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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Partito

Intervista sulla sinistra

Intervista con Francesco Nurra

 

 

Sembra che in Italia chi è interessato alla politica debba necessariamente affidarsi alla logica della leadership del cosiddetto «uomo solo al comando»? Quali sono secondo lei le cause politiche e storiche di questa scelta?

Bisogna sfatare la tesi che a sinistra non esista una tradizione di leadership forti e anche carismatiche. Da Gramsci a Togliatti a Berlinguer, solo per restare in Italia, abbiamo esempi dell’esatto contrario. Ciò a cui oggi assistiamo è in realtà il susseguirsi di tentativi di leadership prive degli altri fattori essenziali della politica: cioè prive di idee, di partiti organizzati, radicati e partecipati, e prive di ceti dirigenti sperimentati. Leadership solitarie, insomma, che si affidano a un rapporto immediato ed emotivo con una massa di cittadini disorganizzata e utilizzata soltanto nella fase del voto, e che non si confrontano con i gruppi dirigenti ma che si affidano alla collaborazione di un ristretto «seguito», ovvero a un «cerchio magico» di fedelissimi. Se ci chiediamo perché ciò avviene, non possiamo che rispondere che questa deriva leaderistica e personalistica è il più vistoso effetto della crisi dei partiti, innescata decenni fa nel nostro Paese tanto dalla mancanza di alternanza e dalla conseguente endemica corruzione quanto dall’affermarsi di mezzi di comunicazione (televisione e rete) che rendono la mediazione partitica obsoleta fornendo ai cittadini-spettatori l’illusione della democraticità e della partecipazione. Naturalmente noi sappiamo che appunto di illusioni si tratta, che quei nuovi mezzi di comunicazione sono di proprietà privata e che hanno come esito la manipolazione, la solitudine, la mancanza di confronto e di spirito critico; che assecondano e approfondiscono la scomparsa della dimensione pubblica; che la politica va fatta da persone in carne e ossa che si incontrano per ragionare e per deliberare, costituendo così la «pubblicità»; e che al potere economico, per sua natura oligarchico e non democratico, si può opporre solo un potere politico fatto di istituzioni democratiche e di partiti organizzati. E sappiamo anche che a questa prospettiva si oppongono i poteri che hanno contribuito, con i media da loro controllati, a screditare la politica istituita per consentire il mantenimento dello status quo in quanto presunto privo di alternative

Riguardo all’ultimo referendum costituzionale, lei ha affermato che si trattava unicamente di una formalizzazione delle pratiche già attuate in Parlamento; in altre parole, il ruolo del Parlamento è esautorato da prassi meramente incentrate sull’azione del governo a discapito di un Parlamento senza alcuna capacità di azione politica: si è insomma nel pieno di una oligarchia governativa. Le sembra che dopo il referendum del 4 dicembre sia cambiato qualcosa? Crede che chiunque vada al governo segua questa prassi ormai consolidata?

La crisi del Parlamento, l’istituzione centrale della moderna democrazia rappresentativa, precede addirittura la crisi dei partiti. Sono stati i partiti, nel secondo dopoguerra, a rivitalizzare il Parlamento che non aveva retto la sfida dell’ingresso delle masse in politica e che era stato completamente asservito dai regimi totalitari. E con la crisi dei partiti degli anni Ottanta anche il Parlamento ha conosciuto una nuova obsolescenza e una perdita di centralità politica a tutto vantaggio del governo. Si tratta di un trend comune all’Occidente, ma accentuatissimo in Italia, dove la critica al parlamentarismo è sempre stata forte, con l’eccezione parziale di una ventina d’anni nel secondo dopoguerra, in chiave tanto di qualunquismo plebeo quanto di efficientismo tecnocratico quanto di autoritarismo repubblicano-gaullista. E non a caso la nuova critica al Parlamento – implicita nelle riforme bocciate il 4 dicembre, che trasferivano anche formalmente tutto il potere al governo – riecheggia, per chi le conosca, queste tradizioni anti-parlamentari, a cui aggiunge nuova virulenza l’esasperazione dei cittadini per i presunti privilegi dei parlamentari. Una indignazione nel merito fuori posto, ma giustificata dal fatto che è a tutti evidente che il Parlamento non sta facendo ciò che dovrebbe: che non rivendica il ruolo (che gli spetta) di centro del sistema politico, e si lascia guidare dal governo (il quale è certamente di fiducia del Parlamento, ma a quest’ultimo, oggi, ha di fatto sottratto l’iniziativa legislativa) e da poteri extraparlamentari come come i «capi» di forze politiche (di partiti personali, in realtà) che dall’esterno del Parlamento pretendono di deciderne le sorti. Come si è visto nella recente vicenda della legge elettorale a cui solo il voto segreto ha potuto mettere un freno, pur senza che dal Parlamento sia partita una proposta alternativa al patto dei «quadrumviri». È chiaro che a un Parlamento così debole i cittadini non perdonando nulla, e che anzi ne mettono in discussione la legittimità.

Si parla spesso di un impoverimento della cultura dei parlamentari italiani. Lei ritiene che si possa parlare di un impoverimento culturale all’interno delle ultime legislature rispetto a quelle, ad esempio, della Prima repubblica? Come contrastare questa deriva?

L’impoverimento culturale dei parlamentari rispetto alla Prima repubblica è del tutto evidente: è sufficiente confrontare i discorsi parlamentari della Prima repubblica con quelli attuali. La povertà del linguaggio, le difficoltà argomentative, l’orizzonte storico e intellettuale ristretto, balzano agli occhi – sono pochissime le eccezioni –. Non solo tutta la società è più incolta – poiché la scuola trasmette forse nozioni ma certo non solide basi di pensiero critico –, ma si sono anche interrotti i tradizionali canali di formazione dell’alta cultura (quella che dovrebbe appartenere a un parlamentare, che non deve essere un professore ma che non può neppure essere uno studente fuoricorso o un chiacchierone da bar) e anche i canali di formazione dei ceti politici (scuole di partito, centri studi, cursus honorum giudiziosamente graduali). Il fatto è che l’attuale forma economica e l’attuale società non vogliono – e quindi non preparano – né ceti intellettuali critici e autorevoli né politici autonomi culturalmente: semmai, vogliono pochi «specialisti», tecnici affidabili che stiano al loro posto; e ne vogliono pochi, perché preferiscono avere a che fare con masse poco colte, immerse nel mondo virtuale e quindi prive di profondità storica, e facilmente aizzabili, con pochi slogan plebei, contro le élites (come dimenticare i «professoroni» di Renzi?).

Ritiene, Galli, che uno dei motivi di sconfitta dei partiti di sinistra risieda anche nel deficit organizzativo interno in merito alla politica di formazione stabile dei futuri quadri e dirigenti? Lo spostamento della formazione da funzione dell’organizzazione del partito a funzione culturale dello stesso può avere contribuito, oltre che a impoverire la qualità dei quadri, anche a rispostare sui ceti borghesi di sinistra piuttosto che sulle classi più umili l’orientamento dei partiti di sinistra?

La sinistra è stata sconfitta dalla Quarta rivoluzione del Novecento, il neoliberismo, perché dapprima non ha visto arrivare la nuova iniziativa capitalistica, la nuova forma sociale ed economica che avanzava, e perché non ha saputo valorizzare la posizione di forza raggiunta a metà degli anni Settanta (alla quale ha appunto reagito il capitale). E perché, in seguito, ha salutato come un evento positivo – non con realismo, quindi, ma con ingenuità unita a masochismo – il neoliberismo, la globalizzazione e lo pseudo-individualismo che l’ha accompagnata, e l’attacco al pensiero critico e al pensiero dialettico: e così ha accettato l’autorappresentazione ideologica del capitale nella sua nuova forma, illudendosi di correggerne le asprezze con la cosiddetta «terza via». In realtà, ha attivamente contribuito alla deregulation che, distruggendo l’equilibrio di Bretton Woods, ha minato il terreno che aveva reso possibile il «compromesso socialdemocratico», la maggiore conquista politica e sociale della sinistra in Occidente: la sinistra ha creduto che la globalizzazione capitalistica estendesse la platea del ceto medio creato dalle politiche keynesiane e non ha capito che l’obiettivo del neoliberismo era ed è distruggere il ceto medio, trasformandolo in una massa di indebitati insicuri (e lo stesso vale per gli strati superiori dei ceti operai). La sinistra ha assecondato l’individualizzazione della società, senza capire che per tale via passava una delle conquiste più importanti del neoliberismo: la scomparsa della dimensione pubblica. La sinistra ha fatto propria la critica neoliberista dei partiti e dei corpi intermedi, con un atteggiamento del tutto suicida. Insomma, la sinistra ha assecondato acriticamente lo spirito del tempo senza nemmeno capirlo, assumendo su di sé le compatibilità del capitale, elevando il mercato a regola e fondamento della società, e così ha perso il luogo, il modo, lo scopo della propria esistenza politica, non ha elaborato analisi sulle contraddizioni della nuova fase del capitalismo e anzi ha negato valore alle categorie intellettuali che potevano sostenere la critica al presente stato di cose. L’autodefinizione della sinistra, oggi, è ridotta a un timido riferimento a «valori» talmente generici da risultare politicamente inutili, e l’affermazione, peraltro sempre smentita nei fatti, che «sinistra è stare dalla parte degli ultimi» – tesi estranea alla tradizione della sinistra, che si è sempre posta il problema di capire i meccanismi strutturali che portano al formarsi di ceti che sono «deboli» pur essendo centrali nel sistema produttivo, e che si è sempre data la finalità di trasformarli in soggetti politici protagonisti della storia –.

Ritiene che le categorie gramsciane siano ancora valide per l’analisi della situazione attuale? Lei come spiegherebbe alcuni fenomeni odierni attraverso il pensiero di Gramsci? Se può, fornisca degli esempi.

Sono molte e assai variegate le categorie gramsciane. In generale, va ricordato che Gramsci pensava il suo tempo, ovvero la scelta del capitalismo di abbandonare il liberalismo e di darsi forme autoritarie – sotto la pressione di trasformazioni del regime di fabbrica (il fordismo), dell’avvento politico delle masse (il nazionalismo e il socialismo) e della grande crisi economica –. Davanti a queste grandi trasformazioni Gramsci ha capito che doveva competere con esse alla loro stessa altezza; che non doveva ritrarsi in una riserva indiana, politica e intellettuale; che doveva re-interpretare l’auto-interpretazione del capitalismo, ovvero doveva prendere sul serio il suo modo di produzione, la sua politica, la sua società , la sua storia, la sua cultura, per coglierne le contraddizioni determinate, e riscrivere così la storia da un punto di vista alternativo eppure concreto, non utopistico; che doveva anche riscrivere l’agenda della sinistra, puntando a fare uno Stato nuovo, democratico (a egemonia proletaria), e a uscire da ribellismi e mitologie rivoluzionarie. Pensiero e azione, volontà e progetto, storia e decisione, si uniscono in una prospettiva politica e filosofica originale, nata in una tragica sconfitta, dentro un carcere, eppure capace, già a meno di dieci anni dalla morte di Gramsci, di costituire una delle colonne portanti del primo Stato democratico della storia d’Italia. Gramsci pensava a una politica fortissima, capace di cambiare il mondo; non a rispettare le compatibilità del capitale (a conoscerle, sì). Fare paragoni con l’oggi è impietoso: Gramsci non si sarebbe sognato di pensare a un partito «leggero», a gruppi dirigenti improvvisati, alla sottovalutazione della cultura da parte dei dirigenti politici; non avrebbe mai abbracciato una interpretazione non conflittuale della società: pur nella sua prospettiva nazionalpopolare di ricostituzione di una società larga, pensava all’esigenza di un’egemonia che la orientasse, di una politica specifica che la guidasse. Pur non indulgendo alla critica della tecnica, non pensava che la politica dovesse cederle il passo. Tenere fermo tutto ciò in un’epoca diversa, la nostra, caratterizzata da un diverso impianto della produzione, nell’età non della meccanica e del fordismo ma dell’elettronica e del lavoro spezzettato, in una società non dei partiti ma degli individui (o presunti tali), nell’età della globalizzazione che ha cambiato il rapporto fra Stato ed economia, non è facile. E richiede imponenti supplementi d’analisi. Ma l’idea che la sinistra tragga senso dal proporsi come alternativa ai rapporti economici e politici attuali, sulla base di una soggettività collettiva impegnata in un’azione emancipativa, ovvero che la sinistra sia una ripoliticizzazione conflittuale della società e in prospettiva dello Stato, non può essere dismessa, pena l’adesione di fatto ai postulati del potere liberista (che cioè la società non esiste, che il mercato è il supremo regolatore delle nostre vite e che le sue compatibilità sono indiscutibili, che non c’è alternativa, che non c’è conflitto di classe, che la disuguaglianza è un bene, che la democrazia è un lusso tendenzialmente superfluo). Come si vede, se si accettano queste premesse la sinistra è da rifare.

