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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Carlo Galli

La grande paralisi

L’Italia è il Paese al mondo con il più alto numero di decessi da Covid in rapporto alla popolazione; l’Italia è il Paese al mondo che si attende la più alta contrazione del Pil a causa del Covid; forse gli Usa ci uguagliano o ci superano per confusione istituzionale nel combattere il Covid, ma almeno quelli sono una federazione mentre l’Italia no: ha solo le Regioni, che litigano fra di loro e con Roma su tutto, a partire dalla DAD. 

Saputo che Olanda ed Estonia sono entrate in una crisi di governo a causa delle dimissioni dei loro primi ministri – entrambi di centro-destra –, anche l’Italia sta provando a fare lo stesso, per rimanere nella pattuglia di testa dei Paesi più dissestati. L’artefice di questo tentativo è Matteo Renzi, che, a coronamento di una carriera ricca di soddisfazioni, ha pensato di sradicare Conte dalla poltrona di Presidente del Consiglio, e di sostituirsi a lui (direttamente o per interposta persona) come trait d’union fra Pd e M5S, come perno della governabilità.

La vicenda è in corso di evoluzione e al momento non si sa come finirà.  Le perplessità di alcuni renziani a rischio disoccupazione (o immediata, o dopo un periodo di opposizione) hanno fatto tramontare (forse) l’ipotesi di una crisi vera al buio, e anche di una crisi pilotata che implichi una sostituzione di Iv con Mastella-Maie-responsabili-costruttori (il Conte Tre); e hanno anche reso improbabile che dalla crisi emerga un altro Presidente del Consiglio, come Renzi sperava. Così, tutto quanto potrebbe perfino finire nel nulla, con un “abbiamo scherzato” e con il buon vecchio rimpasto, cioè con la sostituzione di qualche ministro non particolarmente brillante con qualcuno di più accreditato, e con una scissione del già scissionista partito renziano. Oppure il Conte Due potrebbe restare in carica come governo di minoranza, salvato al Senato dall’uscita dall’Aula di qualche volenteroso (ipotesi che esonererebbe Conte dal dare le temute dimissioni).      In attesa di conoscere quale sarà il giudizio del mondo su di noi dopo questo film dell’orrore (farsa o tragedia che lo si giudichi), e soprattutto di sapere da chi saremo governati, vaccinati e rivitalizzati economicamente, alcune considerazioni… Read more

 

L’articolo è stato pubblicato in «La Fionda», il 18 gennaio 2021

Il lavoro nelle tradizioni politiche moderne: bilancio e prospettive

 

Non si può parlare di lavoro, in chiave storica e teorica, senza confrontarsi con le principali categorie del discorso filosofico-politico: soggetto, proprietà, Stato, società, pubblico/privato, libertà/alienazione, disciplinamento; insomma con la nozione di politica moderna in generale.  Infatti, il lavoro interseca le quattro grandi invenzioni della modernità: lo Stato, il mercato, il partito e la tecnoscienza.

Il mondo antico conosce il lavoro, naturalmente, ma nella teorizzazione classica il lavoro ha scarso rilievo. Certamente, in Platone (Repubblica 369b-374d) e in Aristotele (Politica 1252b) c’è l’idea che la città è prima di tutto cooperazione, un operare comune, e che questo cooperare grava sulla città, la fonda e la determina; ma c’è, altrettanto chiaramente, l’idea che ciò che è importante – l’attività di governo, o l’attività della filosofia, variamente intrecciate o addirittura coincidenti –, non è il lavoro. La politica ha a che fare con la libertà, la filosofia, la scienza, la guerra e la gloria, mentre il lavoro appartiene al regno della necessità. Del resto,  mai i Greci hanno sentito il bisogno di pensare una divinità del lavoro: i Titani lavorano perché sconfitti; Afrodite è la dea della universale fecondità, della riproduzione ma non della produzione,  e il suo infelice marito, Efesto, benché lavori è il dio del fuoco; Demetra è la dea delle messi, non la dea dei contadini; Ermes è il dio della comunicazione, del commercio e anche del furto; ma il dio del lavoro si cercherebbe invano: il lavoro non è cosa da dei. 

Una delle poche voci importanti del mondo greco in cui il lavoro diventa una realtà politica è l’Epitaphios Logos, il  discorso di Pericle che commemora i caduti ateniesi del primo anno (431/430 a.C.) della guerra del Peloponneso, riportato, probabilmente con fedeltà, da Tucidide nel II libro della Guerra del Peloponneso. In quel discorso, che contiene una delle pochissime teorizzazioni greche della democrazia, Pericle, senza abbandonare l’ideale classico dell’eccellenza – che nella tradizione aristocratica è possibile esclusivamente a colui che sia libero dalla fatica e dalla necessità, cioè appunto l’aristocratico –, afferma che solo gli ateniesi sono capaci di realizzare l’autogoverno e di raggiungere l’obiettivo dell’eccellenza, cioè del governo di se stessi su se stessi, in quanto lavorano, non in quanto sono liberi dal lavoro (con lavoro, qui, si intendono i mestieri, il commercio, l’artigianato). Si tratta, evidentemente, di un’affermazione provocatoria; è il grido di guerra di Pericle contro l’ideologia degli aristocratici. In ogni caso, la cittadinanza, anche in Pericle, non deriva dal lavoro. La cittadinanza, l’essere parte di questa comunità che si autogoverna, deriva dall’autoctonia. Quello che Pericle sembra voler dire è: «Lavoriamo e siamo anche capaci di autogovernarci. Siamo capaci di contemperare la  necessità, il lavoro, con la libertà, la politica». Non si dice «attraverso il lavoro siamo liberi», come dirà invece la modernità.

Nella tradizione ebraica e poi cristiana, il lavoro è punizione del peccato, come è chiaro nella maledizione divina lanciata su  Adamo e Eva, cacciati dall’Eden. E la società trinitaria indoeuropea, le cui tracce sono presenti nella tripartizione medievale tra oratoresbellatoreslaboratores, colloca il lavoro al livello più basso della gerarchia sociale: necessario, naturalmente, e anch’esso voluto da Dio come parte dell’ordine dell’essere, ma destinato a essere santificato (legittimato) e governato dal di fuori, da chi non lavora. 

Con l’età moderna cambia tutto. La lettura estremistica, violentemente anti-umanistica, del testo biblico,  operata da Lutero, diventa il veicolo attraverso il quale si afferma l’indipendenza soggettiva dei ceti che hanno interesse ad allentare o rompere i legami e le gerarchie tradizionali, a rovesciare le concrete relazioni di potere per cui chi lavora è subordinato a chi fa la guerra e a chi prega. Quella che nasce da Lutero è una lettura dell’essere cristiani che perfino contro le intenzioni del riformatore risulta a forte caratura soggettiva; il risultato è stato colto da Weber, il quale ha visto che  la soggettività moderna si afferma attraverso una radicalizzazione e una soggettivizzazione del cristianesimo. Lungi dall’essere soltanto punizione, il lavoro è infatti anche la via attraverso la quale il soggetto costruisce se stesso: la soggettività si tempra e si misura in questo mondo attraverso l’«ascesi intramondana». Il «soggetto-che-lavora»diventa per la prima volta il fondamento, il cuore, il cardine della politica; perché «politica» c’è sempre, ma «politica fondata sul soggetto» è davvero una invenzione moderna. Solo in quanto lavora il soggetto fonda la politica. Questa è la cifra fondamentale della modernità: il lavoro passa da essere pura oggettività a essere costitutivo della soggettività e della pubblicità (della politica). Il lavoro è insomma l’attività attraverso la quale si costituisce il soggetto, e – al tempo stesso – quel soggetto che si è costituito in quel modo costruisce la politica. Nessun Antico avrebbe potuto dire che l’elemento fondativo della vita comune è il lavoro, ed è il soggetto: prima dell’età moderna si pensava agli individui ma non ai soggetti; esisteva  il lavoro, ma non era il fondamento della soggettività né il fine della città.

All’interno di questo paradigma generale – soggettivizzazione del lavoro e «laburizzazione» del soggetto, e al tempo stesso apertura di questo soggetto alla dimensione politica – l’età moderna presenta significative differenziazioni. Il lavoro può avere come proprio centro il soggetto, oppure essere la naturale forma di auto-sostentamento della forma politica nella sua totalità, oppure ancora può avere una caratteristica di insuperabile parzialità. 

Il paradigma di Hobbes è però un po’ differente:  in Hobbes c’è l’idea che la politica è necessaria perché sia possibile il lavoro produttivo, e la proprietà. Prima della politica, infatti, non c’è propriamente il lavoro: c’è il prendere, non c’è il produrre in forma sistematica, non c’è neppure il dividere – per usare tre categorie schmittiane –; e il prendere significa che ciascuno prende ciò che l’altro ha preso, mentre il produrre, il dividere e il consumare (e anche la proprietà) sono possibili soltanto dopo la politica. La politica nasce quindi dall’incertezza del lavoro, dall’esigenza di lavoro, dal desiderio di lavoro. Il lavoro è come incertezza una precondizione della politica, mentre come presenza ne è il contenuto finale, ma non è costitutivo della politica: perché ci sia politica ci deve essere il patto, il cui primo contenuto e fine è la vita singola. Non c’è mai stata una riduzione degli obiettivi della politica così radicale: la politica non serve alla gloria, né a fare la guerra, ma solo a rendere possibile la tutela della vita e il godimento dei «frutti dell’industria» (Leviatano). 

John Locke (Secondo Trattato sul governo) instaura un’importante variazione rispetto a Hobbes. Anche in lui c’è il patto; anzi, ce ne sono due, quello di unione che fonda la società politica, e quello che dalla società politica dà vita al governo, il «trust», e tuttavia la differenza decisiva rispetto alla costruzione hobbesiana sta nel fatto che mentre Hobbes prospetta una figura disincarnata della politica – la «carne», cioè il lavoro, viene dopo (prima, semmai, c’è solo la nuda vita) –, per Locke invece la «carne» comincia da prima, dalla natura, e permane e persiste attraverso il patto: la politica serve non a renderla possibile ma a rafforzarla, a darle misura ed equilibrio. Questa «carne» è la proprietà come diritto naturale, e la proprietà a sua volta ha come «titolo radicale» il lavoro, che avviene proficuamente già nello stato di natura: dapprima nella forma dell’occupazione e della lavorazione della terra; ma appena la civiltà progredisce si può essere proprietari non solo di ciò che si è coltivato direttamente, ma di ciò che si può guadagnare lecitamente attraverso il lavoro nelle sue forme più astratte e generali, e attraverso l’uso del denaro. C’è qui l’idea dell’individuo proprietario di se stesso – che vuol dire la fine dell’autorità, delle gerarchie ecclesiastiche, del dominio aristocratico: ciascuno è proprietario di sé; ovvero, ciascuno (maschio bianco) è titolare dei  diritti naturali – vita, libertà, proprietà –. È per tutelare e garantire queste realtà prepolitiche che per Locke si rende necessaria la politica, l’uscita dallo stato di natura attraverso il patto.

In Locke dunque le due dimensioni, il lavoro e la politica, sono distinte, ma c’è una predominanza della dimensione lavoro. Infatti, c’è una chiara consapevolezza della intrinseca e naturale politicità del lavoro: è il lavoro che ci fa stare insieme, non il patto; questo perfeziona e formalizza la nostra socialità, la ripulisce, toglie le difficoltà dello stato di natura, ma il legame sociale è dato dal lavoro (in Europa: fuori da questa c’è l’appropriazione delle terre incolte o poco sfruttate). Con Locke, il protagonista della politica è l’individuo proprietario di sé che, divenuto proprietario di beni attraverso il proprio lavoro, vive insieme ad altri in relazioni di potere codificate da una legge che tutti hanno contribuito a creare. 

C’è in Locke la matrice, non ancora del tutto sviluppata, dell’economia politica classica: il lavoro ha come protagonista l’individuo;  ha una base naturale, una intrinseca socialità (è il lavoro che produce i beni, ciò che è buono per il singolo e per la società: è in embrione la teoria del valore/lavoro) che la politica istituzionale formalizza.  

La coappartenenza di lavoro, soggettività, società e politica è il grande lascito della civiltà moderna, ma è anche l’origine della doppiezza borghese sul lavoro:  da una parte, quando è utile, si gioca la polemicità e la politicità del lavoro contro gli ordini politici e sociali tradizionali; dall’altra, quando serve, si può affermare la naturalità del lavoro, anche e proprio nelle sue forme capitalistiche. 

Infatti, nel paradigma moderno costituito da individuo, soggettività, lavoro, politica, è presto visibile un’ulteriore variante: quella di Sieyes. In Che cos’è il Terzo stato?  Sieyes spoliticizza il lavoro, ovvero trasforma il lavoro in natura, e fa della divisione del lavoro la struttura non discutibile, ovvia, della coesistenza umana, il metabolismo materiale della nostra natura sociale, della nazione. A questo punto, l’utilizzazione del lavoro come titolo per definire la legittimità della vita associata è già avvenuta, l’illuminismo ha già compiuto la sua opera: se il lavoro non è più politica, ma natura, la politica è fare la guerra e la rivoluzione,  tagliare la testa ai nobili, che non stanno alle regole del gioco, cioè rifiutano l’uguaglianza formale. 

Siamo qui nel cuore della neutralizzazione borghese del lavoro, che consiste appunto nel non volere più vedere l’elemento di polemicità, cioè di potere diseguale, oltre che di socialità, contenuto nel lavoro, e nello spostare la polemicità verso un nemico che è interno ed esterno al tempo stesso: interno, perché la nobiltà vive in Francia; esterno, perché ideologicamente estraneo alla nazione rivoluzionaria. Infatti, riprendendo in negativo la tesi, diffusa dalla fine del Seicento, delle origini franco-germaniche della nobiltà francese, Sieyes invitava il Terzo stato a «rimandare nelle foreste della Franconia tutte le famiglie che mantengono la folle pretesa di essere nate dalla razza dei conquistatori e di aver ereditato da loro il diritto di conquista». Politica e lavoro qui si separano: il lavoro non è politica, è naturale (si noti che tanto contro la politicità positiva del lavoro quanto contro la sua neutralizzazione si era mosso Rousseau nel Discorso sull’origine della disuguaglianza: il lavoro, strettamente collegato alla proprietà, è il male originario della civiltà). 

Eppure, contemporaneamente, resta anche la possibilità opposta: non è vero che l’intrinseca politicità del lavoro emerga soltanto con il marxismo. È chiarissimo infatti a un autore coevo di Sieyes come Bentham che la proprietà implica dislivelli di potere nella relazione sociale (certo, il suo problema è l’omeostasi, cioè trovare le forme dell’equilibrio perché la società non si distrugga).

Ma è nel pensiero dialettico, con Hegel, che politica e lavoro tornano a coesistere nel modo più complesso. Il lavoro per Hegel è politico, ma di una politicità non orizzontale (come relazione fra uguali): anzi implica un dislivello di potere, mai del tutto neutralizzabile. Per di più, contro l’ideologia dell’illuminismo, che egli definisce come paradigma dell’utilità, ovvero della neutralizzazione del lavoro – il lavoro è naturale, e l’utilità del singolo può e deve diventare direttamente l’utilità collettiva –, Hegel afferma che l’utilità stessa non è naturale, ma derivata: prima del paradigma universale e neutrale dell’utilità c’è il fatto che chi lavora è un vinto, un subalterno. Il lavoro – è la grande scoperta di Hegel – è un’attività asimmetrica, inscritta nei rapporti di potere, generata da una disuguaglianza polemica e politica; e il rapporto di potere che vi si instaura collega e al tempo stesso separa il signore dal servo. Questo non è il rapporto di potere fra il capitalista e il proletario, i quali sono entrambi lavoratori: il signore hegeliano è invece colui che, nella scena mortale pensata da Hegel, non ha avuto paura della morte, ha vinto: viene riconosciuto dallo sconfitto, il servo, come coscienza essenziale e non lavora. E infatti, nella Fenomenologia dello Spirito, da questo momento il signore esce dalla storia e scompare.

Chi lavora è dunque il servo, un vinto; anche se sulla  scena non ci sono i vincitori. Ma è questa soggettività debolissima, che proprio in quanto debole è costretta a lavorare, che alla fine del processo (nella tarda modernità) riemerge come quella che, lavorando, ha non solo elaborato il mondo, ma ha costruito se stessa ed è giunta alla libertà e alla certezza della ragione. La possibilità di sostenere, come faceva Vico, che verum et factum convertuntur è data proprio dal lavoro moderno, che fa il mondo e al tempo stesso fa il soggetto. C’è qui una importante differenza rispetto alla politicità del lavoro pensata dai liberali come Locke: in un contesto dialettico lo stesso soggetto (e non solo la sua proprietà) è costruito attraverso il lavoro (questa è la nozione di Bildung). 

C’è qui una politicità del lavoro che è una socialità del lavoro: la società civile è per Hegel il sistema dei bisogni, segnato solo dal lavoro individuale e dalla sua capacità relazionale. E, riguardo alla società, c’è la piena consapevolezza che il lavoro non è indifferenziata laboriosità, e che la divisione del lavoro implica anche i dislivelli di potere e tutte le contraddizioni del lavoro,  quelle che producono la dialettica della società civile, e anche la «plebe» (parr. 244-248 della Filosofia del diritto). Hegel vede insomma la piena politicità del lavoro e le sue contraddizioni, e vede soprattutto la centralità del lavoro in senso non retorico: «lavoro» non è una metafora per dire «naturale socialità», ma è il lato materiale della «fatica del concetto» (senza che, però, a differenza di quanto accade con la filosofia, vi sia una sintesi che pacifica il lavoro; la soluzione delle contraddizioni del lavoro è fuori dalla società, è nello Stato – il quale a sua volta non è certo un assoluto, perché presenta altre contraddizioni – e fuori dello Stato). Non a caso, quindi, Adorno rimprovererà a Hegel di «avere chiosato senza ritegno l’elogio borghese del lavoro». 

Marx, da parte sua, afferra l’idea fondamentale di Hegel, la politicità dialettica (cioè contraddittoria) del lavoro (un’idea, lo si ripete, che – priva però dell’elemento della disuguaglianza e del conflitto – era presente anche nel paradigma classico dell’economia politica, noto a Hegel attraverso Jean-Baptiste Say) e le dà un contenuto materiale, che consiste nell’analisi del processo economico; e la contraddizione che Hegel vedeva e accettava – cioè la «plebe», quel «resto» che la società capitalistica sempre produce, quella contraddizione economica dentro lo Stato che risolveva con il colonialismo, spostando cioè le contraddizioni fuori dallo Stato, diventa in Marx molto più radicale, mentre esibisce una chance di soluzione.  

Anche in Marx il lavoro è l’elemento di costruzione della socialità, è costitutivo della politica,  e produce contraddizioni; bisogna però vedere come si articola veramente quel lavoro. In primo luogo, mentre in Hegel il lavoro è ancora un Tutto, un sistema complessivo di relazioni al cui interno si danno contraddizioni, in Marx diventa invece una parte: il lavoro non è uno, ma è un due, e in questa dualità – il lavoro del capitalista e il lavoro del proletario – c’è chi vince (che non è il signore hegeliano) e c’è chi perde: l’uno, il capitalista, mette all’opera l’altro, il proletario. Detto altrimenti: per Marx è centrale capire che il lavoro nel sistema del capitale è «forza-lavoro». L’alienazione (meglio, la reificazione) è la cifra fondamentale del lavoro, come per Hegel, ma non è inevitabile: è necessaria solo all’interno del processo di lavoro capitalistico. 

In Marx il lavoro è il vero titolo della cittadinanza – questo gli è chiaro fino da La questione ebraica (1843), la critica all’uguaglianza formale garantita dallo Stato, mentre in realtà è il lavoro e non lo Stato che socializza gli uomini, rendendoli diversi –: lo Stato è una sovrastruttura funzionale a una parte specifica della società (la borghesia). Non solo è il lavoro subordinato a costituire il titolo della cittadinanza (i proletari sono quelli che fanno funzionare la macchina sociale), ma soprattutto lì, nel lavoro comandato e mercificato, emerge un’umanità talmente ridotta all’osso, a «essenza di genere», che le è possibile – nel momento in cui riconosce la propria condizione – esprimere un’umanità piena; quello di Marx non è semplicemente un umanesimo del lavoro, ma è un umanesimo del lavoro politicamente liberabile. Di un lavoro che non è più sfruttato ma è restituito alla sua funzione di scambio organico con la natura.  Nel lavoro-parte (che implica anche un partito del lavoro, o dei lavoratori), nel lavoro alienato, sta scritta la possibilità di una disalienazione del lavoro (una parte del marxismo del Novecento ha visto in Marx perfino la possibilità di superare la stessa dimensione del lavoro). 

In Marx – uomo dell’Ottocento – lo Stato non è più un arcano: è il primo bersaglio della sua critica giovanile; l’economia politica è il vero problema, che egli impiega tutta la vita a dipanare; ma non è un problema neppure la tecnoscienza. Quarant’anni dopo questa è divenuta il problema. 

In Nietzsche infatti quel problema è centrale. Per lui, l’idea di un soggetto che costruisce se stesso, la società e lo Stato, attraverso il lavoro – tanto nella prospettiva liberale quanto in quella socialista – è la grande menzogna moderna, identica (benché rovesciata) alla grande menzogna antica del lavoro come punizione della colpa; in realtà, nel lavoro si svela la menzogna. Lavoro come colpa e lavoro come libertà sono due facce della stessa medaglia, della stessa logica che vuole che il soggetto sia se stesso solo attraverso un duro disciplinamento, cioè quando è assoggettato (a un padrone, o a un ideale). Il risultato dell’etica moderna del lavoro e infatti che il lavoro che si è insignorito del soggetto; che il lavoro si rivela essere il destino dei servi. 

In Umano, troppo umano II (1878), il primo testo della fase matura di Nietzsche, emerge che l’epoca del lavoro (la modernità) non può non rovesciarsi in «macchina» (inganno, mechané). Il lavoro non è la libertà ma il sistema del dominio su base tecnologica, è la «macchina» come nuova oggettività che nega la soggettività. Il valore del lavoro è il principio di utilità, non di soggettività; il soggetto di cui si parla quando si parla di lavoro non è un soggetto, ma la funzione del paradigma fondamentale della civiltà moderna: l’utilità. Già Hegel lo aveva individuato, addebitandogli la colpa del Terrore; tuttavia, egli pensava ancora che la modernità potesse superare il principio di utilità, e trasformarlo nel principio della libertà. Per Nietzsche invece, l’idea moderna può certamente narrare se stessa come paradigma di libertà e di affermazione del soggetto che col lavoro si insignorisce del mondo; ma la verità di questa narrazione ideologica è che il soggetto è insignorito dalla macchina, dall’utilità che si fa concreta: il soggetto è semmai un oggetto. Come appare nei Frammenti postumi 1887-1888, l’umanità come macchina totale è un «enorme ingranaggio di ruote sempre più piccole, volte al massimo dello sfruttamento e a minimizzare il valore dell’uomo. L’uomo si deteriora perché non si sa più a che cosa mai quest’enorme processo sia servito».

Il che è la fine non solo della filosofia classica tedesca, ma anche della logica moderna della laburizzazione del soggetto. Il soggetto si soggettivizza altrove e altrimenti, non nel lavoro: «ogni attimo in cui facciamo le nostre cose migliori, noi non lavoriamo. Il lavoro non è che un mezzo per questi attimi» (Frammenti Postumi 1882-1884). Non solo il lavoro non è lo spazio della libertà (o della liberazione): non è neppure il problema principale, benché insolubile. È una questione derivata, mentre la principale è la metafisica, la duplicazione del mondo – che nella modernità diventa la costruzione dell’orizzonte dell’utilità – e la tecnica, che da questa discende. Col lavoro, infatti, non si costruisce se stessi, ma si esegue un principio che ci trascende, il principio di utilità.  Nietzsche non è un aristocratico che odia i lavoratori – per lui, lo sfruttamento del lavoro nella sua forma rapace e brutale è idiota, è come ammazzare di fatica un cavallo; il socialismo si previene non sfruttando troppo duramente il lavoro (la logica è quella dell’allevamento, insomma) –; semplicemente, Nietzsche non vede più nel lavoro il problema (l’alienazione) e al contempo anche la soluzione (la libertà); vi vede solo il problema, insolubile all’interno delle coordinate epocali che lo pongono: il lavoro è una disciplina da cui non nasce alcuna libertà. Con il lavoro si resta all’interno dell’epoca, e delle sue contraddizioni – e sono queste il vero problema –. Nietzsche insomma vede che liberalismo e socialismo non sono due alternative, il secondo capace di risolvere i problemi posti dal primo, ma  due facce della stessa avvilita e avvilente narrazione moderna, «malata» (come dice lui), incapace cioè di riflessività, in crisi perché non riesce a criticare se stessa.

Con Nietzsche il lavoro è ormai marginale; il soggetto si costituisce fuori da esso, nelle forme del desiderio e dell’entusiamo (e del consumo). Il connubio – privo di relazione dialettica – fra macchina e godimento tiene ora il campo. 

Sul lato della macchina, la profondità e l’acutezza della diagnosi nietzscheana trova riscontro nell’opera di Ernst Jünger, che in Der Arbeiter (1932) abbraccia in toto l’eredità di Nietzsche, di colui che, nato postumo, è diventato il maestro di un secolo. Di conseguenza, anche per Jünger il lavoro è «macchina»; e l’Operaio, l’Arbeiter, è un addetto alla «macchina», è un Titano. Ovvero, non è più un soggetto moderno, non costruisce più la propria libertà nel lavoro, ma al lavoro è condannato da un destino che ha messo in moto da sé ma che lo ha trasceso. Così, la cifra fondamentale dell’epoca contemporanea non è la libertà ma la coazione.

Tutto ciò significa, tra l’altro, che guerra e politica, guerra e lavoro non sono più distanti, come sosteneva la civiltà liberale, ma sono la stessa cosa: lavoro e guerra sono la stessa figura della violenza, e la violenza è la cifra ultima della utilità. Il Lavoratore, l’Operaio, non solo non è un soggetto ma un oggetto, non un uomo libero ma un essere coinvolto nella coazione, ma non è neppure un uomo pacifico essendo piuttosto produttore di violenza e al contempo sottoposto a violenza. La produzione è produzione di guerra, attuale o potenziale – come si legge in La mobilitazione totale (1930), il testo che prepara l’Arbeiter. L’Operaio è un Milite del Lavoro (come proponeva il giovane Cantimori). 

Con intenti differenti e con altri strumenti concettuali anche Hannah Arendt (Vita activa, 1958) riconosce che il lavoro è inadeguato a fondare la sfera pubblica: tanto l’homo faber quanto l’animal laborans hanno perduto, nella loro ansia di dominare il mondo, la dimensione della politica come libero agire comune: della politica non come costruzione ma come azione. La politica divenuta produzione è il trionfo della tecnica sull’uomo che da dominatore diviene dominato.  Come si vede qui il lavoro è alienante in quanto tale, se elevato a unica dimensione della vita collettiva; la critica del capitalismo è assorbita nella critica del lavoro. Certo, questa prospettiva si applica anche alla rinascita, dopo la fine della seconda guerra mondiale,  dell’umanesimo moderno del lavoro – cioè al passaggio dallo Stato totale allo Stato sociale –. È una prospettiva radicale, che non crede che nel lavoro (la sfera della necessità) ci sia l’origine della politica come libertà.  

Al contrario, la Costituzione italiana ricapitola la narrazione della modernità quando afferma che il soggetto costruisce se stesso, la società e la politica, attraverso il lavoro; dire che la Repubblica democratica è fondata sul lavoro significa che il lavoro è il luogo della formazione del sé, della società, dell’ordine politico. E anche che è la dimensione privilegiata della liberazione dal bisogno e dalla umiliazione della dignità personale – senza che vi sia, in questa prospettiva democratica e progressista, un esplicito discorso sulla liberazione dalla reificazione propriamente capitalistica, c’è certamente un’indicazione contro lo sfruttamento e la degradazione del lavoro e dei lavoratori –. 

Dopo il «trentennio glorioso» – l’alleanza fra il capitalismo fordista e i partiti democratici di massa, che nel nostro Paese hanno garantito sviluppo economico e  progresso civile e sociale – una nuova sfida ha minacciato l’idea (e la pratica) moderna che veda nel lavoro la chiave di comprensione e di costruzione del soggetto, della società, della politica. La nuova sfida è il neo-liberismo, le nuove forme del capitalismo – che in generale non è più ad alta intensità di lavoro ma richiede una bassa intensità di lavoro –, ora mosso da un’idea fondamentale: cioè che il soggetto non si forma attraverso il lavoro, e che l’economia è un sistema di equilibri nei quali si esprimono le preferenze di soggetti già fatti e finiti, capaci nello scambio e nella concorrenza di massimizzare la propria utilità individuale e di operare scelte razionali (queste tesi, riconducibili alla teoria della scelta razionale, derivano dal marginalismo austriaco e dalla sua critica radicale della teoria del valore-lavoro). 

In realtà questa nuova individualizzazione del lavoro è al tempo stesso anche una nuova naturalizzazione: quel soggetto, infatti, intorno al quale ruota, nella teoria (nell’ideologia) la realtà del lavoro, è pensato come un soggetto astorico, naturale, esente da determinazioni materiali. Infatti, accanto alla naturale capacità di calcolare la propria utilità, di massimizzare il proprio profitto e la propria avidità, di quel soggetto il neoliberismo stimola anche (secondo le circostanze e le convenienze) il lato del piacere, sollecitando il suo egoismo – ma oltre a questo tono edonistico o sentimentale il discorso neoliberista si può servire anche di un mood penitenziale, adatto ai tempi di crisi e di sacrifici –.  In generale, per il neoliberismo il lavoro è una faccenda privata, nel bene o nel male, nel successo o nella sconfitta: non dà forma né al soggetto, né alla società né alla sfera politica (dentro la quale, in ogni caso, lo Stato è un male, che va ridotto e tagliato). 

Naturalmente questa narrazione è in sé non vera: è al servizio di poteri e di interessi che sanno bene quanto il lavoro sia in verità centrale, capace di formare lo spazio pubblico; e proprio per questo lo vogliono marginalizzato, subalterno, privatizzato, non garantito, appunto perché gli interessi che quella narrazione veicola possano trionfare. Infatti,  il lavoro plasma ancora la vita del singolo e la forma della società e della politica: lo sanno coloro che cercano di lavorare, che lavorano e subiscono su di sé il dominio di poteri che neppure comprendono. Solo, mentre in passato quel dominio veniva concettualizzato in narrazioni che mettevano al centro il soggetto  e la sua capacità di liberarsi attraverso il lavoro, di liberare il lavoro attraverso le contraddizioni del lavoro, oggi questo non avviene: del  lavoro non si dice più che è centrale, che lo dovrebbe/potrebbe essere. Al più si dice che la sua attuale mancanza è un problema, che però la politica si guarda bene dall’affrontare direttamente, affidandone piuttosto la soluzione al mercato. Pensare al lavoro come problema, in questo modo, significa in realtà pensarlo come derivato. 

Il lavoro non fa sistema: anzi, da una parte si nega che un sistema esista (che la stessa società esista), e dall’altra si afferma che le logiche del sistema sono tanto elastiche e al contempo tanto rigide da consentire  ogni trasformazione del lavoro ma anche da impedire che esso divenga un problema politico. Insomma, innovazione e flessibilità sono le nuove forme della neutralizzazione della dialettica del lavoro. Quanto ciò sia compreso e condiviso dai lavoratori, o quanto a ciò essi si possano e vogliano opporre, e come, è un problema politico fondamentale.

 

 

Questo testo modifica la Prefazione a D. Dazzi –  C. Minghini (a c. di), Ripartiamo dal lavoro. Autonomia, riconoscimento e partecipazione, Bologna, Editrice Socialmente, 2014, pp. 9-19

Il politicamente corretto

 

Il linguaggio politicamente corretto vuol essere soccorrevole verso gli oppressi, raddrizzatore di torti, riequilibratore della bilancia della giustizia. Ciò che è stato stigmatizzato va riabilitato attraverso una ridefinizione rispettosa. E ciò che ha prevalso va ridimensionato.

Quel linguaggio è un universale artificiale, una neolingua, esperanto, costruito per permettere a ogni particolare di sussistere e di nominarsi, ed essere nominato, in libertà e con uguali diritti. Un linguaggio privo di passione e di violenza, capace di  sterilizzare ogni differenza nella universale indifferenza. Uno vale uno, insomma.

Ma questi fini e questi mezzi contengono una contraddizione: il linguaggio politicamente corretto è pacifico e al tempo stesso aggressivo, vendicativo, intollerante: l’uguaglianza amorfa a cui tende è carica di unilaterale violenza. La sua logica normale è quella eccezionale del giudizio universale: nihil inultum remanebit. Tutti i torti vanno conosciuti, puniti e riparati. La colpa, l’accusa, è l’orizzonte entro il quale si colloca il politicamente corretto.

Che è politico: è un atto di decisione fondamentale che critica il passato e lo spazza via. È un universale immediato, e quindi è un particolare ingigantito. È l’espressione di una parte che si fa Tutto, che pretende di giudicare ergendo se stessa a Legge. È un dominio, un punto di vista elevato a potenza, che non ne ammette né legittima altri.

Ma non sempre ne è consapevole. Il contenuto politico del politicamente corretto è quasi sempre mascherato, e declinato attraverso la morale: l’obiettivo politico è giudicare con moralità assoluta, apodittica, sottratta al tempo e allo spazio. La neolingua non conosce la storia, la nega, e attraverso l’anacronismo tende all’acronia. Si pagano colpe che non erano tali quando furono commesse; i discendenti rispondono oltre la settima generazione. La purga linguistico-politico-morale deve essere radicale.

Il politicamente corretto ha molti tratti in comune con il razionalismo individualistico moderno: condivide con Hobbes l’impulso antistorico, la tesi che «all’antichità nulla sia dovuto», e col giacobinismo il parossismo livellatore che per colpire i  sospetti si fa tagliatore di teste. Condivide l’intreccio fra morale e ragione, fra neutralizzazione spoliticizzante e supremo spasmo politico della sovranità, che monopolizza la ragione per sé e nega ogni ragione a chi è fuori dal suo perimetro – e viene quindi privato di ogni valore, di ogni dignità, gettato fra i reprobi – .

E quindi non è antimoderno, come pure qualcuno ha detto: anzi, il Moderno vi esprime il proprio assolutismo, la propria efficace astrattezza. Un Moderno ignaro della dialettica, della storia, inconsapevole del fatto che le individualità non nascono già fatte e finite ma sono l’esito di lotte e di contraddizioni, che le soggettività, le società, le istituzioni, i simboli, i linguaggi, recano in sé come propria viva  sostanza, come propria drammatica concretezza. Perse o cancellate le quali l’umana convivenza è un algoritmo che combina monadi irrelate senza passato e senza futuro. Nel politicamente corretto la severa ideologia liberal che ne fa la propria bandiera si mostra parente dell’euforica ideologia del neoliberismo, della sua visione della società come un giustapporsi di attori individuali, che abitano un eterno presente.

Ciò che si dice del politicamente corretto sotto il profilo linguistico in senso stretto – la polizia e la pulizia del linguaggio – vale anche per quei linguaggi materiali che sono i monumenti e le architetture, attraverso i quali lo spazio pubblico viene scritto e riscritto nei secoli. La lotta per l’immagine e il simbolo, o contro di essi, è vecchia come l’umanità: non c’è da scandalizzarsi se avviene sotto il segno della politica, poiché ne fa parte. Si tratta ogni volta di decidere chi è meritevole di rappresentazione e chi no, perché è troppo superiore o troppo inferiore.

Ma è lecito, appunto, leggere quella lotta politicamente, e rifiutarle la patente morale che si autoassegna. Così, se è comprensibile che non si erigano monumenti a Hitler, ma semmai alle sue vittime, è assurdo che si sia pensato di abbattere la statua di Churchill perché razzista; il suo spirito di dominio imperiale, venato di superiorità dell’uomo bianco, è stato vinto dai processi materiali della  storia reale; mentre ciò che conta è che quell’istinto lo ha spinto a capire che il nazismo era un nemico mortale, con cui non si poteva scendere  a patti.

E se nel Nord America si abbattono le statue di Colombo ciò significa che gli eredi dei colonizzatori anglosassoni delegittimano il dominio  ispanico (veramente distruttivo)? Oppure in quelle statue abbattute è da leggersi una confessione della colpa originaria di tutti gli europei per avere scoperto l’America, espropriando i nativi (al Nord, al Centro, al Sud)? E dopo l’autoflagellazione dell’uomo bianco quale riparazione è prevista? La restituzione ai nativi del banale Monte Rushmore o della più impegnativa isola di Manhattan? Oppure l’abbattimento della statua salva la coscienza, lava la colpa, e mentre afferma un dominio linguistico liberal mantiene immodificato il dominio economico liberista? E in quest’ultima ipotesi il politicamente corretto non corre forse il rischio di ridursi a un intimidatorio gioco di potere linguistico fra élites, e di far perdere di vista questioni strutturali che la sua fiaccola illuministica lascia in un cono d’ombra?

È quindi giusto elogiare il dialogo, la divergenza d’opinioni, la tolleranza reciproca: è il minimo che si possa chiedere in una società che si dice liberale. Ma  non con l’obiettivo di neutralizzare il politicamente corretto in una più generale amorfa indifferenza; non si tratta di ri-legittimare ogni violenza e ogni discriminazione, né di utilizzare l’ingiustizia del passato per giustificare quelle del presente. Si tratta anzi di decifrare  queste nella loro radicalità, e di impegnarsi – questo è il punto – a darne una lettura non moralistica ma storico-politica. Di riconoscere la complessità della politica non per farne un alibi all’ignavia, ma per vedervi l’occasione di un agire emancipativo meno scontato del politicamente corretto e delle sue ritualità.

Il problema del nostro Paese è che viviamo in un’egemonia intellettuale neoliberista

Intervista con Annamaria Iantaffi

 

Presidente, il 2 giugno 2020, dati gli eventi degli ultimi mesi, è una ricorrenza unica nella storia della Repubblica. Lei come percepisce oggi il rapporto dei cittadini con le istituzioni Repubblicane?

Mi sembra che il rapporto abbia preso una doppia piega. È abbastanza tipico durante le emergenze che i cittadini guardino alle istituzioni, perché sentono il bisogno di essere garantiti. Sicuramente anche il tasso piuttosto alto di popolarità del Presidente del Consiglio dimostra che l’emergenza ha suscitato un forte bisogno di istituzioni. E questa non è una novità: in Italia buona parte dell’antipolitica e della critica delle istituzioni nasce in realtà dal bisogno delle istituzioni, dall’idea che le istituzioni siano inadeguate. D’altro canto c’è una discreta probabilità che nel momento in cui si attenuasse l’emergenza sanitaria e si presentassero le sue conseguenze economiche, il rapporto con le istituzioni tornerebbe ad essere conflittuale e che queste verrebbero sempre più interpretate come ostili.

Le chiedo di proiettarsi invece al prossimo autunno, quando si potrebbe presentare una seconda ondata pandemica a causa delle mutate condizioni climatiche. Secondo lei c’è il rischio di disordini sociali?

Molto dipenderà da come i bisogni economici di una discreta parte della popolazione siano o non siano stati soddisfatti. Se ci fossero gravi momenti di sofferenza economica, fino alla disperazione per certe categorie, e se intervenisse un secondo lockdown, francamente la situazione sarebbe davvero critica. C’è da augurarsi che nessuna delle due ipotesi si avveri, cioè che non sia automatico l’avvento di una seconda ondata della pandemia e che le situazioni di sofferenza dell’economia, e soprattutto di certe categorie, possano essere in un qualche modo sanate.

I bambini, anche mossi dai genitori, prima scrivevano ovunque “andrà tutto bene”. Ora l’EU stanzia 750 miliardi, anche se non tutti sono a fondo perduto. È andato tutto bene?

L’EU non stanza 750 miliardi. L’Europa deve prima di tutto raccogliere 750 miliardi sui mercati finanziari mondiali. Poi ne mette a disposizione agli Stati delle tranches. Alcune a fondo perduto, altre in forma di prestiti che devono essere restituiti, ed evidentemente in modo condizionato. In ogni caso questa quantità di denaro, ove sia raccolta, entrerà in circolo soltanto quando scatterà il bilancio della UE, nel 2021. Poi anche la quota a fondo perduto che viene data gli Stati che la richiedono sarà in qualche modo restituita, perché gli Stati che dovranno istituire delle euro-imposte, per rimborsare la UE, che a sua volta deve restituire i fondi a coloro che glieli hanno dati. Perché tutto nasce dal fatto che la BCE non stampa denaro. Questo è il punto vero: che nessuno ha voluto trasformare il sistema economico finanziario europeo in un sistema che avesse come punto culminante una capacità di prestatore di ultima istanza da parte della BCE, come fa la Federal Reserve in USA.

Quindi cosa potrebbe accadere, se ricevessimo il Next Generation Fund?

Ci accorgeremo che questi soldi non vengono inventati dal nulla, e questo qualcuno sono i cittadini che pagheranno le nuove tasse europee, oltre alle tasse statali. Per di più, questi denari, anche quelli a fondo perduto, verranno elargiti soltanto a seguito del fatto che lo Stato beneficiario si adegui alle richieste di riforme strutturali avanzate dalla UE. Il che vuol dire che la UE vuole che lo Stato Italiano sia più ricco e che i cittadini italiani siano più poveri, vuole spostare ricchezza dai conti correnti degli italiani alle casse dello Stato. Quello che nessun Governo nazionale in questo momento ha il coraggio di fare, cioè una patrimoniale, verrà probabilmente innescato dalla dinamica europea. L’Italia potrà godere di finanziamenti soltanto se sarà in grado di implementare le riforme che l’Europa le chiederà. E tutto ciò potrebbe essere estremamente doloroso, a partire dal 2021.

Prima di quella data cosa faremo?

Prima resta soltanto il ricorso al MEF, il quale a sua volta elargisce pochi soldi e con condizionalità, perché è un sistema di prestito, non è un sistema di denaro a fondo perduto. Chi ottiene questi fondi deve anche soggiacere al controllo ravvicinato dei creditori, che significa o la troika o qualche cosa che le assomiglia moltissimo. Tutto ciò vuol dire che lo scenario economico è particolarmente pericoloso. Prima di tutto per la debolezza intrinseca, cioè il crollo della domanda determinata dal lockdown, e poi per il fatto che ad essa si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche di quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite; penso ai pensionati che, con ogni verosimiglianza, si vedranno ristrutturare la pensione o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria. Tutto ciò, se messo insieme a un ipotetico secondo lockdown, crea uno scenario non facilmente controllabile dalle istituzioni. Naturalmente, quello che le ho descritto è lo scenario peggiore;  poi ci sono auspicabilmente gradi di intensità minore dei problemi, tanto sanitari quanto economici. Nello scenario migliore non c’è la seconda ondata, la domanda riparte autonomamente, non abbiamo bisogno di ricevere o chiedere tanti soldi e poi non avremo bisogno di misure di austerità tanto severe per restituirli.

In cosa potremmo trovare un sollievo?

Una notizia che darebbe sollievo, tanto sanitario quanto economico, sarebbe il vaccino: farebbe venir meno quel senso di vulnerabilità estrema che è il risultato più evidente della pandemia. Le crisi economiche sono molto dure da sopportare, ma vi siamo in un qualche modo abituati; quello a cui non eravamo abituati sono le crisi sanitarie, soprattutto attraverso il lockdown che è stato molto doloroso, che ha anche distrutto beni immateriali importantissimi, come ad esempio la pubblica istruzione. Non illudiamoci infatti che abbiano imparato molto, i nostri studenti, quest’anno, nonostante gli sforzi benemeriti dei docenti e degli stessi studenti. L’insegnamento richiede la presenza, la relazione.

Alcune delle libertà costituzionali hanno subito una contrazione durante la stasi coatta in casa; lei a tal proposito ha parlato di un esercizio di sovranità, può spiegarci in cosa consiste? 

Premetto che la parola sovranità è una bellissima parola che fa parte del primo articolo della Costituzione della Repubblica e non significa nulla che non sia compatibile con l’esercizio democratico del potere. La sovranità si è manifestata per quello che è, cioè il desiderio di esistere di un sistema politico e di un popolo. Un desiderio che vuole realizzarsi e adopera tutti gli strumenti legalmente a disposizione, anche con qualche forzatura. C’è stata una compressione delle libertà, tutti lo dicono, tutti ce ne siamo accorti. Il punto non è che ci sia stato un mezzo colpo di Stato ma che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come caso d’emergenza, siamo arrivati alla compressione dei diritti, sia pure attraverso vie un po’ tortuose sotto il profilo giuridico, e che tutto ciò era inevitabile. Nel caso d’emergenza ti comporti come la necessità richiede, anche se non hai una Costituzione che parla con chiarezza dello strumento necessario. Oltretutto si è fatto ricorso ad uno strumento legale, non è stato nemmeno violata la Costituzione, sono stati semplicemente messi in gerarchia i diritti costituzionali e si è detto che il più importante è il diritto alla vita.

Mi interessa inoltre sottolineare che la sovranità si è manifestata nelle sue forme più tipiche, più radicali, smontando la società, che improvvisamente si è trovata come sgretolata: le sue vecchie forme sono quasi scomparse e ha assunto nuove forme. Improvvisamente le persone non sono più state ad esempio il professore, il giornalista, il deputato, lo studente, l’operaio, l’impiegato, ma eranola persona sana, il portatore sano e inconsapevole, il malato leggero, il malato grave, quello da ricoverare in ospedale, il malato da mettere in terapia intensiva, il morto. La società aveva perduto le sue forme e ne aveva assunto delle altre, sulla base di atti sovrani, orientati al valore della sanità e della vita. E inoltre, la sovranità si è manifestata attraverso uno dei suoi strumenti fondamentali: il confinamento delle persone in casa e la chiusura dei confini alle frontiere.

Abbiamo quindi perso libertà che ci sono state garantite per più di 70 anni?

È inutile dire che la sovranità è una brutta parola o che non esiste, che è obsoleta. Il virus è la globalizzazione, e contro la globalizzazione agisce la sovranità. Il virus passa le frontiere e per difendersi si lavora sul confine, si cede spazio, per guadagnare tempo. Oggi vale la pena di dire tutto ciò,  per sfatare la leggenda del Sovranismo, che è un imbroglio concettuale. Anziché Sovranismo si dovrebbe dire ‘esercizio della sovranità orientato a destra’. E a me non piace. Ma non si può dire che la sovranità sia un concetto obsoleto o errato, perché questo è falso.

Il 2 giugno ricorre anche la data della morte di Garibaldi;  cosa è rimasto dei valori risorgimentali tra i cittadini? E tra i politici?

L’ultimo politico che pensava a Garibaldi credo sia stato Bettino Craxi, che era un collezionista di cimeli garibaldini. Oggi penso che Garibaldi sia una figura al di fuori dell’orizzonte e dell’interesse dei cittadini e dei politici. E non sto dicendo che ciò sia giusto. Al contrario. Ma più in generale mi chiedo: quale rapporto questo Paese vuole avere con la propria storia? Questo Paese sa di avere una storia? Gli interessa? Interessa a qualcuno che esista un’identità storica italiana? Questo Paese vuole esistere in senso storico-politico come esistono la Francia o la Germania o la Gran Bretagna o la Spagna? Questi sono Paesi democratici, pieni di problemi come tutti, ma coltivano un rapporto con la propria storia, in modo diverso a seconda degli orientamenti. Noi, qual è la cosa più lontana nel tempo cui facciamo riferimento? Forse la Resistenza…

Molti dei problemi della contemporaneità non sono forse pregressi? Penso ad esempio alla polemica sull’Euro..

La debolezza della compagine nazionale unitaria non l’ha inventata l’euro, la debolezza internazionale dell’Italia purtroppo è una costante della nostra storia. La capacità di interpretare la politica anche in  dimensione storica fa parte del modo con cui i politici dovrebbero lavorare, ma oggi francamente, politici così non ce ne sono. Lo dico con cognizione di causa perché li ho anche frequentati. Anche perché gli intellettuali di riferimento in questo momento sono gli economisti, i quali non vogliono pensare in chiave storica, perché credono che l’economia si avvicini ad una scienza naturale, che sia qualche cosa che ha delle leggi proprie,  che in alcuni di loro diventano dei dogmi. È rarissimo vedere un economista che ha capacità di pensiero storicamente profondo, che mette in fila i problemi economici in chiave storica, che relativizza in qualche modo l’economia perché ne vede la storicità.

Questa mancanza di visione storica è il limite degli economisti liberisti contemporanei?

Eh, sì, è proprio così. Questo è il pensiero unico: “è così perché è sempre stato così”, oppure, “prima di noi c’era il Medio Evo”. Il problema  del nostro Paese è che siamo dentro un’egemonia intellettuale di cui spesso le persone non si rendono conto, ma che è nata quaranta anni fa, cioè la grande svolta all’insegna del Neoliberismo che ha permeato di sé non solo le strutture dell’economia, della finanza e la politica, ma anche la psicologia delle masse e quella dei politici.

Pubblicata in «Tiburno» il 2 giugno 2020

La sovranità e lo scontro tra economia e politica

Intervista con Ivan Giovi

 

Professor Galli nel suo saggio Sovranità appare emblematica l’espressione «Sovranità è democrazia? Oggi sì»: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?

La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un Paese anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del Paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono  privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello  gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto «divorzio» fra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati. Lo Stato non è più signore della propria moneta. Una volta che si sia aderito all’euro non si può più  stampare moneta; possiamo unicamente emettere titoli di debito (entro una certa soglia) e in ogni caso quando emetti debito devi sperare che qualcuno te lo compri, i mercati. Questo incide sulla sovranità di bilancio: anche se formalmente lo Stato italiano è sovrano nel determinare il proprio bilancio, con tutte queste restrizioni di fatto non lo è; detto in altri termini, non ci sono mai abbastanza soldi. Che è una cosa strana, perché lo Stato  i soldi dovrebbe poterseli stampare, o procurare in proprio.

Perché tutto questo?

Questo è il passo più avanzato che è stato fatto verso una Unione europea che è un’ Unione a vari livelli: giuridici,  economici, culturali, ecc. sempre però tra Stati sovrani. La moneta unica è invece la proiezione del marco tedesco, fondata sulla sua medesima filosofia politico-economica:  l’economia sociale di mercato detta anche «Ordoliberalismo», andata al potere nella Germania federale nel secondo dopoguerra (alla quale Schroeder ha introdotto elementi di neoliberismo con le riforme del 2003-2004). La sua teoria di fondo è: l’economia di mercato è in equilibrio, a condizione che non intervengano fattori distorsivi della concorrenza. Tuttavia, è  necessario uno Stato forte, uno Stato gendarme, che deve garantire il buon funzionamento delle dinamiche di mercato – anche se nella realtà lo Stato tedesco è tra i più interventisti. Poi ci deve essere un forte legame tra la finanza e l’economia produttiva e un decentramento politico forte: i Laender infatti hanno grande autonomia. C’è poi una teoria di fondo che è la vecchia teoria organicistica tedesca: l’idea che la società sia un corpo unitario: su questo punto la cultura tedesca si distacca dal neoliberismo austriaco di Mises e Hayek. Il loro pensiero originario (il marginalismo)  è una  risposta alla teoria del valore-lavoro marxista: il prezzo delle merci non è determinato dal lavoro in esse contenuto ma dal libero gioco della domanda e dell’offerta, dalle scelte dei consumatori informati e razionali.

Lei fa riferimento a Menger, Walras Marshall, ecc?

Esattamente. Il neoliberismo deriva dal marginalismo e incrocia la linea austriaca con la linea monetarista di Chicago. E qui c’è un vero paradosso, perché questo paradigma liberista non è mai stato applicato fino a che il paradigma concorrente, quello keynesiano che aveva come obiettivo la sconfitta della disoccupazione, non è andato a pezzi. Era insomma un paradigma di riserva, basato sulla sconfitta dell’inflazione. Il secondo dopoguerra si strutturò invece su paradigmi grossomodo keynesiani, per dare una risposta alla disoccupazione e poi alle necessità della ricostruzione postbellica. Questo paradigma, incentrato sul ruolo del lavoro, prevede la possibilità dell’intervento statale nell’economia e la possibilità dei bilanci a deficit. Ma soprattutto, cosa più importante, conosce il conflitto intrinseco della società. È un paradigma che, oltre al lavoro e allo Stato, coinvolge anche il capitale e dà così vita al  compromesso socialdemocratico dei Trenta Gloriosi. Uno dei paradossi dei primi decenni della nostra  repubblica fu che l’interprete del paradigma keynesiano era la Dc, mentre il PCI aveva un’idea avara dell’economia e credeva che  il debito fosse qualcosa di spaventoso.

