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Ragioni politiche

di Carlo Galli

Categoria

Politica

I dilemmi di un’autonomia difficile: la cultura tra economia e politica

Intervista con Giacomo Bottos, Lorenzo Mesini, Francesco Rustichelli

 

Con questa intervista vorremmo approfondire la questione dei nessi tra cultura, politica ed economia. Iniziamo col constatare come il nesso tra cultura e politica appaia oggi in crisi, mentre da più parti si pone l’accento sul legame tra cultura e mondo economico. Un rapporto che si declina sia in termini di ‘utilità’ della cultura – e quindi di giustificazione dell’investimento in cultura – sia di una concezione della cultura intesa come attività economica in senso stretto. Essa deve rivendicare una propria autonomia? Al tempo stesso sembra necessario che essa entri in relazione con queste sfere. Quali sono le forme specifiche in cui questo può avvenire?

Dobbiamo guardarci dal rischio di reificare la cultura, anche solo definendola ‘cultura’ come se fosse un ambito a sé stante, completamente autonomo e composto da specifiche pratiche. In realtà la cultura è il modo con cui l’uomo sta nel mondo. Vi sono dunque infinite gamme di cultura, dalla costruzione di utensili primitivi fino alla creazione della Cappella Sistina. Quando diciamo cultura oggi, però, intendiamo di solito forme di elaborazione particolarmente sofisticate, non immediatamente volte all’utilità o, se volte all’utilità, finalizzate anche a trascendere l’utilità stessa. Attenendoci a questa definizione ristretta di cultura ci troviamo di fronte a forme di elaborazione, costruzione, rappresentazione e narrazione che si confrontano con canoni prefissati – adeguandosi ad essi o superandoli – compiendo una serie di operazioni che trascendono l’orizzonte immediato.

Partendo da questa riflessione comprendiamo facilmente che nella produzione di cultura in una qualche dimensione – prima, dopo, davanti, dentro – deve darsi anche una produzione di utilità. L’utilità può essere intrinseca all’oggetto: un tempio, ad esempio, è allo stesso tempo utile e bello. Può essere precedente all’oggetto, come nel caso di un soggetto – pubblico o privato – che abbia accumulato ricchezza e che desideri, per mecenatismo o ostentazione di potenza, che da questo accumulo di ricchezza discenda un segno che lo renda memorabile, un segno monumentale. Questa è la via tradizionalmente più battuta per declinare il rapporto fra l’utile e la riflessione culturale come la abbiamo definita. Possiamo invece avere l’immediata mercificazione della cultura, cioè il mercato culturale. È la situazione in cui ci troviamo oggi, nella quale l’utile viene fatto crescere all’interno dell’oggetto culturale, ad esempio dai mercanti che investono su un artista o su un uomo di cultura. Questo investimento si basa sulla conoscenza delle tecniche grazie alle quali determinati prodotti culturali possono diventare essi stessi fonte di ulteriore e superiore utilità attraverso l’immissione in un circuito che viene definito mercato dell’arte o mercato della cultura. Tra gli attori del mercato culturale non vi sono solo i mercanti d’arte, ma, ad esempio, anche gli editori, che non sono mecenati ma soggetti che impiegano capitale di rischio. In questo caso la produzione culturale viene concepita come un ambito dell’esistenza che merita che su di esso venga investito capitale a rischio nella ragionevole ipotesi che quel capitale venga remunerato.

La cultura non è mai stata completamente libera dalla dimensione economica, così come non è mai stata completamente libera dalla dimensione politica. Al di là dello stretto legame che esiste tra economia e politica, la cultura è stata, infatti, anche la modalità attraverso la quale si esprimeva l’autocoscienza di un ordine sociale e l’autorappresentazione di una comunità politica che avesse accumulato sufficiente ricchezza per permettersi una costruzione culturale. Un elemento economico e un elemento politico ci sono sempre stati, anche se oggi l’elemento politico è messo in ombra. Fino a qualche tempo fa avremmo potuto dire che la cultura era un ambito di confronto fra diverse concezioni politiche: basti pensare al confronto fra il realismo socialista e l’avanguardismo capitalista. Quest’ultimo era deliberatamente supportato – sostanzialmente dagli Stati Uniti – per dimostrare come in Occidente fosse possibile la libera espressione della soggettività artistica. L’Oriente, invece, voleva dimostrare che l’espressione della soggettività artistica poteva essere comunicata e compresa da tutti senza rappresentare una dimensione esoterica o indecifrabile o tutta rivolta all’interno, e che al tempo stesso poteva essere sottratta al mercato. Oggi è difficile vedere un investimento della politica nella cosiddetta produzione culturale. La politica si occupa di cultura perché la gestisce, trovandola già pronta di fronte a sé, come un bene economico.

È lo spessore storico della produzione culturale accumulata nei secoli ad essere stato prima di tutto economicizzato, virato verso l’utilità e reificato attraverso varie tecniche. La potenza espansiva del neoliberismo consiste, per l’appunto, nel fatto che la dimensione economica si impadronisce di ogni altro ambito dell’umana esistenza e nessun aspetto dell’agire umano è in linea di principio escluso, sottratto al mercato. Se è vero che l’elemento dell’utilità era presente da sempre nella dimensione artistico-culturale, che era in ogni caso inserita in una realtà politica ed economica, la cultura aveva anche una propria autonomia, e perfino una intrinseca capcità critica. Certo, si confrontava con le reali condizioni socio-economiche e politiche, ma anche con canoni e con tradizioni sue proprie, e aveva una limitata, ma reale, libertà espressiva. Quello a cui oggi invece assistiamo è la perdita dell’autonomia. L’arte appare da un lato iper-autonoma, nel senso che in linea di principio può e molto spesso vuole essere l’espressione di un’emozione che l’artista desidera comunicare al pubblico attraverso vie solitamente estranee alla tradizione formale. Al tempo stesso il prodotto artistico di nuova creazione è pensato da subito, sempre e completamente – anche attraverso ingenti investimenti economici – per essere introdotto nel sistema del mercato. Per quanto riguarda invece i prodotti culturali ‘del passato’ questi vengono percepiti in epoca neoliberista come beni fra gli altri, che devono essere oggetto di conservazione e di valorizzazione. Conservazione significa impedire il deperimento del bene. Valorizzazione invece significa l’estrazione di un profitto dal bene stesso. L’intera produzione del passato viene inserita dentro questo schema di conservazione e valorizzazione di carattere economico. Si parla di ‘giacimenti culturali’ come se si trattasse di giacimenti petroliferi. Su questo la politica vuole dire la sua: se esistono i giacimenti culturali vuole gestirli e vuole scegliere chi li gestisce. Su questo presupposto si innesca poi un conflitto fra la politica statalista e centralistica da una parte e la politica che richiede che vi sia una gestione dal basso, nei territori, dall’altra. Entrambe le linee, però, prevedono la piena e totale sottomissione del bene culturale – evidente già dal fatto stesso che viene chiamato ‘bene’ – alla logica economica. Certo, in linea di principio più il controllo sui beni culturali è centralizzato più permane la lontana probabilità che la dimensione della conservazione faccia premio sulla dimensione della valorizzazione, mentre è evidente che più il livello di controllo è vicino al bene più ci si aspetterà che quel bene produca reddito, profitto.

Le cose sono abbastanza lineari per quanto riguarda i beni culturali di carattere artistico-monumentale. La questione è più sottile e complicata per quanto riguarda l’attività culturale di carattere intellettuale: la ricerca, le attività che producono risultati intangibili e che non hanno ricaduta pratica immediata. Le tante istituzioni culturali del nostro Paese vivono oggi una fase di passaggio. Si esce da un periodo in cui esse erano sostenute, per quanto in misura limitata, dallo Stato, dalle regioni e dai comuni e si va verso una situazione in cui l’assunto di base è che ‘nessun pasto è gratis’: nessuna istituzione culturale può esistere se non è capace di produrre da sé almeno una parte del proprio fabbisogno. Di conseguenza le istituzioni culturali si mettono sul mercato: austeri professori si danno alla divulgazione, sperando per questa via di poter incrociare l’interesse di qualche operatore economico desideroso di aiutare queste istituzioni. Il presupposto di base è che – escluse pochissime realtà che godono di finanziamenti ad hoc per legge – la stragrande maggioranza del mondo culturale deve ‘guadagnarsi’ i finanziamenti necessari alla propria attività. Da questo deriva l’enorme impiego di tempo e di fatica che queste istituzioni devono dedicare a trovare i modi attraverso i quali accedere a finanziamenti che rimangono sempre precari. Solitamente, infatti, si lavora su bandi e progetti: in questi casi il finanziamento è a termine e, inoltre, non può essere adoperato per il sostentamento dell’istituzione ma per l’espletamento del progetto. La vita delle istituzioni culturali diventa così molto più instabile e insicura, molto più competitiva. Ad esempio vi è un continuo sforzo per rientrare nelle tabelle ministeriali. Queste sono a loro volta delle forme di valutazione, in quanto il neoliberismo teorizza e introduce la valutazione in ogni ambito. Si tratta di forme di valutazione transitoria, che ogni tre anni vanno riviste. Di conseguenza la serena tranquillità di potere svolgere la propria funzione non c’è più; c’è invece la angosciosa percezione della contingenza e della precarietà della propria esistenza, e la consapevolezza della necessità che il lavoro culturale sia anche economicamente profittevole.

Oggi si insiste molto sulla rilevanza della conoscenza e della ricerca come strumenti per generare sviluppo economico sia attraverso processi di trasferimento tecnologico sia attraverso la capacità di produrre innovazione in grado di collocare i sistemi economici e produttivi in posizioni elevate nella catena del valore. Questo è vero per la cultura in generale? E se si, va perseguito come obiettivo in quanto tale o considerato un’esternalità positiva, uno spillover che non deve essere però il fine principale?

Certamente finché si ragiona in termini di catena del valore, e non ci si può sottrarre ad essa, conviene tentare di collocarsi nelle posizioni elevate del ranking. Questo è possibile quando si è detentori di beni culturali molto ricercati. Le grandi città d’arte, ad esempio, si sono trasformate in macchine per il turismo: pensiamo a Venezia, a Roma o a Firenze. Naturalmente ciò snatura profondamente la città, il suo impianto urbano, la sua vivibilità, e la percezione stessa delle opere d’arte in cui essa si articola. Queste opere non furono pensate per essere oggetto di turismo, ma per essere fruite dalla vita quotidiana della città. Anche quando furono realizzate per ragioni di magnificenza furono pensate per essere vissute, godute e non – più o meno frettolosamente – visitate. Il business turistico è sostanzialmente inarrestabile, è troppo radicato e intenso perché si possa pensare di bloccarlo – è difficile farlo persino nelle sue manifestazioni più discutibili come la presenza delle grandi navi nei canali di Venezia –. Dal momento in cui la produzione della cultura viene definita “bene culturale” siamo entrati nella logica della reificazione. Dentro quella logica tutto succede di conseguenza: si potrà tentare di essere più o meno di buon gusto, si potrà tentare di essere più o meno riguardosi verso il bene, ma quell’opera è trasformata in una cosa, o peggio: in un capitale.

Per quanto riguarda il legame tra cultura e politica, come si struttura questa relazione? Con quali gradi di autonomia o non autonomia? Nel nostro Paese quali sono state le linee generali e i punti di svolta di questo rapporto dall’Italia preunitaria passando per il Novecento e la riflessione di figure chiave come Croce e Gentile o Gramsci e Togliatti e, per quanto riguarda il mondo cattolico, Dossetti o Moro?

La cultura è ‘dentro’, non è fuori. Questo la vincola, ma al tempo stesso le dà una capacità critica: non si può criticare dal di fuori. La cultura può essere una cultura che chiama all’azione, una cultura propagandistica, una cultura di intervento, una cultura di impegno, o può essere una cultura di riflessione e di critica. Una cosa è certa: solo oggi stiamo facendo esperienza di una politica senza cultura. L’elemento caratteristico del nostro tempo, degli ultimi cinquant’anni, è la fine del rapporto – che non si riduca ad un rapporto di strumentalizzazione economica – tra politica e cultura. Gli intellettuali non hanno più alcun peso. In passato vi sono stati intellettuali critici e intellettuali organici, o anche asserviti. Oggi non sono più asserviti perché non li vuole nessuno, nessuno ne sente il bisogno. Dopotutto ad asservire un intellettuale gli si fa in un certo senso un complimento, gli si concede un rilievo, gli si riconosce un valore. Oggi non succede nemmeno quello. In modi diversi le vicende politiche del nostro Paese sono state tutte attraversate dalla cultura nelle sue diverse accezioni – la propaganda, l’impegno, la critica –: nel Risorgimento, nell’Italia liberale e perfino nell’Italia fascista è stato così. Non è vero quanto diceva Bobbio, che fascismo e cultura non si siano mai incontrati: si sono incontrati eccome – con grandi equivoci da una parte e dall’altra –, l’EUR, ad esempio, è un episodio di cultura fascista: pur trattandosi di razionalismo architettonico è difficile separarlo dal committente e dalla sua idea di cultura e di città. L’Italia democratico-repubblicana è un’Italia che è stata fatta anche e profondamente dalla cultura: la stessa Costituzione è un prodotto culturale di altissimo profilo. Nessuno pensava che la politica potesse prescindere da un robustissimo supporto culturale e questo non solo a sinistra. Persino in un mondo un po’ più pragmatico come quello democristiano esistevano dei frame intellettuali ed esisteva l’esigenza di dare una giustificazione culturale all’agire. I comunisti hanno proseguito la tradizione filosofica italiana mentre i cattolici hanno quasi inventato la tradizione sociologica italiana. Nessuno dei due curava quella economica, che è stata gestita dalle élites borghesi. La ricchezza di produzioni culturali italiane negli anni Cinquanta e Sessanta e nella prima metà dei Settanta era quasi esagerata nella sua abbondanza. Fino alla morte di Pasolini e Montale ogni anno usciva un prodotto di altissimo rilievo: una raccolta di poesia di Montale, un libro di Moravia, uno di Gadda, un film di Visconti, uno di Fellini. La proposta era ricchissima e la politica poteva essere derisa o poteva a sua volta deridere (il “culturame”), ma non poteva far finta che questo Paese e questa società non fossero capaci di una tale autoconsapevolezza. C’è voluto il neoliberismo per smorzare, attutire, livellare. Il neoliberismo è una tecnica specifica. La televisione e poi i social media hanno avuto un ruolo nel portare la società e la politica a convergere in un eterno presente di piccole rivendicazioni, di gossip, di ripicche e di odi, e nel far scomparire il disegno, la progettualità, l’idea. Naturalmente il disegno e le idee ci sono, ma sono in mano ai poteri economici, che hanno idee piuttosto precise sul tipo di società che vogliono. Ma queste idee e questi progetti non fanno parte di una cultura comunicata e condivisa, o discussa, e quindi pubblica, e anzi cercano di schermarsi il più possibile. Idee paradossalmente invisibili, quindi. Ed è rispetto a queste idee/non idee che l’assenza di un’idea pubblica della società e della politica appare ancora più angosciosa. È qui che interviene il ruolo degli istituti culturali e non è un caso che agli istituti culturali si faccia sostanzialmente guerra o li si spinga alla ricerca di un po’ di nutrimento, di pane quotidiano.

Molto di quello che sto dicendo sarebbe smentito dai portatori della cultura mainstream, i quali direbbero che il neoliberismo non c’entra nulla, che, anzi, valorizza la cultura e immagina una società della conoscenza. Il neoliberismo vorrebbe dunque sempre più laureati, sempre più musei, vorrebbe che fossero sempre più frequentati, vorrebbe sempre più turismo e sempre più orientato verso le grandi città d’arte. Vorrebbe una società colta, perché dalla cultura si spreme profitto. È vero che a parole il neoliberismo vuole questo, ma è anche vero che questa cultura è definibile tale solo in misura molto limitata. Si tratta più che altro di un insieme di saperi tecnici, o di curiosità dopolavoristiche. La cultura come spirito critico non è merce particolarmente gradita, tranne che in determinate circostanze nelle quali possa fungere da fiore all’occhiello. Ad esempio Harvard University Press pubblica Impero di Toni Negri, un’opera che lascia il mondo esattamente com’è, ma consente di dire che HUP non è biecamente al servizio dell’ipercapitalismo. Ma chi ha meno risorse e meno potere di HUP non pensa nemmeno lontanamente a pubblicare libri sovversivi – posto che quello sia un libro sovversivo –. La società della conoscenza non è una società in cui la cultura svolga un ruolo critico: essa svolge invece un ruolo di mantenimento e propulsione dello status quo. Quest’ultimo è certamente una continua rivoluzione di se stesso, ma una rivoluzione che sarà sempre solo una evoluzione – un miglioramento, un perfezionamento quando va bene –. Paradossalmente elementi di cultura critica oggi vengono più frequentemente dalla destra che non dalla sinistra, perché è la destra che si sente tagliata fuori dall’universo neoliberista e liberal, mentre la sinistra si è completamente trasformata dall’essere critica all’essere composta da partiti sostanzialmente liberal,  architrave del mainstream. A tale mainstream la cultura contribuisce precisamente distogliendo l’attenzione dai nuclei decisivi della nostra esistenza e inventandosi continuamente ambiti sui quali applicarsi e sui quali far convergere l’attenzione della società, ambiti che tutto possono essere ma non devono avere a che fare con la critica dell’economia politica. Noi vediamo l’invenzione continua di nuovi miti mainstream. Contro di loro la cultura aggressiva della destra svolge, ma solo molto limitatamente, un ruolo critico perché non aspira ad avere una reale capacità di critica strutturale del presente, ma vuole semplicemente contrapporre ad alcuni epifenomeni altri epifenomeni. Una critica da sinistra delle mitologie liberal è quasi impensabile e di fatto non viene sviluppata. Sarebbe invece opportuno che questo accadesse, se non altro per non lasciare lo spazio della critica tutto alla destra e alla sua superficialità.

Da questa ricognizione storica emerge l’importanza di approfondire il del ruolo degli intellettuali e di una costante azione di pensiero e di immaginazione politica, come è cambiata in prospettiva storica questa figura? Come si produce oggi l’analisi politica? La politica con quali strumenti analizza la realtà? Come ha influito su questi meccanismi la grande transizione neoliberale degli anni Settanta?

Come la politica analizzi la realtà è un mistero anche per me. Pur avendo avuto un ruolo politico per cinque anni, non ho mai sentito un’analisi politica. Si va dalla lettura dei libri di qualche giornalista, o dei giornali, degli articoli di fondo di qualche editorialista, ai sondaggi. Analisi di livello superiore, ‘analisi di fase’ come si diceva una volta, non le ho mai né viste né sentite. La politica non analizza la realtà, ci sta dentro giorno per giorno, ora per ora. Combatte solo battaglie tattiche, ignorando le battaglie strategiche. Ovviamente le grandi svolte strategiche avvengono non per motivi naturali, ma per decisioni di rilievo politico prese in ambito non politico, in ambiti economici oligarchici. Un’altra fonte di analisi politica, tipica in assenza dei partiti, sono i think tank, cluster di specialisti, in alcuni casi molto validi, che hanno il limite di ospitare più politologi, sociologi ed economisti che storici e filosofi. Sono un’entità esterna, anche se talvolta sono stati promossi dalla politica, agiscono in maniera autonoma, stando sul mercato e facendo indagini. La politica se ne serve chiedendo un parere, commissionando una ricerca, convocando studiosi per farsi spiegare certe dinamiche. Tutto questo, però, è sempre molto episodico. Il cervello pensante è fuori dalla politica, e questa se ne serve come un produttore di informazioni istantanee, di competenze tecniche, continuando a percepire se stessa come assolutamente autonoma rispetto alla cultura.

Questo in un universo provinciale come quello italiano. Ma la politica ha anche saputo pensare in grande e agire in grande: la svolta neoliberista è stata una decisione politica, supportata da analisi strategiche e sociologiche, oltre che da immensi interessi economici; ne è risultato un mondo economicizzato, ma la decisione è stata della politica, sulla base di precise analisi culturali (la Trilaterale  i suoi Rapporti).

La filosofia ‘non nasce nel deserto’, è intimamente legata alla ‘città’, e in particolare lo è la filosofia politica, questo rapporto cruciale, e storicamente ricco di complessità, come si articola oggi? Come agisce la filosofia sul discorso pubblico? È ancora possibile decifrare la politica, e quindi agire sulla politica, attraverso la filosofia? Qual è la responsabilità, il compito delle classi dirigenti – non solo dei ceti intellettuali o politici –, faccio riferimento al suo testo I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, nel tenere insieme il triangolo cultura-politica-economia? E in particolare che ruolo hanno giocato le classi dirigenti nell’Italia degli ultimi vent’anni?

La filosofia è a sua volta attraversata da gravissime contraddizioni: non esiste un sapere filosofico compatto, certo di sé e dotato di sicurezza e autonomia. Gli infiniti rivoli lungo i quali – anche giustamente – si è dispersa la ricerca filosofica dimostrano una intrinseca debolezza; in ogni caso, la filosofia politica fa molta fatica a misurarsi con la politica. Questo a meno che non si parli di filosofia politica normativa: in quel caso tutto è risolto a priori poiché non ci si cura delle condizioni di possibilità delle realizzazione dei suoi postulati, limitandosi a spiegare qual è l’ottima società. La filosofia da sola non produce pensiero critico. Perché questo esista e non si limiti ad essere un’autocompiaciuta distanza dalle cose deve mettere insieme coordinate filosofiche, saperi tecnici e saperi economici. Non si può essere critici semplicemente essendo “filosofi”: la decostruzione linguistica non produce un impatto critico reale e anzi il pensiero critico deve essere un pensiero con armatura filosofica e con sostanza economico-politologica. Certo, rispetto all’economia e alla scienza politica il pensiero critico con la sua armatura filosofica è capace di mettere in forma, di mettere in prospettiva cronologica, di non assumere i dati dei saperi economici e politologici come dati oggettivi; però li deve maneggiare continuamente e non può fingere di essere estraneo ad essi. La filosofia è anch’essa dentro, non fuori. Questo che chiamiamo pensiero critico è un pensiero che non ha grandi spazi e non ha molti cultori. Soprattutto dovrebbe essere capace di un’operazione gramsciana, cioè di individuare qualche cosa che ha a che fare con la vita del popolo. Dovrebbe essere capace di internità rispetto alla società e al tempo stesso dovrebbe essere capace di vedere la società dal di fuori – dentro/fuori, quindi – e dovrebbe essere capace di individuare le forze, se vi sono, che sono interessate alla mutazione dei rapporti di potere dentro alle nostre società, e individuarle credibilmente facendosi capire. Un lavoro gigantesco che non è nemmeno cominciato: nessuno fa un investimento di così lungo periodo, la politica si gioca tutta sul quotidiano.

Da qui si arriva alle classi dirigenti che non sono selezionate, se non attraverso la chiave dell’obbedienza, della lealtà. La politica non pensa di dover possedere in prima persona le competenze, pensa sempre di poterle convocare, dandole in outsourcing. I ceti politici sono ceti di ambiziose cordate, con un capo cordata che chiede essenzialmente obbedienza. Al di fuori di questo in alcune realtà – il Partito Democratico e la Lega – e in certi territori vi sono dei ceti dirigenti che nascono dall’amministrazione locale, una buona scuola che, però, non esaurisce quella che dovrebbe essere la formazione di un uomo politico. I giovani da questo punto di vista non sono diversi dagli anziani: sono mossi da grandi ambizioni, ma si tratta di ambizioni personali, da soddisfare nel breve periodo e più rapidamente possibile. Non c’è l’ambizione di fare grande politica, di mettere le mani negli ingranaggi della Storia. Il neoliberismo non è passato invano, ha creato un individualismo competitivo in ogni ambito dell’esistenza, e anche nella politica.

Sono ben consapevole del fatto che sempre la politica è stata il teatro della lotta fra le ambizioni – ci mancherebbe altro –, si tratta però di capire di quali ambizioni parliamo e che rango abbiano. La lotta fra Cesare e Pompeo era la lotta fra l’ambizione di essere il padrone del mondo. Oggi non c’è bisogno di avere ambizioni così sfrenate, ma una certa ambizione di alto profilo sarebbe necessaria. Ma se la politica non ricerca ambizioni di alto profilo, sarà una politica di basso profilo, come è. Oggi, esaurita la capacità educativa dello Stato, della Chiesa, della Scuola, dei partiti, delle associazioni economiche – capacità educative che un tempo producevano la società e i ceti dirigenti della società – a buoi scappati, molto spesso vi è il tentativo di inventare scuole di politica o altri esperimenti, che salvo rare occasioni hanno una durata molto breve. Questo avviene perché manca o la qualità dei docenti o quella dei discenti, che cominciano presto a chiedersi in che misura le analisi che vengono loro proposte servano per fare carriera. Siamo quindi di fronte a una politica di basso profilo, lasciata in mano a chi è più abile a giocarsela nel quotidiano. I politici devono saper giocare anche nel quotidiano – altrimenti vengono travolti, o farebbero i filosofi – ma al tempo stesso devono essere capaci di guardare lontano, di guardare e di capire il mondo dentro al quale si muovono e non solo di correre ai ripari. La politica a furia di correre ai ripari, i ripari non li trova più, e non li costruisce; per mettere gli argini al grande fiume della fortuna servono degli ingegneri, non si può improvvisare.

 

Pubblicata in «Pandora», n.8/9 (2019), pp. 42-48

Che cos’è questa crisi?

I poteri mondialisti ed europeisti erano usciti parecchio ammaccati dalle elezioni del 2018, in cui aveva prevalso la ribellione popolare contro il paradigma economico vigente e contro le sue conseguenze politiche e sociali – la precarizzazione e l’indebolimento del lavoro e della funzione pubblica come risultato del vincolo monetario esterno hanno generato l’ormai ben noto momento Polanyi –. Privato del suo partito di riferimento, il  Pd clamorosamente sconfitto, l’establishment non era tuttavia rimasto privo di risorse e poteva contare su alcuni ministri, graditi anche al capo dello Stato. E su di un’incessante lavoro più o meno sotterraneo a vari livelli, interni ed europei, per imbrigliare l’azione non ortodossa del governo. Sottoposto a critiche giuridiche e morali sulla questione dei migranti e sfidato sul versante economico dalla Commissione che ha minacciato una procedura per deficit eccessivo, il partito più numeroso ma anche più debole, il M5S, ha fatto proprie le ragioni dell’establishment e ha impedito di fatto l’autonomia regionale rafforzata – forse non carissima a Salvini, cui tocca l’arduo compito di gestire una Lega proiettata oltre se stessa, cioè fortissima anche al Sud, e costretta quindi a una complexio, per cui non è culturalmente attrezzata, tra pulsioni anti-sistema e richieste del Nord liberista, embedded nell’economia tedesca –. E ha preventivamente bocciato la flat tax, questa sì di significato strategico per la Lega, in diretta opposizione all’impianto ordoliberista dell’eurozona, accettando dalla Commissione serie ipoteche sulla nostra libertà di manovra in sede di legge finanziaria. È quindi pura propaganda la tesi di Zingaretti che Salvini scappasse dalla finanziaria. Al contrario, la voleva fare senza condizionamenti, anche in extra-deficit (per non aumentare l’IVA).

Per reagire a questa situazione (e alle minacce trasversali di cui era fatto oggetto: il caso Savoini) e non solo per capitalizzare il consenso delle europee (finalità che certo sarebbe ridicolo negare), Salvini ormai accerchiato ha mandato in crisi il governo, fidando anche nell’interesse di Zingaretti a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate: con queste il segretario Pd avrebbe potuto sbarazzarsi dei renziani, che ora sono il sessanta per cento dei gruppi parlamentari. E il Pd si sarebbe attestato come secondo partito, partner minoritario di un quadro politico centrato sulla maggioranza quasi certa della Lega (con FdI ma senza FI), di cui sarebbe stato l’antagonista sistemico.

A questa prospettiva si sono opposti fulmineamente, sia  direttamente sia con i loro terminali italiani, i poteri europei – timorosi che l’Italia venisse consegnata all’ “uomo più pericoloso d’Europa”, proprio mentre l’Inghilterra se ne va e la Germania entra in recessione –, nonché Renzi, che è stato prontissimo a invertire la sua posizione sul M5S per sfuggire al rischio di venire cancellato dalla scena politica senza avere avuto il tempo di fondare un nuovo partito alla prossima Leopolda (e anche prontissimo, una volta ottenuto il risultato voluto cioè di non andare alle elezioni, a storcere il naso sull’alleanza col M5S, facendo capire che inizierà a proprio piacimento a minacciare di staccare la spina al governo, non appena il suo partito personale sarà pronto). E naturalmente si è opposto il M5S che si è visto minacciato di estinzione elettorale; e, insieme ai grillini, il premier Conte, oltremodo  versatile e ben appoggiato anche dalla Chiesa. Il governo giallorosso era quindi nelle cose. E rispondeva tanto ai timori dell’establishment quanto alle speranze di trascinare la legislatura (con riforme costituzionali ed elettorali) almeno fino  al 2022, anno di elezione del nuovo capo dello Stato, e di logorare nel frattempo Salvini all’opposizione, magari con qualche non implausibile intervento della magistratura.

Specularmente, Salvini ha dovuto ripiegare dall’aspirazione a essere l’unica forza di governo alla accettazione del ruolo di unica opposizione. Un cambio sfavorevole, ma non rovinoso. Sempre che la mancanza di potere non lo logori, e che si dia una strategia e una cultura di governo davvero nazionale ed egemonica, un po’ meno rudimentale di quella che ha fin qui dimostrato.

Ma se è saltata la trappola di Salvini, è fallita anche la contro-trappola di Di Maio, che ha fatto la voce grossa per imporre Conte come Presidente del Consiglio salvo accorgersi ben presto che sta nascendo in pratica un monocolore Pd, quasi tecnico, dato che Conte si sottrae all’appartenenza grillina e che non ci saranno vice-premier a marcare il territorio per il M5S. Una tardiva resipiscenza spiega le difficoltà frapposte da Di Maio al formarsi del nuovo governo, che vede il suo movimento alleato con l’arcinemico Pd (ancora sostanzialmente renziano), e quindi soggetto a logoramento del proprio consenso (dei votanti, non degli iscritti) e all’azione corrosiva dei ben più strutturati politici del Pd. Di fatto escono vittoriosi da questo round – oltre ai poteri europei – Renzi, Grillo e Conte, e sono sconfitti in grado diverso Salvini, Zingaretti (che vede crescere a dismisura il ruolo di Renzi) e Di Maio (oggettivamente ridimensionato  da Conte e Grillo). I liberi battitori e i devoti europeisti vincono sui  capi dei partiti. E questi, tranne la Lega, ne escono tutti divisi al proprio interno.

Quello che sta nascendo grazie al voto di Rousseau, largamente prevedibile, è un governo debole, tenuto insieme dalla paura della Lega ma attraversato dalla contraddizione fra la volontà di continuità dei grillini, che non possono rinnegare l’esperienza gialloverde, e la volontà di discontinuità del Pd, che a sua volta non può mostrarsi un mero sostituto della Lega. Debole e litigioso, quindi, come si comprende dall’estrema vaghezza compromissoria del programma, ma duraturo (almeno fino al 2022), che intanto avrà come risultato di rendere assai più difficile alla Lega conquistare le regioni rosse in cui a breve si vota: l’Umbria e soprattutto la crucialissima Emilia-Romagna. Nonché di varare una legge finanziaria “ragionevole”.

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Sotto il profilo sistemico e teorico si deve notare che il rifiuto di dare il via libera a nuove elezioni è in coerenza con le logiche di una repubblica parlamentare – tanto elogiata oggi da quanti tre anni fa la volevano superare con presidenzialismi e sistemi maggioritari – ma anche che tale coerenza ha senso finché non delegittima le istituzioni. Infatti da Mortati a Moro si è sempre attribuito al capo dello Stato un potere di scioglimento delle Camere determinato dall’esigenza che le maggioranze ivi espresse siano in sintonia con il sentimento popolare. Insomma, in tempi normali nulla quaestio: il popolo non ha diritto di votare quando il parlamento sa esprimere una maggioranza. Ma è lecito dubitare che sia normale, e non anomalo, il governo dei due partiti che hanno perso le ultime due elezioni: il  Pd nel 2018 (incredibilmente miracolato al di là di ogni suo merito), e il M5S nel 2019.

Il rischio della delegittimazione – politica, non formale – delle istituzioni c’è. Ed è potenziato da un’altra anomalia, che non viene neppure negata ma anzi accettata come anch’essa normale, benefica e autorevole. L’ingerenza di potenze e istituzioni straniere nel processo politico italiano, per orientarlo in senso contrario alla Lega che, costi quel che costi, a prezzo del sacrificio di ogni passata posizione e contrapposizione, non deve più gestire il potere. Con le cattive o con le buone, direttamente o indirettamente, togliendo o concedendo margini di spesa pubblica, l’Europa governa i nostri governi e ci tratta ora da provincia ribelle da domare ora da figliol prodigo da festeggiare. Senza esagerare, s’intende. Non è nemmeno il caso di appellarsi all’antico motto repubblicano non bene pro toto libertas venditur auronessuno ci offrirà tutto l’oro del mondo e rinunceremo alla nostra libertà per molto meno.

Nell’intreccio  di piccolezze domestiche e di rabbiosi poteri globali, di paradossi italiani e di crisi europee, si deve riconoscere che la costituzione politica in senso materiale del nostro Paese si configura oggi attraverso il determinante ritorno, dopo trent’anni di assenza, di una  conventio ad excludendum. Non più contro il PCI, ovviamente, ma contro la Lega di Salvini. Quel che resta da vedere è se questa esclusione sarà tanto assoluta e radicale quanto quella che colpiva il PCI, o se invece cadrebbe davanti a una eventuale vittoria elettorale della Lega.

In ogni caso, non  è sovranismo, qualunque cosa ciò significhi, sottolineare che non si governa in Europa con posizioni anti-europee; su questo terreno la volontà del popolo non è determinante. Il vincolo esterno dell’euro non è solo economico ma, ovviamente, anche politico. La nostra è in ultima istanza una democrazia protetta. Ovvero, l’Italia rischia di essere un protettorato, non tanto genericamente europeo quanto più specificamente delle due potenze sovrane più forti e intraprendenti in Europa: Francia e Germania, per quanto piene di problemi (dai gilet gialli al crescente peso elettorale di AfD, parallelo  alla lenta agonia di SPD e CDU).

Che il nostro Paese sia il ventre molle dell’Europa, o almeno la più debole delle grandi potenze europee, è cosa nota, ed è una storia vecchia quanto la nostra esistenza come Stato nazionale unitario. Ce ne siamo potuti parzialmente dimenticare solo quando eravamo immersi nel grande impero occidentale della superpotenza statunitense, e la Germania era divisa. Con l’unificazione tedesca e con la concomitante riconfigurazione del dominio americano in Europa, gli Stati nazionali hanno ripreso quasi del tutto il loro antico ruolo, servendosi di fatto della Ue e delle logiche dell’euro come di moltiplicatori delle rispettive potenze nazionali, in termini di spericolate manovre finanziarie fatte pagare ai debitori, e di assalti e acquisizioni verso le imprese (italiane) più appetibili. Una gerarchizzazione interna alla Ue che non ci vede certo fra i Paesi trainanti: e infatti di norma, verso di noi le regole, a partire da quelle economiche, si applicano (o se ne negozia onerosamente l’applicazione), verso altri si interpretano. Per invertire questo trend nell’ambito delle relazioni internazionali – dove vige, appena camuffata, la legge del più forte – dovremmo mettere mano a una profonda ristrutturazione del sistema-Paese (istruzione, ricerca, pubblica amministrazione, poteri locali, investimenti pubblici nelle infrastrutture) che i vincoli dell’euro rendono obiettivamente difficile, e che in ogni caso sembra al di là della capacità progettuale delle forze politiche.

Né si può far di conto sull’aiuto americano in chiave anti-Ue. Il trumpismo ideologico ed economico di Salvini non ha evitato l’endorsement di Trump al Conte-bis. Per gli USA l’Italia è solo una questione geopolitica. E Salvini che pure si è allineato con Trump contro Maduro è però inaffidabile sulla Russia. E tanto basta. Per di più, Trump ha sicuramente ricevuto da Conte promesse in senso anticinese.

Di pari importanza rispetto al condizionamento politico c’è, ovviamente, quello più generico dei mercati finanziari, benché parte delle reazioni di questi siano politicamente indotte. Si è perfino parlato di presentare il nuovo governo ai mercati, ben prima che al Parlamento. C’è un interessato autocompiacimento in questa servitù volontaria, in questa conclamata voluttà di abdicare alla funzione egemone della politica: la speranza di conservare, a dispetto di tutto, uno status quo che sfavorisce pesantemente il lavoro e la nazione, e favorisce solo le fasce sociali cosmopolite disposte ad accontentarsi di una posizione subalterna fra i beneficiati del gran banchetto globale.

