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Ragioni politiche

di Carlo Galli

Mese

dicembre 2015

Pensare contro la filosofia, pensare contro l’umanità. I «Quaderni neri» di Heidegger

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Il primo tomo dei Quaderni neri di Heidegger, relativi agli anni 1931–1938 (Bompiani, pp. 702, euro 28) – tradotto da Alessandra Iadicicco – è un testo tanto difficile quanto appassionante, meritevole di essere letto con pazienza e rigore, avendo riguardo al farsi storico di queste pagine.

I Quaderni raccolgono le prime riflessioni che prenderanno forma in Introduzione alla metafisica e nei Contributi per la filosofia. Siamo davanti a uno Zibaldone filosofico che documenta un solitario pensare in atto, nella direzione del superamento dello stesso esistenzialismo di Essere e tempo (che Heidegger reputa largamente inadeguato, e da superare), dell’idealismo tedesco e di ogni scientismo: in pratica, della filosofia moderna e della sua metafisica (del suo individualismo, del dualismo tra spirito e realtà) e dell’intera tradizione filosofica, che Heidegger non vuole proseguire e che anzi vuole mettere in discussione nei suoi presupposti originari. Alla ricerca del cono d’ombra da cui ha origine la parola filosofica occidentale, che ne è immemore, Heidegger spiazza la tradizione facendo della filsofia un domandare – un porre l’unica domanda sulla verità dell’Essere a partire dall’esser-ci –.

L’Essere, che nella metafisica è il Logos o la Causa vera è un salto, uno strappo, una frattura, una fenditura, una discontinuità, una casualità: la Verità non si ha, si domanda; e il domandare non è conoscere un concetto ma essere esposti «all’assalto dell’Essere», alla rocciosa emergenza di un inizio che non si coglie mai, che sempre si ritrae ed eccede, che è più inquietudine che fondamento.

Nei Quaderni neri si coglie la fatica del formarsi di questa filosofia dell’estremo e dell’abisso, la tenacia – la risolutezza – di uno sforzo oltre la filosofia che vuole risalire a prima della filosofia, ai presocratici; lo sforzo al potenziamento dell’esser-ci che altro non è che la semplicità delle cose nel loro statuto preconcettuale, quale trapela da alcuni squarci paesaggistici afforanti qua e là nelle pagine più tormentate. Una semplicità che richiede un’opera di «demolizione» di tutte le difese intellettuali e morali, di tutte le mediazioni simboliche, che l’uomo ha posto fra sé e l’esperienza estrema. La filosofia vera non è, come voleva Hegel, «il tempo appreso in pensieri»; è pensare contro l’epoca, è la critica – non attuale né inattuale né tradizionale ma autentico «secondo inizio» dopo il primo, tradito da Platone, dei presocratici – che si sottrae alla «malaessenza» della civiltà e si interroga sull’Essere.

È lungo questo cammino di solitaria e incivile selvatichezza che Heidegger incontra il nazismo. Lo si vede affiorare nel 1931, ed esplodere nel 1932 e nel 1933, l’anno del rettorato; ed esplicitamente Heidegger lo definisce come «principio barbarico», come la nuova posizione fondamentale nei confronti dell’Essere, che consente di porre la domanda sull’Essere, e di conseguenza di accedere alla negazione dell’intellettualismo e della mediocrità piccolo borghese, come la «risolutezza del rinunciare e del domandare» (anche il Discorso del rettorato è rivendicato come «metodo del domandare»). Nel nazismo l’esser-ci prende dunque il corpo del popolo, e il filosofo solitario si scopre seguace del Führer. Alle sue parole – dirà l’allievo Löwith – non si sa se marciare con le S.A. o dedicarsi allo studio dei presocratici: sono infatti la stessa cosa. La filosofia si fa azione, il secondo inizio è giunto, grazie al «nazionalsocialismo spirituale».

La disillusione di Heidegger è quasi immediata, ed emerge con bruciante chiarezza. Il Discorso è definito il «piccolo intermezzo di un grosso errore», e il nazismo è reinterpretato come un «ismo» fra gli altri, come una «visione del mondo» tra le tante, come una verniciatura sul medesimo mondo mediocre e civilizzato che si voleva abbattere, come «materialismo etico», come marxismo rovesciato, come regno della piccolezza e della bassezza, come «americanismo». Il popolo è ridimensionato a nuova figura del Man, dell’esistenza impersonale inautentica. Nessuna discontinuità, quindi, ma anzi la continuità del mondo piccolo borghese, plebeo, democratico-egualitario, moderno – nel frattempo la filosofa di Heidegger viene criticata come «nichilismo» estraneo al popolo dai filosofi del regime, contro i quali l’autore scatena una violenza polemica sorprendente –.

Nel seguito, i Quaderni ci mostrano Heidegger, ancora più solitario di prima dell’esperienza nazista, teorizzare un «lungo e creativo tacere» e avviarsi verso le riflessioni sulla tecnica e sul nichilismo come verità della metafisica occidentale (in cui il nazismo viene inserito), su Nietzsche «non deturpato dai contemporanei» (cioè denazificato) e sui «venturi», le figure di un’umanità che comprenderà la radicalità della sua filosofia oltre il «segreto della storia che ci lascia solo frammenti».

L’antisemitismo è qui più implicito che esplicito (nei Quaderni successivi si mostrerà più chiaramente), e anzi vi sono alcuni passaggi critici verso autori antisemiti come Wagner e Chamberlain; tuttavia Heidegger non rifiuta la tematica della razza ma lamenta semmai che il nazismo la tratti solo in modo biologistico e quindi non «spirituale». In ogni caso, l’antisemitismo non sembra motivare direttamente le strutture e l’andamento del pensiero di Heidegger – qui anzi atteggiato in forti polemiche contro il cristianesimo cattolico e protestante, e contro i tedeschi –. Ma certo è scioccante che l’essenza antiumana del nazismo non sia vista, che non faccia problema; che, come l’adesione al nazismo non avvenga sulla base dell’antisemitismo, questo tuttavia non appaia subito come ripugnante; e che l’addio al nazismo (ma non al pregiudizio antisemita) sia motivato solo dal fatto che esso è troppo moderno, troppo interno al progresso e alle logiche della tecnica; e che la condanna della modernità sia emessa non a partire dal suo esito criminale ma dal suo preteso esito di diffusa e piatta mediocrità, dall’oblio dell’Essere.

Oggi da varie parti ci si chiede come sia possibile che il pensatore più importante e radicale del XX secolo, capace di aprire nuove strade alla filosofia e, come si vede anche in queste pagine, di criticare la tragedia della vita quotidiana e del pensiero unico, dell’individualismo moderno che produce «piccoli uomini», non abbia visto la tragedia specifica indotta dall’antisemitismo proclamato dal nazismo. E ci si chiede, anche alla luce dei Quaderni neri, se si possa leggere Heidegger o se non lo si debba rifiutare come intrinsecamente depravato.

In realtà, come non si può dire che il nazismo di Heidegger sia un incidente biografico insignificante dal punto di vista teorico, un esempio della banalità del genio, così è sbrigativo sostenere che è una grande scorrettezza politica segno di un grande filosofare; ed è anche fuorviante affermare che l’antisemitismo sia la molla nascosta di tutto il suo pensiero, benché sia stato un turpe pregiudizio che egli si è portato sicuramente dietro per lungo tempo. Il problema è un altro, di livello teorico radicale, e quindi ancora più grave. E sta nel fatto che la filosofia dell’Origine è sostanzialmente autistica, e priva di rapporti col mondo; e di conseguenza è al tempo stesso indifesa davanti ai contenuti specifici e determinati in cui di volta in volta si imbatte; che insomma la suprema attività del filosofare è vera passività occasionalistica; e che Heidegger può essere portatore del pregiudizio razziale e indifferente al suo significato e alle sue vere conseguenze perché nella sua radicalità decostruttiva ha distrutto ogni mediazione e ogni possibilità di giudizio: la modernità è impresa di dominio perché è metafisico oblio dell’Essere, e tanto basta – e quindi gli è impossibile anche la negazione determinata del capitalismo come specifica forma di dominio –.

Insomma, non è la filosofia ad adattarsi al pregiudizio, a venire dopo di esso per giustificarlo, ma è il pregiudizio ad accomodarsi in una filosofia che lo accoglie senza problema: individuata filosoficamente la modernità come indeterminato sradicamento, si lascia libero lo spazio per individuare la figura di questa coscienza infelice: e sarà l’ebraismo internazionale (negli ultimi Quaderni) come qui è il cristianesimo. All’opposto filosofico ma con una qualche analogia argomentativa il giovane Hegel faceva dell’ebraismo l’emblema della mancata conciliazione col mondo moderno, e non (come Heidegger) della perfetta adeguazione a esso, opponendolo al cristianesimo che aveva al contario in sé il principio della conciliazione. Ma mentre la filosofia di Hegel è progressiva, e non è segnata sostanzialmente dall’antisemitismo che ne è solo un tratto contingente, quella di Heidegger è tanto abissalmente indeterminata da non avere in sé la forza né l’intenzione di superare la contingenza che la abita.

La verità è che la lontananza di Heidegger dal mondo lo porta ad aderire alle sue follie, e che la sua ansia di verità è muta davanti alla più radicale non-verità – all’opposto di quanto Adorno scriveva della «verità della non-verità» di Hegel, nel cui pensiero conciliato si esprimeva apertamente la contraddizione del dominio capitalistico, nella postura di Heidegger davanti al nazismo si consuma un limite insuperabile della sua filosofia, una tara nascosta che non porta ad alcuno sviluppo, che richiede di essere compresa con altre categorie interpretative –.

La filosofia di Heidegger che si vuole ultima non è quindi tale, come la decostruzione del razionalismo politico moderno, operata da Carl Schmitt, non può essere assunta per quello che è, pena il suo rovesciarsi in ideologia (anche per Schmitt è errato sostenere che il suo pensiero è mero travestimento dell’antisemitismo – il nesso amico/nemico è una teoria della decisione e del potere costituente, ovvero è l’energia di un aperto conflitto fra pari –; anche per lui si parla di occasionalismo, ovvero di inevitabile e irrimediabile precipitare del suo pensiero estremo nella trappola che la contingenza storica gli ha preparato).

Prigioniero di se stesso, come scrisse Hannah Arendt che lo amò, passivo nella sua attività e gerarchico nella sua libertà, come scrisse Marcuse che dopo il 1933 lo disprezzò pur riconoscendogli di essere stato da lui introdotto alla filosofia, Heidegger è rischioso fino all’aporia e all’assurdo se lasciato a se stesso, se non è letto con la consapevolezza che la filosofia non è certo esercizio da salotto o da talk show ma non è neppure domanda posta nella solitudine più abissale e spettrale; che è un domandare non fatuo ma neppure incomprensibile, che è critica spietata ma non cieca, che è dialogo non solo con i venturi ma anche con i contemporanei. Che vive nella città, anche se per separarsene e per separarla e dividerla.

Presto si colse la necessità di urbanizzare quell’arma mortale che è la filosofia di Heidegger per renderla servibile – non banalmente «utile», ma per metterla in relazione ad altri –; Gadamer, Foucault, Derrida sono esempi, ben differenziati, di questa impresa. Infatti, se la filosofia non è una visione del mondo, non è neppure un addio al mondo della comune umanità; se la parola può darsi oggi solo come frammento, questo non può essere tanto criptico da risultare incomunicante e incomprensibile, e da non comprendere la sofferenza del mondo e da vederla come insuperabile (e anzi da fare del popolo più sofferente la figura della colpa filosofica di tutta l’umanità).

Scrive Heidegger nei Quaderni neri che una della due G del suo cognome significa Güte, «bontà», ma non compassione. Ecco che cosa manca al filosofo della Foresta Nera: la capacità di criticare il mondo com’è perché la critica ci mette alla ricerca di che cosa ci fa soffrire insieme agli altri, e quindi di che cosa ci fa agire insieme agli altri e per gli altri. Il «grande bambino che pone grandi domande», come qui definisce il filosofo, cioè se stesso, volle restare aggrappato a quelle domande e non darsi alcuna risposta, e quindi non seppe crescere come uomo fra gli uomini.

Versione ampliata dell’articolo pubblicato in «il manifesto» l’11 dicembre 2015 con il titolo Il Logos disperso nella Foresta Nera.

Politica e visioni. Risposta a Toni Negri

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Con una foga polemica che a tratti non gli permette una lettura adeguata del mio testo (Molte fini, un nuovo inizio) e che lo porta, ad esempio, a fraintenderne l’apertura  rivolta contro il togliattismo deformato praticato da alcuni, ai nostri giorni, all’interno del Pd , Toni Negri mi accusa di lamentoso e indignato intellettualismo, di democraticismo, sinistrismo, politicismo, istituzionalismo, pedagogismo, goffaggine retorica e politica, cecità davanti alle dinamiche della storia e del capitalismo, e di rischiare di scivolare verso un nazionalismo “rosso-bruno”. E mi invita a studiare meglio le vicende del Pci a partire dagli anni Settanta, e a praticare la lettura di Deleuze.

C’è da chiedersi il motivo di tanto accanimento verso un documento che, affetto da queste irrimediabili carenze, dovrebbe essere abbandonato alla critica roditrice dei topi, e non mobilitare contro di sé le armi della critica, come se fosse l’epitome della metafisica moderna. Anche perché non esprime la posizione ufficiale di alcuna forza politica, né di alcun gruppo parlamentare, ma è solamente opera mia, di cui io solo porto la responsabilità.

Per tentare una risposta all’interrogativo c’è da notare in primo luogo − a livello politico immediato  una convergenza fra quanto di SI ha detto Matteo Renzi (cioè che si tratta di “delirio onirico”) e quanto sostiene Negri. A dimostrazione del fatto che contro un progetto di sinistra si mobilitano all’unisono tanto i poteri costituiti quanto le opposizioni più radicali.

Sotto il profilo filosofico, poi, c’è qui un conflitto fra due differenti orizzonti analitici: Negri in sostanza non ammette che alcuna categoria della teoria e della pratica politica moderna − soggetto, classe operaia, produzione di merce, emancipazione, progresso, riforma, partito, istituzioni, parlamentarismo  possa sopravvivere alla mobilitazione neoliberista, che le avrebbe azzerate (rottamate). Un’adeguata comprensione dell’oggi sarebbe possibile solo attraverso l’analisi di Deleuze, oltre che dello stesso Toni Negri, i quali ci informano che le società disciplinari (in cui erano appaesati lo Stato, il partito, il sindacato, la fabbrica fordista) sono ormai tramontate, che la forza lavoro è oggi qualificata non più dal tempo di vita speso nella valorizzazione ma nell’intelligenza e nella capacità di relazione, che il dominio è oggi caratterizzato da “modulazioni estensive di controllo su corpi biopolitici”, che il potere è oggi tanto massificante quanto individuante; che insomma si deve abbandonare l’idea moderna che esista un rapporto di mediazione razionale fra soggetto e oggetto, fra teoria e prassi, fra contingenza e finalità, che le istituzioni possano avere efficacia (idea che confesso di coltivare), e anche l’idea (a cui mai ho acceduto) che la politica consista nel perseguire quel “punto sublime” della storia in cui il Due si fa Uno, in cui ogni conflitto si assesta placato, e la rivoluzione dischiude le porte del mondo nuovo. Insomma, si tratta dell’alternativa fra la forma razionalistico-umanistica e il rizoma, fra i dispositivi di mediazione della modernità e la potenza dell’immediatezza che si dischiude nella contemporaneità, fra l’architettura istituzionale e la società liquida o il magma, fra cieco realismo e visione.

Sono le tesi avanzate da Negri, soprattutto da Impero in avanti, e ora riproposte con la presunzione che dai libri di successo derivi una politica di successo, che l’analisi teorica oltranzista individui necessariamente anche le forze e i movimenti dell’antagonismo sociale; che l’immanenza sia al tempo stesso la nuova dimensione non solo del capitalismo e dell’antagonismo moltitudinario ma anche la chiave della trasformazione reale del presente stato di cose (il che è falso, tranne che non si facciano passare per moltitudini, cioè si suppone per il proletariato mondiale, alcune ristrette minoranze dei centri sociali).

Questo euforico immanentismo, opposto da Negri alla tristezza e alla malinconia dell’intellettuale di sinistra che, schifato del mondo, gli vuole impartire lezioni di buone maniere democratiche (ancora assonanze con le tesi renziane sulla sinistra nemica della felicità, e sui professoroni “gufi”), conosce però due contraddizioni: lo Stato dà una parte è la presunta espressione di una trascendenza obsoleta e disfunzionale allo stesso capitale, ma d’altra parte è temuto da Negri come innalzatore di muri e rafforzatore di confini nello spazio europeo; in quest’ultimo, poi, si dovrebbe attuare, secondo lui, una verticalizzazione che dovrebbe dare una qualche coerenza (se non proprio una guida) ai movimenti. Immanenza verticale? Spontaneità guidata? Ritorno dell’auctoritas o della potestas indirecta? Aporie non piccole, in cui si incorre per non accedere alla nozione di forma, di rappresentanza, di costituzione, di sinistra democratica.