Socialismo sono i lavoratori che si impadroniscono dei mezzi di produzione. Lo statalismo ha prodotto l’URSS. C’è un’alternativa?

Se la contraddizione centrale del capitalismo è l’appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto, e se quindi non si può dismettere la prospettiva di una «società regolata», diversa da quella giungla che è oggi la nostra società, ciò non implica che la soluzione sia l’economia di comando in stile sovietico, con quanto ne è conseguito sul piano politico. La politicizzazione della società, a partire dai rapporti economici, è il vero obiettivo, il che equivale a impedire all’economia di presentarsi come forza autonoma valida in ultima istanza per l’intera società, e di far valere incondizionatamente gli interessi privati che essa incorpora in sé. Si può rilanciare il conflitto sociale, che ha mille motivi di manifestarsi; si può allargare l’intervento economico dello Stato, per quanto riguarda sia gli investimenti sia la fiscalità volta alla redistribuzione (senza la quale la crescita del Pil, se c’è, non ha positivo rilievo sociale); lo Stato – che può essere democratizzato, sia pure a fatica, mentre il mercato in quanto tale non può esserlo – può orientare lo sviluppo in una direzione o in un’altra; ambiti significativi della società possono essere sottratti all’imperativo economico e indirizzati alla piena crescita umana (scuola, sanità, beni culturali e ambiente). Soprattutto si tratta di rivalutare la dimensione pubblica (statale o collettiva, ovvero attraverso partiti e movimenti) come orizzonte di sviluppo della civiltà, che è oggi immiserita nell’angustia di un individualismo patologico e ossessivo, che peraltro viene ogni giorno smentito dal prevalere di giganteschi poteri sulle persone reali. Un’impresa di liberazione dell’uomo dalle maglie del pensiero unico e dallo sfruttamento colonizzatorio di ogni spazio vitale, ossia un’impresa di esplicito riconoscimento e di realistico contrasto delle attuali forme di «reificazione attraverso la individualizzazione subalterna», con l’obiettivo finale che gli uomini e le donne vivano in una società di cui si riconoscano autori e protagonisti, e che non gravi su di essi come una oscura forza naturale: questa è la linea strategica della sinistra, oggi. Obiettivi umanistici, quindi, perseguiti con cultura critica, serietà organizzativa, tenacia strategica, conflittualità non occasionale. L’URSS, da parte sua, è parte di una storia di liberazione che si è presto impigliata nell’oppressione per cause storiche sia remote sia contingenti: col suo comunismo militarizzato è stata un mito, ma non è un destino. I tratti illiberali della sinistra sono in linea di principio accidentali, per quanto gravi e frequenti, e non derivano necessariamente dalla sua critica al liberalismo, che è una critica di superamento, non di negazione.

In quello che sembra un ritorno al protezionismo e a un’idea degli Stati-nazione e dei confini come perno dell’agire politico, quali proposte può avanzare la sinistra del XXI secolo all’interno di questo scenario? Esiste, secondo lei, uno spazio politico per la sinistra all’interno di questo contesto?

Sono un convinto statalista. Delle grandi costruzioni della modernità – oltre allo Stato, il mercato, il partito, la tecnoscienza – lo Stato è l’unica (insieme al partito, ma meglio di questo) che, con enorme fatica e non senza contraddizioni, può essere democratizzata. La sinistra è nata anche contro lo Stato, strumento di dominio e di oppressione dei ceti padronali; ma si è presto conciliata con lo Stato, che, una volta governato da partiti di sinistra, si è dimostrato una potente macchina di inclusione sociale degli strati deboli della popolazione e di produzione di maggiore uguaglianza sociale. Lo Stato non esaurisce la politica e non coincide con tutta la sfera pubblica; ma ne fa parte integrante, e la sua obsolescenza è molto più una interessata narrazione neoliberista che una verità assodata. Se è vero che il livello dell’azione politica è nelle periferie delle città, nei movimenti transnazionali e nelle istituzioni sovranazionali, è anche vero che se non può contare sul potere dello Stato, e anzi se lo ha contro, la sinistra non ha né presente né futuro. È solo grazie allo Stato, e al partito che ne controlla democraticamente i poteri (ma non quello giudiziario), che si può istituire un credibile argine al dilagare del potere economico e mediatico. Solo agendo sul potere politico-statale si può aprire una breccia nel conglomerato di politica, economia, narrazione, che è il blocco onni-inclusivo del potere contemporaneo. Ed è vero, infine, che anche la prospettiva politica più ardita (e improbabile) che possiamo intravedere, cioè gli Stati Uniti d’Europa, ha senso solo se esistono, appunto, gli Stati contraenti con la loro volontà politica. Ed è vero, per converso, che il globalismo di sinistra rischia di essere l’altra faccia del globalismo come è narrato dal capitale – che in realtà da parte sua, nonostante la propria proclamata autosufficienza, dello Stato si serve abbondantemente (e non potrebbe essere altrimenti) e sempre di più si servirà – naturalmente in una versione penale ed emergenziale da rifiutare in toto – proprio per il relativo raffreddarsi della globalizzazione e per l’emergere in essa di linee di conflitto politiche che vedono coinvolti sia Stati sia bande armate post o pre-statuali -.

Quali testi e autori consiglierebbe a chi volesse intraprendere lo studio della Storia delle dottrine politiche? Quali invece a chi voglia avvicinarsi a una politica di militanza? Se oggi lei fosse direttore di una scuola politica simile a Frattocchie, su quali autori indirizzerebbe l’attenzione dei suoi allievi?

Secondo una celebre affermazione di Engels, il movimento operaio è l’erede dell’illuminismo francese, dell’economia politica inglese, della filosofia classica tedesca. Cioè deve essere all’altezza dello sviluppo intellettuale più avanzato della modernità, per reinterpretarlo in chiave emancipatoria. Oggi, la sinistra – che essa coincida col movimento operaio o piuttosto con l’ansia di liberazione di strati più larghi e meno omogenei della società – ha il medesimo compito. E alla ricapitolazione critica della modernità deve aggiungere anche la prospettiva, tutta novecentesca, della sua decostruzione – ponendo la massima attenzione a non cadere nella trappola post-moderna, cioè nella perdita di ogni possibilità di prospettiva critica, e quindi stando più che attenta a evitare la subalterna accettazione acritica del presente -. Compito difficile, al limite dell’aporia, come del resto è ambiziosissimo l’obiettivo politico e intellettuale che la sinistra si deve porre. Detto questo, all’elenco di Engels non si può non aggiungere il marxismo occidentale, e il confronto critico con la linea nietzschiana e heideggeriana, come non possono essere trascurati i classici moderni della sociologia, della scienza politica, e della storiografia economica e politica. Si dirà che quanto ho detto implica corsi di studi equivalenti a un paio di lauree, in Filosofia e in Scienze politiche. Ed è vero. Ma è anche vero che docenti esperti e discenti motivati possono, con un percorso concentrato ripreso nel tempo, in quattro o cinque cicli, affrontare alcuni nodi strategici dello sviluppo intellettuale della modernità e delle prospettive della contemporaneità. E soprattutto è vero che la stessa istituzione di una seria scuola di partito (non dei surrogati mediatici che oggi sono proposti) significherebbe che è risultata vincente l’idea «rivoluzionaria» che la politica, oltre che un confronto ininterrotto con la contingenza, è anche la decifrazione del presente con strumenti intellettuali complessi – perché il presente è oscuro, ma non sottratto a priori alla fatica del concetto -. Questo approccio critico alla politica è appunto ciò che l’attuale sistema di potere vieta in ogni modo: poiché a questo divieto si è da tempo felicemente accodata anche la sinistra, prigioniera del tatticismo più pigro, del «presentismo» più cieco, del nuovismo più stucchevole, del plebeismo più ambiguo, invertire questo trend è il primo, indispensabile, passo emancipatorio. È anche attraverso questo metodo che si può dare forma al soggetto sociale e politico di sinistra, sottraendolo alla anomia intellettuale e al qualunquismo a cui oggi è facilmente indotto.

Se poniamo come dato di fatto il declino delle forme di partito tradizionale, quali sarebbero, secondo lei, le modalità di organizzazione più consone per la sinistra contemporanea?

Non esiste sinistra senza sfera pubblica; e non esiste sinistra che non si ponga in relazione forte con lo Stato. Non esiste sinistra che aderisca all’ideologia neoliberista della «società degli individui» e della «società liquida», che non veda le terribili e invincibili disuguaglianze che strutturano la società attuale in strati ancora più solidi delle vecchie classi; non esiste sinistra che aderisca all’ideologia della competizione e della valutazione, e della neutralità e inevitabilità del sistema capitalistico. Non esiste sinistra senza una reale, concreta, approfondita capacità di critica e senza una reale spinta ad affermare il proprio linguaggio e la propria lettura della realtà. Non esiste sinistra senza che sia dissipata la tesi che destra e sinistra non esistono più, sostituite dal cleavage sistema/antisistema, civiltà/barbarie. Non esiste, infine, sinistra senza che si acceda anche all’idea di partito organizzato che organizza parti di società, senza sospetti divieti preventivi, senza interessati anatemi, senza compiaciuti scetticismi. La crisi dei partiti è in parte reale e in parte, invece, indotta e narrata dal neoliberismo e dai media mainstream: la leadership solitaria che si rivolge mediaticamente a folle scomposte e occasionali non sarà mai di sinistra. Ciò non significa che i partiti esistenti non possano perire per inadeguatezza, e che nuove formazioni non possano prenderne il posto, come forse in qualche modo sta avvenendo in alcuni Paesi, fra i quali purtroppo non c’è ancora l’Italia. Detto questo, tutto quanto va nella direzione di ripoliticizzare la società è da salutare con favore: ed è necessario dialogare con tutti i soggetti che si formano nella società, al fine di mettere a frutto l’energia di tutti. Quindi partiti e movimenti, forme associative spontanee della società civile e sindacati, tutto è indispensabile per raggiungere l’obiettivo di spezzare solitudine e subalternità, e ricostituire la nervatura politica di una società non rassegnata.