Concezione marxista del debito come colpa!

In ciò i comunisti italiani erano liberali ortodossi.  Il debito è disordine: se c’è debito c’è qualcosa che non va. Sta di fatto che il paradigma keynesiano va in crisi nei primi anni Settanta con la crisi del dollaro, che ha portato alla fine degli accordi di Bretton Woods. In parallelo c’è  anche una crisi politica degli stessi USA che perdono la guerra in Vietnam, per sostenere la quale hanno generato ed esportato inflazione. Arriviamo così alla stagflazione di metà anni Settanta , un tipo di crisi che nel modello keynesiano è intrattabile. È allora che  viene recuperato il paradigma neoliberista di riserva. I segnali sono questi: nel 1974 il premio Nobel ad Hayek e nel 1976 a Friedman, poi la Thatcher e Reagan vincono le elezioni nei loro rispettivi Paesi. Ed è così che il neoliberismo passa a diventare dominante. Il neoliberismo è sostanzialmente deflattivo, e va bene per sconfiggere l’inflazione. Ma ciò avviene colpendo i salari e la spesa pubblica. Il risultato è la grave sconfitta delle sinistre che ci capiscono poco, e pensano solamente a chiedere sacrifici ai lavoratori (le “riforme”). Sta qui anche la linea Berlinguer dell’austerità, e la grande sconfitta sulla scala mobile e sulla marcia dei quarantamila. Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, composta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher «There is no such thing as a society», la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale.

L’economia si pone come scienza regina, e ogni altra scienza deve servire a consentire all’economia di funzionare. Le  strutture economiche sono sottratte alla valutazione e alla critica; per usare ancora le parole della signora Thatcher «There is no alternative». La società è l’economia e viceversa: non vi è alcuno spazio nella società che si discosti dalla dinamica economica. Chi è vicino all’università se ne è accorto: a un certo punto siamo stati investiti da un modello aziendale, da un’ondata di valutazioni senza fine. Il sistema di valutazione in cui ci troviamo ha l’obbiettivo di non farti mai sentire al sicuro. Di renderci semi-flessibili, come gli altri lavoratori.

Ci deve sempre essere concorrenza, insomma.

Esatto. Come l’impresa è sempre sottoposta alla spietata legge del mercato, il professore è sottoposto alla legge della valutazione. La cui parola d’ordine è flessibilità e formazione continua. Ciò  è collegato alla interpretazione della società come «capitale umano». Il capitale va necessariamente impiegato, attivato, mobilitato. Si prepara così uno sviluppo delle università  verso il pensiero utile e non verso il pensiero critico.

Questo implica la scomparsa della politica come funzione sociale?

Ciò implica non la scomparsa della politica ma una ridefinizione dell’agenda della politica. L’economia teme la potenza della politica, teme che si imponga su di essa, nella forma comunista, corporativa, ecc. Il comando politico è visto come la mancanza di libertà, così come il grande nemico è anche il nemico socialdemocratico, le enormi macchine burocratiche dello Stato sociale. L’economia deve dettare l’agenda alla politica, ma questa non deve scomparire: deve prendere ordini e mettere in ordine.

Tutto questo in Italia si è configurato con il vincolo esterno?

In Italia  i ceti alto borghesi si sono disperati,  hanno pensato che il Paese fosse incontrollabile e che il ceto politico fosse incapace di governare. I processi (le elezioni ) e i soggetti democratici (i partiti) sono parsi inadeguati alle sfide che il neoliberismo doveva affrontare. Così si sono indeboliti i partiti, trasformati in soggetti poco strutturati, guidati non da élite politiche ma da leader acchiappavoti. E oggi si parla apertamente di ridurre la democrazia: le elezioni sono troppo frequenti, le proposte radicali vanno eliminate, insomma bisogna proporre agli elettori partiti sostanzialmente identici.

Quindi se il ceto politico è incapace, la cosa importante – l’economia  – va tenuta al sicuro con il «vincolo esterno», attaccandoci ai tedeschi egemoni in Europa. Dalle durezze e dalle contraddizioni del neoliberismo sono poi nati i movimenti di protesta, populisti e sovranisti, che chiedono che lo Stato ritrovi la sua sovranità, cioè comandi sull’economia e protegga la società. Anche se poi questi movimenti sovranisti mettono tutta la loro energia nella caccia al migrante e sono più neoliberisti addirittura dei loro avversari (ma è un particolare che pare sfuggire ai più).

Ovvio che il vincolo esterno, benché molto doloroso, non è l’unico nostro male; sicuramente  però non ci permette di curare tutti gli altri. Coloro che lo hanno adottato adesso dicono che chiaramente avrebbe dovuto seguire una unione politica, ma la costruzione di una unione politica implica anche la messa in comune dei debiti e questo nessuno lo vuole. Ogni Stato è sovranista. Soprattutto non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti lotte rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.

In ogni caso, nella Ue (meglio, nell’eurozona)  ci sono Stati sovrani che hanno in comune la  moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente.

Che è quello che sta succedendo adesso con il MES? Dove una parte politica insistentemente ne richiede utilizzo?

Chiaro! Ma qui il punto non è che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza,  attuerebbe la «monetizzazione del debito», comperando i titoli di debito dei vari Stati.  Certo, in un’Europa politica (federale) sarebbero ancora più evidenti le egemonie di fatto, tedesca e  francese (ma contro questa circostanza non ci sono rimedi, tranne quello che anche l’Italia cresca e si rafforzi).

E non è quello che accade già?

No, è proprio questo il punto. I tedeschi non vogliono comandare in Europa. La Germania non  si sente coinvolta dai problemi italiani o francesi o greci, non ha alcuna intenzione di prendersi delle responsabilità aperte, anche se di fatto è il Paese più prospero economicamente ed ha un primato politico. La Germania cerca e ottiene potere indiretto, non diretto.

Una delle conseguenze del fatto che l’Europa non è politicamente unita (se lo fosse, sarebbe una superpotenza) ma frammentata (tranne che per la moneta) è che è debole (o non forte come potrebbe) davanti agli interessi di altre potenze come gli USA, la Russia e  la Cina.

Un’unione politica debole, e un’unione economica forte, quindi?

Sì. Ma attenzione. L’unione economica forte è strutturata attorno all’euro e al paradigma ordoliberista. E ciò  rallenta lo sviluppo economico, dato che l’Europa è ossessionata dal timore dell’inflazione e dalla coazione all’esportazione (mercantilismo): lo sviluppo non dipende dalla domanda interna. Prima della pandemia, la Ue era l’area del globo che cresceva di meno. Perché il suo sistema è una macchina politico-economica essenzialmente conservatrice, che cerca stabilità.

L’alternativa potrebbe essere di puntare a un sistema neoliberista puro (non ordoliberista), che è comunque insostenibile per la quantità enorme di rischio insito nel sistema, cosa che una società non può sopportare. Una società avanzata può sopportare unicamente un sistema socialdemocratico equilibrato.

In ogni caso, la Ue adottando l’euro  ha voluto creare una sorta di «fortezza» o di isola all’interno di un oceano neoliberista mondiale. Quella fortezza ha però al proprio interno una debolezza: moneta unica ma non sovranità unica. In tal modo o tutti diventiamo come la Germania azzerando gli spread (cosa impossibile) oppure  le divergenze aumentano e la Germania prevale sugli altri Paesi.

Ciò è dato dal fatto che l’euro è uno strumento squilibrato (non è un’area monetaria ottimale) e l’unico equilibrio possibile sarebbe quello che proviene dall’unità politica, anche federale.

Siamo di fronte ad un bivio perciò?

Sì. E il dilemma  si risolve con la politica, con la sovranità:  o quella di ciascun singolo Stato oppure quella della Ue finalmente divenuta federale.

Ma sia ben chiaro che nel nostro Paese i problemi non sono solo quelli derivanti dall’euro. L’euro ha reso evidenti problemi che esistevano da prima: abbiamo una giustizia e una pubblica amministrazione totalmente farraginose, e un sistema educativo e una sanità pubblica troppo disuguali sul territorio.

E forse vediamo anche adesso dopo trent’anni i problemi: prima tangentopoli e la crisi della politica, poi la crisi dei governi instabili e la crisi attuale della magistratura, scossoni che hanno mostrato come sia fragile il nostro sistema.

Appunto, anche se non avessimo la moneta unica avremmo bisogno di un sistema politico di grande saggezza, sapienza e serietà, che spendesse i soldi nella maniera e nel modo giusto. Ovviamente è meglio avere i soldi che non averli; ma soprattutto bisogna saperli spendere, evitando sprechi e clientelismi.

A cui si aggiungono le Regioni, che sono forse fattori di squilibrio piuttosto che di stabilità, rispecchiando le fragilità del nostro Stato e del nostro Governo.

Sicuramente l’Italia governata dai prefetti era più omogenea, anche le scuole erano più omogenee. Ma l’unità è stata una delle vittime del neoliberismo: flessibilità vuol dire anche diversificazione. Basti pensare alla riforma del Titolo V che fa dello Stato una parte della Repubblica: è chiaro che qui c’è un’idea di fondo di indebolimento del potere centrale, che è funzionale alle logiche neoliberistiche. Non a caso l’Europa immaginata dagli economisti (ma non dai politici) è un’ Europa senza Stati e fatta di macroregioni.

Le Regioni in Italia sono dei grossi centri di potere burocratico e clientelare, benché alcune siano centri di governo e programmazione reale del territorio; nel complesso, non sono certo l’esperimento istituzionale meglio riuscito della nostra storia. Secondo me il depauperamento delle funzioni delle provincie è stato un errore, motivato dal fatto che si diceva che ci sono troppi livelli di governo. Ma la Regione tende a comportarsi come un piccolo Stato, vi è un forte spirito di accentramento regionale, perfino in una regione policentrica come l’Emilia-Romagna. Vi sono poi regioni impresentabili, sia per colpa dell’istituto, sia perché in certi contesti (soprattutto in alcune zone del Sud) la società è devastata dalla malavita. Quelle sono, inoltre, società povere di relazioni, dove le persone non si fidano le une delle altre. Non c’è legame sociale: i legami sono solo clientelari e personali, e la produzione di ricchezza è scarsa e spesso finisce nelle mani sbagliate.

Questo è uno dei grandi problemi. Oggi della questione meridionale non si parla più perché si parla soltanto di quella settentrionale: ci si chiede  come facciamo a stare dentro il neoliberismo, come facciamo a stare in Europa. Ma non potremo mai starci se non risolviamo le nostre questioni interne. E la soluzione non è certamente il «liberi tutti», la libertà per ogni regione di fare quello che vuole. Oggi  il Paese ha bisogno di unità e non di pluralità divergente. Anche perché molte difficoltà vengono già lette in chiave di divisione: la Lega ha smesso i discorsi di divisione ma li ha fatti per decenni; e il meridione vive un eterno senso di rivincita verso il Nord. La traduzione dei problemi in rivalità interna è tipica ma anche sbagliata perché non li risolve. E non si può neppure dire che i problemi di sperequazione regionale vanno risolti a livello europeo. Ci sono sì i fondi europei per lo sviluppo delle aree depresse, ma se questi non vengono inseriti in una catena del valore diventano episodi incapaci di creare ricchezza.

Sfiducia e debolezza della società è ciò che rende il Sud ancora bisognoso di sostegno. Forse si è ragionato troppo in grande scala: la grande acciaieria, la grande industria, ecc.; forse se si cambia impostazione si possono ottenere migliori risultati. E questo  è ancora compito dello Stato, perché le Regioni sono troppo forti e al tempo stesso troppo deboli: propongono politiche a volte troppo accentrate ma hanno una forza economica e amministrativa troppo ridotta, spesso insufficiente.

Pubblicata in «Osservatorio globalizzazione» il 12 giugno 2020.

Epidemia tra norma ed eccezione

 

La tematica del caso d’eccezione è stata elaborata da pensatori anti-liberali, di destra di sinistra, da Schmitt a Benjamin, da Donoso ad Agamben, da Sorel a  Tronti. Il «caso d’eccezione» è stato faticosamente raggiunto come la vetta di un monte, dopo un’angosciante scalata.  È un concetto estremo, destrutturante, in quanto dimostra che l’essenza di ogni ordine sta nel potere di creare disordine. In altri termini, che la sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal «non-ordine», perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata  in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo  «far ordine nel fare disordine», e viceversa, è l’opera della decisione sovrana.

Invano il mondo liberale nei suoi sviluppi ha voluto riempire lo spazio vuoto della sovranità con solide «sostanze» non disponibili all’agire sovrano: le persone e i loro diritti, i corpi elementari o secondari, insomma, la società. Invano il pensiero dialettico ha mostrato che la sovranità è l’espressione di una vita complessa, storica,  di intense contraddizioni reali, che non è solo il potere decidente nel suo assoluto formalismo ma è egemonia, dominio articolato. E al contempo è strumento  di azione orientata all’autonomia collettiva, alla rivoluzione come apertura al nuovo.

Davanti a tutto ciò il pensiero dell’eccezione  sgombra il campo con piglio irresistibile: la verità della politica moderna è il gesto che ripropone l’origine, è la folgore dell’a decisione, l’insorgenza  del potere costituente, il cuneo della rivoluzione che spacca la storia. Nell’eccezione e non nella norma, nella sovranità e non nella società, sta il massimo di potenza concepibile – anzi, l’inconcepibile potenza dell’indifferenza differenziante –. Il mondo civile  è sempre nuovo perché sempre sospeso su un’eccezione e su una decisione, sempre disponibile a una nuova forma; ma è anche, in realtà, sempre uguale: sempre privo di consistenza, di autonomia.  La sua norma sta qui, in questa anomia. La sua pienezza è questo vuoto, questo nichilismo… Read more

 

Il testo completo è stato pubblicato in «Istituto Italiano per gli Studi Filosofici» il 29 aprile 2020

Carl Schmitt e il realismo politico

 

Mi piace credere che il mio modo di pensare la politica possa essere definito (lo è stato) «realismo critico». Ora esporrò i motivi per cui mi distanzio dal realismo che definirei «acritico», e in definitiva «non realistico».

Nato – insieme al suo opposto, l’ «idealismo» – all’interno della disciplina politologica «Relazioni internazionali», il termine «realismo politico» condivide con la scienza politica alcune debolezze epistemologiche… Read more

 

Il testo completo è stato pubblicato in «Hannah Arendt Center for Political Studies» il 24 aprile 2020

Il principio del ciclista

 

C’è una parola tedesca, un concetto, che spiega alcune cose dell’Italia ammalata, fra economia ed epidemia: Radfahrernatur, natura da ciclista. È l’attitudine ad assumere la postura di chi piega la testa in alto e preme coi piedi in basso. E spiega, se ben interpretato, alcuni comportamenti collettivi.

Abbiamo visto il presidente Conte in Parlamento: a dire nulla, a portare nulla di concreto – la mascherina faceva pensare che volesse annullarsi egli stesso –. Il suo potere verso l’Europa è nullo; la tenuta del suo gabinetto è un miracolo quotidiano; il suo controllo degli eventi tende a zero – se fosse sceso da un taxi, la battuta di Churchill su Attlee sarebbe stata perfetta –. Eppure, è lo stesso uomo che è in grado di nominare task force e commissioni in numero infinito, di firmare dpcm (atti amministrativi), di inviare a un Parlamento quasi sempre ammutolito decreti legge da cui escono le più gravi limitazioni dei diritti costituzionali che l’Italia abbia conosciuto da quando è una democrazia. Ciò che perde verso l’alto in autorevolezza lo recupera verso il basso in dominio – in pratica, gestisce un caso d’eccezione senza proclamarlo apertamente –.

A loro volta le élites scientifiche (non gli operatori sanitari sul campo, s’intende) da una parte non riescono a venire a capo della crisi pandemica, ma d’altra parte continuamente ammoniscono, inveiscono, si smentiscono, zittiscono i colleghi che prevedono un’estinzione spontanea del virus, profetizzano sventure se i loro diktat non sono ubbiditi. Diktat che non tengono conto dei diritti costituzionali dei cittadini, ovviamente, perché la logica scientifica argomenta solo in termini di oggettiva efficacia (presunta). Così si sentono, trasmessi da emittenti di Stato, pareri di isolamento e internamento di tutti gli infetti – previ coattivi esami clinici di tutta la popolazione –, in cui non si sa se prevale  l’assenza di buon senso e di realismo o la mancanza delle minime nozioni di diritto costituzionale. E quindi si vive, dovendo ciascuno di noi spiegare e dimostrare i propri movimenti, in un perenne e generalizzato clima di sospetto, di inversione dell’onere della prova; un clima che durerà quanto più è possibile perché il principio di precauzione deve prevalere su ogni altro (l’unico concorrente  è il principio di prestazione, le esigenze dell’economia produttiva).

E si discute – senza che ci si renda conto della enormità della cosa – di app, o bracciali da detenuto, da applicarsi  a tutta la popolazione, con pene per i riluttanti (la perdita della libertà personale, è stato detto – anche se poi la frase è stata parzialmente corretta –); al più, qualche anima bella si occupa della privacy, mentre altri rispondono che in Costituzione non è previsto un tale diritto. Sembra sfuggire l’idea che in gioco non ci sia tanto la privacy (che è un concetto privatistico) quanto la libertà (che è un concetto della sfera pubblica)  – ovvero il diritto di non essere considerati capi di bestiame, governati con logiche di utilità, marchiati, disinfettati, sterilizzati –. Mentre a troppo pochi sembra improponibile l’idea che a determinate fasce di popolazione (per età, ora; ma chi può escludere che i parametri cambino?) si possano applicare barriere, discriminazioni, reclusioni, obblighi di lasciapassare.

Ma, per consentire anche agli ultimi, ai normali cittadini, uno sfogo, una gratificazione, un po’ di senso di superiorità, si fa pubblico spettacolo della caccia all’uomo, con droni ed elicotteri, e si trasmette in tv (di Stato) l’inseguimento di pensionati intenti a passeggiate solitarie. Tuttavia, mentre si cerca di indirizzare verso qualche deviante la riprovazione di un’intera popolazione e di rendere tutti non solo destinatari passivi ma protagonisti della strategia della colpa (anche con le delazioni), si manda in realtà il messaggio che a tutti può toccare la colpa, che nessuno può uscire dalla logica dell’incolpare e dell’incorrere nella pena della colpa. Il «ciclista» non sfugge alla sofferenza: il potere lo si subisce anche quando si crede di esercitarlo. Quel «qualcuno» che tutti possono denunciare o inseguire è in realtà «ciascuno».

In questo contesto in cui tutti cercano di esercitare potere verso il basso mentre lo perdono verso l’alto (mentre, insomma, perdono l’autonomia) crescono il disordine e, insieme, il disciplinamento sociale: quando sono esercitati regolarmente i poteri sono inefficaci (che ne è della configurazione costituzionale della democrazia? E dei successi della ricerca scientifica?) mentre sono efficaci quando esercitano dominio.

Da tempo l’elettronica ha reso possibile il «capitalismo di controllo», la compra-vendita dei megadata che consentono agli algoritmi di tracciare e prevedere i nostri comportamenti economici; ora le finalità non sono più commerciali: ora la  politica stessa è controllo, e lo Stato è «Stato di sicurezza» – se possibile, da tutti introiettato e invocato –. E la prospettiva non è tanto l’emergenza quanto la permanenza: dall’Europa ci viene detto che dovremo accettare  limitazioni alle libertà fintanto che non verrà scoperto un vaccino: almeno due anni, quindi; e se il vaccino non si trovasse, com’è il caso dell’Aids? Passeremo tutta la vita con app,  mascherine, distanziamenti, patenti di buona salute e marchi di infettività?

La realtà è che il neoliberismo, cessata da tempo la sua fase euforica, alza ora il vessillo della sofferenza e  della disciplina. Anche nell’ambito economico, naturalmente: dietro le offerte presuntamente allettanti del Mes senza condizioni c’è il tentativo di  perpetuare il comando dell’ordoliberismo sulla nostra economia, con la riserva esplicita dell’obbligo del rispetto di ogni vincolo esistente e di quelli che sicuramente verranno, pena la troika. Nel frattempo, frazioni non irrilevanti del mondo intellettuale si sforzano di fare introiettare ai cittadini l’idea della minorità italiana, della colpa nazionale di un popolo di sconsiderati, di indebitati, di mancatori di parola, di cattivi pagatori: una  sorta di auto-razzismo che ci dovremmo auto-infliggere in una generalizzazione del  principio del ciclista in cui tutti subiamo potere per nostra colpa e tutti lo esercitiamo su tutti noi (non su qualche deviante, quindi, ma su ciascuno di noi, tutti devianti), aderendovi e legittimandolo in una universale confessione ed espiazione  del nostro peccato.

La pandemia si rivela così un’ottima occasione per accelerare i cambiamenti, del resto già in atto, del paradigma politico-economico-culturale: non è una vera cesura, ma uno svelamento di ciò che era implicito. Il passaggio in atto da una legittimazione attraverso il consenso democratico (che prevedeva almeno il dissenso) a una legittimazione attraverso la colpa introiettata e la pena auto-inflitta serve a ribadire in forme nuove la logica di dominio che pervade questo tempo. Alzare la testa e cessare di scaricare colpe e potere sui più deboli – cioè su noi stessi – sembra a questo punto l’unica ragionevole strategia possibile.

 

Pubblicato anche in «la fionda» il 22 aprile 2020

L’incubo e il risveglio

 

La carcerazione, gli arresti domiciliari, la quarantena  forzata, sono vissute in molti modi: la crisi è ambigua, polimorfa. E differenziate sono le risposte soggettive a essa. Dalla rassegnazione alla rabbia, dall’euforia per gli affetti trascurati e oggi ritrovati allo smarrimento per la perdita dei consueti punti di riferimento esistenziali, dal compiacimento per i ritornanti ritmi della natura alla nostalgia della vecchia «normalità», dagli auspici che si possa vivere con maggiore  umiltà ed equilibrio alle rivendicazioni di esagerate rivincite. Ciascuno vede la crisi come l’occasione perché si realizzi il futuro che più gli aggrada, o che più teme.

Pare tuttavia che i sentimenti dominanti siano l’infelicità e l’angoscia. La prima è dovuta al fatto che l’uomo è un animale sociale, e che privato della relazionalità (o costretto a relazionalità monotona, esasperante, coatta) si snatura, si incattivisce, si dispera. La sua corporeità è offesa: i volti mascherati, i corpi imprigionati, gli spazi devastati (le città vuote, spettrali; i negozi chiusi; i luoghi della cultura deserti) provocano sofferenza.

La seconda, l’angoscia, è una lesione dell’anima: è determinata dalla sensazione presente di una minaccia invisibile – e invincibile, se non al prezzo di una riduzione drammatica della qualità della vita (stiamo cedendo spazio per guadagnare tempo; ci ritiriamo in casa e in noi stessi per diluire e rallentare l’afflusso di ammalati gravi alle strutture ospedaliere; ma per ora non abbiamo né vaccini né cure) –; è rafforzata dalla sensazione che in realtà non sappiamo nulla di questa malattia (dove e perché è nata; quanti sono gli ammalati, silenti e conclamati; quanti i morti); ed è ingigantita  dalla prospettiva che questa minaccia non si allontani, che passato un picco se ne profili un altro, che con essa dovremo troppo a lungo convivere, assumendo nuove abitudini, lesive di libertà e spontaneità (che erano già limitate in precedenza, ma che sono e saranno ben più compresse).

L’angoscia si trasforma poi in sgomento se si pensa al pauroso esercizio di potere a cui siamo e saremo sottoposti: sorvegliati e controllati da elicotteri e droni, da app elettroniche  e da delazioni; censiti, schedati, selezionati, raggruppati in categorie (per età, per stato di salute, per utilità sociale); ammessi sotto condizioni alla vita sociale e ai diritti civili (il libero godimento delle proprietà, il libero spostamento); scioccati dalla disuguaglianza dei malati davanti alle cure (la tragedia dei centri per anziani); oppressi (diversamente) sia dal virus sia dai tutori dell’ordine anti-virus; sgomenti  di fronte alla freddezza con cui scienziati, tecnici, esperti – peraltro spesso in polemica tra loro, in gare di dogmatica arroganza – ipotizzano confinamenti e internamenti coatti di quel «gregge», di quella massa, che siamo ai loro occhi (altro discorso vale per gli operatori sanitari in prima linea, e per la loro eroica abnegazione; come altro discorso ancora va fatto per le immagini dei camion carichi di bare, emblemi di una sofferenza comune che non dimenticheremo).

E, anche, c’è da essere impauriti davanti alla facilità con cui molti introiettano i nuovi divieti, vi si abituano, se ne fanno servizievoli portatori ed esecutori, si fanno piacere queste  prospettive di carcerazione perenne e fantasticano di sempre nuove vessazioni a carico dei trasgressori. Si profila una società ancor più disciplinare, in cui il legame sociale è sostituito dalla sorveglianza generalizzata, e la socievolezza dall’oppressione e dall’intolleranza; l’emergenza non unisce, ma divide (al di là dei gesti di solidarietà che pure possono verificarsi). Una società, inoltre (lato non trascurabile delle molte questioni che si affollano),  in cui l’insegnamento – il prezioso e delicatissimo rapporto fra gli adulti e i giovani, attraverso il quale ci si sforza di far crescere l’umanità e di formare la cultura delle generazioni che ci seguiranno – perde la propria dimensione personale e relazionale, e si trasforma nella somministrazione a distanza di nozioni, con scarsa empatia e scarso coinvolgimento (e ciò è dovuto più al mezzo tecnologico che non allo scarso impegno dei docenti); acqua colorata che sostituisce il vino. Ma quello che oggi è dolorosa e transitoria necessità, dettata dall’emergenza, è da taluni valutato con interesse: anzi, se ne ipotizza una futura più larga utilizzazione. Il virtuale è virtuoso, nell’epoca dell’estraneazione universale, da tempo iniziata e accelerata dall’epidemia.

Scenari da incubo, certo; a cui si aggiungono le prospettive della disgregazione dell’ordine interno e internazionale, sotto la pressione di crisi economiche ingestibili, di apocalittici impoverimenti, e di sentimenti collettivi di insicurezza che potrebbero sfociare nel panico e nella sovversione (il ministro dell’Interno lo ha detto chiaramente). Da una parte la Ue si dimostra ciò che è – un sistema di gerarchie fra Stati in competizione fra loro, al servizio di un paradigma economico che gerarchizza le società –, e mette così da parte le consunte e  ipocrite parole di solidarietà; mentre dall’altra è possibile che la politica del nostro Stato (che nella gerarchia delle potenze si colloca molto in basso – e tutti lo sanno –) decida, per prendere tempo, di aiutare una società depressa e impoverita togliendo agli uni (al ceto medio, ultimo residuale ambito di indipendenza economica e intellettuale  – anche solo potenziale – rispetto al corso delle cose) e dando in cambio un modesto e transitorio sollievo ad altri, più bisognosi, senza che la ricchezza collettiva aumenti. Il passaggio dalla crisi sanitaria a quella economica e da questa alla crisi sociale non è certo da escludere.

Quanto alla crisi politica, abbiamo in sospeso referendum ed elezioni regionali; non c’è collaborazione ma guerra fra maggioranza e opposizione; il governo è trainato dai «tecnici» e ora gli si affianca un super-team per la ripresa; l’esecutivo, e anche alcune regioni, si sono mostrati lenti a percepire il rischio dell’epidemia e incerti nel gestirla (la questione «tamponi» lo dimostra, insieme alla vicenda delle mascherine, per non parlare degli aiuti a persone e imprese, in enorme ritardo); ha sospeso alcune importanti libertà mettendo il parlamento davanti al fatto compiuto; ha utilizzato i media pubblici per accusare l’opposizione senza contraddittorio; non sa come scegliere fra logiche economiche (la riapertura) e logiche sanitarie (la chiusura prolungata), così che le decisioni saranno prese a livello regionale e l’Italia andrà avanti a macchia di leopardo. Da tutto ciò si può ben dire che la condizione politica si avvia a passare da «emergenza» (che è un dato di fatto) a un vero «caso d’eccezione» (che è una scelta) unita a un grande caos (che è l’esito di un sistema politico-amministrativo poco efficiente nel suo complesso). E ciò sarà il viatico per un’instabilità sempre maggiore, un rischiosissimo esercizio da equilibristi dentro la crisi, non un assestamento stabile di un processo.

Nella fase che stiamo vivendo vengono al pettine i nodi e le contraddizioni dell’epoca pre-crisi, che ora rimpiangiamo come un eden perduto perché la nostra psicologia ci spinge a ciò, ma che non era per nulla un paradiso. I poteri e i processi che vi dominavano tentano di ri-affermarsi anche in questa emergenza, che li ha sorpresi ma non travolti: lo sforzo della Ue, e dei suoi molti seguaci nelle élites nostrane, di assoggettare di fatto (non può esistere un Mes senza condizionalità) l’Italia alla Troika (a parte le spese strettamente sanitarie che ci vengono concesse) è la prosecuzione dell’austerità che da tempo opprime il Paese, è la conferma del nostro strutturale deficit di autonomia.

Certo, il progetto che tutto cambi perché nulla cambi non si è ancora realizzato. Ora siamo nel limbo, sospesi in uno spazio evanescente e in un tempo indefinito; siamo sulla soglia. Molti temono, o sperano, che un passo avanti ci porterà all’inferno, in cui – come ha detto un politico europeo – l’Italia finalmente sconterà i propri peccati. E invece abbiamo il diritto  e il dovere di impegnarci perché nell’ora più buia maturino le condizioni di un risveglio, di una presa di coscienza diffusa, popolare e nazionale, di una responsabilità nuova delle élites che ci faccia entrare nel cammino di un nuovo risorgimento, o almeno di una nuova ricostruzione, come quella a cui mettemmo mano nel dopoguerra. Abbiamo bisogno di alleati, anche economici; e se non interviene la Bce non li troveremo in Europa, dove siamo visti come un problema (e come una preda). Ma abbiamo anche bisogno di muovere da un’obiettiva ricognizione della verità, da una condizione di kantiana maggiorità –  e non dall’infantilismo indotto da molti politici e da molti media – che ci aiuti a scommettere per l’Italia e non contro l’Italia.  Abbiamo bisogno della consapevolezza – nei cittadini, nei partiti, nelle istituzioni, negli intellettuali, nelle forze sociali – che questo è uno dei non molti casi in cui molto può essere cambiato. Se deve essere l’occasione di qualcosa, l’epidemia valga come un inizio nuovo della nostra vita associata: da quello che in questi giorni penseremo, diremo, faremo, dipenderà per molti anni il nostro futuro.

Epidemia e sovranità

 

Fintanto che non si troveranno cure o vaccini, la sovranità è  l’unica risposta, in tutto il mondo, all’epidemia di coronavirus. Una risposta in termini di confini e confinamenti, a cui tutti gli Stati ricorrono; e  anche in termini di  guerra contro un nemico che si vuole tenere all’esterno, o bloccare se è già penetrato dentro la città. E il porre confini, e il fare la guerra, sono appunto opere della sovranità.

Ma ciò ha gravi contraccolpi. Uno di essi è che la sovranità accresce la concentrazione e l’efficacia del potere politico, la sua presa  sulla vita delle persone, riducendone la libertà, mutilando la «civile conversazione». Un altro è che la sovranità tende  a regnare su una non-società, su un agglomerato disarticolato di individui solitari a cui vieta riunioni, assembramenti, raggruppamenti, prossimità. Insomma, la sovranità è «soluzione» perché pone confini e al contempo scioglie i legami intermedi. Il suo effetto classico è che consente di sopravvivere a prezzo della qualità della vita. E poiché l’uomo è animale sociale, ciò provoca sofferenza. Nell’emergenza affiorano i tratti più duri della sovranità, nella normalità non visibili ma da essa ineliminabili; e duro è infatti il prezzo che stiamo  pagando.

A questo punto abbiamo due esigenze uguali e contrarie. Una è che la sovranità sia almeno efficace. E qui si pongono questioni di efficienza del sistema politico, dell’apparato amministrativo, della Protezione civile, del sistema sanitario. Siamo alle solite: l’Italia è il Paese degli atti di eroismo (ammirevoli), ma anche della disorganizzazione. I ceti dirigenti – politici, tecnici, scientifici, industriali, intellettuali – hanno detto, e fatto,  tutto e il contrario di tutto: il consenso e la fiducia popolare non hanno motivo di indirizzarsi verso gli uni piuttosto che verso gli altri. Errori sono stati commessi tanto dai vertici della politica (i decreti resi pubblici anticipatamente) quanto dalle opposizioni (oscillanti fra il «tutto chiuso» e il «tutto aperto»), quanto dai cittadini (le migrazioni bibliche verso il Sud) quanto dai ricercatori (divisi su temi essenziali). La gestione della crisi ha avuto una declinazione regionale che ha generato confusione e disomogeneità, come confuso è stato il susseguirsi delle norme. Un Leviatano drammaticamente acciaccato e ansimante, quindi.

L’altra esigenza è che l’emergenza non si istituzionalizzi in uno «stato d’eccezione». Lo scavalcamento di fatto della mediazione parlamentare, lo strumento del Dpcm utilizzato in modo massiccio, il rapporto personale e unilaterale fra il presidente del Consiglio e i cittadini via Facebook, non sono segnali positivi. Ed è ambiguo il mantra «non è il momento di fare polemiche». Infatti, se non si va a un governo di unità nazionale, la dialettica politica (già semi-spenta) non può essere interrotta. Le idee e le proposte devono avere spazio: è una iattura, pur comprensibile, che siano state congelate elezioni e referendum.

E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno. Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve. Una  di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro  colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa  economica il  Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità. Insomma, il trionfo degli oltranzisti nordici, che vedono nell’epidemia l’occasione per regolare i conti con l’Italia, come con la Grecia. E ci sarà bisogno anche di riflettere sulle nostre alleanze internazionali. La (relativa) generosità russa e cinese, infatti, davanti all’avarizia europea e al sostanziale silenzio americano, sono segnali da decifrare e valutare. L’ordine (si fa per dire) della globalizzazione potrebbe risultare molto modificato dalla pandemia.

Ci attendono insomma decisioni di prim’ordine. Se ci sembra che qualcosa debba essere cambiato delle politiche che ci hanno fatto sottofinanziare la Sanità per 37 miliardi in dieci anni, che ci hanno fatto aderire al «vincolo esterno» dei Trattati europei, che ci hanno consegnato all’austerità e alla stagnazione, allora di sovranità avremo bisogno. Ossia di energie politiche e morali per l’impresa che ci attende: inventare una nuova normalità, rifondare il patto della nostra democrazia.

Pubblicato in «La parola», n. 7, aprile 2020

Il nuovo Spengler (liberato da Evola) parla a noi e di noi

 

Oswald Spengler pubblicò Il Tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia universale nel 1918; nel 1922 apparve l’edizione definitiva, in due volumi. Nonostante l’enorme mole e lo stile non brillante (ma molto assertivo), l’opera godette subito di un’immensa fortuna di pubblico – fu il libro d’apertura del XX secolo –, mentre una parte del mondo accademico inorridì davanti al dilettantismo a-scientifico dell’autore, alle sue velleità di «tuttologo» in grado di unire in una sintesi, nel «simbolo», gli aspetti più disparati delle diverse civiltà «superiori», proponendo connessioni avventurose che si vogliono profonde e spesso sono superficiali, e davanti alla sua pretesa di saper maneggiare con perentoria disinvoltura il sapere universale, di avere individuato le chiavi della storia mondiale passata presente e futura.

Croce recensì il Tramonto con sgomento, accusando l’autore di ignoranza e faciloneria, e leggendo in quel miscuglio di irrazionalismo, di relativismo, di nazionalismo e di profetismo, la decadenza morale e scientifica della cultura tedesca. E all’irrazionalismo Spengler fu ascritto da un marxista come György Lukács nel suo libro-denuncia La distruzione della ragione (1954) – mentre un filosofo analitico come Otto Neurath lo aveva accusato di iper-razionalismo ma anche di pseudo-razionalismo (Anti-Spengler, 1921) –.  A ciò si aggiunga il favore con cui Mussolini accolse, facendoli tradurre, alcuni scritti successivi di Spengler – il quale però non ebbe rapporti cordiali col nazismo, di cui rifiutava l’antisemitismo e che riteneva volgare e fasullo, essendone a sua volta accusato di «pessimismo» (del resto, è suo il motto «l’ottimismo è viltà») –.

Ce n’era abbastanza per fare di Spengler – morto nel 1936 – un autore «di destra», per ghettizzarlo in un ambito ideologico in cui si apprezzavano le sue tesi sulla natura razziale delle civiltà, e le intuizioni sul tramonto della «civiltà» moderna, e sul cesarismo autoritario a forte impronta tecnica (cioè anti-umanistica) della «civilizzazione» contemporanea. Questa interpretazione fu assecondata dalla prima traduzione del Tramonto, che si ebbe in Italia nel 1957, presso Longanesi, opera di un personaggio altamente controverso come Julius Evola.

La traduzione di Evola rispecchia il suo autore – tradurre è trasportare, ma soprattutto è interpretare, ricreare, rimettere al mondo –: andamento stilistico pesante (lo è anche l’originale), linguaggio un po’ arcaico, soluzioni a volte intelligenti ma molto orientate da una forte ideologia tradizionalista che rileggeva il lato razziale dell’organicismo di Spengler (che nell’originale c’è, ineluttabilmente) alla luce di un’idea di sapere trascendente ed eterno, che è dell’italiano e non del tedesco. Una traduzione autorevole, quindi, ma molto influenzata dall’esoterismo aristocratico evoliano, che ascriveva del tutto Spengler alla «cultura della crisi», alla «critica del tempo», alla polemica antidemocratica e ambiguamente ostile alla tecnica (disprezzata nel suo utilitarismo, ma ammirata come strumento di potenza), tipica del pensiero di destra. Una traduzione che di fatto metteva d’accordo  dispregiatori e apologeti, nel valorizzare di Spengler organicismo, pessimismo e irrazionalismo.

Né le cose cambiarono molto quando apparve nel 1978 una revisione della traduzione di Evola (poi ripresa, presso Guanda, da Stefano Zecchi) a opera di una équipe afferente a Furio Jesi. L’operazione fu poco più che cosmetica, e si limitò a eliminare alcune bizzarrie stilistiche e alcune arbitrarie intrusioni del termine «razza», inserito anche dove era assente nell’originale.

La crucialità, la creatività, la vitalità del tradurre, emergono con piena evidenza in occasione di una delle più importanti imprese editoriali di questi anni, in  ambito filosofico-politico: la nuova versione integrale del Tramonto – che prescinde del tutto da quella di Evola – a opera di Giuseppe Raciti, professore a Catania, che l’ha pubblicata presso l’editore Aragno di Torino, coraggioso e benemerito, in due splendidi volumi il primo nel 2017, e il secondo nel dicembre del 2019 .

Si tratta di un restauro radicale del testo di Spengler, che ci viene restituito con una nitidezza e una vivacità inconsuete. Il linguaggio è, anche se un po’ ricercato, più fresco e aggiornato rispetto a quello di Evola (che dista più di sessant’anni); errori fattuali e sviste non intenzionali sono stati corretti; ma soprattutto è cambiato lo stile, il sapore, della traduzione, proprio a causa del diverso interesse teorico, del mutato angolo visuale, del traduttore. Ora, la parola di Spengler suona più viva, più interessante anche se non necessariamente più persuasiva. La nuova traduzione, insomma, rende attuale l’inattualità programmatica di Spengler, che non viene più decifrata dal punto di vista della Tradizione ma di una bruciante contemporaneità. Ora, Spengler parla a noi.

Le sue coppie esplicative civiltà e civilizzazione, organico e storico, organismo e organizzazione , la stessa nozione di «tramonto», possono ora essere riviste. Certo, per Spengler la vita delle civiltà, gli organismi che hanno un’anima naturale e vitale,  è razzialmente determinata (il traduttore mette però in rilievo il grande ruolo storico dello spazio, del paesaggio, rispetto al sangue, delle migrazioni rispetto al radicamento). Ma il cuore del libro non sta nella «metafisica selvaggia» (parole di Heidegger) dell’organico: non nella biologia vegetale delle culture ma nel destino interno delle civiltà, nella costruzione artificiale, non più originale, delle civilizzazioni. Spengler ci dice che l’Occidente non è il punto d’arrivo dell’umanità (e così rovescia la tesi di Hegel); che l’origine, lo sviluppo, il declino delle civiltà complesse, delle culture, non è calcolabile, anche se si può ricavare, dallo studio delle civiltà, una sequenza di forme e figure, una morfologia, che consente la comprensione del loro destino; e soprattutto ci dice che fra le civiltà superiori quella europea «faustiana», sta morendo in un tramonto di lunga durata, e che proprio la morte di questa civiltà, non la sua vita, consente quell’esercizio di auto-comprensione che è la storiografia.

Questa, però, non è come la filosofia di Hegel, come la «nottola di Atena» che alza il suo volo sul far della sera e riesce a comprendere, se non a ringiovanire il mondo; la storiografia in Spengler è solo il linguaggio particolare dell’Occidente, la «bolla» in cui è immersa una civiltà morente. Non salva, e non comprende il corso del mondo che non c’è : semmai, se lo inventa come propria auto-giustificazione. Una grande relativizzazione dell’Occidente, quindi, che coesiste con la consapevolezza che la storia di questa civilizzazione è insuperabile, dal suo interno, che cioè l’Occidente non riesce a uscire da se stesso, che si pensa eterno, privo di storia e di futuro, che si dilata solo nello spazio, dove può perfino diventare minoritario dopo avere reso il mondo a propria immagine.

Il Tramonto così non è il compianto su un declino, ma l’apertura grandiosa sulle questioni del nostro tempo: la democrazia di massa, il denaro, il regno della tecnica, il destino di diffusione e appropriazione planetaria la globalizzazione della civilizzazione occidentale. Passata la sua creatività, la civiltà faustiana si impadronisce dello spazio mondiale. E  qui scatta l’analogia fra il presente e Roma antica: Spengler, tutt’altro che pessimista, affidava alla Germania il ruolo di interprete del destino occidentale; ma è stato smentito dagli eventi. Eppure, gli Stati Uniti, cioè l’impero uscito vittorioso dai grandi conflitti del XX secolo che dovevano decidere chi sarebbe stato il signore delle masse, della tecnica, del denaro e dell’organizzazione , si pensano come eredi di Roma, e paventano un’analoga decadenza.

Le pagine restaurate di Spengler sono così non un rimpianto ma un’analisi disincantata, benché enfatica, delle vicende che generano la democrazia e del cesarismo imperialistico (il populismo iper-sovranista e iper-politico) che sorge dalla sua impotenza, con le sue leadership e la sua volontà di dominio. E la  globalizzazione rivela di essere una fine che non ha fine, uno spazio-tempo prefigurato, dentro il quale può succedere di tutto.

Ecco allora che grazie alla nuova traduzione Spengler diventa il portatore non solo di una velleità conoscitiva dai tratti nostalgici e al contempo totalitari, ma di uno sguardo critico sul nostro mondo. E non è un caso che già Adorno che pure centrava la sua lettura meno sulla civilizzazione e più sulla naturalità delle culture, cioè sulla barbarie che alligna nelle civiltà, accettata da Spengler come destino vedesse in lui uno di quei teorici della reazione la cui critica del  liberalismo (oggi diremmo dell’autocomprensione mainstream della globalizzazione) si è rivelata superiore a quella progressista.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 8 marzo 2020

Perché non possiamo non dirci sovrani

 

Io sono qui perché ho pubblicato un libro il cui titolo è Sovranità; libro relativamente facile, divulgativo, che nasce dal fatto che – come studioso, molto più che come politico – non mi sono per nulla sentito a mio agio con l’invenzione lessicale del termine «sovranismo» e con l’uso della parola «sovranista» come un insulto. E quindi ho messo in piedi una riflessione, il cui contenuto in parte adesso vi consegno. Dico «in parte» perché nel libro vi sono molti passaggi storici e filosofici che non è il caso di portare qui; però, alcune questioni è il caso di portarle per un obiettivo – l’obiettivo fondamentale che in questa fase della mia esistenza io mi pongo –: in questo Paese c’è una gravissima questione di egemonia culturale; detto in un altro modo, c’è una gravissima questione di conformismo.

La politica, se vorrà e saprà, potrà fare la sua battaglia, ma sicuramente la intellettualità italiana dovrebbe fare la propria e secondo me non la sta facendo – per una serie di motivi che non voglio neppure enumerare –. La cosa più importante oggi è fare passare l’idea che è possibile un diverso punto di vista sulle cose dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Ideologia

Un «diverso punto di vista», ad esempio, rispetto al fatto che già questa frase mi verrebbe contestata, perché potrebbe essere accusata di nascondere l’intento di far nascere e rinascere, inventare, una ideologia nell’epoca in cui le ideologie sono finite. Ora, questa non è l’epoca in cui tutte le ideologie sono finite. È l’epoca in cui una ideologia ha vinto, e ha giustamente permeato di sé tutti – con scarse eccezioni – gli ambiti della riflessione, della comunicazione, dell’azione politica: è il neoliberismo. Che non è un dato di natura, ma un dato storico, economico, politico, che nasce da alcuni interessi e da alcuni presupposti intellettuali, e ha avuto la capacità di farsi passare per ovvio, naturale e post-ideologico. Dentro questo errore di valutazione la prima a cadere è stata la sinistra, che ha creduto a molto di quello che il neoliberismo raccontava di se stesso, lo ha fatto proprio e lo ha spacciato ai cittadini, i quali poi, davanti alle contraddizioni intrinseche del modello socio-economico-politico vittorioso, l’hanno ripudiata.

Questa ideologia, che più delle altre nega di esserlo, opera inversioni; ad esempio, il rapporto che essa pone fra sovranità e guerra oppure il rapporto che essa pone fra Europa e pace. Si sostiene che la sovranità è portatrice di guerra. Ora, naturalmente, la sovranità consiste anche nel decidere di fare la guerra, ma non solo. In ogni caso, la sovranità è così poco in sé portatrice di guerra che su ciò potremmo chiedere il parere di tutti i popoli ai quali viene fatta la guerra proprio perché non sono sovrani. Certo, si possono fare guerre anche contro Stati sovrani, però è più rischioso; se non si è sovrani si è più largamente esposti alla guerra. Quanto poi al rapporto tra Europa e pace – «L’Europa ci ha dato settant’anni di pace» (è l’intero sistema mediatico che lo dice) – si deve notare che questi anni (non tutti di pace, peraltro – si ricordino l’Ulster o l’Alto Adige –) non ce li ha dati l’Europa, se per Europa si intende la UE: ce li ha dati una sconfitta clamorosa dell’Europa – che possiamo anche definire benedetta, dato che cosa era in quel momento l’Europa, cioè la preda della Germania nazista –; una sconfitta militare, che ha fatto dell’Europa non più il soggetto della politica internazionale, ma l’oggetto: un oggetto posseduto dai due vincitori extra-europei della Seconda guerra mondiale. Nella parte occidentale, così neutralizzata, alcuni attori credevano di essere Stati nel senso pieno del termine – parlo della Francia e dell’Inghilterra –, ma quando hanno provato a fare azioni sovrane in senso classico (1956, Suez) sono stati rimandati a casa da USA e URSS, che stavano azzuffandosi per la questione ungherese, ma che sono state concordi nel vietare agli europei di compiere azioni sovrane. In quel contesto nasce, l’anno dopo, quello che allora si chiamava MEC, poi CEE e poi, dopo il ’92, UE, come area di libero scambio, che non dava fastidio a nessuno, e anzi faceva del bene a tutti (in modo disuguale, come sempre avviene). È stato uno dei volani che hanno innescato nel nostro Paese il boom economico. La UE nasce da una pace che non ha creato: nasce dalla pace creata – come tutte le paci – dall’esito di una guerra. Per cui sentirsi dire «la UE ha portato la pace» è un’autentica barzelletta. La pace l’ha portata in Europa occidentale la NATO, che ha fatto sì che non si facessero la guerra tra di loro nemmeno la Grecia e la Turchia – che se la sarebbero fatta certamente se la NATO non fosse esistita –.

Il secondo dopoguerra è stato caratterizzato da un affievolimento – non dalla scomparsa – della sovranità, tanto in Occidente quanto in Oriente. In Oriente molto sbrigativamente si teorizzava la «sovranità limitata»; in Occidente, più pudicamente, non lo si diceva in modo aperto, però la «dottrina Brzezinski» qualcosa faceva capire, e poi c’erano le azioni pratiche, più o meno coperte, che ribadivano brutalmente quelle condizioni insuperabili per le quali vi erano alcuni partiti politici che mai e poi mai avrebbero potuto prendere il potere, nemmeno se avessero avuto il 95% dei voti. Certo, all’interno del contesto occidentale, il fatto che le sovranità fossero abbastanza sopite non impediva che chi se ne sapeva servire se ne servisse nei limiti del possibile – la Francia ha continuato a gestirsi l’impero africano, ad esempio; l’Italia ha continuato a fare la cosa che sa fare meglio al mondo, cioè il doppio, triplo gioco con arabi e israeliani (cosa, peraltro, utilissima a molti) –. Chi sa adoperare la sovranità, appena può la adopera. Certo, la situazione non era più quella del 1914 o anche del 1939: la piena sovranità non c’era più. Non si perdono le guerre mondiali gratis; da qualche parte il prezzo emerge.

Sovranità (Mortati)

Ciò premesso, basta prendere il Manuale di Diritto pubblico di Costantino Mortati, andare a pagina 99 e seguenti, e leggere quelle tre-quattro pagine per togliersi alcune cattive idee sulla sovranità.  Che cos’è la sovranità? Mortati la definisce, prima di tutto, come indipendenza; poi, come il fatto politico-giuridico del potere costituente; infine, come la capacità di possedere la competenza delle competenze.

Indipendenza è un concetto empirico: la Catalogna non è sovrana perché non è indipendente. Indipendenza vuol dire non avere un’altra sovranità sopra di sé.

La sovranità è, poi, il fatto politico-giuridico del potere costituente: questo è il punto centrale , che ci consente di dire che la UE non è un soggetto sovrano. Sovranità è la enorme energia che fa sì che sulle ceneri di un ordinamento ne venga formato uno nuovo. Questo è il modo con cui la sovranità si manifesta. Non c’è altro modo per valutare un soggetto sovrano che andare a vedere come è nato, la sua origine. Si dirà che c’è qualche cosa di violento in questo. Ora, la politica è precisamente quella dimensione che in prima – o in estrema – istanza fa i conti col fatto che gli esseri umani non sono ordinati per natura, come possono essere le formiche, ma gli ordini se li devono costruire. E per costruire un ordine si devono fare i conti con la storia, cioè con gli ordini politici esistenti, che per diversi motivi vanno a pezzi, vanno in crisi, non soddisfano più alcune esigenze e vengono rimpiazzati da nuovi ordini. La sovranità ha all’origine una decisione, una rivoluzione, una guerra civile, una guerra di liberazione, il collasso di un ordinamento. Andate con la vostra mente a cercare un esempio di sovranità che contraddica quello che ho detto: non lo trovate. La nostra Costituzione, che definisce l’Italia come un soggetto sovrano, non è forse nata dall’incrocio fra una guerra civile, una guerra di liberazione e il collasso di un ordinamento? Non nasce forse da un impiego di energia politica quale mai più si è visto, e quale la nostra stessa Costituzione nega si possa più dare? Il potere costituente è talmente potente che, sulla base della nostra Costituzione, non può più essere attivato; valgono solo i poteri costituiti. La Costituzione nasce nel sangue; poteva andare diversamente, resta il fatto che la nostra è una Costituzione orientata, come tutto ciò che nasce da una guerra: ci sono i vincitori, ci sono i vinti – molto sta nel vedere come tratti i vinti, naturalmente; se li escludi o se li includi (alle tue condizioni) –. Le costituzioni sono uno sbocco di energia politica – particolarmente, le costituzioni otto-novecentesche democratico-rivoluzionarie –. Non c’è altro da dire su questo.

La competenza delle competenze significa, poi, che la sovranità consiste nel decidere chi fa che cosa all’interno delle istituzioni.

Alla luce di tutto ciò, la UE non ha una Costituzione e non è un soggetto sovrano: è un insieme di trattati, i cui signori sono gli Stati sovrani. Con questo non voglio dire che la UE non sia qualche cosa di assolutamente cogente, anzi; la sua contraddizione di fondo è che è estremamente cogente e, al tempo stesso, non è sovrana. Se fosse estremamente cogente e sovrana, vorrebbe dire che siamo all’interno di una sorta di «superstato» europeo, come un napoletano nel 1861 si è trovato a essere all’interno di qualche cosa che non era più il Regno delle Due Sicilie, ma era lo Stato unitario italiano. Lì c’era una sovranità che si era formata e che si prendeva qualche responsabilità (poche); non si fondava certo su una grande energia popolare, e tuttavia c’era l’energia della guerra di conquista piemontese e c’era una egemonia intellettuale – il pensiero del Risorgimento –. In ogni caso, quando una sovranità funziona, cioè quando si è usciti dal momento magmatico generativo, e ci si trova – diciamo così – in «tempi normali», la sovranità è un rapporto di obbedienza e protezione: cioè, c’è il comando sovrano sui cittadini, che, a loro volta, sono protetti da quel comando.

