devono tagliare decine di miliardi: e ne risentono i servizi sociali, e in ultima analisi la democrazia. Se i prezzi stabili sono stati comunque un vantaggio generato dall’euro, questo vantaggio è molto molto costoso.

In effetti appare ormai come una prassi degli ultimi Presidenti della Repubblica italiana anteporre una ragione economica a qualsiasi decisione politica, basti pensare alla tirannia dello spread durante la presidenza di Napolitano.

Quando si afferma che tutti gli Stati dell’Unione Europea e dell’eurozona sono Stati sovrani che hanno ceduto soltanto la sovranità monetaria, si dice tecnicamente il vero; ma conservare la sovranità di bilancio in queste condizioni  equivale ad avere una coperta sempre corta, da tirare da una parte e dall’altra. E questo sarà anche un diritto, ma non è un gran diritto.

Ecco su questo, mi permetto di prospettarle un altro punto di vista, quello di Romano Prodi, che di fronte alla domanda sulla tirannia dell’euro, ha spostato la questione da una prospettiva di politica interna all’Europa ad una più geo-politica, difendendo l’euro come un prezioso spazio conquistato tra giganti quali gli USA, la Russia e la Cina. In altri termini, dice Prodi, più che preoccuparci della tirannia dell’euro dobbiamo preoccuparci della tirannia del neoliberismo, e cioè delle multinazionali come Amazon, Google e compagnia bella.

L’euro nasce di fatto con la caduta del muro di Berlino (benché sia stato pensato prima, con la fine degli equilibri di Bretton Woods),  e con l’idea che nella fase di capitalismo globale è molto probabile che i singoli Stati storici d’Europa non abbiano la forza di contrastare i mostruosi poteri della globalizzazione. Il punto è che il lodevolissimo intento di contrastare lo strapotere delle corporations transnazionali non è raggiunto e implementato dal solo fatto che esiste l’euro. Perché poi i rapporti con le grandi corporations se li giocano i singoli Stati. Trattando in prima persona, sanzionando o condonando …

Dei piccoli condoni…

Piccoli condoni da decine di miliardi di euro… Ma è anche vero che l’idea di costituire una unità geo-politica-economica chiamata Europa per entrare nel grande gioco delle superpotenze, non mi pare sia sostenuta concretamente da un qualche politico di peso oggi al governo in Europa. Anzi, questa è un’idea che non può che essere invisa ai governanti dei singoli Stati europei, perché questi tendono a tenersi stretta la loro sovranità. I veri sovranisti sono gli Stati, come del resto è ovvio.

Prodi parla del ruolo politico europeo della Francia…

Certo, c’è stato il tentativo di Delors e poi di Giscard, ma – a parte il fatto che la Costituzione europea è stata battuta dai referendum del 2005 in Francia e in Olanda – i francesi hanno pensato all’Europa, nel migliore dei casi, come a una Francia allargata, con i diplomati ENA nei  posti chiave.

Cosa non diversa del resto sul lato delle grandi imprese, come dimostra l’ultimo accordo fusione FCA- Peugeot.

Certo. Ma tornando al tema di fondo della tirannia dell’euro, bisogna capire che se da una parte la costruzione dell’euro ha un contenuto fortemente politico, dovuto ai vincoli alle politiche degli Stati che pone di fatto, dall’altra parte occorre tenere bene a mente che questa costruzione non è di per sé politica: cioè l’euro non favorisce una politica federale e unitaria. Perché l’Europa lascia a ciascuno Stato sovrano l’onere di far fronte agli effetti dell’euro. Ciascuno Stato deve far fronte di tasca propria agli effetti socio-economici dell’euro. E ciò divide l’Europa.

In che cosa l’euro è diverso dal dollaro?

Il dollaro è la moneta di riferimento dell’economia internazionale, e  viene stampato ad libitum dagli USA, che sono una federazione il cui bilancio  vale circa un terzo del PIL del Paese.  L’euro non è la moneta di riferimento e nemmeno di riserva dell’economia internazionale; il bilancio della UE è ridicolo a fronte del suo PIL. Il 98% del PIL della UE è gestito dai singoli Stati sovrani della UE, e solo il 2% viene gestito a livello della UE. Detto altrimenti: dietro l’euro non c’è una politica, ma solo un sistema di diffidenze reciproche fra gli Stati, e continui compromessi sulla base della legge del più forte.

Quindi il problema è tra sovranità federale e sovranità dei singoli Stati?

Finché non si fa un’unione bancaria, fiscale e politica, finché non ci saranno partiti transnazionali, e un parlamento in grado di esercitare un potere legilsativo cogente come parte centrale di un potere sovrano europeo, l’euro sarà un problema almeno quanto è  una soluzione. Ma quello che sembra uscito dalla consapevolezza comune è che la creazione di soggetti politici unitari, cioè realmente sovrani (come dovrebbe esser l’Europa), non nascono a tavolino dai trattati. La sovranità, quando è già in essere, si esercita e si manifesta attraverso il diritto, ma per venire al mondo ha bisogno di un investimento di energia enorme. Fuor di metafora, le sovranità nascono da guerre di liberazione, da guerre civili, da rivoluzioni o collassi di sistemi istituzionali. Cioè nascono da cesure, dall’esercizio di potere costituente.

Sta dicendo che far nascere l’euro senza unità politica è stato un errore? Sbagliava dunque Kohl a dire a Prodi di aver pazienza, che Roma non si è fatta in un giorno solo.

Far nascere una sovranità politica europea attraverso le contrattazioni fra le sovranità dei singoli Stati dell’Unione è praticamente impossibile. Non è mai successo e non succederà. Pensi al caso della Germania: tutte le volte che è necessario la Corte costituzionale di Karlsruhe ricorda che l’insieme dei trattati europei è da considerare in una logica di sussidiarietà. Cioè la Germania aderisce alla Unione Europea nella misura in cui le istituzioni dell’Unione Europea fanno meglio, in modo più efficiente, ciò che la Costituzione tedesca vuole, ovvero produrre libertà e benessere per la Germania (il cosiddetto Lissabon-Urteil). Davanti a questo primato dello Stato e della statualità nessuno si scandalizza.

La predominanza della Corte costituzionale tedesca sui trattati europei mi permette di riprendere un capitolo del suo libro in cui indica tra i nemici della sovranità, oltre al capitale e al principio dell’utile, il razionalismo giuridico ovvero il tentativo di imbrigliare la naturale instabilità della politica nelle regole e nelle procedure giuridiche. Possiamo immaginare l’ordoliberalismo tedesco come il figlio naturale di questa visione ipergiuridica, che neutralizza di fatto sia l’economico sia la politica?

L’ordoliberalismo è una dottrina economica che più di altre fa affidamento sulla politica. Certo, il suo limite fondamentale è che reputa l’economia un sistema di equilibrio, cioè non vede lo squilibrio tra capitale e lavoro. Ma a parte questo, l’ordoliberalismo fa affidamento sulla politica, nel senso che la dà per scontata. E come poteva essere altrimenti se è un pensiero economico che è nato negli ultimi anni ’20 del secolo scorso quando non vi erano che Stati sovrani? C’era un’economia capitalistica che allo Stato tedesco chiedeva di essere uno Stato forte in grado di neutralizzare il conflitto sociale-economico interno, e di consentire all’economia di funzionare bene. L’ordoliberalismo alla politica ci crede, a modo suo. Ma il punto vero è che l’Europa si è data l’ordoliberalismo senza darsi l’ordo.

Ordo come ordine e come decisione politica di un ordine. Ci stiamo avvicinando alla definizione di sovranità?

Certo, la sovranità è prima di tutto un fatto politico e non un fatto giuridico. E dire fatto politico vuol dire che vi è qualche cosa della sovranità, alla origine della sovranità, che non è giuridificabile.

Nel suo testo lei ricostruisce la ‘giuridificazione della politica’ come un fenomeno storico originato proprio dal passaggio della sovranità dinastica ad una sovranità nazionale impersonale. Questo passaggio, lei continua, prende in Gran Bretagna le vie parlamentari –dando spazio alla rappresentazione del conflitto politico e quindi a una sovranità aperta alla sua origine non giuridificabile –, mentre in Germania si incardina nelle forme istituzionali dettate dalla cosiddetta Dottrina generale dello Stato (Allgemeine Staatslehre). Questa teoria, in pratica, non colloca la sovranità «nel principe o nel popolo (di cui teme la violenza intrinseca) ma in una zona intermedia che è il sistema giuridico, culminante nello Stato e nel suo potere sovrano». Tutto questo a scapito di una società civile che era quella che avrebbe dovuto di fatto esercitare la sovranità. La sovranità diviene cosi, attraverso le strade del diritto e delle procedure, la «competenza delle competenze» [p. 61]. Mi pare un passaggio storico chiave per comprendere l’immobilità politica e la governance tecnica dell’Europa di oggi.

Per spiegare la tirannia dell’ordo-liberalismo prenderei un esempio ancora più chiaro. Se è vero che il sogno di ogni economista è un’economia che gode di un primato non ostacolato, quello degli ordo-liberalisti è sostanzialmente diverso perché vogliono da una parte una società il più possibile spoliticizzata, mentre dall’altra sanno che per spoliticizzare la società è necessaria la politica, tutta racchiusa all’interno dello Stato. Per gli ordoliberalisti lo Stato deve essere sempre pronto a vigilare e tagliare i rami secchi della società, o meglio, i rami in cui si formano dei bubboni di politica. Vediamo come si è realizzato l’ordoliberalismo in Germania: lo Stato dopo la Seconda guerra mondiale è intervenuto mettendo fuori  legge i nazisti e i comunisti e immettendo i sindacati nei consigli di gestione delle grandi fabbriche. Cioè ha fatto tutto il possibile per ottenere e mantenere la pace sociale: la Germania si è garantita l’ordo prima del liberalismo. In Europa invece abbiamo fatto un’economia unica, una filosofia economica unica, ma ci siamo dimenticati di fare una politica unica, un ordo unico.

Cioè, chi ha pensato un ordoliberalismo tedesco da estendere a tutta l’Europa si è dimenticato di fare uno Stato federale unico, e ha lasciato che la politica la facessero tanti Stati diversi ma alla fine la sovranità la esercita lo Stato più forte, cioè la Germania.

Esattamente. Gli Stati avevano storie diverse, alcuni sono partiti bene, mentre altri hanno arrancato sin dall’inizio. Del resto è normale, se non fai alcuna redistribuzione delle ricchezze e non fai niente per aiutare i Paesi più deboli. L’Europa ordoliberale di stampo tedesco si è data un solo comando: «Hai firmato, vai avanti. Noi vogliamo risultati, non giustificazioni». Senza una unificazione politica dell’Europa, con l’euro si è corso un rischio politico enorme, che stiamo ancora pagando. Il rischio della divaricazione, delle fratture fra Stati all’interno dell’Europa, lungo linee di efficienza economica – misurata, questa, con i parametri di Maastricht e di Lisbona –.

Questo pseudo ordo ha indebolito tutto?

Certo, la mancanza di politica indebolisce lo stesso sogno ordoliberale, che ha bisogno di politica, che non può essere lasciata nelle mani di tanti piccoli feudatari, gli Stati nazionali. Perché l’euro funzioni davvero, deve essere la moneta di una federazione, che impone un minimo di uniformità legislativa, un minimo di redistribuzione della ricchezza, e una super banca centrale che fa da vero prestatore di ultima istanza.

Uno Stato federale come gli USA?

In linea di principio, sì. Ma la federazione americana implica che i singoli Stati dell’Unione non siano sovrani – la guerra civile è stata l’atto di decisione, al riguardo –. In Europa, invece, è praticamente impossibile togliere la sovranità alla Francia, alla Spagna, alla Germania, all’Italia o alla Polonia. Chi lo va a spiegare ai capi di questi Stati che sono solo degli amministratori, che le cose importanti le fa un centro politico sovranazionale, capace di determinare qual è l’interesse strategico dell’UE? Lei si immagina che cosa le risponderebbero?

Col cavolo…?

Ma certo! Chi è un soggetto politico sovrano? È un soggetto che in casi normali è signore di sé, all’interno, e in casi estremi per difendere con la forza il proprio interesse strategico è disposto anche a muovere la guerra. Questo l’Europa non può farlo perché nessuno dei suoi governanti è disposto a cedere alcun pezzo rilevante della sua sovranità: e quindi non ha unità interna, né capacità di politica strategica all’esterno. Gli USA invece, in quanto sono realmente uno Stato federale,  non accetteranno mai – ad esempio – che venga meno la libertà dei mari: un interesse strategico esterno, per il quale sono disposti anche al conflitto. Mentre all’interno, pur con tutte le articolazioni statali che ovviamente li costituiscono, non conoscono conflitti realmente politici fra gli Stati dell’Unione (dopo la guerra civile, naturalmente).

Questo lo sosteneva e dimostrava già Schmitt nel Nomos della terra.

E qual è, invece, l’interesse strategico di un’eventuale Europa unita? Chi lo potrebbe decidere? Dove, in quale sede, con quale cultura politica unitaria? Ribadisco, diventare una superpotenza, anche solo federale, vuol dire entrare davvero nel grande gioco della politica. Ma il grande gioco della politica ha costi enormi. Se sei una superpotenza devi mettere le mani in tutte le crisi del mondo, perché tutte le crisi ti interessano e ti minacciano. Allora devi avere un Pentagono europeo, devi avere i missili nucleari europei, devi avere le portaerei europee. È una cosa a cui nessuno è preparato, e che certo nessuno vuole – mentre qualcuno vorrebbe che le proprie armi diventassero le armi dell’Europa –. Le forze armate europee sono difficili da gestire a livello pratico: ma a livello del comando politico, chi le guida? La UE non può pensare a se stessa solo come a una alleanza militare fra Stati: deve (dovrebbe) essere in grado di esprimere una stabile volontà politica.

Questo stato di stallo, di stare nel mezzo, di un progetto a metà, cosa comporta?

Stare nel mezzo significa che ci si spacca.

***

L’indecisione sovrana e l’impraticabilità delle soluzioni politiche sembrano riportarci indietro al periodo di Weimar, con gli effetti devastanti del nazismo e delle guerre mondiali che tutti conosciamo. Il sovranismo appare come una richiesta di sovranità dal basso. C’è una similitudine tra questi due periodi? L’avanzare del sovranismo ci sta portando sulle soglie di un nuovo totalitarismo?

Non c’è alcun totalitarismo all’orizzonte. Quando lei si riferisce al periodo tra le due guerre, l’elemento di correttezza di questo paragone sta nel fatto che allora, come oggi, grandi pezzi delle società occidentali si rivolsero allo Stato o a partiti statalisti per difendersi ed essere difesi dalla violenza del capitalismo. È il cosiddetto ‘momento Polanyi’: quando una società si sente troppo insicura, avendo affidato il cuore della propria riproduzione materiale al privato e vede che il privato vacilla, che non è in grado di produrre ordine e di distribuire benessere, allora si affida allo Stato. In quel caso le società si affidarono a partiti e regimi totalitari e le cose andarono a finire molto male.

La situazione invece oggi le sembra diversa?

Senza dubbio. Oggi le società che protestano non si affidano a partiti totalitari. Oggi di partiti totalitari non ne vedo – in Italia; semmai in alcuni Stati dell’Europa orientale e nella ex- Germania dell’Est ci sono problemi –. Ci sono partiti che hanno una legittima capacità di criticare l’Europa, e per non restare alla tecnicità economica ricorrono anche a elementi identitari e li usano nella propaganda politica. Vi sono degli scimmiottamenti, stupidaggini, incapacità, incompetenze, finché si vuole, ma l’idea di fondo che queste forze politiche affermano di  contestare (ma su questo non vanno oltre il livello polemico) è proprio la soluzione ordo-liberalista in Europa e neoliberista nel mondo. Sono queste soluzioni a essere semmai qualcosa di simile a un nuovo totalitarismo.

Addirittura?

Soprattutto per la loro colonizzazione delle coscienze, e  per l’esclusione a priori di ogni alternativa. Mentre coloro che vivono il presente con angoscia chiedono che lo Stato torni ad avere l’ultima parola sulle questioni interne al proprio territorio, e dunque un reale potere protettivo e decisionale. A Taranto immagino che non ci siano più molti neoliberisti; semmai ci saranno più statalisti, ovvero molti che si attendono che lo Stato abbia più potere di una multinazionale o una corporation.

Certo che lo Stato dovrebbe avere più potere di una multinazionale. E come avrebbe dovuto reagire la  Grecia nel 2015 quando si vide costretta di fatto a non tener conto dell’esito del referendum che diceva di no alle condizioni di ristrutturazione del debito imposte sostanzialmente dal resto d’Europa e dalla Troika? Qui il problema non è solo al  livello privato-pubblico, multinazionale e Stato. Qui il problema mette in discussione il rapporto tra economia e democrazia. Un problema del resto che non sembra riguardare solo l’Europa. Basti pensare alla Cina, alla Russia, alla Turchia e all’Ungheria, lì dove il capitalismo sembra costringere la politica a prendere una strada sempre post- democratica, come la definisce Colin Crounch. Qual è lo stato dell’arte tra capitalismo e democrazia?

Questo è il tema di fondo del XX e del XXI secolo: il capitalismo è compatibile con la democrazia? Dopo che abbiamo capito che il fascismo non lo è, che il comunismo non lo è, adesso ci chiediamo: «Il capitalismo è compatibile con la democrazia?». Io rispondo che non sempre il capitalismo porta democrazia, e che non sempre è il contrario di essa. L’economia capitalistica, sia neoliberista sia ordo-liberalista, funziona anche senza democrazia. La democrazia è compito della politica, e non possiamo aspettarcela dall’ economia. La mia idea è che la richiesta di sovranità in questa fase è una richiesta di democrazia, non di antidemocrazia.

È per questo che lei dice, nella quarta di copertina, che oggi sovranità vuol dire democrazia?

Le multinazionali non hanno particolare interesse alla democrazia. La ditta che a Taranto fabbrica acciaio in giro per il mondo compera acciaierie e poi le chiude. Qualcuno dice che è una questione di proprietà privata, e che i privati fanno quello che vogliono. Ma non è così. La nostra Costituzione, all’articolo 42, orienta la proprietà privata verso una funzione sociale. Se lo Stato lo vuole può esercitare la sua sovranità anche in questa circostanza, con molte possibili opzioni.

Ma  l’Europa potrebbe obiettare che questo sarebbe un indebito aiuto di Stato?