L’intervista è in corso di pubblicazione in «http://www.sinistra21.it» 

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Liquida, lacerata o solida? La società del neoliberismo in crisi

«Tutto ciò che è stabilito evapora». Nel Manifesto Marx aveva ben colto il potere mobilitante e la potenza dionisiaca del capitalismo, dandone un’entusiastica descrizione; e ne aveva individuato il carattere progressivo nella capacità di «lacerare senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali». Rottura delle comunità e delle istituzioni, individualismo e dinamismo sono caratteri essenziali della forma capitalistica di produzione, della sua «distruzione creatrice».

Costretto dalla crisi del keynesismo a «guadagnare tempo», il capitalismo non ha esitato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo a travolgere gli equilibri sociali e politici che aveva realizzato nei «Trenta gloriosi»: è stata la quarta rivoluzione del Novecento, neoliberista (dopo quella comunista, fascista, socialdemocratica). I cui effetti, o almeno alcuni dei quali, sono stati descritti da Zygmunt Bauman in un celebre libro, Modernità liquida, che apre il XXI secolo descrivendo la fine del legame sociale, delle istituzioni collettive, delle forme organizzative e di appartenenza in cui si erano conformate le società del secondo dopoguerra.

La società liquida è quella degli individui slegati, liberi da vincoli ma anche privati dei tradizionali punti di riferimento nello Stato, nei partiti, nei sindacati, nelle memorie di classe (a cui egli aveva dedicato un libro assai critico già nel 1982, riconducendole a espressione della retorica di alcune corporazioni attardate); una società amorfa, priva di forma come lo è l’acqua, in cui l’individualismo – il movimento anarchico di ogni molecola del liquido – è per così dire obbligatorio, dato il venir meno di ogni istituzione o corpo intermedio. Bauman vede che in questa condizione vanno perdute tutte le determinazioni universali della modernità – appunto lo Stato e i partiti –, in un’ultra modernità che è postmodernità, e sottolinea che questa «liquidità» è insostenibile, tanto che i singoli individui vi reagiscono cercando omologazione e omogeneizzazione in gruppi e in mode culturali o di consumo.

È stata, questa, un’analisi molto fortunata della fenomenologia del neoliberismo, l’analisi di un sociologo che ha assecondato la tendenza «nuovista» dei nostri tempi nella loro fase ascendente, e la correlata ritrascrizione delle loro coordinate politiche: se la società è liquida, se l’unica realtà sono i singoli individui e le loro temporanee aggregazioni, allora destra e sinistra perdono di significato e diventa centrale la contrapposizione vecchio/nuovo. Anche se non esplicita, c’è molta «terza via» in questa lettura della società (e non a caso Giddens è ringraziato già in Memorie di classe), ovvero c’è molta aderenza – o almeno non c’è una chiara presa di distanza – rispetto all’autonarrazione della nuova fase del capitalismo.

Quello che, invece, resta occultato è l’ordine dietro il disordine, il permanente dietro l’effimero, la struttura che sorregge questo apparente caos. Il modo di produzione capitalistico, insomma, da cui queste trasformazioni sono prodotte e a cui sono funzionali. La società liquida è infatti la società mobilitata dal capitalismo senza freni né argini, dal biocapitalismo che ha travolto i corpi sociali intermedi e afferra le vite intere, che nega ogni possibile alternativa, che taccia di follia o di passatismo ogni tentativo di dare alla società un ordine politico non coincidente con le compatibilità e con le esigenze del capitale. Certo, liquidità e omogeneità, individualismo e passività esistono; ma la potenza che opera dietro queste apparenze ha anche un’altra manifestazione, altrettanto e più determinante e strutturale: la disuguaglianza, il baratro della divisione sociale fra immensamente ricchi e masse che si impoveriscono. La struttura profonda della società è questa sua lacerazione, che emerge negli ultimi decenni da tutti gli indicatori in tutto l’Occidente – dall’indice di Gini alla curva dei salari e dei profitti, dalla tendenziale scomparsa dei ceti medi alla loro radicalizzazione politica – e che esplode con la crisi del neoliberismo; per comprendere la società di oggi più che sull’amorfa e liquida uguaglianza ci si deve concentrare sulla rocciosa e scoscesa disuguaglianza, sulle scogliere impervie e sui dirupi inaccessibili del dislivello economico, educativo e di potere, contro le quali si è infranta la nave dello Stato sociale.

È questa disuguaglianza invincibile, questa ingiustizia strutturale, dapprima occultata sotto la superficie della società liquida e ora emersa nel tempo della crisi interminabile, a generare a sua volta il cosiddetto populismo, la protesta anti-establishment – che vorrebbe essere anti-sistema, ma che per debolezza d’analisi riesce a essere solo anti-casta, e che tuttavia in varie forme scuote l’Occidente. In alcuni contesti, come l’Italia, il populismo si organizza prevalentemente come previsto da Laclau, cioè per catene di equivalenze intorno a un significante vuoto (una generica antipolitica, dentro la quale trova posto, ritrascritta, ogni altra motivazione concreta); ma in altri, come la Francia (ancora in forse) e gli Usa (dove ormai i giochi sono fatti), non è il vuoto ma il pieno, il solido, a contrastare – peraltro invano – le contraddizioni del sistema. Le motivazioni anti-casta, infatti, pur presenti, qui si sostanziano di richiami a valori forti, a comunità immaginarie, a pseudo-identità escludenti, a rabbiose ricerche del capro espiatorio – la pretesa di solidità, in politica, va sempre di pari passo con la polemicità –.

La politica della differenza viene insomma di fatto accettata: i subalterni, i perdenti, nella loro furia contro i potenti e i vincenti non riescono a fare altro che tentare di sopraffare altri segmenti deboli della società: la protesta popolare contro Wall Street intercettata da Trump (altra cosa sarebbe stata una vittoria di Sanders) ha prodotto in concreto un governo composto da militari (anche se questi sono forse, dopo tutto, i più prevedibili) e da esponenti di Goldman Sachs e del suprematismo bianco, nonché una bolla di euforia borsistica, insieme a un discorso pubblico xenofobo anti-ispanico, anti-mussulmano e «patriottico». La crisi della globalizzazione neoliberista lascia spazio a una forma di «capitalismo militarizzato», aggressivo e difensivo al contempo, gestito da élites parzialmente diverse dalle precedenti, e da culture politiche che non si sentono debitrici, neppure a parole, rispetto ai valori democratici. Una «solidità» che lascia intatta la struttura lacerata e disuguale della società proprio come faceva la «liquidità» della globalizzazione trionfante – e che anzi la peggiora –, e che come principio d’ordine sociale sostituisce l’ormai impraticabile omogeneità degli stili di vita con una presunta comunità dei valori e con l’individuazione dei loro nemici interni. La persistente subalternità dei molti è compensata non più dai consumi ma dall’offerta di una «identità» polemica.

La sconfitta storica della sinistra ha quindi lasciato sul campo due destre – quella cosmopolitica e quella nazionalistica – e un solo modello economico, nei suoi diversi cicli e nelle sue diverse posture politiche. L’esigenza di un’alternativa ragionevole – di una nuova costruzione sociale, conflittuale ma non lacerata, ordinata ma non solida, libera ma non liquida – è più che mai all’ordine del giorno.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria Indipendente», l’8 marzo 2017.

Sui corpi sociali

 

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I corpi sociali possono essere o quelli territoriali, oppure le organizzazioni degli interessi, oppure ancora i partiti e i movimenti politici, oppure le formazioni one issue, o infine il terzo settore. Inserirli all’interno delle istituzioni di uno Stato moderno è un’impresa improba (più o meno, secondo i casi), e non solo perché alcuni non lo chiedono, e neppure perché quando lo si tenta (come nel caso delle istituzioni territoriali italiane nella Costituzione riformata, felicemente tramontata) lo si fa piuttosto male. Il motivo non è contingente ma sostanziale. L’essenza istituzionale della modernità è infatti duplice: in primo luogo, è centrale logicamente l’unità politica, la costruzione della sovranità; in secondo luogo, lo strumento di questa costruzione unitaria è prevalentemente la rappresentanza, che non può non essere a base individuale. Sono i singoli che votano, dotati di diritti, di opinioni, di ideologie, di interessi; i singoli come atomi, e non i gruppi.

Già non è stato semplice accettare i partiti all’interno dell’unità politica – le posizioni più radicalmente unitarie, o più democratiche, come in Rousseau, non li ammettono, in quanto «fazioni»; e perfino in Inghilterra, loro patria, i partiti vengono legittimati dalla filosofia politica e giuridica solo nella seconda metà del Settecento –; in ogni caso, oggi, la loro parabola, che ha toccato l’apogeo nei cent’anni che vanno dal 1890 al 1990, è ormai nella fase declinante. E quando pure hanno costituito il nerbo della politica sono stati «parti generali», ovvero hanno riprodotto in sé le medesime logiche unitarie dello Stato; e certamente hanno sempre preteso di risolvere e mediare in sé le ragioni dei corpi intermedi, stabili o volatili che siano, ai quali si lasciava piena cittadinanza nella sfera sociale ed economica, ma la cui rappresentanza politica passava attraverso il partito (il nesso fra Pci, Cgil, Cooperative, Arci, ecc. è emblematico; ma lo stesso si deve dire sul versante della Dc). Altro discorso è, evidentemente, quello che riguarda i movimenti politici extraparlamentari, i quali però o si sono parlamentarizzati o hanno vissuto, almeno finora, vite politiche intense ma brevi. Insomma, lo si ribadisce, la democrazia rappresenta agevolmente il pluralismo delle opinioni individuali, o delle opzioni ideologiche dei movimenti (se questi vi acconsentono) o dei partiti (e anche questi, non a caso, sono riferiti nell’articolo 49 al diritto soggettivo dei cittadini alla libera associazione), ma solo indirettamente riesce a rappresentare interessi collettivi e corpi sociali organizzati. Non a caso nella nostra costituzione il CNEL è risultato assai poco vitale.

Chi ha scommesso contro la rappresentanza individuale, e al tempo stesso contro i partiti, come il fascismo, ha dato con le corporazioni rappresentanza politica diretta ai corpi sociali, credendo di essere così più aderente alla realtà delle liberaldemocrazie; ma la violenza, l’autoritarismo, l’artificiosità, la rigidità della soluzione proposta l’hanno affossata e resa per sempre improponibile.

Di fatto, i corpi sociali intermedi hanno espresso la loro intrinseca politicità all’interno del compromesso fra Stato e partiti nella stagione «socialdemocratica», finché questa è stata viva e vitale; oppure hanno trovato e ancora trovano collocazione nelle architetture dell’ordoliberalismo tedesco, in cui banche e imprese, sindacati e associazioni datoriali si intrecciano in mille modi (fra i quali la cogestione o Mitbestimmung) in una cornice complessa fatta di rappresentanza partitica (Bundestag) e territoriale federale – riferita ai governi dei Länder e non alle assemblee (Bundesrat) –. La via tedesca valorizza istituzionalmente i corpi intermedi in un quadro organico di stabilità, di collaborazione e di efficienza, che risponde alla peculiare storia della Germania.

Una terza via consiste poi nel lasciare i corpi sociali sul libero mercato dell’influenza politica, organizzati in movimenti più o meno incisivi e visibili, o, nel caso degli interessi economici, in lobbies o in altre realtà che non desiderano essere rappresentate politicamente ma che cercano di influenzare direttamente i decisori politici. Una via «anglosassone», che finora non ha incontrato la sensibilità dell’opinione pubblica italiana, e che esige in ogni caso un’attenta legiferazione.