Se infine la polemica di Negri è rivolta verso il ruolo passivo delle “masse” che sarebbe implicito nel mio documento, sottolineo che lì si afferma al contrario che l’obiettivo strategico della sinistra dovrebbe essere ripoliticizzare la società, farne emergere le contraddizioni che la percorrono e che non hanno più la forza di esprimersi in modo produttivo e determinato (contraddizioni, peraltro, che non investono solo il proletariato ma la quasi totalità dei cittadini). È infatti questo l’esito dei dispositivi, delle logiche, delle strategie di individualizzazione di cui si serve il potere neoliberista: la privatizzazione mercatista dell’esistenza presentata come un guadagno mentre invece è una perdita, una sconfitta. A questa sconfitta si può tentare di reagire attraverso una strategia centrata sulla riqualificazione politica del ‘pubblico’ oppure con una linea centrata sul ‘comune’, sulla spontanea cooperazione sociale. Due risposte diverse, non c’è dubbio (benché nella concretezza della politica possano in certe circostanze trovare momenti di intersezione): l’una imperniata sulla contrapposizione autonoma al presente stato di cose, per riequilibrarlo, l’altra sulla pretesa immanente di esserne il “rovescio”. Due diverse visioni. Entrambe tuttavia segnate, questo è il punto, dal rischio proprio della politica, cioè dal fatto che questa non può essere dedotta da una teoria nè può essere vista emergere in atto dall’immanenza ma implica anche un salto, una discontinuità. La scommessa per uno Stato non certo miticamente neutro ma capace di politiche di sinistra, cioè per un potere politico che in alcune circostanze ha un relativo margine di autonomia dai poteri sociali, non è più azzardata o più ridicola della scommessa sulla potenza delle moltitudini e dei movimenti: anzi lo è meno. Poiché lo Stato − che mai fu neutro, ma semmai neutralizzatore, cioè portatore nelle sue istituzioni di un potere orientato  ha sì subito, nella sua forma welfaristica, una grave battuta d’arresto, ma nello scenario della globalizzazione capitalistica (così entusiasticamente abbracciata da Negri) la sua esistenza, come potere istituito, ancora pesa: almeno le dinamiche politiche internazionali lo testimoniano, oltre che la differenza fra le diverse politiche pubbliche e i diversi sistemi istituzionali (più o meno funzionali al potere del capitale, ovvero più o meno in grado di porvi un argine).

Inoltre, l’esigenza di uno Stato capace di organiche e strutturali politiche di sinistra è sottolineata da numerosi autorevolissimi economisti non mainstream ed è soprattutto sentita, sulla loro pelle, dai cittadini, e risponde all’umana esigenza di sicurezza esistenziale e di tutela dei diritti nel lavoro che è oggi massimamente conculcata; mentre quei movimenti emergenti nell’immanenza, senza forma e senza guida, meramente espressivi, sono più parte del problema che non della soluzione, o vivono solo nell’immaginario di Negri e dei suoi seguaci (mentre di un’autonomia del proletariato mondiale non vi è traccia, essendo questo, piuttosto, frammentato secondo linee identitarie nazionali, etniche, religiose  il che è tragico, ma vero ).

Per quanto ne so, la reazione o la resistenza all’ordine caotico del neoliberismo si manifestano, nei fatti, prevalentemente nel voto para-fascista o qualunquista, e nell’assenteismo  cioè in forme subalterne alla potenza che le suscita ; e dunque confesso di non riuscire proprio a vedere ciò a cui con tanta sicurezza si affida Negri, ovvero una coerente energia politica tutta esterna rispetto al perimetro delle istituzioni. Tranne che con “esterno” non si intendano appunto i giganteschi poteri economici transnazionali, che peraltro coerenti proprio non sono. Anche all’interno delle istituzioni, del resto, l’energia politica è quasi spenta, o si orienta (con diverse intensità nelle diverse realtà statali) verso politiche securitarie e a volte antidemocratiche, così che una politica di sinistra richiede, comunque sia, un enorme sforzo inventivo  nel senso letterale del termine .

Il mio riproporre la nozione di Costituzione (anche nel senso formale) non è formalismo; il mio constatare la debolezza e la sofferenza di coloro che sopportano il peso dei sistemi del neoliberismo nelle loro diverse varianti, non è una negazione della loro forza politica che esiste, certo, ma è potenziale, e va attivata sia dal basso sia dall’alto, sia dagli stessi protagonisti sociali  che non sono solo i movimenti  sia dai partiti, che vanno rivitalizzati, sia dalle istituzioni, che vanno riformate in senso opposto a quanto ora avviene. Se ciò è non una visione ma un abbaglio, che rende inattuale o patetica la mia proposta (che non vuol essere una semplice riedizione dello Stato sociale e della sua burocrazia, ma che non prescinde dalle finalità di quello), che cosa è mai la negriana “visione”? Un’immanenza virtuale? Una potenza narrata? Un’immaginazione onirica? È probabilmente una visione del mondo che perde il mondo, una troppo consequenziale deduzione dalla teoria di un mondo che è troppo simile al mondo del neoliberismo (cioè troppo “liscio”) e che al tempo stesso ne è troppo difforme, fino a essere un mondo che non c’è, perché quello che c’è è molto più complesso, pieno di ombre, di contraddizioni e di fratture (e anche più infelice  ma la potenza nasce appunto nella coscienza infelice, nella contraddizione in movimento ).

La verità è che la politica  fuori e dentro le istituzioni, immanente e autonoma, concreta e ideale  resta l’unica via per riequilibrare il rapporto fra capitale e lavoro, oggi squilibratissimo a favore del primo (e non per caso la politica è stata aggredita e screditata dal potere mediatico del capitalismo). E la verità è, ancora, che la politica procede dall’egemonia e dalle alleanze, dalla partecipazione e dal consenso, dalla decisione e dal conflitto  il new Deal fu appunto tutto questo , e non dalla necessità. E che richiede anche istituzioni, non mitiche ma orientate a un determinato fine sociale. E che senza un’analisi realistica delle forze, e del loro disporsi e manifestarsi, semplicemente si è sconfitti, come è accaduto alla socialdemocrazia ma anche alle varie esperienze politiche ispirate da Negri (in ogni caso, al contrario, non basta l’analisi per avere successo). Certo, si può sempre ritentare, imparando dagli errori del passato (dalla lezione degli antichi, che possiamo essere noi stessi, qualche decennio fa) e studiando meglio il presente (facendone esperienza). Ma non si può ogni volta pretendere di possedere la verità.

Quindi, per chiarezza: non sono certo io che contrappongo alto e basso, istituzioni e movimenti, mediazione e spontaneità, Stato e potenza: anzi, non credo alla loro meccanica (ideologica) reciproca esclusione ma alla loro cooperazione differenziata (mentre sono più scettico sulla cooperazione sociale e sul ‘comune’, vedendoli semmai come un obiettivo da attingere piuttosto che come una attuale forza politica). Mi limito a tentare di perseguire una politica che, scontando le immani trasformazioni sopravvenute dagli anni Settanta, ricerchi una nuova forma dell’intreccio, sempre inevitabile e insuperabile, fra istituzioni e ‘politico’, tra forma e movimento, fra ordine e conflitto. Una nuova forma che sia qualificabile come di sinistra, possibilmente. Un nuovo New Deal frutto tanto di politica quanto di visione.

Per concludere, Negri vuole segnare le distanze, estremizzando lo iato fra questi orizzonti e queste visioni e progetti, vuole esorcizzare lo spettro di Sinistra Italiana (che peraltro non si identifica, lo ripeto, col mio testo), e ne vuole annunciare il destino di certo fallimento, e magari compiacersene. Lo può ben fare, ovviamente. Come avrebbe potuto, se avesse voluto, interloquire più costruttivamente. In ogni caso, la diversità, la distanza intellettuale e strategica, fra queste opzioni, non è una scoperta di oggi, e fa parte della storia e della debolezza della sinistra.

Eppure, nonostante anatemi e fosche previsioni “rosso-brune” − derivate da un mio accenno alla questione della sovranità nazionale (che non è rivolta contro l’Europa politica federale che non c’è ma contro una Ue segnata profondamente e quasi egemonizzata dall’interesse nazionale tedesco) , sono troppo rispettoso delle posizioni altrui, benché non le condivida, per proporre inutili conciliazioni eclettiche (le alleanze tattiche − che non sono in mio potere − sembrano escluse dallo stesso intervento di Negri). A ciascuno la sua strada, quindi; a ciascuno le sue visioni, a ciascuno le sue concretezze. Ma, per favore, senza irate lezioni professorali. Queste sì fanno sorridere.

 L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 27 novembre 2015

Rossa e realistica. Così è Sinistra Italiana

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Merita una risposta articolata la serie di questioni poste ieri da Paolo Favilli su questo giornale. Iniziamo dalla più facile: la “cosa rossa”. Termine che mi infastidisce molto non per l’aggettivo ma per il sostantivo: non credo infatti opportuno che un soggetto (politico) sia reificato (reso cosa, oggetto); che ciò che deve essere determinato sia indeterminato; che ciò che deve avere una forma sia relegato nell’informità. C’è nel termine “cosa rossa” il sapore di una indecisione, di una imprecisione, di un velleitarismo inconcludente, che lo rendono caro a chi ci è avversario, a chi non vuole fare neppure la fatica di raccogliere e decifrare la sfida di pensiero e di proposta che il soggetto “sinistra” vuole lanciare nella politica italiana. È un termine che nel dibattito pubblico risulta irridente e liquidatorio, che allude a un conato e non a un successo, a passate sconfitte e non a possibili affermazioni, a una minoritaria litigiosità e non a una azione concorde e plurale. Utilizzarlo è accettare di essere definiti da altri, da chi ci è ostile. Il nuovo soggetto politico – per ora un gruppo parlamentare – ha un nome e un cognome, “Sinistra italiana”, che sono un programma, non una Cosa.

Un’ulteriore questione è la asserita scarsa congruenza fra l’analisi della fase, contenuta in un mio breve testo, e, se capisco bene, un documento del Comitato Politico Nazionale e di un altro documento, istitutivo del soggetto “Sinistra italiana”, fatto circolare nei territori. Potrei rispondere – e sarebbe la verità – che il mio testo impegna solo me stesso; mentre gli altri due non sono di mia mano, e impegnano rispettivamente i firmatari e l’intero gruppo di Sinistra italiana. Ma sarebbe una risposta formalistica: infatti, al di là di usi terminologici un po’ diversi e delle diverse autorialità, destinazioni e fruizioni, mi pare si possa dire che si tratta di tre documenti coerenti, intellettualmente e politicamente.

Infine, la vera questione di sostanza, posta da Favilli: in quale misura è ‘rossa’ la sinistra che inizia a nascere? Favilli, citando Tronti, sostiene che una forza che non ha il coraggio di dichiararsi erede del movimento operaio (il ‘rosso’) non merita di esistere come ‘sinistra’. Qui valgono due osservazioni. La prima è che si può condividere il senso di ciò che Mario Tronti afferma, anche senza riconoscersi necessariamente nella sua peculiare declinazione operaistica del marxismo; una sinistra esterna ed estranea al movimento operaio sarebbe (è) al più una posizione liberal: altra cosa, quindi, da ciò che cerchiamo di fare.

Ora, non vi è dubbio che anche se il movimento operaio nel senso di Tronti non c’è più, poiché è risultato soccombente in questa fase storica – dagli anni Settanta in poi –, ci sono però ancora gli operai – e con loro i non-occupati, i disoccupati, i precari, gli sfruttati ‘atipici’, i discriminati, gli inclusi subalterni, i poveri, gli esclusi –; e che la sinistra di oggi non per essere odiosamente ‘moderna’ (cioè ‘alla moda’) ma proprio per fare ciò che deve fare, ovvero analisi ben fondate delle contraddizioni del presente, e sforzi politici per il loro superamento, deve usare creativamente quella eredità: conservarne la tensione al conflitto progressivamente liberatorio in un contesto che vede l’oppressione più diffusa e perfezionata (e insieme più brutale) perché si è impadronita di corpi, menti e cuori, e si è presentata come priva di alternative.

Allora, ed è la seconda osservazione, molte eredità sono necessarie a costituire oggi l’accumulazione originaria di pensiero e di energia politica che si richiede per affrontare (anche solo per nominare ed esprimere in modo non alienato e qualunquista) la sfida politica della resistenza e della contrapposizione alle forme attuali del dominio: quella del movimento operaio, certamente, ma anche quella del cattolicesimo sociale (che cosa significa l’enorme attenzione che la sinistra tributa all’ultima enciclica di questo pontefice se non una ricerca di senso alternativo al senso della macchina capitalistica mondiale?); quella del pensiero della differenza e dell’ecologia, e anche, perché no, quella della sia pur minoritaria sinistra radicale borghese (repubblicana in senso proprio).

Molte eredità non coincidenti tra di loro, e tutte da mettere all’opera e da rinnovare, con la consapevolezza che l’avversario da contrastare e da riequilibrare è dapprima questa forma specifica e determinata di capitalismo: il neoliberismo in generale, e in particolare l’ordoliberismo tedesco, dentro il quale ci muoviamo. E che la finalità è quella moderna della liberazione del lavoro e della restituzione dei soggetti a se stessi, della loro emancipazione dalle catene che il dominio oggi impone di non nominare neppure.

Analisi rossa e pratica arancione, quindi? Non direi. In primo luogo, perché non c’è (né in me, né nella Sinistra italiana) il rifiuto del rosso, né una fatale predilezione per l’arcobaleno. E poi, perché al radicalismo teorico appartiene il realismo: cioè il calcolo delle forze in campo, delle energie soggettive e oggettive in gioco, della capacità di egemonia culturale, delle alleanze necessarie (di alleanze e non di velleità maggioritarie, è fatta la politica di sinistra); e perché la sinistra nuova non vuole essere di testimonianza (né di attesa del ‘crollo’) ma di governo, non avventuristica (già troppi avventurieri popolano la politica) ma capace di aprire e di fondare solidamente una nuova fase della politica italiana, di imprimere una svolta a sinistra a un ordine politico-economico che ha avvilito il lavoro, ferito la società e determinato una crisi (di diritti, di vita, di moralità) che ha devastato la stessa democrazia. Capace insomma di essere ‘rossa’ perché seriamente rivolta – consapevole dell’immensità del compito, e della sua scala non solo nazionale – ad affermare un ordine le cui priorità non siano le compatibilità di questa forma economica e politica ma quelle indicate dalla politica diffusa, vissuta, partecipata, democratica: la ripoliticizzazione della società è obiettivo strategico della sinistra, che vuole da oggi avere la voce e la forza per entrare in conflitto con le ingiustizie strutturali del presente modello di sviluppo e per affermare le ragioni e i diritti del lavoro, della comune umanità e della comune cittadinanza.

Se per la sinistra governare è rischioso, poiché implica dover fare i conti con l’esistente, col rischio appunto di soccombervi, l’alternativa non può essere che la sinistra per paura di governare rinunci alla politica. Rossa e realistica, radicale e accorta, plurale e unitaria. Questa è la sinistra di cui c’è bisogno.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 16/11/2015.

Dalla democrazia vuota alla democrazia piena

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La bibliografia internazionale sulla crisi della democrazia, ormai sterminata, si arricchisce ora di tre volumi italiani, di differente impostazione e a vario titolo rivelativi. Marco Revelli in un agile testo (Dentro e contro, Laterza 2015, pp. 144, € 14) ripercorre la storia di passione della legislatura in corso, dalla non-vittoria del Pd al governo quirinalizio delle crisi politiche che l’hanno scandita, dalla progressiva perdita di centralità del Parlamento all’insediarsi, con Renzi, del populismo al potere, assediato a sua volta dal populismo esterno del M5S e impegnato, al tempo stesso, a lottare (ahimé, vittoriosamente) contro il lavoro, in esecuzione della filosofia economica dell’euro.

Raffaele Simone, invece, nel suo Come la democrazia fallisce (Garzanti 2015, pp. 216, € 17), opera un’analisi a ritroso di più lungo periodo, e mostra la controfattualità della democrazia, il suo costituire un dover-essere, un artificio fondato sulla negazione di paradigmi naturali del pensiero umano (come il principio di diseguaglianza, o quello del ricorso alla forza) e anche le contraddizioni che la innervano (fra le quali i paradossi dell’uguaglianza e il peso del nesso sovranità/rappresentanza, per cui il popolo sovrano si spossessa della propria sovranità quando dà vita all’istituto rappresentativo). Sotto il peso di queste contraddizioni la democrazia crolla, impedendo l’esercizio virtuoso del civismo e della partecipazione, che ne dovrebbe essere il fine, e trasformandosi nel regime della apatia politica e della continua richiesta da parte dei privati di benefici che il sistema pubblico non può più elargire, con il conseguente scatenamento di una amorale logica individualistica di breve periodo che si disinteressa della politica democratica.

