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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Neoliberismo

Chiarezza sulla sinistra

Intervista  con Pino Salerno

 

 

Cominciamo dall’Europa e dalla sua grande fibrillazione, dal 24 settembre tedesco al primo ottobre spagnolo fino al discorso di Macron (con il corollario delle prossime legislative austriache e il referendum farlocco del lombardo-veneto). Ne esce un quadro in cui la tecnoburocrazia di Bruxelles ha responsabilità notevoli, e l’Europa politica si dilania e non fornisce più risposte ai popoli. Qual è il tuo giudizio?

L’Europa non ama gli Stati, e nasce per superarli. Ma di fatto è dominata dagli Stati, ciascuno dei quali utilizza l’Europa e le sue istituzioni per aumentare la propria potenza. Questa è una prima contraddizione. La seconda è che il neoliberismo non ama lo Stato se non per le sue prestazioni penali, e cerca di avere a che fare più con la governance che con i governi. Ma l’Europa non è solo neoliberismo: è anche ordoliberalismo (l’euro), che implica invece un massiccio ricorso allo Stato in chiave di stabilizzatore e neutralizzatore dei conflitti. E questa è la seconda contraddizione. A ciò si aggiunga la terza contraddizione: che cioè lo Stato è sì centrale nell’attuale architettura dell’Europa ma è anche devastato da una crisi economica che tende a disgregarlo secondo linee di frattura di convenienza produttiva e finanziaria. Nel complesso, quindi, l’impulso neoliberista e la morsa della crisi vanno verso la rottura dello Stato per costruire, su basi etniche più o meno inventate, Stati più piccoli e più liberi dai vincoli di solidarietà fiscale che regnano in uno Stato tradizionale. Ma l’esigenza ordoliberista di stabilità e la diffidenza degli Stati europei verso le crisi politiche radicali vanno nella direzione di evitare ogni incentivo alla frantumazione e alla balcanizzazione dell’Europa. Per ora la linea della prudenza è di gran lunga prevalente.

In Democrazia senza popolo hai descritto l’esperienza parlamentare negli anni del renzismo. Come faremo a ricostruire l’Italia sulle mille macerie che hai narrato?

Le macerie ci sono, indubbiamente. Si è ormai affermato un modello economico che funziona solo con la completa subordinazione e privatizzazione del lavoro, e che quando produce nuova ricchezza non la redistribuisce ma la concentra su coloro che sono già ricchi. Un modello economico che produce deliberatamente disuguaglianza e degrado (poiché vieta l’intervento pubblico nell’economia in chiave anticiclica, e vieta anche gli investimenti nello Stato sociale), impoverimento e precarietà non occasionali ma strutturali, competizione ma non conflitti progressivi, abbassamento della qualità delle forme di vita e di produzione materiale intellettuale, con l’emersione di poche isole d’eccellenza, del tutto omologate al sistema. Ne conseguono oppressione e mortificazione generalizzate, crollo della lealtà repubblicana, allentamento del legame sociale, inimicizia universale di tutti verso tutti, individualismo passivo e rassegnato, crisi della democrazia, atteggiamenti anti-politici in realtà funzionali al mantenimento dello status quo o all’insorgenza di politiche di destra. La via per battere tutto ciò è in primo luogo riconoscere la situazione attuale con realismo, senza indulgere in ottimismi di maniera. In secondo luogo si deve affermare un rigoroso pensiero critico che instancabilmente denunci e riveli le contraddizioni insanabili del sistema, a partire dalla universale oppressione, dalla chiusura degli orizzonti vitali, che quasi tutti i cittadini sperimentano quotidianamente. In terzo luogo si deve dischiudere un universo realmente alternativo, che dia spazio e consistenza alla speranza di una democrazia fondata sul lavoro e non sul mercato, e alla fioritura di libere personalità e non di soggetti frustrati. In quarto luogo, non si deve avere fretta di governare: la costruzione di un pensiero pensante e non sloganistico, e di un soggetto sociale dotato di una qualche consistenza, viene prima. Dalle macerie si esce, se si esce, negli anni, non nelle settimane. La politica deve ritrovare il passo lungo e la progettualità, eludendo la trappola della comunicazione e della governamentalità.

Da qui la necessità di costruire un soggetto politico della sinistra, alternativo al Pd renziano, e alle politiche neoliberiste che esso ha prodotto. Tuttavia, dal primo luglio di piazza Santi Apostoli a oggi, l’impasse è purtroppo evidente. Quale futuro? Come riusciamo a contrastare il mainstream dell’informazione che vuole convincerci della fine della sinistra europea e della differenza con la destra? Una destra che ormai è sempre più radicalizzata verso posizioni xenofobe e razziste, e di conservazione di un’Europa intollerante e inospitale?

L’impasse della sinistra non è casuale. Essa si divide – e ormai sembra una divisione irreversibile – fra coloro che puntano a un nuovo centro-sinistra, a un nuovo Ulivo (sulla base del riconoscimento che il Pd di Renzi non è di centro-sinistra, ma che con un’alleanza a sinistra può cambiare) e coloro che vogliono costruire il quarto polo, non tanto di centro-sinistra ma di sinistra, per non allearsi mai con il Pd o eventualmente solo dopo le elezioni e solo dopo trattative sul programma di governo. Si tratta del dilemma della sinistra nell’età neoliberista: accettare la nuova forma del mondo per governarla (così si crede) allo scopo di mitigarne le asprezze, oppure fronteggiarla come un avversario che vuole trionfare sulle conquiste del lavoro e della democrazia? Le sinistre europee hanno seguito la prima via, facendosi battistrada del neoliberismo, per finire a questo subalterne e per essere scalzate dal ben più solido e convincente impianto governamentale delle forze di centro. In tal modo, le forze di sinistra non hanno neppure saputo intercettare il disagio e la protesta contro il sistema a cui esse stesse hanno dato più di una mano, e le hanno lasciate alle destre. Una sinistra che voglia rimediare a questi errori deve proporsi non tanto un generico superamento del capitalismo, ma di instaurare le condizioni politiche e sociali perché al capitalismo si affianchi, con un ruolo di riequilibrio e di governo, una politica certa di sé, ovvero consapevole del fatto che il capitalismo non crea ordine stabile, sviluppo umano, speranza collettiva.

Una siffatta sinistra deve essere guidata da politici credibili, nutrirsi di pensiero non mainstream, non accontentarsi di atteggiamenti liberal e recuperare la concretezza e la radicalità dell’analisi e della proposta. Deve non illudere i cittadini su di una facile uscita dalla situazione in cui siamo finiti come Italia e come Europa. Deve differenziarsi, rendersi riconoscibile, tanto più in un sistema elettorale proporzionale. Deve parlare senza mediazioni con le persone, non comunicare attraverso i media. Deve tornare non tanto fra la gente in senso generico quanto nei luoghi di lavoro e di formazione. Deve battere l’individualismo rassegnato e isterico a cui conduce il neoliberismo, con la prospettiva di una dimensione pubblica ricostruita. Deve insomma essere alternativa al presente stato di cose, e dare risposte ai bisogni reali dei cittadini, riassumibili nella sicurezza democratica. Ovvero la sicurezza dell’ordine pubblico, della civile convivenza; la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro; la sicurezza sulla qualità della pubblica istruzione e della pubblica sanità; la sicurezza del territorio. Tutti obiettivi per perseguire i quali è indispensabile un nuovo investimento sullo Stato, troppo frettolosamente dato per morto, prima che sull’Europa (che resta una prospettiva utile se è gestita da Stati orientati a sinistra).

Ci deve essere, in sintesi, un motivo per cui un cittadino vota a sinistra, e la nuova sinistra glielo deve dire e dare, con un impegno pari a quello che animò i primi “apostoli” del socialismo a fine Ottocento. Nulla di meno è richiesto a chi voglia costruire una sinistra in un mondo che è governato dalla destra economica, e che scivola verso la destra politica. Altrimenti è meglio stare a casa. E qui voglio fare un’ultima osservazione: la mia non è una proposta di testimonianza, come si usa dire oggi, né una predilezione per i partitini. È una proposta di ricostruzione progettuale e di generosa apertura al rischio insito nella politica, che non si propone solo qualche guadagno tattico, ma che vuole pensare in grande e in avanti, o almeno si sforza di farlo. Ed è l’auspicio che dall’impasse finalmente si sia usciti, con radicalità e con serietà, senza esitazioni e senza estremismi.

Ingiustizie e disuguaglianze sociali: è davvero necessario governare per risolverle? Ovvero, Pisapia insiste sul centrosinistra “di governo”, discontinuo rispetto alle politiche renziane, ma evita di proporre come si governano i processi. Che ne pensi?

Sulla base di quanto ho appena detto, è chiaro che il semplice andare al governo non basta. Si rischia di non contare nulla e di avallare politiche in continuità col passato, di sposare tutte le «compatibilità» del sistema. È molto più importante insediarsi nella cultura e nella società con un lavoro di lunga lena e di ampie prospettive, che ricostruisca le persone, la società, lo Stato, la democrazia, l’Europa.

Renzi ha sostenuto che i suoi avversari sono i 5stelle e i populisti, mentre col Rosatellum costringe a coalizioni farlocche pronte a sfaldarsi il giorno dopo il voto. Zagrebelsky invita Mattarella a non firmare quella riforma elettorale a pochi mesi dal voto e indica, insieme a tanti giuristi, gli elementi di indubbia incostituzionalità presenti nel Rosatellum. Qual è l’antidoto, secondo te?

L’antidoto al Rosatellum è stato il Mattarellum o anche il Tedeschellum. Questa nuova brutta legge che martedì si inizia a votare alla Camera è buona per Renzi e per Berlusconi, dato che rende entrambi centrali nel costruire coalizioni, e al contempo spacca la sinistra e toglie qualche seggio ai cinquestelle (i quali in ogni caso, si sono tirati fuori dagli scenari post-elettorali, poiché non hanno e non vogliono avere capacità coalizionale). Ma una legge elettorale da sola non salva un Paese (al massimo lo condanna). Le coalizioni che emergeranno dalle elezioni saranno instabili, soprattutto quella di destra, lacerata tra Salvini e Berlusconi. Secondo quelli che saranno i risultati elettorali concreti, a oggi non prevedibili per la distanza che ancora ci separa dal voto, ci saranno rimescolamenti di carte in Parlamento. È su questi – sulla rottura della destra in particolare – che Renzi, ormai venuto a più miti consigli, punta per avere un ruolo nella politica di domani (e intanto si fa una legge che gli dà il controllo degli eletti, almeno per sette decimi). Francamente, si tratta di scenari tanto deprimenti quanto invece è esaltante adoperarsi per la ricostituzione di un orizzonte teorico e pratico di una sinistra non politicista, ma capace di pensare la politica in grande stile.

 

 

L’intervista è stata pubblicata in «www.jobsnews.it» l’8 ottobre 2017

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Vero e falso per me pari sono. Le fake news e il mondo virtuale

In La menzogna in politica (1972), in commento alla pubblicazione dei Pentagon Papers, Hannah Arendt sottolineava che un evento ben reale come la guerra in Vietnam era in verità l’esito di un processo di «defattualizzazione». La politica dei vertici decisionali statunitensi, scollegata dalla realtà, dai fatti empirici, dagli stessi interessi concreti della superpotenza, le appariva determinata dalla volontà di creare un’immagine, un effetto ottico – nel caso specifico, che gli Usa fossero disposti a tutto per impedire al comunismo mondiale di vincere – a cui finirono per credere gli stessi decisori politici.

La posizione di Arendt si fonda sulla antitesi di verità e falsità, di reale e rappresentazione, di politica e di ideologia: i primi termini sono relazionali, storici, produzioni dell’umanità che agisce in comune; e i secondi sono invece espressione di una solitudine del sapere e del potere, della loro incapacità di confrontarsi col mondo e con la sua complessità; una solitudine che è lo sviluppo dell’estraneazione fra politica e teoria già presente, in forme diverse, negli arcana imperii del XVI e del XVII secolo, e nella propaganda ideologica totalitaria del XX secolo.

Per dipanare la questione delle fake news si può prendere il via da qui, per andare oltre. In primo luogo, definiamo questo nuovo termine del linguaggio pubblico come «notizia contraffatta, spazzatura, panzana, bufala, inventata a scopi di polemica o di odio, e diffusa con rapidità dai media e dal web» – il mezzo elettronico di propalazione fa parte della definizione, con la istantaneità, la onnipervasività, la facilità di diffusione e la impossibilità di porvi riparo, che al mezzo stesso ineriscono –. Appartengono alle fake news, a mero titolo di esempio, tanto la tesi sgangherata che Obama non sia nato negli Usa (e quindi non ne potesse essere il presidente) quanto la malvagia invenzione che un gruppo di islamici festeggiasse in un bar a Milano l’attentato di Manchester (per accreditare la tesi dell’odio implacabile dell’Islam verso l’Occidente). Le finalità delle fake news, in generale, hanno spesso a che fare con l’incremento dell’intensità di emozioni politiche, l’odio e la paura, la cui potenza è difficilmente sovrastimabile.

Le fake news di oggi sono differenti non solo rispetto al delirio del Pentagono negli anni Sessanta ma anche rispetto alle vecchie menzogne e alle disinformazioni della propaganda politica della guerra fredda. Infatti, piuttosto che una menzogna mirata, consapevolmente o non, a costruire un mondo raddoppiato, un artificio privo di contatti con la realtà (benché capace di agire su questa) oppure a screditare un avversario reale, la fake news si insedia parassitariamente all’interno di una dimensione che Arendt non poteva conoscere: quella del «virtuale». Che non è un mondo raddoppiato, sotto il quale stia una realtà inascoltata, ma un mondo unico, a una dimensione, costituito da flussi di notizie, di rappresentazioni, di narrazioni: una maschera senza volto, infinitamente cangiante, un logos fluido e al contempo reificato, manovrato incessantemente da centrali piccole e grandi che lo riproducono come unica dimensione d’esistenza dell’umanità. Il virtuale non si sovrappone al reale ma è una simil-realtà onnipervasiva, resa tecnicamente possibile dalla rivoluzione elettronica, dalla digitalizzazione della realtà, trasformata in una bolla mediatica in permanente ebollizione; un mondo incantato, popolato di spettri evanescenti, dall’ambiguo statuto ontologico, che vanno e vengono, appaiono e scompaiono, nelle nebbie dell’informazione e della disinformazione; una dimensione in cui non ha luogo la netta distinzione fra menzogna e verità, fra verosimile e inverosimile. Le fake news, insomma, sono sì menzogna, ma vengono fabbricate e propalate in un mondo virtuale che rende impossibile la distinzione fra reale e immaginario, e sono pertanto una menzogna di tipo nuovo, un’alterazione efficace di un’esistenza collettiva che è ormai tutta trasformata in un flusso indistinto, in una disorientante e cacofonica narrazione a molte voci. Rispetto a quella classica della maldicenza («calunniate, calunniate: qualche cosa resterà») le fake news esibiscono un’efficacia potenziata proprio dal fatto che il mondo virtuale ha perduto l’oggettività del vero e la soggettività del falso, perché tutto, lì, è narrazione, in una universale equivalenza e in-differenza che rendono impossibili comprensione, valutazione e giudizio. Il virtuale è il pensiero unico fattosi mondo, non tanto per l’omogeneità dei contenuti quanto per l’indifferenza ai contenuti.

L’efficacia delle fake news consiste nel lasciare un breve segno, nel produrre un fugace orientamento, uno spin; non certo nel cambiare il mondo, né nel criticarlo; è la verità ciò che libera e critica, mentre l’autore di fake news anche se a volte si crede un guerrigliero che mette un granello di sabbia negli ingranaggi del moloch della falsità virtuale, non fa che rafforzarla, che accettarne la legge di fondo: che non vi è Legge. La fake news – che sia sofisticata e professionale, oppure naif e rozza, scientifica o «fai da te» – è manipolazione della e nella manipolazione: la fake news lascia il mondo com’è, o lo peggiora, intossicandolo vieppiù; in ogni caso ha un’efficacia di tipo emozionale, non cognitivo: esprime ed eccita disagio, odio, fanatismo, sentimenti e risentimenti, in una biopolitica delle passioni ribollente e inerte, assai lontana da quella mirata e unidirezionale della propaganda totalitaria.

È quindi evidente che le fake news prevedono anche l’evanescenza della nozione di responsabilità: tanto da parte di chi le produce, che getta un sasso nello stagno e mai ne risponde, quanto da parte di chi ne è destinatario che spesso è ben lungi non solo dal potere esercitare critica e controlli, ma anche dall’immaginare che ciò debba essere fatto, e si affida piuttosto a un automatico riflesso di fiducia, o di neutrale passività, verso la rete, come un tempo verso la televisione – e, naturalmente, chi ne è vittima non ha difesa, nel mondo virtuale –. C’è qui un principio d’autorità di nuovo tipo: poiché non c’è più alcuna autorità, tutto quello che viaggia nei media è narrazione che si autoalimenta. È il mezzo (la virtualità elettronica) che dà al messaggio la patina della verosimiglianza in un oceano dove tutto equivale a tutto, e dove la stessa idea di un controllo a monte o di una responsabilità a valle è difficilmente concepibile oppure è vista come un’autoritaria ingerenza – questa sì illegittima e ingiustificata, perché del tutto allotria rispetto al virtuale – nella libertà della comunicazione. Una libertà che è piuttosto una gigantesca prigione, una sfera comunicativa che in realtà non è fatta di comunicazione, cioè di rapporto dialogico fra soggetti: piuttosto, quella comunicazione – tanto che abbia un andamento top down quanto che pretenda di assumere la direzione bottom up – è una mediazione immediata, abitata da comunicatori, tutti (tanto i   singoli quanto le grandi centrali di informazione, di disinformazione e di orientamento mainstream della opinione pubblica) risucchiati all’interno della bolla virtuale. E proprio per questo predominio del contesto la fake news può sì essere pensata come strategica rispetto a un fine, e quindi riconducibile al classico rapporto di causa ed effetto, ma è più interessante come espressione della fine dei fini, ovvero del nostro vivere immersi in un universo mediatico, come funzione di questo, e al contempo come manifestazione della tendenziale scomparsa dei fatti – o del loro occultamento –.

Il mondo virtuale non è quindi propriamente un regime di verità: è piuttosto la società aperta che implode su se stessa, che realizza nel massimo di visibilità e di trasparenza il massimo di opacità, è un regime di oscurità che attraverso l’eccesso e la dissonanza di news produce un impersonale «effetto Babele», di inclusione fino alla saturazione, un dominio in cui tutto è accolto e tutto è depotenziato: un dominio in cui vero e falso trascorrono l’uno nell’altro, inafferrabili. E in cui quindi anche la fake news, parola scritta sull’acqua o piuttosto sulle onde elettromagnetiche, ha in sé tanto la permanenza e la capacità di orientamento – infatti agisce lasciando una traccia, un sedimento –, quanto l’evanescenza, l’elusività, la non rintracciabilità.

Ma il virtuale destituisce di fondamento non solo la solida realtà, le distinzioni nette fra vero e falso, sì anche – sussumendole in un oceano di chiacchiere, pettegolezzi, stereotipi, confronti televisivi – cannibalizza la rappresentanza politica e l’opinione pubblica: astrazioni concrete ed efficaci, istituzionalizzate o fluide che siano, che la modernità politica ha escogitato per agire politicamente e per controllare il potere; astrazioni, certo, ma pubbliche, istituite, articolate e differenziate, al cui interno può darsi un vero conflitto fra diverse verità, o diverse menzogne, ascrivibili a settori della società, a parti politiche determinate. Da queste determinazioni e da questo conflitto nasceva la possibilità di distinguere, per confronto reciproco, per frizione di interessi e di valori, il vero dal falso; intesi, questi concetti, nelle uniche accezioni praticabili, cioè come saperi dotati di qualche permanenza pur nella loro contingenza, sottoponibili a critica, iscrivibili in una dialettica.

Il virtuale, invece, è l’espressione di una società – quella dei decenni del neoliberismo, dei suoi trionfi e delle sue crisi – che è stata disarticolata in una moltitudine di individui solitari, la cui comunità è, appunto, risolta nella virtualità, nella “amicizia” di facebook; di una società in cui le ragioni del conflitto sono inibite e non espresse, e si trasformano in esasperazione, risentimento, frustrazione, di cui nel virtuale si dà manifestazione non sublimata ma immediata e impotente; in cui la lotta politica si fa con le fake news e con le contro-fake news, in una rincorsa in cui tutti si atteggiano a vittime e tutti si comportano come sicari. Nel virtuale, insomma, si consuma l’impotenza della politica – che esige concretezza e verificabilità – e vengono a cortocircuito tanto il soggetto quanto l’oggetto e le loro relazioni significative. Il significato politico del mondo virtuale sta in questo suo sostituirsi alla politica; e in ciò – e solo in ciò – il virtuale è un potere reale. Che sia una delle facce del potere economico, che sia sorretto da un esplicito disegno di «poteri forti» o che sia uno sviluppo incontrollato di logiche e di tecnologie smaterializzanti iscritte nel DNA del neoliberismo e della rivoluzione elettronica, non è qui il caso di discutere: in ogni caso, il mondo virtuale è un ordine paradossale, fondato sull’indisciplina più che sulla disciplina. Un ordine che non indirizza da una parte piuttosto che da un’altra; piuttosto, agisce impedendo l’orientamento e il giudizio.

La scomparsa della realtà oggettiva, e della verità in senso ontologico e fondativo (realtà e verità sono tematiche che viaggiano affini e vicine), è, certamente, implicita nella modernità, l’epoca in cui non si può più dire, con Paolo (Rm 3, 4) «Dio è verace e ogni uomo è mentitore» proprio perché lo sforzo della modernità è costruire la verità come opera umana e non di accettarla come Oggetto esterno al soggetto. È profondamente iscritto nell’epoca moderna il passaggio dalla verità all’ordine artificiale, dalla realtà alla effettualità, dalla affermazione alla rappresentazione. Il vero, privato del suo ruolo di sostanza fondativa oggettiva, «è l’intero», ossia sono i processi storici dell’umanità – e la storia è l’unica realtà –, i progressi nei diversi saperi, le relazioni collaborative e conflittuali, genealogicamente ricostruite e criticate. Un vero tutto umano, risolto nel sapere costruttivo ma anche nel confronto, e quindi un vero relativo e in movimento; un vero che è essenzialmente critica.

È il vero moderno – non quello ontologico – la vittima del virtuale, che ne costituisce forse l’estremizzazione e certo il superamento in negativo; se nella modernità scompaiono il vero e il reale come oggetti e diventano soggetti in relazione, oggi nel virtuale è appunto la relazione e a scomparire: lì tutto coesiste immediatamente con tutto, perché tutto è indifferente. Adorno poteva dire, nell’età del totalitarismo e del tardo-capitalismo, «il tutto è falso»: della dimensione virtuale si può dire, per rimanere nell’ambito della filosofia classica tedesca, che è «la notte in cui tutte la vacche sono grigie». Ovvero, è appunto la dimensione della «post-verità», o meglio della «post-critica», della «a-criticità». L’ultima fase della modernità è così un’ulteriore complicazione della questione della menzogna, che diventa sempre più inafferrabile, e che ai suoi lemmi e dilemmi classici – verità, veridicità, autenticità, trasparenza, sincerità, rispetto di sé, degli altri, dell’oggetto – aggiunge ora la dimensione del falso-vero e del vero-falso: il virtuale, appunto.

All’incantesimo del virtuale, all’oscurantismo della trasparenza, ci si deve potere sottrarre con un nuovo illuministico disincanto. Si può in prima battuta dare credito alla via giudiziaria. Esistono leggi, vecchie e nuove, che pretendono di far valere, rispetto a esso e contro di esso, il reale; di perforare la bolla, insomma, e la sua autoreferenzialità. E che quindi si propongono di censurare le fake news, di rimuoverle, di rettificarle, di sanzionarle – a partire dall’art. 656 c.p. che vieta e punisce la diffusione di notizie false e tendenziose –. In realtà, il ritorno sulla terra, alla solida realtà, attraverso la via giudiziaria, è rarissimo e lentissimo, e se può in certi casi risarcire tardivamente persone offese non modifica l’efficacia, quale che sia, della fake news – o a volte la amplifica –.

Più radicalmente, da ogni parte giunge l’appello alla critica per aprire brecce nella nichilistica compattezza del virtuale. Infatti, la qualità di «falso» della fake news è solo all’apparenza determinante, mentre realmente decisiva è la sua appartenenza al mondo virtuale, alle sue ontologiche ambiguità. Il falso, all’interno del virtuale, è inafferrabile. E quindi non si può sensatamente lottare contro le fake news se non uscendo dalla stessa dimensione del virtuale, o facendola deperire; se non praticando un nuovo e più potente disincanto, volto al recupero della verità moderna: cioè praticando confronto e conflitto, relazionalità e criticità. Ovvero, uscendo dalla solitudine – che si vuole onnipotente ma che è impotente – del web, e ponendo le condizioni perché si ritrovino persone e cose, istituzioni e partecipazione; perché si riattivino la socialità e l’attività contro la passività e l’inerzia del virtuale.

Ma quale critica? Posta in essere da quali soggetti? Educati da quale scuola? Mossi da quale intento di autonomia? Interrelati fra loro in quali gruppi? Praticanti quale dialogicità? Come si vede, la riattivazione della critica implica cultura lungamente praticata, consistenza e articolazione della società, istituzioni educative non corrive verso gli imperativi dei tempi e verso le forme vitali dominanti. Condizioni esigenti, difficili, che si collocano fuori dal mondo virtuale, e che implicano un forte intervento della politica.

È la politica reale che si deve affermare contro la politica spettrale del virtuale; una politica fatta di poteri diretti, di responsabilità, di interessi che confliggono e si compongono in mutevoli equilibri, di visioni che non si chiudono in se stesse. Una politica che all’anonimato e all’impersonalità passiva del virtuale, al suo regime di post-verità e di a-criticità, alla mediazione immediata, oppone non una improbabile imparzialità o una chimerica oggettività ma una mediazione mediata, storicizzata, sottoposta a critica: una mediazione sociale e istituzionale costituita dal franco confronto fra tesi esplicitamente parziali, non un impossibile terreno solido ma la presenza delle persone, dei gruppi, degli interessi plurali, e il movimento intellettuale e sociale della critica. Ovvero, una democrazia matura e responsabile, portatrice di un nuovo umanesimo. Le cui caratteristiche categoriali siano la presenza concreta (dell’Io, dei gruppi, delle istituzioni), il movimento, il conflitto, il pluralismo, in aperta opposizione alla ribollente staticità e alla multiforme univocità del mondo virtuale. A tal fine non è sufficiente la franchezza della parrhesia individuale: il nuovo umanesimo passa attraverso la nuova criticità collettiva, attraverso la consapevolezza, eminentemente politica, che per criticare il falso si deve criticare l’intero che lo ospita.

Il saggio è stato pubblicato con il titolo Menzogna e verità: le fake news nel mondo virtuale in «Italianieuropei», n. 3, 2017, pp. 24-33

Difficoltà e prospettive della sinistra

Il nuovo soggetto politico che si forma a sinistra del Pd è nella condizione di «stato nascente», ovvero è indeterminato e aperto a molte soluzioni. L’altra caratteristica dello stato nascente, ovvero la ricchezza esplosiva d’energia, è invece assente.

