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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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M5S

Che cos’è questa crisi?

I poteri mondialisti ed europeisti erano usciti parecchio ammaccati dalle elezioni del 2018, in cui aveva prevalso la ribellione popolare contro il paradigma economico vigente e contro le sue conseguenze politiche e sociali – la precarizzazione e l’indebolimento del lavoro e della funzione pubblica come risultato del vincolo monetario esterno hanno generato l’ormai ben noto momento Polanyi –. Privato del suo partito di riferimento, il  Pd clamorosamente sconfitto, l’establishment non era tuttavia rimasto privo di risorse e poteva contare su alcuni ministri, graditi anche al capo dello Stato. E su di un’incessante lavoro più o meno sotterraneo a vari livelli, interni ed europei, per imbrigliare l’azione non ortodossa del governo. Sottoposto a critiche giuridiche e morali sulla questione dei migranti e sfidato sul versante economico dalla Commissione che ha minacciato una procedura per deficit eccessivo, il partito più numeroso ma anche più debole, il M5S, ha fatto proprie le ragioni dell’establishment e ha impedito di fatto l’autonomia regionale rafforzata – forse non carissima a Salvini, cui tocca l’arduo compito di gestire una Lega proiettata oltre se stessa, cioè fortissima anche al Sud, e costretta quindi a una complexio, per cui non è culturalmente attrezzata, tra pulsioni anti-sistema e richieste del Nord liberista, embedded nell’economia tedesca –. E ha preventivamente bocciato la flat tax, questa sì di significato strategico per la Lega, in diretta opposizione all’impianto ordoliberista dell’eurozona, accettando dalla Commissione serie ipoteche sulla nostra libertà di manovra in sede di legge finanziaria. È quindi pura propaganda la tesi di Zingaretti che Salvini scappasse dalla finanziaria. Al contrario, la voleva fare senza condizionamenti, anche in extra-deficit (per non aumentare l’IVA).

Per reagire a questa situazione (e alle minacce trasversali di cui era fatto oggetto: il caso Savoini) e non solo per capitalizzare il consenso delle europee (finalità che certo sarebbe ridicolo negare), Salvini ormai accerchiato ha mandato in crisi il governo, fidando anche nell’interesse di Zingaretti a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate: con queste il segretario Pd avrebbe potuto sbarazzarsi dei renziani, che ora sono il sessanta per cento dei gruppi parlamentari. E il Pd si sarebbe attestato come secondo partito, partner minoritario di un quadro politico centrato sulla maggioranza quasi certa della Lega (con FdI ma senza FI), di cui sarebbe stato l’antagonista sistemico.

A questa prospettiva si sono opposti fulmineamente, sia  direttamente sia con i loro terminali italiani, i poteri europei – timorosi che l’Italia venisse consegnata all’ “uomo più pericoloso d’Europa”, proprio mentre l’Inghilterra se ne va e la Germania entra in recessione –, nonché Renzi, che è stato prontissimo a invertire la sua posizione sul M5S per sfuggire al rischio di venire cancellato dalla scena politica senza avere avuto il tempo di fondare un nuovo partito alla prossima Leopolda (e anche prontissimo, una volta ottenuto il risultato voluto cioè di non andare alle elezioni, a storcere il naso sull’alleanza col M5S, facendo capire che inizierà a proprio piacimento a minacciare di staccare la spina al governo, non appena il suo partito personale sarà pronto). E naturalmente si è opposto il M5S che si è visto minacciato di estinzione elettorale; e, insieme ai grillini, il premier Conte, oltremodo  versatile e ben appoggiato anche dalla Chiesa. Il governo giallorosso era quindi nelle cose. E rispondeva tanto ai timori dell’establishment quanto alle speranze di trascinare la legislatura (con riforme costituzionali ed elettorali) almeno fino  al 2022, anno di elezione del nuovo capo dello Stato, e di logorare nel frattempo Salvini all’opposizione, magari con qualche non implausibile intervento della magistratura.

Specularmente, Salvini ha dovuto ripiegare dall’aspirazione a essere l’unica forza di governo alla accettazione del ruolo di unica opposizione. Un cambio sfavorevole, ma non rovinoso. Sempre che la mancanza di potere non lo logori, e che si dia una strategia e una cultura di governo davvero nazionale ed egemonica, un po’ meno rudimentale di quella che ha fin qui dimostrato.

Ma se è saltata la trappola di Salvini, è fallita anche la contro-trappola di Di Maio, che ha fatto la voce grossa per imporre Conte come Presidente del Consiglio salvo accorgersi ben presto che sta nascendo in pratica un monocolore Pd, quasi tecnico, dato che Conte si sottrae all’appartenenza grillina e che non ci saranno vice-premier a marcare il territorio per il M5S. Una tardiva resipiscenza spiega le difficoltà frapposte da Di Maio al formarsi del nuovo governo, che vede il suo movimento alleato con l’arcinemico Pd (ancora sostanzialmente renziano), e quindi soggetto a logoramento del proprio consenso (dei votanti, non degli iscritti) e all’azione corrosiva dei ben più strutturati politici del Pd. Di fatto escono vittoriosi da questo round – oltre ai poteri europei – Renzi, Grillo e Conte, e sono sconfitti in grado diverso Salvini, Zingaretti (che vede crescere a dismisura il ruolo di Renzi) e Di Maio (oggettivamente ridimensionato  da Conte e Grillo). I liberi battitori e i devoti europeisti vincono sui  capi dei partiti. E questi, tranne la Lega, ne escono tutti divisi al proprio interno.

Quello che sta nascendo grazie al voto di Rousseau, largamente prevedibile, è un governo debole, tenuto insieme dalla paura della Lega ma attraversato dalla contraddizione fra la volontà di continuità dei grillini, che non possono rinnegare l’esperienza gialloverde, e la volontà di discontinuità del Pd, che a sua volta non può mostrarsi un mero sostituto della Lega. Debole e litigioso, quindi, come si comprende dall’estrema vaghezza compromissoria del programma, ma duraturo (almeno fino al 2022), che intanto avrà come risultato di rendere assai più difficile alla Lega conquistare le regioni rosse in cui a breve si vota: l’Umbria e soprattutto la crucialissima Emilia-Romagna. Nonché di varare una legge finanziaria “ragionevole”.

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Sotto il profilo sistemico e teorico si deve notare che il rifiuto di dare il via libera a nuove elezioni è in coerenza con le logiche di una repubblica parlamentare – tanto elogiata oggi da quanti tre anni fa la volevano superare con presidenzialismi e sistemi maggioritari – ma anche che tale coerenza ha senso finché non delegittima le istituzioni. Infatti da Mortati a Moro si è sempre attribuito al capo dello Stato un potere di scioglimento delle Camere determinato dall’esigenza che le maggioranze ivi espresse siano in sintonia con il sentimento popolare. Insomma, in tempi normali nulla quaestio: il popolo non ha diritto di votare quando il parlamento sa esprimere una maggioranza. Ma è lecito dubitare che sia normale, e non anomalo, il governo dei due partiti che hanno perso le ultime due elezioni: il  Pd nel 2018 (incredibilmente miracolato al di là di ogni suo merito), e il M5S nel 2019.

Il rischio della delegittimazione – politica, non formale – delle istituzioni c’è. Ed è potenziato da un’altra anomalia, che non viene neppure negata ma anzi accettata come anch’essa normale, benefica e autorevole. L’ingerenza di potenze e istituzioni straniere nel processo politico italiano, per orientarlo in senso contrario alla Lega che, costi quel che costi, a prezzo del sacrificio di ogni passata posizione e contrapposizione, non deve più gestire il potere. Con le cattive o con le buone, direttamente o indirettamente, togliendo o concedendo margini di spesa pubblica, l’Europa governa i nostri governi e ci tratta ora da provincia ribelle da domare ora da figliol prodigo da festeggiare. Senza esagerare, s’intende. Non è nemmeno il caso di appellarsi all’antico motto repubblicano non bene pro toto libertas venditur auronessuno ci offrirà tutto l’oro del mondo e rinunceremo alla nostra libertà per molto meno.

Nell’intreccio  di piccolezze domestiche e di rabbiosi poteri globali, di paradossi italiani e di crisi europee, si deve riconoscere che la costituzione politica in senso materiale del nostro Paese si configura oggi attraverso il determinante ritorno, dopo trent’anni di assenza, di una  conventio ad excludendum. Non più contro il PCI, ovviamente, ma contro la Lega di Salvini. Quel che resta da vedere è se questa esclusione sarà tanto assoluta e radicale quanto quella che colpiva il PCI, o se invece cadrebbe davanti a una eventuale vittoria elettorale della Lega.

In ogni caso, non  è sovranismo, qualunque cosa ciò significhi, sottolineare che non si governa in Europa con posizioni anti-europee; su questo terreno la volontà del popolo non è determinante. Il vincolo esterno dell’euro non è solo economico ma, ovviamente, anche politico. La nostra è in ultima istanza una democrazia protetta. Ovvero, l’Italia rischia di essere un protettorato, non tanto genericamente europeo quanto più specificamente delle due potenze sovrane più forti e intraprendenti in Europa: Francia e Germania, per quanto piene di problemi (dai gilet gialli al crescente peso elettorale di AfD, parallelo  alla lenta agonia di SPD e CDU).

Che il nostro Paese sia il ventre molle dell’Europa, o almeno la più debole delle grandi potenze europee, è cosa nota, ed è una storia vecchia quanto la nostra esistenza come Stato nazionale unitario. Ce ne siamo potuti parzialmente dimenticare solo quando eravamo immersi nel grande impero occidentale della superpotenza statunitense, e la Germania era divisa. Con l’unificazione tedesca e con la concomitante riconfigurazione del dominio americano in Europa, gli Stati nazionali hanno ripreso quasi del tutto il loro antico ruolo, servendosi di fatto della Ue e delle logiche dell’euro come di moltiplicatori delle rispettive potenze nazionali, in termini di spericolate manovre finanziarie fatte pagare ai debitori, e di assalti e acquisizioni verso le imprese (italiane) più appetibili. Una gerarchizzazione interna alla Ue che non ci vede certo fra i Paesi trainanti: e infatti di norma, verso di noi le regole, a partire da quelle economiche, si applicano (o se ne negozia onerosamente l’applicazione), verso altri si interpretano. Per invertire questo trend nell’ambito delle relazioni internazionali – dove vige, appena camuffata, la legge del più forte – dovremmo mettere mano a una profonda ristrutturazione del sistema-Paese (istruzione, ricerca, pubblica amministrazione, poteri locali, investimenti pubblici nelle infrastrutture) che i vincoli dell’euro rendono obiettivamente difficile, e che in ogni caso sembra al di là della capacità progettuale delle forze politiche.

Né si può far di conto sull’aiuto americano in chiave anti-Ue. Il trumpismo ideologico ed economico di Salvini non ha evitato l’endorsement di Trump al Conte-bis. Per gli USA l’Italia è solo una questione geopolitica. E Salvini che pure si è allineato con Trump contro Maduro è però inaffidabile sulla Russia. E tanto basta. Per di più, Trump ha sicuramente ricevuto da Conte promesse in senso anticinese.

Di pari importanza rispetto al condizionamento politico c’è, ovviamente, quello più generico dei mercati finanziari, benché parte delle reazioni di questi siano politicamente indotte. Si è perfino parlato di presentare il nuovo governo ai mercati, ben prima che al Parlamento. C’è un interessato autocompiacimento in questa servitù volontaria, in questa conclamata voluttà di abdicare alla funzione egemone della politica: la speranza di conservare, a dispetto di tutto, uno status quo che sfavorisce pesantemente il lavoro e la nazione, e favorisce solo le fasce sociali cosmopolite disposte ad accontentarsi di una posizione subalterna fra i beneficiati del gran banchetto globale.

Così, non soltanto la Lega deve attrezzarsi per una lunga traversata del deserto, e dotarsi di idee più che di slogan (ad esempio, su che cosa fare una volta allentati o rotti vincoli europei); non soltanto il M5S corre seri rischi di brusco ridimensionamento e di consegnarsi al Pd, il  quale  come al solito è destinato a governare senza un progetto chiaro, pur di conservare lo status quo, come una ri-edizione minimalista della Dc; non soltanto non esiste in Italia una posizione di sinistra; non soltanto siamo di fronte alla rivincita dell’establishment e del pensiero allineato contro un nemico inesistente (il M5S un tempo anti-casta e oggi membro subalterno di questa) e uno attualmente non fortissimo ma pericoloso per il futuro (la Lega); non soltanto i poteri indiretti e stranieri trionfano sul potere diretto del popolo; ma soprattutto questa crisi mette il Paese davanti alla propria debolezza internazionale e interna, una debolezza che non gli consente di affrontare nessuna delle questioni portate alla luce dalle elezioni del 2018: la mancanza di un centro stabilizzante del sistema politico e l’incapacità dei partiti e delle istituzioni a interpretare le difficoltà della società. Alla quale si risponde, in sostanza, che non c’è alternativa al paradigma dominante, per quanto sfavorevole esso sia (anche la Lega è un’alternativa solo parziale, più anti-ordoliberalista che non anti-neoliberista). Finché qualcosa non si spezza, o finché la via del declino non è imboccata irreversibilmente.

E invece di una nuova speranza, di una nuova politica, di una Grande Idea, dell’energia per un nuovo risorgimento, l’Italia avrebbe bisogno e, chissà, anche desiderio.

Elezioni regionali in Abruzzo

Intervista con Alessandro Canella

 

Queste elezioni con il boom della Lega e la vittoria del centrodestra potrebbero avere un impatto anche a livello nazionale?

A livello soltanto teorico; naturalmente, si potrebbe dire: il Movimento 5 Stelle si spaventa di questo trend, e interrompe l’esperienza di governo. Ma siamo proprio nella teoria, perché – a parte il fatto che in Italia chi interrompe l’esperienza di governo, e in questo caso la legislatura, è solitamente punito dagli elettori nelle urne – di fatto sarebbe da parte del M5S una mossa irrazionale; proprio perché corre rischi reali, la strategia ragionevole davanti alla quale si trova, e che dovrebbe perseguire, è quella di mantenere vivo il governo e di pretendere dalla Lega che alcune istanze qualificanti del M5S trovino soluzione a livello di azione di governo, trovino maggiore risonanza e siano meglio comunicate ai cittadini. Perché, effettivamente, il M5S è stato un po’ oscurato dalla molto superiore capacità di manovra della Lega, benché la Lega sia – a livello di rappresentanza, in questo momento, in Parlamento – la metà del M5S, o quasi.

Altro discorso è semmai la tentazione – che mi sembra un po’ più verosimile – della Lega stessa di capitalizzare immediatamente il suo crescente successo; eppure, anche in questo caso, potrebbe essere una scelta non felice, perché – ripeto – interrompere un’azione di governo, fare andare il Paese a elezioni molto anticipate, genererebbe una situazione di grande disagio che potrebbe, con ogni probabilità, ritorcersi contro i responsabili: cioè, in questa ipotesi, la Lega. Io penso che il governo continuerà la propria esistenza, e che vi sarà da parte del M5S il tentativo di rendere più forte la propria presenza, la propria capacità di essere visto dai cittadini.

Come dire che i corteggiamenti, mai cessati dalle elezioni a oggi, di Berlusconi a Salvini non sarebbero comunque propizi per la Lega, nonostante in questi mesi abbiamo visto diversi screzi all’interno della maggioranza su diversi temi…

Gli screzi ci sono perché questi sono partiti diversi, e tuttavia sono uniti dalla comune avversione verso l’antico regime, chiamiamolo così: prima di tutto verso il Pd, e poi anche verso Berlusconi, che è assolutamente detestato dalla base e dai vertici dei Cinquestelle. Salvini, in questo momento, può giocare su due forni su diversi livelli: a livello nazionale sta con il M5S; in moltissimi livelli regionali e locali sta con la destra. È in una posizione di grande vantaggio, e tuttavia per ottenere un governo di destra – cioè Lega più Forza Italia – sono necessarie elezioni anticipate; e siamo daccapo. Posto che Salvini ne senta la necessità.

