Intervista con Tsakiroglou Tassos

Come afferma nel suo libro, il disagio della democrazia è strettamente connesso alla sensazione che «non ci sia alternativa» (There Is No Alternative), che siamo stati ingannati, che tutte le promesse sono state infrante. È possibile rovesciare questo stato di cose?

Il rovesciamento di questa percezione è in corso in molte parti dell’Occidente. I cittadini, nonostante le narrazioni rassicuranti (o le intimidazioni terrorizzanti) acquisiscono autonomia rispetto al sistema neoliberista, le cui contraddizioni insolubili – in termini di precarietà, disuguaglianza, assenza di prospettive – esperiscono sulla propria pelle. Ma questa ribellione assume spesso forme «populistiche» o di «destra», poiché la sinistra «di governo» è stata di fatto il principale veicolo del neoliberismo, mentre la sinistra alternativa non ha saputo elaborarne una critica convincente.

Alla luce delle condizioni nelle quali versa la democrazia nella maggior parte dei Paesi del mondo e dei risultati della globalizzazione si è sviluppato, nel corso degli ultimi anni, un dibattito sulla questione della compatibilità fra capitalismo e democrazia. Qual è la sua posizione su questo tema?

Il capitalismo non nasce democratico, e a differenza dello Stato – un altro dei protagonisti della modernità (insieme alla tecnoscienza, che politicamente significa la burocrazia) – non è democratizzabile dall’interno delle sue logiche e delle sue modalità di funzionamento. Alla sua base ci sono il profitto privato, una concezione competitiva dell’esistenza, l’indifferenza di fronte alla disuguaglianza, la mercificazione di ogni ambito dell’esistenza. Il capitalismo di per sé non produce ordine democratico, ma disordine insopportabile o dura gerarchia. Il suo individualismo è in realtà il dominio di pochi sulla maggior parte degli individui. La teoria della «sovranità del consumatore» è in realtà l’idea di una società deflattiva, low cost, che può offrire molti beni scadenti a basso costo perché ha abbattuto salari e diritti dei lavoratori. Il capitalismo neoliberista dalla metà degli anni Settanta non produce le condizioni per la democrazia – e spesso non sono democratiche neppure le ribellioni contro di esso –. È dalla politica, autonoma rispetto al capitalismo, che si deve partire per ristabilire la sovranità democratica dei cittadini-produttori. Una politica che esprima le contraddizioni della società, e non le nasconda; che si impegni a costruire nella società vaste aree non di mercato né mercificate; e che faccia ricorso alle risorse sia dei movimenti, sia dei partiti e dei sindacati, sia delle istituzioni dello Stato, fino a quando quelle dell’Europa non cambieranno natura.

«La democrazia deve essere continuamente perseguita… in caso contrario resta vuota, priva di anima», lei sottolinea. Come può ciò coesistere con l’attuale alienazione politica e con il crescente processo di spersonalizzazione e di burocratizzazione della vita sociale?

La democrazia da una parte è l’esito della modernità e delle sue idee-base (autonomia del soggetto e del popolo, lotta contro l’autorità, uguaglianza); d’altra parte, però, altre logiche della modernità (capitalismo e tecnica, soprattutto) tendono a trasformare l’autonomia degli individui in passività, l’uguaglianza in massificazione, i diritti in pretese inesigibili, la libertà nel dominio del mondo amministrato. Insomma, tendono a sovrapporre logiche oggettive a logiche soggettive; e a presentare questa sovrapposizione come «fatale», obbligata. Il disagio della democrazia è la muta protesta contro questa sovrapposizione. Democrazia in senso attivo è invece il non adeguarsi, collettivamente, a questo processo e alla sua ineluttabilità; è la volontà di cambiare radicalmente, con un’azione che passa dall’Io al Noi (ma non al Tutti: la società è sempre divisa), dalla spersonalizzazione alla ri-soggettivizzazione, dall’apatia alle lotte. Il soggetto non può essere troppo debole o destrutturato: deve avere in sé l’energia per la lotta intellettuale (la critica), per la lotta politica (il conflitto, la militanza) e per la costruzione di istituzioni. Il punto d’inizio di questa svolta è nella cultura, sia quella alta sia quella popolare – come del resto avvenne quando il neoliberismo colonizzò psicologie individuali, mezzi di comunicazione di massa, dipartimenti universitari –. Oggi è necessario (benché non sia sufficiente) iniziare a costruire una nuova koiné intellettuale, un nuovo consenso politicamente orientato, come avvenne al tempo dell’illuminismo.