Quindi, l’indeterminatezza si trasforma in difficoltà, in incertezze. Come si è già visto in altri recenti tentativi di far nascere soggettività politiche a sinistra, anche in questo caso – con un imbarazzante effetto di deja vu – non si riesce a decifrare ciò che avviene (la «fase») né ciò che si deve fare (la strategia, prima ancora che la «linea»).

All’apparenza, o meglio a un primo livello, la difficoltà sembra consistere nel dualismo fra la linea «Pisapia» e la linea «Mdp». Dove il primo elemento implicherebbe la «novità» (per quanto mediaticamente costruita) e il «campo largo», cioè l’uscita, almeno tentata, dal perimetro della sinistra tradizionale (posto che lo si possa ancora definire); mentre il secondo rinvierebbe all’organizzazione efficace sul territorio, a figure dirigenziali più sperimentate (o più logorate) come Bersani e D’Alema, e a una connotazione più centrata sul «ceto politico». La strategia in entrambi i casi è indicata come la «ricostituzione del centrosinistra» (con o senza trattino, a seconda che si pensi ad alleanze post-elettorali col Pd, o invece a costituirsi come autonomi e alternativi ad esso – cioè come il «vero» centrosinistra, dato che il Pd ha tradito la sua mission originaria – ).

Questo dualismo, ormai esplicitato con chiarezza, si è spinto fino all’ipotesi di preventivo scioglimento di Mdp nel nuovo contenitore «Insieme», ipotesi rinviata a tempi più maturi, ma non respinta, perché è chiaro che non si potrà andare alle elezioni, né da nessuna altra parte, con una federazione di sigle priva di progetto. Ad esso si aggiunge la difficoltà di rapporto con Sinistra italiana e col movimento di Falcone e Montanari, che forse potrebbero prestarsi a essere l’ala sinistra dell’eventuale nuovo soggetto unitario di centrosinistra, ma non sarebbero disposti ad allearsi con il Pd. Da qui discende la difficoltà di decidere o di prevedere se alle elezioni vi sarà una lista a sinistra del Pd, oppure due.

Ma a monte di queste difficoltà di tattica politica stanno difficoltà strategiche. Difficoltà a misurare bene la crisi del neoliberismo, aggravata dalle pastoie dell’ordoliberismo, che è una crisi della società intera, di tenuta del legame sociale e della lealtà democratica. Una crisi che ha distrutto, nel nostro Paese, l’intera sfera pubblica, privando l’Italia di dibattito intellettuale (reputato inutile o ridotto a mera chiacchiera televisiva) e di innovativa azione politica (di fatto impossibile o velleitaria). Difficoltà, inoltre, a misurare la crisi del Pd, cioè della prospettiva del neoliberismo liberal, del partito borderless a vocazione maggioritaria; una crisi irreversibile a cui si offre la prospettiva riparatoria del centrosinistra rinnovato, o del ritorno all’Ulivo.

Da questa difficoltà di analisi discendono le difficoltà strategiche, ovvero l’incapacità di decidere se si vogliono i voti degli elettori del Pd dissenzienti dal renzismo ormai divenuto una ossessiva vicenda personale – mentre il Pd che subisce ogni giorno smottamenti di ceto politico e che sta risultando privo di appeal se non presso chi ha qualche bene al sole e teme di perderlo – oppure i voti di chi detesta radicalmente il Pd e il sistema di potere che esso malamente sorregge, come un sistema impoverente ed escludente (e più si sostiene che in realtà il Pil va bene, e le esportazioni pure, più si attizza la rabbia dei cittadini sui quali questo miglioramento meramente statistico non ricade – cioè la rabbia della stragrande maggioranza degli italiani –).

E di lì discendono anche le difficoltà a definire l’orizzonte dell’impegno del nuovo soggetto politico, e a decidere se questo sia determinato dalle prossime elezioni e dall’obbligo di essere presenti in parlamento, oppure se si abbia una prospettiva di più lungo respiro, quella di impiantare in Italia una sinistra che sia forza di ricostruzione del Paese e della società su basi larghe e nuove rispetto al lungo ciclo distruttivo apertosi negli anni Ottanta.

A quelle difficoltà è da ricondurre anche la disputa se la nuova sinistra debba essere identitaria o di governo, dove il primo termine, solitamente usato in senso spregiativo, designa una presunta purezza ideologica (ma quale?) refrattaria a contaminazioni e ad alleanze, il secondo una disposizione a conciliarsi col mondo così com’è, razionalizzandolo con «riforme» – ed è ovvio che la sinistra che nasce dovrà essere tanto identitaria, ovvero certa di sé anche culturalmente, quanto capace di governare il Tutto muovendo da una Parte in alleanza con altre –.

La sinistra non sa decidere fra questi dilemmi – che i politici in generale non amano mai –, ma non può neppure sperare di evitarli esercitando l’antica doppiezza, o la complexio oppositorum, strategie praticabili da grandi partiti di massa come il PCI o la DC, ma non da una piccola forza quale essa è destinata a essere, nell’immediato. E non sa decidere perché sono vere entrambe le ipotesi di base dell’analisi della società, che cioè i cittadini vogliono discontinuità (chi ha perduto, nella grande crisi) ma anche sicurezza (chi ha ancora qualcosa, per poco che sia). Perché è vero tanto che l’attuale sistema economico è insostenibile e impoverente, quanto che nessuno ha idee radicalmente alternative o la forza di realizzarle. Perché è vero che gli esponenti del vecchio ceto politico che oggi si propongono come portatori di discontinuità sono fra i responsabili delle sconfitte storiche della sinistra, ma è anche vero che il nuovo ceto politico stenta a trovare in sé idee, energie e motivazioni (a parte Renzi, la cui personale ambizione è davvero notevole).

Questa incapacità di decidere si è manifestata anche nei rapporti con il governo, rispetto al quale i gruppi parlamentari di sinistra (a parte SI) si sono alternativamente collocati tanto con la maggioranza quanto con l’opposizione. Al di là degli evidenti motivi di tattica politica, questa indecisione rispecchia tutte le difficoltà che si sono enumerate.

Eppure, la decisione serve appunto a risolvere le situazioni che non presentano in se stesse una chiara linea evolutiva. È una scommessa, non sconsiderata, sul futuro. Di questa decisione – da parte di un ceto politico credibile e convincente perché convinto – c’è bisogno perché in essa sta l’unica energia politica che in questo momento aurorale si può mettere in campo. Tutti a sinistra, insomma, devono dismettere l’attitudine epigonale, da «ultimi giorni» e collaborare a un «nuovo inizio». Detto in altri termini, solo da una decisione chiara può nascere un messaggio chiaro agli elettori, senza il quale non è probabile che la sinistra nascitura sia un neonato vitale.

E non è per nulla sufficiente che la decisione sia l’esito obbligato del sistema elettorale proporzionale al momento voluto da Renzi: se oggi questo obbliga la sinistra a presentarsi sola alle elezioni, e quindi ad accentuare le distanze dal Pd, che cosa succederebbe se un ripensamento (propiziato da Prodi) portasse Renzi a impegnarsi per un nuovo sistema maggioritario che premiasse le coalizioni? Forse si andrebbe a un’alleanza pre-elettorale col Pd, e si definirebbe questa alleanza il «nuovo centro-sinistra»? Come è evidente, a sostenere la nascita del nuovo soggetto politico devono esistere motivazioni politico-culturali più forti che non la legge elettorale, motivazioni che nascono da analisi autonome e radicali, e da progetti ambiziosi e di lungo periodo. Nonché dal riconoscimento del sostanziale fallimento storico del centrosinistra, almeno nella sua veste di partito unico (il Pd) appaesato in un contesto bipolare – un fallimento che è tutt’uno con la crisi dell’ordine economico neoliberale e dell’assetto dei poteri e delle istituzioni nel nostro Paese –.

Dare risposta ai problemi veri del Paese (lavoro, PA, scuola, università, gestione del territorio, criminalità organizzata, immigrazione, crollo dello spirito civico) in un contesto di debolezza economica e sotto i vincoli dell’euro, non è una questione di spot, di bonus, di narrazioni; è un’impresa titanica che implica la ripoliticizzazione della società, la riculturalizzazione della politica, la ricostruzione della sfera pubblica, in un contesto, per di più, oggettivamente favorevole alla destra. Se non si ha questa consapevolezza, si resta nella subalternità o nel velleitarismo. Se la si ha, si può mettere mano a un disegno di spessore storico, sapendo che la cultura politica non si inventa dall’oggi al domani, e che lo stesso si deve dire del radicamento sociale, dei leader, delle classi dirigenti.

Niente fretta, quindi, o meglio, festina lente, «affrettati lentamente». La sfida elettorale non è la più importante, benché sia incombente; il ragionamento deve estendersi molto oltre di essa, senza governismi né isolamenti aprioristici. Soprattutto, la guerra di movimento elettorale non potrà essere per ora altro che guerriglia; ben più importante è rifondare le basi di una guerra di posizione di lungo periodo. Per rifare l’Italia da sinistra, e per dare agli italiani una protezione che passi non attraverso le ricette escludenti della destra ma che si fondi sul recupero dei diritti e della speranza, a partire dalle condizioni materiali di vita, di studio e di lavoro.

È chiaro che questo soggetto – in sintesi, un quarto polo che farà alleanze quando sarà abbastanza robusto per non essere subalterno – dovrà darsi presto, ma non affrettatamente, strutture democratiche e organizzazioni trasparenti, e che dovrà quanto prima smarcarsi dal governo e dalle sue politiche. Ma soprattutto dovrà dare l’impressione di volere esistere, di volere radicarsi nella società, di voler durare, di volere affrontare problemi veri con ambizione vera.

Sessant’anni fa, nell’anno che chiuse la seconda legislatura repubblicana, la DC si preparò alle elezioni con un governo di transizione, quello di Adone Zoli (galantuomo antifascista) e andò alla prova elettorale, in pieno miracolo economico, con lo slogan «progresso senza avventure», perché gli italiani non si spaventassero dei tentativi di apertura a sinistra, che infatti rimasero frustrati anche nel corso della terza legislatura. Oggi, il partito che regge il maggior peso del governo, nel mezzo di una crisi politica, civile, economica e sociale senza fine, pare impegnato in una sorta di «avventura senza progresso», in un tentativo di rivincita personale del grande sconfitto del 4 dicembre. La sinistra, che non ha voluto attingere all’energia che in quella circostanza si manifestò (certo non era solo un’energia di sinistra) dovrà ora inventarsene una, a partire dalle condizioni materiali del Paese e da un disegno ideale che le sappia interpretare; e ha quindi il compito di prospettare agli italiani, tanto l’«avventura» quanto il «progresso», ovvero, con il linguaggio di oggi, tanto la discontinuità quanto le nuove certezze, coniugando in sé, meglio di quanto sappia fare la destra, immaginazione e realismo.

 

Intervista sulla sinistra

Intervista con Francesco Nurra

 

 

Sembra che in Italia chi è interessato alla politica debba necessariamente affidarsi alla logica della leadership del cosiddetto «uomo solo al comando»? Quali sono secondo lei le cause politiche e storiche di questa scelta?

Bisogna sfatare la tesi che a sinistra non esista una tradizione di leadership forti e anche carismatiche. Da Gramsci a Togliatti a Berlinguer, solo per restare in Italia, abbiamo esempi dell’esatto contrario. Ciò a cui oggi assistiamo è in realtà il susseguirsi di tentativi di leadership prive degli altri fattori essenziali della politica: cioè prive di idee, di partiti organizzati, radicati e partecipati, e prive di ceti dirigenti sperimentati. Leadership solitarie, insomma, che si affidano a un rapporto immediato ed emotivo con una massa di cittadini disorganizzata e utilizzata soltanto nella fase del voto, e che non si confrontano con i gruppi dirigenti ma che si affidano alla collaborazione di un ristretto «seguito», ovvero a un «cerchio magico» di fedelissimi. Se ci chiediamo perché ciò avviene, non possiamo che rispondere che questa deriva leaderistica e personalistica è il più vistoso effetto della crisi dei partiti, innescata decenni fa nel nostro Paese tanto dalla mancanza di alternanza e dalla conseguente endemica corruzione quanto dall’affermarsi di mezzi di comunicazione (televisione e rete) che rendono la mediazione partitica obsoleta fornendo ai cittadini-spettatori l’illusione della democraticità e della partecipazione. Naturalmente noi sappiamo che appunto di illusioni si tratta, che quei nuovi mezzi di comunicazione sono di proprietà privata e che hanno come esito la manipolazione, la solitudine, la mancanza di confronto e di spirito critico; che assecondano e approfondiscono la scomparsa della dimensione pubblica; che la politica va fatta da persone in carne e ossa che si incontrano per ragionare e per deliberare, costituendo così la «pubblicità»; e che al potere economico, per sua natura oligarchico e non democratico, si può opporre solo un potere politico fatto di istituzioni democratiche e di partiti organizzati. E sappiamo anche che a questa prospettiva si oppongono i poteri che hanno contribuito, con i media da loro controllati, a screditare la politica istituita per consentire il mantenimento dello status quo in quanto presunto privo di alternative

Riguardo all’ultimo referendum costituzionale, lei ha affermato che si trattava unicamente di una formalizzazione delle pratiche già attuate in Parlamento; in altre parole, il ruolo del Parlamento è esautorato da prassi meramente incentrate sull’azione del governo a discapito di un Parlamento senza alcuna capacità di azione politica: si è insomma nel pieno di una oligarchia governativa. Le sembra che dopo il referendum del 4 dicembre sia cambiato qualcosa? Crede che chiunque vada al governo segua questa prassi ormai consolidata?

La crisi del Parlamento, l’istituzione centrale della moderna democrazia rappresentativa, precede addirittura la crisi dei partiti. Sono stati i partiti, nel secondo dopoguerra, a rivitalizzare il Parlamento che non aveva retto la sfida dell’ingresso delle masse in politica e che era stato completamente asservito dai regimi totalitari. E con la crisi dei partiti degli anni Ottanta anche il Parlamento ha conosciuto una nuova obsolescenza e una perdita di centralità politica a tutto vantaggio del governo. Si tratta di un trend comune all’Occidente, ma accentuatissimo in Italia, dove la critica al parlamentarismo è sempre stata forte, con l’eccezione parziale di una ventina d’anni nel secondo dopoguerra, in chiave tanto di qualunquismo plebeo quanto di efficientismo tecnocratico quanto di autoritarismo repubblicano-gaullista. E non a caso la nuova critica al Parlamento – implicita nelle riforme bocciate il 4 dicembre, che trasferivano anche formalmente tutto il potere al governo – riecheggia, per chi le conosca, queste tradizioni anti-parlamentari, a cui aggiunge nuova virulenza l’esasperazione dei cittadini per i presunti privilegi dei parlamentari. Una indignazione nel merito fuori posto, ma giustificata dal fatto che è a tutti evidente che il Parlamento non sta facendo ciò che dovrebbe: che non rivendica il ruolo (che gli spetta) di centro del sistema politico, e si lascia guidare dal governo (il quale è certamente di fiducia del Parlamento, ma a quest’ultimo, oggi, ha di fatto sottratto l’iniziativa legislativa) e da poteri extraparlamentari come come i «capi» di forze politiche (di partiti personali, in realtà) che dall’esterno del Parlamento pretendono di deciderne le sorti. Come si è visto nella recente vicenda della legge elettorale a cui solo il voto segreto ha potuto mettere un freno, pur senza che dal Parlamento sia partita una proposta alternativa al patto dei «quadrumviri». È chiaro che a un Parlamento così debole i cittadini non perdonando nulla, e che anzi ne mettono in discussione la legittimità.

Si parla spesso di un impoverimento della cultura dei parlamentari italiani. Lei ritiene che si possa parlare di un impoverimento culturale all’interno delle ultime legislature rispetto a quelle, ad esempio, della Prima repubblica? Come contrastare questa deriva?

L’impoverimento culturale dei parlamentari rispetto alla Prima repubblica è del tutto evidente: è sufficiente confrontare i discorsi parlamentari della Prima repubblica con quelli attuali. La povertà del linguaggio, le difficoltà argomentative, l’orizzonte storico e intellettuale ristretto, balzano agli occhi – sono pochissime le eccezioni –. Non solo tutta la società è più incolta – poiché la scuola trasmette forse nozioni ma certo non solide basi di pensiero critico –, ma si sono anche interrotti i tradizionali canali di formazione dell’alta cultura (quella che dovrebbe appartenere a un parlamentare, che non deve essere un professore ma che non può neppure essere uno studente fuoricorso o un chiacchierone da bar) e anche i canali di formazione dei ceti politici (scuole di partito, centri studi, cursus honorum giudiziosamente graduali). Il fatto è che l’attuale forma economica e l’attuale società non vogliono – e quindi non preparano – né ceti intellettuali critici e autorevoli né politici autonomi culturalmente: semmai, vogliono pochi «specialisti», tecnici affidabili che stiano al loro posto; e ne vogliono pochi, perché preferiscono avere a che fare con masse poco colte, immerse nel mondo virtuale e quindi prive di profondità storica, e facilmente aizzabili, con pochi slogan plebei, contro le élites (come dimenticare i «professoroni» di Renzi?).

Ritiene, Galli, che uno dei motivi di sconfitta dei partiti di sinistra risieda anche nel deficit organizzativo interno in merito alla politica di formazione stabile dei futuri quadri e dirigenti? Lo spostamento della formazione da funzione dell’organizzazione del partito a funzione culturale dello stesso può avere contribuito, oltre che a impoverire la qualità dei quadri, anche a rispostare sui ceti borghesi di sinistra piuttosto che sulle classi più umili l’orientamento dei partiti di sinistra?

La sinistra è stata sconfitta dalla Quarta rivoluzione del Novecento, il neoliberismo, perché dapprima non ha visto arrivare la nuova iniziativa capitalistica, la nuova forma sociale ed economica che avanzava, e perché non ha saputo valorizzare la posizione di forza raggiunta a metà degli anni Settanta (alla quale ha appunto reagito il capitale). E perché, in seguito, ha salutato come un evento positivo – non con realismo, quindi, ma con ingenuità unita a masochismo – il neoliberismo, la globalizzazione e lo pseudo-individualismo che l’ha accompagnata, e l’attacco al pensiero critico e al pensiero dialettico: e così ha accettato l’autorappresentazione ideologica del capitale nella sua nuova forma, illudendosi di correggerne le asprezze con la cosiddetta «terza via». In realtà, ha attivamente contribuito alla deregulation che, distruggendo l’equilibrio di Bretton Woods, ha minato il terreno che aveva reso possibile il «compromesso socialdemocratico», la maggiore conquista politica e sociale della sinistra in Occidente: la sinistra ha creduto che la globalizzazione capitalistica estendesse la platea del ceto medio creato dalle politiche keynesiane e non ha capito che l’obiettivo del neoliberismo era ed è distruggere il ceto medio, trasformandolo in una massa di indebitati insicuri (e lo stesso vale per gli strati superiori dei ceti operai). La sinistra ha assecondato l’individualizzazione della società, senza capire che per tale via passava una delle conquiste più importanti del neoliberismo: la scomparsa della dimensione pubblica. La sinistra ha fatto propria la critica neoliberista dei partiti e dei corpi intermedi, con un atteggiamento del tutto suicida. Insomma, la sinistra ha assecondato acriticamente lo spirito del tempo senza nemmeno capirlo, assumendo su di sé le compatibilità del capitale, elevando il mercato a regola e fondamento della società, e così ha perso il luogo, il modo, lo scopo della propria esistenza politica, non ha elaborato analisi sulle contraddizioni della nuova fase del capitalismo e anzi ha negato valore alle categorie intellettuali che potevano sostenere la critica al presente stato di cose. L’autodefinizione della sinistra, oggi, è ridotta a un timido riferimento a «valori» talmente generici da risultare politicamente inutili, e l’affermazione, peraltro sempre smentita nei fatti, che «sinistra è stare dalla parte degli ultimi» – tesi estranea alla tradizione della sinistra, che si è sempre posta il problema di capire i meccanismi strutturali che portano al formarsi di ceti che sono «deboli» pur essendo centrali nel sistema produttivo, e che si è sempre data la finalità di trasformarli in soggetti politici protagonisti della storia –.

Ritiene che le categorie gramsciane siano ancora valide per l’analisi della situazione attuale? Lei come spiegherebbe alcuni fenomeni odierni attraverso il pensiero di Gramsci? Se può, fornisca degli esempi.

Sono molte e assai variegate le categorie gramsciane. In generale, va ricordato che Gramsci pensava il suo tempo, ovvero la scelta del capitalismo di abbandonare il liberalismo e di darsi forme autoritarie – sotto la pressione di trasformazioni del regime di fabbrica (il fordismo), dell’avvento politico delle masse (il nazionalismo e il socialismo) e della grande crisi economica –. Davanti a queste grandi trasformazioni Gramsci ha capito che doveva competere con esse alla loro stessa altezza; che non doveva ritrarsi in una riserva indiana, politica e intellettuale; che doveva re-interpretare l’auto-interpretazione del capitalismo, ovvero doveva prendere sul serio il suo modo di produzione, la sua politica, la sua società , la sua storia, la sua cultura, per coglierne le contraddizioni determinate, e riscrivere così la storia da un punto di vista alternativo eppure concreto, non utopistico; che doveva anche riscrivere l’agenda della sinistra, puntando a fare uno Stato nuovo, democratico (a egemonia proletaria), e a uscire da ribellismi e mitologie rivoluzionarie. Pensiero e azione, volontà e progetto, storia e decisione, si uniscono in una prospettiva politica e filosofica originale, nata in una tragica sconfitta, dentro un carcere, eppure capace, già a meno di dieci anni dalla morte di Gramsci, di costituire una delle colonne portanti del primo Stato democratico della storia d’Italia. Gramsci pensava a una politica fortissima, capace di cambiare il mondo; non a rispettare le compatibilità del capitale (a conoscerle, sì). Fare paragoni con l’oggi è impietoso: Gramsci non si sarebbe sognato di pensare a un partito «leggero», a gruppi dirigenti improvvisati, alla sottovalutazione della cultura da parte dei dirigenti politici; non avrebbe mai abbracciato una interpretazione non conflittuale della società: pur nella sua prospettiva nazionalpopolare di ricostituzione di una società larga, pensava all’esigenza di un’egemonia che la orientasse, di una politica specifica che la guidasse. Pur non indulgendo alla critica della tecnica, non pensava che la politica dovesse cederle il passo. Tenere fermo tutto ciò in un’epoca diversa, la nostra, caratterizzata da un diverso impianto della produzione, nell’età non della meccanica e del fordismo ma dell’elettronica e del lavoro spezzettato, in una società non dei partiti ma degli individui (o presunti tali), nell’età della globalizzazione che ha cambiato il rapporto fra Stato ed economia, non è facile. E richiede imponenti supplementi d’analisi. Ma l’idea che la sinistra tragga senso dal proporsi come alternativa ai rapporti economici e politici attuali, sulla base di una soggettività collettiva impegnata in un’azione emancipativa, ovvero che la sinistra sia una ripoliticizzazione conflittuale della società e in prospettiva dello Stato, non può essere dismessa, pena l’adesione di fatto ai postulati del potere liberista (che cioè la società non esiste, che il mercato è il supremo regolatore delle nostre vite e che le sue compatibilità sono indiscutibili, che non c’è alternativa, che non c’è conflitto di classe, che la disuguaglianza è un bene, che la democrazia è un lusso tendenzialmente superfluo). Come si vede, se si accettano queste premesse la sinistra è da rifare.

Socialismo sono i lavoratori che si impadroniscono dei mezzi di produzione. Lo statalismo ha prodotto l’URSS. C’è un’alternativa?

Se la contraddizione centrale del capitalismo è l’appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto, e se quindi non si può dismettere la prospettiva di una «società regolata», diversa da quella giungla che è oggi la nostra società, ciò non implica che la soluzione sia l’economia di comando in stile sovietico, con quanto ne è conseguito sul piano politico. La politicizzazione della società, a partire dai rapporti economici, è il vero obiettivo, il che equivale a impedire all’economia di presentarsi come forza autonoma valida in ultima istanza per l’intera società, e di far valere incondizionatamente gli interessi privati che essa incorpora in sé. Si può rilanciare il conflitto sociale, che ha mille motivi di manifestarsi; si può allargare l’intervento economico dello Stato, per quanto riguarda sia gli investimenti sia la fiscalità volta alla redistribuzione (senza la quale la crescita del Pil, se c’è, non ha positivo rilievo sociale); lo Stato – che può essere democratizzato, sia pure a fatica, mentre il mercato in quanto tale non può esserlo – può orientare lo sviluppo in una direzione o in un’altra; ambiti significativi della società possono essere sottratti all’imperativo economico e indirizzati alla piena crescita umana (scuola, sanità, beni culturali e ambiente). Soprattutto si tratta di rivalutare la dimensione pubblica (statale o collettiva, ovvero attraverso partiti e movimenti) come orizzonte di sviluppo della civiltà, che è oggi immiserita nell’angustia di un individualismo patologico e ossessivo, che peraltro viene ogni giorno smentito dal prevalere di giganteschi poteri sulle persone reali. Un’impresa di liberazione dell’uomo dalle maglie del pensiero unico e dallo sfruttamento colonizzatorio di ogni spazio vitale, ossia un’impresa di esplicito riconoscimento e di realistico contrasto delle attuali forme di «reificazione attraverso la individualizzazione subalterna», con l’obiettivo finale che gli uomini e le donne vivano in una società di cui si riconoscano autori e protagonisti, e che non gravi su di essi come una oscura forza naturale: questa è la linea strategica della sinistra, oggi. Obiettivi umanistici, quindi, perseguiti con cultura critica, serietà organizzativa, tenacia strategica, conflittualità non occasionale. L’URSS, da parte sua, è parte di una storia di liberazione che si è presto impigliata nell’oppressione per cause storiche sia remote sia contingenti: col suo comunismo militarizzato è stata un mito, ma non è un destino. I tratti illiberali della sinistra sono in linea di principio accidentali, per quanto gravi e frequenti, e non derivano necessariamente dalla sua critica al liberalismo, che è una critica di superamento, non di negazione.

In quello che sembra un ritorno al protezionismo e a un’idea degli Stati-nazione e dei confini come perno dell’agire politico, quali proposte può avanzare la sinistra del XXI secolo all’interno di questo scenario? Esiste, secondo lei, uno spazio politico per la sinistra all’interno di questo contesto?