I problemi dell’Italia di oggi nascono appunto dal fatto che nessuno di questi paradigmi è ora vigente. Tramontato da tempo il modello vetero-corporativo, il modello partitico socialdemocratico non è più vigente per la scomparsa dei partiti, il modello tedesco è appunto lontanissimo dalla esperienza italiana, e così dicasi di quello lobbistico. Dopo la rivoluzione neoliberista degli anni Settanta e Ottanta (dovuta non solo all’innovazione tecnica dell’elettronica, né solo allo shock petrolifero, ma a un vero cambio di paradigma culturale, economico e politico, appunto il neoliberismo), dopo la costruzione dell’euro, impostata a Maastricht e perseguita per tutti gli anni Novanta (il cui esito è che lo Stato e le parti sociali sono stati privati del potere di determinare la politica economica e monetaria del Paese), il problema che si pone con particolare urgenza è come reagire alla tentata privatizzazione del lavoro e di tutta la materia economica, sottratta alla rilevanza pubblica e politica a cui invece la destina la Costituzione (che infatti fonda la Repubblica sul lavoro). E in parallelo come valorizzare la pur debole politicità che, rifluita fuori degli spenti partiti e delle fragili istituzioni, permea di sé i movimenti sociali più chiaramente politici, volti a ricostruire momenti di aggregazione, di partecipazione e di messa in rete di esperienze e di istanze.

Naturalmente, sarebbe importante riflettere da vicino sui corpi sociali più politicamente orientati (movimenti, partiti, ecc.): ciò richiede senza dubbio ben altro spazio; eppure, il lato politico e il lato economico della questione dei corpi sociali, benché distinti, hanno in comune la reazione, che pare necessaria, a una pretesa strategica del neoliberismo. La pretesa, cioè, che la società sia interamente omogenea e anzi mucillaginosa, composta – secondo la celebre affermazione della signora Thatcher – non da corpi complessi in dialettica ma da singoli individui o da famiglie. Un continuum, insomma, fatto di soggetti che si credono concorrenziali – ma in realtà ugualmente subalterni, misurabili, valutabili, valorizzabili o svalorizzabili dalle tre facce del nuovo potere unico (economico-finanziario, politico-leaderistico, mediatico-intellettuale) –; da singoli, quindi, soli e in quanto tali incapaci di identificare esistenzialmente e intellettualmente le strutture profonde del sociale, cioè le parti in cui la società si articola, e i loro conflitti. Insomma la pretesa, con ogni evidenza ideologica (ovvero falsa: basti pensare che il più visibile effetto del neoliberismo è la produzione di un tasso di disuguaglianza mai visto da quasi un secolo), che la società sia liquida; e che le parti di cui eventualmente si presenta composta non siano che caste e corporazioni, nidi di privilegi e di resistenze contro quel salutare cambiamento che la politica deve perseguire, disgregandole per tenere fluido, efficiente, flessibile il movimento della produzione e del mercato.

L’ideologia neoliberista, così, oggi distingue i corpi sociali fra quelli che vengono fatti emergere per essere liquidati – partiti, sindacati, caste, corporazioni – e quelli che invece restano sullo sfondo senza neppure essere nominati, le burocrazie, le tecnocrazie, le lobbies, i livelli opachi extranazionali dei poteri economici europei e planetari. Un’altra classe sono poi i corpi del terzo settore, che all’occorrenza possono essere utilizzati per realizzare la sussidiarietà – veto mantra antistatale dei nostri decenni –; e un’altra, infine, sono i movimenti politici e d’opinione, peraltro non incentivati dal potere, che alla partecipazione preferisce l’apatia politica.

Le soluzioni di alcuni di questi problemi italiani paiono essere le seguenti. Dapprima, il perseguimento di un modello anglosassone che lasci i corpi sociali misurarsi sul mercato dell’influenza politica, regolamentato da una legge sulle lobbies. Meglio che nulla, certo (e anzi ipotesi necessaria per le organizzazioni d’opinione); ma è una soluzione che non modifica i rapporti di potere diseguali che si sono formati fino a ora a livello economico.

Un’altra soluzione può consistere nella convergenza dei corpi e degli interessi sociali su azioni volte alla tenuta e alla coesione territoriale – una volta preclusa la loro capacità di agire a livello nazionale centrale –. La costruzione, la manutenzione e l’implementazione del capitale sociale, umano, imprenditoriale, cognitivo, nei luoghi in cui esso si trova, tuttavia, ha come contropartita l’ovvia constatazione che l’Italia, da questo punto di vista, è una realtà a macchia di leopardo. L’organicismo implicito in questa ipotesi sarebbe paradossalmente contraddetto dall’emergere di linee d’esclusione, da fratture nel corpo nazionale, da disuguaglianze crescenti.

Un’ulteriore soluzione teoricamente proponibile (e per me preferibile) è un nuovo compromesso socialdemocratico, a forte base partitica e statalistico-welfaristica: ipotesi difficile a realizzarsi, in realtà, perché implica l’esistenza di partiti dotati di una forza politica ora non immaginabile, e una presenza dello Stato, insieme a una sua capacità di spesa, che è per ora poco probabile nell’Europa ordoliberista in cui ci troviamo a vivere. Un’ipotesi, nondimeno, che la sinistra dovrebbe coltivare, per non lasciarla alla destra sovranista. A questa ultima ipotesi se ne collega un’altra, quasi come precondizione: che cioè si costituisca un «Partito del lavoro», capace di interrompere la narrazione neoliberista dell’individualismo e della privatizzazione dell’economia; un partito che porti alla luce le pluralità, le differenze, le contraddizioni che attraversano il corpo sociale, e che dia voce esplicitamente politica alla loro politicità implicita. Un partito che sia «parte» e che pertanto si contrapponga dialetticamente ad altre «parti», così che stia nel conflitto (del tutto fisiologico, in verità, all’interno delle democrazie) e non nell’organizzazione e nell’organicismo, la soluzione della questione dei corpi sociali. Una soluzione politica prima che istituzionale, quindi, non priva di efficacia, e soprattutto una soluzione non ipocritamente orientata a negare la possibilità del conflitto – una negazione che è in verità, di per sé, un atto ultra-conflittuale – ma anzi realistica e al contempo capace di portare la tensione alla giustizia all’interno di una società che ne ha molto bisogno e che, non imbattendosi ormai neppure nella parola, si consegna sempre più all’apatia rassegnata o alla rabbia estremistica.

Il suicidio delle sinistre

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La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

A tutto ciò Cesaratto contrappone tesi classiche: che l’economia ha come oggetto la produzione di surplus e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), così che l’equilibrio distributivo è non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall’economia reale; che il fattore critico dello sviluppo è la domanda aggregata; che l’inflazione è il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria è presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato può e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di welfare) in vista dell’obiettivo della piena occupazione, questa sì capace di garantire la crescita.

Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora più dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realtà Quaranta) – a separare i due periodi c’è la grande svolta dei tardi anni Settanta –. La prima fase è contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell’ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall’esercizio della sovranità economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realtà di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall’esigenza post-bellica di aprire la società alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall’esistenza dell’Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello è stata dovuta essenzialmente all’inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor più dagli choc petroliferi della metà degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del «vincolo esterno» e – anziché contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com’era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del project socialiste del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) – ne hanno dato una gestione «ortodossa», fondata su austerità, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell’economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranità economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive più povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro più grave di quella che sarebbe stata generata dall’inflazione.

La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il winter of discontent 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la «seconda sinistra»), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l’onda neoliberista perché la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno è di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell’economia, con l’euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruirà Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l’attacco all’Urss sulla base dei libri di Solženicyn e ne distrugge il mito con i noveaux philosophes, mentre la più avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilità di un’interpretazione dialettica e di classe della realtà; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.

Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo – generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione – e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un’Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo è il quadro ottimale di un’unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell’euro (che avendo come obiettivo la lotta all’inflazione, cioè ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei più gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma è stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilità del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell’economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilità sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa è la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d’accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanità, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranità economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l’euro), e ha imposto l’austerità per rispettare il vincolo esterno anziché aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell’euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l’hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.

Analoghe nettezza e radicalità emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne dà in nome dell’estensione illimitata e incondizionata dell’ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono sì l’origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell’Urss, nell’indebolimento dei Paesi più poveri dovuto alle politiche del Washington consensus, e alle guerre – presentate inizialmente come «democratiche» – che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l’accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell’esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.

In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, è segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda più sull’esportazione che sulla domanda interna, ed è interrotto dalla «congiuntura» ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l’Italia vi perde il nucleare e l’elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della metà dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l’estero – il «vincolo esterno», da allora centrale nella storia economica del Paese – a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerità. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che – sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l’obiettivo di acquisire l’ammissione all’area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica – offrì al potere dominante la disponibilità operaia ai «sacrifici», cioè a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo così si apriva la strada alle più energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il «divorzio» fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l’inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e più in continuità con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si è sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre «organiche» e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile «socialismo», ad una visione riformista e conflittualista della società e dell’economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cioè un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di «intellettuale organico» (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realtà puntava sull’introduzione delle regioni per quanto riguardava le chances di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd è quindi in sostanziale continuità con la storia della sinistra italiana.

Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilità del lavoro (da qui la centralità strategica del jobs act) e non certo allo Stato, in cui l’euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre più contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un «sarcofago» di invenzioni finanziarie la materia «radioattiva» della moneta unica, che continua però a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un «incidente di percorso», come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l’Italia non è al momento padrona di se stessa, né in grado di progettare liberamente il proprio futuro – e in questo vicolo cieco brilla l’assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perché quelli essenziali le sono preclusi –.

Si tratta di due libri decisi e provocatori – nella loro scientificità – che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi – che non rappresentano tutto l’arco della opposizione al mainstream – hanno un respiro di serietà e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realtà storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica – non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto –.

Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana – non nuova in sé, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza – sia per la luce gettata sull’Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall’ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al mood dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perché questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica più allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell’euro.

La sinistra che oggi gestisce l’Europa neoliberista, a cui presta sempre più stanche narrazioni e sempre più flebili esorcismi verso i «populismi» (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilità, dell’austerità, dell’innovazione a senso unico, del monetarismo e dei bonus ai cittadini, della esaltazione della «società del rischio», la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si è suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, è fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede «più Europa» e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie chances alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualità intrinseca della società, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la società dal disastro in cui il neoliberismo l’ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.

Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali è l’impianto «novecentesco» dell’intera analisi. Il che di per sé non è indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalità e l’incisività della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l’azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come è possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non è una «necessità» ma solo l’esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si può superare e correggere? Come si può «fare il contrario» del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficoltà non implica che l’analisi sia in sé scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficoltà merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.

Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l’accusa di a-criticità del suo impianto teorico, cioè del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al «riformismo competitivo», non sono di per sé una novità, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non può più rivendicare la propria continuità con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come «altra» rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima – anche se non come «nuova» nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta –: una sinistra finalmente davvero «parte», benché non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l’ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall’uccidere l’immagine del proprio padre.