A queste diverse fenomenologie ed eziologie della crisi della democrazia si aggiunge ora il testo impegnativo e ambizioso di Geminello Preterossi, Ciò che resta della democrazia (Laterza 2015, pp. 188, € 20), di taglio espressamente filosofico-politico. È un tentativo di individuare una radice di energia politica per la democrazia in crisi, che concede poco a molte analisi superficiali e consolatorie, e che nondimeno ha una sua severa positività (categorie come ottimismo e pessimismo sono del tutto fuori luogo quando si fa analisi teorica).

Il libro si muove fra Schmitt e Hegel, fra Habermas e Laclau, fra Hobbes e Böckenförde, fra Blumenberg e Butler, solo per citare alcuni degli autori con i quali Preterossi si confronta. La tesi metodologica di fondo è che non si può parlare di democrazia senza parlare del progetto moderno, dello statuto della ragione che lo domina, delle categorie che lo scandiscono − soggetto, Stato, nazione, popolo, diritti , e del loro rapporto originario con il pensiero religioso, cioè della secolarizzazione.

Dal punto di vista sostantivo, poi, la tesi principale è che nessuno dei concetti o delle categorie della democrazia (ma in realtà della filosofia politica moderna) può essere utilizzato in modo semplice, astratto, disincarnato. Questa è una critica rivolta alla scienza politica, che opera con schemi formali vuoti, ma soprattutto al decisionismo (e Preterossi ha in mente proprio Schmitt, non le sue caricature), dal quale può anche scaturire una ‘decisione per la democrazia’, ma col risultato che si tratterrebbe di una democrazia infondata, incapace di giustificarsi e di legittimarsi. Lo stesso ‘vuoto’ di contenuti potrebbe valere per le moderne teorie dei diritti, o per l’impresa volta a costruire il soggetto alternativo al potere, il popolo  il riferimento a Laclau è evidente . Il nichilismo democratico ha in sé la debolezza dell’artificialismo moderno ed è in fondo la manifestazione di quel pathos della tabula rasa con cui Hobbes inaugurò la ragione politica moderna, potente ma contraddittoria.

L’ambizione di Preterossi è più complessa: pensare la democrazia, con i suoi concetti e le sue categorie, come un processo che trae i suoi contenuti fuori da sé, da un’eccedenza logica e storica, e che li filtra e li trasforma nel proprio divenire. Dalla democrazia vuota alla democrazia piena, quindi; piena non di statici ‘fondamenti’ (che sarebbe una soluzione reazionaria, tipica del fondamentalismo occidentalista) ma di vita plurale in movimento. Una vita che trae energia da un resto non razionale e che lo rielabora continuamente nella propria immanenza aperta alla trascendenza, traducendolo nella lingua democratica: lingua viva se e quando non si chiude nei gerghi tecnici ma si lascia attraversare dalla ricchezza originaria che la connota. Una traduzione che quindi ha un’origine e un resto, entrambi vitali. Lo Stato, la nazione, il soggetto, i protagonisti della ragione moderna, sono politici proprio perché sono ‘universali particolari’, perché non si risolvono nella ragione astratta ma si nutrono di concretezza storica e producono concretezza progettuale. Perché si nutrono di un ethos comune, di credenze collettive, di simboli, di riti.

È chiaro qui un forte riferimento a Hegel e alla potenza del negativo che è la radice della mediazione, alla soggettività che non è un dato ma una costruzione politica attraverso il confronto e il conflitto: il passaggio dall’Io al Noi non è il contratto ma la costruzione del soggetto attraverso la negatività; fra la religione e la laicità non c’è un salto ma una rielaborazione; dall’autorità ai diritti si transita non per la deduzione dall’Io astratto ma per una lotta politica. Insomma, la democrazia funziona se incorpora un’eccedenza storica, simbolica, religiosa, come motore della propria vita; è la questione che Schmitt si era posto con la teologia politica e che oggi si pone l’ultimo Habermas che riflette sulla religione e sulla politica per andare oltre la democrazia come comunicazione discorsiva, e per arricchirla attingendo la risorsa di senso del sacro.

Nel discutere in modo differenziato queste e altre posizioni Preterossi ci dice che la democrazia non è fatta solo di concetti e di norme ma vive di cultura politica, popolare e di élite; che non è solo immediatezza, ma anche mediazione; che la sua autolegittimazione giuridica non è sospesa nel vuoto ma si nutre di storia e di trascendenza reinterpretate, e rese progettualmente normative per il futuro; che non è chiusa in sé ma si apre a un resto che è “ciò che resta” quando concetti e istituzioni sono stati colonizzati e travolti da poteri non democratici.

Dalla vitalità storica della ragione democratica così interpretata derivano conseguenze concrete: ad esempio, che i diritti sociali non sono alternativi a quelli politici e civili (la lesione degli uni non è compensabile con l’aumento degli altri). E deriva soprattutto la consapevolezza che la lotta contro la democrazia impolitica, contro la tecnocrazia, contro l’individualismo, non è vinta col ricorso alla democrazia identitaria ma con l’attivazione di soggettività complesse, individuali e collettive, in un incrocio di genealogia e di dialettica.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 31 ottobre 2015

Molte fini, un nuovo inizio. Tesi per una sinistra democratica sociale repubblicana

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La sinistra – metodo

È da superare il togliattismo senza Togliatti. Il realismo senza una grande idea da preservare e da realizzare non è sinistra, ma opportunismo.

È finito il blairismo – l’applicazione pratica della tesi di Giddens che si è raggiunto il culmine della socializzazione e che ora la sinistra deve stare dalla parte del capitale -. La terza via ha prodotto una più facile penetrazione del neoliberismo in Europa, mitigandone solo in parte gli effetti. La miseranda situazione in cui versa la socialdemocrazia europea (soprattutto quella tedesca – storicamente leader del socialismo continentale), incapace d’iniziativa e del tutto schiacciata sulla difesa dell’esistente, è la prova di ciò. Ed è anche finita l’idea che i problemi politici siano tecnici. Destra e sinistra sono ancora gli assi portanti della politica, per nulla sostituibili da ‘vecchio’ e ‘nuovo’.

Sinistra non è un catalogo di valori, né semplicemente lo schierarsi con i deboli, né occuparsi degli ultimi; è una interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche. Se la sinistra è riformista, le riforme devono essere strutturali, non cosmetiche né populistiche. In ogni caso la sinistra è una parte che persegue egemonia, successo elettorale e orizzonte nazionale senza perdere il proprio carattere orientato.

Che la sinistra sia parte non implica che sia un’ideologia; ideologia è semmai, al contrario, il pensiero unico neoliberista (e ordoliberista) che pretende per sé la naturalità e la non-ideologicità, celando le contraddizioni reali che gli ineriscono.

Oggi ‘radicalità’ significa cogliere che la contraddizione centrale è quella che contrappone ristretti strati elevati, in grado di comprendere le dinamiche del capitale mondiale, e di determinarle attraverso leve economiche o tecnico-burocratiche (a tali strati si aggiungono infatti i tecnici esperti e le forze capitalistiche medie), e gli strati subalterni perennemente agiti e incapaci di protagonismo. La contraddizione centrale è insomma che la società degli individui concorrenziali, che vuol essere il trionfo dell’umanesimo moderno, è organizzata economicamente e culturalmente in modo tale che la grandissima maggioranza delle persone è spossessata della propria autonomia (materiale e intellettuale) spesso senza esserne pienamente consapevole (grazie al ruolo mistificatorio dei media, veicoli del pensiero unico). Questa inconsapevolezza si presenta come disagio, anomia, apatia, o protesta violentemente populista o in comunitarismo escludente (l’individualismo frustrato si rovescia in egoistico etnocentrismo).

All’interno di questa contraddizione strategica, non visibile, si formano poi altri cleavages, visibili, fra chi ha qualcosa e chi non ha nulla, fra integrati ed esclusi (o semi-esclusi, o pericolanti), che derivano in ultima istanza dalla contraddizione principale. I cleavages che molti si compiacciono di enumerare ammonticchiati l’uno accanto all’altro – come se la nostra società fosse davvero liquida e imprendibile concettualmente (il che è falso: questa è l’ideologia del neoliberismo) – implicano in realtà una dimensione dura, strutturale, che li ricodifica: appunto la dimensione dell’accesso (o dell’esclusione) alle (dalle) decisioni che danno forma al mondo d’oggi. Insomma, come i conflitti teologico-politici non avvengono su punti di dottrina islamica, così la fuga dall’Africa e dal Medio Oriente non avviene per una generica ‘miseria’, e la xenofobia non si fonda primariamente su pulsioni psicologiche naturali. Il primum movens è la spinta contraddittoria del capitalismo, e il suo impatto diverso in diverse aree geografiche e in diversi strati sociali.

Compito della sinistra, certo, è scegliere la parte debole ma non restare ferma al livello della sua semplice difesa compensativa; anzi, deve cercare di ricondurre il fuoco dell’attenzione politica sulla contraddizione principale, per non restare intrappolata nelle contraddizioni derivate. Compito fondamentale della sinistra è agire a livello critico e intellettuale per rompere questa inconsapevolezza, per criticarne in modo non moralistico le derive, per spostare l’attenzione dai livelli – pur importanti – della corruzione e della illegalità alle contraddizioni strutturali del presente stato di cose. Insomma, è dare forma politica a contraddizioni crescenti che fino a ora non trovano espressione concettuale e politica. E mostrare concrete alternative, anche attraverso una fisiologica conflittualità democratica.

Economia

È finita l’era del neoliberismo trionfante, anche nel discorso pubblico. Lo Stato non è né un ingombro né un mero regolatore, né mai lo è stato. Non esiste un mercato, un’economia, senza una politica che la sorregga. Ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni non è semplicemente il trionfo del mercato ma di una politica che ha voluto agevolare il mercato e indebolire il lavoro e lo Stato sociale, e che – soprattutto ma non solo in Europa occidentale – non ha creato né lavoro né sviluppo né ricchezza da ridistribuire, ma piuttosto bolle finanziarie di debito privato il cui periodico esplodere mostra la natura strutturalmente di crisi di questa forma del capitalismo.

È finita l’idea neoliberista che ci sia una spontanea convergenza di interessi fra democrazia e mercato, fra capitale e lavoro. La convergenza è semmai episodica, contrattata volta per volta; è il risultato di un parallelogramma di forze, non un a priori indiscutibile.

È finita l’idea che si possano sacrificare i diritti per l’occupazione. Abbiamo avuto il sacrificio reale ma non il beneficio sperato. L’attuale modesta ripresa si fonda quasi esclusivamente sugli incentivi statali alle assunzioni (le esportazioni dipendono dal ciclo internazionale). Intere aree del Paese – il Sud – sono immerse in una depressione senza fine.

Nel linguaggio corrente e anche nel discorso pubblico si sono poste in alternativa equità ed efficienza, e i diritti e l’uguaglianza sono stati sostituiti da concetti come opportunità e merito. Ma è uno schema mistificatorio (fornisce una lettura individualistica e non strutturale della società) e fallimentare (destinato a essere frustrato continuamente), che nasconde la trasformazione oligarchica e plutocratica della società (ormai fondata sulla nascita molto più che sul merito). Il disposto dell’art. 3 Cost. è sostanzialmente violato: è la disuguaglianza e non l’uguaglianza a strutturare l’esistenza collettiva; l’ingiustizia e il privilegio economico, non la giustizia e il diritto (ciò concorda con le ‘leggi’ di sviluppo del capitalismo indicate da Piketty – al netto della valutazione complessiva del suo lavoro -). Ciò resta non visto, tranne quando casi di particolare impatto vengono mediaticamente trattati attraverso la mozione degli affetti e l’enfatica promozione di facili quanto effimeri sentimentalismi.

Analogamente, l’analisi della società italiana come un insieme di caste che devono essere liquidate e messe in movimento è quasi tutta propagandistica; in verità il dato strutturale è una somma di impotenze demotivate e spaesate, che hanno perduto diritti (e, certo, in alcuni casi anche privilegi), potere e dignità sociale, a favore di poteri economici dominanti. È strutturale la tendenziale scomparsa del ceto medio e del ceto operaio più garantito e qualificato.

È anche da superare l’idea che il privato sia migliore e più efficiente del pubblico, e che questo sia limitato a un ruolo sussidiario; che il diritto pubblico sia sostituibile dal diritto privato; e anche l’idea che il pubblico debba agire come un imprenditore privato, sulla base di logiche di efficienza economica e di generazione di profitto – benché possa e debba essere protagonista dell’indirizzo strategico dello sviluppo economico –. Natura funzionamento e finalità della sfera pubblica sono essenzialmente distinti dalla finalità economica, e le sono sovra-ordinati, a termini di Costituzione. Oltre all’indirizzo della politica economica (che non può essere decisa solo dalla divisione mondiale del lavoro), la promozione della persona, la giustizia sociale, la tutela dei beni comuni, la politica estera di difesa e di sicurezza, sono prerogative della sfera pubblica democraticamente strutturata. Di una sovranità che va re-inventata a livello statale, o nuovamente prodotta a livello europeo – grande dilemma, certo; ma in ogni caso di sovranità, cioè di politica attiva ed energica, c’è soprattutto bisogno –.

Si deve inoltre porre fine alla confusione fra problemi italiani di efficienza e di produttività (esito della degenerazione clientelare del ciclo riformista del centrosinistra e della stagione del CAF, oltre che dell’inerzia degli anni berlusconiani) e problemi europei (di modernizzazione ordoliberista). La posizione del governo apparentemente aggressiva verso l’Europa è in realtà subalterna rispetto alle logiche ordoliberiste che esplicitamente informano la Ue e l’euro.

Tali logiche implicano che l’obiettivo primario del sistema economico e politico sia battere l’inflazione e non la disoccupazione, affermare la preponderanza del capitale sul lavoro, escludere a priori il conflitto sociale, sostenere la rigidità della moneta e la flessibilità della mano d’opera, e rendere impossibile ai sindacati porre in essere azioni rivendicative appoggiate da una logica redistributiva del governo (anche moderatamente inflattiva). Queste logiche sono difficilmente rettificabili, se non intervengono fattori traumatici esterni a ogni controllo politico. Tuttavia vanno esplicitate e riconosciute, e nel breve periodo rese più miti con una interpretazione che non vada a vantaggio solo della Germania e delle economie ad essa subordinate. L’euro è anche una questione di geoeconomia e di geopolitica europea.

L’ordoliberismo, che è esplicitamente contenuto nei Trattati europei e che implica l’esportazione a tutta l’Europa dell’ideologia economica tedesca e del modello del marco, è una potentissima ideologia capace di effetti pratici notevoli, ma elude e nasconde la grande divisione della società e i suoi conflitti; oltre a fondarsi su un’idea e una pratica di società organica che risultano in realtà socialmente consociative e teoricamente fondate sull’assunto della naturalità del mercato interpretato come se questo fosse di pari rango rispetto alla politica, l’ordoliberalismo è al servizio di una declinazione dell’economia in senso neomercantilista che di fatto produce una gerarchizzazione delle economie europee intorno al centro tedesco (unico punto necessario, da perseguire con ogni mezzo).

La relativa (modesta) tenuta dell’economia ordoliberista in Europa, pur profondamente segnata dalla crisi, è dovuta a iniziative come il QE che benché operi all’interno dell’ideologia ordoliberista ne corregge e ne attenua il rigore monetarista. Ma la natura deflattiva dell’ordoliberismo – caso particolare di una più generale debolezza del capitalismo sul fronte della crescita, nei Paesi sviluppati – è in ogni caso confermata. Come sono confermate le regole dell’euro, benché molti Paesi più o meno apertamente le violino, con l’assenso interessato della Germania che centellinandolo ne riscuote un vantaggio politico.

Politica

Deve finire la denigrazione qualunquistica e reazionaria della politica e del ceto politico, a opera di sistemi informativi che spesso sono espressione di potentati economici che hanno tutto l’interesse a vedere indebolito il potere politico democratico, e a diffondere l’idea che la politica sia un’attività spregevole. E deve finire anche l’idea che i corpi politici e sociali intermedi, partiti e sindacati, siano realtà solo burocratiche e parassitarie.

