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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Che cos’è questa crisi?

I poteri mondialisti ed europeisti erano usciti parecchio ammaccati dalle elezioni del 2018, in cui aveva prevalso la ribellione popolare contro il paradigma economico vigente e contro le sue conseguenze politiche e sociali – la precarizzazione e l’indebolimento del lavoro e della funzione pubblica come risultato del vincolo monetario esterno hanno generato l’ormai ben noto momento Polanyi –. Privato del suo partito di riferimento, il  Pd clamorosamente sconfitto, l’establishment non era tuttavia rimasto privo di risorse e poteva contare su alcuni ministri, graditi anche al capo dello Stato. E su di un’incessante lavoro più o meno sotterraneo a vari livelli, interni ed europei, per imbrigliare l’azione non ortodossa del governo. Sottoposto a critiche giuridiche e morali sulla questione dei migranti e sfidato sul versante economico dalla Commissione che ha minacciato una procedura per deficit eccessivo, il partito più numeroso ma anche più debole, il M5S, ha fatto proprie le ragioni dell’establishment e ha impedito di fatto l’autonomia regionale rafforzata – forse non carissima a Salvini, cui tocca l’arduo compito di gestire una Lega proiettata oltre se stessa, cioè fortissima anche al Sud, e costretta quindi a una complexio, per cui non è culturalmente attrezzata, tra pulsioni anti-sistema e richieste del Nord liberista, embedded nell’economia tedesca –. E ha preventivamente bocciato la flat tax, questa sì di significato strategico per la Lega, in diretta opposizione all’impianto ordoliberista dell’eurozona, accettando dalla Commissione serie ipoteche sulla nostra libertà di manovra in sede di legge finanziaria. È quindi pura propaganda la tesi di Zingaretti che Salvini scappasse dalla finanziaria. Al contrario, la voleva fare senza condizionamenti, anche in extra-deficit (per non aumentare l’IVA).

Per reagire a questa situazione (e alle minacce trasversali di cui era fatto oggetto: il caso Savoini) e non solo per capitalizzare il consenso delle europee (finalità che certo sarebbe ridicolo negare), Salvini ormai accerchiato ha mandato in crisi il governo, fidando anche nell’interesse di Zingaretti a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate: con queste il segretario Pd avrebbe potuto sbarazzarsi dei renziani, che ora sono il sessanta per cento dei gruppi parlamentari. E il Pd si sarebbe attestato come secondo partito, partner minoritario di un quadro politico centrato sulla maggioranza quasi certa della Lega (con FdI ma senza FI), di cui sarebbe stato l’antagonista sistemico.

A questa prospettiva si sono opposti fulmineamente, sia  direttamente sia con i loro terminali italiani, i poteri europei – timorosi che l’Italia venisse consegnata all’ “uomo più pericoloso d’Europa”, proprio mentre l’Inghilterra se ne va e la Germania entra in recessione –, nonché Renzi, che è stato prontissimo a invertire la sua posizione sul M5S per sfuggire al rischio di venire cancellato dalla scena politica senza avere avuto il tempo di fondare un nuovo partito alla prossima Leopolda (e anche prontissimo, una volta ottenuto il risultato voluto cioè di non andare alle elezioni, a storcere il naso sull’alleanza col M5S, facendo capire che inizierà a proprio piacimento a minacciare di staccare la spina al governo, non appena il suo partito personale sarà pronto). E naturalmente si è opposto il M5S che si è visto minacciato di estinzione elettorale; e, insieme ai grillini, il premier Conte, oltremodo  versatile e ben appoggiato anche dalla Chiesa. Il governo giallorosso era quindi nelle cose. E rispondeva tanto ai timori dell’establishment quanto alle speranze di trascinare la legislatura (con riforme costituzionali ed elettorali) almeno fino  al 2022, anno di elezione del nuovo capo dello Stato, e di logorare nel frattempo Salvini all’opposizione, magari con qualche non implausibile intervento della magistratura.

Specularmente, Salvini ha dovuto ripiegare dall’aspirazione a essere l’unica forza di governo alla accettazione del ruolo di unica opposizione. Un cambio sfavorevole, ma non rovinoso. Sempre che la mancanza di potere non lo logori, e che si dia una strategia e una cultura di governo davvero nazionale ed egemonica, un po’ meno rudimentale di quella che ha fin qui dimostrato.

Ma se è saltata la trappola di Salvini, è fallita anche la contro-trappola di Di Maio, che ha fatto la voce grossa per imporre Conte come Presidente del Consiglio salvo accorgersi ben presto che sta nascendo in pratica un monocolore Pd, quasi tecnico, dato che Conte si sottrae all’appartenenza grillina e che non ci saranno vice-premier a marcare il territorio per il M5S. Una tardiva resipiscenza spiega le difficoltà frapposte da Di Maio al formarsi del nuovo governo, che vede il suo movimento alleato con l’arcinemico Pd (ancora sostanzialmente renziano), e quindi soggetto a logoramento del proprio consenso (dei votanti, non degli iscritti) e all’azione corrosiva dei ben più strutturati politici del Pd. Di fatto escono vittoriosi da questo round – oltre ai poteri europei – Renzi, Grillo e Conte, e sono sconfitti in grado diverso Salvini, Zingaretti (che vede crescere a dismisura il ruolo di Renzi) e Di Maio (oggettivamente ridimensionato  da Conte e Grillo). I liberi battitori e i devoti europeisti vincono sui  capi dei partiti. E questi, tranne la Lega, ne escono tutti divisi al proprio interno.

Quello che sta nascendo grazie al voto di Rousseau, largamente prevedibile, è un governo debole, tenuto insieme dalla paura della Lega ma attraversato dalla contraddizione fra la volontà di continuità dei grillini, che non possono rinnegare l’esperienza gialloverde, e la volontà di discontinuità del Pd, che a sua volta non può mostrarsi un mero sostituto della Lega. Debole e litigioso, quindi, come si comprende dall’estrema vaghezza compromissoria del programma, ma duraturo (almeno fino al 2022), che intanto avrà come risultato di rendere assai più difficile alla Lega conquistare le regioni rosse in cui a breve si vota: l’Umbria e soprattutto la crucialissima Emilia-Romagna. Nonché di varare una legge finanziaria “ragionevole”.

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Sotto il profilo sistemico e teorico si deve notare che il rifiuto di dare il via libera a nuove elezioni è in coerenza con le logiche di una repubblica parlamentare – tanto elogiata oggi da quanti tre anni fa la volevano superare con presidenzialismi e sistemi maggioritari – ma anche che tale coerenza ha senso finché non delegittima le istituzioni. Infatti da Mortati a Moro si è sempre attribuito al capo dello Stato un potere di scioglimento delle Camere determinato dall’esigenza che le maggioranze ivi espresse siano in sintonia con il sentimento popolare. Insomma, in tempi normali nulla quaestio: il popolo non ha diritto di votare quando il parlamento sa esprimere una maggioranza. Ma è lecito dubitare che sia normale, e non anomalo, il governo dei due partiti che hanno perso le ultime due elezioni: il  Pd nel 2018 (incredibilmente miracolato al di là di ogni suo merito), e il M5S nel 2019.