In ogni caso visto che la Lega di Salvini ha dimostrato capacità politiche, indubbiamente, al di là di come uno la pensi a livello programmatico, questo trend è destinato a crescere secondo lei?

Sì, è destinato a crescere, anche se i sondaggi danno un  calo molto lieve della Lega in queste ultime settimane a livello nazionale: nei sondaggi è data intorno al 34 per cento, dopo aver raggiunto a un certo momento il 35; ma, insomma, siamo a livelli stratosferici. In realtà, intorno alla Lega si va formando il blocco sociale che era stato prima di Berlusconi e prima ancora della Democrazia Cristiana. Al di là dei cambiamenti di accento, al di là del cambiamento di cultura politica molto deciso, al di là di tutti questi cambiamenti, l’Italia “moderata” – nel frattempo divenuta parecchio più insofferente – si va progressivamente riconoscendo nella Lega. È un’Italia doppia: da una parte è un’Italia che riesce a vivere nell’attuale momento politico ed economico, dall’altra è un’Italia (un’altra Italia) che al tempo stesso protesta duramente contro lo stato di cose esistente. Al Sud il voto di protesta che era andato ai Cinquestelle si sta coagulando intorno alla Lega; mentre nel Nord la Lega prende i voti di popolazioni che godono di livelli di esistenza politica, economica, sociale e organizzativa molto superiori a quelli del Sud. Riuscire a fare stare insieme realtà così diverse è un segno tipico di egemonia: l’avevano i democristiani, l’aveva Berlusconi, lo sta avendo, di fatto, in questo momento Salvini.

Intervista realizzata l’11 febbraio 2019 e pubblicata nel sito web di Radio Città Fujico.

Pensierini per l’anno che viene

 

Che dire? Il solito commento all’abile discorso del Capo dello Stato – una serie di ammonimenti al governo e alle ideologie che lo supportano, confezionati all’interno di ineccepibili riferimenti a valori costituzionali –. La solita serie di profezie caute e dubitose – fino alle elezioni europee non cambia nulla; no, ci sarà presto la crisi di governo (questa è di Renzi) perché i pentastellati si sono accorti che stanno perdendo terreno a causa della spregiudicatezza della Lega (e non a caso entrambi i partiti di governo rilanciano le proprie proposte più demagogiche: legittima difesa e taglio degli emolumenti dei parlamentari) –. Il solito dibattito sull’immigrazione – per fortuna ci sono i sindaci, vero contropotere popolare, che con la loro disobbedienza civile mettono il governo all’angolo; ma per favore! è pura propaganda, e poi, proprio sull’immigrazione la sinistra deve qualificarsi? ha forse scambiato i migranti per il nuovo proletariato, spingendo così quello vero a votare a destra? –. Il solito arrampicarsi sugli specchi a proposito della manovra economica – è scritta col cuore, genera giustizia e sviluppo, siamo usciti bene dalla lotta contro Bruxelles (che Dio stramaledica l’Europa!); no, è scritta coi piedi, è sbagliata, ingiusta, priva di prospettive (e per fortuna che Bruxelles ha umiliato il governo, obbligandolo a riscriverla: evviva l’Europa e i mercati, e forza spread!) –.

In verità, la solita assenza di un decente dibattito politico e intellettuale, la solita incapacità di individuare un fulcro, di andare alla radice dei problemi, la solita pigrizia intellettuale della sinistra che si appaga di due parole (populismo, sovranismo) con cui spiegare la propria sconfitta. La solita generalizzata volontà di rimanere alla superficie, così che l’odio di tutti contro tutti, il rancore e il disprezzo universali, nascondano le cause strutturali del nostro disagio.  Da una parte i resti delle élites mainstream  non hanno altra risorsa che insultare i vincitori (sono razzisti, populisti e sovranisti, poveri, ignoranti e cattivi) – come se l’analisi di Gramsci sul fascismo si fosse ridotta a sostenere a gran voce che Mussolini era un prepotente semi-analfabeta, e per di più fascista –; dall’altra le nuove élites(si fa per dire) insultano  i perdenti perché sono ricchi e colti (sarà poi vero?), utilizzando epiteti come “professoroni di sinistra” (questa l’avevo già sentita in bocca a Renzi) e travolgendo nella loro rabbia insopportabili manierismi, autentiche ingiustizie e caposaldi della democrazia.

Ma ci saranno pure delle origini materiali del disorientamento,  della impotenza, della delusione, della infelicità, della esasperazione individuali e  di massa –. O forse gli italiani si sono incattiviti perché hanno letto i libri sbagliati (Evola e non Rawls), o per una misteriosa epidemia di insofferenza verso l’Altro? L’insicurezza (sotto tutti i profili: dalla disoccupazione alla micro-criminalità) e le disuguaglianze (di ogni tipo) generate nel presente dalle contraddizioni del paradigma economico-politico,  insieme al sospetto che nel futuro siano insuperabili, che siano un destino, non bastano a spiegare la sfiducia nella democrazia? Non bastano a mettere in dubbio la capacità propulsiva del neoliberismo e le virtù salvifiche dell’Europa ordoliberista?

Se la politica nel 2019 – a sinistra, perché la destra nel caos si muove benissimo, dato che ha come obiettivo di cambiare tutto perché nulla cambi – proverà a mettere un po’ d’ordine nella propria esistenza, se prenderà la forma dei movimenti civici prima che anche in Italia si affermi una protesta incontrollabile come avviene in Francia, se uscirà dai sermoni e dalle invettive per elaborare un’idea praticabile e comunicabile del presente e del futuro, un’idea (non zuccherosa) di società, d’Italia e  d’Europa, se inizierà a coniugare passione e analisi, critica (di se stessa, e al contempo del mondo che fino a ieri ha governato) e progetto, questo che inizia sarà un buon anno. Altrimenti, qualunque cosa succeda,  sarà la ripetizione, in peggio, di quello passato: del degrado, dell’impotenza, della vuota recriminazione.

 

L’articolo è stato pubblicato con il titolo Che dire? E che fare?,  in «La parola», gennaio 2019

Alto e basso – destra e sinistra

 

Alcune cose spiacevano particolarmente del contratto fra Lega M5s e del governo non nato. La carica di presidente del Consiglio conferita a un terzo, extra-politico, segnale di una difficoltà e di una diffidenza fra i due contraenti che sarebbe stata prodromo di instabilità e di scarsa autorevolezza dell’azione del governo. L’introduzione del mandato imperativo, in sé impossibile logicamente all’interno della sintassi della rappresentanza politica moderna – benché, certo, si possano inventare dispositivi regolamentari per rendere più “costoso” il passaggio da un gruppo parlamentare all’altro (posto che questo sia un vero problema) –. La discriminazione fra italiani e stranieri nel godimento di alcuni servizi pubblici. La reintroduzione dei voucher – ma si ricordi che il Pd li aveva a lungo difesi -. Le promesse bombastiche di rimpatriare mezzo milione di clandestini – impresa, se non altro, quasi impossibile da un punto di vista tecnico –.

Nonostante non vi sia nulla di più labile dei programmi e dei contratti, erano in ogni caso segni di una interpretazione angusta della fase drammatica che stiamo attraversando. Più ambiziosa, e ancora oggi sul campo, e pertanto degna di un supplemento di analisi, è invece l’idea che destra e sinistra sarebbero state sostituite, come linea di frattura dell’arena politica, dalla scissione fra alto e basso. Che è tesi di Salvini, ma anche dei cinquestelle, e che va decifrata, anziché essere accettata, anche se per essere deprecata come populismo o come sovranismo.

Non c’è dubbio che il cleavage politico attuale sia questo: la sovranità del popolo, che maggioritariamente contesta quei vincoli, perché troppo onerosi, contro le élites politiche economiche e intellettuali, che quei vincoli accettano, ritenendoli buoni in sé o in ogni caso migliori del destino che il Paese dovrebbe affrontare se li recidesse. Insomma, gli italiani hanno votato per la sicurezza e per la protezione rispetto alle gravi difficoltà economiche e sociali che da anni sperimentano. E hanno identificato, come rimedio, la riconquista della libertà da vincoli esterni, cioè della sovranità. Che del resto non è un valore negativo, essendo attribuita al popolo proprio dall’art. 1 della Costituzione; e che non è sinonimo di autoritarismo e di xenofobia, ma anzi, quando è esercitata democraticamente, di libertà e di autodeterminazione dei popoli.

Ora,  il “gran rifiuto” di Mattarella – si è trattato, da parte sua, dell’uso di una insindacabile prerogativa, e quindi l’impeachment è improponibile – è al tempo stesso una ghiotta occasione per Lega e M5S. Che (soprattutto la Lega) sembrano aver voluto farsi dire di no, insistendo sul nome di Savona, proprio per potere cavalcare una crisi resa ancora più acuta – così Salvini ha rotto, forse, con Berlusconi mentre i pentastellati, per non sentirsi giocati da Salvini ora rincarano la dose, restando sempre più prigionieri della rete leghista –.

In realtà, l’aut aut fra Italia ed euro – ovvero fra Italia e Germania – è una semplificazione per certi versi nuova: nessuno, neppure M5S e Lega, ha finora messo sul tavolo l’opzione dell’uscita dall’euro, ma solo la sua rinegoziazione. Ma è noto che se si vuole raggiungere il più alto grado di intensità di uno scontro si deve rinunciare a ogni sottigliezza. E tuttavia, questa semplificazione potrebbe ritorcersi contro M5S e Lega se gli italiani percepissero che la loro spregiudicata politica ha in sé il rischio, proprio se ha successo, di far loro perdere i risparmi.

Certo, l’Italia è a un bivio, e le sue istituzioni sono in crisi, bloccate: un potere di “riserva”, come quello presidenziale, è l’ultimo baluardo per fermare una politica avventuristica che, con la legittimazione popolare, ha espugnato le altre casematte dello Stato. È evidente che non si può andare avanti così, che è necessaria una riconciliazione fra ragione di Stato (chiamiamo così la fedeltà ai vincoli europei e atlantici) e ragione di popolo (chiamiamo così la protesta contro quei vincoli). Che, insomma, il conflitto fra due legittimità – quella del consenso elettorale e quella della continuità istituzionale – non può durare. Che un conflitto fra alto e basso non ha sbocchi democratici, comunque vada a finire.

E quindi si deve tentare un’altra interpretazione di questa fase politica. Leggerla, cioè, da sinistra, senza lasciare alla destra e ai populismi la protesta contro condizioni di vita che la maggioranza degli italiani giudica inaccettabili. Si tratta di spiegare ai cittadini che il problema non è l’identità e l’orgoglio nazionale da rivendicare, ma uscire dalla subalternità del lavoro – questa sì una minaccia alla coesione sociale e alla democrazia –, incorporata nelle logiche dell’euro. La sinistra dovrebbe saper criticare l’Europa ordoliberista con la medesima radicalità della destra politica, ma con migliori argomenti, leggendo questo conflitto come manifestazione della tendenziale incompatibilità fra la democrazia e la presente forma del capitalismo – e quindi è questo che va riformato, non le istituzioni –.

Insomma, la sinistra dovrebbe fare il contrario che giocare il popolo contro le istituzioni, o le istituzioni contro il popolo; dovrebbe usare le istituzioni per la finalità popolare e democratica per cui la Costituzione le ha pensate. Non si può reggere una democrazia solo con le prese di posizione del Capo dello Stato. È necessaria una profonda discontinuità, non un “muro”. È necessario convincersi che la democrazia esige una nuova alleanza fra le istituzioni e il popolo. E che il modo migliore per far vincere le prossime elezioni ai reazionari e ai populisti è non cambiare nulla, non analizzare le cause del loro successo, e limitarsi a demonizzarli.

Tutto ciò sarebbe il dovere della sinistra: riconoscere la gravità della situazione, e interpretarla con strumenti e valori che si sottraggano alla lettura di destra (ma anche alla lettura mainstream, con segno rovesciato), all’aut aut fra alto e basso, al derby fra lira ed euro, fra nazione e Europa. Con strumenti intellettuali che tolgano terreno all’idea che la politica democratica non sia padrona di sé, che vi sono argomenti, come i trattati europei e l’euro, che a essa sono sottratti whatever it takes (per citare Draghi), «costi quel che costi». E che affermino con forza che l’unica «grande decisione» irreversibile che sorregge la nostra vita associata è l’orientamento antifascista e democratico della Costituzione e delle libere istituzioni che essa disegna.

Eppure, manca un particolare del quadro. Dov’è una sinistra che abbia questa forza intellettuale e politica? Purtroppo, sembra che non ci sia. La sinistra non ha mai pesato tanto come oggi nella storia d’Italia: questa volta non come presenza, come partito della fermezza e del progresso; ma al contrario come assenza, come vuoto doloroso e desolante. Da colmare quanto prima, se possibile, per il bene della democrazia.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria online», n. 49, 1 giugno 2018, con il titolo Popolo, istituzioni e vuoto a sinistra.

I veri rischi del nuovo governo

Se il diavolo (o un qualche messia, secondo i gusti di chi legge) non ci mette lo zampino, ovvero se i due “capi politici” non romperanno sul premier, se Mattarella non bloccherà la lista dei ministri, oppure ancora se la prospettiva di essere stato riabilitato non spingerà Berlusconi a tentare il colpo delle elezioni anticipate, avremo quindi un governo “populista” e “sovranista”, un unicum in Europa occidentale, una minaccia per la democrazia, per l’euro, per i conti pubblici, per la collocazione internazionale dell’Italia. Un governo privo di esperienza, di cultura politica, di una prospettiva per il Paese. Una sciagura apocalittica, decifrabile solo con l’ipotesi che gli italiani siano ammattiti, o ingannati per anni da media antisistema.

Tutti i centri di potere europei sono pronti, col fucile puntato, a inchiodare gli usurpatori al primo errore. Tutti i media dell’establishment fanno a gara nel delegittimare il governo non ancora nato, nel prevedere le terribili rappresaglie a cui lo sventurato Paese andrà incontro, nel ripercorrere sdegnati il mare di menzogne e di cambiamenti di rotta che i partiti di governo hanno ammannito agli italiani nei due mesi di trattative, stanati solo dalla mossa vincente di Mattarella.

Nessuno che ricordi la grande cultura politica e l’intemerata rettitudine di comportamento dell’ex segretario del Pd, il quale, reduce da mille promesse non mantenute, come analisi del risultato elettorale rilasciò un omerico «la ruota gira», e che, come commento al formarsi (forse) del nuovo governo, esclama «pop corn per tutti», a dimostrazione del fatto che il Pd (ancora suo) non ha alcuna strategia politica – dopo avere fallito il suo compito, di essere l’accompagnamento moderatamente liberal dell’ordoliberalismo europeo – se non sperare che «gli altri» si sbaglino, e gestire l’opposizione all’insegna del «tanto peggio tanto meglio».

Quanto al populismo e al sovranismo, inoltre, sarà forse ora di considerare che questi sono soltanto termini delegittimanti, privi di consistenza storica e politica. Nessuno che ricordi, a proposito del deprecato «sovranismo», che se l’alternativa all’autogoverno dei popoli (appunto, la sovranità) è un sistema di regole economiche, calate dall’alto sulle nazioni e sulle società, che vanno a vantaggio solo di alcuni Paesi e di alcune classi sociali, allora non c’è da meravigliarsi se i non-favoriti (la larghissima maggioranza) chiedono protezione allo Stato nazionale. Che non sarà il futuro, ma che è senz’altro destinato ad apparire migliore del presente, un’alternativa rassicurante per le nostre società disastrate – che i fautori dello status quo vogliono far passare per sane, felici, progredienti –.

In ogni caso, la sovranità non è solo quella xenofoba dei Paesi di Visegrád, ma, molto più, quella di grandi Paesi democratici come la Francia e la Germania, che non pare l’abbiano dismessa, né che abbiano cessato di perseguire, con robusta determinazione, i propri interessi nazionali, geoeconomici e geopolitici. Politica che all’Italia sarebbe a priori preclusa. Perché? Perché l’interdipendenza, la nuova regola aurea dell’esercizio della sovranità, è per noi, semplicemente, «dipendenza»?