Sono un convinto statalista. Delle grandi costruzioni della modernità – oltre allo Stato, il mercato, il partito, la tecnoscienza – lo Stato è l’unica (insieme al partito, ma meglio di questo) che, con enorme fatica e non senza contraddizioni, può essere democratizzata. La sinistra è nata anche contro lo Stato, strumento di dominio e di oppressione dei ceti padronali; ma si è presto conciliata con lo Stato, che, una volta governato da partiti di sinistra, si è dimostrato una potente macchina di inclusione sociale degli strati deboli della popolazione e di produzione di maggiore uguaglianza sociale. Lo Stato non esaurisce la politica e non coincide con tutta la sfera pubblica; ma ne fa parte integrante, e la sua obsolescenza è molto più una interessata narrazione neoliberista che una verità assodata. Se è vero che il livello dell’azione politica è nelle periferie delle città, nei movimenti transnazionali e nelle istituzioni sovranazionali, è anche vero che se non può contare sul potere dello Stato, e anzi se lo ha contro, la sinistra non ha né presente né futuro. È solo grazie allo Stato, e al partito che ne controlla democraticamente i poteri (ma non quello giudiziario), che si può istituire un credibile argine al dilagare del potere economico e mediatico. Solo agendo sul potere politico-statale si può aprire una breccia nel conglomerato di politica, economia, narrazione, che è il blocco onni-inclusivo del potere contemporaneo. Ed è vero, infine, che anche la prospettiva politica più ardita (e improbabile) che possiamo intravedere, cioè gli Stati Uniti d’Europa, ha senso solo se esistono, appunto, gli Stati contraenti con la loro volontà politica. Ed è vero, per converso, che il globalismo di sinistra rischia di essere l’altra faccia del globalismo come è narrato dal capitale – che in realtà da parte sua, nonostante la propria proclamata autosufficienza, dello Stato si serve abbondantemente (e non potrebbe essere altrimenti) e sempre di più si servirà – naturalmente in una versione penale ed emergenziale da rifiutare in toto – proprio per il relativo raffreddarsi della globalizzazione e per l’emergere in essa di linee di conflitto politiche che vedono coinvolti sia Stati sia bande armate post o pre-statuali -.

Quali testi e autori consiglierebbe a chi volesse intraprendere lo studio della Storia delle dottrine politiche? Quali invece a chi voglia avvicinarsi a una politica di militanza? Se oggi lei fosse direttore di una scuola politica simile a Frattocchie, su quali autori indirizzerebbe l’attenzione dei suoi allievi?

Secondo una celebre affermazione di Engels, il movimento operaio è l’erede dell’illuminismo francese, dell’economia politica inglese, della filosofia classica tedesca. Cioè deve essere all’altezza dello sviluppo intellettuale più avanzato della modernità, per reinterpretarlo in chiave emancipatoria. Oggi, la sinistra – che essa coincida col movimento operaio o piuttosto con l’ansia di liberazione di strati più larghi e meno omogenei della società – ha il medesimo compito. E alla ricapitolazione critica della modernità deve aggiungere anche la prospettiva, tutta novecentesca, della sua decostruzione – ponendo la massima attenzione a non cadere nella trappola post-moderna, cioè nella perdita di ogni possibilità di prospettiva critica, e quindi stando più che attenta a evitare la subalterna accettazione acritica del presente -. Compito difficile, al limite dell’aporia, come del resto è ambiziosissimo l’obiettivo politico e intellettuale che la sinistra si deve porre. Detto questo, all’elenco di Engels non si può non aggiungere il marxismo occidentale, e il confronto critico con la linea nietzschiana e heideggeriana, come non possono essere trascurati i classici moderni della sociologia, della scienza politica, e della storiografia economica e politica. Si dirà che quanto ho detto implica corsi di studi equivalenti a un paio di lauree, in Filosofia e in Scienze politiche. Ed è vero. Ma è anche vero che docenti esperti e discenti motivati possono, con un percorso concentrato ripreso nel tempo, in quattro o cinque cicli, affrontare alcuni nodi strategici dello sviluppo intellettuale della modernità e delle prospettive della contemporaneità. E soprattutto è vero che la stessa istituzione di una seria scuola di partito (non dei surrogati mediatici che oggi sono proposti) significherebbe che è risultata vincente l’idea «rivoluzionaria» che la politica, oltre che un confronto ininterrotto con la contingenza, è anche la decifrazione del presente con strumenti intellettuali complessi – perché il presente è oscuro, ma non sottratto a priori alla fatica del concetto -. Questo approccio critico alla politica è appunto ciò che l’attuale sistema di potere vieta in ogni modo: poiché a questo divieto si è da tempo felicemente accodata anche la sinistra, prigioniera del tatticismo più pigro, del «presentismo» più cieco, del nuovismo più stucchevole, del plebeismo più ambiguo, invertire questo trend è il primo, indispensabile, passo emancipatorio. È anche attraverso questo metodo che si può dare forma al soggetto sociale e politico di sinistra, sottraendolo alla anomia intellettuale e al qualunquismo a cui oggi è facilmente indotto.

Se poniamo come dato di fatto il declino delle forme di partito tradizionale, quali sarebbero, secondo lei, le modalità di organizzazione più consone per la sinistra contemporanea?

Non esiste sinistra senza sfera pubblica; e non esiste sinistra che non si ponga in relazione forte con lo Stato. Non esiste sinistra che aderisca all’ideologia neoliberista della «società degli individui» e della «società liquida», che non veda le terribili e invincibili disuguaglianze che strutturano la società attuale in strati ancora più solidi delle vecchie classi; non esiste sinistra che aderisca all’ideologia della competizione e della valutazione, e della neutralità e inevitabilità del sistema capitalistico. Non esiste sinistra senza una reale, concreta, approfondita capacità di critica e senza una reale spinta ad affermare il proprio linguaggio e la propria lettura della realtà. Non esiste sinistra senza che sia dissipata la tesi che destra e sinistra non esistono più, sostituite dal cleavage sistema/antisistema, civiltà/barbarie. Non esiste, infine, sinistra senza che si acceda anche all’idea di partito organizzato che organizza parti di società, senza sospetti divieti preventivi, senza interessati anatemi, senza compiaciuti scetticismi. La crisi dei partiti è in parte reale e in parte, invece, indotta e narrata dal neoliberismo e dai media mainstream: la leadership solitaria che si rivolge mediaticamente a folle scomposte e occasionali non sarà mai di sinistra. Ciò non significa che i partiti esistenti non possano perire per inadeguatezza, e che nuove formazioni non possano prenderne il posto, come forse in qualche modo sta avvenendo in alcuni Paesi, fra i quali purtroppo non c’è ancora l’Italia. Detto questo, tutto quanto va nella direzione di ripoliticizzare la società è da salutare con favore: ed è necessario dialogare con tutti i soggetti che si formano nella società, al fine di mettere a frutto l’energia di tutti. Quindi partiti e movimenti, forme associative spontanee della società civile e sindacati, tutto è indispensabile per raggiungere l’obiettivo di spezzare solitudine e subalternità, e ricostituire la nervatura politica di una società non rassegnata.

L’intervista è in corso di pubblicazione in «http://www.sinistra21.it» 

Liquida, lacerata o solida? La società del neoliberismo in crisi

«Tutto ciò che è stabilito evapora». Nel Manifesto Marx aveva ben colto il potere mobilitante e la potenza dionisiaca del capitalismo, dandone un’entusiastica descrizione; e ne aveva individuato il carattere progressivo nella capacità di «lacerare senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali». Rottura delle comunità e delle istituzioni, individualismo e dinamismo sono caratteri essenziali della forma capitalistica di produzione, della sua «distruzione creatrice».

Costretto dalla crisi del keynesismo a «guadagnare tempo», il capitalismo non ha esitato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo a travolgere gli equilibri sociali e politici che aveva realizzato nei «Trenta gloriosi»: è stata la quarta rivoluzione del Novecento, neoliberista (dopo quella comunista, fascista, socialdemocratica). I cui effetti, o almeno alcuni dei quali, sono stati descritti da Zygmunt Bauman in un celebre libro, Modernità liquida, che apre il XXI secolo descrivendo la fine del legame sociale, delle istituzioni collettive, delle forme organizzative e di appartenenza in cui si erano conformate le società del secondo dopoguerra.

La società liquida è quella degli individui slegati, liberi da vincoli ma anche privati dei tradizionali punti di riferimento nello Stato, nei partiti, nei sindacati, nelle memorie di classe (a cui egli aveva dedicato un libro assai critico già nel 1982, riconducendole a espressione della retorica di alcune corporazioni attardate); una società amorfa, priva di forma come lo è l’acqua, in cui l’individualismo – il movimento anarchico di ogni molecola del liquido – è per così dire obbligatorio, dato il venir meno di ogni istituzione o corpo intermedio. Bauman vede che in questa condizione vanno perdute tutte le determinazioni universali della modernità – appunto lo Stato e i partiti –, in un’ultra modernità che è postmodernità, e sottolinea che questa «liquidità» è insostenibile, tanto che i singoli individui vi reagiscono cercando omologazione e omogeneizzazione in gruppi e in mode culturali o di consumo.

È stata, questa, un’analisi molto fortunata della fenomenologia del neoliberismo, l’analisi di un sociologo che ha assecondato la tendenza «nuovista» dei nostri tempi nella loro fase ascendente, e la correlata ritrascrizione delle loro coordinate politiche: se la società è liquida, se l’unica realtà sono i singoli individui e le loro temporanee aggregazioni, allora destra e sinistra perdono di significato e diventa centrale la contrapposizione vecchio/nuovo. Anche se non esplicita, c’è molta «terza via» in questa lettura della società (e non a caso Giddens è ringraziato già in Memorie di classe), ovvero c’è molta aderenza – o almeno non c’è una chiara presa di distanza – rispetto all’autonarrazione della nuova fase del capitalismo.

Quello che, invece, resta occultato è l’ordine dietro il disordine, il permanente dietro l’effimero, la struttura che sorregge questo apparente caos. Il modo di produzione capitalistico, insomma, da cui queste trasformazioni sono prodotte e a cui sono funzionali. La società liquida è infatti la società mobilitata dal capitalismo senza freni né argini, dal biocapitalismo che ha travolto i corpi sociali intermedi e afferra le vite intere, che nega ogni possibile alternativa, che taccia di follia o di passatismo ogni tentativo di dare alla società un ordine politico non coincidente con le compatibilità e con le esigenze del capitale. Certo, liquidità e omogeneità, individualismo e passività esistono; ma la potenza che opera dietro queste apparenze ha anche un’altra manifestazione, altrettanto e più determinante e strutturale: la disuguaglianza, il baratro della divisione sociale fra immensamente ricchi e masse che si impoveriscono. La struttura profonda della società è questa sua lacerazione, che emerge negli ultimi decenni da tutti gli indicatori in tutto l’Occidente – dall’indice di Gini alla curva dei salari e dei profitti, dalla tendenziale scomparsa dei ceti medi alla loro radicalizzazione politica – e che esplode con la crisi del neoliberismo; per comprendere la società di oggi più che sull’amorfa e liquida uguaglianza ci si deve concentrare sulla rocciosa e scoscesa disuguaglianza, sulle scogliere impervie e sui dirupi inaccessibili del dislivello economico, educativo e di potere, contro le quali si è infranta la nave dello Stato sociale.

È questa disuguaglianza invincibile, questa ingiustizia strutturale, dapprima occultata sotto la superficie della società liquida e ora emersa nel tempo della crisi interminabile, a generare a sua volta il cosiddetto populismo, la protesta anti-establishment – che vorrebbe essere anti-sistema, ma che per debolezza d’analisi riesce a essere solo anti-casta, e che tuttavia in varie forme scuote l’Occidente. In alcuni contesti, come l’Italia, il populismo si organizza prevalentemente come previsto da Laclau, cioè per catene di equivalenze intorno a un significante vuoto (una generica antipolitica, dentro la quale trova posto, ritrascritta, ogni altra motivazione concreta); ma in altri, come la Francia (ancora in forse) e gli Usa (dove ormai i giochi sono fatti), non è il vuoto ma il pieno, il solido, a contrastare – peraltro invano – le contraddizioni del sistema. Le motivazioni anti-casta, infatti, pur presenti, qui si sostanziano di richiami a valori forti, a comunità immaginarie, a pseudo-identità escludenti, a rabbiose ricerche del capro espiatorio – la pretesa di solidità, in politica, va sempre di pari passo con la polemicità –.

La politica della differenza viene insomma di fatto accettata: i subalterni, i perdenti, nella loro furia contro i potenti e i vincenti non riescono a fare altro che tentare di sopraffare altri segmenti deboli della società: la protesta popolare contro Wall Street intercettata da Trump (altra cosa sarebbe stata una vittoria di Sanders) ha prodotto in concreto un governo composto da militari (anche se questi sono forse, dopo tutto, i più prevedibili) e da esponenti di Goldman Sachs e del suprematismo bianco, nonché una bolla di euforia borsistica, insieme a un discorso pubblico xenofobo anti-ispanico, anti-mussulmano e «patriottico». La crisi della globalizzazione neoliberista lascia spazio a una forma di «capitalismo militarizzato», aggressivo e difensivo al contempo, gestito da élites parzialmente diverse dalle precedenti, e da culture politiche che non si sentono debitrici, neppure a parole, rispetto ai valori democratici. Una «solidità» che lascia intatta la struttura lacerata e disuguale della società proprio come faceva la «liquidità» della globalizzazione trionfante – e che anzi la peggiora –, e che come principio d’ordine sociale sostituisce l’ormai impraticabile omogeneità degli stili di vita con una presunta comunità dei valori e con l’individuazione dei loro nemici interni. La persistente subalternità dei molti è compensata non più dai consumi ma dall’offerta di una «identità» polemica.

La sconfitta storica della sinistra ha quindi lasciato sul campo due destre – quella cosmopolitica e quella nazionalistica – e un solo modello economico, nei suoi diversi cicli e nelle sue diverse posture politiche. L’esigenza di un’alternativa ragionevole – di una nuova costruzione sociale, conflittuale ma non lacerata, ordinata ma non solida, libera ma non liquida – è più che mai all’ordine del giorno.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria Indipendente», l’8 marzo 2017.

Tesi sull’Europa

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1.L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss) poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortita nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957) e lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compact del 2012 che ha tolto sovranità agli Stati a favore di un trattato economico gestito da Bruxelles e interpretato autorevolmente dalla Germania. Questa oscillazione continua e la complessità contraddittoria della configurazione attuale spiega perché è impazzita la maionese europea, ovvero perché il calabrone si è accorto che non può volare (un tempo si diceva che l’Europa è come un calabrone, che per le leggi della fisica non potrebbe volare eppure vola ugualmente).

2.La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, e dalla scelta inglese per un modello imperiale finanziario informale, il cosiddetto global England che coesiste con un marcato neonazionalismo) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora chiude (oltre alla secessione del Regno Unito, la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

3.L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors) in una pretesa di egemonia politica continentale della Francia in prospettiva post-statuale (e infatti non a caso la protesta francese contro l’Europa è oggi marcatamente statalista e protezionista/protettiva), l’euro è stato “occupato” dal marco tedesco e dall’ordoliberalismo sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – ha qui l’origine dei suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, abbandonando in parte le difese sociali dei lavoratori, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. Ne è nato un disagio sociale che sembra oggi orientarsi anche verso la SPD (che pure ne è stata a lungo responsabile).

4.Gli spazi politici in Europa (la questione centrale) sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavages interni all’area euro – che non è un’area monetaria ottimale –, ovvero vi sono gli spread, e oltre a questi vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. È decisivo capire che lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono (molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca): è questa mancata sovrapposizione a impedire l’affermarsi di un IV Reich, che peraltro neppure la Germania desidera. A questa complessità spaziale si aggiunga il fatto che la NATO ora non è più la priorità americana, e che gli Usa di Trump sembrano al riguardo un po’ più scettici (ma su questo punto è necessario attendere l’evoluzione degli eventi; probabilmente lo scopo statunitense è solo quello di far sostenere agli alleati un peso economico maggiore a quello attuale, e in ciò Trump è in linea con Obama).

5.È del tutto implausibile pensare che la Germania, anche in caso di vittoria socialdemocratica, possa avanzare verso l’assunzione di una maggiore responsabilità politica europea (ad esempio, accedendo a qualche forma di eurobond): anzi, la cancelliera Merkel verrà forse punita per il suo presunto lassismo verso la Grecia e verso i migranti. Del resto, la sua proposta di Europa a due velocità – qualunque cosa significhi – vuol dire proprio l’opposto di un’assunzione di maggiore responsabilità. In Europa convivono già diversi “regimi” su molteplici aspetti della politica internazionale; il punctum dolens è il regime dell’euro, che Draghi ha difeso come «irreversibile», richiamando così la Germania alle proprie responsabilità e implicitamente riproponendo la propria politica di Qe – che la Germania non gradisce, benché le porti sostanziosi vantaggi sulle intermediazioni, effettuate attraverso la BuBa –, che però non è in alcun modo risolutiva della crisi economica. In ogni caso, lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole per facilitare le esportazioni tedesche (prevalentemente). Mentre un euro a due velocità – che nel segmento più forte verrebbe apprezzato rispetto all’attuale – risolverebbe qualche problema politico, non impedirebbe alla Germania (che ha grande fiducia nella propria base industriale) di continuare a esportare merci ad alto valore aggiunto e ad esercitare egemonia nel proprio spazio economico, e toglierebbe di mezzo alcune preoccupazioni di Trump. Insomma, un nuovo SME, benché non risolutivo, sarebbe probabilmente una boccata d’ossigeno per molti.

6.In Italia la UE è stata pensata come «vincolo esterno» per superare d’imperio le debolezze della nostra democrazia, e il nostro acceso europeismo è stato il sostituto compensativo della nostra scarsa efficacia politica sulla scena internazionale, diminuita ulteriormente da quando la fine del bipolarismo mondiale ci ha privato del pur modesto ruolo di mediatori, nel Mediterraneo, fra Occidente e mondo islamico. Il continuo acritico rilancio del nostro Paese sugli step successivi dell’integrazione europea – SME, euro, Fiscal compact – non è stato poi esente da aperti intenti punitivi: basti ricordare il sarcasmo di Monti sul posto fisso, da dimenticare perché «noioso», o gli auspici di Padoa-Schioppa sul fatto che l’euro avrebbe nuovamente insegnato ai giovani, a cui lo Stato sociale l’ha fatta dimenticare, la «durezza del vivere».

7.Impiccarci al «vincolo esterno» vuol quindi dire preservare una configurazione di spazi politici che vede la nostra sovranità compromessa dal nostro partecipare alla pluralità incontrollabile degli spazi politici europei. Anche quando eludiamo più o meno astutamente alcuni vincoli dell’euro, restiamo subalterni alle sue logiche economiche complessive, oltre che ai «guardiani dei trattati», più o meno benevoli o rigorosi – secondo i loro disegni. E soprattutto vuol dire privarci degli strumenti per invertire la nostra filosofia economica e politica, e quindi consegnare l’Italia alla protesta sociale causata dall’insostenibilità del modello economico.

8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.

9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).

10.L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, l’immaginazione di futuri alternativi. Gli Stati uniti d’Europa sono un modello impraticabile (dove sta il popolo europeo col suo potere costituente?), che del resto nessuno in Europa vuole veramente. L’Europa deve insomma configurarsi come una fornitrice di «servizi» – anche giuridici –, come una cornice leggera che contorna Stati sovrani liberi di allearsi e di praticare modelli economici convergenti ma non unificati. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa libera dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, una potenza unitaria continentale – di fatto ciò non sta avvenendo –. È invece necessaria una nuova cultura del limite, della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia o dell’ipercapitalismo. Sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono, benché la prima democrazia moderna sia nata in America; ma per altri versi si escludono, se ci si attende la democrazia da un blocco continentale unificato da trattati monetari e dall’egemonia riluttante della Germania: di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati, e alla loro collaborazione. Dire che l’euro è irreversibile è in fondo un atto di disperazione intellettuale e politica, o almeno di scarsa immaginazione: un atto anti-europeo, in fondo. Di irreversibile, a questo mondo, c’è solo l’entropia, un destino fisico; ma ciò che la storia ha fatto può essere cambiato, soprattutto se il cambiamento deve salvare le nostre società e le nostre democrazie. Ed è appunto la politica quella che, posto che se lo proponga, serve a cambiare le cose, mentre al contrario le profezie catastrofiche – minacciate a chi pretende di percorrere una via difforme dal mainstream elevato a destino – non si sono avverate. Questo ci sia di conforto e di stimolo al pensiero e all’azione.

 

Sinistra a congresso fra piccola e grande politica

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È ormai chiaro che invece di un congresso fondativo Sinistra Italiana ne terrà due, fornendo così un inedito esempio di «scissione preventiva». SI nasce sotto una cattiva stella, e anzi rischia di essere una creatura fragile e cagionevole – ma non perché precoce, anzi perché tardiva (quanto entusiasmo è passato sotto i ponti dal teatro Quirino!) –; o addirittura potrebbe essere un progetto nato morto.

I vortici che rischiano di sommergerla sono molteplici. Quelli che si generano al suo interno, in primo luogo. Si tratta di divisioni personali, di beghe sulle tessere, di abitudini al piccolo cabotaggio, di mancanza di elaborazione teorica e quindi di divergenze sulla natura e sull’orizzonte stesso della sinistra (sul ruolo dello Stato, sul rapporto con l’euro e l’Europa, sulle questioni della sicurezza e sulle migrazioni) – che spesso si traducono nel tema del rapporto col Pd (che è in realtà segno di subalternità) –. Sullo sfondo si delinea la divaricazione fra l’autonomia – che per chi la critica è una «deriva identitaria» (anche se non è chiaro di quale identità si parli) –, da una parte, e dall’altra la vocazione “responsabile” alla collaborazione al «campo progressista» di un rinnovato centro-sinistra – nell’ipotesi che questo nuovo «centro-sinistra immaginario» (tutto da precisare) possa rimediare ai disastri perpetrati dal «centro-sinistra reale», che a suo tempo ha spianato la strada al neoliberismo e al suo nemico speculare, il populismo –.

Il «campo» della sinistra è, a sua volta, percorso da tentativi di ricomposizione: Cuperlo dall’interno del Pd, Pisapia e D’Alema dall’esterno, lanciano ciascuno (differentemente l’uno dagli altri) un’Opa – forse non ostile ma certo egemonica – sullo spazio a sinistra del Pd, il che impedisce a SI di essere protagonista del gioco, e la relega di fatto al rango di comprimario.

Ma non solo lo spazio a sinistra rischia di essere affollato di proposte deboli e concorrenziali e di finire occupato dall’astensione o dalla protesta anticasta; incombe anche la questione della nuova legge elettorale. Alla Camera al momento c’è il premio di maggioranza ma non sono previste le coalizioni; al Senato queste ci sono ma non c’è il premio. Nessuno, coalizzato o no, è in grado di arrivare al 40 per cento, e quindi tutte le ipotesi di nuove leggi elettorali registrano il venir meno dell’antica vocazione maggioritaria del Pd, che si vede costretto a coalizzarsi o prima o dopo le elezioni (ma a questo punto l’alleanza preventiva non gli dà nessun beneficio), e anche la crisi della centralità del Pd, che non può cambiare la legge elettorale da solo, e cerca partner diversi (a volte il M5S a volte Berlusconi, che però pongono sempre nuove condizioni – la rinuncia ai capilista bloccati, i primi; l’attesa della cosiddetta «riabilitazione» da Strasburgo che lo renda ricandidabile il secondo, che ha anche un difficile problema strategico con la Lega –).

Per di più il Pd è divenuto l’epicentro dell’instabilità politica italiana. Renzi ha accondisceso alla richiesta di Bersani e di Cuperlo di un congresso anticipato. Ma quella di Renzi non è una resa; è infatti evidente che punta a vincere un congresso frettoloso e a favorire, mentre si svolge, l’uscita definitiva della sinistra dal Pd: l’eventuale scissione dalemiana (che se coinvolgesse anche Bersani – come avverrà se non sarà risolta la questione dei capilista bloccati, che escluderebbero quasi del tutto la sinistra Pd dal parlamento – provocherebbe un danno non piccolo al Pd sul piano elettorale) verrebbe così addebitata ai suoi nemici storici, e non al segretario.   Congresso rapido, scissione o subalternità degli sconfitti, alleanza con Pisapia per il 40 per cento, elezioni a giugno: questo resta, verosimilmente, il piano di Renzi.

Il quale non è scomparso dall’orizzonte della politica, benché il suo potere dentro il Pd sia meno saldo (ma egli resta ancora senza avversari reali) e benché col referendum e con la sentenza della Corte costituzionale (il baricentro dell’Italicum era il ballottaggio) abbia perso la scommessa di confezionarsi una nuova forma di «democrazia d’investitura rafforzata» tagliata sulle proprie misure; ma la sua politica ha ormai ha il carattere di avventura personale, di tentativo di mettere in salvo il salvabile del passato potere – che egli cerca di imporre all’Italia, nel crescente scetticismo del suo partito e nell’assenso, almeno apparente, delle forze antisistema (Lega, FdI, M5S) più interessate a sfruttare il momento, presunto propizio, che non a individuare i mali dell’Italia.

In questo contesto SI non sarà certo determinante né nell’elaborazione del modello elettorale né nell’individuazione della data delle elezioni. Potrà forse avere qualche peso nel nuovo sistema politico a base proporzionale, e quindi coalizionale, ma senza una vera rinascita teorica e organizzativa questo vantaggio varrà ben poco, a fronte della questione, mai apertamente affrontata, di che cosa significhi pensare e fare politica a sinistra, oggi –.

I mali dell’Italia, in ogni caso, non sono, come vuol far credere Renzi nel suo stanco populismo, i «vitalizi» dei parlamentari (magari fossimo a questo!), e non possono essere curati da un nuovo bagno rigenerante di campagna elettorale (come se non ne avessimo avuto abbastanza con il referendum). Stanno, quei mali, nella nostra difficoltà, per la debolezza del sistema politico e delle culture politiche, a prendere decisioni in merito a tre fini ormai incombenti: della globalizzazione, chiusa da Trump e dalla sua militarizzazione dell’economia in senso protezionistico; dell’euro, in via di chiusura per la crisi economica e sociale che ha generato, e per i crescenti differenziali di crescita che si registrano nell’eurozona (a ciò si aggiunga la crisi della Ue, scandita dalla Brexit, dalla sfida lepenista, e dai muri che sorgono ovunque); e dell’ordine democratico postbellico che già si era molto malamente adattato alla globalizzazione neoliberista e che ora, nella sua crisi, rischia di essere senz’altro scardinato da politiche di destra – la sinistra in Europa non è certo in buona salute, benché forse qualche speranza possa venire dalla Germania –.

Se manca a tutti, tranne che forse alla destra estrema, un progetto per l’Italia, se Renzi dice al popolo soltanto «stai sereno e fidati della mia abilità», se i «grillini» sono drammaticamente inadeguati, se la destra moderata non ha una vera risposta se non nel riesumare Berlusconi (se sarà possibile), in particolare la sinistra – che della costruzione dell’ordine democratico postbellico era stata protagonista, e che della globalizzazione era stata vittima e al tempo stesso propagatrice tanto affascinata quanto subalterna – non può, dopo la compromissione, ritornare in campo con un heri dicebamus, cioè con una proposta socialdemocratica che non faccia i conti con la crisi della stessa socialdemocrazia, che non ripensi il ruolo dello Stato nel governo dell’economia e nella ristrutturazione della sfera pubblica in un contesto in cui sono assenti i partiti di massa, peraltro indispensabili per una rinascita della politica. Una sinistra di governo (e di «protezione» non securitaria della società) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire – nonostante il risultato referendario, ridare vita materiale e non solo formale alla Costituzione non è impresa da poco –. Ma dell’energia necessaria non v’è traccia, per ora; la grande sfida di creare il «quarto polo» della politica italiana non tanto è stata fallita quanto non è stata neppure tentata. Da una parte si è ripiegati su un’ipotesi minoritaria, rassicurante, e dall’altra si è scelta una via “aperta” ma incerta e oggettivamente orientata a governare col Pd; una via che parla più al ceto politico che ai cittadini.