La sovranità non c’è, in Unione Europea, perché l’Unione Europea non è nata politicamente; quindi, non ha caratteristiche sovrane, tanto che il suo comando – la moneta unica, con tutto quello che si porta dietro, e lo spazio giuridico unico (non in tutti gli ambiti) –  non corrisponde ad alcuna protezione. Cioè la UE comanda ai singoli Stati di costruire il loro bilancio sulla base dei principi che la UE stessa impone (e che, certo, gli Stati hanno sottoscritto), ma le conseguenze non le interessano, sono un problema dei singoli Stati. Ma quando contraddice il principio di responsabilità, il potere diventa dominio. La moneta unica è costruita in modo da dare la responsabilità delle sue conseguenze agli Stati, che hanno il dovere di obbedire,  e, se sono riottosi, sono costretti ad obbedire – si veda la Grecia –. In ogni caso, meno che mai hanno il diritto di determinare il contenuto del comando – le regole dell’euro sono inalterabili –. Ecco perché siamo dentro un paradosso.

Non voglio neppure iniziare a dimostrare che la UE non è un soggetto sovrano dal punto di vista della capacità di agire sulla scena internazionale. È del tutto evidente: non riesce a imporre la propria volontà perché non ce l’ha; ha le diverse volontà, i diversi interessi, degli Stati che la compongono (dei più forti, almeno). Imprese politico-militari europee si contano sulle dita di una mano.

Sovranità (Galli)

Ora, con un linguaggio che non è più quello di Mortati, ma è il mio: per parlare della sovranità bisogna considerarla formata da tre diverse dimensioni geometriche.

Vi è una dimensione che non è una dimensione, ma è un punto. La sovranità è un punto perché è il valore non negoziabile a cui è appeso l’intero ordinamento. Detto in un altro modo, è la decisione che ha posto l’ordinamento e che lo difende, anche scavalcandolo (in parte), oppure è un’altra decisione che lo abbatte e lo sostituisce con un altro. Nel caso italiano qual è il valore non negoziabile su cui si fonda l’intero ordinamento? Sono alcuni dei valori che stanno nei «Principi fondamentali» e nelle «disposizioni transitorie e finali» della Costituzione; su tutti io direi: l’antifascismo e lo Stato sociale. Dove per antifascismo si intende la lotta storica contro uno specifico totalitarismo, e magari contro i rischi di altri totalitarismi, benché l’antifascismo non vada utilizzato come arma polemica nella lotta partitica quotidiana (non chiunque è nostro avversario è anche fascista o comunista – altrimenti questi termini diventano asemantici e  perdono la propria serietà –). E poi  lo Stato sociale; o meglio, quanto è previsto dall’articolo 3, che dà alla politica il compito di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità. E qui ci si doveva interrogare se il neoliberismo e l’ordoliberalismo – i paradigmi economici che sorreggono la UE – e la loro interpretazione radicale, secondo la quale la politica non deve interferire con la signoria del mercato, sono del tutto in linea con lo spirito costituente.

Ma, oltre che un punto, la sovranità è una figura geometrica. È l’ordinamento giuridico, che, per definizione, ha dei confini. Fino a una certa linea vige il codice penale italiano, da quel punto in poi vige il codice penale francese. «Dentro» e «fuori» sono gli assi fondamentali del normale funzionamento della sovranità: «dentro» c’è la pace, «fuori» c’è la possibilità della guerra; «dentro» ci sono i criminali, «fuori» ci sono i nemici – senza possibilità di veder nascere all’interno un nemico o di criminalizzare il nemico esterno –. Va ricordato ai più giovani che noi questa cosa l’abbiamo vissuta, sia durante la guerra fredda – con la criminalizzazione del nemico esterno –, sia quando ci siamo trovati in casa le BR, che volevano essere riconosciute come nemico politico (cosa che non avvenne, e quindi rimasero nel loro status di criminali).

E infine la sovranità è un solido – e qui i giuristi mi diranno che io sconfino, ovviamente –; cioè, è una società con la sua dialettica interna. Il soggetto politico sovrano esiste realmente, in carne e ossa: è un corpo politico che dà la sostanza, la forma e l’orientamento della sovranità. In alcuni Stati sovrani comandano i ricchi, altri sono popolari e democratici; alcuni godono di pace civile all’interno, altri sono connotati da una forte dialettica socio-politica. Questi non sono accidenti della sovranità, sue variabili inessenziali: sono la sua sostanza, senza la quale non si comprende neppure la sua forma. La sovranità nella storia non è mai solo un punto, non è mai solo un ordinamento, ma è anche al tempo stesso un solido.

Il vero problema – non ci entro qui – è che queste, diciamo così, modalità di esistenza della sovranità sono fra di loro sconnesse. Questo vuol dire che la sovranità non può mai essere soltanto decisionistica, non può mai essere soltanto giuridificata, e non può mai essere soltanto ridotta a un dato sociologico. Qui c’è davvero un elemento inquietante: la politica non può mai essere solo giuridificata. Essendo qualche cosa di vivo, la sovranità non si manifesta sempre soltanto attraverso contingenze riconducibili alla fattispecie – non si può tradurre tutto quello che succede in norme –: ciò è inaccettabile per i giuristi, ma è la storia politica reale. Se la vita politica fosse tutta giuridificabile, sarebbe come dire che è tutta tecnicizzabile o come dire che è tutta economicizzabile; cioè, significherebbe sostenere che esiste da qualche parte un principio di neutralizzazione totale delle dinamiche politiche. Questo è quello che ci viene fatto credere oggi, ed è esattamente ciò contro cui noi insorgiamo, ciò che noi critichiamo. Perché il vestito, se il vestito è unico, è sempre non-adatto; e il pensiero, se il pensiero è unico, non riesce mai a pensare abbastanza. Questo fa parte del fatto che noi stiamo nella storia (non stiamo «fuori», «sopra»), stiamo nella contingenza. Detto in un altro modo (e chiudo su questo punto), la sovranità è un concetto, ma è un concetto esistenziale, non è un concetto puro – il quadrato è un concetto puro (la figura geometrica in cui quattro lati sono tutti uguali e quattro angoli sono di 90 gradi ciascuno: questo è un concetto puro) –. La sovranità è un concetto esistenziale, cioè è l’espressione della volontà di esistere come soggetto di un certo gruppo politico. Ed «esistere» significa esporsi alla contingenza, al rischio. Allora, se ragioniamo così diventa una cosa estremamente seria. Cerchiamo di capire dai palestinesi o dai curdi o dai somali o dai libici che cosa vuol dire sovranità. Esistono? No, non esistono come soggetto politico; esistono come singoli individui, come bande, come tribù, ma non esistono come soggetti sovrani.

Gli avversari della sovranità

Ora, perché stiamo qui a riflettere sull’abbiccì di ogni pensiero giuridico di diritto pubblico o di storia del pensiero politico o di storia politica? Perché sprechiamo il nostro tempo prezioso nel pensare ciò che è già stato pensato? Perché è un po’ di anni che ci dicono che nulla di tutto ciò è più vero; che tutto ciò è preistoria, fascismo, grettezza d’animo; che fa venire il cambiamento di clima – questa l’ho letta davvero: il sovranismo produce il cambiamento climatico –. Chi dice ciò? Chi sono gli avversari della sovranità? Eccone alcuni.

Il singolo individuo, che, in teoria, l’ha prodotta attraverso le forme del contratto politico moderno; però, nella realtà storica ha sempre trovato nella sovranità un limite – anche se sa che senza quel limite egli, individuo, non avrebbe la vita sicura; come diceva Thomas Hobbes: noi ci mettiamo insieme per godere in sicurezza dei frutti della nostra industria. Il Leviatano sarà una triste realtà, però senza di lui le cose vanno peggio –. L’individuo, quindi, prova a indebolire la sovranità: è il liberalismo.

Poi – ben più potenti – ci sono fattori universalistici, che detestano la sovranità in quanto essa vive di limiti, di confini, di determinazioni; questi sono: il diritto, che non è soltanto il diritto interno, ma è anche il diritto internazionale; la morale – è difficile rinunciare all’idea di una morale universale –; l’economia capitalistica moderna – la quale nasce dentro lo Stato, custodita allevata, protetta, nutrita, salvaguardata dallo Stato, ma la sua vocazione è globale; non da adesso, da sempre –.

Allora, pensate a quello che veniva detto quando vi era un altro ministro dell’Interno, che bloccava i porti: da una parte c’era la tesi «io difendo i confini»; dall’altra c’era la tesi «i confini non vanno difesi perché vi sono valori universali che sono superiori ai valori particolari». E tutto ciò veniva argomentato, quando lo era, attraverso iniezioni potentissime di emozione, cioè di casi singoli, emblematici. Poi, veniva argomentato attraverso la moralità: «È immorale comportarsi così». Ma anche attraverso l’economia: «Ci fanno comodo i migranti». E infine attraverso il diritto, tanto interno quanto internazionale: l’universale contro il particolare, la norma contro la decisione. A questi si aggiunge, poi, l’argomento principe: l’antitesi vecchio-nuovo. «Tu sei vecchio, vecchissimo, morto… tutta questa roba andava bene nell’800, ma adesso c’è la globalizzazione».

Ora, se per globalizzazione si intende il fatto che 350 milioni di cinesi sono stati messi al lavoro e hanno distrutto le classi operaie occidentali, da una parte, e, dall’altra, hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo, certo che la globalizzazione c’è. Se per globalizzazione si intende il fatto che le amministrazioni di sinistra statunitensi ed europee hanno deregolato i meccanismi di allocazione delle risorse finanziarie a livello mondiale, per cui chiunque abbia dei soldi li può spostare in un decimo di secondo qua e là come vuole, è vero. Da ciò discende forse che il mondo è diventato privo dell’«esterno», cioè che la logica sovrana dell’«interno-esterno» non vale più? Ne siamo certi? Forse che non esiste un capitalismo cinese diverso dal capitalismo statunitense? Forse che non esiste la proiezione di potenza verso l’esterno di una serie notevolissima di entità politiche?

Ma non sono soltanto Cina, USA, Russia; di Stati che fanno politica internazionale, cioè proiettano in modo strategico la propria potenza militare ed economica, ce ne sono parecchi: Israele, Turchia, Giappone (sul piano militare no, ma sul piano economico c’è, eccome), India, Brasile, fra un po’ ci sarà la Nigeria. Descrivere il mondo globalizzato come un mondo privo di centri di potere sovrano è veramente dire il falso. Ho letto poco tempo fa l’articolo sul «Corriere della Sera» di un ex ambasciatore il quale, dopo aver fatto una analisi corretta del contesto internazionale, diceva sconsolato «ma guarda tu com’è possibile che il mondo sia tutto pieno di sovranismi». Ma non sarebbe bastato dire «guarda tu come è normale che il mondo sia tutto pieno di sovranità»? Chi è che va a spiegare a qualunque Stato che non è uno Stato sovrano… tranne che a noi. Noi stiamo riuscendo nell’impresa di creare la non-sovranità in un Paese solo, come Stalin aveva creato il comunismo in un Paese solo.

La verità è che le dinamiche economiche globali esistono, e non si sovrappongono perfettamente alle dinamiche politiche sovrane (per definizione, parziali): i grandi centri di potere politico non governano pienamente l’economia globale, ma la intercettano, la deviano, se ne servono e ne sono a loro volta utilizzati. La sovranità, oggi, esiste in un ambiente esterno ancora più difficile che in passato; ma non sta morendo, non è in rovina.

Cenni di storia economica

Noi siamo vissuti dal secondo dopoguerra dentro il sistema di Bretton Woods (1944), che era un sistema a trazione americana, a egemonia intellettuale molto all’ingrosso keynesiana, e sicuramente fondato sugli Stati. Questo sistema è andato in crisi per un motivo essenzialmente esogeno, cioè il fatto che il barile di petrolio è passato in poche settimane da quattro a ottanta dollari. Inoltre, gli americani avevano fatto un’inflazione mostruosa per la guerra in Vietnam, per cui era nata una situazione ingestibile col paradigma keynesiano, cioè la stagflazione. Chi ha qualche anno ricorderà che Andreatta emetteva bond al 22% perché c’era l’inflazione al 20. Ciò è male, ovviamente, e a ciò è seguita una cura da cavallo, cioè la nascita, la messa in pratica di un paradigma economico che era nato tra l’Otto e il Novecento, cioè il marginalismo austriaco, tenuto di riserva nei grandi dipartimenti economici anglosassoni, rispolverato alla bisogna – premio Nobel a Hayek, che ne è il grande sistematore, nel ’74; in parallelo, mano libera ai «Chicago Boys» per mettere ordine in Cile –. Mentre il modello keynesiano – mi perdonino gli economisti – ha un nemico che è la disoccupazione, il nuovo modello (che tanto nuovo appunto non è) ha invece un altro nemico, l’inflazione, e lo debella, perché è un modello deflattivo: ci devono essere pochi soldi in giro, e quei soldi devono essere prevalentemente nelle tasche di pochi. Perché ci siano pochi soldi l’economia non deve funzionare con la domanda interna, ma con le esportazioni; non ci devono essere alti salari, né, quindi, conflitto sociale, e dunque è necessario che il conflitto sociale venga, da una parte, criminalizzato, dall’altra giudicato obsoleto («Siamo tutti nella stessa barca»). Questo modello economico implica che il fattore  centrale del sistema economico non stia più nel lavoro, ma nel consumo; cioè è un’economia dell’offerta.

All’inizio tutto ciò passa – dapprima nel mondo anglofono – perché i poteri forti di questo pianeta lo fanno passare, cioè si cominciano a fare politiche di questo tipo. Poi, passa perché viene fatto piacere, perché è tutto costruito sulla esaltazione della capacità imprenditoriale di ciascun singolo; cioè, detto in un altro modo, stimola il desiderio: mentre l’altro modello, precedente, era dopotutto fondato sopra la disciplina, sopra la previsione del futuro – «lavora duro oggi perché domani tuo figlio starà meglio» –, qui invece si dice «sii un avventuriero, godi, consuma, mettiti alla prova, segui il tuo sogno, sii te stesso…». Chi è giovane ha sentito solo questo modo di ragionare, fino alle parole del papa supremo: «Stay hungry, stay foolish».

Voi capite: te lo fanno piacere, soprattutto se il tutto è condito dalle campagne gestite dai giornalisti dei grandi giornali di proprietà dei grandi capitalisti, campagne contro i partiti politici, contro i corpi intermedi, contro i sindacati. L’obiettivo è che la società sia priva di divisioni strutturali (classi); che sia, come si dice, «liquida», un magma indistinto di individui, tutti controllati, controllabili, valutati, valutabili, e la logica del capitale deve estendersi su tutta la società. Nessuna isola, nessuna eccezione, nessuna riserva indiana – tra un po’ dovrai pagare anche quando vai a fare la comunione –. Di sicuro siamo tutti mercificati. Che cosa è costruirsi un curriculum – cosa a cui i giovani sono tenuti, mentre quelli della mia età non sapevano nemmeno che cosa fosse –? È mettersi addosso un’etichetta, garantire la tracciabilità della merce. Che cosa è il turismo di massa se non la trasformazione delle città in scenari, in quinte di uno spettacolo, in merci urbane? Nulla e nessuno deve resistere alla potenza del capitale. Che cos’è l’idea che i vecchi non devono votare perché sono economicamente non propensi al rischio? Si dirà «ma quella era una provocazione». Il dramma agghiacciante sono le risposte di quelli che non sono d’accordo – «I vecchi sono economicamente utili» –. Ecco che cos’è egemonia: tradurre la cittadinanza in utilità economica, e poi discutere se una persona è economicamente utile o no. Egemonia è questo, e chi non l’ha – invece di dire «il terreno di gioco lo metto io» – accetta il terreno di gioco di un altro; dissente sui particolari, ma non sul principio generale. Da quando in qua si valuta la cittadinanza sulla base della capacità economica? Dal Dreiklassenwahlrecht di Humboldt (siamo in Prussia, all’epoca delle riforme dopo la sconfitta di Jena, 1808-1809), quando il terzo più alto in reddito eleggeva un terzo dell’assemblea, per cui uno Junker aveva milioni di voti, mentre il suo contadino ne aveva uno. I voti si pesano e si contano, qui.

La prima ondata mondialista negli anni ’90 era giocata sul registro euforico: «Sii te stesso, segui il tuo sogno, fai debiti». Dopo il 2008 ha preso un’altra tinta ed è diventata: «Come ti sei permesso di fare debiti; maledetto peccatore, morirai per questo». In questa forma di capitalismo la ricchezza si presenta in forma «liquida», finanziaria; il sistema fa accumulazione attraverso le bolle: ogni tanto le bolle scoppiano e molti restano bruciati. Da un punto di vista sociologico, poi, le sue dinamiche sono orientate, lo abbiamo già detto, alla distruzione delle differenze: dei partiti, che sono differenze organizzate; dei sindacati; dei ceti, prima di tutto il ceto medio, soprattutto quel ceto di disgraziati, come i professori universitari, i professionisti, gente che credeva di essere indipendente per «Besitz und Kultur», proprietà e cultura, e adesso scopre di essere dipendente come l’ultimo dei salariati: «Credevi di avere una certa pensione? Io te la abbasso. Credevi di avere uno status sociale? E io te lo tolgo. Credevi di avere diritto alla considerazione della Repubblica perché insegni, perché sostieni intellettualmente questo Paese? Abbasso i professoroni! Viva l’ignoranza!» (l’esaltazione della società del sapere, del ruolo centrale della ricerca per lo sviluppo, è la riduzione del sapere a specialismo settoriale, con divieto assoluto che il sapere assuma un ruolo critico). La distruzione del ceto medio è uno degli obiettivi sociologici fondamentali del neoliberismo, che – torno a dire – vuole una società di atomi scollegati fra di loro, e semmai collegati soltanto a internet e a Facebook. Naturalmente, a questo livellamento corrisponde una crescente disuguaglianza fra la massa dei poveri e la minoranza dei ricchi.

Nel frattempo, le promesse disattese sono state tante e così amare le disillusioni, che nel crollo del paradigma economico – nel crollo delle speranze che da esso erano state veicolate – è stata travolta anche la democrazia, la fiducia del popolo nelle istituzioni democratiche. Quella complessa congerie di istituzioni, di processi, ma anche di valori, che si assommano nella democrazia liberale rappresentativa è in grave difficoltà perché è troppo stabilmente associata al modello economico che l’ha schiacciata, l’ha stravolta, l’ha fatta diventare una postdemocrazia. La protesta (che le forze dell’establishment classificano come populista e sovranista, perché è una richiesta di protezione del popolo allo Stato, che difenda  la società dalle incontrollate dinamiche economiche sovranazionali) si manifesta non solo contro il paradigma economico ma – anzi più spesso – contro le sue istituzioni politiche, che quello stesso paradigma ha svuotato e reso praticamente risibili. Tutto il mondo, oggi, conosce una serie di focolai di rivolte violente, ma al tempo stesso non bene indirizzate, contro lo status quo; tutto il mondo, dal Cile a Hong Kong, da Barcellona a Parigi, eccetera. Questo sistema non regge, non è più considerato vitale, vivibile. La globalizzazione è dunque contraddetta nel suo presupposto fondamentale – cioè l’arricchimento generale attraverso l’individualismo – dal fatto che le società che hanno subito più potentemente la globalizzazione sono società in rivolta. Inoltre, la globalizzazione è contraddetta dal già ricordato pluralismo politico mondiale.

Europa e Italia

In Europa, ed eccoci al punto, non ci siamo dati soltanto un modello neoliberista; ci siamo dati un modello ordoliberista. L’ordoliberismo è una variante del neoliberismo, che tra l’altro si è definito esso stesso neoliberismo fino a che, a un certo punto, ha cominciato a chiamarsi ordoliberalismo perché uno dei suoi fondatori, Walter Eucken, ha fondato una rivista che si chiamava «Ordo». Si tratta dell’«economia sociale di mercato» tedesca. Ora, da settant’anni ai tedeschi le cose vanno spesso più bene che male – e l’ordoliberalismo li ha tirati fuori in qualche modo dal disastro del 1945 –. Però, ha dei presupposti molto cogenti. È diverso dal modello neoliberista essenzialmente per questo: mentre il neoliberismo crede che nel migliore dei mondi possibili non ci sia politica, perché il mercato si autosostiene, si autogiustifica, e solo in questo basso mondo è necessaria la politica (ma solo perché faccia riforme antisociali e filomercato), al contrario, l’ordoliberalismo pensa il mercato come qualche cosa di fragile, bisognoso del continuo intervento della politica, a partire dalla grande decisione politica che lo instaura. Il mercato deve essere costituzionalizzato, deve diventare un pezzo di costituzione.

Oltre a ciò, gli ordoliberisti condividono l’idea che i prezzi si formano attraverso la concorrenza, e che la politica qui non deve entrare. Qual è quindi l’intervento della politica? Sostanzialmente, deve prevenire o neutralizzare il conflitto sociale. Idea comune al neoliberismo, certo, ma sorretta qui dal vecchio organicismo tedesco. L’ordoliberismo esprime una visione organica della società ed è stato anche considerato una delle dottrine economiche della Chiesa cattolica, tanto  è legato all’idea – antichissima, peraltro – della società come corpo, per cui tutti gli organi devono volersi bene gli uni con gli altri. Vietatissima la parola conflitto, quindi. I sindacati devono essere incorporati dentro le imprese, le ali estreme vanno tagliate: per cui, fuori i nazisti, poniamo, e fuori i comunisti. E poi? E poi lo Stato non deve fare debiti, che generano inflazione (l’atavico timore dei tedeschi), e deve impedire che nascano cartelli fra le imprese e che i sindacati ostacolino l’armonica composizione dei prezzi. I salari, sempre, devono essere bassi – voi potreste dire «I tedeschi hanno salari alti»: in  realtà, hanno salari che sono molto inferiori a quello che potrebbero essere –. L’ordoliberalismo è un’idea e una pratica della società, non solo dell’economia. L’economia, nel suo complesso, non è trainata dalla domanda interna, ma dalle esportazioni. Il che genera un problema di saturazione dei mercati, che si è già manifestato; inoltre, ovviamente, a un certo punto le pratiche neomercantiliste (e il relativo surplus della bilancia commerciale) disturbano qualcuno (nello specifico, gli americani). Infine, la Germania di oggi attua un ordoliberalismo dimezzato, perché il solito socialista – Schröder – fra il 2003 e 2004 ha fatto un paio di riforme che hanno drasticamente ridotto l’elemento di Stato sociale presente in senso organico nella costituzione materiale tedesca, introducendo i mini-jobs, per cui anche in Germania c’è gente che campa con 400 euro al mese.

Ora, l’euro è il marco. È fatto allo stesso modo, risponde alla stesse logiche, alla stessa filosofia politico-economica – l’ordoliberismo –. I tedeschi non lo volevano fare; fino a quando i francesi non l’hanno chiesto come contropartita del permesso di fare la riunificazione. La quale a sua volta ha in sé degli enormi problemi, come ci insegna Giacché – ma questa è un’altra storia –. L’euro nasce, sostanzialmente, per due motivi: costituire un baluardo che non faccia travolgere i Paesi della UE dalle dinamiche globali; e tenere la Germania attaccata all’Europa, dato che la Germania ha sempre avuto la tendenza a spostarsi verso la neutralità (io non sono antitedesco: la mia cultura è tedesca). Inoltre, la Germania è oggi un Paese democratico; però, è un Paese fuori scala rispetto agli altri Stati europei, benché abbia perduto un terzo del suo territorio; e poi, è ben organizzato (certo,  ha problemi all’interno – chi non ne ha? – perché non hanno investito in casa propria); è molto popoloso. Ora, i tedeschi hanno sempre detto «almeno il marco ce lo lasciate: non fa male a nessuno, anzi». E quando hanno detto «d’accordo, rinunciamo al marco e facciamo la moneta comune», lo hanno detto soltanto perché l’euro era uguale al marco e perché, benché moneta unica, non era collegata ai bilanci dei singoli Stati. Cioè, la tesi tedesca è: «Non è che abbiamo la moneta unica e abbiamo un bilancio unico dell’eurozona, così noi ci dobbiamo prendere anche i debiti degli italiani; gli italiani si tengano i loro debiti e facciano la loro politica economica in modo tale da poter rimanere dentro l’euro». Dall’euro la Germania ha tratto grandi benefici: ha svalutato un po’ il suo marco troppo forte; ha attratto capitali; ha potuto gestire l’euro senza difficoltà, perché rispondeva al suo tradizionale modello economico; si è potuta adattare al contesto globale in una posizione di forza (il suo surplus commerciale lo dimostra); si è potuta costruire un’area economica assai robusta nel Centro Europa, fino al Nord-Italia; ha potuto dividere l’eurozona in Paesi creditori e Paesi debitori. Ma ora tutto ciò è a rischio; il grande gioco è giunto al capolinea.

Ecco, dopo un lungo periplo ci siamo arrivati. E allora diciamo che la questione della sovranità si pone – in un senso o nell’altro –. Infatti, l’affievolirsi della logica bipolare mondiale ha riportato alla luce le antiche sovranità europee,  proprio mentre, in parallelo, queste tentavano di dare vita, con la UE e l’euro, a un’entità sovranazionale; che però non è risultata sovrana, né vitale, perché le è mancato l’impulso politico costituente. E quindi la UE oggi funziona col metodo intergovernativo, ovvero attraverso il diverso peso che hanno, inevitabilmente, le diverse sovranità. Ma proprio per ciò l’Italia non può restare in questa posizione intermedia: avere dell’euro tutto il peso (anche il vantaggio della stabilità dei prezzi, certo), tutti gli obblighi economici e sociali, e dovere far fronte ai suoi obblighi da sola. Qualcosa si deve muovere.

Certo, il movimento è possibile, in via teorica, anche verso la creazione di una «più stretta Unione»; si tratterebbe della creazione di una sovranità federale, sovrastatuale: gli Stati Uniti d’Europa. Grandi investimenti in «economia verde», grande generosità nella condivisione del debito – almeno quello futuro –; grande rafforzamento della dimensione comunitaria della governance; grande integrazione delle forze armate e dei concetti strategici; nuovo ruolo politico del Parlamento, con possibilità di ridiscutere il modello economico. Rispetto a questa ipotesi, però, ci vuole realismo; non basta evocarla come un mito. Si deve comprendere che a ciò è necessario un immenso potere costituente, una mobilitazione politica continentale, rispetto alla quale i «sovranisti», i reazionari, sono proprio gli attuali ceti dirigenti delle singole entità statali nazionali – sicuramente delle più forti –. Ma è quasi inutile parlarne; di volontà politica unitaria su scala continentale non c’è traccia: la Francia non diventerà come la California, né la Germania come il Texas.

In alternativa a questo salto in avanti c’è il non far nulla, o quasi; dentro la UE, una parvenza di buona volontà, quando non costa nulla, e molta attenzione agli interessi nazionali. Da parte italiana, la ricerca di qualche deroga alle durezze dell’euro, che non modificherà la nostra cronica mancanza di fondi da investire nei molti fronti scoperti (Università, scuola, ricerca, infrastrutture, sanità, pubblica amministrazione) e che non ci farà uscire dalla posizione di fanalino di coda nella crescita economica (dentro un’area, quella dell’euro, che a livello mondiale è quella che cresce meno) e di spazio aperto a ogni scorreria dei capitali stranieri. Un lento declino, insomma, dell’economia, della politica, della democrazia.

Oppure, c’è come ulteriore alternativa una nuova immissione d’energia intorno ai problemi reali del Paese – teorici e pratici –. Un’energia che non vuol dire immediatamente «usciamo dall’euro», «riprendiamoci la sovranità monetaria, e ogni altra», con mossa unilaterale.  Vuol dire che la prima cosa da fare è costruire un discorso scientifico, storico, politico, economico, che non sia coincidente con la autonarrazione dell’establishment. Che non sia costellato di divieti, di ricatti moralistici, di intimazioni al silenzio, di slogan, di banalità, di falsificazioni storiche, e di partiti presi. Un discorso che non si collochi all’interno dell’egemonia dell’establishment, che non parta dall’intimidatoria domanda «dove pensi di andare col debito pubblico che ti ritrovi?». Un discorso che veda il debito non come il nostro problema principale ma come il risultato di una serie di atti politici, e certo non come un castigo divino inesorabile. Io dò il mio contributo in questa direzione: voglio che le parole siano dette in un altro modo, voglio che i concetti siano espressi in un altro modo, voglio che i fatti siano visti da un altro punto di vista. Un punto di vista realistico.

E allora, cominciamo col dire che l’Italia non è mai stata una potenza di vertice in Europa. Siamo sempre stati in serie A – ma sempre a rischio retrocessione –. Siamo nati centosessant’anni fa senza capitali, senza alfabetizzazione, senza popolo, senza vera unità economica, con istituzioni deboli, con un apparato amministrativo zoppicante; ma dopo venticinque anni già volevamo fare un impero coloniale oltremare. Stavamo in piedi solo perché avevamo i capitali inglesi e francesi, però ci accoglievano – un po’ sottogamba – nel concerto delle potenze. E che cosa facevamo? Cercavamo un rapporto privilegiato con la Germania, e lo abbiamo sempre avuto: siamo complementari, sotto tanti profili. Poi, quando la Germania ci spingeva a fare cose eccessive o per noi dannose, sia pure a prezzo di  figuracce e di tragedie riuscivamo a cambiare bandiera. Non sarà bello, ma la politica internazionale non è fatta da boy scout; è fatta da soggetti che vogliono sopravvivere.

In ogni caso, i nostri problemi sono mutati, ma non sono stati superati: debole statualità e debole capitalismo ci perseguitano anche oggi. Ma l’euro quei problemi non li risolve, forse li esaspera. Allora, in generale un rapporto forte con la Germania per l’Italia è opportuno; ripeto, siamo complementari. Ma in quel rapporto che oggi è non solo un rapporto fra Stati, ma un rapporto fra parti della UE che hanno anche moneta comune, dobbiamo portare più sovranità. Sovranità non vuol dire che noi crediamo di essere grossi, ricchi e potenti come la Germania, e che come questa possiamo essere egemonici nella UE e nell’euro: non possiamo, e basta. E non vuol dire neppure esser «sovranisti» – cioè xenofobi, reazionari, chiusi, provinciali –. Vuol dire che dobbiamo avere (riconquistare) un margine di manovra per riuscire a calcolare il nostro interesse nazionale, sulla base di un’analisi lucida e realistica del contesto interno e internazionale.

Noi non abbiamo mai avuto nella nostra storia un «vincolo esterno» così cogente, stringente, ineluttabile, come l’euro. Ci siamo legati le mani senza ritorno, e non è stato un legarsi le mani solo economico: sposando l’euro si sposa l’ordoliberalismo, cioè il concetto che l’economia non funziona sulla base della domanda; che i salari devono essere bassi; che la cosa più importante di questo mondo è il pareggio di bilancio, e lo si mette perfino in Costituzione. Abbiamo sposato una bella serie di vincoli e di problemi; ci siamo costruiti una gabbia, ci siamo chiusi dentro e abbiamo buttato via la chiave. L’euro è divenuto il destino, l’ineluttabile, l’incontrovertibile. Cioè è qualche cosa che non può essere discusso; è il punto archimedico della sovranità.

Perché l’abbiamo fatto? Perché la nostra borghesia nei suoi personaggi di punta (Carli, Ciampi, Andreatta, Prodi, eccetera) ha pensato che l’Italia è un Paese difficile, ingovernabile,  in mano a politici che tendono a fare clientelismo. Ed ecco le due mosse per uscire dall’impasse: la prima è il «divorzio» fra il Tesoro e la Banca d’Italia – la lettera di Andreatta a Ciampi nel 1981 – (in realtà si tratta di uno sviluppo dell’adesione italiana allo SME del 1979) che rientra in una  strategia anti-inflazionistica, e che ha avuto come esito la trasformazione dell’inflazione in debito (lo Stato non può farsi comperare il debito dalla Banca d’Italia, e quindi crea debito verso i mercati finanziari); di quella strategia fa parte anche la lotta contro la scala mobile – insomma, l’armamentario neoliberista all’attacco, l’inizio del progressivo sottofinanziamento dello Stato sociale, che è l’impresa storica della seconda e (finora) della terza repubblica. La seconda mossa è l’ingresso nell’euro, come sviluppo dello SME. Sostanzialmente è passata l’idea che la sovranità come concetto esistenziale, come modo d’essere nel mondo in quanto popolo che esiste politicamente, è un’idea obsoleta: si sta al mondo per far tornare i conti economici pubblici e per far incrementare a dismisura gli introiti privati di quelle minoranze che dall’ordoliberalismo stanno guadagnando.

Ecco, parlare di sovranità davvero vuol dire parlare di democrazia oggi. Sovranità è democrazia oggi, perché significa porsi la domanda sul come fa un popolo a essere signore del proprio destino; e ciò non vuol dire vivere in una bolla senza vedere come funziona il mondo, ma vuol dire non accettare l’idea che tutto è già stato deciso, e che, come diceva la signora Thatcher, «non c’è alternativa». Se la storia, negli anni Ottanta, andava in una direzione, oggi – anche alla luce dei problemi che da quelle decisioni sono sorti – deve essere possibile pensare che si possano prendere nuove decisioni: ponderate, naturalmente, perché è in gioco il futuro del Paese, le nostre ricchezze, i nostri risparmi  –. Sovranità è riprendere il volante, non accettare più il pilota automatico.

Democrazia è non solo l’ordinato svolgimento del processo politico, non è soltanto lo Stato sociale: è tenere aperta la discussione e la praticabilità dei fini della politica. Noi, invece, abbiamo ricevuto tutto già fatto, preconfezionato: i fini e i mezzi ci sono già stati consegnati, non si deve fare altro che obbedire – per di più, a un sistema intrinsecamente instabile e pericoloso –. Non è una prospettiva da popolo libero, da donne e uomini liberi. Parlare di sovranità vuol dire parlare di questo, entrare nell’ordine d’idee che sul presente e sul futuro si può democraticamente riflettere. Chi non ti lascia parlare di sovranità o non sa nulla oppure la sa troppo lunga. Fu detto che chi parla di umanità ti vuole ingannare; oggi posso dire che chi parla di Europa, e non ammette che si parli di sovranità, ti vuole dominare.

 

Trascrizione riveduta dall’Autore della prolusione tenuta a Montesilvano (PE) il 26 ottobre 2019, in occasione della conferenza internazionale organizzata da A/Simmetrie sul tema «Euro, mercati, democrazia 2019 – Decommissioning EU».

La destra (e il governo) di domani. Chi scommette su Meloni?

Intervista con Francesco De Palo

 

Meloni è un soggetto politico autonomo, più rassicurante rispetto alle intemperanze (anche in politica estera) di Salvini, che invece è un demagogo popolaresco: se la destra dovesse vincere nelle urne, la prima potrebbe essere vista meglio per la corsa a Palazzo Chigi. Lo dice a Formiche.net il prof. Carlo Galli, uno dei politologi pià apprezzati del nostro Paese che “scompone” idealmente i due leader dell’opposizione per analizzarne scenari e posture.

Meloni rischia “l’effetto Fini”?

Quello fu l’effetto del distacco di un personaggio politico da Berlusconi, a cui doveva tutto. E con, contemporaneamente, un grande rovesciamento etico-politico delle posizioni: l’ingresso di Fini non solo in una destra presentabile, ma anche patriottica e istituzionale. Andò malissimo, nonostante la sponsorizzazione di tutte le forze politiche e di buona parte dei media.

Perché non attecchì?

Perché è un tipo di destra che in Italia non ha mai avuto spazio. In realtà Meloni non sta facendo un’operazione analoga… Read more

Pubblicata in «formiche.net» il 10 febbraio 2020

Emilia-Romagna: elezioni regionali o nazionali?

Se l’Emilia-Romagna è contendibile, potrebbe trattarsi di una fisiologica disaffezione: nulla è eterno, meno che mai in politica. Ma il punto è che la disaffezione è provocata da fattori in gran parte estranei al controllo regionale, dalla crisi del neo-liberismo, in atto dal 2007, che l’ordoliberalismo ha curato con un’austerità di impronta germanica, spezzando le reni all’economia italiana, che arranca e boccheggia con le ben note conseguenze sociali e politiche. Un processo a cui la sinistra di governo, a Roma, è tutt’altro che estranea, e che anche in una regione come la nostra – al top delle classifiche di occupazione, produttività, benessere e diffusione della cultura – non può non avere ripercussioni materiali e psicologiche. Pur attutita da politiche socialmente avvedute, l’onda della crisi ha toccato anche l’Emilia-Romagna, che non può essere una «isola felice». Benché socialmente più stabile ed economicamente più dinamica del resto del Paese, integrata nell’economia europea, la società regionale conosce anch’essa insicurezze e paure non ingiustificate (sono presenti problemi di integrazione dell’immigrazione e problemi di ordine pubblico, anche se in misura minore di quanto avvenga altrove); e sopporta un calo dei servizi – scuola, sanità, gestione del territorio, viabilità – che, per quanto solo in parte dovuti alla giunta regionale, offrono ai cittadini motivi per una protesta che si è già manifestata alle elezioni europee e che potrebbe tornare a manifestarsi il 26 gennaio.

Salvini non si inventa il disagio: lo gestisce da destra – che altro dovrebbe fare? È semmai la sinistra che dovrebbe recuperare una capacità di analisi e di intervento che in parte ha perduto –. È sbagliato presentarlo come un fascista: chi vota Salvini lo fa per protestare non contro la democrazia ma contro il «sistema» nazionale più che regionale (benché anche questo non sia immune da critiche). Salvini lo sa, e afferma chiaramente che questo sarà un voto politico generale, una chiamata alle armi contro il Conte-bis, che, a torto o a ragione, non gode dell’appoggio della maggioranza dei cittadini. Anche se non è detto che il governo cadrebbe a causa di una sconfitta del Pd in regione, questa sovrapposizione della politica nazionale alla politica locale costituisce una motivazione oggettivamente forte.

Lo sa anche Bonaccini, il quale affronta Salvini da solo, senza il simbolo del Pd – che più che uno scudo sarebbe una calamita di proteste –; e lo affronta dando una lettura locale del voto, invitando a giudicare il suo lavoro (buono) e le potenzialità  della sua sfidante (a dir poco misteriose). Senza cedere alla tentazione di presentare la sfida elettorale come un confronto fra destra barbara, eticamente e antropologicamente inferiore, e sinistra civile e avanzata; e facendo appello a quella sorta di illuminato conservatorismo dell’elettorato che da sempre coesiste con la capacità propulsiva e progressiva della nostra società, aliena da avventure politiche perché già abbastanza avventurosa di per sé.

La partita – a oggi apertissima – si giocherà su questo tema: quanto un elettorato, travagliato da parecchi problemi, avrà voglia di riflettere sui propri reali interessi, economici e sociali. Quanto un modello di società partecipativa e di sistema produttivo a forte diffusione sociale (esiste davvero la «diversità» emiliano-romagnola) vorrà consegnarsi ad amministratori inesperti – certo, la Lega governa anche due regioni tutt’altro che arretrate come Lombardia e Veneto: ma sono strutturalmente diverse dall’Emilia-Romagna, organizzate su un diverso paradigma economico e su un diverso rapporto fra pubblico e privato –. O quanto invece la politicizzazione del voto in chiave nazionale indurrà i più a buttar via il bambino con l’acqua sporca. A commettere un grosso errore.

Siamo davanti a qualcosa di più che al  dilemma fra «presepi» e «sardine». Il 26 gennaio si vedrà se, almeno nella nostra regione dove gioca in casa, la sinistra di governo è capace di riprendersi la scena, o se invece è ormai una malinconica diva sul viale del tramonto, che vagheggia i propri antichi successi mentre il suo mondo svanisce e il suo pubblico va a vedere altri film. Anche se sono di qualità peggiore.

 

Pubblicato in «La parola», n. 4, gennaio 2020, pp. 1-2

Carl Schmitt spiegato ai giovani

Intervista con Niccolò Rapetti

La complessità e la irriducibilità a formule del pensiero politico di Carl Schmitt sono immediatamente evidenti guardando alla sua travagliata fortuna scientifica. Si tratta innanzitutto di un reazionario cattolico, un conservatore compromesso nel regime hitleriano; negli anni però la sua critica anti-imperialista e anti-liberale ha iniziato a piacere molto anche alla sinistra e pur nel suo evidente anti-americanismo il suo libro Il nomos della Terra è oggi lettura obbligata per gli ufficiali di marina americana. Professor Carlo Galli, mi viene spontanea una domanda: di chi è Carl Schmitt?

È un grande giurista del diritto pubblico e del diritto internazionale, che ha avuto il dono di un pensiero veramente radicale, e la sorte di vivere in un secolo di drammatici sconvolgimenti intellettuali, istituzionali e sociali. Ciò ne ha fatto anche un grande filosofo e un grande scienziato della politica; e lo ha esposto a grandi sfide e a grandi errori.

È innanzitutto necessario chiarire la posizione di Schmitt nella storia delle idee e del diritto: Carl Schmitt è «l’ultimo consapevole rappresentante dello jus publicum europaeum, l’ultimo capitano di una nave ormai usurpata». Che cos’è lo jus publicum europaeum? Come e quando inizia il suo declino, che Schmitt attraversò «come Benito Cereno visse il viaggio della nave pirata»?

Lo jpe è l’ordine del mondo eurocentrico della piena modernità; un ordine che è anche Stato-centrico, al quale Schmitt sa di appartenere anche se è ormai in rovina. Un ordine, per di più, che egli stesso decostruisce, mostrando che si fondava sul disordine, cioè non solo sull’equilibrio fra terra e mare ma anche sulla differenza di status fra terra europea e terre extra-europee colonizzate. Il declino di quell’ordine nasce quando si perde la consapevolezza della sua origine di crisi: quando l’uguaglianza formale fra Europa e non-Europa viene affermata nelle teorie (gli universalismi dell’economia, del diritto, delle teorie politiche democratiche e della morale) e nella pratica (l’imperialismo delle potenze anglosassoni, la loro – interessata – esportazione del capitalismo e della democrazia). Cioè per Schmitt dai primi anni del XX secolo.

Come si coniugano gli elementi «febbrilmente apocalittici» (teologia) e quelli «causticamente razionali» (diritto) nel pensiero politico di Carl Schmitt? In che posizione si trova il giurista Schmitt nei confronti di tecnica e teologia, diritto positivo e katechon?

Schmitt non è un apocalittico in senso proprio, nonostante sia così interpretato da Taubes. La teologia è, nel suo pensiero, un punto di vista, sottratto all’immanenza moderna, a partire dal quale comprendere diritto e politica, e le loro dinamiche. La teologia non ha la pretesa di essere una sostanza fondativa (Schmitt non è un fondamentalista) ma è anzi la consapevolezza dell’assenza di sostanza (di Dio), nell’età moderna. Questa assenza, che Schmitt reputa irrimediabile, è la spiegazione del fatto che la modernità è instabile, e che il suo modo d’essere è l’eccezione: questa richiede la decisione perché si possano formare ordini, e continua a vivere dentro gli ordini e le forme, che quindi non possono mai essere chiusi, razionali, neutralizzati. Da ciò deriva anche l’importanza del potere costituente, ovvero dell’atto sovrano che fonda un ordine a partire da una decisione reale sull’amico e sul nemico. E da ciò anche la tarda insistenza sulla terra (sulla concretezza spaziale) come possibile fondamento stabile degli ordini.

Considerando la distinzione politica fondamentale Freund-Feind, che opinione può avere Schmitt di tendenze fondamentali del suo e del nostro tempo, universalismo e pacifismo, che escludono per definizione l’idea di nemico?

Schmitt pensa – e lo spiega in tutta la sua produzione internazionalistica, dal 1926 al 1978 – che ogni universalismo e ogni negazione della originarietà del nemico siano un modo indiretto per far passare una inimicizia potentissima moralisticamente travestita, per generare guerre discriminatorie. Per ogni universalismo chi vi si oppone è un nemico non concreto e reale ma dell’umanità: un mostro da eliminare. Perché ci sia pace ci deve essere la possibilità concreta del nemico, non la sua criminalizzazione, secondo Schmitt.

Dopo aver annunciato la morte dello Stato nel saggio Il Leviatano di Hobbes, Schmitt teorizzò un’alternativa al potere statale, adeguata alla nuova concezione globale del pianeta che conservando la natura plurale del politico, potesse compiere la grande impresa «degna di un Ercole moderno»: domare la tecnica scatenata. Stiamo parlando dei Grandi Spazi, la cui formulazione è contenuta nella conferenza L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale scritto nel 1939. Ce ne può parlare?

Il Grande Spazio, o Impero, è la risposta di Schmitt al Lebensraum nazista. Non ha caratteristiche biologiche, ma è in pratica la proposta di egemonia di una forma politica all’interno di uno spazio geografico-politico in cui continuano a esistere altre forme politiche non pienamente sovrane. Il GS è più che una sfera d’influenza, perché è gerarchicamente organizzato al proprio interno e perché è chiuso a influenze esterne; ed è diverso dallo Stato perché non è del tutto omogeneo giuridicamente: perché non è un «cristallo». I GS sono i soggetti di una concezione plurale delle relazioni internazionali; le due superpotenze del secondo dopoguerra, invece, per Schmitt erano due universalismi (capitalismo e comunismo) in lotta fra di loro e in instabile equilibrio.

Negli interrogatori dell’immediato dopoguerra Schmitt difese strenuamente la propria concezione del nuovo ordinamento spaziale chiarendone la differenza rispetto alla vera dottrina politica del Terzo Reich cioè lo spazio vitale razziale-biologico. È però indubbio che nel grande spazio come pensato da Schmitt si annidi un antisemitismo coerente con ciò che è condizione sine qua non della teoria: un rapporto forte e concreto tra etnia-popolo e terra civilizzata. Il nemico quindi, per Schmitt, non è l’ebreo in quanto Un-mensch (sotto-uomo, razza inferiore), ma l’«ebreo assimilato» che si pone come elemento sradicante della territorialità e della concretezza di una cultura. Dove sta allora la verità, che cosa direbbe sull’imputato e sull’imputazione: ideologia o scienza?

In Schmitt ideologia e scienza non sono distinguibili: ogni scienza è orientata,  storica; è affermazione di un ordine concreto, oltre che ricostruzione genealogica degli ordini. L’antisemitismo, poi, è presente in tracce più o meno evidenti in buona parte della filosofia tedesca – da Hegel a Schopenhauer, da Marx a Heidegger –, in forme diverse e con significati diversi; nei grandi filosofi non è mai determinante – ovvero, non è il motivo che dà origine al filosofare –: l’ebreo è utilizzato come un esempio di non-appartenenza, di individualistico sradicamento, di coscienza infelice e al contempo aggressiva. Il capitalismo, il socialismo e  la tecnologia sono spiegati anche (certo, non soltanto – soprattutto nel caso di Marx –) attraverso l’ebraismo, insomma. Questo atteggiamento – che è presente con forse maggiore virulenza anche nella destra francese – è ai nostri occhi gretto, insensato, pericolosissimo e tendenzialmente criminale. Schmitt, come persona, è stato antisemita in seguito al suo cattolicesimo (una delle fonti dell’antisemitismo in Europa; ma anche Lutero era violentemente antisemita), senza però che l’antisemitismo fosse particolarmente rilevante o importante nel suo pensiero; la sua adesione al nazismo, che a suo tempo ha sorpreso tutti,  non è dovuta all’antisemitismo ma a un misto di disperazione (per la caduta di Weimar, che aveva cercato vanamente di salvare), di orgoglio (la pretesa di poter guidare il nazismo verso un pensiero «civilizzato» e verso la soluzione della crisi dello Stato) e di ambizione (la chiamata in cattedra a Berlino, la vicepresidenza della associazione dei giuristi tedeschi, il ruolo tecnico rilevantissimo nella stesura di alcune leggi costituzionali come quella dei «luogotenenti del Reich» – 1933 –, la nomina a consigliere di Stato prussiano). Data la struttura radicale del suo pensiero, cioè dato il nichilismo che dopo tutto vi alberga e che gli impedisce ogni valutazione di carattere morale, e dato anche il suo precedente larvato antisemitismo, Schmitt non ha avuto remore nell’adeguarsi all’antisemitismo nazista – ben diverso da ogni altro – che pure non gli apparteneva, e che ha prodotto effetti terribili e grotteschi nei testi da lui scritti dal 1933 al 1936 (anno della crisi del suo rapporto con il regime), con alcuni strascichi nel libro hobbesiano del 1938 e nei testi «segreti» del primo dopoguerra (in realtà scritti per essere pubblicati postumi). In generale, per lui l’ebraismo è un altro nome del liberalismo (il problema è che nella fase nazista è trattato come la causa del liberalismo). La responsabilità politica, morale e storica è tutta sua; gli studiosi devono sapere che la forza del suo pensiero sta altrove, e al tempo stesso devono sapere che quel pensiero è indifeso davanti a questo tipo di aberrazioni (ma anche ad altre analoghe, di altro segno).

Carl Schmitt si è spento nel 1985 a Plettenberg in Westfalia alla veneranda età di 97 anni. Ciò significa che il suo sguardo non supera la «cortina di ferro» e si estende solo alla realtà della guerra fredda. Anche durante questo delicato periodo Schmitt ha continuato la sua attività di studioso e attento indagatore delle questioni di diritto internazionale dei suoi anni. Si espresse quindi sul dualismo USA-URSS, vedendo in esso una tensione verso l’unità del mondo nel segno della tecnica che avrebbe sancito l’egemonia universale di un «Unico padrone del mondo». Superando il 1989, e guardando al presente, possiamo dire che gli Stati Uniti dopo il ’91 hanno definitivamente preso scettro e globo in mano? L’American way of life è il futuro o il passato? Già Alexandre Kojève, per esempio, parlava di un nuovo attore politico e culturale e di una possibile «giapponizzazione dell’occidente».

Lascerei da parte Kojève, a suo tempo affascinato da Schmitt ma studioso di tutt’altra provenienza e di altre ambizioni. Quanto al resto, non è vero che gli Usa siano stati i padroni solitari del mondo, se non forse negli anni Novanta quando hanno affermato che il cuore del nomos della Terra è il benessere del cittadino americano. Hanno esportato la democrazia, e in realtà il loro capitalismo, ovunque e con ogni mezzo, praticando guerre presentate come azioni di polizia internazionale, con o senza la copertura dell’Onu. Ma hanno anche trovato resistenze ovunque: i terrorismi che spesso hanno armato, e  che si sono rivoltati contro di loro; ma anche soggetti geo-politici e geo-economici abbastanza forti da essere in grado di  affermare le proprie pretese – Cina, Russia, Iran, la stessa Germania con la sua forza economica di esportazione, solo per fare qualche esempio –. In ogni caso, gli Usa hanno dovuto assumere, dopo la crisi del 2008, una postura difensiva: protezionismo, per difendersi da economie più dinamiche della loro; ritiro militare da aree un tempo strategiche, come parte del Medio Oriente; scarsa propensione a interventi massicci in aree di crisi (che è la vera differenza fra l’amministrazione Trump e quelle democratiche che lo hanno preceduto); severa compressione della omogenea diffusione del benessere nella loro società. Resta invariato il diritto che gli Usa rivendicano ed esercitano di intervenire ovunque nel mondo con azioni mirate contro i loro nemici, che ora come sempre essi criminalizzano. Ma oggi non sono i padroni del mondo: l’Eurasia (Cina e Russia) ha un peso pari a quello dell’Euro-America (a parte il fatto, importantissimo, che entrambe queste macro-realtà sono divise al loro interno).