E così torniamo a ciò che le avevo detto all’inizio della nostra chiacchierata: le leggi in Europa per alcuni si interpretano e per altri si applicano rigidamente. Basti pensare al favore che ricevono le banche tedesche esposte con i Länder, con il pretesto  che questi ultimi sono enti privati. L’Europa non è altro che il campo di tensioni in cui si esercitano i poteri sovrani dei singoli Stati. Il vero problema è che l’Italia è uno Stato debole, poco efficiente, forse povero, con poche risorse. Un condizione di relativa debolezza del nostro Paese, dai tempi della unificazione. Siamo nati senza capitali, e abbiamo avuto sempre bisogno degli stranieri:  inglesi, francesi, tedeschi, americani.

Però abbiamo avuto un momento, quello del cosiddetto «miracolo economico italiano», in cui le cose sembravano prendere un’altra direzione. Il tentativo di un’indipendenza energetica con l’intraprendenza di Mattei.

Si, ma quello è stato il momento in cui, per strano che possa sembrare, di sovranità ne avevamo di meno. Eravamo immersi nell’oceano keynesiano di Bretton Woods, nell’area d’influenza americana, e in quella fase storica dopo un’accumulazione a bassi salari è stato possibile lottare per ottenere una redistribuzione. Ma tenga presente che, finita la ricostruzione verso il 1950, l’inizio del miracolo economico coincide con il boom dell’esportazione resa possibile dall’instaurazione dei trattati di Roma del 1957. Il problema  vero è che, quando è caduto il muro di Berlino, gli USA – che pure hanno conservato la loro presa sull’Europa, imponendo l’ingresso nella NATO (e indirettamente nella UE) degli Stati dell’Europa orientale – hanno cambiato il loro rapporto con l’Europa: questa ha tentato allora di darsi un profilo politico autonomo, ma il fallimento di questa mossa strategica ha fatto riemergere le singole sovranità a lungo sopite. Negli anni ’70, quando ero un giovane studioso, nessuno si occupava del tema della sovranità, perché questa non era vista come un problema, e sembrava superata.

***

Tra gli anni ’70 e ’80 lei comincia appunto a interpretare il pensiero di Carl Schmitt, un giurista tedesco che si era formato proprio approfondendo la questione della sovranità a partire dalla sua definizione: «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». So che lei condivide questa definizione ma ce la può illustrare?

Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa si intende per «stato d’eccezione», perché questo può portare a fraintendimenti. L’eccezione è un momento della sovranità che corrisponde al suo stato iniziale, alla sua origine. La rottura sovrana dell’ordinamento non è cosa di tutti i giorni: ma è una possibilità che non può essere del tutto rimossa, perché è originaria. Detto questo, occorre tenere a mente che la sovranità è l’essenza stessa della politica moderna che affronta e formalizza la realtà complessa e contraddittoria del vivere insieme. La sovranità è un concetto fondamentale della nostra vita associata, un concetto esistenziale perché è l’anima di un  soggetto politico che esiste nel mondo. E chiunque esiste ha a che fare con la morte: chi esiste porta con sé la morte, sa di poter morire. Questa condizione esistenziale, portata a livello politico, implica che lo Stato sovrano moderno  nasca per  la ricerca quotidiana della sicurezza e dell’ordine (oltre che della potenza); e implica anche che lo Stato sappia che la propria sicurezza è instabile, che nasce dal pericolo e che può quindi essere spezzata dall’eccezione, tanto da una crisi dirompente quanto da una decisione sovrana che per salvare l’ordine lo riconduce alla propria origine di crisi. La sovranità quindi è il potere politico che si misura coscientemente con la propria contingenza originaria ed esistenziale.

Quindi lei pensa la sovranità e la vita di uno Stato come quelle di un individuo?

L’equazione Stato=individuo ci aiuta a comprendere l’essenza e l’importanza della sovranità. Uno Stato sovrano è un individuo che sa di poter morire. Sa che è stato messo al mondo e sa di poter morire. Uno Stato sovrano non conduce la propria vita nella totale inconsapevolezza, come l’uomo più buono e pacifico del mondo non conduce la propria vita nella totale cecità davanti ai pericoli. Inoltre, per conservare questa equazione, che non ha nulla di organicistico, come l’individuo così anche lo Stato sa di esser venuto al mondo nel dolore (politicamente, nella violenza, nella crisi).

Mi sembra che lei stia evocando la categoria arendtiana della nascita come significato profondo dell’azione politica, che interrompe la serie continua causa-effetto.

Non precisamente, poiché la natalità in Arendt non è collegata allo Stato. L’elemento dell’esistenzialismo in politica noi lo abbiamo per due vie parallele: Schmitt e Heidegger. Poi vengono tutti i loro discepoli, e se vogliamo – all’origine di tutto c’è Nietzsche. Da questo lei capisce Foucault e Deleuze, come da Heidegger capisce Derrida. Come da Schmitt capisce Agamben.

L’equazione individuo-Stato rende evidente della sovranità la sua condizione esistenziale, un tema che, attraverso Heidegger, dominerà tutto il ’900. Ma l’esposizione al rischio della morte, e quindi di richiesta di sicurezza, diventa motore della sovranità già nella modernità, quando vengono meno i riferimenti classici e tradizionali per l’individuo.

Sì, è già nell’epoca moderna, in cui l’ordine politico non è più legittimato da fondamenti tradizionali, che la sovranità in prima approssimazione viene concepita come un corpo politico che si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini, che sono innanzitutto fini di pace interna che è l’obiettivo del patto di Hobbes, che dà vita al Leviatano. La sovranità moderna nasce come risposta alle guerre di religione. Liberare l’individuo dal potere diretto delle Chiese – privatizzare la religione – è l’impresa storica della sovranità.

Eppure Schmitt inquadra la sua definizione esistenziale di sovranità in un contesto teologico che sembra riportarci indietro, a prima della modernità. Perché è necessario inquadrare la sovranità all’interno della teologia politica? E perché lei arriva a coniare la locuzione «teologia politica critica»?

Sulla teologia politica come critica sto scrivendo un libro. Bisogna premettere che il concetto di  teologia politica entra nel dibattito teorico grazie al libro di Carl Schmitt del 1922, e non prima. Ciò premesso, teologia politica è un modo della critica, come esiste la critica attraverso la bio-politica e la critica dell’economia politica. La teologia politica dice sostanzialmente che non è vero che gli ordini politici sono tutti traducibili in ordini giuridici. Dietro ogni ordine, inteso come mediazione, c’è una immediatezza; dietro ogni ragione dispiegata c’è un elemento di non-ragione che ne è l’origine. La teologia politica è uno strumento intellettuale con cui puoi scavare dietro la giustificazione razionale del potere per scoprirvi un grumo non razionale. Molti grandi pensatori politici della modernità scoprono diversi ‘grumi’. Marx, per esempio, ha identificato l’interesse individuale, l’appropriazione privata del valore socialmente prodotto, l’espropriazione del proletario dal proprio lavoro, come l’origine del sistema di relazioni sociali chiamato capitalismo. Un biopolitico genealogico come Foucault ha detto che il potere è la produzione di soggetti  e, insieme, il loro assoggettamento (mai totale): del potere non importa l’origine, ma la funzione pervasiva. Con la teologia politica si può scoprire la grande decisione originaria che c’è dietro ogni potere, che di solito le stesse forme del potere cancellano perché non la vogliono esibire (in cinque anni di parlamento non ho mai sentito la parola neoliberismo).

E perché secondo lei non si fa riferimento all’origine storica della sovranità?

Perché discendere alle radici è troppo impegnativo e perturbante. Sia chiaro: non stiamo dicendo che il potere deve necessariamente essere folle o arbitrario. Ma la nostra stessa Costituzione può essere compresa in senso storico-politico solo se si tiene presente che nasce dalla Resistenza. La Costituzione, tra l’altro, comincia parlando proprio di sovranità. Non sarà un caso, no?

Cioè, lei dice che dovremmo non dimenticare le radici politiche di uno Stato, la fonte della sua sovranità per capirne il senso e la direzione. Mentre invece tendiamo a leggere la Costituzione e la sovranità con approccio prevalentemente, se non esclusivamente, giuridico e non politico. È questo il punto?

Esattamente. E, ancora peggio, tentiamo di fare a meno della nozione stessa di sovranità, sottomettendola all’economia globale.

È significativo il fatto che in politica non si parli dell’origine della sovranità ma si parli molto di valori, termine che Schmitt non amava molto (ne contestava la presenza anche dentro le costituzioni); e infatti scrisse un libretto La Tirannia dei valori che forse ci permette di esplicitare un altro significato di tirannia. Qual era l’intento  polemico di Schmitt?

La tesi di Schmitt, in quel libro, è che il valore è violento e polemico, perché il valore implica un disvalore, un male da combattere. Mentre invece per lui il rapporto amico-nemico non è il rapporto del bene assoluto contro il male assoluto, ma il rapporto tra due soggetti antagonisti, avversari, e quindi disposti anche a morire e a uccidere ma non a  svalorizzarsi. È una tesi anti Max Scheler e anti concilio Vaticano II. È il suo vecchio discorso contro i poteri discriminatori, cioè contro i poteri che affermano la propria bontà, e per contro la malvagità e l’inumanità degli avversari. In pratica è la polemica contro la criminalizzazione del nemico, contro il moralismo politico universalistico del mondo anglofono, contro la pace di Versailles, e contro la moralizzazione della politica. Se si fa moralizzazione della politica si trasformano i nemici in mostri.

La svalorizzazione dell’avversario fino all’annientamento è una delle forme del totalitarismo, e mi viene in mente che Hannah Arendt, nel suo celebre Sulle origini del totalitarismo, per descrivere questa nuova di forma di governo si serve del concetto di tirannia per distinguerne i tratti fino al punto di arrivare a sostenere che il totalitarismo ha una sua unicità e originalità. Afferma cioè che la tirannia si basa sulla paura, il totalitarismo invece sul terrore; se la prima è illegale, la seconda è in un certo senso meta-legale, cioè si pensa al di sopra della giustizia. Ma fondamentalmente si erge a giudice della storia accelerandola verso il fine dell’uomo perfetto, e quindi accelera la selezione naturale darwinista della razza, ovvero secondo il nazismo, quella ariana.

Questa è la polemica contro il costruttivismo, ovvero contro l’idea di  un intervento forte della politica, sulla base di una ideologia, per ridurre il mondo a immagine. Guardi, tutto ciò è contenuto in nuce nel saggio del 1938 di Heidegger Sull’epoca dell’immagine del mondo. L’idea di fondo di questo saggio è che la modernità sovrappone al mondo una immagine, lo traduce in concetti e in grafici. E da ciò deriva l’impianto di Arendt in Human Condition, l’idea che il totalitarismo (una parola che per inciso suggerirei di non usare più) è un’ipotesi costruttivistica: il mondo così com’è non va bene, e quindi va cambiato con grande violenza tecnica e ideologica.

Anch’io vorrei pensare come lei che il totalitarismo non può tornare, eppure la stessa Arendt insegna che l’antisemitismo non era un fenomeno affatto casuale nella costruzione e nell’affermazione del totalitarismo, anzi era un retaggio storico che aveva dei precisi risvolti socioeconomici nella società tedesca. Del resto molti pensatori tedeschi erano antisemiti.

L’antisemitismo, violentissimo in Lutero, è certamente presente, in alcuni piccoli passaggi, in Fichte, in Hegel, in Schopenhauer. Forse persino in Marx. Poi emerge forte in Heidegger e in Schmitt. Ma non è la molla del pensiero di questi autori, i quali non pensano ciò che pensano in quanto sono antisemiti. Semmai, accettano, in modo più o meno evidente, l’antisemitismo diffuso nell’ambiente. Ma lo accettano perché non credono che sia un crimine, come invece lo crediamo noi, oggi.

Sì, ma nel totalitarismo c’è un uso scientifico e strumentale dell’immagine, come ha cercato di dimostrare Walter Benjamin nell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove parlava non a caso di ‘estetizzazione della politica’, che oggi sembra quanto mai attuale. Qual è il rapporto tra sovranità e comunicazione, e in particolare la comunicazione per immagini?

Io parlo del «triedro del potere», che io vedo costituito anche dal potere mediatico (oltre che dalla politica e dall’economia). Nella storia il potere mediatico è stato essenzialmente la parola del potere. Cioè quello che il potere diceva di se stesso.

Cioè lei la vede come narrazione, come capacità retorica, narrativa? Ma se il mezzo, diceva Mc Luhan, è già il contenuto, i nuovi media, già oltre la TV, quindi i social media, non stanno cambiando o quanto meno condizionando la sovranità?

Ma oggi non è cambiato il potere della parola che è poi la parola del potere, ciò che il potere dice di se stesso: la parola è pervasiva come mai lo è stata prima. Non è vero che il livello essenziale del potere è nel sistema mediatico, perché sotto c’è il sistema economico, e più sotto ancora c’è il sistema geopolitico. Però è vero che oggi il potere implica un dispendio di energie enorme, un impiego mostruoso di risorse retoriche, con una pervasività altissima. Basti pensare, per esempio, al fenomeno Greta Thunberg. Ai più è apparsa una ragazzina che fa tremare i potenti, e tutto il mondo è stato invitato a credere in quella bambina. Io, francamente,  vi ho visto la voce del potere. Tutto quello che attraverso di lei veniva detto era funzionale alle esigenze di una parte avanzata del sistema capitalistico mondiale, e alla preparazione delle coscienze delle masse a qualche nuovo sacrificio. Credo che si sia di fronte ad un salto qualitativo dello stesso capitalismo, come altri ne ha già fatti, un salto per esistere e prosperare. È stato un investimento di energia mediatica che in vita mia non avevo mai visto. Ciò non significa negare che esista una questione climatica e ambientale: anzi, significa che questa questione non va tratatta in questo modo spettacolare.

Ma in che modo, mi scusi, il capitalismo trarrebbe giovamento dall’esposizione mediatica del messaggio di Greta? Sta pensando alla green economy come nuovo modello capitalistico?

Appunto. E soprattutto a un  tentativo di far crescere il senso di colpa collettivo non tanto perché si realizzi un vero cambiamento del modello di sviluppo, che nessuno vuole in realtà, ma perché venga confermata la capacità del potere di generare conformismo, di convincere, influenzare, sottomettere acriticamente le masse. Una prova in grande stile dell’efficienza del sistema che genera le credenze più funzionali, mescolando scienza, paura, retorica della catastrofe, e appunto senso di colpa.  Oggi, è funzionale la credenza nel green; e ancora più funzionale, per il potere, è tenere i mezzi di comunicazione sempre affilati, le polveri sempre asciutte, saper suscitare e controllare emozioni politiche.

Quindi lei vede il rapporto tra sovranità e comunicazione come narrazione, come capacità e sfruttamento della persuasività della parola. Ma c’è anche il potere dell’immagine, una sorta di egemonia culturale, basti pensare agli Stati Uniti. È evidente che loro hanno costruito un pezzo di sovranità sul cosiddetto soft power, sulla pervasività delle immagini del cinema, sul cosiddetto immaginario americano. L’immagine, e non solo la parola, ha un potere non secondario. Se si pensa anche alle miriadi di immigrati dell’Est che dopo l’89 si riversavano verso l’Ovest attirati dalle immagini viste in TV. È in dubbio che la sovranità si estende attraverso l’immagine.

Questa sua domanda mi dà l’occasione di precisare due cose a mio avviso importanti. Non si deve confondere il potere con la sovranità. I media sono certamente un potere – e il «triedro del potere» è naturalmente potere –. Ma la sovranità è un tipo di potere diverso perché è diretto, responsabile benché non pienamente giuridificabile, né pienamente narrabile. Alla sovranità pertiene il caso di eccezione. Che vuole dire che anche se la sovranità consiste nel produrre un’immagine ben definita, cioè confini, caratteristiche, identità (anche solo a livello giuridico: la cittadinanza), tuttavia dentro la sovranità, alla sua origine, persiste un elemento non immaginabile. Detto in un altro modo, la sovranità è certamente un discorso, ma la sua origine è una afasia e una opacità. Torno a dire: la Costituzione italiana è un discorso, una mediazione di ordine alla cui origine c’è qualcosa che non è immaginabile, perché nessuno ha programmato quel che è successo – la guerra civile –; e grazie a Dio, ne siamo usciti bene, con una buona Costituzione, perché, intendiamoci, poteva andare diversamente.

***

Prima citava il filosofo Giorgio Agamben, di cui da poco è stato pubblicato l’insieme delle riflessioni riconducibili a Homo Sacer, un lavoro complesso che ruota intorno al concetto  di biopolitica, ma dove non è secondaria un’interpretazione della sovranità e dello stato d’eccezione. Sappiamo che vi siete incontrati di recente confrontandovi proprio su queste tematiche. Che cosa pensa di Agamben?

Io trovo Agamben uno studioso molto dotato,  il cui schema logico filosofico mi è abbastanza chiaro. Per lui la sovranità è l’operatore che decide il passaggio dal distinto all’indistinto. Lui ha in mente come luogo centrale della politica e dell’esperienza politica il lager. Che cos’è il lager? È la morte indistinta, indiscriminata e soprattutto mescolata alla vita: la morte penetrata nella vita a costituire la realtà spettrale dell’internato. E lui si domanda: qual è il dispositivo che fa sì che uno Stato liberale abitato da individui dei quali garantisce la vita, possa diventare invece un lager pieno di morti viventi? La risposta è: la sovranità. La sovranità regola il passaggio fra la vita e la morte, e oggi consiste per l’appunto nel far vivere o nel lasciar morire. Il che vuol dire che non esiste alcuna differenza ontologica tra liberalismo e totalitarismo, perché non esiste alcuna differenza ontologica in generale. Esiste soltanto un indistinto universo sul quale si abbattono decisioni sovrane che producono vita ma possono produrre anche morte.

Questo il tragico della politica. Per stare ancora su Arendt, stiamo parlando della banalità del male, cioè che in politica può succedere di tutto.

Qui c’è l’idea moderna che faccio anche mia, seppure con un’enfasi diversa, che l’ordine non è naturale, non è garantito, non è fondato. Sovranità è essere consapevoli di questo nichilismo, naturalmente per creare ordine. Agamben ci dice che il passaggio dal disordine all’ordine è possibile perché è possibile anche l’inverso, e cioè che il sovrano come può decidersi per l’ordine può anche consentire che le acque del disordine mettano in disordine l’intera comunità politica.

Quindi lei sottoscrive questa ramificazione schmittiana della teologia politica?

Sì. Se non altro per la mia passione della conoscenza.

Rimane diversa e più critica la sua posizione su Cacciari, invece?