Il rischio della delegittimazione – politica, non formale – delle istituzioni c’è. Ed è potenziato da un’altra anomalia, che non viene neppure negata ma anzi accettata come anch’essa normale, benefica e autorevole. L’ingerenza di potenze e istituzioni straniere nel processo politico italiano, per orientarlo in senso contrario alla Lega che, costi quel che costi, a prezzo del sacrificio di ogni passata posizione e contrapposizione, non deve più gestire il potere. Con le cattive o con le buone, direttamente o indirettamente, togliendo o concedendo margini di spesa pubblica, l’Europa governa i nostri governi e ci tratta ora da provincia ribelle da domare ora da figliol prodigo da festeggiare. Senza esagerare, s’intende. Non è nemmeno il caso di appellarsi all’antico motto repubblicano non bene pro toto libertas venditur auronessuno ci offrirà tutto l’oro del mondo e rinunceremo alla nostra libertà per molto meno.

Nell’intreccio  di piccolezze domestiche e di rabbiosi poteri globali, di paradossi italiani e di crisi europee, si deve riconoscere che la costituzione politica in senso materiale del nostro Paese si configura oggi attraverso il determinante ritorno, dopo trent’anni di assenza, di una  conventio ad excludendum. Non più contro il PCI, ovviamente, ma contro la Lega di Salvini. Quel che resta da vedere è se questa esclusione sarà tanto assoluta e radicale quanto quella che colpiva il PCI, o se invece cadrebbe davanti a una eventuale vittoria elettorale della Lega.

In ogni caso, non  è sovranismo, qualunque cosa ciò significhi, sottolineare che non si governa in Europa con posizioni anti-europee; su questo terreno la volontà del popolo non è determinante. Il vincolo esterno dell’euro non è solo economico ma, ovviamente, anche politico. La nostra è in ultima istanza una democrazia protetta. Ovvero, l’Italia rischia di essere un protettorato, non tanto genericamente europeo quanto più specificamente delle due potenze sovrane più forti e intraprendenti in Europa: Francia e Germania, per quanto piene di problemi (dai gilet gialli al crescente peso elettorale di AfD, parallelo  alla lenta agonia di SPD e CDU).

Che il nostro Paese sia il ventre molle dell’Europa, o almeno la più debole delle grandi potenze europee, è cosa nota, ed è una storia vecchia quanto la nostra esistenza come Stato nazionale unitario. Ce ne siamo potuti parzialmente dimenticare solo quando eravamo immersi nel grande impero occidentale della superpotenza statunitense, e la Germania era divisa. Con l’unificazione tedesca e con la concomitante riconfigurazione del dominio americano in Europa, gli Stati nazionali hanno ripreso quasi del tutto il loro antico ruolo, servendosi di fatto della Ue e delle logiche dell’euro come di moltiplicatori delle rispettive potenze nazionali, in termini di spericolate manovre finanziarie fatte pagare ai debitori, e di assalti e acquisizioni verso le imprese (italiane) più appetibili. Una gerarchizzazione interna alla Ue che non ci vede certo fra i Paesi trainanti: e infatti di norma, verso di noi le regole, a partire da quelle economiche, si applicano (o se ne negozia onerosamente l’applicazione), verso altri si interpretano. Per invertire questo trend nell’ambito delle relazioni internazionali – dove vige, appena camuffata, la legge del più forte – dovremmo mettere mano a una profonda ristrutturazione del sistema-Paese (istruzione, ricerca, pubblica amministrazione, poteri locali, investimenti pubblici nelle infrastrutture) che i vincoli dell’euro rendono obiettivamente difficile, e che in ogni caso sembra al di là della capacità progettuale delle forze politiche.

Né si può far di conto sull’aiuto americano in chiave anti-Ue. Il trumpismo ideologico ed economico di Salvini non ha evitato l’endorsement di Trump al Conte-bis. Per gli USA l’Italia è solo una questione geopolitica. E Salvini che pure si è allineato con Trump contro Maduro è però inaffidabile sulla Russia. E tanto basta. Per di più, Trump ha sicuramente ricevuto da Conte promesse in senso anticinese.

Di pari importanza rispetto al condizionamento politico c’è, ovviamente, quello più generico dei mercati finanziari, benché parte delle reazioni di questi siano politicamente indotte. Si è perfino parlato di presentare il nuovo governo ai mercati, ben prima che al Parlamento. C’è un interessato autocompiacimento in questa servitù volontaria, in questa conclamata voluttà di abdicare alla funzione egemone della politica: la speranza di conservare, a dispetto di tutto, uno status quo che sfavorisce pesantemente il lavoro e la nazione, e favorisce solo le fasce sociali cosmopolite disposte ad accontentarsi di una posizione subalterna fra i beneficiati del gran banchetto globale.

Così, non soltanto la Lega deve attrezzarsi per una lunga traversata del deserto, e dotarsi di idee più che di slogan (ad esempio, su che cosa fare una volta allentati o rotti vincoli europei); non soltanto il M5S corre seri rischi di brusco ridimensionamento e di consegnarsi al Pd, il  quale  come al solito è destinato a governare senza un progetto chiaro, pur di conservare lo status quo, come una ri-edizione minimalista della Dc; non soltanto non esiste in Italia una posizione di sinistra; non soltanto siamo di fronte alla rivincita dell’establishment e del pensiero allineato contro un nemico inesistente (il M5S un tempo anti-casta e oggi membro subalterno di questa) e uno attualmente non fortissimo ma pericoloso per il futuro (la Lega); non soltanto i poteri indiretti e stranieri trionfano sul potere diretto del popolo; ma soprattutto questa crisi mette il Paese davanti alla propria debolezza internazionale e interna, una debolezza che non gli consente di affrontare nessuna delle questioni portate alla luce dalle elezioni del 2018: la mancanza di un centro stabilizzante del sistema politico e l’incapacità dei partiti e delle istituzioni a interpretare le difficoltà della società. Alla quale si risponde, in sostanza, che non c’è alternativa al paradigma dominante, per quanto sfavorevole esso sia (anche la Lega è un’alternativa solo parziale, più anti-ordoliberalista che non anti-neoliberista). Finché qualcosa non si spezza, o finché la via del declino non è imboccata irreversibilmente.

E invece di una nuova speranza, di una nuova politica, di una Grande Idea, dell’energia per un nuovo risorgimento, l’Italia avrebbe bisogno e, chissà, anche desiderio.

Dalla leadership al leaderismo

Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e  passioni socialmente diffuse ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle grandi crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra l’essenza storica di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di revanchedella Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; De Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene e nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza storica di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle  grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge  razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta quei processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive.

Questa non è storia di un passato remoto, di mitici Padri della Patria: è vicenda di ieri, delle nostre democrazie pluralistiche. Per limitarci all’Italia, si tratta di leader di partito che erano capaci di generare ammirazione, rispetto, identificazione sentimentale ed emotiva. Togliatti e Berlinguer, Nenni e Craxi, nella sinistra, e nel più cauto e oligarchico mondo democristiano, dopo De Gasperi, almeno Moro e Fanfani; e, inoltre, Almirante, La Malfa e Pannella. Erano leader in grado di destreggiarsi fra i notabili del proprio partito, di fronteggiare gli altri capi-partito, e anche di prendere grandi decisioni, di dare voce a esigenze realmente diffuse nella società (non tutte gradevoli, certo). Erano leader capaci di trasformare il Paese con la loro decisione, ma anche di costruire una rete di compromessi e di mediazioni; leader carismatici o semplicemente dotati di abilità e buon senso; leader divisivi o inclusivi; comunque sia, la politica in Italia si è sviluppata su ritmi socio-economici, ma ha marciato sulle loro gambe, senza, tuttavia, che i leader si sostituissero alle istituzioni e ai partiti.

