Fiumi di inchiostro sono stati scritti, giustamente, su Carlo e Nello Rosselli, sul loro assassinio, sul loro contributo al pensiero e alla pratica politica. Da appassionato non specialista desidero proporre in questa sede alcune riflessioni, non di circostanza, sul significato che la loro vicenda può rivestire per noi, oggi. E, data la mia professione prevalente, quella di storico delle dottrine politiche, prenderò spunto dal libro di Carlo, Socialismo liberale.

Il suo primo significato è morale ed emotivo. Ovvero, è un libro emozionante, commovente. Questa vera icona della democrazia, pubblicato in Francia nel 1930, è stato scritto fra il 1928 e il 1929 al confino a Lipari, dove l’autore si trovava per aver fatto fuggire dall’Italia, nel 1926, Filippo Turati, con l’aiuto, tra gli altri, di Olivetti, Pertini e Parri. E poco prima di fuggire egli stesso dal nostro Paese, divenuto un’unica grande prigione per gli spiriti liberi. Sullo sfondo, tre morti: Matteotti, Amendola, Gobetti. Siamo, evidentemente, nella leggenda dell’Italia democratica, nel novecentesco mazzinianesimo più intrepido, in piena continuità ideale con quello ottocentesco. Nasce qui il legame diretto fra Resistenza e Risorgimento.

E siamo così al primo grande insegnamento. La politica è attività pratica di libertà, affermazione di indipendenza e di intransigenza, capacità di resistenza all’oppressione e al conformismo. È slancio e rischio. La potenza dell’organizzazione, le ragioni della compattezza e dell’obbedienza, il rifiuto dei narcisismi individualistici, sono, certamente, condizioni importanti della lotta politica, enfatizzate soprattutto nella storia del partito comunista. Ma il coraggio morale individuale, la libertà di pensiero e di azione, non possono non essere alla radice dell’impegno civile e politico, in ogni tempo. Il saper dire di No, a proprio rischio, deve venire prima del saper dire di Si.

Il secondo significato è storico-intellettuale. Socialismo liberale indica come programma politico: «il socialismo deve farsi liberale e il liberalismo sostanziarsi di lotta proletaria». Con questa frase, scritta in un momento in cui in Italia e in Europa la linea politica egemonica non era né socialista né liberale, nonostante ci fosse spazio ancora per i Fronti popolari in Spagna e in Francia, scritta cioè quando le borghesie non erano più liberali, e i socialismi erano sulla difensiva, rispetto ai fascismi e anche rispetto ai comunismi di obbedienza moscovita, Carlo dissociava il liberalismo dai borghesi – salvo gli elogi per gli imprenditori e i grandi capitani d’industria, una piccola frazione della borghesia – e ne faceva una energia metapolitica, uno spirito di libertà e di umana liberazione, un metodo di rinuncia alla violenza in nome della ragione, di affermazione dell’autodeterminazione contro la coercizione, che intestava ormai non più ai borghesi, asserragliati nella ridotta di uno Stato capitalistico difeso dai fascisti contro i proletari, ma alle forze attive e rivoluzionarie, ai poveri e agli oppressi: ai soggetti che avevano animato il socialismo. A questo erede del liberalismo, del quale doveva essere degno, Carlo chiedeva molto: la rinuncia al catastrofismo di Marx e alla sua filosofia deterministica della storia – così il marxismo era allora prevalentemente interpretato -, il superamento sia dei residui utopistici, mitici e messianici presenti nell’ideologia sia delle riserve sulla democrazia liberale che avevano dato una patina di legittimità al fascismo; chiedeva poi che il socialismo si ponesse come obiettivo non la socializzazione ma la democratizzazione delle fabbriche, non l’accentramento ma l’autogestione, e rinunciasse anche al cinico realismo che crede di essere machiavellico, di saper calcolare i rapporti di potere, ma è invece solo la passiva adorazione dei fatti compiuti (dagli altri).