Al conflitto parziale e regolato tipico dello jus publicum europaeum (1648-1914) Schmitt contrapponeva la moderna guerra discriminatoria condotta per justa causa dove il nemico è concepito come criminale sul piano legale e inferiore moralmente. Le parti in conflitto non si pensano più come justi hostes, nemici reali che si riconoscono reciprocamente come sovrani sui propri confini, ma esprimono una guerra giusta che legittima l’impiego dei moderni mezzi di annientamento. La guerra regolare e circoscritta diventa allora con i due conflitti mondiali, totale e discriminatoria alla stregua di una guerra civile su scala mondiale; una guerra non tra regolari eserciti ma in cui anche i civili e la proprietà privata diventano oggetto di annientamento attraverso i bombardamenti aerei. Eppure in questa lucida e terribile diagnosi Schmitt aveva ancora la forza della speranza e concludendo il Dialogo sul nuovo spazio scrive: «sono convinto che dopo una difficile notte di minacce provenienti da bombe atomiche e simili terrori, l’uomo un mattino si sveglierà e sarà ben felice di riconoscersi figlio di una terra saldamente fondata». La questione, invece, oggi non solo è irrisolta ma si è radicalizzata lasciandoci uno Schmitt spaesato. Come si configura una guerra in un mondo globalizzato dove «le uniche linee generate dall’economia che siano geograficamente leggibili sono quelle degli oleodotti» e la religione torna ad essere politica e fortemente identitaria?

Oggi la guerra non ha più, prevalentemente, le forme della guerra totale che ha assunto nella Seconda guerra mondiale. Ma resta una guerra discriminatoria, come fu quella: democrazia contro terrorismo, Bene contro Male (concetto reversibile, com’è evidente). Nell’età globale, poi, in un mondo reso indistinto dall’omogeneità spaziale richiesta dal capitalismo, con l’ausilio dell’elettronica, si è rafforzata la tendenza verso la guerra discriminatoria, poliziesca, asimmetrica (Stati – e i loro contractors– contro bande armate, in mezzo a popolazioni civili): una guerra globale che scavalca i confini e che piomba dall’alto ovunque siano lesi gli interessi di alcune grandi potenze. Una guerra, certo, che – da entrambi i lati – non rispetta i vecchi parametri: distinzione fra interno ed esterno, fra civile e militare, fra nemico e criminale, fra pubblico e privato, fra religione e politica. Una guerra tanto lontana dai modelli tradizionali che un generale inglese ha potuto scrivere, citando John Lennon, «war is over».

Che cosa rimane dello studio di Schmitt sulla figura del combattente partigiano nell’epoca del terrorismo islamico e delle «crociate» americane per la democrazia e la libertà? Oggi il partigiano è ancora «l’ultima sentinella della terra»?

La figura del partigiano, elaborata da Schmitt nei primissimi anni Sessanta del XX secolo, è uno dei tentativi di pensare il ‘politico’ – in sé destabilizzante – in modo concreto e relativamente stabile: il che è possibile perché il partigiano è tellurico, perché difende un territorio. Il partigiano è portatore di inimicizia reale, non assoluta: combatte per uno scopo, non per mera volontà di distruggere. Non è un terrorista, un figlio dell’universalismo, della tecnica, di una volontà di dominio  globale. Se al tempo di Schmitt il partigiano poteva essere il vietcong (il che provocò a Schmitt qualche precoce simpatia a sinistra), oggi non è chiaro dove e con chi possa essere identificato.

La grande questione dello Schmitt del secondo dopoguerra, concentrato su questioni di diritto internazionale, è l’urgenza di un «nuovo nomos della terra» che supplisca ai terribili sviluppi della dissoluzione dello jus publicum europaeum. Porsi il problema di un nuovo nomos significa considerare la terra come un tutto, un globo, e cercarne la suddivisione e l’ordinamento globali. Ciò sarebbe possibile solo trovando nuovi elementi di equilibrio tra le grandi potenze e superando le criminalizzazioni che hanno contraddistinto i conflitti bellici nel ’900. A scompaginare il vecchio bilanciamento tra terra e mare, di cui l’Inghilterra, potenza oceanica, si fece garante nel periodo dello jus publicum europaeum, si aggiunge, però, una nuova dimensione spaziale: l’aria. L’aria non è solo l’aereo, che sovverte le distinzioni «classiche» di «guerre en forme» terrestre e guerra di preda marittima, ma è anche lo spazio «fluido-gassoso» della Rete. Grazie ai nuovi sviluppi della politica nel mondo si rende sempre più evidente come l’era del digitale non apra solamente nuove possibilità (e nuovi problemi) per l’informazione e la comunicazione, ma si configuri, nella grande epopea degli uomini e della Terra, come l’ultima, grande, rivoluzione spaziale-globale. Come possono rispondere le categorie del nomos di Carl Schmitt al nuevo mundo del digitale?

Se Schmitt non è solo il pensatore del conflitto indiscriminato, ma di un conflitto che è destinato a produrre un ordine, sia pure transitorio e mai neutrale, è chiaro che allora non convive bene né col capitalismo mondializzato, né con la tecnica globalizzata, né con la dimensione fluida e virtuale della Rete. In realtà, un significato contemporaneo di Schmitt sta in varie altre circostanze: inizia un’età post-globale, e per molti versi post-liberaldemocratica (ma non necessariamente post-statuale), contrassegnata da un nuovo pluralismo politico fra Grandi Spazi (non chiusi economicamente, però: questo è il problema) e quindi da un nuovo rilievo delle logiche geopolitiche e geostrategiche (di cui Schmitt è stato interprete originale e non pedissequo); nascono nuove richieste di sovranità anche in Occidente, dove prima regnava l’ideologia del mercato; la gestione della politica è sempre più spesso affidata a esecutivi forti, che agiscono attraverso «stati d’eccezione» più o meno espliciti; le dinamiche dell’esclusione interna verso i «diversi» si fanno più esplicite e il conflitto si fa più aspro (anche su questioni simboliche di fondo). Ma più ancora che di una importanza di Schmitt per decifrare il presente, è da sottolineare il suo grandissimo rilievo per decifrare la modernità e la sua crisi; per ri-codificare e ri-trascrivere la storia intellettuale, istituzionale e politica degli ultimi tre secoli (si pensi solo ai suoi libri sul parlamentarismo, sulla dittatura, sulla costituzione); per criticare genealogicamente e per decostruire il razionalismo e il pensiero dialettico. È questo rilievo critico – da assumere in modo non a-critico – a spiegare l’immensa  fortuna attuale di Schmitt nella letteratura scientifica, filosofico-politica, a livello davvero mondiale, tanto a  destra quanto a  sinistra, tanto in Europa quanto nelle Americhe e in Asia: attraverso Schmitt si ri-pensa il rapporto fra ragione e politica, fra opacità e  trasparenza, fra conflitto e ordine.

 

 

Intervista politico-filosofica

A cura di Gianluca Sacco

 

Dalla lettura del suo ultimo libro Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi, semplificando, che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il sovranismo è invece, sempre secondo il suo testo, una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault, «pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato». È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?

L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente e estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale; ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.

Quali?

Innanzitutto dobbiamo dire che l’euro è un sistema monetario molto esigente. Inoltre, la cogenza di queste esigenze è esercitata con una considerevole discrezionalità: davanti alle regole dell’euro alcuni sono più uguali degli altri. E questo di solito viene giustificato con l’idea che quando un governo ha sentimenti anti-euro, e quindi è inaffidabile, contro quel governo la legge va applicata. Mentre quando un governo ha sentimenti pro-euro, quel governo è affidabile, e in questo caso la legge va interpretata. Naturalmente, sempre con grande misura: non ci sono mai gesti di grande generosità. Un’ulteriore sottolineatura è che in realtà le decisioni che si prendono al livello della Commissione  e del Consiglio – che non sono tecniche ma strategiche e quindi politiche – sono determinate dall’interesse di alcuni Stati molto forti. Il metodo intergovernativo oggi prevalente porta a questo. E noi, come Italia, non siamo tra quelli che ricevono benefici senza contropartite.

Ma l’euro ha prodotto dei benefici evidenti, come ribadisce anche Romano Prodi proprio in questo numero.

Se lei mi dice che l’euro ha prodotto benefici, io le rispondo che forse ne ha prodotti. I prezzi stabili sono un beneficio, certo. Ma fino a quando? Fino a che non diventano deflazione e strumento di dominio del capitale sul lavoro. Perché i prezzi stabili vogliono dire «moderazione salariale», non pagare molto gli operai. E i conti in ordine vuol dire che tutti gli anni in sede di legge di bilancio – e non a caso il capo dello Stato ha detto che questa deve essere condotta all’interno della governance economica europea – si devono tagliare decine di miliardi: e ne risentono i servizi sociali, e in ultima analisi la democrazia. Se i prezzi stabili sono stati comunque un vantaggio generato dall’euro, questo vantaggio è molto molto costoso.

In effetti appare ormai come una prassi degli ultimi Presidenti della Repubblica italiana anteporre una ragione economica a qualsiasi decisione politica, basti pensare alla tirannia dello spread durante la presidenza di Napolitano.

Quando si afferma che tutti gli Stati dell’Unione Europea e dell’eurozona sono Stati sovrani che hanno ceduto soltanto la sovranità monetaria, si dice tecnicamente il vero; ma conservare la sovranità di bilancio in queste condizioni  equivale ad avere una coperta sempre corta, da tirare da una parte e dall’altra. E questo sarà anche un diritto, ma non è un gran diritto.

Ecco su questo, mi permetto di prospettarle un altro punto di vista, quello di Romano Prodi, che di fronte alla domanda sulla tirannia dell’euro, ha spostato la questione da una prospettiva di politica interna all’Europa ad una più geo-politica, difendendo l’euro come un prezioso spazio conquistato tra giganti quali gli USA, la Russia e la Cina. In altri termini, dice Prodi, più che preoccuparci della tirannia dell’euro dobbiamo preoccuparci della tirannia del neoliberismo, e cioè delle multinazionali come Amazon, Google e compagnia bella.

L’euro nasce di fatto con la caduta del muro di Berlino (benché sia stato pensato prima, con la fine degli equilibri di Bretton Woods),  e con l’idea che nella fase di capitalismo globale è molto probabile che i singoli Stati storici d’Europa non abbiano la forza di contrastare i mostruosi poteri della globalizzazione. Il punto è che il lodevolissimo intento di contrastare lo strapotere delle corporations transnazionali non è raggiunto e implementato dal solo fatto che esiste l’euro. Perché poi i rapporti con le grandi corporations se li giocano i singoli Stati. Trattando in prima persona, sanzionando o condonando …

Dei piccoli condoni…

Piccoli condoni da decine di miliardi di euro… Ma è anche vero che l’idea di costituire una unità geo-politica-economica chiamata Europa per entrare nel grande gioco delle superpotenze, non mi pare sia sostenuta concretamente da un qualche politico di peso oggi al governo in Europa. Anzi, questa è un’idea che non può che essere invisa ai governanti dei singoli Stati europei, perché questi tendono a tenersi stretta la loro sovranità. I veri sovranisti sono gli Stati, come del resto è ovvio.

Prodi parla del ruolo politico europeo della Francia…

Certo, c’è stato il tentativo di Delors e poi di Giscard, ma – a parte il fatto che la Costituzione europea è stata battuta dai referendum del 2005 in Francia e in Olanda – i francesi hanno pensato all’Europa, nel migliore dei casi, come a una Francia allargata, con i diplomati ENA nei  posti chiave.

Cosa non diversa del resto sul lato delle grandi imprese, come dimostra l’ultimo accordo fusione FCA- Peugeot.

Certo. Ma tornando al tema di fondo della tirannia dell’euro, bisogna capire che se da una parte la costruzione dell’euro ha un contenuto fortemente politico, dovuto ai vincoli alle politiche degli Stati che pone di fatto, dall’altra parte occorre tenere bene a mente che questa costruzione non è di per sé politica: cioè l’euro non favorisce una politica federale e unitaria. Perché l’Europa lascia a ciascuno Stato sovrano l’onere di far fronte agli effetti dell’euro. Ciascuno Stato deve far fronte di tasca propria agli effetti socio-economici dell’euro. E ciò divide l’Europa.

In che cosa l’euro è diverso dal dollaro?

Il dollaro è la moneta di riferimento dell’economia internazionale, e  viene stampato ad libitum dagli USA, che sono una federazione il cui bilancio  vale circa un terzo del PIL del Paese.  L’euro non è la moneta di riferimento e nemmeno di riserva dell’economia internazionale; il bilancio della UE è ridicolo a fronte del suo PIL. Il 98% del PIL della UE è gestito dai singoli Stati sovrani della UE, e solo il 2% viene gestito a livello della UE. Detto altrimenti: dietro l’euro non c’è una politica, ma solo un sistema di diffidenze reciproche fra gli Stati, e continui compromessi sulla base della legge del più forte.

Quindi il problema è tra sovranità federale e sovranità dei singoli Stati?

Finché non si fa un’unione bancaria, fiscale e politica, finché non ci saranno partiti transnazionali, e un parlamento in grado di esercitare un potere legilsativo cogente come parte centrale di un potere sovrano europeo, l’euro sarà un problema almeno quanto è  una soluzione. Ma quello che sembra uscito dalla consapevolezza comune è che la creazione di soggetti politici unitari, cioè realmente sovrani (come dovrebbe esser l’Europa), non nascono a tavolino dai trattati. La sovranità, quando è già in essere, si esercita e si manifesta attraverso il diritto, ma per venire al mondo ha bisogno di un investimento di energia enorme. Fuor di metafora, le sovranità nascono da guerre di liberazione, da guerre civili, da rivoluzioni o collassi di sistemi istituzionali. Cioè nascono da cesure, dall’esercizio di potere costituente.

Sta dicendo che far nascere l’euro senza unità politica è stato un errore? Sbagliava dunque Kohl a dire a Prodi di aver pazienza, che Roma non si è fatta in un giorno solo.

Far nascere una sovranità politica europea attraverso le contrattazioni fra le sovranità dei singoli Stati dell’Unione è praticamente impossibile. Non è mai successo e non succederà. Pensi al caso della Germania: tutte le volte che è necessario la Corte costituzionale di Karlsruhe ricorda che l’insieme dei trattati europei è da considerare in una logica di sussidiarietà. Cioè la Germania aderisce alla Unione Europea nella misura in cui le istituzioni dell’Unione Europea fanno meglio, in modo più efficiente, ciò che la Costituzione tedesca vuole, ovvero produrre libertà e benessere per la Germania (il cosiddetto Lissabon-Urteil). Davanti a questo primato dello Stato e della statualità nessuno si scandalizza.

La predominanza della Corte costituzionale tedesca sui trattati europei mi permette di riprendere un capitolo del suo libro in cui indica tra i nemici della sovranità, oltre al capitale e al principio dell’utile, il razionalismo giuridico ovvero il tentativo di imbrigliare la naturale instabilità della politica nelle regole e nelle procedure giuridiche. Possiamo immaginare l’ordoliberalismo tedesco come il figlio naturale di questa visione ipergiuridica, che neutralizza di fatto sia l’economico sia la politica?

L’ordoliberalismo è una dottrina economica che più di altre fa affidamento sulla politica. Certo, il suo limite fondamentale è che reputa l’economia un sistema di equilibrio, cioè non vede lo squilibrio tra capitale e lavoro. Ma a parte questo, l’ordoliberalismo fa affidamento sulla politica, nel senso che la dà per scontata. E come poteva essere altrimenti se è un pensiero economico che è nato negli ultimi anni ’20 del secolo scorso quando non vi erano che Stati sovrani? C’era un’economia capitalistica che allo Stato tedesco chiedeva di essere uno Stato forte in grado di neutralizzare il conflitto sociale-economico interno, e di consentire all’economia di funzionare bene. L’ordoliberalismo alla politica ci crede, a modo suo. Ma il punto vero è che l’Europa si è data l’ordoliberalismo senza darsi l’ordo.

Ordo come ordine e come decisione politica di un ordine. Ci stiamo avvicinando alla definizione di sovranità?

Certo, la sovranità è prima di tutto un fatto politico e non un fatto giuridico. E dire fatto politico vuol dire che vi è qualche cosa della sovranità, alla origine della sovranità, che non è giuridificabile.

Nel suo testo lei ricostruisce la ‘giuridificazione della politica’ come un fenomeno storico originato proprio dal passaggio della sovranità dinastica ad una sovranità nazionale impersonale. Questo passaggio, lei continua, prende in Gran Bretagna le vie parlamentari –dando spazio alla rappresentazione del conflitto politico e quindi a una sovranità aperta alla sua origine non giuridificabile –, mentre in Germania si incardina nelle forme istituzionali dettate dalla cosiddetta Dottrina generale dello Stato (Allgemeine Staatslehre). Questa teoria, in pratica, non colloca la sovranità «nel principe o nel popolo (di cui teme la violenza intrinseca) ma in una zona intermedia che è il sistema giuridico, culminante nello Stato e nel suo potere sovrano». Tutto questo a scapito di una società civile che era quella che avrebbe dovuto di fatto esercitare la sovranità. La sovranità diviene cosi, attraverso le strade del diritto e delle procedure, la «competenza delle competenze» [p. 61]. Mi pare un passaggio storico chiave per comprendere l’immobilità politica e la governance tecnica dell’Europa di oggi.

Per spiegare la tirannia dell’ordo-liberalismo prenderei un esempio ancora più chiaro. Se è vero che il sogno di ogni economista è un’economia che gode di un primato non ostacolato, quello degli ordo-liberalisti è sostanzialmente diverso perché vogliono da una parte una società il più possibile spoliticizzata, mentre dall’altra sanno che per spoliticizzare la società è necessaria la politica, tutta racchiusa all’interno dello Stato. Per gli ordoliberalisti lo Stato deve essere sempre pronto a vigilare e tagliare i rami secchi della società, o meglio, i rami in cui si formano dei bubboni di politica. Vediamo come si è realizzato l’ordoliberalismo in Germania: lo Stato dopo la Seconda guerra mondiale è intervenuto mettendo fuori  legge i nazisti e i comunisti e immettendo i sindacati nei consigli di gestione delle grandi fabbriche. Cioè ha fatto tutto il possibile per ottenere e mantenere la pace sociale: la Germania si è garantita l’ordo prima del liberalismo. In Europa invece abbiamo fatto un’economia unica, una filosofia economica unica, ma ci siamo dimenticati di fare una politica unica, un ordo unico.

Cioè, chi ha pensato un ordoliberalismo tedesco da estendere a tutta l’Europa si è dimenticato di fare uno Stato federale unico, e ha lasciato che la politica la facessero tanti Stati diversi ma alla fine la sovranità la esercita lo Stato più forte, cioè la Germania.

Esattamente. Gli Stati avevano storie diverse, alcuni sono partiti bene, mentre altri hanno arrancato sin dall’inizio. Del resto è normale, se non fai alcuna redistribuzione delle ricchezze e non fai niente per aiutare i Paesi più deboli. L’Europa ordoliberale di stampo tedesco si è data un solo comando: «Hai firmato, vai avanti. Noi vogliamo risultati, non giustificazioni». Senza una unificazione politica dell’Europa, con l’euro si è corso un rischio politico enorme, che stiamo ancora pagando. Il rischio della divaricazione, delle fratture fra Stati all’interno dell’Europa, lungo linee di efficienza economica – misurata, questa, con i parametri di Maastricht e di Lisbona –.

Questo pseudo ordo ha indebolito tutto?

Certo, la mancanza di politica indebolisce lo stesso sogno ordoliberale, che ha bisogno di politica, che non può essere lasciata nelle mani di tanti piccoli feudatari, gli Stati nazionali. Perché l’euro funzioni davvero, deve essere la moneta di una federazione, che impone un minimo di uniformità legislativa, un minimo di redistribuzione della ricchezza, e una super banca centrale che fa da vero prestatore di ultima istanza.

Uno Stato federale come gli USA?

In linea di principio, sì. Ma la federazione americana implica che i singoli Stati dell’Unione non siano sovrani – la guerra civile è stata l’atto di decisione, al riguardo –. In Europa, invece, è praticamente impossibile togliere la sovranità alla Francia, alla Spagna, alla Germania, all’Italia o alla Polonia. Chi lo va a spiegare ai capi di questi Stati che sono solo degli amministratori, che le cose importanti le fa un centro politico sovranazionale, capace di determinare qual è l’interesse strategico dell’UE? Lei si immagina che cosa le risponderebbero?

Col cavolo…?

Ma certo! Chi è un soggetto politico sovrano? È un soggetto che in casi normali è signore di sé, all’interno, e in casi estremi per difendere con la forza il proprio interesse strategico è disposto anche a muovere la guerra. Questo l’Europa non può farlo perché nessuno dei suoi governanti è disposto a cedere alcun pezzo rilevante della sua sovranità: e quindi non ha unità interna, né capacità di politica strategica all’esterno. Gli USA invece, in quanto sono realmente uno Stato federale,  non accetteranno mai – ad esempio – che venga meno la libertà dei mari: un interesse strategico esterno, per il quale sono disposti anche al conflitto. Mentre all’interno, pur con tutte le articolazioni statali che ovviamente li costituiscono, non conoscono conflitti realmente politici fra gli Stati dell’Unione (dopo la guerra civile, naturalmente).

Questo lo sosteneva e dimostrava già Schmitt nel Nomos della terra.

E qual è, invece, l’interesse strategico di un’eventuale Europa unita? Chi lo potrebbe decidere? Dove, in quale sede, con quale cultura politica unitaria? Ribadisco, diventare una superpotenza, anche solo federale, vuol dire entrare davvero nel grande gioco della politica. Ma il grande gioco della politica ha costi enormi. Se sei una superpotenza devi mettere le mani in tutte le crisi del mondo, perché tutte le crisi ti interessano e ti minacciano. Allora devi avere un Pentagono europeo, devi avere i missili nucleari europei, devi avere le portaerei europee. È una cosa a cui nessuno è preparato, e che certo nessuno vuole – mentre qualcuno vorrebbe che le proprie armi diventassero le armi dell’Europa –. Le forze armate europee sono difficili da gestire a livello pratico: ma a livello del comando politico, chi le guida? La UE non può pensare a se stessa solo come a una alleanza militare fra Stati: deve (dovrebbe) essere in grado di esprimere una stabile volontà politica.

Questo stato di stallo, di stare nel mezzo, di un progetto a metà, cosa comporta?

Stare nel mezzo significa che ci si spacca.

***

L’indecisione sovrana e l’impraticabilità delle soluzioni politiche sembrano riportarci indietro al periodo di Weimar, con gli effetti devastanti del nazismo e delle guerre mondiali che tutti conosciamo. Il sovranismo appare come una richiesta di sovranità dal basso. C’è una similitudine tra questi due periodi? L’avanzare del sovranismo ci sta portando sulle soglie di un nuovo totalitarismo?

Non c’è alcun totalitarismo all’orizzonte. Quando lei si riferisce al periodo tra le due guerre, l’elemento di correttezza di questo paragone sta nel fatto che allora, come oggi, grandi pezzi delle società occidentali si rivolsero allo Stato o a partiti statalisti per difendersi ed essere difesi dalla violenza del capitalismo. È il cosiddetto ‘momento Polanyi’: quando una società si sente troppo insicura, avendo affidato il cuore della propria riproduzione materiale al privato e vede che il privato vacilla, che non è in grado di produrre ordine e di distribuire benessere, allora si affida allo Stato. In quel caso le società si affidarono a partiti e regimi totalitari e le cose andarono a finire molto male.

La situazione invece oggi le sembra diversa?

Senza dubbio. Oggi le società che protestano non si affidano a partiti totalitari. Oggi di partiti totalitari non ne vedo – in Italia; semmai in alcuni Stati dell’Europa orientale e nella ex- Germania dell’Est ci sono problemi –. Ci sono partiti che hanno una legittima capacità di criticare l’Europa, e per non restare alla tecnicità economica ricorrono anche a elementi identitari e li usano nella propaganda politica. Vi sono degli scimmiottamenti, stupidaggini, incapacità, incompetenze, finché si vuole, ma l’idea di fondo che queste forze politiche affermano di  contestare (ma su questo non vanno oltre il livello polemico) è proprio la soluzione ordo-liberalista in Europa e neoliberista nel mondo. Sono queste soluzioni a essere semmai qualcosa di simile a un nuovo totalitarismo.

Addirittura?

Soprattutto per la loro colonizzazione delle coscienze, e  per l’esclusione a priori di ogni alternativa. Mentre coloro che vivono il presente con angoscia chiedono che lo Stato torni ad avere l’ultima parola sulle questioni interne al proprio territorio, e dunque un reale potere protettivo e decisionale. A Taranto immagino che non ci siano più molti neoliberisti; semmai ci saranno più statalisti, ovvero molti che si attendono che lo Stato abbia più potere di una multinazionale o una corporation.

Certo che lo Stato dovrebbe avere più potere di una multinazionale. E come avrebbe dovuto reagire la  Grecia nel 2015 quando si vide costretta di fatto a non tener conto dell’esito del referendum che diceva di no alle condizioni di ristrutturazione del debito imposte sostanzialmente dal resto d’Europa e dalla Troika? Qui il problema non è solo al  livello privato-pubblico, multinazionale e Stato. Qui il problema mette in discussione il rapporto tra economia e democrazia. Un problema del resto che non sembra riguardare solo l’Europa. Basti pensare alla Cina, alla Russia, alla Turchia e all’Ungheria, lì dove il capitalismo sembra costringere la politica a prendere una strada sempre post- democratica, come la definisce Colin Crounch. Qual è lo stato dell’arte tra capitalismo e democrazia?

Questo è il tema di fondo del XX e del XXI secolo: il capitalismo è compatibile con la democrazia? Dopo che abbiamo capito che il fascismo non lo è, che il comunismo non lo è, adesso ci chiediamo: «Il capitalismo è compatibile con la democrazia?». Io rispondo che non sempre il capitalismo porta democrazia, e che non sempre è il contrario di essa. L’economia capitalistica, sia neoliberista sia ordo-liberalista, funziona anche senza democrazia. La democrazia è compito della politica, e non possiamo aspettarcela dall’ economia. La mia idea è che la richiesta di sovranità in questa fase è una richiesta di democrazia, non di antidemocrazia.

È per questo che lei dice, nella quarta di copertina, che oggi sovranità vuol dire democrazia?

Le multinazionali non hanno particolare interesse alla democrazia. La ditta che a Taranto fabbrica acciaio in giro per il mondo compera acciaierie e poi le chiude. Qualcuno dice che è una questione di proprietà privata, e che i privati fanno quello che vogliono. Ma non è così. La nostra Costituzione, all’articolo 42, orienta la proprietà privata verso una funzione sociale. Se lo Stato lo vuole può esercitare la sua sovranità anche in questa circostanza, con molte possibili opzioni.

Ma  l’Europa potrebbe obiettare che questo sarebbe un indebito aiuto di Stato?

E così torniamo a ciò che le avevo detto all’inizio della nostra chiacchierata: le leggi in Europa per alcuni si interpretano e per altri si applicano rigidamente. Basti pensare al favore che ricevono le banche tedesche esposte con i Länder, con il pretesto  che questi ultimi sono enti privati. L’Europa non è altro che il campo di tensioni in cui si esercitano i poteri sovrani dei singoli Stati. Il vero problema è che l’Italia è uno Stato debole, poco efficiente, forse povero, con poche risorse. Un condizione di relativa debolezza del nostro Paese, dai tempi della unificazione. Siamo nati senza capitali, e abbiamo avuto sempre bisogno degli stranieri:  inglesi, francesi, tedeschi, americani.

Però abbiamo avuto un momento, quello del cosiddetto «miracolo economico italiano», in cui le cose sembravano prendere un’altra direzione. Il tentativo di un’indipendenza energetica con l’intraprendenza di Mattei.

Si, ma quello è stato il momento in cui, per strano che possa sembrare, di sovranità ne avevamo di meno. Eravamo immersi nell’oceano keynesiano di Bretton Woods, nell’area d’influenza americana, e in quella fase storica dopo un’accumulazione a bassi salari è stato possibile lottare per ottenere una redistribuzione. Ma tenga presente che, finita la ricostruzione verso il 1950, l’inizio del miracolo economico coincide con il boom dell’esportazione resa possibile dall’instaurazione dei trattati di Roma del 1957. Il problema  vero è che, quando è caduto il muro di Berlino, gli USA – che pure hanno conservato la loro presa sull’Europa, imponendo l’ingresso nella NATO (e indirettamente nella UE) degli Stati dell’Europa orientale – hanno cambiato il loro rapporto con l’Europa: questa ha tentato allora di darsi un profilo politico autonomo, ma il fallimento di questa mossa strategica ha fatto riemergere le singole sovranità a lungo sopite. Negli anni ’70, quando ero un giovane studioso, nessuno si occupava del tema della sovranità, perché questa non era vista come un problema, e sembrava superata.

***

Tra gli anni ’70 e ’80 lei comincia appunto a interpretare il pensiero di Carl Schmitt, un giurista tedesco che si era formato proprio approfondendo la questione della sovranità a partire dalla sua definizione: «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». So che lei condivide questa definizione ma ce la può illustrare?

Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa si intende per «stato d’eccezione», perché questo può portare a fraintendimenti. L’eccezione è un momento della sovranità che corrisponde al suo stato iniziale, alla sua origine. La rottura sovrana dell’ordinamento non è cosa di tutti i giorni: ma è una possibilità che non può essere del tutto rimossa, perché è originaria. Detto questo, occorre tenere a mente che la sovranità è l’essenza stessa della politica moderna che affronta e formalizza la realtà complessa e contraddittoria del vivere insieme. La sovranità è un concetto fondamentale della nostra vita associata, un concetto esistenziale perché è l’anima di un  soggetto politico che esiste nel mondo. E chiunque esiste ha a che fare con la morte: chi esiste porta con sé la morte, sa di poter morire. Questa condizione esistenziale, portata a livello politico, implica che lo Stato sovrano moderno  nasca per  la ricerca quotidiana della sicurezza e dell’ordine (oltre che della potenza); e implica anche che lo Stato sappia che la propria sicurezza è instabile, che nasce dal pericolo e che può quindi essere spezzata dall’eccezione, tanto da una crisi dirompente quanto da una decisione sovrana che per salvare l’ordine lo riconduce alla propria origine di crisi. La sovranità quindi è il potere politico che si misura coscientemente con la propria contingenza originaria ed esistenziale.

Quindi lei pensa la sovranità e la vita di uno Stato come quelle di un individuo?

L’equazione Stato=individuo ci aiuta a comprendere l’essenza e l’importanza della sovranità. Uno Stato sovrano è un individuo che sa di poter morire. Sa che è stato messo al mondo e sa di poter morire. Uno Stato sovrano non conduce la propria vita nella totale inconsapevolezza, come l’uomo più buono e pacifico del mondo non conduce la propria vita nella totale cecità davanti ai pericoli. Inoltre, per conservare questa equazione, che non ha nulla di organicistico, come l’individuo così anche lo Stato sa di esser venuto al mondo nel dolore (politicamente, nella violenza, nella crisi).

Mi sembra che lei stia evocando la categoria arendtiana della nascita come significato profondo dell’azione politica, che interrompe la serie continua causa-effetto.

Non precisamente, poiché la natalità in Arendt non è collegata allo Stato. L’elemento dell’esistenzialismo in politica noi lo abbiamo per due vie parallele: Schmitt e Heidegger. Poi vengono tutti i loro discepoli, e se vogliamo – all’origine di tutto c’è Nietzsche. Da questo lei capisce Foucault e Deleuze, come da Heidegger capisce Derrida. Come da Schmitt capisce Agamben.

L’equazione individuo-Stato rende evidente della sovranità la sua condizione esistenziale, un tema che, attraverso Heidegger, dominerà tutto il ’900. Ma l’esposizione al rischio della morte, e quindi di richiesta di sicurezza, diventa motore della sovranità già nella modernità, quando vengono meno i riferimenti classici e tradizionali per l’individuo.

Sì, è già nell’epoca moderna, in cui l’ordine politico non è più legittimato da fondamenti tradizionali, che la sovranità in prima approssimazione viene concepita come un corpo politico che si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini, che sono innanzitutto fini di pace interna che è l’obiettivo del patto di Hobbes, che dà vita al Leviatano. La sovranità moderna nasce come risposta alle guerre di religione. Liberare l’individuo dal potere diretto delle Chiese – privatizzare la religione – è l’impresa storica della sovranità.

Eppure Schmitt inquadra la sua definizione esistenziale di sovranità in un contesto teologico che sembra riportarci indietro, a prima della modernità. Perché è necessario inquadrare la sovranità all’interno della teologia politica? E perché lei arriva a coniare la locuzione «teologia politica critica»?

Sulla teologia politica come critica sto scrivendo un libro. Bisogna premettere che il concetto di  teologia politica entra nel dibattito teorico grazie al libro di Carl Schmitt del 1922, e non prima. Ciò premesso, teologia politica è un modo della critica, come esiste la critica attraverso la bio-politica e la critica dell’economia politica. La teologia politica dice sostanzialmente che non è vero che gli ordini politici sono tutti traducibili in ordini giuridici. Dietro ogni ordine, inteso come mediazione, c’è una immediatezza; dietro ogni ragione dispiegata c’è un elemento di non-ragione che ne è l’origine. La teologia politica è uno strumento intellettuale con cui puoi scavare dietro la giustificazione razionale del potere per scoprirvi un grumo non razionale. Molti grandi pensatori politici della modernità scoprono diversi ‘grumi’. Marx, per esempio, ha identificato l’interesse individuale, l’appropriazione privata del valore socialmente prodotto, l’espropriazione del proletario dal proprio lavoro, come l’origine del sistema di relazioni sociali chiamato capitalismo. Un biopolitico genealogico come Foucault ha detto che il potere è la produzione di soggetti  e, insieme, il loro assoggettamento (mai totale): del potere non importa l’origine, ma la funzione pervasiva. Con la teologia politica si può scoprire la grande decisione originaria che c’è dietro ogni potere, che di solito le stesse forme del potere cancellano perché non la vogliono esibire (in cinque anni di parlamento non ho mai sentito la parola neoliberismo).

E perché secondo lei non si fa riferimento all’origine storica della sovranità?

Perché discendere alle radici è troppo impegnativo e perturbante. Sia chiaro: non stiamo dicendo che il potere deve necessariamente essere folle o arbitrario. Ma la nostra stessa Costituzione può essere compresa in senso storico-politico solo se si tiene presente che nasce dalla Resistenza. La Costituzione, tra l’altro, comincia parlando proprio di sovranità. Non sarà un caso, no?

Cioè, lei dice che dovremmo non dimenticare le radici politiche di uno Stato, la fonte della sua sovranità per capirne il senso e la direzione. Mentre invece tendiamo a leggere la Costituzione e la sovranità con approccio prevalentemente, se non esclusivamente, giuridico e non politico. È questo il punto?

Esattamente. E, ancora peggio, tentiamo di fare a meno della nozione stessa di sovranità, sottomettendola all’economia globale.

È significativo il fatto che in politica non si parli dell’origine della sovranità ma si parli molto di valori, termine che Schmitt non amava molto (ne contestava la presenza anche dentro le costituzioni); e infatti scrisse un libretto La Tirannia dei valori che forse ci permette di esplicitare un altro significato di tirannia. Qual era l’intento  polemico di Schmitt?

La tesi di Schmitt, in quel libro, è che il valore è violento e polemico, perché il valore implica un disvalore, un male da combattere. Mentre invece per lui il rapporto amico-nemico non è il rapporto del bene assoluto contro il male assoluto, ma il rapporto tra due soggetti antagonisti, avversari, e quindi disposti anche a morire e a uccidere ma non a  svalorizzarsi. È una tesi anti Max Scheler e anti concilio Vaticano II. È il suo vecchio discorso contro i poteri discriminatori, cioè contro i poteri che affermano la propria bontà, e per contro la malvagità e l’inumanità degli avversari. In pratica è la polemica contro la criminalizzazione del nemico, contro il moralismo politico universalistico del mondo anglofono, contro la pace di Versailles, e contro la moralizzazione della politica. Se si fa moralizzazione della politica si trasformano i nemici in mostri.

La svalorizzazione dell’avversario fino all’annientamento è una delle forme del totalitarismo, e mi viene in mente che Hannah Arendt, nel suo celebre Sulle origini del totalitarismo, per descrivere questa nuova di forma di governo si serve del concetto di tirannia per distinguerne i tratti fino al punto di arrivare a sostenere che il totalitarismo ha una sua unicità e originalità. Afferma cioè che la tirannia si basa sulla paura, il totalitarismo invece sul terrore; se la prima è illegale, la seconda è in un certo senso meta-legale, cioè si pensa al di sopra della giustizia. Ma fondamentalmente si erge a giudice della storia accelerandola verso il fine dell’uomo perfetto, e quindi accelera la selezione naturale darwinista della razza, ovvero secondo il nazismo, quella ariana.

Questa è la polemica contro il costruttivismo, ovvero contro l’idea di  un intervento forte della politica, sulla base di una ideologia, per ridurre il mondo a immagine. Guardi, tutto ciò è contenuto in nuce nel saggio del 1938 di Heidegger Sull’epoca dell’immagine del mondo. L’idea di fondo di questo saggio è che la modernità sovrappone al mondo una immagine, lo traduce in concetti e in grafici. E da ciò deriva l’impianto di Arendt in Human Condition, l’idea che il totalitarismo (una parola che per inciso suggerirei di non usare più) è un’ipotesi costruttivistica: il mondo così com’è non va bene, e quindi va cambiato con grande violenza tecnica e ideologica.

Anch’io vorrei pensare come lei che il totalitarismo non può tornare, eppure la stessa Arendt insegna che l’antisemitismo non era un fenomeno affatto casuale nella costruzione e nell’affermazione del totalitarismo, anzi era un retaggio storico che aveva dei precisi risvolti socioeconomici nella società tedesca. Del resto molti pensatori tedeschi erano antisemiti.

L’antisemitismo, violentissimo in Lutero, è certamente presente, in alcuni piccoli passaggi, in Fichte, in Hegel, in Schopenhauer. Forse persino in Marx. Poi emerge forte in Heidegger e in Schmitt. Ma non è la molla del pensiero di questi autori, i quali non pensano ciò che pensano in quanto sono antisemiti. Semmai, accettano, in modo più o meno evidente, l’antisemitismo diffuso nell’ambiente. Ma lo accettano perché non credono che sia un crimine, come invece lo crediamo noi, oggi.

Sì, ma nel totalitarismo c’è un uso scientifico e strumentale dell’immagine, come ha cercato di dimostrare Walter Benjamin nell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove parlava non a caso di ‘estetizzazione della politica’, che oggi sembra quanto mai attuale. Qual è il rapporto tra sovranità e comunicazione, e in particolare la comunicazione per immagini?

Io parlo del «triedro del potere», che io vedo costituito anche dal potere mediatico (oltre che dalla politica e dall’economia). Nella storia il potere mediatico è stato essenzialmente la parola del potere. Cioè quello che il potere diceva di se stesso.

Cioè lei la vede come narrazione, come capacità retorica, narrativa? Ma se il mezzo, diceva Mc Luhan, è già il contenuto, i nuovi media, già oltre la TV, quindi i social media, non stanno cambiando o quanto meno condizionando la sovranità?

Ma oggi non è cambiato il potere della parola che è poi la parola del potere, ciò che il potere dice di se stesso: la parola è pervasiva come mai lo è stata prima. Non è vero che il livello essenziale del potere è nel sistema mediatico, perché sotto c’è il sistema economico, e più sotto ancora c’è il sistema geopolitico. Però è vero che oggi il potere implica un dispendio di energie enorme, un impiego mostruoso di risorse retoriche, con una pervasività altissima. Basti pensare, per esempio, al fenomeno Greta Thunberg. Ai più è apparsa una ragazzina che fa tremare i potenti, e tutto il mondo è stato invitato a credere in quella bambina. Io, francamente,  vi ho visto la voce del potere. Tutto quello che attraverso di lei veniva detto era funzionale alle esigenze di una parte avanzata del sistema capitalistico mondiale, e alla preparazione delle coscienze delle masse a qualche nuovo sacrificio. Credo che si sia di fronte ad un salto qualitativo dello stesso capitalismo, come altri ne ha già fatti, un salto per esistere e prosperare. È stato un investimento di energia mediatica che in vita mia non avevo mai visto. Ciò non significa negare che esista una questione climatica e ambientale: anzi, significa che questa questione non va tratatta in questo modo spettacolare.

Ma in che modo, mi scusi, il capitalismo trarrebbe giovamento dall’esposizione mediatica del messaggio di Greta? Sta pensando alla green economy come nuovo modello capitalistico?

Appunto. E soprattutto a un  tentativo di far crescere il senso di colpa collettivo non tanto perché si realizzi un vero cambiamento del modello di sviluppo, che nessuno vuole in realtà, ma perché venga confermata la capacità del potere di generare conformismo, di convincere, influenzare, sottomettere acriticamente le masse. Una prova in grande stile dell’efficienza del sistema che genera le credenze più funzionali, mescolando scienza, paura, retorica della catastrofe, e appunto senso di colpa.  Oggi, è funzionale la credenza nel green; e ancora più funzionale, per il potere, è tenere i mezzi di comunicazione sempre affilati, le polveri sempre asciutte, saper suscitare e controllare emozioni politiche.

Quindi lei vede il rapporto tra sovranità e comunicazione come narrazione, come capacità e sfruttamento della persuasività della parola. Ma c’è anche il potere dell’immagine, una sorta di egemonia culturale, basti pensare agli Stati Uniti. È evidente che loro hanno costruito un pezzo di sovranità sul cosiddetto soft power, sulla pervasività delle immagini del cinema, sul cosiddetto immaginario americano. L’immagine, e non solo la parola, ha un potere non secondario. Se si pensa anche alle miriadi di immigrati dell’Est che dopo l’89 si riversavano verso l’Ovest attirati dalle immagini viste in TV. È in dubbio che la sovranità si estende attraverso l’immagine.

Questa sua domanda mi dà l’occasione di precisare due cose a mio avviso importanti. Non si deve confondere il potere con la sovranità. I media sono certamente un potere – e il «triedro del potere» è naturalmente potere –. Ma la sovranità è un tipo di potere diverso perché è diretto, responsabile benché non pienamente giuridificabile, né pienamente narrabile. Alla sovranità pertiene il caso di eccezione. Che vuole dire che anche se la sovranità consiste nel produrre un’immagine ben definita, cioè confini, caratteristiche, identità (anche solo a livello giuridico: la cittadinanza), tuttavia dentro la sovranità, alla sua origine, persiste un elemento non immaginabile. Detto in un altro modo, la sovranità è certamente un discorso, ma la sua origine è una afasia e una opacità. Torno a dire: la Costituzione italiana è un discorso, una mediazione di ordine alla cui origine c’è qualcosa che non è immaginabile, perché nessuno ha programmato quel che è successo – la guerra civile –; e grazie a Dio, ne siamo usciti bene, con una buona Costituzione, perché, intendiamoci, poteva andare diversamente.

***

Prima citava il filosofo Giorgio Agamben, di cui da poco è stato pubblicato l’insieme delle riflessioni riconducibili a Homo Sacer, un lavoro complesso che ruota intorno al concetto  di biopolitica, ma dove non è secondaria un’interpretazione della sovranità e dello stato d’eccezione. Sappiamo che vi siete incontrati di recente confrontandovi proprio su queste tematiche. Che cosa pensa di Agamben?

Io trovo Agamben uno studioso molto dotato,  il cui schema logico filosofico mi è abbastanza chiaro. Per lui la sovranità è l’operatore che decide il passaggio dal distinto all’indistinto. Lui ha in mente come luogo centrale della politica e dell’esperienza politica il lager. Che cos’è il lager? È la morte indistinta, indiscriminata e soprattutto mescolata alla vita: la morte penetrata nella vita a costituire la realtà spettrale dell’internato. E lui si domanda: qual è il dispositivo che fa sì che uno Stato liberale abitato da individui dei quali garantisce la vita, possa diventare invece un lager pieno di morti viventi? La risposta è: la sovranità. La sovranità regola il passaggio fra la vita e la morte, e oggi consiste per l’appunto nel far vivere o nel lasciar morire. Il che vuol dire che non esiste alcuna differenza ontologica tra liberalismo e totalitarismo, perché non esiste alcuna differenza ontologica in generale. Esiste soltanto un indistinto universo sul quale si abbattono decisioni sovrane che producono vita ma possono produrre anche morte.

Questo il tragico della politica. Per stare ancora su Arendt, stiamo parlando della banalità del male, cioè che in politica può succedere di tutto.

Qui c’è l’idea moderna che faccio anche mia, seppure con un’enfasi diversa, che l’ordine non è naturale, non è garantito, non è fondato. Sovranità è essere consapevoli di questo nichilismo, naturalmente per creare ordine. Agamben ci dice che il passaggio dal disordine all’ordine è possibile perché è possibile anche l’inverso, e cioè che il sovrano come può decidersi per l’ordine può anche consentire che le acque del disordine mettano in disordine l’intera comunità politica.

Quindi lei sottoscrive questa ramificazione schmittiana della teologia politica?

Sì. Se non altro per la mia passione della conoscenza.

Rimane diversa e più critica la sua posizione su Cacciari, invece?

Se in Agamben quello che si salva è il decisionismo, poiché la sovranità è la decisione, mi sembra che lo sforzo di Cacciari sia di declinare la sovranità in un altro modo, ovvero di pensare il potere come qualcosa che non è soggetto a decisione. Io capisco il suo percorso, e come ipotesi filosofica la trovo altamente giustificata, perché bisogna anche pensare al di là di questo terrificante nichilismo. Credo che su questa strada ci sia ancora molto da pensare.

Però Cacciari è un attento lettore di Schmitt e non sottovaluta la necessità tragica della decisione e della legge. Penso, all’esergo alla prima parte di Icone della legge: “E invece poni mente: che vi sia una Legge: ciò dovresti salutare quale miracolo! E che vi sia chi si ribella, non è che trita banalità” [A. Schönberg]. 

Certo, ma era la fase decisionistica di Cacciari, a cui appartiene anche il suo grande libro Krisis. E tuttavia già allora la decisione era pensata all’interno di un frame non decisionistico, cioè nell’orizzonte di un rapporto, pure aporetico, con la Sostanza.

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Mi permetta di soffermarmi un attimo sul rapporto tra decisione e miracolo, perché a me sembra che lei nel solco di Schmitt ne veda l’analogia con lo stato d’eccezione, mentre Benjamin lo interpreta in una prospettiva diversa.

Certo, è opposta. Per Schmitt l’eccezione conferma l’ordine, sovvertendolo; per Benjamin lo smaschera, rovesciandolo.

Infatti, per Benjamin il miracolo è conferma di un ordine di senso redentivo che lo precede, ovvero la creazione. Il passato ci appella all’azione, a ristabilire la giustizia.

 Il passato per Benjamin è un cumulo di rovine.

Sì, ma sono rovine in controluce, che rimandano a un orizzonte in cui la giustizia è stata negata. In Benjamin il passato è pregno di senso che va riscattato e redento, significa natura come creazione testimoniato dalla lingua originaria e paradisiaca. Questa è l’ebraicità di Benjamin.

Il linguaggio primordiale in Benjamin è pregno di un senso che non si è mai realizzato.

Sì ma chiede realizzazione e giustizia.

Chiedere realizzazione nel caso di Benjamin vuol dire rompere il continuum, spaccare la storia…

Spaccare la storia come continuum, come falso stato d’eccezione che copre il vero stato d’eccezione della tesi VIII.

Che copre il fatto che la storia è storia dell’ingiustizia.

Appunto, storia dell’ingiustizia, si intende storia di una giustizia negata. Ecco, volevo giusto arrivare a questo punto. Il retroterra teologico ebraico di Benjamin è costituito appunto da pensatori come Scholem, Buber e Rosenzweig, per i quali la redenzione è da sempre inscritta nella legge; e il miracolo non è un’eccezione, una frattura, che rompe una legge naturale, alla quale mi sembra alluda lei nel paragonarla allo stato d’eccezione schmittiano, ma  piuttosto segno che conferma un ordine di senso superiore, provvidenziale, quale quello della legge ebraica, di cui parlava Cacciari in Icone della legge.

Nel saggio Per la critica della violenza si vede che l’enfasi è sul miracolo: ma il miracolo di Benjamin è la «violenza divina», qualcosa cioè che spacca il mondo. In Per la critica della violenza, opera del 1921, si trova la ricostruzione schmittiana, anzi, meglio, soreliana, del diritto umano come ingiustizia. I confini sono costruiti con i sacrifici umani, e a essi si contrappone il diritto divino che è la giustizia. Ora, questa contrapposizione torna nelle Tesi sulla storia, dove ricompare l’elemento messianico di Benjamin, e cioè che durante la rivoluzione bisogna sparare agli orologi, perché bisogna rompere il tempo. Ovvero, che esiste sempre un pertugio, un «tempo-ora» attraverso cui può scivolare il Messia a perturbare il mondo, a sovvertire la storia degli oppressi.

Ma proprio evocare l’interruzione del tempo degli orologi, e dunque mondano, per fissare un momento rivoluzionario, per testimoniare la possibilità di un tempo altro, in cui esiste un’altra giustizia, dove l’ingiustizia passata può essere redenta, rivela a mio avviso il senso della decisione in chiave miracolistica, come segno che rimanda oltre l’orizzonte di senso (quello della giustizia divina) e non come solo frattura e rivoluzione, ma rivoluzione per redimere e riscattare. In comune con Schmitt, dunque, Benjamin condividerebbe l’idea che si può e si deve interrompere un ordine: ma il primo non pone l’accento sull’ingiustizia e indirizza la decisione verso un ordine umano e mondano avendo come modello un’immagine di Dio di stampo cattolico, mentre il secondo un ordine divino ma inimmaginabile, come direbbe lei, che è quello della legge ebraica.

Da questo punto di vista l’umanesimo liberale e la teologia politica di Schmitt hanno in comune la pretesa che la storia abbia un volto, dell’uomo o di Dio (anche del Dio assente). La storia, per Benjamin, invece, come dice anche lei, non deve avere volto. Qui il testo fondamentale è il Frammento teologico politico, la cui tesi di fondo è che il profano deve rimanere profano, che la sua felicità sta nel tramontare. Ovvero, che la vita avvenga senza che vi si frapponga una forma. Infatti Dio può essere nominato in modo non blasfemo soltanto come infinitamente separato dal mondo.

Dunque in un’epoca come la nostra in cui la politica è fortemente condizionata dall’immagine, vale la pena approfondire una teologia politica così dif-fidente nei confronti di qualsiasi idolo che vuole farsi passare per  Dio, come quella ebraica?

Una teologia politica aniconica? È una buona idea. Però è un’idea sua. Segnalo nondimeno che anche un pensatore di origine ebraica come Levinas non ha saputo fare a meno della metafora del Volto.

Beh diciamo che è un’idea che vorrei approfondire prendendo a prestito il suo metodo critico. In sostanza rileggere la teologia politica di Benjamin sotto la luce della Stella di Rosenzweig, permetterebbe a  mio avviso di svelare il potere magico dell’immagine in politica.

Magari ci fosse un mondo senza immagini in questa fase politica.

Una teologia politica ebraica contribuirebbe a risignificare la modernità nell’orizzonte politico della sovranità. Ho notato, infatti, che lei nelle sue lezioni sulla teologia politica riconduce la modernità, intesa come allontanamento del sacro dal mondo, al cristianesimo come lo interpreta Hobbes e non all’ebraismo. Sergio Quinzio, nel suo Le radici ebraiche del moderno, tentò di dimostrare quanto la modernità dovesse proprio alla cultura ebraica e agli intellettuali ebrei degli ultimi secoli la sua origine.

Lei può anche aver ragione, ma il mio è un discorso storico. È chiaro che la modernità nasce da una neutralizzazione della carica politica del cristianesimo (che era sfociata nelle guerre civili di religione), e che a sua volta la critica della modernità razionalistica può passare attraverso una chiave ebraica o una  chiave di pensiero luterano secolarizzato (Hegel) o in chiave di pensiero hegeliano secolarizzato (Marx), o in chiave di pensiero negativo (Nietzsche).

Cioè lei afferma ciò alla luce delle tesi sostenute dagli stessi pensatori, quindi dal punto di vista della Storia delle dottrine politiche.

Esattamente. Senza cristianesimo non ci sarebbe stata la modernità, perché di fatto è stato il cristianesimo l’asse portante dell’Europa, ed è stato il cristianesimo ad avere in sé la possibilità di essere secolarizzato nella politica moderna. Mentre l’ebraismo è stato un elemento minore e parziale, ghettizzato, e le sue potenzialità non sono mai state sviluppate, se  non in chiave critica e molto tardi, nel XIX e nel XX secolo. In altre parole, i pensatori della modernità per così dire cristiana hanno visto nell’ebraismo più spesso l’antimodernità,  ovvero la matrice di una modernità ignara di se stessa e tutta concentrata soltanto sull’individualismo. Non hanno voluto vedere l’elemento di critica e di contestazione, che c’è nell’ebraismo, nei confronti della chiusura della modernità cristiana su se stessa. Più che fare la storia dell’Europa, gli ebrei e i loro pensatori hanno contribuito a porne in evidenza le contraddizioni, pagandole spesso sulla propria pelle.