Si tratta, infine, di leader dagli stili molto differenti ma che hanno saputo essere popolari – non solo, quindi, grandi tecnocrati di Stato – e al tempo stesso svettare per profondità e lungimiranza di sguardo; di leader che non soltanto si sono adeguati al loro elettorato ma lo hanno saputo anche orientare: la Dc raccoglieva voti a destra, prevalentemente, e li spostava verso politiche di centrosinistra; il Pci di Togliatti ha organizzato masse ribellistiche e le ha portate all’interno della vita democratica del Paese. Leader, insomma, che hanno dato risposte reali a problemi reali – a crisi economiche, a sconvolgimenti sociali, a impetuose trasformazioni, a drammatiche emergenze –; leader legittimati dalla capacità di orientare con il ragionamento e di trascinare con la passione. Presupposti della loro azione sono stati i partiti, in buona salute, e una certa solidità delle istituzioni politiche. Venuti meno gli uni e le altre, da una parte si è dovuto fare ricorso a personale tecnico di alto profilo – soprattutto di cultura economica (Ciampi e Monti) –  ma dall’altra si sono formate nuove figure e nuovi stili di leadership politica: e la novità è stata tale che si può parlare del passaggio a una fase nuova, al leaderismo. In Italia ciò è avvenuto con un crescendo che è andato da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini. Ma non siamo soli: negli Usa è altrettanto significativa la sequenza Reagan, Clinton, Obama, Trump. Si tratta di leader dai diversissimi orientamenti e stili: la caratura ideologica semplificata (Reagan), l’empatia di Clinton, il narcisismo di Berlusconi, l’aggressivo ottimismo di Renzi, l’ultrapopulismo di Trump (e non si dimentichi l’autoritarismo plebiscitario post-liberale di Putin).

La prima novità è nella ricerca del consenso: il nuovo leader costruisce un rapporto diretto con i cittadini, in virtù della accresciuta potenza dei mezzi di comunicazione, dalla tv ai social media; non interpreta una ideologia ma una narrazione, uno storytelling, preparata dai suoi spin doctor; non si rivolge a gruppi sociali strutturati, a realtà collettive, ma a una società pulviscolare, a un popolo di individui isolati uniti quasi solo da rancori e paure (il populismo, con la sua contrapposizione fra un Noi buono e un Loro cattivo, è una componente essenziale del nuovo leaderismo), e parla a ciascuno di essi, estraendo da ciascun singolo i timori e le speranze più elementari e offrendo identità e protezione. Mentre la propaganda dei partiti di massa era calata dall’alto, era l’amplificazione di un’idea, la ripetizione di un concetto in forma di slogan, e aveva un che di autoritario, la comunicazione del nuovo leader è invece sottile e pervasiva. La passione politica socialmente organizzata è sostituita dalla sentimentalizzazione soggettiva, il ragionamento dalla persuasione. Anche il “nazionalismo” promosso da alcuni dei nuovi leader (da Orban a Salvini) è piuttosto, in realtà, la somma, transitoria, di individualismi egoisti.

La semplificazione del messaggio politico è poi ovvia: il linguaggio si banalizza, diventa più suadente e al tempo stesso più violento: si procede alla individuazione di nemici (di volta in volta i “comunisti”, i “vecchi”, i “migranti”) più che all’analisi di processi da comprendere e da gestire; soprattutto, il nuovo leader  deve essere il più possibile simile ai cittadini, e  non dare l’impressione di essere superiore o estraneo a essi: la semplicità, il tratto popolare e al limite anche volgare, è un optionalgradito (Trump, da questo punto di vista, è perfetto). Il nuovo leader non è un superiore onnisciente, ma un uguale vincente; attraverso la sua vittoria passa il riscatto di ciascuno dei suoi elettori: l’identificazione è individuale, non collettiva.

La comunicazione è, infine, la costruzione di un universo artificiale, in cui i politici sono attori e il pubblico si  aspetta una performance, uno spettacolo, una rappresentazione che prende il posto delle tradizionali rappresentanze: Reagan era un  attore consumato, ma anche un politico navigato, e sapeva comunicare con stile amichevole; Obama e Renzi esibivano, nei loro comizi, la stessa scioltezza e lo stesso ritmo dei cantanti rock; Berlusconi, poi, era un affabulatore televisivo di rara efficacia.

Ma oltre alle novità comunicative – che sono novità nella legittimazione – il leaderismo implica novità politiche strutturali. I suoi protagonisti devono apparire il più possibile “nuovi” rispetto ai partiti; devono imporsi su oligarchie conservatrici (come Renzi e Trump), o devono inventarsi un loro partito personale (come Berlusconi e Macron) o rivoluzionare profondamente il loro partito d’appartenenza (come Salvini). È inoltre fondamentale che il nuovo leader, benché non necessariamente autoritario o decisionista, abbia grande libertà d’azione, che il peso dell’elemento personale aumenti, e che il quadro istituzionale sia sempre meno rigido e  cogente, e sempre più a disposizione del Capo (il vorticoso susseguirsi di nomine e licenziamenti dell’amministrazione Trump ne è un esempio); il nuovo leader è tendenzialmente solo, non si interfaccia con altri politici ma con la sua “squadra” di consiglieri ed esecutori (qui Renzi è un caso di scuola). Per di più, il nuovo leader si costruisce un quadro istituzionale in cui il Capo non è soltanto una componente della politica, ma ne è il centro e il cardine: una presidenzializzazione del potere (anche dove le istituzioni non sono apertamente presidenziali) e una verticalizzazione della politica, che vorrebbero dar vita a una “democrazia dell’affidamento”, facilitata da leggi elettorali maggioritarie (e qui è inutile fare esempi). I grandi sconfitti sono i parlamenti; in potenziale pericolo – più o meno grave nei diversi Paesi – sono le liberaldemocrazie.

Ma la tendenziale sostituzione delle mediazioni politiche e istituzionali con la mediazione comunicativa, la spettacolarizzazione della politica e il rafforzamento del potere verticale, non sono soltanto segni di barbarie neo-autoritaria né semplici effetti della manipolazione delle coscienze. Sono una reazione, ingenua e pericolosa, a un problema reale, cioè a una politica  che sempre più spesso si è presentata come un flusso di potere senza nome e senza volto, come una minacciosa potenza tecnico-oligarchica, che si raccoglie in spazi chiusi e inaccessibili, nelle agenzie e nelle authorities. La ricerca del leader, per quanto sia artefatto e manipolatorio, per quanto egli stesso possa essere, in ultima analisi, al servizio dei poteri più opachi, non è anti-politica ma è la spia dell’esigenza che la politica parli ai cittadini, che li sappia capire e proteggere, che abbia un volto umano in cui essi si possano identificare e riconoscere. Chi vuole contrastare le attuali forme di leaderismo non deve quindi dimenticare che di una politica che sia anche parola e volto, e non solo algoritmo impersonale né solo oggettività tecnica, tutti hanno oggi bisogno, per ritrovare ciascuno la propria umanità.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 7 luglio 2019

Liquida, lacerata o solida? La società del neoliberismo in crisi

«Tutto ciò che è stabilito evapora». Nel Manifesto Marx aveva ben colto il potere mobilitante e la potenza dionisiaca del capitalismo, dandone un’entusiastica descrizione; e ne aveva individuato il carattere progressivo nella capacità di «lacerare senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali». Rottura delle comunità e delle istituzioni, individualismo e dinamismo sono caratteri essenziali della forma capitalistica di produzione, della sua «distruzione creatrice».