La dimensione pubblica, d’altra parte, non può essere lasciata alla sola manifestazione del consenso plebiscitario verso un leader para-carismatico, supportato dall’imponente dispiegamento dei media (a loro volta espressione delle tendenze e degli interessi delle loro proprietà). In parallelo al formarsi di una società plutocratica disuguale si afferma infatti, funzionale a questa, una tendenza della politica alla semplificazione e all’accentramento personale e verticale del comando, che dà origine – attraverso il combinato disposto della riforma elettorale (da questo punto di vista le differenze fra i diversi modelli dell’Italicum non sono decisive) e della riforma della Costituzione – a un governo del primo ministro in cui tutto il peso è spostato sul leader del partito di maggioranza che diviene capo dell’esecutivo e che controlla totalmente l’attività non solo del governo ma anche del parlamento, ridotto di fatto a una sola Camera politica in cui gode di una maggioranza fittizia. Il ruolo del parlamento è così confinato nell’obbedienza o nella pratica estemporanea dell’emendamento. Il valore politico supremo è una combinazione di decisione e di stabilità, che sacrifica ogni dialettica; anche i contrappesi istituzionali sono di fatto saltati, e con essi l’idea della politica come mediazione fra posizioni diverse e anche confliggenti: la politicizzazione della società dall’alto – il leader crea un legame emotivo con gli elettori – si accompagna a una spoliticizzazione reale, che vieta di nominare e identificare i problemi (o che li sposta su epifenomeni di costume) e così li lascia irrisolti, oltre che inespressi, a generare protesta qualunquistica.

La politica ritrova prestigio solo attraverso il leader, ma questi in realtà delegittima ogni pratica politica e critica, conflittuale e pluralistica; la politica è comando, a cui deve contrapporsi solo la protesta populista ed estremistica. I limiti di questa deriva sono evidenti: il populismo destabilizzatore viene combattuto col populismo stabilizzatore, col rischio che quest’ultimo venga sconfitto, e con la certezza che il Paese viene progressivamente disabituato alla politica.

Anche le riforme politiche (e quelle sociali e della scuola), conclamata fonte di legittimazione del Pd, del governo e della legislatura, sono funzionali al dispiegarsi indisturbato delle logiche dei poteri dominanti; di ben altre riforme, di ben altro segno, ha bisogno l’Italia. Ad esempio, il bicameralismo non era certo il nostro primo problema (mentre lo era la riforma elettorale, da svolgere però in modo più rispettoso del pluralismo culturale e politico del Paese, senza cedere al feticismo della immediata governabilità “la sera stessa delle elezioni”); in ogni caso, il Senato dovrebbe essere molto più di garanzia che non espressione dei territori.

Ma le riforme hanno una funzione non solo facilitativa; esibiscono infatti una dimensione difensiva rispetto al crescere delle contraddizioni. La dimensione decisionista che la politica assume esprime anche preoccupazioni securitarie: terrorismo, migranti, delegittimazione interna, posizioni critiche, sono sfide e minacce (lontanissime tra loro) per affrontare le quali la politica non solo si rafforza e si verticalizza ma anche restringe in chiave emergenziale gli spazi di libertà. Il neoliberismo distorce anche alcuni postulati del liberalismo, oltre che della democrazia.

Pd

La trasformazione leaderistica e acclamatoria della politica va di pari passo con l’indebolimento politico, culturale e organizzativo del Pd di Renzi, e con il suo spostamento al centro. Questo spostamento ha due ragioni: la prima è che la destra si è dissolta come forza politica unitaria (del resto, nella storia d’Italia non c’è mai stato un partito di destra, tranne Fi), pur restando maggioritaria nel Paese, e si è polarizzata fra una componente estremistica (la Lega) e un centro-destra ex-berlusconiano che è terra di conquista per il Pd. Questo diviene così un partito di centro che guarda a destra, per evidenti motivi di calcolo elettorale, lasciando scoperto il fianco sinistro nella speranza che non vi si insedi alcuna forza politica e sociale organizzata – e generando un diffuso astensionismo -.

La seconda causa, correlata, è che il Pd, benché non rinunci a proclamarsi di ‘centrosinistra’ (come se esistesse ancora un centrodestra a cui opporsi), viene così a ricoprire il ruolo di quel partito di centro, stabilizzatore, che la storia d’Italia ha sempre richiesto – il bipolarismo competitivo è un’invenzione giornalistica e politologica, mai realizzatasi davvero: in età berlusconiana mancava infatti il requisito della legittimazione reciproca fra i due schieramenti -. Partito pivot come la Dc, benché strutturato (anche dal punto di vista della cultura politica) in modo diametralmente opposto, il Pd è un partito – leaderistico al vertice e notabilare nei territori (di un notabilato riottoso, in verità), mentre in parlamento si nutre di trasformismo oltre che degli effetti di leggi elettorali maggioritarie; sociologicamente, è il partito delle compatibilità, isomorfo al sistema economico vigente, che raccoglie il moderatismo ragionevole di chi ha qualcosa, o di chi spera di averlo, e lascia al populismo, all’estremismo o all’astensione chi non ha nulla o chi teme di perdere ciò che ha. Il Pd infatti non teme di scaricare le contraddizioni fuori dall’area della maggioranza e dello stesso sistema politico: è un partito più escludente che includente. Non a caso si appresta senza problemi a governare col 40% di quel 50% dei cittadini che probabilmente si recherà alle urne – cioè col 20% del corpo elettorale – (ma a differenza di quanto accadeva alla Dc, il Pd ha però opposizioni che si possono unire al secondo turno, e rischia assai più che quella).

Il Pd non è, verosimilmente, più acquisibile a una politica e a una prospettiva di sinistra, né nell’elettorato né nella quasi totalità del suo ceto politico. La sinistra italiana è disarticolata e di fatto scomparsa come forza politica, per colpa dei suoi passati errori – l’accettazione del neoliberismo, la personalizzazione della politica con le conseguenti rivalità interne -. Renzi si afferma certo per sua abilità, ma in un contesto di inconsapevolezza critica già pronto a riceverlo.

Oggi la grande forza del Pd è la sua funzione di stabilizzazione attraverso il riformismo, il suo essere l’architrave di un nuovo ordine, instabile e contraddittorio ma fino ad ora non sfidato se non dal populismo. Ovvero, la grande forza del Pd è il suo proporre una rassicurante e fiduciosa normalità, ossia la difesa dello status quo per quella parte della società che, pur subalterna, ha qualcosa e spera di conservarlo (ad esempio, un po’ di risparmi espressi in euro; oppure, un lavoro precario che può essere stabilizzato, pur in un quadro di minori diritti).

E la grande forza è il suo apparire privo di alternative, soprattutto di sinistra. Nella sinistra interna, infatti, è difficile – pur dovendosi rispetto ad alcune personalità – individuare un progetto che non sia di tattica volta a svolgere in alcune circostanze un ruolo di interdizione per ottenere vantaggi simbolici (come il riconoscimento di una presunta golden share nella gestione del partito). Anche la battaglia sull’elettività del Senato non ha portato modifiche di rilievo all’impianto più che discutibile dell’intera riforma costituzionale. La prospettiva di vincere il congresso del 2017 è poi, al momento, largamente illusoria.

La sinistra – in positivo

Dando per scontato che lo spazio per la sinistra ci sia – lo spazio di una forza di governo che fa proprio il progetto di società scritto nella Costituzione, oggi minacciato dal nuovo ordine neoliberista, uno spazio che inizialmente non si sovrappone al Pd (del quale semmai è il contrappeso) ma che si situa nell’area dei delusi e degli esclusi, dei subalterni consapevoli di esserlo e di quelli a cui va spiegato che lo sono, uno spazio che nondimeno è affollato di soggetti non tutti adatti alla bisogna, o perché attardati in vecchi rancori o perché estremisti –, la sinistra deve calcolare bene l’esigenza di concretezza, oltre che di analisi a vasto raggio, che grava sulla sua proposta politica e culturale.

Deve calcolare la diffidenza dei cittadini verso uno stile politico più tradizionale di quello corrente leaderistico. E deve anche fronteggiare l’effetto ripresa – benché questa sia per ora più una realtà macroeconomica tendenziale, esposta a mille variabili, che non una esperienza sociale -. Deve poi essere in grado di pronunciare un discorso di verità che rompe la spettacolarizzazione della politica a uso del popolo e la narrazione mainstream che ha colonizzato l’immaginario di molti, con un linguaggio fresco e nuovo; e di realizzare una nuova alleanza fra politica e cultura, oggi reciprocamente indifferenti o ostili.

Deve guardarsi dall’estremismo, e tuttavia essere decisamente di opposizione, almeno al centro, in consapevole alternativa alla strategia del Pd di oggi. Non deve lasciare alla destra e al populismo l’espressione e la rappresentanza delle contraddizioni del presente stato di cose, in particolare dell’euro; e al tempo stesso deve capire che ben pochi la seguirebbero in una proposta di uscita dalla moneta unica. Sulla sua proposta politica e culturale grava l’esigenza della concretezza, oltre che dell’analisi a vasto raggio.

Da questo punto di vista, la sinistra politica deve porsi come obiettivo di essere l’interlocutore della sinistra sociale e intellettuale; deve perseguire un riformismo diverso dall’attuale che abbia come fine primario il riequilibrio politico del rapporto capitale-lavoro, nella consapevolezza che il lavoro (particolarmente il lavoro dipendente – con aperto riferimento al sindacato e al suo ruolo generale –) non è un fatto privato ma è il fondamento della Repubblica, che lo Stato non è l’infermeria del capitale che raccoglie e riqualifica la forza lavoro espulsa e inadatta, e che è il lavoro a dover essere tutelato e non solo il lavoratore come individuo. Quindi, la questione della mancanza di lavoro o del lavoro precario – una caratteristica strutturale del capitalismo neoliberista – deve essere fra le sue preoccupazioni principali.

Più in generale, la sinistra deve tendere alla ripoliticizzazione della società, restituendo visibilità alle contraddizioni che la percorrono. Più specificamente – e senza che ciò che segue sia da intendere come un ‘programma’ dettagliato, ma solo come una ‘direzione’ strategica di lavoro -, deve promuovere l’estensione del perimetro dei diritti e delle garanzie attraverso una nuova centralità del Parlamento – che deve cessare di essere la cassa di risonanza delle decisioni governative per divenire luogo di confronto non pregiudicato fra istanze politiche diverse -; un’interpretazione della democrazia non come decisione del singolo ma come risoluzione che segue alla deliberazione comune attraverso procedure dialettiche di confronto, rispettose del pluralismo; la riqualificazione della scuola pubblica, puntando sulla formazione critica dei giovani; l’allargamento della partecipazione politica – soprattutto nella discussione faccia a faccia sui territori e nella valorizzazione delle esperienze delle iniziative e dei movimenti, di ispirazione tanto laica quanto religiosa, che dall’interno della società si oppongono democraticamente al presente stato di cose -; la formulazione di una politica economica non episodica per il Sud e per tutto il Paese in chiave di creazione di posti di lavoro realmente produttivi nella sfera dei beni comuni; la ridistribuzione della ricchezza attraverso un’imposta patrimoniale; una politica dei beni culturali che non si fermi alla loro valorizzazione economica; un più accorto uso delle risorse per la Difesa nazionale. La sinistra italiana dovrà anche adoperarsi perché il futuro della Ue sia qualcosa di diverso dal labirintico moltiplicarsi xenofobo di recinti e confini statali all’interno di un’area monetaria rigida – impresa certo tutta da decifrare .

Con questa direzione – di cui si sono dati solo alcuni titoli o linee guida – la sinistra deve rispondere alla inespressa e angosciosa domanda di politica da parte dei cittadini, domanda implicita, negativamente, nella denigrazione e nell’abbandono. Solo dalla sinistra può iniziare l’epoca in cui politica significherà non frode e corruzione né subalternità ma recupero di qualche forma di sovranità economica, di dignità e futuro; solo la sinistra tutela ciò che oggi è non casualmente assente dalla scena pubblica, ovvero la dimensione umanistica della nostra comune esistenza a partire dal lavoro, in cui si afferma la centralità della persona, non del mercato né dei suoi poteri; solo la sinistra tiene aperto l’orizzonte di una discussione intorno ai fini della coesistenza, che l’attuale sistema economico e politico non consente, e che viene lasciata alla forza critica del solo insegnamento pontificio, tanto pubblicizzato mediaticamente quanto trascurato e disatteso.

Solo da sinistra, infine, si esce dalla crisi e si mettono all’opera le energie della nazione, senza esclusioni e senza subalternità, in un progetto costituente alternativo rispetto a quello attuale: un progetto repubblicano di nuovo New Deal, di nuovo umanesimo sociale.

L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 26 ottobre 2015. 

L’avventurismo del senso comune

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Più di vent’anni di politica italiana sono ricondotti, nell’ultimo libro di Michele Prospero (Il nuovismo realizzato. L’antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda, Roma, Bordeaux, 2015, pp. 418, euro 26) al filo conduttore dell’antipartitismo, e in generale dell’antipolitica che nei partiti ha avuto la propria testa di turco.

Un’antipolitica solo parzialmente spontanea – generata da una rivolta etica contro il sistema politico degenerato –, e in gran parte indotta dall’alto, da agenzie di senso e da poteri mediatici (a loro volta riconducibili a forze economiche) interessati al risultato dell’antipolitica: non solo distruggere i partiti esistenti (un disegno di lungo periodo della storia d’Italia, prevalentemente connotato a destra, da Minghetti a Maranini a Miglio), realizzando una discontinuità radicale (un’idea a cui non si sottrassero però né il Pd di Occhetto né i Girotondi, e che fu il cavallo di battaglia del primo Berlusconi), ma screditare la forma partito in quanto tale (s’intende, il partito pesante, organizzato, che è spazio di confronto e di partecipazione dialettica, ovvero di mediazione). E aprire così la strada al Nuovo, che è un miscuglio di ideologia (la società liquida, l’individualismo postpolitico, l’immediatezza) e di solida realtà, tanto istituzionale (il partito leggero, la democrazia d’investitura, lo spostamento del potere verso l’esecutivo, il leaderismo pseudo-carismatico) quanto economica (la fine della politicità del lavoro, la sua precarizzazione e la sua subalternità) quanto infine sociale (l’aumento delle disuguaglianze, il declino – programmato – del ceto medio).

Prospero, per questa via, incontra (convocando un grande materiale analitico in chiave prevalentemente politologica) una contraddizione strutturale dell’intero processo storico-politico preso in esame, ossia le due crisi di sistema del 1993-94 e del 2013-14, tutta la seconda repubblica e l’inizio della terza: da una parte vi è in questa storia un dato di occasionalità, di contingenza, e quindi vi è preponderante l’agire di una persona (ovviamente, Renzi) e anche il suo dire, il suo narrare, il suo raffigurare per il popolo un altro mondo, ricco di speranza e di ottimismo e quindi ben diverso da quello di cui la maggior parte dei cittadini fa esperienza. Questo livello è spiegato con frequenti riferimenti a Machiavelli, non tanto perché l’autore sostenga che Renzi incarna il ‘Principe nuovo’ – anzi, spesso attraverso Machiavelli si mettono in rilievo debolezze e fallacie del suo agire, la sua propensione alla fuga nell’irrealtà, al ‘romanticismo politico’, a un decisionismo fatto di annunci – quanto piuttosto per il peso inusuale (‘rinascimentale’) che la figura del singolo ha nella vicenda politica contemporanea.

D’altra parte, nondimeno, questa figura di Principe immaginario e dopo tutto incapace di dare una forma alla repubblica, impegnato com’è a gestire continue emergenze in continue affabulazioni, è contraddetta dalla robustissima realtà delle profonde trasformazioni che il suo agire produce: veramente il partito è sul punto di estinguersi e di divenire un corteo di obbedienti seguaci, in perenne lotta tra loro (soprattutto attraverso lo strumento delle primarie, che doveva essere di apertura alla società civile e che invece è una leva per i conflitti interni), mentre nei territori le cordate di potere prendono il posto della partecipazione; veramente le istituzioni (e il parlamento in primo luogo) sono indebolite dalla personalizzazione della politica, e trovano energia politica solo in quelle che erano state pensate come posizioni di garanzia (Quirinale e Consulta); veramente la politica è ormai competizione fra leader populisti extraparlamentari per la conquista di un elettorato sempre più passivo (anche se in parte estremizzato); veramente questi processi si sono sviluppati coinvolgendo tanto la destra quanto la sinistra fino all’attuale formarsi, non casuale, di un partito di Centro la cui forza di gravità spappola ogni altra formazione politica; veramente sono stati varati il jobs Act e la legge elettorale per la Camera ed è in corso di approvazione la riforma della Costituzione; veramente il sindacato è stretto nell’angolo e gli viene sottratta la contrattazione nazionale; veramente la sinistra fatica (ed è un eufemismo) a trovare una base sociale, una chiave di lettura del presente, una missione politica; veramente l’astensione e il populismo assorbono e neutralizzano le energie che potrebbero essere di protesta; veramente l’analisi strutturale della realtà passa in secondo piano rispetto alla traduzione emotiva dei problemi e alla questione della legalità.

