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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Stato

Tesi sull’Europa

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1.L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss) poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortita nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957) e lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compact del 2012 che ha tolto sovranità agli Stati a favore di un trattato economico gestito da Bruxelles e interpretato autorevolmente dalla Germania. Questa oscillazione continua e la complessità contraddittoria della configurazione attuale spiega perché è impazzita la maionese europea, ovvero perché il calabrone si è accorto che non può volare (un tempo si diceva che l’Europa è come un calabrone, che per le leggi della fisica non potrebbe volare eppure vola ugualmente).

2.La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, e dalla scelta inglese per un modello imperiale finanziario informale, il cosiddetto global England che coesiste con un marcato neonazionalismo) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora chiude (oltre alla secessione del Regno Unito, la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

3.L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors) in una pretesa di egemonia politica continentale della Francia in prospettiva post-statuale (e infatti non a caso la protesta francese contro l’Europa è oggi marcatamente statalista e protezionista/protettiva), l’euro è stato “occupato” dal marco tedesco e dall’ordoliberalismo sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – ha qui l’origine dei suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, abbandonando in parte le difese sociali dei lavoratori, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. Ne è nato un disagio sociale che sembra oggi orientarsi anche verso la SPD (che pure ne è stata a lungo responsabile).

4.Gli spazi politici in Europa (la questione centrale) sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavages interni all’area euro – che non è un’area monetaria ottimale –, ovvero vi sono gli spread, e oltre a questi vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. È decisivo capire che lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono (molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca): è questa mancata sovrapposizione a impedire l’affermarsi di un IV Reich, che peraltro neppure la Germania desidera. A questa complessità spaziale si aggiunga il fatto che la NATO ora non è più la priorità americana, e che gli Usa di Trump sembrano al riguardo un po’ più scettici (ma su questo punto è necessario attendere l’evoluzione degli eventi; probabilmente lo scopo statunitense è solo quello di far sostenere agli alleati un peso economico maggiore a quello attuale, e in ciò Trump è in linea con Obama).

5.È del tutto implausibile pensare che la Germania, anche in caso di vittoria socialdemocratica, possa avanzare verso l’assunzione di una maggiore responsabilità politica europea (ad esempio, accedendo a qualche forma di eurobond): anzi, la cancelliera Merkel verrà forse punita per il suo presunto lassismo verso la Grecia e verso i migranti. Del resto, la sua proposta di Europa a due velocità – qualunque cosa significhi – vuol dire proprio l’opposto di un’assunzione di maggiore responsabilità. In Europa convivono già diversi “regimi” su molteplici aspetti della politica internazionale; il punctum dolens è il regime dell’euro, che Draghi ha difeso come «irreversibile», richiamando così la Germania alle proprie responsabilità e implicitamente riproponendo la propria politica di Qe – che la Germania non gradisce, benché le porti sostanziosi vantaggi sulle intermediazioni, effettuate attraverso la BuBa –, che però non è in alcun modo risolutiva della crisi economica. In ogni caso, lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole per facilitare le esportazioni tedesche (prevalentemente). Mentre un euro a due velocità – che nel segmento più forte verrebbe apprezzato rispetto all’attuale – risolverebbe qualche problema politico, non impedirebbe alla Germania (che ha grande fiducia nella propria base industriale) di continuare a esportare merci ad alto valore aggiunto e ad esercitare egemonia nel proprio spazio economico, e toglierebbe di mezzo alcune preoccupazioni di Trump. Insomma, un nuovo SME, benché non risolutivo, sarebbe probabilmente una boccata d’ossigeno per molti.

6.In Italia la UE è stata pensata come «vincolo esterno» per superare d’imperio le debolezze della nostra democrazia, e il nostro acceso europeismo è stato il sostituto compensativo della nostra scarsa efficacia politica sulla scena internazionale, diminuita ulteriormente da quando la fine del bipolarismo mondiale ci ha privato del pur modesto ruolo di mediatori, nel Mediterraneo, fra Occidente e mondo islamico. Il continuo acritico rilancio del nostro Paese sugli step successivi dell’integrazione europea – SME, euro, Fiscal compact – non è stato poi esente da aperti intenti punitivi: basti ricordare il sarcasmo di Monti sul posto fisso, da dimenticare perché «noioso», o gli auspici di Padoa-Schioppa sul fatto che l’euro avrebbe nuovamente insegnato ai giovani, a cui lo Stato sociale l’ha fatta dimenticare, la «durezza del vivere».

7.Impiccarci al «vincolo esterno» vuol quindi dire preservare una configurazione di spazi politici che vede la nostra sovranità compromessa dal nostro partecipare alla pluralità incontrollabile degli spazi politici europei. Anche quando eludiamo più o meno astutamente alcuni vincoli dell’euro, restiamo subalterni alle sue logiche economiche complessive, oltre che ai «guardiani dei trattati», più o meno benevoli o rigorosi – secondo i loro disegni. E soprattutto vuol dire privarci degli strumenti per invertire la nostra filosofia economica e politica, e quindi consegnare l’Italia alla protesta sociale causata dall’insostenibilità del modello economico.

8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.

9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).

10.L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, l’immaginazione di futuri alternativi. Gli Stati uniti d’Europa sono un modello impraticabile (dove sta il popolo europeo col suo potere costituente?), che del resto nessuno in Europa vuole veramente. L’Europa deve insomma configurarsi come una fornitrice di «servizi» – anche giuridici –, come una cornice leggera che contorna Stati sovrani liberi di allearsi e di praticare modelli economici convergenti ma non unificati. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa libera dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, una potenza unitaria continentale – di fatto ciò non sta avvenendo –. È invece necessaria una nuova cultura del limite, della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia o dell’ipercapitalismo. Sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono, benché la prima democrazia moderna sia nata in America; ma per altri versi si escludono, se ci si attende la democrazia da un blocco continentale unificato da trattati monetari e dall’egemonia riluttante della Germania: di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati, e alla loro collaborazione. Dire che l’euro è irreversibile è in fondo un atto di disperazione intellettuale e politica, o almeno di scarsa immaginazione: un atto anti-europeo, in fondo. Di irreversibile, a questo mondo, c’è solo l’entropia, un destino fisico; ma ciò che la storia ha fatto può essere cambiato, soprattutto se il cambiamento deve salvare le nostre società e le nostre democrazie. Ed è appunto la politica quella che, posto che se lo proponga, serve a cambiare le cose, mentre al contrario le profezie catastrofiche – minacciate a chi pretende di percorrere una via difforme dal mainstream elevato a destino – non si sono avverate. Questo ci sia di conforto e di stimolo al pensiero e all’azione.

 

Il suicidio delle sinistre

ph-15

La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

A tutto ciò Cesaratto contrappone tesi classiche: che l’economia ha come oggetto la produzione di surplus e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), così che l’equilibrio distributivo è non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall’economia reale; che il fattore critico dello sviluppo è la domanda aggregata; che l’inflazione è il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria è presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato può e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di welfare) in vista dell’obiettivo della piena occupazione, questa sì capace di garantire la crescita.

Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora più dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realtà Quaranta) – a separare i due periodi c’è la grande svolta dei tardi anni Settanta –. La prima fase è contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell’ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall’esercizio della sovranità economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realtà di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall’esigenza post-bellica di aprire la società alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall’esistenza dell’Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello è stata dovuta essenzialmente all’inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor più dagli choc petroliferi della metà degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del «vincolo esterno» e – anziché contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com’era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del project socialiste del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) – ne hanno dato una gestione «ortodossa», fondata su austerità, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell’economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranità economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive più povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro più grave di quella che sarebbe stata generata dall’inflazione.

La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il winter of discontent 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la «seconda sinistra»), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l’onda neoliberista perché la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno è di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell’economia, con l’euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruirà Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l’attacco all’Urss sulla base dei libri di Solženicyn e ne distrugge il mito con i noveaux philosophes, mentre la più avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilità di un’interpretazione dialettica e di classe della realtà; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.

Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo – generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione – e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un’Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo è il quadro ottimale di un’unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell’euro (che avendo come obiettivo la lotta all’inflazione, cioè ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei più gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma è stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilità del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell’economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilità sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa è la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d’accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanità, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranità economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l’euro), e ha imposto l’austerità per rispettare il vincolo esterno anziché aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell’euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l’hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.

Analoghe nettezza e radicalità emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne dà in nome dell’estensione illimitata e incondizionata dell’ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono sì l’origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell’Urss, nell’indebolimento dei Paesi più poveri dovuto alle politiche del Washington consensus, e alle guerre – presentate inizialmente come «democratiche» – che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l’accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell’esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.

In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, è segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda più sull’esportazione che sulla domanda interna, ed è interrotto dalla «congiuntura» ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l’Italia vi perde il nucleare e l’elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della metà dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l’estero – il «vincolo esterno», da allora centrale nella storia economica del Paese – a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerità. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che – sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l’obiettivo di acquisire l’ammissione all’area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica – offrì al potere dominante la disponibilità operaia ai «sacrifici», cioè a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo così si apriva la strada alle più energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il «divorzio» fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l’inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e più in continuità con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si è sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre «organiche» e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile «socialismo», ad una visione riformista e conflittualista della società e dell’economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cioè un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di «intellettuale organico» (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realtà puntava sull’introduzione delle regioni per quanto riguardava le chances di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd è quindi in sostanziale continuità con la storia della sinistra italiana.

Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilità del lavoro (da qui la centralità strategica del jobs act) e non certo allo Stato, in cui l’euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre più contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un «sarcofago» di invenzioni finanziarie la materia «radioattiva» della moneta unica, che continua però a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un «incidente di percorso», come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l’Italia non è al momento padrona di se stessa, né in grado di progettare liberamente il proprio futuro – e in questo vicolo cieco brilla l’assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perché quelli essenziali le sono preclusi –.

Si tratta di due libri decisi e provocatori – nella loro scientificità – che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi – che non rappresentano tutto l’arco della opposizione al mainstream – hanno un respiro di serietà e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realtà storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica – non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto –.

Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana – non nuova in sé, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza – sia per la luce gettata sull’Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall’ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al mood dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perché questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica più allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell’euro.

La sinistra che oggi gestisce l’Europa neoliberista, a cui presta sempre più stanche narrazioni e sempre più flebili esorcismi verso i «populismi» (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilità, dell’austerità, dell’innovazione a senso unico, del monetarismo e dei bonus ai cittadini, della esaltazione della «società del rischio», la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si è suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, è fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede «più Europa» e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie chances alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualità intrinseca della società, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la società dal disastro in cui il neoliberismo l’ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.

Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali è l’impianto «novecentesco» dell’intera analisi. Il che di per sé non è indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalità e l’incisività della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l’azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come è possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non è una «necessità» ma solo l’esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si può superare e correggere? Come si può «fare il contrario» del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficoltà non implica che l’analisi sia in sé scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficoltà merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.

Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l’accusa di a-criticità del suo impianto teorico, cioè del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al «riformismo competitivo», non sono di per sé una novità, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non può più rivendicare la propria continuità con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come «altra» rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima – anche se non come «nuova» nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta –: una sinistra finalmente davvero «parte», benché non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l’ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall’uccidere l’immagine del proprio padre.

In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger è ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana è assodata, ma che costituisce oggi uno dei più influenti paradigmi della «teoria critica» contemporanea. Anche in questo caso, non è nuova l’accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalità in direzioni che negano la possibilità di individuare un punto determinato di spiegazione della realtà (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di «governo», nel caso di Foucault; lo scavo nel «rovescio» del linguaggio, per mostrarne l’indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettività in nome del «desiderio», nel caso di Deleuze), così da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anziché di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realtà. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: può esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di «negazione determinata»? Naturalmente la risposta non è pronta da qualche parte, e può uscire solo da una riflessione a più voci all’interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilità materiale di un nuovo umanesimo nell’epoca del trionfo della economia più antiumana.

Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli «animosi intelletti» che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realtà, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.

 

Libertà civili e individuali. Ma non sempre garantite del tutto

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Gli articoli che vanno dal 13 al 28 della nostra Costituzione – ossia il titolo primo, sui «rapporti civili», della parte prima, dedicata ai «diritti e doveri dei cittadini» – riguardano un nucleo di libertà individuali che, dal punto di vista della storia del pensiero politico, appartiene alla prima fase del liberalismo moderno. Si tratta, tra l’altro, della inviolabilità della persona, del domicilio, della corrispondenza e della comunicazione; del diritto alla libera circolazione e all’espatrio; della libertà di riunione, di associazione, di religione e di culto; del diritto di libera manifestazione del pensiero; del diritto alla capacità giuridica, alla difesa giudiziaria, al giudice naturale, alla presunzione d’innocenza; del principio di responsabilità penale personale.

Dall’habeas corpus al nullum crimen sine lege, siamo davanti, evidentemente, all’applicazione del principio umanistico e personalistico contenuto nei Principi fondamentali della Costituzione, insieme al principio democratico, al laburistico, al pluralistico e al sovranazionale (per servirci delle indicazioni di Costantino Mortati). Non si tratta quindi solo di diritti di libertà difensivi, individualistici, privatistici: piuttosto, vi è lo sforzo di garantire l’intera persona umana, anche nella sua dimensione relazionale – in quanto, cioè, partecipa di associazioni, di partiti, e vuole esprimere pubblicamente insieme ad altri la propria libertà naturale e civile –. Non solo «libertà da» quindi, ma anche «libertà di», per utilizzare una dicotomia celeberrima (che, anche se non è sempre utile, in questo caso lo è).

Certo, vi è qui una forte dimensione garantista, ben spiegabile come reazione alle pesanti violazioni dei diritti umani praticate e teorizzate dai regimi autoritari e totalitari, dalla lotta contro i quali la nostra Carta è nata. Vi è, evidente, il sospetto contro l’ingerenza dello Stato nella libertà dell’individuo, contro le violazioni della civiltà liberale che erano ben note ai costituenti, in quanto le avevano sperimentate su di sé; vi è il divieto di discriminazione politica e religiosa, e vi è l’affermazione della responsabilità dei pubblici ufficiali per la violazione di questi diritti, così che nessuno si possa nascondere dietro l’alibi degli «ordini ricevuti». Vi è, esplicito, il divieto della tortura e della istituzione di tribunali speciali. Vi è, insomma, il rifiuto della politica come sopraffazione, tanto che provenga dalle istituzioni quanto che abbia origine dalla società (a ciò si riferisce il divieto ai partiti di organizzarsi militarmente). In generale, lo Stato perde il suo profilo coercitivo, e anche le riserve di legge che accompagnano, come sempre, le elencazioni dei diritti, non funzionano come trappole logiche per negare sostanzialmente (nei fatti) ciò che è affermato formalmente (negli articoli della Carta), ma come specificazioni organizzative di principi inderogabili. La logica si è rovesciata: non è più lo Stato che a denti stretti concede qualcosa; ora la funzione pubblica dello Stato democratico consiste nel garantire diritti imprescrittibili.

Individuo, società, Stato, sono quindi coinvolti in questa dichiarazione di diritti che, data la sua complessità, è definibile non solo liberale (qual è, senza dubbio) ma anche democratica. Una dichiarazione dal sapore nuovo, dinamico, fiducioso, progressivo, pluralistico. Una dichiarazione che nella storia d’Italia ha cambiato molte cose, molte logiche giuridiche, molti comportamenti amministrativi, molte forme di vita; che ha accompagnato il nostro Paese nel suo cammino di allontanamento da punti di partenza storicamente arretrati, arcaici e autoritari.

Eppure questa dichiarazione dei diritti non ha ancora concluso la sua efficacia e, ben lungi dall’essere obsoleta o scontata, è anzi di straordinaria attualità. In primo luogo perché, per quanto sembri incredibile, non è ancora del tutto attuata. Un esempio ne è la mancanza, nel nostro Paese, di una legge sulla tortura, o anche la disapplicazione di fatto del precetto che vuole la pena finalizzata alla riabilitazione del condannato. Ma non solo ritardi e arretratezze sono all’origine di alcune difficoltà: anche i più avanzati sviluppi della tecnica e l’evoluzione recente dell’economia concorrono a mettere in crisi l’impianto garantista della Costituzione. Che cosa è mai l’inviolabilità delle comunicazioni nella società delle intercettazioni di massa, «a strascico», e della pubblicazione voyeuristica delle conversazioni private? Che ne è della privacy nell’epoca delle profilazioni attraverso i cookies? Oggi il Grande Fratello non è più, o non ancora, lo Stato autoritario, ma è lo «Stato di sicurezza» che combatte, giustamente, il terrorismo, ma al tempo stesso che appesantisce la vita dei comuni cittadini; o, peggio ancora, sono le grandi imprese che dallo Stato hanno ricevuto l’autorizzazione a entrare nelle nostre case e nei nostri computer per raccogliere i mega-dati di cui sono fameliche; o i poteri biopolitici che plasmano la nostra esistenza quotidiana, che attraverso il governo dei nostri desideri assoggettano la nostra soggettività.

E che ne è della libertà d’associazione? Non di quelle segrete, come fu la P2 che tanto pesò nella storia della Prima repubblica (e come sono state le sue eredi, che tanto hanno pesato fino a oggi), ma dei partiti, per la cui esistenza e libertà si è combattuto, poiché la dittatura li aveva spenti in quanto nemici? I partiti, oggi, sono liberi, certo, sotto il profilo formale; ma sono denigrati sistematicamente, e soffocati economicamente, in un clima di linciaggio morale che disattende la ratio della nostra Costituzione, la quale vuole sì tutelare i diritti fondamentali dei singoli, ma in una prospettiva relazionale e sociale. Una società di individui isolati, qual è quella che le logiche economiche politiche del neoliberismo producono, non è una società di individui realmente liberi. Per non parlare della libertà di stampa, minacciata da vecchi e nuovi oligopoli e da vecchi e nuovi conformismi: un argomento tanto grave che merita una trattazione a parte. E delle libertà economiche di cui agli articoli 35-47, trasformate ormai nella libertà delle sole imprese e del solo mercato.

Insomma, proprio perché non è un inerte elenco di libertà formali o fittizie, questa sezione della Costituzione è ancora vitale e anzi di drammatica attualità, ed è in grado di esercitare un’indispensabile funzione critica e propulsiva nel nostro tempo. Un tempo nel quale il neoliberismo – e le riforme che a esso si ispirano, o che più o meno consapevolmente ne derivano – pare sul punto di travolgere non solo la democrazia ma anche il liberalismo classico. Un tempo in cui l’individualismo coatto e passivo rende l’individuo isolato e indifeso davanti a preponderanti poteri economici e sociali, che tolgono valore e tutela all’equilibrato e complesso disegno dei diritti dell’uomo e del cittadino previsto dalla nostra Costituzione. Un tempo, infine, che da questo disegno umanistico attende ancora di attingere nuova energia politica e morale.

L’articolo è stato pubblicato in «http://www.patriaindipendente.it» il 22 aprile 2016.

Democratizzare la democrazia

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Vediamo, per cominciare, di provare a definire che cosa è democrazia – quella di oggi, per non avviarci su strade troppo complesse –. Per democrazia noi abbiamo inteso un certo equilibrio fra alcune delle strutture e delle invenzioni più importanti e significative prodotte nell’età moderna. Queste invenzioni sono: lo Stato sovrano; il mercato e il capitalismo; le diverse forme della soggettività – il soggetto individuale, il popolo, i partiti –; la tecnoscienza.

Queste quattro invenzioni strettamente correlate fra di loro, ma non sempre sincrone nel loro procedere, hanno conosciuto forme di equilibrio – particolarmente per quanto riguarda il secondo dopoguerra – che possono essere così descritte: un profilo ideologico minimo di riconoscimento e accettazione dei ritrovati della modernità (perché ci sia democrazia non è pensabile che la cultura politica sia generalmente informata a posizioni antimoderne, tradizionaliste, teocratiche e via dicendo); alcuni assetti istituzionali specifici che comprendono certamente la statualità e la sovranità, ma anche un’articolazione di questa nei tre poteri classici oltre alla presenza dei partiti come trait d’union permanente e strutturato fra la società e le istituzioni.

Poi, perché ci sia democrazia, ci deve essere un determinato assetto del capitale. Dando per scontata la non avvenuta eliminazione del sistema capitalistico (la sconfitta storica del comunismo reale), e quindi parlando di liberaldemocrazie con un nucleo economico capitalistico, noi sappiamo che questo nucleo sicuramente non può determinare le priorità del sistema politico e sociale: il profitto non viene prima dei diritti.

Infine – fondamentale – pluralismo: non esiste democrazia se non c’è pluralismo culturale e sociale. Può esistere uno Stato di diritto senza pluralismo, ma democrazia vuol dire tutto quello che abbiamo detto finora più una società ricca di diversi, autonomi centri di potere sociale e di sapere intellettuale e scientifico. Per cui è necessaria una reale diversificazione della proprietà dei media; una reale libertà di insegnamento e di ricerca; insomma, diverse culture in concorrenza e in coesistenza; un sapere diffuso e partecipato, non reificato e non chiuso nei laboratori e nelle accademie (che devono esistere e funzionare, ma non come corpi separati e privatizzati).

Queste quattro invenzioni moderne, con questi equilibri, oggi non ci sono più. Noi assistiamo, sotto il profilo economico, a una esondazione delle priorità del capitalismo che ha sconfitto il lavoro – cioè il suo antagonista e al tempo stesso il suo fratello –, lo ha ridotto di entità e di importanza, con il conseguente aumento delle disuguaglianze economiche.