Costretto dalla crisi del keynesismo a «guadagnare tempo», il capitalismo non ha esitato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo a travolgere gli equilibri sociali e politici che aveva realizzato nei «Trenta gloriosi»: è stata la quarta rivoluzione del Novecento, neoliberista (dopo quella comunista, fascista, socialdemocratica). I cui effetti, o almeno alcuni dei quali, sono stati descritti da Zygmunt Bauman in un celebre libro, Modernità liquida, che apre il XXI secolo descrivendo la fine del legame sociale, delle istituzioni collettive, delle forme organizzative e di appartenenza in cui si erano conformate le società del secondo dopoguerra.

La società liquida è quella degli individui slegati, liberi da vincoli ma anche privati dei tradizionali punti di riferimento nello Stato, nei partiti, nei sindacati, nelle memorie di classe (a cui egli aveva dedicato un libro assai critico già nel 1982, riconducendole a espressione della retorica di alcune corporazioni attardate); una società amorfa, priva di forma come lo è l’acqua, in cui l’individualismo – il movimento anarchico di ogni molecola del liquido – è per così dire obbligatorio, dato il venir meno di ogni istituzione o corpo intermedio. Bauman vede che in questa condizione vanno perdute tutte le determinazioni universali della modernità – appunto lo Stato e i partiti –, in un’ultra modernità che è postmodernità, e sottolinea che questa «liquidità» è insostenibile, tanto che i singoli individui vi reagiscono cercando omologazione e omogeneizzazione in gruppi e in mode culturali o di consumo.

È stata, questa, un’analisi molto fortunata della fenomenologia del neoliberismo, l’analisi di un sociologo che ha assecondato la tendenza «nuovista» dei nostri tempi nella loro fase ascendente, e la correlata ritrascrizione delle loro coordinate politiche: se la società è liquida, se l’unica realtà sono i singoli individui e le loro temporanee aggregazioni, allora destra e sinistra perdono di significato e diventa centrale la contrapposizione vecchio/nuovo. Anche se non esplicita, c’è molta «terza via» in questa lettura della società (e non a caso Giddens è ringraziato già in Memorie di classe), ovvero c’è molta aderenza – o almeno non c’è una chiara presa di distanza – rispetto all’autonarrazione della nuova fase del capitalismo.

Quello che, invece, resta occultato è l’ordine dietro il disordine, il permanente dietro l’effimero, la struttura che sorregge questo apparente caos. Il modo di produzione capitalistico, insomma, da cui queste trasformazioni sono prodotte e a cui sono funzionali. La società liquida è infatti la società mobilitata dal capitalismo senza freni né argini, dal biocapitalismo che ha travolto i corpi sociali intermedi e afferra le vite intere, che nega ogni possibile alternativa, che taccia di follia o di passatismo ogni tentativo di dare alla società un ordine politico non coincidente con le compatibilità e con le esigenze del capitale. Certo, liquidità e omogeneità, individualismo e passività esistono; ma la potenza che opera dietro queste apparenze ha anche un’altra manifestazione, altrettanto e più determinante e strutturale: la disuguaglianza, il baratro della divisione sociale fra immensamente ricchi e masse che si impoveriscono. La struttura profonda della società è questa sua lacerazione, che emerge negli ultimi decenni da tutti gli indicatori in tutto l’Occidente – dall’indice di Gini alla curva dei salari e dei profitti, dalla tendenziale scomparsa dei ceti medi alla loro radicalizzazione politica – e che esplode con la crisi del neoliberismo; per comprendere la società di oggi più che sull’amorfa e liquida uguaglianza ci si deve concentrare sulla rocciosa e scoscesa disuguaglianza, sulle scogliere impervie e sui dirupi inaccessibili del dislivello economico, educativo e di potere, contro le quali si è infranta la nave dello Stato sociale.

È questa disuguaglianza invincibile, questa ingiustizia strutturale, dapprima occultata sotto la superficie della società liquida e ora emersa nel tempo della crisi interminabile, a generare a sua volta il cosiddetto populismo, la protesta anti-establishment – che vorrebbe essere anti-sistema, ma che per debolezza d’analisi riesce a essere solo anti-casta, e che tuttavia in varie forme scuote l’Occidente. In alcuni contesti, come l’Italia, il populismo si organizza prevalentemente come previsto da Laclau, cioè per catene di equivalenze intorno a un significante vuoto (una generica antipolitica, dentro la quale trova posto, ritrascritta, ogni altra motivazione concreta); ma in altri, come la Francia (ancora in forse) e gli Usa (dove ormai i giochi sono fatti), non è il vuoto ma il pieno, il solido, a contrastare – peraltro invano – le contraddizioni del sistema. Le motivazioni anti-casta, infatti, pur presenti, qui si sostanziano di richiami a valori forti, a comunità immaginarie, a pseudo-identità escludenti, a rabbiose ricerche del capro espiatorio – la pretesa di solidità, in politica, va sempre di pari passo con la polemicità –.

La politica della differenza viene insomma di fatto accettata: i subalterni, i perdenti, nella loro furia contro i potenti e i vincenti non riescono a fare altro che tentare di sopraffare altri segmenti deboli della società: la protesta popolare contro Wall Street intercettata da Trump (altra cosa sarebbe stata una vittoria di Sanders) ha prodotto in concreto un governo composto da militari (anche se questi sono forse, dopo tutto, i più prevedibili) e da esponenti di Goldman Sachs e del suprematismo bianco, nonché una bolla di euforia borsistica, insieme a un discorso pubblico xenofobo anti-ispanico, anti-mussulmano e «patriottico». La crisi della globalizzazione neoliberista lascia spazio a una forma di «capitalismo militarizzato», aggressivo e difensivo al contempo, gestito da élites parzialmente diverse dalle precedenti, e da culture politiche che non si sentono debitrici, neppure a parole, rispetto ai valori democratici. Una «solidità» che lascia intatta la struttura lacerata e disuguale della società proprio come faceva la «liquidità» della globalizzazione trionfante – e che anzi la peggiora –, e che come principio d’ordine sociale sostituisce l’ormai impraticabile omogeneità degli stili di vita con una presunta comunità dei valori e con l’individuazione dei loro nemici interni. La persistente subalternità dei molti è compensata non più dai consumi ma dall’offerta di una «identità» polemica.

La sconfitta storica della sinistra ha quindi lasciato sul campo due destre – quella cosmopolitica e quella nazionalistica – e un solo modello economico, nei suoi diversi cicli e nelle sue diverse posture politiche. L’esigenza di un’alternativa ragionevole – di una nuova costruzione sociale, conflittuale ma non lacerata, ordinata ma non solida, libera ma non liquida – è più che mai all’ordine del giorno.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria Indipendente», l’8 marzo 2017.