L’occasionalismo produce un ordine, quindi; l’avventura personale costruisce forma politica, la chiacchiera è largamente performativa; l’immediatezza è anche mediazione. Un ordine, certo, non inclusivo ma escludente – che espelle da sé le contraddizioni, perché non le teme (e in ciò il Pd è ben diverso dalla Democrazia Cristiana, pur riprendendone il ruolo centrale di pivot e di diga) – e che cerca una base di consenso nel livello più semplice del senso comune (molto bene interpretato), eludendo o smorzando ogni tema controverso ed escludendo il pensiero critico (i ‘gufi’, i ‘professoroni’); una forma contraddittoria, segnata dalla conflittualità fra quel che resta del vecchio partito e il nuovo leader, fra antichi professionismi e il nuovo ‘populismo mite’ che è la cifra ideologica del Capo (tutt’altro che dilettante, in verità). Eppure, con queste contraddizioni, Renzi è non solo un problema, ma anche una soluzione; non solo un coacervo di azzardi e di provvisorietà ma anche un fattore di stabilità; non solo un produttore d’annunci e d’irrealtà ma anche un fabbricante di realtà e di processi.

È una realtà condizionata dal populismo (Berlusconi è il populismo nichilistico-aziendalistico, Grillo è il populismo aggressivo dal basso, Renzi è il populismo mite del potere), funzionale, in quanto implica una società disgregata che non deve essere letta politicamente, alla presenza onnipervasiva di logiche e valori liberisti, rispetto ai quali la sinistra (il Pd) è, non certo da oggi, del tutto interna. Ma è realtà, o almeno fascio di potere efficace. È vano pensare che il tempo breve, l’attimo, dell’occasione e della decisione non abbiano la forza di reggere l’assetto della politica; anzi, ne sono capaci, si dilatano in un’eccezione permanente che è il tempo lungo in cui si presentano oggi il potere e la libertà che esso concede. La risposta a ciò della sinistra, secondo Prospero, è il partito organizzato, capace di esprimere ripoliticizzazione della società, partecipazione popolare e leadership autorevole (non populista). Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente. Certo è che la sinistra avrà un futuro solo se saprà pensarsi a questa altezza, e se a partire dalle contraddizioni del presente, ben identificate, saprà proporre un modello di società che combini in sé, con la stessa forza, un’analoga e opposta capacità di tenere insieme l’immaginario e il reale.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 20 ottobre 2015

Per il centenario di Bulow

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Arrigo Boldrini era detto Bulow, come uno dei tre vincitori di Waterloo (insieme a Wellington e a Bluchner); in questo nome si esprime prima di tutto una fermezza profonda e meditata rivolta contro l’invasore.

La fermezza è una costante di Bulow. Dapprima in senso soggettivo, percepibile nel carattere sobrio riservato prudente serio capace. Concentrato in sé e al tempo stesso al servizio degli altri, egli è un eroe democratico, non un super-uomo dannunziano – egli era ben in grado, tra l’altro, di aver paura, e di vincerla: ed è questo il vero coraggio . Un eroe popolare, non aristocratico, se non nel senso dell’aristocrazia del costume e dello spirito. Insomma, una persona di cui si capiva e si sentiva che ci si poteva fidare, perché in grado di esercitare autocontrollo e, di conseguenza, di guidare gli altri. In questo senso, Bulow era dotato di autorità in senso personale: era autorevole – un’autorità riconosciuta anche dagli alleati, che hanno accolto e applicato il suo piano militare, grazie al quale Ravenna non ha patito distruzioni eccessive durante i giorni della liberazione . Se oggi possiamo vedere in San Vitale i mosaici di Giustiniano e Teodora (le forme supreme dell’autorità) lo dobbiamo alla sua autorità.

In senso oggettivo, poi, se passiamo dall’individuale al collettivo, la sua è la fermezza delle radici – le radici del popolo, s’intende –. Radici è una metafora, non è un termine politico. La locuzione esatta è “momento costituente”, “decisione innovatrice”. Non è vero, infatti, che la decisione può essere solo la prepotenza o la sbrigatività del comando: è anche la grande scelta, responsabile e coraggiosa, operata nel momento giusto, che di solito è il momento in cui non si sa e non si capisce, in cui si è incerti. Pochi, come Bulow, hanno compreso subito, dopo il 25 luglio, e si sono schierati, dando così inizio a un’egemonia, che in questo caso è la capacità di parlare al popolo, di guidarlo con il suo consenso, di esserne appunto il fondamento.

La prima grande avventura guerrigliera d’Italia, quella democratica e garibaldina, finisce nelle valli di Comacchio nel 1849  il Risorgimento fu essenzialmente conquista regia e opera di élites ; ma cent’anni dopo nasce in queste stesse zone un’altra guerriglia, a costituire un filo rosso e democratico della storia d’Italia, prima della Resistenza piuttosto povera di partecipazione popolare.

Si deve notare che ‘guerriglia’ è termine poco usato per la Resistenza; ma Bulow, cultore di storia militare, lo usava: in realtà, è perfetto, dal punto di vista storico e teorico. La guerriglia è infatti la lotta del debole contro il forte, dell’irregolare contro il regolare; ed è una lotta che ha nel popolo il suo baricentro. In questo senso Clausewitz il grande teorico della guerra, contemporaneo del ‘vero’ Bulow, ha scritto sulla guerriglia, riprendendo l’esperienza spagnola e prussiana contro Napoleone. Anzi, quella di Boldrini è la classica situazione della guerriglia vittoriosa, quella cioè che oltre all’appoggio del popolo, e ai ‘santuari’ in cui i partigiani si possono rifugiare (le valli), conosce anche l’appoggio di uno Stato straniero (nel caso specifico, l’Ottava armata inglese).

In particolare, l’appoggio del popolo è stato tale che, come si è osservato, non si può parlare, in questo caso, di guerra civile, perché il popolo non era diviso come appunto avviene nelle guerre civili ma era schierato da una parte sola, quella antifascista. È questo rapporto col popolo ad avere reso possibile la ‘pianurizzazione’ della lotta – la grande scelta strategica di Boldrini –; combattere in pianura anziché in montagna è concepibile solo con l’appoggio totale della popolazione. Un appoggio che nel corso della lotta non venne mai meno, perché nasceva dalla lunga opposizione al fascismo e alle sue politiche concrete, e che fu rafforzato dalla occupazione tedesca e dalla violenza repubblichina.

La fermezza delle radici di cui Bulow è figura emblematica è ben altra cosa, quindi, da un pur coraggioso gesto solitario. È la capacità, politica oltre che militare, di interpretare il popolo, di suscitare il suo potere costituente, ovvero di incarnare e interpretare l’autorità in senso politico, fondamento della libertà individuale e collettiva. A noi oggi è chiaro che la guerra partigiana era solo formalmente l’esercizio di un potere politico-militare delegato al CLN dal regno del Sud, e che sostanzialmente si è trattato invece dell’attivazione autonoma di un potere costituente popolare che è stato supremamente politico – persino al di là della consapevolezza soggettiva dei suoi protagonisti –, dell’emergere spontaneo di quella legittimità che in seguito ha trovato espressione formale e compiuta nell’Assemblea costituente e nella Costituzione repubblicana. Questo avvento del popolo in armi sulla scena politica, non solo militare, consente di respingere la tesi della ‘morte della patria’; fra il 25 luglio e l’8 settembre si è consumato semmai il collasso delle élites tradizionali e l’affermazione di élites nuove, alle quali Bulow appartiene.

Quelle élites nuove sono i partiti; il ‘partito nuovo’ di Togliatti che in quel momento è essenziale a evitare la distruzione del tessuto civile, e la Dc di Zaccagnini, il Tommaso Moro amico di Boldrini. Forze di parte, che a Roma ma anche nella lotta partigiana si caricano di un dovere e di un compito generale. A questa logica ricostruttiva aderisce Bulow, come si comprende da quanto egli nel suo diario testimonia degli incontri con Ercoli, e dalla stessa celebre frase, degli anni seguenti, in cui spiega che egli combatté non solo per chi stava dalla sua parte, ma “anche per chi non c’era, anche per chi era contro”.

Nasce insomma con Bulow, e con quelli come lui, una democrazia includente che ha radici solide nel popolo, e che nonostante abbia all’origine l’esclusione del nemico e delle ideologie più violente del secolo, non è mai la democrazia di una parte, di una fazione, ma anzi si fa carico di organizzare un’intera nazione, con le sue parti diverse che, anche se in lotta fra loro, sono però unite sui valori di fondo e sul metodo democratico.

Resistenza, e Bulow, come radice della democrazia, quindi. A una parte, a quella comunista, Bulow nondimeno restò fedele fino in fondo; in essa condusse una carriera politica importante benché non di primissimo piano, in ruoli di fiducia (a contatto con alcune aree del mondo militare) per i quali la serietà, l’autorevolezza e l’affidabilità erano d’obbligo. Una carriera in difesa, anche, della Resistenza come presidente dell’Anpi fino dagli anni difficili del dopoguerra in cui la lotta partigiana era attaccata e misconosciuta, a causa della divisione del mondo che aveva diviso anche il campo antifascista  benché legami e solidarietà personali nate nella Resistenza siano sopravvissute alle vicende politico-partitiche e abbiano costituito un importante filo rosso della storia della Repubblica .

E come radice vivente, come forza propulsiva della democrazia, Bulow in quanto presidente dell’Anpi si dimostrò non uomo di parte ma difensore di una concezione forte della democrazia, fatta di autorità e di libertà; difensore insomma  in sintonia con Pertini  di una concezione non museale ma politica della Resistenza. Come si vide negli anni della lotta al terrorismo, all’eversione, in cui rifiutò la benché minima legittimazione alle Brigate rosse, perché fosse chiaro alla Nazione che esse non erano la prosecuzione della Resistenza ma, in quanto nemiche delle istituzioni democratiche, erano il suo tradimento e la sua negazione.

Serietà, senso del dovere, senso della collettività; questi i segni di una vita spesa per gli altri. Senza fare santini e oleografie, Bulow ci sembra oggi, a cent’anni dalla nascita, un uomo capace di interpretare in modo esemplare un’idea e una pratica di cittadinanza repubblicana e democratica. La politica spettacolo, l’individualismo narcisistico, il cinismo, l’apatia e l’antipolitica non vinceranno, finché queste figure saranno degnamente ricordate, finché l’inquietudine di molti, l’insoddisfazione per la nostra democrazia sfigurata, potrà rispecchiarsi nella virtù sobria, coraggiosa, tenace e all’occorrenza severa, di Bulow, sintesi dello spirito della Resistenza, esempio di democrazia armata, in senso proprio e in senso metaforico.

Oggi abbiamo quindi un gran bisogno di rispecchiarci in lui come in un esempio della forza delle convinzioni e della lucidità per realizzarle – cioè della vera onestà (al di là di quella intesa in senso legale, certamente necessaria) della quale ha bisogno la politica –. Abbiamo bisogno, giovani e meno giovani, di conoscerlo meglio, e di vedere in lui un buon motivo per essere orgogliosi di essere italiani.

L’articolo è stato pubblicato in www.patriaindipendente.it il 16 ottobre 2015 con il titolo Arrigo Boldrini e l’idea della democrazia includente.

La pax renziana

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Anche se mentre scriviamo non è ancora chiaro se la maggioranza verrà meno in occasione di qualche voto segreto al Senato, durante il faticoso parto della riforma costituzionale, è evidente che la situazione politica ha trovato un nuovo equilibrio.

Dentro il Pd è scoppiata la pax renziana; una pace di dominio, fondata su una concessione alla minoranza bersaniana, limitata e ancora non chiara nelle sue concrete modalità, sull’elezione diretta dei consiglieri regionali che saranno anche senatori (un’elezione che non si può formalmente definire tale, però); in cambio della quale la sinistra interna non potrà più porsi l’obiettivo di indebolire o far cadere Renzi, ma al massimo di gestire le briciole ultra-minoritarie del potere.

Insomma, c’è stato un riconoscimento reciproco, ma non paritario; l’elefante ha riconosciuto la pulce, e ne è stato riconosciuto.

Renzi è stato saggio: non ha tirato la corda e ha dato spazio (ultraminimo) ai suoi avversari interni; ma è stato anche prudente, e ha sdoganato Verdini (non più mostro di Lochness) e i suoi come truppa ausiliaria di riserva. Fuori dalla maggioranza finché ci restano i bersaniani (e, suprema beffa, non è neppure detto perché i verdiniani potrebbero entrare comunque); senz’altro dentro, se questi dovessero uscire (ma ciò non avverrà).

Che ci sia o non ci sia una crisi – improbabilissima, perché non voluta da nessuno; il più interessato potrebbe essere lo stesso Renzi, ma non prima delle elezioni amministrative e del referendum del prossimo anno –, ora il Pd è un partito sostanzialmente di centro, come ceto politico, alleanze, elettorato.

La sinistra interna non ha energia politica per cambiare questo dato di fatto.

Del resto, perché mai Renzi avrebbe dovuto rinunciare alle sue scorrerie linguistiche e programmatiche nel campo della destra?

Dopo la in fondo breve parentesi berlusconiana, infatti, la destra si è dissolta come forza politica unitaria – del resto, nella storia d’Italia non c’è mai stato un partito di destra, tranne appunto Fi –, pur restando maggioritaria nel Paese, e si è polarizzata fra una componente estremistica ed anti-sistema (la Lega) e un corpo ex-berlusconiano che è terra di conquista per il Pd. Questo diviene così un partito di centro (di centro-sinistra secondo un’autodefinizione a cui nessuno crede) che guarda a destra, per ovvii motivi di calcolo elettorale, lasciando scoperto il fianco sinistro nella speranza che non vi si insedi alcuna forza politica e sociale generando così un diffuso astensionismo – . Che questa speranza sia fondata o infondata è una delle grandi questioni aperte.

Il Pd viene così a ricoprire il ruolo di quel partito centrale e stabilizzatore che la storia d’Italia ha sempre richiesto – il bipolarismo competitivo è un’invenzione giornalistica e politologica, mai realizzatasi davvero: in età berlusconiana mancava infatti il requisito della legittimazione reciproca fra i due schieramenti –.

Partito pivot come la Dc, benché internamente organizzato e strutturato in modo opposto, il Pd è un partito leaderistico al vertice e notabilare nei territori e in parlamento (dove si nutre anche di trasformismo), che organizza il moderatismo ragionevole e fiducioso di chi ha qualcosa, o di chi spera di averlo, e lascia al populismo, all’estremismo e all’astensione chi non ha nulla o chi teme di perdere ciò che ha.

A differenza di quanto accadeva alla Dc, il Pd ha però opposizioni il cui elettorato si può unire al secondo turno, e rischia quindi assai più che quella.

Per ora, con la destra in rovina, le opposizioni ridotte a essere più anti-sistema (e quindi superficiali) che portatrici di una proposta costruttiva (cioè radicali), il centro torna a formarsi dopo un quarto di secolo, e a proporsi, come al tempo della prima repubblica, come privo di alternativa.

Il che è vero, soprattutto se una ripresina si manifesterà realmente, e se le contraddizioni del modello economico e politico che si impone in Italia non troveranno, per esprimersi, qualcosa di più dei populismi e degli astensionismi; se non troveranno, cioè, quella sinistra che ora non c’è e che proprio per questo (con un argomento ontologico rovesciato) è necessaria.

L’articolo è stato pubblicato in «La parola», il 15 ottobre 2015

Riforma della scuola e ideologia

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Il disegno di legge sulla riforma della scuola non disegna una riforma. Da questo punto di vista è anzi lacunoso e carente (ci sono ancora molte deleghe, infatti, che non hanno molte probabilità di produrre un coerente apparato normativo). I suoi effetti pratici saranno limitati, in pratica, alla formazione dell’organico funzionale della scuola e alla regolarizzazione del rapporto di lavoro di un gran numero di precari storici. Uno stock variegato e composito di persone, cresciuto a dismisura negli anni, sul quale si interviene con criteri almeno opinabili (in un contesto reso tanto ingarbugliato dalle politiche del passato che è difficile non commettere ingiustizie, comunque oggi ci si muova).

La stabilizzazione dei precari − idonei nei concorsi, o in vari modi abilitati, o di lungo servizio scolastico  con provvedimenti ope legis, o con sanatorie, o con concorsi riservati, è un classico della storia repubblicana. Lo ha fatto la Dc, senza menarne vanto. Lo ha fatto Berlusconi. Lo fa anche il provvedimento in questione, e forse non si può fare altrimenti: semmai, si può discutere il mix dei diversi strumenti previsti, ovvero la composizione dello stock di docenti da stabilizzare, oltre che la sua estensione complessiva  certo, da ampliare per evidenti ragioni di equità .