Così, non soltanto la Lega deve attrezzarsi per una lunga traversata del deserto, e dotarsi di idee più che di slogan (ad esempio, su che cosa fare una volta allentati o rotti vincoli europei); non soltanto il M5S corre seri rischi di brusco ridimensionamento e di consegnarsi al Pd, il  quale  come al solito è destinato a governare senza un progetto chiaro, pur di conservare lo status quo, come una ri-edizione minimalista della Dc; non soltanto non esiste in Italia una posizione di sinistra; non soltanto siamo di fronte alla rivincita dell’establishment e del pensiero allineato contro un nemico inesistente (il M5S un tempo anti-casta e oggi membro subalterno di questa) e uno attualmente non fortissimo ma pericoloso per il futuro (la Lega); non soltanto i poteri indiretti e stranieri trionfano sul potere diretto del popolo; ma soprattutto questa crisi mette il Paese davanti alla propria debolezza internazionale e interna, una debolezza che non gli consente di affrontare nessuna delle questioni portate alla luce dalle elezioni del 2018: la mancanza di un centro stabilizzante del sistema politico e l’incapacità dei partiti e delle istituzioni a interpretare le difficoltà della società. Alla quale si risponde, in sostanza, che non c’è alternativa al paradigma dominante, per quanto sfavorevole esso sia (anche la Lega è un’alternativa solo parziale, più anti-ordoliberalista che non anti-neoliberista). Finché qualcosa non si spezza, o finché la via del declino non è imboccata irreversibilmente.

E invece di una nuova speranza, di una nuova politica, di una Grande Idea, dell’energia per un nuovo risorgimento, l’Italia avrebbe bisogno e, chissà, anche desiderio.

Dalla leadership al leaderismo

Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e  passioni socialmente diffuse ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle grandi crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra l’essenza storica di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di revanchedella Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; De Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene e nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza storica di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle  grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge  razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta quei processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive.

Questa non è storia di un passato remoto, di mitici Padri della Patria: è vicenda di ieri, delle nostre democrazie pluralistiche. Per limitarci all’Italia, si tratta di leader di partito che erano capaci di generare ammirazione, rispetto, identificazione sentimentale ed emotiva. Togliatti e Berlinguer, Nenni e Craxi, nella sinistra, e nel più cauto e oligarchico mondo democristiano, dopo De Gasperi, almeno Moro e Fanfani; e, inoltre, Almirante, La Malfa e Pannella. Erano leader in grado di destreggiarsi fra i notabili del proprio partito, di fronteggiare gli altri capi-partito, e anche di prendere grandi decisioni, di dare voce a esigenze realmente diffuse nella società (non tutte gradevoli, certo). Erano leader capaci di trasformare il Paese con la loro decisione, ma anche di costruire una rete di compromessi e di mediazioni; leader carismatici o semplicemente dotati di abilità e buon senso; leader divisivi o inclusivi; comunque sia, la politica in Italia si è sviluppata su ritmi socio-economici, ma ha marciato sulle loro gambe, senza, tuttavia, che i leader si sostituissero alle istituzioni e ai partiti.

Si tratta, infine, di leader dagli stili molto differenti ma che hanno saputo essere popolari – non solo, quindi, grandi tecnocrati di Stato – e al tempo stesso svettare per profondità e lungimiranza di sguardo; di leader che non soltanto si sono adeguati al loro elettorato ma lo hanno saputo anche orientare: la Dc raccoglieva voti a destra, prevalentemente, e li spostava verso politiche di centrosinistra; il Pci di Togliatti ha organizzato masse ribellistiche e le ha portate all’interno della vita democratica del Paese. Leader, insomma, che hanno dato risposte reali a problemi reali – a crisi economiche, a sconvolgimenti sociali, a impetuose trasformazioni, a drammatiche emergenze –; leader legittimati dalla capacità di orientare con il ragionamento e di trascinare con la passione. Presupposti della loro azione sono stati i partiti, in buona salute, e una certa solidità delle istituzioni politiche. Venuti meno gli uni e le altre, da una parte si è dovuto fare ricorso a personale tecnico di alto profilo – soprattutto di cultura economica (Ciampi e Monti) –  ma dall’altra si sono formate nuove figure e nuovi stili di leadership politica: e la novità è stata tale che si può parlare del passaggio a una fase nuova, al leaderismo. In Italia ciò è avvenuto con un crescendo che è andato da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini. Ma non siamo soli: negli Usa è altrettanto significativa la sequenza Reagan, Clinton, Obama, Trump. Si tratta di leader dai diversissimi orientamenti e stili: la caratura ideologica semplificata (Reagan), l’empatia di Clinton, il narcisismo di Berlusconi, l’aggressivo ottimismo di Renzi, l’ultrapopulismo di Trump (e non si dimentichi l’autoritarismo plebiscitario post-liberale di Putin).

La prima novità è nella ricerca del consenso: il nuovo leader costruisce un rapporto diretto con i cittadini, in virtù della accresciuta potenza dei mezzi di comunicazione, dalla tv ai social media; non interpreta una ideologia ma una narrazione, uno storytelling, preparata dai suoi spin doctor; non si rivolge a gruppi sociali strutturati, a realtà collettive, ma a una società pulviscolare, a un popolo di individui isolati uniti quasi solo da rancori e paure (il populismo, con la sua contrapposizione fra un Noi buono e un Loro cattivo, è una componente essenziale del nuovo leaderismo), e parla a ciascuno di essi, estraendo da ciascun singolo i timori e le speranze più elementari e offrendo identità e protezione. Mentre la propaganda dei partiti di massa era calata dall’alto, era l’amplificazione di un’idea, la ripetizione di un concetto in forma di slogan, e aveva un che di autoritario, la comunicazione del nuovo leader è invece sottile e pervasiva. La passione politica socialmente organizzata è sostituita dalla sentimentalizzazione soggettiva, il ragionamento dalla persuasione. Anche il “nazionalismo” promosso da alcuni dei nuovi leader (da Orban a Salvini) è piuttosto, in realtà, la somma, transitoria, di individualismi egoisti.

La semplificazione del messaggio politico è poi ovvia: il linguaggio si banalizza, diventa più suadente e al tempo stesso più violento: si procede alla individuazione di nemici (di volta in volta i “comunisti”, i “vecchi”, i “migranti”) più che all’analisi di processi da comprendere e da gestire; soprattutto, il nuovo leader  deve essere il più possibile simile ai cittadini, e  non dare l’impressione di essere superiore o estraneo a essi: la semplicità, il tratto popolare e al limite anche volgare, è un optionalgradito (Trump, da questo punto di vista, è perfetto). Il nuovo leader non è un superiore onnisciente, ma un uguale vincente; attraverso la sua vittoria passa il riscatto di ciascuno dei suoi elettori: l’identificazione è individuale, non collettiva.

La comunicazione è, infine, la costruzione di un universo artificiale, in cui i politici sono attori e il pubblico si  aspetta una performance, uno spettacolo, una rappresentazione che prende il posto delle tradizionali rappresentanze: Reagan era un  attore consumato, ma anche un politico navigato, e sapeva comunicare con stile amichevole; Obama e Renzi esibivano, nei loro comizi, la stessa scioltezza e lo stesso ritmo dei cantanti rock; Berlusconi, poi, era un affabulatore televisivo di rara efficacia.

Ma oltre alle novità comunicative – che sono novità nella legittimazione – il leaderismo implica novità politiche strutturali. I suoi protagonisti devono apparire il più possibile “nuovi” rispetto ai partiti; devono imporsi su oligarchie conservatrici (come Renzi e Trump), o devono inventarsi un loro partito personale (come Berlusconi e Macron) o rivoluzionare profondamente il loro partito d’appartenenza (come Salvini). È inoltre fondamentale che il nuovo leader, benché non necessariamente autoritario o decisionista, abbia grande libertà d’azione, che il peso dell’elemento personale aumenti, e che il quadro istituzionale sia sempre meno rigido e  cogente, e sempre più a disposizione del Capo (il vorticoso susseguirsi di nomine e licenziamenti dell’amministrazione Trump ne è un esempio); il nuovo leader è tendenzialmente solo, non si interfaccia con altri politici ma con la sua “squadra” di consiglieri ed esecutori (qui Renzi è un caso di scuola). Per di più, il nuovo leader si costruisce un quadro istituzionale in cui il Capo non è soltanto una componente della politica, ma ne è il centro e il cardine: una presidenzializzazione del potere (anche dove le istituzioni non sono apertamente presidenziali) e una verticalizzazione della politica, che vorrebbero dar vita a una “democrazia dell’affidamento”, facilitata da leggi elettorali maggioritarie (e qui è inutile fare esempi). I grandi sconfitti sono i parlamenti; in potenziale pericolo – più o meno grave nei diversi Paesi – sono le liberaldemocrazie.

Ma la tendenziale sostituzione delle mediazioni politiche e istituzionali con la mediazione comunicativa, la spettacolarizzazione della politica e il rafforzamento del potere verticale, non sono soltanto segni di barbarie neo-autoritaria né semplici effetti della manipolazione delle coscienze. Sono una reazione, ingenua e pericolosa, a un problema reale, cioè a una politica  che sempre più spesso si è presentata come un flusso di potere senza nome e senza volto, come una minacciosa potenza tecnico-oligarchica, che si raccoglie in spazi chiusi e inaccessibili, nelle agenzie e nelle authorities. La ricerca del leader, per quanto sia artefatto e manipolatorio, per quanto egli stesso possa essere, in ultima analisi, al servizio dei poteri più opachi, non è anti-politica ma è la spia dell’esigenza che la politica parli ai cittadini, che li sappia capire e proteggere, che abbia un volto umano in cui essi si possano identificare e riconoscere. Chi vuole contrastare le attuali forme di leaderismo non deve quindi dimenticare che di una politica che sia anche parola e volto, e non solo algoritmo impersonale né solo oggettività tecnica, tutti hanno oggi bisogno, per ritrovare ciascuno la propria umanità.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 7 luglio 2019

Elezioni europee 2019

 

La soddisfazione del Pd per la “crescita” elettorale dimostra solo quanto grande era il suo timore. In realtà, il Pd  perde circa centomila voti rispetto alle politiche del 2018 (più di sei milioni rispetto al 2014) e guadagna in percentuale solo pescando dall’astensione e da LeU, mentre i voti usciti dall’effimero e incapace M5S (meno 1.200.000 rispetto al 2014, meno 6.200.000 rispetto al 2018) vanno all’astensione e alla Lega. Che,  a sua volta, guadagnando tre milioni e mezzo di voti rispetto al 2018 e 7.500.000 rispetto al 2014, cannibalizza anche Fi (che perde 2.200.000 voti rispetto al 2014 e  al 2018).

Caduto il Piemonte, tutto il Nord e quasi tutto il Centro sono in mano alla Lega, che raddoppia come i grillini dimezzano. Solo le grandi città votano Pd,  insieme ad alcune province rosse dell’Emilia-Romagna e della Toscana (qui l’amministrazione, meno cattiva che altrove, è premiata dai cittadini).

La Lega raddoppia, FdI avanza, Fi tende a scomparire, il M5S si dimezza; le élites  di +Europa si dimostrano inconsistenti, il Pd tiene a fatica. Nel complesso, insultare i cittadini, demonizzare Salvini,  puntare sulla paura delle conseguenze di un voto anti-europeo senza proporre nulla in positivo, continua a non esser un buon affare elettorale.

Anche la sinistra, ormai incapace di analisi radicali e di sintonia col popolo, non sa fare altro che strillare al “fascismo”. Col bel risultato di venire distrutta a livello continentale, con l’unica significativa eccezione della Spagna (dove peraltro Podemos perde); ma in  Germania la Spd naufraga miseramente. Trionfo della destra estrema in Francia, che sconfigge Macron; tracollo del Centro cristiano della Merkel in Germania. Annichiliti i tory e indeboliti i laburisti in Inghilterra. I Verdi – che rifiutano la dimensione politica destra/sinistra perché non mettono in discussione i rapporti sociali ma il rapporto uomo/natura – sono i veri vincitori, insieme alle destre.

Le elezioni non cambiano molto, nell’immediato. In Europa le variazioni di composizione di un Parlamento frammentato e con scarsi poteri non muteranno radicalmente gli attuali equilibri: cristiani e socialisti cercheranno stampelle in qualcuno degli innumerevoli gruppi parlamentari. Le chiavi del potere staranno come sempre nelle tecnostrutture continentali e in alcuni Stati nazionali (ma l’asse franco-tedesco è fortemente minacciato).

In Italia – che in cinque anni ha cambiato tre “partiti della nazione” – Salvini è il premier ombra, padrone dell’Italia perché almeno sa che il Paese è in crisi economica e morale; chi lo ha portato fin qui, le forze storiche del centrosinistra, omologhe a quelle che hanno fatto l’Europa, non sanno nemmeno questo. Il governo non dovrebbe cadere presto, perché i grillini sono terrorizzati da nuove elezioni. Il Pd non ha alleati. Fi è in fase agonica. L’Europa (una Commissione scaduta) saluta i risultati elettorali italiani con una multa di 3,5 miliardi che confermerà nella loro opinione quanti hanno votato Lega. L’ordine liberale del mondo del secondo dopoguerra è eroso, e l’ordine neoliberale della globalizzazione si trasforma pesantemente. Salvini – che non è Hitler, come vogliono i cattivi analisti semplificatori – vi è più funzionale. La sua retorica è più utile di quella liberal. I suoi piani fiscali ultraliberisti sono più adatti ai tempi perché almeno puntano alla crescita (guidata dal capitale) e non all’austerità ordoliberista. Nonostante le simpatie per Putin, il suo modello è Trump, e non è un modello perdente.

E la nostra regione? Gravemente infiltrata dalla Lega, soprattutto a livello del voto europeo, conserva un po’ dell’antica fisionomia nelle province centrali e in parte della Romagna. Fa argine nazionale per il Pd? Forse. Ma non è un modello né un freno, un katéchon. È una differenza, leggera anche se politicamente rilevante. E non sappiamo se è permanente o transitoria. Per capirlo, non abbiamo da attendere che le elezioni regionali. Ma per ricostruire la sinistra ci vorrà molto di più.

In corso di pubblicazione nel mensile «La parola»

Primarie Pd

 

Alle primarie il Pd ha dato un flebile segno di vita. Nell’anno trascorso dalla sconfitta del 4 marzo 2018 il Pd  non ha fatto politica anche perché non ha avuto il coraggio di affrontare veramente la realtà – non ha mai svolto un’analisi del voto –, perché ha temuto che affrontandola si sarebbe spaccato. Infatti, dentro il partito democratico convivono linee interpretative della politica, della società, idee di Italia ed Europa, parecchio diverse. Ora, il  candidato che meno deve a Renzi, cioè Zingaretti, il quale più degli altri è accreditato di essere una persona di centro-sinistra e non di centro, non solo ha vinto, ma probabilmente è stato determinante, con la sua presenza, a far sì che il numero dei votanti diminuisse non di molto rispetto alle primarie del 2017 – le ultime vinte da Renzi, con 1 milione e ottocentomila partecipanti –. Il fatto che fra i candidati ci fosse Zingaretti, che bene o male è stato fatto passare come un momento di discontinuità – sia pure blanda – rispetto all’èra Renzi, ha fatto sì che gli italiani che hanno un orientamento di centro-sinistra si siano sentiti meno demotivati che in passato a partecipare alle primarie del Pd.

Però, resta ancora tutto da definire il contenuto di questa discontinuità, molto blanda: rispetto al rapporto fra l’Italia e l’Europa; rispetto al rapporto fra il Pd e i Cinquestelle, che è l’unico politicamente praticabile per un partito come il Pd, che – come gli altri partiti, del resto – si trova ad agire in un contesto proporzionale e non può avere una vocazione maggioritaria, perché non può pensare di prendere il 51 per cento dei voti, e non può pensare di affrontare le elezioni solo alleandosi con liste civiche. E dunque deve fare alleanze politiche presumibilmente prima, ma certissimamente dopo il voto. Le forze con cui allearsi non sono poi tante: o si condanna alla perenne opposizione o deve cominciare ad andare a capire qualche cosa dentro i Cinquestelle, i quali – da parte loro – sono abbastanza in crisi.

Su questo, lei ha detto poco fa «Il Pd ha dato un flebile segno di vita», cioè è vivo. Quanto, in realtà, l’esser vivo del Pd è direttamente proporzionale al malcontento di qualche elettore del Movimento Cinquestelle che prima votava Pd, poi è stato intercettato dal Movimento e ora, magari, torna a votare là dove aveva iniziato  a farlo?

Sì, non è del tutto errata l’ipotesi che una certa quota di elettori del Pd, che si era distaccata dal partito renziano per votare Cinquestelle, visto come si comportano i Cinquestelle al governo, cioè vista la loro insufficienza – diciamo così – , visto che c’era in campo Zingaretti, abbiano pensato di tornare a dare un voto a una candidatura che secondo loro può avere uno sviluppo un po’ più di sinistra rispetto al Pd centrista del passato. Ora il punto è che, se ciò è vero, Zingaretti deve alzare il profilo della sua asserita – più dagli altri che da lui, in realtà – discontinuità rispetto a Renzi. Adesso che ha vinto – e ha vinto molto e bene – ha il margine e la legittimità per porsi con una più forte discontinuità.

Nicola Zingaretti diceva per l’appunto che è l’uomo che meno deve a Renzi. Sono due uomini diversi ma uguali, secondo lei, dal punto di vista carismatico?

In realtà, se Zingaretti non vuole diventare come Martina, cioè l’ombra di Renzi, deve veramente prendere sul serio questa illusione di discontinuità che è stata creata intorno a lui, e cominciare a fare analisi politico-economico-sociali chiamando le cose con il loro nome, a fare dei mea culpa radicali, e a criticare le strutture fondamentali della nostra esistenza politica, a partire dal nostro rapporto con l’Europa.

Zingaretti ha superato il 65 per cento in regione. Anche questa regione si è dimostrata quindi pronta al cambiamento, alla rottura?

La regione Emilia-Romagna è da sempre, da quando è finita la Seconda guerra mondiale, schierata con il segretario del principale partito della sinistra o del centro-sinistra – in questo caso –, e non cambierà da questo punto di vista. È una regione governativa, pragmatica; è una regione che, essendo concentrata sulla produzione di beni e sulla produzione di una società civile coesa – quando ci riesce –, non ha voglia di entrare in conflitti con chicchessia, meno che mai col segretario del principale partito del centro-sinistra.

Mettersi al lavoro per lavorare ai contenuti.

Assolutamente sì. Pensiero, contenuti, strategia: è quello che ora il Pd deve fare, che finora non ha fatto; se non prenderà questa via, ciò costerà al Pd la perdita di questa chance che in un qualche modo con le primarie si apre; senza essere trionfalistici, probabilmente – ripeto – un segnale di esistenza in vita è stato dato. Una parte dell’Italia chiede che il Pd esista. È chiaro che una risposta va data.

 

 

Intervista realizzata da Maria Centuori per «Radio Città del Capo» il 5 marzo 2019.

Elezioni regionali in Abruzzo

Intervista con Alessandro Canella

 

Queste elezioni con il boom della Lega e la vittoria del centrodestra potrebbero avere un impatto anche a livello nazionale?

A livello soltanto teorico; naturalmente, si potrebbe dire: il Movimento 5 Stelle si spaventa di questo trend, e interrompe l’esperienza di governo. Ma siamo proprio nella teoria, perché – a parte il fatto che in Italia chi interrompe l’esperienza di governo, e in questo caso la legislatura, è solitamente punito dagli elettori nelle urne – di fatto sarebbe da parte del M5S una mossa irrazionale; proprio perché corre rischi reali, la strategia ragionevole davanti alla quale si trova, e che dovrebbe perseguire, è quella di mantenere vivo il governo e di pretendere dalla Lega che alcune istanze qualificanti del M5S trovino soluzione a livello di azione di governo, trovino maggiore risonanza e siano meglio comunicate ai cittadini. Perché, effettivamente, il M5S è stato un po’ oscurato dalla molto superiore capacità di manovra della Lega, benché la Lega sia – a livello di rappresentanza, in questo momento, in Parlamento – la metà del M5S, o quasi.

Altro discorso è semmai la tentazione – che mi sembra un po’ più verosimile – della Lega stessa di capitalizzare immediatamente il suo crescente successo; eppure, anche in questo caso, potrebbe essere una scelta non felice, perché – ripeto – interrompere un’azione di governo, fare andare il Paese a elezioni molto anticipate, genererebbe una situazione di grande disagio che potrebbe, con ogni probabilità, ritorcersi contro i responsabili: cioè, in questa ipotesi, la Lega. Io penso che il governo continuerà la propria esistenza, e che vi sarà da parte del M5S il tentativo di rendere più forte la propria presenza, la propria capacità di essere visto dai cittadini.

Come dire che i corteggiamenti, mai cessati dalle elezioni a oggi, di Berlusconi a Salvini non sarebbero comunque propizi per la Lega, nonostante in questi mesi abbiamo visto diversi screzi all’interno della maggioranza su diversi temi…

Gli screzi ci sono perché questi sono partiti diversi, e tuttavia sono uniti dalla comune avversione verso l’antico regime, chiamiamolo così: prima di tutto verso il Pd, e poi anche verso Berlusconi, che è assolutamente detestato dalla base e dai vertici dei Cinquestelle. Salvini, in questo momento, può giocare su due forni su diversi livelli: a livello nazionale sta con il M5S; in moltissimi livelli regionali e locali sta con la destra. È in una posizione di grande vantaggio, e tuttavia per ottenere un governo di destra – cioè Lega più Forza Italia – sono necessarie elezioni anticipate; e siamo daccapo. Posto che Salvini ne senta la necessità.

In ogni caso visto che la Lega di Salvini ha dimostrato capacità politiche, indubbiamente, al di là di come uno la pensi a livello programmatico, questo trend è destinato a crescere secondo lei?

Sì, è destinato a crescere, anche se i sondaggi danno un  calo molto lieve della Lega in queste ultime settimane a livello nazionale: nei sondaggi è data intorno al 34 per cento, dopo aver raggiunto a un certo momento il 35; ma, insomma, siamo a livelli stratosferici. In realtà, intorno alla Lega si va formando il blocco sociale che era stato prima di Berlusconi e prima ancora della Democrazia Cristiana. Al di là dei cambiamenti di accento, al di là del cambiamento di cultura politica molto deciso, al di là di tutti questi cambiamenti, l’Italia “moderata” – nel frattempo divenuta parecchio più insofferente – si va progressivamente riconoscendo nella Lega. È un’Italia doppia: da una parte è un’Italia che riesce a vivere nell’attuale momento politico ed economico, dall’altra è un’Italia (un’altra Italia) che al tempo stesso protesta duramente contro lo stato di cose esistente. Al Sud il voto di protesta che era andato ai Cinquestelle si sta coagulando intorno alla Lega; mentre nel Nord la Lega prende i voti di popolazioni che godono di livelli di esistenza politica, economica, sociale e organizzativa molto superiori a quelli del Sud. Riuscire a fare stare insieme realtà così diverse è un segno tipico di egemonia: l’avevano i democristiani, l’aveva Berlusconi, lo sta avendo, di fatto, in questo momento Salvini.

Intervista realizzata l’11 febbraio 2019 e pubblicata nel sito web di Radio Città Fujico.

Pensierini per l’anno che viene

 

Che dire? Il solito commento all’abile discorso del Capo dello Stato – una serie di ammonimenti al governo e alle ideologie che lo supportano, confezionati all’interno di ineccepibili riferimenti a valori costituzionali –. La solita serie di profezie caute e dubitose – fino alle elezioni europee non cambia nulla; no, ci sarà presto la crisi di governo (questa è di Renzi) perché i pentastellati si sono accorti che stanno perdendo terreno a causa della spregiudicatezza della Lega (e non a caso entrambi i partiti di governo rilanciano le proprie proposte più demagogiche: legittima difesa e taglio degli emolumenti dei parlamentari) –. Il solito dibattito sull’immigrazione – per fortuna ci sono i sindaci, vero contropotere popolare, che con la loro disobbedienza civile mettono il governo all’angolo; ma per favore! è pura propaganda, e poi, proprio sull’immigrazione la sinistra deve qualificarsi? ha forse scambiato i migranti per il nuovo proletariato, spingendo così quello vero a votare a destra? –. Il solito arrampicarsi sugli specchi a proposito della manovra economica – è scritta col cuore, genera giustizia e sviluppo, siamo usciti bene dalla lotta contro Bruxelles (che Dio stramaledica l’Europa!); no, è scritta coi piedi, è sbagliata, ingiusta, priva di prospettive (e per fortuna che Bruxelles ha umiliato il governo, obbligandolo a riscriverla: evviva l’Europa e i mercati, e forza spread!) –.

In verità, la solita assenza di un decente dibattito politico e intellettuale, la solita incapacità di individuare un fulcro, di andare alla radice dei problemi, la solita pigrizia intellettuale della sinistra che si appaga di due parole (populismo, sovranismo) con cui spiegare la propria sconfitta. La solita generalizzata volontà di rimanere alla superficie, così che l’odio di tutti contro tutti, il rancore e il disprezzo universali, nascondano le cause strutturali del nostro disagio.  Da una parte i resti delle élites mainstream  non hanno altra risorsa che insultare i vincitori (sono razzisti, populisti e sovranisti, poveri, ignoranti e cattivi) – come se l’analisi di Gramsci sul fascismo si fosse ridotta a sostenere a gran voce che Mussolini era un prepotente semi-analfabeta, e per di più fascista –; dall’altra le nuove élites(si fa per dire) insultano  i perdenti perché sono ricchi e colti (sarà poi vero?), utilizzando epiteti come “professoroni di sinistra” (questa l’avevo già sentita in bocca a Renzi) e travolgendo nella loro rabbia insopportabili manierismi, autentiche ingiustizie e caposaldi della democrazia.

Ma ci saranno pure delle origini materiali del disorientamento,  della impotenza, della delusione, della infelicità, della esasperazione individuali e  di massa –. O forse gli italiani si sono incattiviti perché hanno letto i libri sbagliati (Evola e non Rawls), o per una misteriosa epidemia di insofferenza verso l’Altro? L’insicurezza (sotto tutti i profili: dalla disoccupazione alla micro-criminalità) e le disuguaglianze (di ogni tipo) generate nel presente dalle contraddizioni del paradigma economico-politico,  insieme al sospetto che nel futuro siano insuperabili, che siano un destino, non bastano a spiegare la sfiducia nella democrazia? Non bastano a mettere in dubbio la capacità propulsiva del neoliberismo e le virtù salvifiche dell’Europa ordoliberista?

Se la politica nel 2019 – a sinistra, perché la destra nel caos si muove benissimo, dato che ha come obiettivo di cambiare tutto perché nulla cambi – proverà a mettere un po’ d’ordine nella propria esistenza, se prenderà la forma dei movimenti civici prima che anche in Italia si affermi una protesta incontrollabile come avviene in Francia, se uscirà dai sermoni e dalle invettive per elaborare un’idea praticabile e comunicabile del presente e del futuro, un’idea (non zuccherosa) di società, d’Italia e  d’Europa, se inizierà a coniugare passione e analisi, critica (di se stessa, e al contempo del mondo che fino a ieri ha governato) e progetto, questo che inizia sarà un buon anno. Altrimenti, qualunque cosa succeda,  sarà la ripetizione, in peggio, di quello passato: del degrado, dell’impotenza, della vuota recriminazione.

 

L’articolo è stato pubblicato con il titolo Che dire? E che fare?,  in «La parola», gennaio 2019

La crisi dell’Europa e la sinistra che non c’è

I risultati elettorali in Assia e in Baviera confermano il trend di sgretolamento dei partiti dell’establishment, di centro e di centrosinistra. Come la pelle di zigrino il loro spazio politico si riduce senza sosta, e al contempo le loro aspettative di vita.

È un trend iniziato con la Brexit, proseguito con le elezioni italiane del 4 marzo, confermato dalle vittorie politiche delle forze illiberali in parecchi Paesi dell’Europa centrale. È l’inabissarsi del progetto “atlantico” del secondo dopoguerra, che voleva far coesistere l’economia sviluppata, la democrazia liberale sociale, e la costruzione in Europa di istituzioni sovrastatuali. Ed è il tramonto delle élites, e dei partiti, che lo hanno sostenuto e vi si sono identificati.

Inabissamento e tramonto che non sopraggiungono per cause esterne, ma per le interne contraddizioni che sono esplose quando quel progetto atlantico ha incrociato la globalizzazione, quando la civiltà keynesiana si è trasformata in civiltà neoliberista, quando la costruzione europea, tutta funzionalista, si è trasformata nel dominio dell’ordoliberismo, nell’Europa di Maastricht, dell’euro, di Lisbona. Cioè in un’Europa unita dall’euro ma non dalla politica, da regole e discipline ma non dal consenso dei popoli.

Un’Europa minacciosa per l’Inghilterra, che non ne ha sopportato la burocrazia e i vincoli comunque sussistenti – benché non fosse entrata nell’euro – interpretati come costi e imposizioni ben più gravi dei benefici che ne derivavano. E così ha abbandonato la nave prima che affondasse, alle prime avvisaglie delle crepe. Per lei la civiltà atlantica sarà sostituita dalla “relazione speciale” con gli Usa, se Trump ne vorrà ancora sentire parlare.

Un’Europa minacciosa per la stessa Germania, continuamente angosciata dal rischio che il suo marco, ribattezzato euro, sia messo a repentaglio dalle cicale mediterranee e dai loro debiti incolmabili. Una Germania che a livello macroeconomico ha avuto dall’euro tutti i vantaggi – ha attratto capitali, ha accumulato un enorme attivo commerciale con il proprio mercantilismo, ha speculato con le proprie banche sulle sofferenze bancarie dei Paesi più deboli, ha imposto il proprio ordine economico ai Paesi che la circondano –. Ma non ha saputo dare all’Europa un’idea, e anzi ha sempre rivendicato la propria sovranità come criterio fondamentale della propria condotta, restando al di qua di ogni slancio egemonico reale, e minando così anche la lealtà degli altri Stati verso la costruzione della Ue. E soprattutto la Germania – e la Spd – è stata disposta con le riforme Schroeder-Hartz ad abbassare drammaticamente il livello dei salari (i mini-jobs) pur di consentire il funzionamento del sistema. Ebbene, la società tedesca sta proprio dimostrando che questo calcolo è fallito. Persino nel Paese che ne trae maggiori benefici questa forma di capitalismo è rifiutata da parti sempre più larghe della società.

È così che si spiega l’uscita dei voti dai partiti dell’establishment verso partiti che lo contestano. Certo, in modo diverso. I Verdi sono un partito democratico con qualche esperienza di governo, dall’ancora incerta linea di politica economica, che punta sulla ecologia sui diritti e sull’accoglienza. Ma dovrà affrontare le questioni economiche di fondo, la compressione dei salari, e dovrà rompere almeno nel breve periodo l’alleanza ordoliberista fra politica ed economia a proposito del tema dell’inquinamento – le conseguenze del non dimenticato dieselgate –. Un’agenda tutta da verificare, per un partito votato proprio perché parzialmente fuori dai giochi – mentre si profila, ora, come il perno delle future maggioranze di governo.

Mentre del tutto fuori dai giochi, e dalla democrazia, è l’altro vincitore di queste tornate elettorali, la AfD, il cui profilo, divenuto estremista, ha trovato il consenso dei ceti operai più deboli, che alla destra chiedono di essere difesi da dinamiche economiche percepite come insopportabili. Naturalmente la richiesta di difesa passa primariamente attraverso l’insofferenza identitaria verso i migranti. Il voto alla AfD vuole significare se non un’adesione a ideologie criminali del passato – in quanto tali fortemente tabuizzate – certo una rottura totale con l’establishment.

L’Europa è apparsa una minaccia anche agli italiani, che hanno visto nelle disuguaglianze crescenti, nella disciplina dell’euro e nelle migrazioni dall’Africa un giogo e una sfida insopportabili. E che hanno abbandonato il Pd e Fi, pilastri dell’establishment, votando partiti che si sono presentati come anti-sistema, uno apertamente di destra, e l’altro velleitario, sfumato e incerto nei contenuti, oscillanti fra il giacobinismo e l’attaccamento vetero-democristiano al potere, fra il culto ingenuo della tecnica e le superstizioni antiscientifiche. Un partito, il M5S, assai diverso dai Verdi tedeschi, ma che, in linea teorica, potrebbe evolvere, in alcune sue parti, verso posizioni analoghe a quelle di Podemos. Mentre la Lega è molto più stabile e riconoscibile come partito populista di destra, in cui sono destinate a prevalere prossimità e continuità rispetto alle esigenze di fondo dell’attuale forma dell’economia, fatte salve alcune issues irrinunciabili come la riforma della legge Fornero.

In ogni caso, tanto in Inghilterra quanto in Germania quanto in Italia, con forme diverse si è consumato un taglio con la Ue e con l’ideologia economica che la sottende, ma anche con l’esperienza democratica – la democrazia liberale e sociale, del resto ampiamente vulnerata dallo stesso establishment, che l’ha ridotta a pseudo-democrazia, ora non pare più un orizzonte indiscutibile nemmeno per i cittadini –. I quali non vogliono rinunciare all’euro, ma ne combattono la logica di fondo, perché hanno capito che all’euro è stato affidato il compito di essere il «vincolo esterno» (per i tedeschi, in realtà, il vincolo storico che ha accompagnato la loro esistenza post-bellica), la forza non politica ma facente le veci di quello «Stato forte» che secondo l’ideologia ordoliberista deve spoliticizzare l’economia, cancellandone i conflitti e legittimando le disuguaglianze. Volere l’euro senza la sua logica è naturalmente contraddittorio, e dà origine appunto alla scelta di destra, cioè allo spostamento della protesta contro qualche altro obiettivo: i migranti e la Ue per l’Italia, i migranti, la Ue e i Paesi mediterranei per la Germania. E proprio l’assenza dell’euro consente al Regno Unito di sviluppare la sua protesta contro la Ue senza ricorrere alla destra, ma anzi rafforzando un partito laburista fortemente spostato a sinistra.

In generale, assodato che le società occidentali sono entrate in un “momento Polanyi”, caratterizzato dalla richiesta di difesa politica contro l’invadenza economica, ora si deve comprendere che contro la politica “indiretta” veicolata dall’euro è in atto in Europa una ricerca di politica “diretta”; che cioè al funzionalismo e ai suoi effetti si sta cercando di opporre una nuova soggettività politica reale, riconoscibile, attivabile dagli stessi cittadini e non dalle élites. Era inevitabile che questa nuova soggettività fosse il vecchio Stato, percepito ancora in qualche rapporto col popolo – questo rapporto è la sovranità democratica –, mentre la Ue non ne ha alcuno (ed è per questo che naufraga); sarebbe invece forse evitabile che all’interno del ritorno allo Stato e alla sovranità democratica la linea prevalente fosse quella della destra, di una soggettività illiberale, di una democrazia reazionaria; intorno a un altro soggetto sarebbe in linea teorica possibile costituire il perno politico della statualità: non la nazione interpretata da destra ma la classe, o più in generale il popolo democratico del lavoro. Ma naturalmente per rendere reale questa possibilità sarebbe necessaria una sinistra che anziché fare il tifo per Bruxelles e per lo spread si rendesse conto che la Ue è indifendibile e forse anche irriformabile, e riflettesse senza inibizioni sul futuro di un’Europa sociale in cui convivono liberi Stati, liberi popoli e nuove élites. Ma questa sinistra non c’è; e fra queste élites non ci sarà.

A sinistra: da dove ripartire?

Intervista con Virgilio Carrara Sutour

Professor Galli, parlando della distanza della sinistra e del centro-sinistra dall’elettorato che vorrebbero rappresentare, del loro eterno dividersi e della conseguente incapacità a reagire a forze che si accaparrano elementi del loro discorso, da dove possiamo partire per ricercare le cause di questa condizione?

Il fatto di parlare, allo stesso titolo, di ‘sinistra’ e di ‘centro-sinistra’ costituisce in sé un indice di indeterminatezza su ciò che oggi la sinistra è.

Con ogni evidenza, il centro-sinistra si è posto come architrave dell’attuale sistema socio-politico ed economico. Ciò ha funzionato finché il sistema ha avuto un minimo di capacità produttiva, di ordine e benessere. Quando il sistema, nel 2008, è andato in crisi (benché le ragioni della crisi siano insite nella sua stessa natura), la politica italiana è stata sospesa: abbiamo avuto governi tecnici sorretti in Parlamento quasi da tutta l’Assemblea. In seguito, abbiamo avuto un centrosinistra – la fase renziana – che ha promosso una serie di riforme funzionali a un assetto tutt’altro che ‘di sinistra’.

Ossia?

Allo scopo di rendere il sistema sociale ed economico più funzionante, conservandone tutte le contraddizioni interne, alcune riforme sono state fatte (il ‘Jobs Act’, la ‘Buona Scuola’); altre sono fallite: la Costituzione. Di fatto, il centro-sinistra non ha saputo – questo è il punto – individuare e, men che mai, correggere le contraddizioni del sistema, che produce più disagio che benessere, più povertà che ricchezza. Inoltre, quando produce ricchezza, non la distribuisce equamente. Il sistema genera disuguaglianza crescente e priva i cittadini, soprattutto i giovani, di un ragionevole futuro.