Se in Agamben quello che si salva è il decisionismo, poiché la sovranità è la decisione, mi sembra che lo sforzo di Cacciari sia di declinare la sovranità in un altro modo, ovvero di pensare il potere come qualcosa che non è soggetto a decisione. Io capisco il suo percorso, e come ipotesi filosofica la trovo altamente giustificata, perché bisogna anche pensare al di là di questo terrificante nichilismo. Credo che su questa strada ci sia ancora molto da pensare.

Però Cacciari è un attento lettore di Schmitt e non sottovaluta la necessità tragica della decisione e della legge. Penso, all’esergo alla prima parte di Icone della legge: “E invece poni mente: che vi sia una Legge: ciò dovresti salutare quale miracolo! E che vi sia chi si ribella, non è che trita banalità” [A. Schönberg]. 

Certo, ma era la fase decisionistica di Cacciari, a cui appartiene anche il suo grande libro Krisis. E tuttavia già allora la decisione era pensata all’interno di un frame non decisionistico, cioè nell’orizzonte di un rapporto, pure aporetico, con la Sostanza.

***

Mi permetta di soffermarmi un attimo sul rapporto tra decisione e miracolo, perché a me sembra che lei nel solco di Schmitt ne veda l’analogia con lo stato d’eccezione, mentre Benjamin lo interpreta in una prospettiva diversa.

Certo, è opposta. Per Schmitt l’eccezione conferma l’ordine, sovvertendolo; per Benjamin lo smaschera, rovesciandolo.

Infatti, per Benjamin il miracolo è conferma di un ordine di senso redentivo che lo precede, ovvero la creazione. Il passato ci appella all’azione, a ristabilire la giustizia.

 Il passato per Benjamin è un cumulo di rovine.

Sì, ma sono rovine in controluce, che rimandano a un orizzonte in cui la giustizia è stata negata. In Benjamin il passato è pregno di senso che va riscattato e redento, significa natura come creazione testimoniato dalla lingua originaria e paradisiaca. Questa è l’ebraicità di Benjamin.

Il linguaggio primordiale in Benjamin è pregno di un senso che non si è mai realizzato.

Sì ma chiede realizzazione e giustizia.

Chiedere realizzazione nel caso di Benjamin vuol dire rompere il continuum, spaccare la storia…

Spaccare la storia come continuum, come falso stato d’eccezione che copre il vero stato d’eccezione della tesi VIII.

Che copre il fatto che la storia è storia dell’ingiustizia.

Appunto, storia dell’ingiustizia, si intende storia di una giustizia negata. Ecco, volevo giusto arrivare a questo punto. Il retroterra teologico ebraico di Benjamin è costituito appunto da pensatori come Scholem, Buber e Rosenzweig, per i quali la redenzione è da sempre inscritta nella legge; e il miracolo non è un’eccezione, una frattura, che rompe una legge naturale, alla quale mi sembra alluda lei nel paragonarla allo stato d’eccezione schmittiano, ma  piuttosto segno che conferma un ordine di senso superiore, provvidenziale, quale quello della legge ebraica, di cui parlava Cacciari in Icone della legge.

Nel saggio Per la critica della violenza si vede che l’enfasi è sul miracolo: ma il miracolo di Benjamin è la «violenza divina», qualcosa cioè che spacca il mondo. In Per la critica della violenza, opera del 1921, si trova la ricostruzione schmittiana, anzi, meglio, soreliana, del diritto umano come ingiustizia. I confini sono costruiti con i sacrifici umani, e a essi si contrappone il diritto divino che è la giustizia. Ora, questa contrapposizione torna nelle Tesi sulla storia, dove ricompare l’elemento messianico di Benjamin, e cioè che durante la rivoluzione bisogna sparare agli orologi, perché bisogna rompere il tempo. Ovvero, che esiste sempre un pertugio, un «tempo-ora» attraverso cui può scivolare il Messia a perturbare il mondo, a sovvertire la storia degli oppressi.

Ma proprio evocare l’interruzione del tempo degli orologi, e dunque mondano, per fissare un momento rivoluzionario, per testimoniare la possibilità di un tempo altro, in cui esiste un’altra giustizia, dove l’ingiustizia passata può essere redenta, rivela a mio avviso il senso della decisione in chiave miracolistica, come segno che rimanda oltre l’orizzonte di senso (quello della giustizia divina) e non come solo frattura e rivoluzione, ma rivoluzione per redimere e riscattare. In comune con Schmitt, dunque, Benjamin condividerebbe l’idea che si può e si deve interrompere un ordine: ma il primo non pone l’accento sull’ingiustizia e indirizza la decisione verso un ordine umano e mondano avendo come modello un’immagine di Dio di stampo cattolico, mentre il secondo un ordine divino ma inimmaginabile, come direbbe lei, che è quello della legge ebraica.

Da questo punto di vista l’umanesimo liberale e la teologia politica di Schmitt hanno in comune la pretesa che la storia abbia un volto, dell’uomo o di Dio (anche del Dio assente). La storia, per Benjamin, invece, come dice anche lei, non deve avere volto. Qui il testo fondamentale è il Frammento teologico politico, la cui tesi di fondo è che il profano deve rimanere profano, che la sua felicità sta nel tramontare. Ovvero, che la vita avvenga senza che vi si frapponga una forma. Infatti Dio può essere nominato in modo non blasfemo soltanto come infinitamente separato dal mondo.

Dunque in un’epoca come la nostra in cui la politica è fortemente condizionata dall’immagine, vale la pena approfondire una teologia politica così dif-fidente nei confronti di qualsiasi idolo che vuole farsi passare per  Dio, come quella ebraica?

Una teologia politica aniconica? È una buona idea. Però è un’idea sua. Segnalo nondimeno che anche un pensatore di origine ebraica come Levinas non ha saputo fare a meno della metafora del Volto.

Beh diciamo che è un’idea che vorrei approfondire prendendo a prestito il suo metodo critico. In sostanza rileggere la teologia politica di Benjamin sotto la luce della Stella di Rosenzweig, permetterebbe a  mio avviso di svelare il potere magico dell’immagine in politica.

Magari ci fosse un mondo senza immagini in questa fase politica.

Una teologia politica ebraica contribuirebbe a risignificare la modernità nell’orizzonte politico della sovranità. Ho notato, infatti, che lei nelle sue lezioni sulla teologia politica riconduce la modernità, intesa come allontanamento del sacro dal mondo, al cristianesimo come lo interpreta Hobbes e non all’ebraismo. Sergio Quinzio, nel suo Le radici ebraiche del moderno, tentò di dimostrare quanto la modernità dovesse proprio alla cultura ebraica e agli intellettuali ebrei degli ultimi secoli la sua origine.

Lei può anche aver ragione, ma il mio è un discorso storico. È chiaro che la modernità nasce da una neutralizzazione della carica politica del cristianesimo (che era sfociata nelle guerre civili di religione), e che a sua volta la critica della modernità razionalistica può passare attraverso una chiave ebraica o una  chiave di pensiero luterano secolarizzato (Hegel) o in chiave di pensiero hegeliano secolarizzato (Marx), o in chiave di pensiero negativo (Nietzsche).

Cioè lei afferma ciò alla luce delle tesi sostenute dagli stessi pensatori, quindi dal punto di vista della Storia delle dottrine politiche.

Esattamente. Senza cristianesimo non ci sarebbe stata la modernità, perché di fatto è stato il cristianesimo l’asse portante dell’Europa, ed è stato il cristianesimo ad avere in sé la possibilità di essere secolarizzato nella politica moderna. Mentre l’ebraismo è stato un elemento minore e parziale, ghettizzato, e le sue potenzialità non sono mai state sviluppate, se  non in chiave critica e molto tardi, nel XIX e nel XX secolo. In altre parole, i pensatori della modernità per così dire cristiana hanno visto nell’ebraismo più spesso l’antimodernità,  ovvero la matrice di una modernità ignara di se stessa e tutta concentrata soltanto sull’individualismo. Non hanno voluto vedere l’elemento di critica e di contestazione, che c’è nell’ebraismo, nei confronti della chiusura della modernità cristiana su se stessa. Più che fare la storia dell’Europa, gli ebrei e i loro pensatori hanno contribuito a porne in evidenza le contraddizioni, pagandole spesso sulla propria pelle.

***

Per avviarci alla conclusione, torniamo al tema di una sovranità capace di contrastare la deriva tirannica dell’ordoliberalismo europeo, perché la mia domanda è per una sorta di Carneade: chi era Herman Heller? Perché a suo avviso è lo studioso che ha dato della sovranità la definizione più lucida e ancora attuale.

Era un galantuomo e uno sconfitto. E non un Carneade. Le sue opere sono da tempo tradotte anche in Italia, e  su di lui c’è un’ottima bibliografia. Ai suoi tempi fu un aperto e rispettoso avversario di Schmitt (nel processo di Lipsia «Prussia contro il Reich», 1932)

Ma perché dovremmo ristudiarlo?

Perché quello che Heller dice sulla sovranità lo dice in termini hegeliani; ad esempio, critica Schmitt perché è occasionalista, contingentista, perché per lui la sovranità è un colpo di pistola. Il concetto di negativo, la decisione sul caso d’eccezione, è una negazione indeterminata. Mentre il concetto di negativo è stato trattato molto meglio da Hegel, che gli ha dato un’energia civile, non una energia incivile. Ovvero, Heller ha cercato di pensare politicamente la società e le sue contraddizioni; mentre Schmitt dispera di potere pensare politicamente la società, che per lui è quasi solo l’origine del disordine, di una contraddizione che può esser letta solo come un’eccezione che non  trova soluzione in sé.

Lei sintetizza la sovranità di Heller come un’«unità strutturata nella molteplicità, e giustificata attraverso il suo ruolo sociale» [p. 105]. Cioè lei sta dicendo, in chiave hegeliana, che l’Europa per avere una vera sovranità deve recuperare la società civile?

Sì, certo; e non la deve schiacciare sotto il peso dell’ordoliberalismo. Tenga conto che la società civile non è solo economia; la società civile è arte, cultura, centri sociali, centro di produzione di tutto ciò  che è oltre l’economia. Certo l’economia è dirimente, decisiva, però una società vera, una società capace di andare oltre la propria umiliazione economicistica, è una società che produce idee, che produce immagini di sé –  pur  senza crederci fino in fondo, per tutto ciò che abbiamo detto prima, altrimenti è idolatra –. Una società deve essere capace di produrre immagini, ipotesi di immagine; deve impegnarsi a credere che esista un fine, un suo dovere. Non soltanto a fare del PIL, che pure è indispensabile.

Allora è giunto il momento, proprio alla fine, di farle togliere, per dir così, almeno un sassolino dalla scarpa. Ovvero una domanda sugli intellettuali di sinistra e la sovranità: perché non se ne occupano?

Perché nessuno ha voglia di trattare il problema del rapporto tra capitalismo e democrazia in modi non grossolani. Invece è una questione che va assolutamente affrontata. Una possibile soluzione è: lasciamo che il capitalismo si mangi la democrazia. L’altra, ed è quella che auspico, è: troviamo il katechon, il freno alla potenza di questa; e il katechon per me è la sovranità. Non perché la sovranità sia un potere più forte, ma perché sovranità vuol dire permettere alla società di pensare a qualcosa d’altro oltre all’economia. Cioè impegnare la società a tirar fuori da se stessa risorse che altrimenti vengono mortificate dall’economia. Il capitalismo di oggi è l’estensione della forma economica ad ogni ambito dell’esistenza. Fra un po’ si pagherà anche per entrare in chiesa. E per invertire la rotta è necessaria molta politica comune, democratica, sovrana.

Cioè siamo di fronte a una fede economica totalizzante, qualcosa preconizzata da Benjamin nel frammento Capitalismo come religione?

Esattamente. L’estensione della forma economica ad ogni ambito della società è la morte della società. Abbiamo esteso questa forma economica alle città e le abbiamo fatte diventare dei palcoscenici per il turismo. Svuotate di ogni autenticità. Abbiamo fatto della forma economica la verità dell’Università, trasformandola in azienda (peraltro senza investimenti adeguati).  La sovranità serve a mettere un argine, un freno, a costringere o a consentire alla società di produrre qualcosa d’altro che plusvalore, che peraltro va a finire ormai nelle tasche di minoranze sempre più ristrette.

Pubblicata in «Leussein», Vol. XII

I dilemmi di un’autonomia difficile: la cultura tra economia e politica

Intervista con Giacomo Bottos, Lorenzo Mesini, Francesco Rustichelli

 

Con questa intervista vorremmo approfondire la questione dei nessi tra cultura, politica ed economia. Iniziamo col constatare come il nesso tra cultura e politica appaia oggi in crisi, mentre da più parti si pone l’accento sul legame tra cultura e mondo economico. Un rapporto che si declina sia in termini di ‘utilità’ della cultura – e quindi di giustificazione dell’investimento in cultura – sia di una concezione della cultura intesa come attività economica in senso stretto. Essa deve rivendicare una propria autonomia? Al tempo stesso sembra necessario che essa entri in relazione con queste sfere. Quali sono le forme specifiche in cui questo può avvenire?

Dobbiamo guardarci dal rischio di reificare la cultura, anche solo definendola ‘cultura’ come se fosse un ambito a sé stante, completamente autonomo e composto da specifiche pratiche. In realtà la cultura è il modo con cui l’uomo sta nel mondo. Vi sono dunque infinite gamme di cultura, dalla costruzione di utensili primitivi fino alla creazione della Cappella Sistina. Quando diciamo cultura oggi, però, intendiamo di solito forme di elaborazione particolarmente sofisticate, non immediatamente volte all’utilità o, se volte all’utilità, finalizzate anche a trascendere l’utilità stessa. Attenendoci a questa definizione ristretta di cultura ci troviamo di fronte a forme di elaborazione, costruzione, rappresentazione e narrazione che si confrontano con canoni prefissati – adeguandosi ad essi o superandoli – compiendo una serie di operazioni che trascendono l’orizzonte immediato.

Partendo da questa riflessione comprendiamo facilmente che nella produzione di cultura in una qualche dimensione – prima, dopo, davanti, dentro – deve darsi anche una produzione di utilità. L’utilità può essere intrinseca all’oggetto: un tempio, ad esempio, è allo stesso tempo utile e bello. Può essere precedente all’oggetto, come nel caso di un soggetto – pubblico o privato – che abbia accumulato ricchezza e che desideri, per mecenatismo o ostentazione di potenza, che da questo accumulo di ricchezza discenda un segno che lo renda memorabile, un segno monumentale. Questa è la via tradizionalmente più battuta per declinare il rapporto fra l’utile e la riflessione culturale come la abbiamo definita. Possiamo invece avere l’immediata mercificazione della cultura, cioè il mercato culturale. È la situazione in cui ci troviamo oggi, nella quale l’utile viene fatto crescere all’interno dell’oggetto culturale, ad esempio dai mercanti che investono su un artista o su un uomo di cultura. Questo investimento si basa sulla conoscenza delle tecniche grazie alle quali determinati prodotti culturali possono diventare essi stessi fonte di ulteriore e superiore utilità attraverso l’immissione in un circuito che viene definito mercato dell’arte o mercato della cultura. Tra gli attori del mercato culturale non vi sono solo i mercanti d’arte, ma, ad esempio, anche gli editori, che non sono mecenati ma soggetti che impiegano capitale di rischio. In questo caso la produzione culturale viene concepita come un ambito dell’esistenza che merita che su di esso venga investito capitale a rischio nella ragionevole ipotesi che quel capitale venga remunerato.

La cultura non è mai stata completamente libera dalla dimensione economica, così come non è mai stata completamente libera dalla dimensione politica. Al di là dello stretto legame che esiste tra economia e politica, la cultura è stata, infatti, anche la modalità attraverso la quale si esprimeva l’autocoscienza di un ordine sociale e l’autorappresentazione di una comunità politica che avesse accumulato sufficiente ricchezza per permettersi una costruzione culturale. Un elemento economico e un elemento politico ci sono sempre stati, anche se oggi l’elemento politico è messo in ombra. Fino a qualche tempo fa avremmo potuto dire che la cultura era un ambito di confronto fra diverse concezioni politiche: basti pensare al confronto fra il realismo socialista e l’avanguardismo capitalista. Quest’ultimo era deliberatamente supportato – sostanzialmente dagli Stati Uniti – per dimostrare come in Occidente fosse possibile la libera espressione della soggettività artistica. L’Oriente, invece, voleva dimostrare che l’espressione della soggettività artistica poteva essere comunicata e compresa da tutti senza rappresentare una dimensione esoterica o indecifrabile o tutta rivolta all’interno, e che al tempo stesso poteva essere sottratta al mercato. Oggi è difficile vedere un investimento della politica nella cosiddetta produzione culturale. La politica si occupa di cultura perché la gestisce, trovandola già pronta di fronte a sé, come un bene economico.

È lo spessore storico della produzione culturale accumulata nei secoli ad essere stato prima di tutto economicizzato, virato verso l’utilità e reificato attraverso varie tecniche. La potenza espansiva del neoliberismo consiste, per l’appunto, nel fatto che la dimensione economica si impadronisce di ogni altro ambito dell’umana esistenza e nessun aspetto dell’agire umano è in linea di principio escluso, sottratto al mercato. Se è vero che l’elemento dell’utilità era presente da sempre nella dimensione artistico-culturale, che era in ogni caso inserita in una realtà politica ed economica, la cultura aveva anche una propria autonomia, e perfino una intrinseca capcità critica. Certo, si confrontava con le reali condizioni socio-economiche e politiche, ma anche con canoni e con tradizioni sue proprie, e aveva una limitata, ma reale, libertà espressiva. Quello a cui oggi invece assistiamo è la perdita dell’autonomia. L’arte appare da un lato iper-autonoma, nel senso che in linea di principio può e molto spesso vuole essere l’espressione di un’emozione che l’artista desidera comunicare al pubblico attraverso vie solitamente estranee alla tradizione formale. Al tempo stesso il prodotto artistico di nuova creazione è pensato da subito, sempre e completamente – anche attraverso ingenti investimenti economici – per essere introdotto nel sistema del mercato. Per quanto riguarda invece i prodotti culturali ‘del passato’ questi vengono percepiti in epoca neoliberista come beni fra gli altri, che devono essere oggetto di conservazione e di valorizzazione. Conservazione significa impedire il deperimento del bene. Valorizzazione invece significa l’estrazione di un profitto dal bene stesso. L’intera produzione del passato viene inserita dentro questo schema di conservazione e valorizzazione di carattere economico. Si parla di ‘giacimenti culturali’ come se si trattasse di giacimenti petroliferi. Su questo la politica vuole dire la sua: se esistono i giacimenti culturali vuole gestirli e vuole scegliere chi li gestisce. Su questo presupposto si innesca poi un conflitto fra la politica statalista e centralistica da una parte e la politica che richiede che vi sia una gestione dal basso, nei territori, dall’altra. Entrambe le linee, però, prevedono la piena e totale sottomissione del bene culturale – evidente già dal fatto stesso che viene chiamato ‘bene’ – alla logica economica. Certo, in linea di principio più il controllo sui beni culturali è centralizzato più permane la lontana probabilità che la dimensione della conservazione faccia premio sulla dimensione della valorizzazione, mentre è evidente che più il livello di controllo è vicino al bene più ci si aspetterà che quel bene produca reddito, profitto.

