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Ragioni politiche

di Carlo Galli

Mese

giugno 2020

Colle, Parlamento e Ue. Il percorso a ostacoli del governo

Intervista con Francesco De Palo

 

Quali conseguenze porta in grembo l’incidente di ieri in Senato?

Non credo che ci saranno conseguenze politiche dirette, come una crisi di governo, perché le condizioni del Paese sono tali che sarebbe un azzardo mandare all’aria il quadro politico, pur instabile. Certo, tutto è possibile: c’è chi pensa che una crisi con urne anticipate sia la soluzione normale in quanto una successiva maggioranza più coesa potrebbe dare la sicurezza di procedere in una qualche direzione, mentre al momento sembra che non si vada da nessuna parte.

Ma…

Dubito molto che le attuali forze politiche di maggioranza vogliano consegnare l’Italia alla Lega. Per cui ci potrebbero essere altri effetti, non elettorali, della giornata di ieri: il primo è relativo alla debolezza strutturale dell’alleanza, che è stata mascherata dalla pandemia. Attenuatasi la crisi sanitaria, eccola riemergere con chiarezza. I motivi sono noti: i Cinque Stelle sono numerosi in Parlamento ma poco capaci di iniziative politica e il governo si fonda sulla tesi che “tutto è meglio rispetto alle elezioni”. Dopo la giornata di ieri in Senato il governo sarà ancora più preda delle proprie fobie e delle proprie paure, oltre che dei ricatti reciproci fra Pd e M5S, mentre nella debolezza della politica cresceranno ancora tutti quei poteri che invece restano forti, come le grandi corporazioni.

I fondi Ue arriveranno solo a gennaio: guardando alla densità politica dei prossimi mesi, crede che il Pd sia pentito della scelta strategica fatta? Si aspettava di più dalla maggioranza?

Osservo che non si aspettavano nulla: se ricorda, la crisi dell’estate 2019 fu dichiarata da Salvini in un ipotetico accordo con Zingaretti, ma quest’ultimo fu costretto in seguito a rimangiarsi l’apertura verso le urne da un intervento diretto di Prodi e Mattarella. Il Pd non ha fatto una cosa saggia in questo matrimonio con i grillini. Tuttavia, vi è stato spinto dalla sua vocazione governista; il Pd ottiene i suoi obiettivi solitamente solo se è al governo e non all’opposizione. In questo caso, essendo nato per governare la fase dell’euro, non ha la stoffa per sopravvivere in occasione di crisi come quelle che si sono succedute fino ad oggi. Il Pd è un buon interprete delle esigenze sistemiche generali e la scelta di non andare alle elezioni anticipate in agosto rispose sì a questa logica governista e alle pressioni internazionali per evitare un governo leghista, ma non so quanto alla fine questa scelta abbia giovato al partito.

Quanti malumori albergano al Nazareno, dunque?

Penso che nel Pd circoli l’idea che il M5S sia una compagnia pericolosa anche per la sua imprevedibilità, ma anche l’idea che chi va al governo con loro gode di una sorta di assicurazione sulla vita, visto che i grillini non si azzardano a innescare una crisi. Sanno che in quel caso dimezzerebbero i seggi. Di contro, è chiaro che il Pd mai avrebbe immaginato l’arrivo della pandemia, ma sinceramente non so quale iniziativa di grande respiro avrebbe potuto attuare, anche senza la crisi sanitaria. Il Pd ha un ceto politico che non riesce ad andare oltre la gestione ordinaria delle cose.

Fondi Ue e magistratura: nei richiami di Mattarella vede la delusione del Colle rispettivamente verso Chigi e Anm?

Sì. È probabile, riguardo al Mes, che sul Colle convergano pressioni internazionali perché l’Italia si pieghi ad utilizzarlo, benché sia uno strumento di cui non si sente il bisogno avendo come poderoso concorrente l’acquisto di bond da parte della Bce, la vecchia linea Draghi. Si chiede all’Italia di aderire al Mes per vincolare all’Ue il governo futuro. La delusione di Mattarella verso la Anm è invece certa.

Si dice che Confindustria in quanto più orientata, con Bonomi, al nord attacchi strumentalmente il governo. Ma ad esempio nel Lazio Francesco Borgomeo, presidente di Saxa Gres che salvò Idealstandard, parla di “scacco matto” vicino per le imprese mentre altri “vivono di politica”. Ha ragione?