Per quanto riguarda il «populismo», poi, la verità storica è che gli italiani hanno votato per protestare contro insicurezze reali, economiche e simboliche, determinate da pregresse decisioni politiche nazionali e internazionali, oggi presentate come irreversibili – peraltro, se davvero lo fossero, a ben poca cosa si ridurrebbe la nostra libera capacità di scelta democratica –; ed è altrettanto vero che non saranno gli anatemi e le prediche o le rappresaglie internazionali o dei «mercati» a fare disciplinatamente rientrare alla casa madre i voti andati in libera uscita. Questi non torneranno al Pd, evanescente e non più credibile, e non andranno a nessuna sinistra perché questa, al momento, non esiste come soggetto politico reale.

La verità è, semmai, che quello che nasce è un governo figlio e padre di molti compromessi e pasticci. Non solo fra i distinti programmi e i diversi elettorati dei due vincitori, ma anche fra questi e i poteri dell’establishment. Che sono stati tanto largamente blanditi da Di Maio che la base grillina, peraltro molto suscettibile e molto volatile, ne è stata assai delusa – e Di Maio, quindi, è quello che da un’avventura governativa rischia di più – . Poteri, inoltre, che sono rappresentati, per quanto concerne i vasti interessi berlusconiani, da Salvini. Così che il rischio maggiore è più l’opaca continuità, pur interrotta da qualche misura a effetto, che non l’avventuristica discontinuità.

Una continuità, un pasticcio, marcati inoltre dal fatto che Renzi e Berlusconi, stretti in un nuovo informale patto del Nazareno, sono protesi a conquistare le commissioni parlamentari di garanzia, che spettano alla opposizione. E che Berlusconi possa stare al tempo stesso al governo e anche all’opposizione – come cercò di fare con il governo Monti – è una ulteriore dimostrazione non solo della sua perdurante abilità nel massimizzare le sue non più così abbondanti risorse elettorali, ma anche della situazione tutt’altro che chiara che si viene creando, sia fra i vinti sia fra i vincitori del 4 marzo.

Il punto è che, quando non c’è la luce di un’idea politica, né la forza di una decisione democratica (le elezioni hanno sì mostrato che la maggioranza degli italiani è ostile all’establishment, ma questa ostilità si divide tra due forze politiche disuguali), non si può fare altro che procedere a tentoni, come i ciechi di Brueghel. E sperare che il sommarsi dei molti pasticci – sono questi i veri pericoli, non il populismo e il sovranismo – non ci porti tutti nel fosso.

Un versione ridotta di questo testo è in corso di pubblicazione in «La parola»

 

Parlare di “sistema e antisistema” è un inganno politico

Intervista con Donatella Coccoli

«Eccome se c’è differenza tra destra e sinistra. Bisogna solo tirarla fuori, renderla manifesta, perché il bisogno di sinistra, anche se ormai inconsapevole, c’è in tutti coloro che stanno male, anche se hanno rifiutato la sinistra alle ultime elezioni». Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna, nel 2010 aveva scritto per Laterza Perché ancora destra e sinistra. In quel libro, poi uscito in seconda edizione nel 2013, già prefigurava scenari contrastanti nella società e nella politica. Poi, le cose sono precipitate e Galli le ha vissute in prima persona. Eletto con il Pd di Bersani alla Camera nel 2013, nel 2015 se n’è andato, entrando in Sinistra italiana, ma per le elezioni del 4 marzo ha scelto di non ricandidarsi e di tornare all’insegnamento universitario a Bologna.

Professor Galli, negli ultimi tempi ci viene propinato un mantra, soprattutto da parte del Movimento Cinque stelle, e cioè che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso. È proprio così?

In prima battuta si potrebbe dire che destra e sinistra, concetti tipici della storia moderna, hanno senso quando la politica ha la capacità di decidere su questioni importanti, come sulla modalità con cui avviene la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ma da tempo le grandi decisioni non le ha prese la politica istituzionale a livello nazionale. Le hanno prese i mercati, e gli Stati che a essi si sono aperti attraverso trattati internazionali. Detto questo, dentro quella via già tracciata si può ancora distinguere destra e sinistra, ma su questioni per lo più marginali.

Quali sono adesso le questioni che permettono di identificare destra e sinistra?

Per esempio lo ius soli. Certo, si può dire che è di sinistra volere lo ius soli e di destra non volerlo, ma questo significa rimanere dentro il mainstream. Invece, se volessimo scendere un po’ più alla radice, potremmo prendere il Jobs act. Su questo tema si può dire che la partita è tra coloro che vedono il lavoro come variabile dipendente dal mercato e coloro che invece nel lavoro vedono qualcosa più importante del mercato. E quindi l’ingiusto licenziamento è qualcosa che il mercato non può comprare, per cui chi lo subisce deve essere reintegrato, non ricompensato. Ma vi sono forze che si dicono di sinistra secondo le quali il Jobs act è giusto.

E allora è semplice, non sono forze di sinistra.

Sì, la deduzione non fa una piega. Per essere di sinistra non basta proclamarsi di sinistra. Ma passiamo al terzo livello di destra e sinistra, ancora più radicale. La distinzione si gioca sul neoliberismo. In prima battuta sembra che chi si oppone al neoliberismo sia di sinistra e tutto quello che accetta il neoliberismo sia di destra. Ma si dovrebbe distinguere invece tra destra economica e destra politica, che molto spesso si presenta come antiliberista.

Si riferisce all’ “antiliberismo” della Lega?

Esatto. Tutta la destra sociale in Europa, almeno a parole, è antiliberista. Ma il suo essere antiliberista è rivolto solo contro alcuni aspetti del neoliberismo e in ogni caso sconfina nell’antidemocrazia. Naturalmente esiste anche una sinistra filoliberista: l’Italia ne è piena. Insomma la differenza fra destra e sinistra esiste ma va integrata (non sostituita) con la differenza fra liberismo e antiliberismo (economica) e fra sistema e antisistema (politica).

Veniamo alla situazione della sinistra in Italia, sconfitta alle elezioni del 4 marzo.

C’è prima di tutto una sinistra che ho definito “accompagnamento liberal” del neoliberismo. È il Pd, che gioca il proprio progressismo sui diritti, ma ignora l’esistenza di un problema sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza e sulla subordinazione del lavoro e che, al massimo, emette alti lamenti sul fatto che c’è diseguaglianza sociale ma non capisce dove e come essa di genera. Così interviene con elargizioni monetarie che non modificano la struttura dell’assetto economico complessivo. Questo è stato il modo di essere di sinistra del Pd, e di molti di quelli che ne sono usciti all’ultimo minuto. Certo, qualcuno dentro il Pd ha fatto opposizione, ma è stata troppo debole.

E la sinistra a sinistra del Pd?

La sinistra antagonista corre il rischio di essere antagonista e basta, cioè di accettare il terreno di lotta che di volta in volta viene offerto, con esiti irrilevanti. Il fatto è che c’è un dislivello enorme tra la grande massa di popolazione che l’attuale situazione economica fa decadere sotto un certo livello di vita e rende disponibile a posizioni antisistema e la capacità della sinistra di rappresentare questa base potenziale. Il Pd è votato nei quartieri alti, la sinistra democratica di Leu ha ottenuto il 3%, gli antagonisti di Pap non hanno fatto presa. La realtà è che quelli che sono perdenti nell’attuale modello economico non si sono sognati di votare a sinistra. Da qui in molti sono giunti alla conclusione: destra e sinistra non esistono, esiste solo forze di sistema e antisistema.

Che cosa significa sostenere la dicotomia sistema-antisistema?

Significa eludere il problema. In questo modo si arriverebbe a pensare che il 55% degli italiani che ha premiato M5s e Lega sono antidemocratici, che addirittura il fascismo è dietro l’angolo. È chiaro che così non si guarda la causa, che va interpretata attraverso la vecchia griglia destra-sinistra, su base economica. L’Italia ha votato forze antisistema perché non c’era una sinistra in grado di raccogliere le sue istanze di protesta contro un sistema politico ed economico che è costruito per togliere potere al popolo, rendendo i cittadini poveri, deboli e ricattabili.

Quindi è una pura operazione politica ridurre tutto a sistema e antisistema?

Assolutamente sì. È la più sottile operazione politica adesso sul mercato. E non è contrastata, perché invece di analizzare le cause storico-politiche per cui c’è una società che non piace alla maggioranza dei cittadini, ci si limita a dire “quelli sono matti, sono di destra, sono cattivi, sono populisti”. Ora, spesso è vero, sono populisti e antisistema, con venature a volte antidemocratiche. Ma chi o che cosa li ha fatti diventare così?

C’è chi ha parlato di “volatilità del voto”: di fronte ad una delusione per M5s, gli italiani potrebbero tornare a votare la sinistra?

No, gli italiani delusi dai Cinque stelle non torneranno a votare Renzi, voteranno molto di peggio, a destra. Dire volatilità del voto è la trascrizione politologica del concetto sociologico di società liquida. Quanto più la società è liquida, in realtà, tanto più è solida, nel senso che una volta distrutti i legami sociali dal neoliberismo, le diseguaglianze rimangono solidissime. Quindi il voto può essere libero e fluttuante, però se non cambiano i motivi per cui la gente protesta, il voto di protesta, molto difficilmente tornerà ai partiti dell’establishment.

Lei ha scritto di recente che la sinistra, più che di governo, deve essere «di popolo, di studio e di cultura». C’è un po’ di speranza?

Le questioni ormai sono strutturali. O hai la forza per fare cambiamenti strutturali o non ce l’hai e allora è meglio mettersi a studiare, visto che se ne ha tanto bisogno, e prepararsi così a costruire un’Italia nuova. Il Pd oggi è inutile. Non è che deve ritrovare la propria identità come dicono in tanti: no, la deve proprio trovare perché quella che aveva non era di sinistra, era una identità blandamente blairiana. Si tratta di rifondare Pd, ma anche Leu e ogni sinistra. Siamo, come diceva Gramsci, alla fine della guerra di movimento, se mai è stata combattuta; adesso è guerra di posizione, cioè bisogna tornare ad accumulare riserve, energie, saperi, legittimità davanti ai cittadini. La sinistra deve piantarla di stare sui social media e tornare a ciò di cui tutti hanno bisogno: l’incontro di persone reali in spazi fisici. Bisogna reinventare le sedi di partito. L’unica cosa che conta sono le persone che non sono astrazioni algoritmiche insediate dentro un computer. La sinistra deve fare quello che gli altri non vogliono fare, cioè scatenare la libertà e l’energia delle persone, e questo è possibile solo se le persone vengono riconosciute come esseri umani veri e non come dei target elettorali o propagandistici o consumistici. Per tornare ad avere la fiducia dei cittadini la sinistra deve tornare ad avere fiducia in se stessa, il che significa riconoscere la sconfitta senza se e senza ma, fare il mea culpa e ricominciare, possibilmente anche con facce nuove, purché serie e competenti. Perché la politica è una cosa terribilmente seria: dalla politica passa, o dovrebbe passare, la vita di tutti.

L’intervista è stata pubblicata in «Left», n.17, 27 aprile 2018

La sinistra e la speranza

 

La crisi della sinistra è reale. E probabilmente terminale. Lo stato attuale di Pd e LeU e Pap non giustifica alcuna speranza.

L’Italia ha detto No a tutte le sinistre possibili. A quella irriconoscibile, il Pd, centrista, ambigua, forte solo della propria arroganza e della propria funzione di partito dell’establishment (Renzi è solo l’epitome di un’impostazione al tempo stesso velleitaria e subalterna). A quella di LeU, fin troppo riconoscibile: la vecchia Ditta di chi non ha visto, se non post festum, le contraddizioni e i problemi del modello sociale ed economico che sponsorizzava e implementava, di chi ha dato l’allarme quando i buoi erano già scappati, quando le mucche erano già nel corridoio. A quella sconosciuta di Pap, carica di un passato dogmatico che non si sa bene come conviva con il presente mutualistico.

Certo, il No ha coinvolto anche Berlusconi e il suo partito introvabile, Fi, privo di guida e di orientamento, dilaniato da faide personali. Il fatto è che tutta la sinistra è stata valutata come Fi, ovvero come irrilevante oppure adagiata sulle logiche del «sistema», parola imprecisa per indicare qualcosa di molto preciso. Il modello economico neoliberista e ordoliberista, e le sue conseguenze concrete, devastanti per la società e per la democrazia.

Così, la protesta e la proposta sono state lasciate a forze nuove, qualunquiste e lepeniste, che hanno raccolto tanti voti di cittadini non lepenisti, non fascisti, non qualunquisti, stanchi ed esasperati dalla sordità, dalla mancanza di analisi, dall’assenza di capacità politica di proposta, delle forze della destra e della sinistra tradizionali o, meglio, delle forze che si sono contese la seconda repubblica e il suo triste declino. La crisi economica decennale che l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, non ha ancora superato.

È inutile ora sottolineare che la protesta dei vincitori è fuori bersaglio – lo è, in larga parte -; che le loro proposte sono o inesistenti o velleitarie – anche se è in buona parte vero -; che i vincitori non hanno veramente vinto perché non riescono a fare un governo – anche questo è vero, ma non significa che i perdenti avessero ragione -. Quello che è certo è che in caso di elezioni anticipate la sinistra, in tutte le sue forme, uscirebbe massacrata e scomparirebbe. E questo lo sanno tutti.

La sinistra non ha chiavi di lettura del presente, del passato e del futuro. Non sa che cosa dire agli italiani, se non che è migliore degli altri (chissà perché, poi. Forse per la sua superiore cultura?). La sinistra non è credibile nei suoi dirigenti, nelle sue parole, nelle sue opere. Nonostante il residuo di entusiasmo e di pensiero critico che circola nella società, e che ancora ha il coraggio di dirsi di sinistra, la sinistra politica oggi è inutile.

Ciò non significa che la dialettica destra-sinistra sia estinta, e che le due partizioni della società non esistano più. Che non esistano più contraddizioni e ingiustizie, dominio e oppressione, disuguaglianza e assenza di speranza. Che non esistano disordini, che derivano dalla mancanza di ordine umano; dismisure generate da un modello sociale ed economico fondato sull’assenza di misura, che non è e non vuol essere a misura d’uomo.

Una sinistra non inutile dovrebbe essere in grado di produrre analisi delle cause di tutto ciò, dovrebbe essere in costante rapporto simbiotico (di reciproca educazione) con i soggetti interessati a rovesciare quelle cause (ma prima dovrebbe individuarli), dovrebbe essere impegnata nella ricerca di strategie di lotta, dovrebbe riconoscere apertamente le sconfitte patite da un avversario ultra-potente, dovrebbe cercare di sottrarsi alla sua egemonia culturale e sociale, quale si è manifestata con la globalizzazione, con la fine del comunismo, con il neoliberismo, con il progetto ordoliberista dell’Europa.

E invece le sinistre hanno voluto presentarsi come sinistra di governo, e non hanno saputo governare nulla, se non in modo passivo e subalterno, solo ravvivato da slogan e narrazioni vuote; hanno voluto cavalcare la tigre, e ne sono state sbranate; hanno voluto essere responsabili e sono risultate ciniche (quelle di governo) o astratte (quelle di opposizione); sono giunte alla più profonda ignoranza della realtà per eccesso di realismo; non hanno prodotto nessuna idea trasformativa e tutt’al più si sono concesse qualche incursione nei diritti civili, tanto timida quanto risoluti erano i tagli dei diritti sociali che in nome della responsabilità andavano irresponsabilmente praticando. È ovvio che la sinistra sia stata ritenuta responsabile della crisi: lo ha voluto essere, senza sapere misurare la sua gravità, i suoi effetti dolorosi, senza conoscerne le vittime, senza parlare a esse se non la lingua populista della felicità forzosa, dell’ottimismo programmatico, del futurismo velleitario. Una lingua falsa, che suona falsa, che si espone al controcanto di altre lingue populistiche che almeno sanno esprimere lo scontento e la rabbia di un popolo che per più della metà dei votanti (molti) ha rifiutato il «sistema».