***

Per avviarci alla conclusione, torniamo al tema di una sovranità capace di contrastare la deriva tirannica dell’ordoliberalismo europeo, perché la mia domanda è per una sorta di Carneade: chi era Herman Heller? Perché a suo avviso è lo studioso che ha dato della sovranità la definizione più lucida e ancora attuale.

Era un galantuomo e uno sconfitto. E non un Carneade. Le sue opere sono da tempo tradotte anche in Italia, e  su di lui c’è un’ottima bibliografia. Ai suoi tempi fu un aperto e rispettoso avversario di Schmitt (nel processo di Lipsia «Prussia contro il Reich», 1932)

Ma perché dovremmo ristudiarlo?

Perché quello che Heller dice sulla sovranità lo dice in termini hegeliani; ad esempio, critica Schmitt perché è occasionalista, contingentista, perché per lui la sovranità è un colpo di pistola. Il concetto di negativo, la decisione sul caso d’eccezione, è una negazione indeterminata. Mentre il concetto di negativo è stato trattato molto meglio da Hegel, che gli ha dato un’energia civile, non una energia incivile. Ovvero, Heller ha cercato di pensare politicamente la società e le sue contraddizioni; mentre Schmitt dispera di potere pensare politicamente la società, che per lui è quasi solo l’origine del disordine, di una contraddizione che può esser letta solo come un’eccezione che non  trova soluzione in sé.

Lei sintetizza la sovranità di Heller come un’«unità strutturata nella molteplicità, e giustificata attraverso il suo ruolo sociale» [p. 105]. Cioè lei sta dicendo, in chiave hegeliana, che l’Europa per avere una vera sovranità deve recuperare la società civile?

Sì, certo; e non la deve schiacciare sotto il peso dell’ordoliberalismo. Tenga conto che la società civile non è solo economia; la società civile è arte, cultura, centri sociali, centro di produzione di tutto ciò  che è oltre l’economia. Certo l’economia è dirimente, decisiva, però una società vera, una società capace di andare oltre la propria umiliazione economicistica, è una società che produce idee, che produce immagini di sé –  pur  senza crederci fino in fondo, per tutto ciò che abbiamo detto prima, altrimenti è idolatra –. Una società deve essere capace di produrre immagini, ipotesi di immagine; deve impegnarsi a credere che esista un fine, un suo dovere. Non soltanto a fare del PIL, che pure è indispensabile.

Allora è giunto il momento, proprio alla fine, di farle togliere, per dir così, almeno un sassolino dalla scarpa. Ovvero una domanda sugli intellettuali di sinistra e la sovranità: perché non se ne occupano?

Perché nessuno ha voglia di trattare il problema del rapporto tra capitalismo e democrazia in modi non grossolani. Invece è una questione che va assolutamente affrontata. Una possibile soluzione è: lasciamo che il capitalismo si mangi la democrazia. L’altra, ed è quella che auspico, è: troviamo il katechon, il freno alla potenza di questa; e il katechon per me è la sovranità. Non perché la sovranità sia un potere più forte, ma perché sovranità vuol dire permettere alla società di pensare a qualcosa d’altro oltre all’economia. Cioè impegnare la società a tirar fuori da se stessa risorse che altrimenti vengono mortificate dall’economia. Il capitalismo di oggi è l’estensione della forma economica ad ogni ambito dell’esistenza. Fra un po’ si pagherà anche per entrare in chiesa. E per invertire la rotta è necessaria molta politica comune, democratica, sovrana.

Cioè siamo di fronte a una fede economica totalizzante, qualcosa preconizzata da Benjamin nel frammento Capitalismo come religione?

Esattamente. L’estensione della forma economica ad ogni ambito della società è la morte della società. Abbiamo esteso questa forma economica alle città e le abbiamo fatte diventare dei palcoscenici per il turismo. Svuotate di ogni autenticità. Abbiamo fatto della forma economica la verità dell’Università, trasformandola in azienda (peraltro senza investimenti adeguati).  La sovranità serve a mettere un argine, un freno, a costringere o a consentire alla società di produrre qualcosa d’altro che plusvalore, che peraltro va a finire ormai nelle tasche di minoranze sempre più ristrette.

Pubblicata in «Leussein», Vol. XII

Le repubbliche monarchiche

 

«Non è certo un bene se si è molti al comando; uno sia il capo, uno soltanto il re, a cui dette il figlio di Crono scettro e leggi, perché regni sugli altri». Così, con le parole di Odisseo in assemblea, l’Iliade legittima la figura di Agamennone, re dell’Argolide e per l’occasione re dei re, comandante in capo dei Greci davanti a Troia. La figura del re appare già collegata da una parte a una identità collettiva, e dall’altra alla divinità; inoltre, emerge qui un’altra caratteristica dei re: il loro compito è di esercitare la giustizia, garantire le leggi. Ma, benché sia pastore di popoli, Agamennone non gode di un pieno potere politico. Anche questa è una caratteristica della regalità, la cui essenza sta nella funzione «pontificale» di unione fra l’umano e il divino. Una funzione che ha una connotazione religiosa prima che direttamente politica.

Le principali culture – quelle storiche e quelle «primitive», di Europa, Asia, Africa, America  – presentano, in modi diversi, questa costante: il re apre  un gruppo umano alla trascendenza, lo sottrae alla contingenza, ai pericoli, alla rovina; funziona (lo ha spiegato René Guénon) come un asse, un albero della vita che unisce cielo e terra, attorno al quale ruota una civiltà. Il re è interno ed esterno alla città, alla tribù, all’Impero: li incorpora in sé e li porta fuori di sé, li apre a leggi cosmiche, e così garantisce che le cose terrene procedano allo stesso ritmo delle cose celesti; grazie al re la giustizia è assicurata, i mostri del caos sono respinti sotto terra, i campi sono fecondi. Come ha scoperto Georges Dumézil, vi è una corrispondenza fra ordine celeste tripartito (gli dèi regnanti, gli dèi guerrieri, gli dèi della fecondità) e tripartizione mondana fra re-sacerdoti, custodi, produttori: il posto del re è il vertice, sporgente verso il cielo, di una società gerarchica, organizzata secondo ritmi naturali e divini di cui egli è il custode.

Il re – come negli scacchi – non è il pezzo più potente della politica, ma è il più importante: se è salvo, tutto è salvo; se va perduto, tutto è perduto. Quella che esercita è una funzione esistenziale e simbolica, in cui ha come concorrenti i sacerdoti, prima ancora che i poteri aristocratici. Una delle più grandi rivoluzioni che l’Occidente ha conosciuto è stata determinata dal cristianesimo, che ha chiarito che il re non è Dio, come pure era stato possibile credere (il caso del faraone egizio è ovvio; ma anche gli imperatori romani avevano percorso un lungo cammino su questa via; del resto, fino al 1945 l’imperatore del Giappone era considerato il diretto discendente della dea Amaterasu), e che non è neppure l’unico anello di congiunzione fra il cielo e la terra: questo ruolo, dopo essere stato di Cristo, è della sua Chiesa – e il dualismo fra re e Chiesa è stato una delle radici dell’Occidente –. Ciò non toglie che la Chiesa abbia anche legittimato il potere politico come proveniente da Dio: il re è tale per investitura divina,  che deve però essere riconosciuta dalla Chiesa. Per tutto il Medioevo, a partire da Carlo Magno, e fino alla prima età moderna, l’incoronazione del re era un sacramento, non a caso ripreso da un re ultrareazionario come Carlo X, che nel 1824 volle farsi incoronare a Reims secondo l’antico cerimoniale, per mettere in chiaro l’origine divina e non popolare della regalità. Al tempo stesso – ce lo ha insegnato Marc Bloch – i re erano taumaturghi: «Il re ti tocca, Dio ti guarisce» era la formula con cui esercitavano il loro potere di sanare i sudditi; mentre i giuristi  di epoca Tudor avevano teorizzato, lo ha mostrato Ernst Kantorowicz, che il corpo del monarca coincide col corpo stesso del Paese. E molto dopo Velázquez , nel suo quadro più famoso, Las meninas,  ci mostrerà che il re, anche se assente dalla scena, è l’indispensabile punto di vista che rende visibile il mondo. Il re forma il popolo e lo Stato, ma al tempo stesso è ad essi estraneo, superiore. Chi attenta al re deve essere non solo messo a morte ma squartato (come Damiens nel 1757), perché il venir meno del re fa venir meno l’esistenza stessa del corpo politico.

Certamente, nel corso della storia attorno al re si è coagulato anche un vero potere politico, culminato nell’assolutismo, cioè nella costruzione di un’idea di sovranità come potere supremo, che si pone come potere egemonico rispetto a tutti i poteri sociali (senza però distruggerli): gli aristocratici, i ceti borghesi, la stessa Chiesa. È questo il «potere divino dei re per grazia di Dio». Ma è evidente che in piena età moderna il disincanto del mondo, la nuova scienza, il nascente capitalismo, non consentivano al re di presentarsi come veramente divino. Quella formula voleva dire dire, lo ha sottolineato Otto Brunner, che il re era l’essenza politica dello Stato («lo Stato sono io», affermò Luigi XIV), che era il centro di un potere non derivato ma originario, e che ne rispondeva solo a  Dio; per questa via il re si è avviato a essere, con Federico II di Prussia, «il primo servitore dello Stato». A quel punto bastava un ultimo sforzo, per dirla con Sade, a rovesciare il punto di vista e collocare al posto del re il suo nuovo avversario: non più la Chiesa ma il popolo, la nazione, il fondamento nuovo di un potere che ha la propria rappresentanza politica nel Parlamento. Quell’ultimo sforzo era la rivoluzione, che non poteva non passare, in Francia (ma anche precedentemente in Inghilterra), attraverso il regicidio; e benché un grande controrivoluzionario come Maistre lo equiparasse al deicidio, è invece vero che  le repubbliche borghesi nacquero contro un re che ormai nella realtà aveva ben poco della regalità tradizionale.

Eppure, la regalità non è andata del tutto perduta; gli Stati nazionali non repubblicani hanno istituito diversi compromessi fra re e popolo, sulla base del principio che il re regna ma non governa, dato che il governo dipende dal Parlamento. Così, lo Statuto albertino parlava di un re «per grazia di Dio e volontà della nazione», la cui persona era «sacra e inviolabile»; il Reich bismarckiano vedeva nel re un potere reale, il «principio monarchico», che fronteggia con il  Parlamento, il luogo del potere del popolo; in Inghilterra il re ancora oggi può parlare del «mio governo» nel suo «discorso della Corona». Ma al di là del concreto potere politico che i re possono avere conservato nella storia contemporanea, resta vero  che il re è titolare, lo ha detto Benjamin Constant, di un «potere neutro», non direttamente politico, e continua a esercitare una rappresentanza simbolica della nazione, a essere fattore di equilibrio e di continuità; collega il presente, con le sue lotte e le sue divisioni, non al cielo ma a un passato che si esprime nella dinastia, alla tradizione in cui si riconosce la nazione intera, alla storia patria. Non più un ponte fra l’aldiquà e l’aldilà, quindi, ma fra la prosa quotidiana e i valori, supposti perenni, che orientano un destino collettivo. Certo, è subentrata una grande trasformazione: i re non incorporano più lo Stato, e semmai sono incorporati in esso: sono una delle sue istituzioni. Non sono in opposizione al popolo, alla democrazia, ma la integrano. Non sono più garanti di una giustizia che trae origine dalla trascendenza ma possono trascendere la giustizia con l’esercizio di una prerogativa che è loro rimasta: la concessione della grazia.

La funzione simbolica della regalità permane anche nelle repubbliche, ancora una volta in forme diversificate. La Francia –  il Paese che ha processato e sacrificato il re («non si regna impunemente», disse Saint-Just alla Convenzione accusando Luigi XVI, e cogliendo nella regalità solo la estraneità al popolo) – non si è data forse un Napoleone e un Luigi Filippo? Non ha avuto bisogno di divinizzare se stessa, nel culto della nazione repubblicana? Non ha forse costruito, con la Quinta repubblica di de Gaulle e con la sua successiva evoluzione, una sorta di monarchia elettiva, in cui il presidente ha sia potere reale (in politica estera, soprattutto) sia una intensa capacità di esercitare la rappresentanza simbolica del Paese? E gli Usa non hanno fatto del presidente qualcosa di simile a un re, che regna e governa al tempo stesso?

Anche la nostra Costituzione fa del presidente della Repubblica un organo dello Stato, e gli assegna una posizione politicamente neutra ma non puramente notarile – la custodia della Costituzione attraverso il richiamo ai suoi valori, al suo spirito e alla sua lettera, cioè a una sorta di tradizione democratica –. Inoltre, se la sua persona non è sacra e inviolabile, tuttavia entro certi limiti è sottratto alla legge penale (almeno secondo una parte della dottrina); se è irresponsabile, esercita tuttavia la moral suasion e nomina i senatori a vita; se ogni suo atto necessita della controfirma di un ministro, tuttavia rappresenta simbolicamente il Paese, all’interno e all’esterno.

Forse non rispondono del tutto a queste caratteristiche le superlaicizzate monarchie nordiche, o i deboli presidenti di repubbliche come la Germania e l’Austria; ma certamente le monarchie non sono soltanto occasioni di gossip, e coprono anzi un’esigenza della politica, presente anche nelle repubbliche. Che non è precisamente quella di individuare un leader forte o carismatico (questa è un’altra storia, che ha a che fare con l’evoluzione del potere politico e con la crisi dei Parlamenti), ma quella di mantenere aperto l’orizzonte della politica. Che è una dimensione multipla, complessa: ne fanno parte l’economia e la cultura, il potere istituito e le fedi religiose; e anche il bisogno di coltivare fonti di senso e di identità simbolica che vanno oltre l’esistenza quotidiana. Un bisogno che ha cercato soddisfazione nella regalità, e in ciò che oggi ne fa le veci.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 3 novembre 2019

 

 

 

 

I dilemmi di un’autonomia difficile: la cultura tra economia e politica

Intervista con Giacomo Bottos, Lorenzo Mesini, Francesco Rustichelli

 

Con questa intervista vorremmo approfondire la questione dei nessi tra cultura, politica ed economia. Iniziamo col constatare come il nesso tra cultura e politica appaia oggi in crisi, mentre da più parti si pone l’accento sul legame tra cultura e mondo economico. Un rapporto che si declina sia in termini di ‘utilità’ della cultura – e quindi di giustificazione dell’investimento in cultura – sia di una concezione della cultura intesa come attività economica in senso stretto. Essa deve rivendicare una propria autonomia? Al tempo stesso sembra necessario che essa entri in relazione con queste sfere. Quali sono le forme specifiche in cui questo può avvenire?

Dobbiamo guardarci dal rischio di reificare la cultura, anche solo definendola ‘cultura’ come se fosse un ambito a sé stante, completamente autonomo e composto da specifiche pratiche. In realtà la cultura è il modo con cui l’uomo sta nel mondo. Vi sono dunque infinite gamme di cultura, dalla costruzione di utensili primitivi fino alla creazione della Cappella Sistina. Quando diciamo cultura oggi, però, intendiamo di solito forme di elaborazione particolarmente sofisticate, non immediatamente volte all’utilità o, se volte all’utilità, finalizzate anche a trascendere l’utilità stessa. Attenendoci a questa definizione ristretta di cultura ci troviamo di fronte a forme di elaborazione, costruzione, rappresentazione e narrazione che si confrontano con canoni prefissati – adeguandosi ad essi o superandoli – compiendo una serie di operazioni che trascendono l’orizzonte immediato.

Partendo da questa riflessione comprendiamo facilmente che nella produzione di cultura in una qualche dimensione – prima, dopo, davanti, dentro – deve darsi anche una produzione di utilità. L’utilità può essere intrinseca all’oggetto: un tempio, ad esempio, è allo stesso tempo utile e bello. Può essere precedente all’oggetto, come nel caso di un soggetto – pubblico o privato – che abbia accumulato ricchezza e che desideri, per mecenatismo o ostentazione di potenza, che da questo accumulo di ricchezza discenda un segno che lo renda memorabile, un segno monumentale. Questa è la via tradizionalmente più battuta per declinare il rapporto fra l’utile e la riflessione culturale come la abbiamo definita. Possiamo invece avere l’immediata mercificazione della cultura, cioè il mercato culturale. È la situazione in cui ci troviamo oggi, nella quale l’utile viene fatto crescere all’interno dell’oggetto culturale, ad esempio dai mercanti che investono su un artista o su un uomo di cultura. Questo investimento si basa sulla conoscenza delle tecniche grazie alle quali determinati prodotti culturali possono diventare essi stessi fonte di ulteriore e superiore utilità attraverso l’immissione in un circuito che viene definito mercato dell’arte o mercato della cultura. Tra gli attori del mercato culturale non vi sono solo i mercanti d’arte, ma, ad esempio, anche gli editori, che non sono mecenati ma soggetti che impiegano capitale di rischio. In questo caso la produzione culturale viene concepita come un ambito dell’esistenza che merita che su di esso venga investito capitale a rischio nella ragionevole ipotesi che quel capitale venga remunerato.

La cultura non è mai stata completamente libera dalla dimensione economica, così come non è mai stata completamente libera dalla dimensione politica. Al di là dello stretto legame che esiste tra economia e politica, la cultura è stata, infatti, anche la modalità attraverso la quale si esprimeva l’autocoscienza di un ordine sociale e l’autorappresentazione di una comunità politica che avesse accumulato sufficiente ricchezza per permettersi una costruzione culturale. Un elemento economico e un elemento politico ci sono sempre stati, anche se oggi l’elemento politico è messo in ombra. Fino a qualche tempo fa avremmo potuto dire che la cultura era un ambito di confronto fra diverse concezioni politiche: basti pensare al confronto fra il realismo socialista e l’avanguardismo capitalista. Quest’ultimo era deliberatamente supportato – sostanzialmente dagli Stati Uniti – per dimostrare come in Occidente fosse possibile la libera espressione della soggettività artistica. L’Oriente, invece, voleva dimostrare che l’espressione della soggettività artistica poteva essere comunicata e compresa da tutti senza rappresentare una dimensione esoterica o indecifrabile o tutta rivolta all’interno, e che al tempo stesso poteva essere sottratta al mercato. Oggi è difficile vedere un investimento della politica nella cosiddetta produzione culturale. La politica si occupa di cultura perché la gestisce, trovandola già pronta di fronte a sé, come un bene economico.

È lo spessore storico della produzione culturale accumulata nei secoli ad essere stato prima di tutto economicizzato, virato verso l’utilità e reificato attraverso varie tecniche. La potenza espansiva del neoliberismo consiste, per l’appunto, nel fatto che la dimensione economica si impadronisce di ogni altro ambito dell’umana esistenza e nessun aspetto dell’agire umano è in linea di principio escluso, sottratto al mercato. Se è vero che l’elemento dell’utilità era presente da sempre nella dimensione artistico-culturale, che era in ogni caso inserita in una realtà politica ed economica, la cultura aveva anche una propria autonomia, e perfino una intrinseca capcità critica. Certo, si confrontava con le reali condizioni socio-economiche e politiche, ma anche con canoni e con tradizioni sue proprie, e aveva una limitata, ma reale, libertà espressiva. Quello a cui oggi invece assistiamo è la perdita dell’autonomia. L’arte appare da un lato iper-autonoma, nel senso che in linea di principio può e molto spesso vuole essere l’espressione di un’emozione che l’artista desidera comunicare al pubblico attraverso vie solitamente estranee alla tradizione formale. Al tempo stesso il prodotto artistico di nuova creazione è pensato da subito, sempre e completamente – anche attraverso ingenti investimenti economici – per essere introdotto nel sistema del mercato. Per quanto riguarda invece i prodotti culturali ‘del passato’ questi vengono percepiti in epoca neoliberista come beni fra gli altri, che devono essere oggetto di conservazione e di valorizzazione. Conservazione significa impedire il deperimento del bene. Valorizzazione invece significa l’estrazione di un profitto dal bene stesso. L’intera produzione del passato viene inserita dentro questo schema di conservazione e valorizzazione di carattere economico. Si parla di ‘giacimenti culturali’ come se si trattasse di giacimenti petroliferi. Su questo la politica vuole dire la sua: se esistono i giacimenti culturali vuole gestirli e vuole scegliere chi li gestisce. Su questo presupposto si innesca poi un conflitto fra la politica statalista e centralistica da una parte e la politica che richiede che vi sia una gestione dal basso, nei territori, dall’altra. Entrambe le linee, però, prevedono la piena e totale sottomissione del bene culturale – evidente già dal fatto stesso che viene chiamato ‘bene’ – alla logica economica. Certo, in linea di principio più il controllo sui beni culturali è centralizzato più permane la lontana probabilità che la dimensione della conservazione faccia premio sulla dimensione della valorizzazione, mentre è evidente che più il livello di controllo è vicino al bene più ci si aspetterà che quel bene produca reddito, profitto.

Le cose sono abbastanza lineari per quanto riguarda i beni culturali di carattere artistico-monumentale. La questione è più sottile e complicata per quanto riguarda l’attività culturale di carattere intellettuale: la ricerca, le attività che producono risultati intangibili e che non hanno ricaduta pratica immediata. Le tante istituzioni culturali del nostro Paese vivono oggi una fase di passaggio. Si esce da un periodo in cui esse erano sostenute, per quanto in misura limitata, dallo Stato, dalle regioni e dai comuni e si va verso una situazione in cui l’assunto di base è che ‘nessun pasto è gratis’: nessuna istituzione culturale può esistere se non è capace di produrre da sé almeno una parte del proprio fabbisogno. Di conseguenza le istituzioni culturali si mettono sul mercato: austeri professori si danno alla divulgazione, sperando per questa via di poter incrociare l’interesse di qualche operatore economico desideroso di aiutare queste istituzioni. Il presupposto di base è che – escluse pochissime realtà che godono di finanziamenti ad hoc per legge – la stragrande maggioranza del mondo culturale deve ‘guadagnarsi’ i finanziamenti necessari alla propria attività. Da questo deriva l’enorme impiego di tempo e di fatica che queste istituzioni devono dedicare a trovare i modi attraverso i quali accedere a finanziamenti che rimangono sempre precari. Solitamente, infatti, si lavora su bandi e progetti: in questi casi il finanziamento è a termine e, inoltre, non può essere adoperato per il sostentamento dell’istituzione ma per l’espletamento del progetto. La vita delle istituzioni culturali diventa così molto più instabile e insicura, molto più competitiva. Ad esempio vi è un continuo sforzo per rientrare nelle tabelle ministeriali. Queste sono a loro volta delle forme di valutazione, in quanto il neoliberismo teorizza e introduce la valutazione in ogni ambito. Si tratta di forme di valutazione transitoria, che ogni tre anni vanno riviste. Di conseguenza la serena tranquillità di potere svolgere la propria funzione non c’è più; c’è invece la angosciosa percezione della contingenza e della precarietà della propria esistenza, e la consapevolezza della necessità che il lavoro culturale sia anche economicamente profittevole.

Oggi si insiste molto sulla rilevanza della conoscenza e della ricerca come strumenti per generare sviluppo economico sia attraverso processi di trasferimento tecnologico sia attraverso la capacità di produrre innovazione in grado di collocare i sistemi economici e produttivi in posizioni elevate nella catena del valore. Questo è vero per la cultura in generale? E se si, va perseguito come obiettivo in quanto tale o considerato un’esternalità positiva, uno spillover che non deve essere però il fine principale?

Certamente finché si ragiona in termini di catena del valore, e non ci si può sottrarre ad essa, conviene tentare di collocarsi nelle posizioni elevate del ranking. Questo è possibile quando si è detentori di beni culturali molto ricercati. Le grandi città d’arte, ad esempio, si sono trasformate in macchine per il turismo: pensiamo a Venezia, a Roma o a Firenze. Naturalmente ciò snatura profondamente la città, il suo impianto urbano, la sua vivibilità, e la percezione stessa delle opere d’arte in cui essa si articola. Queste opere non furono pensate per essere oggetto di turismo, ma per essere fruite dalla vita quotidiana della città. Anche quando furono realizzate per ragioni di magnificenza furono pensate per essere vissute, godute e non – più o meno frettolosamente – visitate. Il business turistico è sostanzialmente inarrestabile, è troppo radicato e intenso perché si possa pensare di bloccarlo – è difficile farlo persino nelle sue manifestazioni più discutibili come la presenza delle grandi navi nei canali di Venezia –. Dal momento in cui la produzione della cultura viene definita “bene culturale” siamo entrati nella logica della reificazione. Dentro quella logica tutto succede di conseguenza: si potrà tentare di essere più o meno di buon gusto, si potrà tentare di essere più o meno riguardosi verso il bene, ma quell’opera è trasformata in una cosa, o peggio: in un capitale.

Per quanto riguarda il legame tra cultura e politica, come si struttura questa relazione? Con quali gradi di autonomia o non autonomia? Nel nostro Paese quali sono state le linee generali e i punti di svolta di questo rapporto dall’Italia preunitaria passando per il Novecento e la riflessione di figure chiave come Croce e Gentile o Gramsci e Togliatti e, per quanto riguarda il mondo cattolico, Dossetti o Moro?

La cultura è ‘dentro’, non è fuori. Questo la vincola, ma al tempo stesso le dà una capacità critica: non si può criticare dal di fuori. La cultura può essere una cultura che chiama all’azione, una cultura propagandistica, una cultura di intervento, una cultura di impegno, o può essere una cultura di riflessione e di critica. Una cosa è certa: solo oggi stiamo facendo esperienza di una politica senza cultura. L’elemento caratteristico del nostro tempo, degli ultimi cinquant’anni, è la fine del rapporto – che non si riduca ad un rapporto di strumentalizzazione economica – tra politica e cultura. Gli intellettuali non hanno più alcun peso. In passato vi sono stati intellettuali critici e intellettuali organici, o anche asserviti. Oggi non sono più asserviti perché non li vuole nessuno, nessuno ne sente il bisogno. Dopotutto ad asservire un intellettuale gli si fa in un certo senso un complimento, gli si concede un rilievo, gli si riconosce un valore. Oggi non succede nemmeno quello. In modi diversi le vicende politiche del nostro Paese sono state tutte attraversate dalla cultura nelle sue diverse accezioni – la propaganda, l’impegno, la critica –: nel Risorgimento, nell’Italia liberale e perfino nell’Italia fascista è stato così. Non è vero quanto diceva Bobbio, che fascismo e cultura non si siano mai incontrati: si sono incontrati eccome – con grandi equivoci da una parte e dall’altra –, l’EUR, ad esempio, è un episodio di cultura fascista: pur trattandosi di razionalismo architettonico è difficile separarlo dal committente e dalla sua idea di cultura e di città. L’Italia democratico-repubblicana è un’Italia che è stata fatta anche e profondamente dalla cultura: la stessa Costituzione è un prodotto culturale di altissimo profilo. Nessuno pensava che la politica potesse prescindere da un robustissimo supporto culturale e questo non solo a sinistra. Persino in un mondo un po’ più pragmatico come quello democristiano esistevano dei frame intellettuali ed esisteva l’esigenza di dare una giustificazione culturale all’agire. I comunisti hanno proseguito la tradizione filosofica italiana mentre i cattolici hanno quasi inventato la tradizione sociologica italiana. Nessuno dei due curava quella economica, che è stata gestita dalle élites borghesi. La ricchezza di produzioni culturali italiane negli anni Cinquanta e Sessanta e nella prima metà dei Settanta era quasi esagerata nella sua abbondanza. Fino alla morte di Pasolini e Montale ogni anno usciva un prodotto di altissimo rilievo: una raccolta di poesia di Montale, un libro di Moravia, uno di Gadda, un film di Visconti, uno di Fellini. La proposta era ricchissima e la politica poteva essere derisa o poteva a sua volta deridere (il “culturame”), ma non poteva far finta che questo Paese e questa società non fossero capaci di una tale autoconsapevolezza. C’è voluto il neoliberismo per smorzare, attutire, livellare. Il neoliberismo è una tecnica specifica. La televisione e poi i social media hanno avuto un ruolo nel portare la società e la politica a convergere in un eterno presente di piccole rivendicazioni, di gossip, di ripicche e di odi, e nel far scomparire il disegno, la progettualità, l’idea. Naturalmente il disegno e le idee ci sono, ma sono in mano ai poteri economici, che hanno idee piuttosto precise sul tipo di società che vogliono. Ma queste idee e questi progetti non fanno parte di una cultura comunicata e condivisa, o discussa, e quindi pubblica, e anzi cercano di schermarsi il più possibile. Idee paradossalmente invisibili, quindi. Ed è rispetto a queste idee/non idee che l’assenza di un’idea pubblica della società e della politica appare ancora più angosciosa. È qui che interviene il ruolo degli istituti culturali e non è un caso che agli istituti culturali si faccia sostanzialmente guerra o li si spinga alla ricerca di un po’ di nutrimento, di pane quotidiano.

Molto di quello che sto dicendo sarebbe smentito dai portatori della cultura mainstream, i quali direbbero che il neoliberismo non c’entra nulla, che, anzi, valorizza la cultura e immagina una società della conoscenza. Il neoliberismo vorrebbe dunque sempre più laureati, sempre più musei, vorrebbe che fossero sempre più frequentati, vorrebbe sempre più turismo e sempre più orientato verso le grandi città d’arte. Vorrebbe una società colta, perché dalla cultura si spreme profitto. È vero che a parole il neoliberismo vuole questo, ma è anche vero che questa cultura è definibile tale solo in misura molto limitata. Si tratta più che altro di un insieme di saperi tecnici, o di curiosità dopolavoristiche. La cultura come spirito critico non è merce particolarmente gradita, tranne che in determinate circostanze nelle quali possa fungere da fiore all’occhiello. Ad esempio Harvard University Press pubblica Impero di Toni Negri, un’opera che lascia il mondo esattamente com’è, ma consente di dire che HUP non è biecamente al servizio dell’ipercapitalismo. Ma chi ha meno risorse e meno potere di HUP non pensa nemmeno lontanamente a pubblicare libri sovversivi – posto che quello sia un libro sovversivo –. La società della conoscenza non è una società in cui la cultura svolga un ruolo critico: essa svolge invece un ruolo di mantenimento e propulsione dello status quo. Quest’ultimo è certamente una continua rivoluzione di se stesso, ma una rivoluzione che sarà sempre solo una evoluzione – un miglioramento, un perfezionamento quando va bene –. Paradossalmente elementi di cultura critica oggi vengono più frequentemente dalla destra che non dalla sinistra, perché è la destra che si sente tagliata fuori dall’universo neoliberista e liberal, mentre la sinistra si è completamente trasformata dall’essere critica all’essere composta da partiti sostanzialmente liberal,  architrave del mainstream. A tale mainstream la cultura contribuisce precisamente distogliendo l’attenzione dai nuclei decisivi della nostra esistenza e inventandosi continuamente ambiti sui quali applicarsi e sui quali far convergere l’attenzione della società, ambiti che tutto possono essere ma non devono avere a che fare con la critica dell’economia politica. Noi vediamo l’invenzione continua di nuovi miti mainstream. Contro di loro la cultura aggressiva della destra svolge, ma solo molto limitatamente, un ruolo critico perché non aspira ad avere una reale capacità di critica strutturale del presente, ma vuole semplicemente contrapporre ad alcuni epifenomeni altri epifenomeni. Una critica da sinistra delle mitologie liberal è quasi impensabile e di fatto non viene sviluppata. Sarebbe invece opportuno che questo accadesse, se non altro per non lasciare lo spazio della critica tutto alla destra e alla sua superficialità.

Da questa ricognizione storica emerge l’importanza di approfondire il del ruolo degli intellettuali e di una costante azione di pensiero e di immaginazione politica, come è cambiata in prospettiva storica questa figura? Come si produce oggi l’analisi politica? La politica con quali strumenti analizza la realtà? Come ha influito su questi meccanismi la grande transizione neoliberale degli anni Settanta?

Come la politica analizzi la realtà è un mistero anche per me. Pur avendo avuto un ruolo politico per cinque anni, non ho mai sentito un’analisi politica. Si va dalla lettura dei libri di qualche giornalista, o dei giornali, degli articoli di fondo di qualche editorialista, ai sondaggi. Analisi di livello superiore, ‘analisi di fase’ come si diceva una volta, non le ho mai né viste né sentite. La politica non analizza la realtà, ci sta dentro giorno per giorno, ora per ora. Combatte solo battaglie tattiche, ignorando le battaglie strategiche. Ovviamente le grandi svolte strategiche avvengono non per motivi naturali, ma per decisioni di rilievo politico prese in ambito non politico, in ambiti economici oligarchici. Un’altra fonte di analisi politica, tipica in assenza dei partiti, sono i think tank, cluster di specialisti, in alcuni casi molto validi, che hanno il limite di ospitare più politologi, sociologi ed economisti che storici e filosofi. Sono un’entità esterna, anche se talvolta sono stati promossi dalla politica, agiscono in maniera autonoma, stando sul mercato e facendo indagini. La politica se ne serve chiedendo un parere, commissionando una ricerca, convocando studiosi per farsi spiegare certe dinamiche. Tutto questo, però, è sempre molto episodico. Il cervello pensante è fuori dalla politica, e questa se ne serve come un produttore di informazioni istantanee, di competenze tecniche, continuando a percepire se stessa come assolutamente autonoma rispetto alla cultura.

Questo in un universo provinciale come quello italiano. Ma la politica ha anche saputo pensare in grande e agire in grande: la svolta neoliberista è stata una decisione politica, supportata da analisi strategiche e sociologiche, oltre che da immensi interessi economici; ne è risultato un mondo economicizzato, ma la decisione è stata della politica, sulla base di precise analisi culturali (la Trilaterale  i suoi Rapporti).

La filosofia ‘non nasce nel deserto’, è intimamente legata alla ‘città’, e in particolare lo è la filosofia politica, questo rapporto cruciale, e storicamente ricco di complessità, come si articola oggi? Come agisce la filosofia sul discorso pubblico? È ancora possibile decifrare la politica, e quindi agire sulla politica, attraverso la filosofia? Qual è la responsabilità, il compito delle classi dirigenti – non solo dei ceti intellettuali o politici –, faccio riferimento al suo testo I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, nel tenere insieme il triangolo cultura-politica-economia? E in particolare che ruolo hanno giocato le classi dirigenti nell’Italia degli ultimi vent’anni?

La filosofia è a sua volta attraversata da gravissime contraddizioni: non esiste un sapere filosofico compatto, certo di sé e dotato di sicurezza e autonomia. Gli infiniti rivoli lungo i quali – anche giustamente – si è dispersa la ricerca filosofica dimostrano una intrinseca debolezza; in ogni caso, la filosofia politica fa molta fatica a misurarsi con la politica. Questo a meno che non si parli di filosofia politica normativa: in quel caso tutto è risolto a priori poiché non ci si cura delle condizioni di possibilità delle realizzazione dei suoi postulati, limitandosi a spiegare qual è l’ottima società. La filosofia da sola non produce pensiero critico. Perché questo esista e non si limiti ad essere un’autocompiaciuta distanza dalle cose deve mettere insieme coordinate filosofiche, saperi tecnici e saperi economici. Non si può essere critici semplicemente essendo “filosofi”: la decostruzione linguistica non produce un impatto critico reale e anzi il pensiero critico deve essere un pensiero con armatura filosofica e con sostanza economico-politologica. Certo, rispetto all’economia e alla scienza politica il pensiero critico con la sua armatura filosofica è capace di mettere in forma, di mettere in prospettiva cronologica, di non assumere i dati dei saperi economici e politologici come dati oggettivi; però li deve maneggiare continuamente e non può fingere di essere estraneo ad essi. La filosofia è anch’essa dentro, non fuori. Questo che chiamiamo pensiero critico è un pensiero che non ha grandi spazi e non ha molti cultori. Soprattutto dovrebbe essere capace di un’operazione gramsciana, cioè di individuare qualche cosa che ha a che fare con la vita del popolo. Dovrebbe essere capace di internità rispetto alla società e al tempo stesso dovrebbe essere capace di vedere la società dal di fuori – dentro/fuori, quindi – e dovrebbe essere capace di individuare le forze, se vi sono, che sono interessate alla mutazione dei rapporti di potere dentro alle nostre società, e individuarle credibilmente facendosi capire. Un lavoro gigantesco che non è nemmeno cominciato: nessuno fa un investimento di così lungo periodo, la politica si gioca tutta sul quotidiano.

Da qui si arriva alle classi dirigenti che non sono selezionate, se non attraverso la chiave dell’obbedienza, della lealtà. La politica non pensa di dover possedere in prima persona le competenze, pensa sempre di poterle convocare, dandole in outsourcing. I ceti politici sono ceti di ambiziose cordate, con un capo cordata che chiede essenzialmente obbedienza. Al di fuori di questo in alcune realtà – il Partito Democratico e la Lega – e in certi territori vi sono dei ceti dirigenti che nascono dall’amministrazione locale, una buona scuola che, però, non esaurisce quella che dovrebbe essere la formazione di un uomo politico. I giovani da questo punto di vista non sono diversi dagli anziani: sono mossi da grandi ambizioni, ma si tratta di ambizioni personali, da soddisfare nel breve periodo e più rapidamente possibile. Non c’è l’ambizione di fare grande politica, di mettere le mani negli ingranaggi della Storia. Il neoliberismo non è passato invano, ha creato un individualismo competitivo in ogni ambito dell’esistenza, e anche nella politica.

Sono ben consapevole del fatto che sempre la politica è stata il teatro della lotta fra le ambizioni – ci mancherebbe altro –, si tratta però di capire di quali ambizioni parliamo e che rango abbiano. La lotta fra Cesare e Pompeo era la lotta fra l’ambizione di essere il padrone del mondo. Oggi non c’è bisogno di avere ambizioni così sfrenate, ma una certa ambizione di alto profilo sarebbe necessaria. Ma se la politica non ricerca ambizioni di alto profilo, sarà una politica di basso profilo, come è. Oggi, esaurita la capacità educativa dello Stato, della Chiesa, della Scuola, dei partiti, delle associazioni economiche – capacità educative che un tempo producevano la società e i ceti dirigenti della società – a buoi scappati, molto spesso vi è il tentativo di inventare scuole di politica o altri esperimenti, che salvo rare occasioni hanno una durata molto breve. Questo avviene perché manca o la qualità dei docenti o quella dei discenti, che cominciano presto a chiedersi in che misura le analisi che vengono loro proposte servano per fare carriera. Siamo quindi di fronte a una politica di basso profilo, lasciata in mano a chi è più abile a giocarsela nel quotidiano. I politici devono saper giocare anche nel quotidiano – altrimenti vengono travolti, o farebbero i filosofi – ma al tempo stesso devono essere capaci di guardare lontano, di guardare e di capire il mondo dentro al quale si muovono e non solo di correre ai ripari. La politica a furia di correre ai ripari, i ripari non li trova più, e non li costruisce; per mettere gli argini al grande fiume della fortuna servono degli ingegneri, non si può improvvisare.

 

Pubblicata in «Pandora», n.8/9 (2019), pp. 42-48

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

 

Sotto l’apparenza di essere uno sviluppo del razionalismo moderno – dell’utilitarismo, dello strumentalismo, dell’individualismo –, il neoliberismo attinge la propria energia e la propria legittimità da fonti irrazionali, dalla mobilitazione del sentimento e del desiderio, da una volontà di potenza latente nelle soggettività moderne, emotivamente eccitata e governata dalle agenzie di senso (alte e basse, mediatiche e teoretiche) che nel radicarsi del neoliberismo hanno avuto un’importanza decisiva.

Il neoliberismo è la dottrina, di derivazione marginalistica (Mises e Hayek), che si pone l’obiettivo di distruggere la teoria classico-marxiana del valore-lavoro, e di spostare il baricentro del pensiero economico dalla produzione, e dalle sue contraddizioni, al rapporto domanda-offerta, e ai suoi equilibri (il kosmos, l’ordine spontaneo). Svincolata da ogni patetico umanesimo, da ogni fondazionismo personalistico, l’economia è un insieme di diagrammi che descrivono e misurano le scelte compiute dal consumatore individuale razionale perfettamente informato, all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale. La libertà dei moderni è libertà individuale di scelta e libertà di intrapresa, del consumatore  e dell’offerente. I problemi che possono insorgere e che discostano la pratica dalla teoria non sono contraddizioni strutturali ma solo ostacoli che devono essere rimossi, con la politica: le “riforme”, che fluidificano il mercato eliminando rigidità e rendite di posizione. Solo a realizzare riforme serve la politica: la dimensione pubblica è legittimata dal fatto che serve a rendere possibile lo sviluppo della dimensione privata: nessuna taxis artificiale deve frapporsi alla formazione automatica del kosmos. E la società, peraltro, non esiste (secondo la geniale signora Thatcher), sostituita – con le sue masse, i suoi ceti, le sue classi, i suoi gruppi di interesse, le sue dinamiche collettive – dalla pulviscolare moltitudine degli individui utilitaristici.

Le conseguenze di ciò sono, oltre al deperimento e alla delegittimazione delle strutture pubbliche e dei corpi intermedi tradizionali (Stato, burocrazia, partiti, sindacati), l’estensione illimitata dell’area del mercato, a cui nessun ambito può pretendere di sottrarsi (l’arte, la cultura, l’istruzione, la scienza, la sanità, il turismo, il tempo libero, lo spettacolo, la politica, ne sono investite e assorbite, ne ricevono “valore”): insomma, l’universale mercificazione della vita di tutti. Questa estensione del mercato, la sovranità dell’economico e della sua auto-interpretazione come “equilibrio” e come progressivo nec plus ultra dell’umanità, ha come conseguenza l’iscrizione di tutta la vita, di tutte le vite, nel registro della concorrenza e della competizione, della prestazione e della valutazione – a opera di agenzie pubbliche e private, che assumono il peso determinante che un tempo spettava ai ministeri –. Non il conflitto, che è un fatto pubblico e sociale, e neppure la collaborazione, ma la competizione, che è un fatto privato, tiene ora il centro della scena.

Questa visione è stata abilmente introdotta nell’immaginario delle masse, con un’opera insigne di psico-politica;  vi ha fatto presa, vi si è radicata, perché è stata presentata nel momento della massima delegittimazione delle strutture di potere tradizionali: la caduta del comunismo in Russia e dintorni (con l’enorme eccezione della Cina, che si concilia col neoliberismo attraverso la nozione di autorità), e la crisi, in Occidente, dello Stato sociale (in realtà, del sistema di Bretton Woods) e delle forze politiche che l’hanno supportato (i partiti democratici del secondo dopoguerra). Questa visione neoliberista, insomma, è stata legittimata attraverso il ricorso a un’accezione emotiva, euforica ed energetica, della nozione di libertà individuale, declinata come ribellione contro l’autorità – appunto, partiti e sindacati, ma anche Stato ed élites tradizionali (i “professoroni”)  – e come potenziamento del singolo soggetto attraverso l’azione rivolta al successo, all’affermazione di sé. Una libertà che è deregulation su scala ridotta, analoga a quella che la politica perseguiva, negli anni Novanta, su scala mondiale. Tutti possono arricchirsi, tutti possono mettersi alla prova, tutti possono competere per migliorare la propria posizione sociale; e tutti lo fanno rimanendo «se stessi», liberandosi da ogni autorità, obbedendo solo ai propri istinti vitali, coltivando e amplificando i propri talenti: «anche tu puoi, se vuoi». Non il comando ma il libero contratto, sempre revocabile, è la figura chiave di questa società; non l’autorità ma la libertà; non il dovere ma il diritto soggettivo; non il governo e il diritto pubblico ma la governance privatistica a rete e la lex mercatoria, pattizia, elastica; non la stabilità dell’ordine ma il movimento, la circolazione, l’innovazione, l’intrapresa; non la nascita né gli studi, ma il successo (confuso col merito), l’aggressività, l’avidità: greed is good, il peccato capitale dell’avarizia è un bene. Dai garage della Silicon Valley escono i nuovi miliardari con il loro grido vittorioso (già sessantottino): stay fool, stay hungry, la sfida a non appagarsi mai. L’utile è legittimato dal sentimento, la speculazione dalla commozione.

Tutto ciò va oltre Mandeville: qui non si tratta di vizi privati e di pubbliche virtù, ma della nietzschiana trasvalutazione di tutti i valori, di una eroica volontà di potenza paradossalmente diffusa in tutto il corpo sociale, e applicata all’ambito (per Nietzsche spregevole) dell’utile, e divenuta, ancora più paradossalmente, norma collettiva. Dalla critica al normativismo razionalistico, dalla derisione del pensiero dialettico, dalla decostruzione del logos moderno e delle sue strutture politiche, in primis la sovranità, emergono – in chiave mondialista o liberista, benicomunista o ultraprivatistica – la medesima apologia dell’«oltre», il medesimo scuotimento dei fondamenti, la medesima «splendida aurora» della soggettività desiderante, il medesimo godimento in atto, il medesimo trionfo dell’immanenza, la medesima pretesa che le dinamiche sociali, spiegabili attraverso l’agire individuale, si autosostengano, che non debbano rinviare a null’altro che a se stesse. La partita si gioca tra “movimenti” globali, nella concorrenza tra il francescanesimo moltitudinario, da una parte, e il general intellect mercatista dall’altra, sulle teste di Stati e classi, scienze e autorità. Le prospettive politicamente confliggono, ma convergono nella critica del Vecchio, travolto dall’energia del Nuovo.

Al di là delle analogie e delle differenze rispetto alla prima grande ondata di movimenti del dopoguerra – la generazione del Sessantotto lottava per una  forma diffusa anarchica e rizomatica della libertà, ma nonostante le sue istanze libertarie e individualistiche fu capace di agire socialmente e di contestare la guerra in Vietnam – resta il fatto che la narrazione del neoliberismo fece presa perché apparve rivoluzionaria: la quarta rivoluzione del XX secolo dopo quelle comunista, fascista, e socialdemocratica. Una rivoluzione che prometteva l’immediata liberazione individuale: se si promuove la libertà contro l’autorità, l’espansione contro la costrizione, la potenza contro la diligenza, l’eccezionale contro il normale, la velocità contro la staticità, la trasgressione contro il conformismo, l’immanenza contro la trascendenza (o l’auto-trascendimento), la seduzione è garantita.

Nulla di tutto ciò si è rivelato vero, se non le sue esagerazioni e le sue contraddizioni, la sua negazione pratica nelle contraddizioni che si sono rivelate. A partire dal soggetto euforico, che si è rovesciato in soggetto impotente e impaurito, avendo ben presto sperimentato che il mare sconfinato delle opportunità è in realtà la selva aspra delle tribolazioni e delle lacerazioni; che i poteri economici dilatati su scala planetaria lo schiacciano come una nullità; che la centralità del consumatore è in verità la subalternità dell’individuo asservito a ogni manipolazione; che l’espansione anarchica dell’Io è prerogativa dei pochi che reggono il mondo, moltiplicando la mortificazione e la soggezione di innumerevoli Io, legati dalle  «catene del valore» che nel globo vincolano uomini e donne come propri strumenti, mai unificati in un diritto comune e in una coscienza comune ma anzi sempre parcellizzati, separati, divisi, posti in concorrenza gli uni contro gli altri;  che più si parla di privacy (concetto già in sé difensivo) più l’individuo è oggetto delle invasive costrizioni di apparati di potere pubblici e privati davanti ai quali è trasparente, e dai quali non può sfuggire.

Al livello pubblico, poi, lungi dall’estinguersi lo Stato si è rafforzato; non verso i pochi forti, naturalmente, ma verso i molti deboli, che ha disciplinato, sorvegliato e punito con tanta maggiore energia quanto più le contraddizioni del neoliberismo hanno mostrato che il sogno euforico del benessere diffuso aveva come controparte la povertà avanzante, la disuguaglianza, l’anomia sociale, il crollo della qualità della vita; lo Stato sempre più volentieri ha fatto ricorso all’eccezione contro la norma,  e sempre più spesso si è dato forme di governo spostate dalla democrazia alla tecnocrazia, centrate non sulla rappresentanza sovrana ma sulle agenzie non rappresentative che «mettono al sicuro» i fondamenti del sistema dall’invadenza della politica; e ha visto erodere sia la propria legittimità (non è più capace di ispirare civismo) sia  la propria sovranità – mentre la filosofia la decostruiva –, a fronte del potere dell’economia, della finanza e delle agenzie di rating. Nondimeno, le grandi sintesi politiche, i Grandi Stati, sono ancora in grado di determinare la politica internazionale, con le loro sovranità in concordia discors rispetto alle potenze economiche.

Al livello sociale, infine, la produzione, espunta dalla teoria, è rimasta centrale con tutte le sue contraddizioni: il lavoro è divenuto più incerto, povero, indifeso, scarso. E ciò o è giudicato senza rimedio, o vi si interviene a livello etico, con il capitalismo compassionevole, oppure con distribuzioni di sussidi; o ancora con lo scambio fatale fra diritti sociali (progressivamente negati) e diritti civili (tendenzialmente, anche se molto lentamente, concessi o allargati). Lo Stato sociale è finito sotto l’orizzonte; la critica strutturale dell’economia non esiste più; l’individuo è solo davanti e dentro il capitale, e deve sopperire con nuove emozioni private – dalla fidelizzazione all’azienda a qualsivoglia altro orgoglio identitario –, alla perdita di senso del suo agire. Inutile dire che a fornire tali emozioni provvede il sistema mediatico.

Infine, nella morsa dell’ordoliberismo tedesco – la matrice dell’euro –, quella che nel neoliberismo “austriaco” era libertà è diventata dovere, al kosmos spontaneo si è affiancata una severa visione statalistico-organicistica, l’euforia si è rovesciata in austerità, in espiazione, in disciplina, in paura, in autorità; ed è emerso che il nuovo paradigma economico altro non è se non una dottrina liberale deflativa, che prevede ogni anno tagli al bilancio dello Stato, spending review, compressione della domanda interna oltre che dei diritti sociali, orientamento del sistema economico alla esportazione.

Non siamo però di fronte all’universale schiavitù; la reazione a tutto ciò c’è stata. L’eliminazione dell’articolo 18, l’introduzione del bail-in, la legge Fornero, l’inoccupazione strutturale, le disuguaglianze crescenti e incolmabili fra ricchi e poveri, il sotto-finanziamento sistematico dei servizi pubblici, le insicurezze sociali ed esistenziali che da tutto ciò derivano, le prospettive di dover subire ogni anno manovre «lacrime e sangue» e di dovere affrontare un destino come quello della Grecia: tutto ciò non è stato controbilanciato dalla stabilità dei prezzi, dall’Erasmus, dai voli low cost, dal roaming europeo, dalla diffusione degli smartphone. Si è generato, piuttosto, in Italia, in Europa, in Occidente, un “momento Polanyi”, una mossa difensiva rispetto al dominio del capitale, una ricerca di protezione, anche nella forma dell’affidamento plebiscitario a un capo; una reazione che le sinistre di governo, le élites politiche di ieri, denigrano come “populismo” e delegittimano come “sovranismo”, ma che non analizzano nelle sue cause originarie e che si limitano a deplorare moralisticamente come “cattiveria”; un malessere che non hanno intercettato, che  hanno lasciato alle destre europee, e che ora definiscono “fascismo”.

Ma i sovranismi (termine privo di dignità teorica) non sono una declinazione aggiornata di un presunto «fascismo eterno». A parte le differenze sostanziali (il nesso tra violenza e politica, e tra guerra e politica, essenziale al fascismo, è pressoché assente nei partiti che hanno intercettato questo trend), vi è oggi un’altra divergenza rispetto ai processi degli anni Trenta a cui pensava Polanyi. La richiesta che gli Stati tornino ad appropriarsi della sovranità ha più il senso della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del ‘politico’, della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato militare, più uno Stato sociale con qualche tocco di “comunità” che uno Stato-Moloch, più un individualismo di massa che un nazionalismo identitario, per il quale mancano i presupposti culturali: il nazionalismo, infatti, implica una forte dimensione pubblica e una consapevolezza storica collettiva, che oggi francamente non è dato vedere. Il neo-liberismo ha lasciato il segno, almeno nelle percezioni esistenziali e negli immaginari collettivi: più che di identità nazionale si tratta oggi di protezione dei privati dal mercato dilagante e dall’austerità sempre incombente e, infine, del rifiuto della «società liquida» e delle sue solidissime, inscalfibili disuguaglianze.