Di fatto, entrambe le ipotesi oltre a confermare che a sinistra è più facile dividersi che unirsi rischiano di essere solo «piccola politica», di avere a stento il respiro per partecipare su piccola scala all’impresa del «primum vivere», comune a tutte le forze politiche. Impresa ovviamente indispensabile, e che ci auguriamo riesca a SI, ma non tale da muovere gli animi delle masse. Impresa in ogni caso molto lontana da quella che dovrebbe essere propria della sinistra, oggi: rifondare la «grande politica» dopo la neutralizzazione neoliberista e dopo la reazione populista. Una mission che può essere definita velleitaria solo da chi non prende sul serio la profondità della crisi che attraversiamo e le minacce di destra che incombono sulle nostre società.

Versione riveduta di un testo pubblicato  in «La parola»n. 5, 2017

 

Il suicidio delle sinistre

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La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

A tutto ciò Cesaratto contrappone tesi classiche: che l’economia ha come oggetto la produzione di surplus e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), così che l’equilibrio distributivo è non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall’economia reale; che il fattore critico dello sviluppo è la domanda aggregata; che l’inflazione è il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria è presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato può e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di welfare) in vista dell’obiettivo della piena occupazione, questa sì capace di garantire la crescita.

Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora più dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realtà Quaranta) – a separare i due periodi c’è la grande svolta dei tardi anni Settanta –. La prima fase è contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell’ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall’esercizio della sovranità economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realtà di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall’esigenza post-bellica di aprire la società alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall’esistenza dell’Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello è stata dovuta essenzialmente all’inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor più dagli choc petroliferi della metà degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del «vincolo esterno» e – anziché contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com’era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del project socialiste del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) – ne hanno dato una gestione «ortodossa», fondata su austerità, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell’economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranità economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive più povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro più grave di quella che sarebbe stata generata dall’inflazione.

La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il winter of discontent 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la «seconda sinistra»), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l’onda neoliberista perché la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno è di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell’economia, con l’euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruirà Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l’attacco all’Urss sulla base dei libri di Solženicyn e ne distrugge il mito con i noveaux philosophes, mentre la più avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilità di un’interpretazione dialettica e di classe della realtà; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.

Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo – generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione – e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un’Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo è il quadro ottimale di un’unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell’euro (che avendo come obiettivo la lotta all’inflazione, cioè ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei più gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma è stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilità del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell’economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilità sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa è la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d’accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanità, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranità economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l’euro), e ha imposto l’austerità per rispettare il vincolo esterno anziché aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell’euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l’hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.

Analoghe nettezza e radicalità emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne dà in nome dell’estensione illimitata e incondizionata dell’ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono sì l’origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell’Urss, nell’indebolimento dei Paesi più poveri dovuto alle politiche del Washington consensus, e alle guerre – presentate inizialmente come «democratiche» – che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l’accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell’esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.

In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, è segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda più sull’esportazione che sulla domanda interna, ed è interrotto dalla «congiuntura» ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l’Italia vi perde il nucleare e l’elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della metà dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l’estero – il «vincolo esterno», da allora centrale nella storia economica del Paese – a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerità. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che – sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l’obiettivo di acquisire l’ammissione all’area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica – offrì al potere dominante la disponibilità operaia ai «sacrifici», cioè a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo così si apriva la strada alle più energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il «divorzio» fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l’inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e più in continuità con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si è sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre «organiche» e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile «socialismo», ad una visione riformista e conflittualista della società e dell’economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cioè un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di «intellettuale organico» (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realtà puntava sull’introduzione delle regioni per quanto riguardava le chances di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd è quindi in sostanziale continuità con la storia della sinistra italiana.

Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilità del lavoro (da qui la centralità strategica del jobs act) e non certo allo Stato, in cui l’euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre più contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un «sarcofago» di invenzioni finanziarie la materia «radioattiva» della moneta unica, che continua però a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un «incidente di percorso», come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l’Italia non è al momento padrona di se stessa, né in grado di progettare liberamente il proprio futuro – e in questo vicolo cieco brilla l’assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perché quelli essenziali le sono preclusi –.

Si tratta di due libri decisi e provocatori – nella loro scientificità – che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi – che non rappresentano tutto l’arco della opposizione al mainstream – hanno un respiro di serietà e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realtà storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica – non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto –.

Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana – non nuova in sé, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza – sia per la luce gettata sull’Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall’ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al mood dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perché questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica più allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell’euro.

La sinistra che oggi gestisce l’Europa neoliberista, a cui presta sempre più stanche narrazioni e sempre più flebili esorcismi verso i «populismi» (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilità, dell’austerità, dell’innovazione a senso unico, del monetarismo e dei bonus ai cittadini, della esaltazione della «società del rischio», la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si è suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, è fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede «più Europa» e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie chances alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualità intrinseca della società, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la società dal disastro in cui il neoliberismo l’ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.

Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali è l’impianto «novecentesco» dell’intera analisi. Il che di per sé non è indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalità e l’incisività della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l’azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come è possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non è una «necessità» ma solo l’esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si può superare e correggere? Come si può «fare il contrario» del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficoltà non implica che l’analisi sia in sé scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficoltà merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.

Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l’accusa di a-criticità del suo impianto teorico, cioè del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al «riformismo competitivo», non sono di per sé una novità, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non può più rivendicare la propria continuità con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come «altra» rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima – anche se non come «nuova» nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta –: una sinistra finalmente davvero «parte», benché non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l’ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall’uccidere l’immagine del proprio padre.

In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger è ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana è assodata, ma che costituisce oggi uno dei più influenti paradigmi della «teoria critica» contemporanea. Anche in questo caso, non è nuova l’accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalità in direzioni che negano la possibilità di individuare un punto determinato di spiegazione della realtà (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di «governo», nel caso di Foucault; lo scavo nel «rovescio» del linguaggio, per mostrarne l’indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettività in nome del «desiderio», nel caso di Deleuze), così da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anziché di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realtà. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: può esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di «negazione determinata»? Naturalmente la risposta non è pronta da qualche parte, e può uscire solo da una riflessione a più voci all’interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilità materiale di un nuovo umanesimo nell’epoca del trionfo della economia più antiumana.

Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli «animosi intelletti» che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realtà, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.

 

Vere e false libertà del lavoro

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Il lavoro ha prima di tutto una funzione privata: serve essenzialmente a guadagnarsi da vivere. Tuttavia in una società democratica esiste una dimensione pubblica della quale tutti fanno parte: ciascuno è al tempo stesso una persona privata, che lavora, e una persona pubblica, cioè un cittadino, portatore in quanto tale di diritti politici, ad esempio quello di voto.

La scommessa della Repubblica Italiana è stata, in effetti, che la cittadinanza politico-giuridica, universale, potesse essere sposata con la dimensione del lavoro, particolare ma suscettibile di essere universalizzata. Cioè che non solo il cittadino, ma anche il lavoratore in quanto tale fosse da considerare portatore di valori, o di problemi, universali. La Repubblica si dice «fondata sul lavoro» proprio perché non si basa solo sulla cittadinanza, ma anche su quello che è apparentemente il lato privato della vita, quello in cui ciascuno bada a se stesso.

Eppure questa attività privata, il lavoro, viene riconosciuta così importante, e anzi determinante nella vita delle persone e della società nel suo complesso, che anch’essa viene caricata di un valore politico e pubblico.

Il lavoro, che è un fatto privato, è anche un fatto pubblico e deve poter essere riconosciuto e valorizzato come tale: questo è il significato profondo dell’art.1 della Costituzione. A rendere effettivo questo principio siamo arrivati però solo con lo Statuto dei lavoratori.

Il lavoro è sempre stato un fattore identitario, che bollava, che faceva sì che il singolo fosse soltanto ciò che era. In una lunga fase della storia occidentale il lavoro collocava nella fascia più bassa della società, quella esclusa da qualsiasi diritto politico. In un’altra fase storica successiva, medioevale, collocava, almeno in alcune parti dell’Europa tra cui l’Italia, all’interno di una corporazione. Adesso, nelle logiche democratiche costituzionali dentro le quali dovremmo vivere, il lavoro qualifica chi lo esercita come essere umano che pensa a se stesso ma anche come un soggetto al quale, nel contempo, sono riconosciuti diritti e rivendicazioni universali.

Infatti nel lavoro entrano in gioco questioni – il rispetto della dignità del lavoratore, il riconoscimento di un’equa retribuzione, la regolamentazione dei tempi e dell’organizzazione del lavoro – che non si sbrigano né risolvono in privato, nel rapporto tra il lavoratore e il suo datore, ma possiedono una dimensione pubblica e politica. Dalla necessità – che il lavoro sia privato significa appunto che in esso ciascuno ha a che fare col bisogno – si può quindi passare, in un assetto democratico (non solo formale, ma sostanziale, cioè in un assetto di Stato sociale), alla libertà, nel senso almeno che nel lavoro si vede e si valorizza un’energia anche emancipativa e partecipativa. Il lavoro è legame sociale e legame politico.

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Ma nella fase post-democratica che si è aperta da trent’anni, si è generata una nuova contraddizione: il lavoro è sempre più libero nel senso che è stata fatta passare l’idea che esso sia la dimensione di una autorealizzazione competitiva, di tipo individualistico e imprenditoriale, aperta a tutti; che non ci sia quindi più bisogno delle grandi strutture intermedie (il sindacato e il partito) che organizzavano il lavoro per renderlo politico. Il lavoro libero è libero da Stato, partiti, sindacato: è la corsa al successo. Ma questo individualismo si è rivelato in realtà un assoggettamento radicale del lavoratore a poteri economici illimitati, davanti ai quali non ha alcuna difesa. Inoltre, al tempo stesso il lavoro è non solo «fuori» dalla politica e dal sindacato, ma sempre più spesso «fuori», altrove, rispetto alla fabbrica, e anche in questo modo perde il suo collegamento con la cittadinanza. Finisce così con l’essere una faccenda strettamente privata, in cui si fronteggiano il datore e il lavoratore, e quindi, dati i rapporti di forza, il lavoro diviene spesso disumanizzante, sottopagato e privo di diritti. E non mi riferisco solo ai lavori che «si vedono». Ci sono molti lavori che sono altrove perché non li vediamo, «fuori» dall’attenzione: i lavori clandestini, i lavori neri, i lavori schiavistici, di cui è pieno il mondo e anche l’Italia. Gomorra è dappertutto.

In questa falsa libertà il lavoro è, insomma, «fuori», altrove, anche rispetto al singolo lavoratore: è infatti sempre più frequente lo scollegamento tra la vita della persona e l’attività lavorativa. Le infinite difficoltà di trovare un lavoro stabile rendono sempre più difficile identificarsi con la propria attività lavorativa. «Il mio essere non è il mio lavoro», deve quindi dire ciascuno.

Infine, c’è un’altra forma del dislocarsi «fuori» del lavoro: è il lavoro fuori dall’uomo, governato dai robot, dalle macchine, dai sistemi informatici. Come anticipava Marx nel «capitolo delle macchine» (Capitale, 1, 13) siamo arrivati al punto in cui o si costituisce un nuovo sistema integrato di cooperazione tra uomo e macchina all’interno della cooperazione tra gli uomini, oppure il lavoratore, al di là della sua qualifica, diventa semplicemente ingranaggio, appendice della macchina.

Questo era vero anche nella fase fordista-taylorista, ma è ancora più vero nella fabbrica hi-tech, dove il lavoratore è ancora più spossessato della capacità di comprendere e controllare quello che fa, dovendosi confrontare con una tecnologia complessa ed evoluta, alla quale risulta subalterno. L’operaio più formato e specializzato, che lavora a contatto con le macchine più avanzate, fa certo molta meno fatica fisica di quella che facevano i suoi predecessori, ma probabilmente ha anche molte meno possibilità di comprendere quello che sta facendo.

Quindi, oggi ci sono i lavoratori fortunati che stanno nelle fabbriche hi-tech, e ci sono quelli sfortunati che raccolgono pomodori, organizzati dal caporalato o prigionieri nelle galere della camorra. E ci sono sempre meno lavoratori «normali», ovvero persone in condizione di comprendere ciò che fanno sul posto di lavoro, retribuite adeguatamente e in grado di incidere in qualche modo sull’ambiente e sull’organizzazione del lavoro.

Sia chiaro, nessuno (o meglio, pochi: in vista dei successi dei «populisti», già si sentono voci che si rammaricano dell’esistenza del suffragio universale) elimina seccamente e formalmente il diritto di voto, i diritti di cittadinanza; ma quei diritti sono dissociati dal lavoro, e quindi oggi restano astratti, poco sentiti. E non a caso l’esercizio più tipico della cittadinanza, esercitare il voto, è sempre meno praticato: la perdita di identità nel lavoro va di pari passo con la perdita della partecipazione politica.

In teoria non ce ne sarebbe ragione: si può lavorar male e essere infelici e oppressi sul luogo di lavoro, e però avere voglia di andare a votare, di partecipare in qualche modo alla vita politica. Ma, in realtà, se si perde identità e dignità sul luogo di lavoro, viene meno anche l’interesse a partecipare alla cosa pubblica. Queste due dimensioni erano collegate tra loro, in una fase breve e – nonostante le sue durezze e contraddizioni – luminosa della nostra storia: i «Trenta gloriosi».

Questa dissociazione tra lavoro e cosa pubblica non è avvenuta per caso. Qualcuno – gli araldi del neoliberismo e i loro padroni – l’ha voluta, teorizzata, messa in pratica, utilizzando una vasta gamma di strumentazioni intellettuali, giuridiche, economiche, politiche. Lo sanno bene i sindacati, che si trovano a dover organizzare non più classi, ma individui, che considerano il lavoro solo come strumento per guadagnarsi la sopravvivenza, o una vita decente, e non più come una dimensione nella quale si afferma l’identità della persona, meno che mai una dimensione essenziale alla cosa pubblica.

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È evidente che la via d’uscita da questa situazione non si trova in campo puramente economico. È successo qualcosa – la rivoluzione neoliberista, e le sue crisi – che deve prima di tutto essere compreso, in una dimensione di lungo periodo. Di seguito, se si vuole rifiutare questa deriva, occorre innescare un grande processo di riorganizzazione della società e della politica.

Le istituzioni devono essere interessate a far sì che la società non sia composta da milioni di individui privi di relazioni, «atomici»; occorre ridare un ruolo alle organizzazioni, ai corpi sociali, ai partiti, senza i quali una ricostruzione della democrazia è impossibile, e ovviamente ai sindacati. I quali devono ritrovare un accesso diretto alla politica, da cui oggi sono sostanzialmente esclusi.

Il compito della ricostruzione dei corpi intermedi (partiti e sindacati) è il nostro compito attuale. E ciascuno deve fare la sua parte. L’obiettivo è la necessaria ricostruzione dell’identità del lavoratore, che sia in relazione a una nuova dimensione della politica, per contrastare la dissociazione operata dal neoliberismo.

Non è facile, ma se non ricostruiamo il nesso tra lavoro e politica attraverso i due ponti di cui abbiamo accennato, cioè i partiti e i sindacati, non andremo da nessuna parte. E scivoleremo dalla democrazia alla post-democrazia, e da questa ad avventure populiste, o peggio.

Estratto dalla relazione tenuta dall’Autore al convegno Il lavoro, la politica, il sindacato, organizzato il 4 novembre 2016 a Bologna dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna insieme all’IRES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) Emilia-Romagna, e pubblicato in «rassegna sindacale», il 26 novembre 2016. 

 

Oltre la destra e la sinistra? Sistema e anti-sistema nella politica di oggi

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La Ue, nata nel 1992 per rispondere alla sfida geopolitica e geoeconomica della globalizzazione, è un insieme di Consigli e Commissioni che esprimono poteri esecutivo-tecnocratici (il parlamento non ha la piena titolarità del potere legislativo): la dialettica politica è tutta risolta nelle tensioni fra la Commissione, custode dei Trattati, e il Consiglio dei Capi di Stato e di governo, in cui operano gli Stati, nei loro reali rapporti di potenza. Rispetto ai bisogni dei cittadini questa Europa è cieca e sorda.

Per di più, il principale prodotto dei Trattati, l’euro, è, con altro nome, il marco: la moneta nella quale la Germania da decenni si riconosce, e che ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, chiedendo ai membri dell’eurozona di riprodurre, almeno a grandi linee, il modello ordoliberista germanico attraverso le «riforme», la spending review, il Fiscal compact (da cui deriva l’art. 81 della Costituzione sull’equilibrio di bilancio) l’austerità, la moderazione salariale e l’attenzione primaria alla stabilità di bilancio. Queste politiche hanno prodotto linee di frattura fra il Nord e il Sud – delle quali per ora non si vede alcuna composizione (se non in una improbabile «Europa più politica e più democratica») –, e hanno seriamente lesionato le società europee: educazione, ricerca, sanità, lavoro, pensioni, diritti, sono stati colpiti da politiche restrittive e deflattive che per salvare la moneta unica hanno determinato impoverimento, disuguaglianze, inoccupazione, incertezza esistenziale nel ceto medio e fra i lavoratori, e perfino abbreviazione dell’aspettativa di vita in alcuni Paesi, fra cui l’Italia. Né si vedono sviluppi positivi: è il modello economico in quanto tale ad essere deflattivo, e a non privilegiare né la crescita né la ridistribuzione della ricchezza.

A ciò si deve aggiungere la sfida geopolitica che proviene dall’arco di crisi economica e militare che, dalla Libia al MO, riversa sull’Europa migranti senza interruzione; un disordine radicale che, insieme alle lacerazioni interne alle nostre società, è una delle cause di un terrorismo difficile da sradicare. Alla povertà, all’incertezza, si sommano così anche intolleranza, xenofobia, paura: il legame sociale e la lealtà verso la democrazia ne sono messe a repentaglio.

Il referendum britannico sull’Europa è stato l’occasione per esprimere una protesta anti-sistema, perché oggi chi si percepisce escluso dalla cittadinanza (nazionale o europea che sia) non ha a disposizione spazi e canali politici per entrare nel «merito» (il Regno Unito era di fatto già esonerato dai vincoli più gravosi della Ue) ma sente di poter ricorrere solo a un semplificato conflitto frontale: e la Ue tecnocratica e ordoliberista non è stata vista come la soluzione dei disastri imputabili alla tradizione neoliberista thatcheriana e ai suoi sviluppi successivi, ma come anch’essa parte del problema. Che quel conflitto assuma, nel Regno Unito e altrove, tratti nazionalistici è dovuto a un ovvio riflesso difensivo e identitario (che in alcuni Paesi dell’Est ha raggiunto livelli preoccupanti), e al fatto che la sinistra non è pronta a raccoglierlo e a interpretarlo, e anzi ne è travolta.

In generale, il cleavage destra/sinistra (strutturalmente ancora centrale, perché esprime la contraddizione fra i pochi ricchi e le vaste masse escluse da ricchezza, influenza e speranza) resta soffocato dal cleavage sistema/anti-sistema, che invece trova sempre una via per manifestarsi, o in un referendum o in un programma elettorale; e attraversa e scompagina i partiti di destra e di sinistra (oltre che la stessa unità politica del Regno Unito), e fa temere la possibile fine dell’ordine post-1989 – appunto, la Ue –.

In questa fine è coinvolta anche la democrazia, che risulta due volte spettrale: sia perché è ora negata di fatto (e ridotta a post-democrazia) da neoliberismo, ordoliberismo, burocrazia e tecnocrazia, sia perché la reazione contro questa negazione è populistica, ovvero non solo non è più iscrivibile nel codice binario destra/sinistra, ma è anche disponibile ad assumere forme non democratiche.

In Italia il bipolarismo destra-sinistra di età berlusconiana (inconcludente, peraltro) si è modificato; oggi la polarizzazione è tendenzialmente tra i partiti del sistema (Pd, Ncd e gruppi di centro) e i partiti anti-sistema (M5S e Lega – a prescindere dal fatto che siano veramente anti-sistema o che lo vogliano solo far credere –), i quali competono lungo l’asse stabilità/caos (dal punto di vista dell’establishment) oppure status quo/cambiamento (dal punto di vista dell’opposizione); insomma, tra le forze degli have e degli have-not, fra chi ha qualcosa, o spera di averlo, e chi non ha nulla, o teme di essere sul punto di perdere quanto ha; tra le élites, e chi spera di entrare a farne parte, e il popolo. Un conflitto frontale, semplificato, senza sfumature né dialettica, povero di cultura e ricco di potenziale violenza.

Questa polarizzazione grava sugli schieramenti politici italiani: infatti anche la destra tradizionale come Fi, che cerca di costituire un terzo polo moderato, dovrà allearsi con Salvini; ma se la Lega non rinuncerà alla propria virulenta protesta, allora o il terzo polo fallirà, e Fi e Pd si troveranno dalla stessa parte (anche senza che sia stato formalizzato un nuovo patto del Nazareno), oppure Fi sarà subalterna alla Lega, e quindi dei tre poli della politica italiana due (M5S e destra) saranno anti-sistema.

Il cleavage sistema/anti-sistema coinvolge anche SI, che ambisce a essere il quarto polo della politica italiana, per leggere da sinistra la crisi strutturale del presente, e che quindi non vorrebbe schiacciarsi a priori né sul Pd né sul M5S. Eppure, anche SI difficilmente si può sottrarre a quel cleavage e alla semplificazione che vi è contenuta: infatti, la legge elettorale consentirà forse l’esprimersi di un po’ di pluralismo al primo turno, ma certo costringerà partiti ed elettori a scegliere al ballottaggio; e la decisione sarà fra sistema e anti-sistema. E non è detto che chi giungerà alla scelta articolando «distinguo» sia premiato dai cittadini: come dicono i tedeschi In Gefahr und grösster Not bringt der Mittelweg den Tod – nel pericolo e nel più grande bisogno la via di mezzo conduce alla morte –.

Alcune conclusioni. Da un punto di vista storico, emerge l’enorme responsabilità politica della sinistra che negli ultimi decenni si è affidata alle forze neoliberiste e ordoliberiste, sperando di ammorbidirne le asprezze, anziché denunciarne le logiche che mandavano a pezzi quel modello di società e di Stato sociale che proprio la sinistra ha contribuito a creare durante i «Trenta gloriosi». Ciò purtroppo rende oggi poco credibile chi, in Italia e in Europa, vuole intercettare e indirizzare la protesta anti-sistema richiamandosi alla sinistra.

Da un punto di vista politico, poi, in assenza di una ripresa economica socialmente percepita – che cioè comporti non solo aumento del Pil ma anche restituzione di reddito, diritti e posti di lavoro a chi ne è stato privato –, il conflitto tra forze del sistema e forze anti-sistema pare aperto a ogni risultato elettorale: per colpa delle proprie interne contraddizioni il sistema non ha più tutte le carte in mano (benché in Italia la mancanza di una realistica alternativa all’euro possa forse rendere i cittadini più prudenti degli inglesi nella protesta, come del resto è appena successo in Spagna).

Infine, per restare nella logica della chiarezza delle scelte: Renzi – che alle elezioni amministrative ha sperimentato a quali rischi vada incontro il Pd trasformato in «partito del sistema» – cerca ora di proporsi, a parole, come parzialmente anti-sistema, e afferma che il Fiscal compact è stato un errore. Sia quindi lecito auspicare che almeno questa volta il rottamatore abbia il coraggio di passare dalle parole ai fatti; e se proprio vuole mettere la mani sulla Costituzione, cominci col rottamare l’articolo 81.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 28, 9 luglio 2016, con il titolo Non è più destra contro sinistra, è sistema anti-sistema.

La Germania unita divide l’Europa

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Dopo il 1990 l’Europa (che dal 1945 era divenuta un «nulla» politico) è stata costretta a tentare di essere «qualcosa», cioè parte di un ordine mondiale politicamente plurale ma economicamente omogeneo (ovvero capitalistico), senza tuttavia che l’omogeneità implichi stabilità e ordine (per non dire giustizia). Una parte che per ora si struttura intorno alla Germania unificata, che come sempre è «fuori scala» rispetto all’Europa: troppo piccola (e troppo poco motivata) per essere una superpotenza, troppo grande, popolosa, organizzata, per essere un «normale» Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro, ideato a Maastricht come strumento di rafforzamento della Comunità europea (allora elevata al rango di Unione) per tenere la Germania unificata ben ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un incontrollato neutralismo; uno stratagemma, una unione, che si sono rovesciati nella situazione attuale che vede la Germania, col «suo» euro, esondare in buona parte d’Europa e creare disunione.

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Ma il rapporto fra Germania e Europa, per nulla univoco, si iscrive all’interno di molteplici linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali. Fra queste ultime è certo fondamentale la disuguaglianza economica, la distanza (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) fra ricchi e poveri che attraversa tutte le società europee. È questo l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo: una vittoria che ha assegnato alla politica un nuovo ruolo (da redistributivo della ricchezza prodotta dall’alleanza fra capitale e lavoro a facilitativo dell’egemonia incontrastata del capitale) e che ha implicato un nuovo modo di funzionamento del capitalismo, che non persegue più la tradizionale accumulazione quanto piuttosto implica la costruzione di bolle speculative a cui seguono crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, private della stabilità e del relativo livellamento (una vasta classe media) che lo Stato sociale aveva generato durante i «Trenta gloriosi», e portate a un livello di povertà e di disuguaglianza da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivata, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche delle istituzioni della democrazia. È una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio politico ma attraversa tutte le società lasciandole in una condizione anomica, disorientata oppure aspramente reattiva, e consegnandole alle forze economiche e politiche più potenti, fortunate o spregiudicate.

Altre sono le linee di frattura geopolitiche e geoeconomiche in senso proprio, che creano spazi politici coinvolgenti l’Europa. Ma si tratta di linee che si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra, e insieme costruiscono un intrico complesso di spazi striati. Una prima linea di frattura è la contrapposizione fra terra e mare, che oggi, al di là delle suggestioni mitiche, fra il liberismo anglosassone e l’ordoliberalismo tedesco (o quel che ne resta). Questa contrapposizione si manifesta nella durezza dei negoziati per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), una sorta di NATO economica ultraliberista dalla quale nascerà un mercato diverso da quello strutturato dagli Stati nazionali e dalla stessa Ue, nonché, prevedibilmente, un duro colpo alla nozione di sovranità politica (la clausola ISDS – Investor-State Dispute Settlement – consente alle multinazionali di fare causa ai governi per le loro politiche che danneggiano il business – ad esempio, campagne antifumo, normative pro- labour, ecc.).

Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/eurozona, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si può vedere il riemergere (certo, non incontrastato, neppure oltremanica) di una tradizionale linea di frattura geopolitica che ha strutturato la storia d’Europa, ovvero l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di poteri forti e stabili nel continente.