Fra «vintage» e «quarto polo»

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Aderisco al nuovo gruppo parlamentare della Camera («Articolo 1- Movimento dei Democratici e Progressisti», se questa è la denominazione definitiva), ma come «indipendente» perché non mi paiono ancora chiari i suoi contorni politici.

La componente che proviene dal gruppo SI-Sel non è disposta a sacrificare l’originario progetto di «quarto polo» alla interpretazione minoritaria e movimentista che ne ha dato il recente congresso di Rimini, al quale parecchi non hanno neppure partecipato. Quindi quella componente – peraltro maggioritaria – non è da definirsi tanto «scissionista» quanto interprete coerente del progetto originario di SI.

Ma poiché la componente ex-SI-Sel si fonde con i protagonisti della scissione consumata da alcuni bersaniani e dalemiani in uscita dal Pd, si pone senza dubbio la questione di decifrare i significati di questa alleanza, e l’orizzonte della nuova formazione parlamentare e del soggetto politico che ne seguirà.

Finora si è parlato molto del rapporto col governo Gentiloni, che soprattutto al Senato dovrà essere non osteggiato, perché non si realizzino i propositi avventuristici di Renzi. Nondimeno, questa è una questione tattica, che si rende urgente nell’immediato ma che non può certo esaurire l’essenza dell’operazione in corso. A livello strategico, invece, si sono sentite poche affermazioni, e non tutte rassicuranti. Fra le altre, che la nuova formazione non nasce contro il Pd ma contro Renzi; o ancora che non si deve neppure polemizzare contro quest’ultimo, perché è evidente che dopo le elezioni (o prima, secondo il sistema elettorale) ci si dovrà alleare con lui (dato quindi per vincitore del congresso); che il target elettorale di riferimento del nuovo soggetto sono quelle parti del «popolo della sinistra» che non votano più il Pd di Renzi (o per astensionismo, o per sofferto «grillismo»).

Se ci si limitasse a ciò, si starebbe dando vita a una «operazione nostalgia» dal profilo minimalista – e infatti sono minimi anche i risultati elettorali attesi, stando alle prime impressioni sondaggistiche –; a una sorta di «linea vintage» di quel medesimo progetto di cui il Pd è il «marchio giovani» (benché questi non lo votino, com’è noto); insomma, a un semplice riadattamento alla nuova realtà tripolare e proporzionalista di una forza come il Pd, che, nato come partito pigliatutto a vocazione maggioritaria, ora deve marciare diviso per poi colpire unito, per riaffermare sostanzialmente immutato il proprio progetto politico. Cioè la gestione «riformistica» della situazione presente e dei trend attuali, l’identificazione con l’establishment, il fronteggiamento dei «populismi».

Se fosse confermata questa impostazione – rifare i Ds, per poi essere una parte del «nuovo Ulivo», del «centro-sinistra col trattino» – saremmo di fronte a una debolezza ancora più grave di quella denunciata da coloro che nelle cause della scissione del Pd vedono solo interessi elettorali di qualcuno, o un elemento personalistico. Si tratterebbe, più che di una debolezza, di un’occasione mancata: quella proposta di scarso respiro sarebbe infatti punita elettoralmente in quanto per nulla rispondente alle attese e ai bisogni attuali del Paese. Che ha l’esigenza di vedersi offrire un’alternativa democratica e progressista – e non rabbiosamente populista e xenofoba – alle politiche praticate dalla linea Monti-Letta-Renzi che, con i loro esiti di impoverimento quasi generalizzato, di disuguaglianza, di umiliazione e precarizzazione del lavoro, hanno messo a repentaglio la tenuta del legame sociale e dello stesso orizzonte democratico della repubblica, favorendo la nascita di quelle forme di protesta che sbrigativamente si definiscono «populismi».

Ma ci sono state anche prese di posizione più rassicuranti: la nuova formazione, in quanto si richiama all’articolo 1 della Costituzione per l’idea che l’essenza politica del legame repubblicano è il lavoro, parte programmaticamente col piede giusto. Troppo si è detto che il mercato è il cuore della società, e troppa politica recente si è data da fare in questa direzione. E proprio per questo il nuovo centrosinistra ha bisogno di sviluppare molto di più che in passato il lato di sinistra (dato che la differenza fra destra e sinistra esiste ancora, purché la si voglia cercare), atrofizzato negli ultimi anni e mai irrobustito in precedenza; e deve accentuare il lato di sinistra – la lotta non solo congiunturale ma macro-economica alla disuguaglianza e alla svalorizzazione del lavoro – così marcatamente da poter fronteggiare con credibilità il disastro economico e sociale del centrosinistra vecchio, del Pd in profondissima crisi e orientato semmai in posizione difensiva verso i «nuovi barbari» populisti.

Insomma, il nuovo soggetto politico dovrà porre in essere una discontinuità tanto netta che nelle prime fasi della sua esistenza dovrà presentarsi come «quarto polo», come una forza sì riformista ma con segno politico ed economico assai diverso da quello che è stato attribuito al termine in tempi recenti; una forza che deve prima di tutto precisare la propria vocazione e la propria analisi della situazione, cosa che ha appena iniziato a fare, e che solo in un secondo momento deve porsi la questione delle alleanze (certo, che il segretario del Pd sia ancora Renzi, o invece un esponente della sinistra interna, non è indifferente); che insomma non deve nascere politicista ma politica. Che deve parlare agli italiani con un linguaggio radicale e concreto, libero e istituzionale, con un discorso di verità e di critica che prenda le distanze dal neoliberismo e dall’ordoliberismo – mettendo il lavoro al centro – senza cadere in quelle derive identitarie e reazionarie che rispetto alle forme dei poteri dominanti non sono per nulla alternative, costituendone piuttosto l’altra faccia (Trump ne è l’esempio più clamoroso, per ora).

Solo con questi intenti, tutt’altro che nostalgici, l’operazione in corso avrà il senso pionieristico e rivolto al futuro (cioè progressista) di un’apertura di un nuovo spazio politico: quello della Terza repubblica, che deve superare democraticamente gli errori politici economici e intellettuali della Seconda.

 

Tesi sull’Europa

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1.L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss) poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortita nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957) e lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compact del 2012 che ha tolto sovranità agli Stati a favore di un trattato economico gestito da Bruxelles e interpretato autorevolmente dalla Germania. Questa oscillazione continua e la complessità contraddittoria della configurazione attuale spiega perché è impazzita la maionese europea, ovvero perché il calabrone si è accorto che non può volare (un tempo si diceva che l’Europa è come un calabrone, che per le leggi della fisica non potrebbe volare eppure vola ugualmente).

2.La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, e dalla scelta inglese per un modello imperiale finanziario informale, il cosiddetto global England che coesiste con un marcato neonazionalismo) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora chiude (oltre alla secessione del Regno Unito, la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

3.L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors) in una pretesa di egemonia politica continentale della Francia in prospettiva post-statuale (e infatti non a caso la protesta francese contro l’Europa è oggi marcatamente statalista e protezionista/protettiva), l’euro è stato “occupato” dal marco tedesco e dall’ordoliberalismo sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – ha qui l’origine dei suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, abbandonando in parte le difese sociali dei lavoratori, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. Ne è nato un disagio sociale che sembra oggi orientarsi anche verso la SPD (che pure ne è stata a lungo responsabile).