L’orizzonte della protesta, insomma, resta sostanzialmente il medesimo – fatto salvo l’abbattimento, a volte grave, di alcuni tabù lessicali, ossia del «politicamente corretto» –; la reazione al neoliberismo è declinata in chiave non di conflitto sociale ma di invidia individuale, non di un nuovo paradigma economico ma di odio anticasta, non di critica dell’economia politica ma di libero sfogo di pulsioni securitarie (in parte giustificate, e in parte spinte fino alla xenofobia), non di ripresa dell’elaborazione critica ma di ulteriore svilimento della cultura “alta” in nome del plebeismo, non di giustizia ma di giustizialismo, non di coraggio ma di timore (legittimo, ma ingigantito ad arte dai governi). Domina ancora l’individualismo, benché mutilato, ferito, umiliato, deluso. Reazione, quindi; non vera ribellione; meno che mai rivoluzione. Il soggetto individuale non diviene collettivo; resta quello di prima: emotivo, ma animato da emozioni ben diverse. Un soggetto sedotto, abbandonato e ormai carico di timore e di rancore. Le molte ragioni dei singoli (parecchie buone, qualcuna cattiva) non diventano ragioni politiche collettive: siamo davanti, con valori in parte rovesciati, alla medesima pseudo-attività, e reale subalternità, alla medesima impotente solitudine, che caratterizzava il neoliberismo.

Il quale, da parte sua, a questa reazione, rabbiosa ma non alternativa, riesce ad adattarsi. È possibile che il sovranismo divenga, dopo tutto, una sorta di  “piano B” dei poteri dominanti, che passano dal mondialismo ideologico a un moderato territorialismo (con largo uso di capri espiatori) sulla base del principio «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ed è certo che il sovranismo è per ora una ricerca di protezione senza proiezione, senza un’idea di politica.

L’opposizione fra individualismo liberista e mondialista, da una parte, e sovranismo dall’altra è, insomma,  più di forma che di sostanza; più di mentalità che di struttura; e non è un’opposizione fra democrazia e antidemocrazia. La democrazia era di fatto divenuta post-democrazia già in età neoliberista: oggi, a (parziale) differenza di ieri, se ne vilipendono pubblicamente i resti. Il che, certo, è più grave, a livello ideologico; ma la costituzione materiale del nostro Paese, dell’Europa, del cosiddetto Occidente, va per la sua solita strada. Per provare a ridare vita e significato alla democrazia bisogna uscire dalla contrapposizione superficiale fra sovranisti e  europeisti (o mondialisti), rinunciare alle prediche moralistiche e dare inizio a un grande investimento culturale – critico, analitico e propositivo – paragonabile a quello che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso spianò la via alle truppe trionfanti del neoliberismo; il quale oggi cambia volto e retorica, ma non trova ancora avversari sufficientemente consapevoli e radicali.

Pubblicato in «Italianieuropei», 3/2019, pp. 75-82

 

Che cos’è questa crisi?

I poteri mondialisti ed europeisti erano usciti parecchio ammaccati dalle elezioni del 2018, in cui aveva prevalso la ribellione popolare contro il paradigma economico vigente e contro le sue conseguenze politiche e sociali – la precarizzazione e l’indebolimento del lavoro e della funzione pubblica come risultato del vincolo monetario esterno hanno generato l’ormai ben noto momento Polanyi –. Privato del suo partito di riferimento, il  Pd clamorosamente sconfitto, l’establishment non era tuttavia rimasto privo di risorse e poteva contare su alcuni ministri, graditi anche al capo dello Stato. E su di un’incessante lavoro più o meno sotterraneo a vari livelli, interni ed europei, per imbrigliare l’azione non ortodossa del governo. Sottoposto a critiche giuridiche e morali sulla questione dei migranti e sfidato sul versante economico dalla Commissione che ha minacciato una procedura per deficit eccessivo, il partito più numeroso ma anche più debole, il M5S, ha fatto proprie le ragioni dell’establishment e ha impedito di fatto l’autonomia regionale rafforzata – forse non carissima a Salvini, cui tocca l’arduo compito di gestire una Lega proiettata oltre se stessa, cioè fortissima anche al Sud, e costretta quindi a una complexio, per cui non è culturalmente attrezzata, tra pulsioni anti-sistema e richieste del Nord liberista, embedded nell’economia tedesca –. E ha preventivamente bocciato la flat tax, questa sì di significato strategico per la Lega, in diretta opposizione all’impianto ordoliberista dell’eurozona, accettando dalla Commissione serie ipoteche sulla nostra libertà di manovra in sede di legge finanziaria. È quindi pura propaganda la tesi di Zingaretti che Salvini scappasse dalla finanziaria. Al contrario, la voleva fare senza condizionamenti, anche in extra-deficit (per non aumentare l’IVA).

Per reagire a questa situazione (e alle minacce trasversali di cui era fatto oggetto: il caso Savoini) e non solo per capitalizzare il consenso delle europee (finalità che certo sarebbe ridicolo negare), Salvini ormai accerchiato ha mandato in crisi il governo, fidando anche nell’interesse di Zingaretti a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate: con queste il segretario Pd avrebbe potuto sbarazzarsi dei renziani, che ora sono il sessanta per cento dei gruppi parlamentari. E il Pd si sarebbe attestato come secondo partito, partner minoritario di un quadro politico centrato sulla maggioranza quasi certa della Lega (con FdI ma senza FI), di cui sarebbe stato l’antagonista sistemico.

A questa prospettiva si sono opposti fulmineamente, sia  direttamente sia con i loro terminali italiani, i poteri europei – timorosi che l’Italia venisse consegnata all’ “uomo più pericoloso d’Europa”, proprio mentre l’Inghilterra se ne va e la Germania entra in recessione –, nonché Renzi, che è stato prontissimo a invertire la sua posizione sul M5S per sfuggire al rischio di venire cancellato dalla scena politica senza avere avuto il tempo di fondare un nuovo partito alla prossima Leopolda (e anche prontissimo, una volta ottenuto il risultato voluto cioè di non andare alle elezioni, a storcere il naso sull’alleanza col M5S, facendo capire che inizierà a proprio piacimento a minacciare di staccare la spina al governo, non appena il suo partito personale sarà pronto). E naturalmente si è opposto il M5S che si è visto minacciato di estinzione elettorale; e, insieme ai grillini, il premier Conte, oltremodo  versatile e ben appoggiato anche dalla Chiesa. Il governo giallorosso era quindi nelle cose. E rispondeva tanto ai timori dell’establishment quanto alle speranze di trascinare la legislatura (con riforme costituzionali ed elettorali) almeno fino  al 2022, anno di elezione del nuovo capo dello Stato, e di logorare nel frattempo Salvini all’opposizione, magari con qualche non implausibile intervento della magistratura.

Specularmente, Salvini ha dovuto ripiegare dall’aspirazione a essere l’unica forza di governo alla accettazione del ruolo di unica opposizione. Un cambio sfavorevole, ma non rovinoso. Sempre che la mancanza di potere non lo logori, e che si dia una strategia e una cultura di governo davvero nazionale ed egemonica, un po’ meno rudimentale di quella che ha fin qui dimostrato.

Ma se è saltata la trappola di Salvini, è fallita anche la contro-trappola di Di Maio, che ha fatto la voce grossa per imporre Conte come Presidente del Consiglio salvo accorgersi ben presto che sta nascendo in pratica un monocolore Pd, quasi tecnico, dato che Conte si sottrae all’appartenenza grillina e che non ci saranno vice-premier a marcare il territorio per il M5S. Una tardiva resipiscenza spiega le difficoltà frapposte da Di Maio al formarsi del nuovo governo, che vede il suo movimento alleato con l’arcinemico Pd (ancora sostanzialmente renziano), e quindi soggetto a logoramento del proprio consenso (dei votanti, non degli iscritti) e all’azione corrosiva dei ben più strutturati politici del Pd. Di fatto escono vittoriosi da questo round – oltre ai poteri europei – Renzi, Grillo e Conte, e sono sconfitti in grado diverso Salvini, Zingaretti (che vede crescere a dismisura il ruolo di Renzi) e Di Maio (oggettivamente ridimensionato  da Conte e Grillo). I liberi battitori e i devoti europeisti vincono sui  capi dei partiti. E questi, tranne la Lega, ne escono tutti divisi al proprio interno.

Quello che sta nascendo grazie al voto di Rousseau, largamente prevedibile, è un governo debole, tenuto insieme dalla paura della Lega ma attraversato dalla contraddizione fra la volontà di continuità dei grillini, che non possono rinnegare l’esperienza gialloverde, e la volontà di discontinuità del Pd, che a sua volta non può mostrarsi un mero sostituto della Lega. Debole e litigioso, quindi, come si comprende dall’estrema vaghezza compromissoria del programma, ma duraturo (almeno fino al 2022), che intanto avrà come risultato di rendere assai più difficile alla Lega conquistare le regioni rosse in cui a breve si vota: l’Umbria e soprattutto la crucialissima Emilia-Romagna. Nonché di varare una legge finanziaria “ragionevole”.

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Sotto il profilo sistemico e teorico si deve notare che il rifiuto di dare il via libera a nuove elezioni è in coerenza con le logiche di una repubblica parlamentare – tanto elogiata oggi da quanti tre anni fa la volevano superare con presidenzialismi e sistemi maggioritari – ma anche che tale coerenza ha senso finché non delegittima le istituzioni. Infatti da Mortati a Moro si è sempre attribuito al capo dello Stato un potere di scioglimento delle Camere determinato dall’esigenza che le maggioranze ivi espresse siano in sintonia con il sentimento popolare. Insomma, in tempi normali nulla quaestio: il popolo non ha diritto di votare quando il parlamento sa esprimere una maggioranza. Ma è lecito dubitare che sia normale, e non anomalo, il governo dei due partiti che hanno perso le ultime due elezioni: il  Pd nel 2018 (incredibilmente miracolato al di là di ogni suo merito), e il M5S nel 2019.

Il rischio della delegittimazione – politica, non formale – delle istituzioni c’è. Ed è potenziato da un’altra anomalia, che non viene neppure negata ma anzi accettata come anch’essa normale, benefica e autorevole. L’ingerenza di potenze e istituzioni straniere nel processo politico italiano, per orientarlo in senso contrario alla Lega che, costi quel che costi, a prezzo del sacrificio di ogni passata posizione e contrapposizione, non deve più gestire il potere. Con le cattive o con le buone, direttamente o indirettamente, togliendo o concedendo margini di spesa pubblica, l’Europa governa i nostri governi e ci tratta ora da provincia ribelle da domare ora da figliol prodigo da festeggiare. Senza esagerare, s’intende. Non è nemmeno il caso di appellarsi all’antico motto repubblicano non bene pro toto libertas venditur auronessuno ci offrirà tutto l’oro del mondo e rinunceremo alla nostra libertà per molto meno.

Nell’intreccio  di piccolezze domestiche e di rabbiosi poteri globali, di paradossi italiani e di crisi europee, si deve riconoscere che la costituzione politica in senso materiale del nostro Paese si configura oggi attraverso il determinante ritorno, dopo trent’anni di assenza, di una  conventio ad excludendum. Non più contro il PCI, ovviamente, ma contro la Lega di Salvini. Quel che resta da vedere è se questa esclusione sarà tanto assoluta e radicale quanto quella che colpiva il PCI, o se invece cadrebbe davanti a una eventuale vittoria elettorale della Lega.

In ogni caso, non  è sovranismo, qualunque cosa ciò significhi, sottolineare che non si governa in Europa con posizioni anti-europee; su questo terreno la volontà del popolo non è determinante. Il vincolo esterno dell’euro non è solo economico ma, ovviamente, anche politico. La nostra è in ultima istanza una democrazia protetta. Ovvero, l’Italia rischia di essere un protettorato, non tanto genericamente europeo quanto più specificamente delle due potenze sovrane più forti e intraprendenti in Europa: Francia e Germania, per quanto piene di problemi (dai gilet gialli al crescente peso elettorale di AfD, parallelo  alla lenta agonia di SPD e CDU).

Che il nostro Paese sia il ventre molle dell’Europa, o almeno la più debole delle grandi potenze europee, è cosa nota, ed è una storia vecchia quanto la nostra esistenza come Stato nazionale unitario. Ce ne siamo potuti parzialmente dimenticare solo quando eravamo immersi nel grande impero occidentale della superpotenza statunitense, e la Germania era divisa. Con l’unificazione tedesca e con la concomitante riconfigurazione del dominio americano in Europa, gli Stati nazionali hanno ripreso quasi del tutto il loro antico ruolo, servendosi di fatto della Ue e delle logiche dell’euro come di moltiplicatori delle rispettive potenze nazionali, in termini di spericolate manovre finanziarie fatte pagare ai debitori, e di assalti e acquisizioni verso le imprese (italiane) più appetibili. Una gerarchizzazione interna alla Ue che non ci vede certo fra i Paesi trainanti: e infatti di norma, verso di noi le regole, a partire da quelle economiche, si applicano (o se ne negozia onerosamente l’applicazione), verso altri si interpretano. Per invertire questo trend nell’ambito delle relazioni internazionali – dove vige, appena camuffata, la legge del più forte – dovremmo mettere mano a una profonda ristrutturazione del sistema-Paese (istruzione, ricerca, pubblica amministrazione, poteri locali, investimenti pubblici nelle infrastrutture) che i vincoli dell’euro rendono obiettivamente difficile, e che in ogni caso sembra al di là della capacità progettuale delle forze politiche.

Né si può far di conto sull’aiuto americano in chiave anti-Ue. Il trumpismo ideologico ed economico di Salvini non ha evitato l’endorsement di Trump al Conte-bis. Per gli USA l’Italia è solo una questione geopolitica. E Salvini che pure si è allineato con Trump contro Maduro è però inaffidabile sulla Russia. E tanto basta. Per di più, Trump ha sicuramente ricevuto da Conte promesse in senso anticinese.

Di pari importanza rispetto al condizionamento politico c’è, ovviamente, quello più generico dei mercati finanziari, benché parte delle reazioni di questi siano politicamente indotte. Si è perfino parlato di presentare il nuovo governo ai mercati, ben prima che al Parlamento. C’è un interessato autocompiacimento in questa servitù volontaria, in questa conclamata voluttà di abdicare alla funzione egemone della politica: la speranza di conservare, a dispetto di tutto, uno status quo che sfavorisce pesantemente il lavoro e la nazione, e favorisce solo le fasce sociali cosmopolite disposte ad accontentarsi di una posizione subalterna fra i beneficiati del gran banchetto globale.

Così, non soltanto la Lega deve attrezzarsi per una lunga traversata del deserto, e dotarsi di idee più che di slogan (ad esempio, su che cosa fare una volta allentati o rotti vincoli europei); non soltanto il M5S corre seri rischi di brusco ridimensionamento e di consegnarsi al Pd, il  quale  come al solito è destinato a governare senza un progetto chiaro, pur di conservare lo status quo, come una ri-edizione minimalista della Dc; non soltanto non esiste in Italia una posizione di sinistra; non soltanto siamo di fronte alla rivincita dell’establishment e del pensiero allineato contro un nemico inesistente (il M5S un tempo anti-casta e oggi membro subalterno di questa) e uno attualmente non fortissimo ma pericoloso per il futuro (la Lega); non soltanto i poteri indiretti e stranieri trionfano sul potere diretto del popolo; ma soprattutto questa crisi mette il Paese davanti alla propria debolezza internazionale e interna, una debolezza che non gli consente di affrontare nessuna delle questioni portate alla luce dalle elezioni del 2018: la mancanza di un centro stabilizzante del sistema politico e l’incapacità dei partiti e delle istituzioni a interpretare le difficoltà della società. Alla quale si risponde, in sostanza, che non c’è alternativa al paradigma dominante, per quanto sfavorevole esso sia (anche la Lega è un’alternativa solo parziale, più anti-ordoliberalista che non anti-neoliberista). Finché qualcosa non si spezza, o finché la via del declino non è imboccata irreversibilmente.

E invece di una nuova speranza, di una nuova politica, di una Grande Idea, dell’energia per un nuovo risorgimento, l’Italia avrebbe bisogno e, chissà, anche desiderio.

Dalla leadership al leaderismo

Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e  passioni socialmente diffuse ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle grandi crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra l’essenza storica di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di revanchedella Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; De Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene e nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza storica di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle  grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge  razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta quei processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive.

Questa non è storia di un passato remoto, di mitici Padri della Patria: è vicenda di ieri, delle nostre democrazie pluralistiche. Per limitarci all’Italia, si tratta di leader di partito che erano capaci di generare ammirazione, rispetto, identificazione sentimentale ed emotiva. Togliatti e Berlinguer, Nenni e Craxi, nella sinistra, e nel più cauto e oligarchico mondo democristiano, dopo De Gasperi, almeno Moro e Fanfani; e, inoltre, Almirante, La Malfa e Pannella. Erano leader in grado di destreggiarsi fra i notabili del proprio partito, di fronteggiare gli altri capi-partito, e anche di prendere grandi decisioni, di dare voce a esigenze realmente diffuse nella società (non tutte gradevoli, certo). Erano leader capaci di trasformare il Paese con la loro decisione, ma anche di costruire una rete di compromessi e di mediazioni; leader carismatici o semplicemente dotati di abilità e buon senso; leader divisivi o inclusivi; comunque sia, la politica in Italia si è sviluppata su ritmi socio-economici, ma ha marciato sulle loro gambe, senza, tuttavia, che i leader si sostituissero alle istituzioni e ai partiti.

Si tratta, infine, di leader dagli stili molto differenti ma che hanno saputo essere popolari – non solo, quindi, grandi tecnocrati di Stato – e al tempo stesso svettare per profondità e lungimiranza di sguardo; di leader che non soltanto si sono adeguati al loro elettorato ma lo hanno saputo anche orientare: la Dc raccoglieva voti a destra, prevalentemente, e li spostava verso politiche di centrosinistra; il Pci di Togliatti ha organizzato masse ribellistiche e le ha portate all’interno della vita democratica del Paese. Leader, insomma, che hanno dato risposte reali a problemi reali – a crisi economiche, a sconvolgimenti sociali, a impetuose trasformazioni, a drammatiche emergenze –; leader legittimati dalla capacità di orientare con il ragionamento e di trascinare con la passione. Presupposti della loro azione sono stati i partiti, in buona salute, e una certa solidità delle istituzioni politiche. Venuti meno gli uni e le altre, da una parte si è dovuto fare ricorso a personale tecnico di alto profilo – soprattutto di cultura economica (Ciampi e Monti) –  ma dall’altra si sono formate nuove figure e nuovi stili di leadership politica: e la novità è stata tale che si può parlare del passaggio a una fase nuova, al leaderismo. In Italia ciò è avvenuto con un crescendo che è andato da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini. Ma non siamo soli: negli Usa è altrettanto significativa la sequenza Reagan, Clinton, Obama, Trump. Si tratta di leader dai diversissimi orientamenti e stili: la caratura ideologica semplificata (Reagan), l’empatia di Clinton, il narcisismo di Berlusconi, l’aggressivo ottimismo di Renzi, l’ultrapopulismo di Trump (e non si dimentichi l’autoritarismo plebiscitario post-liberale di Putin).

La prima novità è nella ricerca del consenso: il nuovo leader costruisce un rapporto diretto con i cittadini, in virtù della accresciuta potenza dei mezzi di comunicazione, dalla tv ai social media; non interpreta una ideologia ma una narrazione, uno storytelling, preparata dai suoi spin doctor; non si rivolge a gruppi sociali strutturati, a realtà collettive, ma a una società pulviscolare, a un popolo di individui isolati uniti quasi solo da rancori e paure (il populismo, con la sua contrapposizione fra un Noi buono e un Loro cattivo, è una componente essenziale del nuovo leaderismo), e parla a ciascuno di essi, estraendo da ciascun singolo i timori e le speranze più elementari e offrendo identità e protezione. Mentre la propaganda dei partiti di massa era calata dall’alto, era l’amplificazione di un’idea, la ripetizione di un concetto in forma di slogan, e aveva un che di autoritario, la comunicazione del nuovo leader è invece sottile e pervasiva. La passione politica socialmente organizzata è sostituita dalla sentimentalizzazione soggettiva, il ragionamento dalla persuasione. Anche il “nazionalismo” promosso da alcuni dei nuovi leader (da Orban a Salvini) è piuttosto, in realtà, la somma, transitoria, di individualismi egoisti.

La semplificazione del messaggio politico è poi ovvia: il linguaggio si banalizza, diventa più suadente e al tempo stesso più violento: si procede alla individuazione di nemici (di volta in volta i “comunisti”, i “vecchi”, i “migranti”) più che all’analisi di processi da comprendere e da gestire; soprattutto, il nuovo leader  deve essere il più possibile simile ai cittadini, e  non dare l’impressione di essere superiore o estraneo a essi: la semplicità, il tratto popolare e al limite anche volgare, è un optionalgradito (Trump, da questo punto di vista, è perfetto). Il nuovo leader non è un superiore onnisciente, ma un uguale vincente; attraverso la sua vittoria passa il riscatto di ciascuno dei suoi elettori: l’identificazione è individuale, non collettiva.

La comunicazione è, infine, la costruzione di un universo artificiale, in cui i politici sono attori e il pubblico si  aspetta una performance, uno spettacolo, una rappresentazione che prende il posto delle tradizionali rappresentanze: Reagan era un  attore consumato, ma anche un politico navigato, e sapeva comunicare con stile amichevole; Obama e Renzi esibivano, nei loro comizi, la stessa scioltezza e lo stesso ritmo dei cantanti rock; Berlusconi, poi, era un affabulatore televisivo di rara efficacia.

Ma oltre alle novità comunicative – che sono novità nella legittimazione – il leaderismo implica novità politiche strutturali. I suoi protagonisti devono apparire il più possibile “nuovi” rispetto ai partiti; devono imporsi su oligarchie conservatrici (come Renzi e Trump), o devono inventarsi un loro partito personale (come Berlusconi e Macron) o rivoluzionare profondamente il loro partito d’appartenenza (come Salvini). È inoltre fondamentale che il nuovo leader, benché non necessariamente autoritario o decisionista, abbia grande libertà d’azione, che il peso dell’elemento personale aumenti, e che il quadro istituzionale sia sempre meno rigido e  cogente, e sempre più a disposizione del Capo (il vorticoso susseguirsi di nomine e licenziamenti dell’amministrazione Trump ne è un esempio); il nuovo leader è tendenzialmente solo, non si interfaccia con altri politici ma con la sua “squadra” di consiglieri ed esecutori (qui Renzi è un caso di scuola). Per di più, il nuovo leader si costruisce un quadro istituzionale in cui il Capo non è soltanto una componente della politica, ma ne è il centro e il cardine: una presidenzializzazione del potere (anche dove le istituzioni non sono apertamente presidenziali) e una verticalizzazione della politica, che vorrebbero dar vita a una “democrazia dell’affidamento”, facilitata da leggi elettorali maggioritarie (e qui è inutile fare esempi). I grandi sconfitti sono i parlamenti; in potenziale pericolo – più o meno grave nei diversi Paesi – sono le liberaldemocrazie.

Ma la tendenziale sostituzione delle mediazioni politiche e istituzionali con la mediazione comunicativa, la spettacolarizzazione della politica e il rafforzamento del potere verticale, non sono soltanto segni di barbarie neo-autoritaria né semplici effetti della manipolazione delle coscienze. Sono una reazione, ingenua e pericolosa, a un problema reale, cioè a una politica  che sempre più spesso si è presentata come un flusso di potere senza nome e senza volto, come una minacciosa potenza tecnico-oligarchica, che si raccoglie in spazi chiusi e inaccessibili, nelle agenzie e nelle authorities. La ricerca del leader, per quanto sia artefatto e manipolatorio, per quanto egli stesso possa essere, in ultima analisi, al servizio dei poteri più opachi, non è anti-politica ma è la spia dell’esigenza che la politica parli ai cittadini, che li sappia capire e proteggere, che abbia un volto umano in cui essi si possano identificare e riconoscere. Chi vuole contrastare le attuali forme di leaderismo non deve quindi dimenticare che di una politica che sia anche parola e volto, e non solo algoritmo impersonale né solo oggettività tecnica, tutti hanno oggi bisogno, per ritrovare ciascuno la propria umanità.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 7 luglio 2019

Interventi su Machiavelli

Non ci resta che Machiavelli

Che sia stato il consigliere del Male (Old Nick, il vecchio Nicolò, era il diavolo), oppure l’eroico suscitatore di energie politiche nazionali o sociali (da De Sanctis a Gramsci), Machiavelli ha scoperto il campo della politica moderna come un magma ribollente di energie e di sfide, di crisi e di catastrofi. Dopo la sua morte, nel 1527, che coincide con il tracollo del sistema politico italiano, il conflitto per l’egemonia europea tra Francia, Spagna e Impero diviene un susseguirsi di guerre di religione da cui l’Europa inizierà a uscire solo alla metà del XVII secolo. La via dell’ordine sarà allora il razionalismo individualistico, la teoria del contratto, la politica dei diritti e della rappresentanza, la sovranità dello Stato nazionale. Sarà il liberalismo, la democrazia, il socialismo. E il pensiero adeguato a questo sforzo di ordine sarà, oltre alla filosofia costruttiva dell’illuminismo, quella progressiva e rivoluzionaria del marxismo, e, più vicino a noi, la scienza politica, capace di misurare e catalogare le istituzioni, i partiti, i sindacati, la partecipazione; di decifrare il funzionamento dei rapporti tra pubblico, sociale, privato; di studiare i nessi fra economia, psicologia di massa, politica.

È questo ordine liberale del mondo a essere oggi  in crisi, con le sue certezze, le sue ideologie, le sue previsioni. Tramontata la filosofia dialettica della rivoluzione e del progresso, anche il pensiero liberale e democratico ha sempre meno presa sugli sviluppi reali della contemporaneità. La scienza politica, poi, è più a suo agio davanti ai normali processi delle istituzioni democratiche che non nella fase della loro crisi.

Sta qui il vero significato dell’attenzione a Machiavelli, oggi. Con lui e attraverso di lui si retrocede al momento magmatico in cui la politica moderna si è presentata in tutta la sua  potenza, prima che prendessero forma le soluzioni ordinative che hanno costituito l’ossatura della storia degli ultimi trecento anni, e che oggi vacillano. Nelle recenti interpretazioni di Machiavelli – a titolo esemplificativo, quelle di Ciliberto, Asor Rosa, Ginzberg, Marchesi –, è evidente l’interesse a confrontarsi con un pensiero che si genera dalla crisi, che non la inserisce in una rassicurante narrazione. L’interesse, cioè, non a misurare lo Stato e il suo funzionamento a regime, ma di fondare un ordine ex novo; non a maneggiare norme e regole, ma di fronteggiare l’eccezione, di constatare come la libertà umana, l’umana capacità di dare forma ordinata al mondo (la “virtù”), sia insidiata e smentita dalla contingenza, dal caos imprevedibile degli avvenimenti (la “fortuna”); come il “riscontro” fra ragione e realtà – il successo dell’agire umano – non sia garantito da alcun algoritmo, né da alcuna provvidenza, da alcuna tattica (sia questa l’ “impeto” o al contrario il “rispetto”).

Ciò che è al centro degli studi machiavelliani, oggi, al di là del loro valore storiografico, è il recupero dell’insegnamento più radicale di Machiavelli: che la politica è l’espressione più alta e più tragica dell’instabilità del reale, e che se ne devono fronteggiare animosamente e accortamente gli aspetti inquietanti, le dinamiche sfuggenti, con un pensiero non astratto, non precostituito, non semplificatorio: non una teoria generale da applicare alla realtà, ma un pensiero nervoso, acuto, in chiaroscuro, aperto al confronto continuo con le pieghe e le insidie del reale. Davanti all’evidenza che il reale non è né razionale né interamente razionalizzabile, Machiavelli è il pensatore non della  forma ma della metamorfosi; non della netta separazione fra ordine e disordine, fra “lupo” (l’uomo in natura) e “cittadino” (l’uomo dentro lo Stato), ma della loro commistione. Per lui, ogni circostanza politica reale si presenta spaccata in due, come un dilemma che va minuziosamente analizzato per coglierne le contrapposte potenzialità; per lui, ogni regola esiste solo nel momento in cui è attraversata da eccezioni; e la ragione,  la valutazione delle forze in campo e dei loro rapporti, il calcolo lungimirante delle conseguenze, coesiste con la consapevolezza che le situazioni possono essere forzate da un’azione spiazzante, “pazza”, nella disperata speranza di controllare, almeno per un po’, il corso della fortuna.

Machiavelli pensa la irrazionalità della politica, la sua drammatica contraddittorietà, ma senza essere un irrazionalista; pensa il destino delle umane costruzioni di “ruinare”, ma senza rassegnarsi alla sconfitta e all’inerzia; pensa non per teorie, ma dall’interno delle situazioni di crisi, per capirle e per risolverle. Non è un filosofo politico, ma un politico filosofo, un uomo d’azione che riflette sull’azione e che  modifica la propria riflessione dentro le contingenze in cui si imbatte.

Eppure non è un opportunista: ha combattuto per un’idea repubblicana contro il potere mediceo, e sempre ha avuto in mente la salvezza dello Stato, di quello fiorentino e di quello italiano che non si è formato, come sarebbe stato necessario, con la conseguente rovina del nostro Paese. E non è neppure un decisionista nel senso di Carl Schmitt – che infatti non lo ebbe tra i suoi autori preferiti –: il decisionismo è il rovescio irrazionale del razionalismo della macchina statale moderna, mentre in Machiavelli vibra sempre la concretezza umana della politica.

Enigmatico come la politica in cui è immerso, a questa ha dedicato la vita, nello sforzo di pensarla fino in fondo e di darle un ordine: uno sforzo che egli sapeva destinato a non avere successo e che tuttavia era l’unica cosa per la quale valesse la pena vivere. Umanista – la sua scrittura audace e immaginosa è uno dei più alti godimenti che offra la lingua italiana – non fu un “letterato” che si rifugia nelle frivolezze e nelle fiabe: fu umanista perché esperto delle cose umane, quindi pessimista ed energico al contempo. Concreto, intelligente, appassionato, scettico, potente e ironico, il suo ingegno è analogo per certi versi a quello di Leonardo, impaziente e minuzioso, geniale e artigianale al contempo.

Non è quindi necessario che di  Machiavelli si faccia un totem; che si ripeta, in forme nuove, la sua storica lezione – che l’Italia ha bisogno di un capo e di un popolo che si sostengano a vicenda per rifondare uno Stato corrotto e snervato dalla religione cristiana –; non sta nell’invocarlo  a ogni crisi della nostra Italia il significato più profondo del ritorno di Machiavelli. Quel significato sta piuttosto nell’esigenza, che attraverso di lui si manifesta, di ripensare radicalmente  la politica, di prenderla sul serio, di non lasciarne il senso al diritto, all’economia, alla morale. L’esigenza – che anch’egli provò, ma che è da calibrare sulle crisi dei nostri giorni, che non coincidono con quella che egli conobbe – di  farsi coinvolgere nella politica, come in un destino che si riaffaccia perentorio ed elusivo, non più trattenuto da schemi e istituzioni ormai scricchiolanti. Ritorna la politica, insomma, e quindi ritorna Machiavelli, come possibile alternativa agli esiti di quella modernità che egli ha grandiosamente aperto.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 9 giugno 2019

Élite e popolo. Il confronto che dura da secoli

Machiavelli pensa la politica a partire dall’esperienza concreta, e dall’esigenza, del resto ovvia, che l’agire politico sia efficace. Quindi la politica deve obbedire alle esigenze interne alla «cosa stessa», alla logica del successo, della sopravvivenza e dell’accrescimento della potenza, e non può affidarsi a precetti morali astratti, a priori. Machiavelli pensa in una fase storica in cui da tempo il rapporto fra religione e politica non è più vitale – di lì a poco quel rapporto diventerà mortale, sarà la causa delle guerre civili di religione in Europa, che nondimeno egli non fece in tempo a vedere –. Una fase storica in cui la politica si carica di intensità, di autonomia, di rischiosità (quel rischio che egli definisce «fortuna»).

C’è tuttavia in lui, oltre al realismo di chi cerca di conoscere e padroneggiare ciò che «è» – ossia i concreti rapporti di potere, i conflitti, le occasioni per difendersi e per offendere –, anche una sorta di realismo del «dover essere»: l’agire politico non può esporsi al disprezzo e all’odio di chi nella politica è comunque coinvolto, cioè del popolo. Una sorta di «consenso», di condivisione di ideali e di interessi, fra élites e popolo, è sempre richiesto; perché l’agire politico sia vitale e condiviso deve essere concreto, adattarsi alle circostanze, essere iscrivibile in un senso comune, produrre egemonia. La politica non è solo tecnica del potere; o meglio, il potere non è solo tecnica: è accortezza e forza (volpe e leone), è agire efficace condiviso, è prassi comune. Il principe non è un profeta disarmato che crede che gli Stati si governino con i Paternostri, ma non è neppure un tiranno avido e crudele: anzi dà le armi al popolo; la repubblica, poi, vive del conflitto (non totale, ma neppure del tutto neutralizzato) fra le parti sociali per la conquista del potere.

Insomma, il pensiero di Machiavelli non consiste in un manuale di consigli (malvagi) ai potenti, come pure fu interpretato per secoli: sarebbe una sorta di moralismo rovesciato, un’astrazione di segno diverso. Consiste piuttosto nella scoperta della forza e della rischiosità della politica, della sua necessità (non ne possiamo fare a meno) e della sua aleatorietà (è un territorio sempre insidioso, non sorretto da alcuna configurazione etica trascendente, né da alcun ordine razionale). È, questa, una scoperta paragonabile a quella, più o meno coeva, dell’America, di un nuovo mondo.

Tutto ciò è assai lontano non solo dal modo tradizionale di pensare la politica come parte di un’etica religiosamente fondata, ma anche dalla modalità con cui il pensiero moderno mainstream pensa la politica: cioè come contrapposizione fra individuo privato, dotato di diritti morali ed economici, da una parte, e potere pubblico dall’altra. Questa modalità ha avuto una valenza critica verso il potere assoluto, ma più spesso è ormai solo lo strumento della delegittimazione radicale fra avversari. Al contrario, il pensiero di Machiavelli non è individualistico, né moralistico, e neppure economicistico: non si fonda, insomma, su diritti dei singoli, delle persone, da rispettare, da implementare e da difendere rispetto allo Stato. E non prevede neppure la costruzione dello Stato attraverso un contratto razionale che coinvolga tutti i cittadini in vista di un bene comune – la pace, in cui i singoli possano perseguire i propri fini, soprattutto economici, sotto la protezione della legge –. La proprietà, la legalità, il singolo, hanno certamente un posto nel suo pensiero: non li si può violare con leggerezza, li si deve rispettare quando si può, ma la politica non si riduce alla loro affermazione e alla loro difesa: è molto di più. È energia, è determinazione – decisa, e tuttavia sempre incerta – di un destino collettivo; è partecipazione libera alla vita collettiva, ai suoi conflitti di potere, alle sue aspre necessità, alle sue glorie mondane.

Sta qui l’intrinseca moralità della politica. La politica è morale non perché debba rispettare alcuni principi ad essa esterni o superiori, ma perché è principio di se stessa, dovere a se stessa. Non perché si inchina alla trascendenza ma perché prende sul serio l’immanenza. Non perché nasce dai diritti e dalla volontà dei singoli, ma perché l’uomo raggiunge la propria pienezza solo se vive la politica, se vive civicamente; altrimenti è un uomo «privato», diminuito. Oggi diremmo «alienato». Il privato è un uomo dimezzato sia che conduca una vita sociale pensando solo al denaro e alla ricchezza; sia che voglia condurre la vita seguendo la morale religiosa, astratta, perché ciò può avvenire solo se si ritira in convento. Lo schema che contrappone i diritti individuali al potere politico, o la morale alla politica, non fa parte del pensiero di Machiavelli, che si costruisce piuttosto intorno allo schema inerzia-energia, privato-civile.

La grandissima nuova attenzione a Machiavelli, che oggi si constata, significa che si sente un nuovo bisogno di politica. Di una politica che, certo, ripristini il rispetto per l’uomo e per i suoi diritti (che per noi, a differenza che per Machiavelli, sono primari, e che sono spesso violati benché tutto il mondo occidentale li ponga a proprio fondamento), e che li ripristini proprio attraverso la critica della riduzione della politica ad ancella dell’economia, o della morale; attraverso, cioè, la ripresa di una politica attiva, energica, partecipata, non individualistica, economicistica o moralistica. Di una politica, quindi, che non sia solo «richiesta» di diritti, ma che sappia essere «conquista» di una più piena umanità. Insomma, oggi una decente democrazia si conquista grazie alla politica, più che con il ricorso alla morale – fin troppo utilizzata, da tutti, come mezzo di lotta politica –, e certo ben più che con il dominio sfrenato dell’attività economica privata. Cioè grazie alla lotta, alla partecipazione, alla serietà spregiudicata ma non arbitraria, che Machiavelli individua come essenza della politica. A differenza di quanto credeva don Ferrante, il Segretario fiorentino non è «mariuolo, ma profondo»; piuttosto, è «realista, ma umano». Per questo oggi il suo lascito non è più  oggetto di critica scandalizzata, e anzi entra a far  parte di ogni pensiero veramente critico.

Pubblicato nella rivista «formiche», n. 147, maggio 2019, pp.36-37

 

 

 

 

 

Pensiero forte in tempi minacciosi

 

Per chi appartiene alla mia generazione ha l’effetto di una madeleine reincontrare Marcuse filosofo politico. Questi testi inediti o poco conosciuti risvegliano nella memoria le antiche emozioni intellettuali, le antiche ingenuità e gli antichi ambivalenti ideali. Per parafrasare quanto fu detto di Heidegger da Löwith, nel leggere Marcuse era incerto se ci si dovesse dedicare a tempo pieno allo studio della Fenomenologia dello Spirito o insorgere contro il dominio filisteo e repressivo del ‘sistema’. O forse entrambe le cose, poiché in fondo si trattava, nella testa dei giovani che siamo stati – e dello stesso Marcuse –,  della medesima cosa.

La potenza della filosofia classica tedesca, che qui risuona, sta proprio in questa confusione (o fusione) fra vita e sapere, fra politica e gesto conoscitivo, fra analisi e passione intellettuale, fra rigore scientifico ed emozione. È difficile che chi non ne ha fatto esperienza – o chi a ciò sia sordo – possa comprendere e consentire alla potenza del pensiero; come è difficile che ancora oggi parte della gioventù vi si possa sottrarre, anche se oggi il veicolo dell’innamoramento filosofico-politico può non essere Marcuse ma qualche altro pensatore più di moda.

Ma la lettura di Marcuse non attinge l’unico risultato di farci ripensare con rimpianto a un’età di giovanili entusiasmi – che hanno dovuto essere disciplinati per altre vie, e messi alla prova di altre strutture di pensiero –; c’è, in queste pagine, persistente, una sfida, connaturata alla forma della sua espressione filosofica. Una sfida che è ancora e sempre la nostra sfida: decifrare la politica attraverso la filosofia, e così intervenire in quella, per criticare le sue strutture reali e i suoi saperi specialistici – le scienze economiche e sociali in primo luogo – con quello «spirito di contraddizione reso sistema» che è il sapere filosofico. Una contraddizione che non vuol essere ignoranza ma superiore sapienza; e che consiste nello storicizzare i saperi della politica (in entrambi i sensi del genitivo), nell’attraversarli per mobilitarli, nel mostrarne la riconducibilità a un  orizzonte epocale determinato e quindi all’esigenza del suo superamento. La sfida, l’obiettivo, è proprio quanto Marcuse indica espressamente in queste pagine, ovvero la mediazione critica radicale, e al tempo stesso concreta, del pensiero ‘scientifico’ che si presenta come mediazione immediata, oggettiva e che risulta un sapere strumentale interno a un orizzonte non sottoponibile a critica.

È evidente che questo obiettivo, ora come allora, implica che la critica debba misurarsi con lo sviluppo della filosofia nel XX secolo, e, ancor prima, nella modernità; compito che Marcuse svolge, nel suo tempo (che fu il tempo della generazione precedente la nostra, e anche della nostra) fronteggiando gli sviluppi a lui contemporanei della filosofia tedesca, ma anche confrontandosi con la “scoperta dell’America” che sperimentò nel viaggio coatto, e senza ritorno, “da sponda a sponda”; e, politicamente, cercando di decifrare il fascismo, lo stalinismo, e il neocapitalismo. Armato, in ciò, del più raffinato pensiero dialettico disponibile al tempo –  un pensiero marxista fecondato da Hegel, Lukács, Heidegger  e Freud – che egli utilizza in una personale lotta contro il “positivismo”, per molti versi analoga al disvelamento della “dialettica dell’illuminismo” operato dai suoi compagni Horkheimer e Adorno.

Su questa lotta conviene soffermarsi un po’, dato che per “positivismo” Marcuse intende il positivizzarsi del pensiero razionalistico moderno e anche di quello dialettico (nel Diamat sovietico), ovvero il chiudersi e il rovesciarsi delle istanze di emancipazione che erano alla base della modernità borghese (in quello che definisce “giusnaturalismo”); una dinamica di positivizzazione che implica la negazione della pulsione originaria del Moderno verso un mondo nuovo, e che si ribalta nell’affermazione che quello del dominio capitalistico (e del comunismo sovietico) è l’unico mondo possibile – il fascismo è una variante estrema di questo processo –; in nessun punto o passaggio di questa trasformazione il  positivismo, sottomettendosi all’autorità del dato e oggettivando anche la libertà, consente alcuna reale resistenza o critica allo Stato amministrativo e la sua razionale imposizione di  sicurezza.

Oggettività del dominio e passività del sapere, quindi; e la soluzione di Marcuse passa per la dialettica, a iniziare da Hegel (senza fermarvisi), cioè per la promessa di un pensiero che in sé è già azione e non solo conoscenza, che è storico e non naturalistico, e che vuole portare la sostanza, l’oggetto, a piena soggettività, attraverso la potente molla della autocoscienza e della coscienza infelice. La dialettica dell’ente storico (il giovanile apprendistato filosofico presso Heidegger lascia più di una traccia) non liquida il divenire come apparenza, e non parcellizza né segmenta il movimento reale all’interno di rigidi apparati di pensiero e di specialismi: anzi, sa tenere insieme la determinatezza più radicale con l’idea del Tutto, del sistema che spiega la parte (in un’ottica marxista, evidentemente il proletariato) e vi si rivela. Naturalmente, quella di Marcuse vuol essere non una dialettica apologetica, che sarebbe l’immagine speculare del dominio, ma una dialettica negativa, che vuole liberare e mobilitare la negatività del presente passivizzante e reificante, e lasciar emergere la potenza dell’antagonismo, della negazione attiva e soggettiva.

L’esperienza storica di Marcuse – fascismo, comunismo, capitalismo – è dominata dalla questione se l’antagonismo possa realmente dispiegarsi, se esista un possibile superamento del dominio, se il dover essere implicito nel pensiero dialettico –  cioè che le cose corrispondano al loro concetto, dato che la dialettica abolisce l’oggettività imposta –, abbia ancora un significato. La risposta di Marcuse è stata diversa nelle diverse fasi della sua vita, ma si è progressivamente indirizzata verso la consapevolezza che la negazione dialettica non ha più spazio – sociale, politico, intellettuale – per svilupparsi all’interno del “sistema”, che anzi viene essa stessa da questo negata in un regime di universale omologante illibertà. Dalla «disperazione del concetto dialettico» procede lo spostarsi di Marcuse verso la ricerca di una apertura di questa nuova «gabbia d’acciaio» – il Grande Rifiuto, che dovrebbe provenire da studenti e da altri soggetti marginali – e al tempo stesso il continuo vietarsi la soluzione decisionistica o irrazionalistica nietzschiana o heideggeriana, che ha visto nella sua giovinezza formarsi nel contesto filosofico tedesco ormai esausto e privo di spinte progressive.

C’è una grandezza anche etica in questo mettere alla prova, fino all’estremo, il dispositivo dialettico del pensiero che ha di mira la libertà soggettiva anche nel momento della eclisse del soggetto, della universale omologazione (o del rifiuto), di ogni differenza. Ma se non si vuole del tutto storicizzare Marcuse come sintomo della crisi finale, aporetica, della filosofia classica tedesca, si deve porre la questione del suo significato politico oggi, rispetto agli sviluppi intervenuti in più di mezzo secolo nelle società occidentali.

Sviluppi che confermano alcune delle sue diagnosi, anticipatrici del diffondersi mondiale del capitalismo nella cosiddetta globalizzazione e nella colonizzazione dell’immaginario universale; ma che presentano alcune varianti di non piccola importanza. In primo luogo, infatti, l’immagine che ha Marcuse del capitalismo è inclusiva, com’è ovvio nel secondo dopoguerra in presenza della forma keynesiana dell’economia di mercato e della sua strategia “consumistica”: lo sforzo di Marcuse è semmai di portare alla luce l’esclusione implicita in quella inclusione, il rovescio dell’omologazione, cioè la reificazione. Oggi, invece, nella fase non più del tardo-capitalismo egemonico ma del neo-liberismo in crisi strutturale, non si potrebbe più parlare di «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà»: la stessa post-democrazia sta cedendo il passo davanti alla democrazia securitaria, alla democrazia autoritaria, alla democrazia etnica. Il capitalismo neo-liberista non sa produrre più neppure il proprio ordine, quell’ordine che Marcuse vedeva all’opera nelle menti e nelle relazioni economiche e politiche,  e ha abbracciato la strategia del caos, facendo del disordine – della deflazione, dell’austerità, dei tagli alla spesa pubblica, della disuguaglianza interna e internazionale, dell’esclusione, della violenza sistematica, della guerra contro nemici che continuamente produce – la propria risorsa estrema.

E l’omologazione intellettuale e psicologica non è più acquietamento né narcotizzante benessere: il più iconico dei potenti nella nuova configurazione del potere mondiale non ha forse lasciato il messaggio stay hungry, stay foolish? Non docili e soddisfatti, ma folli e insaziabili devono essere gli abitanti del nuovo mondo. Naturalmente, questa individuazione ipervitalistica è solo una finzione, una galvanizzante rappresentazione, mentre le leve del potere economico e politico restano nelle mani di grigi e anonimi finanzieri e tecnocrati, i nuovi raptores mundi. Ma resta il fatto che la forma universale della narrazione capitalistica è oggi (secondo il ciclo economico) ora patetica ed eccitante, ora identitaria e militante – nel senso che mobilita alla guerra interna e esterna –; che la presa sulle menti è ancora più salda perché il biopotere perfezionato attinge a  piene mani dall’arsenale dell’eccezione piuttosto che da quello della norma, e in particolare oggi dalla paura piuttosto che dall’empatia. Eccitazione ed eccezione, quindi, più che neutralizzazione e normalizzazione, sono i parametri di funzionamento del “sistema”: parametri assai efficaci che – disegnando una silhouette di tempi dapprima euforici e ora  minacciosi, ma sempre rapaci –  mettono quasi del tutto fuori gioco, nel discorso pubblico e nelle scelte politiche, l’opzione della sinistra come emancipazione (ancora ben viva, come possibilità e come aspirazione, quando Marcuse scriveva, dagli anni Trenta agli anni Sessanta), e paiono lasciare alla protesta la sola chance della regressione reazionaria. Non c’è spazio, nella speculazione della new economy di quindici anni fa, e neppure nel caos, nella povertà e nella paura della guerra globale, per la dialettica liberatoria: dal basso pare provenire maggioritariamente la richiesta di una decisione ancora più decisa ed escludente di quella posta in essere dalle istituzioni. Di una democrazia della paura, o di una democrazia illiberale, o di una non-democrazia.

È poi dubbio che, mentre permane lo scacco della dialettica – della negazione determinata –,  vi siano possibilità di emancipazione implicite nelle dinamiche di individuazione che il potere mette all’opera, come se una sorta di mano invisibile trasformasse provvidenzialmente una grande rappresentazione in possibilità reale. O come se la frantumazione liberista della classe lavoratrice in una miriade di atomi isolati e impoveriti facesse di questi altrettanti nuovi centri di resistenza. Come, ancora, è dubbio che la ripresa delle prospettive della sinistra novecentesca possa essere qualcosa in più che una scommessa azzardata di portata locale e contingente.

La eccezione e la decisione sono quindi il nostro destino di chiusura e di anomalia, e la liberazione può restare soltanto un’opzione da coltivare nel regno delle idee, a futura memoria? Marcuse – insieme ad altre figure della filosofia novecentesca –, col suo pensiero forte che affronta di petto le grandi questioni dello Spirito e della Prassi, del Soggetto e della Storia, che rifiuta le filosofie ripiegate su di sé o impegnate a disimpegnarsi dai problemi aggirandoli o dissolvendoli linguisticamente perché disperano di risolverli,  è solo uno dei protagonisti di un grande tramonto, per sempre alle nostre spalle? Solo il sentimento, il ricordo, l’emozione, ci legano a lui, alla sua passione dialettica? Ma se così fosse, perché nel rileggerlo sentiamo che lì, in quell’accanita riflessione – ora radiosa ora circospetta, ma mai cinica né rassegnata –, pulsa ancora un’Idea che chiede di essere afferrata? Perché questo epigono della filosofia classica tedesca ancora ci inquieta e ci interroga almeno quanto noi interroghiamo lui?

Una risposta va tentata, perché la domanda è troppo importante. E la risposta che avanzo muove da alcuni versi di Crucifixion di Charles Bukowski: this is the price we now pay: we can’t go / back, we can’t go forward and we hang helpless, nailed to a / world / of our own / making (questo è il prezzo che paghiamo adesso: non possiamo tornare / indietro, non possiamo andare avanti e penzoliamo inermi, / crocifissi a un / mondo / che abbiamo costruito / noi). Ma questa grande capacità conoscitiva ed espressiva della poesia  è troppo vera per poter essere del tutto vera. Alla filosofia resta il compito di pensare oltre. E non c’è dubbio che in Marcuse forse è custodito, per  assolvere questo compito, un impulso ancora vitale, o meglio un’eredità che sentiamo di non avere ancora fatta nostra, e a cui non possiamo rinunciare, pena una sconfitta che ci costringerebbe a riconoscere la modernità (appunto, il mondo fatto da noi) come poco più di un ramo secco della storia: l’eredità del pensiero critico orientato alla libertà del soggetto e dell’umanità. La direzione indicata da Marcuse, insomma, è quella giusta. A noi la sfida di rimettere al lavoro sapere e immaginazione.

 In H. Marcuse, Filosofia e politica. Scritti e interventi. 5, a c. di R. Laudani, Roma, manifestolibri, 2019, pp. 391-396.

Elezioni europee 2019

 

La soddisfazione del Pd per la “crescita” elettorale dimostra solo quanto grande era il suo timore. In realtà, il Pd  perde circa centomila voti rispetto alle politiche del 2018 (più di sei milioni rispetto al 2014) e guadagna in percentuale solo pescando dall’astensione e da LeU, mentre i voti usciti dall’effimero e incapace M5S (meno 1.200.000 rispetto al 2014, meno 6.200.000 rispetto al 2018) vanno all’astensione e alla Lega. Che,  a sua volta, guadagnando tre milioni e mezzo di voti rispetto al 2018 e 7.500.000 rispetto al 2014, cannibalizza anche Fi (che perde 2.200.000 voti rispetto al 2014 e  al 2018).

Caduto il Piemonte, tutto il Nord e quasi tutto il Centro sono in mano alla Lega, che raddoppia come i grillini dimezzano. Solo le grandi città votano Pd,  insieme ad alcune province rosse dell’Emilia-Romagna e della Toscana (qui l’amministrazione, meno cattiva che altrove, è premiata dai cittadini).

La Lega raddoppia, FdI avanza, Fi tende a scomparire, il M5S si dimezza; le élites  di +Europa si dimostrano inconsistenti, il Pd tiene a fatica. Nel complesso, insultare i cittadini, demonizzare Salvini,  puntare sulla paura delle conseguenze di un voto anti-europeo senza proporre nulla in positivo, continua a non esser un buon affare elettorale.

Anche la sinistra, ormai incapace di analisi radicali e di sintonia col popolo, non sa fare altro che strillare al “fascismo”. Col bel risultato di venire distrutta a livello continentale, con l’unica significativa eccezione della Spagna (dove peraltro Podemos perde); ma in  Germania la Spd naufraga miseramente. Trionfo della destra estrema in Francia, che sconfigge Macron; tracollo del Centro cristiano della Merkel in Germania. Annichiliti i tory e indeboliti i laburisti in Inghilterra. I Verdi – che rifiutano la dimensione politica destra/sinistra perché non mettono in discussione i rapporti sociali ma il rapporto uomo/natura – sono i veri vincitori, insieme alle destre.

Le elezioni non cambiano molto, nell’immediato. In Europa le variazioni di composizione di un Parlamento frammentato e con scarsi poteri non muteranno radicalmente gli attuali equilibri: cristiani e socialisti cercheranno stampelle in qualcuno degli innumerevoli gruppi parlamentari. Le chiavi del potere staranno come sempre nelle tecnostrutture continentali e in alcuni Stati nazionali (ma l’asse franco-tedesco è fortemente minacciato).