Un’ulteriore linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, e dell’ordoliberalismo che lo sottende. Si deve qui ricordare che l’ordoliberalismo è una variante del liberalismo, che con Walter Eucken, Alexander Rüstow, Alfred Müller-Armack, Franz Böhm, Hans Großmann-Doerth, Wilhelm Röpke produce fra il 1932 e il 1937 un impressionante apparato di articoli scientifici, manifesti d’intervento, monografie accademiche, riviste («Ordo», appunto). Wilhelm Röpke utilizzò il concetto ossimorico di «interventismo liberale» per indicare il nucleo di questa dottrina, vero Sonderweg tedesco dell’economia, rivolta tanto contro il vecchio liberalismo (il «paläoliberalismus» del laissez-faire che aveva generato la crisi del 1929), e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il keynesismo, quanto ancora, ovviamente, contro il socialismo. C’è in quest’ambito una forte presenza di «terza via» e un’idea di persona umana che rimanda al cristianesimo sociale (cattolico – quali erano Eucken, Rüstow, Röpke – ma anche protestante; in ogni caso, la destinazione comune fu poi la CDU), che negli anni finali di Weimar e nei primissimi anni del nazismo prende le forme di una sorta di liberalismo autoritario e del vagheggiamento di uno Stato «forte» capace di reggere un’economia spoliticizzata (e quindi «sana») – ma non si deve pensare a una dipendenza diretta di queste tesi da apparati concettuali schmittiani –.

Soprattutto l’ordoliberalismo si candida – con il grande libro di Röpke del 1944, Civitas humana – a raccogliere i resti della Germania distrutta, a contrapporsi al comunismo, a dare ordine e benessere alla Patria liberata (e dimezzata). Il che avviene, col ministro dell’economia (e in seguito Cancelliere) Ludwig Erhard, e con la sua «economia sociale di mercato», sulla base di alcuni fondamentali assunti politico-economici: lo Stato garantisce la concorrenza con severe leggi anti-trust; non interviene sui prezzi (destinati naturalmente a scendere e a mantenersi su livelli d’inflazione fisiologicamente bassi); regola l’economia di mercato dandole protezione costituzionale.

C’è nell’ordoliberalismo un’ipotesi di società organica: il mercato (pur nella consapevolezza che si tratta di una istituzione storica) è interpretato come il generatore del legame sociale e come il motore della società, mentre nello Stato si esprime la naturale pulsione societaria dell’uomo. Lo Stato è la struttura che stabilizza per via giuridica e amministrativa il capitalismo, che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di produrre benessere secondo giustizia – è questa l’opera dello Stato –, in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi. Per l’ordoliberalismo il conflitto non è fisiologico, ma patologico: nel Dna del mercato ordinato sta scritta la collaborazione, non il conflitto, che inceppa, blocca, sregola.

Lo Stato è quindi l’elemento della guida politica, espressa non tanto nella sovranità quanto nel governo, non tanto nel diretto interventismo statale quanto nella fluidificazione della società – Eucken oppone, appunto, l’economia di movimento all’opzione totalitaria dell’economia di piano – ma a scopi di stabilizzazione. Questa fluidità nella stabilità, questa armonia, è l’obiettivo strategico, che si manifesta nel concetto di conformità, individuato da Röpke (che oggi potremmo definire “compatibilità”). La decisione politica fondamentale è su che cosa sia conforme e che cosa non lo sia rispetto agli obiettivi dell’ordoliberalismo: il che implica che vi siano opzioni politiche ed economiche che a priori sono escluse dall’orizzonte (ad esempio, leggere la società in chiave di strutturali dislivelli di potere; ma anche far valere i «diritti» del lavoro come ostacoli alla fluidità, che quindi è anche «flessibilità»). L’ordoliberalismo è un organicismo escludente, che vuole far accettare il proprio impianto teorico come autoevidente: il suo organicismo (di ascendenza aristotelica e anticostruttivistica – Röpke afferma apertamente che bisogna rivalutare il tema dei luoghi comuni e delle convenzioni, contro il razionalismo moderno –) è in realtà esposto al rischio della rigidità e del dogmatismo.

In parallelo, è anche un modello invadente: Rüstow conia il termine Lebendige Politik (politica vitale) per indicare che accanto all’agire «regolativo» della politica sull’economia c’è anche un agire «direttivo» sull’intera vita sociale per renderla conforme al modello, a tutti i livelli, da quello economico a quello politico, da quello educativo a quello finanziario. L’umanesimo ordoliberista è in realtà un governo della vita, una teoria dell’allevamento organico degli essere umani (come del resto ha visto Foucault).

C’è qui l’essenza della storia tedesca: ci sono la cameralistica e la «scienza di polizia» sei-settecentesca, la matrice (sulla base di un aristotelismo che perveniva nelle università della Germania attraverso la seconda Scolastica spagnola) da cui gli Stati tedeschi svilupparono sistemi amministrativi efficienti; c’è il mercantilismo, ossia la vecchia tentazione di un’economia orientata all’iperproduzione e all’esportazione «ostile», per impoverire e assoggettare i vicini senza necessariamente sottometterli politicamente; c’è la religione del lavoro e dell’organizzazione tipica della Germania post-bellica, la costruzione – dopo l’impero criminale – di una società organica attraverso il fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere amministrativo, potere finanziario, a livello dello Stato e dei Länder (e dunque c’è anche il federalismo); c’è la stretta connessione fra banche e aziende; c’è la Mitbestimmung, la partecipazione dei sindacati ai consigli di gestione delle imprese maggiori. E c’è anche, nascosto in questa che sembra una teoria della forza tranquilla, del progresso senza avventure, il panico che nasce dall’aver fatto esperienza delle cattive risposte (il nazismo) alle crisi del cattivo capitalismo, del liberalismo sregolato; e c’è il terrore del rischio – di ogni rischio: dell’inflazione, del debito, dell’impoverimento, del conflitto – e la totale incapacità d’immaginare che sia possibile un altro modello politico-economico. Al di fuori di questo modello c’è solo il caos; e ciò è creduto per vero dalla Cdu e dalla Spd, tanto dalla signora Merkel (a prescindere dai volti che via via assume, di «matrigna d’Europa» o di misericordiosa soccorritrice dei migranti, o meglio di previdente procacciatrice di mano d’opera a basso prezzo per un sistema economico che deve funzionare allo spasimo e che deve finanziare un vasto sistema pensionistico) quanto da Schäuble, regista della sottomissione della Grecia (anche attraverso la minaccia di espulsione) sulla base del principio «punirne uno per educarne cento», ossia per mostrare che l’Europa è – ufficialmente – una via senza alternative né flessibilità.

È da notare che l’ordoliberalismo non è al servizio di una esplicita politica di potenza; e anzi ne è il deliberato sostituto. Non a caso oggi la Germania è «l’egemone riluttante»; pur con la sua enfasi sulla politica, l’ordoliberalismo oggi è molto meno un disegno politico e molto più un insieme coattivo di logiche tecniche e automatiche, un destino da cui nessuno, Germania o altri, pare possa scampare.

Ed è anche da notare che questo modello ha dato i suoi frutti migliori quando costituiva una peculiarità «locale» (il «capitalismo renano») all’interno di una economia occidentale a trazione statunitense, nel complesso espansiva e inflattiva (keynesiana), all’interno della quale il mercantilismo tedesco non ha avuto effetti devastanti all’esterno e anzi ha fatto della Germania la locomotiva d’Europa, consentendole tempo stesso, di costruire un solido Stato sociale – per quanto la domanda interna sia stata sempre calmierata –. Quando invece l’ambiente esterno è divenuto il neoliberismo in crisi, come è accaduto nel XXI secolo, e sempre più intensamente a partire dal 2008, l’ordoliberismo tedesco vacilla: all’interno riduce di molto le prestazioni dello Stato sociale (le riforme Schröder-Hartz del 2003-2005, l’introduzione dei mini-jobs) tanto che secondo alcuni l’ordoliberalismo in senso proprio non è più che una facciata, soppiantato da un neo-liberismo appena mascherato; mentre verso l’esterno la politica deflattiva e il mercantilismo producono danni crescenti, ossia stagnazione e disunione dell’intera eurozona. La Germania unita divide l’Europa.

L’euro è infatti – con altro nome – il marco, il costrutto in cui la nazione tedesca dal dopoguerra si riconosce, e che la Germania ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, obbligando gli Stati dell’eurozona, attraverso i Trattati, a comportarsi virtuosamente – secondo la definizione di ‘virtù’ dell’ordoliberalismo –, ovvero chiedendo a più di mezza Europa di agire secondo modelli che sono tipicamente tedeschi e che le realtà politiche non tedesche devono riprodurre, almeno a grandi linee, attraverso le «riforme» e la spending review. Ma che l’Europa sia lo spazio dell’euro/marco non la rende unita: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco allargato, una cintura di economie embedded nell’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (prigionieri volontari dell’euro – Spagna, Portogallo, Grecia –, mentre Italia e Francia sono in bilico fra le due aree). Questa linea di frattura distingue l’Europa dei creditori e l’Europa dei debitori − quella dei creditori è il nucleo germanico, e le economie che sono più interne al sistema economico tedesco, gli altri sono, in cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno esteriore di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread; ma la frattura esiste anche a livello di sistemi produttivi, e nessuno ha idea di come superarla: la politica prevalente è quella dell’attendismo un po’ ipocrita, del voltarsi dall’altra parte davanti agli sforamenti e ai ritardi rispetto ai parametri di Maastricht, di cui più o meno tutti gli Stati europei sono responsabili (la Germania ha un surpuls commerciale stratosferico, l’Italia ha un debito pubblico enorme, la Francia un deficit di bilancio colossale, e così via). Ma anche se Bruxelles o Berlino hanno a volte nella pratica atteggiamenti meno arcigni, e anche se Francoforte adotta una politica monetaria più che accomodante, l’economia non riparte se non a stento (e con differenziali di crescita proporzionalmente importanti tra i vari Stati), le società non cessano di soffrire e le democrazie di deteriorarsi; e chi denuncia apertamente e politicamente l’insostenibilità della situazione viene distrutto (come è capitato al primo Tsipras).

Un’ulteriore frattura è data dal fatto che lo spazio economico dell’euro a (problematica) dominanza tedesca non è propriamente uno spazio politico tedesco, nemmeno nel suo nucleo più ristretto – non c’è nulla di simile al IV Reich, insomma –. La causa di questa situazione risale alla spazializzazione postbellica del 1945-47: la cortina di ferro che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa, si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero avrebbe potuto sì costituirsi come uno spazio economico nazionale, ma non certo riproporsi come un Reich. Ebbene, la fine del comunismo e l’annessione all’area occidentale dei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale ha fatto sì che questi, per quanto siano embedded nello spazio economico tedesco, non condividano le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha avuto, storicamente, un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi), dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali, e nel secolare rapporto fra l’elemento slavo e l’elemento germanico vi sono stati movimenti di marea in avanti e all’indietro, ostilità ma anche collaborazione e ammirazione.

Al contrario, molti degli Stati embedded nello spazio economico tedesco sono e restano violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava. L’Europa è così attraversata da una memoria politica divisa: il nemico nell’immaginario e nella prospettiva degli Stati dell’Europa orientale continua a essere la Russia, erede dell’Unione Sovietica. Ciò fa sì che la Germania sia oggi scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, mettendo a disposizione basi militari per la NATO. Come tutto ciò pesi anche nella genesi e nella gestione della questione Ucraina è evidente.

Ora, la stessa Nato disegna nel suo complesso una evidente linea di frattura fra Europa e Russia – una frontiera che la vittoria nella guerra fredda ha consentito di spostare verso Est, così che oggi la Nato accoglie non solo gli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale ma anche Stati balcanici eredi della ex-Jugoslavia –. Che questa situazione istituisca oggettivamente una linea di forte frizione con la Russia è ovvio: una frizione in cui l’Europa – piaccia o non piaccia ad alcuni Stati europei – è coinvolta. L’Unione Europea, infatti, non ha una propria politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione della proiezione armata della potenza europea è ancora agli albori; anzi, la politica militare e industriale è rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. Eppure c’è un’ulteriore linea di frattura all’interno di quello che sembrerebbe lo spazio unitario dell’Occidente in armi. Infatti, dentro lo spazio della NATO si produce una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti; e ciò fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quanto possa apparire; certamente (data l’enorme sproporzione di mezzi) sempre in ultima istanza a trazione americana, ma soggetta agli umori, e alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa e protagonisti di un dinamismo antirusso ‘dal basso’.

Insomma, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco allargato) e debitori, e uno spazio politico diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (benché più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale invece la Germania non può (e non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico (ma è un’egemonia deflattiva, non espansiva).

***

Nell’Europa dei molti spazi, delle molte fratture, la Germania è quindi, al momento, segno non d’unione ma di contraddizione.

Ma non tutti i problemi europei nascono dalla Germania, «egemone riluttante». Né la soluzione sta nella sola Germania, che secondo alcuni dovrebbe esercitare un più deciso ruolo politico – a cui nessuno, in Europa e nel mondo, è in realtà preparato –. La verità è che quella di oggi è anche l’Europa dei molti Stati (inquieti e pericolanti), che sono poco più che i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata all’epoca della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche, dopo che nel 1954 era stata bocciata la Ced) o all’epoca della globalizzazione incipiente e all’apparenza «pacifica». Un’Europa che pensava a se stessa come «mercato comune» e poi come «potenza civile»: ipotesi, quest’ultima, possibile solo in una situazione mondiale di relativa pace, che oggi è ben lungi dal verificarsi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è ormai attraversato da muri e da barriere di filo spinato alzate dagli Stati, e così trasformato in un puzzle, in un labirinto per intrappolare, come topi, i migranti che fuggono dallo sfascio del vicino oriente, dell’Africa settentrionale e del Corno d’Africa. E l’emigrazione stressa oltre che le strutture istituzionali anche il legame sociale, estremizzando l’opera del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Dalle stesse aree di crisi giunge all’Europa un’altra sfida, il terrorismo, che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra, e dunque è strategico: ma in realtà è anche sistemico perché nasce dentro lo spazio politico degli Stati europei, dentro le loro contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. Non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo −: la verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza, ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno (sull’esclusione e sul risentimento sociale e politico). Insomma, il terrorismo continentale è un modo della guerra globale, che è − come provai a definirla a suo tempo − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento».

Il combinarsi di terrorismo e di immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa, e che alimentano insicurezza e disorientamento esistenziale nelle società) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Ma in realtà il sommarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produce fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrà neutralizzare: lo «Stato forte» sarà in questo contesto solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterà in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica produceva dentro gli Stati l’Union sacrée (o la rivoluzione), la guerra globale produce fenomeni di scollamento del tutto anomici.

Alle linee di frattura interne allo spazio dell’euro, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono, dentro la Ue, le linee tradizionali degli Stati, e nelle società europee, microfratture pulviscolari, generate dalla crescente disuguaglianza economica, dalla stagnazione produttiva, e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere (o implodere in avventure reazionarie) ogni spazio politico, tanto la Ue quanto i singoli Stati. L’Europa oggi non ha Nomos, e, semi-paralizzata, risponde con le leggi di emergenza (a livello degli Stati) e con nuovi rabbiosi nazional-populismi (a livello delle società) alla disuguaglianza, all’emigrazione e al terrorismo.

La risposta a livello di Ue, appunto, manca: o meglio, non è altro che la promessa (o la minaccia) di una indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi – con qualche aggiustamento che eroda ancora un po’ la democrazia, e con nuovi sacrifici per tutti, cittadini e migranti –. Un’utopia entropica, in fondo. Ci sono, certo, altre retoriche: c’è quella benintenzionata del «Ci vuole più Europa» – che è però incomprensibile se prima non si chiarisce di quale Europa si parla (non certo di un super-Stato monolitico, a guida tedesca, capace di chiudere i propri confini all’esterno; ma la stessa opzione federale, se presa sul serio nelle sue implicazioni di reale cessione di sovranità da parte degli Stati, richiede uno sforzo politico immane e non c’è traccia dell’energia politica necessaria) –, e c’è la contro-retorica delle insurrezioni cittadine su scala europea (altrettanto enfatica e indeterminata). Ma di fatto,  nessuno ha al momento soluzioni e strategie per uscire da una crisi che investe direttamente la storia e l’identità della vecchia Europa degli Stati, e della recente Europa dell’euro.

Dopo tutto, la prima cosa di cui abbiamo bisogno è forse, oltre all’analisi, un forte supplemento d’immaginazione.

L’articolo è stato pubblicato in «Limes», n. 3, 2016, pp. 175 – 182.

Sulla Gestazione per Altri

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In premessa si deve sottolineare che la questione della Gestazione per Altri (GpA) vede coinvolti tre soggetti, i cui diritti si tratta di definire, garantire, e bilanciare: la gestante, il bambino, la coppia genitoriale. La GpA non viene giustificata insomma con argomenti storici (è una pratica antichissima, coperta o palese) né con il peso della semplice fattualità (si può perché è tecnicamente possibile), ma per via razionale. Si elencano quindi alcuni argomenti portati contro la GpA, e se ne discutono significato e limiti.

1. L’argomento della Natura è rivolto contro la GpA in sé. Si tratterebbe di una pratica che vulnera il diritto dell’essere umano a nascere dalla propria madre in modo naturale e spontaneo, senza intromissione di fattori tecnici (o giuridici, qual è la GpA) artificiali che svilirebbero la sacralità innata (il valore infinito, la dignità) della persona. È un argomento che, anche se può essere fatto proprio da una cultura laica, è analogo, elevato a potenza, a quello portato dalle gerarchie cattoliche contro la fecondazione assistita; si fonda sulla tesi che ciò che merita tutela (la persona umana) sia «naturale», cioè voluto da Dio e quindi sottratto all’agire umano.   In realtà, non necessariamente l’uso di strumenti tecnici (o giuridici, come la GpA) implica una strumentalizzazione del nascituro, una violazione della sua dignità; è indimostrabile che una pratica tecnologica o giuridica nel concepimento possa implicare una violazione all’origine della dignità del nascituro. Tranne che della natura non si faccia un feticcio, i metodi naturali non preservano dalla strumentalizzazione più di quanto la tecnica escluda un’aperta volontà d’amore e di procreazione. Semmai, la GpA non vulnera un presunto ordine della natura, che nella modernità non può essere assunto in senso normativo, ma un’immagine archetipica dell’uomo e della donna: ovvero la maternità come simbolo dell’amore naturale spontaneo e della cura gratuita che deve essere assicurata a ogni essere umano nelle prime fasi della vita.

Qui si deve avanzare una obiezione: tale archetipo per essere normativo deve essere discorsivamente condiviso da tutti, uomini e donne, poiché coinvolge tutti; ovvero, in ambito legislativo non si può procedere per archetipi, cioè per immagini e per pulsioni, ma per argomentazioni razionali.

Da un punto di vista razionale quell’archetipo, dall’impatto emotivo indubbiamente forte, significa che la donna ha il diritto (non il dovere) alla libera e autonoma maternità. E al tempo stesso significa che essere accudito con cura è un diritto del bambino (che però non sempre trova realizzazione nella famiglia «naturale»).

Questi due diritti possono essere ricondotti all’assunto fondamentale della filosofia e della politica moderna, ovvero che l’individuo (maschio e femmina) è autonomo e pienamente proprietario di sé, del proprio corpo e della propria formazione in senso lato (principio senza il quale non si può parlare neppure di eutanasia né di aborto) – ovvero che deve poter diventare autonomo -. In linea di principio, nessun legame sociale «naturale», ovvero non liberamente scelto (nessuna autorità in vario modo trascendente), può precedere la libertà individuale di un individuo maggiorenne, fatta salva la legalità istituita da uno Stato democratico (cioè da uno Stato a cui il singolo possa aver dato il suo assenso). La «natura» in realtà sono i diritti naturali che devono diventare civili e politici, oppure è solo un passato che di per sé non è portatore di legittimità.

Questo principio di autonomia e di autodeterminazione vale in modo diretto per la gestante – le donne possono semplicemente rifiutarsi alla GpA, se ritengono che questa pratica le riduca a macchine riproduttive -, e per estensione può essere interpretato come il diritto alla genitorialità di ogni coppia liberamente formatasi (che nell’aver figli appunto si realizza come coppia); mentre per il bambino vale in modo potenziale e teleologico (il bambino ha il diritto di essere portato, con la cura adeguata, all’autonomia).

Si tratta di vedere se la GpA viola questi diritti. Premesso che la GpA è forse una facoltà individuale ma non certo un obbligo universale, pare che il diritto della donna all’autonomia vi possa essere rispettato (a certe condizioni, che si vedranno subito), che il diritto del bambino possa ugualmente essere assicurato (a certe condizioni, che si vedranno), e che il diritto alla genitorialità vi sia, ovviamente, tutelato e reso effettuale.

2. Vi è poi l’argomento della Reificazione. Se questo coincide con l’argomento della Natura, cioè dell’avversione alla pratica della GpA in quanto tecnica, se ne è già parlato. Se invece per reificazione si intende, in senso derivato dal marxismo, la mercificazione – ovvero la sussunzione formale e reale di opere e di facoltà umane all’interno di logiche economiche capitalistiche, col risultato che l’umana soggettività, quale si esprime nella produzione e anche nella riproduzione, esce da se stessa e diviene oggettività, ossia merce – allora si tratta di un argomento che investe piuttosto il contesto sociale in cui avviene la GpA. A questo proposito si deve osservare che lo stesso Gramsci – di cui si riporta in calce un brano relativo a un caso simile alla GpA, anche se non identico – contesta sdegnato la violenza dei ricchi sui poveri, delle privilegiate che vogliono sottrarsi alle fatiche della gestazione per caricarle sulle spalle dei subalterni.

Un argomento analogo, da un versante populistico, è quello di chi si oppone alla GpA in quanto pratica costosa, e quindi accessibile solo alle élites. È evidente che lo stesso si potrebbe dire di complesse e costose operazioni chirurgiche, che pure sono entrate fra le terapie della sanità pubblica (non si vuole qui sostenere che la GpA debba rientrare fra queste – perché, evidentemente, non è una pratica salvavita -, ma solo che il costo di una pratica non la può rendere di per sé vietata).

Mentre l’argomento del costo è in sé non conclusivo, l’argomento gramsciano della mercificazione come violenza diretta o indiretta è dirimente. Se la GpA è violenta – nel senso di una violenza individuale oppure sociale, di classe; ovvero se implica sopraffazione e dominio, se nasce cioè dalla radicale mancanza di libertà e di autonomia generata nella donna dal bisogno economico e dalla deprivazione sociale e culturale – allora è non ammissibile (come, in simili contesti, ogni altra pratica).

3. Ma non solo si deve avere riguardo alla violenza di cui può essere vittima la donna, e quindi si deve rigorosamente garantire che la GpA sia un atto di libertà e non di schiavitù. Esiste anche una potenziale violenza sul bambino. A questa si richiamano coloro che vogliono vietare la GpA praticata da coppie omosessuali, sostenendo che la presenza di due genitori dello stesso sesso nuoce allo sviluppo psicologico del fanciullo, il quale ha un diritto naturale non negoziabile a due genitori di sesso diverso per potere correttamente crescere.

Contro questo argomento della Violenza sul bambino si osserva in primo luogo che la GpA è prevalentemente praticata da coppie eterosessuali sterili. In ogni caso, è evidente che se vi fosse un parere in questo senso della comunità scientifica internazionale, che fosse autorevole, dimostrabile, ben fondato e condiviso, il divieto della GpA per le coppie omosessuali sarebbe all’ordine del giorno (e anche il divieto di adozione). Ma non ci sono evidenze che si vada verso questo parere, che sembra irragionevole e che non è mai stato avanzato se non in forme sporadiche, dubitative, precauzionali e forse strumentali, e che è stato confutato da autorevoli pronunciamenti scientifici. Il bambino può essere amato e cresciuto, com’è suo diritto, anche da una coppia omosessuale.

4. Vi è poi l’argomento politico dello Scambio proposto dal neoliberismo, in versione liberal, fra diritti sociali, negati o ridotti, e diritti civili ampliati. Lo scambio, insomma, fra società e individuo, fra uguaglianza e libertà. Uno scambio a cui la sinistra dovrebbe opporsi.

È infatti giusto opporvisi, ma non col rifiutare l’allargamento dei diritti civili in quanto espressione di una cultura presunta estranea alla sinistra, o addirittura di alienazione; semmai, si deve smascherare quel tentativo, denunciarne la parzialità, e lottare per ampliare i diritti individuali e per creare contraddizioni nel campo avversario tra le posizioni liberali e quelle reazionarie; e battersi, ovviamente, per una strutturale inversione dei rapporti di forza nella società, in modo tale che la prospettiva dei diritti sociali torni credibile e agibile. La sinistra non può essere la parte politica che perde sul fronte del welfare, mentre resta inerte o sospettosa su quello dei diritti individuali.

Insomma, la GpA rientra nel novero dell’estensione razionale dei diritti individuali moderni, a condizione che siano superati due ordini di fattori distorsivi: lo stato di bisogno (in senso lato) della gestante, e – nel caso di una GpA per una coppia omosessuale – la provata dannosità della omogenitorialità per il bambino. Una terza condizione di cui poco si parla, ma che va segnalata, è che la componente eugenetica – che alla GpA può essere associata – non sia rivolta a soddisfare esigenze diverse da quelle del bambino (ovvero, sì all’eliminazione di malattie ereditarie, no all’introduzione di fattori accessori graditi ai genitori), proprio perché il nascituro non deve nascere da un atto strumentale – si noti che la sua ammissibilità razionale (e presumibilmente costituzionale) implica solo che la GpA non può essere vietata in linea di principio: altra questione è quella della sua preferibilità rispetto all’adozione (che però per le coppie omosessuali resta proibita).

Ma poiché il principio della autonomia (con le due condizioni dell’assenza di violenza in senso lato sulla donna, e della salvaguardia del diritto del bambino al corretto sviluppo) guida tutto il ragionamento, pare indispensabile che la parola venga presa dalle donne, che devono essere le prime a giudicare non solo della correttezza dell’argomentazione sulla GpA ma anche della ragionevole praticabilità empirica della condizione della non violenza – cioè della libertà e dell’equità del contratto che la fonda – che direttamente le riguarda.

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Antonio Gramsci, Il nostro Marx: 1918-1919, in Scritti 1913-1926 (a cura di Sergio Caprioglio), Torino, Einaudi, 1984, pp. 734.

Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce. La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno.

da Sotto la Mole, 6 giugno 1918. Titolo originale: Merce.

 

 

La passione della conoscenza e dell’azione

Senza passione nessuna politica, certo. Senza spinta interiore, senza sentimento della giustizia violata, senza simpatia umana – senza soffrire insieme agli altri –, non scattano quel legame politico qualificato e quella istintiva capacità collettiva (quella volontà) di vedere sé e la società in altro modo, che sono peculiari della sinistra. Se quel vedere è, etimologicamente, l’Idea, la Teoria, quella volontà è la Passione.

Arma potente e necessaria – senza la quale la ragione è destinata allo scetticismo, al vano disincanto, o allo specialismo tecnicistico –, la passione di per sé, da sola, non è sufficiente alla politica; è spontanea ma non può essere ingenua, è un’immediatezza che deve essere mediata, perché non si consegni al potere, per non venirne privatizzata e trasformata in pappa del cuore. Così infatti governa il neoliberismo: accendendo passioni viziose e infantili, esaltando avidità individuali, piccole volontà di potenza, sporadiche compassioni a distanza, e presto spegnendole in depressioni economiche, disperazioni sociali, paure xenofobe.