4.Gli spazi politici in Europa (la questione centrale) sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavages interni all’area euro – che non è un’area monetaria ottimale –, ovvero vi sono gli spread, e oltre a questi vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. È decisivo capire che lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono (molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca): è questa mancata sovrapposizione a impedire l’affermarsi di un IV Reich, che peraltro neppure la Germania desidera. A questa complessità spaziale si aggiunga il fatto che la NATO ora non è più la priorità americana, e che gli Usa di Trump sembrano al riguardo un po’ più scettici (ma su questo punto è necessario attendere l’evoluzione degli eventi; probabilmente lo scopo statunitense è solo quello di far sostenere agli alleati un peso economico maggiore a quello attuale, e in ciò Trump è in linea con Obama).

5.È del tutto implausibile pensare che la Germania, anche in caso di vittoria socialdemocratica, possa avanzare verso l’assunzione di una maggiore responsabilità politica europea (ad esempio, accedendo a qualche forma di eurobond): anzi, la cancelliera Merkel verrà forse punita per il suo presunto lassismo verso la Grecia e verso i migranti. Del resto, la sua proposta di Europa a due velocità – qualunque cosa significhi – vuol dire proprio l’opposto di un’assunzione di maggiore responsabilità. In Europa convivono già diversi “regimi” su molteplici aspetti della politica internazionale; il punctum dolens è il regime dell’euro, che Draghi ha difeso come «irreversibile», richiamando così la Germania alle proprie responsabilità e implicitamente riproponendo la propria politica di Qe – che la Germania non gradisce, benché le porti sostanziosi vantaggi sulle intermediazioni, effettuate attraverso la BuBa –, che però non è in alcun modo risolutiva della crisi economica. In ogni caso, lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole per facilitare le esportazioni tedesche (prevalentemente). Mentre un euro a due velocità – che nel segmento più forte verrebbe apprezzato rispetto all’attuale – risolverebbe qualche problema politico, non impedirebbe alla Germania (che ha grande fiducia nella propria base industriale) di continuare a esportare merci ad alto valore aggiunto e ad esercitare egemonia nel proprio spazio economico, e toglierebbe di mezzo alcune preoccupazioni di Trump. Insomma, un nuovo SME, benché non risolutivo, sarebbe probabilmente una boccata d’ossigeno per molti.

6.In Italia la UE è stata pensata come «vincolo esterno» per superare d’imperio le debolezze della nostra democrazia, e il nostro acceso europeismo è stato il sostituto compensativo della nostra scarsa efficacia politica sulla scena internazionale, diminuita ulteriormente da quando la fine del bipolarismo mondiale ci ha privato del pur modesto ruolo di mediatori, nel Mediterraneo, fra Occidente e mondo islamico. Il continuo acritico rilancio del nostro Paese sugli step successivi dell’integrazione europea – SME, euro, Fiscal compact – non è stato poi esente da aperti intenti punitivi: basti ricordare il sarcasmo di Monti sul posto fisso, da dimenticare perché «noioso», o gli auspici di Padoa-Schioppa sul fatto che l’euro avrebbe nuovamente insegnato ai giovani, a cui lo Stato sociale l’ha fatta dimenticare, la «durezza del vivere».

7.Impiccarci al «vincolo esterno» vuol quindi dire preservare una configurazione di spazi politici che vede la nostra sovranità compromessa dal nostro partecipare alla pluralità incontrollabile degli spazi politici europei. Anche quando eludiamo più o meno astutamente alcuni vincoli dell’euro, restiamo subalterni alle sue logiche economiche complessive, oltre che ai «guardiani dei trattati», più o meno benevoli o rigorosi – secondo i loro disegni. E soprattutto vuol dire privarci degli strumenti per invertire la nostra filosofia economica e politica, e quindi consegnare l’Italia alla protesta sociale causata dall’insostenibilità del modello economico.

8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.

9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).

10.L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, l’immaginazione di futuri alternativi. Gli Stati uniti d’Europa sono un modello impraticabile (dove sta il popolo europeo col suo potere costituente?), che del resto nessuno in Europa vuole veramente. L’Europa deve insomma configurarsi come una fornitrice di «servizi» – anche giuridici –, come una cornice leggera che contorna Stati sovrani liberi di allearsi e di praticare modelli economici convergenti ma non unificati. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa libera dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, una potenza unitaria continentale – di fatto ciò non sta avvenendo –. È invece necessaria una nuova cultura del limite, della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia o dell’ipercapitalismo. Sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono, benché la prima democrazia moderna sia nata in America; ma per altri versi si escludono, se ci si attende la democrazia da un blocco continentale unificato da trattati monetari e dall’egemonia riluttante della Germania: di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati, e alla loro collaborazione. Dire che l’euro è irreversibile è in fondo un atto di disperazione intellettuale e politica, o almeno di scarsa immaginazione: un atto anti-europeo, in fondo. Di irreversibile, a questo mondo, c’è solo l’entropia, un destino fisico; ma ciò che la storia ha fatto può essere cambiato, soprattutto se il cambiamento deve salvare le nostre società e le nostre democrazie. Ed è appunto la politica quella che, posto che se lo proponga, serve a cambiare le cose, mentre al contrario le profezie catastrofiche – minacciate a chi pretende di percorrere una via difforme dal mainstream elevato a destino – non si sono avverate. Questo ci sia di conforto e di stimolo al pensiero e all’azione.

 

Sinistra a congresso fra piccola e grande politica

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È ormai chiaro che invece di un congresso fondativo Sinistra Italiana ne terrà due, fornendo così un inedito esempio di «scissione preventiva». SI nasce sotto una cattiva stella, e anzi rischia di essere una creatura fragile e cagionevole – ma non perché precoce, anzi perché tardiva (quanto entusiasmo è passato sotto i ponti dal teatro Quirino!) –; o addirittura potrebbe essere un progetto nato morto.

I vortici che rischiano di sommergerla sono molteplici. Quelli che si generano al suo interno, in primo luogo. Si tratta di divisioni personali, di beghe sulle tessere, di abitudini al piccolo cabotaggio, di mancanza di elaborazione teorica e quindi di divergenze sulla natura e sull’orizzonte stesso della sinistra (sul ruolo dello Stato, sul rapporto con l’euro e l’Europa, sulle questioni della sicurezza e sulle migrazioni) – che spesso si traducono nel tema del rapporto col Pd (che è in realtà segno di subalternità) –. Sullo sfondo si delinea la divaricazione fra l’autonomia – che per chi la critica è una «deriva identitaria» (anche se non è chiaro di quale identità si parli) –, da una parte, e dall’altra la vocazione “responsabile” alla collaborazione al «campo progressista» di un rinnovato centro-sinistra – nell’ipotesi che questo nuovo «centro-sinistra immaginario» (tutto da precisare) possa rimediare ai disastri perpetrati dal «centro-sinistra reale», che a suo tempo ha spianato la strada al neoliberismo e al suo nemico speculare, il populismo –.

Il «campo» della sinistra è, a sua volta, percorso da tentativi di ricomposizione: Cuperlo dall’interno del Pd, Pisapia e D’Alema dall’esterno, lanciano ciascuno (differentemente l’uno dagli altri) un’Opa – forse non ostile ma certo egemonica – sullo spazio a sinistra del Pd, il che impedisce a SI di essere protagonista del gioco, e la relega di fatto al rango di comprimario.