Le cose sono abbastanza lineari per quanto riguarda i beni culturali di carattere artistico-monumentale. La questione è più sottile e complicata per quanto riguarda l’attività culturale di carattere intellettuale: la ricerca, le attività che producono risultati intangibili e che non hanno ricaduta pratica immediata. Le tante istituzioni culturali del nostro Paese vivono oggi una fase di passaggio. Si esce da un periodo in cui esse erano sostenute, per quanto in misura limitata, dallo Stato, dalle regioni e dai comuni e si va verso una situazione in cui l’assunto di base è che ‘nessun pasto è gratis’: nessuna istituzione culturale può esistere se non è capace di produrre da sé almeno una parte del proprio fabbisogno. Di conseguenza le istituzioni culturali si mettono sul mercato: austeri professori si danno alla divulgazione, sperando per questa via di poter incrociare l’interesse di qualche operatore economico desideroso di aiutare queste istituzioni. Il presupposto di base è che – escluse pochissime realtà che godono di finanziamenti ad hoc per legge – la stragrande maggioranza del mondo culturale deve ‘guadagnarsi’ i finanziamenti necessari alla propria attività. Da questo deriva l’enorme impiego di tempo e di fatica che queste istituzioni devono dedicare a trovare i modi attraverso i quali accedere a finanziamenti che rimangono sempre precari. Solitamente, infatti, si lavora su bandi e progetti: in questi casi il finanziamento è a termine e, inoltre, non può essere adoperato per il sostentamento dell’istituzione ma per l’espletamento del progetto. La vita delle istituzioni culturali diventa così molto più instabile e insicura, molto più competitiva. Ad esempio vi è un continuo sforzo per rientrare nelle tabelle ministeriali. Queste sono a loro volta delle forme di valutazione, in quanto il neoliberismo teorizza e introduce la valutazione in ogni ambito. Si tratta di forme di valutazione transitoria, che ogni tre anni vanno riviste. Di conseguenza la serena tranquillità di potere svolgere la propria funzione non c’è più; c’è invece la angosciosa percezione della contingenza e della precarietà della propria esistenza, e la consapevolezza della necessità che il lavoro culturale sia anche economicamente profittevole.

Oggi si insiste molto sulla rilevanza della conoscenza e della ricerca come strumenti per generare sviluppo economico sia attraverso processi di trasferimento tecnologico sia attraverso la capacità di produrre innovazione in grado di collocare i sistemi economici e produttivi in posizioni elevate nella catena del valore. Questo è vero per la cultura in generale? E se si, va perseguito come obiettivo in quanto tale o considerato un’esternalità positiva, uno spillover che non deve essere però il fine principale?

Certamente finché si ragiona in termini di catena del valore, e non ci si può sottrarre ad essa, conviene tentare di collocarsi nelle posizioni elevate del ranking. Questo è possibile quando si è detentori di beni culturali molto ricercati. Le grandi città d’arte, ad esempio, si sono trasformate in macchine per il turismo: pensiamo a Venezia, a Roma o a Firenze. Naturalmente ciò snatura profondamente la città, il suo impianto urbano, la sua vivibilità, e la percezione stessa delle opere d’arte in cui essa si articola. Queste opere non furono pensate per essere oggetto di turismo, ma per essere fruite dalla vita quotidiana della città. Anche quando furono realizzate per ragioni di magnificenza furono pensate per essere vissute, godute e non – più o meno frettolosamente – visitate. Il business turistico è sostanzialmente inarrestabile, è troppo radicato e intenso perché si possa pensare di bloccarlo – è difficile farlo persino nelle sue manifestazioni più discutibili come la presenza delle grandi navi nei canali di Venezia –. Dal momento in cui la produzione della cultura viene definita “bene culturale” siamo entrati nella logica della reificazione. Dentro quella logica tutto succede di conseguenza: si potrà tentare di essere più o meno di buon gusto, si potrà tentare di essere più o meno riguardosi verso il bene, ma quell’opera è trasformata in una cosa, o peggio: in un capitale.

Per quanto riguarda il legame tra cultura e politica, come si struttura questa relazione? Con quali gradi di autonomia o non autonomia? Nel nostro Paese quali sono state le linee generali e i punti di svolta di questo rapporto dall’Italia preunitaria passando per il Novecento e la riflessione di figure chiave come Croce e Gentile o Gramsci e Togliatti e, per quanto riguarda il mondo cattolico, Dossetti o Moro?

La cultura è ‘dentro’, non è fuori. Questo la vincola, ma al tempo stesso le dà una capacità critica: non si può criticare dal di fuori. La cultura può essere una cultura che chiama all’azione, una cultura propagandistica, una cultura di intervento, una cultura di impegno, o può essere una cultura di riflessione e di critica. Una cosa è certa: solo oggi stiamo facendo esperienza di una politica senza cultura. L’elemento caratteristico del nostro tempo, degli ultimi cinquant’anni, è la fine del rapporto – che non si riduca ad un rapporto di strumentalizzazione economica – tra politica e cultura. Gli intellettuali non hanno più alcun peso. In passato vi sono stati intellettuali critici e intellettuali organici, o anche asserviti. Oggi non sono più asserviti perché non li vuole nessuno, nessuno ne sente il bisogno. Dopotutto ad asservire un intellettuale gli si fa in un certo senso un complimento, gli si concede un rilievo, gli si riconosce un valore. Oggi non succede nemmeno quello. In modi diversi le vicende politiche del nostro Paese sono state tutte attraversate dalla cultura nelle sue diverse accezioni – la propaganda, l’impegno, la critica –: nel Risorgimento, nell’Italia liberale e perfino nell’Italia fascista è stato così. Non è vero quanto diceva Bobbio, che fascismo e cultura non si siano mai incontrati: si sono incontrati eccome – con grandi equivoci da una parte e dall’altra –, l’EUR, ad esempio, è un episodio di cultura fascista: pur trattandosi di razionalismo architettonico è difficile separarlo dal committente e dalla sua idea di cultura e di città. L’Italia democratico-repubblicana è un’Italia che è stata fatta anche e profondamente dalla cultura: la stessa Costituzione è un prodotto culturale di altissimo profilo. Nessuno pensava che la politica potesse prescindere da un robustissimo supporto culturale e questo non solo a sinistra. Persino in un mondo un po’ più pragmatico come quello democristiano esistevano dei frame intellettuali ed esisteva l’esigenza di dare una giustificazione culturale all’agire. I comunisti hanno proseguito la tradizione filosofica italiana mentre i cattolici hanno quasi inventato la tradizione sociologica italiana. Nessuno dei due curava quella economica, che è stata gestita dalle élites borghesi. La ricchezza di produzioni culturali italiane negli anni Cinquanta e Sessanta e nella prima metà dei Settanta era quasi esagerata nella sua abbondanza. Fino alla morte di Pasolini e Montale ogni anno usciva un prodotto di altissimo rilievo: una raccolta di poesia di Montale, un libro di Moravia, uno di Gadda, un film di Visconti, uno di Fellini. La proposta era ricchissima e la politica poteva essere derisa o poteva a sua volta deridere (il “culturame”), ma non poteva far finta che questo Paese e questa società non fossero capaci di una tale autoconsapevolezza. C’è voluto il neoliberismo per smorzare, attutire, livellare. Il neoliberismo è una tecnica specifica. La televisione e poi i social media hanno avuto un ruolo nel portare la società e la politica a convergere in un eterno presente di piccole rivendicazioni, di gossip, di ripicche e di odi, e nel far scomparire il disegno, la progettualità, l’idea. Naturalmente il disegno e le idee ci sono, ma sono in mano ai poteri economici, che hanno idee piuttosto precise sul tipo di società che vogliono. Ma queste idee e questi progetti non fanno parte di una cultura comunicata e condivisa, o discussa, e quindi pubblica, e anzi cercano di schermarsi il più possibile. Idee paradossalmente invisibili, quindi. Ed è rispetto a queste idee/non idee che l’assenza di un’idea pubblica della società e della politica appare ancora più angosciosa. È qui che interviene il ruolo degli istituti culturali e non è un caso che agli istituti culturali si faccia sostanzialmente guerra o li si spinga alla ricerca di un po’ di nutrimento, di pane quotidiano.

Molto di quello che sto dicendo sarebbe smentito dai portatori della cultura mainstream, i quali direbbero che il neoliberismo non c’entra nulla, che, anzi, valorizza la cultura e immagina una società della conoscenza. Il neoliberismo vorrebbe dunque sempre più laureati, sempre più musei, vorrebbe che fossero sempre più frequentati, vorrebbe sempre più turismo e sempre più orientato verso le grandi città d’arte. Vorrebbe una società colta, perché dalla cultura si spreme profitto. È vero che a parole il neoliberismo vuole questo, ma è anche vero che questa cultura è definibile tale solo in misura molto limitata. Si tratta più che altro di un insieme di saperi tecnici, o di curiosità dopolavoristiche. La cultura come spirito critico non è merce particolarmente gradita, tranne che in determinate circostanze nelle quali possa fungere da fiore all’occhiello. Ad esempio Harvard University Press pubblica Impero di Toni Negri, un’opera che lascia il mondo esattamente com’è, ma consente di dire che HUP non è biecamente al servizio dell’ipercapitalismo. Ma chi ha meno risorse e meno potere di HUP non pensa nemmeno lontanamente a pubblicare libri sovversivi – posto che quello sia un libro sovversivo –. La società della conoscenza non è una società in cui la cultura svolga un ruolo critico: essa svolge invece un ruolo di mantenimento e propulsione dello status quo. Quest’ultimo è certamente una continua rivoluzione di se stesso, ma una rivoluzione che sarà sempre solo una evoluzione – un miglioramento, un perfezionamento quando va bene –. Paradossalmente elementi di cultura critica oggi vengono più frequentemente dalla destra che non dalla sinistra, perché è la destra che si sente tagliata fuori dall’universo neoliberista e liberal, mentre la sinistra si è completamente trasformata dall’essere critica all’essere composta da partiti sostanzialmente liberal,  architrave del mainstream. A tale mainstream la cultura contribuisce precisamente distogliendo l’attenzione dai nuclei decisivi della nostra esistenza e inventandosi continuamente ambiti sui quali applicarsi e sui quali far convergere l’attenzione della società, ambiti che tutto possono essere ma non devono avere a che fare con la critica dell’economia politica. Noi vediamo l’invenzione continua di nuovi miti mainstream. Contro di loro la cultura aggressiva della destra svolge, ma solo molto limitatamente, un ruolo critico perché non aspira ad avere una reale capacità di critica strutturale del presente, ma vuole semplicemente contrapporre ad alcuni epifenomeni altri epifenomeni. Una critica da sinistra delle mitologie liberal è quasi impensabile e di fatto non viene sviluppata. Sarebbe invece opportuno che questo accadesse, se non altro per non lasciare lo spazio della critica tutto alla destra e alla sua superficialità.

Da questa ricognizione storica emerge l’importanza di approfondire il del ruolo degli intellettuali e di una costante azione di pensiero e di immaginazione politica, come è cambiata in prospettiva storica questa figura? Come si produce oggi l’analisi politica? La politica con quali strumenti analizza la realtà? Come ha influito su questi meccanismi la grande transizione neoliberale degli anni Settanta?

Come la politica analizzi la realtà è un mistero anche per me. Pur avendo avuto un ruolo politico per cinque anni, non ho mai sentito un’analisi politica. Si va dalla lettura dei libri di qualche giornalista, o dei giornali, degli articoli di fondo di qualche editorialista, ai sondaggi. Analisi di livello superiore, ‘analisi di fase’ come si diceva una volta, non le ho mai né viste né sentite. La politica non analizza la realtà, ci sta dentro giorno per giorno, ora per ora. Combatte solo battaglie tattiche, ignorando le battaglie strategiche. Ovviamente le grandi svolte strategiche avvengono non per motivi naturali, ma per decisioni di rilievo politico prese in ambito non politico, in ambiti economici oligarchici. Un’altra fonte di analisi politica, tipica in assenza dei partiti, sono i think tank, cluster di specialisti, in alcuni casi molto validi, che hanno il limite di ospitare più politologi, sociologi ed economisti che storici e filosofi. Sono un’entità esterna, anche se talvolta sono stati promossi dalla politica, agiscono in maniera autonoma, stando sul mercato e facendo indagini. La politica se ne serve chiedendo un parere, commissionando una ricerca, convocando studiosi per farsi spiegare certe dinamiche. Tutto questo, però, è sempre molto episodico. Il cervello pensante è fuori dalla politica, e questa se ne serve come un produttore di informazioni istantanee, di competenze tecniche, continuando a percepire se stessa come assolutamente autonoma rispetto alla cultura.

Questo in un universo provinciale come quello italiano. Ma la politica ha anche saputo pensare in grande e agire in grande: la svolta neoliberista è stata una decisione politica, supportata da analisi strategiche e sociologiche, oltre che da immensi interessi economici; ne è risultato un mondo economicizzato, ma la decisione è stata della politica, sulla base di precise analisi culturali (la Trilaterale  i suoi Rapporti).

La filosofia ‘non nasce nel deserto’, è intimamente legata alla ‘città’, e in particolare lo è la filosofia politica, questo rapporto cruciale, e storicamente ricco di complessità, come si articola oggi? Come agisce la filosofia sul discorso pubblico? È ancora possibile decifrare la politica, e quindi agire sulla politica, attraverso la filosofia? Qual è la responsabilità, il compito delle classi dirigenti – non solo dei ceti intellettuali o politici –, faccio riferimento al suo testo I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, nel tenere insieme il triangolo cultura-politica-economia? E in particolare che ruolo hanno giocato le classi dirigenti nell’Italia degli ultimi vent’anni?

La filosofia è a sua volta attraversata da gravissime contraddizioni: non esiste un sapere filosofico compatto, certo di sé e dotato di sicurezza e autonomia. Gli infiniti rivoli lungo i quali – anche giustamente – si è dispersa la ricerca filosofica dimostrano una intrinseca debolezza; in ogni caso, la filosofia politica fa molta fatica a misurarsi con la politica. Questo a meno che non si parli di filosofia politica normativa: in quel caso tutto è risolto a priori poiché non ci si cura delle condizioni di possibilità delle realizzazione dei suoi postulati, limitandosi a spiegare qual è l’ottima società. La filosofia da sola non produce pensiero critico. Perché questo esista e non si limiti ad essere un’autocompiaciuta distanza dalle cose deve mettere insieme coordinate filosofiche, saperi tecnici e saperi economici. Non si può essere critici semplicemente essendo “filosofi”: la decostruzione linguistica non produce un impatto critico reale e anzi il pensiero critico deve essere un pensiero con armatura filosofica e con sostanza economico-politologica. Certo, rispetto all’economia e alla scienza politica il pensiero critico con la sua armatura filosofica è capace di mettere in forma, di mettere in prospettiva cronologica, di non assumere i dati dei saperi economici e politologici come dati oggettivi; però li deve maneggiare continuamente e non può fingere di essere estraneo ad essi. La filosofia è anch’essa dentro, non fuori. Questo che chiamiamo pensiero critico è un pensiero che non ha grandi spazi e non ha molti cultori. Soprattutto dovrebbe essere capace di un’operazione gramsciana, cioè di individuare qualche cosa che ha a che fare con la vita del popolo. Dovrebbe essere capace di internità rispetto alla società e al tempo stesso dovrebbe essere capace di vedere la società dal di fuori – dentro/fuori, quindi – e dovrebbe essere capace di individuare le forze, se vi sono, che sono interessate alla mutazione dei rapporti di potere dentro alle nostre società, e individuarle credibilmente facendosi capire. Un lavoro gigantesco che non è nemmeno cominciato: nessuno fa un investimento di così lungo periodo, la politica si gioca tutta sul quotidiano.

Da qui si arriva alle classi dirigenti che non sono selezionate, se non attraverso la chiave dell’obbedienza, della lealtà. La politica non pensa di dover possedere in prima persona le competenze, pensa sempre di poterle convocare, dandole in outsourcing. I ceti politici sono ceti di ambiziose cordate, con un capo cordata che chiede essenzialmente obbedienza. Al di fuori di questo in alcune realtà – il Partito Democratico e la Lega – e in certi territori vi sono dei ceti dirigenti che nascono dall’amministrazione locale, una buona scuola che, però, non esaurisce quella che dovrebbe essere la formazione di un uomo politico. I giovani da questo punto di vista non sono diversi dagli anziani: sono mossi da grandi ambizioni, ma si tratta di ambizioni personali, da soddisfare nel breve periodo e più rapidamente possibile. Non c’è l’ambizione di fare grande politica, di mettere le mani negli ingranaggi della Storia. Il neoliberismo non è passato invano, ha creato un individualismo competitivo in ogni ambito dell’esistenza, e anche nella politica.

Sono ben consapevole del fatto che sempre la politica è stata il teatro della lotta fra le ambizioni – ci mancherebbe altro –, si tratta però di capire di quali ambizioni parliamo e che rango abbiano. La lotta fra Cesare e Pompeo era la lotta fra l’ambizione di essere il padrone del mondo. Oggi non c’è bisogno di avere ambizioni così sfrenate, ma una certa ambizione di alto profilo sarebbe necessaria. Ma se la politica non ricerca ambizioni di alto profilo, sarà una politica di basso profilo, come è. Oggi, esaurita la capacità educativa dello Stato, della Chiesa, della Scuola, dei partiti, delle associazioni economiche – capacità educative che un tempo producevano la società e i ceti dirigenti della società – a buoi scappati, molto spesso vi è il tentativo di inventare scuole di politica o altri esperimenti, che salvo rare occasioni hanno una durata molto breve. Questo avviene perché manca o la qualità dei docenti o quella dei discenti, che cominciano presto a chiedersi in che misura le analisi che vengono loro proposte servano per fare carriera. Siamo quindi di fronte a una politica di basso profilo, lasciata in mano a chi è più abile a giocarsela nel quotidiano. I politici devono saper giocare anche nel quotidiano – altrimenti vengono travolti, o farebbero i filosofi – ma al tempo stesso devono essere capaci di guardare lontano, di guardare e di capire il mondo dentro al quale si muovono e non solo di correre ai ripari. La politica a furia di correre ai ripari, i ripari non li trova più, e non li costruisce; per mettere gli argini al grande fiume della fortuna servono degli ingegneri, non si può improvvisare.