Chi ha tratto beneficio da questa protesta ha individuato non tanto il problema quanto la percezione popolare del problema, che non ha la forza teorica né pratica di affrontare, così che ora sta cercando, con politiche filo-establishment, di tradire il mandato politico ricevuto dai cittadini? Affari suoi, peggio per lui e per loro. I fallimenti dei vincitori rimetteranno in gioco il Pd, come Renzi spera con il suo Aventino? Oppure il Pd deve fungere da rassicurante ingrediente di ogni governo futuro, in alleanza con i vincitori, come vorrebbero i sempre timidi oppositori interni dell’ex segretario? Non rileva. Se i vincitori falliscono la protesta resterà e crescerà, e si trasferirà altrove; e d’altra parte la sinistra non può certo costituire il freno moderato delle velleità populiste, anziché essere, come dovrebbe e come non sa fare e non fa, una forza di trasformazione radicale dei rapporti sociali. Trasformazione che in Italia passa primariamente attraverso la restituzione allo Stato di funzioni e poteri pubblici, dato che le forze dell’economia privata non sono in grado di assicurare benessere, ordine, legittimità, alla nostra comune esistenza.

Essere anti-sistema è obbligatorio, ormai. Siamo in un’epoca di crisi che ce lo impone. E per uscire dalla crisi si deve capire chi l’ha generata, quali debolezze specificamente italiane l’hanno resa quasi mortale, quali programmi e progetti e soggetti sono disponibili per tentare di non restarne travolti, nel ciclo di decadenza culturale, civile e democratica, oltre che economica e sociale, che sembra incombere.

La sinistra, se c’è, deve battere un colpo. Non serve la riproposizione pallida di progetti che erano miopi già quando nacquero. Serve invece capire che cosa si vuole, con chi lo si vuole fare, in che modo. Se non si accetta di essere all’ora zero, la sconfitta definitiva è certa. E se invece lo si accetta, ci si deve attrezzare per una lunga e faticosa attraversata del deserto, che implica che ci si liberi da fardelli inutili e di ceti politici reduci da tutte le sconfitte e da tutti i fraintendimenti. E che si sia seriamente intenzionati a offrire agli italiani buona politica, non chiacchiere. Politica radicale, non palliativi. Credibilità, non menzogne. Azioni, non parole.

Altro che sinistra di governo! Si deve essere sinistra di popolo, e insieme sinistra di studio e di cultura. Non si tratta di rinnovamento, di ringiovanimento, di rottamazione. Ma di un sussulto di dignità almeno quando la campana suona per annunciare una irrilevanza ormai dimostrata a livello europeo, e particolarmente evidente in Italia. Ci si deve convincere, se ci si dice di sinistra, che i problemi e le contraddizioni continueranno a darsi anche se la sinistra non ci sarà, e che saranno nominati da altri e risolti da altri. Che può esistere un mondo senza sinistra. Che questa ha avuto la pretesa di coniugare emancipazione e progresso, e che se non conosce più il proprio DNA può anche sparire. Solo guardando in faccia l’ipotesi della propria scomparsa, solo col rinunciare alle analisi consolatorie, solo vincendo l’inerzia, la tentazione della continuità, si può prendere la decisione di avere e di dare speranza. Hic Rhodus hic saltus.

M5S-PD, un governo fuori dalle possibilità logiche

 

Il risultato elettorale segna un ritorno della politica – non una vittoria dell’antipolitica –. Gli italiani hanno espresso un’esigenza tipicamente politica, di protezione e di fiducia, contro i meccanismi (pretesi automatici e “tecnici”, in realtà politici anch’essi, ma oligarchici) della moneta unica e dell’impianto ordoliberista che le è sotteso. Hanno detto che il «pilota automatico», e i suoi aiutanti del Pd, ha fatto un disastro sociale e antropologico, e vogliono un diverso pilota umano, politico e non tecnico né asservito ai tecnici e agli oligarchi. E ciò, nonostante la crescita del Pil, che evidentemente non basta a soddisfare le esigenze di sicurezza del Paese. Sia perché è una crescita scarsa, malissimo distribuita, sia perché il quadro in cui essa avviene resta caratterizzato dalla disuguaglianza, dalla precarietà e dalla subalternità del lavoro, dall’incertezza delle prospettive di vita, dal degrado della società e dal malfunzionamento della sfera pubblica.

Le proteste (una ribellione, non ancora una rivoluzione) sono state di due segni diversi. Da una parte il M5S ha stravinto nella fragile società del Sud, che chiede tutela diffusa – il reddito di cittadinanza –; dall’altra la Lega ha stravinto nel Nord, che in una società più forte vuole protezione dalla inefficienza pubblica e dal degrado urbano. Con categorie tradizionali, la prima è più vicina a qualche umore di sinistra, la seconda è più connotata a destra. Ma quello che conta è che questo nuovo bipolarismo, pur imprecisamente designato, si afferma sulle rovine del Pd, il partito dello status quo, insieme a Forza Italia – non a caso entrambi sconfitti –.

Questa protesta duplice è primariamente rivolta contro i ceti politici che hanno governato fin qui; e anche se molti elettori la estendono al sistema politico-economico in generale, potrebbe essere compatibile con l’assetto economico vigente. In fondo le richieste dei pentastellati (soprattutto il reddito di cittadinanza) non eccedono l’orizzonte neoliberista, e quelle dei leghisti possono, in parte, essere contenute, almeno provvisoriamente, all’interno di un impianto ordoliberista (anche se qui l’euroscetticismo è più forte). Ma perché questo contenimento possa avvenire, il sistema economico dovrebbe fornire una performance rassicurante. E perfino in questo caso i guasti del passato, profondissimi, non cesseranno per molto tempo di produrre effetti sul modo, negativo, con cui milioni di italiani guardano il presente e il futuro, anche se si registrassero (improbabili) miglioramenti. La fiducia si è davvero spezzata. Si può dire che quel sistema non è più in grado di generare consenso, benessere (pur relativo) e coesione sociale. Gli italiani si sono “incattiviti” per qualche preciso motivo, non per sadismo o per innata xenofobia.

Da questo cataclisma politico è risultato un sistema politico a due poli e mezzo. Nessuno dei due poli può governare da solo, e ciascuno di essi fa offerte al terzo mezzo polo, il Pd. Ma le due possibili combinazioni si moltiplicano in molte fattispecie concrete: una cosa, infatti, è governare insieme, altra cosa è dare un appoggio esterno con astensione programmata su singole questioni, oltre che sulla fiducia iniziale. Naturalmente, esistono sulla carta altre opzioni: dal governo di tutti (di unità nazionale) al governo di nessuno (tecnico o del presidente). Si tratterebbe di governi non politici ma di scopo, a tempo: fino alla legge di stabilità del 2019, o fino alla nomina dei vertici dei Servizi.

Detto questo, l’esigenza di formare un governo, già a partire dal Def, si scontra con alcune incompatibilità logiche: come possono governare insieme, o in ogni caso legittimarsi e sostenersi a vicenda, partiti come M5S e Pd, fino a ieri (giustamente) feroci avversari? Forse in nome della comune opposizione alla destra? Ma quello fra destra e sinistra non era un cleavage obsoleto, almeno nel discorso pubblico dei M5S? E poi: in questa ipotesi il Pd dovrebbe essere davvero de-renzizzato, dato che Renzi si rifiuta di governare con gli uni e con gli altri; ma almeno il 60% degli eletti è composto di fedelissimi che, anche in un mondo di labili fedeltà come quello della politica, dovrebbero avere un vero tornaconto per lasciare il segretario dimissionario e imbarcarsi in un’avventura governativa (sia pure di appoggio esterno) con il M5S.

E quale tornaconto, a fronte dello svantaggio strategico di risultare un’appendice di un governo egemonizzato da altri, destinato a colpire interessi che finora hanno trovato casa nel Pd, anche se quel governo fosse guidato da una grande personalità neutrale (da individuare fra le «riserve della repubblica», posto che ce ne siano ancora di spendibili)? Per puro senso dello Stato o del Bene comune? O per posti di governo nell’immediato (ma è probabile?) scambiati contro la certa delegittimazione presso una grossa fetta di quel che resta del proprio elettorato? Una qualunque collaborazione sarebbe un placebo per rallentare una malattia mortale – la scomparsa politica del Pd, la sua irrilevanza, il suo collasso – che al contrario la aggraverebbe e ne precipiterebbe l’esito. E se qualcuno, dentro il Pd, ancora pensa di rivitalizzarlo e di renderlo politicamente appetibile, non potrà certo credere che la via verso la guarigione sia di mescolarsi, in qualsivoglia modo, con un partito, il M5S, che appartiene a un altro mondo, anche se è pieno di ex votanti Pd – i quali, come si sa, non torneranno indietro, neppure verso un Pd de-renzizzato –.

Lo stesso si dica al rovescio, del M5S: alimentato da anni dall’odio anti-Pd, come potrebbe allearsi a questo, o chiederne l’appoggio su punti qualificanti di un programma, anche se questo fosse di fatto anti-sistema (non solo a livello simbolico e politico) come quello prefigurato da Flores? La forza della moral suasion del Capo dello Stato dovrebbe essere davvero smisurata, e infinita l’abnegazione di tutti, per dar vita a un governo siffatto. Quanto a un incontro su un programma di mera conservazione dell’esistente, sarebbe un tradimento della volontà dell’elettorato che porterebbe fiumi d’acqua al mulino di un’opposizione scatenata come quella che metterebbe in atto la destra. Davvero Pd e M5S vogliono regalare all’opposizione, alla Lega soprattutto, questa ghiottissima occasione di incrementare a dismisura il proprio consenso, di pescare a piene mani nello scontento sociale, nella protesta anti-sistema? Pensano davvero, entrambi, di incrociare e di gestire un ciclo positivo e legittimante di benessere e di crescita?

Non si tratta di preferenze personali. Oggettivamente un governo sinistra (sconfittissima) + Pd (sconfittissimo) + M5S mi sembra fuori dalle possibilità logiche. E, inoltre, offensivo della volontà popolare, che non ha saputo dire in positivo che cosa vuole, ma che ha ben detto che cosa non vuole. Se poi calcoli e furbizie, o improbabili slanci patriottici, di gruppi dirigenti porteranno a tentativi in questa direzione, saranno tentativi poco proficui e molto autolesionistici.

E allora? Il rispetto della volontà popolare vuole che questa, se non produce un effetto, torni a esprimersi – i risultati, in un diverso contesto, saranno sicuramente diversi, anche a legge elettorale invariata –. Ma si tenga presente che in linea teorica esiste anche la possibilità di un governo Lega + M5S, che non è più difficile da concepire (se si fa leva sull’asse sistema/antisistema piuttosto che su quello destra/sinistra) di quello di cui si è parlato finora. In alternativa, si può pensare a un governo di scopo con tutti dentro, o con tutti fuori, per una nuova legge elettorale, che aiuti il popolo a rendere più efficace la propria volontà di cambiamento e più nitide le direzioni di questo (ma sarà un bel problema trovare un accordo su questo punto).

Se invece saranno pressioni internazionali irresistibili a obbligarci, come nel 2011, a una governabilità qualsiasi, saremmo di fronte a una riedizione dell’esperienza “Monti”. E ciò vorrebbe dire che l’interesse nazionale, interpretato dai poteri forti, dalle oligarchie, diverge dalla volontà popolare, anche se incompleta; che quindi le elezioni sono un lusso che non fa più per noi; e che, quali che ne siano i risultati, l’esito deve essere sempre l’eterno ritorno dell’identico. There is no alternative, quindi, con l’ennesimo scacco della politica democratica e con l’ennesimo trionfo del potere dei pochi.

 

L’articolo è stato pubblicato in «MicroMega» il 14 marzo 2018

«La sinistra non può diventare la ruota di scorta dei grillini»

Intervista con Silvia Bignami

«Se il Pd andasse a fare da ruota di scorta al Movimento 5 Stelle morirebbe». Chiusa l’esperienza in Parlamento, prima col Pd e poi con Si ed Mdp, il politologo Carlo Galli torna ad insegnare. Guarda da lontano la politica, ma non esita a bocciare il dialogo tra dem e pentastellati ipotizzato dalla vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini. E pensando alle regionali del 2019 scuote la testa: «Se i numeri sono quelli delle politiche, il Pd ha già perso».

Galli, come legge il voto?
«I cittadini hanno votato in modo inequivocabile contro Renzi, Berlusconi, D’Alema e Bersani. In pratica contro tutti coloro che a qualche titolo sono stati coinvolti nella gestione del potere e di una situazione che gli elettori reputano di grave crisi. Hanno premiato Lega e M5S, che non hanno avuto responsabilità di governo. Per questo mettere insieme perdenti e vincitori è molto complicato».

E come si fa a fare il governo?
Il M5S cerca il Pd.
«Intanto un governo c’è. Gentiloni è in carica e il Def lo farà probabilmente lui. Poi certo, bisognerà farne un altro. Vedo che i dirigenti 5 Stelle sono diventati molto dorotei. Ma se fanno un accordo col Pd, io mi chiedo: come potranno far accettare ai loro elettori quest’alleanza? Gli elettori M5S, ex Pd, e sono molti, vogliono forse una politica di sinistra, ma al massimo ipotizzano per il Pd un ruolo subalterno. E poi, gli elettori non ex-Pd, che hanno votato M5S per odio al Pd, come prenderanno una collaborazione col vecchio nemico? Se non si pongono queste questioni, vuol dire che a nessuno interessa davvero che le cose cambino. E a meno che non arrivi una super-ripresa economica, al prossimo giro la Lega vince da sola».

Quindi al M5S l’accordo non converrebbe. E al Pd?
«Il Pd che fa la ruota di scorta al M5S diventa come Alfano per Renzi.
Indispensabile ma anche insignificante, e votato a sicura scomparsa».

E un appoggio esterno?
«Credo che anche questo sarebbe un problema enorme per il Pd… Read more

 

 

L’intervista, pubblicata l’11 marzo 2018  in «la Repubblica. Cronaca di Bologna», continua in «la Repubblica.it».

La sconfitta del «sistema»

 

Sconfitta del «sistema»; ovvero, rigetto dell’impianto politico-economico che ha generato il larghissimo scontento che percorre tutta l’Italia: questo è, in estrema sintesi, il significato del voto del 4 marzo; i perdenti sono, essenzialmente, Renzi e Berlusconi. Sui due leader contavano i «poteri forti» – italiani, europei, internazionali – per continuare a gestire l’esistente, anche dopo le elezioni. Ciò che ne è seguito, invece, è stato il successo elettorale delle forze percepite (ovviamente nelle intenzioni degli elettori; altra cosa è la capacità e la volontà delle élites politiche dei partiti vincitori) come anti-establishment – M5S e Lega –, e, parallelamente, il crollo del Pd e la condanna all’irrilevanza della sinistra confluita in Liberi e Uguali.

A fronte della diffusa e stringente richiesta di sicurezza che la Grande crisi ha generato, da parte del Pd si è risposto con dissennato ottimismo e in un modo completamente interno alla logica neoliberista (la stessa che ha generato la crisi del 2008, dalla quale siamo usciti a pezzi): cioè a colpi di bonus e con una fuoriuscita del Paese dalla crisi dovuta prevalentemente ai comparti della nostra economia rivolti all’export. Tutti gli esiti negativi della lunga crisi sono di fatto ancora vivi e operanti nella nostra società. Non c’è stata nessuna ipotesi di un intervento strutturale anticiclico dello Stato in economia, né l’idea di creare occupazione. Dietro la proposta elettorale del Pd ci sono, ancora una volta, le fallimentari formule neo/ordoliberali: l’idea che il lavoro è subalterno (il jobs act è stato rivendicato a oltranza), che il mercato è signore delle nostre vite e che lo Stato può soltanto assecondarlo e, all’occorrenza, sostenerlo ricorrendo alla logica della regalìe, sotto forma di bonus alle persone.