In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger è ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana è assodata, ma che costituisce oggi uno dei più influenti paradigmi della «teoria critica» contemporanea. Anche in questo caso, non è nuova l’accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalità in direzioni che negano la possibilità di individuare un punto determinato di spiegazione della realtà (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di «governo», nel caso di Foucault; lo scavo nel «rovescio» del linguaggio, per mostrarne l’indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettività in nome del «desiderio», nel caso di Deleuze), così da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anziché di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realtà. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: può esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di «negazione determinata»? Naturalmente la risposta non è pronta da qualche parte, e può uscire solo da una riflessione a più voci all’interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilità materiale di un nuovo umanesimo nell’epoca del trionfo della economia più antiumana.

Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli «animosi intelletti» che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realtà, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.

 

Oltre la destra e la sinistra? Sistema e anti-sistema nella politica di oggi

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La Ue, nata nel 1992 per rispondere alla sfida geopolitica e geoeconomica della globalizzazione, è un insieme di Consigli e Commissioni che esprimono poteri esecutivo-tecnocratici (il parlamento non ha la piena titolarità del potere legislativo): la dialettica politica è tutta risolta nelle tensioni fra la Commissione, custode dei Trattati, e il Consiglio dei Capi di Stato e di governo, in cui operano gli Stati, nei loro reali rapporti di potenza. Rispetto ai bisogni dei cittadini questa Europa è cieca e sorda.

Per di più, il principale prodotto dei Trattati, l’euro, è, con altro nome, il marco: la moneta nella quale la Germania da decenni si riconosce, e che ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, chiedendo ai membri dell’eurozona di riprodurre, almeno a grandi linee, il modello ordoliberista germanico attraverso le «riforme», la spending review, il Fiscal compact (da cui deriva l’art. 81 della Costituzione sull’equilibrio di bilancio) l’austerità, la moderazione salariale e l’attenzione primaria alla stabilità di bilancio. Queste politiche hanno prodotto linee di frattura fra il Nord e il Sud – delle quali per ora non si vede alcuna composizione (se non in una improbabile «Europa più politica e più democratica») –, e hanno seriamente lesionato le società europee: educazione, ricerca, sanità, lavoro, pensioni, diritti, sono stati colpiti da politiche restrittive e deflattive che per salvare la moneta unica hanno determinato impoverimento, disuguaglianze, inoccupazione, incertezza esistenziale nel ceto medio e fra i lavoratori, e perfino abbreviazione dell’aspettativa di vita in alcuni Paesi, fra cui l’Italia. Né si vedono sviluppi positivi: è il modello economico in quanto tale ad essere deflattivo, e a non privilegiare né la crescita né la ridistribuzione della ricchezza.

A ciò si deve aggiungere la sfida geopolitica che proviene dall’arco di crisi economica e militare che, dalla Libia al MO, riversa sull’Europa migranti senza interruzione; un disordine radicale che, insieme alle lacerazioni interne alle nostre società, è una delle cause di un terrorismo difficile da sradicare. Alla povertà, all’incertezza, si sommano così anche intolleranza, xenofobia, paura: il legame sociale e la lealtà verso la democrazia ne sono messe a repentaglio.

Il referendum britannico sull’Europa è stato l’occasione per esprimere una protesta anti-sistema, perché oggi chi si percepisce escluso dalla cittadinanza (nazionale o europea che sia) non ha a disposizione spazi e canali politici per entrare nel «merito» (il Regno Unito era di fatto già esonerato dai vincoli più gravosi della Ue) ma sente di poter ricorrere solo a un semplificato conflitto frontale: e la Ue tecnocratica e ordoliberista non è stata vista come la soluzione dei disastri imputabili alla tradizione neoliberista thatcheriana e ai suoi sviluppi successivi, ma come anch’essa parte del problema. Che quel conflitto assuma, nel Regno Unito e altrove, tratti nazionalistici è dovuto a un ovvio riflesso difensivo e identitario (che in alcuni Paesi dell’Est ha raggiunto livelli preoccupanti), e al fatto che la sinistra non è pronta a raccoglierlo e a interpretarlo, e anzi ne è travolta.

In generale, il cleavage destra/sinistra (strutturalmente ancora centrale, perché esprime la contraddizione fra i pochi ricchi e le vaste masse escluse da ricchezza, influenza e speranza) resta soffocato dal cleavage sistema/anti-sistema, che invece trova sempre una via per manifestarsi, o in un referendum o in un programma elettorale; e attraversa e scompagina i partiti di destra e di sinistra (oltre che la stessa unità politica del Regno Unito), e fa temere la possibile fine dell’ordine post-1989 – appunto, la Ue –.

In questa fine è coinvolta anche la democrazia, che risulta due volte spettrale: sia perché è ora negata di fatto (e ridotta a post-democrazia) da neoliberismo, ordoliberismo, burocrazia e tecnocrazia, sia perché la reazione contro questa negazione è populistica, ovvero non solo non è più iscrivibile nel codice binario destra/sinistra, ma è anche disponibile ad assumere forme non democratiche.

In Italia il bipolarismo destra-sinistra di età berlusconiana (inconcludente, peraltro) si è modificato; oggi la polarizzazione è tendenzialmente tra i partiti del sistema (Pd, Ncd e gruppi di centro) e i partiti anti-sistema (M5S e Lega – a prescindere dal fatto che siano veramente anti-sistema o che lo vogliano solo far credere –), i quali competono lungo l’asse stabilità/caos (dal punto di vista dell’establishment) oppure status quo/cambiamento (dal punto di vista dell’opposizione); insomma, tra le forze degli have e degli have-not, fra chi ha qualcosa, o spera di averlo, e chi non ha nulla, o teme di essere sul punto di perdere quanto ha; tra le élites, e chi spera di entrare a farne parte, e il popolo. Un conflitto frontale, semplificato, senza sfumature né dialettica, povero di cultura e ricco di potenziale violenza.

Questa polarizzazione grava sugli schieramenti politici italiani: infatti anche la destra tradizionale come Fi, che cerca di costituire un terzo polo moderato, dovrà allearsi con Salvini; ma se la Lega non rinuncerà alla propria virulenta protesta, allora o il terzo polo fallirà, e Fi e Pd si troveranno dalla stessa parte (anche senza che sia stato formalizzato un nuovo patto del Nazareno), oppure Fi sarà subalterna alla Lega, e quindi dei tre poli della politica italiana due (M5S e destra) saranno anti-sistema.

Il cleavage sistema/anti-sistema coinvolge anche SI, che ambisce a essere il quarto polo della politica italiana, per leggere da sinistra la crisi strutturale del presente, e che quindi non vorrebbe schiacciarsi a priori né sul Pd né sul M5S. Eppure, anche SI difficilmente si può sottrarre a quel cleavage e alla semplificazione che vi è contenuta: infatti, la legge elettorale consentirà forse l’esprimersi di un po’ di pluralismo al primo turno, ma certo costringerà partiti ed elettori a scegliere al ballottaggio; e la decisione sarà fra sistema e anti-sistema. E non è detto che chi giungerà alla scelta articolando «distinguo» sia premiato dai cittadini: come dicono i tedeschi In Gefahr und grösster Not bringt der Mittelweg den Tod – nel pericolo e nel più grande bisogno la via di mezzo conduce alla morte –.

Alcune conclusioni. Da un punto di vista storico, emerge l’enorme responsabilità politica della sinistra che negli ultimi decenni si è affidata alle forze neoliberiste e ordoliberiste, sperando di ammorbidirne le asprezze, anziché denunciarne le logiche che mandavano a pezzi quel modello di società e di Stato sociale che proprio la sinistra ha contribuito a creare durante i «Trenta gloriosi». Ciò purtroppo rende oggi poco credibile chi, in Italia e in Europa, vuole intercettare e indirizzare la protesta anti-sistema richiamandosi alla sinistra.

Da un punto di vista politico, poi, in assenza di una ripresa economica socialmente percepita – che cioè comporti non solo aumento del Pil ma anche restituzione di reddito, diritti e posti di lavoro a chi ne è stato privato –, il conflitto tra forze del sistema e forze anti-sistema pare aperto a ogni risultato elettorale: per colpa delle proprie interne contraddizioni il sistema non ha più tutte le carte in mano (benché in Italia la mancanza di una realistica alternativa all’euro possa forse rendere i cittadini più prudenti degli inglesi nella protesta, come del resto è appena successo in Spagna).

Infine, per restare nella logica della chiarezza delle scelte: Renzi – che alle elezioni amministrative ha sperimentato a quali rischi vada incontro il Pd trasformato in «partito del sistema» – cerca ora di proporsi, a parole, come parzialmente anti-sistema, e afferma che il Fiscal compact è stato un errore. Sia quindi lecito auspicare che almeno questa volta il rottamatore abbia il coraggio di passare dalle parole ai fatti; e se proprio vuole mettere la mani sulla Costituzione, cominci col rottamare l’articolo 81.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 28, 9 luglio 2016, con il titolo Non è più destra contro sinistra, è sistema anti-sistema.

Un nuovo partito della Sinistra per non morire renziani o grillini

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Stretta fra il Partito della Nazione (il Pd di Renzi, e le sue recenti annessioni di ex-berlusconiani) e il Movimento della Nazione (il M5S, ambiguamente estraneo alla dicotomia destra/sinistra), orfana della destra – federata a suo tempo dal Cavaliere ma ora divisa fra moderati ed estremisti –, l’Italia ha bisogno di Sinistra. Di un quarto polo che sparigli il sistema politico, che ora si divide tra forze del sistema (il Pd e vari pezzi della destra) e forze antisistema (M5S e Lega), restituisca alla politica la sua complessità, e faccia ri-emergere la dicotomia destra/sinistra, oggi oscurata ma non scomparsa.

Per realizzare questo obiettivo strategico il partito nuovo della sinistra deve farsi carico di alcuni compiti. Il primo dei quali è ripoliticizzare la società, ovvero dare orientamento, direzione, coerenza, al malessere – all’apatia, alla ribellione, alla disaffezione, alla paura, alla sfiducia – che la attraversa, alimentato dalla crisi strutturale del neoliberismo e dell’ordoliberalismo che all’euro è sotteso: una crisi che produce scarsità di lavoro, disoccupazione, povertà, disuguaglianza, e accorciamento delle aspettative di vita. Finora questo malessere si è espresso secondo le coordinate del neoliberismo imperante: come insoddisfazione individuale rivolta contro i politici in quanto personalmente corrotti, con l’implicita accettazione dell’attuale assetto dell’economia in quanto «naturale». Una ribellione passiva, quindi; che si manifesta o con l’astensione elettorale o con il voto a un movimento antisistema o ancora con la protesta estremistica di destra – alimentata dall’emergenza migranti che si somma con l’emergenza sociale –. Una ribellione che deve diventare attiva.

Il secondo compito è democratizzare la democrazia, che va sottratta alla trasformazione da democrazia parlamentare – prevista dalla Costituzione vigente – in democrazia d’investitura, o in democrazia plebiscitaria, quale è disegnata dalla riforma renziana. Da democrazia dei partiti, cioè della partecipazione e della mediazione, in democrazia del Capo e del suo rapporto immediato (in realtà, attraverso i media, di cui è l’assoluto padrone) con le masse passive. Una deriva che è da bloccare con fermezza e inventività.