 

Pubblicata in «Pandora», n.8/9 (2019), pp. 42-48

Per i duecento anni di Marx

Questa riflessione su Marx deriva dal libro di Carlo Galli, Marx eretico, di prossima pubblicazione per la casa editrice il Mulino, Bologna.

 

 

Marx è un autore di metà Ottocento, che del proprio tempo condivide alcune idee di fondo: una concezione eroica della politica, in cui agiscono soggetti collettivi come la nazione e la classe; una proiezione al futuro, come fiducia nella possibile apertura di nuovi orizzonti dell’umanità; una robusta ammirazione per la potenza della scienza e della tecnica, per lo sviluppo economico che ne scaturisce, e per la forza espansiva sprigionata dalla civiltà industriale; una propensione a pensare in termini di sistema, per fronteggiare adeguatamente l’emergere della dimensione totale delle relazioni sociali e per individuarne «leggi» organiche di sviluppo. Quello di Marx è il pensiero forte di una personalità dotata, com’egli diceva di sé, di «aspirazioni universali». Che Marx veda con acutezza la contraddittorietà, l’ideologicità, la conflittualità e la parzialità dell’intera società moderna, non toglie che egli sia estraneo a nostalgie pre-moderne, a sensibilità post-moderne, a prospettive catastrofiche.

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La sua adesione alla modernità è, certo, un’adesione «critica». E non della «critica critica», impotente e subalterna, della sinistra hegeliana, contro cui si accanisce il sarcasmo distruttivo del giovane Marx, ma della «critica spietata di tutto ciò che esiste», la critica dialettica, la dialettica utilizzata come arma («le armi della critica» e perfino «la critica delle armi») e non come conciliazione.

Una critica a Dio, allo Stato, alla filosofia di Hegel che lo porta al «nuovo materialismo», al «solido terreno della realtà»; ma questa realtà è una contraddizione strutturale che ha la sua origine nei rapporti economici di produzione, e che ha la sua principale manifestazione nello sfruttamento, nell’estrazione di plusvalore (di profitto capitalistico) dal lavoro salariato, e nella estraneazione dell’uomo da se stesso e dal proprio lavoro.

L’obiettivo di Marx non è la società senza lavoro, ma la restituzione dell’umanità a sé, a partire dall’estraneazione presente. Il comunismo, la libera e razionale «cooperazione» dei produttori, è appunto il rapporto immediato fra uomo ed esistenza, è «l’effettiva soppressione della proprietà privata e la reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo». È «umanesimo positivo». Ma non è un progetto campato in aria, né un ideale vuoto e declamatorio; è il frutto di un’azione politica che non si perde in sogni, in utopie, e che non indugia in opportunismi ma anzi affronta apertamente quel conflitto di classe, quella guerra permanente fra capitale e lavoro salariato che struttura la società. Marx corregge la nozione di valore-lavoro, già presente nell’economia politica classica, per far emergere che nella produzione di merci è incorporato un rapporto sociale: un rapporto di espropriazione di plusvalore, prodotto socialmente e appropriato privatamente. L’obiettivo politico quindi è di espropriare gli espropriatori, di rifare la società a partire dall’ «abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente», di abolire la contraddizione tra la ricchezza della produzione e la povertà della società, quella contraddizione che ha reso il proletariato talmente misero che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, e di instaurare la «dittatura del proletariato», guida verso la realizzazione della libertà di tutti.

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Marx non ha scoperto per primo la lotta di classe, ma ha decifrato per primo il generarsi della politica nell’economia. Che la teoria del valore-lavoro sia da tempo rifiutata dagli economisti non toglie che la grandezza di Marx stia nell’avere mostrato ciò che anche oggi è sotto gli occhi di tutti, e cioè che l’economia capitalistica è un gigantesco processo di valorizzazione a vantaggio dei profitti e non dei salari, percorso da contraddizioni, dislivelli di potere, conflitti asimmetrici, che in essa si genera un dominio sociale e politico che coinvolge tutta la vita dell’uomo.

Marx coglie la centralità e l’instabilità del rapporto moderno fra economia e politica perché dell’economia privilegia la contraddizione e la crisi, cioè la componente umana, sociale, politica, e non il lato meccanico, o quello specialistico, disciplinare. Perché vede l’economia debordare da se stessa, e investire tutto l’umano, in modalità disumane. Perché dimostra che il capitalismo è potentissimo e al tempo stesso insostenibile; che quella borghese è «una civiltà scellerata, fondata sull’asservimento del lavoro». Perché nel gioco astratto delle grandezze economiche presunte «oggettive» sa vedere la violenza di classe, strutturale; e analizzando la ricchezza delle nazioni sa retrocedere fino alla sua origine, alle «doglie che accompagnano il parto della ricchezza».

Ma Il Capitale non è solo uno squarcio di storia del capitalismo in Inghilterra. È anche la scoperta delle logiche, delle linee di tendenza che innervano il sistema produttivo tipico della modernità. E queste logiche sono la sussunzione del lavoro nel capitale, la parcellizzazione del lavoro, la cooperazione coatta in fabbrica, lo sviluppo verso la macchina mentre il soggetto ne diviene appendice, l’aumento della produttività del lavoro, il colonialismo, la finanziarizzazione dell’economia, l’espulsione del lavoro dal processo produttivo, il formarsi dell’esercito industriale di riserva, il calo tendenziale del saggio di profitto, l’espansione illimitata del capitale a danno degli stessi capitalisti come singoli individui proprietari, la globalizzazione, e su tutte queste logiche la illogicità suprema: di essere un sistema produttivo, una società che non può realizzare se non nel caos e nell’oppressione crescente – e che quindi non può non tradire – le potenzialità che suscita e che mette all’opera. Tutto ciò non è confinato al XIX secolo, ma dice qualcosa anche all’oggi: sia pure percorrendo vie tortuose e impreviste, con scarti improvvisi e «mosse del cavallo», le logiche del capitalismo non hanno deviato di molto da queste indicazioni.

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La scoperta delle contraddizioni del capitalismo non comporta che di esse sia possibile la soluzione che ne ipotizzava Marx, e non consente, in realtà, una analitica prefigurazione del mondo futuro. La «vecchia talpa» scava – le contraddizioni interne del capitalismo si manifestano –, la direzione e l’orizzonte le sono noti, ma non sa dove rivedrà la superficie e la luce del sole.

E in effetti la vicenda politica del comunismo reale è stata, dopo tutto, un fallimento, ma non direttamente imputabile al pensiero di Marx quanto piuttosto alle logiche dello Stato autoritario in cui si è incarnato. Marx non appartiene all’album di famiglia dei fondatori di tirannidi, di Stati di polizia. Semmai, egli è stato frainteso per motivi opposti. L’idea di fondo di Marx, la razionalizzabilità del mondo e la scomparsa del dominio, l’idea che un altro mondo è possibile a partire da questo, ha subito una lettura semplificata. La ragione e l’azione sono state saldate tra loro dal desiderio, dal bruciante impeto dell’assalto al cielo, dall’epica marcia del Quarto Stato per «conquistare la rossa primavera». Ciò che è prevalso è stato l’empito verso il futuro, l’impulso all’umanizzazione del disumano. L’insegnamento di Marx è stato interpretato e semplificato come speranza da milioni e milioni di uomini e donne che hanno fatto del marxismo una profezia messianica di rango globale. Il marxismo è stato abbracciato soprattutto come la risposta delle genti alla ingiustizia del mondo, della storia. Hanno agito in questo senso un bisogno di credere, una pretesa di dignità, un’ansia di riscatto che oggi non hanno ancora trovato un sostituto. Ma, certo, mentre si faceva «religione» il marxismo spianava la strada anche al dominio di «sacerdoti» tanto spietati quanto, alla fine, inetti.

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Leggere Marx dopo l’Ottantanove, dopo la fine del comunismo, significa avere attraversato gli anni dell’oblio, gli anni che hanno proposto Marx quale responsabile del comunismo reale e dei suoi errori ed orrori. E significa accettare che non esiste un soggetto eroico in grado di rovesciare il mondo, e che non è più praticabile la certezza su cui Marx si fonda: che ciascuna epoca pensa i problemi di cui ha la soluzione.

Marx da gettare alle ortiche, quindi? Proprio no. Senza Marx non si può organizzare una nuova teoria critica. La sua capacità di smascherare l’ideologia è un esorcismo contro l’egemonia del neoliberismo da cui derivano strutturali fratture e inceppamenti della società, disuguaglianze e ingiustizie, nonché paurosi dislivelli di potere fra ceti e fra aree del mondo. Certo, i fattori e le modalità dell’oppressione non stanno solo nella forma di produzione ma nelle molte contraddizioni, non sistematizzabili e non dialettizzabili, non tutte necessariamente di origine economica anche se a questa variamente accostabili, di cui è intessuta la vita delle società, delle persone e delle nazioni: le linee di frattura dell’inconscio, del genere e del colore, la scomparsa della soggettività (anche di quella operaia) nell’età dell’individualismo passivo, l’antagonismo sistemico fra capitalismo e ambiente, le coazioni proprie del ‘politico’, le pulsioni identitarie fondamentalistiche ed essenzialistiche che si manifestano in società decostruite e atomizzate. Il pensiero di Marx – nessun pensiero – può risolvere queste contraddizioni, ma, insieme ad altre linee critiche, può denunciare la scissione là dove il neoliberismo esige che non venga neppure menzionata, e dove gli stessi soggetti coinvolti stentano a prenderne coscienza.

Inoltre, anche il pensiero di Marx serve a incontrare energie di liberazione, a comprendere e suscitare lotte e alleanze che uniscano l’emancipazione dall’alienazione economica con altre emancipazioni. Serve a valorizzare lo spirito d’iniziativa politico, contro la passività; e ad assecondare le emergenze – ciò che non si lascia sommergere – contro il potere dell’eccezione divenuta norma. In Europa e fuori d’Europa.

Marx è l’ultima voce della filosofia tedesca che cerca di tenere insieme il movimento moderno della storia e della produzione globale – le loro contraddizioni e parzialità – con la liberazione umana universale. E oggi se è impraticabile l’obiettivo che egli si proponeva, di assumere il mondo nel pensiero e nell’azione come un sistema di scissione strutturato da un’unica contraddizione strategica, nondimeno egli resta un «classico», ancora operante almeno in quanto è sempre affacciato sulla denuncia e sulla ribellione. Il suo pensiero è oggi un elemento di ogni realismo critico.

Ancora oggetto di interpretazione nei contesti più svariati – dall’America Latina al mondo post-coloniale, dalla Cina (dove in parte è servito a organizzare lo Stato) all’Occidente (dove è servito a criticarlo) – e ancora associato a populismi e ad autoritarismi, a serpeggianti inquietudini e ad aperte ribellioni, ma anche a tentativi di nuove costruzioni statuali, Marx non è la fonte unica della verità, la sorgente della prassi corretta, la speranza dei veri credenti, la via maestra per risolvere le contraddizioni. È più un reagente che un agente, un precursore (in senso chimico) da associarsi ad altre sostanze, un detonatore più che una deflagrazione. Eppure, non è soltanto un brano di storia intellettuale europea, divenuto ormai patrimonio della civiltà del mondo intero: è un ingrediente indispensabile, anche se non esclusivo, per chiunque non accetti che il futuro sia del tutto in mano alle oligarchie economiche, e per chiunque creda che la parte maggioritaria della umanità possa riprendere l’iniziativa su se stessa, da se stessa.

 

Il testo è stato pubblicato in «Patria indipendente» il 18 maggio 2018

I veri rischi del nuovo governo

Se il diavolo (o un qualche messia, secondo i gusti di chi legge) non ci mette lo zampino, ovvero se i due “capi politici” non romperanno sul premier, se Mattarella non bloccherà la lista dei ministri, oppure ancora se la prospettiva di essere stato riabilitato non spingerà Berlusconi a tentare il colpo delle elezioni anticipate, avremo quindi un governo “populista” e “sovranista”, un unicum in Europa occidentale, una minaccia per la democrazia, per l’euro, per i conti pubblici, per la collocazione internazionale dell’Italia. Un governo privo di esperienza, di cultura politica, di una prospettiva per il Paese. Una sciagura apocalittica, decifrabile solo con l’ipotesi che gli italiani siano ammattiti, o ingannati per anni da media antisistema.

Tutti i centri di potere europei sono pronti, col fucile puntato, a inchiodare gli usurpatori al primo errore. Tutti i media dell’establishment fanno a gara nel delegittimare il governo non ancora nato, nel prevedere le terribili rappresaglie a cui lo sventurato Paese andrà incontro, nel ripercorrere sdegnati il mare di menzogne e di cambiamenti di rotta che i partiti di governo hanno ammannito agli italiani nei due mesi di trattative, stanati solo dalla mossa vincente di Mattarella.

Nessuno che ricordi la grande cultura politica e l’intemerata rettitudine di comportamento dell’ex segretario del Pd, il quale, reduce da mille promesse non mantenute, come analisi del risultato elettorale rilasciò un omerico «la ruota gira», e che, come commento al formarsi (forse) del nuovo governo, esclama «pop corn per tutti», a dimostrazione del fatto che il Pd (ancora suo) non ha alcuna strategia politica – dopo avere fallito il suo compito, di essere l’accompagnamento moderatamente liberal dell’ordoliberalismo europeo – se non sperare che «gli altri» si sbaglino, e gestire l’opposizione all’insegna del «tanto peggio tanto meglio».

Quanto al populismo e al sovranismo, inoltre, sarà forse ora di considerare che questi sono soltanto termini delegittimanti, privi di consistenza storica e politica. Nessuno che ricordi, a proposito del deprecato «sovranismo», che se l’alternativa all’autogoverno dei popoli (appunto, la sovranità) è un sistema di regole economiche, calate dall’alto sulle nazioni e sulle società, che vanno a vantaggio solo di alcuni Paesi e di alcune classi sociali, allora non c’è da meravigliarsi se i non-favoriti (la larghissima maggioranza) chiedono protezione allo Stato nazionale. Che non sarà il futuro, ma che è senz’altro destinato ad apparire migliore del presente, un’alternativa rassicurante per le nostre società disastrate – che i fautori dello status quo vogliono far passare per sane, felici, progredienti –.

In ogni caso, la sovranità non è solo quella xenofoba dei Paesi di Visegrád, ma, molto più, quella di grandi Paesi democratici come la Francia e la Germania, che non pare l’abbiano dismessa, né che abbiano cessato di perseguire, con robusta determinazione, i propri interessi nazionali, geoeconomici e geopolitici. Politica che all’Italia sarebbe a priori preclusa. Perché? Perché l’interdipendenza, la nuova regola aurea dell’esercizio della sovranità, è per noi, semplicemente, «dipendenza»?

Per quanto riguarda il «populismo», poi, la verità storica è che gli italiani hanno votato per protestare contro insicurezze reali, economiche e simboliche, determinate da pregresse decisioni politiche nazionali e internazionali, oggi presentate come irreversibili – peraltro, se davvero lo fossero, a ben poca cosa si ridurrebbe la nostra libera capacità di scelta democratica –; ed è altrettanto vero che non saranno gli anatemi e le prediche o le rappresaglie internazionali o dei «mercati» a fare disciplinatamente rientrare alla casa madre i voti andati in libera uscita. Questi non torneranno al Pd, evanescente e non più credibile, e non andranno a nessuna sinistra perché questa, al momento, non esiste come soggetto politico reale.

La verità è, semmai, che quello che nasce è un governo figlio e padre di molti compromessi e pasticci. Non solo fra i distinti programmi e i diversi elettorati dei due vincitori, ma anche fra questi e i poteri dell’establishment. Che sono stati tanto largamente blanditi da Di Maio che la base grillina, peraltro molto suscettibile e molto volatile, ne è stata assai delusa – e Di Maio, quindi, è quello che da un’avventura governativa rischia di più – . Poteri, inoltre, che sono rappresentati, per quanto concerne i vasti interessi berlusconiani, da Salvini. Così che il rischio maggiore è più l’opaca continuità, pur interrotta da qualche misura a effetto, che non l’avventuristica discontinuità.

Una continuità, un pasticcio, marcati inoltre dal fatto che Renzi e Berlusconi, stretti in un nuovo informale patto del Nazareno, sono protesi a conquistare le commissioni parlamentari di garanzia, che spettano alla opposizione. E che Berlusconi possa stare al tempo stesso al governo e anche all’opposizione – come cercò di fare con il governo Monti – è una ulteriore dimostrazione non solo della sua perdurante abilità nel massimizzare le sue non più così abbondanti risorse elettorali, ma anche della situazione tutt’altro che chiara che si viene creando, sia fra i vinti sia fra i vincitori del 4 marzo.

Il punto è che, quando non c’è la luce di un’idea politica, né la forza di una decisione democratica (le elezioni hanno sì mostrato che la maggioranza degli italiani è ostile all’establishment, ma questa ostilità si divide tra due forze politiche disuguali), non si può fare altro che procedere a tentoni, come i ciechi di Brueghel. E sperare che il sommarsi dei molti pasticci – sono questi i veri pericoli, non il populismo e il sovranismo – non ci porti tutti nel fosso.

Un versione ridotta di questo testo è in corso di pubblicazione in «La parola»

 

La democrazia sostanziale di Giuseppe Dossetti

Sostanziale, integrale, effettiva, reale: la democrazia secondo Dossetti non può essere solo formale, né solo politica, né solo economica e sociale; deve anzi superare la moderna divisione (con altro lessico, l’alienazione) fra questi ambiti per essere umana, genuina, morale. Deve essere cioè una autentica rivoluzione, non un prolungamento del liberali­smo che diviene di massa. Da qui alcuni giudizi parzialmente critici di Dossetti sulla Costituzione italiana – alla cui redazione egli ha pure autore­volmente contribuito – che a questa rivoluzione si orienta senza portarla fino in fondo (benché alla Carta vada riconosciuto il grande merito di essere, in linea di principio, radicalmente innovativa).

Questa è la tesi politica complessiva di questi scritti, culminanti nella relazione del 1951 su Fun­zioni e ordinamento dello Stato moderno. Una tesi che va decifrata e contestualizzata, e misurata sulle discussioni attuali intorno alla democrazia.