Per quanto riguarda le soggettività, si osserva che il soggetto moderno si è trasformato nel singolo individualistico; il popolo si è mutato in identità populistico-xenofoba, almeno come trend; e al contempo assistiamo alla sconfitta dei partiti. Che tutti ci stiamo interrogando sul «che fare?» nasce dal fatto che non esistono più le strutture ponte fra il sistema politico e la società – cioè i partiti –, e la sconfitta dei partiti ha molte cause, ma certamente in parte dovute a un’offensiva neoliberista (in parte a un interno disfacimento).

Per quanto riguarda lo Stato, c’è da segnalare una trasfigurazione profondissima. Mentre si riduce lo spazio del «pubblico» (le privatizzazioni, la sussidiarietà) lo Stato si distacca dalla società, e si trasforma da sistema della mediazione e della rappresentanza in sistema della decisione: le nostre «riforme» sono un esempio di questo processo. Anche il Parlamento – che propriamente è il luogo dove si rappresenta la sovranità del popolo, ma che realisticamente potrebbe essere una struttura intermedia fra la società e il governo – è gravemente indebolito nella sua funzione mediatrice (per la quale sono necessari i partiti).

Quindi: verticalizzazione, spostamento verso la decisione, erosione notevole dello Stato di diritto e spostamento del baricentro della politica verso l’eccezione – non verso la norma –, per non parlare della corruzione che è fenomeno gravissimo e che tuttavia è in realtà legato alla debolezza del sistema politico.

Infine, il pluralismo culturale nella società sta svanendo. In primo luogo, perché la società è debole, impoverita dalla crisi economica e dalla ritirata dello Stato dalla società. Non a caso, dentro la società si spengono invece che accendersi centri di sapere – basti pensare alle sorti degli istituti culturali –. In secondo luogo, perché il pensiero è ormai «unico»; o è tecnoscienza progressivamente sottratta allo spazio pubblico statale e confinata in istituzioni private e o simil-private «d’eccellenza»; o è intrattenimento e ideologia surrettizia, prodotta e veicolata da media che fanno parte in modo strutturale dell’establishment. La vecchia idea liberale secondo cui i Partiti, il Parlamento e la Press (la stampa), queste tre «P», costituivano l’essenza della democrazia non sta più in piedi. Oggi viviamo dentro una sorta di continuum triforme costituito, senza soluzione di continuità, dal potere economico-finanziario, ma anche padronale alla vecchia maniera; dal potere politico – indistinto, senza che vi sia più distanza fra esecutivo e legislativo –, che è il potere meno efficace; e dal potere mediatico, che conta molto perché controlla e detiene l’agenda del discorso politico e della politica. Ma il potere mediatico è nelle mani del potere economico, e il cerchio del continuum si chiude.

Dentro questo continuum quello che abbiamo definito «democrazia» permane – e io qui devo rendere omaggio a Colin Crouch – come fantasma, ovvero come «postdemocrazia», come apparenza di democrazia, come permanere di forme prive dei vecchi contenuti. Finora pochi – anche se stanno aumentando – in Occidente (in Russia e in Cina le cose stanno altrimenti) si concentrano nell’inventare una narrazione politica veramente alternativa alla modernità e ai suoi principi. Finora è stato sufficiente lasciare che si sviluppassero alcune derive che erano implicite in quei principi. Infatti, la distruzione semi-soft della democrazia – la scomparsa dei soggetti, il trionfo dell’utilitarismo in generale e in concreto dell’utilità dei pochi, la concentrazione del potere e della ricchezza – è uno sviluppo che in parte era scritto nelle origini del Moderno, almeno come possibilità, e in parte è frutto di una furiosa battaglia politica e culturale scatenata negli anni Settanta del Ventesimo secolo e vinta dai capitalisti con sconfitta totale e radicale – per ora – della sinistra e del mondo del lavoro. Alla determinazione relativizzante del «per ora» tengo parecchio, e per convinzione e per appartenenza politica. Ma insomma di sconfitta si dovrà ben parlare; si può mettere la cesura dove si vuole ma certo un «prima» e un «dopo» si distinguono con chiarezza.

Come se ne viene fuori? Come è stato complesso costruire quell’equilibrio fra parecchi principi e parecchi ingredienti della modernità, così ora dobbiamo evitare che la grande vittoria del capitalismo (e la sua crisi sopravvenuta) si riveli la via attraverso la quale tornano in gioco le posizioni della destra estrema e oltranzista. Infatti, su una società impoverita dallo sviluppo mancato del capitalismo  dallo sviluppo promesso e non realizzato , su questa società che non crede più né in se stessa né nella politica, si abbattono i frutti di una catastrofe geopolitica del Nord Africa, del Corno d’Africa, del Vicino oriente, del Medio oriente. Una catastrofe che è stata determinata – anch’essa – dalle politiche delle potenze occidentali e delle potenze regionali, che hanno destabilizzato equilibri precarissimi che erano nati poco dopo la fine della Prima guerra mondiale. Questa distruzione di equilibri produce l’arrivo in Europa di qualche centinaio di migliaia di disperati all’anno, che mettono sotto stress non solo l’Unione europea, ma le democrazie dentro gli Stati: sulla paglia infiammabile della povertà e della frustrazione si abbatte l’innesco incendiario della migrazione e del terrorismo, capaci di generare paure, isterie, xenofobie e in generale chiusura degli spazi democratici. Infatti, insieme ai migranti coatti ci sono i terroristi: si tratta di realtà e di fenomeni diversi, e che tuttavia non è facile tenere distinti davanti a un’opinione pubblica che è così duramente e giustamente colpita dall’emergere crescente di una instabilità strutturale tanto dell’assetto capitalistico, quanto della erosione della sicurezza democratica degli Stati europei.

In politica l’instabilità è un male. È un bene soltanto per i pochi geni rivoluzionari che sanno approfittarne per fare una rivoluzione e portare il mondo a un ordine nuovo. In assenza di questi personaggi – e ricordiamo che in ogni caso si tratta sempre di passaggi sanguinosi – il nostro problema è di ripristinare un equilibrio democratico che è stato squilibrato, prima dalla vittoria del capitalismo, poi dalla sua crisi, poi dalle catastrofi geopolitiche. Senza un nuovo equilibrio democratico, l’avranno vinta quanti, fuori d’Europa ma anche dentro, stanno già preparando nuove narrazioni e nuove politiche apertamente antidemocratiche, xenofobe, razziste, autoritarie: la istituzionalizzazione degli squilibri, delle ingiustizie, delle paure che costituiscono il panorama presente e futuro delle società europee.

Quindi, si deve cercare di riportare il capitale a un ruolo compatibile con gli interessi di tutti, cioè col bene comune – sconfiggendo le disuguaglianze e la stagnazione a cui portano le sue dinamiche ; si deve rafforzare lo Stato, non nella sua capacità di decisione eccezionale ma nella sua funzione di mediazione, di inclusione, di limitazione del privato esondante e di costruzione anche economica del «pubblico»; e si devono assolutamente reinventare i partiti, aperti alla società ma anche capaci, con la loro permanenza, di dare continuità a ciò che di effervescente ma anche di effimero si muove nella società, e di consentire così un vero dialogo fra politica e cittadini.

Abbiamo poi bisogno di riportare la società a un nuovo equilibrio pluralistico della cultura. Tutte le concentrazioni dei mezzi di comunicazione, che stanno oggi avvenendo, sono altrettanti attentati alla democrazia. Dunque, l’insegnamento e la ricerca pubblica vanno potenziati, non indeboliti. Pluralismo culturale, inoltre, vuol dire che non si possono lasciar morire gli istituti culturali presenti nel nostro Paese: sono un bene profondo e radicale, e non sono esornativi, ma sostanziali.

E dobbiamo re-imparare a far sì che le persone tornino a essere soggetti moderni, contraddistinti non dal narcisismo o dalla depressione, ma dalla autonomia. E a questo fine c’è solo la scuola, e i tempi sono lunghi: la «buona scuola» sarà quella che insegna l’autonomia non l’autoimprenditorialità. Senza dimenticare che non c’è buona scuola se non c’è buona società: infatti, autonomia vuol dire darsi la legge da se stessi, cioè essere talmente equilibrati da saper essere signori di se stessi. E questo obiettivo umanistico lo si può raggiungere (forse) solo se si realizzano le condizioni politiche, economiche, istituzionali e culturali che aiutano a non rimanere schiacciati nella paura quotidiana della povertà, della precarietà, e, oggi, anche degli attentati – insomma, il nostro obiettivo deve essere l’articolo 3 della Costituzione finalmente realizzato –. Il pluralismo culturale democratico, infine, implica la critica, cioè il sapere che non c’è un solo punto di vista (presunto “oggettivo”) da cui guardare la società, ma ce ne sono molti a seconda del luogo dove si è collocati nella società, e che vanno sostenuti perché il pluralismo è la nostra vera ricchezza.

Ri-democratizzare la democrazia è un’idea meravigliosa. È il nostro compito storico. Dobbiamo riuscirci prima che le forze della destra estrema tornino a dettare l’agenda degli Stati europei.

Relazione presentata al seminario Democratizzare la democrazia (Roma, Sala Aldo Moro, Camera dei Deputati, 23 marzo 2016).

Politica e sindacato

ph-44

Non basta tenere i fermi i principi fondamentali della Carta costituzionale perché si possa dire che non si cambia la sostanza della Costituzione. Questa è modificata radicalmente anche se si lascia invariata e intatta la lettera dei principi fondamentali. Il principio fondamentale che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» ha di per sé un contenuto decisivo, che è precisamente ciò di cui stiamo parlando: cioè il rapporto fra politica e lavoro. Ma non è sufficiente lasciare questo contenuto decisivo scritto così com’è. Questa affermazione di principio trae il proprio senso sia dalla concreta articolazione dei poteri dello Stato sia dalla reale strutturazione della società e del sistema produttivo. Ed è lì che è cambiato tutto.

«Repubblica fondata sul lavoro» vuol dire che la Costituzione della Repubblica italiana si fa carico di erigere un’architettura specifica intorno a un principio che distingue la civiltà moderna dalle altre forme di civiltà: il lavoro entra in modo costitutivo dentro la politica − cosa che, come ha sottolineato tra gli altri Hannah Arendt, non appartiene a buona parte della tradizione dell’Occidente −. La tradizione pensa prevalentemente la politica come qualche cosa di distinto dal lavoro, come due ambiti che non si incontrano − in modi diversi nella cosiddetta Antichità e nel cosiddetto Medioevo − e che meno che mai si sovrappongono, e che ancor meno sono la stessa cosa. Nel mondo antico la politica è gestita soprattutto − tranne nel caso dell’autorappresentazione della democrazia ateniese in Pericle − da coloro che non lavorano. Nel mondo medievale la politica è appannaggio o indirettamente degli oratores (la gerarchia della Chiesa) o direttamente dei bellatores (le aristocrazie laiche), ma non dei laboratores, con l’eccezione dell’autogoverno dei Comuni italiani e delle città anseatiche, che ha dato un contributo assolutamente decisivo alla civiltà occidentale, ma che si trova testimoniato soltanto in alcune aree dell’Europa. In ogni caso, è solo in età moderna che si afferma apertamente l’idea che la politica e il lavoro coincidono: cioè chi fa la politica sono proprio quelli che lavorano. In Olanda, in Inghilterra, in Francia, nei due secoli cruciali dell’età moderna, il Seicento e il Settecento, si formano le pratiche e le idee adeguate a questa grande trasformazione. E infine anche la nostra Costituzione, tutta moderna, può apertamente affermare che ciò che ci fa stare insieme politicamente non è né una generica socievolezza (l’uomo è un animale sociale) né è legato alla natura (la razza), all’economia (il mercato), alla trascendenza (la religione) o alla storia (la nazione): il fondamento del legame sociale e politico è il fatto che lavoriamo. Se per miracolo non fossimo costretti a lavorare, dice la nostra Costituzione, non ci sarebbe politica.