Tutto questo non è stato approfondito e compreso dal centro-sinistra?

Non lo ha capito o non l’ha voluto capire. Alla prima occasione, non appena i cittadini hanno avuto l’opportunità di esprimersi con il voto, la loro scelta è andata contro l’architrave politico del sistema, cioè il PD, e contro il suo contraltare di destra, cioè il partito di Berlusconi. La sinistra – è ora di porre termine a questa confusione – non è il centro-sinistra.

Come può essere definita?

Come una forza di critica e di cambiamento, in senso democratico e progressista. Per ‘critica’ intendo una forza culturalmente dotata, capace di analizzare la società cogliendone il lato conflittuale, in vista o di un rovesciamento degli attuali rapporti di forza o, in ogni caso, di riforme strutturali dirette a imbrigliare la potenza del capitale, non a lasciarla correre indisturbata.

In Italia, una sinistra di questo tipo, di fatto, non c’è. Non c’è un Corbyn, per intenderci. La ragione principale è che, al di là del PD che non è di sinistra, la sinistra è poca cosa: culturalmente irrilevante e divisa al proprio interno – come dimostrano le tragicomiche vicende di LEU.

In ogni caso, tanto quando è architrave del sistema, tanto quando ne vuole essere critica, ovvero sia quando è centro-sinistra sia quando è sinistra, le forze di cui parliamo hanno assorbito fattori, elementi, suggestioni e punti di vista del sistema, in misura tale da non essere capaci di farlo funzionare, né di contrastarlo seriamente.

In che cosa si è tradotto, per la sinistra, questo processo di assorbimento?

Pensiamo soltanto che la sinistra ‘alternativa’ è, praticamente, tutta mondialista: su questo punto, che è decisivo, è perfettamente in sintonia con il neoliberismo. Detto altrimenti, la sinistra non ha alcuna consapevolezza dell’esigenza maturata dentro la società italiana – ma non solo qui – di difesa, di tutela rispetto ai fattori più perturbanti del nostro tempo: mercati e migrazioni. Volendo offrire a questo dato uno spessore storico, penso al Karl Polanyi di La grande trasformazione (1944): l’analisi della nascita dei fascismi come domanda delle società di essere tutelate rispetto a una precedente fase di liberismo estremo. In un dato momento, al predominio della funzione privata – che, tra l’altro, ha provocato gravissimi scompensi – le società oppongono la richiesta di un predominio della funzione pubblica, cioè dello Stato.

Naturalmente, con questo non intendo affermare che il fascismo sia stato veramente una tutela dalle dinamiche del capitalismo: ne è stata piuttosto una variante. Né intendo affermare che l’attuale fase politica sia analoga alla nascita dei fascismi europei. Le forze politiche che, avendola intercettata, stanno approfittando di questa fase, sono forze di destra, ma non sono fasciste, non avendo del fascismo alcuni assunti: la violenza politica come metodo, la guerra come finalità. Soprattutto, non hanno del fascismo il culto dello ‘Stato potente’.

Però ci sono elementi di violenza molto forti.

Sì, ma non sono elementi di violenza ‘sistematica’: la coincidenza tra politica e violenza, oggi, non è accettata da nessuno. Banalmente detto, chi afferma oggi che l’omicidio politico non sia un omicidio, ma una misura opportuna? Né la guerra è vista come finalità della politica, come invece era per il fascismo.

Una parte di questa violenza, però, è confluita nelle politiche securitarie alle quali si assistiamo in diverse realtà nazionali, compresa la nostra.

Appunto: mentre la fase fascista aveva sia una componente securitaria sia una componente di aggressività tanto interna quanto esterna, oggi invece prevale di gran lunga la semplice richiesta securitaria e solo in parte identitaria. Le società europee stanno chiedendo un ‘alt’ alle dinamiche economiche (che coniugano liberismo e austerità) imposte da Bruxelles e all’immigrazione. Queste sono le due grandi richieste, che però non vanno oltre: non sono prodromiche allo sviluppo di una ‘volontà di potenza’, anzi sono richieste molto piccolo-borghesi che non presentano niente di eroico e aggressivo.

Gli episodi di violenza contro i migranti non generano consenso. Nella peculiarità del caso italiano, ha invece prodotto dissenso, in un’opinione pubblica già esasperata dalla crisi, la palese incapacità dei Governi della XVII legislatura a gestire il flusso migratorio. La rabbia nei confronti dei migranti rappresenta un elemento accessorio rispetto alla gravissima crisi socio-economica che ha colto il Paese e dalla quale l’Italia non si è ripresa, a differenza di altri Stati europei – al di là del fatto che il modello economico contenuto nell’euro è un modello deflattivo, che non consente grandi sviluppi dell’economia.

Questa esigenza passiva di difesa nasce dai ceti più deboli della società, quelli che patiscono di più le logiche dell’euro. La crisi di quelle logiche non è stata ravvisata; oppure, se lo è stato, è stata derisa e negata dal centro-sinistra, ma anche dalla sinistra. Il primo fa parte dell’establishment e ha introiettato un unico ordine (politico, economico e sociale) possibile: quello vigente, che, secondo il principio thatcheriano del TINA (there is no alternative), dovrà risultare buono e giusto per chiunque.

La sinistra in senso proprio, in ogni caso numericamente priva di peso, non ha colto diverse caratteristiche della crisi.

Un esempio di questa miopia?

La sinistra chiede ancora più Europa, senza porsi il problema di ‘quale’ Europa si prospetti: aumentare il peso dell’Europa nel suo attuale assetto istituzionale ed economico porta palesemente ad aggravare la crisi, non a risolverla. Il chiedere, poi, un’apertura incondizionata dell’Italia ai diversi flussi migratori le aliena la stragrande maggioranza dei consensi degli italiani.

Il centro del consenso – lo dimostra la campagna di Salvini, a costo zero – sembra dipendere dalla questione migratoria, che diventa centrale o quantomeno equiparata a quella economica.

Abbiamo una richiesta di protezione su due fronti (economico e migratorio), che identificano fenomeni entrambi strutturali. La sinistra non riesce a mettere ordine in questo mare di problemi, mentre la destra li vede, perché più spregiudicata, più superficiale e più abile, offrendo protezione: tanto sul versante economico (ricordiamo la polemica anti-euro che c’era nella proposta della Lega), quanto su quello delle migrazioni. E gli italiani ci credono.

In tutto questo, dove si colloca il Movimento 5 Stelle?

I 5 Stelle sono un fenomeno che, prima o poi, da qualche parte deve ‘cadere’. Più facilmente – o, diciamo, ‘maggioritariamente’ – cade a destra, benché all’interno del Movimento molti voti e alcune intuizioni (che non vanno al di là delle intuizioni, cioè non diventano sistema di pensiero), un tempo, stessero a sinistra.

È molto probabile che l’offerta di protezione della destra contro il capitalismo e contro i flussi migratori sia, entro certi limiti, efficace nel secondo caso ma, al tempo stesso, che non riesca (o non voglia) fornire adeguata protezione rispetto alle logiche più dure del capitalismo. Non a caso, sotto il profilo economico, la vera richiesta della destra ha a che fare con le pensioni e non, ad esempio, con l’Articolo 18. Se si vuole proteggere la società dalle logiche del capitalismo, si deve rafforzare il potere dei lavoratori: il loro status giuridico, la loro capacità economica, il loro peso nelle lotte sindacali, puntando su un’economia fondata sulla domanda interna e non sull’esportazione. Tutte cose che la Lega non si sogna nemmeno lontanamente di fare. Mentre, probabilmente, è nelle corde della Lega aiutare il proprio elettorato ad andare in pensione presto, cosa che non è di per sé sconvolgente sotto il profilo politico – può esserlo, se mai, sotto quello dei conti.

Esiste il ‘nazionalismo’ leghista?

Una vera politica nazionalistica non costituisce un tratto distintivo della Lega, perché per fare nazionalismo ci vuole cultura: non basta dire che il presepe è più bello dell’albero di Natale, né che gli italiani sono cristiani anziché islamici. Per fare del nazionalismo bisogna essere in linea con la tradizione nazionale, cioè conoscere Dante, la storia italiana, la storia dell’arte… Ed esaltarla, il che – dico io – è in sé negativo, mentre conoscerla sarebbe un bene per tutti.

Sappiamo che, a destra, questa conoscenza non c’è; ma non c’è nemmeno a sinistra. Comunque sia, dissento fermamente da chi afferma che siamo di fronte a un’impennata del nazionalismo. Quale nazionalismo? Quando l’Europa era in preda ai nazionalismi – quelli che determinarono la Prima guerra mondiale – gli intellettuali erano almeno capaci di interpretare la cultura nazionale. Oggi chi lo fa? Siamo davanti a un’impennata di paura, molto più banalmente.

Si può spiegare questa paura con un’unica, grande causa?

La causa prima è l’insicurezza economica: in sostanza, l’individuo ha perduto il controllo sulla propria vita. Questo è il tema di fondo. Ti passa tutto sopra la testa a opera di poteri che non si riescono non solo a porre sotto controllo, ma nemmeno a individuare.

La democrazia è, in primis, retta dall’idea che la politica si trovi sotto il nostro controllo, ovvero che capiamo quello che succede perché siamo noi a farlo. In secondo luogo, la politica democratica è, almeno, trasparenza: anche se il potere è gestito dagli altri, dalle élites, siamo noi a legittimarle e a chiedere conto. L’impotenza davanti a forze non individuabili (che cosa sono i ‘mercati’? Chi sono i ‘migranti’? Da dove arrivano?) e la conseguente percezione di vivere in un contesto fuori controllo generano quel sentimento primordiale che è la paura.

La sinistra e il centro-sinistra hanno fatto di tutto: non per eliminare le cause della paura, ma per dire agli italiani che sono degli stupidi, dei selvaggi e dei barbari, se hanno paura: mi sembra assolutamente folle, anche sotto il semplice profilo del buon esito della propria proposta politica.

Cosa è mancato a quelle proposte?

Bisogna ascoltare le ragioni di chi ha paura, capire che cosa teme allo scopo di eliminarlo, non di opporvi prediche e buoni sentimenti. Parliamo di paure altamente giustificate, soprattutto quelle inerenti alla nostra condizione socio-economica. In una situazione di paura, i cittadini non si sono certo rivolti a Bruxelles per farsi difendere, né all’ONU. Si sono rivolti all’unica realtà istituzionale che conoscono, per la quale votano e che identifica la loro soggettività giuridica pubblica: lo Stato. Da qui nasce l’accusa di ‘sovranismo’: un’accusa sbagliata e concettualmente fallace, perché l’idea che esiste la sovranità popolare (ossia: sono i cittadini che comandano, non i mercati) è contenuta nella Costituzione e quindi non è un ‘ismo’, una tendenza di parte, ma è patrimonio di tutti.

Questi sono discorsi che stanno benissimo a sinistra. Tuttavia, per motivi di compromissione con il potere (il caso del centro-sinistra) o di incapacità culturale (la sinistra), essi non sono stati rilevati. Sono stati, invece, raccolti entusiasticamente dalla destra che vi ha fatto rientrare le sue scarse vedute e i suoi pregiudizi. Per cui la sinistra deve piangere se stessa per quanto sta succedendo in Italia: se Salvini vince le elezioni, non è colpa sua, ma di chi lo lascia vincere, dicendo ai cittadini che sono dei deficienti o dei barbari.

Secondo Lei la sinistra è in grado di rifondare un proprio discorso? Ci sono esempi storici che potrebbe recuperare?

L’Italia uscì dal fascismo attraverso una guerra, scatenata e persa dal fascismo, dentro la quale si è inserita la Resistenza. Poiché nessuno evidentemente auspica tragedie, occorrerà molta pazienza. Tranne che i rappresentanti dell’attuale Governo non commettano errori così gravi da alienarsi il proprio elettorato (quello che sperano in tanti), bisogna ricominciare da capo.

In che modo?

Smettendola di pensare che la sinistra debba avere più amici tra gli imprenditori che non tra i sindacalisti. Facendola finita con l’idea che centro-sinistra e sinistra siano la stessa cosa, e che non ci siano differenze di interessi all’interno della società, perché queste differenze ci sono. È giusto dire a una persona: ‘Non sei titolare di alcuna tutela perché il capitalismo vuole flessibilità’?

La sinistra non è nata per favorire il capitale e le sue ragioni, ma per analizzare la società da un punto di vista specifico, quello del lavoro e per organizzarne gli interessi e i valori. Concettualmente è facilissimo dire a qualcuno: ‘Faremo una legge perché tu possa essere licenziato, perché il capitalismo di oggi funziona così; ma non ti preoccupare, perché il capitalismo funziona tanto bene che, se ti licenzia un’impresa, il giorno dopo un’altra sarà pronta ad assumerti’. Affermare questo è facile, ma criminale: il capitalismo odierno funziona distruggendo il lavoro, non creandolo, perché non ne ha bisogno. E infatti, in ultima analisi, un’ipotesi come il reddito di cittadinanza va nella logica dell’attuale forma di capitalismo, che preferisce dare sussidi piuttosto che creare lavoro (se invece insieme al reddito di cittadinanza verrà creato vero lavoro, tanto meglio: staremo a vedere).

Non dico, allora, di fare la Rivoluzione di ottobre: l’obiettivo è riequilibrare, con un nuovo compromesso, le ragioni del capitale e quelle del lavoro. Niente di sconvolgente, ma certamente un cambio di paradigma. Più beni comuni, più potere al lavoro, più domanda interna, più mano pubblica nell’economia, più investimenti. Per cominciare, si dovranno organizzare gli interessi che si contrappongono naturalmente al capitale, senza inventarseli.

Come farlo, concretamente?

Iniziando a tornare sui luoghi di lavoro. Anziché alle assemblee di Confindustria, si deve andare alle assemblee sindacali.

Un metodo che fa appello a una ritrovata condizione di prossimità?

Assolutamente sì. Prima occorre l’analisi critica, quindi anche distanza: studiare i libri e le ricerche empiriche, a livello intellettuale. A livello di azione politica, poi, è questione di prossimità… Senza, però, entrare nella logica della politica fatta per via telematica, che è perdente. La politica funziona quando le persone si parlano: tutti ne abbiamo bisogno. Ma per parlarsi è necessaria la fiducia verso coloro che si propongono come politici. Temo che la sinistra, intesa anche come persone, oggi abbia perso la fiducia degli italiani.

Potrebbe citare, in proposito, un esempio recente di questo distanziamento?

Nel caso emblematico del crollo del ponte Morandi a Genova, penso che una sinistra (un centro-sinistra, in realtà) che continua orgogliosamente a rivendicare le privatizzazioni manchi di intelligenza politica. Le logiche del neo-liberismo sono state assorbite a tal punto dagli esponenti di questa sinistra, che paiono credere davvero che il privato perseguendo i propri interessi realizzi, attraverso la concorrenza, l’interesse collettivo. Quando cade un ponte costruito con denaro pubblico e dato in gestione a un privato (con i guadagni che ne derivano), la prima cosa da pensare non sarà: ‘Abbiamo fatto bene a fare le privatizzazioni’, bensì: ‘Forse c’è qualcosa di sbagliato nell’affidare un bene pubblico in mano ai privati’.

Dagli anni ’80, i pregiudizi filo-capitalistici hanno sostituito i dogmatismi marxisti. In tempi non così lontani, certe persone giuravano sulle parole di Karl Marx, che forse non avevano nemmeno letto…

Cosa ha significato, per la società italiana, il voto politico del 4 marzo 2018?

Il neoliberismo, assunto dal centro-sinistra a panacea di ogni male, spiana le società, disgregandole. Al momento di andare a votare, queste società si ribellano: si potrà gridare al cielo che sono ‘barbari’, ma intanto gli elettori hanno votato. Se solo penso che le fasce più avanzate del PD hanno come motto ‘discontinuità senza abiure’, e che sono convinte di prendere voti su questa base… In realtà l’unica loro speranza è che l’attuale Governo sia distrutto da qualche cosa: dallo spread, dalla magistratura, da una catastrofe. Certamente l’azione politica delle forze di opposizione non sarà capace di distruggerlo, per quanto Salvini e Di Maio non siano due Napoleoni della politica.

Bisogna tornare a essere, lo ripeto, keynesiani, pensando a un forte impegno della mano pubblica: un impegno di proprietà, di direzione e di controllo. Il capitalismo, da solo, è deleterio: non a caso, l’Italia del dopoguerra si è ripresa con un’economia mista, non solo capitalistica.

Il quadro attuale non fa troppo ben sperare su cambi di marcia in grado di ridefinire le scelte politiche e il voto alle prossime elezioni europee?

Non lo so perché, da qui ad allora, chi governa fa ancora in tempo a commettere errori fatali. Un passaggio fondamentale sarà capire che cosa succede davvero una volta varato il DEF, quando la manovra economica prenderà corpo. Anche qui è davvero penoso vedere che l’opposizione consiste nell’applaudire lo spread, o nel rimanere delusi quando questo non esplode, come invece gli economisti mainstream avevano profetizzato.

Il Governo si sta giocando tutto sul ‘Decreto sicurezza’ e sulla manovra economica. Se non ci sono fatti rovinosi e se il centro-sinistra non tira fuori qualcosa di meglio degli attuali candidati e programmi, faccio una facile profezia: al momento, se in tutto il Paese la Lega è data al 32%, nel Norditalia lo è al 48%. Questo significa che buona parte degli italiani è ‘barbara’, oppure che tutte le ragioni siano state lasciate alla destra, e che la cecità più assoluta ha colpito la sinistra.

L’unica risorsa che mi appare plausibile è una candidatura di Marco Minniti nel PD, con silenzio totale e definitivo di ogni altro personaggio, a partire da Renzi. Il PD ‘diventa’ il partito di Minniti, che fa sostanzialmente concorrenza a Salvini, senza esagerare: come mostra l’esito delle elezioni in Baviera, quando un partito di centro si mette a fare concorrenza agli estremisti perde un pezzo del proprio elettorato.

Una candidatura di Minniti in questi termini comporterebbe un cambio di sistema?

Non cambia il sistema, ma lo rafforza e lo razionalizza, soddisfacendo a uno dei due problemi sul tappeto. L’altro, quello economico, non è alla sua portata. Naturalmente, con la clausola del silenzio assoluto sulla ‘Buona Scuola’ o sul ‘Jobs Act’, e con il recupero di qualche parola di sinistra, come ‘sfruttamento’ o ‘sicurezza’.

In quali forme sarebbe declinata la sicurezza?

Sicurezza rispetto alle vicende economiche (accezione che non sarà usata) e rispetto al dilagare della criminalità – quella spicciola, che spaventa quotidianamente, e quella importante, che è poco all’attenzione di Salvini (a partire dalla lotta alla mafia). Si può tentare di spiazzare Salvini su terreni di quel genere. Se, al tempo stesso, le cose vanno molto male per il governo giallo-verde, allora, lo ripeto, uno spazio c’è. Altrimenti vedo nel PD un partito che sta fra il 15% e il 20%, e gli altri che alle europee crescono ancora. Se mai, si può immaginare che M5S e Lega entrino in rotta di collisione, ma tale è la loro voglia di governare che, anche se in linea teorica rappresentano mondi e – forse – interessi diversi, si sforzeranno di restare insieme il più a lungo possibile. I 5 Stelle sono famelici di potere; sono come un bambino in un negozio di dolciumi: non lo tiri più fuori. I 5 stelle dovranno arrivare al divorzio politico da Salvini, ma è probabile che aspettino il più a lungo possibile. E poi dovranno decidere che cosa fare da grandi. E non sarà facile.

 

L’intervista è stata pubblicata in «L’Indro» il 16 ottobre 2018

Sovranità e sovranismo

Intervista con Nicola Mirenzi

«Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista, dai più accesi mondialisti». Storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, interprete del pensiero moderno e contemporaneo, il professor Carlo Galli sostiene che, dopo il crollo del muro di Berlino, l’adesione entusiastica alla globalizzazione dei partiti ex comunisti, socialisti e laburisti europei li abbia “impiccati” a un modello che si è “sfasciato”, facendogli perdere il senso dell’orientamento: «La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato un fascista. Storicamente, però, la sinistra ha, nei fatti, avversato il trasferimento del potere fuori dai confini dello Stato: basti pensare alla critica che i comunisti italiani opposero alla Nato e, per molti anni, al Mercato comune europeo».

Secondo Galli, la notizia della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra è fortemente esagerata, e sabato, a Lecce, terrà una lectio magistralis – che anticipa ad HuffPost – per dimostrarlo: «Il diavolo per prima cosa nega che il diavolo esista. Così accade per la differenza tra destra e sinistra: la destra nega che esistano la destra e la sinistra. E la sinistra cade in questo tranello. Ci sarà sempre una differenza di potere tra chi controlla il capitale e chi dal capitale è controllato. Tra chi produce valore lavorando e chi di quel valore si appropria. Per questo la distinzione tra destra e sinistra non scomparirà mai, all’interno di questo paradigma economico e politico».

La contrapposizione tra popolo ed élite è falsa?

È vera, e si aggiunge alla tradizionale frattura tra destra e sinistra, attraversando entrambi i fronti. Ci sono movimenti cosiddetti populisti che, infatti, sono più di destra; e altri che sono più di sinistra.

Perché la sinistra è più in difficoltà allora?

Perché la sua pigrizia mentale le fa considerare la richiesta di protezione – che c’è nella società – come un istinto razzistico, o xenofobo.

Non ci sono queste pulsioni?

No, ci sono anche queste pulsioni nella società: ma è scellerato dare questo nome alle legittime richieste di sicurezza sociale che vengono da quelle persone le cui vite sono state sempre più esposte all’incertezza dalla crisi che è insita nel paradigma economico dominante.

Perché la sinistra non intercetta più queste domande?

Perché, soprattutto la sinistra italiana, ha smesso di analizzare la realtà: preferisce nascondersi dietro il vecchissimo copione dell’antifascismo moralistico e considerare più della metà dei cittadini italiani barbari che stanno assaltando le fondamenta della civiltà. Ma quello che sta accadendo – l’abbiamo visto alle elezioni del 4 marzo – non è una sventura inviataci dal cielo: è il prodotto di fenomeni che si sono verificati dentro la nostra società.

La destra è più capace di comprendere la realtà?

No, ma non ne ha bisogno, perché le basta essere spregiudicata. La destra politica riconosce e dà un nome alle inquietudini del nostro tempo, ma in realtà fornisce dei capri espiatori. Oggi sono gli immigrati, i complotti della finanza internazionale, il politicamente corretto. E se a volte la destra politica si spinge ad accusare il capitalismo finanziario, non giunge mai a una critica del capitalismo in quanto tale.

Perché il capitalismo dovrebbe essere considerato un nemico?

Il capitalismo, lasciato a se stesso, tende a distruggere la società. Compito della politica è costringerlo ad adattarsi alle esigenze della democrazia, regolandolo, mettendo dei limiti, tutelando gli interessi dei cittadini, lasciando che il conflitto sociale si manifesti.

A volte, però, gli Stati hanno meno forza delle multinazionali.

Ma spesso nemmeno provano a scontrarsi con questi colossi. Cedono preventivamente. Anche se non è detto che siano sempre destinati a perdere il duello.

Un’Europa più sovrana avrebbe più potere negoziale?

In teoria, sì.

E in pratica?

In pratica, nessuno Stato europeo ha veramente in agenda la costruzione di una sovranità europea. Anche perché la costruzione della sovranità è uno dei processi più distruttivi della storia umana. Le sovranità degli Stati si sono formate nel sangue della guerra civile o nel furore delle rivoluzioni. Mai una sovranità è nata perché qualcuno intorno a un tavolo ha trasferito pacificamente a un soggetto terzo il diritto di tassare, di formare un esercito, di detenere il monopolio della violenza, di individuare gli interessi strategici di una comunità.

Senza sangue l’Europa politica non nascerà mai?

È molto difficile che la formazione di una sovranità europea possa accadere senza conflitto; anzi, se si guarda alle carneficine che sono avvenute nella storia, è difficile augurarsi che ciò accada.

Eppure, il parlamento europeo ha condannato uno dei suoi membri, l’Ungheria di Viktor Orbán.

Orbán è un leader detestabile, degno erede della lunga tradizione autoritaria ungherese. Tuttavia, la condanna europea è controproducente, e perciò sbagliata. Ogni volta che un’entità sovranazionale ha giudicato e punito uno Stato – pensi alle sanzioni inferte dalla Società delle nazioni al regime fascista – non ha ottenuto altro risultato che compattare la nazione intorno al proprio capo. Anche nel caso del giudizio espresso dall’Onu sull’Italia («è un Paese razzista»), si deve evitare di cadere nel ridicolo.

Qualcuno l’ha mai accusata di essere un populista?

No, anzi sono stato spesso tacciato di élitismo. Ma le élites devono capire e guidare la società, non condannarla.

Nella scorsa legislatura è stato eletto con il Pd.

Ne sono uscito dopo due anni e mezzo per entrare prima nel gruppo di Sinistra italiana, poi di Articolo 1, dal momento che nel partito democratico è rimasto assai poco della tradizione di sinistra.

Lei, invece, che cosa conserva?

Il metodo di analisi della realtà che viene da Gramsci, benché in modo non dogmatico e arricchendolo di altri apporti.

In che cosa consiste?

Nel comprendere i fenomeni politici e sociali e le loro contraddizioni senza dare giudizi morali, poiché la politica non si fa con i padrenostri.

L’intervista è stata pubblicata in «Huffingtonpost.it» il 13 settembre 2018

 

 

 

 

 

 

Sogni e realtà

 

Se il Pd è un partito di sinistra, e se la sua rinascita è indispensabile alla rinascita di questa, allora c’è poco da stare allegri: il suo orizzonte è infatti diviso fra chi non ammette alcun errore e incolpa i cittadini di avere sbagliato a votare, chi vuole cambiare nome come se non si dovesse anche cambiare politica, e chi, come Veltroni, non trova nulla di meglio che identificare la sinistra con il «sogno» e la «speranza».

Nel momento di più cupo smarrimento e di più evidente mancanza di strategia, si propone quindi come soluzione della crisi lo stile politico che l’ha generata: uno stile sovrastrutturale, centrato sulla comunicazione e sull’illusione mediatica – al più, corretto dall’ammissione che il Pd non ha saputo stare «vicino a chi soffre», detto con un linguaggio che ricorda più la beneficenza che la politica –; uno stile lontano da ciò che è veramente la sinistra: teoria e prassi, analisi e lotte, materialismo e realismo, disegno di una società futura che parte dall’assunto che la struttura economica, e la cultura che la esprime, è conflittuale e non neutrale, e che quindi la liberal-democrazia non è una universale panacea formalistica che realizza l’accordo di tutti i cittadini ma il risultato, in equilibrio dinamico e precario, di tensioni e di contraddizioni che non si possono togliere né superare in «narrazioni» e in «visioni».

Come lascia assai poco a sperare la decisione – che accomuna il Pd a molta opinione “progressista” – di cercare la via d’uscita dalla impasse politica nella sempre più acuta polemica “antifascista” contro il governo; una mossa che esprime una lettura “azionista” cioè moralistica – o, se si vuole, “liberal” – della politica, a cui la sinistra dovrebbe preferire la analisi storica ed economica sullo stile di Gramsci. Non lo sdegno ma la comprensione dei processi è il solo inizio possibile se la sinistra vuole avere qualche chance di non scomparire.

In realtà, quindi, il sogno e l’antifascismo, che sembrano l’uno opposto all’altro, sono le due facce di una medesima mancanza di analisi radicale, di un pensiero pigro, stereotipato, privo di spessore storico, che impedisce al Pd di comprendere se stesso, il proprio ruolo, i propri errori (non quelli occasionali ma quelli strategici), un pensiero che procede per slogan e che non afferra la realtà; e che si espone al rischio o della inefficacia o di innescare una reale dinamica amico/nemico – a ciò infatti si giunge se si prende l’antifascismo sul serio –. Infine, questa politica infondata, inerte e al contempo pericolosa, è tatticamente un errore: non pare infatti utile a (ri)trovare voti e consenso l’attitudine a definire «fascisti», «barbari» e «nemici» i cittadini che hanno votato per i partiti di governo. Criminalizzare la maggioranza degli italiani non è una buona politica: è vittimismo arrogante e subalterno, che unisce la pretesa di superiorità morale alla implicita denuncia della impotenza della sinistra.

Soprattutto, una sinistra liberal che mette insieme il capitalismo più spregiudicato e le sue vittime, i licenziati e i licenziatori, che si prefigge uno schieramento «da Macron a Tsipras», non vede le proprie interne contraddizioni e le rigetta sul “nemico” fascista: il cleavage fascismo/antifascismo serve a occultare la vera natura del Pd, ovvero che questo è il partito dell’establishment, e che quindi è stato travolto dalla crisi di questo, e non solo è incapace di mettere in campo un’alternativa di pensiero e di azione, ma anche di rendersi conto della propria situazione storica reale.

Che è di essere un partito che difende il neoliberismo e l’ordoliberalismo quando questi sono in crisi – o meglio, quando producono crisi sempre più acute –; che resta attaccato alla Ue quando questa è ormai solo il cozzo delle sovranità e il teatro dell’egemonia tedesca attraverso l’euro; che scommette sulla liberaldemocrazia dopo avere contribuito a svuotarne il senso materiale – lo Stato sociale, l’allargamento del ceto medio, la ragionevole gestione delle disuguaglianze sociali, la sicurezza (a tutto tondo, cioè come garanzia della pienezza delle aspettative di vita) per la grande maggioranza dei cittadini –; che non sa vedere il cambiamento politico e culturale che stiamo vivendo. L’Occidente privo della presenza dell’America; l’Europa priva di progetti che non siano gli utili degli Stati (delle élites economiche e politiche che vi si sono insediate) e i sacrifici per i popoli; la globalizzazione “povera”, ovvero la sovranazionalità dell’economia e al contempo l’assenza, il fallimento, della società aperta; il liberalismo nutrito di privatizzazioni oligarchiche, divenuto liberismo senza persone e senza popolo, che per di più si meraviglia se il popolo lo abbandona in cerca di protezione – probabilmente illusoria – presso i “populisti”.

No. Proprio non si possono definire “barbari” quelli che non credono più alla civiltà “atlantica” del dopoguerra; questa non è crollata per l’irruzione dei popoli delle steppe, ma sta morendo di propria mano, per le proprie contraddizioni. Le cure tecnocratiche e rigoriste, dopo l’euforia della new economy, hanno ferito le società, rescisso il legame sociale, le appartenenze collettive (non diciamo la coscienza di classe), e consegnato i singoli alla rabbia e al rancore, alla paura e al confinamento entro i recinti egoistici della famiglia.

Chi non voglia inseguire ipotesi qualunquistiche e autoritarie – che sono più il sintomo che non la cura di questi mali – dovrà almeno riconoscere la verità; dovrà sapere da dove iniziare un nuovo corso culturale e politico; e non potrà fare opposizione con sermoni e prediche, con manifestazioni di piazza; chi come alternativa alla destra sa offrire solo l’elogio del vecchio mondo, o l’anatema delle nuove realtà che emergono, per quanto spiacevoli, pensando di esorcizzarle con qualche sdegnata narrazione, ignora che il grande passaggio storico in cui ci troviamo prenderà forma – dopo una fase di disorientamento, di comprensibile affannosa ricerca di protezione, dopo una lunga e ibrida transizione – grazie al combinarsi (come sempre è avvenuto) di idee e di interessi concreti: e che compito della sinistra è individuare gli interessi progressivi – cioè rivolti all’emancipazione dal bisogno dalla sofferenza dall’insicurezza –, e dare loro forza e idee. Soprattutto, l’idea che l’economia crea problemi che non sa risolvere, la cui soluzione sta nella politica “sovrana”. Ovvero nella politica capace di esprimere un comando legittimo davanti a cui anche la potenza dell’economia debba fermarsi. Gli Stati – e anche l’Europa sovrana, se mai ci sarà – non si governano con i padrenostri.

Finché la sinistra saprà opporre a Salvini soltanto i sogni e le speranze, il ribaltamento dei rapporti di forza resterà appunto un sogno – un informe, inconsapevole «sogno di una cosa» –. E Salvini la potrà lasciare sognare, e anzi augurarle «sogni d’oro». Si preoccuperà, invece, se e quando un leader di sinistra nuovo e credibile – portatore non di sogni ma di idee, nutrito di analisi cruda della realtà e non di edificanti narrazioni – saprà sfidarlo per dare all’Italia protezione dallo sfruttamento e non solo dai migranti.

 

 

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La guerra delle parole

 

  1. Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica. E quelle elezioni sono state vinte dai partiti che, se non altro, hanno riconosciuto il pesantissimo disagio sociale in cui il Paese versa, e che il Pd ha invece sostanzialmente negato dando l’impressione di voler lasciare tutto com’è, o in ogni caso di non avere né le idee né l’intenzione di cambiare le cose.

C’è anche, va detto, la posizione oltranzista di chi non vuole «seguire i populisti sul loro terreno», e non solo rifiuta radicalmente le loro ricette ma non vuole ascoltare il grido di dolore che attraverso il populismo si esprime, e affida non alla propaganda ma alla dura lezione delle cose, alle rappresaglie della realtà economica e dei suoi “spontanei” meccanismi, la vittoria dell’ordine politico e sociale che le elezioni di marzo hanno rovesciato. Ma è una posizione difficile da tenere. In ogni caso a essa, prudentemente, si aggiunge la propaganda, la retorica.

La logica di questa retorica – che definiremo la retorica dello scandalo, dello sdegno permanente – consiste nell’imporre un terreno di gioco su cui combattere lo scontro politico fra le élites mainstream e il popolo, mettendo quest’ultimo, fin dall’inizio della partita, dalla parte del torto. La strategia è discriminare culturalmente e moralmente chi si è ribellato alle conseguenze degli errori di quelle stesse élites; ovvero chi in una crisi catastrofica ha cercato protezione, e naturalmente non l’ha chiesta ai vecchi governanti, che le protezioni avevano tolto di mezzo. Insomma, la strategia di rimettere al loro posto i perdenti che hanno osato protestare, e di rovesciare il mondo rovesciato dalla ribellione delle masse.

Tutti i termini in questione hanno infatti intento accusatorio e implicita intenzione punitiva: sovranismo significa tribalismo incivile; populismo significa ragionare con la pancia e con il rancore; nazionalismo significa xenofobia e provincialismo egoista; razzismo, infine, è il male assoluto, la sistematica e ignorante violenza verso i deboli e i diversi. L’accusa, ovvia, è che tutto ciò – questi atteggiamenti, questa cultura diffusa – mette a rischio la democrazia, tutelata invece dal “politicamente corretto” liberal. Al quale si deve ritornare, riconducendovi i riottosi concittadini, bisognosi di rieducazione dopo essere stati sottratti ai cattivi maestri, ai pifferai magici che hanno vinto le elezioni.

Al contrario, sembra chiaro che è una follia tanto pensare di recuperare consenso per questa via, quanto presentare queste come “analisi politiche” che consentano di comprendere che cosa è successo. Se il governo giallo-verde è il fascismo (e non lo credo), sarebbe come fare dell’antifascismo criticando questo o quell’atteggiamento o provvedimento di Mussolini, e lanciando invettive contro la dittatura, invece di seguire la via genealogica, storico-concettuale e storico-economica, di Gramsci.

Ma è difficile credere che gli opinionisti mainstream non vadano oltre la constatazione che in marzo hanno vinto il rancore, la rabbia e la paura, e non riescano a chiedersi che cosa mai – quali eventi, quali processi, quali strutture – abbia prodotto nelle masse questi riprovevoli stati d’animo, queste biasimevoli passioni (ad esempio, quale precedente disastro nella rappresentanza politica abbia generato l’odio e il disprezzo degli italiani verso il parlamento, e sia quindi all’origine anche delle disinvolte proiezioni post-parlamentari di alcuni esponenti di un partito di governo). Fintanto che la retorica dello scandalo non lascia il posto all’analisi, è folle sperare che le posizioni che si reputano biasimevoli perdano terreno. E quindi è forse possibile ipotizzare che se quella retorica non è follia sia piuttosto una dissimulazione, un gioco a parlare d’altro, per non ammettere colpe ed errori enormi, nella speranza che alla retorica della delegittimazione preventiva dell’incubo giallo-verde segua una reale catastrofe della sua azione, e che tutto torni come prima, cioè alle vecchie egemonie.