Sono innanzitutto evidenti gli influssi tanto di Maritain quanto di Gemelli, elaborati in modalità originali. Dall’umanesimo integrale del primo, Dossetti riprende la critica al liberalismo come ci­fra dell’intera età moderna, caratterizzata dall’idea che la libertà – in pratica coincidente con la libertà di pensiero e con il diritto di proprietà – sia una qualità autonoma del soggetto, in sé chiusa, del quale costituisce l’origine e il fine; e dall’idea che attorno ad essa debba ruotare lo Stato moderno, il quale a sua volta è “agnostico” sui fini e si affida a una presunta capacità umana di produrre l’utilità collettiva attraverso il perseguimento dell’utilità privata, mescolando così una sorta di ottimismo antropologico (la libertà moderna come produttri­ce di bene) a un pessimismo sulle strutture sociali e politiche (ritenute oppressive quando non rese meramente neutrali). La modernità è nichilistica, per Dossetti: nega la natura delle cose, e le pensa tutte interamente plasmabili dall’uomo e tutte traducibili in merci; azzera i diritti storici concreti, le mediazioni sociopolitiche reali, e immagina una società priva di fini che non siano individuali; fa dello Stato una macchina che consente ai privati di creare autonome istituzioni giuridiche impersonali e di fatto incontrollabili (le grandi corporations), mentre si ferma davanti ai diritti economici dei possidenti, gli unici che siano valorizzati come assoluti e intoccabili. Da questo punto di vista, il marxismo non è, per lui, una «calunnia» contro la borghesia.

Una variante di questa posizione epocale è data dalla prospettiva, politicamente ma non qua­litativamente opposta, che vede la libertà radunarsi tutta nello Stato, il quale da mezzo diviene così fine a se stesso e unico protagonista della storia, in con­trapposizione all’individuo. Lo Stato moderno è o troppo o troppo poco.

Si tratta di temi diffusi nel pensiero cattolico, in parte risalenti a Lamennais, declinati da Dossetti in chiave democratica, con un’attenzione alla rappresentanza politica non solo dell’ideologia, dell’opinione e degli interessi individuali, ma an­che (in una seconda Camera) dell’articolazione concreta della società nei suoi corpi intermedi (tema, questo, di derivazione, tra l’altro, gemelliana, ma lontano, per quanto riguarda Dossetti, da declinazioni corporative).

Allo Stato moderno Dossetti contrappone uno Stato né totale né corporato, ma «nuovo», che abbia come perno teorico la capacità intensamen­te politica di orientare, o «finalizzare» la libertà, ovvero di attuare la reformatio della società senza pretendere di crearla ma certo caricandosi del dovere di plasmarla, fino a farla diventare il cuore della vita associata: uno Stato, insomma, in grado, con la propria carica politica, di «assoggettare» l’economia, ovvero di rendere effettuale, con il potere politico, il controllo sociale su di essa, e di andare perfino al di là dell’interventismo statale contingente per giungere, attraverso la lotta contro le grandi concentrazioni di potere economico, fino alla dimensione del «piano». Uno Stato, quindi, non pensato attraverso lo statalismo giuridico formale, e che anzi da una parte è strumento, e pertanto realtà storica né prima né ultima – tale realtà è semmai, nella dimensione terrena, la per­sona ovvero il bonum humanum simpliciter –, ma che dall’altra si carica di una politicità che è anche socialità e moralità (non eticità nel senso gentiliano, certamente): la moralità della politica consiste nel combattere il male individualistico, l’egoismo, la cecità.

La prospettiva di Dossetti non è Stato-centri­ca. Semmai, sta nel rapporto con la trascendenza. L’ Assoluto, infatti, non è assente dalla riflessione di Dossetti ma non certo in modo tale da generare un fondamentalismo, sì piuttosto come una fonte d’ispirazione e di tensione o, se si vuole, come una fonte d’energia per un agire politico umano e con­creto, per quella “democrazia sostanziale” che è il volto storico del cristianesimo. L’apertura alla tra­scendenza è l’origine della possibilità che la libertà si apra all’altro, non si chiuda nell’egoismo. L’obiettivo politico di andare oltre la democrazia for­male borghese – una democrazia solo politica che lascia intatte le disuguaglianze e i centri del potere economico nella società, così che permane sempre la distanza fra istituzioni politiche democratiche e realtà sociale oligarchica – può essere posto, secondo Dossetti, soltanto attraverso una radicale reinterpretazione umanistica e cristiana della mo­dernità, del suo pensiero, dei suoi istituti giuridici, della sua alienazione strutturale. Una prospettiva che è certamente ispirata dalla dimensione religiosa ma non è per nulla ascrivibile a una teologia po­litica, neppure secolarizzata e democratica, perché ha la propria forza nella duplice consapevolezza dell’incompiutezza della dimensione terrena e del­la reciproca piena indipendenza di Stato e Chiesa, come recita appunto la Costituzione anche per impulso di Dossetti. Il rigore radicale di Dossetti è religiosamente generato: ma dalla religione la poli­tica trae la propria nobiltà e la propria doverosità, non certo soluzioni dogmatiche ai problemi della città dell’Uomo, soluzioni e problemi che vanno invece ricercate e individuati con lo strumento del sapere scientifico più avanzato.

Queste campiture intellettuali vanno contestualizzate storicamente. C’è in Dossetti – vicino, negli ultimissimi anni Quaranta e nei primissimi Cinquanta, a Felice Balbo – la percezione di una crisi agonica della civiltà occidentale, che si mani­festa, per lui, nelle trasformazioni dell’individuo, della società e dello Stato; una catastrofe che smen­tisce i presupposti e le finalità del liberalismo: con una panoramica di impressionante precisione e di lungimirante proiezione Dossetti vede infatti la scarsa efficienza del governo parlamentare, la sua incapacità di orientare responsabilmente la società, la debolezza dei partiti (tutti, con l’eccezione del Partito comunista, poco più che gruppi d’interesse), il dilagare della tecnica e della fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi politici, l’ingigantirsi della dimensione internazionale (nell’età in cui il mondo è diviso in due blocchi) come quella veramente centrale nella politica, l’affannarsi della politica domestica a inseguire (nella forma dell’assecondamento ben più che del governo) i fenomeni economici con un’attività normativa che trasforma la legge (che dovrebbe essere gene­rale e permanente) in una serie di provvedimenti instabili e contingenti, e infine l’inadeguatezza di un’amministrazione ancora tutta gerarchica (napoleonica, si potrebbe dire) davanti ai compiti nuovi. Insomma, la deriva della modernità razio­nalistica e liberale, e delle istituzioni statuali che ne sono nate.

Una crisi irreversibile, per Dossetti, appunto catastrofica, a cui il marxismo non è una risposta perché tutto interno all’immanentismo moderno, per quanto sappia cogliere alcune contraddizioni del liberalismo; e perché lontano dal metodo della libertà politica, eversivo nei contesti liberaldemocratici e totalitario nelle sue realizzazioni; incapace insomma di pensare veramente un ordine positivo e umano, oltre quello nichilistico e contraddittorio della modernità. Dossetti, quindi, combatte il mar­xismo, contesta la sua mitologia, ma a differenza dei conservatori non lo teme: semmai lo sfida in umanesimo, in radicalismo, in empito innovatore. Una crisi della modernità alla quale non è stata risposta adeguata il fascismo (anzi, troviamo in queste pagine un’esplicita tematizzazione della necessità di una formale conventio ad excludendum antifascista) ma neppure l’interclassismo o altre prospettive riformiste, subalterne al primato moderno dell’individuo e dell’economia, e alle sue contraddizioni (è presente una polemica anche contro Röpke, uno dei padri dell’ordoliberalismo). Fa eccezione il laburismo inglese, la cui vittoria elettorale nel 1945 Dossetti saluta con grande entusiasmo proprio perché vi vede non l’afferma-zione di un blando riformismo ma un evento che lungi dall’aggiungervi un capitolo mette, per lui, la parola fine al libro della modernità, lo chiude e ne apre uno nuovo. Una prospettiva un po’ forzata, evidentemente, ma indicativa di ciò che Dossetti chiedeva alla politica.

L’azione politica adeguata al superamento della crisi è stata la partecipazione di Dossetti alla Resistenza, alla Costituente, alla vicenda della Democrazia Cristiana. Un’azione politica incon­tentabile, accanita, impegnata e impegnativa, ma per nulla utopistica – chi conosce l’attività politica di Dossetti nelle due circostanze in cui è stato vi­ce-segretario della DC (documentate da ultimo in L’invenzione del partito, a c. di R. Villa), sa bene quanto duramente politica, concretamente pratica, e anche polemica, essa fosse. Un’azione che si è appuntata sulla costruzione dei prerequisiti della «democrazia sostanziale», ovvero in primo luogo a impiantare una Costituzione che non fosse un elenco di diritti statici ma che ne prevedesse ap­punto la finalizzazione a un umanesimo integrale, alla democrazia intesa come «massima espansio­ne della persona umana secondo i meriti». Una Costituzione progettuale, quindi, orientata dalle «norme di scopo» dei Princìpi fondamentali, per la cui formulazione Dossetti non ha avuto certo problemi a dialogare costruttivamente con Togliatti. Una Costituzione che prevede uno Stato forte, che tuttavia riconosca il pluralismo sia ideologico sia delle istituzioni sociali e politiche intermedie.

La sua parziale insoddisfazione, che serpeggia nella relazione del 1951, che gli fa considerare la Carta il «meno peggio» e non un compiuto «bene», deriva dalla circostanza che la spinta propulsiva di quella finalizzazione gli è parsa ben presto affievo­lita e che la concreta struttura dello Stato, dei suoi poteri, dei suoi organi, è rimasta più tradizionale di quanto egli avrebbe voluto, e di quanto reputava necessario a voltare pagina. Dossetti non temeva di ipotizzare un esecutivo ben più robusto di quello disegnato dai costituenti, e ben più lontano dai contrappesi del regime parlamentare, poiché era forte la sua idea di politica, il suo costruttivismo cristiano; come non temeva che lo Stato fornisse ai diritti individuali e collettivi garanzie fortemente gerarchizzate: erano proprio queste concretezze a fornire la possibilità che il popolo entrasse davvero, esistenzialmente, all’interno delle forme giuridiche democratiche, ne divenisse soggetto e non ne fosse oggetto. La politica italiana si stava sviluppando, a suo giudizio, in un contesto di involuzione com­plessiva e di affermazione dei vecchi poteri, molto abili a inserirsi nel mondo cambiato per perseguire con nuovi mezzi i propri vecchi fini di dominio. Era mancata insomma, dopo il grande sforzo reso­si necessario per superare con successo l’impianto formale liberale della Costituzione, la capacità, per lo Stato che voleva uscire dal proprio agnosticismo, di dotarsi non solo di nuovi fini personalistici ma anche di nuovi strumenti, di istituzioni nuove. Insomma, la lezione di Dossetti è stata imparata a metà: i cattolici hanno saputo apprendere a «non aver paura dello Stato», e a utilizzarlo ai propri fini – essenzialmente, a praticare la politica come freno della «inclinazione al male delle cose uma­ne», e promuovere il bene inteso come fioritura integrale della persona – ma non hanno saputo inventare le modalità istituzionali per appaesare il nuovo Stato in un mondo nuovo, per celebrare fino in fondo quell’alleanza fra cristianesimo e popolo che avrebbe dovuto sostituirsi alla vecchia alleanza fra Trono e Altare.

Sappiamo che fra il ‘51 e il ‘52 matura in Dossetti l’idea dell’insufficienza di una politica di “sinistra cristiana” – un’insufficienza generata dai ritardi della politica ancora ferma a un’età superata, quella del parlamentarismo, ma anche dalla divisione del mondo che spacca la politica italiana, e dalle chiusure della Chiesa; e sappiamo ancora che tale idea di insufficienza non spegne tuttavia la politicità intrinseca del suo pensiero, almeno fino all’esperienza bolognese del ‘56-’58, e al più tardo impegno sul Vietnam. E sappiamo infine che quando sul finire della vita Dossetti, che ne aveva criticato le debolezze, vide la Co­stituzione minacciata da tentativi di riforma che volevano segnare il trionfo, anche formale, della nuova realtà neoliberista nel frattempo sostituitasi a quella keynesiana, egli – che nella nuova passività promossa dal capitalismo sfrenato vedeva i rischi di un riaffacciarsi in forme nuove del vecchio fa­scismo – difese strenuamente la Carta che almeno incorporava, sia pure fornendo ad essi strumenti non adeguati, i princìpi fondamentali che orienta­vano lo Stato verso la “democrazia sostanziale”, e non facevano della repubblica la semplice custode degli assetti di potere delineati dalle libertà econo­miche. La democrazia sostanziale doveva rimanere quanto meno un progetto possibile, un orizzonte e un orientamento, e non essere cancellata dall’orizzonte, formale e progettuale, della politica italiana.

La preoccupazione di “ispessire” la demo­crazia, di disegnarla come una forma politica non semplicemente contrattuale o procedurale ma anzi di dare spazio, in essa, alla esistenza concreta di cittadini legati non solo dal contratto utilitaristico o dall’idea di giustizia, di pensarla quindi come la cornice del flourishing delle singole persone nei loro contesti culturali, è largamente diffusa anche nella filosofia politica contemporanea, che tuttavia resta in buona parte interna a un paradigma libe­rale allargato ad accogliere “valori”, e che quindi si differenzia, prevalentemente, dal pensiero politico di Dossetti, segnato da una verticalità e al tempo stesso da una concretezza sociologica che la filoso­fia politica contemporanea difficilmente persegue. Inoltre, i nostri tempi per molti versi – definitiva scomparsa dei partiti, personalizzazione integrale della lotta politica, crollo del comunismo reale, emergere delle questioni del multiculturalismo, in­cremento del peso della dimensione sovranazionale sulle politiche domestiche, parallelo rafforzarsi delle competenze securitarie degli esecutivi, crollo dell’idea di progresso, incremento delle disugua­glianze sociali, progressiva marginalizzazione del lavoro – sono lontani da quelli in cui nacquero le riflessioni e le posizioni qui raccolte. Ma per altri versi presentano sconcertanti analogie: la crisi del parlamentarismo, il tramonto della centralità politica della forma-legge a favore del decreto o del provvedimento, e in generale la rinuncia della politica a governare il presente secondo categorie e fini esterni alle logiche economiche, e a istituire al­ternative: una rinuncia che si è rovesciata ai nostri giorni nell’ideologia dell’assecondamento politico del capitalismo come unica forma possibile e pen­sabile della società, e che ha come obiettivo una pseudo-democrazia apolitica, risolta nelle proce­dure tecniche di valorizzazione e nella rimozione degli ostacoli al pieno funzionamento del capitale nella sua presunta neutralità. Con il risultato che la libertà è finalizzata non al fiorire della persona nell’uguaglianza, secondo i meriti di ciascuno, ma al profitto di pochi.

Certo, nel pensiero di Dossetti echeggia una stagione di quasi-onnipotenza della politica, una stagione in cui la politica credeva ancora in se stessa come principale potenza trasformatrice; una stagione che sembra ormai trascorsa. Nondimeno, la sua lezione è di impressionante attualità. Vi sono, indubbiamente, in primo luogo, una precisione concettuale, un rigore categoriale, una sostenutez­za dell’argomentare, che hanno una trattenuta ma potentissima capacità espressiva e che emanano una limpidezza morale che incute vero rispetto. Senza che assuma movenze fanatiche, in Dossetti la politica diventa un dovere, e proprio per questo egli può ricercarne il potere: per capacità analiti­ca, per realismo e senso pratico, per ispirazione spirituale, Dossetti va ben oltre l’indignazione, attitudine un po’ facile e a volte paradossalmente disimpegnata.

Ma, ancora più concretamente, alcuni degli obiettivi che egli si pone sono condivisibili da chi affronta in modo critico le questioni politiche dell’oggi: ridare alla politica la capacità di essere un’interrogazione sui fini della società e non solo un assemblaggio di disuguaglianze coperte dall’uguaglianza formale di diritti più o meno ca­suali; perseguire quindi una non estremistica ma radicale politicizzazione della società, nel senso che la politica (lo Stato) sappia dirigere la società individuando e sollecitando in essa, con metodo democratico, ragioni e forme, diritti e poteri; im­maginare infine una democrazia che non si limiti a essere metodo – infatti, quando la democrazia vuol essere soltanto tale, lo stesso metodo (la legalità) non viene rispettato e si rovescia in informità, in eccezione permanente – ma voglia invece essere energia politica di confronto e di competizione, e costituire la forma giuridica di sostanze storiche e di concretezze sociologiche.

La consapevolezza che la politica è potere di governo carico di responsabilità e di finalità, che senza politica non c’è democrazia umanistica ma solo l’ordine non umano della tecnica e la pro­spettiva inumana della sopraffazione universale, è il senso più radicale della posizione politica democratica di Dossetti. La quale è stata una possibilità che, per quanto non certo inerte, non è divenuta pienamente realtà, a suo tempo, benché abbia fecondato parte della riflessione e dell’azione della sinistra cristiana nell’Italia del dopoguerra. Una possibilità che – in dialogo con la laicità più pensosa e meno ideologica, con il pensiero critico più responsabile e meno “alla moda” – dovrebbe ancora essere coltivata perché si inneschi quel grande ripensamento della democrazia di cui il nostro Paese mostra di avere oggi un così grande bisogno. Un ripensamento che tragga origine dalle potenzialità che, anche per opera di Dossetti, sono implicite nella Costituzione, e che, anziché “supe­rarle”, le renda finalmente realtà.

 

Prefazione a G. Dossetti, Democrazia sostanziale, a cura di Andrea Michieli, Marzabotto, Zikkaron, 2017.

L’Italia instabile e bloccata

L’Italia esce dalla XVII legislatura non meglio di come vi era entrata. Alcuni risultati macro-economici migliori (il Pil, gli occupati) non bastano a smentire questa affermazione: la crescita del Pil va a beneficio solo dei ricchi; gli occupati sono calcolati in modo ingannevole – basta un’ora di lavoro per essere definiti tali – e vanno ben distinti dai posti di lavoro, che sono in numero ben minore e, quelli nuovi, in maggioranza di cattiva qualità. La ripresa, modesta, è trainata dalle esportazioni e non dalla domanda interna: aumentano i poveri, aumentano gli emigrati, aumenta la sfiducia nell’oggi e nel domani. Gli incentivi alle assunzioni non hanno rilanciato l’economia; i bonus da 80 euro non hanno alimentato la domanda; le tutele crescenti restano una promessa e solo le tutele mancanti, l’abolizione dell’art. 18, sono una realtà. Come sono una realtà le crescenti disuguaglianze, economiche e sociali, riferite non solo ai redditi ma anche alle distanze generazionali, all’istruzione, al genere, al cleavage Nord-Sud, all’accesso alla sanità, alla speranza di vita.