Ma a fronte di questa luce  modesta ma non nulla, e in ogni caso in una logica più di sistemazione dell’esistente che realmente innovativa  vi sono ombre, piuttosto fitte. L’essenza del disegno di legge, infatti, non è tecnica: è ideologica. Sta nella narrazione legittimante che lo informa, e che viene offerta all’intera nazione come un importante tassello  insieme al jobs act e alle riforme costituzionali ed elettorali  della «nuova politica» di Renzi. Per comprenderne la qualità, basta partire dalla constatazione che all’art. 1 tra le finalità educative non è elencato lo sviluppo della «capacità critico-cognitiva» del giovane, sostituita dalla «auto-imprenditorialità» (termine tecnico per indicare l’autonomia individuale, che è un concetto assai più semplice e meno impegnativo).

Il momento centrale dell’ideologia implicita nel provvedimento è l’interpretazione dell’autonomia scolastica come concorrenza e quindi disuguaglianza fra le scuole pubbliche: un’ideologia che ha ricadute organizzative reali la prima delle quali è la tendenziale privatizzazione della scuola implicita nella clausola del 5 per mille  qui vale il principio in sé, più che l’entità del gettito o le eventuali correzioni previste dalla legge; il principio, cioè, per cui una parte non aggiuntiva ma strutturale della spesa statale per la scuola pubblica è deciso direttamente da alcuni privati interessati (così che si configura un finanziamento privato della scuola pubblica statale oltre che di quella paritaria) . Lo stralcio di questo articolo è avvenuto in extremis, ma è grave che il governo abbia tentato di fare approvare queste norme, che hanno resistito anche al lavoro fatto in commissione sul testo originario. Lo sgravio fiscale anche per le scuole paritarie secondarie invece estende oltre misura la logica della legge Berlinguer del 2000.

La disuguaglianza viene in ogni caso perseguita anche con altri strumenti, oltre alla privatizzazione. Centrale appare la verticalizzazione del ruolo del preside, o dirigente scolastico. La cui figura, quale esce dall’art. 9, presenta  soprattutto nell’istituto della chiamata diretta  caratteri verticistici e gerarchici, leaderistici e aziendalistici, non esenti da elementi di discrezionalità e di arbitrarietà più che di autentica promozione del merito. Il preside non sarà uno «sceriffo» ma certo chiama a insegnare nella «sua» scuola i «suoi» docenti (anche a prescindere dalla loro abilitazione), con la responsabilità in ultima istanza monocratica, più che collegiale, di un dirigente come è disegnato dalla legge Bassanini per la pubblica amministrazione  rispetto alla quale, evidentemente, la scuola non gode di alcuna specificità . È evidente che per questa via si potranno formare scuole «omogenee», monoculturali, al limite monoconfessionali: in ogni caso, «di tendenza».

Le scuole statali potranno così andare incontro a un processo di differenziazione  sancito anche dalle valutazioni e dal loro esito quasi offensivo di bonus per consumi culturali (l’ideologia della valutazione, e della competizione che le inerisce, è in linea con quanto succede all’Università, dove genera molte distorsioni, in un contesto che in ogni caso non è paragonabile a quello delle scuole) . Si segnala incidentalmente che la valutazione dei valutatori (dei dirigenti) è invece ancora incompleta e aleatoria. Un processo pan-valutativo in ogni caso lontanissimo dalla logica che deve governare le scuole, che è il pluralismo nell’uguaglianza, attraverso la libertà d’insegnamento e l’accensione dello spirito critico. Di questa logica morale e culturale non c’è traccia nel provvedimento. Ed è questa la sua lacuna più grave, ma anche purtroppo più prevedibile.

La libertà d’insegnamento, in ogni caso, è a rischio. Infatti, la libertà d’insegnamento di un docente «a chiamata» non può non essere limitata. Se dispiace al suo preside rischia infatti non tanto di perdere lo stipendio (è di ruolo) quanto di non essere confermato, dopo il triennio, nell’istituto scolastico dove insegna, e di doversene cercare un altro, presumibilmente più scomodo. È un effetto, potenzialmente subalternizzante e intimidatorio, analogo a quello prodotto dall’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: l’istituto della chiamata diretta toglie indipendenza e autonomia al docente  certo, per ora questo effetto è limitato poiché si verifica solo per i neo-assunti e non per i docenti di ruolo vincitori di concorso già in servizio, i quali restano «servitori dello Stato» e non «chiamati» dal dirigente scolastico (definito, con neologismo rivelatore, «leader educativo»); ma in prospettiva remota interesserà l’intero corpo docente (quindi anche per tale via  oltre che per il vorticoso movimento delle cattedre che si annuncia quest’anno  è minacciata la continuità didattica, con danno non solo dei docenti ma anche degli studenti) .

L’ideologia di questo provvedimento è coerente con lo stile politico dell’attuale leader: le riforme, a scarso investimento economico, sono un’occasione per una resa dei conti con l’assetto democratico  certo, sfilacciato e per molti versi residuale  della scuola della Prima repubblica. In questo caso, con i sindacati della scuola e con l’intero corpo docente, accusati di apatia, inerzia, conservatorismo corporativo e di refrattarietà alla valutazione, che è vista, insieme all’uomo solo al comando, come la panacea di tutti i mali e come l’essenza stessa della scuola; con grave errore, poiché quell’essenza sta nella educazione come processo culturale complessivo e continuo, di cui la valutazione è parte subordinata. La presunta ostilità del corpo docente a subire valutazione è stata poi associata dal premier alla vecchia cultura sessantottina del 6 politico; ottima trovata (anche in chiave elettorale) per mettere i docenti in conflitto con le famiglie, che si suppone siano interessate alla qualità dell’insegnamento.

Un giudizio sul disegno di legge deve valutare il peso rispettivo degli aspetti positivi e di quelli negativi, discutibili provvedimenti concreti e cattiva ideologia (con le sue ricadute). E deve anche valutare oltre che la valorizzazione del lavoro parlamentare anche il rapporto col mondo esterno, in particolare la profondità e la trasversalità della rottura che si è istituita tra governo (e Pd) e insegnanti. Una rottura a cui si deve assolutamente porre rimedio non con vetero-sindacalismo ma con proposte più ampie e convincenti. Nel complesso, a oggi pare si possa dire che per questa volta le riforme  il cui effetto pratico, piuttosto basso ma non nullo sia nell’immediato sia in prospettiva, va nella direzione di un’adeguazione dell’esistente alle esigenze della «nuova oggettività» neoliberista  sono state interpretate ancora come occasione di divisione e di narrazione ideologica: cioè come esercizio del potere più che come servizio alla nazione.

L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 20 maggio 2015, e in www.centroriformastato.it il 22 maggio 2015.

Metamorfosi

Non le favole di Ovidio, né l’incubo di Kafka, né la straziante malinconia di Richard Strauss. Si tratta in realtà della nostra legge elettorale, unica al mondo: come la pietra filosofale, genera metamorfosi perché sa operare molte trasformazioni – intenzionali e non intenzionali –. Ma a differenza di quella, ciò che tocca non diventa oro.

***

1. La prima trasformazione è che la minoranza diventa maggioranza, o con un premio (meglio definirlo di minoranza) o con un ballottaggio. E non è una trasformazione da poco: la quantità non trapassa in qualità gradatamente, ma con un salto, con un miracolo; resta se stessa (minoranza) e al contempo diviene altro da sé (maggioranza). Vi è grande differenza tra questa legge premiale e l’effetto maggioritario dei collegi uninominali: mentre questi esprimono la volontà di un corpo elettorale già organicamente modellato in se stesso (in collegi uninominali, appunto) in modo tale da produrre (non necessariamente, certo) una maggioranza, l’Italicum prevede invece una secca aggiunta di seggi rispetto al risultato ottenuto col proporzionale.

2. Ciò risponde all’esigenza che la maggioranza si produca necessariamente – sulla base dell’assioma, ovviamente indimostrato (e accettato nell’ambito bersaniano prima ancora che in quello renziano), che la sera delle elezioni gli italiani hanno il diritto di sapere chi governa –; questa (pseudo) esigenza è l’origine della seconda trasformazione prodotta da questa legge. La trasformazione della mediazione in immediatezza, della politica da processo (che implica tempo, costruzione di coalizioni, o di alleanze e di programmi) in spot e in blitz; la virtù politica non è più la prudenza ma la velocità, non la pazienza ma l’impazienza (anche come ‘insofferenza’). Questa legge accarezza così la pulsione popolare all’antipolitica, benché proclami di volerla contrastare, proprio perché riduce la politica al minimo indispensabile, a una parentesi elettorale dal risultato comprensibile, semplice e garantito; l’obiettivo (non detto) è che sia possibile dimenticarsene al più presto, e lasciarne l’esercizio al ceto politico eletto – non nel senso di ‘scelto’ ma nel senso di ‘votato’ –.

3. Rientra in questa logica anche il fatto che la possibilità di scelta da parte dell’elettore sia ridotta, e che molti deputati saranno frutto di una scelta verticale dei partiti, ratificata dall’elettorato. Che i deputati siano (per lo più) trasformati in nominati ha lati positivi (solo così possono entrare in Parlamento i membri delle élites non politiche) e negativi (lo strapotere delle segreterie dei partiti si perpetua). Si deve dire, però, che questa trasformazione è di rilievo minore rispetto a quelle che seguono, riguardanti il quadro politico e il ruolo del Parlamento nel sistema politico.

4. La quarta trasformazione si realizza quando vi è un vincitore al primo turno. Nelle condizioni attuali, solo il Pd è in grado di superare il 40% dei voti espressi (ma quanti saranno, questi, rispetto all’intero corpo elettorale? Sarà vero, insomma, che gli aspetti di impazienza contenuti nella legge riavvicineranno, sia pure cursoriamente, i cittadini alla politica?); l’abbassamento delle soglie d’ingresso e il premio alla lista creeranno una situazione in cui un grande partito della nazione (un partito pigliatutto) regnerà indisturbato in un panorama di arboscelli (partiti del 15-20%, antisistema come la Lega e il M5S, ma anche Fi) o di arbusti non apparentabili (come rischia di essere il campo della sinistra extra-Pd). Il bipolarismo (mantra della seconda Repubblica e del primo Italicum) è trasformato in monopartitismo, nello stile della prima Repubblica. Con la differenza fondamentale che la nuova Dc non opererà alcuna mediazione nei territori (dove già ora si presenta spesso come ‘partito in franchising’, come sigla a disposizione dei più diversi gruppi d’interesse e delle più diverse formazioni locali, anche impresentabili), e che al centro ricompone l’unità politica non grazie a una variegata classe dirigente ma grazie a un Capo e alla sua capacità di dialogo mediatico con i cittadini.

5. Se il vincitore non si determina al primo turno, avremo poi un’altra trasformazione, la quinta: ovvero, il secondo turno si trasforma in ballottaggio. Ciò che ha un senso circoscritto e quindi sobriamente politico quando si svolge all’interno di un singolo collegio, si trasforma su scala nazionale in un plebiscito, o in un duello all’ok Corral, in una sfida fra due leader. L’intensificazione della politica si dà insieme alla sua semplificazione spettacolare e alla sua verticalizzazione.

6. In entrambi i casi (primo turno o ballottaggio) avrà luogo la sesta trasformazione (in realtà duplice), che investe il partito vincitore, il quale da poco più che comitato elettorale verrà trasformato in quasi solitario dominus della Camera. Ma la sua natura inconsistente sotto il profilo identitario e ideologico, la sua ondivaga collocazione sociale, nonché la modalità di composizione delle liste, faranno al tempo stesso di questo ‘padrone’ del legislativo un ‘servitore’ del vero Capo della politica italiana, cioè del presidente del Consiglio, il leader della lista vittoriosa (che il Capo dello Stato non potrà non incaricare di formare il governo).

7. Tutto ciò nasce dalla settima trasformazione – la prima, da un punto di vista logico – realizzata dall’Italicum: la legge elettorale non è più una legge neutra (non che lo fosse il Porcellum; erano però neutri tanto il proporzionale quanto il Mattarellum) ma supremamente politica (in parallelo, la riforma costituzionale politicizza le istituzioni, che divengono la posta in palio delle elezioni, mentre dovrebbero essere l’arena neutrale in cui agiscono i soggetti politici; mentre la riforma della Pa introduce lo spoil system nelle alte fasce della burocrazia). Questa trasformazione è stata resa manifesta quando sulla legge elettorale il governo ha posto la questione di fiducia, con una mossa che ha due soli precedenti: la legge Acerbo (1923), e la cosiddetta “legge truffa” (1953), che meritano una considerazione ravvicinata.

La prima (legge 18 dicembre 1923, n. 2444) fu approvata alla Camera il 21 luglio 1923, dopo la posizione della questione di fiducia (al governo Mussolini la Camera aveva rifiutato l’anno prima la delega in materia elettorale). Lo scoglio più grande per il governo fu il superamento dell’opposizione dei popolari, proporzionalisti, che avvenne grazie a una spaccatura fra destra e sinistra del Ppi, alla quale non fu estraneo l’allontanamento di don Sturzo dal partito, avallato dal Vaticano. Al Senato la legge fu approvata il 14 novembre. La legge intendeva superare la frammentazione politica nata dall’introduzione del proporzionale, nel 1919, e prevedeva un sistema maggioritario plurinominale in un collegio unico nazionale, suddiviso in sei circoscrizioni nelle quali ciascuna lista presentava candidati che potevano essere scelti con le preferenze. La lista vincitrice, che avesse conseguito almeno il 25% dei voti validi, avrebbe ottenuto 2/3 dei 535 seggi, pari a 356; mentre gli altri 179 sarebbero stati divisi tra le altre liste, col sistema proporzionale. La “legge Acerbo” fu applicata solo nelle elezioni del 6 aprile 1924, che – con innumerevoli violenze e brogli – vide l’affermazione nettissima del “listone”, la Lista Nazionale in cui insieme al PNF era confluita la destra nazionalista, liberale e cattolica, mentre le altre forze politiche non formarono un cartello elettorale alternativo.

La cosiddetta “legge truffa”, poi, si differenziava dalla legge Acerbo, e anche dall’Italicum, perché prevedeva, in un impianto proporzionale, un premio di maggioranza alla Camera, per accedere al quale un partito o una coalizione dovevano ottenere il 50% più uno dei voti validi; in tal caso, avrebbero avuto diritto al 65% dei seggi. Alla Camera la legge fu proposta da Scelba e fu discussa dall’inizio di dicembre 1952 al 21 gennaio 1953, fra l’ostruzionismo delle minoranze di destra e di sinistra. Durante l’approvazione De Gasperi – che voleva servirsi della legge per le elezioni imminenti – pose la fiducia sulla parte non ancora esaminata; al momento della votazione l’opposizione lasciò l’aula. Al Senato la fiducia fu posta fin da subito, e a causa di essa si dimisero due presidenti, Paratore e Gasparotto, finché il nuovo presidente, Ruini, riaprì la seduta durante la sospensione dei lavori della domenica delle Palme (29 marzo) del 1953, quando in un inverosimile tumulto scatenato dal Pci la legge fu approvata. Il presidente Einaudi la promulgò il 31 marzo come legge n. 148/1953. Alle elezioni del 7 giugno le forze centriste apparentate ottennero il 49,8% dei suffragi: per circa 54.000 voti il meccanismo previsto dalla legge non scattò. Il 31 luglio 1954 la legge fu abrogata, lasciando dietro di sé uno strascico di gravissima conflittualità politica.

Naturalmente, l’Italicum è assai diverso dalla legge Acerbo perché prevede una soglia più alta perché scatti il premio, per l’entità di questo, oltre che per numerose altre tecnicità; e perché il suo intento esplicito non è di instaurare un regime, ma garantire la governabilità. Ed è diverso anche dalla “legge truffa”, perché non richiede, per assegnare il premio, il 50% più uno dei voti. Ma ha in comune con queste leggi l’idea che l’elezione sia trasformabile dal governo, attraverso una legge, da espressione della sovranità popolare a variabile di una tattica politica che la trascende, al fine di realizzare la stabilità politica: le esigenze di Mussolini erano di dare legittimità formale alla sua presa del potere e di stringere alleanze organiche con le forze reazionarie, mentre De Gasperi e Scelba volevano blindare il centrismo per non dovere aprire né alla destra, come invece avvenne sporadicamente nella seconda e nella terza legislatura, né alla sinistra, come avvenne nella quarta con i governi di centrosinistra. La “legge truffa”, così, avrebbe alterato, ove applicata, il corso storico della politica italiana.

In un contesto assai diverso, anche l’Italicum è una legge molto divisiva (a essa è stata sacrificata anche l’unità del Pd, oltre che l’alleanza con Fi) e radicalmente ‘di sistema’, in quanto plasma – per quanto può una legge elettorale – il potere legislativo, e (in sinergia con la riforma costituzionale) l’intero quadro politico, nell’interesse dell’esecutivo e della sua strategia politica.