Qual è il suo giudizio sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti e quale significato essa ha per la democrazia?

La vittoria di Trump è un fenomeno popolare e al contempo è il segno di una profonda contraddizione nel corpo dell’establishment statunitense. Trump esprime la ribellione del ceto medio e operaio contro l’incapacità del neoliberismo di garantire benessere e progresso sociale: l’aumento dell’occupazione realizzato durante la presidenza Obama non è stato un aumento del tenore di vita del lavoro dipendente. Il lavoro non ha più le caratteristiche di stabilità e di sicurezza che aveva un tempo per una parte dei lavoratori. E questi hanno protestato contro disoccupazione e precarietà votando Trump, che si è presentato come estraneo al mainstream politico, economico e culturale. E davvero Trump è l’espressione di un capitalismo manifatturiero che non vuole più competere sulla scena globale con la Cina, che è ostile alle politiche globaliste di Wall Street e di Clinton, e che promette un ritorno al protezionismo o una revisione dei trattati commerciali in senso più favorevole al lavoro e al capitale Usa. Da un certo punto di vista Trump esprime la fine della globalizzazione e il ritorno alla politica forte dell’ «America first». Certo, anche la globalizzazione finanziaria aveva gli Usa come protagonisti, ma con prezzi sociali troppo alti, che alla fine si sono rivelati determinanti per la vittoria di Trump. Gli Usa resteranno una superpotenza globale, ma agiranno in modo molto più apertamente «egoistico», a partire dalla politica energetica. Ue e Cina saranno i primi a doversi misurare con questa nuova realtà. Questa è l’essenza del fenomeno Trump: a ciò si aggiunga un dato di rozzezza anti-culturale e anti-politically correct che è tipico del populismo e della sua lotta contro la cultura liberal. Nel complesso, i penultimi (coloro che hanno votato Trump) si sono ribellati contro l’establishment (Wall Street) e anche contro gli ultimi (immigrati e, in parte, minoranze di colore). La qualità della democrazia americana peggiorerà: ma la responsabilità è prima di tutto delle élites che hanno lasciato esplodere le contraddizioni del neoliberismo.

Il cosiddetto multiculturalismo mette la democrazia davanti a un dilemma, che ai nostri giorni produce divisioni, razzismo e intolleranza. Come uscirne?

La risposta multiculturale alle migrazioni si è rivelata debole; può sostenersi solo in condizioni di benessere crescente e di politiche sociali fortemente inclusive. In una fase recessiva e deflattiva, invece, il primo modo di manifestarsi delle contraddizioni sociali è la lotta dei poveri «nativi» contro i poveri migranti: una situazione che spalanca la porta a politiche populiste di destra. La sinistra non ha ancora elaborato una risposta al problema: sarà in ogni caso una risposta complessa, che comprende interventi economici e politici nei Paesi di origine, un forte controllo non vessatorio degli accessi, una severa attenzione non-discriminatoria verso le condizioni di degrado delle città. Insomma, la sinistra anche da questo punto di vista dovrà riscoprire la politica come regolazione della società. E dovrà quindi riscoprire lo Stato democratico, in attesa del formarsi di un’Europa politica non ordoliberista.

L’intervista, a cura di Tsakiroglou Tassos, è stata pubblicata in lingua greca in «www.efsyn.gr».

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