Ma non solo lo spazio a sinistra rischia di essere affollato di proposte deboli e concorrenziali e di finire occupato dall’astensione o dalla protesta anticasta; incombe anche la questione della nuova legge elettorale. Alla Camera al momento c’è il premio di maggioranza ma non sono previste le coalizioni; al Senato queste ci sono ma non c’è il premio. Nessuno, coalizzato o no, è in grado di arrivare al 40 per cento, e quindi tutte le ipotesi di nuove leggi elettorali registrano il venir meno dell’antica vocazione maggioritaria del Pd, che si vede costretto a coalizzarsi o prima o dopo le elezioni (ma a questo punto l’alleanza preventiva non gli dà nessun beneficio), e anche la crisi della centralità del Pd, che non può cambiare la legge elettorale da solo, e cerca partner diversi (a volte il M5S a volte Berlusconi, che però pongono sempre nuove condizioni – la rinuncia ai capilista bloccati, i primi; l’attesa della cosiddetta «riabilitazione» da Strasburgo che lo renda ricandidabile il secondo, che ha anche un difficile problema strategico con la Lega –).

Per di più il Pd è divenuto l’epicentro dell’instabilità politica italiana. Renzi ha accondisceso alla richiesta di Bersani e di Cuperlo di un congresso anticipato. Ma quella di Renzi non è una resa; è infatti evidente che punta a vincere un congresso frettoloso e a favorire, mentre si svolge, l’uscita definitiva della sinistra dal Pd: l’eventuale scissione dalemiana (che se coinvolgesse anche Bersani – come avverrà se non sarà risolta la questione dei capilista bloccati, che escluderebbero quasi del tutto la sinistra Pd dal parlamento – provocherebbe un danno non piccolo al Pd sul piano elettorale) verrebbe così addebitata ai suoi nemici storici, e non al segretario.   Congresso rapido, scissione o subalternità degli sconfitti, alleanza con Pisapia per il 40 per cento, elezioni a giugno: questo resta, verosimilmente, il piano di Renzi.

Il quale non è scomparso dall’orizzonte della politica, benché il suo potere dentro il Pd sia meno saldo (ma egli resta ancora senza avversari reali) e benché col referendum e con la sentenza della Corte costituzionale (il baricentro dell’Italicum era il ballottaggio) abbia perso la scommessa di confezionarsi una nuova forma di «democrazia d’investitura rafforzata» tagliata sulle proprie misure; ma la sua politica ha ormai ha il carattere di avventura personale, di tentativo di mettere in salvo il salvabile del passato potere – che egli cerca di imporre all’Italia, nel crescente scetticismo del suo partito e nell’assenso, almeno apparente, delle forze antisistema (Lega, FdI, M5S) più interessate a sfruttare il momento, presunto propizio, che non a individuare i mali dell’Italia.

In questo contesto SI non sarà certo determinante né nell’elaborazione del modello elettorale né nell’individuazione della data delle elezioni. Potrà forse avere qualche peso nel nuovo sistema politico a base proporzionale, e quindi coalizionale, ma senza una vera rinascita teorica e organizzativa questo vantaggio varrà ben poco, a fronte della questione, mai apertamente affrontata, di che cosa significhi pensare e fare politica a sinistra, oggi –.

I mali dell’Italia, in ogni caso, non sono, come vuol far credere Renzi nel suo stanco populismo, i «vitalizi» dei parlamentari (magari fossimo a questo!), e non possono essere curati da un nuovo bagno rigenerante di campagna elettorale (come se non ne avessimo avuto abbastanza con il referendum). Stanno, quei mali, nella nostra difficoltà, per la debolezza del sistema politico e delle culture politiche, a prendere decisioni in merito a tre fini ormai incombenti: della globalizzazione, chiusa da Trump e dalla sua militarizzazione dell’economia in senso protezionistico; dell’euro, in via di chiusura per la crisi economica e sociale che ha generato, e per i crescenti differenziali di crescita che si registrano nell’eurozona (a ciò si aggiunga la crisi della Ue, scandita dalla Brexit, dalla sfida lepenista, e dai muri che sorgono ovunque); e dell’ordine democratico postbellico che già si era molto malamente adattato alla globalizzazione neoliberista e che ora, nella sua crisi, rischia di essere senz’altro scardinato da politiche di destra – la sinistra in Europa non è certo in buona salute, benché forse qualche speranza possa venire dalla Germania –.

Se manca a tutti, tranne che forse alla destra estrema, un progetto per l’Italia, se Renzi dice al popolo soltanto «stai sereno e fidati della mia abilità», se i «grillini» sono drammaticamente inadeguati, se la destra moderata non ha una vera risposta se non nel riesumare Berlusconi (se sarà possibile), in particolare la sinistra – che della costruzione dell’ordine democratico postbellico era stata protagonista, e che della globalizzazione era stata vittima e al tempo stesso propagatrice tanto affascinata quanto subalterna – non può, dopo la compromissione, ritornare in campo con un heri dicebamus, cioè con una proposta socialdemocratica che non faccia i conti con la crisi della stessa socialdemocrazia, che non ripensi il ruolo dello Stato nel governo dell’economia e nella ristrutturazione della sfera pubblica in un contesto in cui sono assenti i partiti di massa, peraltro indispensabili per una rinascita della politica. Una sinistra di governo (e di «protezione» non securitaria della società) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire – nonostante il risultato referendario, ridare vita materiale e non solo formale alla Costituzione non è impresa da poco –. Ma dell’energia necessaria non v’è traccia, per ora; la grande sfida di creare il «quarto polo» della politica italiana non tanto è stata fallita quanto non è stata neppure tentata. Da una parte si è ripiegati su un’ipotesi minoritaria, rassicurante, e dall’altra si è scelta una via “aperta” ma incerta e oggettivamente orientata a governare col Pd; una via che parla più al ceto politico che ai cittadini.

Di fatto, entrambe le ipotesi oltre a confermare che a sinistra è più facile dividersi che unirsi rischiano di essere solo «piccola politica», di avere a stento il respiro per partecipare su piccola scala all’impresa del «primum vivere», comune a tutte le forze politiche. Impresa ovviamente indispensabile, e che ci auguriamo riesca a SI, ma non tale da muovere gli animi delle masse. Impresa in ogni caso molto lontana da quella che dovrebbe essere propria della sinistra, oggi: rifondare la «grande politica» dopo la neutralizzazione neoliberista e dopo la reazione populista. Una mission che può essere definita velleitaria solo da chi non prende sul serio la profondità della crisi che attraversiamo e le minacce di destra che incombono sulle nostre società.

Versione riveduta di un testo pubblicato  in «La parola»n. 5, 2017

 

Il disagio della democrazia

Intervista con Tsakiroglou Tassos

Come afferma nel suo libro, il disagio della democrazia è strettamente connesso alla sensazione che «non ci sia alternativa» (There Is No Alternative), che siamo stati ingannati, che tutte le promesse sono state infrante. È possibile rovesciare questo stato di cose?