Piuttosto che «passione» politica questi sono «sentimenti» ed «emozioni»: quella è di lunga durata, è un fuoco grande, che vive nella storia, che può accendersi sotto la lente dell’Idea e può spegnersi sotto il gelo della sconfitta e della fine della speranza; queste sono vibrazioni quotidiane, occasionali e transitorie, anche se continuamente alimentate tanto dalle contingenze biografiche quanto dalla industria culturale e dai media. Quella è tanto soggettiva quanto collettiva – e quindi è una forza storica oggettiva –; queste sono tanto individuali quanto massificanti. Quella è direttamente politica; queste sono retorica narcisistica, una passione vuota e oziosa – come quella delle cicale, inebriate di sé e dalla propria musica (Platone, Fedro) – e quindi indirettamente politica, distraente, passivizzante e funzionale allo status quo.

Nella sua programmatica disfunzionalità rispetto al potere, la sinistra oggi più che mai – e soprattutto nei giovani – deve coniugare la passione politica e la razionalità della critica in una «passione della conoscenza e dell’azione»; deve cioè sapere che la politica non è solo pragma, opportunismo, ma è anche praticare la parola tanto come mito quanto come logos, una parola non autocompiaciuta né asservita ma autonoma e concreta, attiva e concentrata, radicale ma non estremistica, passionale ma non emotiva. Quella che i media non sopportano; quella di cui tutti – alcuni consapevoli, altri no – abbiamo bisogno.

L’articolo è stato pubblicato in «http://www.ipettirossi.com» il 31 marzo 2016.

Democratizzare la democrazia

ph-38

Vediamo, per cominciare, di provare a definire che cosa è democrazia – quella di oggi, per non avviarci su strade troppo complesse –. Per democrazia noi abbiamo inteso un certo equilibrio fra alcune delle strutture e delle invenzioni più importanti e significative prodotte nell’età moderna. Queste invenzioni sono: lo Stato sovrano; il mercato e il capitalismo; le diverse forme della soggettività – il soggetto individuale, il popolo, i partiti –; la tecnoscienza.

Queste quattro invenzioni strettamente correlate fra di loro, ma non sempre sincrone nel loro procedere, hanno conosciuto forme di equilibrio – particolarmente per quanto riguarda il secondo dopoguerra – che possono essere così descritte: un profilo ideologico minimo di riconoscimento e accettazione dei ritrovati della modernità (perché ci sia democrazia non è pensabile che la cultura politica sia generalmente informata a posizioni antimoderne, tradizionaliste, teocratiche e via dicendo); alcuni assetti istituzionali specifici che comprendono certamente la statualità e la sovranità, ma anche un’articolazione di questa nei tre poteri classici oltre alla presenza dei partiti come trait d’union permanente e strutturato fra la società e le istituzioni.

Poi, perché ci sia democrazia, ci deve essere un determinato assetto del capitale. Dando per scontata la non avvenuta eliminazione del sistema capitalistico (la sconfitta storica del comunismo reale), e quindi parlando di liberaldemocrazie con un nucleo economico capitalistico, noi sappiamo che questo nucleo sicuramente non può determinare le priorità del sistema politico e sociale: il profitto non viene prima dei diritti.

Infine – fondamentale – pluralismo: non esiste democrazia se non c’è pluralismo culturale e sociale. Può esistere uno Stato di diritto senza pluralismo, ma democrazia vuol dire tutto quello che abbiamo detto finora più una società ricca di diversi, autonomi centri di potere sociale e di sapere intellettuale e scientifico. Per cui è necessaria una reale diversificazione della proprietà dei media; una reale libertà di insegnamento e di ricerca; insomma, diverse culture in concorrenza e in coesistenza; un sapere diffuso e partecipato, non reificato e non chiuso nei laboratori e nelle accademie (che devono esistere e funzionare, ma non come corpi separati e privatizzati).

Queste quattro invenzioni moderne, con questi equilibri, oggi non ci sono più. Noi assistiamo, sotto il profilo economico, a una esondazione delle priorità del capitalismo che ha sconfitto il lavoro – cioè il suo antagonista e al tempo stesso il suo fratello –, lo ha ridotto di entità e di importanza, con il conseguente aumento delle disuguaglianze economiche.

Per quanto riguarda le soggettività, si osserva che il soggetto moderno si è trasformato nel singolo individualistico; il popolo si è mutato in identità populistico-xenofoba, almeno come trend; e al contempo assistiamo alla sconfitta dei partiti. Che tutti ci stiamo interrogando sul «che fare?» nasce dal fatto che non esistono più le strutture ponte fra il sistema politico e la società – cioè i partiti –, e la sconfitta dei partiti ha molte cause, ma certamente in parte dovute a un’offensiva neoliberista (in parte a un interno disfacimento).

Per quanto riguarda lo Stato, c’è da segnalare una trasfigurazione profondissima. Mentre si riduce lo spazio del «pubblico» (le privatizzazioni, la sussidiarietà) lo Stato si distacca dalla società, e si trasforma da sistema della mediazione e della rappresentanza in sistema della decisione: le nostre «riforme» sono un esempio di questo processo. Anche il Parlamento – che propriamente è il luogo dove si rappresenta la sovranità del popolo, ma che realisticamente potrebbe essere una struttura intermedia fra la società e il governo – è gravemente indebolito nella sua funzione mediatrice (per la quale sono necessari i partiti).

Quindi: verticalizzazione, spostamento verso la decisione, erosione notevole dello Stato di diritto e spostamento del baricentro della politica verso l’eccezione – non verso la norma –, per non parlare della corruzione che è fenomeno gravissimo e che tuttavia è in realtà legato alla debolezza del sistema politico.

Infine, il pluralismo culturale nella società sta svanendo. In primo luogo, perché la società è debole, impoverita dalla crisi economica e dalla ritirata dello Stato dalla società. Non a caso, dentro la società si spengono invece che accendersi centri di sapere – basti pensare alle sorti degli istituti culturali –. In secondo luogo, perché il pensiero è ormai «unico»; o è tecnoscienza progressivamente sottratta allo spazio pubblico statale e confinata in istituzioni private e o simil-private «d’eccellenza»; o è intrattenimento e ideologia surrettizia, prodotta e veicolata da media che fanno parte in modo strutturale dell’establishment. La vecchia idea liberale secondo cui i Partiti, il Parlamento e la Press (la stampa), queste tre «P», costituivano l’essenza della democrazia non sta più in piedi. Oggi viviamo dentro una sorta di continuum triforme costituito, senza soluzione di continuità, dal potere economico-finanziario, ma anche padronale alla vecchia maniera; dal potere politico – indistinto, senza che vi sia più distanza fra esecutivo e legislativo –, che è il potere meno efficace; e dal potere mediatico, che conta molto perché controlla e detiene l’agenda del discorso politico e della politica. Ma il potere mediatico è nelle mani del potere economico, e il cerchio del continuum si chiude.

Dentro questo continuum quello che abbiamo definito «democrazia» permane – e io qui devo rendere omaggio a Colin Crouch – come fantasma, ovvero come «postdemocrazia», come apparenza di democrazia, come permanere di forme prive dei vecchi contenuti. Finora pochi – anche se stanno aumentando – in Occidente (in Russia e in Cina le cose stanno altrimenti) si concentrano nell’inventare una narrazione politica veramente alternativa alla modernità e ai suoi principi. Finora è stato sufficiente lasciare che si sviluppassero alcune derive che erano implicite in quei principi. Infatti, la distruzione semi-soft della democrazia – la scomparsa dei soggetti, il trionfo dell’utilitarismo in generale e in concreto dell’utilità dei pochi, la concentrazione del potere e della ricchezza – è uno sviluppo che in parte era scritto nelle origini del Moderno, almeno come possibilità, e in parte è frutto di una furiosa battaglia politica e culturale scatenata negli anni Settanta del Ventesimo secolo e vinta dai capitalisti con sconfitta totale e radicale – per ora – della sinistra e del mondo del lavoro. Alla determinazione relativizzante del «per ora» tengo parecchio, e per convinzione e per appartenenza politica. Ma insomma di sconfitta si dovrà ben parlare; si può mettere la cesura dove si vuole ma certo un «prima» e un «dopo» si distinguono con chiarezza.

Come se ne viene fuori? Come è stato complesso costruire quell’equilibrio fra parecchi principi e parecchi ingredienti della modernità, così ora dobbiamo evitare che la grande vittoria del capitalismo (e la sua crisi sopravvenuta) si riveli la via attraverso la quale tornano in gioco le posizioni della destra estrema e oltranzista. Infatti, su una società impoverita dallo sviluppo mancato del capitalismo  dallo sviluppo promesso e non realizzato , su questa società che non crede più né in se stessa né nella politica, si abbattono i frutti di una catastrofe geopolitica del Nord Africa, del Corno d’Africa, del Vicino oriente, del Medio oriente. Una catastrofe che è stata determinata – anch’essa – dalle politiche delle potenze occidentali e delle potenze regionali, che hanno destabilizzato equilibri precarissimi che erano nati poco dopo la fine della Prima guerra mondiale. Questa distruzione di equilibri produce l’arrivo in Europa di qualche centinaio di migliaia di disperati all’anno, che mettono sotto stress non solo l’Unione europea, ma le democrazie dentro gli Stati: sulla paglia infiammabile della povertà e della frustrazione si abbatte l’innesco incendiario della migrazione e del terrorismo, capaci di generare paure, isterie, xenofobie e in generale chiusura degli spazi democratici. Infatti, insieme ai migranti coatti ci sono i terroristi: si tratta di realtà e di fenomeni diversi, e che tuttavia non è facile tenere distinti davanti a un’opinione pubblica che è così duramente e giustamente colpita dall’emergere crescente di una instabilità strutturale tanto dell’assetto capitalistico, quanto della erosione della sicurezza democratica degli Stati europei.

In politica l’instabilità è un male. È un bene soltanto per i pochi geni rivoluzionari che sanno approfittarne per fare una rivoluzione e portare il mondo a un ordine nuovo. In assenza di questi personaggi – e ricordiamo che in ogni caso si tratta sempre di passaggi sanguinosi – il nostro problema è di ripristinare un equilibrio democratico che è stato squilibrato, prima dalla vittoria del capitalismo, poi dalla sua crisi, poi dalle catastrofi geopolitiche. Senza un nuovo equilibrio democratico, l’avranno vinta quanti, fuori d’Europa ma anche dentro, stanno già preparando nuove narrazioni e nuove politiche apertamente antidemocratiche, xenofobe, razziste, autoritarie: la istituzionalizzazione degli squilibri, delle ingiustizie, delle paure che costituiscono il panorama presente e futuro delle società europee.

Quindi, si deve cercare di riportare il capitale a un ruolo compatibile con gli interessi di tutti, cioè col bene comune – sconfiggendo le disuguaglianze e la stagnazione a cui portano le sue dinamiche ; si deve rafforzare lo Stato, non nella sua capacità di decisione eccezionale ma nella sua funzione di mediazione, di inclusione, di limitazione del privato esondante e di costruzione anche economica del «pubblico»; e si devono assolutamente reinventare i partiti, aperti alla società ma anche capaci, con la loro permanenza, di dare continuità a ciò che di effervescente ma anche di effimero si muove nella società, e di consentire così un vero dialogo fra politica e cittadini.

Abbiamo poi bisogno di riportare la società a un nuovo equilibrio pluralistico della cultura. Tutte le concentrazioni dei mezzi di comunicazione, che stanno oggi avvenendo, sono altrettanti attentati alla democrazia. Dunque, l’insegnamento e la ricerca pubblica vanno potenziati, non indeboliti. Pluralismo culturale, inoltre, vuol dire che non si possono lasciar morire gli istituti culturali presenti nel nostro Paese: sono un bene profondo e radicale, e non sono esornativi, ma sostanziali.

E dobbiamo re-imparare a far sì che le persone tornino a essere soggetti moderni, contraddistinti non dal narcisismo o dalla depressione, ma dalla autonomia. E a questo fine c’è solo la scuola, e i tempi sono lunghi: la «buona scuola» sarà quella che insegna l’autonomia non l’autoimprenditorialità. Senza dimenticare che non c’è buona scuola se non c’è buona società: infatti, autonomia vuol dire darsi la legge da se stessi, cioè essere talmente equilibrati da saper essere signori di se stessi. E questo obiettivo umanistico lo si può raggiungere (forse) solo se si realizzano le condizioni politiche, economiche, istituzionali e culturali che aiutano a non rimanere schiacciati nella paura quotidiana della povertà, della precarietà, e, oggi, anche degli attentati – insomma, il nostro obiettivo deve essere l’articolo 3 della Costituzione finalmente realizzato –. Il pluralismo culturale democratico, infine, implica la critica, cioè il sapere che non c’è un solo punto di vista (presunto “oggettivo”) da cui guardare la società, ma ce ne sono molti a seconda del luogo dove si è collocati nella società, e che vanno sostenuti perché il pluralismo è la nostra vera ricchezza.

Ri-democratizzare la democrazia è un’idea meravigliosa. È il nostro compito storico. Dobbiamo riuscirci prima che le forze della destra estrema tornino a dettare l’agenda degli Stati europei.

Relazione presentata al seminario Democratizzare la democrazia (Roma, Sala Aldo Moro, Camera dei deputati, 23 marzo 2016).

La difficile ripresa di un’attitudine critica

ph-27

Non è facile pensare (e fare) politica a sinistra. Per il peso enorme di una tradizione – di portata mitica – di centocinquant’anni di riflessioni e di lotte, di successi e di insuccessi, di separazioni teoriche e pratiche, di scomuniche e di ripensamenti. Per la portata, anche, della sconfitta storica patita negli ultimi trent’anni a opera del neoliberismo, che ha cancellato dalla scena storico-mondiale comunismo e (quasi del tutto) socialdemocrazia, rivoluzioni e riforme, partiti e sindacati, e financo – secondo i vincitori – il nome della sinistra, affondato insieme alla destra nelle nebbie del passato, mentre sul presente splenderebbe l’oggettività ultima e definitiva del capitalismo, multiforme ma ovunque vittorioso, e il dogma del pensiero unico.

Così chi, da sinistra, inserendosi nelle pieghe – nelle fratture, nei crepacci – del nuovo dis-ordine mondiale, ne voglia denunciare la insostenibilità, la natura essenzialmente e perennemente di crisi, e voglia agire per riportare sotto controllo umano e collettivo (cioè politico) economie e società attraversate da drammatiche contraddizioni, da ingiustizie abissali, da vertiginose instabilità, non si trova davanti soltanto ‘problemi’ da risolvere pragmaticamente ma ‘questioni’ da analizzare: si tratta di capire che cosa è andato storto nella vicenda intellettuale e politica delle sinistre, di individuare quali forze avversarie sono all’opera, quali effetti queste producono e quali soggettività possano essere attivate e mobilitate in vista del fine ultimo della politica di sinistra: strappare l’iniziativa al capitale e alle sue ‘leggi’, e intanto valorizzare e irrobustire i fattori e i momenti di disagio, di opposizione e di protesta che nelle nostre società si producono.

Pensare di nuovo per agire di nuovo, insomma: ancora una volta davanti a una sconfitta. Impresa che nel nostro Paese è solo iniziata: gli sforzi di riflessione e di organizzazione procedono con incertezza, anche se qualche segnale di vita è rinvenibile in recenti iniziative intellettuali e politiche, e in nuovi contributi critici.

Fra i quali si deve segnalare l’ultimo numero di MicroMega (2016/1) dal titolo Comunismo, riformismo o sovranità uguale?, in cui – per celebrare i trent’anni della rivista –, vengono messe a confronto quattro ipotesi intellettuali e politiche sulla sinistra: quella ‘socialdemocratica’ di Marcel Gauchet, quella  ‘comunista’ di Alain Badiou, quella democratica radicale del direttore Paolo Flores d’Arcais, quella marxista-femminista di Nancy Fraser. Prospettive diverse, unificate da domande comuni e obbligate: che fare di Marx e del suo pensiero (in quanto analisi del capitalismo e in quanto filosofia della  storia: Gauchet e Flores se ne distanziano radicalmente); come interpretare il rapporto che con Marx hanno avuto Lenin e l’esperienza sovietica (di continuità secondo i critici, o di tradimento secondo Badiou); come porsi davanti a percorsi presunti alternativi (il maoismo, rivendicato da Badiou, e aspramente rigettato da Flores e Gauchet); che cosa attendersi dal comunismo, posto che lo si accolga come orizzonte di pensiero e d’azione (il che Flores nega recisamente in nome dell’antitotalitarismo, mentre Badiou identifica il comunismo in una modernità non capitalistica, che vada oltre lo Stato e la divisione del lavoro); quale rapporto individuare fra capitalismo e democrazia (di piena alterità secondo Badiou, di riformismo radicale che esprima un primato della politica sull’economia secondo Flores e Gauchet);  quale sia la cifra dell’agire politico, se cioè questo sia un evento raro, solo grazie al quale si forma la soggettività politica (Badiou), o se sia invece l’opera di un soggetto che dall’alto fonda le condizioni per un ethos  repubblicano diffuso (Flores);  quale sia la contraddizione fondamentale della società (quella economica, per Badiou; quella legata al professionismo politico degenerato, per Flores; un intreccio fra contraddizione produttiva e riproduttiva, per Fraser, che così apre a una sorta di femminismo dialettico); se l’attuale crisi della democrazia sia transitoria o epocale, ovvero se il neoliberismo possa essere sconfitto, imbrigliato, o se debba necessariamente trionfare per poi eventualmente decomporsi lungo linee imprevedibili.

La complessità  del dialogo fra Gauchet e Badiou (davvero avvincente) e l’acume dei due interventi di Flores e di Fraser ci mettono davanti a un panorama di pensiero (e di passione) che spazia fra le diverse tradizioni intellettuali della sinistra socialista e democratica (comunismo, riformismo, illuminismo, femminismo) e fra diverse realtà geografiche: la determinazione ‘regionale’ della riflessione della sinistra è  molto forte, anche nell’età globale (ciò vale in generale – benché con minore intensità – per ogni ambito di pensiero): un pensiero che si vuole concreto, che anzi lotta contro l’astrazione e l’omologazione del capitale,  non si atteggia allo stesso modo in Italia, in Francia, negli Usa.

Non si tratta di stabilire quale linea è più convincente – non a tavolino, almeno -: tutte hanno una loro coerenza e una loro giustificazione, e tutte hanno le loro (diverse) interne debolezze. Tutte, infatti, sono (diversamente) indeterminate, idee che non hanno ancora trovato gambe su cui marciare. Le probabilità che le trovino, e che siano gambe efficienti, sono differenti: più tributario a una concezione volontaristica pedagogica e illuministica della politica pare Flores, concentrato polemicamente sulla miseria dei partiti politici italiani, e molto fiducioso che la politica, una volta rinnovata dall’irruzione organizzata della democrazia attiva e radicale nello spazio politico (che per lui resta quello della democrazia rappresentativa), abbia in sé la forza di contenere il capitale e i suoi effetti di disuguaglianza materiale; ricco di stimoli ma incerto sul tema del totalitarismo e legato a schemi gauchistes è Badiou nel suo anticapitalismo che non arretra davanti alla  inquietante distinzione fra individui (sacrificabili) e soggetti (veri attori della politica); utile per la critica delle presunte identità politiche, a cui contrappone una critica della produzione e della distribuzione è Fraser, la cui proposta è proiettata oltre lo Stato; serio ma non del tutto chiaro nei suoi fondamenti sociali e politici il riformismo di Gauchet, che, pur attraverso alcuni luoghi comuni, si contrappone decisamente al riformismo del neoliberismo, implementato oggi soprattutto dalle cosiddette sinistre europee.

Il futuro della sinistra non si scrive nei libri, certo: ma altrettanto certamente non può prescindere dal dibattito intellettuale responsabile, orientato all’analisi e all’azione (e quindi non paradossale né narcisistico). La riscoperta della politica, a sinistra, passa anche attraverso la riscoperta della discussione impegnata, argomentata e non generica. Come questa, e come quelle che, si auspica, verranno dopo questa.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 2 marzo 2016.

 

Politica e sindacato

ph-44

Non basta tenere i fermi i principi fondamentali della Carta costituzionale perché si possa dire che non si cambia la sostanza della Costituzione. Questa è modificata radicalmente anche se si lascia invariata e intatta la lettera dei principi fondamentali. Il principio fondamentale che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» ha di per sé un contenuto decisivo, che è precisamente ciò di cui stiamo parlando: cioè il rapporto fra politica e lavoro. Ma non è sufficiente lasciare questo contenuto decisivo scritto così com’è. Questa affermazione di principio trae il proprio senso sia dalla concreta articolazione dei poteri dello Stato sia dalla reale strutturazione della società e del sistema produttivo. Ed è lì che è cambiato tutto.

«Repubblica fondata sul lavoro» vuol dire che la Costituzione della Repubblica italiana si fa carico di erigere un’architettura specifica intorno a un principio che distingue la civiltà moderna dalle altre forme di civiltà: il lavoro entra in modo costitutivo dentro la politica − cosa che, come ha sottolineato tra gli altri Hannah Arendt, non appartiene a buona parte della tradizione dell’Occidente −. La tradizione pensa prevalentemente la politica come qualche cosa di distinto dal lavoro, come due ambiti che non si incontrano − in modi diversi nella cosiddetta Antichità e nel cosiddetto Medioevo − e che meno che mai si sovrappongono, e che ancor meno sono la stessa cosa. Nel mondo antico la politica è gestita soprattutto − tranne nel caso dell’autorappresentazione della democrazia ateniese in Pericle − da coloro che non lavorano. Nel mondo medievale la politica è appannaggio o indirettamente degli oratores (la gerarchia della Chiesa) o direttamente dei bellatores (le aristocrazie laiche), ma non dei laboratores, con l’eccezione dell’autogoverno dei Comuni italiani e delle città anseatiche, che ha dato un contributo assolutamente decisivo alla civiltà occidentale, ma che si trova testimoniato soltanto in alcune aree dell’Europa. In ogni caso, è solo in età moderna che si afferma apertamente l’idea che la politica e il lavoro coincidono: cioè chi fa la politica sono proprio quelli che lavorano. In Olanda, in Inghilterra, in Francia, nei due secoli cruciali dell’età moderna, il Seicento e il Settecento, si formano le pratiche e le idee adeguate a questa grande trasformazione. E infine anche la nostra Costituzione, tutta moderna, può apertamente affermare che ciò che ci fa stare insieme politicamente non è né una generica socievolezza (l’uomo è un animale sociale) né è legato alla natura (la razza), all’economia (il mercato), alla trascendenza (la religione) o alla storia (la nazione): il fondamento del legame sociale e politico è il fatto che lavoriamo. Se per miracolo non fossimo costretti a lavorare, dice la nostra Costituzione, non ci sarebbe politica.

La politica è la coesistenza organizzata di quelli che lavorano. Ciò ha una triplice valenza. La prima è che il lavoro è e resta anche un fatto individuale. Si lavora per mangiare, per portare a casa lo stipendio grazie al quale vivono il lavoratore e la sua famiglia. Ma vi è un altro principio collegato al lavoro: il lavoro è parziale, non è immediatamente un principio di uguaglianza. Anzi, è attraverso il lavoro che passano le disuguaglianze. È lo spazio di differenze potentissime − soprattutto la differenza di collocazione all’interno del processo produttivo −. Terzo punto: nonostante sia un fattore individuale, nonostante sia un elemento di parzialità e, diciamolo, di conflittualità, che potenzialmente divide la società, nondimeno il lavoro è anche il fondamento dell’intero, il fondamento della Repubblica tutta quanta. Che non è una Repubblica di lavoratori: è una Repubblica del lavoro. Voi lo sapete che c’era stato il tentativo comunista di scrivere in Costituzione che l’Italia è una «Repubblica dei lavoratori»: era chiaramente una indicazione di parte, che generava perplessità insuperabili, risolte invece con la mediazione democristiana che ha proposto il testo che ancor oggi resiste.

Da ciò deriva che il lavoro ha bisogno di una doppia rappresentanza, sindacale e partitica. L’elemento sindacale è quello in cui il lavoro si manifesta nella sua concretezza materiale, nella sua particolarità individuale, territoriale e di classe (o in ogni caso di ambito sociale definito). Anche se in Italia fin da subito il principale sindacato ha scritto nella propria sigla la parola «generale», tuttavia il sindacato rappresenta il lavoro nella sua dimensione individuale − cioè il sindacato è un’istituzione a cui si rivolgono i singoli lavoratori a presentare dei problemi − e nella sua dimensione di parzialità anche aspramente conflittuale, perché il sindacato insegna a ciascun iscritto che il problema del lavoratore non è soltanto individuale, ma è anche il problema di quelli che fanno la stessa cosa che fa lui; cioè gli dà una disciplina e una carica di conflittualità che dunque esclude l’elemento della generalità politica. La generalità sindacale significa solo (e non è poco) che il sindacato si candida a non essere corporativo, a tenere presenti le ragioni di tutti i lavoratori. Ma a fianco di un sindacato è necessario un partito, che − nella misura in cui è il partito dei lavoratori, e dunque è un partito di «parte» − sia capace di tradurre la parzialità che è intrinseca al lavoro concreto in un progetto generale di società. Cioè che sia capace di rappresentare il lavoro non nella sua materialità empirica − a quello ci pensa il sindacato −, ma nella sua idealità: nell’idea, cioè, che il lavoro è l’unico titolo di cittadinanza.

Ciò è possibile grazie al fatto che − e questo è ancora più importante −, oltre al partito, oltre al sindacato, esiste lo Stato, cioè il sistema delle istituzioni. Le quali di per sé non sono parziali, sono universali e si presentano − queste sì − uguali per tutti. L’idea marxiana che lo Stato sia di parte proprio nel suo essere universale (cioè nel trattare in modo uguale i cittadini socialmente diseguali) era vera quando fu elaborata (dai primi anni Quaranta dell’Ottocento): noi oggi dobbiamo credere che lo Stato sia capace (e che lo debba fare, che lo voglia fare) anche di rimuovere attivamente le radici della disuguaglianza per dare concretezza sociale ai diritti astratti e formali secondo l’intuizione di Marshall (Cittadinanza e classe sociale) e secondo l’art. 3 della Costituzione. Ma le istituzioni nel loro presentarsi uguali per tutti sono prive di energia politica, come una colonna: che c’è, serve a tenere in piedi un edificio, ma non ha in sé energia. Alle istituzioni l’energia politica − che è necessaria a svolgere il compito dell’uguaglianza attiva, e che è sempre un’energia di conflitto, di orientamento, di parzialità − è fornita dai partiti che, quando vincono le elezioni, governano in un certo modo o in un altro. Quindi perché la frase «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» abbia un senso sono necessarie alcune evidenze sociali, economiche, politiche, istituzionali: è necessario il lavoro, per cominciare; è necessario l’individuo interessato, al limite l’individuo che si identifica con il lavoro; è necessario il sindacato; è necessario il partito; è necessario lo Stato, che è universale e stabile − come dice la parola − e che trae la propria energia dal partito che invece è di «parte» − come dice la parola −.

Di tutto ciò oggi non è rimasto nulla, o quasi. Infatti, la Costituzione è stata scritta in un’epoca diversa dalla nostra, in un differente orizzonte culturale e civile. È stata scritta dentro la «terza rivoluzione» del Novecento (quella socialdemocratica), e noi invece stiamo abitando la fase terminale (ma non finale) della «quarta rivoluzione» (quella neoliberista). È stata scritta deliberatamente come impianto del primo esempio italiano di Stato democratico-sociale. Fino a quel momento l’Italia aveva conosciuto forme di Stato che non erano né democratiche né sociali: quando erano democratiche non erano sociali (i liberali, anche i più democratici, non riuscirono a costruire uno Stato capace di includere la società), e quando erano sociali (le politiche sociali del fascismo) non erano democratiche.