La posizione di Confindustria è andata oltre il segno, fino alla teorizzazione da parte di Bonomi della “democrazia contrattata”, in cui sono sullo stesso piano politici ed industriali, con l’esplicito riferimento che essere stati eletti non rende i politici superiori agli industriali. Penso che questo sia sbagliato. Poi però capisco l’urgenza drammatica della situazione, con un governo inchiodato e non fa nulla, mentre aspetta che l’Europa si chiarisca le idee su Mes e Recovery Fund. Vedo insomma da parte di Viale dell’Astronomia una sorta di panico strisciante nel trovarsi nelle mani di un governo inconcludente. Sono certo che la vera ripresa, non quella sussidiata, ci sarà solo quando i cittadini riacquisteranno fiducia, ovvero quando ragionevolmente non ci sarà tutti i giorni un allarme sia per il ritorno della pandemia, sia per una patrimoniale o per una ristrutturazione del debito. La minaccia non aiuta i cittadini a spendere, e quindi l’industria italiana a ripartire. È un circolo vizioso che va spezzato.

 

Pubblicato in «formiche.net» il 19 giugno 2020

La sovranità e lo scontro tra economia e politica

Intervista con Ivan Giovi

 

Professor Galli nel suo saggio Sovranità appare emblematica l’espressione «Sovranità è democrazia? Oggi sì»: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?

La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un Paese anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del Paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono  privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello  gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto «divorzio» fra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati. Lo Stato non è più signore della propria moneta. Una volta che si sia aderito all’euro non si può più  stampare moneta; possiamo unicamente emettere titoli di debito (entro una certa soglia) e in ogni caso quando emetti debito devi sperare che qualcuno te lo compri, i mercati. Questo incide sulla sovranità di bilancio: anche se formalmente lo Stato italiano è sovrano nel determinare il proprio bilancio, con tutte queste restrizioni di fatto non lo è; detto in altri termini, non ci sono mai abbastanza soldi. Che è una cosa strana, perché lo Stato  i soldi dovrebbe poterseli stampare, o procurare in proprio.

Perché tutto questo?

Questo è il passo più avanzato che è stato fatto verso una Unione europea che è un’ Unione a vari livelli: giuridici,  economici, culturali, ecc. sempre però tra Stati sovrani. La moneta unica è invece la proiezione del marco tedesco, fondata sulla sua medesima filosofia politico-economica:  l’economia sociale di mercato detta anche «Ordoliberalismo», andata al potere nella Germania federale nel secondo dopoguerra (alla quale Schroeder ha introdotto elementi di neoliberismo con le riforme del 2003-2004). La sua teoria di fondo è: l’economia di mercato è in equilibrio, a condizione che non intervengano fattori distorsivi della concorrenza. Tuttavia, è  necessario uno Stato forte, uno Stato gendarme, che deve garantire il buon funzionamento delle dinamiche di mercato – anche se nella realtà lo Stato tedesco è tra i più interventisti. Poi ci deve essere un forte legame tra la finanza e l’economia produttiva e un decentramento politico forte: i Laender infatti hanno grande autonomia. C’è poi una teoria di fondo che è la vecchia teoria organicistica tedesca: l’idea che la società sia un corpo unitario: su questo punto la cultura tedesca si distacca dal neoliberismo austriaco di Mises e Hayek. Il loro pensiero originario (il marginalismo)  è una  risposta alla teoria del valore-lavoro marxista: il prezzo delle merci non è determinato dal lavoro in esse contenuto ma dal libero gioco della domanda e dell’offerta, dalle scelte dei consumatori informati e razionali.

Lei fa riferimento a Menger, Walras Marshall, ecc?