In questa ricerca dell’azione, nello spirito del liberalismo e nella pratica del socialismo, in questo affermare la libertà come emancipazione attiva delle masse e come svolgimento libero della personalità, in questo fare del socialismo, in quanto aderente al metodo liberale, lo sviluppo logico della libertà moderna, Carlo dimostra la propria fede nelle potenzialità della modernità, nel pieno dispiegamento in positivo delle sue risorse, che la coinvolge tutta: la Riforma, l’illuminismo, la scienza, lo sviluppo economico, la rivoluzione francese, e, ma solo in parte, quella russa. Una fede che tuttavia non è superstizioso automatismo, né progressismo positivistico: egli declina la sua idea di libertà, in ciò seguendo Gobetti, non come scetticismo ma come relativismo, cioè come un ideale che necessita, per realizzarsi, del libero arbitrio umano. Da lettore di Sorel – oltre che di Croce dal quale assume con ogni evidenza l’idea metapolitica di liberalismo -, egli sa che il socialismo liberale, erede dello spirito critico moderno, non dogmatico né fideistico, «sarà, ma potrebbe anche non essere». E lo affida quindi alla volontà, all’impegno, e non alla necessità dello sviluppo storico. In inconsapevole e autonomo parallelismo con Gramsci, quindi, anche Carlo, pur nell’avversa fortuna, non rinuncia alla politica, alla prassi, all’azione. Per quanto meno strutturato teoreticamente del grande filosofo marxista, per quanto portato a supplire con la generosità alle difficoltà di coniugare liberalismo e socialismo come dottrine, Carlo tratteggia nel suo libro un progetto ambizioso ma non utopico, un incontro fra culture politiche diverse che avverrà quindici anni dopo, quando democratici, socialisti e comunisti sapranno dialogare e collaborare nello scrivere insieme ai cattolici, dopo una guerra di liberazione combattuta fianco a fianco, la Costituzione della repubblica. Nella quale molte delle suggestioni di Socialismo liberale troveranno solenne e duratura affermazione, a testimonianza del carattere profetico, nobilmente inattuale ma per nulla velleitario, del libro, in cui non sono state disegnate chimere ma delineate possibilità che sono divenute principi fondamentali della Costituzione – si pensi all’articolo tre, che affida allo Stato sociale democratico la realizzazione di un programma emancipativo di massa, i cui contenuti non sono certo lontani dal socialismo liberale di Carlo -. Insomma, il senso del libro non sta solo in un’esortazione morale al coraggio, ma anche in un’analisi ben centrata delle forze in campo, delle questioni aperte. Che Carlo individua, giustamente, nel problema di portare le masse all’interno delle istituzioni e della società, in superamento del liberalismo ottocentesco e del socialismo marxista, e in opposizione rispetto al fascismo, che stava organizzando il popolo per vie illiberali e antidemocratiche.

Il terzo significato, infine, è squisitamente politico e d’attualità. Sia chiaro: enormi sono le differenze fattuali tra la situazione del tempo in cui il libro fu scritto e quella che sperimentiamo oggi. Fascismo e comunismo, socialismo e liberalismo (nell’accezione rosselliana), da tempo non esistono più. Soggettività borghesi e masse proletarie, nemmeno (ricchi e poveri, invece, sì). Oggi il problema politico non è certo moderare l’estremismo socialista e sconfiggere il fascismo, ma semmai fronteggiare quel nuovo determinismo, quella nuova filosofia della storia, che è la narrazione neoliberista, che inneggia alla presunta necessità del «There is no alternative», e riuscire a misurarsi con le potenze economiche, politiche e culturali che hanno scardinato il socialismo liberale, la liberaldemocrazia ovvero la socialdemocrazia, e che mettono a rischio la democrazia stessa.

È qui che Socialismo liberale torna d’attualità. Nell’insegnare la ribellione contro il conformismo, la resistenza contro lo «spirito del tempo» se questo è illiberale o inumano, nel ribadire inflessibilmente l’origine democratica e la destinazione umanistica del potere, nel porre come obiettivo della politica la pienezza civile, morale, economica e sociale di tutti, e non le compatibilità del mercato. La libertà, la giustizia, l’uguaglianza, quindi, non come vuoti slogan, refrain da imbonitori, merce abusata sul mercato della comunicazione pubblica, ma brucianti ideali per i quali vale la pena vivere. Anche se oggi, almeno finora, non è più necessario morire.

Un’attualità tuttavia non declamatoria, ma sostanziata d’esperienza reale, di passione e di concretezza; un’attualità di metodo, di ispirazione, che sconta una discontinuità di contenuti, di circostanze, di contesti: la decifrazione e l’individuazione di problemi e di strategie politiche sono ovviamente a carico nostro, nostra responsabilità e nostro dovere. Oggi, insomma, l’obiettivo è certamente resistere, non cedere allo scoramento, affermare che la democrazia non è accontentarsi delle briciole del pranzo dei potenti (secondo l’ideologia neoliberista del trickle down) ma la libertà materiale e morale di tutti e di ciascuno. E cercare di capire come il capitalismo possa nuovamente convivere con la democrazia, o se invece la possibilità di questa convivenza, un tempo perseguita dalla politica, sia ormai fuori dal novero delle realistiche eventualità. E trarre le conseguenze.

Nella politica come dovere appassionato e come impegno pratico di liberazione individuale e collettiva, quindi, vedo oggi il significato più vero e più vitale di quella concretezza priva di cinismo, di quel coraggio civile, di quello slancio verso l’affermazione della dignità dei cittadini, di quell’immaginazione ardita e realistica, che vibrano in Socialismo liberale e che hanno trovato in Carlo Rosselli un testimone e – etimologicamente e drammaticamente – un martire.

 

Intervento tenuto il 17 ottobre 2017 a Roma, presso la Biblioteca del Senato della Repubblica «Giovanni Spadolini», in occasione del convegno «L’attualità dei Rosselli», organizzato dalla Fondazione Circolo Rosselli. Il testo è stato pubblicato in «Quaderni del Circolo Rosselli», 2/2018, pp. 55-58.

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