In Italia – che in cinque anni ha cambiato tre “partiti della nazione” – Salvini è il premier ombra, padrone dell’Italia perché almeno sa che il Paese è in crisi economica e morale; chi lo ha portato fin qui, le forze storiche del centrosinistra, omologhe a quelle che hanno fatto l’Europa, non sanno nemmeno questo. Il governo non dovrebbe cadere presto, perché i grillini sono terrorizzati da nuove elezioni. Il Pd non ha alleati. Fi è in fase agonica. L’Europa (una Commissione scaduta) saluta i risultati elettorali italiani con una multa di 3,5 miliardi che confermerà nella loro opinione quanti hanno votato Lega. L’ordine liberale del mondo del secondo dopoguerra è eroso, e l’ordine neoliberale della globalizzazione si trasforma pesantemente. Salvini – che non è Hitler, come vogliono i cattivi analisti semplificatori – vi è più funzionale. La sua retorica è più utile di quella liberal. I suoi piani fiscali ultraliberisti sono più adatti ai tempi perché almeno puntano alla crescita (guidata dal capitale) e non all’austerità ordoliberista. Nonostante le simpatie per Putin, il suo modello è Trump, e non è un modello perdente.

E la nostra regione? Gravemente infiltrata dalla Lega, soprattutto a livello del voto europeo, conserva un po’ dell’antica fisionomia nelle province centrali e in parte della Romagna. Fa argine nazionale per il Pd? Forse. Ma non è un modello né un freno, un katéchon. È una differenza, leggera anche se politicamente rilevante. E non sappiamo se è permanente o transitoria. Per capirlo, non abbiamo da attendere che le elezioni regionali. Ma per ricostruire la sinistra ci vorrà molto di più.

In corso di pubblicazione nel mensile «La parola»

“Sovranità è democrazia? Oggi sì”

Intervista con Claudio Ciani

Sulla quarta di copertina del libro appare questa frase: “Sovranità è democrazia? Oggi sì”. Oggi sì, perché viviamo in un perenne “stato di eccezione” oppure perché l’art. 3, principio fondamentale della nostra Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità, è venuto meno o, nella peggiore delle ipotesi, è stato tradito?

Oggi sì, perché il superamento della sovranità sta avvenendo attraverso l’imposizione dall’esterno di un paradigma politico-economico-sociale anti-popolare, deflativo, tecnocratico. Perché l’esercizio democratico della sovranità è l’unico modo per riportare queste dinamiche sotto il controllo dei cittadini (attraverso la mediazione dei partiti).

Qual è oggi, secondo lei, il modello di sovranità al quale ci si può ispirare: Bodin, Hobbes, Sieyes? Oppure, potrebbe essere utile ripensare il concetto spinoziano di imperium, un concetto che ricorda la proposta del giurista socialdemocratico Heller?

La sovranità democratica è rappresentativa nel caso normale (e dunque deriva dal modello hobbesiano); ma per essere instaurata o restaurata esige un surplus d’energia politica partecipativo-rivoluzionaria (in linea con quanto espresso da Sieyes nel suo libello del 1789). Heller più che spinoziano era debitore a Hegel di un’idea di sovranità come mediazione non solo giuridica ma anche sociale

Più volte nel libro la cifra più radicale della sovranità viene descritta come “un nomos che contiene una possibilità di anomia”, ciò che ricorda il concetto paolino di katéchon. Il potere contenente, la sovranità catecontica, può essere travolto dal contenuto, il nomos dall’anomia? Che cosa significa questo esattamente, nei fatti come si manifesta e a quali sviluppi può condurre?

La sovranità è il modo con cui un gruppo esiste politicamente nel mondo, dandosi un ordine giuridico ed esponendosi al contempo all’intrinseca rischiosità della storia, che esige decisioni. É, quindi, uno sforzo di stabilizzazione, un katéchon, che però partecipa inevitabilmente dell’anomia che vuole frenare, che è la nostra condizione esistenziale. Questa duplicità della sovranità è visibile nell’autonomia del politico rispetto al giuridico – un’autonomia che permane anche se la democrazia costituzionale la limita e la riduce

Per Foucault il ruolo dell’istituzione non è affatto quello di produrre potere, ma dare al potere il mezzo per riprodursi: ciò che il filosofo francese indicherà con l’espressione “situazione strategica complessa”. In che termini è possibile identificare oggi la sovranità con il concetto di potere (e di forza) inteso nell’accezione foucaultiana?

Sovranità non è semplicemente potere: implica la centralità dell’istituzione, benché non si limiti alla sola istituzione ma esiga anche il coinvolgimento dell’intero corpo sociale. La posizione di Foucault è diversa da questa, perché è interessata a una descrizione tutta immanente, e priva di presupposti, delle forme di circolazione del potere nelle società moderne; dal suo punto di vista la sovranità è un concetto troppo pregiudicato, non sufficientemente disincantato.

Il tema della sovranità ha avuto molta importanza durante gli anni della perestroika di Gorbaciov tanto che il 12 giugno 1990 il Soviet Supremo adottò la “Dichiarazione di Sovranità Statale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia”. Come potrebbe declinarsi oggi la sovranità in Europa, quell’Europa che Stroilov e Bukovskij non hanno esitato a definire EURSS (Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche)?

Al di là del riferimento alla situazione russa, è chiaro che oggi la Ue non è un’unione sovrana; la sovranità appartiene ai singoli Stati, che hanno rinunciato solo alla sovranità monetaria (non a quella di bilancio). L’opposto di quanto avviene negli Usa, quindi, che sono un’unione sovrana (anche se federale) di Stati non sovrani. Ed è anche chiaro che se la Ue fosse sovrana (con un’unica proiezione di potenza, un’unica politica estera, ecc.) la Russia (che ovviamente è sovrana, e vuole esserlo) si troverebbe ad avere al proprio fianco un pericoloso concorrente (e nemmeno gli Usa, al di là dell’Atlantico, ne sarebbero lieti).

Come è nato in Occidente il fenomeno del “populismo”? Esiste un nesso ontico tra i movimenti “sovranisti” e il populismo? Entrambi hanno origine dal “tradimento dei chierici” (Benda) oppure si tratta soltanto di reazioni, seppur scomposte, alle logiche dell’utile ovvero al pensiero e alla pratica dell’economia capitalistica globalizzata?

Il “tradimento dei chierici” era quello che noi chiamammo “impegno” degli intellettuali; e il populismo si sviluppa invece del tutto all’esterno del mondo intellettuale, come reazione a dinamiche politiche ed economiche (la globalizzazione neoliberista, e in Europa l’euro ordoliberista) che hanno colpito le società occidentali, creando disuguaglianze e frustrazioni che i ceti politici non hanno saputo vedere né alleviare, e che in alcuni casi hanno anzi esaltato. Ovviamente il populismo è sovranista: il popolo fa appello all’unica istanza che conosce, lo Stato, da cui esige un agire sovrano, cioè energico, attivo, in grado di difendere i cittadini dai poteri e dalle dinamiche sovrastatuali.

Lo studio The Crisis of Democracy: Report On the Governability of Democracies, elaborato nel 1975 per la Commissione Trilaterale, può essere considerato il Manifesto del neoliberismo globalizzato: la lettera di Trichet-Draghi all’Italia (5 agosto 2011) e la Nota della Jp Morgan sulle costituzioni antifasciste (maggio 2013) ne hanno rappresentato le conseguenze. Ripensare e recuperare il concetto di sovranità significa edulcorare, o financo neutralizzare, le posizioni neoliberiste? Oppure ciò comporta l’assunzione di una via autarchica alla sovranità, “costituzionalizzata”, autonoma dalla volontà di potenza dei mercati?

Il concetto di sovranità è utilizzato dai populisti in senso anti-establishment, per promettere ai ceti sociali più deboli una protezione contro le dinamiche più rovinose del neoliberismo. In realtà, però, la sovranità populista, così come è gestita oggi prevalentemente da destra, non attacca il paradigma economico vigente; si limita a concedere ai cittadini compensazioni e risarcimenti sul piano simbolico e ideologico. Non c’è quindi maggior difesa contro la potenza del capitale, ma c’è maggiore propensione a individuare capri espiatori verso i quali far convergere le paure dei cittadini. Ma la sovranità potrebbe anche essere interpretata da sinistra, benché oggi non si vedano tracce di questa possibile opzione.

La ri-costruzione di un’Europa politica in senso federale (Spinelli, Kalergi, de Rougemont) è compatibile con l’emergere di nuove soggettività che si vogliono “sovrane”?

Le nuove soggettività sovrane sarebbero in ultima analisi i vecchi Stati europei. In linea di principio, quindi, la sovranità europea in senso spinelliano e la sovranità dei vecchi Stati si escludono a vicenda. Ma si deve notare che la sovranità europea “spinelliana” non è veramente all’ordine del giorno di nessuna forza politica al potere (la Ue, come si è detto, da parte sua non è oggi per nulla sovrana); e d’altra parte non è pensabile che si formi un processo costituente europeo a partire da Stati deboli o vacillanti. E quindi il rafforzamento degli Stati è indispensabile, nel medio periodo, sia che si vada verso una prospettiva di sovranità plurali sia che si punti alla costruzione di una sovranità federale europea.

Spengler, un secolo fa, in Il tramonto dell’Occidente, ebbe a scrivere: “La Sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”. Quanto c’è, ancora oggi, di vero in questa affermazione?

Temo che ci sia molto di vero, come si è dimostrato nei decenni di egemonia del neoliberismo, durante i quali la sinistra “di governo” è stata succube e non certo critica del modello economico capitalistico. La competizione si è rovesciata in assecondamento; la fascinazione della potenza capitalistica ha prevalso sulla consapevolezza dei suoi limiti.

Nel 1971 Nixon decise di porre fine agli Accordi di Bretton Woods, nel 1981 si verifica il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Bisogno di sovranità, oggi, significa (anche) necessità di ritrovare la perduta “sovranità monetaria”?

Nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro in oro: che era il fondamento degli accordi di Bretton Woods. Il “divorzio” consensuale fra Tesoro e Banca d’Italia risponde all’esigenza di bloccare l’inflazione che era salita al 20% negli ultimi anni Settanta, non solo per la libertà dei cambi ma anche per l’inflazione mondiale generata dalla guerra in Vietnam e dalla guerra del Kippur. Di fatti il divorzio è il primo tassello di una serie di provvedimenti ordoliberisti e neoliberisti (fra cui la riforma della scala mobile) volti a trasformare l’inflazione in debito pubblico e i salari in credito privato al consumo: cioè a preparare la società alle conseguenze dell’adesione dell’Italia allo Sme (anticamera dell’euro), sul finire degli anni Settanta.

Intervista pubblicata in «Geopolitica.info» il 14 Maggio 2019

Senza sovranità non c’è politica

La lotta politica in Italia si è semplificata intorno alla contrapposizione fra un male e un bene: il mondialismo, o l’europeismo (che non sono la stessa cosa), l’accoglienza, la democrazia, contro la sovranità, l’autoritarismo, la xenofobia. In questa contrapposizione viene ricompresa quella fra destra e sinistra: la sovranità è la destra, e la lotta contro di essa è la sinistra. Ma la sovranità è una cosa più complessa, e non è possibile sbarazzarsene derivandone  un termine ingiurioso – sovranismo –.

La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere col fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, e che ha una volontà e di una capacità di agire. C’è esistenza politica se c’è sovranità.

La sovranità è l’ordine giuridico che vige in un territorio: un ordine che, come una prospettiva pittorica, ha un fuoco che ne è l’origine e il vertice. Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l’esistenza. L’ordine dello Stato.

Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma se stesso, che persegue i propri interessi strategici.  E che mentre si afferma, esiste, sia che dica «We the People» – come nella Costituzione degli Usa –, sia che dica «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l’altra faccia della sovranità. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per dare vita a un’altra, più adeguata ai tempi. Qui c’è l’aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordini attraverso il disordine, norme attraverso l’eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra. E c’è anche  la sua dimensione sociale: la sovranità è il prodotto di quelle classi che di volta in volta hanno la forza e le idee per immaginare e plasmare l’intero assetto politico di una società.

Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e di dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra. La storia d’Europa è una storia di nazioni che lottano per essere sovrane, e di lotte all’interno degli Stati perché la sovranità abbia un volto umano, perché se ne tengano a freno gli aspetti più inquietanti, che tuttavia è impossibile cancellare.

Ma, si dice, la sovranità dei singoli Stati non ha senso nell’età globale; oggi l’economia, e le questioni che essa porta con sé, scavalca le sovranità e i loro confini, i loro ambiti ristretti. Capitalismo e migrazioni sfidano la sovranità, la rendono un concetto obsoleto.  Le forme del potere, dell’economia  e del diritto sono, oggi, fluide, sganciate dallo spazio e dai territori: sono “reti”, e non hanno “vertici”. Lo spazio della politica è il mondo, non lo Stato. Oppure, in alternativa a questa narrazione mondialista, si afferma che, per gestire con successo le dinamiche politiche ed economiche globali, è l’Europa che deve avere sovranità, non i singoli Stati.

Tuttavia, se ben guardiamo, la scena internazionale è ancora il teatro di sovranità politiche che agiscono (anche militarmente) in parallelo con le forze economiche; e queste hanno sì estensione globale, ma hanno anche un’origine e un orientamento precisi: esistono insomma, differenziate, le sovranità della Cina, degli Usa, della  Russia, della Turchia, di Israele, dell’India, del Brasile (solo per fare qualche esempio), ed esistono capitalismi nazionali che si dispiegano nel mondo. E, per venire all’Europa, esistono le sovranità di Germania e Francia, di Inghilterra e  Spagna, eccetera, con le loro politiche estere; ed esistono i rispettivi capitalismi, più o meno aggressivi.

La Ue, poi, è un insieme di Stati sovrani, alcuni dei quali hanno rinunciato alla sovranità monetaria per creare una moneta unica, ma hanno conservato la sovranità fiscale (di bilancio), oltre che gli ordinamenti giuridici e istituzionali nazionali. È un insieme di Stati in cui prevale in ultima istanza il Consiglio dei capi di Stato e di governo, dove pesano i rapporti di forza fra le diverse sovranità. Insomma, la Ue non ha sovranità; non sa identificare né perseguire propri interessi strategici. A differenza degli Usa – federazione sovrana di Stati non sovrani –, la Ue è un insieme non sovrano di Stati sovrani, che hanno un vincolo comune, la moneta, pensata secondo i parametri austeri del pensiero economico tedesco, la «economia sociale di mercato». Un vincolo che divide, che crea effetti disomogenei – benefici per alcuni Stati e per alcuni strati sociali, meno per altri –.  I “sovranismi” sono infatti la protesta degli strati deboli (non solo degli Stati deboli, ma ormai di gran parte dell’Europa) contro le conseguenze sociali del paradigma economico vigente, e anche contro il fenomeno delle migrazioni.  Sono una richiesta di protezione e di stabilità – intercettate da destra, ma in sé non di destra –, rivolta al soggetto politico, lo Stato, che, come Stato sociale, a suo tempo se ne era fatto carico.

L’Europa è in bilico, quindi, fra due ipotesi: costruire un’Unione sovrana, federale, certo, ma capace di assumersi gli oneri sociali e i rischi geostrategici di una vera sovranità continentale, come chiedeva il Manifesto di Ventotene – il che significa, tra l’altro, politica estera unica e politiche fiscali comuni, ovvero una diminuzione del peso degli Stati e un aumento del peso del parlamento di Strasburgo e della Commissione –; oppure accrescere la capacità politica dei singoli Stati abbassando il peso del vincolo comune. O una sovranità europea o diverse sovranità statali, collaborative ma autonome. Non l’ibrido instabile che oggi genera tensioni e ribellioni che mettono a rischio gli assetti democratici europei.

Quanto sia plausibile, probabile o desiderabile una ipotesi o l’altra, quanta energia politica delle élites nazionali o dei popoli europei sia disponibile per l’una o l’altra, dovrebbe essere il vero oggetto di dibattito politico. Anziché demonizzare o idolatrare la sovranità, si dovrebbe insomma riconoscere che questa, su scale differenti, è ancora la serissima posta in gioco della politica.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 28 aprile 2019. 

 

Apologia della sovranità

Si presentano qui alcune argomentazioni che sono svolte più largamente in C. Galli, Sovranità, Bologna 2019, il Mulino.

 

 

La sovranità è condizione dell’esistenza di ogni corpo politico. Compresa l’Italia, che ne è assai carente. I limiti inevitabili del suo esercizio, dettati dal contesto. Le polemiche sul “sovranismo” in nome degli “Stati Uniti d’Europa”, metafora ipersovranista.

 

***

 

1. La sovranità è il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini. Va quindi considerata nella sua complessità: nel fuoco della sovranità si forgiano i concetti politici moderni, e i conflitti storici reali.

La sovranità è un punto, l’Unità, il vertice del comando, una volontà politica che pone la legge; ma al tempo stesso è una linea chiusa, una figura geometrica, il perimetro dell’ordinamento giuridico e istituzionale vigente, dello spazio in cui la legge si distende; e al contempo è un solido, una sfera di azioni e reazioni sociali, un corpo vivente e plurale che nella sovranità produce sé stesso: un popolo, una cittadinanza. La sovranità è tanto il soggetto collettivo che agisce unitariamente quanto lo strumento istituzionale dell’azione del corpo politico.

Da ciò alcune considerazioni: in primo luogo, come non esiste un’anima senza corpo, né un corpo vivente senz’anima, così non esiste una sovranità senza il corpo politico di cui è l’impulso vitale, né un corpo politico privo di sovranità.

In secondo luogo, la sovranità, rispetto alla sfera pubblica, alla sua esistenza e alle sue dinamiche, è al tempo stesso condizione e risultato. La sovranità rende possibile la distinzione fra pubblico e privato, realizzando la protezione pubblica delle vite e dei beni privati, oltre che l’utilità, il benessere, la prosperità dell’intero corpo politico. E questa sfera pubblica, questo corpo politico, non è necessariamente un’identità tribale, una compatta comunità; è una società complessa, attraversata da tensioni e conflitti, che nella sovranità si esprime politicamente.

In terzo luogo, la dinamica storica della sovranità è data dalle prevalenze politiche che si instaurano fra le tre dimensioni già ricordate: avremo così la sovranità del monarca, dello Stato, della legge, del popolo. La forza sociale e politica di volta in volta egemonica dentro lo spazio della sovranità è portatrice anche della legittimità di cui la sovranità ha bisogno: la legittimità è la ragione per la quale si chiede e si concede obbedienza. Si avrà quindi una legittimità monarchica per diritto divino, una liberale per diritto individuale, una democratica per diritto popolare, una rivoluzionaria per diritto di classe, una oligarchica per diritto di nascita o di censo, una tecnocratica per diritto di conoscenza e di efficienza. Nella legittimità si scopre che la sovranità non è solo protezione ma anche proiezione, progetto, idea di convivenza.

In quarto luogo, a quella complessità appartiene anche il rapporto fra sovranità e individuo. Questi è prima di tutto un «privato»: il compito storico della sovranità – concentrare e razionalizzare la politica – è affidato allo Stato di diritto, ovvero a uno Stato che rende prevedibile la vita sociale istituendo un ordinamento giuridico, il cui contenuto primario è solitamente la salvaguardia della vita e della proprietà privata; da parte sua lo Stato si rende prevedibile alla società, agendo secondo la legge. E in quanto «privato» l’individuo è anche «uguale»: le complesse gerarchie premoderne devono cadere davanti alla legge sovrana, che vuole tutti ugualmente a sé sottomessi.

Da questa «formazione» dell’individuo dall’alto prenderà vita il reclamo dal basso, dei singoli e del popolo, dei «diritti» e della libertà contro il sovrano, ovvero la rivendicazione pubblica di una energia politica che travalica l’obbedienza alla legge e l’obbligo di non-resistenza al sovrano, e che attraverso la rivoluzione sarà accolta in una nuova legittimità: quella dei cittadini.

Infatti, alla sovranità – benché voglia essere forza ordinata, e quindi non arbitrio né «potere selvaggio» – è essenziale la sconnessione fra il punto, la figura, la sfera: fra le ragioni dell’individuo, dello Stato (che della sovranità è il portatore principale), della società. Se la sua origine è una sfera di politicità diffusa, una pluralità di poteri, il suo obiettivo è di ordinare quella politicità rappresentandola, raffreddandola, incanalandola, istituzionalizzandola, trasformandola in geometrica giuridicità e in volontà imperativa puntuale; e il suo destino è di non potere mai del tutto sigillare l’ordine che instaura. Come coincide con l’ordine, così la sovranità lo può anche infrangere: implica tanto l’inclusione, la costruzione della figura geometrica e giuridica di un ordine ben delineato (composto di soggetti uguali, di cittadini), quanto, potenzialmente, l’esclusione, l’espulsione dall’ordine di un nemico.

Le figure di quella sconnessione sono il potere costituente, l’atto sovrano che fa sorgere l’ordine; la rivoluzione, l’eccesso di potenza sociale che si fa politica e agisce contro la sovranità esistente per generarne una nuova, più solida, potente, razionale (il ciclo sovranità-rivoluzione è l’asse della politica moderna); e la decisione sovrana sul caso d’eccezione, la rivoluzione dall’alto che agisce sospendendo l’ordinamento giuridico.

Nella sovranità c’è quindi, oltre che la normalità, anche la drammaticità della politica; l’equilibrio di forza e ragione, di politica e diritto, di comando e consenso, che essa realizza contiene un possibile squilibrio: forse controllabile, nelle forme della sovranità democratica costituzionalistica, certo non del tutto cancellabile. Ma chi per rifiutarne il lato conturbante nega la sovranità per sostituirla con altre funzioni d’ordine – il «dolce commercio», il diritto e i diritti, la fratellanza universale, la tecnologia globale, la governance privatistica – si vede piovere addosso la violenza e l’eccezione, il disordine e la paura.

Infine, va chiarito che la sovranità non è l’onnipotenza solitaria di un soggetto politico autarchico. Sovranità è realismo, esistenza consapevole di un Io collettivo, non ipertrofia dell’Io. La sovranità di un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come rapportarsi con l’ambiente esterno, come riconoscere gli interessi permanenti di uno Stato. Capacità che può anche essere perduta: e allora si hanno popoli, o soggetti, privi di sovranità. Quindi, sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà, anche la più pacifica e dialogante; e la sovranità come creazione della distinzione fra interno ed esterno non è necessariamente xenofobia, ma è volontà di delimitare uno spazio su cui il soggetto politico collettivo abbia diretto potere e responsabilità. La sovranità è quindi anche la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e sulle inimicizie: sono funzioni inerenti al fatto stesso che un soggetto politico esista.

Di conseguenza, la sovranità è sempre limitata, all’esterno, perché accanto a una sovranità ve ne sono altre: la sovranità è principio di pluralismo internazionale, in uno spazio che di per sé è anarchico. Accanto a questa limitazione orizzontale ve ne è poi una verticale: le sovranità entrano tra di loro in rapporti gerarchici (anche se formalmente ciò non si può ammettere); aree di influenza, alleanze squilibrate, dipendenze politiche ed economiche, disegnano un mondo di sovranità con differenti gradi di limitatezza, dalle potenze imperiali fino agli Stati vassalli.

Per concludere, la sovranitàesprime certezze e sicurezze, ma anche contraddizioni: economiche (conflitti di interessi), politiche (conflitti di potere), esistenziali (conflitti di libertà e volontà). Portatrice di problemi, oltre che di soluzioni, in essa si esprime l’essenziale serietà e rischiosità della politica, ma anche la capacità di un popolo di regolare in autonomia la propria vita e di tutelare i propri interessi.

2. La sovranità è stata l’obiettivo polemico delle potenze ostili alla politica e allo Stato. Il diritto ha infatti voluto vuole impedire che per la sovranità tutto sia possibile, ovvero ne ha voluto contrastare l’arbitrio, tanto all’interno (introducendo i diritti umani e le Corti costituzionali come limite alla sovranità) quanto sulla scena internazionale (imbrigliando l’esercizio delle sovranità attraverso trattati e istituzioni sovranazionali, per impedire il dilagare selvaggio delle volontà di potenza e per sviluppare la collaborazione pacifica). L’economia neoliberista, nel suo espandersi globale, ha a sua volta preteso di relativizzare l’esercizio delle sovranità, scavalcandole con la libertà di commercio e di scambio, avvolgendo il mondo nelle maglie della interdipendenza e del perseguimento cosmopolitico dell’utile, del profitto, indicato come finalità che deve essere assunta come principale anche dalla politica. La morale ha poi esercitato una critica asprissima contro uno degli strumenti di cui la sovranità si serve per garantire la sicurezza, cioè i confini, particolarmente in merito alla questione delle migrazioni. Mentre la sovranità divide e classifica secondo la cittadinanza, che è per definizione particolare, la morale unisce nel nome di valori universali, che coinvolgono l’intero genere umano senza differenza alcuna. Buona parte della filosofia, infine, chiede che la sovranità cessi di bloccare le infinite possibilità politiche della vita concreta, e cerca di valorizzare un radicale principio di pluralità e di movimento contro l’unità e la fissità che ineriscono alla sovranità. Pensare e praticare la politica senza la sovranità sarebbe da questi punti di vista un obbligo non solo scientifico (il concetto «sovranità» è obsoleto: non spiega più nulla) ma anche politico (lo strumento «sovranità» è controproducente: crea più problemi di quanti ne risolva) e morale (la sovranità è la prima portatrice sistematica di violenza anti-umana).

Vi sono in queste posizioni alcuni elementi storicamente comprensibili, e alcune istanze valide. Addomesticare la sovranità, generare la sovranità democratica e costituzionale, è stato lo sforzo dell’Occidente post-bellico, post-totalitario. Tuttavia, non si è verificata la vittoria completa dell’universale sul particolare, del diritto, dell’economia e della morale sulla politica. Le interne contraddizioni, le inefficienze, le crisi della globalizzazione, hanno fatto riaffiorare linee di frattura che sembravano neutralizzate e superate. All’interno, la crisi economica – o meglio, l’economia della crisi – ha prodotto disuguaglianze e ingiustizie che per essere gestite  richiedono rafforzamenti dell’esecutivo in senso tanto tecnocratico quanto emergenziale. E che alimentano, per contro, proteste anti-sistema che sempre più spesso prendono la forma di richieste di protezione dei ceti medi e bassi contro le insicurezze e le distorsioni della vita sociale e civile, una protezione che va nella direzione del rafforzamento “sovranista” dello Stato contro la pretesa che le presunte esigenze dell’economia dettino legge alla politica.

All’esterno, le dinamiche della scena internazionale sono poi ancora leggibili come esercizio della sovranità da parte di Stati grandi e medi, come manifestazione della permanenza degli interessi strategici nazionali. Infatti, le statualità più forti – sono poche (Usa, Cina, Russia) ma ad esse si aggiungono alcuni Stati capaci di proiezione di potenza (Francia, Regno Unito, Germania, Israele, Iran, Turchia, Arabia, India) – si muovono secondo le logiche della geoeconomia (cioè della distribuzione mondiale dei ruoli produttivi) e secondo le logiche, sovranamente interpretate, della geopolitica: gli Usa sono pur sempre «l’isola al centro del mondo», e, mentre affermano la libertà dei mari e rinnovano la dottrina Monroe (il caso Venezuela), controllano ancora le zone costiere della massa di Heartland, dalla Norvegia alla Corea; Russia e Cina cercano sempre, ciascuna a modo suo, di svincolarsi dalla stretta marittima statunitense; e l’Italia ha pur sempre da difendere le rotte attraverso le quali importa la maggioranza delle merci di cui ha bisogno. Tutto ciò avviene anche in modalità non tradizionali: la pressione russa sull’Europa può allontanare questa dagli Usa, che peraltro, impegnati nel confronto con la Cina, non ne fanno più il centro della loro strategia imperiale.

Quelle statualità restano insomma il centro di imputazione e di irraggiamento di potenza militare, economica e culturale, in uno spazio globale che ha nuovamente assunto un volto pluralistico (posto che lo avesse davvero superato negli anni Novanta, al tempo della globalizzazione trionfante). Certo, devono scontare un alto tasso di interdipendenza finanziaria (basti pensare che la Cina finanzia di fatto il debito degli Usa), un alto livello di conflittualità militare in forma di guerre asimmetriche o a bassa intensità, disperse in fronti diversi, e devono fronteggiare imponenti movimenti di migranti e di profughi: il mondo intero è attraversato da lineedi conflitto e da insorgenze nomadiche, e da nuove frontiere che cercano di arginarle e che delimitano vecchi e nuovi spazi politici, carichi di violenza.

Le sovranità, quindi, oggi sono immerse in un mare di relazioni economiche e culturali trasversali, in un oceano di migrazioni, in una tempesta di conflitti, che impediscono loro di essere “fortezze”; che stressano i confini, che all’interno facilitano il ricorso “normale” a strumenti d’eccezione. Una geometria complessa, che vede coesistere l’una nell’altra diverse scale di potere, forze e interessi tendenzialmente globali, conflitti e lotte locali, grandi potenze strategiche in antagonismo e in interdipendenza.Anarchia più che ordine, insomma. Ma questa non è una novità.

Anzi, significa che la sovranità sussiste anche nel mondo contemporaneo: non è svanita in un’universale governance contrattualistica, e neppure si è trasformata in un’unica dominazione globale. Il pluralismo delle sovranità ancora esiste, poiché la globalizzazione non è solo una grande convergenza verso un unico sistema di produzione, ma è anche l’emergere, all’interno di questa, di divergenze storiche, economiche, culturali, sociali, che si presentano come specifiche contraddizioni e disuguaglianze, che sono gestite in modo differenziato da decisioni, egemonie, esclusioni, che variamente organizzano nei territori la politicità che si genera nel sistema, e variamente la orientano in proiezioni di potenza, o in forme di subalternità.

3. La questione della sovranità in Europa, nella Ue, nell’Eurozona (spazi non coincidenti), è ulteriormente complicata. Qui siamo di fronte all’esistenza di Stati formalmente sovrani che hanno rinunciato a un pezzo di sovranità, quella monetaria, conservando però quella di bilancio, in capo a governi e parlamenti nazionali. Il che ha fatto nascere tensioni sempre più forti tra le regole (tendenzialmente deflative) non più a disposizione degli Stati e le esigenze delle società nazionali, esasperate da crisi e austerità, che proprio gli Stati devono soddisfare. Tensioni che danno origine, a loro volta, a fratture tra le aree ricche ed efficienti dell’Eurozona e quelle più povere e meno performative, facendo nascere confini ancora più impervi che in passato, gli spread. La Ue è oggi inchiodata a una «situazione intermedia», a una impasse tra Stati e Unione, che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire “sovranismo”. Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche anti-sovraniste, il cui senso va chiarito.

La polemica anti-sovranista in primo luogo è rivolta contro razzismi e xenofobie, che a quelle richieste interne di protezione si accompagnano; e quindi è giustificata quanto al contenuto, ma non dovrebbe estendersi al termine «sovranità» in quanto tale. È poi una polemica contro la pretesa di alcuni Stati di esercitare una aperta libertà rispetto alle regole economiche e finanziarie con cui è costruito l’euro, poiché in questa pretesa si vede la volontà di una più generale non-adesione all’attuale assetto della Ue: in tal caso quella polemica coglie in alcuni casi un intento politico reale, ma non va oltre il proposito di mantenere l’attuale «situazione intermedia», come se fosse a lungo sostenibile. Una terza accezione dell’anti-sovranismo è poi la polemica contro la sovranità dei singoli Stati nel nome della costruzione di una vera sovranità europea.

L’argomento anti-sovranista fondato sull’obiettivo di costruire una sovranità europea sembra il più forte, ma perché non si tratti di un mero artificio polemico e retorico, si devono individuare le condizioni politiche e strutturali di un simile processo. Una sovranità europea, gli “Stati Uniti d’Europa” dovrà presentare le caratteristiche della sovranità (come del resto chiedeva il Manifesto di Ventotene): forze armate europee, una politica estera europea – in un contesto internazionale che non si può sperare divenga, da anarchico e pericoloso qual è, pacifico e ordinato – una polizia federale, una politica giudiziaria, fiscale e del lavoro europea. Dovrà prevedere un sistema istituzionale in cui il Consiglio dei capi di Stato valga come il Senato degli Usa, la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l’esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch’esso direttamente dal popolo, con la conseguente “provincializzazione” della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, e dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente, che va liberato dalle sue destabilizzanti contraddizioni. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica.

Il che implica uno strappo, una discontinuità, che vanno parecchio al di là della semplice buona volontà, che in ogni caso nessuna élite politica europea dimostra. Implica una rivoluzione politica ed economica, un atto costituente su scala continentale, che non sembra al momento all’ordine del giorno presso nessuna delle élites di governo, al di là di affermazioni retoriche, e che in ogni caso renderebbe gli “europeisti” ancora più sovranisti degli odierni “sovranisti”; una sovranità europea, anche federale, sarebbe davvero un super-Leviatano.

4. Saranno le dinamiche storiche e politiche a decidere in che direzione si scioglierà la contraddizione entro la quale viviamo. Quanto si può dire fin da ora è che non è possibile ignorare la questione della sovranità, che è poi la questione della politica e della sua serietà. E ciò vale anche per l’Italia, che ha seri problemi di sovranità: quella strategico-militare è da tempo assorbita all’interno dell’Alleanza Atlantica, e il suo recupero non è praticabile né auspicabile (a parte ogni altra considerazione, i costi sarebbero immensi, e le finalità non chiare); quella economica è a dir poco dimezzata sia dalla nostra afferenza all’euro sia dalla non buona performance complessiva del Paese, nelle sue articolazioni pubbliche e private (efficienza del sistema politico, della pubblica amministrazione e della formazione di base e avanzata; tasso di innovazione e di produttività delle imprese e del lavoro; costi dell’energia), sia, infine, dalla mancanza, oltre che dell’elemento di “protezione” (di un praticabile e funzionante welfare), anche della “proiezione”, di un’idea geopolitica del Paese, che alla sovranità pertiene.

Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati “Stati Uniti d’Europa”: per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi.

 

Pubblicato in «Limes», n. 2, 2019, pp. 159-165.

 

Intervista a Carlo Galli: nuova edizione spagnola del classico «Genealogia della politica»

Intervista con Gerardo Muñoz

 

 

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Professor Galli, the Spanish edition Genealogía de la política (Buenos Aires, unipe, 2018), a classic of contemporary political thought, has just been released in Argentina after twenty years. We should not forget that Argentina has always been a fruitful territory for the reception of Carl Schmitt’s work. Perhaps my first question is commonplace but necessary: how do you expect readers in Spanish to read your classic study?

Come ci ha dimostrato il compianto Jorge Dotti, la recezione di Schmitt in Argentina è stata imponente e pervasiva, e si è intrecciata con la riflessione filosofica, giuridica e politica sullo Stato e sul suo destino. Ho fiducia che il mio libro, grazie alla traduzione spagnola, possa interessare gli specialisti di Carl Schmitt – giovani e maturi – che sono numerosi e agguerriti, non solo in Argentina ma anche in Europa: dopo tutto, la Spagna stessa ha un lungo e fecondo rapporto intellettuale con Schmitt, che, come ci ha mostrato da ultimo Miguel Saralegui, può anche esser definito «pensatore spagnolo».

This edition comes out in a timely moment, that is, in the wake of the centenary of the Weimar Republic (1919-2019); a moment that Weber already in 1919 referred as a point of entry into a ‘polar night‘. Does Schmitt’s confrontation in the Weimar ‘moment’ still speak to our present?

Schmitt è stato il più grande interprete della Costituzione di Weimar, in un’epoca in cui non mancavano certo i grandissimi costituzionalisti. La sua Dottrina della costituzione è una diagnosi geniale della situazione storica concreta in cui i concetti politici della modernità si trovano a operare. Ed è stato anche il più acuto interprete (nel Custode della Costituzione e in Legalità e legittimità) della rovina di Weimar, causata da uno sfasamento gigantesco fra spirito e strumenti del compromesso democratico weimariano, da una parte, e, dall’altra, la polarizzazione radicalissima in cui la crisi economica aveva gettato il popolo e il sistema politico tedesco. Una democrazia senza baricentro politico funzionante, senza capacità di analizzare le proprie dinamiche e di reagire attivamente, è alla mercé di ogni crisi e di ogni minaccia. Questo è stato vero a Weimar fra il 1930 e il 1932 ed è vero in Europa anche oggi, al di là dello specifico modo autoritario che Schmitt aveva prefigurato (la dittatura commissaria del presidente del Reich ex art. 48). Certamente, oggi  le capacità dei sistemi democratici di gestire le crisi sono molto migliorate da allora; il neoliberismo ha molti mezzi per difendersi.  Ma anche oggi un sistema politico debole o incapace di analizzare le vere cause dei problemi (in Europa, il nesso  fra l’incepparsi del neoliberismo e  il dominio ordoliberista dell’euro) non può far fronte a crisi economiche e sociali radicali.

Weimar signaled the weakness of parliamentary democracy of a ‘belated nation’, and the rise of presidentialism. Schmitt never ceased reflecting on executive power in the fabric of democracies. As new presidential authoritarianism is developing in the West, is Schmitt’s political reflection proved right (presidentialism as a counter-force to Market domination)?

Siamo di fronte, oggi, a due debolezze: quella del parlamentarismo, che è vecchia di cento anni, e quella del mercato, che è vecchia di dieci anni (in riferimento all’Europa, quanto meno). La soluzione del presidenzialismo autoritario, del rafforzamento degli esecutivi per vie decisionistiche e personalistiche, sta avanzando: ma ho l’impressione che sia una risposta solo superficiale alla crisi dell’impianto neoliberista delle nostre società: che cambi molto a livello politico (e non sempre nella direzione giusta) perché non cambi nulla a livello dei rapporti di potere nella società, nei rapporti di produzione e nelle tutele giuridiche del lavoro. Insomma, ho l’impressione che la spinta a destra “anti-sistema” sia l’ultima risorsa del “sistema”. Da Schmitt abbiamo imparato che la politica non esige solo ordine ma anche energia, ovvero che non c’è ordine senza energia; e io credo che l’energia per affermare un nuovo ordine non possa essere monopolizzata da un capo autoritario che si colloca in un rapporto mediatico-plebiscitario con le masse: la proiezione verticale dell’energia, della lotta, deve partire dal basso, e giungere in alto, al vertice politico, attraverso i partiti, o in ogni caso attraverso soggetti collettivi forti, situati e determinati, non “vuoti”. Senza soggetti politici collettivi non c’è democrazia. Nel ricostruire soggetti di massa c’è l’inizio della soluzione del problema – certo, anche le istituzioni vanno rinnovate –, ma anche la sfida più grande.

Schmitt as a great thinker of sovereignty would have been interested in our present political transformation. Are we in a ‘Polanyi moment’, as you have characterized it recently?

Come sostengo nel mio ultimo libro – Sovranità (Bologna, il Mulino, 2019) – e come è ormai opinione diffusa, noi siamo oggi in un «momento Polanyi». Abbiamo conosciuto l’invadenza del mercato, e il fallimento delle sue pretese di autoregolazione che in realtà hanno prodotto distruzione della ricchezza pubblica e disuguaglianze abissali di quelle private, così che il legame sociale è saltato, compromettendo la stessa democrazia e gettando gli individui nell’insicurezza economica ed esistenziale (il soggetto attivo e ricco d’energia presupposto e promesso del neoliberismo si è rivelato pura ideologia). E abbiamo conosciuto la risposta difensiva della società, che sta chiedendo – anche se confusamente, perché è ancora impregnata di ideologia neoliberista e individualistica – più sicurezza, più Stato, più regolazione politica per arginare il potere immenso delle forze economiche private e corporate, che non ha più una dimensione socialmente costruttiva e ordinativa. Il dramma è che oggi, come negli anni Trenta, questa richiesta di sicurezza, di freno al capitale senza freni e senza limiti, è intercettata dalla destra, mentre la sinistra – che esprime di fatto le minoranze che nell’attuale sistema vivono bene –  la nega, la irride, la giudica “fascista”. E la destra dà, come si è detto, risposte solo parziali, inadeguate. Propone sì una politica “forte”, ma contro i deboli e contro i diritti democratici; non certo contro le potenze economiche. Propone sì “ordine” – che è un concetto positivo – ma un ordine esteriore, superficiale, che lascia intatto, o che tocca solo marginalmente, il disordine e l’ingiustizia sociale.

The interpretations of Schmitt’s juridical thought have flourished tremendously in recent years. There is Schmitt the Catholic, Schmitt the concrete Crown-Jurist during National Socialism, Schmitt the ‘Leftist Antagonist’, as well as a reactionary counter-revolutionary Schmitt. Your strong reading, however, favors a thesis of a Schmitt that thinks the ‘origin‘(arche) of the political. Is this reading capable of giving us, in turn, the ‘most original’ of Carl Schmitt’s thought?

L’attuale enorme fortuna mondiale di Schmitt ha almeno due rami, quello angloamericano e quello “latino”, che rispondono a due modi differenti di vedere lo stesso problema: la crisi del liberalismo e della  liberaldemocrazia, che pure sembravano trionfanti sulle alternative di destra e  di sinistra. In diversi contesti politici e istituzionali, in diverse tradizioni politiche, e quindi con accenti diversi e con impegni disciplinari diversi, si cerca in Schmitt un’alternativa alle tradizioni politiche occidentali del XIX e del XX secolo. Ma questa alternativa non è tanto ideologica (Schmitt è, da questo punto di vista, un pensatore apertamente reazionario) quanto metodologica: la grandezza di Schmitt sta nella genealogia, cioè nella sua idea che per capire la politica si deve comprendere l’origine concreta di un concreto assetto di potere e di sapere. E si deve capire che questa origine non è un fondamento stabile, ma un’energia, uno squilibrio, un conflitto, che stanno dentro ogni ordine, che lo relativizzano ma anche lo tengono vivo; la concretezza, in Schmitt, viaggia sempre insieme al nichilismo. La scoperta teorica della «origine della politica» ha poi come contropartita una pratica che può essere tanto rivoluzionaria (attivare nel conflitto una nuova origine: le rivoluzioni, il potere costituente) ma anche la «politica dell’origine», cioè la difesa extra-legale, decisionistica, di un assetto politico esistente, attraverso il richiamo alla sua legittimità originaria come fattore stabilizzante contro i nemici interni (una stabilizzazione attraverso l’esclusione, quindi). Potere costituente rivoluzionario e «sistema dei presidi» sono entrambi presenti, necessariamente, in Schmitt. Questo giurista opera la più radicale de-costruzione storica e genealogica dello Stato: infatti è presente in lui oltre che la difesa autoritaria dello Stato anche il tentativo (in epoca nazista) di andare oltre lo Stato, di cui ha dimostrato la storicità e la relatività. Ed è anche il più duro difensore dello Stato: come tale, tra l’altro, è oggi grandemente apprezzato in Cina, il “terzo ramo” della sua fortuna, che sia pure a rimorchio della letteratura scientifica americana, lo utilizza per legittimare gli aspetti autoritari del sistema politico comunista.

Following up on the previous question on the ‘appropriations of Schmitt’ for ideological projects. What is your opinion of Left-Schmittianism? Is that a project too limited? I am thinking here of left Schmittianism in certain populist political theories…

Ci si può appropriare di Schmitt a scopi ideologici: egli stesso ha legato il proprio pensiero a ideologie (una di esse, nefasta). Ma la sua importanza sta nella genealogia. Sotto il profilo pratico, è importante la sottolineatura della necessità che la politica sia energia prima che istituzione, conflitto prima (e durante) l’ordine. Ciò può essere accettato anche da sinistra. Ma ci si deve intendere sul radicamento e sulla serietà di questo conflitto, e sulla intensità di questa energia. Non sono favorevole al “populismo” se questo è un insieme di significanti vuoti, se è una “protesta”, se il popolo non si determina (e si divide) concretamente in classe (lavoratrice, subalterna, oppressa); e non sono favorevole alla “democrazia agonistica” se con questo termine si indica una pratica di disobbedienza civile o di scomposti riots. Non le moltitudini ma la sovranità è ciò che è pensato da Schmitt, che è un pensatore radicale e strutturale: addomesticarlo o utilizzarlo metaforicamente è inutile. La sua forza è che mette di fronte alla politica intesa come aut aut; e ci dice che prima o poi l’ aut aut si presenta; e ci sfida a individuarlo qui e ora. Non è un pensatore della norma, della quotidianità, né del processo dialettico. Non è un benpensante né può essere arruolato nell’opposizione mondialista al capitale mondialista.

In Genealogía de la política there is a strong reading that favors ‘spatiality’. The notion of space was also important for Schmitt, which he linked to the Roman Catholic Church (Rome as raum). How important that we pay attention what Schmitt has to say about space for our epochal transformation?

Schmitt è il grande nemico dell’universalismo: tecnico, morale, giuridico, economico. Per lui, l’universalismo è una interessata negazione della politica; è potestas indirecta. Lo spazio liscio (il mare) non ha qualità politica: l’ordine politico esige il nomos, il porre confini in terra, il prendere per delimitare. L’ordine è monistico-dualistico all’interno, e pluralistico all’esterno. L’ordine esige confini e sovranità, e cioè il nemico reale, concreto; non il nemico-criminale, il pirata, il nemico dell’umanità. Il rapporto di Schmitt con la Chiesa cattolica, poi, è complesso: da una parte c’è il rifiuto dell’universalismo inteso come potestas indirecta; dall’altra c’è l’esaltazione per l’ordine che essa realizza con la complexio oppositorum, che però è da lui attribuita esclusivamente alla Chiesa mentre lo Stato ne è costitutivamente incapace (e infatti si fonda sulla decisione-esclusione-delimitazione); dall’altra ancora c’è l’apprezzamento per il radicamento dell’universale cattolico nella concretezza dei «luoghi» (a differenza del protestantesimo). Ma a quest’ultimo proposito Schmitt dà più peso a «Roma» che al cattolicesimo, esibendosi in una funambolica identificazione fra Roma e Raum, che ha solo valore metaforico. Ma certamente in generale per Schmitt la politica si dà nello spazio, sia come forma sia come conflitto: nello spazio dello Stato o dell’Impero (ovvero del Grande Spazio).

The crisis of technico-economical domination during the twentieth century was countered by Schmitt’s thought with a strong and contradictory (complexio oppositorum) notion of political. The political was to be understood as a restraining force (Katechon). However, is not the political also today ruined, lacking legitimacy, always already fallen to techne? Are we in a post-Katechon epoch?

Io non identificherei il «politico» con la complexio oppositorum: la complexio è una modalità di ordine politico che non ha bisogno del «politico» (inteso come rapporto amico-nemico) perché si fonda sull’auctoritas in senso forte, che però nella modernità non è a disposizione dello Stato. Il «politico» è al tempo stesso concretezza e conflitto reale; è il modo immediato dell’esistenza politica moderna e non è di per sé un katechon, perché il katechon è una forma (e una forza) che  trattiene appunto il conflitto. Ma certamente il «politico» è un conflitto che che provoca la decisione, che tende alla forma, pur senza mai poterla compiutamente raggiungere;  è una concreta e cosciente parzialità. E quindi è katechon di fronte al conflitto assoluto, insensato, meccanico, moralizzato, che si genera nel mondo universalistico della tecnica; a questo conflitto Schmitt oppone il partigiano, portatore di un conflitto concreto. Il conflitto (indeterminato) si frena col conflitto (determinato), insomma. In ciò Schmitt è analogo a Clausewitz, che analizza la guerra reale, non quella assoluta. In ogni caso, oggi siamo certamente in un’epoca che per certi versi è post-katechontica, in cui cioè il conflitto è slegato dal suolo e dai confini (si pensi al terrorismo). E tuttavia è anche vero che oggi si va configurando nel pianeta un nuovo ordine spaziale, fatto dall’equilibrio precario fra Grandi spazi semi-sovrani – o di grandi e medi Stati in competizione con le grandi imprese multinazionali, oltre che tra loro stessi –, in un’epoca che è ormai post-globale. E che perciò torna a essere politica.

Finally, Prof. Galli, as you yourself have written in Guerra Globale(2000), conflict and civil wars have intensified in our times, something that Schmitt understood very well in his later writings, but that now have become a spatial and concrete operation of governing anarchy. Is Schmitt’s thought still the conceptual horizon to grasp our problems, or do we need to move beyond Schmitt?

Io credo che si debba andare «con Schmitt oltre Schmitt». Cioè che si debba rinunciare al peso reazionario della sua ideologia, e che lo si debba ambientare in un’epoca precisa, la crisi tedesca degli anni Venti, la tragedia degli anni Trenta,  e la crisi europea degli anni Quaranta. Credo quindi che da Schmitt non si debbano trarre «leggi» né «regolarità» eterne della politica. Credo però anche che, dal punto di vista intellettuale, la sua genealogia sia un acquisto permanente del nostro modo di pensare la politica; Schmitt ci ha insegnato a pensare concretamente, a interpretare la politica in modo serio e drammatico, a non cercarvi fondamenti e  stabilità, pur nella consapevolezza che l’ordine è indispensabile; e anzi a leggere nel tempo del disordine e dell’anarchia i segni dell’ordine possibile (per il quale va spesa energia, a partire da un conflitto reale). Ci ha insegnato a non credere alle soluzioni facili e semplici, tecniche o morali o “narrative”, delle questioni politiche. A pensare agli ordini come realtà necessarie e al tempo stesso contingenti. A pensare alla politica come energia e come istituzione. E non credo che di questo insegnamento ci dobbiamo o ci possiamo liberare, benché oggi si viva in un contesto politico interno e internazionale molto mutato rispetto a  quello in cui viveva e scriveva Schmitt. Il suo pensiero è parte fondamentale  di ogni pensiero critico, che voglia lasciarsi alle spalle il normativismo, il funzionalismo, e il neoliberismo.

 

Intervista pubblicata il 2 maggio 2019 in «Cuarto Poder» e in «The Clinic»; e in «Política común», Volume 13, 2019.

 

Primarie Pd

 

Alle primarie il Pd ha dato un flebile segno di vita. Nell’anno trascorso dalla sconfitta del 4 marzo 2018 il Pd  non ha fatto politica anche perché non ha avuto il coraggio di affrontare veramente la realtà – non ha mai svolto un’analisi del voto –, perché ha temuto che affrontandola si sarebbe spaccato. Infatti, dentro il partito democratico convivono linee interpretative della politica, della società, idee di Italia ed Europa, parecchio diverse. Ora, il  candidato che meno deve a Renzi, cioè Zingaretti, il quale più degli altri è accreditato di essere una persona di centro-sinistra e non di centro, non solo ha vinto, ma probabilmente è stato determinante, con la sua presenza, a far sì che il numero dei votanti diminuisse non di molto rispetto alle primarie del 2017 – le ultime vinte da Renzi, con 1 milione e ottocentomila partecipanti –. Il fatto che fra i candidati ci fosse Zingaretti, che bene o male è stato fatto passare come un momento di discontinuità – sia pure blanda – rispetto all’èra Renzi, ha fatto sì che gli italiani che hanno un orientamento di centro-sinistra si siano sentiti meno demotivati che in passato a partecipare alle primarie del Pd.

Però, resta ancora tutto da definire il contenuto di questa discontinuità, molto blanda: rispetto al rapporto fra l’Italia e l’Europa; rispetto al rapporto fra il Pd e i Cinquestelle, che è l’unico politicamente praticabile per un partito come il Pd, che – come gli altri partiti, del resto – si trova ad agire in un contesto proporzionale e non può avere una vocazione maggioritaria, perché non può pensare di prendere il 51 per cento dei voti, e non può pensare di affrontare le elezioni solo alleandosi con liste civiche. E dunque deve fare alleanze politiche presumibilmente prima, ma certissimamente dopo il voto. Le forze con cui allearsi non sono poi tante: o si condanna alla perenne opposizione o deve cominciare ad andare a capire qualche cosa dentro i Cinquestelle, i quali – da parte loro – sono abbastanza in crisi.

Su questo, lei ha detto poco fa «Il Pd ha dato un flebile segno di vita», cioè è vivo. Quanto, in realtà, l’esser vivo del Pd è direttamente proporzionale al malcontento di qualche elettore del Movimento Cinquestelle che prima votava Pd, poi è stato intercettato dal Movimento e ora, magari, torna a votare là dove aveva iniziato  a farlo?

Sì, non è del tutto errata l’ipotesi che una certa quota di elettori del Pd, che si era distaccata dal partito renziano per votare Cinquestelle, visto come si comportano i Cinquestelle al governo, cioè vista la loro insufficienza – diciamo così – , visto che c’era in campo Zingaretti, abbiano pensato di tornare a dare un voto a una candidatura che secondo loro può avere uno sviluppo un po’ più di sinistra rispetto al Pd centrista del passato. Ora il punto è che, se ciò è vero, Zingaretti deve alzare il profilo della sua asserita – più dagli altri che da lui, in realtà – discontinuità rispetto a Renzi. Adesso che ha vinto – e ha vinto molto e bene – ha il margine e la legittimità per porsi con una più forte discontinuità.