  1. Errore

L’errore è naturalmente avere sposato (non solo subito, ma accettato e glorificato) il paradigma neoliberista, e poi quello ordoliberista sotteso all’euro; paradigmi diversi che prevedono entrambi la deflazione, la disuguaglianza sociale, la subalternità e la flessibilità del lavoro dipendente, che in tempi di crisi diventano – in assenza di “argini” politici e giuridici – precarietà e insicurezza esistenziale di massa. Il paradigma, insomma, che nega la dignità del lavoro e il ruolo egemone della politica e a questa affida il compito di garantire il mercato (ed eventualmente di aiutare i perdenti, o di punirli se troppo devianti e rumorosi), mai ipotizzando che il governo delle cose del mondo possa risiedere altrove che nelle potenze economiche – ad esempio, in una democrazia in cui i lavoratori (il lavoro dipendente, di diritto e di fatto, e non una generica “comunità nazionale”) abbiano una posizione politica conflittuale e quindi tendenzialmente paritaria, e non subalterna, rispetto alle potenze dell’economia –. Insomma l’errore non è che ci sia stata una crisi – gli economisti mainstream sanno bene che il capitale funziona appunto così –, ma che il paradigma economico preveda che dalle crisi si esca aiutando strutturalmente il capitale e solo episodicamente e marginalmente i lavoratori, che in ogni caso devono essere disponibili ad assecondare ogni richiesta del capitale in temporanea difficoltà. L’errore è che non si sia immaginato che ci sarebbero state reazioni politiche a tutto ciò; di non aver pensato che la politica possa guidare un’uscita dalla crisi, con una soluzione che non consista di salvataggi per gli uni e di eliminazione dei diritti per gli altri (le “riforme coraggiose” a danno dei deboli) ma di “riforme di struttura” (come si diceva ai tempi sovversivi del primo centrosinistra, e come si potrebbe cercare di dire anche oggi, mutatis mutandis: in fondo, la questione è la stessa, cioè allineare capitalismo e democrazia, naturalmente divergenti).

Avere trascurato la politica, e avere ignorato che questa avrebbe potuto vendicarsi: questo è stato l’errore strutturale, che alle élites è costato il potere politico, ma che non viene ammesso. Se ci volessimo servire dell’antica dottrina cattolica, potremmo dire che la mancata ammissione (confessio oris) nasce dal mancato pentimento (contritio cordis) e dà a sua volta origine al mancato ravvedimento operoso (satisfactio operis). Insomma, pervicaci e impenitenti, le élites politiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo sono in peccato mortale, e ne pagano il fio. Ovvero, sono finite all’opposizione e paiono doverci rimanere a lungo.

Ma, come si diceva, credono di potere uscire in breve dall’inferno della perdita del potere aspettando che agli italiani “passi” il rancore, oppure che questo si sposti verso gli attuali governanti, dei quali si attende la rapida scomparsa di scena per impresentabilità e inefficienza. E nell’attesa combattono la guerra linguistica.

  1. Battaglie

Una guerra le cui battaglie sono già state enumerate, ma che vanno studiate un po’ più da vicino, per vedere, in ciascuna di esse, come vengano costruiti i fronti del Bene e del Male, e come ai due fronti si possa contrapporre una “verità”; che non vuole essere un assunto dogmatico ma il suggerimento di uno sguardo realistico. Per una possibile politica oltre la propaganda.

Sovranismo, dunque. Ovvero l’aggressivo particolarismo che sarebbe la presunta radice politica dei nostri mali. Il cui opposto positivo sarebbe invece l’universalismo collaborativo, declinato in globalismo o in europeismo secondo i casi (in realtà, si tratta di due prospettive che possono anche essere opposte). Una contrapposizione costruita per non parlare di sovranità, ovvero della pretesa di un soggetto politico, i cittadini nel loro complesso, che lo Stato che li rappresenta persegua gli interessi nazionali e protegga i cittadini stessi. Una pretesa che di per sé non ha nulla di reazionario e che è insita nell’essenza della politica: protego ergo obligo è il cogito dello Stato, la sua ragion d’essere, la sua mission. Una pretesa che può essere anche democratica, come appare dalla nostra Costituzione che collega il popolo alla sovranità e non ai mercati o ai trattati dell’euro. Una pretesa, del resto, avanzata e praticata, secondo le proprie forze, da tutti gli Stati europei, nessuno escluso. Lo Stato sovrano è un anacronismo? Pare di sì: la sinistra globalista lo minimizza, quella moltitudinaria lo deride (i risultati si vedono). Forse invece potrebbe essere una leva, o meglio un punto d’appoggio, transitorio ma obbligato, per rispondere alla sistemica insicurezza alla quale i cittadini sono esposti e sacrificati, e che non tutti trovano eccitante e ricca di opportunità – un dato che chi fa politica dovrebbe conoscere –.

Populismo, poi. È con ogni evidenza il nome che le élites mainstream danno a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. È come se dicessero: «se non ci obbedisci, sei plebe; se hai perso la fiducia in noi, ragioni con la pancia». L’opposto positivo è invece la “ragionevolezza”, il dare ragione alle élites, alle loro narrazioni. La verità è che il populismo con le sue semplificazioni è un segnale della crisi politica terminale di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano, crollato dapprima economicamente sotto i colpi del neoliberismo e, trent’anni dopo, anche culturalmente e ideologicamente. Una crisi di legittimità che si tratterebbe di decifrare nelle sue cause e non di deridere nei suoi effetti. Certo, impostare la politica sull’onestà e sulla lotta ai vitalizi, o sull’ossessione anti-migranti, è riduttivo e fuorviante, ma non perché è una mossa populista, quanto piuttosto perché non è per nulla radicale. Come altrettanto poco radicale è stracciarsi le vesti ad ogni uscita pubblica scorretta di questo o di quel governante, senza mai andare oltre la predica moral-superficiale; senza mai capire a quali problemi quel governante sta comunque rispondendo.

Nazionalismo, inoltre. Ossia il ritorno di culture politiche improntate all’atavismo e all’aggressività xenofoba, viste come un regresso a quelle condizioni che hanno portato l’Europa a suicidarsi con due guerre mondiali. E quindi il nazionalismo è appunto ciò contro cui si è costituita l’Europa del dopoguerra. È il nemico. Il suo opposto positivo è invece l’apertura reciproca delle culture e delle istituzioni, l’interculturalità, il federalismo o addirittura la sovranità degli Stati Uniti d’Europa, che solo una inspiegabile e irragionevole resistenza nazionalistica non lascerebbe realizzare. La verità è che tutti in Europa perseguono interessi statal-nazionali, e che tuttavia di nazionalismo e di nazione (differenti e opposti, come da tempo sappiamo) oggi in Italia e altrove c’è poca o nessuna traccia (piaccia o dispiaccia; ovvero, che ciò sia detto in negativo o in positivo). Non c’è alcuna visibile richiesta, da parte della società, di identità, di comunità di destino, di tradizione, e neppure la cultura va in questa direzione: con una certa pigrizia intellettuale si scambia per nazionalismo (cioè le si dà un nome vecchio) la richiesta sociale di una protezione che si manifesti efficacemente dentro il livello storico e istituzionale esistente, cioè dentro il perimetro degli Stati nazionali. Certo, questi nacquero anche attraverso il mito della nazione, allora progressivo. Ma di questo mito identitario oggi non c’è neppure la caricatura, se non ai campionati di calcio: da tempo l’individualismo e il familismo hanno colpito a fondo, e modelli culturali internazionali si sono affermati irresistibilmente ormai da decenni. L’esigenza di condurre una vita in dimensione storica, sottratta all’eterno presente dell’universale raccolta di merci neoliberista, non sembra essersi ancora radicata nelle masse.

Razzismo, infine, è il nome dato all’insicurezza ostile dei poveri e degli incolti. Che si sentono minacciati non da un generico “diverso” ma da un concreto ingresso, al tempo stesso pubblico e clandestino, di persone fin troppo simili a loro. E i penultimi si specchiano negli ultimi, li temono e li esorcizzano, perché vi vedono certo persone bisognose di aiuto ma capiscono anche che non possono essere aiutati a spese loro, delle fasce più fragili, che dai migranti si sentono minacciati anche dal punto di vista economico. Né a spese esclusive di quel fragile vaso di coccio che è l’Italia nel consesso europeo, inchiodata da patti leonini, sottoscritti dalla destra e rinnovati dai governi seguenti, che hanno cercato di fare del nostro Paese il campo profughi del continente in cambio di altri benefici macroeconomici. Tanto più che gli altri Paesi d’Europa non smaniano certo per ricevere migranti, per sostituirsi all’Italia. Come che sia, l’opposto positivo è in questo caso il cosmopolitismo contrapposto alla chiusura egoistica, la pietà contrapposta alla spietatezza, oppure, da un punto di vista moral-politico, l’appello alla fraternità, il terzo trascurato della triade rivoluzionaria; ma si avanzano anche esortazioni ad apprezzare l’utile economico che dai migranti deriverebbe in termini di Pil e di pagamento delle pensioni agli italiani, come se i migranti trovassero facilmente, in Italia, lavoro stabile, legale e non servile, e come se in futuro le loro pensioni non dovessero essere pagate. La verità è che l’insofferenza, in sé deplorevole, verso i migranti nasce dalla sofferenza e dalla insicurezza reali dei cittadini, che nessuna promessa europea, sempre disattesa, o nessun sermone o catechismo riuscirà, da solo, a esorcizzare. Solo la politica ci riuscirà, se sarà una politica efficace e concreta.

  1. Politica e parole

La guerra delle parole è al tempo stesso un’arma, un diversivo, e un andar fuori bersaglio. Se la sinistra moderata europeista e quella radicale globalista e moltitudinaria non capiscono ciò, non hanno speranza. Vanno lasciate alle loro battaglie minoritarie, poiché hanno evidentemente rinunciato all’analisi politica realistica.

Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.

Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.

«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.

Per chiudere, un esempio. Si sta diffondendo l’idea che nel discorso pubblico di “sinistra” si debbano recuperare la nazione, e lo Stato nazionale, perché è su questi concetti, o temi, che si è stati sconfitti il 4 marzo (come ho detto, credo che ciò sia non esatto, e che la sconfitta si sia consumata sulla protezione e non sulla tradizione, sulla sicurezza e non sulla patria). Ecco allora le proposte di “nazionalglobalismo”, di “patriottismo europeo”, di “federazione sovrana di Stati sovrani”.

L’obiettivo è di non lasciare la nazione ai nazionalisti, lo Stato agli statalisti, la sovranità ai sovranisti, l’Europa agli europeisti. E fin qui va bene: si tratta di smarcarsi dalla polemica quotidiana, di guardare oltre, di tentare di imporre un altro terreno di gioco. Ma pur dovendosi apprezzare la direzione nuova che si cerca di intraprendere, resta da sottolineare che in alcuni casi si tratta di concetti di cui la storia (ad esempio, la guerra civile statunitense) ha dimostrato la non praticabilità, o in altri casi di provocazioni intellettuali che in quanto tali non sanno indicare alcuna tappa intermedia tra il presente e il futuro, tra il problema e la soluzione. Che vogliono costruire miti più che discorsi razionali.

Ma in politica anche la parola mitica per essere capace di mobilitare deve avanzare un progetto realistico e condivisibile, un obiettivo difficile ma raggiungibile attraverso una via che va indicata nella sua concreta materialità. E a maggior ragione questo è l’obiettivo della parola razionale.

Questi nuovi miti dovranno quindi essere preceduti da analisi critiche, e dovranno essere riformulati dopo che il pensiero critico si sarà misurato con la questione del rapporto fra sovranità nazionale e sovranità europea, nonché del rapporto fra politica ed economia. E ciò non per pedanteria accademica, ma per realismo, per efficacia tanto critica quanto propagandistica. In caso contrario si resterà ancora una volta in superficie. Detto altrimenti, questi nuovi “miti” non avranno la forza di smuovere alcunché, e meno che mai i popoli, fintanto che attraverso di essi non verrà veicolata un’idea credibile di sicurezza sociale e di reale integrità della persona, finalmente sottratta al suo presente destino di essere in balia di potenze economiche incontrollate, di processi che li trascendono. Fintanto che del mito politico non farà parte anche la consapevolezza che «finanza è una parola da schiavi».

Sulla sinistra “rossobruna”

 

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

 

 

Alto e basso – destra e sinistra

 

Alcune cose spiacevano particolarmente del contratto fra Lega M5s e del governo non nato. La carica di presidente del Consiglio conferita a un terzo, extra-politico, segnale di una difficoltà e di una diffidenza fra i due contraenti che sarebbe stata prodromo di instabilità e di scarsa autorevolezza dell’azione del governo. L’introduzione del mandato imperativo, in sé impossibile logicamente all’interno della sintassi della rappresentanza politica moderna – benché, certo, si possano inventare dispositivi regolamentari per rendere più “costoso” il passaggio da un gruppo parlamentare all’altro (posto che questo sia un vero problema) –. La discriminazione fra italiani e stranieri nel godimento di alcuni servizi pubblici. La reintroduzione dei voucher – ma si ricordi che il Pd li aveva a lungo difesi -. Le promesse bombastiche di rimpatriare mezzo milione di clandestini – impresa, se non altro, quasi impossibile da un punto di vista tecnico –.

Nonostante non vi sia nulla di più labile dei programmi e dei contratti, erano in ogni caso segni di una interpretazione angusta della fase drammatica che stiamo attraversando. Più ambiziosa, e ancora oggi sul campo, e pertanto degna di un supplemento di analisi, è invece l’idea che destra e sinistra sarebbero state sostituite, come linea di frattura dell’arena politica, dalla scissione fra alto e basso. Che è tesi di Salvini, ma anche dei cinquestelle, e che va decifrata, anziché essere accettata, anche se per essere deprecata come populismo o come sovranismo.

Non c’è dubbio che il cleavage politico attuale sia questo: la sovranità del popolo, che maggioritariamente contesta quei vincoli, perché troppo onerosi, contro le élites politiche economiche e intellettuali, che quei vincoli accettano, ritenendoli buoni in sé o in ogni caso migliori del destino che il Paese dovrebbe affrontare se li recidesse. Insomma, gli italiani hanno votato per la sicurezza e per la protezione rispetto alle gravi difficoltà economiche e sociali che da anni sperimentano. E hanno identificato, come rimedio, la riconquista della libertà da vincoli esterni, cioè della sovranità. Che del resto non è un valore negativo, essendo attribuita al popolo proprio dall’art. 1 della Costituzione; e che non è sinonimo di autoritarismo e di xenofobia, ma anzi, quando è esercitata democraticamente, di libertà e di autodeterminazione dei popoli.

Ora,  il “gran rifiuto” di Mattarella – si è trattato, da parte sua, dell’uso di una insindacabile prerogativa, e quindi l’impeachment è improponibile – è al tempo stesso una ghiotta occasione per Lega e M5S. Che (soprattutto la Lega) sembrano aver voluto farsi dire di no, insistendo sul nome di Savona, proprio per potere cavalcare una crisi resa ancora più acuta – così Salvini ha rotto, forse, con Berlusconi mentre i pentastellati, per non sentirsi giocati da Salvini ora rincarano la dose, restando sempre più prigionieri della rete leghista –.

In realtà, l’aut aut fra Italia ed euro – ovvero fra Italia e Germania – è una semplificazione per certi versi nuova: nessuno, neppure M5S e Lega, ha finora messo sul tavolo l’opzione dell’uscita dall’euro, ma solo la sua rinegoziazione. Ma è noto che se si vuole raggiungere il più alto grado di intensità di uno scontro si deve rinunciare a ogni sottigliezza. E tuttavia, questa semplificazione potrebbe ritorcersi contro M5S e Lega se gli italiani percepissero che la loro spregiudicata politica ha in sé il rischio, proprio se ha successo, di far loro perdere i risparmi.

Certo, l’Italia è a un bivio, e le sue istituzioni sono in crisi, bloccate: un potere di “riserva”, come quello presidenziale, è l’ultimo baluardo per fermare una politica avventuristica che, con la legittimazione popolare, ha espugnato le altre casematte dello Stato. È evidente che non si può andare avanti così, che è necessaria una riconciliazione fra ragione di Stato (chiamiamo così la fedeltà ai vincoli europei e atlantici) e ragione di popolo (chiamiamo così la protesta contro quei vincoli). Che, insomma, il conflitto fra due legittimità – quella del consenso elettorale e quella della continuità istituzionale – non può durare. Che un conflitto fra alto e basso non ha sbocchi democratici, comunque vada a finire.

E quindi si deve tentare un’altra interpretazione di questa fase politica. Leggerla, cioè, da sinistra, senza lasciare alla destra e ai populismi la protesta contro condizioni di vita che la maggioranza degli italiani giudica inaccettabili. Si tratta di spiegare ai cittadini che il problema non è l’identità e l’orgoglio nazionale da rivendicare, ma uscire dalla subalternità del lavoro – questa sì una minaccia alla coesione sociale e alla democrazia –, incorporata nelle logiche dell’euro. La sinistra dovrebbe saper criticare l’Europa ordoliberista con la medesima radicalità della destra politica, ma con migliori argomenti, leggendo questo conflitto come manifestazione della tendenziale incompatibilità fra la democrazia e la presente forma del capitalismo – e quindi è questo che va riformato, non le istituzioni –.

Insomma, la sinistra dovrebbe fare il contrario che giocare il popolo contro le istituzioni, o le istituzioni contro il popolo; dovrebbe usare le istituzioni per la finalità popolare e democratica per cui la Costituzione le ha pensate. Non si può reggere una democrazia solo con le prese di posizione del Capo dello Stato. È necessaria una profonda discontinuità, non un “muro”. È necessario convincersi che la democrazia esige una nuova alleanza fra le istituzioni e il popolo. E che il modo migliore per far vincere le prossime elezioni ai reazionari e ai populisti è non cambiare nulla, non analizzare le cause del loro successo, e limitarsi a demonizzarli.

Tutto ciò sarebbe il dovere della sinistra: riconoscere la gravità della situazione, e interpretarla con strumenti e valori che si sottraggano alla lettura di destra (ma anche alla lettura mainstream, con segno rovesciato), all’aut aut fra alto e basso, al derby fra lira ed euro, fra nazione e Europa. Con strumenti intellettuali che tolgano terreno all’idea che la politica democratica non sia padrona di sé, che vi sono argomenti, come i trattati europei e l’euro, che a essa sono sottratti whatever it takes (per citare Draghi), «costi quel che costi». E che affermino con forza che l’unica «grande decisione» irreversibile che sorregge la nostra vita associata è l’orientamento antifascista e democratico della Costituzione e delle libere istituzioni che essa disegna.

Eppure, manca un particolare del quadro. Dov’è una sinistra che abbia questa forza intellettuale e politica? Purtroppo, sembra che non ci sia. La sinistra non ha mai pesato tanto come oggi nella storia d’Italia: questa volta non come presenza, come partito della fermezza e del progresso; ma al contrario come assenza, come vuoto doloroso e desolante. Da colmare quanto prima, se possibile, per il bene della democrazia.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria online», n. 49, 1 giugno 2018, con il titolo Popolo, istituzioni e vuoto a sinistra.

I veri rischi del nuovo governo

Se il diavolo (o un qualche messia, secondo i gusti di chi legge) non ci mette lo zampino, ovvero se i due “capi politici” non romperanno sul premier, se Mattarella non bloccherà la lista dei ministri, oppure ancora se la prospettiva di essere stato riabilitato non spingerà Berlusconi a tentare il colpo delle elezioni anticipate, avremo quindi un governo “populista” e “sovranista”, un unicum in Europa occidentale, una minaccia per la democrazia, per l’euro, per i conti pubblici, per la collocazione internazionale dell’Italia. Un governo privo di esperienza, di cultura politica, di una prospettiva per il Paese. Una sciagura apocalittica, decifrabile solo con l’ipotesi che gli italiani siano ammattiti, o ingannati per anni da media antisistema.

Tutti i centri di potere europei sono pronti, col fucile puntato, a inchiodare gli usurpatori al primo errore. Tutti i media dell’establishment fanno a gara nel delegittimare il governo non ancora nato, nel prevedere le terribili rappresaglie a cui lo sventurato Paese andrà incontro, nel ripercorrere sdegnati il mare di menzogne e di cambiamenti di rotta che i partiti di governo hanno ammannito agli italiani nei due mesi di trattative, stanati solo dalla mossa vincente di Mattarella.

Nessuno che ricordi la grande cultura politica e l’intemerata rettitudine di comportamento dell’ex segretario del Pd, il quale, reduce da mille promesse non mantenute, come analisi del risultato elettorale rilasciò un omerico «la ruota gira», e che, come commento al formarsi (forse) del nuovo governo, esclama «pop corn per tutti», a dimostrazione del fatto che il Pd (ancora suo) non ha alcuna strategia politica – dopo avere fallito il suo compito, di essere l’accompagnamento moderatamente liberal dell’ordoliberalismo europeo – se non sperare che «gli altri» si sbaglino, e gestire l’opposizione all’insegna del «tanto peggio tanto meglio».

Quanto al populismo e al sovranismo, inoltre, sarà forse ora di considerare che questi sono soltanto termini delegittimanti, privi di consistenza storica e politica. Nessuno che ricordi, a proposito del deprecato «sovranismo», che se l’alternativa all’autogoverno dei popoli (appunto, la sovranità) è un sistema di regole economiche, calate dall’alto sulle nazioni e sulle società, che vanno a vantaggio solo di alcuni Paesi e di alcune classi sociali, allora non c’è da meravigliarsi se i non-favoriti (la larghissima maggioranza) chiedono protezione allo Stato nazionale. Che non sarà il futuro, ma che è senz’altro destinato ad apparire migliore del presente, un’alternativa rassicurante per le nostre società disastrate – che i fautori dello status quo vogliono far passare per sane, felici, progredienti –.

In ogni caso, la sovranità non è solo quella xenofoba dei Paesi di Visegrád, ma, molto più, quella di grandi Paesi democratici come la Francia e la Germania, che non pare l’abbiano dismessa, né che abbiano cessato di perseguire, con robusta determinazione, i propri interessi nazionali, geoeconomici e geopolitici. Politica che all’Italia sarebbe a priori preclusa. Perché? Perché l’interdipendenza, la nuova regola aurea dell’esercizio della sovranità, è per noi, semplicemente, «dipendenza»?

Per quanto riguarda il «populismo», poi, la verità storica è che gli italiani hanno votato per protestare contro insicurezze reali, economiche e simboliche, determinate da pregresse decisioni politiche nazionali e internazionali, oggi presentate come irreversibili – peraltro, se davvero lo fossero, a ben poca cosa si ridurrebbe la nostra libera capacità di scelta democratica –; ed è altrettanto vero che non saranno gli anatemi e le prediche o le rappresaglie internazionali o dei «mercati» a fare disciplinatamente rientrare alla casa madre i voti andati in libera uscita. Questi non torneranno al Pd, evanescente e non più credibile, e non andranno a nessuna sinistra perché questa, al momento, non esiste come soggetto politico reale.

La verità è, semmai, che quello che nasce è un governo figlio e padre di molti compromessi e pasticci. Non solo fra i distinti programmi e i diversi elettorati dei due vincitori, ma anche fra questi e i poteri dell’establishment. Che sono stati tanto largamente blanditi da Di Maio che la base grillina, peraltro molto suscettibile e molto volatile, ne è stata assai delusa – e Di Maio, quindi, è quello che da un’avventura governativa rischia di più – . Poteri, inoltre, che sono rappresentati, per quanto concerne i vasti interessi berlusconiani, da Salvini. Così che il rischio maggiore è più l’opaca continuità, pur interrotta da qualche misura a effetto, che non l’avventuristica discontinuità.

Una continuità, un pasticcio, marcati inoltre dal fatto che Renzi e Berlusconi, stretti in un nuovo informale patto del Nazareno, sono protesi a conquistare le commissioni parlamentari di garanzia, che spettano alla opposizione. E che Berlusconi possa stare al tempo stesso al governo e anche all’opposizione – come cercò di fare con il governo Monti – è una ulteriore dimostrazione non solo della sua perdurante abilità nel massimizzare le sue non più così abbondanti risorse elettorali, ma anche della situazione tutt’altro che chiara che si viene creando, sia fra i vinti sia fra i vincitori del 4 marzo.

Il punto è che, quando non c’è la luce di un’idea politica, né la forza di una decisione democratica (le elezioni hanno sì mostrato che la maggioranza degli italiani è ostile all’establishment, ma questa ostilità si divide tra due forze politiche disuguali), non si può fare altro che procedere a tentoni, come i ciechi di Brueghel. E sperare che il sommarsi dei molti pasticci – sono questi i veri pericoli, non il populismo e il sovranismo – non ci porti tutti nel fosso.

Un versione ridotta di questo testo è in corso di pubblicazione in «La parola»

 

Parlare di “sistema e antisistema” è un inganno politico

Intervista con Donatella Coccoli

«Eccome se c’è differenza tra destra e sinistra. Bisogna solo tirarla fuori, renderla manifesta, perché il bisogno di sinistra, anche se ormai inconsapevole, c’è in tutti coloro che stanno male, anche se hanno rifiutato la sinistra alle ultime elezioni». Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna, nel 2010 aveva scritto per Laterza Perché ancora destra e sinistra. In quel libro, poi uscito in seconda edizione nel 2013, già prefigurava scenari contrastanti nella società e nella politica. Poi, le cose sono precipitate e Galli le ha vissute in prima persona. Eletto con il Pd di Bersani alla Camera nel 2013, nel 2015 se n’è andato, entrando in Sinistra italiana, ma per le elezioni del 4 marzo ha scelto di non ricandidarsi e di tornare all’insegnamento universitario a Bologna.

Professor Galli, negli ultimi tempi ci viene propinato un mantra, soprattutto da parte del Movimento Cinque stelle, e cioè che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso. È proprio così?

In prima battuta si potrebbe dire che destra e sinistra, concetti tipici della storia moderna, hanno senso quando la politica ha la capacità di decidere su questioni importanti, come sulla modalità con cui avviene la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ma da tempo le grandi decisioni non le ha prese la politica istituzionale a livello nazionale. Le hanno prese i mercati, e gli Stati che a essi si sono aperti attraverso trattati internazionali. Detto questo, dentro quella via già tracciata si può ancora distinguere destra e sinistra, ma su questioni per lo più marginali.

Quali sono adesso le questioni che permettono di identificare destra e sinistra?

Per esempio lo ius soli. Certo, si può dire che è di sinistra volere lo ius soli e di destra non volerlo, ma questo significa rimanere dentro il mainstream. Invece, se volessimo scendere un po’ più alla radice, potremmo prendere il Jobs act. Su questo tema si può dire che la partita è tra coloro che vedono il lavoro come variabile dipendente dal mercato e coloro che invece nel lavoro vedono qualcosa più importante del mercato. E quindi l’ingiusto licenziamento è qualcosa che il mercato non può comprare, per cui chi lo subisce deve essere reintegrato, non ricompensato. Ma vi sono forze che si dicono di sinistra secondo le quali il Jobs act è giusto.

E allora è semplice, non sono forze di sinistra.

Sì, la deduzione non fa una piega. Per essere di sinistra non basta proclamarsi di sinistra. Ma passiamo al terzo livello di destra e sinistra, ancora più radicale. La distinzione si gioca sul neoliberismo. In prima battuta sembra che chi si oppone al neoliberismo sia di sinistra e tutto quello che accetta il neoliberismo sia di destra. Ma si dovrebbe distinguere invece tra destra economica e destra politica, che molto spesso si presenta come antiliberista.

Si riferisce all’ “antiliberismo” della Lega?

Esatto. Tutta la destra sociale in Europa, almeno a parole, è antiliberista. Ma il suo essere antiliberista è rivolto solo contro alcuni aspetti del neoliberismo e in ogni caso sconfina nell’antidemocrazia. Naturalmente esiste anche una sinistra filoliberista: l’Italia ne è piena. Insomma la differenza fra destra e sinistra esiste ma va integrata (non sostituita) con la differenza fra liberismo e antiliberismo (economica) e fra sistema e antisistema (politica).

Veniamo alla situazione della sinistra in Italia, sconfitta alle elezioni del 4 marzo.

C’è prima di tutto una sinistra che ho definito “accompagnamento liberal” del neoliberismo. È il Pd, che gioca il proprio progressismo sui diritti, ma ignora l’esistenza di un problema sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza e sulla subordinazione del lavoro e che, al massimo, emette alti lamenti sul fatto che c’è diseguaglianza sociale ma non capisce dove e come essa di genera. Così interviene con elargizioni monetarie che non modificano la struttura dell’assetto economico complessivo. Questo è stato il modo di essere di sinistra del Pd, e di molti di quelli che ne sono usciti all’ultimo minuto. Certo, qualcuno dentro il Pd ha fatto opposizione, ma è stata troppo debole.

E la sinistra a sinistra del Pd?

La sinistra antagonista corre il rischio di essere antagonista e basta, cioè di accettare il terreno di lotta che di volta in volta viene offerto, con esiti irrilevanti. Il fatto è che c’è un dislivello enorme tra la grande massa di popolazione che l’attuale situazione economica fa decadere sotto un certo livello di vita e rende disponibile a posizioni antisistema e la capacità della sinistra di rappresentare questa base potenziale. Il Pd è votato nei quartieri alti, la sinistra democratica di Leu ha ottenuto il 3%, gli antagonisti di Pap non hanno fatto presa. La realtà è che quelli che sono perdenti nell’attuale modello economico non si sono sognati di votare a sinistra. Da qui in molti sono giunti alla conclusione: destra e sinistra non esistono, esiste solo forze di sistema e antisistema.

Che cosa significa sostenere la dicotomia sistema-antisistema?

Significa eludere il problema. In questo modo si arriverebbe a pensare che il 55% degli italiani che ha premiato M5s e Lega sono antidemocratici, che addirittura il fascismo è dietro l’angolo. È chiaro che così non si guarda la causa, che va interpretata attraverso la vecchia griglia destra-sinistra, su base economica. L’Italia ha votato forze antisistema perché non c’era una sinistra in grado di raccogliere le sue istanze di protesta contro un sistema politico ed economico che è costruito per togliere potere al popolo, rendendo i cittadini poveri, deboli e ricattabili.

Quindi è una pura operazione politica ridurre tutto a sistema e antisistema?

Assolutamente sì. È la più sottile operazione politica adesso sul mercato. E non è contrastata, perché invece di analizzare le cause storico-politiche per cui c’è una società che non piace alla maggioranza dei cittadini, ci si limita a dire “quelli sono matti, sono di destra, sono cattivi, sono populisti”. Ora, spesso è vero, sono populisti e antisistema, con venature a volte antidemocratiche. Ma chi o che cosa li ha fatti diventare così?

C’è chi ha parlato di “volatilità del voto”: di fronte ad una delusione per M5s, gli italiani potrebbero tornare a votare la sinistra?

No, gli italiani delusi dai Cinque stelle non torneranno a votare Renzi, voteranno molto di peggio, a destra. Dire volatilità del voto è la trascrizione politologica del concetto sociologico di società liquida. Quanto più la società è liquida, in realtà, tanto più è solida, nel senso che una volta distrutti i legami sociali dal neoliberismo, le diseguaglianze rimangono solidissime. Quindi il voto può essere libero e fluttuante, però se non cambiano i motivi per cui la gente protesta, il voto di protesta, molto difficilmente tornerà ai partiti dell’establishment.

Lei ha scritto di recente che la sinistra, più che di governo, deve essere «di popolo, di studio e di cultura». C’è un po’ di speranza?

Le questioni ormai sono strutturali. O hai la forza per fare cambiamenti strutturali o non ce l’hai e allora è meglio mettersi a studiare, visto che se ne ha tanto bisogno, e prepararsi così a costruire un’Italia nuova. Il Pd oggi è inutile. Non è che deve ritrovare la propria identità come dicono in tanti: no, la deve proprio trovare perché quella che aveva non era di sinistra, era una identità blandamente blairiana. Si tratta di rifondare Pd, ma anche Leu e ogni sinistra. Siamo, come diceva Gramsci, alla fine della guerra di movimento, se mai è stata combattuta; adesso è guerra di posizione, cioè bisogna tornare ad accumulare riserve, energie, saperi, legittimità davanti ai cittadini. La sinistra deve piantarla di stare sui social media e tornare a ciò di cui tutti hanno bisogno: l’incontro di persone reali in spazi fisici. Bisogna reinventare le sedi di partito. L’unica cosa che conta sono le persone che non sono astrazioni algoritmiche insediate dentro un computer. La sinistra deve fare quello che gli altri non vogliono fare, cioè scatenare la libertà e l’energia delle persone, e questo è possibile solo se le persone vengono riconosciute come esseri umani veri e non come dei target elettorali o propagandistici o consumistici. Per tornare ad avere la fiducia dei cittadini la sinistra deve tornare ad avere fiducia in se stessa, il che significa riconoscere la sconfitta senza se e senza ma, fare il mea culpa e ricominciare, possibilmente anche con facce nuove, purché serie e competenti. Perché la politica è una cosa terribilmente seria: dalla politica passa, o dovrebbe passare, la vita di tutti.

L’intervista è stata pubblicata in «Left», n.17, 27 aprile 2018

La sinistra e la speranza

 

La crisi della sinistra è reale. E probabilmente terminale. Lo stato attuale di Pd e LeU e Pap non giustifica alcuna speranza.

L’Italia ha detto No a tutte le sinistre possibili. A quella irriconoscibile, il Pd, centrista, ambigua, forte solo della propria arroganza e della propria funzione di partito dell’establishment (Renzi è solo l’epitome di un’impostazione al tempo stesso velleitaria e subalterna). A quella di LeU, fin troppo riconoscibile: la vecchia Ditta di chi non ha visto, se non post festum, le contraddizioni e i problemi del modello sociale ed economico che sponsorizzava e implementava, di chi ha dato l’allarme quando i buoi erano già scappati, quando le mucche erano già nel corridoio. A quella sconosciuta di Pap, carica di un passato dogmatico che non si sa bene come conviva con il presente mutualistico.

Certo, il No ha coinvolto anche Berlusconi e il suo partito introvabile, Fi, privo di guida e di orientamento, dilaniato da faide personali. Il fatto è che tutta la sinistra è stata valutata come Fi, ovvero come irrilevante oppure adagiata sulle logiche del «sistema», parola imprecisa per indicare qualcosa di molto preciso. Il modello economico neoliberista e ordoliberista, e le sue conseguenze concrete, devastanti per la società e per la democrazia.

Così, la protesta e la proposta sono state lasciate a forze nuove, qualunquiste e lepeniste, che hanno raccolto tanti voti di cittadini non lepenisti, non fascisti, non qualunquisti, stanchi ed esasperati dalla sordità, dalla mancanza di analisi, dall’assenza di capacità politica di proposta, delle forze della destra e della sinistra tradizionali o, meglio, delle forze che si sono contese la seconda repubblica e il suo triste declino. La crisi economica decennale che l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, non ha ancora superato.

È inutile ora sottolineare che la protesta dei vincitori è fuori bersaglio – lo è, in larga parte -; che le loro proposte sono o inesistenti o velleitarie – anche se è in buona parte vero -; che i vincitori non hanno veramente vinto perché non riescono a fare un governo – anche questo è vero, ma non significa che i perdenti avessero ragione -. Quello che è certo è che in caso di elezioni anticipate la sinistra, in tutte le sue forme, uscirebbe massacrata e scomparirebbe. E questo lo sanno tutti.

La sinistra non ha chiavi di lettura del presente, del passato e del futuro. Non sa che cosa dire agli italiani, se non che è migliore degli altri (chissà perché, poi. Forse per la sua superiore cultura?). La sinistra non è credibile nei suoi dirigenti, nelle sue parole, nelle sue opere. Nonostante il residuo di entusiasmo e di pensiero critico che circola nella società, e che ancora ha il coraggio di dirsi di sinistra, la sinistra politica oggi è inutile.

Ciò non significa che la dialettica destra-sinistra sia estinta, e che le due partizioni della società non esistano più. Che non esistano più contraddizioni e ingiustizie, dominio e oppressione, disuguaglianza e assenza di speranza. Che non esistano disordini, che derivano dalla mancanza di ordine umano; dismisure generate da un modello sociale ed economico fondato sull’assenza di misura, che non è e non vuol essere a misura d’uomo.

Una sinistra non inutile dovrebbe essere in grado di produrre analisi delle cause di tutto ciò, dovrebbe essere in costante rapporto simbiotico (di reciproca educazione) con i soggetti interessati a rovesciare quelle cause (ma prima dovrebbe individuarli), dovrebbe essere impegnata nella ricerca di strategie di lotta, dovrebbe riconoscere apertamente le sconfitte patite da un avversario ultra-potente, dovrebbe cercare di sottrarsi alla sua egemonia culturale e sociale, quale si è manifestata con la globalizzazione, con la fine del comunismo, con il neoliberismo, con il progetto ordoliberista dell’Europa.

E invece le sinistre hanno voluto presentarsi come sinistra di governo, e non hanno saputo governare nulla, se non in modo passivo e subalterno, solo ravvivato da slogan e narrazioni vuote; hanno voluto cavalcare la tigre, e ne sono state sbranate; hanno voluto essere responsabili e sono risultate ciniche (quelle di governo) o astratte (quelle di opposizione); sono giunte alla più profonda ignoranza della realtà per eccesso di realismo; non hanno prodotto nessuna idea trasformativa e tutt’al più si sono concesse qualche incursione nei diritti civili, tanto timida quanto risoluti erano i tagli dei diritti sociali che in nome della responsabilità andavano irresponsabilmente praticando. È ovvio che la sinistra sia stata ritenuta responsabile della crisi: lo ha voluto essere, senza sapere misurare la sua gravità, i suoi effetti dolorosi, senza conoscerne le vittime, senza parlare a esse se non la lingua populista della felicità forzosa, dell’ottimismo programmatico, del futurismo velleitario. Una lingua falsa, che suona falsa, che si espone al controcanto di altre lingue populistiche che almeno sanno esprimere lo scontento e la rabbia di un popolo che per più della metà dei votanti (molti) ha rifiutato il «sistema».