Noi oggi non abbiamo il lavoro, perché il capitalismo nei Paesi dell’Occidente sviluppato ha molto meno bisogno di lavoro. Inoltre, non abbiamo il soggetto esistenzialmente interessato al lavoro. Il soggetto, oggi, percepisce il lavoro quasi solo come uno strumento per vivere al di là del lavoro, nella quotidianità del privato. Questa debole identificazione del soggetto singolo col lavoro fa parte − come l’assenza di lavoro, perché il modello economico ne ha bisogno meno − della civiltà nuova dentro la quale ci troviamo a vivere.

Che cosa sia rimasto dei partiti è poi inutile che ve lo dica: è rimasto ben poco. Sono diventati comitati elettorali di un capo a livello nazionale, e agglomerati di potere affaristico-amministrativo, ora legale ora illegale, nei territori.

Infine, che cosa è rimasto dello Stato? Poco. Lo Stato ha devoluto pezzi piuttosto notevoli della propria sovranità, dopo quella strategico-militare perduta con la sconfitta della guerra. Ha devoluto anche la sovranità che consiste nella capacità di esercitare la politica economica e, insieme ad essa, la politica monetaria, come se avesse perduto un’altra guerra. La politica monetaria non la facciamo più, ci siamo autovincolati allo schema liberale (più precisamente ordoliberale) che nella nostra storia era stato perseguito soltanto dalla destra di Quintino Sella, di Einaudi e di Vanoni (lo schema del controllo della massa monetaria e dell’intervento dello Stato nell’economia non a scopi propulsivi ma soltanto a scopo di moderazione salariale e di abbattimento delle soglie di intervento pubblico). Come principio fondamentale di politica economica abbiamo quello di non farla, perché ci siamo vincolati, con i Trattati europei, a una matrice intellettuale e pratica (ancora una volta, l’ordoliberismo) che sostiene che il mercato è originario e che è il migliore produttore e distributore di ricchezza che esista al mondo, e che compito dello Stato è potenziarne lo sviluppo, e non metterci direttamente le mani. Nello specifico italiano, poi, la pubblica amministrazione è in condizioni rovinose; il mondo della scuola e dell’Università è deliberatamente trascurato con investimenti che ci mettono all’ultimo posto in Europa insieme alla Grecia; e il mondo produttivo non assorbe i laureati (chi si laurea resta disoccupato almeno tre anni dopo la laurea).

È successo che la «quarta rivoluzione», la rivoluzione neoliberista, domina la società e domina anche le menti. Sull’idea che tutto quello che abbiamo nominato − sindacato, partito e Stato − non sia altro che sovrastruttura (come in un marxismo rovesciato) che aliena parassitariamente e burocraticamente la libertà, la potenza, l’entusiasmo, l’energia che sta in ciascuno di noi, è fondato il neoliberismo dal punto di vista soggettivo. Quando si riesce a far credere a tutti (o a molti) che il sindacato e il partito sono i nemici del lavoratore e del cittadino, e che è bella e buona cosa che il singolo entri nel mercato del lavoro fidando baldanzosamente solo in se stesso e nella propria capacità di avere successo, coloro che hanno posizioni dominanti hanno già vinto in partenza. Nella fase euforica del neoliberismo, dagli anni Ottanta alla Grande crisi, le cose funzionavano appunto così. In quella fase anche la sinistra non solo si era convertita all’idea che la libertà individuale stesse nella capacità di proiettare la potenza individuale nella società, ma aveva anche accettato l’idea che lo sviluppo economico, anzi ogni tipo di sviluppo − da quello economico-materiale alla crescita della ricchezza attraverso le bolle finanziarie −, fosse buono in sé. In ciò rendeva vere le indicazioni quasi profetiche di chi, nella cultura del primo Novecento, sosteneva che liberali e comunisti fossero la stessa cosa, e stessero soltanto facendo a gara a chi interpreta meglio la stessa ideologia del progresso e dello sviluppo tecnico-industriale (la elettrificazione del mondo). Quando la partita è stata decisamente vinta dai liberali, dalle liberaldemocrazie, dal capitalismo, a una gran parte della sinistra è stato facile arrendersi all’evidenza e aderire al partito dei vincitori, proponendo qualche piccola variante “sociale” al loro modello di sviluppo. E il pensiero critico si è rifugiato nel pensiero della decrescita, che non è un pensiero di sinistra. Mai e poi mai Marx avrebbe scommesso sulla decrescita: tutta la storia della sinistra è scritta alla luce dell’idea che la crescita produce le condizioni per la liberazione dei lavoratori (condizioni che la politica deve cogliere e realizzare).

Oggi, le idee della destra economica che hanno vinto negli anni Settanta sono pesantemente in crisi, ma restano prive di alternative credibili. Resta centrale, dopo tutto, la circostanza che la globalizzazione ha distrutto nei Paesi di antica industrializzazione i risultati delle lotte sociali di un secolo (non si enfatizzerà mai abbastanza che dal nostro punto di vista è l’esistenza di qualche centinaio di milioni di operai asiatici capaci di essere «l’esercito industriale di riserva», fuori dal perimetro delle socialdemocrazie europee, che ha consentito l’abbattimento dei livelli di tutela del lavoro occidentale). Oggi, nonostante i cattivi risultati del neoliberismo in generale e di quella specifica variante del neoliberismo che è l’ordoliberalismo (ovvero l’idea tedesca di capitalismo che abbiamo accettato e sottoscritto nei trattati istitutivi della Ue, dove sta scritto che l’Europa vuole essere «un’economia sociale di mercato altamente competitiva», che oggi implica salari relativamente bassi, concentrazione spasmodica sulle esportazioni, Stato impegnato a mantenere la stabilità della massa monetaria, quando vuole, sempre fatto salvo l’interesse nazionale germanico), in questo contesto di bassissima crescita, di disuguaglianze crescenti, di svalutazione del lavoro, di trasformazione radicale della democrazia, perché la sinistra non ha lo spazio politico che dovrebbe avere?

Perché è rimasta, io credo, nella testa degli italiani, della sinistra soltanto l’immagine terminale, cioè quella dei diadochi che si sono spartiti l’Impero di Alessandro con guerre intestine e odi funesti. Fuor di metafora: la generazione di dirigenti nazionali che ha gestito la sinistra dopo Berlinguer ha lasciato di sé un ricordo incancellabile negli italiani, e non è un buon ricordo. Dal rifiuto popolare di questo o di quel dirigente il passaggio al rifiuto della stessa parola «sinistra» è stato inevitabile, proprio perché dentro quella parola nessuno mai si è sforzato di mettere un programma di sinistra, ma, oltre alle sorti personali di alcuni dirigenti, solo politiche non certo di sinistra (fino al capolavoro di chi oggi detiene l’egemonia − poiché controlla di fatto quasi tutti i mezzi di informazione − che presenta come di sinistra l’abolizione dell’articolo 18).

È chiaro che se «sinistra» è proporre una lettura abborracciata, affrettata, patetica, dei testi della gerarchia cattolica (ignorando che la polemica anticapitalistica e antitecnologica è una costante del magistero della Chiesa, e che, anche se oggi è presentata in modo più accattivante, ha un fondamento teologico e dogmatico non certo di sinistra), non si va molto lontano. Ed è chiaro anche che se «sinistra» è rivendicare la fedeltà alla ditta − chiunque non sia emiliano non capisce l’intreccio di potere economico, amministrativo a guida partitica che in questa parola si compendia, e che è stato realizzato nella nostra regione e non altrove −, ovvero se è proporre il modello emiliano a tutta Italia, ciò è precisamente l’ipotesi che è stata sconfitta nel febbraio del 2013.

Allora, se non è proporre il pensiero critico del pontefice, e se non è proporre il modello emiliano, che cosa è sinistra? I cittadini non lo sanno, perché è stato loro detto che sinistra è sinonimo di totalitarismo, oppure che consiste nel riformare il Paese in sintonia con le esigenze del neoliberismo.

Il sindacato può essere un elemento di questa mancata risposta oppure un elemento positivo della risposta. Ovvero, può essere ciò che l’attuale forma politica gli chiede di essere: un sindacato di fabbrica, un sindacato dalla rivendicazione all’interno delle compatibilità del sistema, che accetta la gerarchia dei problemi posta in essere dall’attuale configurazione dei poteri. Questa gerarchia dei problemi non vede al primo posto l’occupazione; e non vede al primo posto la trasformazione del lavoro da mezzo di sussistenza a dimensione in cui si realizza il soggetto. Al primo posto c’è semmai la stabilità, la disciplina fiscale; al secondo posto la ripresa economica; solo al terzo posto c’è la nuova occupazione − che in ogni caso deve essere meno tutelata che in passato −. Questa è la gerarchia imposta del potere. Perché ci sia «sinistra» è necessaria una gerarchia alternativa: farla finita con il dogma della stabilità della massa monetaria e della disciplina fiscale; con l’assenza di politica economica; con la flessibilità del lavoro, con la sottrazione di diritti al lavoro, con la marginalità del lavoro. Ebbene, «sinistra» è dire queste cose, e non dirle perché ci sono dei «problemi» da risolvere ma perché si è padroni di un’analisi della società che dietro i problemi vede «questioni», contraddizioni, e che, soprattutto, vede la società come un campo di conflitto. Un conflitto in cui c’è chi ha vinto e ha messo le basi perché la sua vittoria non venga mai più messa in discussione. E in effetti questa vittoria del capitale è stata blindata dal quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione. Oggi tutto il processo legislativo culmina nel parere dato dalla Commissione VI (Bilancio), che deve garantire che un certo provvedimento non osta non tanto l’articolo 1 comma 1 della Costituzione, o l’art. 3, ma il comma 4 dell’articolo 81.

Sinistra è dire queste cose, e poi − potendo − farle. È ridare la sovranità al popolo, e non al capitale e al mercato; è ridare centralità al lavoro; è ridare parzialità al lavoro. Ma tutto ciò si può dire e fare soltanto se si hanno gli occhi per vedere, cioè se si è fuori dall’ideologia dominante.

In questo contesto, che cosa può fare il sindacato? Essere generale e parziale al contempo, e non lasciarsi imporre nulla di ciò che avete sentito, e anzi rispondere colpo su colpo, parola su parola. Per fare ciò è decisivo che il sindacato sia capace di elaborare cultura e di praticare formazione: non può essere solo un centro sociale, o di servizio, e neppure uno sfogatoio per lavoratori. Se non sarà produttore ed elaboratore di una cultura politica, sociale ed economica alternativa perderà la battaglia. Ancora più radicalmente, se non sarà capace di capire che c’è in corso una battaglia, la perderà; mentre la sua prima vera vittoria sarà la sua rinnovata consapevolezza, culturale e politica, che è in corso una guerra sociale.

Relazione tenuta a Bologna l’11 gennaio 2016 al convegno Cultura, lavoro, sindacato, organizzato dalla CGIL − Emilia-Romagna e da Editrice Socialmente, in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.

Molte fini, un nuovo inizio. Tesi per una sinistra democratica sociale repubblicana

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La sinistra – metodo

È da superare il togliattismo senza Togliatti. Il realismo senza una grande idea da preservare e da realizzare non è sinistra, ma opportunismo.

È finito il blairismo – l’applicazione pratica della tesi di Giddens che si è raggiunto il culmine della socializzazione e che ora la sinistra deve stare dalla parte del capitale -. La terza via ha prodotto una più facile penetrazione del neoliberismo in Europa, mitigandone solo in parte gli effetti. La miseranda situazione in cui versa la socialdemocrazia europea (soprattutto quella tedesca – storicamente leader del socialismo continentale), incapace d’iniziativa e del tutto schiacciata sulla difesa dell’esistente, è la prova di ciò. Ed è anche finita l’idea che i problemi politici siano tecnici. Destra e sinistra sono ancora gli assi portanti della politica, per nulla sostituibili da ‘vecchio’ e ‘nuovo’.

Sinistra non è un catalogo di valori, né semplicemente lo schierarsi con i deboli, né occuparsi degli ultimi; è una interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche. Se la sinistra è riformista, le riforme devono essere strutturali, non cosmetiche né populistiche. In ogni caso la sinistra è una parte che persegue egemonia, successo elettorale e orizzonte nazionale senza perdere il proprio carattere orientato.

Che la sinistra sia parte non implica che sia un’ideologia; ideologia è semmai, al contrario, il pensiero unico neoliberista (e ordoliberista) che pretende per sé la naturalità e la non-ideologicità, celando le contraddizioni reali che gli ineriscono.

Oggi ‘radicalità’ significa cogliere che la contraddizione centrale è quella che contrappone ristretti strati elevati, in grado di comprendere le dinamiche del capitale mondiale, e di determinarle attraverso leve economiche o tecnico-burocratiche (a tali strati si aggiungono infatti i tecnici esperti e le forze capitalistiche medie), e gli strati subalterni perennemente agiti e incapaci di protagonismo. La contraddizione centrale è insomma che la società degli individui concorrenziali, che vuol essere il trionfo dell’umanesimo moderno, è organizzata economicamente e culturalmente in modo tale che la grandissima maggioranza delle persone è spossessata della propria autonomia (materiale e intellettuale) spesso senza esserne pienamente consapevole (grazie al ruolo mistificatorio dei media, veicoli del pensiero unico). Questa inconsapevolezza si presenta come disagio, anomia, apatia, o protesta violentemente populista o in comunitarismo escludente (l’individualismo frustrato si rovescia in egoistico etnocentrismo).

All’interno di questa contraddizione strategica, non visibile, si formano poi altri cleavages, visibili, fra chi ha qualcosa e chi non ha nulla, fra integrati ed esclusi (o semi-esclusi, o pericolanti), che derivano in ultima istanza dalla contraddizione principale. I cleavages che molti si compiacciono di enumerare ammonticchiati l’uno accanto all’altro – come se la nostra società fosse davvero liquida e imprendibile concettualmente (il che è falso: questa è l’ideologia del neoliberismo) – implicano in realtà una dimensione dura, strutturale, che li ricodifica: appunto la dimensione dell’accesso (o dell’esclusione) alle (dalle) decisioni che danno forma al mondo d’oggi. Insomma, come i conflitti teologico-politici non avvengono su punti di dottrina islamica, così la fuga dall’Africa e dal Medio Oriente non avviene per una generica ‘miseria’, e la xenofobia non si fonda primariamente su pulsioni psicologiche naturali. Il primum movens è la spinta contraddittoria del capitalismo, e il suo impatto diverso in diverse aree geografiche e in diversi strati sociali.

Compito della sinistra, certo, è scegliere la parte debole ma non restare ferma al livello della sua semplice difesa compensativa; anzi, deve cercare di ricondurre il fuoco dell’attenzione politica sulla contraddizione principale, per non restare intrappolata nelle contraddizioni derivate. Compito fondamentale della sinistra è agire a livello critico e intellettuale per rompere questa inconsapevolezza, per criticarne in modo non moralistico le derive, per spostare l’attenzione dai livelli – pur importanti – della corruzione e della illegalità alle contraddizioni strutturali del presente stato di cose. Insomma, è dare forma politica a contraddizioni crescenti che fino a ora non trovano espressione concettuale e politica. E mostrare concrete alternative, anche attraverso una fisiologica conflittualità democratica.

Economia

È finita l’era del neoliberismo trionfante, anche nel discorso pubblico. Lo Stato non è né un ingombro né un mero regolatore, né mai lo è stato. Non esiste un mercato, un’economia, senza una politica che la sorregga. Ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni non è semplicemente il trionfo del mercato ma di una politica che ha voluto agevolare il mercato e indebolire il lavoro e lo Stato sociale, e che – soprattutto ma non solo in Europa occidentale – non ha creato né lavoro né sviluppo né ricchezza da ridistribuire, ma piuttosto bolle finanziarie di debito privato il cui periodico esplodere mostra la natura strutturalmente di crisi di questa forma del capitalismo.

È finita l’idea neoliberista che ci sia una spontanea convergenza di interessi fra democrazia e mercato, fra capitale e lavoro. La convergenza è semmai episodica, contrattata volta per volta; è il risultato di un parallelogramma di forze, non un a priori indiscutibile.

È finita l’idea che si possano sacrificare i diritti per l’occupazione. Abbiamo avuto il sacrificio reale ma non il beneficio sperato. L’attuale modesta ripresa si fonda quasi esclusivamente sugli incentivi statali alle assunzioni (le esportazioni dipendono dal ciclo internazionale). Intere aree del Paese – il Sud – sono immerse in una depressione senza fine.

Nel linguaggio corrente e anche nel discorso pubblico si sono poste in alternativa equità ed efficienza, e i diritti e l’uguaglianza sono stati sostituiti da concetti come opportunità e merito. Ma è uno schema mistificatorio (fornisce una lettura individualistica e non strutturale della società) e fallimentare (destinato a essere frustrato continuamente), che nasconde la trasformazione oligarchica e plutocratica della società (ormai fondata sulla nascita molto più che sul merito). Il disposto dell’art. 3 Cost. è sostanzialmente violato: è la disuguaglianza e non l’uguaglianza a strutturare l’esistenza collettiva; l’ingiustizia e il privilegio economico, non la giustizia e il diritto (ciò concorda con le ‘leggi’ di sviluppo del capitalismo indicate da Piketty – al netto della valutazione complessiva del suo lavoro -). Ciò resta non visto, tranne quando casi di particolare impatto vengono mediaticamente trattati attraverso la mozione degli affetti e l’enfatica promozione di facili quanto effimeri sentimentalismi.

Analogamente, l’analisi della società italiana come un insieme di caste che devono essere liquidate e messe in movimento è quasi tutta propagandistica; in verità il dato strutturale è una somma di impotenze demotivate e spaesate, che hanno perduto diritti (e, certo, in alcuni casi anche privilegi), potere e dignità sociale, a favore di poteri economici dominanti. È strutturale la tendenziale scomparsa del ceto medio e del ceto operaio più garantito e qualificato.

È anche da superare l’idea che il privato sia migliore e più efficiente del pubblico, e che questo sia limitato a un ruolo sussidiario; che il diritto pubblico sia sostituibile dal diritto privato; e anche l’idea che il pubblico debba agire come un imprenditore privato, sulla base di logiche di efficienza economica e di generazione di profitto – benché possa e debba essere protagonista dell’indirizzo strategico dello sviluppo economico –. Natura funzionamento e finalità della sfera pubblica sono essenzialmente distinti dalla finalità economica, e le sono sovra-ordinati, a termini di Costituzione. Oltre all’indirizzo della politica economica (che non può essere decisa solo dalla divisione mondiale del lavoro), la promozione della persona, la giustizia sociale, la tutela dei beni comuni, la politica estera di difesa e di sicurezza, sono prerogative della sfera pubblica democraticamente strutturata. Di una sovranità che va re-inventata a livello statale, o nuovamente prodotta a livello europeo – grande dilemma, certo; ma in ogni caso di sovranità, cioè di politica attiva ed energica, c’è soprattutto bisogno –.

Si deve inoltre porre fine alla confusione fra problemi italiani di efficienza e di produttività (esito della degenerazione clientelare del ciclo riformista del centrosinistra e della stagione del CAF, oltre che dell’inerzia degli anni berlusconiani) e problemi europei (di modernizzazione ordoliberista). La posizione del governo apparentemente aggressiva verso l’Europa è in realtà subalterna rispetto alle logiche ordoliberiste che esplicitamente informano la Ue e l’euro.

Tali logiche implicano che l’obiettivo primario del sistema economico e politico sia battere l’inflazione e non la disoccupazione, affermare la preponderanza del capitale sul lavoro, escludere a priori il conflitto sociale, sostenere la rigidità della moneta e la flessibilità della mano d’opera, e rendere impossibile ai sindacati porre in essere azioni rivendicative appoggiate da una logica redistributiva del governo (anche moderatamente inflattiva). Queste logiche sono difficilmente rettificabili, se non intervengono fattori traumatici esterni a ogni controllo politico. Tuttavia vanno esplicitate e riconosciute, e nel breve periodo rese più miti con una interpretazione che non vada a vantaggio solo della Germania e delle economie ad essa subordinate. L’euro è anche una questione di geoeconomia e di geopolitica europea.

L’ordoliberismo, che è esplicitamente contenuto nei Trattati europei e che implica l’esportazione a tutta l’Europa dell’ideologia economica tedesca e del modello del marco, è una potentissima ideologia capace di effetti pratici notevoli, ma elude e nasconde la grande divisione della società e i suoi conflitti; oltre a fondarsi su un’idea e una pratica di società organica che risultano in realtà socialmente consociative e teoricamente fondate sull’assunto della naturalità del mercato interpretato come se questo fosse di pari rango rispetto alla politica, l’ordoliberalismo è al servizio di una declinazione dell’economia in senso neomercantilista che di fatto produce una gerarchizzazione delle economie europee intorno al centro tedesco (unico punto necessario, da perseguire con ogni mezzo).

La relativa (modesta) tenuta dell’economia ordoliberista in Europa, pur profondamente segnata dalla crisi, è dovuta a iniziative come il QE che benché operi all’interno dell’ideologia ordoliberista ne corregge e ne attenua il rigore monetarista. Ma la natura deflattiva dell’ordoliberismo – caso particolare di una più generale debolezza del capitalismo sul fronte della crescita, nei Paesi sviluppati – è in ogni caso confermata. Come sono confermate le regole dell’euro, benché molti Paesi più o meno apertamente le violino, con l’assenso interessato della Germania che centellinandolo ne riscuote un vantaggio politico.

Politica

Deve finire la denigrazione qualunquistica e reazionaria della politica e del ceto politico, a opera di sistemi informativi che spesso sono espressione di potentati economici che hanno tutto l’interesse a vedere indebolito il potere politico democratico, e a diffondere l’idea che la politica sia un’attività spregevole. E deve finire anche l’idea che i corpi politici e sociali intermedi, partiti e sindacati, siano realtà solo burocratiche e parassitarie.

La dimensione pubblica, d’altra parte, non può essere lasciata alla sola manifestazione del consenso plebiscitario verso un leader para-carismatico, supportato dall’imponente dispiegamento dei media (a loro volta espressione delle tendenze e degli interessi delle loro proprietà). In parallelo al formarsi di una società plutocratica disuguale si afferma infatti, funzionale a questa, una tendenza della politica alla semplificazione e all’accentramento personale e verticale del comando, che dà origine – attraverso il combinato disposto della riforma elettorale (da questo punto di vista le differenze fra i diversi modelli dell’Italicum non sono decisive) e della riforma della Costituzione – a un governo del primo ministro in cui tutto il peso è spostato sul leader del partito di maggioranza che diviene capo dell’esecutivo e che controlla totalmente l’attività non solo del governo ma anche del parlamento, ridotto di fatto a una sola Camera politica in cui gode di una maggioranza fittizia. Il ruolo del parlamento è così confinato nell’obbedienza o nella pratica estemporanea dell’emendamento. Il valore politico supremo è una combinazione di decisione e di stabilità, che sacrifica ogni dialettica; anche i contrappesi istituzionali sono di fatto saltati, e con essi l’idea della politica come mediazione fra posizioni diverse e anche confliggenti: la politicizzazione della società dall’alto – il leader crea un legame emotivo con gli elettori – si accompagna a una spoliticizzazione reale, che vieta di nominare e identificare i problemi (o che li sposta su epifenomeni di costume) e così li lascia irrisolti, oltre che inespressi, a generare protesta qualunquistica.

La politica ritrova prestigio solo attraverso il leader, ma questi in realtà delegittima ogni pratica politica e critica, conflittuale e pluralistica; la politica è comando, a cui deve contrapporsi solo la protesta populista ed estremistica. I limiti di questa deriva sono evidenti: il populismo destabilizzatore viene combattuto col populismo stabilizzatore, col rischio che quest’ultimo venga sconfitto, e con la certezza che il Paese viene progressivamente disabituato alla politica.

Anche le riforme politiche (e quelle sociali e della scuola), conclamata fonte di legittimazione del Pd, del governo e della legislatura, sono funzionali al dispiegarsi indisturbato delle logiche dei poteri dominanti; di ben altre riforme, di ben altro segno, ha bisogno l’Italia. Ad esempio, il bicameralismo non era certo il nostro primo problema (mentre lo era la riforma elettorale, da svolgere però in modo più rispettoso del pluralismo culturale e politico del Paese, senza cedere al feticismo della immediata governabilità “la sera stessa delle elezioni”); in ogni caso, il Senato dovrebbe essere molto più di garanzia che non espressione dei territori.

Ma le riforme hanno una funzione non solo facilitativa; esibiscono infatti una dimensione difensiva rispetto al crescere delle contraddizioni. La dimensione decisionista che la politica assume esprime anche preoccupazioni securitarie: terrorismo, migranti, delegittimazione interna, posizioni critiche, sono sfide e minacce (lontanissime tra loro) per affrontare le quali la politica non solo si rafforza e si verticalizza ma anche restringe in chiave emergenziale gli spazi di libertà. Il neoliberismo distorce anche alcuni postulati del liberalismo, oltre che della democrazia.

Pd

La trasformazione leaderistica e acclamatoria della politica va di pari passo con l’indebolimento politico, culturale e organizzativo del Pd di Renzi, e con il suo spostamento al centro. Questo spostamento ha due ragioni: la prima è che la destra si è dissolta come forza politica unitaria (del resto, nella storia d’Italia non c’è mai stato un partito di destra, tranne Fi), pur restando maggioritaria nel Paese, e si è polarizzata fra una componente estremistica (la Lega) e un centro-destra ex-berlusconiano che è terra di conquista per il Pd. Questo diviene così un partito di centro che guarda a destra, per evidenti motivi di calcolo elettorale, lasciando scoperto il fianco sinistro nella speranza che non vi si insedi alcuna forza politica e sociale organizzata – e generando un diffuso astensionismo -.

La seconda causa, correlata, è che il Pd, benché non rinunci a proclamarsi di ‘centrosinistra’ (come se esistesse ancora un centrodestra a cui opporsi), viene così a ricoprire il ruolo di quel partito di centro, stabilizzatore, che la storia d’Italia ha sempre richiesto – il bipolarismo competitivo è un’invenzione giornalistica e politologica, mai realizzatasi davvero: in età berlusconiana mancava infatti il requisito della legittimazione reciproca fra i due schieramenti -. Partito pivot come la Dc, benché strutturato (anche dal punto di vista della cultura politica) in modo diametralmente opposto, il Pd è un partito – leaderistico al vertice e notabilare nei territori (di un notabilato riottoso, in verità), mentre in parlamento si nutre di trasformismo oltre che degli effetti di leggi elettorali maggioritarie; sociologicamente, è il partito delle compatibilità, isomorfo al sistema economico vigente, che raccoglie il moderatismo ragionevole di chi ha qualcosa, o di chi spera di averlo, e lascia al populismo, all’estremismo o all’astensione chi non ha nulla o chi teme di perdere ciò che ha. Il Pd infatti non teme di scaricare le contraddizioni fuori dall’area della maggioranza e dello stesso sistema politico: è un partito più escludente che includente. Non a caso si appresta senza problemi a governare col 40% di quel 50% dei cittadini che probabilmente si recherà alle urne – cioè col 20% del corpo elettorale – (ma a differenza di quanto accadeva alla Dc, il Pd ha però opposizioni che si possono unire al secondo turno, e rischia assai più che quella).