Nicola Zingaretti diceva per l’appunto che è l’uomo che meno deve a Renzi. Sono due uomini diversi ma uguali, secondo lei, dal punto di vista carismatico?

In realtà, se Zingaretti non vuole diventare come Martina, cioè l’ombra di Renzi, deve veramente prendere sul serio questa illusione di discontinuità che è stata creata intorno a lui, e cominciare a fare analisi politico-economico-sociali chiamando le cose con il loro nome, a fare dei mea culpa radicali, e a criticare le strutture fondamentali della nostra esistenza politica, a partire dal nostro rapporto con l’Europa.

Zingaretti ha superato il 65 per cento in regione. Anche questa regione si è dimostrata quindi pronta al cambiamento, alla rottura?

La regione Emilia-Romagna è da sempre, da quando è finita la Seconda guerra mondiale, schierata con il segretario del principale partito della sinistra o del centro-sinistra – in questo caso –, e non cambierà da questo punto di vista. È una regione governativa, pragmatica; è una regione che, essendo concentrata sulla produzione di beni e sulla produzione di una società civile coesa – quando ci riesce –, non ha voglia di entrare in conflitti con chicchessia, meno che mai col segretario del principale partito del centro-sinistra.

Mettersi al lavoro per lavorare ai contenuti.

Assolutamente sì. Pensiero, contenuti, strategia: è quello che ora il Pd deve fare, che finora non ha fatto; se non prenderà questa via, ciò costerà al Pd la perdita di questa chance che in un qualche modo con le primarie si apre; senza essere trionfalistici, probabilmente – ripeto – un segnale di esistenza in vita è stato dato. Una parte dell’Italia chiede che il Pd esista. È chiaro che una risposta va data.

 

 

Intervista realizzata da Maria Centuori per «Radio Città del Capo» il 5 marzo 2019.

Elezioni regionali in Abruzzo

Intervista con Alessandro Canella

 

Queste elezioni con il boom della Lega e la vittoria del centrodestra potrebbero avere un impatto anche a livello nazionale?

A livello soltanto teorico; naturalmente, si potrebbe dire: il Movimento 5 Stelle si spaventa di questo trend, e interrompe l’esperienza di governo. Ma siamo proprio nella teoria, perché – a parte il fatto che in Italia chi interrompe l’esperienza di governo, e in questo caso la legislatura, è solitamente punito dagli elettori nelle urne – di fatto sarebbe da parte del M5S una mossa irrazionale; proprio perché corre rischi reali, la strategia ragionevole davanti alla quale si trova, e che dovrebbe perseguire, è quella di mantenere vivo il governo e di pretendere dalla Lega che alcune istanze qualificanti del M5S trovino soluzione a livello di azione di governo, trovino maggiore risonanza e siano meglio comunicate ai cittadini. Perché, effettivamente, il M5S è stato un po’ oscurato dalla molto superiore capacità di manovra della Lega, benché la Lega sia – a livello di rappresentanza, in questo momento, in Parlamento – la metà del M5S, o quasi.

Altro discorso è semmai la tentazione – che mi sembra un po’ più verosimile – della Lega stessa di capitalizzare immediatamente il suo crescente successo; eppure, anche in questo caso, potrebbe essere una scelta non felice, perché – ripeto – interrompere un’azione di governo, fare andare il Paese a elezioni molto anticipate, genererebbe una situazione di grande disagio che potrebbe, con ogni probabilità, ritorcersi contro i responsabili: cioè, in questa ipotesi, la Lega. Io penso che il governo continuerà la propria esistenza, e che vi sarà da parte del M5S il tentativo di rendere più forte la propria presenza, la propria capacità di essere visto dai cittadini.

Come dire che i corteggiamenti, mai cessati dalle elezioni a oggi, di Berlusconi a Salvini non sarebbero comunque propizi per la Lega, nonostante in questi mesi abbiamo visto diversi screzi all’interno della maggioranza su diversi temi…

Gli screzi ci sono perché questi sono partiti diversi, e tuttavia sono uniti dalla comune avversione verso l’antico regime, chiamiamolo così: prima di tutto verso il Pd, e poi anche verso Berlusconi, che è assolutamente detestato dalla base e dai vertici dei Cinquestelle. Salvini, in questo momento, può giocare su due forni su diversi livelli: a livello nazionale sta con il M5S; in moltissimi livelli regionali e locali sta con la destra. È in una posizione di grande vantaggio, e tuttavia per ottenere un governo di destra – cioè Lega più Forza Italia – sono necessarie elezioni anticipate; e siamo daccapo. Posto che Salvini ne senta la necessità.

In ogni caso visto che la Lega di Salvini ha dimostrato capacità politiche, indubbiamente, al di là di come uno la pensi a livello programmatico, questo trend è destinato a crescere secondo lei?

Sì, è destinato a crescere, anche se i sondaggi danno un  calo molto lieve della Lega in queste ultime settimane a livello nazionale: nei sondaggi è data intorno al 34 per cento, dopo aver raggiunto a un certo momento il 35; ma, insomma, siamo a livelli stratosferici. In realtà, intorno alla Lega si va formando il blocco sociale che era stato prima di Berlusconi e prima ancora della Democrazia Cristiana. Al di là dei cambiamenti di accento, al di là del cambiamento di cultura politica molto deciso, al di là di tutti questi cambiamenti, l’Italia “moderata” – nel frattempo divenuta parecchio più insofferente – si va progressivamente riconoscendo nella Lega. È un’Italia doppia: da una parte è un’Italia che riesce a vivere nell’attuale momento politico ed economico, dall’altra è un’Italia (un’altra Italia) che al tempo stesso protesta duramente contro lo stato di cose esistente. Al Sud il voto di protesta che era andato ai Cinquestelle si sta coagulando intorno alla Lega; mentre nel Nord la Lega prende i voti di popolazioni che godono di livelli di esistenza politica, economica, sociale e organizzativa molto superiori a quelli del Sud. Riuscire a fare stare insieme realtà così diverse è un segno tipico di egemonia: l’avevano i democristiani, l’aveva Berlusconi, lo sta avendo, di fatto, in questo momento Salvini.

Intervista realizzata l’11 febbraio 2019 e pubblicata nel sito web di Radio Città Fujico.

Pensierini per l’anno che viene

 

Che dire? Il solito commento all’abile discorso del Capo dello Stato – una serie di ammonimenti al governo e alle ideologie che lo supportano, confezionati all’interno di ineccepibili riferimenti a valori costituzionali –. La solita serie di profezie caute e dubitose – fino alle elezioni europee non cambia nulla; no, ci sarà presto la crisi di governo (questa è di Renzi) perché i pentastellati si sono accorti che stanno perdendo terreno a causa della spregiudicatezza della Lega (e non a caso entrambi i partiti di governo rilanciano le proprie proposte più demagogiche: legittima difesa e taglio degli emolumenti dei parlamentari) –. Il solito dibattito sull’immigrazione – per fortuna ci sono i sindaci, vero contropotere popolare, che con la loro disobbedienza civile mettono il governo all’angolo; ma per favore! è pura propaganda, e poi, proprio sull’immigrazione la sinistra deve qualificarsi? ha forse scambiato i migranti per il nuovo proletariato, spingendo così quello vero a votare a destra? –. Il solito arrampicarsi sugli specchi a proposito della manovra economica – è scritta col cuore, genera giustizia e sviluppo, siamo usciti bene dalla lotta contro Bruxelles (che Dio stramaledica l’Europa!); no, è scritta coi piedi, è sbagliata, ingiusta, priva di prospettive (e per fortuna che Bruxelles ha umiliato il governo, obbligandolo a riscriverla: evviva l’Europa e i mercati, e forza spread!) –.

In verità, la solita assenza di un decente dibattito politico e intellettuale, la solita incapacità di individuare un fulcro, di andare alla radice dei problemi, la solita pigrizia intellettuale della sinistra che si appaga di due parole (populismo, sovranismo) con cui spiegare la propria sconfitta. La solita generalizzata volontà di rimanere alla superficie, così che l’odio di tutti contro tutti, il rancore e il disprezzo universali, nascondano le cause strutturali del nostro disagio.  Da una parte i resti delle élites mainstream  non hanno altra risorsa che insultare i vincitori (sono razzisti, populisti e sovranisti, poveri, ignoranti e cattivi) – come se l’analisi di Gramsci sul fascismo si fosse ridotta a sostenere a gran voce che Mussolini era un prepotente semi-analfabeta, e per di più fascista –; dall’altra le nuove élites(si fa per dire) insultano  i perdenti perché sono ricchi e colti (sarà poi vero?), utilizzando epiteti come “professoroni di sinistra” (questa l’avevo già sentita in bocca a Renzi) e travolgendo nella loro rabbia insopportabili manierismi, autentiche ingiustizie e caposaldi della democrazia.

Ma ci saranno pure delle origini materiali del disorientamento,  della impotenza, della delusione, della infelicità, della esasperazione individuali e  di massa –. O forse gli italiani si sono incattiviti perché hanno letto i libri sbagliati (Evola e non Rawls), o per una misteriosa epidemia di insofferenza verso l’Altro? L’insicurezza (sotto tutti i profili: dalla disoccupazione alla micro-criminalità) e le disuguaglianze (di ogni tipo) generate nel presente dalle contraddizioni del paradigma economico-politico,  insieme al sospetto che nel futuro siano insuperabili, che siano un destino, non bastano a spiegare la sfiducia nella democrazia? Non bastano a mettere in dubbio la capacità propulsiva del neoliberismo e le virtù salvifiche dell’Europa ordoliberista?

Se la politica nel 2019 – a sinistra, perché la destra nel caos si muove benissimo, dato che ha come obiettivo di cambiare tutto perché nulla cambi – proverà a mettere un po’ d’ordine nella propria esistenza, se prenderà la forma dei movimenti civici prima che anche in Italia si affermi una protesta incontrollabile come avviene in Francia, se uscirà dai sermoni e dalle invettive per elaborare un’idea praticabile e comunicabile del presente e del futuro, un’idea (non zuccherosa) di società, d’Italia e  d’Europa, se inizierà a coniugare passione e analisi, critica (di se stessa, e al contempo del mondo che fino a ieri ha governato) e progetto, questo che inizia sarà un buon anno. Altrimenti, qualunque cosa succeda,  sarà la ripetizione, in peggio, di quello passato: del degrado, dell’impotenza, della vuota recriminazione.

 

L’articolo è stato pubblicato con il titolo Che dire? E che fare?,  in «La parola», gennaio 2019

La crisi dell’Europa e la sinistra che non c’è

I risultati elettorali in Assia e in Baviera confermano il trend di sgretolamento dei partiti dell’establishment, di centro e di centrosinistra. Come la pelle di zigrino il loro spazio politico si riduce senza sosta, e al contempo le loro aspettative di vita.

È un trend iniziato con la Brexit, proseguito con le elezioni italiane del 4 marzo, confermato dalle vittorie politiche delle forze illiberali in parecchi Paesi dell’Europa centrale. È l’inabissarsi del progetto “atlantico” del secondo dopoguerra, che voleva far coesistere l’economia sviluppata, la democrazia liberale sociale, e la costruzione in Europa di istituzioni sovrastatuali. Ed è il tramonto delle élites, e dei partiti, che lo hanno sostenuto e vi si sono identificati.

Inabissamento e tramonto che non sopraggiungono per cause esterne, ma per le interne contraddizioni che sono esplose quando quel progetto atlantico ha incrociato la globalizzazione, quando la civiltà keynesiana si è trasformata in civiltà neoliberista, quando la costruzione europea, tutta funzionalista, si è trasformata nel dominio dell’ordoliberismo, nell’Europa di Maastricht, dell’euro, di Lisbona. Cioè in un’Europa unita dall’euro ma non dalla politica, da regole e discipline ma non dal consenso dei popoli.

Un’Europa minacciosa per l’Inghilterra, che non ne ha sopportato la burocrazia e i vincoli comunque sussistenti – benché non fosse entrata nell’euro – interpretati come costi e imposizioni ben più gravi dei benefici che ne derivavano. E così ha abbandonato la nave prima che affondasse, alle prime avvisaglie delle crepe. Per lei la civiltà atlantica sarà sostituita dalla “relazione speciale” con gli Usa, se Trump ne vorrà ancora sentire parlare.

Un’Europa minacciosa per la stessa Germania, continuamente angosciata dal rischio che il suo marco, ribattezzato euro, sia messo a repentaglio dalle cicale mediterranee e dai loro debiti incolmabili. Una Germania che a livello macroeconomico ha avuto dall’euro tutti i vantaggi – ha attratto capitali, ha accumulato un enorme attivo commerciale con il proprio mercantilismo, ha speculato con le proprie banche sulle sofferenze bancarie dei Paesi più deboli, ha imposto il proprio ordine economico ai Paesi che la circondano –. Ma non ha saputo dare all’Europa un’idea, e anzi ha sempre rivendicato la propria sovranità come criterio fondamentale della propria condotta, restando al di qua di ogni slancio egemonico reale, e minando così anche la lealtà degli altri Stati verso la costruzione della Ue. E soprattutto la Germania – e la Spd – è stata disposta con le riforme Schroeder-Hartz ad abbassare drammaticamente il livello dei salari (i mini-jobs) pur di consentire il funzionamento del sistema. Ebbene, la società tedesca sta proprio dimostrando che questo calcolo è fallito. Persino nel Paese che ne trae maggiori benefici questa forma di capitalismo è rifiutata da parti sempre più larghe della società.

È così che si spiega l’uscita dei voti dai partiti dell’establishment verso partiti che lo contestano. Certo, in modo diverso. I Verdi sono un partito democratico con qualche esperienza di governo, dall’ancora incerta linea di politica economica, che punta sulla ecologia sui diritti e sull’accoglienza. Ma dovrà affrontare le questioni economiche di fondo, la compressione dei salari, e dovrà rompere almeno nel breve periodo l’alleanza ordoliberista fra politica ed economia a proposito del tema dell’inquinamento – le conseguenze del non dimenticato dieselgate –. Un’agenda tutta da verificare, per un partito votato proprio perché parzialmente fuori dai giochi – mentre si profila, ora, come il perno delle future maggioranze di governo.

Mentre del tutto fuori dai giochi, e dalla democrazia, è l’altro vincitore di queste tornate elettorali, la AfD, il cui profilo, divenuto estremista, ha trovato il consenso dei ceti operai più deboli, che alla destra chiedono di essere difesi da dinamiche economiche percepite come insopportabili. Naturalmente la richiesta di difesa passa primariamente attraverso l’insofferenza identitaria verso i migranti. Il voto alla AfD vuole significare se non un’adesione a ideologie criminali del passato – in quanto tali fortemente tabuizzate – certo una rottura totale con l’establishment.

L’Europa è apparsa una minaccia anche agli italiani, che hanno visto nelle disuguaglianze crescenti, nella disciplina dell’euro e nelle migrazioni dall’Africa un giogo e una sfida insopportabili. E che hanno abbandonato il Pd e Fi, pilastri dell’establishment, votando partiti che si sono presentati come anti-sistema, uno apertamente di destra, e l’altro velleitario, sfumato e incerto nei contenuti, oscillanti fra il giacobinismo e l’attaccamento vetero-democristiano al potere, fra il culto ingenuo della tecnica e le superstizioni antiscientifiche. Un partito, il M5S, assai diverso dai Verdi tedeschi, ma che, in linea teorica, potrebbe evolvere, in alcune sue parti, verso posizioni analoghe a quelle di Podemos. Mentre la Lega è molto più stabile e riconoscibile come partito populista di destra, in cui sono destinate a prevalere prossimità e continuità rispetto alle esigenze di fondo dell’attuale forma dell’economia, fatte salve alcune issues irrinunciabili come la riforma della legge Fornero.

In ogni caso, tanto in Inghilterra quanto in Germania quanto in Italia, con forme diverse si è consumato un taglio con la Ue e con l’ideologia economica che la sottende, ma anche con l’esperienza democratica – la democrazia liberale e sociale, del resto ampiamente vulnerata dallo stesso establishment, che l’ha ridotta a pseudo-democrazia, ora non pare più un orizzonte indiscutibile nemmeno per i cittadini –. I quali non vogliono rinunciare all’euro, ma ne combattono la logica di fondo, perché hanno capito che all’euro è stato affidato il compito di essere il «vincolo esterno» (per i tedeschi, in realtà, il vincolo storico che ha accompagnato la loro esistenza post-bellica), la forza non politica ma facente le veci di quello «Stato forte» che secondo l’ideologia ordoliberista deve spoliticizzare l’economia, cancellandone i conflitti e legittimando le disuguaglianze. Volere l’euro senza la sua logica è naturalmente contraddittorio, e dà origine appunto alla scelta di destra, cioè allo spostamento della protesta contro qualche altro obiettivo: i migranti e la Ue per l’Italia, i migranti, la Ue e i Paesi mediterranei per la Germania. E proprio l’assenza dell’euro consente al Regno Unito di sviluppare la sua protesta contro la Ue senza ricorrere alla destra, ma anzi rafforzando un partito laburista fortemente spostato a sinistra.

In generale, assodato che le società occidentali sono entrate in un “momento Polanyi”, caratterizzato dalla richiesta di difesa politica contro l’invadenza economica, ora si deve comprendere che contro la politica “indiretta” veicolata dall’euro è in atto in Europa una ricerca di politica “diretta”; che cioè al funzionalismo e ai suoi effetti si sta cercando di opporre una nuova soggettività politica reale, riconoscibile, attivabile dagli stessi cittadini e non dalle élites. Era inevitabile che questa nuova soggettività fosse il vecchio Stato, percepito ancora in qualche rapporto col popolo – questo rapporto è la sovranità democratica –, mentre la Ue non ne ha alcuno (ed è per questo che naufraga); sarebbe invece forse evitabile che all’interno del ritorno allo Stato e alla sovranità democratica la linea prevalente fosse quella della destra, di una soggettività illiberale, di una democrazia reazionaria; intorno a un altro soggetto sarebbe in linea teorica possibile costituire il perno politico della statualità: non la nazione interpretata da destra ma la classe, o più in generale il popolo democratico del lavoro. Ma naturalmente per rendere reale questa possibilità sarebbe necessaria una sinistra che anziché fare il tifo per Bruxelles e per lo spread si rendesse conto che la Ue è indifendibile e forse anche irriformabile, e riflettesse senza inibizioni sul futuro di un’Europa sociale in cui convivono liberi Stati, liberi popoli e nuove élites. Ma questa sinistra non c’è; e fra queste élites non ci sarà.

A sinistra: da dove ripartire?

Intervista con Virgilio Carrara Sutour

Professor Galli, parlando della distanza della sinistra e del centro-sinistra dall’elettorato che vorrebbero rappresentare, del loro eterno dividersi e della conseguente incapacità a reagire a forze che si accaparrano elementi del loro discorso, da dove possiamo partire per ricercare le cause di questa condizione?

Il fatto di parlare, allo stesso titolo, di ‘sinistra’ e di ‘centro-sinistra’ costituisce in sé un indice di indeterminatezza su ciò che oggi la sinistra è.

Con ogni evidenza, il centro-sinistra si è posto come architrave dell’attuale sistema socio-politico ed economico. Ciò ha funzionato finché il sistema ha avuto un minimo di capacità produttiva, di ordine e benessere. Quando il sistema, nel 2008, è andato in crisi (benché le ragioni della crisi siano insite nella sua stessa natura), la politica italiana è stata sospesa: abbiamo avuto governi tecnici sorretti in Parlamento quasi da tutta l’Assemblea. In seguito, abbiamo avuto un centrosinistra – la fase renziana – che ha promosso una serie di riforme funzionali a un assetto tutt’altro che ‘di sinistra’.

Ossia?

Allo scopo di rendere il sistema sociale ed economico più funzionante, conservandone tutte le contraddizioni interne, alcune riforme sono state fatte (il ‘Jobs Act’, la ‘Buona Scuola’); altre sono fallite: la Costituzione. Di fatto, il centro-sinistra non ha saputo – questo è il punto – individuare e, men che mai, correggere le contraddizioni del sistema, che produce più disagio che benessere, più povertà che ricchezza. Inoltre, quando produce ricchezza, non la distribuisce equamente. Il sistema genera disuguaglianza crescente e priva i cittadini, soprattutto i giovani, di un ragionevole futuro.

Tutto questo non è stato approfondito e compreso dal centro-sinistra?

Non lo ha capito o non l’ha voluto capire. Alla prima occasione, non appena i cittadini hanno avuto l’opportunità di esprimersi con il voto, la loro scelta è andata contro l’architrave politico del sistema, cioè il PD, e contro il suo contraltare di destra, cioè il partito di Berlusconi. La sinistra – è ora di porre termine a questa confusione – non è il centro-sinistra.

Come può essere definita?

Come una forza di critica e di cambiamento, in senso democratico e progressista. Per ‘critica’ intendo una forza culturalmente dotata, capace di analizzare la società cogliendone il lato conflittuale, in vista o di un rovesciamento degli attuali rapporti di forza o, in ogni caso, di riforme strutturali dirette a imbrigliare la potenza del capitale, non a lasciarla correre indisturbata.

In Italia, una sinistra di questo tipo, di fatto, non c’è. Non c’è un Corbyn, per intenderci. La ragione principale è che, al di là del PD che non è di sinistra, la sinistra è poca cosa: culturalmente irrilevante e divisa al proprio interno – come dimostrano le tragicomiche vicende di LEU.

In ogni caso, tanto quando è architrave del sistema, tanto quando ne vuole essere critica, ovvero sia quando è centro-sinistra sia quando è sinistra, le forze di cui parliamo hanno assorbito fattori, elementi, suggestioni e punti di vista del sistema, in misura tale da non essere capaci di farlo funzionare, né di contrastarlo seriamente.

In che cosa si è tradotto, per la sinistra, questo processo di assorbimento?

Pensiamo soltanto che la sinistra ‘alternativa’ è, praticamente, tutta mondialista: su questo punto, che è decisivo, è perfettamente in sintonia con il neoliberismo. Detto altrimenti, la sinistra non ha alcuna consapevolezza dell’esigenza maturata dentro la società italiana – ma non solo qui – di difesa, di tutela rispetto ai fattori più perturbanti del nostro tempo: mercati e migrazioni. Volendo offrire a questo dato uno spessore storico, penso al Karl Polanyi di La grande trasformazione (1944): l’analisi della nascita dei fascismi come domanda delle società di essere tutelate rispetto a una precedente fase di liberismo estremo. In un dato momento, al predominio della funzione privata – che, tra l’altro, ha provocato gravissimi scompensi – le società oppongono la richiesta di un predominio della funzione pubblica, cioè dello Stato.

Naturalmente, con questo non intendo affermare che il fascismo sia stato veramente una tutela dalle dinamiche del capitalismo: ne è stata piuttosto una variante. Né intendo affermare che l’attuale fase politica sia analoga alla nascita dei fascismi europei. Le forze politiche che, avendola intercettata, stanno approfittando di questa fase, sono forze di destra, ma non sono fasciste, non avendo del fascismo alcuni assunti: la violenza politica come metodo, la guerra come finalità. Soprattutto, non hanno del fascismo il culto dello ‘Stato potente’.

Però ci sono elementi di violenza molto forti.

Sì, ma non sono elementi di violenza ‘sistematica’: la coincidenza tra politica e violenza, oggi, non è accettata da nessuno. Banalmente detto, chi afferma oggi che l’omicidio politico non sia un omicidio, ma una misura opportuna? Né la guerra è vista come finalità della politica, come invece era per il fascismo.

Una parte di questa violenza, però, è confluita nelle politiche securitarie alle quali si assistiamo in diverse realtà nazionali, compresa la nostra.

Appunto: mentre la fase fascista aveva sia una componente securitaria sia una componente di aggressività tanto interna quanto esterna, oggi invece prevale di gran lunga la semplice richiesta securitaria e solo in parte identitaria. Le società europee stanno chiedendo un ‘alt’ alle dinamiche economiche (che coniugano liberismo e austerità) imposte da Bruxelles e all’immigrazione. Queste sono le due grandi richieste, che però non vanno oltre: non sono prodromiche allo sviluppo di una ‘volontà di potenza’, anzi sono richieste molto piccolo-borghesi che non presentano niente di eroico e aggressivo.

Gli episodi di violenza contro i migranti non generano consenso. Nella peculiarità del caso italiano, ha invece prodotto dissenso, in un’opinione pubblica già esasperata dalla crisi, la palese incapacità dei Governi della XVII legislatura a gestire il flusso migratorio. La rabbia nei confronti dei migranti rappresenta un elemento accessorio rispetto alla gravissima crisi socio-economica che ha colto il Paese e dalla quale l’Italia non si è ripresa, a differenza di altri Stati europei – al di là del fatto che il modello economico contenuto nell’euro è un modello deflattivo, che non consente grandi sviluppi dell’economia.

Questa esigenza passiva di difesa nasce dai ceti più deboli della società, quelli che patiscono di più le logiche dell’euro. La crisi di quelle logiche non è stata ravvisata; oppure, se lo è stato, è stata derisa e negata dal centro-sinistra, ma anche dalla sinistra. Il primo fa parte dell’establishment e ha introiettato un unico ordine (politico, economico e sociale) possibile: quello vigente, che, secondo il principio thatcheriano del TINA (there is no alternative), dovrà risultare buono e giusto per chiunque.

La sinistra in senso proprio, in ogni caso numericamente priva di peso, non ha colto diverse caratteristiche della crisi.

Un esempio di questa miopia?

La sinistra chiede ancora più Europa, senza porsi il problema di ‘quale’ Europa si prospetti: aumentare il peso dell’Europa nel suo attuale assetto istituzionale ed economico porta palesemente ad aggravare la crisi, non a risolverla. Il chiedere, poi, un’apertura incondizionata dell’Italia ai diversi flussi migratori le aliena la stragrande maggioranza dei consensi degli italiani.

Il centro del consenso – lo dimostra la campagna di Salvini, a costo zero – sembra dipendere dalla questione migratoria, che diventa centrale o quantomeno equiparata a quella economica.

Abbiamo una richiesta di protezione su due fronti (economico e migratorio), che identificano fenomeni entrambi strutturali. La sinistra non riesce a mettere ordine in questo mare di problemi, mentre la destra li vede, perché più spregiudicata, più superficiale e più abile, offrendo protezione: tanto sul versante economico (ricordiamo la polemica anti-euro che c’era nella proposta della Lega), quanto su quello delle migrazioni. E gli italiani ci credono.

In tutto questo, dove si colloca il Movimento 5 Stelle?

I 5 Stelle sono un fenomeno che, prima o poi, da qualche parte deve ‘cadere’. Più facilmente – o, diciamo, ‘maggioritariamente’ – cade a destra, benché all’interno del Movimento molti voti e alcune intuizioni (che non vanno al di là delle intuizioni, cioè non diventano sistema di pensiero), un tempo, stessero a sinistra.

È molto probabile che l’offerta di protezione della destra contro il capitalismo e contro i flussi migratori sia, entro certi limiti, efficace nel secondo caso ma, al tempo stesso, che non riesca (o non voglia) fornire adeguata protezione rispetto alle logiche più dure del capitalismo. Non a caso, sotto il profilo economico, la vera richiesta della destra ha a che fare con le pensioni e non, ad esempio, con l’Articolo 18. Se si vuole proteggere la società dalle logiche del capitalismo, si deve rafforzare il potere dei lavoratori: il loro status giuridico, la loro capacità economica, il loro peso nelle lotte sindacali, puntando su un’economia fondata sulla domanda interna e non sull’esportazione. Tutte cose che la Lega non si sogna nemmeno lontanamente di fare. Mentre, probabilmente, è nelle corde della Lega aiutare il proprio elettorato ad andare in pensione presto, cosa che non è di per sé sconvolgente sotto il profilo politico – può esserlo, se mai, sotto quello dei conti.

Esiste il ‘nazionalismo’ leghista?

Una vera politica nazionalistica non costituisce un tratto distintivo della Lega, perché per fare nazionalismo ci vuole cultura: non basta dire che il presepe è più bello dell’albero di Natale, né che gli italiani sono cristiani anziché islamici. Per fare del nazionalismo bisogna essere in linea con la tradizione nazionale, cioè conoscere Dante, la storia italiana, la storia dell’arte… Ed esaltarla, il che – dico io – è in sé negativo, mentre conoscerla sarebbe un bene per tutti.

Sappiamo che, a destra, questa conoscenza non c’è; ma non c’è nemmeno a sinistra. Comunque sia, dissento fermamente da chi afferma che siamo di fronte a un’impennata del nazionalismo. Quale nazionalismo? Quando l’Europa era in preda ai nazionalismi – quelli che determinarono la Prima guerra mondiale – gli intellettuali erano almeno capaci di interpretare la cultura nazionale. Oggi chi lo fa? Siamo davanti a un’impennata di paura, molto più banalmente.

Si può spiegare questa paura con un’unica, grande causa?

La causa prima è l’insicurezza economica: in sostanza, l’individuo ha perduto il controllo sulla propria vita. Questo è il tema di fondo. Ti passa tutto sopra la testa a opera di poteri che non si riescono non solo a porre sotto controllo, ma nemmeno a individuare.

La democrazia è, in primis, retta dall’idea che la politica si trovi sotto il nostro controllo, ovvero che capiamo quello che succede perché siamo noi a farlo. In secondo luogo, la politica democratica è, almeno, trasparenza: anche se il potere è gestito dagli altri, dalle élites, siamo noi a legittimarle e a chiedere conto. L’impotenza davanti a forze non individuabili (che cosa sono i ‘mercati’? Chi sono i ‘migranti’? Da dove arrivano?) e la conseguente percezione di vivere in un contesto fuori controllo generano quel sentimento primordiale che è la paura.

La sinistra e il centro-sinistra hanno fatto di tutto: non per eliminare le cause della paura, ma per dire agli italiani che sono degli stupidi, dei selvaggi e dei barbari, se hanno paura: mi sembra assolutamente folle, anche sotto il semplice profilo del buon esito della propria proposta politica.

Cosa è mancato a quelle proposte?

Bisogna ascoltare le ragioni di chi ha paura, capire che cosa teme allo scopo di eliminarlo, non di opporvi prediche e buoni sentimenti. Parliamo di paure altamente giustificate, soprattutto quelle inerenti alla nostra condizione socio-economica. In una situazione di paura, i cittadini non si sono certo rivolti a Bruxelles per farsi difendere, né all’ONU. Si sono rivolti all’unica realtà istituzionale che conoscono, per la quale votano e che identifica la loro soggettività giuridica pubblica: lo Stato. Da qui nasce l’accusa di ‘sovranismo’: un’accusa sbagliata e concettualmente fallace, perché l’idea che esiste la sovranità popolare (ossia: sono i cittadini che comandano, non i mercati) è contenuta nella Costituzione e quindi non è un ‘ismo’, una tendenza di parte, ma è patrimonio di tutti.

Questi sono discorsi che stanno benissimo a sinistra. Tuttavia, per motivi di compromissione con il potere (il caso del centro-sinistra) o di incapacità culturale (la sinistra), essi non sono stati rilevati. Sono stati, invece, raccolti entusiasticamente dalla destra che vi ha fatto rientrare le sue scarse vedute e i suoi pregiudizi. Per cui la sinistra deve piangere se stessa per quanto sta succedendo in Italia: se Salvini vince le elezioni, non è colpa sua, ma di chi lo lascia vincere, dicendo ai cittadini che sono dei deficienti o dei barbari.

Secondo Lei la sinistra è in grado di rifondare un proprio discorso? Ci sono esempi storici che potrebbe recuperare?

L’Italia uscì dal fascismo attraverso una guerra, scatenata e persa dal fascismo, dentro la quale si è inserita la Resistenza. Poiché nessuno evidentemente auspica tragedie, occorrerà molta pazienza. Tranne che i rappresentanti dell’attuale Governo non commettano errori così gravi da alienarsi il proprio elettorato (quello che sperano in tanti), bisogna ricominciare da capo.

In che modo?

Smettendola di pensare che la sinistra debba avere più amici tra gli imprenditori che non tra i sindacalisti. Facendola finita con l’idea che centro-sinistra e sinistra siano la stessa cosa, e che non ci siano differenze di interessi all’interno della società, perché queste differenze ci sono. È giusto dire a una persona: ‘Non sei titolare di alcuna tutela perché il capitalismo vuole flessibilità’?

La sinistra non è nata per favorire il capitale e le sue ragioni, ma per analizzare la società da un punto di vista specifico, quello del lavoro e per organizzarne gli interessi e i valori. Concettualmente è facilissimo dire a qualcuno: ‘Faremo una legge perché tu possa essere licenziato, perché il capitalismo di oggi funziona così; ma non ti preoccupare, perché il capitalismo funziona tanto bene che, se ti licenzia un’impresa, il giorno dopo un’altra sarà pronta ad assumerti’. Affermare questo è facile, ma criminale: il capitalismo odierno funziona distruggendo il lavoro, non creandolo, perché non ne ha bisogno. E infatti, in ultima analisi, un’ipotesi come il reddito di cittadinanza va nella logica dell’attuale forma di capitalismo, che preferisce dare sussidi piuttosto che creare lavoro (se invece insieme al reddito di cittadinanza verrà creato vero lavoro, tanto meglio: staremo a vedere).

Non dico, allora, di fare la Rivoluzione di ottobre: l’obiettivo è riequilibrare, con un nuovo compromesso, le ragioni del capitale e quelle del lavoro. Niente di sconvolgente, ma certamente un cambio di paradigma. Più beni comuni, più potere al lavoro, più domanda interna, più mano pubblica nell’economia, più investimenti. Per cominciare, si dovranno organizzare gli interessi che si contrappongono naturalmente al capitale, senza inventarseli.

Come farlo, concretamente?

Iniziando a tornare sui luoghi di lavoro. Anziché alle assemblee di Confindustria, si deve andare alle assemblee sindacali.

Un metodo che fa appello a una ritrovata condizione di prossimità?

Assolutamente sì. Prima occorre l’analisi critica, quindi anche distanza: studiare i libri e le ricerche empiriche, a livello intellettuale. A livello di azione politica, poi, è questione di prossimità… Senza, però, entrare nella logica della politica fatta per via telematica, che è perdente. La politica funziona quando le persone si parlano: tutti ne abbiamo bisogno. Ma per parlarsi è necessaria la fiducia verso coloro che si propongono come politici. Temo che la sinistra, intesa anche come persone, oggi abbia perso la fiducia degli italiani.

Potrebbe citare, in proposito, un esempio recente di questo distanziamento?

Nel caso emblematico del crollo del ponte Morandi a Genova, penso che una sinistra (un centro-sinistra, in realtà) che continua orgogliosamente a rivendicare le privatizzazioni manchi di intelligenza politica. Le logiche del neo-liberismo sono state assorbite a tal punto dagli esponenti di questa sinistra, che paiono credere davvero che il privato perseguendo i propri interessi realizzi, attraverso la concorrenza, l’interesse collettivo. Quando cade un ponte costruito con denaro pubblico e dato in gestione a un privato (con i guadagni che ne derivano), la prima cosa da pensare non sarà: ‘Abbiamo fatto bene a fare le privatizzazioni’, bensì: ‘Forse c’è qualcosa di sbagliato nell’affidare un bene pubblico in mano ai privati’.

Dagli anni ’80, i pregiudizi filo-capitalistici hanno sostituito i dogmatismi marxisti. In tempi non così lontani, certe persone giuravano sulle parole di Karl Marx, che forse non avevano nemmeno letto…

Cosa ha significato, per la società italiana, il voto politico del 4 marzo 2018?

Il neoliberismo, assunto dal centro-sinistra a panacea di ogni male, spiana le società, disgregandole. Al momento di andare a votare, queste società si ribellano: si potrà gridare al cielo che sono ‘barbari’, ma intanto gli elettori hanno votato. Se solo penso che le fasce più avanzate del PD hanno come motto ‘discontinuità senza abiure’, e che sono convinte di prendere voti su questa base… In realtà l’unica loro speranza è che l’attuale Governo sia distrutto da qualche cosa: dallo spread, dalla magistratura, da una catastrofe. Certamente l’azione politica delle forze di opposizione non sarà capace di distruggerlo, per quanto Salvini e Di Maio non siano due Napoleoni della politica.

Bisogna tornare a essere, lo ripeto, keynesiani, pensando a un forte impegno della mano pubblica: un impegno di proprietà, di direzione e di controllo. Il capitalismo, da solo, è deleterio: non a caso, l’Italia del dopoguerra si è ripresa con un’economia mista, non solo capitalistica.

Il quadro attuale non fa troppo ben sperare su cambi di marcia in grado di ridefinire le scelte politiche e il voto alle prossime elezioni europee?

Non lo so perché, da qui ad allora, chi governa fa ancora in tempo a commettere errori fatali. Un passaggio fondamentale sarà capire che cosa succede davvero una volta varato il DEF, quando la manovra economica prenderà corpo. Anche qui è davvero penoso vedere che l’opposizione consiste nell’applaudire lo spread, o nel rimanere delusi quando questo non esplode, come invece gli economisti mainstream avevano profetizzato.

Il Governo si sta giocando tutto sul ‘Decreto sicurezza’ e sulla manovra economica. Se non ci sono fatti rovinosi e se il centro-sinistra non tira fuori qualcosa di meglio degli attuali candidati e programmi, faccio una facile profezia: al momento, se in tutto il Paese la Lega è data al 32%, nel Norditalia lo è al 48%. Questo significa che buona parte degli italiani è ‘barbara’, oppure che tutte le ragioni siano state lasciate alla destra, e che la cecità più assoluta ha colpito la sinistra.

L’unica risorsa che mi appare plausibile è una candidatura di Marco Minniti nel PD, con silenzio totale e definitivo di ogni altro personaggio, a partire da Renzi. Il PD ‘diventa’ il partito di Minniti, che fa sostanzialmente concorrenza a Salvini, senza esagerare: come mostra l’esito delle elezioni in Baviera, quando un partito di centro si mette a fare concorrenza agli estremisti perde un pezzo del proprio elettorato.

Una candidatura di Minniti in questi termini comporterebbe un cambio di sistema?

Non cambia il sistema, ma lo rafforza e lo razionalizza, soddisfacendo a uno dei due problemi sul tappeto. L’altro, quello economico, non è alla sua portata. Naturalmente, con la clausola del silenzio assoluto sulla ‘Buona Scuola’ o sul ‘Jobs Act’, e con il recupero di qualche parola di sinistra, come ‘sfruttamento’ o ‘sicurezza’.

In quali forme sarebbe declinata la sicurezza?

Sicurezza rispetto alle vicende economiche (accezione che non sarà usata) e rispetto al dilagare della criminalità – quella spicciola, che spaventa quotidianamente, e quella importante, che è poco all’attenzione di Salvini (a partire dalla lotta alla mafia). Si può tentare di spiazzare Salvini su terreni di quel genere. Se, al tempo stesso, le cose vanno molto male per il governo giallo-verde, allora, lo ripeto, uno spazio c’è. Altrimenti vedo nel PD un partito che sta fra il 15% e il 20%, e gli altri che alle europee crescono ancora. Se mai, si può immaginare che M5S e Lega entrino in rotta di collisione, ma tale è la loro voglia di governare che, anche se in linea teorica rappresentano mondi e – forse – interessi diversi, si sforzeranno di restare insieme il più a lungo possibile. I 5 Stelle sono famelici di potere; sono come un bambino in un negozio di dolciumi: non lo tiri più fuori. I 5 stelle dovranno arrivare al divorzio politico da Salvini, ma è probabile che aspettino il più a lungo possibile. E poi dovranno decidere che cosa fare da grandi. E non sarà facile.

 

L’intervista è stata pubblicata in «L’Indro» il 16 ottobre 2018

Sovranità e sovranismo

Intervista con Nicola Mirenzi

«Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista, dai più accesi mondialisti». Storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, interprete del pensiero moderno e contemporaneo, il professor Carlo Galli sostiene che, dopo il crollo del muro di Berlino, l’adesione entusiastica alla globalizzazione dei partiti ex comunisti, socialisti e laburisti europei li abbia “impiccati” a un modello che si è “sfasciato”, facendogli perdere il senso dell’orientamento: «La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato un fascista. Storicamente, però, la sinistra ha, nei fatti, avversato il trasferimento del potere fuori dai confini dello Stato: basti pensare alla critica che i comunisti italiani opposero alla Nato e, per molti anni, al Mercato comune europeo».

Secondo Galli, la notizia della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra è fortemente esagerata, e sabato, a Lecce, terrà una lectio magistralis – che anticipa ad HuffPost – per dimostrarlo: «Il diavolo per prima cosa nega che il diavolo esista. Così accade per la differenza tra destra e sinistra: la destra nega che esistano la destra e la sinistra. E la sinistra cade in questo tranello. Ci sarà sempre una differenza di potere tra chi controlla il capitale e chi dal capitale è controllato. Tra chi produce valore lavorando e chi di quel valore si appropria. Per questo la distinzione tra destra e sinistra non scomparirà mai, all’interno di questo paradigma economico e politico».

La contrapposizione tra popolo ed élite è falsa?

È vera, e si aggiunge alla tradizionale frattura tra destra e sinistra, attraversando entrambi i fronti. Ci sono movimenti cosiddetti populisti che, infatti, sono più di destra; e altri che sono più di sinistra.

Perché la sinistra è più in difficoltà allora?

Perché la sua pigrizia mentale le fa considerare la richiesta di protezione – che c’è nella società – come un istinto razzistico, o xenofobo.

Non ci sono queste pulsioni?

No, ci sono anche queste pulsioni nella società: ma è scellerato dare questo nome alle legittime richieste di sicurezza sociale che vengono da quelle persone le cui vite sono state sempre più esposte all’incertezza dalla crisi che è insita nel paradigma economico dominante.

Perché la sinistra non intercetta più queste domande?

Perché, soprattutto la sinistra italiana, ha smesso di analizzare la realtà: preferisce nascondersi dietro il vecchissimo copione dell’antifascismo moralistico e considerare più della metà dei cittadini italiani barbari che stanno assaltando le fondamenta della civiltà. Ma quello che sta accadendo – l’abbiamo visto alle elezioni del 4 marzo – non è una sventura inviataci dal cielo: è il prodotto di fenomeni che si sono verificati dentro la nostra società.

La destra è più capace di comprendere la realtà?

No, ma non ne ha bisogno, perché le basta essere spregiudicata. La destra politica riconosce e dà un nome alle inquietudini del nostro tempo, ma in realtà fornisce dei capri espiatori. Oggi sono gli immigrati, i complotti della finanza internazionale, il politicamente corretto. E se a volte la destra politica si spinge ad accusare il capitalismo finanziario, non giunge mai a una critica del capitalismo in quanto tale.

Perché il capitalismo dovrebbe essere considerato un nemico?

Il capitalismo, lasciato a se stesso, tende a distruggere la società. Compito della politica è costringerlo ad adattarsi alle esigenze della democrazia, regolandolo, mettendo dei limiti, tutelando gli interessi dei cittadini, lasciando che il conflitto sociale si manifesti.

A volte, però, gli Stati hanno meno forza delle multinazionali.

Ma spesso nemmeno provano a scontrarsi con questi colossi. Cedono preventivamente. Anche se non è detto che siano sempre destinati a perdere il duello.

Un’Europa più sovrana avrebbe più potere negoziale?

In teoria, sì.

E in pratica?

In pratica, nessuno Stato europeo ha veramente in agenda la costruzione di una sovranità europea. Anche perché la costruzione della sovranità è uno dei processi più distruttivi della storia umana. Le sovranità degli Stati si sono formate nel sangue della guerra civile o nel furore delle rivoluzioni. Mai una sovranità è nata perché qualcuno intorno a un tavolo ha trasferito pacificamente a un soggetto terzo il diritto di tassare, di formare un esercito, di detenere il monopolio della violenza, di individuare gli interessi strategici di una comunità.

Senza sangue l’Europa politica non nascerà mai?

È molto difficile che la formazione di una sovranità europea possa accadere senza conflitto; anzi, se si guarda alle carneficine che sono avvenute nella storia, è difficile augurarsi che ciò accada.

Eppure, il parlamento europeo ha condannato uno dei suoi membri, l’Ungheria di Viktor Orbán.

Orbán è un leader detestabile, degno erede della lunga tradizione autoritaria ungherese. Tuttavia, la condanna europea è controproducente, e perciò sbagliata. Ogni volta che un’entità sovranazionale ha giudicato e punito uno Stato – pensi alle sanzioni inferte dalla Società delle nazioni al regime fascista – non ha ottenuto altro risultato che compattare la nazione intorno al proprio capo. Anche nel caso del giudizio espresso dall’Onu sull’Italia («è un Paese razzista»), si deve evitare di cadere nel ridicolo.

Qualcuno l’ha mai accusata di essere un populista?

No, anzi sono stato spesso tacciato di élitismo. Ma le élites devono capire e guidare la società, non condannarla.

Nella scorsa legislatura è stato eletto con il Pd.

Ne sono uscito dopo due anni e mezzo per entrare prima nel gruppo di Sinistra italiana, poi di Articolo 1, dal momento che nel partito democratico è rimasto assai poco della tradizione di sinistra.

Lei, invece, che cosa conserva?

Il metodo di analisi della realtà che viene da Gramsci, benché in modo non dogmatico e arricchendolo di altri apporti.

In che cosa consiste?

Nel comprendere i fenomeni politici e sociali e le loro contraddizioni senza dare giudizi morali, poiché la politica non si fa con i padrenostri.

L’intervista è stata pubblicata in «Huffingtonpost.it» il 13 settembre 2018

 

 

 

 

 

 

Sogni e realtà

 

Se il Pd è un partito di sinistra, e se la sua rinascita è indispensabile alla rinascita di questa, allora c’è poco da stare allegri: il suo orizzonte è infatti diviso fra chi non ammette alcun errore e incolpa i cittadini di avere sbagliato a votare, chi vuole cambiare nome come se non si dovesse anche cambiare politica, e chi, come Veltroni, non trova nulla di meglio che identificare la sinistra con il «sogno» e la «speranza».

Nel momento di più cupo smarrimento e di più evidente mancanza di strategia, si propone quindi come soluzione della crisi lo stile politico che l’ha generata: uno stile sovrastrutturale, centrato sulla comunicazione e sull’illusione mediatica – al più, corretto dall’ammissione che il Pd non ha saputo stare «vicino a chi soffre», detto con un linguaggio che ricorda più la beneficenza che la politica –; uno stile lontano da ciò che è veramente la sinistra: teoria e prassi, analisi e lotte, materialismo e realismo, disegno di una società futura che parte dall’assunto che la struttura economica, e la cultura che la esprime, è conflittuale e non neutrale, e che quindi la liberal-democrazia non è una universale panacea formalistica che realizza l’accordo di tutti i cittadini ma il risultato, in equilibrio dinamico e precario, di tensioni e di contraddizioni che non si possono togliere né superare in «narrazioni» e in «visioni».

Come lascia assai poco a sperare la decisione – che accomuna il Pd a molta opinione “progressista” – di cercare la via d’uscita dalla impasse politica nella sempre più acuta polemica “antifascista” contro il governo; una mossa che esprime una lettura “azionista” cioè moralistica – o, se si vuole, “liberal” – della politica, a cui la sinistra dovrebbe preferire la analisi storica ed economica sullo stile di Gramsci. Non lo sdegno ma la comprensione dei processi è il solo inizio possibile se la sinistra vuole avere qualche chance di non scomparire.

In realtà, quindi, il sogno e l’antifascismo, che sembrano l’uno opposto all’altro, sono le due facce di una medesima mancanza di analisi radicale, di un pensiero pigro, stereotipato, privo di spessore storico, che impedisce al Pd di comprendere se stesso, il proprio ruolo, i propri errori (non quelli occasionali ma quelli strategici), un pensiero che procede per slogan e che non afferra la realtà; e che si espone al rischio o della inefficacia o di innescare una reale dinamica amico/nemico – a ciò infatti si giunge se si prende l’antifascismo sul serio –. Infine, questa politica infondata, inerte e al contempo pericolosa, è tatticamente un errore: non pare infatti utile a (ri)trovare voti e consenso l’attitudine a definire «fascisti», «barbari» e «nemici» i cittadini che hanno votato per i partiti di governo. Criminalizzare la maggioranza degli italiani non è una buona politica: è vittimismo arrogante e subalterno, che unisce la pretesa di superiorità morale alla implicita denuncia della impotenza della sinistra.

Soprattutto, una sinistra liberal che mette insieme il capitalismo più spregiudicato e le sue vittime, i licenziati e i licenziatori, che si prefigge uno schieramento «da Macron a Tsipras», non vede le proprie interne contraddizioni e le rigetta sul “nemico” fascista: il cleavage fascismo/antifascismo serve a occultare la vera natura del Pd, ovvero che questo è il partito dell’establishment, e che quindi è stato travolto dalla crisi di questo, e non solo è incapace di mettere in campo un’alternativa di pensiero e di azione, ma anche di rendersi conto della propria situazione storica reale.

Che è di essere un partito che difende il neoliberismo e l’ordoliberalismo quando questi sono in crisi – o meglio, quando producono crisi sempre più acute –; che resta attaccato alla Ue quando questa è ormai solo il cozzo delle sovranità e il teatro dell’egemonia tedesca attraverso l’euro; che scommette sulla liberaldemocrazia dopo avere contribuito a svuotarne il senso materiale – lo Stato sociale, l’allargamento del ceto medio, la ragionevole gestione delle disuguaglianze sociali, la sicurezza (a tutto tondo, cioè come garanzia della pienezza delle aspettative di vita) per la grande maggioranza dei cittadini –; che non sa vedere il cambiamento politico e culturale che stiamo vivendo. L’Occidente privo della presenza dell’America; l’Europa priva di progetti che non siano gli utili degli Stati (delle élites economiche e politiche che vi si sono insediate) e i sacrifici per i popoli; la globalizzazione “povera”, ovvero la sovranazionalità dell’economia e al contempo l’assenza, il fallimento, della società aperta; il liberalismo nutrito di privatizzazioni oligarchiche, divenuto liberismo senza persone e senza popolo, che per di più si meraviglia se il popolo lo abbandona in cerca di protezione – probabilmente illusoria – presso i “populisti”.

No. Proprio non si possono definire “barbari” quelli che non credono più alla civiltà “atlantica” del dopoguerra; questa non è crollata per l’irruzione dei popoli delle steppe, ma sta morendo di propria mano, per le proprie contraddizioni. Le cure tecnocratiche e rigoriste, dopo l’euforia della new economy, hanno ferito le società, rescisso il legame sociale, le appartenenze collettive (non diciamo la coscienza di classe), e consegnato i singoli alla rabbia e al rancore, alla paura e al confinamento entro i recinti egoistici della famiglia.

Chi non voglia inseguire ipotesi qualunquistiche e autoritarie – che sono più il sintomo che non la cura di questi mali – dovrà almeno riconoscere la verità; dovrà sapere da dove iniziare un nuovo corso culturale e politico; e non potrà fare opposizione con sermoni e prediche, con manifestazioni di piazza; chi come alternativa alla destra sa offrire solo l’elogio del vecchio mondo, o l’anatema delle nuove realtà che emergono, per quanto spiacevoli, pensando di esorcizzarle con qualche sdegnata narrazione, ignora che il grande passaggio storico in cui ci troviamo prenderà forma – dopo una fase di disorientamento, di comprensibile affannosa ricerca di protezione, dopo una lunga e ibrida transizione – grazie al combinarsi (come sempre è avvenuto) di idee e di interessi concreti: e che compito della sinistra è individuare gli interessi progressivi – cioè rivolti all’emancipazione dal bisogno dalla sofferenza dall’insicurezza –, e dare loro forza e idee. Soprattutto, l’idea che l’economia crea problemi che non sa risolvere, la cui soluzione sta nella politica “sovrana”. Ovvero nella politica capace di esprimere un comando legittimo davanti a cui anche la potenza dell’economia debba fermarsi. Gli Stati – e anche l’Europa sovrana, se mai ci sarà – non si governano con i padrenostri.

Finché la sinistra saprà opporre a Salvini soltanto i sogni e le speranze, il ribaltamento dei rapporti di forza resterà appunto un sogno – un informe, inconsapevole «sogno di una cosa» –. E Salvini la potrà lasciare sognare, e anzi augurarle «sogni d’oro». Si preoccuperà, invece, se e quando un leader di sinistra nuovo e credibile – portatore non di sogni ma di idee, nutrito di analisi cruda della realtà e non di edificanti narrazioni – saprà sfidarlo per dare all’Italia protezione dallo sfruttamento e non solo dai migranti.

 

 

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