Chi ha tratto beneficio da questa protesta ha individuato non tanto il problema quanto la percezione popolare del problema, che non ha la forza teorica né pratica di affrontare, così che ora sta cercando, con politiche filo-establishment, di tradire il mandato politico ricevuto dai cittadini? Affari suoi, peggio per lui e per loro. I fallimenti dei vincitori rimetteranno in gioco il Pd, come Renzi spera con il suo Aventino? Oppure il Pd deve fungere da rassicurante ingrediente di ogni governo futuro, in alleanza con i vincitori, come vorrebbero i sempre timidi oppositori interni dell’ex segretario? Non rileva. Se i vincitori falliscono la protesta resterà e crescerà, e si trasferirà altrove; e d’altra parte la sinistra non può certo costituire il freno moderato delle velleità populiste, anziché essere, come dovrebbe e come non sa fare e non fa, una forza di trasformazione radicale dei rapporti sociali. Trasformazione che in Italia passa primariamente attraverso la restituzione allo Stato di funzioni e poteri pubblici, dato che le forze dell’economia privata non sono in grado di assicurare benessere, ordine, legittimità, alla nostra comune esistenza.

Essere anti-sistema è obbligatorio, ormai. Siamo in un’epoca di crisi che ce lo impone. E per uscire dalla crisi si deve capire chi l’ha generata, quali debolezze specificamente italiane l’hanno resa quasi mortale, quali programmi e progetti e soggetti sono disponibili per tentare di non restarne travolti, nel ciclo di decadenza culturale, civile e democratica, oltre che economica e sociale, che sembra incombere.

La sinistra, se c’è, deve battere un colpo. Non serve la riproposizione pallida di progetti che erano miopi già quando nacquero. Serve invece capire che cosa si vuole, con chi lo si vuole fare, in che modo. Se non si accetta di essere all’ora zero, la sconfitta definitiva è certa. E se invece lo si accetta, ci si deve attrezzare per una lunga e faticosa attraversata del deserto, che implica che ci si liberi da fardelli inutili e di ceti politici reduci da tutte le sconfitte e da tutti i fraintendimenti. E che si sia seriamente intenzionati a offrire agli italiani buona politica, non chiacchiere. Politica radicale, non palliativi. Credibilità, non menzogne. Azioni, non parole.

Altro che sinistra di governo! Si deve essere sinistra di popolo, e insieme sinistra di studio e di cultura. Non si tratta di rinnovamento, di ringiovanimento, di rottamazione. Ma di un sussulto di dignità almeno quando la campana suona per annunciare una irrilevanza ormai dimostrata a livello europeo, e particolarmente evidente in Italia. Ci si deve convincere, se ci si dice di sinistra, che i problemi e le contraddizioni continueranno a darsi anche se la sinistra non ci sarà, e che saranno nominati da altri e risolti da altri. Che può esistere un mondo senza sinistra. Che questa ha avuto la pretesa di coniugare emancipazione e progresso, e che se non conosce più il proprio DNA può anche sparire. Solo guardando in faccia l’ipotesi della propria scomparsa, solo col rinunciare alle analisi consolatorie, solo vincendo l’inerzia, la tentazione della continuità, si può prendere la decisione di avere e di dare speranza. Hic Rhodus hic saltus.

M5S-PD, un governo fuori dalle possibilità logiche

 

Il risultato elettorale segna un ritorno della politica – non una vittoria dell’antipolitica –. Gli italiani hanno espresso un’esigenza tipicamente politica, di protezione e di fiducia, contro i meccanismi (pretesi automatici e “tecnici”, in realtà politici anch’essi, ma oligarchici) della moneta unica e dell’impianto ordoliberista che le è sotteso. Hanno detto che il «pilota automatico», e i suoi aiutanti del Pd, ha fatto un disastro sociale e antropologico, e vogliono un diverso pilota umano, politico e non tecnico né asservito ai tecnici e agli oligarchi. E ciò, nonostante la crescita del Pil, che evidentemente non basta a soddisfare le esigenze di sicurezza del Paese. Sia perché è una crescita scarsa, malissimo distribuita, sia perché il quadro in cui essa avviene resta caratterizzato dalla disuguaglianza, dalla precarietà e dalla subalternità del lavoro, dall’incertezza delle prospettive di vita, dal degrado della società e dal malfunzionamento della sfera pubblica.

Le proteste (una ribellione, non ancora una rivoluzione) sono state di due segni diversi. Da una parte il M5S ha stravinto nella fragile società del Sud, che chiede tutela diffusa – il reddito di cittadinanza –; dall’altra la Lega ha stravinto nel Nord, che in una società più forte vuole protezione dalla inefficienza pubblica e dal degrado urbano. Con categorie tradizionali, la prima è più vicina a qualche umore di sinistra, la seconda è più connotata a destra. Ma quello che conta è che questo nuovo bipolarismo, pur imprecisamente designato, si afferma sulle rovine del Pd, il partito dello status quo, insieme a Forza Italia – non a caso entrambi sconfitti –.

Questa protesta duplice è primariamente rivolta contro i ceti politici che hanno governato fin qui; e anche se molti elettori la estendono al sistema politico-economico in generale, potrebbe essere compatibile con l’assetto economico vigente. In fondo le richieste dei pentastellati (soprattutto il reddito di cittadinanza) non eccedono l’orizzonte neoliberista, e quelle dei leghisti possono, in parte, essere contenute, almeno provvisoriamente, all’interno di un impianto ordoliberista (anche se qui l’euroscetticismo è più forte). Ma perché questo contenimento possa avvenire, il sistema economico dovrebbe fornire una performance rassicurante. E perfino in questo caso i guasti del passato, profondissimi, non cesseranno per molto tempo di produrre effetti sul modo, negativo, con cui milioni di italiani guardano il presente e il futuro, anche se si registrassero (improbabili) miglioramenti. La fiducia si è davvero spezzata. Si può dire che quel sistema non è più in grado di generare consenso, benessere (pur relativo) e coesione sociale. Gli italiani si sono “incattiviti” per qualche preciso motivo, non per sadismo o per innata xenofobia.

Da questo cataclisma politico è risultato un sistema politico a due poli e mezzo. Nessuno dei due poli può governare da solo, e ciascuno di essi fa offerte al terzo mezzo polo, il Pd. Ma le due possibili combinazioni si moltiplicano in molte fattispecie concrete: una cosa, infatti, è governare insieme, altra cosa è dare un appoggio esterno con astensione programmata su singole questioni, oltre che sulla fiducia iniziale. Naturalmente, esistono sulla carta altre opzioni: dal governo di tutti (di unità nazionale) al governo di nessuno (tecnico o del presidente). Si tratterebbe di governi non politici ma di scopo, a tempo: fino alla legge di stabilità del 2019, o fino alla nomina dei vertici dei Servizi.

Detto questo, l’esigenza di formare un governo, già a partire dal Def, si scontra con alcune incompatibilità logiche: come possono governare insieme, o in ogni caso legittimarsi e sostenersi a vicenda, partiti come M5S e Pd, fino a ieri (giustamente) feroci avversari? Forse in nome della comune opposizione alla destra? Ma quello fra destra e sinistra non era un cleavage obsoleto, almeno nel discorso pubblico dei M5S? E poi: in questa ipotesi il Pd dovrebbe essere davvero de-renzizzato, dato che Renzi si rifiuta di governare con gli uni e con gli altri; ma almeno il 60% degli eletti è composto di fedelissimi che, anche in un mondo di labili fedeltà come quello della politica, dovrebbero avere un vero tornaconto per lasciare il segretario dimissionario e imbarcarsi in un’avventura governativa (sia pure di appoggio esterno) con il M5S.

E quale tornaconto, a fronte dello svantaggio strategico di risultare un’appendice di un governo egemonizzato da altri, destinato a colpire interessi che finora hanno trovato casa nel Pd, anche se quel governo fosse guidato da una grande personalità neutrale (da individuare fra le «riserve della repubblica», posto che ce ne siano ancora di spendibili)? Per puro senso dello Stato o del Bene comune? O per posti di governo nell’immediato (ma è probabile?) scambiati contro la certa delegittimazione presso una grossa fetta di quel che resta del proprio elettorato? Una qualunque collaborazione sarebbe un placebo per rallentare una malattia mortale – la scomparsa politica del Pd, la sua irrilevanza, il suo collasso – che al contrario la aggraverebbe e ne precipiterebbe l’esito. E se qualcuno, dentro il Pd, ancora pensa di rivitalizzarlo e di renderlo politicamente appetibile, non potrà certo credere che la via verso la guarigione sia di mescolarsi, in qualsivoglia modo, con un partito, il M5S, che appartiene a un altro mondo, anche se è pieno di ex votanti Pd – i quali, come si sa, non torneranno indietro, neppure verso un Pd de-renzizzato –.

Lo stesso si dica al rovescio, del M5S: alimentato da anni dall’odio anti-Pd, come potrebbe allearsi a questo, o chiederne l’appoggio su punti qualificanti di un programma, anche se questo fosse di fatto anti-sistema (non solo a livello simbolico e politico) come quello prefigurato da Flores? La forza della moral suasion del Capo dello Stato dovrebbe essere davvero smisurata, e infinita l’abnegazione di tutti, per dar vita a un governo siffatto. Quanto a un incontro su un programma di mera conservazione dell’esistente, sarebbe un tradimento della volontà dell’elettorato che porterebbe fiumi d’acqua al mulino di un’opposizione scatenata come quella che metterebbe in atto la destra. Davvero Pd e M5S vogliono regalare all’opposizione, alla Lega soprattutto, questa ghiottissima occasione di incrementare a dismisura il proprio consenso, di pescare a piene mani nello scontento sociale, nella protesta anti-sistema? Pensano davvero, entrambi, di incrociare e di gestire un ciclo positivo e legittimante di benessere e di crescita?

Non si tratta di preferenze personali. Oggettivamente un governo sinistra (sconfittissima) + Pd (sconfittissimo) + M5S mi sembra fuori dalle possibilità logiche. E, inoltre, offensivo della volontà popolare, che non ha saputo dire in positivo che cosa vuole, ma che ha ben detto che cosa non vuole. Se poi calcoli e furbizie, o improbabili slanci patriottici, di gruppi dirigenti porteranno a tentativi in questa direzione, saranno tentativi poco proficui e molto autolesionistici.

E allora? Il rispetto della volontà popolare vuole che questa, se non produce un effetto, torni a esprimersi – i risultati, in un diverso contesto, saranno sicuramente diversi, anche a legge elettorale invariata –. Ma si tenga presente che in linea teorica esiste anche la possibilità di un governo Lega + M5S, che non è più difficile da concepire (se si fa leva sull’asse sistema/antisistema piuttosto che su quello destra/sinistra) di quello di cui si è parlato finora. In alternativa, si può pensare a un governo di scopo con tutti dentro, o con tutti fuori, per una nuova legge elettorale, che aiuti il popolo a rendere più efficace la propria volontà di cambiamento e più nitide le direzioni di questo (ma sarà un bel problema trovare un accordo su questo punto).

Se invece saranno pressioni internazionali irresistibili a obbligarci, come nel 2011, a una governabilità qualsiasi, saremmo di fronte a una riedizione dell’esperienza “Monti”. E ciò vorrebbe dire che l’interesse nazionale, interpretato dai poteri forti, dalle oligarchie, diverge dalla volontà popolare, anche se incompleta; che quindi le elezioni sono un lusso che non fa più per noi; e che, quali che ne siano i risultati, l’esito deve essere sempre l’eterno ritorno dell’identico. There is no alternative, quindi, con l’ennesimo scacco della politica democratica e con l’ennesimo trionfo del potere dei pochi.

 

L’articolo è stato pubblicato in «MicroMega» il 14 marzo 2018

«La sinistra non può diventare la ruota di scorta dei grillini»

Intervista con Silvia Bignami

«Se il Pd andasse a fare da ruota di scorta al Movimento 5 Stelle morirebbe». Chiusa l’esperienza in Parlamento, prima col Pd e poi con Si ed Mdp, il politologo Carlo Galli torna ad insegnare. Guarda da lontano la politica, ma non esita a bocciare il dialogo tra dem e pentastellati ipotizzato dalla vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini. E pensando alle regionali del 2019 scuote la testa: «Se i numeri sono quelli delle politiche, il Pd ha già perso».

Galli, come legge il voto?
«I cittadini hanno votato in modo inequivocabile contro Renzi, Berlusconi, D’Alema e Bersani. In pratica contro tutti coloro che a qualche titolo sono stati coinvolti nella gestione del potere e di una situazione che gli elettori reputano di grave crisi. Hanno premiato Lega e M5S, che non hanno avuto responsabilità di governo. Per questo mettere insieme perdenti e vincitori è molto complicato».

E come si fa a fare il governo?
Il M5S cerca il Pd.
«Intanto un governo c’è. Gentiloni è in carica e il Def lo farà probabilmente lui. Poi certo, bisognerà farne un altro. Vedo che i dirigenti 5 Stelle sono diventati molto dorotei. Ma se fanno un accordo col Pd, io mi chiedo: come potranno far accettare ai loro elettori quest’alleanza? Gli elettori M5S, ex Pd, e sono molti, vogliono forse una politica di sinistra, ma al massimo ipotizzano per il Pd un ruolo subalterno. E poi, gli elettori non ex-Pd, che hanno votato M5S per odio al Pd, come prenderanno una collaborazione col vecchio nemico? Se non si pongono queste questioni, vuol dire che a nessuno interessa davvero che le cose cambino. E a meno che non arrivi una super-ripresa economica, al prossimo giro la Lega vince da sola».

Quindi al M5S l’accordo non converrebbe. E al Pd?
«Il Pd che fa la ruota di scorta al M5S diventa come Alfano per Renzi.
Indispensabile ma anche insignificante, e votato a sicura scomparsa».

E un appoggio esterno?
«Credo che anche questo sarebbe un problema enorme per il Pd… Read more

 

 

L’intervista, pubblicata l’11 marzo 2018  in «la Repubblica. Cronaca di Bologna», continua in «la Repubblica.it».

La sconfitta del «sistema»

 

Sconfitta del «sistema»; ovvero, rigetto dell’impianto politico-economico che ha generato il larghissimo scontento che percorre tutta l’Italia: questo è, in estrema sintesi, il significato del voto del 4 marzo; i perdenti sono, essenzialmente, Renzi e Berlusconi. Sui due leader contavano i «poteri forti» – italiani, europei, internazionali – per continuare a gestire l’esistente, anche dopo le elezioni. Ciò che ne è seguito, invece, è stato il successo elettorale delle forze percepite (ovviamente nelle intenzioni degli elettori; altra cosa è la capacità e la volontà delle élites politiche dei partiti vincitori) come anti-establishment – M5S e Lega –, e, parallelamente, il crollo del Pd e la condanna all’irrilevanza della sinistra confluita in Liberi e Uguali.

A fronte della diffusa e stringente richiesta di sicurezza che la Grande crisi ha generato, da parte del Pd si è risposto con dissennato ottimismo e in un modo completamente interno alla logica neoliberista (la stessa che ha generato la crisi del 2008, dalla quale siamo usciti a pezzi): cioè a colpi di bonus e con una fuoriuscita del Paese dalla crisi dovuta prevalentemente ai comparti della nostra economia rivolti all’export. Tutti gli esiti negativi della lunga crisi sono di fatto ancora vivi e operanti nella nostra società. Non c’è stata nessuna ipotesi di un intervento strutturale anticiclico dello Stato in economia, né l’idea di creare occupazione. Dietro la proposta elettorale del Pd ci sono, ancora una volta, le fallimentari formule neo/ordoliberali: l’idea che il lavoro è subalterno (il jobs act è stato rivendicato a oltranza), che il mercato è signore delle nostre vite e che lo Stato può soltanto assecondarlo e, all’occorrenza, sostenerlo ricorrendo alla logica della regalìe, sotto forma di bonus alle persone.

Parallelamente, il risultato disastroso di LeU è dato non soltanto dall’incapacità dei dirigenti di prendere sufficientemente le distanze sia dall’esperienza del centro-sinistra sia dal Pd di Renzi. Il fallimento si spiega, soprattutto, con la mancanza di un’analisi strategica capace di mettere in discussione il modello politico ed economico vigente, non più in grado di generare vero consenso e vera sicurezza. Un’impotenza di fondo, quindi, quella della sinistra, per sopperire alla quale si è fatto ricorso a temi laterali, come lo ius soli e perfino l’antifascismo, che in realtà svelano una concreta incapacità di entrare in empatia con gli italiani e con i loro problemi. Cosa che è riuscita, con la consueta abilità, alle destre e ai qualunquisti, che hanno immediatamente colto che il primo problema dell’Italia è la sicurezza – dove per «sicurezza» dobbiamo intendere le sicurezze esistenziali (cioè la sicurezza del lavoro, della sanità, del Welfare, oltre alla tutela delle libertà personali), una volta assicurate le quali c’è anche la capacità e l’attitudine all’accoglienza. Quella della sinistra è stata davvero una campagna elettorale di carattere moralistico. Naturalmente, quella dei qualunquisti e della destra è una «sicurezza» a sua volta parziale e propagandistica. Il che, ovviamente, non ha impedito che sui fallimenti della destra economica, che da decenni comanda in Europa e che è la portatrice del progetto neoliberista e ordoliberista dell’euro, si siano infilati, secondo un modello classico, la destra politica e i qualunquisti. La sinistra è rimasta a guardare, perché non è in grado di fare analisi politica, economica, strategica, delle dinamiche storiche contemporanee. E senza analisi non c’è linea politica.

Occorre, pertanto, avere chiaro che il problema teorico e politico di fondo è che la sinistra non sa che cosa vuole e che cosa vuole essere; a quale tipo di bisogno vuole rispondere. A ben vedere, oggi siamo davanti alla débâcle del ceto politico postcomunista, che ha dato origine al Pd senza però riuscire a fondare una prospettiva politica vincente, e che alla fine è stato sconfitto dall’altra componente, inizialmente minoritaria, dello stesso Pd – quella degli ex DC –. Ma anche questi, oggi, non riescono più a parlare agli italiani.

Il Pd nasce infatti nella convinzione che fossero avvenute delle modifiche non più reversibili del sistema politico ed economico mondiale e che servisse un partito di ispirazione liberal, che – in sintonia con il sistema di valori e di alleanze usciti vincitori dalla Guerra fredda – fosse in grado di portare l’Italia al livello dell’Europa e dell’Occidente. E, invece, questo sistema non ha funzionato, e nel 2008 è entrato in una crisi che, almeno per il nostro Paese, è ancora aperta. Una crisi che minaccia gravemente il Pd: oggi un partito liberal non serve più, non è credibile. Sarà marginalizzato come furono a suo tempo marginalizzati i veterocomunisti. Oggi l’Italia chiede protezione, in modalità differenti, se non opposte, in relazione ai propri spazi sociopolitici. Il Sud, dove la società è fragile, chiede, con il M5S, un sostegno economico vitale, una vera rendita politica. Il Nord, dove la società è più forte, chiede, con la Lega, efficienza e lotta al degrado. Chiede ovunque più Stato, e un rinnovo radicale delle classi politiche ormai delegittimate, anche se in due direzioni diverse.

In realtà, il principale problema da porsi è se il modello economico che è entrato in crisi sia riformabile, o se invece abbia finito di produrre effetti positivi. Un sistema che – è bene ricordarlo – è stato almeno simbolicamente rifiutato nel Regno Unito, non certo orientato in senso europeo; che in Francia ancora funziona grazie al meccanismo elettorale, che è una sorta di ingessatura della società e che fa sì che il Presidente della Repubblica governi con nemmeno il 25 per cento dei consensi; e che in Germania costringe i due principali partiti, un tempo concorrenti – SPD, CDU-CSU –, alla Grosse Koalition, un taglio delle ali che ha un costo politico-sociale enorme (e che vedrà la crescita della destra antisistema).

Insomma, nei principali Paesi europei, con le ovvie differenze che li connotano, il sistema economico-politico vigente sta perdendo colpi. Tutti sanno che c’è un problema strutturale nell’Europa, e in generale nel neoliberismo, capace – quando ci riesce – di generare soltanto un’occupazione sempre più degradata, sempre meno pagata, sempre più precaria. Un sistema nel quale le disuguaglianze aumentano, e l’ascensore sociale è bloccato. Tutto ciò pone sfide radicali alle quali si può rispondere con i sermoni e con l’antifascismo – come nella recente campagna elettorale –; oppure – come io credo – con un vero antiliberismo, con analisi che spieghino perché mai gli italiani sono diventati “cattivi”. Dire che gli italiani si sono “incattiviti”, infatti, non è una analisi politologica; bisognerebbe capire la causa del fenomeno. Tutto ciò è stato presente in campagna elettorale? No, ma era presente nella testa degli italiani, e lo si è visto.

Ora il problema non è solo quello, pur grave, di formare il governo. Al riguardo sono già iniziate le minacce di Bruxelles, all’ombra delle quali si svolgono le trattative tra forze politiche che non hanno in realtà grandi spazi di manovra, perché tanto il M5S quanto la destra non potranno certo governare insieme a quel Pd contro il quale si sono espressi i loro elettori. Il problema è come si esce dalla trappola in cui siamo finiti senza che una nuova folle austerità finisca di distruggere la nostra società e di generare altra e più grave protesta. Quanto al Pd, o viene radicalmente rifondato o è destinato alla progressiva irrilevanza.

Elezioni 2018

Intervista con Pino Salerno

 

Elezioni politiche, il giorno dopo. I risultati parlano chiaro e sono impietosi: alla Camera si affermano il Movimento 5 Stelle con quasi 11 milioni di voti e la Lega che con 5.700.000 voti diventa primo partito della coalizione di centrodestra. Il crollo del Partito democratico appare inequivocabile, con 6 milioni di voti e una percentuale pari al 18,71, mentre del tutto deludente è il risultato della lista Liberi e Uguali, che con un milione112mila voti supera di pochi decimali quella soglia del 3% che consente di eleggere pochi parlamentari. Insomma, ce la ricorderemo a lungo questa data, soprattutto a sinistra.

«Si tratta di una delegittimazione radicale che ha colpito soprattutto le forze della sinistra», ci dice Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Alma Mater di Bologna. «Qual è stato il loro limite in questa campagna elettorale, e non solo?», s’interroga il professor Galli. «Una carenza nell’analisi politica di quanto accadeva nella società italiana dall’inizio della crisi ad oggi, e di come quello che io definisco l’ordoliberalismo del XXI secolo abbia prima imposto le sue regole e le sue decisioni, e poi abbia definito gli equilibri della politica a tutto vantaggio dell’ordine economico».

Prima di tutto l’analisi, continua il professor Galli, che «è storicamente uno dei tratti tipici della sinistra, e quando è assente ci si lascia sorprendere dalla realtà di una società che, appunto, non si conosce più in profondità. E si va incontro a risultati elettorali come quello di ieri, che si può definire come una delegittimazione radicale degli elettori, non solo nei confronti di tutta la sinistra ma anche nei confronti del progetto di governo Renzi-Berlusconi, i veri sconfitti del 4 marzo». A sostegno della tesi del professor Galli ci sono i dati: la somma del Pd e di Forza Italia, sia in termini assoluti che percentuali, non raggiunge quello che da solo è riuscito a totalizzare il Movimento 5Stelle. Le cause? Secondo il professor Galli, «l’Italia è un Paese ormai fortemente frammentato, tra ricchi e poveri e tra Sud e Nord. A chi è stata fatta pagare la crisi economica e sociale in questi dieci anni? Ai poveri. E chi più di tutti ha subito l’insecuritas dei nostri centri urbani, se non le donne e gli anziani? Le madri emiliane, toscane, lombarde, ad esempio, non sanno più sentirsi sicure di lasciare libere le figlie di andare dove gradiscono, e con chi vogliono, quando lo vogliono. Si tratta di una delle questioni centrali della nostra modernità, la sicurezza, che è sinonimo di libertà. La sinistra ha sottovalutato il fenomeno, o forse, per mancanza di analisi, neppure l’ha percepito, mentre era in cima alle ansie di milioni di famiglie».

Inoltre, aggiunge il professor Galli, «è la stessa sensazione di insicurezza che si prova quando si subisce la crisi economica. Che cosa è successo in questi anni? In che modo il neoliberismo nelle sue diverse varianti ha cercato di uscire dalla crisi? Usando il potere deflattivo dell’euro, ad esempio, che ha colpito i salari e le pensioni, mentre sul piano industriale si sacrificavano migliaia di aziende per salvare quelle poche che fossero in grado di reggere la competizione internazionale. È il modello economico in sé che non genera più consenso, che impedisce allo Stato di attuare una politica economica strategica, che fonda il dinamismo dell’economia solo sulle esportazioni e non sul mercato interno. È il modello economico che rende subalterno e precario il lavoro. Davanti alle reticenze della sinistra, alle sue analisi carenti, si sono stagliate una destra e un M5S che si sono infilati nel disagio di milioni di famiglie. Come si poteva pensare che gli elettori prima o poi non avrebbero reagito? Che non avrebbero delegittimato in modo radicale chi è stato corresponsabile delle politiche di Monti e della Fornero, per tacere di Renzi?».

La disfatta del Partito democratico e di Forza Italia dunque si comprende con questa lucida analisi che il professor Galli ci consegna a poche ore dalla chiusura dei seggi. Ma com’è stato possibile il risultato del tutto deludente di Liberi e Uguali, e non solo? Il professor Galli insiste sulla sua tesi per la quale è «l’analisi, sia dei processi economici sia della modernità che da sempre caratterizza la sinistra, e definisce quali strategie assumere, nella società, non solo in campagna elettorale». È il tema della differenza tra sinistra che si ricostruisce nel conflitto, e sinistra che si perde nel governo, restando subalterna agli interessi e ai diktat dell’ordine economico-sociale. «Questa mancanza, questa assenza di analisi, è anche il segno dell’assenza di una identità precisa, con la quale ci si presenta al popolo, prima ancora che agli elettori. E l’identità della sinistra non può che ripercorrere parole come libertà, liberazione, partecipazione, democrazia, vera sicurezza. Esattamente il contrario di quanto chiede l’ordine economico egemone. E quando non si capiscono questi nessi, si rischia di perdere le elezioni fino all’insignificanza».

 

L’intervista è stata pubblicata in «Jobsnews.it» il 5 marzo 2018

Bologna e la svolta centrista del Pd

Non è strano che Casini ed Errani si confrontino alle elezioni a Bologna. Gli eredi di due tradizioni così caratterizzate, come il centrismo forlaniano e la sinistra amministrativa emiliana, stanno bene in due formazioni politiche differenti, come differenti sono le loro idee sul rapporto fra pubblico e privato, sull’organizzazione dei servizi sociali, sui temi del lavoro. Un po’ strano, semmai, è che il primo, Casini, sia candidato nelle liste del Pd, partito di centrosinistra, e l’altro, Errani, ne sia uscito e si presenti per Leu, formazione senz’altro di sinistra, ancorché “di governo”. Generando così, in alcune aree della “rossa” Bologna, un notevole sconcerto, perché alcuni (o molti) che in modo pressoché automatico avrebbero votato Errani – ex presidente della Regione, stimato per capacità personale – si sentono ora chiedere di votare per Casini, stimabile anch’egli ma giustamente alieno dal presentarsi come un esponente della sinistra.

Casini invita a un fronte comune anti-populista; un “voto utile”, insomma, uno “scudo” contro M5S e Lega; un voto che si confronti con i problemi del momento – la sfida degli estremismi –. Errani sostiene invece che sono appunto i problemi del momento a esigere che il voto utile sia quello dato a Leu: sono state le politiche del Pd, infatti, a generare quella crisi sociale dentro la quale si formano le minacce alla democrazia; sono quelle politiche che vanno cambiate, in una logica di discontinuità che ponga rimedio ai danni del passato.

In realtà, la “strana” candidatura di Casini per il Pd a Bologna è il segno, non strano, di una trasformazione centrista di quel partito, cioè di una strategia, seguita alla “non vittoria” di Bersani nel 2013, di apertura del Pd al centro per catturare i voti dell’area moderata che aveva scelto Berlusconi, giudicato ormai declinante dal giovane segretario Pd. Il maggiore successo di questa linea fu il 40% del “partito della nazione” alle elezioni europee del 2014 (un capitale di consensi ormai dimezzato), e il costo maggiore fu la fuoriuscita dal Pd di una parte notevole del gruppo dirigente ex-comunista, che ha seguito, per cercare di recuperarlo, l’elettorato di sinistra deluso dal Pd di Renzi.

La candidatura di Casini a Bologna, ma più in generale la composizione delle liste elettorali del Pd, è il segno che Renzi insiste nella sua strategia centrista: non più perseguendo il sogno maggioritario, ma un’alleanza, per “stato di necessità”, con FI. Le stesse “grandi intese” su cui si è retta la XVII legislatura, con i governi Letta, Renzi, Gentiloni (la defezione di Berlusconi, nell’autunno del 2013, fu compensata dalla permanenza di Alfano). Ora, in campagna elettorale, Renzi e Berlusconi smentiscono di volere praticare accordi di larghe intese, per non regalare voti ai nemici degli “inciuci”. Ma è evidente che se i numeri le renderanno necessarie e possibili le larghe intese si faranno: lo scenario “spagnolo” delle elezioni ripetute a breve termine sarebbe troppo destabilizzante per il Paese, e d’altra parte i neo-eletti resisteranno certamente a un’ipotesi di scioglimento anticipato. Per di più, la continuità delle politiche di risanamento economico e di prudenza fiscale è raccomandata con tanta insistenza dalle istituzioni europee da far comprendere fin d’ora quanto forte sarà la pressione perché, se non ci sarà un vincitore netto, non cambi lo schema attuale: governo di convergenza al centro del centrosinistra e del centrodestra, depurato dagli estremisti.

Una soluzione rassicurante per chi è interno all’establishment, certamente, che tuttavia si espone al rischio di non rappresentare le aree disagiate della società, se la crescita economica si fermerà o sarà incapace di porre rimedio alle ferite sociali e psicologiche che la Grande Crisi ha inferto al tessuto del nostro Paese. Una soluzione difensiva, di cui la candidatura di Casini è l’espressione certo non indegna ma del tutto esplicita.

 

L’articolo è stato pubblicato in «la Repubblica Bologna», l’11 febbraio 2018

L’Italia instabile e bloccata

L’Italia esce dalla XVII legislatura non meglio di come vi era entrata. Alcuni risultati macro-economici migliori (il Pil, gli occupati) non bastano a smentire questa affermazione: la crescita del Pil va a beneficio solo dei ricchi; gli occupati sono calcolati in modo ingannevole – basta un’ora di lavoro per essere definiti tali – e vanno ben distinti dai posti di lavoro, che sono in numero ben minore e, quelli nuovi, in maggioranza di cattiva qualità. La ripresa, modesta, è trainata dalle esportazioni e non dalla domanda interna: aumentano i poveri, aumentano gli emigrati, aumenta la sfiducia nell’oggi e nel domani. Gli incentivi alle assunzioni non hanno rilanciato l’economia; i bonus da 80 euro non hanno alimentato la domanda; le tutele crescenti restano una promessa e solo le tutele mancanti, l’abolizione dell’art. 18, sono una realtà. Come sono una realtà le crescenti disuguaglianze, economiche e sociali, riferite non solo ai redditi ma anche alle distanze generazionali, all’istruzione, al genere, al cleavage Nord-Sud, all’accesso alla sanità, alla speranza di vita.

Il nostro sistema economico non è ancora in grado di generare occupazione, benessere, ragionevole sicurezza materiale, fiducia nel presente e nel futuro. Questa performance insoddisfacente è dovuta a debolezze di lungo periodo che non si è riusciti a sanare – la Pubblica amministrazione irriformata, l’Università senza una precisa linea di sviluppo, il sistema politico disarticolato e privo di un principio d’ordine, le istituzioni in preda all’affanno –; e queste sono colpe dell’Italia. Ma non si dimentichi che il vincolo esterno dell’euro – voluto a suo tempo più dalla sinistra che dalla destra – esige alcune condizioni inderogabili: l’euro è una macchina deflattiva rivolta contro l’inflazione con cui si è chiuso il ciclo keynesiano; l’euro implica una lettura organicistica e non conflittualistica della società e dei rapporti economici; l’euro implica un’economia dell’offerta e dell’esportazione, non della domanda; l’euro richiede una grande moderazione salariale e una sottomissione di fatto del lavoro alle compatibilità del modello economico, che vuole il lavoro diviso (anche giuridicamente spezzettato), insicuro, flessibile – oltre che relativamente scarso –; l’euro vuole una politica forte il cui obiettivo è di garantire, attraverso la stabilità del sistema politico e attraverso rigide discipline di bilancio, l’irrevocabilità dei meccanismi economici sottostanti, con esclusione di politiche pubbliche non conformi, ossia anticicliche e di deficit spending. L’euro è un’idea e una pratica di società e di politica, oltre che di economia; è una grande decisione, che è stata presa con il Trattato di Maastricht e poi continuamente confermata fino a Lisbona: è stato il prezzo pagato per trattenere la Germania unificata saldamente legata all’Europa, e per dare a questa una chance di sopravvivere nell’economia globalizzata – mentre per la presenza politica dell’Europa sullo scenario mondiale non c’è al momento nulla da fare: gli interessi nazionali appaiono ancora determinanti –.

Tutto ciò serve a indicare il tema di fondo del momento politico; da una parte l’Italia è percorsa da uno sconforto che è anche uno scollamento fra politica (titolare del potere d’indirizzo del Paese) e buona parte dei cittadini (che non si sentono per nulla indirizzati verso il meglio), e su questo sconforto rabbioso e rassegnato si innescano fenomeni di protesta, di risentimento contro tutte le élites, di populismo, che hanno chiare declinazioni antisistema e anche antidemocratiche (l’incremento delle destre estreme è dovuto a quello che è percepito come il fallimento economico della democrazia, a cui si aggiunge la questione dei migranti); dall’altra nessuna forza che abbia qualche chance di esercitare un ruolo politico influente può davvero permettersi una vera radicale rottura con l’establishment economico italiano ed europeo. Tanto la Lega quanto il M5S hanno non a caso messo la sordina (senza però eliminarla del tutto) alla polemica anti-euro: la moneta unica è con tutta evidenza il moloch a cui nessuno osa davvero fare guerra, benché molti siano consapevoli dei suoi alti costi sociali. La polemica fra europeisti e sovranisti si depotenzia parecchio, quindi, proprio in vista delle elezioni, quando ci si sarebbe aspettato un suo rinfocolarsi – aspettativa sensata solo se l’opzione sovranista avesse qualche grado di praticabilità. Il che non è –.

Riappare quindi il cleavage destra/sinistra che a molti sembrava riassorbito all’interno dell’altro, Europa/Stato. Ma riappare a ben guardare anch’esso depotenziato: non è in gioco una scelta di civiltà, una decisione fra modelli di società, ma la gestione della decisione già presa, quella appunto a favore dell’euro e a ciò che esso implica; una gestione che certamente può presentare declinazioni differenti – come la maggiore o minore attenzione a temi non economici quali i diritti civili; oppure, nell’ambito economico, come il privilegiare politiche di incentivi diretti per le assunzioni nell’economia (Renzi), o politiche di investimenti pubblici (la sinistra), o politiche finalizzate alla crescita da cui deriverà poi maggiore occupazione (FI); oppure ancora come le più o meno credibili o estemporanee promesse di attenuazione della pressione fiscale (la destra) o di lotta all’evasione (la sinistra), o di implementazione del reddito di cittadinanza (M5S e FI) –; ma tutto ciò resta all’interno di ciò che per l’establishment è compatibile. In sostanza, destra e sinistra si contendono oggi il potere con l’identico scopo di proteggere, rassicurare, difendere i cittadini dagli effetti più duri di un sistema economico che resterà duro e generatore di disuguaglianze – magari da attenuare ma non certo da colmare –; cioè con lo scopo di apportare correttivi (maggiori o minori) ad alcune leggi sistemiche particolarmente odiate, come il jobs act, la buona scuola, la legge Fornero, e di negoziare con le autorità comunitarie deroghe agli obblighi di bilancio. I mezzi proposti sono diversi, ma identica è la consapevolezza che sui fini non si può più discutere, e maggioritaria è anche la fiducia che, con opportune riforme, il sistema economico possa non essere distruttivo di se stesso e della democrazia; e soprattutto identica è la speranza che la vitalità e la “civilizzabilità” dell’euro, il suo costituire il possibile fondamento di un ordinato vivere civile e di non essere moltiplicatore di contraddizioni e di angosce, sia percepito anche dai cittadini, che quindi passino in tempi brevi dalla sfiducia, ora conclamata, nella politica e nell’economia, alla fiducia (o, almeno, al timore del peggio davanti a offerte politiche troppo radicali).