La politica è la coesistenza organizzata di quelli che lavorano. Ciò ha una triplice valenza. La prima è che il lavoro è e resta anche un fatto individuale. Si lavora per mangiare, per portare a casa lo stipendio grazie al quale vivono il lavoratore e la sua famiglia. Ma vi è un altro principio collegato al lavoro: il lavoro è parziale, non è immediatamente un principio di uguaglianza. Anzi, è attraverso il lavoro che passano le disuguaglianze. È lo spazio di differenze potentissime − soprattutto la differenza di collocazione all’interno del processo produttivo −. Terzo punto: nonostante sia un fattore individuale, nonostante sia un elemento di parzialità e, diciamolo, di conflittualità, che potenzialmente divide la società, nondimeno il lavoro è anche il fondamento dell’intero, il fondamento della Repubblica tutta quanta. Che non è una Repubblica di lavoratori: è una Repubblica del lavoro. Voi lo sapete che c’era stato il tentativo comunista di scrivere in Costituzione che l’Italia è una «Repubblica dei lavoratori»: era chiaramente una indicazione di parte, che generava perplessità insuperabili, risolte invece con la mediazione democristiana che ha proposto il testo che ancor oggi resiste.

Da ciò deriva che il lavoro ha bisogno di una doppia rappresentanza, sindacale e partitica. L’elemento sindacale è quello in cui il lavoro si manifesta nella sua concretezza materiale, nella sua particolarità individuale, territoriale e di classe (o in ogni caso di ambito sociale definito). Anche se in Italia fin da subito il principale sindacato ha scritto nella propria sigla la parola «generale», tuttavia il sindacato rappresenta il lavoro nella sua dimensione individuale − cioè il sindacato è un’istituzione a cui si rivolgono i singoli lavoratori a presentare dei problemi − e nella sua dimensione di parzialità anche aspramente conflittuale, perché il sindacato insegna a ciascun iscritto che il problema del lavoratore non è soltanto individuale, ma è anche il problema di quelli che fanno la stessa cosa che fa lui; cioè gli dà una disciplina e una carica di conflittualità che dunque esclude l’elemento della generalità politica. La generalità sindacale significa solo (e non è poco) che il sindacato si candida a non essere corporativo, a tenere presenti le ragioni di tutti i lavoratori. Ma a fianco di un sindacato è necessario un partito, che − nella misura in cui è il partito dei lavoratori, e dunque è un partito di «parte» − sia capace di tradurre la parzialità che è intrinseca al lavoro concreto in un progetto generale di società. Cioè che sia capace di rappresentare il lavoro non nella sua materialità empirica − a quello ci pensa il sindacato −, ma nella sua idealità: nell’idea, cioè, che il lavoro è l’unico titolo di cittadinanza.

Ciò è possibile grazie al fatto che − e questo è ancora più importante −, oltre al partito, oltre al sindacato, esiste lo Stato, cioè il sistema delle istituzioni. Le quali di per sé non sono parziali, sono universali e si presentano − queste sì − uguali per tutti. L’idea marxiana che lo Stato sia di parte proprio nel suo essere universale (cioè nel trattare in modo uguale i cittadini socialmente diseguali) era vera quando fu elaborata (dai primi anni Quaranta dell’Ottocento): noi oggi dobbiamo credere che lo Stato sia capace (e che lo debba fare, che lo voglia fare) anche di rimuovere attivamente le radici della disuguaglianza per dare concretezza sociale ai diritti astratti e formali secondo l’intuizione di Marshall (Cittadinanza e classe sociale) e secondo l’art. 3 della Costituzione. Ma le istituzioni nel loro presentarsi uguali per tutti sono prive di energia politica, come una colonna: che c’è, serve a tenere in piedi un edificio, ma non ha in sé energia. Alle istituzioni l’energia politica − che è necessaria a svolgere il compito dell’uguaglianza attiva, e che è sempre un’energia di conflitto, di orientamento, di parzialità − è fornita dai partiti che, quando vincono le elezioni, governano in un certo modo o in un altro. Quindi perché la frase «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» abbia un senso sono necessarie alcune evidenze sociali, economiche, politiche, istituzionali: è necessario il lavoro, per cominciare; è necessario l’individuo interessato, al limite l’individuo che si identifica con il lavoro; è necessario il sindacato; è necessario il partito; è necessario lo Stato, che è universale e stabile − come dice la parola − e che trae la propria energia dal partito che invece è di «parte» − come dice la parola −.

Di tutto ciò oggi non è rimasto nulla, o quasi. Infatti, la Costituzione è stata scritta in un’epoca diversa dalla nostra, in un differente orizzonte culturale e civile. È stata scritta dentro la «terza rivoluzione» del Novecento (quella socialdemocratica), e noi invece stiamo abitando la fase terminale (ma non finale) della «quarta rivoluzione» (quella neoliberista). È stata scritta deliberatamente come impianto del primo esempio italiano di Stato democratico-sociale. Fino a quel momento l’Italia aveva conosciuto forme di Stato che non erano né democratiche né sociali: quando erano democratiche non erano sociali (i liberali, anche i più democratici, non riuscirono a costruire uno Stato capace di includere la società), e quando erano sociali (le politiche sociali del fascismo) non erano democratiche.

Noi oggi non abbiamo il lavoro, perché il capitalismo nei Paesi dell’Occidente sviluppato ha molto meno bisogno di lavoro. Inoltre, non abbiamo il soggetto esistenzialmente interessato al lavoro. Il soggetto, oggi, percepisce il lavoro quasi solo come uno strumento per vivere al di là del lavoro, nella quotidianità del privato. Questa debole identificazione del soggetto singolo col lavoro fa parte − come l’assenza di lavoro, perché il modello economico ne ha bisogno meno − della civiltà nuova dentro la quale ci troviamo a vivere.

Che cosa sia rimasto dei partiti è poi inutile che ve lo dica: è rimasto ben poco. Sono diventati comitati elettorali di un capo a livello nazionale, e agglomerati di potere affaristico-amministrativo, ora legale ora illegale, nei territori.

Infine, che cosa è rimasto dello Stato? Poco. Lo Stato ha devoluto pezzi piuttosto notevoli della propria sovranità, dopo quella strategico-militare perduta con la sconfitta della guerra. Ha devoluto anche la sovranità che consiste nella capacità di esercitare la politica economica e, insieme ad essa, la politica monetaria, come se avesse perduto un’altra guerra. La politica monetaria non la facciamo più, ci siamo autovincolati allo schema liberale (più precisamente ordoliberale) che nella nostra storia era stato perseguito soltanto dalla destra di Quintino Sella, di Einaudi e di Vanoni (lo schema del controllo della massa monetaria e dell’intervento dello Stato nell’economia non a scopi propulsivi ma soltanto a scopo di moderazione salariale e di abbattimento delle soglie di intervento pubblico). Come principio fondamentale di politica economica abbiamo quello di non farla, perché ci siamo vincolati, con i Trattati europei, a una matrice intellettuale e pratica (ancora una volta, l’ordoliberismo) che sostiene che il mercato è originario e che è il migliore produttore e distributore di ricchezza che esista al mondo, e che compito dello Stato è potenziarne lo sviluppo, e non metterci direttamente le mani. Nello specifico italiano, poi, la pubblica amministrazione è in condizioni rovinose; il mondo della scuola e dell’Università è deliberatamente trascurato con investimenti che ci mettono all’ultimo posto in Europa insieme alla Grecia; e il mondo produttivo non assorbe i laureati (chi si laurea resta disoccupato almeno tre anni dopo la laurea).

È successo che la «quarta rivoluzione», la rivoluzione neoliberista, domina la società e domina anche le menti. Sull’idea che tutto quello che abbiamo nominato − sindacato, partito e Stato − non sia altro che sovrastruttura (come in un marxismo rovesciato) che aliena parassitariamente e burocraticamente la libertà, la potenza, l’entusiasmo, l’energia che sta in ciascuno di noi, è fondato il neoliberismo dal punto di vista soggettivo. Quando si riesce a far credere a tutti (o a molti) che il sindacato e il partito sono i nemici del lavoratore e del cittadino, e che è bella e buona cosa che il singolo entri nel mercato del lavoro fidando baldanzosamente solo in se stesso e nella propria capacità di avere successo, coloro che hanno posizioni dominanti hanno già vinto in partenza. Nella fase euforica del neoliberismo, dagli anni Ottanta alla Grande crisi, le cose funzionavano appunto così. In quella fase anche la sinistra non solo si era convertita all’idea che la libertà individuale stesse nella capacità di proiettare la potenza individuale nella società, ma aveva anche accettato l’idea che lo sviluppo economico, anzi ogni tipo di sviluppo − da quello economico-materiale alla crescita della ricchezza attraverso le bolle finanziarie −, fosse buono in sé. In ciò rendeva vere le indicazioni quasi profetiche di chi, nella cultura del primo Novecento, sosteneva che liberali e comunisti fossero la stessa cosa, e stessero soltanto facendo a gara a chi interpreta meglio la stessa ideologia del progresso e dello sviluppo tecnico-industriale (la elettrificazione del mondo). Quando la partita è stata decisamente vinta dai liberali, dalle liberaldemocrazie, dal capitalismo, a una gran parte della sinistra è stato facile arrendersi all’evidenza e aderire al partito dei vincitori, proponendo qualche piccola variante “sociale” al loro modello di sviluppo. E il pensiero critico si è rifugiato nel pensiero della decrescita, che non è un pensiero di sinistra. Mai e poi mai Marx avrebbe scommesso sulla decrescita: tutta la storia della sinistra è scritta alla luce dell’idea che la crescita produce le condizioni per la liberazione dei lavoratori (condizioni che la politica deve cogliere e realizzare).