Il rovesciamento di questa percezione è in corso in molte parti dell’Occidente. I cittadini, nonostante le narrazioni rassicuranti (o le intimidazioni terrorizzanti) acquisiscono autonomia rispetto al sistema neoliberista, le cui contraddizioni insolubili – in termini di precarietà, disuguaglianza, assenza di prospettive – esperiscono sulla propria pelle. Ma questa ribellione assume spesso forme «populistiche» o di «destra», poiché la sinistra «di governo» è stata di fatto il principale veicolo del neoliberismo, mentre la sinistra alternativa non ha saputo elaborarne una critica convincente.

Alla luce delle condizioni nelle quali versa la democrazia nella maggior parte dei Paesi del mondo e dei risultati della globalizzazione si è sviluppato, nel corso degli ultimi anni, un dibattito sulla questione della compatibilità fra capitalismo e democrazia. Qual è la sua posizione su questo tema?

Il capitalismo non nasce democratico, e a differenza dello Stato – un altro dei protagonisti della modernità (insieme alla tecnoscienza, che politicamente significa la burocrazia) – non è democratizzabile dall’interno delle sue logiche e delle sue modalità di funzionamento. Alla sua base ci sono il profitto privato, una concezione competitiva dell’esistenza, l’indifferenza di fronte alla disuguaglianza, la mercificazione di ogni ambito dell’esistenza. Il capitalismo di per sé non produce ordine democratico, ma disordine insopportabile o dura gerarchia. Il suo individualismo è in realtà il dominio di pochi sulla maggior parte degli individui. La teoria della «sovranità del consumatore» è in realtà l’idea di una società deflattiva, low cost, che può offrire molti beni scadenti a basso costo perché ha abbattuto salari e diritti dei lavoratori. Il capitalismo neoliberista dalla metà degli anni Settanta non produce le condizioni per la democrazia – e spesso non sono democratiche neppure le ribellioni contro di esso –. È dalla politica, autonoma rispetto al capitalismo, che si deve partire per ristabilire la sovranità democratica dei cittadini-produttori. Una politica che esprima le contraddizioni della società, e non le nasconda; che si impegni a costruire nella società vaste aree non di mercato né mercificate; e che faccia ricorso alle risorse sia dei movimenti, sia dei partiti e dei sindacati, sia delle istituzioni dello Stato, fino a quando quelle dell’Europa non cambieranno natura.

«La democrazia deve essere continuamente perseguita… in caso contrario resta vuota, priva di anima», lei sottolinea. Come può ciò coesistere con l’attuale alienazione politica e con il crescente processo di spersonalizzazione e di burocratizzazione della vita sociale?

La democrazia da una parte è l’esito della modernità e delle sue idee-base (autonomia del soggetto e del popolo, lotta contro l’autorità, uguaglianza); d’altra parte, però, altre logiche della modernità (capitalismo e tecnica, soprattutto) tendono a trasformare l’autonomia degli individui in passività, l’uguaglianza in massificazione, i diritti in pretese inesigibili, la libertà nel dominio del mondo amministrato. Insomma, tendono a sovrapporre logiche oggettive a logiche soggettive; e a presentare questa sovrapposizione come «fatale», obbligata. Il disagio della democrazia è la muta protesta contro questa sovrapposizione. Democrazia in senso attivo è invece il non adeguarsi, collettivamente, a questo processo e alla sua ineluttabilità; è la volontà di cambiare radicalmente, con un’azione che passa dall’Io al Noi (ma non al Tutti: la società è sempre divisa), dalla spersonalizzazione alla ri-soggettivizzazione, dall’apatia alle lotte. Il soggetto non può essere troppo debole o destrutturato: deve avere in sé l’energia per la lotta intellettuale (la critica), per la lotta politica (il conflitto, la militanza) e per la costruzione di istituzioni. Il punto d’inizio di questa svolta è nella cultura, sia quella alta sia quella popolare – come del resto avvenne quando il neoliberismo colonizzò psicologie individuali, mezzi di comunicazione di massa, dipartimenti universitari –. Oggi è necessario (benché non sia sufficiente) iniziare a costruire una nuova koiné intellettuale, un nuovo consenso politicamente orientato, come avvenne al tempo dell’illuminismo.

Qual è il suo giudizio sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti e quale significato essa ha per la democrazia?

La vittoria di Trump è un fenomeno popolare e al contempo è il segno di una profonda contraddizione nel corpo dell’establishment statunitense. Trump esprime la ribellione del ceto medio e operaio contro l’incapacità del neoliberismo di garantire benessere e progresso sociale: l’aumento dell’occupazione realizzato durante la presidenza Obama non è stato un aumento del tenore di vita del lavoro dipendente. Il lavoro non ha più le caratteristiche di stabilità e di sicurezza che aveva un tempo per una parte dei lavoratori. E questi hanno protestato contro disoccupazione e precarietà votando Trump, che si è presentato come estraneo al mainstream politico, economico e culturale. E davvero Trump è l’espressione di un capitalismo manifatturiero che non vuole più competere sulla scena globale con la Cina, che è ostile alle politiche globaliste di Wall Street e di Clinton, e che promette un ritorno al protezionismo o una revisione dei trattati commerciali in senso più favorevole al lavoro e al capitale Usa. Da un certo punto di vista Trump esprime la fine della globalizzazione e il ritorno alla politica forte dell’ «America first». Certo, anche la globalizzazione finanziaria aveva gli Usa come protagonisti, ma con prezzi sociali troppo alti, che alla fine si sono rivelati determinanti per la vittoria di Trump. Gli Usa resteranno una superpotenza globale, ma agiranno in modo molto più apertamente «egoistico», a partire dalla politica energetica. Ue e Cina saranno i primi a doversi misurare con questa nuova realtà. Questa è l’essenza del fenomeno Trump: a ciò si aggiunga un dato di rozzezza anti-culturale e anti-politically correct che è tipico del populismo e della sua lotta contro la cultura liberal. Nel complesso, i penultimi (coloro che hanno votato Trump) si sono ribellati contro l’establishment (Wall Street) e anche contro gli ultimi (immigrati e, in parte, minoranze di colore). La qualità della democrazia americana peggiorerà: ma la responsabilità è prima di tutto delle élites che hanno lasciato esplodere le contraddizioni del neoliberismo.

Il cosiddetto multiculturalismo mette la democrazia davanti a un dilemma, che ai nostri giorni produce divisioni, razzismo e intolleranza. Come uscirne?

La risposta multiculturale alle migrazioni si è rivelata debole; può sostenersi solo in condizioni di benessere crescente e di politiche sociali fortemente inclusive. In una fase recessiva e deflattiva, invece, il primo modo di manifestarsi delle contraddizioni sociali è la lotta dei poveri «nativi» contro i poveri migranti: una situazione che spalanca la porta a politiche populiste di destra. La sinistra non ha ancora elaborato una risposta al problema: sarà in ogni caso una risposta complessa, che comprende interventi economici e politici nei Paesi di origine, un forte controllo non vessatorio degli accessi, una severa attenzione non-discriminatoria verso le condizioni di degrado delle città. Insomma, la sinistra anche da questo punto di vista dovrà riscoprire la politica come regolazione della società. E dovrà quindi riscoprire lo Stato democratico, in attesa del formarsi di un’Europa politica non ordoliberista.

L’intervista, a cura di Tsakiroglou Tassos, è stata pubblicata in lingua greca in «www.efsyn.gr».

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