E anche la richiesta di discontinuità, avanzata dalla sinistra, è più rivolta contro lo stile renziano, contro una politica troppo autosufficiente, divisiva e personalistica ai limiti dell’avventurismo, che non contro le logiche del sistema, di cui si tenta una ridefinizione in senso socialdemocratico – ma se un certo riequilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro è forse attuabile, se un’inversione di tenenza nelle politiche pubbliche è forse possibile, certo un deciso ritorno a Keynes e allo Stato sociale, in un solo Paese, è improbabile; e il superamento dell’orizzonte capitalistico è una mera utopia –. In realtà, tutte le forze d’opposizione – destra, M5S, LeU – sono attraversate ciascuna, più o meno visibilmente, da una frattura tra coloro che con le logiche del sistema, opportunamente riformate, vengono a patti e coloro che invece continuano a farsi portatori di una ribellione più profonda (per la sinistra ciò implica una divisione interna sui rapporti col Pd). Il che lascia supporre un dopo-elezioni all’insegna di probabili scissioni di quegli stessi cartelli elettorali che oggi agli elettori si presentano uniti. E ciò senza dubbio è nella logica di un sistema parlamentare, tanto più se proporzionale, ma certo non aumenterà la legittimazione del ceto politico agli occhi dei cittadini.

Si è detto che la grande crisi apertasi nel 2008 ha trasformato la politica-spettacolo in politica dell’identità, e i partiti elettorali pigliatutto in partiti di ascrizione, anche se non più attorno alle ideologie. In realtà è più corretto dire che la già esile trama del legame sociale si è strappata ancora più profondamente, e che la società si presenta ora come un agglomerato disomogeneo di gruppi poco comunicanti, a cui cercano di dare voce i partiti. Che quindi devono assecondare il pluralismo sociale, ma che certo non conferiscono identità politica ai diversi gruppi quanto piuttosto offrono loro un logo, uno slogan, un volto, per racimolare qualche voto. Il sistema politico è instabile e debole poiché lo è la società. E i partiti sono assertivi nel proclamare la propria presunta identità, anche con esagerate offerte propagandistiche, ma cauti nel prendere impegni perché consapevoli della propria debolezza a fronte della forza dei poteri che strutturano – o destrutturano – il Paese. Del resto, il peso della divisione sociale si è imposto come fattore politico reale quando il rozzo tentativo di supplire, attraverso l’artificio del ballottaggio, la stabilità politica assente è stato bocciato proprio dal confluire contro Renzi e il Pd di tutto il restante arco politico: non si è trattato di uno scontro fra due fronti, ma del rifiuto della riduzione al vecchio Due di quel Tre – la terza gamba è nata proprio grazie alla protesta larghissima degli italiani –. La riforma dell’Italicum, e della Costituzione, era troppo estranea a quello che ormai è diventato il Paese: non tanto perché negava delle identità politiche, che di fatto non ci sono, ma perché non rispettava divisioni ormai divenute strutturali, per sanare le quali ci vuole ben altro che una riforma elettorale. Ci vogliono risultati concreti (posto che siano mai possibili) di stabilizzazione sociale e di ricostituzione della fiducia – non solo proclamati dai vari Dulcamara in circolazione, ma reali, e soprattutto percepiti come reali dai cittadini –. Certo, una legge elettorale migliore del Rosatellum avrebbe aiutato, ma era obiettivamente difficile da realizzare.

Da ciò si comprende sia la duplicità della campagna elettorale – gridata e al contempo priva di idee realmente alternative – sia l’instabilità del quadro politico, che ha un’origine profonda nella sofferta struttura economica e sociale del Paese, sia l’esito prevedibilmente conservativo (un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, secondo l’esito numerico) del test elettorale di marzo per quanto riguarda il modello economico che a differenza di quello politico non è, se non marginalmente, una variabile. Il che è certo nel caso di una vittoria netta della coalizione di destra, e anche nel caso delle larghe intese (o Grande Alleanza) – la vittoria di una inesistente coalizione di centrosinistra è fuori discussione –, mentre solo un’ipotesi di alleanza fra M5S e LeU (o Lega) potrebbe forse avere un valore di (scomposta) scossa sistemica, posto che queste formazioni non si spacchino davanti alla sfida di un governo di vero cambiamento (e in che direzione, poi, non è dato prevedere, poiché Lega e LeU non hanno certo la stessa valenza politica), che incontrerebbe in ogni caso ostacoli insuperabili a livello europeo.

Nel complesso, la riduzione del ventaglio delle prospettive politiche sembra evidente – un deficit di pensiero e di azione – e al contempo è certamente angosciosa, perché si fonda non sul raggiungimento di una prospettiva di sviluppo, ma solo sulla mancanza di alternative, teoriche e pratiche, a uno status quo al contempo instabile politicamente e socialmente, e bloccato economicamente – sia perché immaginato e proposto come privo di alternative, sia perché portatore di uno sviluppo di fatto insostenibile –. E non a caso con la legge «sblocca Italia», si è più che altro aumentata l’instabilità sociale perché si sono privilegiate le logiche economiche meno riguardose degli equilibri territoriali. Sbloccare l’economia dalle proprie interne coazioni per non distruggere la società è, del resto, un’esigenza non solo italiana: anche le magnifiche sorti dell’eurozona, con la crescita economica al 2,5%, è minacciata da una possibile bolla finanziaria per la liquidità generata dalla Bce, e in ogni caso si fonda sulla crescita della produttività e delle esportazioni, non su una prospettiva di maggiore equità sociale.

Con ogni evidenza non è questo un compito che l’Italia può addossarsi da sola: è però in suo potere cercare di recuperare – all’interno dei margini offerti dal sistema economico, e anche forzandoli per quanto si può –, la solidità del proprio impianto statuale, politico, amministrativo, scolastico, oltre che la stabilità della propria società, per potere godere di una crescita più energica di quanto ora non avvenga, e per potere da qui avere maggiori margini di ricostituzione della forza del lavoro e di giustizia sociale. Crescita economica per rendere possibile una crescita sociale grazie a una politica progressiva, quindi – sentiero stretto ma obbligato –, e anche per potere così esercitare un peso maggiore a livello europeo, per correggere lì i trend attuali, ora favorevoli solo ad alcuni Paesi; per modificare lì l’idea e la realtà dell’Europa. Infatti, il peso internazionale delle compagini statuali è ben lungi dal diminuire: la Ue è di fatto costituita da Stati, e l’accordo franco-tedesco, ormai giunto a maturazione, ci dice che quanto più gli Stati sono efficienti tanto più hanno la capacità di orientare le politiche comunitarie. E non è un caso che dalla ideazione e dalla formulazione di quell’accordo l’Italia sia stata esclusa, e le sia stato offerto un accordo-bis con la Francia; mentre un obiettivo che dovremmo porci è un sovranismo realistico, o meglio un neo-statalismo democratico, in vista di un europeismo non subalterno né velleitario.

Abbiamo insomma davanti a noi il compito di stare in questo tempo nel modo migliore, senza illusioni di radicale discontinuità, ma con la consapevolezza che qualcosa la politica può fare per sanare le ingiustizie più smaccate, le disuguaglianze più avvilenti, le inefficienze più clamorose; e che molto si deve lottare per evitare il rischio della decadenza economica, civile e culturale, e perfino del fallimento della democrazia. Rischi incombenti, che vanno nominati e guardati in faccia, da cui non ci solleveranno né le promesse degli imbonitori, né i melliflui canti delle sirene che dicono che tutto va bene, né le urla inarticolate delle arpie.

Sessant’anni fa, la campagna elettorale del 1958 fu impostata dalla Dc sul motto “progresso senza avventure”: era uno slogan conservativo, perché rassicurava l’elettorato che l’apertura a sinistra non sarebbe stata all’ordine del giorno ancora per un po’, e che il miracolo economico sarebbe stato rafforzato e non interrotto. Ma all’interno del sistema politico si agitavano alternative (non rivoluzionarie, certo, ma progressive), che maturarono nella legislatura successiva con i governi di centrosinistra. Oggi, semmai, con uno scatto che faccia uscire la campagna elettorale dalla miseria argomentativa in cui giace, si dovrebbe cercare di convincere l’elettorato che il regresso può essere fermato, e che la politica sa ancora non solo assecondare i trend economici ma anche governarli, con realismo ma senza timidezze, con idee e con energia. Che l’Italia può, senza avventure, tentare l’avventura di sincronizzare la politica, la società, l’economia; di stabilizzarsi (socialmente) e di sbloccarsi (economicamente) al tempo stesso.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Appunti di cultura e politica», 1, 2018, pp. 29-33

La politica delle fratture multiple

Ora è chiaro. Pisapia chiedeva l’impossibile. Discontinuità e “campo largo” si contraddicono a vicenda, poiché il primo termine implica la rottura col Pd o almeno con la sua linea politica strategica e il secondo invece significa che si vuole fare politica alleandosi con esso e anzi che si vuole imporgli, senza averne la forza, alcune scelte – prevalentemente su materie come i diritti – che il Pd non può condividere (il cosiddetto Jus soli farebbe perdere al Pd più voti di quanti gliene potesse portare Campo progressista).

Quel matrimonio non s’aveva da fare. E non si è fatto. Non a caso dopo il suo fallimento lo stesso gruppuscolo di Pisapia si è spaccato in due: da una parte coloro che daranno vita a una lista (civetta) che “copra” il Pd a sinistra, e dall’altra coloro che invece se ne tornano alla casa madre, cioè o Mdp o Sinistra italiana, oggi Liberi e Uguali. Questi ultimi, almeno, la decisione l’hanno presa: correranno da soli contro il Pd. Soluzione che ha prevalso su pasticci e tentennamenti, non assenti in una prima fase – tanto che Emiliano, a nome della sinistra interna al Pd, priva ormai di interlocurtori, ancora prova ad attirare LeU nell’orbita piddina –.

La verità è che la politica maggioritaria e bipolare della Seconda repubblica è oggi inapplicabile e inattuale. Cosa che Pisapia ha capito, fermo, con i suoi consiglieri prodiani, al perseguimento della vittoria sul campo, con un’alleanza vasta di centrosinistra. Anche Renzi a parole finge di credere a questo schema, e si rammarica che Pisapia e LeU lo abbiano fatto fallire: ma è proprio lui  che a Bersani e a Pisapia non ha concesso nulla – a voler correre sostanzialmente da solo, o con l’appoggio di formazioni minori ininfluenti, non tanto per vincere, come pure secondo il solito millanta (ma lo fanno tutti, in realtà), quanto per portare un congruo numero di fedelissimi in Parlamento, nelle aule, ritornate centrali, della rappresentanza libera da mandato, per costituirsi come uno dei players di una maggiornaza tutta da costruire. In ogni caso, con le regole del Rosatellum il primo nemico è il vicino, non più l’inesistente fronte avversario  in realtà , infatti, di fronti avversari del Pd ce ne sono tre: LeU, la destra, il M5S .

Ma non sono soltanto le regole di funzionamento del sistema politico quelle che hanno fatto fallire Pisapia. La verità è che il Pd è il “partito del sistema” e non può, né da solo né in alleanza, essere alternativo a se stesso, ovvero raccogliere il voto di protesta insieme a quello pro establishment. Anzi, il Pd, a differenza della Dc  che era il perno di un sistema bloccato, e che era quindi costretta a governare e a vedere convergere su di sé gli altri partiti –, è segno di contraddizione: non attrae ma respinge. E infatti è rimasto isolato, e può solo sperare nel voto utile, il voto della paura (fondata o infondata che questa sia).

Chiunque voglia riconoscere la vera novità di questa stagione  il collasso generalizzato della fiducia nella narrazione neoliberista, che acclama l’aumento del Pil e ignora l’aumento della disuguaglianza e della sfiducia nella democrazia  e quindi voglia intercettare i voti di protesta ed erodere l’astensionismo, non può offrire sul mercato elettorale un “centrosinistra”. Questa formula  l’assecondamento liberal delle esigenze del neoliberismo e dell’ordoliberalismo  fa parte del problema, non della soluzione. Sono il momento storico e la situazione economica a obbligare infatti il sistema politico a strutturarsi secondo fratture non semplicemente frontali ma multiple e incrociate: fra sistema e antisistema tanto a destra (che per ora riesce a fare l’alleanza fra Berlusconi e Salvini, ma che verosimilmente non la potrà conservare a lungo, dopo il voto) quanto a sinistra, mentre il M5S prova a raccoglierle tutte in sé (costituendo quindi, solo per questo aspetti, una sorta di nuova Dc – tuttavia volutamente priva di capacità coalizionale).

Semmai, c’è da chiedersi se LeU è a sua volta consapevole che la società italiana si sta strutturando per fratture e non per ricomposizioni, e se il suo obiettivo esplicito – recuperare i voti di chi è deluso perché il Pd non è più di centrosinistra ma di centro (e la scelta di Grasso come leader va in questa direzione) – non sia troppo limitato e prudente, e se non sarebbe meglio avere come target non la delusione (che vale il 7%) ma la rabbia dei cittadini, che vale ben di più. Con l’ipotesi minore, infatti, si è schiacciati su una politica di sostanziale continuità col passato pre-renziano (Prodi, D’Alema, Bersani), mentre con la maggiore si potrebbe sparigliare l’intero assetto del sistema politico – certo, sarebbe meglio incrociare leader come Mélenchon, Corbyn, Sanders; ma sarebbero sufficienti anche solo propositi analoghi, espressi da una leadership plurale –.

Una travolgente speranza che nasca da una rabbia bruciante: di questa energia politica c’è bisogno. E, naturalmente, di analisi radicali, invece che di invocazioni di “valori”, smentiti tutti i giorni dalle condizioni materiali di vita di fasce sempre crescenti di cittadini. Essere sinistra “di governo” non deve implicare moderatismo mainstream – sia chiaro, tuttavia, che questo non è un inno all’estremismo, ma è semmai un’invocazione, appunto, di serietà e di profondità analitica –. Solo la discontinuità, non proclamata ma reale, nel pensiero e nell’azione, darà nuova vita alla Repubblica, e farà anche svanire i fantasmi neofascisti che allignano parassitariamente nella disperazione neoliberista e nella desolazione sociale. Insomma, la discontinuità vera è pensare in grande per contribuire al ritorno della grande politica, la vera assente dalle scene di questo Paese.

Il testo qui pubblicato deriva dall’articolo Servono scelte radicali, «La parola», dicembre 2017

Brisighella, i comunisti nella terra dei preti

Non è un’operazione nostalgia quella di Visani e Baldi, un «come eravamo» carico di rimpianti. È una documentazione prosopografica – cioè compiuta attraverso la ricostruzione dei profili di alcune personalità – di una storia: quella di un paese, Brisighella, in cui, per una serie di circostanze storiche legate al forte insediamento cattolico (vi sono nati sette cardinali), il Pci, a differenza di quanto avvenne in quasi tutta l’Emilia-Romagna, fu a lungo all’opposizione – sia pure con percentuali elettorali molto alte – rispetto a una Dc particolarmente radicata. Attraverso ricordi personali, di familiari, di amici, il libro ricostruisce insomma numerose vicende umane e politiche, di lotta, di Resistenza, di militanza, e di amministrazione civica (dagli anni Settanta).

Emergono così dal passato figure e memorie di martiri torturati a morte (Luigi Fontana) e imprigionati (Amedeo Liverani, Luigi Bandini, Gildo Montevecchi) dal fascismo trionfante; di uccisi dal fascismo declinante durante la lotta di Liberazione (Renato Emaldi); di partigiani poi divenuti dirigenti politici e sindacali (Sesto Liverani, Aldo Gagliani, Mario Marabini, Sergio Laghi, Sante Moretti, Amos Piancastelli); storie di fede politica semplice, di militanza e a volte di eroismi senza protagonismo, di lavoro durissimo in una terra povera, di generosa disponibilità al volontariato per la costruzione di Case del Popolo e per la gestione delle Feste dell’Unità, di partecipazione alla vita del partito e del sindacato.

Nulla di diverso da quanto accadeva in tutta l’Emilia-Romagna, insomma, anche dove i rapporti di forza erano più favorevoli alla sinistra. Una storia di emancipazione faticosa, di trasformazione lenta di costumi e di stili di vita segnati inizialmente da passività e da tradizionalismo e poi modificati in senso progressivo appunto dalla maturazione politica e dalla presa di coscienza, dapprima pionieristiche e poi di massa, dal protagonismo individuale, familiare e collettivo, che la politica ha prodotto e assecondato – ovviamente, una trasformazione resa possibile, a livello più generale, dal contesto democratico nazionale e da un’economia che pur nelle sue storture e contraddizioni ha avuto anche effetti modernizzanti, oltre che dalla buona amministrazione gestita dalla sinistra a livello provinciale e regionale, ma anche da una Dc fortemente controllata dalla minoranza comunista, a livello comunale –.

Una storia locale che è anche uno specchio in chiave minore di una storia regionale e nazionale, quindi. E che si caratterizza non tanto per i contorni a volte folkloristici e neppure per i tratti di umana simpatia o di affettuosa vicinanza degli autori ai personaggi narrati – tratti nondimeno presenti, che danno sapore di autenticità al libro –, ma per una evidentissima compenetrazione di politica e vita, di percorsi individuali e di legami comunitari, di serietà esistenziale e di fiduciosa apertura sull’avvenire, di lotta per il progresso e di adesione alle radici di una collettività coesa e consapevole. Ciò che emerge, e che davvero suscita rispetto e commozione, è il compenetrarsi della politica con la vita, della forza di un’idea, di una organizzazione, di un progetto, con la spontaneità e con la quotidianità delle vicende individuali, familiari, sociali, e con la tenacia delle amicizie e delle vicinanze durate decenni.

Al di là dell’ammirazione per le persone e per la loro operosità, al di là del giudizio storico sulla capacità della sinistra di costruire una società cosciente di sé dove c’erano quasi solo miseria e ignoranza, al di là anche di ogni nostalgia per un passato in cui l’Italia, l’Emilia-Romagna e i suoi borghi, seppero crescere con un qualche senso comune, è di questo intrecciarsi di politica e vita che oggi sentiamo la mancanza, nello sbandamento dello pseudo-individualismo di massa, nell’universale subalternità a logiche e a potenze e a narrazioni che ci trascendono e ci impediscono (o lo vorrebbero fare) ogni protagonismo, ogni tentativo di costruire di nuovo il nostro destino individuale e collettivo. La mancanza, insomma, di una politica pienamente legittimata perché vissuta come parte integrante di un percorso di crescita di tutti e di ciascuno, che questo libro ci mostra nel passato non poi remotissimo, a Brisighella, e che non dobbiamo disperare di poter vedere all’opera anche nelle mutate circostanze del presente.

Claudio Visani – Viscardo Baldi, I comunisti nella terra dei preti. Storia e personaggi del Pci. Brisighella, 1921-1991, con una Prefazione di Vasco Errani e una Postfazione di Dianella Gagliani, Faenza, 2017, pp. 224, euro 15.

La recensione è stata pubblicata in «Strisciarossa» il 28 ottobre 2017

 

Cultura e politica

Intervista con Luca Taddio

Nel suo ultimo libro Democrazia senza popolo (Feltrinelli) ha cercato di osservare con gli occhi dell’intellettuale il mondo della aule parlamentari. Quale bilancio ha tratto della sua esperienza politica?

Ho capito quanto sono differenti i due mondi, quello della cultura e quello della politica, che hanno bisogno l’uno dell’altro ma che operano secondo logiche non sovrapponibili se non in minima parte. Questa comprensione è stata un’opera di disincanto che mi ha arricchito. Ne esco più lucido e consapevole anche scientificamente.

Il linguaggio di un filosofo politico e il linguaggio della politica di tutti i giorni possono arrivare a incontrarsi per aprire un dialogo? Oppure sono due mondi ormai agli antipodi?

I linguaggi divergono e anche le finalità degli attori. L’intellettuale vuole arrivare alla radicalità e alla nettezza dei concetti e dei loro movimenti, mentre il politico smussa gli angoli e le asperità perché il linguaggio gli serve per operare, per cercare consenso, non per capire. È però vero che in passato, e in pochissimi casi anche oggi, era chiaro che senza una potente e radicata azione di pensiero, senza egemonia culturale, la politica è cieca, è pura tattica di auto-conservazione, sempre più precaria, dei ceti politici.

Pensa che anche gli intellettuali abbiano qualcosa da rimproverarsi?

Gli intellettuali hanno esibito impegno politico, e qualche analisi intelligente, fino agli anni Settanta. La grande trasformazione neoliberista li ha colti di sorpresa e non l’hanno capita, quando non l’hanno assecondata più o meno consapevolmente. Hanno da rimproverarsi di avere accettato che l’attività di elaborazione culturale venisse ridotta a entertainment oppure a consulenza tecnica, di avere rinunciato al pensiero critico e responsabile rifugiandosi semmai, in certi casi, in compiaciuti sofismi, e di non avere contrastato l’ingresso del neoliberismo nell’Università, che ha comportato la trasformazione di questa in azienda. Insomma, hanno la responsabilità della loro irrilevanza.

I cittadini non si riconoscono più in ciò che avviene all’interno delle stanze della politica. Il risultato di questo fenomeno è una crisi della democrazia rappresentativa; la politica continua a prendere decisioni nonostante la mancanza di appoggio, o il disinteresse, dell’elettorato. Come vive questa “coda di lucertola” un parlamentare? La diretta conseguenza di tale condizione è il populismo?

Il Parlamento, la Camera per quanto mi riguarda, è in realtà solo l’anticamera della politica – e ciò contravviene all’essenza del regime parlamentare -. I ristretti circoli che prendono le vere decisioni politiche sono esterni alla politica istituzionale, perfino al governo, il quale in ogni caso ha una netta supremazia sul legislativo. Sono circoli economici e finanziari atlantici ed europei; sono i grandi tecnici delle burocrazie internazionali; sono i potenti think tank anglosassoni che dettano le agende del discorso pubblico globale. Da questi circoli vengono gli input ai governi, che fanno il poco che possono per contemperare le esigenze dei cittadini e quelle dei mega-poteri mondiali. I parlamentari eseguono, o protestano vanamente (e quando le opposizioni diventano maggioranza si adeguano anch’esse). L’opera di armonizzazione e di precario equilibrio tentata dalle élites politiche non può riuscire, e questo fallimento lascia un enorme scontento presso strati sempre più larghi delle popolazioni. A questo scontento si dà il nome di “populismo ” e di “anti-politica”, benché si tratti di spinte politiche reali che potrebbero aiutare la democrazia.

A suo parere, in che modo è possibile stimolare il coinvolgimento politico dei cittadini?

Il coinvolgimento in parte c’è già, in tutti i movimenti di protesta e di resistenza che nascono nella società in risposta al peggioramento della qualità della vita indotta dal neoliberismo. Il fatto è che sono spontanei e scomposti, spesso fuori bersaglio. E che sono nel complesso minoritari, perché il grosso dello scontento, dell’anomia, si rifugia nella disperazione, nella passività, nell’individualismo subalterno. E, soprattutto, dalle istituzioni in crisi, dai partiti inesistenti, non viene alcuna mano tesa, alcun principio di elaborazione e di forma politica. Così c’è il rischio che la residua energia politica circolante nella società vada semplicemente sprecata. È evidente che la sfida del presente è re-inventare pensiero e azione perché si realizzi il nuovo incontro fra istituzioni, partiti e popolo.

Il tema della quarta edizione del Festival Mimesis è “Navigazioni”. Come si inserisce l’ascesa dei nazionalismi in una società globale e cosmopolita come quella odierna?

Navigare necesse est. Ma una cosa è l’avventura, altra la predazione, altra ancora l’essere preda del «capitalismo estrattivo». La società è sì globale, ma non certo tutta cosmopolita. La maggior parte delle persone nel mondo, anzi, cerca stabilità, appartenenza e radicamento, se non altro come riflesso difensivo davanti alle potenze della mobilitazione globale. I localismi e i particolarismi a base etnica sono l’ovvia risposta al globalismo e alla sua potenza produttrice di crisi. Ma, ironicamente, sono anche un effetto previsto e voluto dai poteri economici mondiali, che preferiscono muoversi in uno scenario di staterelli balcanizzati piuttosto che dover affrontare robuste realtà statuali.

 

L’intervista è stata realizzata in occasione del Festival Mimesis (Udine, 23-28 ottobre 2017)

Chiarezza sulla sinistra

Intervista  con Pino Salerno

 

 

Cominciamo dall’Europa e dalla sua grande fibrillazione, dal 24 settembre tedesco al primo ottobre spagnolo fino al discorso di Macron (con il corollario delle prossime legislative austriache e il referendum farlocco del lombardo-veneto). Ne esce un quadro in cui la tecnoburocrazia di Bruxelles ha responsabilità notevoli, e l’Europa politica si dilania e non fornisce più risposte ai popoli. Qual è il tuo giudizio?

L’Europa non ama gli Stati, e nasce per superarli. Ma di fatto è dominata dagli Stati, ciascuno dei quali utilizza l’Europa e le sue istituzioni per aumentare la propria potenza. Questa è una prima contraddizione. La seconda è che il neoliberismo non ama lo Stato se non per le sue prestazioni penali, e cerca di avere a che fare più con la governance che con i governi. Ma l’Europa non è solo neoliberismo: è anche ordoliberalismo (l’euro), che implica invece un massiccio ricorso allo Stato in chiave di stabilizzatore e neutralizzatore dei conflitti. E questa è la seconda contraddizione. A ciò si aggiunga la terza contraddizione: che cioè lo Stato è sì centrale nell’attuale architettura dell’Europa ma è anche devastato da una crisi economica che tende a disgregarlo secondo linee di frattura di convenienza produttiva e finanziaria. Nel complesso, quindi, l’impulso neoliberista e la morsa della crisi vanno verso la rottura dello Stato per costruire, su basi etniche più o meno inventate, Stati più piccoli e più liberi dai vincoli di solidarietà fiscale che regnano in uno Stato tradizionale. Ma l’esigenza ordoliberista di stabilità e la diffidenza degli Stati europei verso le crisi politiche radicali vanno nella direzione di evitare ogni incentivo alla frantumazione e alla balcanizzazione dell’Europa. Per ora la linea della prudenza è di gran lunga prevalente.

In Democrazia senza popolo hai descritto l’esperienza parlamentare negli anni del renzismo. Come faremo a ricostruire l’Italia sulle mille macerie che hai narrato?

Le macerie ci sono, indubbiamente. Si è ormai affermato un modello economico che funziona solo con la completa subordinazione e privatizzazione del lavoro, e che quando produce nuova ricchezza non la redistribuisce ma la concentra su coloro che sono già ricchi. Un modello economico che produce deliberatamente disuguaglianza e degrado (poiché vieta l’intervento pubblico nell’economia in chiave anticiclica, e vieta anche gli investimenti nello Stato sociale), impoverimento e precarietà non occasionali ma strutturali, competizione ma non conflitti progressivi, abbassamento della qualità delle forme di vita e di produzione materiale intellettuale, con l’emersione di poche isole d’eccellenza, del tutto omologate al sistema. Ne conseguono oppressione e mortificazione generalizzate, crollo della lealtà repubblicana, allentamento del legame sociale, inimicizia universale di tutti verso tutti, individualismo passivo e rassegnato, crisi della democrazia, atteggiamenti anti-politici in realtà funzionali al mantenimento dello status quo o all’insorgenza di politiche di destra. La via per battere tutto ciò è in primo luogo riconoscere la situazione attuale con realismo, senza indulgere in ottimismi di maniera. In secondo luogo si deve affermare un rigoroso pensiero critico che instancabilmente denunci e riveli le contraddizioni insanabili del sistema, a partire dalla universale oppressione, dalla chiusura degli orizzonti vitali, che quasi tutti i cittadini sperimentano quotidianamente. In terzo luogo si deve dischiudere un universo realmente alternativo, che dia spazio e consistenza alla speranza di una democrazia fondata sul lavoro e non sul mercato, e alla fioritura di libere personalità e non di soggetti frustrati. In quarto luogo, non si deve avere fretta di governare: la costruzione di un pensiero pensante e non sloganistico, e di un soggetto sociale dotato di una qualche consistenza, viene prima. Dalle macerie si esce, se si esce, negli anni, non nelle settimane. La politica deve ritrovare il passo lungo e la progettualità, eludendo la trappola della comunicazione e della governamentalità.

Da qui la necessità di costruire un soggetto politico della sinistra, alternativo al Pd renziano, e alle politiche neoliberiste che esso ha prodotto. Tuttavia, dal primo luglio di piazza Santi Apostoli a oggi, l’impasse è purtroppo evidente. Quale futuro? Come riusciamo a contrastare il mainstream dell’informazione che vuole convincerci della fine della sinistra europea e della differenza con la destra? Una destra che ormai è sempre più radicalizzata verso posizioni xenofobe e razziste, e di conservazione di un’Europa intollerante e inospitale?

L’impasse della sinistra non è casuale. Essa si divide – e ormai sembra una divisione irreversibile – fra coloro che puntano a un nuovo centro-sinistra, a un nuovo Ulivo (sulla base del riconoscimento che il Pd di Renzi non è di centro-sinistra, ma che con un’alleanza a sinistra può cambiare) e coloro che vogliono costruire il quarto polo, non tanto di centro-sinistra ma di sinistra, per non allearsi mai con il Pd o eventualmente solo dopo le elezioni e solo dopo trattative sul programma di governo. Si tratta del dilemma della sinistra nell’età neoliberista: accettare la nuova forma del mondo per governarla (così si crede) allo scopo di mitigarne le asprezze, oppure fronteggiarla come un avversario che vuole trionfare sulle conquiste del lavoro e della democrazia? Le sinistre europee hanno seguito la prima via, facendosi battistrada del neoliberismo, per finire a questo subalterne e per essere scalzate dal ben più solido e convincente impianto governamentale delle forze di centro. In tal modo, le forze di sinistra non hanno neppure saputo intercettare il disagio e la protesta contro il sistema a cui esse stesse hanno dato più di una mano, e le hanno lasciate alle destre. Una sinistra che voglia rimediare a questi errori deve proporsi non tanto un generico superamento del capitalismo, ma di instaurare le condizioni politiche e sociali perché al capitalismo si affianchi, con un ruolo di riequilibrio e di governo, una politica certa di sé, ovvero consapevole del fatto che il capitalismo non crea ordine stabile, sviluppo umano, speranza collettiva.

Una siffatta sinistra deve essere guidata da politici credibili, nutrirsi di pensiero non mainstream, non accontentarsi di atteggiamenti liberal e recuperare la concretezza e la radicalità dell’analisi e della proposta. Deve non illudere i cittadini su di una facile uscita dalla situazione in cui siamo finiti come Italia e come Europa. Deve differenziarsi, rendersi riconoscibile, tanto più in un sistema elettorale proporzionale. Deve parlare senza mediazioni con le persone, non comunicare attraverso i media. Deve tornare non tanto fra la gente in senso generico quanto nei luoghi di lavoro e di formazione. Deve battere l’individualismo rassegnato e isterico a cui conduce il neoliberismo, con la prospettiva di una dimensione pubblica ricostruita. Deve insomma essere alternativa al presente stato di cose, e dare risposte ai bisogni reali dei cittadini, riassumibili nella sicurezza democratica. Ovvero la sicurezza dell’ordine pubblico, della civile convivenza; la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro; la sicurezza sulla qualità della pubblica istruzione e della pubblica sanità; la sicurezza del territorio. Tutti obiettivi per perseguire i quali è indispensabile un nuovo investimento sullo Stato, troppo frettolosamente dato per morto, prima che sull’Europa (che resta una prospettiva utile se è gestita da Stati orientati a sinistra).

Ci deve essere, in sintesi, un motivo per cui un cittadino vota a sinistra, e la nuova sinistra glielo deve dire e dare, con un impegno pari a quello che animò i primi “apostoli” del socialismo a fine Ottocento. Nulla di meno è richiesto a chi voglia costruire una sinistra in un mondo che è governato dalla destra economica, e che scivola verso la destra politica. Altrimenti è meglio stare a casa. E qui voglio fare un’ultima osservazione: la mia non è una proposta di testimonianza, come si usa dire oggi, né una predilezione per i partitini. È una proposta di ricostruzione progettuale e di generosa apertura al rischio insito nella politica, che non si propone solo qualche guadagno tattico, ma che vuole pensare in grande e in avanti, o almeno si sforza di farlo. Ed è l’auspicio che dall’impasse finalmente si sia usciti, con radicalità e con serietà, senza esitazioni e senza estremismi.

Ingiustizie e disuguaglianze sociali: è davvero necessario governare per risolverle? Ovvero, Pisapia insiste sul centrosinistra “di governo”, discontinuo rispetto alle politiche renziane, ma evita di proporre come si governano i processi. Che ne pensi?

Sulla base di quanto ho appena detto, è chiaro che il semplice andare al governo non basta. Si rischia di non contare nulla e di avallare politiche in continuità col passato, di sposare tutte le «compatibilità» del sistema. È molto più importante insediarsi nella cultura e nella società con un lavoro di lunga lena e di ampie prospettive, che ricostruisca le persone, la società, lo Stato, la democrazia, l’Europa.

Renzi ha sostenuto che i suoi avversari sono i 5stelle e i populisti, mentre col Rosatellum costringe a coalizioni farlocche pronte a sfaldarsi il giorno dopo il voto. Zagrebelsky invita Mattarella a non firmare quella riforma elettorale a pochi mesi dal voto e indica, insieme a tanti giuristi, gli elementi di indubbia incostituzionalità presenti nel Rosatellum. Qual è l’antidoto, secondo te?

L’antidoto al Rosatellum è stato il Mattarellum o anche il Tedeschellum. Questa nuova brutta legge che martedì si inizia a votare alla Camera è buona per Renzi e per Berlusconi, dato che rende entrambi centrali nel costruire coalizioni, e al contempo spacca la sinistra e toglie qualche seggio ai cinquestelle (i quali in ogni caso, si sono tirati fuori dagli scenari post-elettorali, poiché non hanno e non vogliono avere capacità coalizionale). Ma una legge elettorale da sola non salva un Paese (al massimo lo condanna). Le coalizioni che emergeranno dalle elezioni saranno instabili, soprattutto quella di destra, lacerata tra Salvini e Berlusconi. Secondo quelli che saranno i risultati elettorali concreti, a oggi non prevedibili per la distanza che ancora ci separa dal voto, ci saranno rimescolamenti di carte in Parlamento. È su questi – sulla rottura della destra in particolare – che Renzi, ormai venuto a più miti consigli, punta per avere un ruolo nella politica di domani (e intanto si fa una legge che gli dà il controllo degli eletti, almeno per sette decimi). Francamente, si tratta di scenari tanto deprimenti quanto invece è esaltante adoperarsi per la ricostituzione di un orizzonte teorico e pratico di una sinistra non politicista, ma capace di pensare la politica in grande stile.

 

 

L’intervista è stata pubblicata in «www.jobsnews.it» l’8 ottobre 2017

Difficoltà e prospettive della sinistra

Il nuovo soggetto politico che si forma a sinistra del Pd è nella condizione di «stato nascente», ovvero è indeterminato e aperto a molte soluzioni. L’altra caratteristica dello stato nascente, ovvero la ricchezza esplosiva d’energia, è invece assente.

Quindi, l’indeterminatezza si trasforma in difficoltà, in incertezze. Come si è già visto in altri recenti tentativi di far nascere soggettività politiche a sinistra, anche in questo caso – con un imbarazzante effetto di deja vu – non si riesce a decifrare ciò che avviene (la «fase») né ciò che si deve fare (la strategia, prima ancora che la «linea»).

All’apparenza, o meglio a un primo livello, la difficoltà sembra consistere nel dualismo fra la linea «Pisapia» e la linea «Mdp». Dove il primo elemento implicherebbe la «novità» (per quanto mediaticamente costruita) e il «campo largo», cioè l’uscita, almeno tentata, dal perimetro della sinistra tradizionale (posto che lo si possa ancora definire); mentre il secondo rinvierebbe all’organizzazione efficace sul territorio, a figure dirigenziali più sperimentate (o più logorate) come Bersani e D’Alema, e a una connotazione più centrata sul «ceto politico». La strategia in entrambi i casi è indicata come la «ricostituzione del centrosinistra» (con o senza trattino, a seconda che si pensi ad alleanze post-elettorali col Pd, o invece a costituirsi come autonomi e alternativi ad esso – cioè come il «vero» centrosinistra, dato che il Pd ha tradito la sua mission originaria – ).

