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Stretta fra il Partito della Nazione (il Pd di Renzi, e le sue recenti annessioni di ex-berlusconiani) e il Movimento della Nazione (il M5S, ambiguamente estraneo alla dicotomia destra/sinistra), orfana della destra – federata a suo tempo dal Cavaliere ma ora divisa fra moderati ed estremisti –, l’Italia ha bisogno di Sinistra. Di un quarto polo che sparigli il sistema politico, che ora si divide tra forze del sistema (il Pd e vari pezzi della destra) e forze antisistema (M5S e Lega), restituisca alla politica la sua complessità, e faccia ri-emergere la dicotomia destra/sinistra, oggi oscurata ma non scomparsa.

Per realizzare questo obiettivo strategico il partito nuovo della sinistra deve farsi carico di alcuni compiti. Il primo dei quali è ripoliticizzare la società, ovvero dare orientamento, direzione, coerenza, al malessere – all’apatia, alla ribellione, alla disaffezione, alla paura, alla sfiducia – che la attraversa, alimentato dalla crisi strutturale del neoliberismo e dell’ordoliberalismo che all’euro è sotteso: una crisi che produce scarsità di lavoro, disoccupazione, povertà, disuguaglianza, e accorciamento delle aspettative di vita. Finora questo malessere si è espresso secondo le coordinate del neoliberismo imperante: come insoddisfazione individuale rivolta contro i politici in quanto personalmente corrotti, con l’implicita accettazione dell’attuale assetto dell’economia in quanto «naturale». Una ribellione passiva, quindi; che si manifesta o con l’astensione elettorale o con il voto a un movimento antisistema o ancora con la protesta estremistica di destra – alimentata dall’emergenza migranti che si somma con l’emergenza sociale –. Una ribellione che deve diventare attiva.

Il secondo compito è democratizzare la democrazia, che va sottratta alla trasformazione da democrazia parlamentare – prevista dalla Costituzione vigente – in democrazia d’investitura, o in democrazia plebiscitaria, quale è disegnata dalla riforma renziana. Da democrazia dei partiti, cioè della partecipazione e della mediazione, in democrazia del Capo e del suo rapporto immediato (in realtà, attraverso i media, di cui è l’assoluto padrone) con le masse passive. Una deriva che è da bloccare con fermezza e inventività.

Questi compiti devono certo acquistare sostanza attraverso «politiche» – su salute, scuola, lavoro, pensioni, sicurezza – ma hanno a che fare con la riattivazione della «politica» stessa, e con la sua forma tradizionale: il partito. Grazie al quale l’insoddisfazione diffusa possa diventare mobilitazione, orientata da analisi non mainstream, e organizzazione efficace che aggreghi lotte, destini, speranze. Un partito che abbia un’identità ma che non sia di testimonianza, che rifugga da reducismi e da velleitarismi, che sia radicale senza essere estremista; che si candidi a intercettare i voti degli elettori di sinistra delusi dal Pd e di chi vuole protestare contro l’attuale assetto della società e dell’economia, ma non si fida dei «cinquestelle». Un partito non «della nazione» ma che esprima un «punto di vista», un interesse collettivo determinato.

Naturalmente, il processo costituente di questo partito incontra ostacoli. Il primo è la legge elettorale, congegnata come scontro (al ballottaggio, praticamente inevitabile) fra due partiti: una versione rozza e semplificata della politica, che penalizza chi si presenta come forza critica, probabilmente minoritaria e quindi potenzialmente ricattabile sul tema del «voto utile». Il secondo è la resistenza di piccoli soggetti identitari a entrare in un processo di aggregazione più vasta; personalismi, settarismi, rancori, gelosie, dogmatismi ideologici, fanno parte della storia della sinistra, e continuano a pesare e a dividere. Il terzo ostacolo è ancora più grave, ed è costituito dalla sfiducia dell’elettorato verso la politica in generale e verso la sinistra in particolare. Una sfiducia determinata dalla lunga stagione in cui la sinistra ha avallato ogni idea neoliberista, ogni trasformazione politica, sociale ed economica orientata a principi, valori e interessi ostili o estranei alla dimensione pubblica, al welfare e alla stessa democrazia parlamentare, finendo per negare se stessa (appunto, la parabola del Pd); e determinata anche dalla «inattualità» della sinistra, dalla sua nobile pretesa di coniugare teoria e prassi, analisi e intervento politico; una pretesa controcorrente rispetto alla politica spettacolo, alla politica-spot, al populismo e al decisionismo, davanti a cui la sinistra rischia di apparire non solo inaffidabile e improduttiva ma anche obsoleta, incapace di comunicare se stessa agli uomini e alle donne di oggi. Si aggiunga a ciò – quarto ostacolo – la difficoltà che il nuovo soggetto incontra a rendersi visibile nel sistema dei media, e ad avanzare poche proposte forti che «buchino» gli schermi.

La consapevolezza di questi ostacoli è presente nella fase costituente del partito, che prevede sia momenti organizzativi classici (il tesseramento, le assemblee regionali, il congresso fondativo) sia nuove forme di collaborazione e di partecipazione (la piattaforma elettronica). Ed emerge come tensione non solo a proposito delle alleanze col Pd (al momento impossibili a livello politico ma divisive a livello amministrativo) ma anche della qualità e della fisionomia del partito nuovo, se debba essere più vicino a movimenti come Podemos o Syriza (già questi diversi tra di loro) o a forze strutturate come la Linke. Se il linguaggio della sinistra e la stessa parola «Sinistra» siano adeguati al momento storico, o se debbano essere aggiornati o del tutto re-inventati (e come).

A queste tensioni si darà certo una soluzione di compromesso – soprattutto se la sinistra troverà quel leader che ora le manca (altro ostacolo non da poco) –. Ne va della credibilità del nuovo soggetto, della sua capacità di parlare alla sua platea elettorale, potenzialmente vasta e certamente plurale. Per essere vivo e vitale, infatti, una forza politica non può fondare la propria esistenza solo sul bisogno «oggettivo» che di essa si manifesta nella società: deve sapere anche essere «soggetto», incontrare attivamente la storia presente e progettare credibilmente quella futura. Di élites senza popolo, di generali senza esercito, di partigiani senza consenso, non sappiamo più che fare.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 19, 7 maggio 2016.

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