Che dire? Il solito commento all’abile discorso del Capo dello Stato – una serie di ammonimenti al governo e alle ideologie che lo supportano, confezionati all’interno di ineccepibili riferimenti a valori costituzionali –. La solita serie di profezie caute e dubitose – fino alle elezioni europee non cambia nulla; no, ci sarà presto la crisi di governo (questa è di Renzi) perché i pentastellati si sono accorti che stanno perdendo terreno a causa della spregiudicatezza della Lega (e non a caso entrambi i partiti di governo rilanciano le proprie proposte più demagogiche: legittima difesa e taglio degli emolumenti dei parlamentari) –. Il solito dibattito sull’immigrazione – per fortuna ci sono i sindaci, vero contropotere popolare, che con la loro disobbedienza civile mettono il governo all’angolo; ma per favore! è pura propaganda, e poi, proprio sull’immigrazione la sinistra deve qualificarsi? ha forse scambiato i migranti per il nuovo proletariato, spingendo così quello vero a votare a destra? –. Il solito arrampicarsi sugli specchi a proposito della manovra economica – è scritta col cuore, genera giustizia e sviluppo, siamo usciti bene dalla lotta contro Bruxelles (che Dio stramaledica l’Europa!); no, è scritta coi piedi, è sbagliata, ingiusta, priva di prospettive (e per fortuna che Bruxelles ha umiliato il governo, obbligandolo a riscriverla: evviva l’Europa e i mercati, e forza spread!) –.

In verità, la solita assenza di un decente dibattito politico e intellettuale, la solita incapacità di individuare un fulcro, di andare alla radice dei problemi, la solita pigrizia intellettuale della sinistra che si appaga di due parole (populismo, sovranismo) con cui spiegare la propria sconfitta. La solita generalizzata volontà di rimanere alla superficie, così che l’odio di tutti contro tutti, il rancore e il disprezzo universali, nascondano le cause strutturali del nostro disagio.  Da una parte i resti delle élites mainstream  non hanno altra risorsa che insultare i vincitori (sono razzisti, populisti e sovranisti, poveri, ignoranti e cattivi) – come se l’analisi di Gramsci sul fascismo si fosse ridotta a sostenere a gran voce che Mussolini era un prepotente semi-analfabeta, e per di più fascista –; dall’altra le nuove élites(si fa per dire) insultano  i perdenti perché sono ricchi e colti (sarà poi vero?), utilizzando epiteti come “professoroni di sinistra” (questa l’avevo già sentita in bocca a Renzi) e travolgendo nella loro rabbia insopportabili manierismi, autentiche ingiustizie e caposaldi della democrazia.

Ma ci saranno pure delle origini materiali del disorientamento,  della impotenza, della delusione, della infelicità, della esasperazione individuali e  di massa –. O forse gli italiani si sono incattiviti perché hanno letto i libri sbagliati (Evola e non Rawls), o per una misteriosa epidemia di insofferenza verso l’Altro? L’insicurezza (sotto tutti i profili: dalla disoccupazione alla micro-criminalità) e le disuguaglianze (di ogni tipo) generate nel presente dalle contraddizioni del paradigma economico-politico,  insieme al sospetto che nel futuro siano insuperabili, che siano un destino, non bastano a spiegare la sfiducia nella democrazia? Non bastano a mettere in dubbio la capacità propulsiva del neoliberismo e le virtù salvifiche dell’Europa ordoliberista?

Se la politica nel 2019 – a sinistra, perché la destra nel caos si muove benissimo, dato che ha come obiettivo di cambiare tutto perché nulla cambi – proverà a mettere un po’ d’ordine nella propria esistenza, se prenderà la forma dei movimenti civici prima che anche in Italia si affermi una protesta incontrollabile come avviene in Francia, se uscirà dai sermoni e dalle invettive per elaborare un’idea praticabile e comunicabile del presente e del futuro, un’idea (non zuccherosa) di società, d’Italia e  d’Europa, se inizierà a coniugare passione e analisi, critica (di se stessa, e al contempo del mondo che fino a ieri ha governato) e progetto, questo che inizia sarà un buon anno. Altrimenti, qualunque cosa succeda,  sarà la ripetizione, in peggio, di quello passato: del degrado, dell’impotenza, della vuota recriminazione.

 

L’articolo è stato pubblicato con il titolo Che dire? E che fare?,  in «La parola», gennaio 2019

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