Parallelamente, il risultato disastroso di LeU è dato non soltanto dall’incapacità dei dirigenti di prendere sufficientemente le distanze sia dall’esperienza del centro-sinistra sia dal Pd di Renzi. Il fallimento si spiega, soprattutto, con la mancanza di un’analisi strategica capace di mettere in discussione il modello politico ed economico vigente, non più in grado di generare vero consenso e vera sicurezza. Un’impotenza di fondo, quindi, quella della sinistra, per sopperire alla quale si è fatto ricorso a temi laterali, come lo ius soli e perfino l’antifascismo, che in realtà svelano una concreta incapacità di entrare in empatia con gli italiani e con i loro problemi. Cosa che è riuscita, con la consueta abilità, alle destre e ai qualunquisti, che hanno immediatamente colto che il primo problema dell’Italia è la sicurezza – dove per «sicurezza» dobbiamo intendere le sicurezze esistenziali (cioè la sicurezza del lavoro, della sanità, del Welfare, oltre alla tutela delle libertà personali), una volta assicurate le quali c’è anche la capacità e l’attitudine all’accoglienza. Quella della sinistra è stata davvero una campagna elettorale di carattere moralistico. Naturalmente, quella dei qualunquisti e della destra è una «sicurezza» a sua volta parziale e propagandistica. Il che, ovviamente, non ha impedito che sui fallimenti della destra economica, che da decenni comanda in Europa e che è la portatrice del progetto neoliberista e ordoliberista dell’euro, si siano infilati, secondo un modello classico, la destra politica e i qualunquisti. La sinistra è rimasta a guardare, perché non è in grado di fare analisi politica, economica, strategica, delle dinamiche storiche contemporanee. E senza analisi non c’è linea politica.

Occorre, pertanto, avere chiaro che il problema teorico e politico di fondo è che la sinistra non sa che cosa vuole e che cosa vuole essere; a quale tipo di bisogno vuole rispondere. A ben vedere, oggi siamo davanti alla débâcle del ceto politico postcomunista, che ha dato origine al Pd senza però riuscire a fondare una prospettiva politica vincente, e che alla fine è stato sconfitto dall’altra componente, inizialmente minoritaria, dello stesso Pd – quella degli ex DC –. Ma anche questi, oggi, non riescono più a parlare agli italiani.

Il Pd nasce infatti nella convinzione che fossero avvenute delle modifiche non più reversibili del sistema politico ed economico mondiale e che servisse un partito di ispirazione liberal, che – in sintonia con il sistema di valori e di alleanze usciti vincitori dalla Guerra fredda – fosse in grado di portare l’Italia al livello dell’Europa e dell’Occidente. E, invece, questo sistema non ha funzionato, e nel 2008 è entrato in una crisi che, almeno per il nostro Paese, è ancora aperta. Una crisi che minaccia gravemente il Pd: oggi un partito liberal non serve più, non è credibile. Sarà marginalizzato come furono a suo tempo marginalizzati i veterocomunisti. Oggi l’Italia chiede protezione, in modalità differenti, se non opposte, in relazione ai propri spazi sociopolitici. Il Sud, dove la società è fragile, chiede, con il M5S, un sostegno economico vitale, una vera rendita politica. Il Nord, dove la società è più forte, chiede, con la Lega, efficienza e lotta al degrado. Chiede ovunque più Stato, e un rinnovo radicale delle classi politiche ormai delegittimate, anche se in due direzioni diverse.

In realtà, il principale problema da porsi è se il modello economico che è entrato in crisi sia riformabile, o se invece abbia finito di produrre effetti positivi. Un sistema che – è bene ricordarlo – è stato almeno simbolicamente rifiutato nel Regno Unito, non certo orientato in senso europeo; che in Francia ancora funziona grazie al meccanismo elettorale, che è una sorta di ingessatura della società e che fa sì che il Presidente della Repubblica governi con nemmeno il 25 per cento dei consensi; e che in Germania costringe i due principali partiti, un tempo concorrenti – SPD, CDU-CSU –, alla Grosse Koalition, un taglio delle ali che ha un costo politico-sociale enorme (e che vedrà la crescita della destra antisistema).

Insomma, nei principali Paesi europei, con le ovvie differenze che li connotano, il sistema economico-politico vigente sta perdendo colpi. Tutti sanno che c’è un problema strutturale nell’Europa, e in generale nel neoliberismo, capace – quando ci riesce – di generare soltanto un’occupazione sempre più degradata, sempre meno pagata, sempre più precaria. Un sistema nel quale le disuguaglianze aumentano, e l’ascensore sociale è bloccato. Tutto ciò pone sfide radicali alle quali si può rispondere con i sermoni e con l’antifascismo – come nella recente campagna elettorale –; oppure – come io credo – con un vero antiliberismo, con analisi che spieghino perché mai gli italiani sono diventati “cattivi”. Dire che gli italiani si sono “incattiviti”, infatti, non è una analisi politologica; bisognerebbe capire la causa del fenomeno. Tutto ciò è stato presente in campagna elettorale? No, ma era presente nella testa degli italiani, e lo si è visto.

Ora il problema non è solo quello, pur grave, di formare il governo. Al riguardo sono già iniziate le minacce di Bruxelles, all’ombra delle quali si svolgono le trattative tra forze politiche che non hanno in realtà grandi spazi di manovra, perché tanto il M5S quanto la destra non potranno certo governare insieme a quel Pd contro il quale si sono espressi i loro elettori. Il problema è come si esce dalla trappola in cui siamo finiti senza che una nuova folle austerità finisca di distruggere la nostra società e di generare altra e più grave protesta. Quanto al Pd, o viene radicalmente rifondato o è destinato alla progressiva irrilevanza.

Elezioni 2018

Intervista con Pino Salerno

 

Elezioni politiche, il giorno dopo. I risultati parlano chiaro e sono impietosi: alla Camera si affermano il Movimento 5 Stelle con quasi 11 milioni di voti e la Lega che con 5.700.000 voti diventa primo partito della coalizione di centrodestra. Il crollo del Partito democratico appare inequivocabile, con 6 milioni di voti e una percentuale pari al 18,71, mentre del tutto deludente è il risultato della lista Liberi e Uguali, che con un milione112mila voti supera di pochi decimali quella soglia del 3% che consente di eleggere pochi parlamentari. Insomma, ce la ricorderemo a lungo questa data, soprattutto a sinistra.

«Si tratta di una delegittimazione radicale che ha colpito soprattutto le forze della sinistra», ci dice Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Alma Mater di Bologna. «Qual è stato il loro limite in questa campagna elettorale, e non solo?», s’interroga il professor Galli. «Una carenza nell’analisi politica di quanto accadeva nella società italiana dall’inizio della crisi ad oggi, e di come quello che io definisco l’ordoliberalismo del XXI secolo abbia prima imposto le sue regole e le sue decisioni, e poi abbia definito gli equilibri della politica a tutto vantaggio dell’ordine economico».

Prima di tutto l’analisi, continua il professor Galli, che «è storicamente uno dei tratti tipici della sinistra, e quando è assente ci si lascia sorprendere dalla realtà di una società che, appunto, non si conosce più in profondità. E si va incontro a risultati elettorali come quello di ieri, che si può definire come una delegittimazione radicale degli elettori, non solo nei confronti di tutta la sinistra ma anche nei confronti del progetto di governo Renzi-Berlusconi, i veri sconfitti del 4 marzo». A sostegno della tesi del professor Galli ci sono i dati: la somma del Pd e di Forza Italia, sia in termini assoluti che percentuali, non raggiunge quello che da solo è riuscito a totalizzare il Movimento 5Stelle. Le cause? Secondo il professor Galli, «l’Italia è un Paese ormai fortemente frammentato, tra ricchi e poveri e tra Sud e Nord. A chi è stata fatta pagare la crisi economica e sociale in questi dieci anni? Ai poveri. E chi più di tutti ha subito l’insecuritas dei nostri centri urbani, se non le donne e gli anziani? Le madri emiliane, toscane, lombarde, ad esempio, non sanno più sentirsi sicure di lasciare libere le figlie di andare dove gradiscono, e con chi vogliono, quando lo vogliono. Si tratta di una delle questioni centrali della nostra modernità, la sicurezza, che è sinonimo di libertà. La sinistra ha sottovalutato il fenomeno, o forse, per mancanza di analisi, neppure l’ha percepito, mentre era in cima alle ansie di milioni di famiglie».

Inoltre, aggiunge il professor Galli, «è la stessa sensazione di insicurezza che si prova quando si subisce la crisi economica. Che cosa è successo in questi anni? In che modo il neoliberismo nelle sue diverse varianti ha cercato di uscire dalla crisi? Usando il potere deflattivo dell’euro, ad esempio, che ha colpito i salari e le pensioni, mentre sul piano industriale si sacrificavano migliaia di aziende per salvare quelle poche che fossero in grado di reggere la competizione internazionale. È il modello economico in sé che non genera più consenso, che impedisce allo Stato di attuare una politica economica strategica, che fonda il dinamismo dell’economia solo sulle esportazioni e non sul mercato interno. È il modello economico che rende subalterno e precario il lavoro. Davanti alle reticenze della sinistra, alle sue analisi carenti, si sono stagliate una destra e un M5S che si sono infilati nel disagio di milioni di famiglie. Come si poteva pensare che gli elettori prima o poi non avrebbero reagito? Che non avrebbero delegittimato in modo radicale chi è stato corresponsabile delle politiche di Monti e della Fornero, per tacere di Renzi?».

La disfatta del Partito democratico e di Forza Italia dunque si comprende con questa lucida analisi che il professor Galli ci consegna a poche ore dalla chiusura dei seggi. Ma com’è stato possibile il risultato del tutto deludente di Liberi e Uguali, e non solo? Il professor Galli insiste sulla sua tesi per la quale è «l’analisi, sia dei processi economici sia della modernità che da sempre caratterizza la sinistra, e definisce quali strategie assumere, nella società, non solo in campagna elettorale». È il tema della differenza tra sinistra che si ricostruisce nel conflitto, e sinistra che si perde nel governo, restando subalterna agli interessi e ai diktat dell’ordine economico-sociale. «Questa mancanza, questa assenza di analisi, è anche il segno dell’assenza di una identità precisa, con la quale ci si presenta al popolo, prima ancora che agli elettori. E l’identità della sinistra non può che ripercorrere parole come libertà, liberazione, partecipazione, democrazia, vera sicurezza. Esattamente il contrario di quanto chiede l’ordine economico egemone. E quando non si capiscono questi nessi, si rischia di perdere le elezioni fino all’insignificanza».

 

L’intervista è stata pubblicata in «Jobsnews.it» il 5 marzo 2018

Bologna e la svolta centrista del Pd

Non è strano che Casini ed Errani si confrontino alle elezioni a Bologna. Gli eredi di due tradizioni così caratterizzate, come il centrismo forlaniano e la sinistra amministrativa emiliana, stanno bene in due formazioni politiche differenti, come differenti sono le loro idee sul rapporto fra pubblico e privato, sull’organizzazione dei servizi sociali, sui temi del lavoro. Un po’ strano, semmai, è che il primo, Casini, sia candidato nelle liste del Pd, partito di centrosinistra, e l’altro, Errani, ne sia uscito e si presenti per Leu, formazione senz’altro di sinistra, ancorché “di governo”. Generando così, in alcune aree della “rossa” Bologna, un notevole sconcerto, perché alcuni (o molti) che in modo pressoché automatico avrebbero votato Errani – ex presidente della Regione, stimato per capacità personale – si sentono ora chiedere di votare per Casini, stimabile anch’egli ma giustamente alieno dal presentarsi come un esponente della sinistra.

Casini invita a un fronte comune anti-populista; un “voto utile”, insomma, uno “scudo” contro M5S e Lega; un voto che si confronti con i problemi del momento – la sfida degli estremismi –. Errani sostiene invece che sono appunto i problemi del momento a esigere che il voto utile sia quello dato a Leu: sono state le politiche del Pd, infatti, a generare quella crisi sociale dentro la quale si formano le minacce alla democrazia; sono quelle politiche che vanno cambiate, in una logica di discontinuità che ponga rimedio ai danni del passato.

In realtà, la “strana” candidatura di Casini per il Pd a Bologna è il segno, non strano, di una trasformazione centrista di quel partito, cioè di una strategia, seguita alla “non vittoria” di Bersani nel 2013, di apertura del Pd al centro per catturare i voti dell’area moderata che aveva scelto Berlusconi, giudicato ormai declinante dal giovane segretario Pd. Il maggiore successo di questa linea fu il 40% del “partito della nazione” alle elezioni europee del 2014 (un capitale di consensi ormai dimezzato), e il costo maggiore fu la fuoriuscita dal Pd di una parte notevole del gruppo dirigente ex-comunista, che ha seguito, per cercare di recuperarlo, l’elettorato di sinistra deluso dal Pd di Renzi.

La candidatura di Casini a Bologna, ma più in generale la composizione delle liste elettorali del Pd, è il segno che Renzi insiste nella sua strategia centrista: non più perseguendo il sogno maggioritario, ma un’alleanza, per “stato di necessità”, con FI. Le stesse “grandi intese” su cui si è retta la XVII legislatura, con i governi Letta, Renzi, Gentiloni (la defezione di Berlusconi, nell’autunno del 2013, fu compensata dalla permanenza di Alfano). Ora, in campagna elettorale, Renzi e Berlusconi smentiscono di volere praticare accordi di larghe intese, per non regalare voti ai nemici degli “inciuci”. Ma è evidente che se i numeri le renderanno necessarie e possibili le larghe intese si faranno: lo scenario “spagnolo” delle elezioni ripetute a breve termine sarebbe troppo destabilizzante per il Paese, e d’altra parte i neo-eletti resisteranno certamente a un’ipotesi di scioglimento anticipato. Per di più, la continuità delle politiche di risanamento economico e di prudenza fiscale è raccomandata con tanta insistenza dalle istituzioni europee da far comprendere fin d’ora quanto forte sarà la pressione perché, se non ci sarà un vincitore netto, non cambi lo schema attuale: governo di convergenza al centro del centrosinistra e del centrodestra, depurato dagli estremisti.

Una soluzione rassicurante per chi è interno all’establishment, certamente, che tuttavia si espone al rischio di non rappresentare le aree disagiate della società, se la crescita economica si fermerà o sarà incapace di porre rimedio alle ferite sociali e psicologiche che la Grande Crisi ha inferto al tessuto del nostro Paese. Una soluzione difensiva, di cui la candidatura di Casini è l’espressione certo non indegna ma del tutto esplicita.

 

L’articolo è stato pubblicato in «la Repubblica Bologna», l’11 febbraio 2018

L’Italia instabile e bloccata

L’Italia esce dalla XVII legislatura non meglio di come vi era entrata. Alcuni risultati macro-economici migliori (il Pil, gli occupati) non bastano a smentire questa affermazione: la crescita del Pil va a beneficio solo dei ricchi; gli occupati sono calcolati in modo ingannevole – basta un’ora di lavoro per essere definiti tali – e vanno ben distinti dai posti di lavoro, che sono in numero ben minore e, quelli nuovi, in maggioranza di cattiva qualità. La ripresa, modesta, è trainata dalle esportazioni e non dalla domanda interna: aumentano i poveri, aumentano gli emigrati, aumenta la sfiducia nell’oggi e nel domani. Gli incentivi alle assunzioni non hanno rilanciato l’economia; i bonus da 80 euro non hanno alimentato la domanda; le tutele crescenti restano una promessa e solo le tutele mancanti, l’abolizione dell’art. 18, sono una realtà. Come sono una realtà le crescenti disuguaglianze, economiche e sociali, riferite non solo ai redditi ma anche alle distanze generazionali, all’istruzione, al genere, al cleavage Nord-Sud, all’accesso alla sanità, alla speranza di vita.