Oggi, le idee della destra economica che hanno vinto negli anni Settanta sono pesantemente in crisi, ma restano prive di alternative credibili. Resta centrale, dopo tutto, la circostanza che la globalizzazione ha distrutto nei Paesi di antica industrializzazione i risultati delle lotte sociali di un secolo (non si enfatizzerà mai abbastanza che dal nostro punto di vista è l’esistenza di qualche centinaio di milioni di operai asiatici capaci di essere «l’esercito industriale di riserva», fuori dal perimetro delle socialdemocrazie europee, che ha consentito l’abbattimento dei livelli di tutela del lavoro occidentale). Oggi, nonostante i cattivi risultati del neoliberismo in generale e di quella specifica variante del neoliberismo che è l’ordoliberalismo (ovvero l’idea tedesca di capitalismo che abbiamo accettato e sottoscritto nei trattati istitutivi della Ue, dove sta scritto che l’Europa vuole essere «un’economia sociale di mercato altamente competitiva», che oggi implica salari relativamente bassi, concentrazione spasmodica sulle esportazioni, Stato impegnato a mantenere la stabilità della massa monetaria, quando vuole, sempre fatto salvo l’interesse nazionale germanico), in questo contesto di bassissima crescita, di disuguaglianze crescenti, di svalutazione del lavoro, di trasformazione radicale della democrazia, perché la sinistra non ha lo spazio politico che dovrebbe avere?

Perché è rimasta, io credo, nella testa degli italiani, della sinistra soltanto l’immagine terminale, cioè quella dei diadochi che si sono spartiti l’Impero di Alessandro con guerre intestine e odi funesti. Fuor di metafora: la generazione di dirigenti nazionali che ha gestito la sinistra dopo Berlinguer ha lasciato di sé un ricordo incancellabile negli italiani, e non è un buon ricordo. Dal rifiuto popolare di questo o di quel dirigente il passaggio al rifiuto della stessa parola «sinistra» è stato inevitabile, proprio perché dentro quella parola nessuno mai si è sforzato di mettere un programma di sinistra, ma, oltre alle sorti personali di alcuni dirigenti, solo politiche non certo di sinistra (fino al capolavoro di chi oggi detiene l’egemonia − poiché controlla di fatto quasi tutti i mezzi di informazione − che presenta come di sinistra l’abolizione dell’articolo 18).

È chiaro che se «sinistra» è proporre una lettura abborracciata, affrettata, patetica, dei testi della gerarchia cattolica (ignorando che la polemica anticapitalistica e antitecnologica è una costante del magistero della Chiesa, e che, anche se oggi è presentata in modo più accattivante, ha un fondamento teologico e dogmatico non certo di sinistra), non si va molto lontano. Ed è chiaro anche che se «sinistra» è rivendicare la fedeltà alla ditta − chiunque non sia emiliano non capisce l’intreccio di potere economico, amministrativo a guida partitica che in questa parola si compendia, e che è stato realizzato nella nostra regione e non altrove −, ovvero se è proporre il modello emiliano a tutta Italia, ciò è precisamente l’ipotesi che è stata sconfitta nel febbraio del 2013.

Allora, se non è proporre il pensiero critico del pontefice, e se non è proporre il modello emiliano, che cosa è sinistra? I cittadini non lo sanno, perché è stato loro detto che sinistra è sinonimo di totalitarismo, oppure che consiste nel riformare il Paese in sintonia con le esigenze del neoliberismo.

Il sindacato può essere un elemento di questa mancata risposta oppure un elemento positivo della risposta. Ovvero, può essere ciò che l’attuale forma politica gli chiede di essere: un sindacato di fabbrica, un sindacato dalla rivendicazione all’interno delle compatibilità del sistema, che accetta la gerarchia dei problemi posta in essere dall’attuale configurazione dei poteri. Questa gerarchia dei problemi non vede al primo posto l’occupazione; e non vede al primo posto la trasformazione del lavoro da mezzo di sussistenza a dimensione in cui si realizza il soggetto. Al primo posto c’è semmai la stabilità, la disciplina fiscale; al secondo posto la ripresa economica; solo al terzo posto c’è la nuova occupazione − che in ogni caso deve essere meno tutelata che in passato −. Questa è la gerarchia imposta del potere. Perché ci sia «sinistra» è necessaria una gerarchia alternativa: farla finita con il dogma della stabilità della massa monetaria e della disciplina fiscale; con l’assenza di politica economica; con la flessibilità del lavoro, con la sottrazione di diritti al lavoro, con la marginalità del lavoro. Ebbene, «sinistra» è dire queste cose, e non dirle perché ci sono dei «problemi» da risolvere ma perché si è padroni di un’analisi della società che dietro i problemi vede «questioni», contraddizioni, e che, soprattutto, vede la società come un campo di conflitto. Un conflitto in cui c’è chi ha vinto e ha messo le basi perché la sua vittoria non venga mai più messa in discussione. E in effetti questa vittoria del capitale è stata blindata dal quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione. Oggi tutto il processo legislativo culmina nel parere dato dalla Commissione VI (Bilancio), che deve garantire che un certo provvedimento non osta non tanto l’articolo 1 comma 1 della Costituzione, o l’art. 3, ma il comma 4 dell’articolo 81.

Sinistra è dire queste cose, e poi − potendo − farle. È ridare la sovranità al popolo, e non al capitale e al mercato; è ridare centralità al lavoro; è ridare parzialità al lavoro. Ma tutto ciò si può dire e fare soltanto se si hanno gli occhi per vedere, cioè se si è fuori dall’ideologia dominante.

In questo contesto, che cosa può fare il sindacato? Essere generale e parziale al contempo, e non lasciarsi imporre nulla di ciò che avete sentito, e anzi rispondere colpo su colpo, parola su parola. Per fare ciò è decisivo che il sindacato sia capace di elaborare cultura e di praticare formazione: non può essere solo un centro sociale, o di servizio, e neppure uno sfogatoio per lavoratori. Se non sarà produttore ed elaboratore di una cultura politica, sociale ed economica alternativa perderà la battaglia. Ancora più radicalmente, se non sarà capace di capire che c’è in corso una battaglia, la perderà; mentre la sua prima vera vittoria sarà la sua rinnovata consapevolezza, culturale e politica, che è in corso una guerra sociale.

Relazione tenuta a Bologna l’11 gennaio 2016 al convegno Cultura, lavoro, sindacato, organizzato dalla CGIL − Emilia-Romagna e da Editrice Socialmente, in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.

Europa: linee di frattura, punti esplosivi

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Dal punto di vista filosofico-politico questa riflessione sarebbe declinabile così: qual è il rapporto fra il concetto di sovranità e il concetto di Unione? Il concetto di Unione, infatti, può essere riempito di molti contenuti: dal quasi nulla che abbiamo ora, al massimo cioè alla federazione. E sovranità è, ovviamente, la qualificazione principale della forma-Stato, che a sua volta può essere declinata in molti modi. La sovranità è stata presente anche nella lotta del popolo greco contro l’euro: quello è stato un esercizio di potere costituente, cioè della sovranità nella sua forma originaria. Lì è stata giocata la sovranità contro un potere che non era sovrano, che non apparteneva alla determinazione del popolo greco, ma alla Unione Europea. Sovranità, d’altra parte, sono anche gli Stati che violano, forzano, sostanzialmente sospendono le strutture giuridiche poste in essere dall’Unione Europea (penso a Schengen), esercitando, in vario modo, poteri d’emergenza, che sono tipici poteri di sovranità. Sovranità è estremamente complessa come nozione, e certamente è in tensione sistematica con ogni possibile declinazione del concetto di Unione Europea (tranne che non la si voglia attribuire a questa, facendone un super-Stato). Vi è una sovranità democratica del popolo, vi è una sovranità istituzionale degli Stati che può divenire emergenziale. In ogni caso, c’è una tensione strutturale fra la sovranità e gli elementi economici e tecnico-burocratici che sorreggono l’Europa oggi.

Dal punto di vista storico, poi, se si sceglie uno sguardo retrospettivo breve − limitato agli ultimi cento anni −, parlando d’Europa sono possibili tre determinazioni, esprimibili in tre termini: «centro», «nulla», «qualcosa». Centro significa che la configurazione globale della Terra ha visto l’Europa al centro fino alla Prima guerra mondiale. Dopo, fra le due guerre, è cominciato uno smottamento che ha visto l’affermarsi di potenze extra-europee. Nulla, è ciò che è stata l’Europa dal 1945 al 1990: un nulla politico, in quanto era semplicemente l’oggetto privilegiato della grande spartizione globale. L’Europa era l’unica posta in gioco per cui si sarebbe potuta scatenare davvero una guerra fra USA e URSS, e proprio per questo ha goduto di una pace prolungata e per lei benefica. Naturalmente, con privazione della sovranità, checché ne pensassero francesi e inglesi, i quali nella data-chiave del 1956 hanno sperimentato di essere incapaci di costituire il centro di alcunché. Nel Cinquantasei – l’ultimo tentativo coloniale classico dell’Europa − le due superpotenze, benché in grave urto per la insorgenza ungherese, furono sostanzialmente d’accordo per rispedire a casa da Suez Francia e Inghilterra. L’Europa è nulla sotto il profilo storico-politico fino al 1990, quando è costretta a tentare di essere qualcosa, cioè a essere una parte di un ordine mondiale plurale. Una parte che si struttura inevitabilmente − e questo è il problema − intorno alla Germania unificata, che come sempre è fuori scala rispetto all’Europa: troppo piccola per essere una superpotenza, troppo grande per essere un normale Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro per tenere la Germania ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un vago neutralismo; uno stratagemma che si è rovesciato nella situazione attuale che vede la Germania esondare in buona parte d’Europa.

Con uno sguardo retrospettivo lungo – fin dalle origini dell’Europa, dunque a partire dall’Alto Medioevo – si dovrebbero richiamare le analisi di Rokkan sopra l’Europa strutturata su cleavages: una partizione Est−Ovest che nasce attorno alla Lotaringia, la fascia centro-europea − dalle Fiandre, alla Lorena al Nord Italia −, densissima di città, che rende difficile al suo interno il formarsi di statualità; mentre invece via via che ci si allontana da questo centro ricco di città, e a Est e a Ovest si formano statualità con capitali, cioè con città che emergono rispetto a quelle circostanti. Un’altra partizione spaziale, quella Nord−Sud, misura la distanza da Roma, sulla base del principio che ciò che è più lontano da Roma può strutturarsi più facilmente in Stato rispetto a ciò che è più vicino a Roma.

Un’altra linea strutturante l’Europa, che è stata coperta per molto tempo, ma che spiega nel profondo una quantità di cose − nessuna linea spiega tutto, sia chiaro − è una frontiera teologico-politica, che si può definire nella contrapposizione di due nomi: Eusebio e Agostino, la teologia politica imperiale e la teologia politica duale. La prima determina il rapporto tra Stato e Chiesa in tutta l’Europa orientale, dove vige una dipendenza sostanziale della struttura religiosa dalla struttura politica, che permane ancora oggi. L’altra implica la divaricazione fra la Chiesa istituzionale e i poteri politici in una perenne tensione reciproca, in perenne conflitto benché con alcuni periodi di alleanza, senza che mai ci sia una vera unificazione o una vera dipendenza dell’uno dall’altro. Le ipotesi di unificazione imperiale sono state minoritarie nella storia dell’Occidente – abbastanza celebre è l’Anonimo Normanno −. L’ipotesi di unificazione papale (la ierocrazia) è stata anch’essa, in realtà, una linea breve. La storia dell’Occidente, come ha mostrato Berman, si è strutturata sulla tensione fra la forza della Chiesa e la forza dominante del potere politico, con fasi alterne. Quella tensione è la madre della critica e della libertà.