Il nostro sistema economico non è ancora in grado di generare occupazione, benessere, ragionevole sicurezza materiale, fiducia nel presente e nel futuro. Questa performance insoddisfacente è dovuta a debolezze di lungo periodo che non si è riusciti a sanare – la Pubblica amministrazione irriformata, l’Università senza una precisa linea di sviluppo, il sistema politico disarticolato e privo di un principio d’ordine, le istituzioni in preda all’affanno –; e queste sono colpe dell’Italia. Ma non si dimentichi che il vincolo esterno dell’euro – voluto a suo tempo più dalla sinistra che dalla destra – esige alcune condizioni inderogabili: l’euro è una macchina deflattiva rivolta contro l’inflazione con cui si è chiuso il ciclo keynesiano; l’euro implica una lettura organicistica e non conflittualistica della società e dei rapporti economici; l’euro implica un’economia dell’offerta e dell’esportazione, non della domanda; l’euro richiede una grande moderazione salariale e una sottomissione di fatto del lavoro alle compatibilità del modello economico, che vuole il lavoro diviso (anche giuridicamente spezzettato), insicuro, flessibile – oltre che relativamente scarso –; l’euro vuole una politica forte il cui obiettivo è di garantire, attraverso la stabilità del sistema politico e attraverso rigide discipline di bilancio, l’irrevocabilità dei meccanismi economici sottostanti, con esclusione di politiche pubbliche non conformi, ossia anticicliche e di deficit spending. L’euro è un’idea e una pratica di società e di politica, oltre che di economia; è una grande decisione, che è stata presa con il Trattato di Maastricht e poi continuamente confermata fino a Lisbona: è stato il prezzo pagato per trattenere la Germania unificata saldamente legata all’Europa, e per dare a questa una chance di sopravvivere nell’economia globalizzata – mentre per la presenza politica dell’Europa sullo scenario mondiale non c’è al momento nulla da fare: gli interessi nazionali appaiono ancora determinanti –.

Tutto ciò serve a indicare il tema di fondo del momento politico; da una parte l’Italia è percorsa da uno sconforto che è anche uno scollamento fra politica (titolare del potere d’indirizzo del Paese) e buona parte dei cittadini (che non si sentono per nulla indirizzati verso il meglio), e su questo sconforto rabbioso e rassegnato si innescano fenomeni di protesta, di risentimento contro tutte le élites, di populismo, che hanno chiare declinazioni antisistema e anche antidemocratiche (l’incremento delle destre estreme è dovuto a quello che è percepito come il fallimento economico della democrazia, a cui si aggiunge la questione dei migranti); dall’altra nessuna forza che abbia qualche chance di esercitare un ruolo politico influente può davvero permettersi una vera radicale rottura con l’establishment economico italiano ed europeo. Tanto la Lega quanto il M5S hanno non a caso messo la sordina (senza però eliminarla del tutto) alla polemica anti-euro: la moneta unica è con tutta evidenza il moloch a cui nessuno osa davvero fare guerra, benché molti siano consapevoli dei suoi alti costi sociali. La polemica fra europeisti e sovranisti si depotenzia parecchio, quindi, proprio in vista delle elezioni, quando ci si sarebbe aspettato un suo rinfocolarsi – aspettativa sensata solo se l’opzione sovranista avesse qualche grado di praticabilità. Il che non è –.

Riappare quindi il cleavage destra/sinistra che a molti sembrava riassorbito all’interno dell’altro, Europa/Stato. Ma riappare a ben guardare anch’esso depotenziato: non è in gioco una scelta di civiltà, una decisione fra modelli di società, ma la gestione della decisione già presa, quella appunto a favore dell’euro e a ciò che esso implica; una gestione che certamente può presentare declinazioni differenti – come la maggiore o minore attenzione a temi non economici quali i diritti civili; oppure, nell’ambito economico, come il privilegiare politiche di incentivi diretti per le assunzioni nell’economia (Renzi), o politiche di investimenti pubblici (la sinistra), o politiche finalizzate alla crescita da cui deriverà poi maggiore occupazione (FI); oppure ancora come le più o meno credibili o estemporanee promesse di attenuazione della pressione fiscale (la destra) o di lotta all’evasione (la sinistra), o di implementazione del reddito di cittadinanza (M5S e FI) –; ma tutto ciò resta all’interno di ciò che per l’establishment è compatibile. In sostanza, destra e sinistra si contendono oggi il potere con l’identico scopo di proteggere, rassicurare, difendere i cittadini dagli effetti più duri di un sistema economico che resterà duro e generatore di disuguaglianze – magari da attenuare ma non certo da colmare –; cioè con lo scopo di apportare correttivi (maggiori o minori) ad alcune leggi sistemiche particolarmente odiate, come il jobs act, la buona scuola, la legge Fornero, e di negoziare con le autorità comunitarie deroghe agli obblighi di bilancio. I mezzi proposti sono diversi, ma identica è la consapevolezza che sui fini non si può più discutere, e maggioritaria è anche la fiducia che, con opportune riforme, il sistema economico possa non essere distruttivo di se stesso e della democrazia; e soprattutto identica è la speranza che la vitalità e la “civilizzabilità” dell’euro, il suo costituire il possibile fondamento di un ordinato vivere civile e di non essere moltiplicatore di contraddizioni e di angosce, sia percepito anche dai cittadini, che quindi passino in tempi brevi dalla sfiducia, ora conclamata, nella politica e nell’economia, alla fiducia (o, almeno, al timore del peggio davanti a offerte politiche troppo radicali).

E anche la richiesta di discontinuità, avanzata dalla sinistra, è più rivolta contro lo stile renziano, contro una politica troppo autosufficiente, divisiva e personalistica ai limiti dell’avventurismo, che non contro le logiche del sistema, di cui si tenta una ridefinizione in senso socialdemocratico – ma se un certo riequilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro è forse attuabile, se un’inversione di tenenza nelle politiche pubbliche è forse possibile, certo un deciso ritorno a Keynes e allo Stato sociale, in un solo Paese, è improbabile; e il superamento dell’orizzonte capitalistico è una mera utopia –. In realtà, tutte le forze d’opposizione – destra, M5S, LeU – sono attraversate ciascuna, più o meno visibilmente, da una frattura tra coloro che con le logiche del sistema, opportunamente riformate, vengono a patti e coloro che invece continuano a farsi portatori di una ribellione più profonda (per la sinistra ciò implica una divisione interna sui rapporti col Pd). Il che lascia supporre un dopo-elezioni all’insegna di probabili scissioni di quegli stessi cartelli elettorali che oggi agli elettori si presentano uniti. E ciò senza dubbio è nella logica di un sistema parlamentare, tanto più se proporzionale, ma certo non aumenterà la legittimazione del ceto politico agli occhi dei cittadini.

Si è detto che la grande crisi apertasi nel 2008 ha trasformato la politica-spettacolo in politica dell’identità, e i partiti elettorali pigliatutto in partiti di ascrizione, anche se non più attorno alle ideologie. In realtà è più corretto dire che la già esile trama del legame sociale si è strappata ancora più profondamente, e che la società si presenta ora come un agglomerato disomogeneo di gruppi poco comunicanti, a cui cercano di dare voce i partiti. Che quindi devono assecondare il pluralismo sociale, ma che certo non conferiscono identità politica ai diversi gruppi quanto piuttosto offrono loro un logo, uno slogan, un volto, per racimolare qualche voto. Il sistema politico è instabile e debole poiché lo è la società. E i partiti sono assertivi nel proclamare la propria presunta identità, anche con esagerate offerte propagandistiche, ma cauti nel prendere impegni perché consapevoli della propria debolezza a fronte della forza dei poteri che strutturano – o destrutturano – il Paese. Del resto, il peso della divisione sociale si è imposto come fattore politico reale quando il rozzo tentativo di supplire, attraverso l’artificio del ballottaggio, la stabilità politica assente è stato bocciato proprio dal confluire contro Renzi e il Pd di tutto il restante arco politico: non si è trattato di uno scontro fra due fronti, ma del rifiuto della riduzione al vecchio Due di quel Tre – la terza gamba è nata proprio grazie alla protesta larghissima degli italiani –. La riforma dell’Italicum, e della Costituzione, era troppo estranea a quello che ormai è diventato il Paese: non tanto perché negava delle identità politiche, che di fatto non ci sono, ma perché non rispettava divisioni ormai divenute strutturali, per sanare le quali ci vuole ben altro che una riforma elettorale. Ci vogliono risultati concreti (posto che siano mai possibili) di stabilizzazione sociale e di ricostituzione della fiducia – non solo proclamati dai vari Dulcamara in circolazione, ma reali, e soprattutto percepiti come reali dai cittadini –. Certo, una legge elettorale migliore del Rosatellum avrebbe aiutato, ma era obiettivamente difficile da realizzare.

Da ciò si comprende sia la duplicità della campagna elettorale – gridata e al contempo priva di idee realmente alternative – sia l’instabilità del quadro politico, che ha un’origine profonda nella sofferta struttura economica e sociale del Paese, sia l’esito prevedibilmente conservativo (un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, secondo l’esito numerico) del test elettorale di marzo per quanto riguarda il modello economico che a differenza di quello politico non è, se non marginalmente, una variabile. Il che è certo nel caso di una vittoria netta della coalizione di destra, e anche nel caso delle larghe intese (o Grande Alleanza) – la vittoria di una inesistente coalizione di centrosinistra è fuori discussione –, mentre solo un’ipotesi di alleanza fra M5S e LeU (o Lega) potrebbe forse avere un valore di (scomposta) scossa sistemica, posto che queste formazioni non si spacchino davanti alla sfida di un governo di vero cambiamento (e in che direzione, poi, non è dato prevedere, poiché Lega e LeU non hanno certo la stessa valenza politica), che incontrerebbe in ogni caso ostacoli insuperabili a livello europeo.

Nel complesso, la riduzione del ventaglio delle prospettive politiche sembra evidente – un deficit di pensiero e di azione – e al contempo è certamente angosciosa, perché si fonda non sul raggiungimento di una prospettiva di sviluppo, ma solo sulla mancanza di alternative, teoriche e pratiche, a uno status quo al contempo instabile politicamente e socialmente, e bloccato economicamente – sia perché immaginato e proposto come privo di alternative, sia perché portatore di uno sviluppo di fatto insostenibile –. E non a caso con la legge «sblocca Italia», si è più che altro aumentata l’instabilità sociale perché si sono privilegiate le logiche economiche meno riguardose degli equilibri territoriali. Sbloccare l’economia dalle proprie interne coazioni per non distruggere la società è, del resto, un’esigenza non solo italiana: anche le magnifiche sorti dell’eurozona, con la crescita economica al 2,5%, è minacciata da una possibile bolla finanziaria per la liquidità generata dalla Bce, e in ogni caso si fonda sulla crescita della produttività e delle esportazioni, non su una prospettiva di maggiore equità sociale.

Con ogni evidenza non è questo un compito che l’Italia può addossarsi da sola: è però in suo potere cercare di recuperare – all’interno dei margini offerti dal sistema economico, e anche forzandoli per quanto si può –, la solidità del proprio impianto statuale, politico, amministrativo, scolastico, oltre che la stabilità della propria società, per potere godere di una crescita più energica di quanto ora non avvenga, e per potere da qui avere maggiori margini di ricostituzione della forza del lavoro e di giustizia sociale. Crescita economica per rendere possibile una crescita sociale grazie a una politica progressiva, quindi – sentiero stretto ma obbligato –, e anche per potere così esercitare un peso maggiore a livello europeo, per correggere lì i trend attuali, ora favorevoli solo ad alcuni Paesi; per modificare lì l’idea e la realtà dell’Europa. Infatti, il peso internazionale delle compagini statuali è ben lungi dal diminuire: la Ue è di fatto costituita da Stati, e l’accordo franco-tedesco, ormai giunto a maturazione, ci dice che quanto più gli Stati sono efficienti tanto più hanno la capacità di orientare le politiche comunitarie. E non è un caso che dalla ideazione e dalla formulazione di quell’accordo l’Italia sia stata esclusa, e le sia stato offerto un accordo-bis con la Francia; mentre un obiettivo che dovremmo porci è un sovranismo realistico, o meglio un neo-statalismo democratico, in vista di un europeismo non subalterno né velleitario.

Abbiamo insomma davanti a noi il compito di stare in questo tempo nel modo migliore, senza illusioni di radicale discontinuità, ma con la consapevolezza che qualcosa la politica può fare per sanare le ingiustizie più smaccate, le disuguaglianze più avvilenti, le inefficienze più clamorose; e che molto si deve lottare per evitare il rischio della decadenza economica, civile e culturale, e perfino del fallimento della democrazia. Rischi incombenti, che vanno nominati e guardati in faccia, da cui non ci solleveranno né le promesse degli imbonitori, né i melliflui canti delle sirene che dicono che tutto va bene, né le urla inarticolate delle arpie.

Sessant’anni fa, la campagna elettorale del 1958 fu impostata dalla Dc sul motto “progresso senza avventure”: era uno slogan conservativo, perché rassicurava l’elettorato che l’apertura a sinistra non sarebbe stata all’ordine del giorno ancora per un po’, e che il miracolo economico sarebbe stato rafforzato e non interrotto. Ma all’interno del sistema politico si agitavano alternative (non rivoluzionarie, certo, ma progressive), che maturarono nella legislatura successiva con i governi di centrosinistra. Oggi, semmai, con uno scatto che faccia uscire la campagna elettorale dalla miseria argomentativa in cui giace, si dovrebbe cercare di convincere l’elettorato che il regresso può essere fermato, e che la politica sa ancora non solo assecondare i trend economici ma anche governarli, con realismo ma senza timidezze, con idee e con energia. Che l’Italia può, senza avventure, tentare l’avventura di sincronizzare la politica, la società, l’economia; di stabilizzarsi (socialmente) e di sbloccarsi (economicamente) al tempo stesso.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Appunti di cultura e politica», 1, 2018, pp. 29-33

Intervista sulla sinistra

Intervista con Francesco Nurra

 

 

Sembra che in Italia chi è interessato alla politica debba necessariamente affidarsi alla logica della leadership del cosiddetto «uomo solo al comando»? Quali sono secondo lei le cause politiche e storiche di questa scelta?

Bisogna sfatare la tesi che a sinistra non esista una tradizione di leadership forti e anche carismatiche. Da Gramsci a Togliatti a Berlinguer, solo per restare in Italia, abbiamo esempi dell’esatto contrario. Ciò a cui oggi assistiamo è in realtà il susseguirsi di tentativi di leadership prive degli altri fattori essenziali della politica: cioè prive di idee, di partiti organizzati, radicati e partecipati, e prive di ceti dirigenti sperimentati. Leadership solitarie, insomma, che si affidano a un rapporto immediato ed emotivo con una massa di cittadini disorganizzata e utilizzata soltanto nella fase del voto, e che non si confrontano con i gruppi dirigenti ma che si affidano alla collaborazione di un ristretto «seguito», ovvero a un «cerchio magico» di fedelissimi. Se ci chiediamo perché ciò avviene, non possiamo che rispondere che questa deriva leaderistica e personalistica è il più vistoso effetto della crisi dei partiti, innescata decenni fa nel nostro Paese tanto dalla mancanza di alternanza e dalla conseguente endemica corruzione quanto dall’affermarsi di mezzi di comunicazione (televisione e rete) che rendono la mediazione partitica obsoleta fornendo ai cittadini-spettatori l’illusione della democraticità e della partecipazione. Naturalmente noi sappiamo che appunto di illusioni si tratta, che quei nuovi mezzi di comunicazione sono di proprietà privata e che hanno come esito la manipolazione, la solitudine, la mancanza di confronto e di spirito critico; che assecondano e approfondiscono la scomparsa della dimensione pubblica; che la politica va fatta da persone in carne e ossa che si incontrano per ragionare e per deliberare, costituendo così la «pubblicità»; e che al potere economico, per sua natura oligarchico e non democratico, si può opporre solo un potere politico fatto di istituzioni democratiche e di partiti organizzati. E sappiamo anche che a questa prospettiva si oppongono i poteri che hanno contribuito, con i media da loro controllati, a screditare la politica istituita per consentire il mantenimento dello status quo in quanto presunto privo di alternative

Riguardo all’ultimo referendum costituzionale, lei ha affermato che si trattava unicamente di una formalizzazione delle pratiche già attuate in Parlamento; in altre parole, il ruolo del Parlamento è esautorato da prassi meramente incentrate sull’azione del governo a discapito di un Parlamento senza alcuna capacità di azione politica: si è insomma nel pieno di una oligarchia governativa. Le sembra che dopo il referendum del 4 dicembre sia cambiato qualcosa? Crede che chiunque vada al governo segua questa prassi ormai consolidata?

La crisi del Parlamento, l’istituzione centrale della moderna democrazia rappresentativa, precede addirittura la crisi dei partiti. Sono stati i partiti, nel secondo dopoguerra, a rivitalizzare il Parlamento che non aveva retto la sfida dell’ingresso delle masse in politica e che era stato completamente asservito dai regimi totalitari. E con la crisi dei partiti degli anni Ottanta anche il Parlamento ha conosciuto una nuova obsolescenza e una perdita di centralità politica a tutto vantaggio del governo. Si tratta di un trend comune all’Occidente, ma accentuatissimo in Italia, dove la critica al parlamentarismo è sempre stata forte, con l’eccezione parziale di una ventina d’anni nel secondo dopoguerra, in chiave tanto di qualunquismo plebeo quanto di efficientismo tecnocratico quanto di autoritarismo repubblicano-gaullista. E non a caso la nuova critica al Parlamento – implicita nelle riforme bocciate il 4 dicembre, che trasferivano anche formalmente tutto il potere al governo – riecheggia, per chi le conosca, queste tradizioni anti-parlamentari, a cui aggiunge nuova virulenza l’esasperazione dei cittadini per i presunti privilegi dei parlamentari. Una indignazione nel merito fuori posto, ma giustificata dal fatto che è a tutti evidente che il Parlamento non sta facendo ciò che dovrebbe: che non rivendica il ruolo (che gli spetta) di centro del sistema politico, e si lascia guidare dal governo (il quale è certamente di fiducia del Parlamento, ma a quest’ultimo, oggi, ha di fatto sottratto l’iniziativa legislativa) e da poteri extraparlamentari come come i «capi» di forze politiche (di partiti personali, in realtà) che dall’esterno del Parlamento pretendono di deciderne le sorti. Come si è visto nella recente vicenda della legge elettorale a cui solo il voto segreto ha potuto mettere un freno, pur senza che dal Parlamento sia partita una proposta alternativa al patto dei «quadrumviri». È chiaro che a un Parlamento così debole i cittadini non perdonando nulla, e che anzi ne mettono in discussione la legittimità.