8. Questo interesse è l’ottava trasformazione in cui la legge elettorale è coinvolta (insieme alla legge di riforma della costituzione), e ne esprime il significato politico. Il combinato disposto di queste due riforme consegna l’intero sistema politico al vincitore delle elezioni: si tratta quindi della trasformazione della democrazia parlamentare in un premierato che, essendo di fatto privo di contrappesi politici, è in realtà una “democrazia d’investitura rafforzata”: infatti, il Senato riformato, anche dopo l’introduzione dell’elezione dei cittadini, è politicamente inesistente; il potere del Capo dello Stato è una variabile che dipende dalla personalità di un singolo; la Corte Costituzionale è un contrappeso solo giudiziario.

Nessuna analogia è possibile fra il potere di questo Capo e il pur rilevante peso politico dei leader dei Paesi anglofoni, che è bilanciato politicamente: in Inghilterra il Primo ministro primeggia in un partito che ha autonoma consistenza e che non trae certo dal Capo la sua natura né la sua presa sulla società; negli Usa, poi, il presidente è in pratica eletto direttamente dal popolo, in parallelo rispetto a un parlamento – che in una delle due Camere, il Senato, esprime l’articolazione federale della Nazione – che lungi dall’esserne subalterno fronteggia direttamente il potere presidenziale.

9. La natura parlamentare della repubblica – formalmente conservata – esce vulnerata dal combinarsi di questa legge elettorale con la riforma costituzionale: scomparso politicamente il Senato, una sola Camera, Montecitorio, sarà legata mani e piedi all’esecutivo – dapprima, al suo formarsi, in virtù delle dinamiche della legge elettorale, che produrrà moltissimi ‘nominati’; in seguito, nell’esercizio delle sue funzioni, in virtù dell’obbligo di supportare il ‘suo’ governo, al quale è legata dalla fiducia, revocando la quale quasi sicuramente si suicida, facendo terminare la legislatura –. Il rapporto fra parlamento e governo (e il suo Capo) ricalca il modello del ‘Sindaco d’Italia’, appena mascherato: la stabilità (la governabilità) – che è l’obiettivo politico principale della legge e che fa premio sulla rappresentatività – si trasforma in rigidità del sistema. Sarà rischiosissimo per la Camera esercitare la prerogativa sovrana, che formalmente le rimane, di far cadere il ‘suo’ governo e di esprimerne un altro. Perché ciò possa avvenire sarebbe necessaria non certo una modifica del quadro di alleanze, resa impraticabile dalla circostanza che il partito vincitore ha il 55% dei seggi, ma addirittura una spaccatura di esso, o almeno una congiura di palazzo che scalzi il leader vincitore delle elezioni.

Nel nuovo modello politico che ci si prepara, il cambio di governo, a legislatura in corso, è una patologia e non una fisiologia. Così come è patologico che il governo incontri nella Camera una volontà sovrana che resiste alla sua.

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Fisiologici sono invece, nell’intento del legislatore, il grande conflitto elettorale da cui esce investito (o plebiscitato) il leader, e la seguente stabilità politica, garantita dal partito della nazione, la velocità della decisione del governo, la certezza della ratifica parlamentare: insomma, la semplificazione della politica. Non rientrano insomma in questo nuovo modello politico la complessità e la politicità della società, la conflittualità fra interessi contrapposti, la dialettica fra le istituzioni e all’interno della Camera politica. Da una parte la legge elettorale (combinata con la riforma costituzionale) è iperpolitica (attraverso uno spettacolare scontro elettorale realizza una grande concentrazione di potere nel leader vincitore), dall’altra è spoliticizzante (non vuole vedere né rappresentare la complessità e la contraddittorietà della società, che viene per di così messa ai margini – con un lieve miglioramento, da questo punto di vista, rispetto al primo Italicum che addirittura la cancellava –).

La politica perde quindi spazio in larghezza orizzontale e ne acquista in verticalità; si abbrevia e si velocizza nel tempo, trasformandosi da processo in decisione; e si fa più pop (nel migliore dei casi; nel peggiore, populista) e meno popolare, più intensa ma meno partecipata; più rigida e meno elastica; più piegata verso l’assertività (non diciamo l’autoritarismo) che verso il dialogo politico (non di facciata) fra soggetti diversi. La coalizione fra partiti e il confronto aperto con le parti sociali sono sostituiti dal comando democratico. Resta per ora non chiaro se questa trasformazione sia un inseguimento (o un accorto fiancheggiamento) dei processi economici o se riesca a dare alla politica una nuova efficacia ordinativa; mentre è certo che le vecchie classi dirigenti hanno la punizione delle loro colpe, delle loro omissioni e cecità; che gli interessi forti interni e internazionali sono più garantiti dalla instabilità politica e dai conflitti sociali (percepiti come un rischio inaccettabile); che la democrazia è trasformata profondamente, certo senza essere abolita.

La radicalità di questa complessiva metamorfosi, attraverso queste trasformazioni – una radicalità che vale bene l’azzardo della fiducia posta sulla materia elettorale – potrebbe, forse, essere migliorata o almeno attutita dalla revisione della riforma del Senato, se questo fosse portato a essere Camera elettiva delle garanzie – cioè a essere un vero contropotere –. Ma proprio questa prospettiva rende quella revisione un’ipotesi da perseguire con forza, ma anche altamente improbabile.

L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 13 maggio 2015, e in www.centroriformastato.it il 18 maggio 2015.

Sinistra e Pd. Un contributo d’analisi

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Quella che un tempo si sarebbe detta la ‘fase’ ci mostra in atto, con le imponenti migrazioni tra gruppi parlamentari, e con lo sbando della destra, la decostruzione del sistema partitico, caratterizzata da un’intensità analoga a quella del biennio 1992-94; e al contempo l’affermarsi di un soggetto quasi post-partitico, il Pd di Renzi, che occupa una posizione centrale nel sistema politico, e vi funge, oltre che da architrave, anche   da scambiatore di persone, di carriere, di poteri, in una prospettiva neo-trasformistica. Parallelamente a questo concorrere degli interessi forti, e di parte di quelli diffusi, verso il centro del sistema, si manifestano segnali crescenti di esclusione, sia nell’area istituzionale – dove all’esterno del Pd e delle forze che in vario modo e grado ne dipendono (il centro e il centro-destra; ma anche Sel non ha larghe prospettive autonome) c’è solo una protesta (Lega e M5S) che per la sua mancata spendibilità politica rafforza il Pd stesso – sia fuori dalle istituzioni, dove i cittadini non votanti sono ormai la maggioranza. Non è dunque ancora risolta la questione dei partiti, ovvero della rappresentanza e insieme della partecipazione, apertasi un quarto di secolo fa.

Eppure in questa debolezza della politica  troppo includente e al contempo troppo escludente  c’è evidentemente una forza, resa tale sia dallo stato di necessità, sia dall’abilità politica del leader del Pd e del governo, sia dall’assenza di alternative praticabili – in termini di personale politico e di programma –. Una forza che fa sì che l’attuale fase veda anche operarsi, sia pure con fatica e in modo non ancora compiuto, una trasformazione della democrazia italiana: l’Italia sta infatti assumendo una nuova forma politica.

Sia chiaro che non si tratta di una forma di per sé autoritaria: l’alternativa fra democrazia e autoritarismo appartiene alla cattiva scienza politica e alla pigra filosofia politica. Fra i due corni di quell’alternativa c’è in realtà un vastissimo spazio di sfumature e di posizioni, in cui l’Italia sta occupando il quadrante di una speciale «democrazia d’investitura rafforzata» – rafforzata, s’intende, da un evento non formalmente costituzionale come l’appoggio quasi plebiscitario che i poteri economici e mediatici (peraltro largamente coincidenti) offrono al leader .

Le riforme in via di approntamento coinvolgono le tre facce dell’unico sistema di potere dei nostri giorni – la tripartizione di Montesquieu fra legislativo, esecutivo, giudiziario è infatti largamente obsoleta –: potere economico (qui si è intervenuti col jobs act sul mercato del lavoro, senza disturbare in alcun modo il capitale e la finanza), potere politico (riforma della Costituzione e della legge elettorale), potere formativo e informativo (riforma della governance della Rai e della scuola).

I risultati sono, quanto al primo punto, la privatizzazione e la spoliticizzazione del lavoro (che divenendo affare personale – questo significano infatti la flessibilità e l’ideologia della protezione del lavoratore e non del posto di lavoro –, perde il rango di fondamento primario della democrazia repubblicana) e la sua subalternità reale al potere del capitale; durante la lunga fase delle tutele incomplete il lavoratore non sarà particolarmente combattivo, com’è ovvio supporre. Quanto al secondo punto, la politicizzazione della Costituzione, che cessa di essere un’arena di istituzioni in cui, all’interno di un antifascismo originario e di un progressismo sistematico (l’art. 3 Cost.), le forze politiche si affrontano alla pari, e che – da una legge elettorale squilibrata e unica nel mondo occidentale – viene invece consegnata senza contrappesi significativi al vincitore delle elezioni politiche, organizzate come un breve duello che ha in palio il comando politico indisturbato fino alla scadenza della legislatura, quando si scatenerà una nuova resa dei conti per la successiva investitura. E, quanto al terzo punto, si lascia invariato il dominio mediatico degli oligopoli economici, e anche la tendenza a trasformare la politica in spettacolo  in una logica di sistematico svilimento –, e sarà sottratta la Rai ai partiti e rafforzata la sua dipendenza dal potere politico, mentre la trasmissione scolastica di cultura si incentrerà sulle competenze, sulle abilità e sul problem solving. Come al primo punto si esclude il conflitto, e al secondo la politica in quanto attività complessa prolungata e diffusa, così al terzo punto si limita lo spirito critico: risolvere i problemi è importante, ma lo è ancora di più capire perché e come sono nati, a vantaggio e a svantaggio di chi.

A uno sguardo attento queste trasformazioni sembrano andare verso l’importazione in Italia dell’ideologia dei Trattati Ue, resa esplicita con la formula che vuole l’Europa impegnata a realizzare «un’economia sociale di mercato altamente competitiva» – l’esclusione del conflitto sociale, la costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio, i parametri di Maastricht, l’orientamento all’esportazione, i bassi salari (gli 80 euro non invertono certo la rotta in modo significativo), vanno tutti in questa direzione . Un’ideologia moderata ma non certo autoritaria o antidemocratica, quindi; che si presenta in Italia con una curiosa e importante variante: i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni economiche, burocrazie, Länder) che nello schema originario sono i perni strutturali della stabilità sistemica, da noi invece sono sotto attacco mediatico e politico, e pare prevalere un modello populista-democratico di leadership intensamente politica che fa appello direttamente al popolo scavalcando ogni mediazione, denigrata come ‘casta’. La differenza è grande, certo; e nasce dal fatto che, nonostante l’opera demolitoria di Berlusconi, per molti versi il lavoro di abbattimento delle strutture e delle mentalità ‘socialdemocratiche’ (partiti e sindacati) e ‘vetero-costituzionali’ (burocrazie e regolamenti) resta ancora da fare, ed ancora esige – agli occhi, ovviamente, di chi si assume l’onere politico di riformare l’Italia nella direzione indicata – un grande investimento di energia politica innovativa (impropriamente spesso elevata al rango di ‘decisionismo’, ma certamente debordante). Resta da vedere, ed è un grande dilemma interpretativo e politico, se questo «quasi-decisionismo» sarà una fase transitoria, un accompagnamento verso la stabilità di un ordine nuovo, o se invece resterà la cifra di una politica restia (o inadatta) a precipitare in soluzioni ordinative, e tutta spostata verso l’attivismo e l’occasionalismo.

Se ci si chiede come si sia arrivati a ciò – al di là delle vicende più recenti, che hanno visto l’insuccesso elettorale del tentativo blandamente socialdemocratico di Bersani –, non si può non fare riferimento alla sconfitta storica della sinistra, maturata fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, a opera della rivoluzione neoliberista che ha chiuso il ciclo rooseveltiano (o, per dirla all’europea, i Trenta gloriosi); e anche all’introiezione, fortissima, da parte delle sinistre europee, delle logiche e delle categorie analitiche del mercatismo imperante. Che continua a imperare nonostante le sue contraddizioni (soprattutto due: esige molta più energia politica di quanto abbia mai ammesso, e in nome dell’individualismo riduce i singoli soggetti, e i loro diritti, a irrilevanza sociale ed esistenziale) e nonostante le sue crisi, che si abbattono sulle società occidentali come calamità naturali a cui si fatica molto a rispondere (e particolarmente fatica il modello ordoliberista europeo).

Di fatto, sia quando funzionava a regime sia quando è entrato in crisi, il sistema neoliberista ha prodotto, in Occidente, un grave logoramento del legame sociale, generando disuguaglianza e insicurezza tanto gravi da mettere a rischio l’auto-identificazione democratica della cittadinanza. E per di più sembra oggi che il legame si possa ricostituire intorno alla paura dei conflitti e dei terrorismi che terribili squilibri geo-strategici hanno ormai portato alle soglie di casa. Un contesto di impoverimento e di paura che certo non aiuta la sinistra.

Non facile, com’è evidente, individuare se non rimedi, se non un programma, almeno alcune strategie sensate e coerenti da parte di una sinistra che non pare godere, nemmeno a livello europeo, di particolare fortuna e consenso. E che nondimeno dovrà affrontare l’experimentum crucis dell’identità, ovvero della contrapposizione consapevole allo stato di cose esistente, e della prassi, ovvero della responsabilità governante.

Tutto ciò esige che chi si oppone al ciclo politico in corso, e alle sue scelte qualificanti, sia prima di tutto all’altezza, intellettuale politica comunicativa, del compito. Ovvero che si renda ben conto della posta in gioco, tanto politica (la forma costituzionale del Paese) quanto sociale (l’esigenza di cambiare politiche economiche o inesistenti o finalizzate a parametri che non tengono conto dell’occupazione). E che si ponga apertamente l’obiettivo, l’unico che la sinistra può realisticamente darsi, di ricostruire il legame sociale e la tenuta democratica del Paese a partire dal lavoro, e dall’obiettivo dell’impiego produttivo di massa e, perché no, dalla difesa del sistema industriale italiano.

A tal fine si devono accettare alcune sfide.

La prima è quella delle riforme, la cui esigenza prescinde dall’Europa. È la storia delle nostre debolezze, della fase terminale della Prima repubblica e di gran parte della Seconda, che ce le impone. Ma se cambiare si deve, non si tratta però di cambiare per il gusto di cambiare (è già stato fatto) né per adeguare il Paese a incomprensibili (o comprensibilissimi) diktat transalpini. Il fatto è che ‘riforme’ e ‘innovazione’ sono termini ambigui: ogni riforma può essere impostata secondo direzioni diverse, e ha conseguentemente costi sociali diversamente distribuiti: e finora i costi sono stati pagati dai deboli, che lo sono divenuti ancora di più. La coppia oppositiva vecchio/nuovo non può sostituire quella di destra/sinistra. Quindi, è ora di chiedersi apertamente: «Quali riforme?», «Riforme per chi?».

La seconda sfida consiste nell’uscire dal concetto di ‘minoranza’, che è solo numerico e aritmetico, e non ha rilievo qualitativo, politico. Devono cessare le ambiguità e le incertezze della politica (delle sinistre) intesa come proclamazione di penultimatum, come posizionamento interno, come contrattazione degli emendamenti (in certi casi utili, non lo si nega, ma confinati per loro natura in un’ottica di riduzione del danno, di male minore). La sinistra deve unirsi, almeno a livello di un tavolo permanente di coordinamento, per prendere l’iniziativa, individuando un diverso orizzonte culturale e sociale. Il reddito di cittadinanza, nelle forme appropriate, può essere un’occasione di nuovo protagonismo. Ma lo dovrà essere anche un’elaborazione sul Ttip, snodo strategico a cui non si riflette a sufficienza, e sulla scuola, altrettanto centrale e urgente. E, non ultimo, una battaglia critica e culturale per ridisegnare linguaggi, concetti e categorie (senza ambire all’egemonia, ma per costruire un pluralismo reale).

La terza sfida consiste nel declinare la necessaria centralità della politica (a ogni pulsione antipolitica che si realizza un esponente dei poteri forti si frega le mani) articolandola su tre livelli. Quello del leader (che a sinistra c’è sempre stato), quello della individuazione di un’area sociale di riferimento (la sinistra non può coincidervi, ma non può prescinderne) e quello del partito. A proposito del quale ci si deve chiedere come una prospettiva di sinistra possa manifestarsi efficacemente in un partito a vocazione maggioritaria se questo anziché essere una delle due grandi forze in campo (secondo i canoni della democrazia competitiva) è, come oggi avviene del Pd, l’unica forza politica di rilievo, circondato da partiti anti-sistema sotto il 20%. Il che lo porta appunto alla condizione descritta in apertura, di essere cioè un partito pigliatutti, progressivamente sempre più centrista, che si autoproclama partito della Nazione mentre della Nazione non rappresenta che un quarto. Alla sinistra, dunque, il compito di includere efficacemente il lavoro e i giovani in un orizzonte più vasto e più connotato.