Esattamente. Il neoliberismo deriva dal marginalismo e incrocia la linea austriaca con la linea monetarista di Chicago. E qui c’è un vero paradosso, perché questo paradigma liberista non è mai stato applicato fino a che il paradigma concorrente, quello keynesiano che aveva come obiettivo la sconfitta della disoccupazione, non è andato a pezzi. Era insomma un paradigma di riserva, basato sulla sconfitta dell’inflazione. Il secondo dopoguerra si strutturò invece su paradigmi grossomodo keynesiani, per dare una risposta alla disoccupazione e poi alle necessità della ricostruzione postbellica. Questo paradigma, incentrato sul ruolo del lavoro, prevede la possibilità dell’intervento statale nell’economia e la possibilità dei bilanci a deficit. Ma soprattutto, cosa più importante, conosce il conflitto intrinseco della società. È un paradigma che, oltre al lavoro e allo Stato, coinvolge anche il capitale e dà così vita al  compromesso socialdemocratico dei Trenta Gloriosi. Uno dei paradossi dei primi decenni della nostra  repubblica fu che l’interprete del paradigma keynesiano era la Dc, mentre il PCI aveva un’idea avara dell’economia e credeva che  il debito fosse qualcosa di spaventoso.

Concezione marxista del debito come colpa!

In ciò i comunisti italiani erano liberali ortodossi.  Il debito è disordine: se c’è debito c’è qualcosa che non va. Sta di fatto che il paradigma keynesiano va in crisi nei primi anni Settanta con la crisi del dollaro, che ha portato alla fine degli accordi di Bretton Woods. In parallelo c’è  anche una crisi politica degli stessi USA che perdono la guerra in Vietnam, per sostenere la quale hanno generato ed esportato inflazione. Arriviamo così alla stagflazione di metà anni Settanta , un tipo di crisi che nel modello keynesiano è intrattabile. È allora che  viene recuperato il paradigma neoliberista di riserva. I segnali sono questi: nel 1974 il premio Nobel ad Hayek e nel 1976 a Friedman, poi la Thatcher e Reagan vincono le elezioni nei loro rispettivi Paesi. Ed è così che il neoliberismo passa a diventare dominante. Il neoliberismo è sostanzialmente deflattivo, e va bene per sconfiggere l’inflazione. Ma ciò avviene colpendo i salari e la spesa pubblica. Il risultato è la grave sconfitta delle sinistre che ci capiscono poco, e pensano solamente a chiedere sacrifici ai lavoratori (le “riforme”). Sta qui anche la linea Berlinguer dell’austerità, e la grande sconfitta sulla scala mobile e sulla marcia dei quarantamila. Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, composta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher «There is no such thing as a society», la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale.

L’economia si pone come scienza regina, e ogni altra scienza deve servire a consentire all’economia di funzionare. Le  strutture economiche sono sottratte alla valutazione e alla critica; per usare ancora le parole della signora Thatcher «There is no alternative». La società è l’economia e viceversa: non vi è alcuno spazio nella società che si discosti dalla dinamica economica. Chi è vicino all’università se ne è accorto: a un certo punto siamo stati investiti da un modello aziendale, da un’ondata di valutazioni senza fine. Il sistema di valutazione in cui ci troviamo ha l’obbiettivo di non farti mai sentire al sicuro. Di renderci semi-flessibili, come gli altri lavoratori.

Ci deve sempre essere concorrenza, insomma.

Esatto. Come l’impresa è sempre sottoposta alla spietata legge del mercato, il professore è sottoposto alla legge della valutazione. La cui parola d’ordine è flessibilità e formazione continua. Ciò  è collegato alla interpretazione della società come «capitale umano». Il capitale va necessariamente impiegato, attivato, mobilitato. Si prepara così uno sviluppo delle università  verso il pensiero utile e non verso il pensiero critico.

Questo implica la scomparsa della politica come funzione sociale?

Ciò implica non la scomparsa della politica ma una ridefinizione dell’agenda della politica. L’economia teme la potenza della politica, teme che si imponga su di essa, nella forma comunista, corporativa, ecc. Il comando politico è visto come la mancanza di libertà, così come il grande nemico è anche il nemico socialdemocratico, le enormi macchine burocratiche dello Stato sociale. L’economia deve dettare l’agenda alla politica, ma questa non deve scomparire: deve prendere ordini e mettere in ordine.

Tutto questo in Italia si è configurato con il vincolo esterno?

In Italia  i ceti alto borghesi si sono disperati,  hanno pensato che il Paese fosse incontrollabile e che il ceto politico fosse incapace di governare. I processi (le elezioni ) e i soggetti democratici (i partiti) sono parsi inadeguati alle sfide che il neoliberismo doveva affrontare. Così si sono indeboliti i partiti, trasformati in soggetti poco strutturati, guidati non da élite politiche ma da leader acchiappavoti. E oggi si parla apertamente di ridurre la democrazia: le elezioni sono troppo frequenti, le proposte radicali vanno eliminate, insomma bisogna proporre agli elettori partiti sostanzialmente identici.