Si parla spesso di un impoverimento della cultura dei parlamentari italiani. Lei ritiene che si possa parlare di un impoverimento culturale all’interno delle ultime legislature rispetto a quelle, ad esempio, della Prima repubblica? Come contrastare questa deriva?

L’impoverimento culturale dei parlamentari rispetto alla Prima repubblica è del tutto evidente: è sufficiente confrontare i discorsi parlamentari della Prima repubblica con quelli attuali. La povertà del linguaggio, le difficoltà argomentative, l’orizzonte storico e intellettuale ristretto, balzano agli occhi – sono pochissime le eccezioni –. Non solo tutta la società è più incolta – poiché la scuola trasmette forse nozioni ma certo non solide basi di pensiero critico –, ma si sono anche interrotti i tradizionali canali di formazione dell’alta cultura (quella che dovrebbe appartenere a un parlamentare, che non deve essere un professore ma che non può neppure essere uno studente fuoricorso o un chiacchierone da bar) e anche i canali di formazione dei ceti politici (scuole di partito, centri studi, cursus honorum giudiziosamente graduali). Il fatto è che l’attuale forma economica e l’attuale società non vogliono – e quindi non preparano – né ceti intellettuali critici e autorevoli né politici autonomi culturalmente: semmai, vogliono pochi «specialisti», tecnici affidabili che stiano al loro posto; e ne vogliono pochi, perché preferiscono avere a che fare con masse poco colte, immerse nel mondo virtuale e quindi prive di profondità storica, e facilmente aizzabili, con pochi slogan plebei, contro le élites (come dimenticare i «professoroni» di Renzi?).

Ritiene, Galli, che uno dei motivi di sconfitta dei partiti di sinistra risieda anche nel deficit organizzativo interno in merito alla politica di formazione stabile dei futuri quadri e dirigenti? Lo spostamento della formazione da funzione dell’organizzazione del partito a funzione culturale dello stesso può avere contribuito, oltre che a impoverire la qualità dei quadri, anche a rispostare sui ceti borghesi di sinistra piuttosto che sulle classi più umili l’orientamento dei partiti di sinistra?

La sinistra è stata sconfitta dalla Quarta rivoluzione del Novecento, il neoliberismo, perché dapprima non ha visto arrivare la nuova iniziativa capitalistica, la nuova forma sociale ed economica che avanzava, e perché non ha saputo valorizzare la posizione di forza raggiunta a metà degli anni Settanta (alla quale ha appunto reagito il capitale). E perché, in seguito, ha salutato come un evento positivo – non con realismo, quindi, ma con ingenuità unita a masochismo – il neoliberismo, la globalizzazione e lo pseudo-individualismo che l’ha accompagnata, e l’attacco al pensiero critico e al pensiero dialettico: e così ha accettato l’autorappresentazione ideologica del capitale nella sua nuova forma, illudendosi di correggerne le asprezze con la cosiddetta «terza via». In realtà, ha attivamente contribuito alla deregulation che, distruggendo l’equilibrio di Bretton Woods, ha minato il terreno che aveva reso possibile il «compromesso socialdemocratico», la maggiore conquista politica e sociale della sinistra in Occidente: la sinistra ha creduto che la globalizzazione capitalistica estendesse la platea del ceto medio creato dalle politiche keynesiane e non ha capito che l’obiettivo del neoliberismo era ed è distruggere il ceto medio, trasformandolo in una massa di indebitati insicuri (e lo stesso vale per gli strati superiori dei ceti operai). La sinistra ha assecondato l’individualizzazione della società, senza capire che per tale via passava una delle conquiste più importanti del neoliberismo: la scomparsa della dimensione pubblica. La sinistra ha fatto propria la critica neoliberista dei partiti e dei corpi intermedi, con un atteggiamento del tutto suicida. Insomma, la sinistra ha assecondato acriticamente lo spirito del tempo senza nemmeno capirlo, assumendo su di sé le compatibilità del capitale, elevando il mercato a regola e fondamento della società, e così ha perso il luogo, il modo, lo scopo della propria esistenza politica, non ha elaborato analisi sulle contraddizioni della nuova fase del capitalismo e anzi ha negato valore alle categorie intellettuali che potevano sostenere la critica al presente stato di cose. L’autodefinizione della sinistra, oggi, è ridotta a un timido riferimento a «valori» talmente generici da risultare politicamente inutili, e l’affermazione, peraltro sempre smentita nei fatti, che «sinistra è stare dalla parte degli ultimi» – tesi estranea alla tradizione della sinistra, che si è sempre posta il problema di capire i meccanismi strutturali che portano al formarsi di ceti che sono «deboli» pur essendo centrali nel sistema produttivo, e che si è sempre data la finalità di trasformarli in soggetti politici protagonisti della storia –.

Ritiene che le categorie gramsciane siano ancora valide per l’analisi della situazione attuale? Lei come spiegherebbe alcuni fenomeni odierni attraverso il pensiero di Gramsci? Se può, fornisca degli esempi.

Sono molte e assai variegate le categorie gramsciane. In generale, va ricordato che Gramsci pensava il suo tempo, ovvero la scelta del capitalismo di abbandonare il liberalismo e di darsi forme autoritarie – sotto la pressione di trasformazioni del regime di fabbrica (il fordismo), dell’avvento politico delle masse (il nazionalismo e il socialismo) e della grande crisi economica –. Davanti a queste grandi trasformazioni Gramsci ha capito che doveva competere con esse alla loro stessa altezza; che non doveva ritrarsi in una riserva indiana, politica e intellettuale; che doveva re-interpretare l’auto-interpretazione del capitalismo, ovvero doveva prendere sul serio il suo modo di produzione, la sua politica, la sua società , la sua storia, la sua cultura, per coglierne le contraddizioni determinate, e riscrivere così la storia da un punto di vista alternativo eppure concreto, non utopistico; che doveva anche riscrivere l’agenda della sinistra, puntando a fare uno Stato nuovo, democratico (a egemonia proletaria), e a uscire da ribellismi e mitologie rivoluzionarie. Pensiero e azione, volontà e progetto, storia e decisione, si uniscono in una prospettiva politica e filosofica originale, nata in una tragica sconfitta, dentro un carcere, eppure capace, già a meno di dieci anni dalla morte di Gramsci, di costituire una delle colonne portanti del primo Stato democratico della storia d’Italia. Gramsci pensava a una politica fortissima, capace di cambiare il mondo; non a rispettare le compatibilità del capitale (a conoscerle, sì). Fare paragoni con l’oggi è impietoso: Gramsci non si sarebbe sognato di pensare a un partito «leggero», a gruppi dirigenti improvvisati, alla sottovalutazione della cultura da parte dei dirigenti politici; non avrebbe mai abbracciato una interpretazione non conflittuale della società: pur nella sua prospettiva nazionalpopolare di ricostituzione di una società larga, pensava all’esigenza di un’egemonia che la orientasse, di una politica specifica che la guidasse. Pur non indulgendo alla critica della tecnica, non pensava che la politica dovesse cederle il passo. Tenere fermo tutto ciò in un’epoca diversa, la nostra, caratterizzata da un diverso impianto della produzione, nell’età non della meccanica e del fordismo ma dell’elettronica e del lavoro spezzettato, in una società non dei partiti ma degli individui (o presunti tali), nell’età della globalizzazione che ha cambiato il rapporto fra Stato ed economia, non è facile. E richiede imponenti supplementi d’analisi. Ma l’idea che la sinistra tragga senso dal proporsi come alternativa ai rapporti economici e politici attuali, sulla base di una soggettività collettiva impegnata in un’azione emancipativa, ovvero che la sinistra sia una ripoliticizzazione conflittuale della società e in prospettiva dello Stato, non può essere dismessa, pena l’adesione di fatto ai postulati del potere liberista (che cioè la società non esiste, che il mercato è il supremo regolatore delle nostre vite e che le sue compatibilità sono indiscutibili, che non c’è alternativa, che non c’è conflitto di classe, che la disuguaglianza è un bene, che la democrazia è un lusso tendenzialmente superfluo). Come si vede, se si accettano queste premesse la sinistra è da rifare.

Socialismo sono i lavoratori che si impadroniscono dei mezzi di produzione. Lo statalismo ha prodotto l’URSS. C’è un’alternativa?

Se la contraddizione centrale del capitalismo è l’appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto, e se quindi non si può dismettere la prospettiva di una «società regolata», diversa da quella giungla che è oggi la nostra società, ciò non implica che la soluzione sia l’economia di comando in stile sovietico, con quanto ne è conseguito sul piano politico. La politicizzazione della società, a partire dai rapporti economici, è il vero obiettivo, il che equivale a impedire all’economia di presentarsi come forza autonoma valida in ultima istanza per l’intera società, e di far valere incondizionatamente gli interessi privati che essa incorpora in sé. Si può rilanciare il conflitto sociale, che ha mille motivi di manifestarsi; si può allargare l’intervento economico dello Stato, per quanto riguarda sia gli investimenti sia la fiscalità volta alla redistribuzione (senza la quale la crescita del Pil, se c’è, non ha positivo rilievo sociale); lo Stato – che può essere democratizzato, sia pure a fatica, mentre il mercato in quanto tale non può esserlo – può orientare lo sviluppo in una direzione o in un’altra; ambiti significativi della società possono essere sottratti all’imperativo economico e indirizzati alla piena crescita umana (scuola, sanità, beni culturali e ambiente). Soprattutto si tratta di rivalutare la dimensione pubblica (statale o collettiva, ovvero attraverso partiti e movimenti) come orizzonte di sviluppo della civiltà, che è oggi immiserita nell’angustia di un individualismo patologico e ossessivo, che peraltro viene ogni giorno smentito dal prevalere di giganteschi poteri sulle persone reali. Un’impresa di liberazione dell’uomo dalle maglie del pensiero unico e dallo sfruttamento colonizzatorio di ogni spazio vitale, ossia un’impresa di esplicito riconoscimento e di realistico contrasto delle attuali forme di «reificazione attraverso la individualizzazione subalterna», con l’obiettivo finale che gli uomini e le donne vivano in una società di cui si riconoscano autori e protagonisti, e che non gravi su di essi come una oscura forza naturale: questa è la linea strategica della sinistra, oggi. Obiettivi umanistici, quindi, perseguiti con cultura critica, serietà organizzativa, tenacia strategica, conflittualità non occasionale. L’URSS, da parte sua, è parte di una storia di liberazione che si è presto impigliata nell’oppressione per cause storiche sia remote sia contingenti: col suo comunismo militarizzato è stata un mito, ma non è un destino. I tratti illiberali della sinistra sono in linea di principio accidentali, per quanto gravi e frequenti, e non derivano necessariamente dalla sua critica al liberalismo, che è una critica di superamento, non di negazione.

In quello che sembra un ritorno al protezionismo e a un’idea degli Stati-nazione e dei confini come perno dell’agire politico, quali proposte può avanzare la sinistra del XXI secolo all’interno di questo scenario? Esiste, secondo lei, uno spazio politico per la sinistra all’interno di questo contesto?

Sono un convinto statalista. Delle grandi costruzioni della modernità – oltre allo Stato, il mercato, il partito, la tecnoscienza – lo Stato è l’unica (insieme al partito, ma meglio di questo) che, con enorme fatica e non senza contraddizioni, può essere democratizzata. La sinistra è nata anche contro lo Stato, strumento di dominio e di oppressione dei ceti padronali; ma si è presto conciliata con lo Stato, che, una volta governato da partiti di sinistra, si è dimostrato una potente macchina di inclusione sociale degli strati deboli della popolazione e di produzione di maggiore uguaglianza sociale. Lo Stato non esaurisce la politica e non coincide con tutta la sfera pubblica; ma ne fa parte integrante, e la sua obsolescenza è molto più una interessata narrazione neoliberista che una verità assodata. Se è vero che il livello dell’azione politica è nelle periferie delle città, nei movimenti transnazionali e nelle istituzioni sovranazionali, è anche vero che se non può contare sul potere dello Stato, e anzi se lo ha contro, la sinistra non ha né presente né futuro. È solo grazie allo Stato, e al partito che ne controlla democraticamente i poteri (ma non quello giudiziario), che si può istituire un credibile argine al dilagare del potere economico e mediatico. Solo agendo sul potere politico-statale si può aprire una breccia nel conglomerato di politica, economia, narrazione, che è il blocco onni-inclusivo del potere contemporaneo. Ed è vero, infine, che anche la prospettiva politica più ardita (e improbabile) che possiamo intravedere, cioè gli Stati Uniti d’Europa, ha senso solo se esistono, appunto, gli Stati contraenti con la loro volontà politica. Ed è vero, per converso, che il globalismo di sinistra rischia di essere l’altra faccia del globalismo come è narrato dal capitale – che in realtà da parte sua, nonostante la propria proclamata autosufficienza, dello Stato si serve abbondantemente (e non potrebbe essere altrimenti) e sempre di più si servirà – naturalmente in una versione penale ed emergenziale da rifiutare in toto – proprio per il relativo raffreddarsi della globalizzazione e per l’emergere in essa di linee di conflitto politiche che vedono coinvolti sia Stati sia bande armate post o pre-statuali -.

Quali testi e autori consiglierebbe a chi volesse intraprendere lo studio della Storia delle dottrine politiche? Quali invece a chi voglia avvicinarsi a una politica di militanza? Se oggi lei fosse direttore di una scuola politica simile a Frattocchie, su quali autori indirizzerebbe l’attenzione dei suoi allievi?

Secondo una celebre affermazione di Engels, il movimento operaio è l’erede dell’illuminismo francese, dell’economia politica inglese, della filosofia classica tedesca. Cioè deve essere all’altezza dello sviluppo intellettuale più avanzato della modernità, per reinterpretarlo in chiave emancipatoria. Oggi, la sinistra – che essa coincida col movimento operaio o piuttosto con l’ansia di liberazione di strati più larghi e meno omogenei della società – ha il medesimo compito. E alla ricapitolazione critica della modernità deve aggiungere anche la prospettiva, tutta novecentesca, della sua decostruzione – ponendo la massima attenzione a non cadere nella trappola post-moderna, cioè nella perdita di ogni possibilità di prospettiva critica, e quindi stando più che attenta a evitare la subalterna accettazione acritica del presente -. Compito difficile, al limite dell’aporia, come del resto è ambiziosissimo l’obiettivo politico e intellettuale che la sinistra si deve porre. Detto questo, all’elenco di Engels non si può non aggiungere il marxismo occidentale, e il confronto critico con la linea nietzschiana e heideggeriana, come non possono essere trascurati i classici moderni della sociologia, della scienza politica, e della storiografia economica e politica. Si dirà che quanto ho detto implica corsi di studi equivalenti a un paio di lauree, in Filosofia e in Scienze politiche. Ed è vero. Ma è anche vero che docenti esperti e discenti motivati possono, con un percorso concentrato ripreso nel tempo, in quattro o cinque cicli, affrontare alcuni nodi strategici dello sviluppo intellettuale della modernità e delle prospettive della contemporaneità. E soprattutto è vero che la stessa istituzione di una seria scuola di partito (non dei surrogati mediatici che oggi sono proposti) significherebbe che è risultata vincente l’idea «rivoluzionaria» che la politica, oltre che un confronto ininterrotto con la contingenza, è anche la decifrazione del presente con strumenti intellettuali complessi – perché il presente è oscuro, ma non sottratto a priori alla fatica del concetto -. Questo approccio critico alla politica è appunto ciò che l’attuale sistema di potere vieta in ogni modo: poiché a questo divieto si è da tempo felicemente accodata anche la sinistra, prigioniera del tatticismo più pigro, del «presentismo» più cieco, del nuovismo più stucchevole, del plebeismo più ambiguo, invertire questo trend è il primo, indispensabile, passo emancipatorio. È anche attraverso questo metodo che si può dare forma al soggetto sociale e politico di sinistra, sottraendolo alla anomia intellettuale e al qualunquismo a cui oggi è facilmente indotto.

Se poniamo come dato di fatto il declino delle forme di partito tradizionale, quali sarebbero, secondo lei, le modalità di organizzazione più consone per la sinistra contemporanea?

Non esiste sinistra senza sfera pubblica; e non esiste sinistra che non si ponga in relazione forte con lo Stato. Non esiste sinistra che aderisca all’ideologia neoliberista della «società degli individui» e della «società liquida», che non veda le terribili e invincibili disuguaglianze che strutturano la società attuale in strati ancora più solidi delle vecchie classi; non esiste sinistra che aderisca all’ideologia della competizione e della valutazione, e della neutralità e inevitabilità del sistema capitalistico. Non esiste sinistra senza una reale, concreta, approfondita capacità di critica e senza una reale spinta ad affermare il proprio linguaggio e la propria lettura della realtà. Non esiste sinistra senza che sia dissipata la tesi che destra e sinistra non esistono più, sostituite dal cleavage sistema/antisistema, civiltà/barbarie. Non esiste, infine, sinistra senza che si acceda anche all’idea di partito organizzato che organizza parti di società, senza sospetti divieti preventivi, senza interessati anatemi, senza compiaciuti scetticismi. La crisi dei partiti è in parte reale e in parte, invece, indotta e narrata dal neoliberismo e dai media mainstream: la leadership solitaria che si rivolge mediaticamente a folle scomposte e occasionali non sarà mai di sinistra. Ciò non significa che i partiti esistenti non possano perire per inadeguatezza, e che nuove formazioni non possano prenderne il posto, come forse in qualche modo sta avvenendo in alcuni Paesi, fra i quali purtroppo non c’è ancora l’Italia. Detto questo, tutto quanto va nella direzione di ripoliticizzare la società è da salutare con favore: ed è necessario dialogare con tutti i soggetti che si formano nella società, al fine di mettere a frutto l’energia di tutti. Quindi partiti e movimenti, forme associative spontanee della società civile e sindacati, tutto è indispensabile per raggiungere l’obiettivo di spezzare solitudine e subalternità, e ricostituire la nervatura politica di una società non rassegnata.

L’intervista è in corso di pubblicazione in «http://www.sinistra21.it» 

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