Il nostro sistema economico non è ancora in grado di generare occupazione, benessere, ragionevole sicurezza materiale, fiducia nel presente e nel futuro. Questa performance insoddisfacente è dovuta a debolezze di lungo periodo che non si è riusciti a sanare – la Pubblica amministrazione irriformata, l’Università senza una precisa linea di sviluppo, il sistema politico disarticolato e privo di un principio d’ordine, le istituzioni in preda all’affanno –; e queste sono colpe dell’Italia. Ma non si dimentichi che il vincolo esterno dell’euro – voluto a suo tempo più dalla sinistra che dalla destra – esige alcune condizioni inderogabili: l’euro è una macchina deflattiva rivolta contro l’inflazione con cui si è chiuso il ciclo keynesiano; l’euro implica una lettura organicistica e non conflittualistica della società e dei rapporti economici; l’euro implica un’economia dell’offerta e dell’esportazione, non della domanda; l’euro richiede una grande moderazione salariale e una sottomissione di fatto del lavoro alle compatibilità del modello economico, che vuole il lavoro diviso (anche giuridicamente spezzettato), insicuro, flessibile – oltre che relativamente scarso –; l’euro vuole una politica forte il cui obiettivo è di garantire, attraverso la stabilità del sistema politico e attraverso rigide discipline di bilancio, l’irrevocabilità dei meccanismi economici sottostanti, con esclusione di politiche pubbliche non conformi, ossia anticicliche e di deficit spending. L’euro è un’idea e una pratica di società e di politica, oltre che di economia; è una grande decisione, che è stata presa con il Trattato di Maastricht e poi continuamente confermata fino a Lisbona: è stato il prezzo pagato per trattenere la Germania unificata saldamente legata all’Europa, e per dare a questa una chance di sopravvivere nell’economia globalizzata – mentre per la presenza politica dell’Europa sullo scenario mondiale non c’è al momento nulla da fare: gli interessi nazionali appaiono ancora determinanti –.

Tutto ciò serve a indicare il tema di fondo del momento politico; da una parte l’Italia è percorsa da uno sconforto che è anche uno scollamento fra politica (titolare del potere d’indirizzo del Paese) e buona parte dei cittadini (che non si sentono per nulla indirizzati verso il meglio), e su questo sconforto rabbioso e rassegnato si innescano fenomeni di protesta, di risentimento contro tutte le élites, di populismo, che hanno chiare declinazioni antisistema e anche antidemocratiche (l’incremento delle destre estreme è dovuto a quello che è percepito come il fallimento economico della democrazia, a cui si aggiunge la questione dei migranti); dall’altra nessuna forza che abbia qualche chance di esercitare un ruolo politico influente può davvero permettersi una vera radicale rottura con l’establishment economico italiano ed europeo. Tanto la Lega quanto il M5S hanno non a caso messo la sordina (senza però eliminarla del tutto) alla polemica anti-euro: la moneta unica è con tutta evidenza il moloch a cui nessuno osa davvero fare guerra, benché molti siano consapevoli dei suoi alti costi sociali. La polemica fra europeisti e sovranisti si depotenzia parecchio, quindi, proprio in vista delle elezioni, quando ci si sarebbe aspettato un suo rinfocolarsi – aspettativa sensata solo se l’opzione sovranista avesse qualche grado di praticabilità. Il che non è –.

Riappare quindi il cleavage destra/sinistra che a molti sembrava riassorbito all’interno dell’altro, Europa/Stato. Ma riappare a ben guardare anch’esso depotenziato: non è in gioco una scelta di civiltà, una decisione fra modelli di società, ma la gestione della decisione già presa, quella appunto a favore dell’euro e a ciò che esso implica; una gestione che certamente può presentare declinazioni differenti – come la maggiore o minore attenzione a temi non economici quali i diritti civili; oppure, nell’ambito economico, come il privilegiare politiche di incentivi diretti per le assunzioni nell’economia (Renzi), o politiche di investimenti pubblici (la sinistra), o politiche finalizzate alla crescita da cui deriverà poi maggiore occupazione (FI); oppure ancora come le più o meno credibili o estemporanee promesse di attenuazione della pressione fiscale (la destra) o di lotta all’evasione (la sinistra), o di implementazione del reddito di cittadinanza (M5S e FI) –; ma tutto ciò resta all’interno di ciò che per l’establishment è compatibile. In sostanza, destra e sinistra si contendono oggi il potere con l’identico scopo di proteggere, rassicurare, difendere i cittadini dagli effetti più duri di un sistema economico che resterà duro e generatore di disuguaglianze – magari da attenuare ma non certo da colmare –; cioè con lo scopo di apportare correttivi (maggiori o minori) ad alcune leggi sistemiche particolarmente odiate, come il jobs act, la buona scuola, la legge Fornero, e di negoziare con le autorità comunitarie deroghe agli obblighi di bilancio. I mezzi proposti sono diversi, ma identica è la consapevolezza che sui fini non si può più discutere, e maggioritaria è anche la fiducia che, con opportune riforme, il sistema economico possa non essere distruttivo di se stesso e della democrazia; e soprattutto identica è la speranza che la vitalità e la “civilizzabilità” dell’euro, il suo costituire il possibile fondamento di un ordinato vivere civile e di non essere moltiplicatore di contraddizioni e di angosce, sia percepito anche dai cittadini, che quindi passino in tempi brevi dalla sfiducia, ora conclamata, nella politica e nell’economia, alla fiducia (o, almeno, al timore del peggio davanti a offerte politiche troppo radicali).

E anche la richiesta di discontinuità, avanzata dalla sinistra, è più rivolta contro lo stile renziano, contro una politica troppo autosufficiente, divisiva e personalistica ai limiti dell’avventurismo, che non contro le logiche del sistema, di cui si tenta una ridefinizione in senso socialdemocratico – ma se un certo riequilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro è forse attuabile, se un’inversione di tenenza nelle politiche pubbliche è forse possibile, certo un deciso ritorno a Keynes e allo Stato sociale, in un solo Paese, è improbabile; e il superamento dell’orizzonte capitalistico è una mera utopia –. In realtà, tutte le forze d’opposizione – destra, M5S, LeU – sono attraversate ciascuna, più o meno visibilmente, da una frattura tra coloro che con le logiche del sistema, opportunamente riformate, vengono a patti e coloro che invece continuano a farsi portatori di una ribellione più profonda (per la sinistra ciò implica una divisione interna sui rapporti col Pd). Il che lascia supporre un dopo-elezioni all’insegna di probabili scissioni di quegli stessi cartelli elettorali che oggi agli elettori si presentano uniti. E ciò senza dubbio è nella logica di un sistema parlamentare, tanto più se proporzionale, ma certo non aumenterà la legittimazione del ceto politico agli occhi dei cittadini.

Si è detto che la grande crisi apertasi nel 2008 ha trasformato la politica-spettacolo in politica dell’identità, e i partiti elettorali pigliatutto in partiti di ascrizione, anche se non più attorno alle ideologie. In realtà è più corretto dire che la già esile trama del legame sociale si è strappata ancora più profondamente, e che la società si presenta ora come un agglomerato disomogeneo di gruppi poco comunicanti, a cui cercano di dare voce i partiti. Che quindi devono assecondare il pluralismo sociale, ma che certo non conferiscono identità politica ai diversi gruppi quanto piuttosto offrono loro un logo, uno slogan, un volto, per racimolare qualche voto. Il sistema politico è instabile e debole poiché lo è la società. E i partiti sono assertivi nel proclamare la propria presunta identità, anche con esagerate offerte propagandistiche, ma cauti nel prendere impegni perché consapevoli della propria debolezza a fronte della forza dei poteri che strutturano – o destrutturano – il Paese. Del resto, il peso della divisione sociale si è imposto come fattore politico reale quando il rozzo tentativo di supplire, attraverso l’artificio del ballottaggio, la stabilità politica assente è stato bocciato proprio dal confluire contro Renzi e il Pd di tutto il restante arco politico: non si è trattato di uno scontro fra due fronti, ma del rifiuto della riduzione al vecchio Due di quel Tre – la terza gamba è nata proprio grazie alla protesta larghissima degli italiani –. La riforma dell’Italicum, e della Costituzione, era troppo estranea a quello che ormai è diventato il Paese: non tanto perché negava delle identità politiche, che di fatto non ci sono, ma perché non rispettava divisioni ormai divenute strutturali, per sanare le quali ci vuole ben altro che una riforma elettorale. Ci vogliono risultati concreti (posto che siano mai possibili) di stabilizzazione sociale e di ricostituzione della fiducia – non solo proclamati dai vari Dulcamara in circolazione, ma reali, e soprattutto percepiti come reali dai cittadini –. Certo, una legge elettorale migliore del Rosatellum avrebbe aiutato, ma era obiettivamente difficile da realizzare.

Da ciò si comprende sia la duplicità della campagna elettorale – gridata e al contempo priva di idee realmente alternative – sia l’instabilità del quadro politico, che ha un’origine profonda nella sofferta struttura economica e sociale del Paese, sia l’esito prevedibilmente conservativo (un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, secondo l’esito numerico) del test elettorale di marzo per quanto riguarda il modello economico che a differenza di quello politico non è, se non marginalmente, una variabile. Il che è certo nel caso di una vittoria netta della coalizione di destra, e anche nel caso delle larghe intese (o Grande Alleanza) – la vittoria di una inesistente coalizione di centrosinistra è fuori discussione –, mentre solo un’ipotesi di alleanza fra M5S e LeU (o Lega) potrebbe forse avere un valore di (scomposta) scossa sistemica, posto che queste formazioni non si spacchino davanti alla sfida di un governo di vero cambiamento (e in che direzione, poi, non è dato prevedere, poiché Lega e LeU non hanno certo la stessa valenza politica), che incontrerebbe in ogni caso ostacoli insuperabili a livello europeo.

Nel complesso, la riduzione del ventaglio delle prospettive politiche sembra evidente – un deficit di pensiero e di azione – e al contempo è certamente angosciosa, perché si fonda non sul raggiungimento di una prospettiva di sviluppo, ma solo sulla mancanza di alternative, teoriche e pratiche, a uno status quo al contempo instabile politicamente e socialmente, e bloccato economicamente – sia perché immaginato e proposto come privo di alternative, sia perché portatore di uno sviluppo di fatto insostenibile –. E non a caso con la legge «sblocca Italia», si è più che altro aumentata l’instabilità sociale perché si sono privilegiate le logiche economiche meno riguardose degli equilibri territoriali. Sbloccare l’economia dalle proprie interne coazioni per non distruggere la società è, del resto, un’esigenza non solo italiana: anche le magnifiche sorti dell’eurozona, con la crescita economica al 2,5%, è minacciata da una possibile bolla finanziaria per la liquidità generata dalla Bce, e in ogni caso si fonda sulla crescita della produttività e delle esportazioni, non su una prospettiva di maggiore equità sociale.

Con ogni evidenza non è questo un compito che l’Italia può addossarsi da sola: è però in suo potere cercare di recuperare – all’interno dei margini offerti dal sistema economico, e anche forzandoli per quanto si può –, la solidità del proprio impianto statuale, politico, amministrativo, scolastico, oltre che la stabilità della propria società, per potere godere di una crescita più energica di quanto ora non avvenga, e per potere da qui avere maggiori margini di ricostituzione della forza del lavoro e di giustizia sociale. Crescita economica per rendere possibile una crescita sociale grazie a una politica progressiva, quindi – sentiero stretto ma obbligato –, e anche per potere così esercitare un peso maggiore a livello europeo, per correggere lì i trend attuali, ora favorevoli solo ad alcuni Paesi; per modificare lì l’idea e la realtà dell’Europa. Infatti, il peso internazionale delle compagini statuali è ben lungi dal diminuire: la Ue è di fatto costituita da Stati, e l’accordo franco-tedesco, ormai giunto a maturazione, ci dice che quanto più gli Stati sono efficienti tanto più hanno la capacità di orientare le politiche comunitarie. E non è un caso che dalla ideazione e dalla formulazione di quell’accordo l’Italia sia stata esclusa, e le sia stato offerto un accordo-bis con la Francia; mentre un obiettivo che dovremmo porci è un sovranismo realistico, o meglio un neo-statalismo democratico, in vista di un europeismo non subalterno né velleitario.

Abbiamo insomma davanti a noi il compito di stare in questo tempo nel modo migliore, senza illusioni di radicale discontinuità, ma con la consapevolezza che qualcosa la politica può fare per sanare le ingiustizie più smaccate, le disuguaglianze più avvilenti, le inefficienze più clamorose; e che molto si deve lottare per evitare il rischio della decadenza economica, civile e culturale, e perfino del fallimento della democrazia. Rischi incombenti, che vanno nominati e guardati in faccia, da cui non ci solleveranno né le promesse degli imbonitori, né i melliflui canti delle sirene che dicono che tutto va bene, né le urla inarticolate delle arpie.

Sessant’anni fa, la campagna elettorale del 1958 fu impostata dalla Dc sul motto “progresso senza avventure”: era uno slogan conservativo, perché rassicurava l’elettorato che l’apertura a sinistra non sarebbe stata all’ordine del giorno ancora per un po’, e che il miracolo economico sarebbe stato rafforzato e non interrotto. Ma all’interno del sistema politico si agitavano alternative (non rivoluzionarie, certo, ma progressive), che maturarono nella legislatura successiva con i governi di centrosinistra. Oggi, semmai, con uno scatto che faccia uscire la campagna elettorale dalla miseria argomentativa in cui giace, si dovrebbe cercare di convincere l’elettorato che il regresso può essere fermato, e che la politica sa ancora non solo assecondare i trend economici ma anche governarli, con realismo ma senza timidezze, con idee e con energia. Che l’Italia può, senza avventure, tentare l’avventura di sincronizzare la politica, la società, l’economia; di stabilizzarsi (socialmente) e di sbloccarsi (economicamente) al tempo stesso.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Appunti di cultura e politica», 1, 2018, pp. 29-33

La politica delle fratture multiple

Ora è chiaro. Pisapia chiedeva l’impossibile. Discontinuità e “campo largo” si contraddicono a vicenda, poiché il primo termine implica la rottura col Pd o almeno con la sua linea politica strategica e il secondo invece significa che si vuole fare politica alleandosi con esso e anzi che si vuole imporgli, senza averne la forza, alcune scelte – prevalentemente su materie come i diritti – che il Pd non può condividere (il cosiddetto Jus soli farebbe perdere al Pd più voti di quanti gliene potesse portare Campo progressista).

Quel matrimonio non s’aveva da fare. E non si è fatto. Non a caso dopo il suo fallimento lo stesso gruppuscolo di Pisapia si è spaccato in due: da una parte coloro che daranno vita a una lista (civetta) che “copra” il Pd a sinistra, e dall’altra coloro che invece se ne tornano alla casa madre, cioè o Mdp o Sinistra italiana, oggi Liberi e Uguali. Questi ultimi, almeno, la decisione l’hanno presa: correranno da soli contro il Pd. Soluzione che ha prevalso su pasticci e tentennamenti, non assenti in una prima fase – tanto che Emiliano, a nome della sinistra interna al Pd, priva ormai di interlocurtori, ancora prova ad attirare LeU nell’orbita piddina –.

La verità è che la politica maggioritaria e bipolare della Seconda repubblica è oggi inapplicabile e inattuale. Cosa che Pisapia ha capito, fermo, con i suoi consiglieri prodiani, al perseguimento della vittoria sul campo, con un’alleanza vasta di centrosinistra. Anche Renzi a parole finge di credere a questo schema, e si rammarica che Pisapia e LeU lo abbiano fatto fallire: ma è proprio lui  che a Bersani e a Pisapia non ha concesso nulla – a voler correre sostanzialmente da solo, o con l’appoggio di formazioni minori ininfluenti, non tanto per vincere, come pure secondo il solito millanta (ma lo fanno tutti, in realtà), quanto per portare un congruo numero di fedelissimi in Parlamento, nelle aule, ritornate centrali, della rappresentanza libera da mandato, per costituirsi come uno dei players di una maggiornaza tutta da costruire. In ogni caso, con le regole del Rosatellum il primo nemico è il vicino, non più l’inesistente fronte avversario  in realtà , infatti, di fronti avversari del Pd ce ne sono tre: LeU, la destra, il M5S .