Il Pd non è, verosimilmente, più acquisibile a una politica e a una prospettiva di sinistra, né nell’elettorato né nella quasi totalità del suo ceto politico. La sinistra italiana è disarticolata e di fatto scomparsa come forza politica, per colpa dei suoi passati errori – l’accettazione del neoliberismo, la personalizzazione della politica con le conseguenti rivalità interne -. Renzi si afferma certo per sua abilità, ma in un contesto di inconsapevolezza critica già pronto a riceverlo.

Oggi la grande forza del Pd è la sua funzione di stabilizzazione attraverso il riformismo, il suo essere l’architrave di un nuovo ordine, instabile e contraddittorio ma fino ad ora non sfidato se non dal populismo. Ovvero, la grande forza del Pd è il suo proporre una rassicurante e fiduciosa normalità, ossia la difesa dello status quo per quella parte della società che, pur subalterna, ha qualcosa e spera di conservarlo (ad esempio, un po’ di risparmi espressi in euro; oppure, un lavoro precario che può essere stabilizzato, pur in un quadro di minori diritti).

E la grande forza è il suo apparire privo di alternative, soprattutto di sinistra. Nella sinistra interna, infatti, è difficile – pur dovendosi rispetto ad alcune personalità – individuare un progetto che non sia di tattica volta a svolgere in alcune circostanze un ruolo di interdizione per ottenere vantaggi simbolici (come il riconoscimento di una presunta golden share nella gestione del partito). Anche la battaglia sull’elettività del Senato non ha portato modifiche di rilievo all’impianto più che discutibile dell’intera riforma costituzionale. La prospettiva di vincere il congresso del 2017 è poi, al momento, largamente illusoria.

La sinistra – in positivo

Dando per scontato che lo spazio per la sinistra ci sia – lo spazio di una forza di governo che fa proprio il progetto di società scritto nella Costituzione, oggi minacciato dal nuovo ordine neoliberista, uno spazio che inizialmente non si sovrappone al Pd (del quale semmai è il contrappeso) ma che si situa nell’area dei delusi e degli esclusi, dei subalterni consapevoli di esserlo e di quelli a cui va spiegato che lo sono, uno spazio che nondimeno è affollato di soggetti non tutti adatti alla bisogna, o perché attardati in vecchi rancori o perché estremisti –, la sinistra deve calcolare bene l’esigenza di concretezza, oltre che di analisi a vasto raggio, che grava sulla sua proposta politica e culturale.

Deve calcolare la diffidenza dei cittadini verso uno stile politico più tradizionale di quello corrente leaderistico. E deve anche fronteggiare l’effetto ripresa – benché questa sia per ora più una realtà macroeconomica tendenziale, esposta a mille variabili, che non una esperienza sociale -. Deve poi essere in grado di pronunciare un discorso di verità che rompe la spettacolarizzazione della politica a uso del popolo e la narrazione mainstream che ha colonizzato l’immaginario di molti, con un linguaggio fresco e nuovo; e di realizzare una nuova alleanza fra politica e cultura, oggi reciprocamente indifferenti o ostili.

Deve guardarsi dall’estremismo, e tuttavia essere decisamente di opposizione, almeno al centro, in consapevole alternativa alla strategia del Pd di oggi. Non deve lasciare alla destra e al populismo l’espressione e la rappresentanza delle contraddizioni del presente stato di cose, in particolare dell’euro; e al tempo stesso deve capire che ben pochi la seguirebbero in una proposta di uscita dalla moneta unica. Sulla sua proposta politica e culturale grava l’esigenza della concretezza, oltre che dell’analisi a vasto raggio.

Da questo punto di vista, la sinistra politica deve porsi come obiettivo di essere l’interlocutore della sinistra sociale e intellettuale; deve perseguire un riformismo diverso dall’attuale che abbia come fine primario il riequilibrio politico del rapporto capitale-lavoro, nella consapevolezza che il lavoro (particolarmente il lavoro dipendente – con aperto riferimento al sindacato e al suo ruolo generale –) non è un fatto privato ma è il fondamento della Repubblica, che lo Stato non è l’infermeria del capitale che raccoglie e riqualifica la forza lavoro espulsa e inadatta, e che è il lavoro a dover essere tutelato e non solo il lavoratore come individuo. Quindi, la questione della mancanza di lavoro o del lavoro precario – una caratteristica strutturale del capitalismo neoliberista – deve essere fra le sue preoccupazioni principali.

Più in generale, la sinistra deve tendere alla ripoliticizzazione della società, restituendo visibilità alle contraddizioni che la percorrono. Più specificamente – e senza che ciò che segue sia da intendere come un ‘programma’ dettagliato, ma solo come una ‘direzione’ strategica di lavoro -, deve promuovere l’estensione del perimetro dei diritti e delle garanzie attraverso una nuova centralità del Parlamento – che deve cessare di essere la cassa di risonanza delle decisioni governative per divenire luogo di confronto non pregiudicato fra istanze politiche diverse -; un’interpretazione della democrazia non come decisione del singolo ma come risoluzione che segue alla deliberazione comune attraverso procedure dialettiche di confronto, rispettose del pluralismo; la riqualificazione della scuola pubblica, puntando sulla formazione critica dei giovani; l’allargamento della partecipazione politica – soprattutto nella discussione faccia a faccia sui territori e nella valorizzazione delle esperienze delle iniziative e dei movimenti, di ispirazione tanto laica quanto religiosa, che dall’interno della società si oppongono democraticamente al presente stato di cose -; la formulazione di una politica economica non episodica per il Sud e per tutto il Paese in chiave di creazione di posti di lavoro realmente produttivi nella sfera dei beni comuni; la ridistribuzione della ricchezza attraverso un’imposta patrimoniale; una politica dei beni culturali che non si fermi alla loro valorizzazione economica; un più accorto uso delle risorse per la Difesa nazionale. La sinistra italiana dovrà anche adoperarsi perché il futuro della Ue sia qualcosa di diverso dal labirintico moltiplicarsi xenofobo di recinti e confini statali all’interno di un’area monetaria rigida – impresa certo tutta da decifrare .

Con questa direzione – di cui si sono dati solo alcuni titoli o linee guida – la sinistra deve rispondere alla inespressa e angosciosa domanda di politica da parte dei cittadini, domanda implicita, negativamente, nella denigrazione e nell’abbandono. Solo dalla sinistra può iniziare l’epoca in cui politica significherà non frode e corruzione né subalternità ma recupero di qualche forma di sovranità economica, di dignità e futuro; solo la sinistra tutela ciò che oggi è non casualmente assente dalla scena pubblica, ovvero la dimensione umanistica della nostra comune esistenza a partire dal lavoro, in cui si afferma la centralità della persona, non del mercato né dei suoi poteri; solo la sinistra tiene aperto l’orizzonte di una discussione intorno ai fini della coesistenza, che l’attuale sistema economico e politico non consente, e che viene lasciata alla forza critica del solo insegnamento pontificio, tanto pubblicizzato mediaticamente quanto trascurato e disatteso.

Solo da sinistra, infine, si esce dalla crisi e si mettono all’opera le energie della nazione, senza esclusioni e senza subalternità, in un progetto costituente alternativo rispetto a quello attuale: un progetto repubblicano di nuovo New Deal, di nuovo umanesimo sociale.

L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 26 ottobre 2015. 

Riforma della scuola e ideologia

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Il disegno di legge sulla riforma della scuola non disegna una riforma. Da questo punto di vista è anzi lacunoso e carente (ci sono ancora molte deleghe, infatti, che non hanno molte probabilità di produrre un coerente apparato normativo). I suoi effetti pratici saranno limitati, in pratica, alla formazione dell’organico funzionale della scuola e alla regolarizzazione del rapporto di lavoro di un gran numero di precari storici. Uno stock variegato e composito di persone, cresciuto a dismisura negli anni, sul quale si interviene con criteri almeno opinabili (in un contesto reso tanto ingarbugliato dalle politiche del passato che è difficile non commettere ingiustizie, comunque oggi ci si muova).

La stabilizzazione dei precari − idonei nei concorsi, o in vari modi abilitati, o di lungo servizio scolastico  con provvedimenti ope legis, o con sanatorie, o con concorsi riservati, è un classico della storia repubblicana. Lo ha fatto la Dc, senza menarne vanto. Lo ha fatto Berlusconi. Lo fa anche il provvedimento in questione, e forse non si può fare altrimenti: semmai, si può discutere il mix dei diversi strumenti previsti, ovvero la composizione dello stock di docenti da stabilizzare, oltre che la sua estensione complessiva  certo, da ampliare per evidenti ragioni di equità .

Ma a fronte di questa luce  modesta ma non nulla, e in ogni caso in una logica più di sistemazione dell’esistente che realmente innovativa  vi sono ombre, piuttosto fitte. L’essenza del disegno di legge, infatti, non è tecnica: è ideologica. Sta nella narrazione legittimante che lo informa, e che viene offerta all’intera nazione come un importante tassello  insieme al jobs act e alle riforme costituzionali ed elettorali  della «nuova politica» di Renzi. Per comprenderne la qualità, basta partire dalla constatazione che all’art. 1 tra le finalità educative non è elencato lo sviluppo della «capacità critico-cognitiva» del giovane, sostituita dalla «auto-imprenditorialità» (termine tecnico per indicare l’autonomia individuale, che è un concetto assai più semplice e meno impegnativo).

Il momento centrale dell’ideologia implicita nel provvedimento è l’interpretazione dell’autonomia scolastica come concorrenza e quindi disuguaglianza fra le scuole pubbliche: un’ideologia che ha ricadute organizzative reali la prima delle quali è la tendenziale privatizzazione della scuola implicita nella clausola del 5 per mille  qui vale il principio in sé, più che l’entità del gettito o le eventuali correzioni previste dalla legge; il principio, cioè, per cui una parte non aggiuntiva ma strutturale della spesa statale per la scuola pubblica è deciso direttamente da alcuni privati interessati (così che si configura un finanziamento privato della scuola pubblica statale oltre che di quella paritaria) . Lo stralcio di questo articolo è avvenuto in extremis, ma è grave che il governo abbia tentato di fare approvare queste norme, che hanno resistito anche al lavoro fatto in commissione sul testo originario. Lo sgravio fiscale anche per le scuole paritarie secondarie invece estende oltre misura la logica della legge Berlinguer del 2000.

La disuguaglianza viene in ogni caso perseguita anche con altri strumenti, oltre alla privatizzazione. Centrale appare la verticalizzazione del ruolo del preside, o dirigente scolastico. La cui figura, quale esce dall’art. 9, presenta  soprattutto nell’istituto della chiamata diretta  caratteri verticistici e gerarchici, leaderistici e aziendalistici, non esenti da elementi di discrezionalità e di arbitrarietà più che di autentica promozione del merito. Il preside non sarà uno «sceriffo» ma certo chiama a insegnare nella «sua» scuola i «suoi» docenti (anche a prescindere dalla loro abilitazione), con la responsabilità in ultima istanza monocratica, più che collegiale, di un dirigente come è disegnato dalla legge Bassanini per la pubblica amministrazione  rispetto alla quale, evidentemente, la scuola non gode di alcuna specificità . È evidente che per questa via si potranno formare scuole «omogenee», monoculturali, al limite monoconfessionali: in ogni caso, «di tendenza».

Le scuole statali potranno così andare incontro a un processo di differenziazione  sancito anche dalle valutazioni e dal loro esito quasi offensivo di bonus per consumi culturali (l’ideologia della valutazione, e della competizione che le inerisce, è in linea con quanto succede all’Università, dove genera molte distorsioni, in un contesto che in ogni caso non è paragonabile a quello delle scuole) . Si segnala incidentalmente che la valutazione dei valutatori (dei dirigenti) è invece ancora incompleta e aleatoria. Un processo pan-valutativo in ogni caso lontanissimo dalla logica che deve governare le scuole, che è il pluralismo nell’uguaglianza, attraverso la libertà d’insegnamento e l’accensione dello spirito critico. Di questa logica morale e culturale non c’è traccia nel provvedimento. Ed è questa la sua lacuna più grave, ma anche purtroppo più prevedibile.

La libertà d’insegnamento, in ogni caso, è a rischio. Infatti, la libertà d’insegnamento di un docente «a chiamata» non può non essere limitata. Se dispiace al suo preside rischia infatti non tanto di perdere lo stipendio (è di ruolo) quanto di non essere confermato, dopo il triennio, nell’istituto scolastico dove insegna, e di doversene cercare un altro, presumibilmente più scomodo. È un effetto, potenzialmente subalternizzante e intimidatorio, analogo a quello prodotto dall’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: l’istituto della chiamata diretta toglie indipendenza e autonomia al docente  certo, per ora questo effetto è limitato poiché si verifica solo per i neo-assunti e non per i docenti di ruolo vincitori di concorso già in servizio, i quali restano «servitori dello Stato» e non «chiamati» dal dirigente scolastico (definito, con neologismo rivelatore, «leader educativo»); ma in prospettiva remota interesserà l’intero corpo docente (quindi anche per tale via  oltre che per il vorticoso movimento delle cattedre che si annuncia quest’anno  è minacciata la continuità didattica, con danno non solo dei docenti ma anche degli studenti) .

L’ideologia di questo provvedimento è coerente con lo stile politico dell’attuale leader: le riforme, a scarso investimento economico, sono un’occasione per una resa dei conti con l’assetto democratico  certo, sfilacciato e per molti versi residuale  della scuola della Prima repubblica. In questo caso, con i sindacati della scuola e con l’intero corpo docente, accusati di apatia, inerzia, conservatorismo corporativo e di refrattarietà alla valutazione, che è vista, insieme all’uomo solo al comando, come la panacea di tutti i mali e come l’essenza stessa della scuola; con grave errore, poiché quell’essenza sta nella educazione come processo culturale complessivo e continuo, di cui la valutazione è parte subordinata. La presunta ostilità del corpo docente a subire valutazione è stata poi associata dal premier alla vecchia cultura sessantottina del 6 politico; ottima trovata (anche in chiave elettorale) per mettere i docenti in conflitto con le famiglie, che si suppone siano interessate alla qualità dell’insegnamento.

Un giudizio sul disegno di legge deve valutare il peso rispettivo degli aspetti positivi e di quelli negativi, discutibili provvedimenti concreti e cattiva ideologia (con le sue ricadute). E deve anche valutare oltre che la valorizzazione del lavoro parlamentare anche il rapporto col mondo esterno, in particolare la profondità e la trasversalità della rottura che si è istituita tra governo (e Pd) e insegnanti. Una rottura a cui si deve assolutamente porre rimedio non con vetero-sindacalismo ma con proposte più ampie e convincenti. Nel complesso, a oggi pare si possa dire che per questa volta le riforme  il cui effetto pratico, piuttosto basso ma non nullo sia nell’immediato sia in prospettiva, va nella direzione di un’adeguazione dell’esistente alle esigenze della «nuova oggettività» neoliberista  sono state interpretate ancora come occasione di divisione e di narrazione ideologica: cioè come esercizio del potere più che come servizio alla nazione.

L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 20 maggio 2015, e in www.centroriformastato.it il 22 maggio 2015.

Sinistra e Pd. Un contributo d’analisi

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Quella che un tempo si sarebbe detta la ‘fase’ ci mostra in atto, con le imponenti migrazioni tra gruppi parlamentari, e con lo sbando della destra, la decostruzione del sistema partitico, caratterizzata da un’intensità analoga a quella del biennio 1992-94; e al contempo l’affermarsi di un soggetto quasi post-partitico, il Pd di Renzi, che occupa una posizione centrale nel sistema politico, e vi funge, oltre che da architrave, anche   da scambiatore di persone, di carriere, di poteri, in una prospettiva neo-trasformistica. Parallelamente a questo concorrere degli interessi forti, e di parte di quelli diffusi, verso il centro del sistema, si manifestano segnali crescenti di esclusione, sia nell’area istituzionale – dove all’esterno del Pd e delle forze che in vario modo e grado ne dipendono (il centro e il centro-destra; ma anche Sel non ha larghe prospettive autonome) c’è solo una protesta (Lega e M5S) che per la sua mancata spendibilità politica rafforza il Pd stesso – sia fuori dalle istituzioni, dove i cittadini non votanti sono ormai la maggioranza. Non è dunque ancora risolta la questione dei partiti, ovvero della rappresentanza e insieme della partecipazione, apertasi un quarto di secolo fa.

Eppure in questa debolezza della politica  troppo includente e al contempo troppo escludente  c’è evidentemente una forza, resa tale sia dallo stato di necessità, sia dall’abilità politica del leader del Pd e del governo, sia dall’assenza di alternative praticabili – in termini di personale politico e di programma –. Una forza che fa sì che l’attuale fase veda anche operarsi, sia pure con fatica e in modo non ancora compiuto, una trasformazione della democrazia italiana: l’Italia sta infatti assumendo una nuova forma politica.

Sia chiaro che non si tratta di una forma di per sé autoritaria: l’alternativa fra democrazia e autoritarismo appartiene alla cattiva scienza politica e alla pigra filosofia politica. Fra i due corni di quell’alternativa c’è in realtà un vastissimo spazio di sfumature e di posizioni, in cui l’Italia sta occupando il quadrante di una speciale «democrazia d’investitura rafforzata» – rafforzata, s’intende, da un evento non formalmente costituzionale come l’appoggio quasi plebiscitario che i poteri economici e mediatici (peraltro largamente coincidenti) offrono al leader .

Le riforme in via di approntamento coinvolgono le tre facce dell’unico sistema di potere dei nostri giorni – la tripartizione di Montesquieu fra legislativo, esecutivo, giudiziario è infatti largamente obsoleta –: potere economico (qui si è intervenuti col jobs act sul mercato del lavoro, senza disturbare in alcun modo il capitale e la finanza), potere politico (riforma della Costituzione e della legge elettorale), potere formativo e informativo (riforma della governance della Rai e della scuola).

I risultati sono, quanto al primo punto, la privatizzazione e la spoliticizzazione del lavoro (che divenendo affare personale – questo significano infatti la flessibilità e l’ideologia della protezione del lavoratore e non del posto di lavoro –, perde il rango di fondamento primario della democrazia repubblicana) e la sua subalternità reale al potere del capitale; durante la lunga fase delle tutele incomplete il lavoratore non sarà particolarmente combattivo, com’è ovvio supporre. Quanto al secondo punto, la politicizzazione della Costituzione, che cessa di essere un’arena di istituzioni in cui, all’interno di un antifascismo originario e di un progressismo sistematico (l’art. 3 Cost.), le forze politiche si affrontano alla pari, e che – da una legge elettorale squilibrata e unica nel mondo occidentale – viene invece consegnata senza contrappesi significativi al vincitore delle elezioni politiche, organizzate come un breve duello che ha in palio il comando politico indisturbato fino alla scadenza della legislatura, quando si scatenerà una nuova resa dei conti per la successiva investitura. E, quanto al terzo punto, si lascia invariato il dominio mediatico degli oligopoli economici, e anche la tendenza a trasformare la politica in spettacolo  in una logica di sistematico svilimento –, e sarà sottratta la Rai ai partiti e rafforzata la sua dipendenza dal potere politico, mentre la trasmissione scolastica di cultura si incentrerà sulle competenze, sulle abilità e sul problem solving. Come al primo punto si esclude il conflitto, e al secondo la politica in quanto attività complessa prolungata e diffusa, così al terzo punto si limita lo spirito critico: risolvere i problemi è importante, ma lo è ancora di più capire perché e come sono nati, a vantaggio e a svantaggio di chi.

A uno sguardo attento queste trasformazioni sembrano andare verso l’importazione in Italia dell’ideologia dei Trattati Ue, resa esplicita con la formula che vuole l’Europa impegnata a realizzare «un’economia sociale di mercato altamente competitiva» – l’esclusione del conflitto sociale, la costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio, i parametri di Maastricht, l’orientamento all’esportazione, i bassi salari (gli 80 euro non invertono certo la rotta in modo significativo), vanno tutti in questa direzione . Un’ideologia moderata ma non certo autoritaria o antidemocratica, quindi; che si presenta in Italia con una curiosa e importante variante: i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni economiche, burocrazie, Länder) che nello schema originario sono i perni strutturali della stabilità sistemica, da noi invece sono sotto attacco mediatico e politico, e pare prevalere un modello populista-democratico di leadership intensamente politica che fa appello direttamente al popolo scavalcando ogni mediazione, denigrata come ‘casta’. La differenza è grande, certo; e nasce dal fatto che, nonostante l’opera demolitoria di Berlusconi, per molti versi il lavoro di abbattimento delle strutture e delle mentalità ‘socialdemocratiche’ (partiti e sindacati) e ‘vetero-costituzionali’ (burocrazie e regolamenti) resta ancora da fare, ed ancora esige – agli occhi, ovviamente, di chi si assume l’onere politico di riformare l’Italia nella direzione indicata – un grande investimento di energia politica innovativa (impropriamente spesso elevata al rango di ‘decisionismo’, ma certamente debordante). Resta da vedere, ed è un grande dilemma interpretativo e politico, se questo «quasi-decisionismo» sarà una fase transitoria, un accompagnamento verso la stabilità di un ordine nuovo, o se invece resterà la cifra di una politica restia (o inadatta) a precipitare in soluzioni ordinative, e tutta spostata verso l’attivismo e l’occasionalismo.

Se ci si chiede come si sia arrivati a ciò – al di là delle vicende più recenti, che hanno visto l’insuccesso elettorale del tentativo blandamente socialdemocratico di Bersani –, non si può non fare riferimento alla sconfitta storica della sinistra, maturata fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, a opera della rivoluzione neoliberista che ha chiuso il ciclo rooseveltiano (o, per dirla all’europea, i Trenta gloriosi); e anche all’introiezione, fortissima, da parte delle sinistre europee, delle logiche e delle categorie analitiche del mercatismo imperante. Che continua a imperare nonostante le sue contraddizioni (soprattutto due: esige molta più energia politica di quanto abbia mai ammesso, e in nome dell’individualismo riduce i singoli soggetti, e i loro diritti, a irrilevanza sociale ed esistenziale) e nonostante le sue crisi, che si abbattono sulle società occidentali come calamità naturali a cui si fatica molto a rispondere (e particolarmente fatica il modello ordoliberista europeo).

Di fatto, sia quando funzionava a regime sia quando è entrato in crisi, il sistema neoliberista ha prodotto, in Occidente, un grave logoramento del legame sociale, generando disuguaglianza e insicurezza tanto gravi da mettere a rischio l’auto-identificazione democratica della cittadinanza. E per di più sembra oggi che il legame si possa ricostituire intorno alla paura dei conflitti e dei terrorismi che terribili squilibri geo-strategici hanno ormai portato alle soglie di casa. Un contesto di impoverimento e di paura che certo non aiuta la sinistra.

Non facile, com’è evidente, individuare se non rimedi, se non un programma, almeno alcune strategie sensate e coerenti da parte di una sinistra che non pare godere, nemmeno a livello europeo, di particolare fortuna e consenso. E che nondimeno dovrà affrontare l’experimentum crucis dell’identità, ovvero della contrapposizione consapevole allo stato di cose esistente, e della prassi, ovvero della responsabilità governante.

Tutto ciò esige che chi si oppone al ciclo politico in corso, e alle sue scelte qualificanti, sia prima di tutto all’altezza, intellettuale politica comunicativa, del compito. Ovvero che si renda ben conto della posta in gioco, tanto politica (la forma costituzionale del Paese) quanto sociale (l’esigenza di cambiare politiche economiche o inesistenti o finalizzate a parametri che non tengono conto dell’occupazione). E che si ponga apertamente l’obiettivo, l’unico che la sinistra può realisticamente darsi, di ricostruire il legame sociale e la tenuta democratica del Paese a partire dal lavoro, e dall’obiettivo dell’impiego produttivo di massa e, perché no, dalla difesa del sistema industriale italiano.

A tal fine si devono accettare alcune sfide.

La prima è quella delle riforme, la cui esigenza prescinde dall’Europa. È la storia delle nostre debolezze, della fase terminale della Prima repubblica e di gran parte della Seconda, che ce le impone. Ma se cambiare si deve, non si tratta però di cambiare per il gusto di cambiare (è già stato fatto) né per adeguare il Paese a incomprensibili (o comprensibilissimi) diktat transalpini. Il fatto è che ‘riforme’ e ‘innovazione’ sono termini ambigui: ogni riforma può essere impostata secondo direzioni diverse, e ha conseguentemente costi sociali diversamente distribuiti: e finora i costi sono stati pagati dai deboli, che lo sono divenuti ancora di più. La coppia oppositiva vecchio/nuovo non può sostituire quella di destra/sinistra. Quindi, è ora di chiedersi apertamente: «Quali riforme?», «Riforme per chi?».

La seconda sfida consiste nell’uscire dal concetto di ‘minoranza’, che è solo numerico e aritmetico, e non ha rilievo qualitativo, politico. Devono cessare le ambiguità e le incertezze della politica (delle sinistre) intesa come proclamazione di penultimatum, come posizionamento interno, come contrattazione degli emendamenti (in certi casi utili, non lo si nega, ma confinati per loro natura in un’ottica di riduzione del danno, di male minore). La sinistra deve unirsi, almeno a livello di un tavolo permanente di coordinamento, per prendere l’iniziativa, individuando un diverso orizzonte culturale e sociale. Il reddito di cittadinanza, nelle forme appropriate, può essere un’occasione di nuovo protagonismo. Ma lo dovrà essere anche un’elaborazione sul Ttip, snodo strategico a cui non si riflette a sufficienza, e sulla scuola, altrettanto centrale e urgente. E, non ultimo, una battaglia critica e culturale per ridisegnare linguaggi, concetti e categorie (senza ambire all’egemonia, ma per costruire un pluralismo reale).

La terza sfida consiste nel declinare la necessaria centralità della politica (a ogni pulsione antipolitica che si realizza un esponente dei poteri forti si frega le mani) articolandola su tre livelli. Quello del leader (che a sinistra c’è sempre stato), quello della individuazione di un’area sociale di riferimento (la sinistra non può coincidervi, ma non può prescinderne) e quello del partito. A proposito del quale ci si deve chiedere come una prospettiva di sinistra possa manifestarsi efficacemente in un partito a vocazione maggioritaria se questo anziché essere una delle due grandi forze in campo (secondo i canoni della democrazia competitiva) è, come oggi avviene del Pd, l’unica forza politica di rilievo, circondato da partiti anti-sistema sotto il 20%. Il che lo porta appunto alla condizione descritta in apertura, di essere cioè un partito pigliatutti, progressivamente sempre più centrista, che si autoproclama partito della Nazione mentre della Nazione non rappresenta che un quarto. Alla sinistra, dunque, il compito di includere efficacemente il lavoro e i giovani in un orizzonte più vasto e più connotato.

Il testo è la trascrizione di un intervento tenuto il 21 marzo 2015, presso l’Acquario Romano, in occasione dell’incontro dal titolo A sinistra nel Pd. Per la democrazia e il lavoro. È stato pubblicato in ideecontroluce.it il 25 marzo 2015, e in www.centroriformastato.it il 20 aprile 2015

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