Questo dualismo, ormai esplicitato con chiarezza, si è spinto fino all’ipotesi di preventivo scioglimento di Mdp nel nuovo contenitore «Insieme», ipotesi rinviata a tempi più maturi, ma non respinta, perché è chiaro che non si potrà andare alle elezioni, né da nessuna altra parte, con una federazione di sigle priva di progetto. Ad esso si aggiunge la difficoltà di rapporto con Sinistra italiana e col movimento di Falcone e Montanari, che forse potrebbero prestarsi a essere l’ala sinistra dell’eventuale nuovo soggetto unitario di centrosinistra, ma non sarebbero disposti ad allearsi con il Pd. Da qui discende la difficoltà di decidere o di prevedere se alle elezioni vi sarà una lista a sinistra del Pd, oppure due.

Ma a monte di queste difficoltà di tattica politica stanno difficoltà strategiche. Difficoltà a misurare bene la crisi del neoliberismo, aggravata dalle pastoie dell’ordoliberismo, che è una crisi della società intera, di tenuta del legame sociale e della lealtà democratica. Una crisi che ha distrutto, nel nostro Paese, l’intera sfera pubblica, privando l’Italia di dibattito intellettuale (reputato inutile o ridotto a mera chiacchiera televisiva) e di innovativa azione politica (di fatto impossibile o velleitaria). Difficoltà, inoltre, a misurare la crisi del Pd, cioè della prospettiva del neoliberismo liberal, del partito borderless a vocazione maggioritaria; una crisi irreversibile a cui si offre la prospettiva riparatoria del centrosinistra rinnovato, o del ritorno all’Ulivo.

Da questa difficoltà di analisi discendono le difficoltà strategiche, ovvero l’incapacità di decidere se si vogliono i voti degli elettori del Pd dissenzienti dal renzismo ormai divenuto una ossessiva vicenda personale – mentre il Pd che subisce ogni giorno smottamenti di ceto politico e che sta risultando privo di appeal se non presso chi ha qualche bene al sole e teme di perderlo – oppure i voti di chi detesta radicalmente il Pd e il sistema di potere che esso malamente sorregge, come un sistema impoverente ed escludente (e più si sostiene che in realtà il Pil va bene, e le esportazioni pure, più si attizza la rabbia dei cittadini sui quali questo miglioramento meramente statistico non ricade – cioè la rabbia della stragrande maggioranza degli italiani –).

E di lì discendono anche le difficoltà a definire l’orizzonte dell’impegno del nuovo soggetto politico, e a decidere se questo sia determinato dalle prossime elezioni e dall’obbligo di essere presenti in parlamento, oppure se si abbia una prospettiva di più lungo respiro, quella di impiantare in Italia una sinistra che sia forza di ricostruzione del Paese e della società su basi larghe e nuove rispetto al lungo ciclo distruttivo apertosi negli anni Ottanta.

A quelle difficoltà è da ricondurre anche la disputa se la nuova sinistra debba essere identitaria o di governo, dove il primo termine, solitamente usato in senso spregiativo, designa una presunta purezza ideologica (ma quale?) refrattaria a contaminazioni e ad alleanze, il secondo una disposizione a conciliarsi col mondo così com’è, razionalizzandolo con «riforme» – ed è ovvio che la sinistra che nasce dovrà essere tanto identitaria, ovvero certa di sé anche culturalmente, quanto capace di governare il Tutto muovendo da una Parte in alleanza con altre –.

La sinistra non sa decidere fra questi dilemmi – che i politici in generale non amano mai –, ma non può neppure sperare di evitarli esercitando l’antica doppiezza, o la complexio oppositorum, strategie praticabili da grandi partiti di massa come il PCI o la DC, ma non da una piccola forza quale essa è destinata a essere, nell’immediato. E non sa decidere perché sono vere entrambe le ipotesi di base dell’analisi della società, che cioè i cittadini vogliono discontinuità (chi ha perduto, nella grande crisi) ma anche sicurezza (chi ha ancora qualcosa, per poco che sia). Perché è vero tanto che l’attuale sistema economico è insostenibile e impoverente, quanto che nessuno ha idee radicalmente alternative o la forza di realizzarle. Perché è vero che gli esponenti del vecchio ceto politico che oggi si propongono come portatori di discontinuità sono fra i responsabili delle sconfitte storiche della sinistra, ma è anche vero che il nuovo ceto politico stenta a trovare in sé idee, energie e motivazioni (a parte Renzi, la cui personale ambizione è davvero notevole).

Questa incapacità di decidere si è manifestata anche nei rapporti con il governo, rispetto al quale i gruppi parlamentari di sinistra (a parte SI) si sono alternativamente collocati tanto con la maggioranza quanto con l’opposizione. Al di là degli evidenti motivi di tattica politica, questa indecisione rispecchia tutte le difficoltà che si sono enumerate.

Eppure, la decisione serve appunto a risolvere le situazioni che non presentano in se stesse una chiara linea evolutiva. È una scommessa, non sconsiderata, sul futuro. Di questa decisione – da parte di un ceto politico credibile e convincente perché convinto – c’è bisogno perché in essa sta l’unica energia politica che in questo momento aurorale si può mettere in campo. Tutti a sinistra, insomma, devono dismettere l’attitudine epigonale, da «ultimi giorni» e collaborare a un «nuovo inizio». Detto in altri termini, solo da una decisione chiara può nascere un messaggio chiaro agli elettori, senza il quale non è probabile che la sinistra nascitura sia un neonato vitale.

E non è per nulla sufficiente che la decisione sia l’esito obbligato del sistema elettorale proporzionale al momento voluto da Renzi: se oggi questo obbliga la sinistra a presentarsi sola alle elezioni, e quindi ad accentuare le distanze dal Pd, che cosa succederebbe se un ripensamento (propiziato da Prodi) portasse Renzi a impegnarsi per un nuovo sistema maggioritario che premiasse le coalizioni? Forse si andrebbe a un’alleanza pre-elettorale col Pd, e si definirebbe questa alleanza il «nuovo centro-sinistra»? Come è evidente, a sostenere la nascita del nuovo soggetto politico devono esistere motivazioni politico-culturali più forti che non la legge elettorale, motivazioni che nascono da analisi autonome e radicali, e da progetti ambiziosi e di lungo periodo. Nonché dal riconoscimento del sostanziale fallimento storico del centrosinistra, almeno nella sua veste di partito unico (il Pd) appaesato in un contesto bipolare – un fallimento che è tutt’uno con la crisi dell’ordine economico neoliberale e dell’assetto dei poteri e delle istituzioni nel nostro Paese –.

Dare risposta ai problemi veri del Paese (lavoro, PA, scuola, università, gestione del territorio, criminalità organizzata, immigrazione, crollo dello spirito civico) in un contesto di debolezza economica e sotto i vincoli dell’euro, non è una questione di spot, di bonus, di narrazioni; è un’impresa titanica che implica la ripoliticizzazione della società, la riculturalizzazione della politica, la ricostruzione della sfera pubblica, in un contesto, per di più, oggettivamente favorevole alla destra. Se non si ha questa consapevolezza, si resta nella subalternità o nel velleitarismo. Se la si ha, si può mettere mano a un disegno di spessore storico, sapendo che la cultura politica non si inventa dall’oggi al domani, e che lo stesso si deve dire del radicamento sociale, dei leader, delle classi dirigenti.

Niente fretta, quindi, o meglio, festina lente, «affrettati lentamente». La sfida elettorale non è la più importante, benché sia incombente; il ragionamento deve estendersi molto oltre di essa, senza governismi né isolamenti aprioristici. Soprattutto, la guerra di movimento elettorale non potrà essere per ora altro che guerriglia; ben più importante è rifondare le basi di una guerra di posizione di lungo periodo. Per rifare l’Italia da sinistra, e per dare agli italiani una protezione che passi non attraverso le ricette escludenti della destra ma che si fondi sul recupero dei diritti e della speranza, a partire dalle condizioni materiali di vita, di studio e di lavoro.

È chiaro che questo soggetto – in sintesi, un quarto polo che farà alleanze quando sarà abbastanza robusto per non essere subalterno – dovrà darsi presto, ma non affrettatamente, strutture democratiche e organizzazioni trasparenti, e che dovrà quanto prima smarcarsi dal governo e dalle sue politiche. Ma soprattutto dovrà dare l’impressione di volere esistere, di volere radicarsi nella società, di voler durare, di volere affrontare problemi veri con ambizione vera.

Sessant’anni fa, nell’anno che chiuse la seconda legislatura repubblicana, la DC si preparò alle elezioni con un governo di transizione, quello di Adone Zoli (galantuomo antifascista) e andò alla prova elettorale, in pieno miracolo economico, con lo slogan «progresso senza avventure», perché gli italiani non si spaventassero dei tentativi di apertura a sinistra, che infatti rimasero frustrati anche nel corso della terza legislatura. Oggi, il partito che regge il maggior peso del governo, nel mezzo di una crisi politica, civile, economica e sociale senza fine, pare impegnato in una sorta di «avventura senza progresso», in un tentativo di rivincita personale del grande sconfitto del 4 dicembre. La sinistra, che non ha voluto attingere all’energia che in quella circostanza si manifestò (certo non era solo un’energia di sinistra) dovrà ora inventarsene una, a partire dalle condizioni materiali del Paese e da un disegno ideale che le sappia interpretare; e ha quindi il compito di prospettare agli italiani, tanto l’«avventura» quanto il «progresso», ovvero, con il linguaggio di oggi, tanto la discontinuità quanto le nuove certezze, coniugando in sé, meglio di quanto sappia fare la destra, immaginazione e realismo.

 

Intervista sulla sinistra

Intervista con Francesco Nurra

 

 

Sembra che in Italia chi è interessato alla politica debba necessariamente affidarsi alla logica della leadership del cosiddetto «uomo solo al comando»? Quali sono secondo lei le cause politiche e storiche di questa scelta?

Bisogna sfatare la tesi che a sinistra non esista una tradizione di leadership forti e anche carismatiche. Da Gramsci a Togliatti a Berlinguer, solo per restare in Italia, abbiamo esempi dell’esatto contrario. Ciò a cui oggi assistiamo è in realtà il susseguirsi di tentativi di leadership prive degli altri fattori essenziali della politica: cioè prive di idee, di partiti organizzati, radicati e partecipati, e prive di ceti dirigenti sperimentati. Leadership solitarie, insomma, che si affidano a un rapporto immediato ed emotivo con una massa di cittadini disorganizzata e utilizzata soltanto nella fase del voto, e che non si confrontano con i gruppi dirigenti ma che si affidano alla collaborazione di un ristretto «seguito», ovvero a un «cerchio magico» di fedelissimi. Se ci chiediamo perché ciò avviene, non possiamo che rispondere che questa deriva leaderistica e personalistica è il più vistoso effetto della crisi dei partiti, innescata decenni fa nel nostro Paese tanto dalla mancanza di alternanza e dalla conseguente endemica corruzione quanto dall’affermarsi di mezzi di comunicazione (televisione e rete) che rendono la mediazione partitica obsoleta fornendo ai cittadini-spettatori l’illusione della democraticità e della partecipazione. Naturalmente noi sappiamo che appunto di illusioni si tratta, che quei nuovi mezzi di comunicazione sono di proprietà privata e che hanno come esito la manipolazione, la solitudine, la mancanza di confronto e di spirito critico; che assecondano e approfondiscono la scomparsa della dimensione pubblica; che la politica va fatta da persone in carne e ossa che si incontrano per ragionare e per deliberare, costituendo così la «pubblicità»; e che al potere economico, per sua natura oligarchico e non democratico, si può opporre solo un potere politico fatto di istituzioni democratiche e di partiti organizzati. E sappiamo anche che a questa prospettiva si oppongono i poteri che hanno contribuito, con i media da loro controllati, a screditare la politica istituita per consentire il mantenimento dello status quo in quanto presunto privo di alternative

Riguardo all’ultimo referendum costituzionale, lei ha affermato che si trattava unicamente di una formalizzazione delle pratiche già attuate in Parlamento; in altre parole, il ruolo del Parlamento è esautorato da prassi meramente incentrate sull’azione del governo a discapito di un Parlamento senza alcuna capacità di azione politica: si è insomma nel pieno di una oligarchia governativa. Le sembra che dopo il referendum del 4 dicembre sia cambiato qualcosa? Crede che chiunque vada al governo segua questa prassi ormai consolidata?

La crisi del Parlamento, l’istituzione centrale della moderna democrazia rappresentativa, precede addirittura la crisi dei partiti. Sono stati i partiti, nel secondo dopoguerra, a rivitalizzare il Parlamento che non aveva retto la sfida dell’ingresso delle masse in politica e che era stato completamente asservito dai regimi totalitari. E con la crisi dei partiti degli anni Ottanta anche il Parlamento ha conosciuto una nuova obsolescenza e una perdita di centralità politica a tutto vantaggio del governo. Si tratta di un trend comune all’Occidente, ma accentuatissimo in Italia, dove la critica al parlamentarismo è sempre stata forte, con l’eccezione parziale di una ventina d’anni nel secondo dopoguerra, in chiave tanto di qualunquismo plebeo quanto di efficientismo tecnocratico quanto di autoritarismo repubblicano-gaullista. E non a caso la nuova critica al Parlamento – implicita nelle riforme bocciate il 4 dicembre, che trasferivano anche formalmente tutto il potere al governo – riecheggia, per chi le conosca, queste tradizioni anti-parlamentari, a cui aggiunge nuova virulenza l’esasperazione dei cittadini per i presunti privilegi dei parlamentari. Una indignazione nel merito fuori posto, ma giustificata dal fatto che è a tutti evidente che il Parlamento non sta facendo ciò che dovrebbe: che non rivendica il ruolo (che gli spetta) di centro del sistema politico, e si lascia guidare dal governo (il quale è certamente di fiducia del Parlamento, ma a quest’ultimo, oggi, ha di fatto sottratto l’iniziativa legislativa) e da poteri extraparlamentari come come i «capi» di forze politiche (di partiti personali, in realtà) che dall’esterno del Parlamento pretendono di deciderne le sorti. Come si è visto nella recente vicenda della legge elettorale a cui solo il voto segreto ha potuto mettere un freno, pur senza che dal Parlamento sia partita una proposta alternativa al patto dei «quadrumviri». È chiaro che a un Parlamento così debole i cittadini non perdonando nulla, e che anzi ne mettono in discussione la legittimità.

Si parla spesso di un impoverimento della cultura dei parlamentari italiani. Lei ritiene che si possa parlare di un impoverimento culturale all’interno delle ultime legislature rispetto a quelle, ad esempio, della Prima repubblica? Come contrastare questa deriva?

L’impoverimento culturale dei parlamentari rispetto alla Prima repubblica è del tutto evidente: è sufficiente confrontare i discorsi parlamentari della Prima repubblica con quelli attuali. La povertà del linguaggio, le difficoltà argomentative, l’orizzonte storico e intellettuale ristretto, balzano agli occhi – sono pochissime le eccezioni –. Non solo tutta la società è più incolta – poiché la scuola trasmette forse nozioni ma certo non solide basi di pensiero critico –, ma si sono anche interrotti i tradizionali canali di formazione dell’alta cultura (quella che dovrebbe appartenere a un parlamentare, che non deve essere un professore ma che non può neppure essere uno studente fuoricorso o un chiacchierone da bar) e anche i canali di formazione dei ceti politici (scuole di partito, centri studi, cursus honorum giudiziosamente graduali). Il fatto è che l’attuale forma economica e l’attuale società non vogliono – e quindi non preparano – né ceti intellettuali critici e autorevoli né politici autonomi culturalmente: semmai, vogliono pochi «specialisti», tecnici affidabili che stiano al loro posto; e ne vogliono pochi, perché preferiscono avere a che fare con masse poco colte, immerse nel mondo virtuale e quindi prive di profondità storica, e facilmente aizzabili, con pochi slogan plebei, contro le élites (come dimenticare i «professoroni» di Renzi?).

Ritiene, Galli, che uno dei motivi di sconfitta dei partiti di sinistra risieda anche nel deficit organizzativo interno in merito alla politica di formazione stabile dei futuri quadri e dirigenti? Lo spostamento della formazione da funzione dell’organizzazione del partito a funzione culturale dello stesso può avere contribuito, oltre che a impoverire la qualità dei quadri, anche a rispostare sui ceti borghesi di sinistra piuttosto che sulle classi più umili l’orientamento dei partiti di sinistra?

La sinistra è stata sconfitta dalla Quarta rivoluzione del Novecento, il neoliberismo, perché dapprima non ha visto arrivare la nuova iniziativa capitalistica, la nuova forma sociale ed economica che avanzava, e perché non ha saputo valorizzare la posizione di forza raggiunta a metà degli anni Settanta (alla quale ha appunto reagito il capitale). E perché, in seguito, ha salutato come un evento positivo – non con realismo, quindi, ma con ingenuità unita a masochismo – il neoliberismo, la globalizzazione e lo pseudo-individualismo che l’ha accompagnata, e l’attacco al pensiero critico e al pensiero dialettico: e così ha accettato l’autorappresentazione ideologica del capitale nella sua nuova forma, illudendosi di correggerne le asprezze con la cosiddetta «terza via». In realtà, ha attivamente contribuito alla deregulation che, distruggendo l’equilibrio di Bretton Woods, ha minato il terreno che aveva reso possibile il «compromesso socialdemocratico», la maggiore conquista politica e sociale della sinistra in Occidente: la sinistra ha creduto che la globalizzazione capitalistica estendesse la platea del ceto medio creato dalle politiche keynesiane e non ha capito che l’obiettivo del neoliberismo era ed è distruggere il ceto medio, trasformandolo in una massa di indebitati insicuri (e lo stesso vale per gli strati superiori dei ceti operai). La sinistra ha assecondato l’individualizzazione della società, senza capire che per tale via passava una delle conquiste più importanti del neoliberismo: la scomparsa della dimensione pubblica. La sinistra ha fatto propria la critica neoliberista dei partiti e dei corpi intermedi, con un atteggiamento del tutto suicida. Insomma, la sinistra ha assecondato acriticamente lo spirito del tempo senza nemmeno capirlo, assumendo su di sé le compatibilità del capitale, elevando il mercato a regola e fondamento della società, e così ha perso il luogo, il modo, lo scopo della propria esistenza politica, non ha elaborato analisi sulle contraddizioni della nuova fase del capitalismo e anzi ha negato valore alle categorie intellettuali che potevano sostenere la critica al presente stato di cose. L’autodefinizione della sinistra, oggi, è ridotta a un timido riferimento a «valori» talmente generici da risultare politicamente inutili, e l’affermazione, peraltro sempre smentita nei fatti, che «sinistra è stare dalla parte degli ultimi» – tesi estranea alla tradizione della sinistra, che si è sempre posta il problema di capire i meccanismi strutturali che portano al formarsi di ceti che sono «deboli» pur essendo centrali nel sistema produttivo, e che si è sempre data la finalità di trasformarli in soggetti politici protagonisti della storia –.

Ritiene che le categorie gramsciane siano ancora valide per l’analisi della situazione attuale? Lei come spiegherebbe alcuni fenomeni odierni attraverso il pensiero di Gramsci? Se può, fornisca degli esempi.

Sono molte e assai variegate le categorie gramsciane. In generale, va ricordato che Gramsci pensava il suo tempo, ovvero la scelta del capitalismo di abbandonare il liberalismo e di darsi forme autoritarie – sotto la pressione di trasformazioni del regime di fabbrica (il fordismo), dell’avvento politico delle masse (il nazionalismo e il socialismo) e della grande crisi economica –. Davanti a queste grandi trasformazioni Gramsci ha capito che doveva competere con esse alla loro stessa altezza; che non doveva ritrarsi in una riserva indiana, politica e intellettuale; che doveva re-interpretare l’auto-interpretazione del capitalismo, ovvero doveva prendere sul serio il suo modo di produzione, la sua politica, la sua società , la sua storia, la sua cultura, per coglierne le contraddizioni determinate, e riscrivere così la storia da un punto di vista alternativo eppure concreto, non utopistico; che doveva anche riscrivere l’agenda della sinistra, puntando a fare uno Stato nuovo, democratico (a egemonia proletaria), e a uscire da ribellismi e mitologie rivoluzionarie. Pensiero e azione, volontà e progetto, storia e decisione, si uniscono in una prospettiva politica e filosofica originale, nata in una tragica sconfitta, dentro un carcere, eppure capace, già a meno di dieci anni dalla morte di Gramsci, di costituire una delle colonne portanti del primo Stato democratico della storia d’Italia. Gramsci pensava a una politica fortissima, capace di cambiare il mondo; non a rispettare le compatibilità del capitale (a conoscerle, sì). Fare paragoni con l’oggi è impietoso: Gramsci non si sarebbe sognato di pensare a un partito «leggero», a gruppi dirigenti improvvisati, alla sottovalutazione della cultura da parte dei dirigenti politici; non avrebbe mai abbracciato una interpretazione non conflittuale della società: pur nella sua prospettiva nazionalpopolare di ricostituzione di una società larga, pensava all’esigenza di un’egemonia che la orientasse, di una politica specifica che la guidasse. Pur non indulgendo alla critica della tecnica, non pensava che la politica dovesse cederle il passo. Tenere fermo tutto ciò in un’epoca diversa, la nostra, caratterizzata da un diverso impianto della produzione, nell’età non della meccanica e del fordismo ma dell’elettronica e del lavoro spezzettato, in una società non dei partiti ma degli individui (o presunti tali), nell’età della globalizzazione che ha cambiato il rapporto fra Stato ed economia, non è facile. E richiede imponenti supplementi d’analisi. Ma l’idea che la sinistra tragga senso dal proporsi come alternativa ai rapporti economici e politici attuali, sulla base di una soggettività collettiva impegnata in un’azione emancipativa, ovvero che la sinistra sia una ripoliticizzazione conflittuale della società e in prospettiva dello Stato, non può essere dismessa, pena l’adesione di fatto ai postulati del potere liberista (che cioè la società non esiste, che il mercato è il supremo regolatore delle nostre vite e che le sue compatibilità sono indiscutibili, che non c’è alternativa, che non c’è conflitto di classe, che la disuguaglianza è un bene, che la democrazia è un lusso tendenzialmente superfluo). Come si vede, se si accettano queste premesse la sinistra è da rifare.

Socialismo sono i lavoratori che si impadroniscono dei mezzi di produzione. Lo statalismo ha prodotto l’URSS. C’è un’alternativa?

Se la contraddizione centrale del capitalismo è l’appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto, e se quindi non si può dismettere la prospettiva di una «società regolata», diversa da quella giungla che è oggi la nostra società, ciò non implica che la soluzione sia l’economia di comando in stile sovietico, con quanto ne è conseguito sul piano politico. La politicizzazione della società, a partire dai rapporti economici, è il vero obiettivo, il che equivale a impedire all’economia di presentarsi come forza autonoma valida in ultima istanza per l’intera società, e di far valere incondizionatamente gli interessi privati che essa incorpora in sé. Si può rilanciare il conflitto sociale, che ha mille motivi di manifestarsi; si può allargare l’intervento economico dello Stato, per quanto riguarda sia gli investimenti sia la fiscalità volta alla redistribuzione (senza la quale la crescita del Pil, se c’è, non ha positivo rilievo sociale); lo Stato – che può essere democratizzato, sia pure a fatica, mentre il mercato in quanto tale non può esserlo – può orientare lo sviluppo in una direzione o in un’altra; ambiti significativi della società possono essere sottratti all’imperativo economico e indirizzati alla piena crescita umana (scuola, sanità, beni culturali e ambiente). Soprattutto si tratta di rivalutare la dimensione pubblica (statale o collettiva, ovvero attraverso partiti e movimenti) come orizzonte di sviluppo della civiltà, che è oggi immiserita nell’angustia di un individualismo patologico e ossessivo, che peraltro viene ogni giorno smentito dal prevalere di giganteschi poteri sulle persone reali. Un’impresa di liberazione dell’uomo dalle maglie del pensiero unico e dallo sfruttamento colonizzatorio di ogni spazio vitale, ossia un’impresa di esplicito riconoscimento e di realistico contrasto delle attuali forme di «reificazione attraverso la individualizzazione subalterna», con l’obiettivo finale che gli uomini e le donne vivano in una società di cui si riconoscano autori e protagonisti, e che non gravi su di essi come una oscura forza naturale: questa è la linea strategica della sinistra, oggi. Obiettivi umanistici, quindi, perseguiti con cultura critica, serietà organizzativa, tenacia strategica, conflittualità non occasionale. L’URSS, da parte sua, è parte di una storia di liberazione che si è presto impigliata nell’oppressione per cause storiche sia remote sia contingenti: col suo comunismo militarizzato è stata un mito, ma non è un destino. I tratti illiberali della sinistra sono in linea di principio accidentali, per quanto gravi e frequenti, e non derivano necessariamente dalla sua critica al liberalismo, che è una critica di superamento, non di negazione.

In quello che sembra un ritorno al protezionismo e a un’idea degli Stati-nazione e dei confini come perno dell’agire politico, quali proposte può avanzare la sinistra del XXI secolo all’interno di questo scenario? Esiste, secondo lei, uno spazio politico per la sinistra all’interno di questo contesto?

Sono un convinto statalista. Delle grandi costruzioni della modernità – oltre allo Stato, il mercato, il partito, la tecnoscienza – lo Stato è l’unica (insieme al partito, ma meglio di questo) che, con enorme fatica e non senza contraddizioni, può essere democratizzata. La sinistra è nata anche contro lo Stato, strumento di dominio e di oppressione dei ceti padronali; ma si è presto conciliata con lo Stato, che, una volta governato da partiti di sinistra, si è dimostrato una potente macchina di inclusione sociale degli strati deboli della popolazione e di produzione di maggiore uguaglianza sociale. Lo Stato non esaurisce la politica e non coincide con tutta la sfera pubblica; ma ne fa parte integrante, e la sua obsolescenza è molto più una interessata narrazione neoliberista che una verità assodata. Se è vero che il livello dell’azione politica è nelle periferie delle città, nei movimenti transnazionali e nelle istituzioni sovranazionali, è anche vero che se non può contare sul potere dello Stato, e anzi se lo ha contro, la sinistra non ha né presente né futuro. È solo grazie allo Stato, e al partito che ne controlla democraticamente i poteri (ma non quello giudiziario), che si può istituire un credibile argine al dilagare del potere economico e mediatico. Solo agendo sul potere politico-statale si può aprire una breccia nel conglomerato di politica, economia, narrazione, che è il blocco onni-inclusivo del potere contemporaneo. Ed è vero, infine, che anche la prospettiva politica più ardita (e improbabile) che possiamo intravedere, cioè gli Stati Uniti d’Europa, ha senso solo se esistono, appunto, gli Stati contraenti con la loro volontà politica. Ed è vero, per converso, che il globalismo di sinistra rischia di essere l’altra faccia del globalismo come è narrato dal capitale – che in realtà da parte sua, nonostante la propria proclamata autosufficienza, dello Stato si serve abbondantemente (e non potrebbe essere altrimenti) e sempre di più si servirà – naturalmente in una versione penale ed emergenziale da rifiutare in toto – proprio per il relativo raffreddarsi della globalizzazione e per l’emergere in essa di linee di conflitto politiche che vedono coinvolti sia Stati sia bande armate post o pre-statuali -.

Quali testi e autori consiglierebbe a chi volesse intraprendere lo studio della Storia delle dottrine politiche? Quali invece a chi voglia avvicinarsi a una politica di militanza? Se oggi lei fosse direttore di una scuola politica simile a Frattocchie, su quali autori indirizzerebbe l’attenzione dei suoi allievi?

Secondo una celebre affermazione di Engels, il movimento operaio è l’erede dell’illuminismo francese, dell’economia politica inglese, della filosofia classica tedesca. Cioè deve essere all’altezza dello sviluppo intellettuale più avanzato della modernità, per reinterpretarlo in chiave emancipatoria. Oggi, la sinistra – che essa coincida col movimento operaio o piuttosto con l’ansia di liberazione di strati più larghi e meno omogenei della società – ha il medesimo compito. E alla ricapitolazione critica della modernità deve aggiungere anche la prospettiva, tutta novecentesca, della sua decostruzione – ponendo la massima attenzione a non cadere nella trappola post-moderna, cioè nella perdita di ogni possibilità di prospettiva critica, e quindi stando più che attenta a evitare la subalterna accettazione acritica del presente -. Compito difficile, al limite dell’aporia, come del resto è ambiziosissimo l’obiettivo politico e intellettuale che la sinistra si deve porre. Detto questo, all’elenco di Engels non si può non aggiungere il marxismo occidentale, e il confronto critico con la linea nietzschiana e heideggeriana, come non possono essere trascurati i classici moderni della sociologia, della scienza politica, e della storiografia economica e politica. Si dirà che quanto ho detto implica corsi di studi equivalenti a un paio di lauree, in Filosofia e in Scienze politiche. Ed è vero. Ma è anche vero che docenti esperti e discenti motivati possono, con un percorso concentrato ripreso nel tempo, in quattro o cinque cicli, affrontare alcuni nodi strategici dello sviluppo intellettuale della modernità e delle prospettive della contemporaneità. E soprattutto è vero che la stessa istituzione di una seria scuola di partito (non dei surrogati mediatici che oggi sono proposti) significherebbe che è risultata vincente l’idea «rivoluzionaria» che la politica, oltre che un confronto ininterrotto con la contingenza, è anche la decifrazione del presente con strumenti intellettuali complessi – perché il presente è oscuro, ma non sottratto a priori alla fatica del concetto -. Questo approccio critico alla politica è appunto ciò che l’attuale sistema di potere vieta in ogni modo: poiché a questo divieto si è da tempo felicemente accodata anche la sinistra, prigioniera del tatticismo più pigro, del «presentismo» più cieco, del nuovismo più stucchevole, del plebeismo più ambiguo, invertire questo trend è il primo, indispensabile, passo emancipatorio. È anche attraverso questo metodo che si può dare forma al soggetto sociale e politico di sinistra, sottraendolo alla anomia intellettuale e al qualunquismo a cui oggi è facilmente indotto.

Se poniamo come dato di fatto il declino delle forme di partito tradizionale, quali sarebbero, secondo lei, le modalità di organizzazione più consone per la sinistra contemporanea?

Non esiste sinistra senza sfera pubblica; e non esiste sinistra che non si ponga in relazione forte con lo Stato. Non esiste sinistra che aderisca all’ideologia neoliberista della «società degli individui» e della «società liquida», che non veda le terribili e invincibili disuguaglianze che strutturano la società attuale in strati ancora più solidi delle vecchie classi; non esiste sinistra che aderisca all’ideologia della competizione e della valutazione, e della neutralità e inevitabilità del sistema capitalistico. Non esiste sinistra senza una reale, concreta, approfondita capacità di critica e senza una reale spinta ad affermare il proprio linguaggio e la propria lettura della realtà. Non esiste sinistra senza che sia dissipata la tesi che destra e sinistra non esistono più, sostituite dal cleavage sistema/antisistema, civiltà/barbarie. Non esiste, infine, sinistra senza che si acceda anche all’idea di partito organizzato che organizza parti di società, senza sospetti divieti preventivi, senza interessati anatemi, senza compiaciuti scetticismi. La crisi dei partiti è in parte reale e in parte, invece, indotta e narrata dal neoliberismo e dai media mainstream: la leadership solitaria che si rivolge mediaticamente a folle scomposte e occasionali non sarà mai di sinistra. Ciò non significa che i partiti esistenti non possano perire per inadeguatezza, e che nuove formazioni non possano prenderne il posto, come forse in qualche modo sta avvenendo in alcuni Paesi, fra i quali purtroppo non c’è ancora l’Italia. Detto questo, tutto quanto va nella direzione di ripoliticizzare la società è da salutare con favore: ed è necessario dialogare con tutti i soggetti che si formano nella società, al fine di mettere a frutto l’energia di tutti. Quindi partiti e movimenti, forme associative spontanee della società civile e sindacati, tutto è indispensabile per raggiungere l’obiettivo di spezzare solitudine e subalternità, e ricostituire la nervatura politica di una società non rassegnata.

L’intervista è in corso di pubblicazione in «http://www.sinistra21.it» 

Carlo Galli e la politica come potere meno potente

Intervista con Luigi Somma

Osservare la politica in medias res per coglierne le trasformazioni ancora in atto, arrischiandosi su un terreno franoso e instabile come quello della politica italiana.

È possibile ritrovare questo sforzo nel libro Democrazia senza popolo di Carlo Galli – docente di Dottrine politiche presso l’Università di Bologna e parlamentare – che verrà presentato oggi alle 19 presso l’Arco Catalano di Palazzo Pinto, nell’ambito di «Salerno letteratura». Il tema dell’incontro è Per la nobiltà della politica, con la conduzione di Gennaro Carillo.

Galli traccia nel suo libro la parabola politica del nostro Paese, a partire dalle elezioni del febbraio del 2013 – segnate dal tentativo fallito di Bersani di dar vita a un nuovo governo – fino al referendum costituzionale.

Galli, partiamo dal titolo del suo libro Democrazia senza popolo. Che cosa vuol dire?

In linea di principio, non credo sia possibile che una rappresentanza politica possa sopravvivere senza il proprio rappresentato. Non c’è mai l’assenza totale del rappresentato, ma c’è una progressiva diminuzione qualitativa e quantitativa dello stesso; nel senso che ormai va a votare solo una metà della popolazione, mentre l’altra metà resta a casa. Anche nell’ipotesi che il popolo si esprima, la sua volontà è completamente ininfluente. Il sistema istituzionale della democrazia continua a funzionare anche in Parlamento, anche se c’è sempre meno popolo, che è stato prima gravemente illuso e poi disilluso.

Come si collocano le forze populiste rispetto a questo status quo?

Le forze populiste sono forze che giocano la classica mossa intellettuale e politica del populismo, cioè dividono il mondo in un «noi» e un «loro». Per cui «noi» siamo i molti onesti, mentre «loro» sono i pochi disonesti. «Loro» sono tutti uguali e, anche quando evidenziano la loro diversità, in realtà stanno recitando. Gli unici a fare la differenza siamo «noi». Dopo aver acquisito in questo modo molti voti, questo movimento, che non è né di destra né di sinistra, da qualche parte va a cadere: oggi è molto probabile che vada a cadere sulla destra.

Lei scrive: «La politica è il potere meno potente». Che cosa c’è dietro questa affermazione?

La nostra non è una società liquida, ma rocciosa e quindi composta da tante differenze, disparità e contraddizioni, che sono tutte congelate, incapaci di produrre progresso nella loro pericolosa immobilità. L’ultima generazione dei politici di sinistra ha lasciato cadere l’ipotesi che la politica fosse onnipotente, mettendosi invece a rimorchio delle potenze economiche e facendo in modo che fossero queste ultime a segnare la via e ad assegnare alla politica il proprio ruolo. Ovvero, aiutare le forze economiche a fare piazza pulita delle architetture dello Stato sociale. Così le forze politiche di sinistra si sono assunte l’incarico di aiutare il mercato a fare piazza pulita dei diritti, poiché erano questi ultimi a impedire ad esso di affermarsi.

L’articolo è stato pubblicato in «la Città. Quotidiano di Salerno e provincia» il 24 giugno 2017

La sinistra deve ritrovare se stessa

Intervista con Francesco Postorino

Il titolo del suo ultimo libro recita: Democrazia senza popolo (Feltrinelli 2017). Com’è risaputo, anche la sinistra è senza popolo. Crede vi siano le condizioni per ricucirne il legame?

Si tratta in realtà di due questioni diverse. Fine della efficacia della rappresentanza politica (un tema vecchio di almeno centocinquanta anni) e fine dell’efficacia di una proposta politica (la sinistra come partito di massa che propone un profondo riequilibrio economico sociale e politico nelle società occidentali).

Le due questioni diventano una sola quando entrano in crisi i partiti, che davano energia politica ai parlamenti e al tempo stesso organizzavano bisogni e progetti di settori più o meno estesi delle società. La sinistra, oggi, non è più partito perché non è parte, perché non sa leggere e interpretare la parzialità della società e dei meccanismi economici che la determinano, perché è imbevuta dell’ideologia neoliberista (e ordoliberista) dell’unicità della società, dell’inesistenza di contraddizioni strategiche che l’attraversano e la strutturano. E quindi lascia il popolo, con le sue sofferenze, a imprenditori politici populisti.

Se l’espressione non la turba, perché ha deciso di «scendere in campo» nel febbraio del 2013?

Non sono «sceso in campo»! Sono stato candidato come intellettuale pubblico, vicino (allora) al Pd in un’ottica di superamento sia dell’esperienza di Berlusconi sia di quella di Monti, in nome di una nuova interpretazione socialdemocratica della mission del Pd; ma quel superamento si è subito rivelato impossibile sia per la sostanziale sconfitta elettorale del 2013 sia perché il Dna del Pd, largamente debitore della cultura politica ed economica del neoliberismo, ha prevalso, sia perché un abile imprenditore politico, Renzi, era disponibile a impadronirsi del partito accentuandone le caratteristiche leaderistiche e populistiche (in senso soft).

Non è semplice il ruolo dell’intellettuale nei Palazzi del potere. Pensa di aver saputo conciliare fin qui la calma del concetto con le passioni della contingenza, la dottrina del «professore» con l’esercizio pratico e sperimentale dell’attore politico?