Questi compiti devono certo acquistare sostanza attraverso «politiche» – su salute, scuola, lavoro, pensioni, sicurezza – ma hanno a che fare con la riattivazione della «politica» stessa, e con la sua forma tradizionale: il partito. Grazie al quale l’insoddisfazione diffusa possa diventare mobilitazione, orientata da analisi non mainstream, e organizzazione efficace che aggreghi lotte, destini, speranze. Un partito che abbia un’identità ma che non sia di testimonianza, che rifugga da reducismi e da velleitarismi, che sia radicale senza essere estremista; che si candidi a intercettare i voti degli elettori di sinistra delusi dal Pd e di chi vuole protestare contro l’attuale assetto della società e dell’economia, ma non si fida dei «cinquestelle». Un partito non «della nazione» ma che esprima un «punto di vista», un interesse collettivo determinato.

Naturalmente, il processo costituente di questo partito incontra ostacoli. Il primo è la legge elettorale, congegnata come scontro (al ballottaggio, praticamente inevitabile) fra due partiti: una versione rozza e semplificata della politica, che penalizza chi si presenta come forza critica, probabilmente minoritaria e quindi potenzialmente ricattabile sul tema del «voto utile». Il secondo è la resistenza di piccoli soggetti identitari a entrare in un processo di aggregazione più vasta; personalismi, settarismi, rancori, gelosie, dogmatismi ideologici, fanno parte della storia della sinistra, e continuano a pesare e a dividere. Il terzo ostacolo è ancora più grave, ed è costituito dalla sfiducia dell’elettorato verso la politica in generale e verso la sinistra in particolare. Una sfiducia determinata dalla lunga stagione in cui la sinistra ha avallato ogni idea neoliberista, ogni trasformazione politica, sociale ed economica orientata a principi, valori e interessi ostili o estranei alla dimensione pubblica, al welfare e alla stessa democrazia parlamentare, finendo per negare se stessa (appunto, la parabola del Pd); e determinata anche dalla «inattualità» della sinistra, dalla sua nobile pretesa di coniugare teoria e prassi, analisi e intervento politico; una pretesa controcorrente rispetto alla politica spettacolo, alla politica-spot, al populismo e al decisionismo, davanti a cui la sinistra rischia di apparire non solo inaffidabile e improduttiva ma anche obsoleta, incapace di comunicare se stessa agli uomini e alle donne di oggi. Si aggiunga a ciò – quarto ostacolo – la difficoltà che il nuovo soggetto incontra a rendersi visibile nel sistema dei media, e ad avanzare poche proposte forti che «buchino» gli schermi.

La consapevolezza di questi ostacoli è presente nella fase costituente del partito, che prevede sia momenti organizzativi classici (il tesseramento, le assemblee regionali, il congresso fondativo) sia nuove forme di collaborazione e di partecipazione (la piattaforma elettronica). Ed emerge come tensione non solo a proposito delle alleanze col Pd (al momento impossibili a livello politico ma divisive a livello amministrativo) ma anche della qualità e della fisionomia del partito nuovo, se debba essere più vicino a movimenti come Podemos o Syriza (già questi diversi tra di loro) o a forze strutturate come la Linke. Se il linguaggio della sinistra e la stessa parola «Sinistra» siano adeguati al momento storico, o se debbano essere aggiornati o del tutto re-inventati (e come).

A queste tensioni si darà certo una soluzione di compromesso – soprattutto se la sinistra troverà quel leader che ora le manca (altro ostacolo non da poco) –. Ne va della credibilità del nuovo soggetto, della sua capacità di parlare alla sua platea elettorale, potenzialmente vasta e certamente plurale. Per essere vivo e vitale, infatti, una forza politica non può fondare la propria esistenza solo sul bisogno «oggettivo» che di essa si manifesta nella società: deve sapere anche essere «soggetto», incontrare attivamente la storia presente e progettare credibilmente quella futura. Di élites senza popolo, di generali senza esercito, di partigiani senza consenso, non sappiamo più che fare.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 19, 7 maggio 2016.

Democratizzare la democrazia

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Vediamo, per cominciare, di provare a definire che cosa è democrazia – quella di oggi, per non avviarci su strade troppo complesse –. Per democrazia noi abbiamo inteso un certo equilibrio fra alcune delle strutture e delle invenzioni più importanti e significative prodotte nell’età moderna. Queste invenzioni sono: lo Stato sovrano; il mercato e il capitalismo; le diverse forme della soggettività – il soggetto individuale, il popolo, i partiti –; la tecnoscienza.

Queste quattro invenzioni strettamente correlate fra di loro, ma non sempre sincrone nel loro procedere, hanno conosciuto forme di equilibrio – particolarmente per quanto riguarda il secondo dopoguerra – che possono essere così descritte: un profilo ideologico minimo di riconoscimento e accettazione dei ritrovati della modernità (perché ci sia democrazia non è pensabile che la cultura politica sia generalmente informata a posizioni antimoderne, tradizionaliste, teocratiche e via dicendo); alcuni assetti istituzionali specifici che comprendono certamente la statualità e la sovranità, ma anche un’articolazione di questa nei tre poteri classici oltre alla presenza dei partiti come trait d’union permanente e strutturato fra la società e le istituzioni.

Poi, perché ci sia democrazia, ci deve essere un determinato assetto del capitale. Dando per scontata la non avvenuta eliminazione del sistema capitalistico (la sconfitta storica del comunismo reale), e quindi parlando di liberaldemocrazie con un nucleo economico capitalistico, noi sappiamo che questo nucleo sicuramente non può determinare le priorità del sistema politico e sociale: il profitto non viene prima dei diritti.

Infine – fondamentale – pluralismo: non esiste democrazia se non c’è pluralismo culturale e sociale. Può esistere uno Stato di diritto senza pluralismo, ma democrazia vuol dire tutto quello che abbiamo detto finora più una società ricca di diversi, autonomi centri di potere sociale e di sapere intellettuale e scientifico. Per cui è necessaria una reale diversificazione della proprietà dei media; una reale libertà di insegnamento e di ricerca; insomma, diverse culture in concorrenza e in coesistenza; un sapere diffuso e partecipato, non reificato e non chiuso nei laboratori e nelle accademie (che devono esistere e funzionare, ma non come corpi separati e privatizzati).

Queste quattro invenzioni moderne, con questi equilibri, oggi non ci sono più. Noi assistiamo, sotto il profilo economico, a una esondazione delle priorità del capitalismo che ha sconfitto il lavoro – cioè il suo antagonista e al tempo stesso il suo fratello –, lo ha ridotto di entità e di importanza, con il conseguente aumento delle disuguaglianze economiche.

Per quanto riguarda le soggettività, si osserva che il soggetto moderno si è trasformato nel singolo individualistico; il popolo si è mutato in identità populistico-xenofoba, almeno come trend; e al contempo assistiamo alla sconfitta dei partiti. Che tutti ci stiamo interrogando sul «che fare?» nasce dal fatto che non esistono più le strutture ponte fra il sistema politico e la società – cioè i partiti –, e la sconfitta dei partiti ha molte cause, ma certamente in parte dovute a un’offensiva neoliberista (in parte a un interno disfacimento).

Per quanto riguarda lo Stato, c’è da segnalare una trasfigurazione profondissima. Mentre si riduce lo spazio del «pubblico» (le privatizzazioni, la sussidiarietà) lo Stato si distacca dalla società, e si trasforma da sistema della mediazione e della rappresentanza in sistema della decisione: le nostre «riforme» sono un esempio di questo processo. Anche il Parlamento – che propriamente è il luogo dove si rappresenta la sovranità del popolo, ma che realisticamente potrebbe essere una struttura intermedia fra la società e il governo – è gravemente indebolito nella sua funzione mediatrice (per la quale sono necessari i partiti).

Quindi: verticalizzazione, spostamento verso la decisione, erosione notevole dello Stato di diritto e spostamento del baricentro della politica verso l’eccezione – non verso la norma –, per non parlare della corruzione che è fenomeno gravissimo e che tuttavia è in realtà legato alla debolezza del sistema politico.

Infine, il pluralismo culturale nella società sta svanendo. In primo luogo, perché la società è debole, impoverita dalla crisi economica e dalla ritirata dello Stato dalla società. Non a caso, dentro la società si spengono invece che accendersi centri di sapere – basti pensare alle sorti degli istituti culturali –. In secondo luogo, perché il pensiero è ormai «unico»; o è tecnoscienza progressivamente sottratta allo spazio pubblico statale e confinata in istituzioni private e o simil-private «d’eccellenza»; o è intrattenimento e ideologia surrettizia, prodotta e veicolata da media che fanno parte in modo strutturale dell’establishment. La vecchia idea liberale secondo cui i Partiti, il Parlamento e la Press (la stampa), queste tre «P», costituivano l’essenza della democrazia non sta più in piedi. Oggi viviamo dentro una sorta di continuum triforme costituito, senza soluzione di continuità, dal potere economico-finanziario, ma anche padronale alla vecchia maniera; dal potere politico – indistinto, senza che vi sia più distanza fra esecutivo e legislativo –, che è il potere meno efficace; e dal potere mediatico, che conta molto perché controlla e detiene l’agenda del discorso politico e della politica. Ma il potere mediatico è nelle mani del potere economico, e il cerchio del continuum si chiude.

Dentro questo continuum quello che abbiamo definito «democrazia» permane – e io qui devo rendere omaggio a Colin Crouch – come fantasma, ovvero come «postdemocrazia», come apparenza di democrazia, come permanere di forme prive dei vecchi contenuti. Finora pochi – anche se stanno aumentando – in Occidente (in Russia e in Cina le cose stanno altrimenti) si concentrano nell’inventare una narrazione politica veramente alternativa alla modernità e ai suoi principi. Finora è stato sufficiente lasciare che si sviluppassero alcune derive che erano implicite in quei principi. Infatti, la distruzione semi-soft della democrazia – la scomparsa dei soggetti, il trionfo dell’utilitarismo in generale e in concreto dell’utilità dei pochi, la concentrazione del potere e della ricchezza – è uno sviluppo che in parte era scritto nelle origini del Moderno, almeno come possibilità, e in parte è frutto di una furiosa battaglia politica e culturale scatenata negli anni Settanta del Ventesimo secolo e vinta dai capitalisti con sconfitta totale e radicale – per ora – della sinistra e del mondo del lavoro. Alla determinazione relativizzante del «per ora» tengo parecchio, e per convinzione e per appartenenza politica. Ma insomma di sconfitta si dovrà ben parlare; si può mettere la cesura dove si vuole ma certo un «prima» e un «dopo» si distinguono con chiarezza.

Come se ne viene fuori? Come è stato complesso costruire quell’equilibrio fra parecchi principi e parecchi ingredienti della modernità, così ora dobbiamo evitare che la grande vittoria del capitalismo (e la sua crisi sopravvenuta) si riveli la via attraverso la quale tornano in gioco le posizioni della destra estrema e oltranzista. Infatti, su una società impoverita dallo sviluppo mancato del capitalismo  dallo sviluppo promesso e non realizzato , su questa società che non crede più né in se stessa né nella politica, si abbattono i frutti di una catastrofe geopolitica del Nord Africa, del Corno d’Africa, del Vicino oriente, del Medio oriente. Una catastrofe che è stata determinata – anch’essa – dalle politiche delle potenze occidentali e delle potenze regionali, che hanno destabilizzato equilibri precarissimi che erano nati poco dopo la fine della Prima guerra mondiale. Questa distruzione di equilibri produce l’arrivo in Europa di qualche centinaio di migliaia di disperati all’anno, che mettono sotto stress non solo l’Unione europea, ma le democrazie dentro gli Stati: sulla paglia infiammabile della povertà e della frustrazione si abbatte l’innesco incendiario della migrazione e del terrorismo, capaci di generare paure, isterie, xenofobie e in generale chiusura degli spazi democratici. Infatti, insieme ai migranti coatti ci sono i terroristi: si tratta di realtà e di fenomeni diversi, e che tuttavia non è facile tenere distinti davanti a un’opinione pubblica che è così duramente e giustamente colpita dall’emergere crescente di una instabilità strutturale tanto dell’assetto capitalistico, quanto della erosione della sicurezza democratica degli Stati europei.