Ora, dobbiamo chiederci quali sono le linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi, per vedere se sono spazi politici sensati o insensati, congruenti o incongruenti, e in generale se esiste uno spazio politico europeo.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali ed esistenziali. Le prime generano linee, le seconde originano punti, atomi. Fra queste seconde è certo fondamentale la disuguaglianza politica e sociale, la distanza fra ricchi e poveri (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) che attraversa tutte le società europee. Questo è l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo, e poi via via affermatasi attraverso il modo specifico di funzionare del neoliberismo, cioè le bolle e le crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, portate a un livello di povertà da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivato, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche della democrazia. Questa è una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio appunto perché produce essenzialmente atomi sociali, individui isolati.

Una linea di frattura, invece − le linee di frattura si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra e insieme costruiscono un intrico di linee –, è la contrapposizione fra terra e mare, fra il liberismo inglese e l’ordoliberalismo tedesco. Ovvero fra quel processo e quella istituzione che è il TTIP, e lo strutturarsi corporato della principale economia europea, cioè quella tedesca. Il TTIP, questa sorta di NATO economica, implica un mercato diverso da quello strutturato dallo Stato nazionale ed è in rotta di collisione con la nozione di sovranità politica, democratica o istituzionale che questa sia. Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/euro, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si potrebbe vedere il riemergere oggi − che è una delle tesi che io avanzo − di tradizionali linee di frattura geopolitiche che hanno descritto la storia d’Europa; una delle quali è appunto l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di strutture di potere forti, stabili, nel continente.

Un’altra linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, che è l’ordoliberalismo applicato a molti Paesi. L’ordoliberalismo si colloca contro il liberismo anarchico, che aveva generato la crisi del 1929, e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il nazismo, e anche contro il comunismo, e proponendo a tal fine un’ipotesi di società organica che si fonda sulla naturalità del legame sociale generato dal mercato. Il mercato è interpretato come il motore naturale della società (pur nella consapevolezza che non è naturale ma storico) mentre nello Stato si esprime l’altrettanto naturale pulsione societaria dell’uomo, stabilizzata nelle strutture che impediscono che il mercato venga turbato − è fondamentale il divieto per lo Stato di intervenire sulla dinamica dei prezzi −. Lo Stato deve essere la struttura che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di funzionare in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi e di produrre benessere secondo giustizia. Insomma, dietro l’ordoliberalismo c’è un non-detto: cioè che il conflitto non è fisiologico, ma è patologico ed è quindi da escludere. Nella struttura del mercato sta scritta la collaborazione, non il conflitto. La Germania si è strutturata così fin dal 1949, quando Erhard scongiurò gli americani di non intervenire sulla dinamica dei prezzi, di lasciare che la crisi dei prezzi si aggiustasse da sola.

L’ordoliberalismo è l’essenza dell’euro, ma non è universale: è adatto alla Germania che era ed è una società dove c’è un fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere statuale, potere dei Länder che la rende stabile; in questa dinamica è presente anche la Mitbestimmung, la collaborazione dei sindacati ai consigli di amministrazione delle imprese maggiori. Il tutto in chiave mercantilista, cioè con una propensione a tenere relativamente bassi i salari e a puntare sulle esportazioni (con violazione dei trattati di Maastricht da parte della Germania, proprio sul surplus commerciale). Che l’Europa sia anche lo spazio dell’euro non la rende unita, quindi: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco e una cintura di economie embedded dentro l’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia, l’Italia settentrionale –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (esterni ma prigionieri dell’euro essi stessi). Questa è la linea di frattura che fa sì che l’Europa oggi sia distinta in Europa dei creditori ed Europa dei debitori − dove quella dei creditori è il nucleo tedesco, e gli altri sono via via, con cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno coatti e subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread.

Un ulteriore problema è che lo spazio economico dell’euro, che è in concorrenza con lo spazio economico anglofono, in realtà non è uno spazio politico tedesco. Ciò deriva dalla spazializzazione originaria – la cortina di ferro, che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa – del 1945-47, che si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero costituirsi forse come uno spazio economico, ma non certo riproporsi come un Reich. Di fatto molti Stati embedded dentro lo spazio economico dell’euro, e anche nello spazio economico tedesco, non condividono, almeno nella loro maggioranza, le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito a lungo l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi) dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali. In quella pianura vi sono fasi di sovrapposizione secolare fra l’elemento slavo e l’elemento germanico, con un movimento di marea di avanti e indietro. Ora, il punto è che molti degli Stati embedded dentro lo spazio economico tedesco sono violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava.

L’Europa è insomma attraversata anche da una memoria non condivisa. Il nemico mortale nell’immaginario e nella prospettiva di alcuni Stati dell’Europa orientale continua a essere l’Unione Sovietica o la Russia, l’occupazione e quel che segue. Questo fa sì che la Germania sia scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, con la messa a disposizione di basi militari per la NATO − basi di fatto aggressive nei confronti della Russia −. Come tutto ciò pesi sulla questione Ucraina è evidente.

L’Unione Europea non ha una politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto apertamente che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione del secondo pilastro europeo, della proiezione armata della potenza europea, è ancora agli albori; semmai, la politica militare e industriale è ancora rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. L’Europa in quanto tale non è in grado di intervenire da nessuna parte.

Ora, dentro lo spazio della NATO − che ovviamente disegna una linea di frattura fra Europa e Oriente russo − c’è una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa vicini ed economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti. Il che fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quella che è stata finora; certamente (per l’enorme sproporzione di mezzi) sempre a trazione in ultima istanza americana, ma soggetta agli umori, alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa. La questione del Montenegro che in altri tempi sarebbe stata quasi un casus belli con la Russia − un ulteriore sconfinamento nello spazio balcanico, ormai tutto occupato dall’Occidente − si spiega con questo dinamismo antirusso della NATO, ‘dal basso’.

Per ricapitolare, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco) e debitori, e politicamente diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale la Germania non può (e forse non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico.

E quindi la questione europea non consiste nel fatto che, pur essendo chiaro dove si dovrebbe andare, tuttavia non ci sono le forze per andarci. No: il punto è che nessuno ha chiaro dove si deve andare, e nessuno ha le forze per andare da nessuna parte. Noi oggi abbiamo per le mani i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata nell’epoca o della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche) o pensata e rafforzata all’epoca della globalizzazione incipiente, della globalizzazione trionfante e all’apparenza “pacifica”. Un’Europa che, in entrambi i casi, pensava a se stessa come «potenza civile» (dopo che nel 1954 era stata bocciata la CED). Ma che esista una configurazione politica che funga da potenza civile è possibile solo se intorno ad essa non c’è un mare di inciviltà, o di guerra. Senza una situazione di relativa pace una potenza civile non esiste. Come appunto si constata oggi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è attraversato da muri, come si è visto ormai da mesi. Ma non è neppure esatto dire che se si è disfatto lo spazio politico europeo, almeno restano gli Stati: infatti, gli Stati tentano di esistere e di resistere, ma conoscono oggi una minaccia inusitata, generata da un terrorismo che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra di qualcuno contro di noi, dunque è strategico: ma se il terrorismo fosse solo questo, come è stato iniziato così potrebbe anche terminare. In realtà, il terrorismo è anche sistemico, cioè nasce dentro lo spazio politico europeo, dentro le sue contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. È da notare che nel complesso non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo . La verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza: ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno. Insomma, il terrorismo su scala continentale (non quello politico degli anni Settanta) non genera propriamente linee di frattura: è anzi il classico esempio di guerra globale, che è − come provai a definirla quindici anni or sono, in La guerra globale − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento». In filosofia questo è lo stato di natura, appunto la situazione per sconfiggere la quale sono nati gli Stati. Ora gli Stati sono davanti a una sfida che non è una sfida ideologica delle Brigate Rosse o delle Brigate nere: è qualche cosa di diverso, probabilmente più forte ed estremamente destrutturante, perché ottiene realmente il suo obiettivo, ossia genera panico nelle popolazioni e spinge gli Stati a politiche emergenziali. Pensiamo solo alla Francia, lo Stato nazionale per eccellenza, la madre delle rivoluzioni, in cui politicamente il Fronte Nazionale ha già vinto, anche solo per lo spazio enorme che sta ottenendo, e in cui un governo socialista esce dalla Convenzione internazionale dei diritti dell’uomo.

E pensiamo anche, al di là del terrorismo, a quella bomba a scoppio ritardato che è l’emigrazione di massa, e a quanto questa stressa oltre che le strutture istituzionali anche lo stesso legame sociale, estremizzando l’opera tipica del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Il combinarsi di terrorismo ed immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa e che alimentano insicurezza e disorientamento) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Storicamente è sempre successo che la paura rafforzi le istituzioni. E quindi le frontiere statali in uno scenario post-Schengen, tornerebbero a essere le linee di frattura interne allo spazio politico europeo. Ma ho l’impressione che oggi il combinarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produca fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrebbe neutralizzare, e che lo stesso «Stato forte» sarebbe in questo contesto in realtà solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterebbe in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica dentro gli Stati classici produce l’Union sacrée o la rivoluzione, la guerra globale produce forse fenomeni di scollamento del tutto anomici. La paura non produce solo linee, ma anche punti. E così, alle linee di frattura, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono microfratture pulviscolari, portate dalla disuguaglianza economica (come abbiamo visto all’inizio) e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere ogni spazio politico, sia europeo sia statale.

Che tipo di questione pone questo scenario costituito da spazi, linee e punti esplodenti? Impone prima di tutto di abbandonare la retorica del «Ci vuole più Europa»: prima si deve capire di quale Europa si parla. Non certo un super-Stato, monolitico, capace di chiudere i propri confini all’esterno – una finalità irrealistica e indesiderabile −. Né quella posizione può significare l’indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi: «Andiamo avanti così perché in un modo o nell’altro ne verremo fuori» – è, questo, il modo di ragionare medio di chi è nato in un mondo in cui, dopotutto, non poteva succedere niente, in Europa, per le terribili conseguenze anche del minimo cambiamento . Adesso il dramma è che invece può succedere di tutto.

Dobbiamo inoltre rifiutare l’idea che ogni analisi non mainstream sia apocalittica. Apocalissi è il disvelamento: finisce un mondo, cadono i veli e se ne rivela un altro nuovo. Oggi, invece, stiamo sperimentando una fase di transizione strutturale degli ordini politici continentali europei. L’ordine continentale è in crisi: sotto il profilo economico, perché spacca le società; sotto il profilo geoeconomico, perché spacca l’Europa; sotto il profilo strategico, perché non sa andare da nessuna parte e, semi-paralizzato, risponde con le leggi di emergenza alla doppia anomia della disuguaglianza e del terrorismo.