Quindi se il ceto politico è incapace, la cosa importante – l’economia  – va tenuta al sicuro con il «vincolo esterno», attaccandoci ai tedeschi egemoni in Europa. Dalle durezze e dalle contraddizioni del neoliberismo sono poi nati i movimenti di protesta, populisti e sovranisti, che chiedono che lo Stato ritrovi la sua sovranità, cioè comandi sull’economia e protegga la società. Anche se poi questi movimenti sovranisti mettono tutta la loro energia nella caccia al migrante e sono più neoliberisti addirittura dei loro avversari (ma è un particolare che pare sfuggire ai più).

Ovvio che il vincolo esterno, benché molto doloroso, non è l’unico nostro male; sicuramente  però non ci permette di curare tutti gli altri. Coloro che lo hanno adottato adesso dicono che chiaramente avrebbe dovuto seguire una unione politica, ma la costruzione di una unione politica implica anche la messa in comune dei debiti e questo nessuno lo vuole. Ogni Stato è sovranista. Soprattutto non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti lotte rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.

In ogni caso, nella Ue (meglio, nell’eurozona)  ci sono Stati sovrani che hanno in comune la  moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente.

Che è quello che sta succedendo adesso con il MES? Dove una parte politica insistentemente ne richiede utilizzo?

Chiaro! Ma qui il punto non è che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza,  attuerebbe la «monetizzazione del debito», comperando i titoli di debito dei vari Stati.  Certo, in un’Europa politica (federale) sarebbero ancora più evidenti le egemonie di fatto, tedesca e  francese (ma contro questa circostanza non ci sono rimedi, tranne quello che anche l’Italia cresca e si rafforzi).

E non è quello che accade già?

No, è proprio questo il punto. I tedeschi non vogliono comandare in Europa. La Germania non  si sente coinvolta dai problemi italiani o francesi o greci, non ha alcuna intenzione di prendersi delle responsabilità aperte, anche se di fatto è il Paese più prospero economicamente ed ha un primato politico. La Germania cerca e ottiene potere indiretto, non diretto.

Una delle conseguenze del fatto che l’Europa non è politicamente unita (se lo fosse, sarebbe una superpotenza) ma frammentata (tranne che per la moneta) è che è debole (o non forte come potrebbe) davanti agli interessi di altre potenze come gli USA, la Russia e  la Cina.

Un’unione politica debole, e un’unione economica forte, quindi?

Sì. Ma attenzione. L’unione economica forte è strutturata attorno all’euro e al paradigma ordoliberista. E ciò  rallenta lo sviluppo economico, dato che l’Europa è ossessionata dal timore dell’inflazione e dalla coazione all’esportazione (mercantilismo): lo sviluppo non dipende dalla domanda interna. Prima della pandemia, la Ue era l’area del globo che cresceva di meno. Perché il suo sistema è una macchina politico-economica essenzialmente conservatrice, che cerca stabilità.

L’alternativa potrebbe essere di puntare a un sistema neoliberista puro (non ordoliberista), che è comunque insostenibile per la quantità enorme di rischio insito nel sistema, cosa che una società non può sopportare. Una società avanzata può sopportare unicamente un sistema socialdemocratico equilibrato.

In ogni caso, la Ue adottando l’euro  ha voluto creare una sorta di «fortezza» o di isola all’interno di un oceano neoliberista mondiale. Quella fortezza ha però al proprio interno una debolezza: moneta unica ma non sovranità unica. In tal modo o tutti diventiamo come la Germania azzerando gli spread (cosa impossibile) oppure  le divergenze aumentano e la Germania prevale sugli altri Paesi.

Ciò è dato dal fatto che l’euro è uno strumento squilibrato (non è un’area monetaria ottimale) e l’unico equilibrio possibile sarebbe quello che proviene dall’unità politica, anche federale.

Siamo di fronte ad un bivio perciò?

Sì. E il dilemma  si risolve con la politica, con la sovranità:  o quella di ciascun singolo Stato oppure quella della Ue finalmente divenuta federale.