In politica l’instabilità è un male. È un bene soltanto per i pochi geni rivoluzionari che sanno approfittarne per fare una rivoluzione e portare il mondo a un ordine nuovo. In assenza di questi personaggi – e ricordiamo che in ogni caso si tratta sempre di passaggi sanguinosi – il nostro problema è di ripristinare un equilibrio democratico che è stato squilibrato, prima dalla vittoria del capitalismo, poi dalla sua crisi, poi dalle catastrofi geopolitiche. Senza un nuovo equilibrio democratico, l’avranno vinta quanti, fuori d’Europa ma anche dentro, stanno già preparando nuove narrazioni e nuove politiche apertamente antidemocratiche, xenofobe, razziste, autoritarie: la istituzionalizzazione degli squilibri, delle ingiustizie, delle paure che costituiscono il panorama presente e futuro delle società europee.

Quindi, si deve cercare di riportare il capitale a un ruolo compatibile con gli interessi di tutti, cioè col bene comune – sconfiggendo le disuguaglianze e la stagnazione a cui portano le sue dinamiche ; si deve rafforzare lo Stato, non nella sua capacità di decisione eccezionale ma nella sua funzione di mediazione, di inclusione, di limitazione del privato esondante e di costruzione anche economica del «pubblico»; e si devono assolutamente reinventare i partiti, aperti alla società ma anche capaci, con la loro permanenza, di dare continuità a ciò che di effervescente ma anche di effimero si muove nella società, e di consentire così un vero dialogo fra politica e cittadini.

Abbiamo poi bisogno di riportare la società a un nuovo equilibrio pluralistico della cultura. Tutte le concentrazioni dei mezzi di comunicazione, che stanno oggi avvenendo, sono altrettanti attentati alla democrazia. Dunque, l’insegnamento e la ricerca pubblica vanno potenziati, non indeboliti. Pluralismo culturale, inoltre, vuol dire che non si possono lasciar morire gli istituti culturali presenti nel nostro Paese: sono un bene profondo e radicale, e non sono esornativi, ma sostanziali.

E dobbiamo re-imparare a far sì che le persone tornino a essere soggetti moderni, contraddistinti non dal narcisismo o dalla depressione, ma dalla autonomia. E a questo fine c’è solo la scuola, e i tempi sono lunghi: la «buona scuola» sarà quella che insegna l’autonomia non l’autoimprenditorialità. Senza dimenticare che non c’è buona scuola se non c’è buona società: infatti, autonomia vuol dire darsi la legge da se stessi, cioè essere talmente equilibrati da saper essere signori di se stessi. E questo obiettivo umanistico lo si può raggiungere (forse) solo se si realizzano le condizioni politiche, economiche, istituzionali e culturali che aiutano a non rimanere schiacciati nella paura quotidiana della povertà, della precarietà, e, oggi, anche degli attentati – insomma, il nostro obiettivo deve essere l’articolo 3 della Costituzione finalmente realizzato –. Il pluralismo culturale democratico, infine, implica la critica, cioè il sapere che non c’è un solo punto di vista (presunto “oggettivo”) da cui guardare la società, ma ce ne sono molti a seconda del luogo dove si è collocati nella società, e che vanno sostenuti perché il pluralismo è la nostra vera ricchezza.

Ri-democratizzare la democrazia è un’idea meravigliosa. È il nostro compito storico. Dobbiamo riuscirci prima che le forze della destra estrema tornino a dettare l’agenda degli Stati europei.

Relazione presentata al seminario Democratizzare la democrazia (Roma, Sala Aldo Moro, Camera dei deputati, 23 marzo 2016).

Politica e sindacato

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Non basta tenere i fermi i principi fondamentali della Carta costituzionale perché si possa dire che non si cambia la sostanza della Costituzione. Questa è modificata radicalmente anche se si lascia invariata e intatta la lettera dei principi fondamentali. Il principio fondamentale che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» ha di per sé un contenuto decisivo, che è precisamente ciò di cui stiamo parlando: cioè il rapporto fra politica e lavoro. Ma non è sufficiente lasciare questo contenuto decisivo scritto così com’è. Questa affermazione di principio trae il proprio senso sia dalla concreta articolazione dei poteri dello Stato sia dalla reale strutturazione della società e del sistema produttivo. Ed è lì che è cambiato tutto.

«Repubblica fondata sul lavoro» vuol dire che la Costituzione della Repubblica italiana si fa carico di erigere un’architettura specifica intorno a un principio che distingue la civiltà moderna dalle altre forme di civiltà: il lavoro entra in modo costitutivo dentro la politica − cosa che, come ha sottolineato tra gli altri Hannah Arendt, non appartiene a buona parte della tradizione dell’Occidente −. La tradizione pensa prevalentemente la politica come qualche cosa di distinto dal lavoro, come due ambiti che non si incontrano − in modi diversi nella cosiddetta Antichità e nel cosiddetto Medioevo − e che meno che mai si sovrappongono, e che ancor meno sono la stessa cosa. Nel mondo antico la politica è gestita soprattutto − tranne nel caso dell’autorappresentazione della democrazia ateniese in Pericle − da coloro che non lavorano. Nel mondo medievale la politica è appannaggio o indirettamente degli oratores (la gerarchia della Chiesa) o direttamente dei bellatores (le aristocrazie laiche), ma non dei laboratores, con l’eccezione dell’autogoverno dei Comuni italiani e delle città anseatiche, che ha dato un contributo assolutamente decisivo alla civiltà occidentale, ma che si trova testimoniato soltanto in alcune aree dell’Europa. In ogni caso, è solo in età moderna che si afferma apertamente l’idea che la politica e il lavoro coincidono: cioè chi fa la politica sono proprio quelli che lavorano. In Olanda, in Inghilterra, in Francia, nei due secoli cruciali dell’età moderna, il Seicento e il Settecento, si formano le pratiche e le idee adeguate a questa grande trasformazione. E infine anche la nostra Costituzione, tutta moderna, può apertamente affermare che ciò che ci fa stare insieme politicamente non è né una generica socievolezza (l’uomo è un animale sociale) né è legato alla natura (la razza), all’economia (il mercato), alla trascendenza (la religione) o alla storia (la nazione): il fondamento del legame sociale e politico è il fatto che lavoriamo. Se per miracolo non fossimo costretti a lavorare, dice la nostra Costituzione, non ci sarebbe politica.

La politica è la coesistenza organizzata di quelli che lavorano. Ciò ha una triplice valenza. La prima è che il lavoro è e resta anche un fatto individuale. Si lavora per mangiare, per portare a casa lo stipendio grazie al quale vivono il lavoratore e la sua famiglia. Ma vi è un altro principio collegato al lavoro: il lavoro è parziale, non è immediatamente un principio di uguaglianza. Anzi, è attraverso il lavoro che passano le disuguaglianze. È lo spazio di differenze potentissime − soprattutto la differenza di collocazione all’interno del processo produttivo −. Terzo punto: nonostante sia un fattore individuale, nonostante sia un elemento di parzialità e, diciamolo, di conflittualità, che potenzialmente divide la società, nondimeno il lavoro è anche il fondamento dell’intero, il fondamento della Repubblica tutta quanta. Che non è una Repubblica di lavoratori: è una Repubblica del lavoro. Voi lo sapete che c’era stato il tentativo comunista di scrivere in Costituzione che l’Italia è una «Repubblica dei lavoratori»: era chiaramente una indicazione di parte, che generava perplessità insuperabili, risolte invece con la mediazione democristiana che ha proposto il testo che ancor oggi resiste.

Da ciò deriva che il lavoro ha bisogno di una doppia rappresentanza, sindacale e partitica. L’elemento sindacale è quello in cui il lavoro si manifesta nella sua concretezza materiale, nella sua particolarità individuale, territoriale e di classe (o in ogni caso di ambito sociale definito). Anche se in Italia fin da subito il principale sindacato ha scritto nella propria sigla la parola «generale», tuttavia il sindacato rappresenta il lavoro nella sua dimensione individuale − cioè il sindacato è un’istituzione a cui si rivolgono i singoli lavoratori a presentare dei problemi − e nella sua dimensione di parzialità anche aspramente conflittuale, perché il sindacato insegna a ciascun iscritto che il problema del lavoratore non è soltanto individuale, ma è anche il problema di quelli che fanno la stessa cosa che fa lui; cioè gli dà una disciplina e una carica di conflittualità che dunque esclude l’elemento della generalità politica. La generalità sindacale significa solo (e non è poco) che il sindacato si candida a non essere corporativo, a tenere presenti le ragioni di tutti i lavoratori. Ma a fianco di un sindacato è necessario un partito, che − nella misura in cui è il partito dei lavoratori, e dunque è un partito di «parte» − sia capace di tradurre la parzialità che è intrinseca al lavoro concreto in un progetto generale di società. Cioè che sia capace di rappresentare il lavoro non nella sua materialità empirica − a quello ci pensa il sindacato −, ma nella sua idealità: nell’idea, cioè, che il lavoro è l’unico titolo di cittadinanza.

Ciò è possibile grazie al fatto che − e questo è ancora più importante −, oltre al partito, oltre al sindacato, esiste lo Stato, cioè il sistema delle istituzioni. Le quali di per sé non sono parziali, sono universali e si presentano − queste sì − uguali per tutti. L’idea marxiana che lo Stato sia di parte proprio nel suo essere universale (cioè nel trattare in modo uguale i cittadini socialmente diseguali) era vera quando fu elaborata (dai primi anni Quaranta dell’Ottocento): noi oggi dobbiamo credere che lo Stato sia capace (e che lo debba fare, che lo voglia fare) anche di rimuovere attivamente le radici della disuguaglianza per dare concretezza sociale ai diritti astratti e formali secondo l’intuizione di Marshall (Cittadinanza e classe sociale) e secondo l’art. 3 della Costituzione. Ma le istituzioni nel loro presentarsi uguali per tutti sono prive di energia politica, come una colonna: che c’è, serve a tenere in piedi un edificio, ma non ha in sé energia. Alle istituzioni l’energia politica − che è necessaria a svolgere il compito dell’uguaglianza attiva, e che è sempre un’energia di conflitto, di orientamento, di parzialità − è fornita dai partiti che, quando vincono le elezioni, governano in un certo modo o in un altro. Quindi perché la frase «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» abbia un senso sono necessarie alcune evidenze sociali, economiche, politiche, istituzionali: è necessario il lavoro, per cominciare; è necessario l’individuo interessato, al limite l’individuo che si identifica con il lavoro; è necessario il sindacato; è necessario il partito; è necessario lo Stato, che è universale e stabile − come dice la parola − e che trae la propria energia dal partito che invece è di «parte» − come dice la parola −.