Davanti a questa serie di problemi la sinistra è semi-impotente. L’unica potenza che al momento può porre in campo è forse una potenza di analisi, per individuare un quadro non apocalittico né rassicurante, ma realistico del mondo in cui viviamo. La sinistra moderna nasce con Marx, il quale appunto fece un quadro realistico del mondo in cui viveva. Lo stesso si deve fare ora, per evitare che la sinistra o nasconda la testa nella sabbia o segua subalterna coloro che con le bandiere dell’Occidente al vento ci vorrebbero inviare verso ignote avventure.

 

Intervento introduttivo al seminario di Sinistra Italiana − organizzato a Roma il 4 dicembre 2015 −  dal titolo Economia e politica in Europa. Vincoli, contraddizioni, conflitti.

Stato, Grande Spazio, Nomos

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Stato, Grande Spazio, Nomos (Adelphi, 2015, pp. 528, € 60) raccoglie, selezionati e tradotti da Giovanni Gurisatti, alcuni importanti saggi che Carl Schmitt pubblicò dal 1927 al 1978, precedentemente accolti in due importanti antologie tedesche − una del 1996, l’altra del 2005. Vi compaiono alcuni dei lavori più celebri del giurista: tra gli altri, la prima versione di Il concetto di ‘politico’ (quella in cui il ‘politico’, il rapporto amico/nemico, è interpretato come un ambito specifico, mentre di lì a poco diventerà, ancora più radicalmente, il grado estremo d’intensità del conflitto); la quarta edizione, del 1941, dell’opuscolo su L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale (in cui venne aggiunto, tra l’altro, un capitolo contenente una polemica anti-ebraica contro Kelsen; per questo libro Schmitt corse il rischio di finire imputato a Norimberga come complice della guerra d’aggressione nazista verso l’Urss); il densissimo saggio del 1943 sul Mutamento di struttura del diritto internazionale (1943), che anticipa il grande libro del 1950 su Il Nomos della Terra; il testo del 1952 su L’Unità del mondo, in cui la guerra fredda è interpretata non come scontro duale fra Usa e Urss ma come una tensione interna ad un unico campo teorico e pratico, cioè la Terra dominata dalla tecnica; un’originale interpretazione di Clausewitz come pensatore politico (1967); e infine il canto del cigno di Schmitt, La rivoluzione legale mondiale (1978), un articolo che si conclude con un dittatore che in punto di morte, invitato dal sacerdote a perdonare i nemici, risponde “non ne ho: li ho ammazzati tutti” (ed è, per Schmitt, la metafora dei poteri che utilizzano il loro monopolio del diritto per spazzare via legalmente il nemico politico come criminale e nemico dell’umanità).

Molti di questi testi sono già noti al lettore italiano, ma spesso in traduzioni parziali e incomplete, oppure molto datate (degli anni del fascismo), oppure ancora collocati in sedi raggiungibili solo dagli specialisti; da oggi, invece, sono disponibili a un pubblico più vasto, per un supplemento d’informazione e di riflessione sul lascito intellettuale, sempre sconcertante, di uno studioso, Carl Schmitt, la cui fama continua a dilagare nel mondo: dall’originaria singolare fortuna italiana degli anni Settanta e Ottanta (tuttora fortissima) alla consistente attenzione francese, spagnola e sudamericana (sempre crescente), alla consacrazione nella sua patria tedesca (che, dapprima incredula e riluttante, lo ha poi legittimato inserendolo dagli anni Novanta nella potente macchina accademica delle dissertazioni dottorali), all’inondazione del mercato filosofico anglo-americano, fino all’elevazione, nella Cina comunista, a filosofo politico di regime (con particolare riguardo alla sua produzione autoritaria di epoca nazista; qualcosa di simile era già successo nella Corea del Sud).

Tutti (a destra e a sinistra) ormai vedono tutto, in Schmitt – con maggiore o minore fondatezza e acribia filologica, s’intende –. Autore della decostruzione e della teologia politica, dell’autorità e della ribellione partigiana, della decisione e della costituzione, dello Stato e del suo superamento, dell’ordine e del conflitto, Schmitt esibisce tanto una camaleontica versatilità spinta ben oltre i limiti dell’opportunismo (la sua adesione al nazismo fa scorrere fiumi d’inchiostro, ma non lo condanna alla infamia e alla damnatio memoriae come vorrebbero alcuni critici) quanto una ricchezza e molteplicità di pensiero che lo ha reso ormai un classico della politica, i cui libri sono imprescindibili come quelli, ad esempio, di Max Weber – benché il pensiero di Schmitt sia, ancor più di quello weberiano, coinvolto profondamente nella politica (di lui si diceva che, ascoltandolo, non si capiva se si dovesse invadere la Francia o darsi allo studio approfondito dello jus publicum europaeum) –.

Una parte di questa fortuna nasce dall’idea che Schmitt abbia la capacità di fornire chiavi interpretative del mondo contemporaneo, sia perché l’emergenza sarebbe il modo normale con cui funziona il sistema politico nel mondo neoliberista, sia perché il suo realismo politico sarebbe assai indicato a decifrare i limiti e le intrinseche contraddizioni dell’ideologia universalistica della globalizzazione anglosassone.

In realtà le cose sono più complesse. Schmitt è stato un formidabile pensatore novecentesco, impigliato esistenzialmente nella decostruzione delle aporie della modernità al tramonto, piuttosto che un autore post-moderno appaesato nel XXI secolo. E ciò proprio per il dato strutturale della onnipervasività dell’odierna economia capitalistica, e quindi del mutato ruolo dello Stato, che moltiplica sì le eccezioni, le forzature extraistituzionali, ma che al contempo rende difficile ipotizzare oggi una significativa vigenza della grande decisione sovrana. Certo, la critica schmittiana del potenziale discriminatorio implicito nell’universalismo ideologico che sorregge la politica internazionale – che non riconosce nemici politici ma solo ‘criminali’, ‘pirati’, nemici dell’umanità – è convincente e appropriata; ma la sua teoria dei Grandi Spazi, pensata sia come superamento della forma-Stato sia come antidoto all’astrattezza e all’estremismo dell’universalismo, non solo si scontrò a suo tempo con la dottrina nazista dello Spazio vitale (anch’esso illimitato e discriminatorio, e quindi lontano dalla concretezza a cui aspirava Schmitt), ma è resa oggi quanto meno dubbia dal prevalere della potenza di sradicamento del capitalismo rispetto a ogni politica di fissazione dell’ordinamento sul suolo, e di chiusura ordinativa dello spazio. Non a caso Schmitt è, come Heidegger, concentrato sulla critica della tecnica (marina, contrapposta alla terrestrità dello Stato e anche del partigiano) molto più che sulla critica dell’economia.

La verità è che Schmitt è ancora giurista, e quindi legato a quello Stato di cui pure attua la radicale destrutturazione, ovvero è orientato all’ordine – benché sia al contempo tragicamente consapevole della sua interna contraddittorietà e abissale infondatezza –. La sua capacità critica e analitica è grande, ma non va al di là dello svelamento e della decostruzione dei meccanismi con cui lo Stato nasce, agisce, crea il sistema mondiale degli Stati, e agonizza; oltre lo Stato – di cui ha lucidamente colto la contingenza storica – Schmitt sa bene che si deve andare, ma non sa come (soprattutto quando, nel dopoguerra, il pensiero dei Grandi Spazi non fu più immediatamente proponibile). La sua teoria del nomos (dell’ordine internazionale orientato) funziona retroattivamente, per spiegare (benché parzialmente) con potenti campiture splendori e miserie dell’età moderna e dello jus publicum europaeum; ma applicata al presente assume un ambiguo significato mitico, o nostalgico di perduti radicamenti.

Com’è giusto, Schmitt, il quale si è spinto fino a presagire la nuova rivoluzione spaziale, quella del web (da lui intravista nel trionfo del nuovo elemento, l’aria – come prevalenza del potere aereo, ma potremmo dire come potenza dell’etere, dello spazio virtuale –, che prende il sopravvento sulla terra e sul mare, protagonisti della modernità), non può pensare per noi. Proprio da chi ha sostenuto che la verità è vera una volta sola, all’interno di determinate configurazioni di potere, viene l’invito a noi, perché pensiamo la verità, l’ordine e il disordine, del nostro tempo. Congedandoci, per quanto possiamo, dal lungo congedo schmittiano dalla modernità. Procedendo con Schmitt oltre Schmitt.

L’articolo è stato pubblicato in «il manifesto» il 15 gennaio 2016, con il titolo L’ordine politico dei grandi spazi

Politica e visioni. Risposta a Toni Negri

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Con una foga polemica che a tratti non gli permette una lettura adeguata del mio testo (Molte fini, un nuovo inizio) e che lo porta, ad esempio, a fraintenderne l’apertura  rivolta contro il togliattismo deformato praticato da alcuni, ai nostri giorni, all’interno del Pd , Toni Negri mi accusa di lamentoso e indignato intellettualismo, di democraticismo, sinistrismo, politicismo, istituzionalismo, pedagogismo, goffaggine retorica e politica, cecità davanti alle dinamiche della storia e del capitalismo, e di rischiare di scivolare verso un nazionalismo “rosso-bruno”. E mi invita a studiare meglio le vicende del Pci a partire dagli anni Settanta, e a praticare la lettura di Deleuze.

C’è da chiedersi il motivo di tanto accanimento verso un documento che, affetto da queste irrimediabili carenze, dovrebbe essere abbandonato alla critica roditrice dei topi, e non mobilitare contro di sé le armi della critica, come se fosse l’epitome della metafisica moderna. Anche perché non esprime la posizione ufficiale di alcuna forza politica, né di alcun gruppo parlamentare, ma è solamente opera mia, di cui io solo porto la responsabilità.

Per tentare una risposta all’interrogativo c’è da notare in primo luogo − a livello politico immediato  una convergenza fra quanto di SI ha detto Matteo Renzi (cioè che si tratta di “delirio onirico”) e quanto sostiene Negri. A dimostrazione del fatto che contro un progetto di sinistra si mobilitano all’unisono tanto i poteri costituiti quanto le opposizioni più radicali.

Sotto il profilo filosofico, poi, c’è qui un conflitto fra due differenti orizzonti analitici: Negri in sostanza non ammette che alcuna categoria della teoria e della pratica politica moderna − soggetto, classe operaia, produzione di merce, emancipazione, progresso, riforma, partito, istituzioni, parlamentarismo  possa sopravvivere alla mobilitazione neoliberista, che le avrebbe azzerate (rottamate). Un’adeguata comprensione dell’oggi sarebbe possibile solo attraverso l’analisi di Deleuze, oltre che dello stesso Toni Negri, i quali ci informano che le società disciplinari (in cui erano appaesati lo Stato, il partito, il sindacato, la fabbrica fordista) sono ormai tramontate, che la forza lavoro è oggi qualificata non più dal tempo di vita speso nella valorizzazione ma nell’intelligenza e nella capacità di relazione, che il dominio è oggi caratterizzato da “modulazioni estensive di controllo su corpi biopolitici”, che il potere è oggi tanto massificante quanto individuante; che insomma si deve abbandonare l’idea moderna che esista un rapporto di mediazione razionale fra soggetto e oggetto, fra teoria e prassi, fra contingenza e finalità, che le istituzioni possano avere efficacia (idea che confesso di coltivare), e anche l’idea (a cui mai ho acceduto) che la politica consista nel perseguire quel “punto sublime” della storia in cui il Due si fa Uno, in cui ogni conflitto si assesta placato, e la rivoluzione dischiude le porte del mondo nuovo. Insomma, si tratta dell’alternativa fra la forma razionalistico-umanistica e il rizoma, fra i dispositivi di mediazione della modernità e la potenza dell’immediatezza che si dischiude nella contemporaneità, fra l’architettura istituzionale e la società liquida o il magma, fra cieco realismo e visione.