Ma non sono soltanto le regole di funzionamento del sistema politico quelle che hanno fatto fallire Pisapia. La verità è che il Pd è il “partito del sistema” e non può, né da solo né in alleanza, essere alternativo a se stesso, ovvero raccogliere il voto di protesta insieme a quello pro establishment. Anzi, il Pd, a differenza della Dc  che era il perno di un sistema bloccato, e che era quindi costretta a governare e a vedere convergere su di sé gli altri partiti –, è segno di contraddizione: non attrae ma respinge. E infatti è rimasto isolato, e può solo sperare nel voto utile, il voto della paura (fondata o infondata che questa sia).

Chiunque voglia riconoscere la vera novità di questa stagione  il collasso generalizzato della fiducia nella narrazione neoliberista, che acclama l’aumento del Pil e ignora l’aumento della disuguaglianza e della sfiducia nella democrazia  e quindi voglia intercettare i voti di protesta ed erodere l’astensionismo, non può offrire sul mercato elettorale un “centrosinistra”. Questa formula  l’assecondamento liberal delle esigenze del neoliberismo e dell’ordoliberalismo  fa parte del problema, non della soluzione. Sono il momento storico e la situazione economica a obbligare infatti il sistema politico a strutturarsi secondo fratture non semplicemente frontali ma multiple e incrociate: fra sistema e antisistema tanto a destra (che per ora riesce a fare l’alleanza fra Berlusconi e Salvini, ma che verosimilmente non la potrà conservare a lungo, dopo il voto) quanto a sinistra, mentre il M5S prova a raccoglierle tutte in sé (costituendo quindi, solo per questo aspetti, una sorta di nuova Dc – tuttavia volutamente priva di capacità coalizionale).

Semmai, c’è da chiedersi se LeU è a sua volta consapevole che la società italiana si sta strutturando per fratture e non per ricomposizioni, e se il suo obiettivo esplicito – recuperare i voti di chi è deluso perché il Pd non è più di centrosinistra ma di centro (e la scelta di Grasso come leader va in questa direzione) – non sia troppo limitato e prudente, e se non sarebbe meglio avere come target non la delusione (che vale il 7%) ma la rabbia dei cittadini, che vale ben di più. Con l’ipotesi minore, infatti, si è schiacciati su una politica di sostanziale continuità col passato pre-renziano (Prodi, D’Alema, Bersani), mentre con la maggiore si potrebbe sparigliare l’intero assetto del sistema politico – certo, sarebbe meglio incrociare leader come Mélenchon, Corbyn, Sanders; ma sarebbero sufficienti anche solo propositi analoghi, espressi da una leadership plurale –.

Una travolgente speranza che nasca da una rabbia bruciante: di questa energia politica c’è bisogno. E, naturalmente, di analisi radicali, invece che di invocazioni di “valori”, smentiti tutti i giorni dalle condizioni materiali di vita di fasce sempre crescenti di cittadini. Essere sinistra “di governo” non deve implicare moderatismo mainstream – sia chiaro, tuttavia, che questo non è un inno all’estremismo, ma è semmai un’invocazione, appunto, di serietà e di profondità analitica –. Solo la discontinuità, non proclamata ma reale, nel pensiero e nell’azione, darà nuova vita alla Repubblica, e farà anche svanire i fantasmi neofascisti che allignano parassitariamente nella disperazione neoliberista e nella desolazione sociale. Insomma, la discontinuità vera è pensare in grande per contribuire al ritorno della grande politica, la vera assente dalle scene di questo Paese.

Il testo qui pubblicato deriva dall’articolo Servono scelte radicali, «La parola», dicembre 2017

Fra «vintage» e «quarto polo»

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Aderisco al nuovo gruppo parlamentare della Camera («Articolo 1- Movimento dei Democratici e Progressisti», se questa è la denominazione definitiva), ma come «indipendente» perché non mi paiono ancora chiari i suoi contorni politici.

La componente che proviene dal gruppo SI-Sel non è disposta a sacrificare l’originario progetto di «quarto polo» alla interpretazione minoritaria e movimentista che ne ha dato il recente congresso di Rimini, al quale parecchi non hanno neppure partecipato. Quindi quella componente – peraltro maggioritaria – non è da definirsi tanto «scissionista» quanto interprete coerente del progetto originario di SI.

Ma poiché la componente ex-SI-Sel si fonde con i protagonisti della scissione consumata da alcuni bersaniani e dalemiani in uscita dal Pd, si pone senza dubbio la questione di decifrare i significati di questa alleanza, e l’orizzonte della nuova formazione parlamentare e del soggetto politico che ne seguirà.

Finora si è parlato molto del rapporto col governo Gentiloni, che soprattutto al Senato dovrà essere non osteggiato, perché non si realizzino i propositi avventuristici di Renzi. Nondimeno, questa è una questione tattica, che si rende urgente nell’immediato ma che non può certo esaurire l’essenza dell’operazione in corso. A livello strategico, invece, si sono sentite poche affermazioni, e non tutte rassicuranti. Fra le altre, che la nuova formazione non nasce contro il Pd ma contro Renzi; o ancora che non si deve neppure polemizzare contro quest’ultimo, perché è evidente che dopo le elezioni (o prima, secondo il sistema elettorale) ci si dovrà alleare con lui (dato quindi per vincitore del congresso); che il target elettorale di riferimento del nuovo soggetto sono quelle parti del «popolo della sinistra» che non votano più il Pd di Renzi (o per astensionismo, o per sofferto «grillismo»).

Se ci si limitasse a ciò, si starebbe dando vita a una «operazione nostalgia» dal profilo minimalista – e infatti sono minimi anche i risultati elettorali attesi, stando alle prime impressioni sondaggistiche –; a una sorta di «linea vintage» di quel medesimo progetto di cui il Pd è il «marchio giovani» (benché questi non lo votino, com’è noto); insomma, a un semplice riadattamento alla nuova realtà tripolare e proporzionalista di una forza come il Pd, che, nato come partito pigliatutto a vocazione maggioritaria, ora deve marciare diviso per poi colpire unito, per riaffermare sostanzialmente immutato il proprio progetto politico. Cioè la gestione «riformistica» della situazione presente e dei trend attuali, l’identificazione con l’establishment, il fronteggiamento dei «populismi».

Se fosse confermata questa impostazione – rifare i Ds, per poi essere una parte del «nuovo Ulivo», del «centro-sinistra col trattino» – saremmo di fronte a una debolezza ancora più grave di quella denunciata da coloro che nelle cause della scissione del Pd vedono solo interessi elettorali di qualcuno, o un elemento personalistico. Si tratterebbe, più che di una debolezza, di un’occasione mancata: quella proposta di scarso respiro sarebbe infatti punita elettoralmente in quanto per nulla rispondente alle attese e ai bisogni attuali del Paese. Che ha l’esigenza di vedersi offrire un’alternativa democratica e progressista – e non rabbiosamente populista e xenofoba – alle politiche praticate dalla linea Monti-Letta-Renzi che, con i loro esiti di impoverimento quasi generalizzato, di disuguaglianza, di umiliazione e precarizzazione del lavoro, hanno messo a repentaglio la tenuta del legame sociale e dello stesso orizzonte democratico della repubblica, favorendo la nascita di quelle forme di protesta che sbrigativamente si definiscono «populismi».

Ma ci sono state anche prese di posizione più rassicuranti: la nuova formazione, in quanto si richiama all’articolo 1 della Costituzione per l’idea che l’essenza politica del legame repubblicano è il lavoro, parte programmaticamente col piede giusto. Troppo si è detto che il mercato è il cuore della società, e troppa politica recente si è data da fare in questa direzione. E proprio per questo il nuovo centrosinistra ha bisogno di sviluppare molto di più che in passato il lato di sinistra (dato che la differenza fra destra e sinistra esiste ancora, purché la si voglia cercare), atrofizzato negli ultimi anni e mai irrobustito in precedenza; e deve accentuare il lato di sinistra – la lotta non solo congiunturale ma macro-economica alla disuguaglianza e alla svalorizzazione del lavoro – così marcatamente da poter fronteggiare con credibilità il disastro economico e sociale del centrosinistra vecchio, del Pd in profondissima crisi e orientato semmai in posizione difensiva verso i «nuovi barbari» populisti.

Insomma, il nuovo soggetto politico dovrà porre in essere una discontinuità tanto netta che nelle prime fasi della sua esistenza dovrà presentarsi come «quarto polo», come una forza sì riformista ma con segno politico ed economico assai diverso da quello che è stato attribuito al termine in tempi recenti; una forza che deve prima di tutto precisare la propria vocazione e la propria analisi della situazione, cosa che ha appena iniziato a fare, e che solo in un secondo momento deve porsi la questione delle alleanze (certo, che il segretario del Pd sia ancora Renzi, o invece un esponente della sinistra interna, non è indifferente); che insomma non deve nascere politicista ma politica. Che deve parlare agli italiani con un linguaggio radicale e concreto, libero e istituzionale, con un discorso di verità e di critica che prenda le distanze dal neoliberismo e dall’ordoliberismo – mettendo il lavoro al centro – senza cadere in quelle derive identitarie e reazionarie che rispetto alle forme dei poteri dominanti non sono per nulla alternative, costituendone piuttosto l’altra faccia (Trump ne è l’esempio più clamoroso, per ora).

Solo con questi intenti, tutt’altro che nostalgici, l’operazione in corso avrà il senso pionieristico e rivolto al futuro (cioè progressista) di un’apertura di un nuovo spazio politico: quello della Terza repubblica, che deve superare democraticamente gli errori politici economici e intellettuali della Seconda.

 

Sinistra a congresso fra piccola e grande politica

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È ormai chiaro che invece di un congresso fondativo Sinistra Italiana ne terrà due, fornendo così un inedito esempio di «scissione preventiva». SI nasce sotto una cattiva stella, e anzi rischia di essere una creatura fragile e cagionevole – ma non perché precoce, anzi perché tardiva (quanto entusiasmo è passato sotto i ponti dal teatro Quirino!) –; o addirittura potrebbe essere un progetto nato morto.

I vortici che rischiano di sommergerla sono molteplici. Quelli che si generano al suo interno, in primo luogo. Si tratta di divisioni personali, di beghe sulle tessere, di abitudini al piccolo cabotaggio, di mancanza di elaborazione teorica e quindi di divergenze sulla natura e sull’orizzonte stesso della sinistra (sul ruolo dello Stato, sul rapporto con l’euro e l’Europa, sulle questioni della sicurezza e sulle migrazioni) – che spesso si traducono nel tema del rapporto col Pd (che è in realtà segno di subalternità) –. Sullo sfondo si delinea la divaricazione fra l’autonomia – che per chi la critica è una «deriva identitaria» (anche se non è chiaro di quale identità si parli) –, da una parte, e dall’altra la vocazione “responsabile” alla collaborazione al «campo progressista» di un rinnovato centro-sinistra – nell’ipotesi che questo nuovo «centro-sinistra immaginario» (tutto da precisare) possa rimediare ai disastri perpetrati dal «centro-sinistra reale», che a suo tempo ha spianato la strada al neoliberismo e al suo nemico speculare, il populismo –.

Il «campo» della sinistra è, a sua volta, percorso da tentativi di ricomposizione: Cuperlo dall’interno del Pd, Pisapia e D’Alema dall’esterno, lanciano ciascuno (differentemente l’uno dagli altri) un’Opa – forse non ostile ma certo egemonica – sullo spazio a sinistra del Pd, il che impedisce a SI di essere protagonista del gioco, e la relega di fatto al rango di comprimario.

Ma non solo lo spazio a sinistra rischia di essere affollato di proposte deboli e concorrenziali e di finire occupato dall’astensione o dalla protesta anticasta; incombe anche la questione della nuova legge elettorale. Alla Camera al momento c’è il premio di maggioranza ma non sono previste le coalizioni; al Senato queste ci sono ma non c’è il premio. Nessuno, coalizzato o no, è in grado di arrivare al 40 per cento, e quindi tutte le ipotesi di nuove leggi elettorali registrano il venir meno dell’antica vocazione maggioritaria del Pd, che si vede costretto a coalizzarsi o prima o dopo le elezioni (ma a questo punto l’alleanza preventiva non gli dà nessun beneficio), e anche la crisi della centralità del Pd, che non può cambiare la legge elettorale da solo, e cerca partner diversi (a volte il M5S a volte Berlusconi, che però pongono sempre nuove condizioni – la rinuncia ai capilista bloccati, i primi; l’attesa della cosiddetta «riabilitazione» da Strasburgo che lo renda ricandidabile il secondo, che ha anche un difficile problema strategico con la Lega –).

Per di più il Pd è divenuto l’epicentro dell’instabilità politica italiana. Renzi ha accondisceso alla richiesta di Bersani e di Cuperlo di un congresso anticipato. Ma quella di Renzi non è una resa; è infatti evidente che punta a vincere un congresso frettoloso e a favorire, mentre si svolge, l’uscita definitiva della sinistra dal Pd: l’eventuale scissione dalemiana (che se coinvolgesse anche Bersani – come avverrà se non sarà risolta la questione dei capilista bloccati, che escluderebbero quasi del tutto la sinistra Pd dal parlamento – provocherebbe un danno non piccolo al Pd sul piano elettorale) verrebbe così addebitata ai suoi nemici storici, e non al segretario.   Congresso rapido, scissione o subalternità degli sconfitti, alleanza con Pisapia per il 40 per cento, elezioni a giugno: questo resta, verosimilmente, il piano di Renzi.

Il quale non è scomparso dall’orizzonte della politica, benché il suo potere dentro il Pd sia meno saldo (ma egli resta ancora senza avversari reali) e benché col referendum e con la sentenza della Corte costituzionale (il baricentro dell’Italicum era il ballottaggio) abbia perso la scommessa di confezionarsi una nuova forma di «democrazia d’investitura rafforzata» tagliata sulle proprie misure; ma la sua politica ha ormai ha il carattere di avventura personale, di tentativo di mettere in salvo il salvabile del passato potere – che egli cerca di imporre all’Italia, nel crescente scetticismo del suo partito e nell’assenso, almeno apparente, delle forze antisistema (Lega, FdI, M5S) più interessate a sfruttare il momento, presunto propizio, che non a individuare i mali dell’Italia.

In questo contesto SI non sarà certo determinante né nell’elaborazione del modello elettorale né nell’individuazione della data delle elezioni. Potrà forse avere qualche peso nel nuovo sistema politico a base proporzionale, e quindi coalizionale, ma senza una vera rinascita teorica e organizzativa questo vantaggio varrà ben poco, a fronte della questione, mai apertamente affrontata, di che cosa significhi pensare e fare politica a sinistra, oggi –.

I mali dell’Italia, in ogni caso, non sono, come vuol far credere Renzi nel suo stanco populismo, i «vitalizi» dei parlamentari (magari fossimo a questo!), e non possono essere curati da un nuovo bagno rigenerante di campagna elettorale (come se non ne avessimo avuto abbastanza con il referendum). Stanno, quei mali, nella nostra difficoltà, per la debolezza del sistema politico e delle culture politiche, a prendere decisioni in merito a tre fini ormai incombenti: della globalizzazione, chiusa da Trump e dalla sua militarizzazione dell’economia in senso protezionistico; dell’euro, in via di chiusura per la crisi economica e sociale che ha generato, e per i crescenti differenziali di crescita che si registrano nell’eurozona (a ciò si aggiunga la crisi della Ue, scandita dalla Brexit, dalla sfida lepenista, e dai muri che sorgono ovunque); e dell’ordine democratico postbellico che già si era molto malamente adattato alla globalizzazione neoliberista e che ora, nella sua crisi, rischia di essere senz’altro scardinato da politiche di destra – la sinistra in Europa non è certo in buona salute, benché forse qualche speranza possa venire dalla Germania –.