Ha senza dubbio prevalso in me il tentativo di conservare una coerenza intellettuale, pur essendo più che consapevole della dimensione pratica della politica, che per essere efficace deve misurarsi con la realtà. Tuttavia, non può diventare, come ormai in larga parte è, pura tattica, cieca gestione dell’esistente, né essere solo lo strumento di personali ambizioni di potere.

Perché ha lasciato il Pd?

Non certo per opportunismo. Ma proprio perché si è progressivamente evidenziata, prima con Letta e poi con Renzi, la sua piena e irrimediabile vocazione a interpretare la politica secondo una cultura (in ogni caso, scarsa) e secondo analisi totalmente interne al punto di vista neoliberista, cioè secondo un asserito individualismo che è oggettivamente la consegna della società alle logiche del profitto e alle disuguaglianze più laceranti, pur ammantandosi dei panni del «partito della nazione». Il Pd, inoltre, si è fatto con Renzi esclusivo portatore di una politica di fatto plebiscitaria, cavalcando la insofferenza popolare verso i corpi intermedi, partiti e sindacati, e anche con qualche tratto antiparlamentare e anticulturale, come è emerso durante la terribile campagna referendaria – ma era già chiaro dal «jobs act» e della «buona scuola», a cui ho votato contro, come ho votato contro la legge elettorale e la riforma costituzionale.

I progressisti di oggi, a suo avviso, hanno le idee abbastanza chiare sui diritti civili e sono veri liberal, ma ciò «non è sufficiente a definire una posizione e un programma di sinistra». Che cosa servirebbe?

I diritti civili sono un pezzo fondamentale di una società libera, un prerequisito della democrazia, ed è giusto implementarli per quanto lo consentono i rapporti di forza politici e culturali. Infatti, il cleavage destra/sinistra − che continua a esistere ma che è celato dalla pseudo-contrapposizione tra forze del sistema e forze anti-sistema − si rivela in modo chiarissimo sui temi dei diritti (unioni civili, dichiarazioni anticipate di trattamento, omofobia, tortura, cittadinanza dei figli degli stranieri) o su temi come la legittima difesa. Ma esiste democrazia sostanziale, esiste libertà dal dominio reale che grava su tutta la società, solo quando sono fatti valere i diritti sociali e materiali che implicano una revisione radicale del rapporto di forza nel mercato del lavoro, che generano uguaglianza e sicurezza esistenziale sulla stabilità del posto di lavoro, sulla sanità, sul sistema pensionistico, sul sistema scolastico. Sono questi i temi che caratterizzano la sinistra, purché declinati in modo radicale, cioè non come generica vicinanza agli “ultimi” − concetto non di sinistra quanto piuttosto (splendidamente) evangelico − ma come analisi dei meccanismi che producono subalternità e disuguaglianza, e come intervento politico di rettificazione di quei meccanismi.

All’interno del variegato filone della sinistra culturale, lei vorrebbe ridisegnare in termini socialdemocratici il rapporto dialettico capitale-lavoro e si batte in favore di una sinistra potenzialmente «governativa», anche se legata in modo indissolubile all’ideale egualitario. La sua offerta politica quanto è in sintonia con quella formulata da Sanders negli Stati Uniti o da Corbyn nel Regno Unito?

Sotto il profilo culturale la mia posizione di sinistra è molto più complessa, e si nutre, oltre che della versione francofortese del pensiero dialettico, anche di alcune suggestioni indirette ma potenti del pensiero negativo che ho a lungo studiato. Sotto il profilo della pratica politica mi sono convinto che le posizioni estremistiche sono insufficienti e in fondo subalterne, e che sono molto più temute dall’establishment le posizioni coerenti e radicali di un riformismo antiliberista. E quindi mi sento vicino alle figure che lei menziona, particolarmente a quella di Sanders, pur dovendosi sottolineare l’enorme distanza sociale, istituzionale, economica che separa l’Italia dagli USA.

In un altro volume (Sinistra, Mondadori 2013) sostiene che l’ultimo stadio del «pensiero negativo» − quello coltivato nel secolo scorso dai seguaci di Nietzsche − è attraversato dalla lezione neoliberista. Potrebbe approfondire la sua tesi?

Direi che il neoliberismo − che altro non è se non marginalismo rivisitato − condivide, come molte altre espressioni culturali a cavallo dei secoli XIX e XX, la «crisi dei fondamenti» inaugurata dal pensiero di Nietzsche. In sintesi, il neoliberismo, in quanto ostile sia al costruttivismo razionalistico dello Stato sia al conflittualismo dialettico della classe, in quanto vede l’individuo come un imprenditore concorrenziale, in quanto esalta la volontà di vita, di successo, di profitto, che sarebbe in ciascun soggetto, in quanto è ostile alle regole e indifferente alla morale, in quanto sviluppa al contempo il calcolo utilitaristico razionale e il sentimento più immediato e spontaneo (il «capitalismo compassionevole») è, oltre che un sistema economico, anche una gigantesca narrazione mistificante, un ingannevole nietzschianesimo per il popolo, un patetico superomismo di massa. Ed è anche una gigantesca truffa politica: mai più di oggi il soggetto è stato subalterno e precario, mai la società più disperatamente povera e disuguale − altro che società liquida: qui si tratta di una società in rovina −.

La libertà anarchica dell’intrapresa, l’energia eccedente delle soggettività, si sono spente nella deflazione, nella stagnazione, nella disuguaglianza, nella mancanza di legami sociali, di fiducia intersoggettiva, di speranza nel futuro. Il sentimento è divenuto risentimento, e il calcolo si è rivelato sempre sbagliato (tranne che per pochissimi).

Scrive, inoltre, che destra e sinistra sono categorie vive, le quali affondano le radici nello spazio del moderno, dove da Hobbes in poi è centrale e dirimente il nesso ordine/disordine. La sua idea è che la sinistra prende atto del disordine della storia e intende correggerlo in chiave progressiva e razionalistica; le destre, al contrario, premiano per vocazione «l’inconsistenza ontologica della realtà» e dunque – aggiungo io − le ingiustizie sociali. Le chiedo: all’interno di questo schema dove andrebbe collocata la Third Way di Blair, Giddens e Renzi?

La «terza via» è la scelta di una sinistra che accetta sostanzialmente l’impianto economico e ideologico del neoliberismo, e che si illude di guidarlo politicamente verso esiti non distruttivi. Crede, infatti, nel merito individuale, nella società liquida, nella flessibilità del lavoro, nella deregulation, nella funzione centrale (di progresso e di sviluppo) del mercato. Ha per avversari lo Stato, le burocrazie (tranne, a volte, quelle sovranazionali), i sindacati, i partiti, la stessa dimensione pubblica in generale; alla sovranità (che può essere democratica) contrappone la governance (che è sempre opaca). Privilegia inoltre l’iniziativa privata, e nega la possibilità di una significativa politica economica a direzione statale.

La «terza via» crede che uno Stato leggero, essenzialmente anti-monopolistico e anti-sindacalistico, possa ovviare ai «danni collaterali» del neoliberismo, e che in ogni caso l’iniziativa storica sia passata tutta nel campo capitalistico, che diviene così un orizzonte insuperabile, un «pensiero unico».

È l’ideologia di una sinistra di governo che progetta riforme che diano spazio e libertà d’azione alla potenza del capitale, che si illude di poter assecondare senza danni e anzi con profitto per tutti. Concorrenza fra individui, dunque, all’interno di un’unità di fondo (la società del neoliberismo). È, insomma, una versione moderata e benintenzionata (a volte) della destra, in quanto punta più sul disordine (la concorrenza, non il conflitto) che sull’ordine, e in quanto rinuncia a vedere le profonde contraddizioni della società capitalistica, il cui riconoscimento analitico è la condizione per la progettazione teorica e pratica di una società ordinata (che vuol dire «giusta»). La sinistra, infatti, pensa l’unità e l’ordine come un obiettivo da raggiungere attraverso una lotta che prenda sul serio, e non mistifichi né «naturalizzi» le divisioni e le ingiustizie del presente.

L’intervista è stata pubblicata in «MicroMega», l’8 maggio 2017.

Per il 25 aprile

La Resistenza è stata la prima esperienza democratica della nostra vicenda nazionale. Non solo opera di élites illuminate come il Risorgimento, non solo esperienza di masse nazionalizzate come il fascismo, ma, appunto, propriamente democratica, cioè al tempo stesso popolare e progressista, di massa (anche se ovviamente i combattenti in senso stretto furono, com’è normale, una frazione dell’intero) ed emancipatoria. Una riserva d’energia politica da cui ha attinto la fase costituente della repubblica.

Dentro la Resistenza si sono intrecciate tre guerre: la guerra di liberazione nazionale contro il tedesco invasore, la guerra civile contro il fascismo, e la guerra sociale pre-rivoluzionaria. Quest’ultima non rientrava nella strategia ufficiale di nessuna forza politica, e si innescò, non ovunque, per una sorta di effetto di trascinamento dall’estremismo che aveva permeato sia pure minoritariamente alcune forze di sinistra fino dall’epoca pre-fascista; in ogni caso, le dirigenze politiche responsabili la neutralizzarono e ne deviarono l’impulso verso la costruzione istituzionale e sociale della democrazia repubblicana. Ciò che rischiava di gettare l’Italia in una nuova avventura fu trasformato in spinta propulsiva per un futuro comune.

Non era per nulla ovvio che le cose si sviluppassero così. In Grecia, ad esempio, negli stessi anni una guerra di liberazione si è trasformata in guerra civile e in guerra sociale, senza produrre alcuna evoluzione democratica, e anzi generando lutti e divisioni che hanno pesantemente condizionato, in negativo, l’evoluzione successiva di quella storia nazionale. Non era ovvio neppure che nel nostro Paese una gioventù educata di fatto dal fascismo si ribellasse attivamente alla catastrofe in cui la dittatura e la guerra l’avevano gettata; né che i ceti dirigenti antifascisti, perseguitati, imprigionati, esiliati, e mai messi alla prova (nei componenti più giovani) della politica reale, esibissero la maturità e la lungimiranza che hanno effettivamente dimostrato non solo nel sottrarsi all’abbraccio delle élites pre-fasciste, reduci da una sconfitta storica (quando non responsabili di essa), ma anche nel riuscire, pur nelle enormi differenze ideologiche che li separavano, a immaginare e a condividere un’idea di Italia in positivo. Un’Italia non più matrigna ostile per il suo popolo ma finalmente pensata come la casa accogliente e condivisa, capace di realizzare la coesistenza, anche aspramente dialettica, delle diverse proposte – allora in campo – di ricostruzione di una società arretrata, difficile, percorsa da contraddizioni; una società bisognosa di essere organizzata in un nuovo assetto politico, finalmente libero dall’oppressione e dall’oscurantismo, dalle dipendenze ancestrali della donna dall’uomo, del povero dal ricco, dell’ignorante dal colto, dei molti che chiedevano giustizia e progresso dai pochi privilegiati.

È stata la spinta propulsiva della Resistenza, il «vento del nord», a rendere possibile il salto di qualità della storia d’Italia che si è manifestato a ridosso del 1945; la spinta che ha dato all’Italia il coraggio e le ha fornito l’orientamento, che le ha permesso di essere non solo uno spazio di sofferenza e di miseria, un campo di rovine materiali e spirituali, ma anche di aprirsi alla speranza; che le ha dato la forza di ricominciare, di riprendere il cammino. Se il 25 luglio e l’8 settembre sono stati la morte del fascismo e della Patria, la Resistenza, quindi, è stata indubbiamente la sua rinascita; non una propagandistica «rottamazione» del passato, ma una vera discontinuità epocale, un nuovo inizio. Pur perdendo la guerra, insomma, l’Italia non ha perduto se stessa. Il popolo in armi, in ultima istanza, ha dimostrato di essere anche popolo fondatore di istituzioni, popolo libero – di uomini liberi e di donne libere – in grado di darsi liberamente le proprie leggi.

Se la Resistenza è stata una coraggiosa scommessa sul futuro, un investimento su noi stessi, un atto di fiducia degli italiani sull’Italia, i frutti si sono quindi visti ben presto, già nel 1946, con l’impianto della Repubblica, della Costituente e con l’uguaglianza politica di genere. Semmai, è stato con la divisione del campo democratico, dovuta alla guerra fredda, che la spinta emancipatoria della Resistenza è stata lasciata affievolire, che la vita politica del Paese si è allontanata dal progetto di democrazia piena e avanzata implicito nella Liberazione, che tante ingiustizie e discriminazioni si sono conservate troppo a lungo. Eppure, nonostante timidezze e rallentamenti, la Resistenza ha continuato a costituire la coscienza d’Italia, a darci la forma del nostro «dover essere». E quando ce ne siamo allontanati, o l’abbiamo dimenticata, ce ne siamo dovuti pentire. Così come è un autentica sciagura che oggi siano intervenute divisioni che ne hanno impedito la concorde celebrazione, nella malcelata soddisfazione di chi della Resistenza è sempre stato avversario.

 

L’articolo deriva da Resistenza fra rinascita e discontinuità, «Patria indipendente», numero speciale novembre 2017.

Carlo Galli, un professore in Parlamento: «La politica di oggi? Senza cultura e senza immaginazione»

Intervista con Alessandro Franzi

«La politica italiana manca di immaginazione. Si basa soprattutto sui tatticismi, sui piccoli calcoli: ci sono le vecchie volpi che la sanno sempre lunga e pensano di sapere che cosa sta succedendo nella società. Ma poi vengono prese in contropiede dalla realtà». Carlo Galli, 66 anni, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, autore di numerosi studi sulla filosofia del potere, è abituato per formazione personale a misurare le parole. Ma dal 2013 Galli non è più solo un professore. È anche deputato di una delle legislature più tormentate della storia repubblicana. Eletto come indipendente nel Pd, è passato nel novembre 2015 nel gruppo di Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia e Libertà. Ora, sempre come indipendente, è entrato nel gruppo del Movimento Democratici e Progressisti, nato dopo la scissione del Pd. Così, oltre a misurare le parole, Galli ha potuto misurare da vicino anche i fatti, spesso meno nobili delle idee. In un libro, ha raccontato questi quattro anni da outsider in Parlamento. È intitolato Democrazia senza popolo, edito da Feltrinelli. Racconta da vicino ascese e cadute dei protagonisti dell’attuale stagione politica, da Bersani a Renzi, da Berlusconi a Salvini, da Monti a Grillo. Una stagione veloce più che riflessiva, fatta di slogan più che di pensiero, di emozione più che di ragione: tutto il contrario di quelli che sono i consueti riferimenti della vita accademica di un professore. Ma la vera rivoluzione (o involuzione) in atto, per Galli è un’altra: la democrazia rappresentativa mantiene la sua facciata, ma è sempre più svuotata di significato, sempre più preda di personalismi e populismi. Ed è la mancanza di pensiero che ha reso cieca e impotente la classe politica di fronte al “massacro” sociale portato dalle politiche neoliberiste. «È come – dice Galli a Linkiesta.it – se a un certo punto avessimo deciso che le grandi questioni erano risolte e che, quindi, bastasse far andare avanti la baracca. Non era così». In Italia, la rottura è coincisa, dice Galli, con la parabola di Matteo Renzi. È la post-democrazia. O forse una “pseudo-democrazia”.

Professore, ci dica intanto una cosa: si è pentito di aver fatto questo ‘salto’ in politica, come lo definisce nel libro?

No, non mi sono pentito, proprio perché l’ho fatto come un salto, come un atto non definitivo. Direi come un’esperienza a livello personale e un servizio per il Paese, se si dice ancora così. Quando mi sono candidato, sapevo bene che il mio mestiere era un altro. Ma ho imparato molto. Si impara sempre.

Quindi meglio chiamarla ancora professore, non deputato…

Sì, nonostante tutto parlo ancora da professore. E me lo fanno sempre notare.

Leggendo il suo libro, salta subito all’occhio una constatazione amara. Sembra che per far politica oggi non serva aver studiato o studiare, anzi il solo pensarlo diventa un impedimento. Ho capito bene?

Premettiamo che di questa cosa non sono contento. Poi, sì, ci sono stati tempi, nemmeno tanto remoti, in cui la politica italiana pur rimanendo autonoma è stata praticata da persone che avevano alle spalle una struttura culturale mediamente solida, insieme a un orizzonte ideale. Queste cose oggi sono fuori moda, sorprendono.

E perché?

Perché nel tempo la politica è stata colonizzata da logiche di tipo economico-gestionali. È come se a un certo punto della nostra esistenza, ma non sappiamo bene quando, avessimo deciso che le grandi questioni erano risolte e che, quindi, bastasse far andare avanti la baracca. Negarlo, dava la patente di stupido o di passatista. Ma i risultati si vedono: selezionare un personale politico senza immaginazione porta all’impoverimento della politica. La mancanza di immaginazione non consente di riconoscere e affrontare i problemi. E i problemi diventano così esplosivi. È quello che sta accadendo.

Nel libro c’è un’altra constatazione: la politica, l’agire politico non esiste più, esistono i personalismi.

Guardi, stiamo vivendo la fine della globalizzazione, la fine dell’euro, la fine probabilmente dello stesso concetto di democrazia che abbiamo conosciuto finora. Ma di fronte a tutto ciò in Italia non c’è un disegno politico.

Ma è possibile che la politica, non solo in Italia, stia rinascendo dal basso, fuori dal palazzo? I voti di protesta o il successo di formazioni anti-sistema potrebbero indicare questo, no?

Certo, la politica non muore. La politica c’è sempre, come la forza di gravità. Il potere e la voglia di contro-potere restano un’esigenza comune dell’umanità. Muoiono invece certi assetti istituzionali, certe forme di rappresentanza, come i partiti. Restano in piedi le istituzioni rappresentative, ma vengono svuotate delle loro funzioni. Ecco la democrazia senza popolo.

Che cosa sta accadendo?

Le società occidentali sono state massacrate dai modelli economici neoliberisti. Anche se stanno conoscendo una ripresa, dopo la lunga crisi, ormai sono considerati modelli economici antisociali. La società se ne è accorta: da qui nascono il disagio e la protesta popolare.

 Perché la politica, quel Parlamento di cui fa parte da quattro anni, non se n’è invece accorta?

Non ci sono più appunto i partiti, che una volta rappresentavano la società e mandavano impulsi al sistema politico.

C’entrerà anche quella mancanza di cultura di cui parlavamo prima, suppongo.

Come le dicevo, non c’è immaginazione, quella cultura sufficiente a decifrare la società. La politica si sta basando soprattutto sui tatticismi: succede generalmente che ci siano le vecchie volpi che la sanno sempre lunga e pensano di sapere che cosa sta succedendo nella società. Infatti, poi, vengono prese in contropiede.

Chi è stato preso più in contropiede in questa legislatura?

Bersani. Perché aveva una proposta socialdemocratica ma il Paese andava nella direzione della protesta. Il presidente Napolitano aveva chiesto al Pd di appoggiare il Governo Monti nel 2011, e il Pd l’ha pagata cara. Altro che vittoria mancata, Grillo stava crescendo di mese in mese ben prima delle elezioni del 2013. Poi, dopo Bersani, c’è stato il grande equivoco Renzi. Il quale faceva, sì, delle politiche liberiste spinte, ma all’inizio piaceva a tanti, perché aveva promesso di cambiare tutto. Solo che in seguito la gente si è accorta che voleva cambiare tutto non per farla stare meglio, ma per far funzionare meglio la macchina neoliberista. Per questo, la gente ha mandato al diavolo Renzi.

Usando il No alla riforma costituzionale, al referendum del 4 dicembre?

Esattamente. Nella testa di Renzi, il combinato disposto fra riforma delle Costituzione e riforma della legge elettorale avrebbe dovuto porre il sigillo a un sistema con un primo ministro onnipotente, il culmine dell’indebolimento delle istituzioni rappresentative. Solo che gli italiani si sono vendicati contro di lui per le promesse mancate.

Ecco, Renzi. Però nel 2014 diventarono tutti o quasi renziani, e per tre anni il governo guidato dal segretario del Pd ha avuto una maggioranza in Parlamento. Come mai?

Bisogna partire dall’inizio della legislatura, lo racconto nel mio libro. Furono mesi di disorientamento totale, le piazze erano inferocite. Non si trovava un presidente della Repubblica, tanto che poi si è dovuto rieleggere Napolitano. E non si trovava un capo del Governo, tanto che poi Napolitano ha nominato Letta. Nessuno si occupava dei parlamentari comuni. In quei mesi non c’era un principio d’ordine, non c’era una linea. Per questo Napolitano, anche se con scelte che possono essere discutibili, è stato indispensabile per non far crollare il sistema.

Renzi arrivò alla fine di quell’anno…

Il governo Letta era stato debole e anche sfortunato. Direi anche che era assai poco avvertito come un governo di sinistra. Aggiungendo a questo la condanna di Berlusconi, a quel punto Renzi, se veniva percepito dai cittadini come un rottamatore, dai parlamentari veniva percepito come quello che metteva a posto la coscienza collettiva. Renzi poteva dare un senso alla legislatura, le dava una legittimità politica, una continuità. Per questo i tanti bersaniani, che erano la maggioranza dei parlamentari Pd, diventarono renziani. Non renziani duri e puri, certo, ma uniti da un matrimonio di interessi, di solito il tipo di matrimonio che dura più a lungo. Del resto, Renzi ha avuto anche una qualità in più di altri.

Quale?

La forza mediatica.

Questo è innegabile.

Attenzione, però: la sua e quella delle forze economiche neoliberiste che hanno scommesso su di lui, lo hanno sostenuto e gli hanno dato spazio. Così c’è stato un momento in cui tutta la politica era nella testa di Renzi. Che è abile e pragmatico, ma non ha un disegno complessivo. Non è Napoleone.

Tutto questo fino alla caduta, al referendum. Fine della parabola?

No, no. Caduto, ma con calma. Perché Renzi ha ancora il predominio all’interno del Pd, anche se ora l’opposizione si muove allo scoperto. I bersaniani se ne sono andati perché Renzi, anche se non era questo il suo disegno, sta perseguendo la strada del proporzionale, per potersi alleare dopo le elezioni e tenere un partito a sua somiglianza.

E lei in tutto questo dove si colloca?

Io sono uscito nel 2015. Adesso sono anche formalmente un indipendente: non sono con Sinistra Italiana di Fratoianni ma sto nel gruppo di Scotto, che si è fuso con quello di Bersani nel Movimento Democratici e Progressisti.

Tante anime, a sinistra. Ce la si farà a ricongiungerle?

È plausibile che Renzi venga rieletto segretario, almeno se avrà abbastanza voti per non dover dipendere dal voto dell’Assemblea.

In Assemblea rischierebbe?

Io, lì, non ci scommetterei più un soldo. Comunque, con un Pd guidato ancora da Renzi penso che sia piuttosto complicato che questo movimento demo-progressista possa tornare insieme. Il destino di Renzi è di allearsi, dopo le elezioni, con Berlusconi. A meno che Berlusconi non vinca, visto che al momento il centrodestra, se unificato, è teoricamente il primo partito italiano.

Fra i suoi libri, ce n’è uno del 2010 sull’intramontata attualità dell’asse destra-sinistra: oggi lo riscriverebbe?

Sì, perché quella divisione c’è, solo che è nascosta.

Ovvero?

Quello che si vede è l’alternativa fra establishment e anti-establishment. Ma la proposta anti-establishment può essere sia di destra sia di sinistra. Uno che negli Stati Uniti avrebbe votato per Sanders può aver votato anche per Trump, salvo poi scoprire che Trump non è esterno all’establishment.

E quando crede che torneranno a differenziarsi, destra e sinistra?

La vera differenza è la critica al neoliberismo. Questo, oggi, è il vero discrimine. Certo, tutto viene coperto da un velo di odio e di rancore calato di fronte agli occhi dei cittadini: oggi chiunque sia contro l’establishment va bene. Quindi, destra-sinistra nell’immediato non emergono. Ma torneranno a emergere. E ci sarà bisogno di una proposta di sinistra che faccia la differenza e dia una risposta a chi ha subito il massacro sociale.

L’intervista è stata pubblicata in «Linkiesta.it» il 4 marzo 2017.

Liquida, lacerata o solida? La società del neoliberismo in crisi

«Tutto ciò che è stabilito evapora». Nel Manifesto Marx aveva ben colto il potere mobilitante e la potenza dionisiaca del capitalismo, dandone un’entusiastica descrizione; e ne aveva individuato il carattere progressivo nella capacità di «lacerare senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali». Rottura delle comunità e delle istituzioni, individualismo e dinamismo sono caratteri essenziali della forma capitalistica di produzione, della sua «distruzione creatrice».

Costretto dalla crisi del keynesismo a «guadagnare tempo», il capitalismo non ha esitato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo a travolgere gli equilibri sociali e politici che aveva realizzato nei «Trenta gloriosi»: è stata la quarta rivoluzione del Novecento, neoliberista (dopo quella comunista, fascista, socialdemocratica). I cui effetti, o almeno alcuni dei quali, sono stati descritti da Zygmunt Bauman in un celebre libro, Modernità liquida, che apre il XXI secolo descrivendo la fine del legame sociale, delle istituzioni collettive, delle forme organizzative e di appartenenza in cui si erano conformate le società del secondo dopoguerra.

La società liquida è quella degli individui slegati, liberi da vincoli ma anche privati dei tradizionali punti di riferimento nello Stato, nei partiti, nei sindacati, nelle memorie di classe (a cui egli aveva dedicato un libro assai critico già nel 1982, riconducendole a espressione della retorica di alcune corporazioni attardate); una società amorfa, priva di forma come lo è l’acqua, in cui l’individualismo – il movimento anarchico di ogni molecola del liquido – è per così dire obbligatorio, dato il venir meno di ogni istituzione o corpo intermedio. Bauman vede che in questa condizione vanno perdute tutte le determinazioni universali della modernità – appunto lo Stato e i partiti –, in un’ultra modernità che è postmodernità, e sottolinea che questa «liquidità» è insostenibile, tanto che i singoli individui vi reagiscono cercando omologazione e omogeneizzazione in gruppi e in mode culturali o di consumo.

È stata, questa, un’analisi molto fortunata della fenomenologia del neoliberismo, l’analisi di un sociologo che ha assecondato la tendenza «nuovista» dei nostri tempi nella loro fase ascendente, e la correlata ritrascrizione delle loro coordinate politiche: se la società è liquida, se l’unica realtà sono i singoli individui e le loro temporanee aggregazioni, allora destra e sinistra perdono di significato e diventa centrale la contrapposizione vecchio/nuovo. Anche se non esplicita, c’è molta «terza via» in questa lettura della società (e non a caso Giddens è ringraziato già in Memorie di classe), ovvero c’è molta aderenza – o almeno non c’è una chiara presa di distanza – rispetto all’autonarrazione della nuova fase del capitalismo.

Quello che, invece, resta occultato è l’ordine dietro il disordine, il permanente dietro l’effimero, la struttura che sorregge questo apparente caos. Il modo di produzione capitalistico, insomma, da cui queste trasformazioni sono prodotte e a cui sono funzionali. La società liquida è infatti la società mobilitata dal capitalismo senza freni né argini, dal biocapitalismo che ha travolto i corpi sociali intermedi e afferra le vite intere, che nega ogni possibile alternativa, che taccia di follia o di passatismo ogni tentativo di dare alla società un ordine politico non coincidente con le compatibilità e con le esigenze del capitale. Certo, liquidità e omogeneità, individualismo e passività esistono; ma la potenza che opera dietro queste apparenze ha anche un’altra manifestazione, altrettanto e più determinante e strutturale: la disuguaglianza, il baratro della divisione sociale fra immensamente ricchi e masse che si impoveriscono. La struttura profonda della società è questa sua lacerazione, che emerge negli ultimi decenni da tutti gli indicatori in tutto l’Occidente – dall’indice di Gini alla curva dei salari e dei profitti, dalla tendenziale scomparsa dei ceti medi alla loro radicalizzazione politica – e che esplode con la crisi del neoliberismo; per comprendere la società di oggi più che sull’amorfa e liquida uguaglianza ci si deve concentrare sulla rocciosa e scoscesa disuguaglianza, sulle scogliere impervie e sui dirupi inaccessibili del dislivello economico, educativo e di potere, contro le quali si è infranta la nave dello Stato sociale.

È questa disuguaglianza invincibile, questa ingiustizia strutturale, dapprima occultata sotto la superficie della società liquida e ora emersa nel tempo della crisi interminabile, a generare a sua volta il cosiddetto populismo, la protesta anti-establishment – che vorrebbe essere anti-sistema, ma che per debolezza d’analisi riesce a essere solo anti-casta, e che tuttavia in varie forme scuote l’Occidente. In alcuni contesti, come l’Italia, il populismo si organizza prevalentemente come previsto da Laclau, cioè per catene di equivalenze intorno a un significante vuoto (una generica antipolitica, dentro la quale trova posto, ritrascritta, ogni altra motivazione concreta); ma in altri, come la Francia (ancora in forse) e gli Usa (dove ormai i giochi sono fatti), non è il vuoto ma il pieno, il solido, a contrastare – peraltro invano – le contraddizioni del sistema. Le motivazioni anti-casta, infatti, pur presenti, qui si sostanziano di richiami a valori forti, a comunità immaginarie, a pseudo-identità escludenti, a rabbiose ricerche del capro espiatorio – la pretesa di solidità, in politica, va sempre di pari passo con la polemicità –.

La politica della differenza viene insomma di fatto accettata: i subalterni, i perdenti, nella loro furia contro i potenti e i vincenti non riescono a fare altro che tentare di sopraffare altri segmenti deboli della società: la protesta popolare contro Wall Street intercettata da Trump (altra cosa sarebbe stata una vittoria di Sanders) ha prodotto in concreto un governo composto da militari (anche se questi sono forse, dopo tutto, i più prevedibili) e da esponenti di Goldman Sachs e del suprematismo bianco, nonché una bolla di euforia borsistica, insieme a un discorso pubblico xenofobo anti-ispanico, anti-mussulmano e «patriottico». La crisi della globalizzazione neoliberista lascia spazio a una forma di «capitalismo militarizzato», aggressivo e difensivo al contempo, gestito da élites parzialmente diverse dalle precedenti, e da culture politiche che non si sentono debitrici, neppure a parole, rispetto ai valori democratici. Una «solidità» che lascia intatta la struttura lacerata e disuguale della società proprio come faceva la «liquidità» della globalizzazione trionfante – e che anzi la peggiora –, e che come principio d’ordine sociale sostituisce l’ormai impraticabile omogeneità degli stili di vita con una presunta comunità dei valori e con l’individuazione dei loro nemici interni. La persistente subalternità dei molti è compensata non più dai consumi ma dall’offerta di una «identità» polemica.

La sconfitta storica della sinistra ha quindi lasciato sul campo due destre – quella cosmopolitica e quella nazionalistica – e un solo modello economico, nei suoi diversi cicli e nelle sue diverse posture politiche. L’esigenza di un’alternativa ragionevole – di una nuova costruzione sociale, conflittuale ma non lacerata, ordinata ma non solida, libera ma non liquida – è più che mai all’ordine del giorno.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria Indipendente», l’8 marzo 2017.

Fra «vintage» e «quarto polo»

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Aderisco al nuovo gruppo parlamentare della Camera («Articolo 1- Movimento dei Democratici e Progressisti», se questa è la denominazione definitiva), ma come «indipendente» perché non mi paiono ancora chiari i suoi contorni politici.

La componente che proviene dal gruppo SI-Sel non è disposta a sacrificare l’originario progetto di «quarto polo» alla interpretazione minoritaria e movimentista che ne ha dato il recente congresso di Rimini, al quale parecchi non hanno neppure partecipato. Quindi quella componente – peraltro maggioritaria – non è da definirsi tanto «scissionista» quanto interprete coerente del progetto originario di SI.

Ma poiché la componente ex-SI-Sel si fonde con i protagonisti della scissione consumata da alcuni bersaniani e dalemiani in uscita dal Pd, si pone senza dubbio la questione di decifrare i significati di questa alleanza, e l’orizzonte della nuova formazione parlamentare e del soggetto politico che ne seguirà.

Finora si è parlato molto del rapporto col governo Gentiloni, che soprattutto al Senato dovrà essere non osteggiato, perché non si realizzino i propositi avventuristici di Renzi. Nondimeno, questa è una questione tattica, che si rende urgente nell’immediato ma che non può certo esaurire l’essenza dell’operazione in corso. A livello strategico, invece, si sono sentite poche affermazioni, e non tutte rassicuranti. Fra le altre, che la nuova formazione non nasce contro il Pd ma contro Renzi; o ancora che non si deve neppure polemizzare contro quest’ultimo, perché è evidente che dopo le elezioni (o prima, secondo il sistema elettorale) ci si dovrà alleare con lui (dato quindi per vincitore del congresso); che il target elettorale di riferimento del nuovo soggetto sono quelle parti del «popolo della sinistra» che non votano più il Pd di Renzi (o per astensionismo, o per sofferto «grillismo»).

Se ci si limitasse a ciò, si starebbe dando vita a una «operazione nostalgia» dal profilo minimalista – e infatti sono minimi anche i risultati elettorali attesi, stando alle prime impressioni sondaggistiche –; a una sorta di «linea vintage» di quel medesimo progetto di cui il Pd è il «marchio giovani» (benché questi non lo votino, com’è noto); insomma, a un semplice riadattamento alla nuova realtà tripolare e proporzionalista di una forza come il Pd, che, nato come partito pigliatutto a vocazione maggioritaria, ora deve marciare diviso per poi colpire unito, per riaffermare sostanzialmente immutato il proprio progetto politico. Cioè la gestione «riformistica» della situazione presente e dei trend attuali, l’identificazione con l’establishment, il fronteggiamento dei «populismi».

Se fosse confermata questa impostazione – rifare i Ds, per poi essere una parte del «nuovo Ulivo», del «centro-sinistra col trattino» – saremmo di fronte a una debolezza ancora più grave di quella denunciata da coloro che nelle cause della scissione del Pd vedono solo interessi elettorali di qualcuno, o un elemento personalistico. Si tratterebbe, più che di una debolezza, di un’occasione mancata: quella proposta di scarso respiro sarebbe infatti punita elettoralmente in quanto per nulla rispondente alle attese e ai bisogni attuali del Paese. Che ha l’esigenza di vedersi offrire un’alternativa democratica e progressista – e non rabbiosamente populista e xenofoba – alle politiche praticate dalla linea Monti-Letta-Renzi che, con i loro esiti di impoverimento quasi generalizzato, di disuguaglianza, di umiliazione e precarizzazione del lavoro, hanno messo a repentaglio la tenuta del legame sociale e dello stesso orizzonte democratico della repubblica, favorendo la nascita di quelle forme di protesta che sbrigativamente si definiscono «populismi».

Ma ci sono state anche prese di posizione più rassicuranti: la nuova formazione, in quanto si richiama all’articolo 1 della Costituzione per l’idea che l’essenza politica del legame repubblicano è il lavoro, parte programmaticamente col piede giusto. Troppo si è detto che il mercato è il cuore della società, e troppa politica recente si è data da fare in questa direzione. E proprio per questo il nuovo centrosinistra ha bisogno di sviluppare molto di più che in passato il lato di sinistra (dato che la differenza fra destra e sinistra esiste ancora, purché la si voglia cercare), atrofizzato negli ultimi anni e mai irrobustito in precedenza; e deve accentuare il lato di sinistra – la lotta non solo congiunturale ma macro-economica alla disuguaglianza e alla svalorizzazione del lavoro – così marcatamente da poter fronteggiare con credibilità il disastro economico e sociale del centrosinistra vecchio, del Pd in profondissima crisi e orientato semmai in posizione difensiva verso i «nuovi barbari» populisti.

Insomma, il nuovo soggetto politico dovrà porre in essere una discontinuità tanto netta che nelle prime fasi della sua esistenza dovrà presentarsi come «quarto polo», come una forza sì riformista ma con segno politico ed economico assai diverso da quello che è stato attribuito al termine in tempi recenti; una forza che deve prima di tutto precisare la propria vocazione e la propria analisi della situazione, cosa che ha appena iniziato a fare, e che solo in un secondo momento deve porsi la questione delle alleanze (certo, che il segretario del Pd sia ancora Renzi, o invece un esponente della sinistra interna, non è indifferente); che insomma non deve nascere politicista ma politica. Che deve parlare agli italiani con un linguaggio radicale e concreto, libero e istituzionale, con un discorso di verità e di critica che prenda le distanze dal neoliberismo e dall’ordoliberismo – mettendo il lavoro al centro – senza cadere in quelle derive identitarie e reazionarie che rispetto alle forme dei poteri dominanti non sono per nulla alternative, costituendone piuttosto l’altra faccia (Trump ne è l’esempio più clamoroso, per ora).

Solo con questi intenti, tutt’altro che nostalgici, l’operazione in corso avrà il senso pionieristico e rivolto al futuro (cioè progressista) di un’apertura di un nuovo spazio politico: quello della Terza repubblica, che deve superare democraticamente gli errori politici economici e intellettuali della Seconda.

 

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