Ma sia ben chiaro che nel nostro Paese i problemi non sono solo quelli derivanti dall’euro. L’euro ha reso evidenti problemi che esistevano da prima: abbiamo una giustizia e una pubblica amministrazione totalmente farraginose, e un sistema educativo e una sanità pubblica troppo disuguali sul territorio.

E forse vediamo anche adesso dopo trent’anni i problemi: prima tangentopoli e la crisi della politica, poi la crisi dei governi instabili e la crisi attuale della magistratura, scossoni che hanno mostrato come sia fragile il nostro sistema.

Appunto, anche se non avessimo la moneta unica avremmo bisogno di un sistema politico di grande saggezza, sapienza e serietà, che spendesse i soldi nella maniera e nel modo giusto. Ovviamente è meglio avere i soldi che non averli; ma soprattutto bisogna saperli spendere, evitando sprechi e clientelismi.

A cui si aggiungono le Regioni, che sono forse fattori di squilibrio piuttosto che di stabilità, rispecchiando le fragilità del nostro Stato e del nostro Governo.

Sicuramente l’Italia governata dai prefetti era più omogenea, anche le scuole erano più omogenee. Ma l’unità è stata una delle vittime del neoliberismo: flessibilità vuol dire anche diversificazione. Basti pensare alla riforma del Titolo V che fa dello Stato una parte della Repubblica: è chiaro che qui c’è un’idea di fondo di indebolimento del potere centrale, che è funzionale alle logiche neoliberistiche. Non a caso l’Europa immaginata dagli economisti (ma non dai politici) è un’ Europa senza Stati e fatta di macroregioni.

Le Regioni in Italia sono dei grossi centri di potere burocratico e clientelare, benché alcune siano centri di governo e programmazione reale del territorio; nel complesso, non sono certo l’esperimento istituzionale meglio riuscito della nostra storia. Secondo me il depauperamento delle funzioni delle provincie è stato un errore, motivato dal fatto che si diceva che ci sono troppi livelli di governo. Ma la Regione tende a comportarsi come un piccolo Stato, vi è un forte spirito di accentramento regionale, perfino in una regione policentrica come l’Emilia-Romagna. Vi sono poi regioni impresentabili, sia per colpa dell’istituto, sia perché in certi contesti (soprattutto in alcune zone del Sud) la società è devastata dalla malavita. Quelle sono, inoltre, società povere di relazioni, dove le persone non si fidano le une delle altre. Non c’è legame sociale: i legami sono solo clientelari e personali, e la produzione di ricchezza è scarsa e spesso finisce nelle mani sbagliate.

Questo è uno dei grandi problemi. Oggi della questione meridionale non si parla più perché si parla soltanto di quella settentrionale: ci si chiede  come facciamo a stare dentro il neoliberismo, come facciamo a stare in Europa. Ma non potremo mai starci se non risolviamo le nostre questioni interne. E la soluzione non è certamente il «liberi tutti», la libertà per ogni regione di fare quello che vuole. Oggi  il Paese ha bisogno di unità e non di pluralità divergente. Anche perché molte difficoltà vengono già lette in chiave di divisione: la Lega ha smesso i discorsi di divisione ma li ha fatti per decenni; e il meridione vive un eterno senso di rivincita verso il Nord. La traduzione dei problemi in rivalità interna è tipica ma anche sbagliata perché non li risolve. E non si può neppure dire che i problemi di sperequazione regionale vanno risolti a livello europeo. Ci sono sì i fondi europei per lo sviluppo delle aree depresse, ma se questi non vengono inseriti in una catena del valore diventano episodi incapaci di creare ricchezza.

Sfiducia e debolezza della società è ciò che rende il Sud ancora bisognoso di sostegno. Forse si è ragionato troppo in grande scala: la grande acciaieria, la grande industria, ecc.; forse se si cambia impostazione si possono ottenere migliori risultati. E questo  è ancora compito dello Stato, perché le Regioni sono troppo forti e al tempo stesso troppo deboli: propongono politiche a volte troppo accentrate ma hanno una forza economica e amministrativa troppo ridotta, spesso insufficiente.

Pubblicata in «Osservatorio globalizzazione» il 12 giugno 2020.

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