Sono le tesi avanzate da Negri, soprattutto da Impero in avanti, e ora riproposte con la presunzione che dai libri di successo derivi una politica di successo, che l’analisi teorica oltranzista individui necessariamente anche le forze e i movimenti dell’antagonismo sociale; che l’immanenza sia al tempo stesso la nuova dimensione non solo del capitalismo e dell’antagonismo moltitudinario ma anche la chiave della trasformazione reale del presente stato di cose (il che è falso, tranne che non si facciano passare per moltitudini, cioè si suppone per il proletariato mondiale, alcune ristrette minoranze dei centri sociali).

Questo euforico immanentismo, opposto da Negri alla tristezza e alla malinconia dell’intellettuale di sinistra che, schifato del mondo, gli vuole impartire lezioni di buone maniere democratiche (ancora assonanze con le tesi renziane sulla sinistra nemica della felicità, e sui professoroni “gufi”), conosce però due contraddizioni: lo Stato dà una parte è la presunta espressione di una trascendenza obsoleta e disfunzionale allo stesso capitale, ma d’altra parte è temuto da Negri come innalzatore di muri e rafforzatore di confini nello spazio europeo; in quest’ultimo, poi, si dovrebbe attuare, secondo lui, una verticalizzazione che dovrebbe dare una qualche coerenza (se non proprio una guida) ai movimenti. Immanenza verticale? Spontaneità guidata? Ritorno dell’auctoritas o della potestas indirecta? Aporie non piccole, in cui si incorre per non accedere alla nozione di forma, di rappresentanza, di costituzione, di sinistra democratica.

Se infine la polemica di Negri è rivolta verso il ruolo passivo delle “masse” che sarebbe implicito nel mio documento, sottolineo che lì si afferma al contrario che l’obiettivo strategico della sinistra dovrebbe essere ripoliticizzare la società, farne emergere le contraddizioni che la percorrono e che non hanno più la forza di esprimersi in modo produttivo e determinato (contraddizioni, peraltro, che non investono solo il proletariato ma la quasi totalità dei cittadini). È infatti questo l’esito dei dispositivi, delle logiche, delle strategie di individualizzazione di cui si serve il potere neoliberista: la privatizzazione mercatista dell’esistenza presentata come un guadagno mentre invece è una perdita, una sconfitta. A questa sconfitta si può tentare di reagire attraverso una strategia centrata sulla riqualificazione politica del ‘pubblico’ oppure con una linea centrata sul ‘comune’, sulla spontanea cooperazione sociale. Due risposte diverse, non c’è dubbio (benché nella concretezza della politica possano in certe circostanze trovare momenti di intersezione): l’una imperniata sulla contrapposizione autonoma al presente stato di cose, per riequilibrarlo, l’altra sulla pretesa immanente di esserne il “rovescio”. Due diverse visioni. Entrambe tuttavia segnate, questo è il punto, dal rischio proprio della politica, cioè dal fatto che questa non può essere dedotta da una teoria nè può essere vista emergere in atto dall’immanenza ma implica anche un salto, una discontinuità. La scommessa per uno Stato non certo miticamente neutro ma capace di politiche di sinistra, cioè per un potere politico che in alcune circostanze ha un relativo margine di autonomia dai poteri sociali, non è più azzardata o più ridicola della scommessa sulla potenza delle moltitudini e dei movimenti: anzi lo è meno. Poiché lo Stato − che mai fu neutro, ma semmai neutralizzatore, cioè portatore nelle sue istituzioni di un potere orientato  ha sì subito, nella sua forma welfaristica, una grave battuta d’arresto, ma nello scenario della globalizzazione capitalistica (così entusiasticamente abbracciata da Negri) la sua esistenza, come potere istituito, ancora pesa: almeno le dinamiche politiche internazionali lo testimoniano, oltre che la differenza fra le diverse politiche pubbliche e i diversi sistemi istituzionali (più o meno funzionali al potere del capitale, ovvero più o meno in grado di porvi un argine).

Inoltre, l’esigenza di uno Stato capace di organiche e strutturali politiche di sinistra è sottolineata da numerosi autorevolissimi economisti non mainstream ed è soprattutto sentita, sulla loro pelle, dai cittadini, e risponde all’umana esigenza di sicurezza esistenziale e di tutela dei diritti nel lavoro che è oggi massimamente conculcata; mentre quei movimenti emergenti nell’immanenza, senza forma e senza guida, meramente espressivi, sono più parte del problema che non della soluzione, o vivono solo nell’immaginario di Negri e dei suoi seguaci (mentre di un’autonomia del proletariato mondiale non vi è traccia, essendo questo, piuttosto, frammentato secondo linee identitarie nazionali, etniche, religiose  il che è tragico, ma vero ).

Per quanto ne so, la reazione o la resistenza all’ordine caotico del neoliberismo si manifestano, nei fatti, prevalentemente nel voto para-fascista o qualunquista, e nell’assenteismo  cioè in forme subalterne alla potenza che le suscita ; e dunque confesso di non riuscire proprio a vedere ciò a cui con tanta sicurezza si affida Negri, ovvero una coerente energia politica tutta esterna rispetto al perimetro delle istituzioni. Tranne che con “esterno” non si intendano appunto i giganteschi poteri economici transnazionali, che peraltro coerenti proprio non sono. Anche all’interno delle istituzioni, del resto, l’energia politica è quasi spenta, o si orienta (con diverse intensità nelle diverse realtà statali) verso politiche securitarie e a volte antidemocratiche, così che una politica di sinistra richiede, comunque sia, un enorme sforzo inventivo  nel senso letterale del termine .

Il mio riproporre la nozione di Costituzione (anche nel senso formale) non è formalismo; il mio constatare la debolezza e la sofferenza di coloro che sopportano il peso dei sistemi del neoliberismo nelle loro diverse varianti, non è una negazione della loro forza politica che esiste, certo, ma è potenziale, e va attivata sia dal basso sia dall’alto, sia dagli stessi protagonisti sociali  che non sono solo i movimenti  sia dai partiti, che vanno rivitalizzati, sia dalle istituzioni, che vanno riformate in senso opposto a quanto ora avviene. Se ciò è non una visione ma un abbaglio, che rende inattuale o patetica la mia proposta (che non vuol essere una semplice riedizione dello Stato sociale e della sua burocrazia, ma che non prescinde dalle finalità di quello), che cosa è mai la negriana “visione”? Un’immanenza virtuale? Una potenza narrata? Un’immaginazione onirica? È probabilmente una visione del mondo che perde il mondo, una troppo consequenziale deduzione dalla teoria di un mondo che è troppo simile al mondo del neoliberismo (cioè troppo “liscio”) e che al tempo stesso ne è troppo difforme, fino a essere un mondo che non c’è, perché quello che c’è è molto più complesso, pieno di ombre, di contraddizioni e di fratture (e anche più infelice  ma la potenza nasce appunto nella coscienza infelice, nella contraddizione in movimento ).

La verità è che la politica  fuori e dentro le istituzioni, immanente e autonoma, concreta e ideale  resta l’unica via per riequilibrare il rapporto fra capitale e lavoro, oggi squilibratissimo a favore del primo (e non per caso la politica è stata aggredita e screditata dal potere mediatico del capitalismo). E la verità è, ancora, che la politica procede dall’egemonia e dalle alleanze, dalla partecipazione e dal consenso, dalla decisione e dal conflitto  il new Deal fu appunto tutto questo , e non dalla necessità. E che richiede anche istituzioni, non mitiche ma orientate a un determinato fine sociale. E che senza un’analisi realistica delle forze, e del loro disporsi e manifestarsi, semplicemente si è sconfitti, come è accaduto alla socialdemocrazia ma anche alle varie esperienze politiche ispirate da Negri (in ogni caso, al contrario, non basta l’analisi per avere successo). Certo, si può sempre ritentare, imparando dagli errori del passato (dalla lezione degli antichi, che possiamo essere noi stessi, qualche decennio fa) e studiando meglio il presente (facendone esperienza). Ma non si può ogni volta pretendere di possedere la verità.

Quindi, per chiarezza: non sono certo io che contrappongo alto e basso, istituzioni e movimenti, mediazione e spontaneità, Stato e potenza: anzi, non credo alla loro meccanica (ideologica) reciproca esclusione ma alla loro cooperazione differenziata (mentre sono più scettico sulla cooperazione sociale e sul ‘comune’, vedendoli semmai come un obiettivo da attingere piuttosto che come una attuale forza politica). Mi limito a tentare di perseguire una politica che, scontando le immani trasformazioni sopravvenute dagli anni Settanta, ricerchi una nuova forma dell’intreccio, sempre inevitabile e insuperabile, fra istituzioni e ‘politico’, tra forma e movimento, fra ordine e conflitto. Una nuova forma che sia qualificabile come di sinistra, possibilmente. Un nuovo New Deal frutto tanto di politica quanto di visione.

Per concludere, Negri vuole segnare le distanze, estremizzando lo iato fra questi orizzonti e queste visioni e progetti, vuole esorcizzare lo spettro di Sinistra Italiana (che peraltro non si identifica, lo ripeto, col mio testo), e ne vuole annunciare il destino di certo fallimento, e magari compiacersene. Lo può ben fare, ovviamente. Come avrebbe potuto, se avesse voluto, interloquire più costruttivamente. In ogni caso, la diversità, la distanza intellettuale e strategica, fra queste opzioni, non è una scoperta di oggi, e fa parte della storia e della debolezza della sinistra.

Eppure, nonostante anatemi e fosche previsioni “rosso-brune” − derivate da un mio accenno alla questione della sovranità nazionale (che non è rivolta contro l’Europa politica federale che non c’è ma contro una Ue segnata profondamente e quasi egemonizzata dall’interesse nazionale tedesco) , sono troppo rispettoso delle posizioni altrui, benché non le condivida, per proporre inutili conciliazioni eclettiche (le alleanze tattiche − che non sono in mio potere − sembrano escluse dallo stesso intervento di Negri). A ciascuno la sua strada, quindi; a ciascuno le sue visioni, a ciascuno le sue concretezze. Ma, per favore, senza irate lezioni professorali. Queste sì fanno sorridere.

 L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 27 novembre 2015

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