Se manca a tutti, tranne che forse alla destra estrema, un progetto per l’Italia, se Renzi dice al popolo soltanto «stai sereno e fidati della mia abilità», se i «grillini» sono drammaticamente inadeguati, se la destra moderata non ha una vera risposta se non nel riesumare Berlusconi (se sarà possibile), in particolare la sinistra – che della costruzione dell’ordine democratico postbellico era stata protagonista, e che della globalizzazione era stata vittima e al tempo stesso propagatrice tanto affascinata quanto subalterna – non può, dopo la compromissione, ritornare in campo con un heri dicebamus, cioè con una proposta socialdemocratica che non faccia i conti con la crisi della stessa socialdemocrazia, che non ripensi il ruolo dello Stato nel governo dell’economia e nella ristrutturazione della sfera pubblica in un contesto in cui sono assenti i partiti di massa, peraltro indispensabili per una rinascita della politica. Una sinistra di governo (e di «protezione» non securitaria della società) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire – nonostante il risultato referendario, ridare vita materiale e non solo formale alla Costituzione non è impresa da poco –. Ma dell’energia necessaria non v’è traccia, per ora; la grande sfida di creare il «quarto polo» della politica italiana non tanto è stata fallita quanto non è stata neppure tentata. Da una parte si è ripiegati su un’ipotesi minoritaria, rassicurante, e dall’altra si è scelta una via “aperta” ma incerta e oggettivamente orientata a governare col Pd; una via che parla più al ceto politico che ai cittadini.

Di fatto, entrambe le ipotesi oltre a confermare che a sinistra è più facile dividersi che unirsi rischiano di essere solo «piccola politica», di avere a stento il respiro per partecipare su piccola scala all’impresa del «primum vivere», comune a tutte le forze politiche. Impresa ovviamente indispensabile, e che ci auguriamo riesca a SI, ma non tale da muovere gli animi delle masse. Impresa in ogni caso molto lontana da quella che dovrebbe essere propria della sinistra, oggi: rifondare la «grande politica» dopo la neutralizzazione neoliberista e dopo la reazione populista. Una mission che può essere definita velleitaria solo da chi non prende sul serio la profondità della crisi che attraversiamo e le minacce di destra che incombono sulle nostre società.

Versione riveduta di un testo pubblicato  in «La parola»n. 5, 2017

 

L’Italia non è «antipolitica» ma «diversamente politica»

Non sono bastati a Renzi gli endorsement delle élites di mezzo mondo, di tutte le caste e di tutti i poteri – da Napolitano a Prodi, da Obama a Juncker, da Schäuble al «Financial Times» –; non gli sono state sufficienti l’occupazione sistematica e scientifica di ogni spazio comunicativo pubblico e privato, giornalistico e televisivo, la mobilitazione di tutti i corpi dello Stato, dalle Poste alle ambasciate, la consulenza degli spin doctors d’oltreoceano, la propaganda dei vip di regime (comici, cuochi, attori, cantanti, giornalisti, presentatori); non gli è bastato ricorrere al populismo più sfacciato – che va sempre a sbattere contro qualcuno più populista –, né deridere gli intellettuali e i professori, che hanno passato la vita a studiare, a insegnare e a riflettere anziché a fare carriera politica; Renzi, e con lui il Pd, hanno perso. In modo netto e inequivocabile – anche se i renziani di ferro parlano di grande risultato, dato che il Pd ha ottenuto 13,5 milioni di voti –.

Il disegno di blindare in modo formale e definitivo – con le due leggi, costituzionale ed elettorale, fra loro combinate – lo shift, già avvenuto di fatto, verso un regime del primo ministro senza contrappesi, è stato respinto dagli italiani (tranne gli emiliani, i toscani e gli altoatesini); i quali non hanno creduto che i loro problemi, gravissimi e reali, fossero causati dal bicameralismo perfetto e dai ritardi (inesistenti) che questo comporta nella legislazione, e anzi si sono insospettiti per l’enorme energia spesa dal leader, dal suo partito e dai suoi alleati, a riformare questo aspetto della costituzione (insieme al titolo V) anziché, ad esempio, l’articolo 81, ben più rovinoso economicamente e socialmente. In quell’impegno forsennato hanno visto una trappola, in cui si mescolavano il depistaggio cognitivo, il diversivo politico, il goffo tentativo bonapartistico in sedicesimo (nella piena legalità formale, peraltro).

Benché bombardati da propaganda e contropropaganda di bassissimo livello, da pseudoargomentazioni sloganistiche, da minacce per nulla velate, da promesse deliranti, gli italiani con la loro mobilitazione massiccia e con il loro voto schiacciante hanno dimostrato di aver capito che la posta in gioco era serissima: conservare almeno, come ultimo baluardo – non solo ideale, ma anche organizzativo – di fronte al disastro sociale e politico in cui gli ultimi decenni ci hanno precipitato, la Costituzione repubblicana non ancora del tutto sfigurata nel suo limpido dettato e nel suo orientamento democratico e parlamentare; quella Costituzione che ci ha accompagnato nella crescita civile degli ultimi settant’anni, e che non è per nulla responsabile dell’attuale crisi del Paese.

Gli italiani che hanno detto No si sono rifiutati di avallare con il loro voto la democrazia dell’esecutivo, la post-democrazia, l’uomo solo al comando, il plebiscitarismo; vi hanno visto non la soluzione dei mali del Paese ma l’ultimo beffardo sigillo sullo scempio di democrazia che è perpetrato attraverso la distruzione sistematica del ceto medio e del ceto operaio, le leggi sul lavoro e sulle pensioni, la disoccupazione e l’emigrazione coatta. Un pezzo del problema, quindi, e non certo della soluzione.

Oggi non esiste praticamente un governo occidentale che si possa presentare tranquillamente agli elettori, che tendenzialmente (e giustamente) bocciano gli esecutivi in carica. Ed è vero che i 19,5 milioni di voti del No hanno un senso politico soltanto oppositivo, com’è ovvio che sia: e segnalano semmai un’Italia, soprattutto al Sud e fra i giovani (il primo forse non entusiasta di sentirsi dire che ha bisogno di una nuova narrazione, i secondi stanchi di ostentato giovanilismo), che rifiuta la politica così com’essa è praticata e chiede ben altro che le parole vuote della propaganda: un’Italia non necessariamente «antipolitica» ma semmai «diversamente politica». Detto altrimenti, quei voti non sono di nessuno, poiché contengono al loro interno opzioni troppo differenti l’una dall’altra. Almeno, tuttavia, disegnano un terreno etico-politico comune: la difesa della democrazia e della costituzione da ogni avventura, da ogni azzardo e da ogni forzatura e da ogni ulteriore tentativo di governare monocraticamente attraverso la divisione del Paese, la sconfitta dell’arroganza del potere e della presunzione di invincibilità, l’apertura di uno spazio di azione per rifare l’Italia.

L’evoluzione del quadro politico appare complessa: il Pd, col suo Sì, ha fatto breccia fra gli elettori di centro e del centrodestra e ha contemporaneamente perduto quasi altrettanto a sinistra; si tratta di vedere se questo assetto è transitorio, cioè relativo solo al quesito referendario, o se è destinato a diventare permanente. In ogni caso, il partito esce molto indebolito da questa prova, ma al tempo stesso deve continuare a essere il garante della tenuta del governo e delle istituzioni, anche se Renzi pare propenso, come al solito, all’ultima sfida, solo contro il resto del mondo: cioè alle elezioni anticipate a brevissimo termine. Ma non è detto che l’abbia vinta dentro il suo partito: ci saranno resistenze franceschiniane ed è inoltre da presumere che la sinistra interna ponga a breve la questione della segreteria; e qui si vedrà se Renzi è una meteora individuale o se esprime una quota significativa del Pd, che è ora posto davanti alla necessità di ripensare la propria natura e la propria parabola – per accettarle e andare avanti sulla linea Renzi, o per rifiutarle –.

D’altra parte, i partiti antisistema – Lega, Fratelli d’Italia e M5S – fiutano il sangue e chiedono a gran voce elezioni anticipate, ma, a parte Grillo che vuole votare subito con l’Italicum un po’ modificato, non necessariamente credono davvero a ciò che dicono: fintanto che il M5S non accederà all’ipotesi di alleanze politiche di governo, in Italia non ci sarà stabilità politica se non nella formula della solidarietà nazionale fra Pd e centrodestra (o una sua parte), e Berlusconi dovrebbe essere non favorevole a lasciare a Salvini la gestione del centrodestra in chiave antisistema; e quindi ha bisogno di tempo, come anche Alfano (le cui ansie di elezioni anticipate paiono più che altro apotropaiche), mentre il leader della Lega cerca in realtà la forzatura prima ancora sulle primarie del centrodestra che non sulle elezioni politiche. La sinistra, infine, deve decidersi – se mai vi riuscirà – fra le due ipotesi che la interpellano: puntare su un nuovo centro-sinistra, cioè collaborare col Pd (eventualmente) de-renzizzato, o proporsi come coerente forza anti-sistema e competere su questo terreno col M5S.

Buona parte delle soluzioni dipenderanno anche dalla legge elettorale che si riuscirà a fare; ma sembra chiaro che molte forze politiche (non tutte) hanno bisogno di tempo. E forse ne ha bisogno l’Italia, che dopo le dimissioni in Tv di Renzi (non certo un modello di correttezza formale) deve dotarsi di un governo non purchessia ma anzi molto solido e determinato (la maggioranza di governo c’è ancora) capace di non sprecare i tre anni e mezzo di legislatura già trascorsi e – dismettendo ogni velleità di riforma della Costituzione e senza aggravare la crisi politica con una nuova campagna elettorale dopo quella, devastante, referendaria – di disinnescare l’attuale sciagurata legge elettorale (l’Italicum, la «legge perfetta» di Renzi), e di affrontare la durezza delle condizioni che l’Europa si prepara di nuovo ad avanzare dopo la breve tregua elettorale concessa al premier, e ora a Padoan. Un governo che prepari l’Italia – dandole il tempo di respirare – a prendere, alla scadenza della legislatura, le necessarie grandi decisioni sul proprio futuro.

 

Un nuovo partito della Sinistra per non morire renziani o grillini

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Stretta fra il Partito della Nazione (il Pd di Renzi, e le sue recenti annessioni di ex-berlusconiani) e il Movimento della Nazione (il M5S, ambiguamente estraneo alla dicotomia destra/sinistra), orfana della destra – federata a suo tempo dal Cavaliere ma ora divisa fra moderati ed estremisti –, l’Italia ha bisogno di Sinistra. Di un quarto polo che sparigli il sistema politico, che ora si divide tra forze del sistema (il Pd e vari pezzi della destra) e forze antisistema (M5S e Lega), restituisca alla politica la sua complessità, e faccia ri-emergere la dicotomia destra/sinistra, oggi oscurata ma non scomparsa.

Per realizzare questo obiettivo strategico il partito nuovo della sinistra deve farsi carico di alcuni compiti. Il primo dei quali è ripoliticizzare la società, ovvero dare orientamento, direzione, coerenza, al malessere – all’apatia, alla ribellione, alla disaffezione, alla paura, alla sfiducia – che la attraversa, alimentato dalla crisi strutturale del neoliberismo e dell’ordoliberalismo che all’euro è sotteso: una crisi che produce scarsità di lavoro, disoccupazione, povertà, disuguaglianza, e accorciamento delle aspettative di vita. Finora questo malessere si è espresso secondo le coordinate del neoliberismo imperante: come insoddisfazione individuale rivolta contro i politici in quanto personalmente corrotti, con l’implicita accettazione dell’attuale assetto dell’economia in quanto «naturale». Una ribellione passiva, quindi; che si manifesta o con l’astensione elettorale o con il voto a un movimento antisistema o ancora con la protesta estremistica di destra – alimentata dall’emergenza migranti che si somma con l’emergenza sociale –. Una ribellione che deve diventare attiva.

Il secondo compito è democratizzare la democrazia, che va sottratta alla trasformazione da democrazia parlamentare – prevista dalla Costituzione vigente – in democrazia d’investitura, o in democrazia plebiscitaria, quale è disegnata dalla riforma renziana. Da democrazia dei partiti, cioè della partecipazione e della mediazione, in democrazia del Capo e del suo rapporto immediato (in realtà, attraverso i media, di cui è l’assoluto padrone) con le masse passive. Una deriva che è da bloccare con fermezza e inventività.

Questi compiti devono certo acquistare sostanza attraverso «politiche» – su salute, scuola, lavoro, pensioni, sicurezza – ma hanno a che fare con la riattivazione della «politica» stessa, e con la sua forma tradizionale: il partito. Grazie al quale l’insoddisfazione diffusa possa diventare mobilitazione, orientata da analisi non mainstream, e organizzazione efficace che aggreghi lotte, destini, speranze. Un partito che abbia un’identità ma che non sia di testimonianza, che rifugga da reducismi e da velleitarismi, che sia radicale senza essere estremista; che si candidi a intercettare i voti degli elettori di sinistra delusi dal Pd e di chi vuole protestare contro l’attuale assetto della società e dell’economia, ma non si fida dei «cinquestelle». Un partito non «della nazione» ma che esprima un «punto di vista», un interesse collettivo determinato.

Naturalmente, il processo costituente di questo partito incontra ostacoli. Il primo è la legge elettorale, congegnata come scontro (al ballottaggio, praticamente inevitabile) fra due partiti: una versione rozza e semplificata della politica, che penalizza chi si presenta come forza critica, probabilmente minoritaria e quindi potenzialmente ricattabile sul tema del «voto utile». Il secondo è la resistenza di piccoli soggetti identitari a entrare in un processo di aggregazione più vasta; personalismi, settarismi, rancori, gelosie, dogmatismi ideologici, fanno parte della storia della sinistra, e continuano a pesare e a dividere. Il terzo ostacolo è ancora più grave, ed è costituito dalla sfiducia dell’elettorato verso la politica in generale e verso la sinistra in particolare. Una sfiducia determinata dalla lunga stagione in cui la sinistra ha avallato ogni idea neoliberista, ogni trasformazione politica, sociale ed economica orientata a principi, valori e interessi ostili o estranei alla dimensione pubblica, al welfare e alla stessa democrazia parlamentare, finendo per negare se stessa (appunto, la parabola del Pd); e determinata anche dalla «inattualità» della sinistra, dalla sua nobile pretesa di coniugare teoria e prassi, analisi e intervento politico; una pretesa controcorrente rispetto alla politica spettacolo, alla politica-spot, al populismo e al decisionismo, davanti a cui la sinistra rischia di apparire non solo inaffidabile e improduttiva ma anche obsoleta, incapace di comunicare se stessa agli uomini e alle donne di oggi. Si aggiunga a ciò – quarto ostacolo – la difficoltà che il nuovo soggetto incontra a rendersi visibile nel sistema dei media, e ad avanzare poche proposte forti che «buchino» gli schermi.

La consapevolezza di questi ostacoli è presente nella fase costituente del partito, che prevede sia momenti organizzativi classici (il tesseramento, le assemblee regionali, il congresso fondativo) sia nuove forme di collaborazione e di partecipazione (la piattaforma elettronica). Ed emerge come tensione non solo a proposito delle alleanze col Pd (al momento impossibili a livello politico ma divisive a livello amministrativo) ma anche della qualità e della fisionomia del partito nuovo, se debba essere più vicino a movimenti come Podemos o Syriza (già questi diversi tra di loro) o a forze strutturate come la Linke. Se il linguaggio della sinistra e la stessa parola «Sinistra» siano adeguati al momento storico, o se debbano essere aggiornati o del tutto re-inventati (e come).

A queste tensioni si darà certo una soluzione di compromesso – soprattutto se la sinistra troverà quel leader che ora le manca (altro ostacolo non da poco) –. Ne va della credibilità del nuovo soggetto, della sua capacità di parlare alla sua platea elettorale, potenzialmente vasta e certamente plurale. Per essere vivo e vitale, infatti, una forza politica non può fondare la propria esistenza solo sul bisogno «oggettivo» che di essa si manifesta nella società: deve sapere anche essere «soggetto», incontrare attivamente la storia presente e progettare credibilmente quella futura. Di élites senza popolo, di generali senza esercito, di partigiani senza consenso, non sappiamo più che fare.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 19, 7 maggio 2016.

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