Di tutto ciò oggi non è rimasto nulla, o quasi. Infatti, la Costituzione è stata scritta in un’epoca diversa dalla nostra, in un differente orizzonte culturale e civile. È stata scritta dentro la «terza rivoluzione» del Novecento (quella socialdemocratica), e noi invece stiamo abitando la fase terminale (ma non finale) della «quarta rivoluzione» (quella neoliberista). È stata scritta deliberatamente come impianto del primo esempio italiano di Stato democratico-sociale. Fino a quel momento l’Italia aveva conosciuto forme di Stato che non erano né democratiche né sociali: quando erano democratiche non erano sociali (i liberali, anche i più democratici, non riuscirono a costruire uno Stato capace di includere la società), e quando erano sociali (le politiche sociali del fascismo) non erano democratiche.

Noi oggi non abbiamo il lavoro, perché il capitalismo nei Paesi dell’Occidente sviluppato ha molto meno bisogno di lavoro. Inoltre, non abbiamo il soggetto esistenzialmente interessato al lavoro. Il soggetto, oggi, percepisce il lavoro quasi solo come uno strumento per vivere al di là del lavoro, nella quotidianità del privato. Questa debole identificazione del soggetto singolo col lavoro fa parte − come l’assenza di lavoro, perché il modello economico ne ha bisogno meno − della civiltà nuova dentro la quale ci troviamo a vivere.

Che cosa sia rimasto dei partiti è poi inutile che ve lo dica: è rimasto ben poco. Sono diventati comitati elettorali di un capo a livello nazionale, e agglomerati di potere affaristico-amministrativo, ora legale ora illegale, nei territori.

Infine, che cosa è rimasto dello Stato? Poco. Lo Stato ha devoluto pezzi piuttosto notevoli della propria sovranità, dopo quella strategico-militare perduta con la sconfitta della guerra. Ha devoluto anche la sovranità che consiste nella capacità di esercitare la politica economica e, insieme ad essa, la politica monetaria, come se avesse perduto un’altra guerra. La politica monetaria non la facciamo più, ci siamo autovincolati allo schema liberale (più precisamente ordoliberale) che nella nostra storia era stato perseguito soltanto dalla destra di Quintino Sella, di Einaudi e di Vanoni (lo schema del controllo della massa monetaria e dell’intervento dello Stato nell’economia non a scopi propulsivi ma soltanto a scopo di moderazione salariale e di abbattimento delle soglie di intervento pubblico). Come principio fondamentale di politica economica abbiamo quello di non farla, perché ci siamo vincolati, con i Trattati europei, a una matrice intellettuale e pratica (ancora una volta, l’ordoliberismo) che sostiene che il mercato è originario e che è il migliore produttore e distributore di ricchezza che esista al mondo, e che compito dello Stato è potenziarne lo sviluppo, e non metterci direttamente le mani. Nello specifico italiano, poi, la pubblica amministrazione è in condizioni rovinose; il mondo della scuola e dell’Università è deliberatamente trascurato con investimenti che ci mettono all’ultimo posto in Europa insieme alla Grecia; e il mondo produttivo non assorbe i laureati (chi si laurea resta disoccupato almeno tre anni dopo la laurea).

È successo che la «quarta rivoluzione», la rivoluzione neoliberista, domina la società e domina anche le menti. Sull’idea che tutto quello che abbiamo nominato − sindacato, partito e Stato − non sia altro che sovrastruttura (come in un marxismo rovesciato) che aliena parassitariamente e burocraticamente la libertà, la potenza, l’entusiasmo, l’energia che sta in ciascuno di noi, è fondato il neoliberismo dal punto di vista soggettivo. Quando si riesce a far credere a tutti (o a molti) che il sindacato e il partito sono i nemici del lavoratore e del cittadino, e che è bella e buona cosa che il singolo entri nel mercato del lavoro fidando baldanzosamente solo in se stesso e nella propria capacità di avere successo, coloro che hanno posizioni dominanti hanno già vinto in partenza. Nella fase euforica del neoliberismo, dagli anni Ottanta alla Grande crisi, le cose funzionavano appunto così. In quella fase anche la sinistra non solo si era convertita all’idea che la libertà individuale stesse nella capacità di proiettare la potenza individuale nella società, ma aveva anche accettato l’idea che lo sviluppo economico, anzi ogni tipo di sviluppo − da quello economico-materiale alla crescita della ricchezza attraverso le bolle finanziarie −, fosse buono in sé. In ciò rendeva vere le indicazioni quasi profetiche di chi, nella cultura del primo Novecento, sosteneva che liberali e comunisti fossero la stessa cosa, e stessero soltanto facendo a gara a chi interpreta meglio la stessa ideologia del progresso e dello sviluppo tecnico-industriale (la elettrificazione del mondo). Quando la partita è stata decisamente vinta dai liberali, dalle liberaldemocrazie, dal capitalismo, a una gran parte della sinistra è stato facile arrendersi all’evidenza e aderire al partito dei vincitori, proponendo qualche piccola variante “sociale” al loro modello di sviluppo. E il pensiero critico si è rifugiato nel pensiero della decrescita, che non è un pensiero di sinistra. Mai e poi mai Marx avrebbe scommesso sulla decrescita: tutta la storia della sinistra è scritta alla luce dell’idea che la crescita produce le condizioni per la liberazione dei lavoratori (condizioni che la politica deve cogliere e realizzare).

Oggi, le idee della destra economica che hanno vinto negli anni Settanta sono pesantemente in crisi, ma restano prive di alternative credibili. Resta centrale, dopo tutto, la circostanza che la globalizzazione ha distrutto nei Paesi di antica industrializzazione i risultati delle lotte sociali di un secolo (non si enfatizzerà mai abbastanza che dal nostro punto di vista è l’esistenza di qualche centinaio di milioni di operai asiatici capaci di essere «l’esercito industriale di riserva», fuori dal perimetro delle socialdemocrazie europee, che ha consentito l’abbattimento dei livelli di tutela del lavoro occidentale). Oggi, nonostante i cattivi risultati del neoliberismo in generale e di quella specifica variante del neoliberismo che è l’ordoliberalismo (ovvero l’idea tedesca di capitalismo che abbiamo accettato e sottoscritto nei trattati istitutivi della Ue, dove sta scritto che l’Europa vuole essere «un’economia sociale di mercato altamente competitiva», che oggi implica salari relativamente bassi, concentrazione spasmodica sulle esportazioni, Stato impegnato a mantenere la stabilità della massa monetaria, quando vuole, sempre fatto salvo l’interesse nazionale germanico), in questo contesto di bassissima crescita, di disuguaglianze crescenti, di svalutazione del lavoro, di trasformazione radicale della democrazia, perché la sinistra non ha lo spazio politico che dovrebbe avere?

Perché è rimasta, io credo, nella testa degli italiani, della sinistra soltanto l’immagine terminale, cioè quella dei diadochi che si sono spartiti l’Impero di Alessandro con guerre intestine e odi funesti. Fuor di metafora: la generazione di dirigenti nazionali che ha gestito la sinistra dopo Berlinguer ha lasciato di sé un ricordo incancellabile negli italiani, e non è un buon ricordo. Dal rifiuto popolare di questo o di quel dirigente il passaggio al rifiuto della stessa parola «sinistra» è stato inevitabile, proprio perché dentro quella parola nessuno mai si è sforzato di mettere un programma di sinistra, ma, oltre alle sorti personali di alcuni dirigenti, solo politiche non certo di sinistra (fino al capolavoro di chi oggi detiene l’egemonia − poiché controlla di fatto quasi tutti i mezzi di informazione − che presenta come di sinistra l’abolizione dell’articolo 18).

È chiaro che se «sinistra» è proporre una lettura abborracciata, affrettata, patetica, dei testi della gerarchia cattolica (ignorando che la polemica anticapitalistica e antitecnologica è una costante del magistero della Chiesa, e che, anche se oggi è presentata in modo più accattivante, ha un fondamento teologico e dogmatico non certo di sinistra), non si va molto lontano. Ed è chiaro anche che se «sinistra» è rivendicare la fedeltà alla ditta − chiunque non sia emiliano non capisce l’intreccio di potere economico, amministrativo a guida partitica che in questa parola si compendia, e che è stato realizzato nella nostra regione e non altrove −, ovvero se è proporre il modello emiliano a tutta Italia, ciò è precisamente l’ipotesi che è stata sconfitta nel febbraio del 2013.

Allora, se non è proporre il pensiero critico del pontefice, e se non è proporre il modello emiliano, che cosa è sinistra? I cittadini non lo sanno, perché è stato loro detto che sinistra è sinonimo di totalitarismo, oppure che consiste nel riformare il Paese in sintonia con le esigenze del neoliberismo.

Il sindacato può essere un elemento di questa mancata risposta oppure un elemento positivo della risposta. Ovvero, può essere ciò che l’attuale forma politica gli chiede di essere: un sindacato di fabbrica, un sindacato dalla rivendicazione all’interno delle compatibilità del sistema, che accetta la gerarchia dei problemi posta in essere dall’attuale configurazione dei poteri. Questa gerarchia dei problemi non vede al primo posto l’occupazione; e non vede al primo posto la trasformazione del lavoro da mezzo di sussistenza a dimensione in cui si realizza il soggetto. Al primo posto c’è semmai la stabilità, la disciplina fiscale; al secondo posto la ripresa economica; solo al terzo posto c’è la nuova occupazione − che in ogni caso deve essere meno tutelata che in passato −. Questa è la gerarchia imposta del potere. Perché ci sia «sinistra» è necessaria una gerarchia alternativa: farla finita con il dogma della stabilità della massa monetaria e della disciplina fiscale; con l’assenza di politica economica; con la flessibilità del lavoro, con la sottrazione di diritti al lavoro, con la marginalità del lavoro. Ebbene, «sinistra» è dire queste cose, e non dirle perché ci sono dei «problemi» da risolvere ma perché si è padroni di un’analisi della società che dietro i problemi vede «questioni», contraddizioni, e che, soprattutto, vede la società come un campo di conflitto. Un conflitto in cui c’è chi ha vinto e ha messo le basi perché la sua vittoria non venga mai più messa in discussione. E in effetti questa vittoria del capitale è stata blindata dal quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione. Oggi tutto il processo legislativo culmina nel parere dato dalla Commissione VI (Bilancio), che deve garantire che un certo provvedimento non osta non tanto l’articolo 1 comma 1 della Costituzione, o l’art. 3, ma il comma 4 dell’articolo 81.

Sinistra è dire queste cose, e poi − potendo − farle. È ridare la sovranità al popolo, e non al capitale e al mercato; è ridare centralità al lavoro; è ridare parzialità al lavoro. Ma tutto ciò si può dire e fare soltanto se si hanno gli occhi per vedere, cioè se si è fuori dall’ideologia dominante.

In questo contesto, che cosa può fare il sindacato? Essere generale e parziale al contempo, e non lasciarsi imporre nulla di ciò che avete sentito, e anzi rispondere colpo su colpo, parola su parola. Per fare ciò è decisivo che il sindacato sia capace di elaborare cultura e di praticare formazione: non può essere solo un centro sociale, o di servizio, e neppure uno sfogatoio per lavoratori. Se non sarà produttore ed elaboratore di una cultura politica, sociale ed economica alternativa perderà la battaglia. Ancora più radicalmente, se non sarà capace di capire che c’è in corso una battaglia, la perderà; mentre la sua prima vera vittoria sarà la sua rinnovata consapevolezza, culturale e politica, che è in corso una guerra sociale.

Relazione tenuta a Bologna l’11 gennaio 2016 al convegno Cultura, lavoro, sindacato, organizzato dalla CGIL − Emilia-Romagna e da Editrice Socialmente, in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.

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