Il testo è la trascrizione di un intervento tenuto il 21 marzo 2015, presso l’Acquario Romano, in occasione dell’incontro dal titolo A sinistra nel Pd. Per la democrazia e il lavoro. È stato pubblicato in ideecontroluce.it il 25 marzo 2015, e in www.centroriformastato.it il 20 aprile 2015

Guerra e popolo nella nuova Costituzione

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  1. Premesse storiche e teoriche

Il tema della deliberazione dello stato di guerra, di cui all’art. 78 Cost., concerne una questione di principio, al tempo stesso rara e rilevante.

È rara di fatto, perché non riguarda né la lotta al terrorismo né la partecipazione del Paese a missioni militari internazionali, né eventuali misure interne straordinarie di sicurezza, e neppure la pronta risposta operativa ad attacchi subiti dal nostro Paese; ipotesi tutte affidate – e non è qui il caso di esprimere giudizi in merito – o ad atti del governo legittimati o legittimabili da voti del Parlamento, o da decreti legge che richiedono la conversione.

Da un punto di vista storico, non si è mai fatto ricorso all’art. 78, né per la lotta all’eversione interna, per la quale si utilizzò la legge ordinaria – Legge Reale (1975, rivista nel 1977), e legge Pisanu (2005) –, né per la partecipazione dell’Italia a missioni di combattimento in ambito Nato (il contributo dell’Italia all’operazione Allied Force contro la Serbia nel 1999 fu deciso senza una votazione in Parlamento).

La guerra dalla seconda metà del XX secolo ha infatti cambiato forma, e si manifesta con assoluta prevalenza o come missioni di intervento umanitario rivolte alla protezione di popolazioni in situazioni di conflitti interni, o come operazioni asimmetriche, anti-guerriglia e anti-terrorismo; circostanze, queste, che rendono impossibile la dichiarazione di guerra la quale, con la sua formalità e ritualità, implica invece, necessariamente, un rapporto paritario (benché di ostilità) fra Stati legittimi e sovrani, che tali si riconoscono l’un l’altro.

È poi una questione rara di diritto, perché secondo lo spirito dell’art. 11 Cost. l’Italia può intraprendere guerre, in senso proprio, soltanto se queste siano difensive.

A questo proposito è da notare che (ex art. 11, comma 2, Cost.) l’Italia fa parte, come Stato sovrano in posizione di parità con gli altri soci, di un’alleanza militare di difesa collettiva (la Nato) il cui Trattato istitutivo all’art. 5 non prevede, qualora intervenga il casus foederis (cioè un’aggressione subita da uno Stato membro), un automatico ingresso in guerra del Paese (come invece richiedeva l’art. 3 del Patto d’acciaio, la cui natura era totalitaria e rivolta principalmente all’offesa) ma l’obbligo di assistenza fino eventualmente al ricorso alla forza, conservando ciascun contraente la scelta delle modalità di questa assistenza. Anche ammesso in via ipotetica che l’Italia possa entrare formalmente in guerra in virtù della propria appartenenza alla Nato, nell’ambito dell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, non vi è costretta in modo automatico dal Trattato atlantico: la decisione se ricorrere allo jus ad bellum, e con quali modalità farlo, è del tutto sua.

Benché si tratti di una questione quasi solo di principio, che ha poche probabilità di presentarsi realmente, la deliberazione dello stato di guerra è nondimeno una questione rilevante in senso formale e contemporaneamente esistenziale. Infatti, è la più alta manifestazione della sovranità popolare, in quanto implica l’eccezionale e deliberata esposizione dell’intera popolazione a immense distruzioni e a pericoli mortali. E quindi richiede una decisione democratica pubblica e formale, cioè solenne, e riconducibile, per via mediata, alla maggioranza reale del popolo. Non solo si esige il principio di rappresentanza, quindi, ma anche la reale rappresentatività delle istituzioni decidenti.

Ed è rilevante, infine, in senso giuridico, perché la deliberazione parlamentare sullo stato di guerra comporta, secondo l’art. 78 Cost., potenziali modifiche dell’equilibrio costituzionale interno, e del regime dei diritti politici (e forse civili): l’articolo prevede infatti l’attribuzione al governo dei “poteri necessari” per la guerra, che restano indeterminati (il che non è rassicurante), mentre l’art. 60 Cost. rende possibile la proroga, con legge, della durata delle Camere, cioè il rinvio delle elezioni, in caso di guerra (per tacere dell’entrata in vigore del cpmg, le cui sentenze possono non essere ricorribili in Cassazione – ex art. 111 Cost,, comma 2 ).

  1. La tesi

Sul tema della guerra la Costituzione repubblicana introduce due fortissime innovazioni: la prima è che la guerra è ripudiata (art. 11, comma 1) in quanto esercizio sovrano dello jus ad bellum, cioè in quanto normale opzione di gestione degli affari esteri del Paese, e permane quindi, implicitamente, solo come guerra difensiva o derivante dall’appartenenza dell’Italia a organizzazioni internazionali di carattere difensivo. La seconda è che, grazie all’art. 78 Cost., la guerra diventa affare di popolo (attraverso il Parlamento) e non più del solo re, anche in quanto titolare del potere esecutivo, com’era secondo l’art. 5 dello Statuto Albertino, che implicitamente unificava deliberazione e dichiarazione di guerra in capo al monarca (non rilevano, qui, le pur importanti evoluzioni della pratica costituzionale al riguardo, di fatto intervenute durante la lunga vigenza dello Statuto). Nulla vale l’obiezione che la guerra sia di pertinenza dell’esecutivo in quanto momento della   politica estera del Paese, che di per sé sarebbe prerogativa del governo: ipotesi del tutto priva di fondamento logico e costituzionale, come appare dalla lettera e dallo spirito dell’art. 78 Cost.

Nella Costituzione repubblicana, a proposito della guerra, il governo è infatti menzionato (art. 78) come destinatario dei poteri di guerra che gli vengono attribuiti dal Parlamento, e non riveste quindi una esplicita funzione propositiva; l’attore centrale e decisivo della deliberazione formale della guerra è il Parlamento, rappresentante politico della sovranità del popolo; l’atto della dichiarazione, seguente alla deliberazione, è affidato (art. 87 Cost.) al Presidente della repubblica, che rappresenta simbolicamente, anche verso l’esterno, l’unità della nazione – ma, benché eletto con maggioranza parlamentare qualificata, non rappresenta la volontà sovrana del popolo, né la può supplire –. La condotta della guerra è infine di pertinenza del governo.

Quindi che la deliberazione dello stato di guerra da parte del Parlamento avvenga a maggioranza semplice, secondo quanto è implicito nel testo originario dell’art. 78, non deriva dalla volontà del costituente di ricondurre la guerra alla maggioranza che ha fiduciato il governo; si tratta infatti di una maggioranza parlamentare che, pur coincidendovi numericamente, ha una finalità diversa (appunto, deliberare sulla guerra) da quella che sorregge l’esecutivo. Piuttosto, il dettato costituzionale è da riferirsi all’esigenza democratica che a deliberare sulla guerra debba essere una maggioranza della rappresentanza politica del popolo, per via mediata potenzialmente riferibile alla sua maggioranza reale.

Infatti, le leggi elettorali sono implicite nella Costituzione – ne fanno parte in senso materiale –, e non vi è dubbio che nella nostra fosse implicito, nel momento in cui nacque, un sistema proporzionale privo di aperte correzioni maggioritarie. Per di più, nel 1946 la partecipazione elettorale si era dimostrata altissima (89%), e non vi erano motivi per pensare che non lo sarebbe rimasta, come in effetti per molti anni avvenne. Era quindi sicuramente intento dei costituenti che la deliberazione dello stato di guerra fosse presa dalla rappresentanza popolare (il Parlamento, composto da Camera e Senato) caratterizzata da una specifica rappresentatività.

Oggi invece si va verso l’adozione di una legge elettorale che sacrifica parzialmente la rappresentatività alla governabilità: con il 40% dei voti espressi, per di più in un contesto di crescente disaffezione partecipativa, si potrà legittimamente governare, grazie a un cospicuo premio di maggioranza (che può portare il vincitore fino al 55% dei seggi alla Camera). Che l’esercizio in sicurezza dell’attività di governo, per implementare il programma elettorale, da parte della forza politica che ottiene la maggioranza relativa nel Paese sia nell’attuale fase storica un’esigenza molto presente – un’esigenza sulla quale non si vuole qui esprimere un giudizio in via generale – appare inoltre manifesto anche da disposizioni della stessa legge di riforma costituzionale, in cui è evidente l’aumento di peso del ruolo del governo (ad esempio, il c.d. “voto a data certa”). Un’esigenza che per essere soddisfatta esige un prezzo: ovvero che il circuito della fiducia fra maggioranza parlamentare e governo – che, come si è visto, è in ogni caso estraneo in quanto tale alla deliberazione dello stato di guerra – non sia necessariamente rappresentativo della maggioranza dei cittadini. Se formalmente votata dal Parlamento, e se contenuta entro limiti ragionevoli (come da sentenza della Corte Costituzionale n. 1, 2014), tale diminuzione di rappresentatività della maggioranza parlamentare può essere accettata in via di principio.

Ma proprio per questi motivi la legge elettorale prossima ventura comporta problematiche costituzionali a cui, almeno in parte, si è cercato preventivamente di fare fronte: infatti, per eleggere alcuni organi di garanzia fra cui il Capo dello Stato – che rappresenta l’unità della nazione, e che deve essere l’equilibratore dell’intera macchina politica, e il custode e garante della Costituzione – il testo riformato prevede, giustamente, un innalzamento del quorum richiesto dalla Carta nella sua redazione originaria per non fare del Presidente, e di altri organi di garanzia, l’espressione della maggioranza di governo.

Ebbene, per analogia anche la deliberazione dello stato di guerra esige ratione materiae, ossia per la sua eccezionalità e per la sua rilevanza esistenziale per l’intero popolo, appunto ciò che l’emendamento proposto si ripromette di ottenere: e cioè che la guerra sia decisa da una maggioranza parlamentare – della sola Camera, giustamente, perché solo questa rappresenta, nella Costituzione riformata, la sovranità popolare – diversa nei fini e più larga nei numeri, ossia dotata di maggiore rappresentatività, rispetto a quella che sorregge il governo; precisamente, da una maggioranza dei due terzi dei componenti della Camera, corrispondente a circa la maggioranza semplice dei cittadini che hanno votato. Ovviamente, se il governo gode, alla Camera, di una maggioranza dei due terzi l’intero ragionamento resta valido in linea di principio ma ai fini pratici ogni questione è superata.

Se quella sulla guerra è una decisione eccezionale ed esistenziale, ciò significa che nel ragionare di essa nel contesto della Costituzione riformata e della legge elettorale imminente si devono certamente accettare il principio di rappresentanza (l’istituzione che decide è la Camera, ovvero la decisione non è affidata all’immediatezza di un plebiscito) e il principio di maggioranza (l’istituzione rappresentativa decide a maggioranza), ma ci si deve anche interrogare sulla rappresentatività empirica del decisore. Senza che venga in alcun modo messo in discussione il principio inderogabile della libertà del mandato parlamentare, che non è coinvolto in questo ragionamento, è politicamente evidente che nel caso della guerra non ci si può chiudere nella logica formale delle istituzioni e del loro funzionamento normale, ma si deve prevedere, a livello di norma costituzionale, un riferimento alla realtà materiale dei diritti e dei beni dei cittadini, per essere certi che, in questo caso peculiare, queste istanze vengano rappresentate all’interno delle istituzioni nel più alto grado e nella pienezza delle modalità. Da qui la richiesta non solo che il quorum sia aggravato ma anche che venga calcolato sugli aventi diritto, e non solo sui deputati presenti in Aula, per far sì che il riferimento (mediato) alla maggioranza dei cittadini sia non solo potenziale (come è se si calcolano solo i presenti) ma verosimile e attuale.

Il fine dell’emendamento è quindi di conservare intatto, ribadendolo e rafforzandolo, lo spirito originario della Costituzione, ovvero che la deliberazione sulla guerra non sia in capo alla maggioranza di governo – che vi è estranea in linea di principio, e che per di più sarà presto una maggioranza artificialmente corretta – ma a una maggioranza del Parlamento che sia rappresentativa della maggioranza reale dei cittadini.

Ai costituenti parve, verosimilmente, di avere sufficientemente solennizzato e democratizzato la deliberazione dello stato di guerra con l’attribuirla integralmente alla rappresentanza del popolo e alla sua interna maggioranza, e quindi mediatamente e potenzialmente alla maggioranza reale dei cittadini. Con il sistema elettorale che ci apprestiamo a introdurre ciò, invece, non sarà più vero: e allora la scelta fra le due maggioranze (quella formale all’interno del Parlamento e quella reale del Paese) dovrà andare, nel caso eccezionale della guerra, senz’altro a favore dell’opzione più democratica, cioè della maggioranza parlamentare doppiamente qualificata (nel quorum e nel riferimento agli aventi diritto), che più si approssima a quella empirica e reale.

In caso contrario, la guerra potrebbe essere deliberata dalla maggioranza parlamentare semplice dei presenti, ovvero in pratica dalla maggioranza di governo, che è l’espressione (legittima, certo) di una minoranza reale nel Paese; e ciò comporterebbe uno squilibrio di potere enorme a favore dell’esecutivo: chi vince le elezioni potrebbe non solo governare nell’ordinario, cioè realizzare il proprio programma elettorale, ma avrebbe a priori anche la certezza di poter dichiarare guerra all’esterno, e comprimere i diritti all’interno, coinvolgendo in una scelta straordinaria ed esistenzialmente gravissima la totalità dei cittadini.

  1. Due argomenti pratico-politici

Un’avversa considerazione potrebbe essere che già oggi, con il Parlamento eletto attraverso la legge Calderoli, la deliberazione dello stato di guerra è potenzialmente alla portata di una forza minoritaria nel Paese che ottenga artificialmente una maggioranza parlamentare. Ma ciò è da una parte impreciso, perché la presenza del Senato paritario (destinato a scomparire) può modificare, e di fatto oggi modifica, questa condizione, e dall’altra è appunto un ottimo motivo perché, nell’occasione della più ampia riforma della Costituzione, si ponga rimedio al vulnus che a suo tempo si è involontariamente generato con l’introduzione di leggi elettorali difformi rispetto a quella implicita nel testo originario della Carta.

Una seconda osservazione, a favore, è che l’attuale alta volatilità delle forze politiche e delle loro fortune elettorali sconsiglia di affidare la deliberazione sullo stato di guerra a una maggioranza parlamentare non realmente rappresentativa della maggioranza del Paese reale. Il rischio che per questa via lo jus ad bellum, con ciò che ne segue anche sul piano interno, finisca in cattive mani sarà remoto, ma non è inesistente, e ciò basta perché ci si cauteli, come si può e finché si è in tempo, sottraendo quel diritto alla guerra a chi artificialmente consegua la maggioranza assoluta alla Camera, e attribuendolo a una maggioranza qualificata.

  1. Conclusione

L’emendamento di cui si propone l’approvazione all’Assemblea non pare quindi né illogico né ideologico né imprudente. Si tratta di riconoscere – accanto alle ragioni del buon funzionamento dell’esecutivo, e al rispetto del principio di maggioranza all’interno della Camera – anche le ragioni della eccezionalità della guerra e di comprendere che tale riconoscimento significa oggi tutelare lo spirito democratico della Costituzione; e che, invece, considerare la questione della guerra in modo formalistico, senza elevare il quorum e senza riferirlo alla totalità dei componenti, è farne surrettiziamente un fatto normale (da gestire all’interno dell’ordinario deficit di rappresentatività che si è scelto di accettare) e non un fatto straordinario (meritevole di essere trattato con attenzione non solo al funzionamento formale delle istituzioni ma anche alla concretezza della vita e dei diritti dei cittadini); in fondo, un atto di governo e non un fatto di popolo.

Infine, se sul tema della guerra si rinunciasse a prevedere una più ampia rappresentatività del decisore sarebbe contraddetta la civiltà giuridica democratica che informa la Costituzione, la quale altro non è, a sua volta, se non il distillato teorico e pratico, passato attraverso le più dure prove della storia, di quel sapere illuministico, supremamente moderno, che faceva dire a Kant, in Per la pace perpetua: “in uno Stato a costituzione repubblicana la decisione di intraprendere o no la guerra può avvenire soltanto sulla base dell’assenso dei cittadini”.

Questo testo, pubblicato in ideecontroluce.itillustra le ragioni di un emendamento all’art. 78 della Costituzione sulla deliberazione dello stato di guerra, presentato da Carlo Galli e da altri deputati di Pd, Sel, M5S, e volto a far salire a due terzi dei componenti della Camera il quorum necessario alla deliberazione. 

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