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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Ragioni politiche

Il problema del nostro Paese è che viviamo in un’egemonia intellettuale neoliberista

Intervista con Annamaria Iantaffi

 

Presidente, il 2 giugno 2020, dati gli eventi degli ultimi mesi, è una ricorrenza unica nella storia della Repubblica. Lei come percepisce oggi il rapporto dei cittadini con le istituzioni Repubblicane?

Mi sembra che il rapporto abbia preso una doppia piega. È abbastanza tipico durante le emergenze che i cittadini guardino alle istituzioni, perché sentono il bisogno di essere garantiti. Sicuramente anche il tasso piuttosto alto di popolarità del Presidente del Consiglio dimostra che l’emergenza ha suscitato un forte bisogno di istituzioni. E questa non è una novità: in Italia buona parte dell’antipolitica e della critica delle istituzioni nasce in realtà dal bisogno delle istituzioni, dall’idea che le istituzioni siano inadeguate. D’altro canto c’è una discreta probabilità che nel momento in cui si attenuasse l’emergenza sanitaria e si presentassero le sue conseguenze economiche, il rapporto con le istituzioni tornerebbe ad essere conflittuale e che queste verrebbero sempre più interpretate come ostili.

Le chiedo di proiettarsi invece al prossimo autunno, quando si potrebbe presentare una seconda ondata pandemica a causa delle mutate condizioni climatiche. Secondo lei c’è il rischio di disordini sociali?

Molto dipenderà da come i bisogni economici di una discreta parte della popolazione siano o non siano stati soddisfatti. Se ci fossero gravi momenti di sofferenza economica, fino alla disperazione per certe categorie, e se intervenisse un secondo lockdown, francamente la situazione sarebbe davvero critica. C’è da augurarsi che nessuna delle due ipotesi si avveri, cioè che non sia automatico l’avvento di una seconda ondata della pandemia e che le situazioni di sofferenza dell’economia, e soprattutto di certe categorie, possano essere in un qualche modo sanate.

I bambini, anche mossi dai genitori, prima scrivevano ovunque “andrà tutto bene”. Ora l’EU stanzia 750 miliardi, anche se non tutti sono a fondo perduto. È andato tutto bene?

L’EU non stanza 750 miliardi. L’Europa deve prima di tutto raccogliere 750 miliardi sui mercati finanziari mondiali. Poi ne mette a disposizione agli Stati delle tranches. Alcune a fondo perduto, altre in forma di prestiti che devono essere restituiti, ed evidentemente in modo condizionato. In ogni caso questa quantità di denaro, ove sia raccolta, entrerà in circolo soltanto quando scatterà il bilancio della UE, nel 2021. Poi anche la quota a fondo perduto che viene data gli Stati che la richiedono sarà in qualche modo restituita, perché gli Stati che dovranno istituire delle euro-imposte, per rimborsare la UE, che a sua volta deve restituire i fondi a coloro che glieli hanno dati. Perché tutto nasce dal fatto che la BCE non stampa denaro. Questo è il punto vero: che nessuno ha voluto trasformare il sistema economico finanziario europeo in un sistema che avesse come punto culminante una capacità di prestatore di ultima istanza da parte della BCE, come fa la Federal Reserve in USA.

Quindi cosa potrebbe accadere, se ricevessimo il Next Generation Fund?

Ci accorgeremo che questi soldi non vengono inventati dal nulla, e questo qualcuno sono i cittadini che pagheranno le nuove tasse europee, oltre alle tasse statali. Per di più, questi denari, anche quelli a fondo perduto, verranno elargiti soltanto a seguito del fatto che lo Stato beneficiario si adegui alle richieste di riforme strutturali avanzate dalla UE. Il che vuol dire che la UE vuole che lo Stato Italiano sia più ricco e che i cittadini italiani siano più poveri, vuole spostare ricchezza dai conti correnti degli italiani alle casse dello Stato. Quello che nessun Governo nazionale in questo momento ha il coraggio di fare, cioè una patrimoniale, verrà probabilmente innescato dalla dinamica europea. L’Italia potrà godere di finanziamenti soltanto se sarà in grado di implementare le riforme che l’Europa le chiederà. E tutto ciò potrebbe essere estremamente doloroso, a partire dal 2021.

Prima di quella data cosa faremo?

Prima resta soltanto il ricorso al MEF, il quale a sua volta elargisce pochi soldi e con condizionalità, perché è un sistema di prestito, non è un sistema di denaro a fondo perduto. Chi ottiene questi fondi deve anche soggiacere al controllo ravvicinato dei creditori, che significa o la troika o qualche cosa che le assomiglia moltissimo. Tutto ciò vuol dire che lo scenario economico è particolarmente pericoloso. Prima di tutto per la debolezza intrinseca, cioè il crollo della domanda determinata dal lockdown, e poi per il fatto che ad essa si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche di quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite; penso ai pensionati che, con ogni verosimiglianza, si vedranno ristrutturare la pensione o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria. Tutto ciò, se messo insieme a un ipotetico secondo lockdown, crea uno scenario non facilmente controllabile dalle istituzioni. Naturalmente, quello che le ho descritto è lo scenario peggiore;  poi ci sono auspicabilmente gradi di intensità minore dei problemi, tanto sanitari quanto economici. Nello scenario migliore non c’è la seconda ondata, la domanda riparte autonomamente, non abbiamo bisogno di ricevere o chiedere tanti soldi e poi non avremo bisogno di misure di austerità tanto severe per restituirli.

In cosa potremmo trovare un sollievo?

Una notizia che darebbe sollievo, tanto sanitario quanto economico, sarebbe il vaccino: farebbe venir meno quel senso di vulnerabilità estrema che è il risultato più evidente della pandemia. Le crisi economiche sono molto dure da sopportare, ma vi siamo in un qualche modo abituati; quello a cui non eravamo abituati sono le crisi sanitarie, soprattutto attraverso il lockdown che è stato molto doloroso, che ha anche distrutto beni immateriali importantissimi, come ad esempio la pubblica istruzione. Non illudiamoci infatti che abbiano imparato molto, i nostri studenti, quest’anno, nonostante gli sforzi benemeriti dei docenti e degli stessi studenti. L’insegnamento richiede la presenza, la relazione.

Alcune delle libertà costituzionali hanno subito una contrazione durante la stasi coatta in casa; lei a tal proposito ha parlato di un esercizio di sovranità, può spiegarci in cosa consiste? 

Premetto che la parola sovranità è una bellissima parola che fa parte del primo articolo della Costituzione della Repubblica e non significa nulla che non sia compatibile con l’esercizio democratico del potere. La sovranità si è manifestata per quello che è, cioè il desiderio di esistere di un sistema politico e di un popolo. Un desiderio che vuole realizzarsi e adopera tutti gli strumenti legalmente a disposizione, anche con qualche forzatura. C’è stata una compressione delle libertà, tutti lo dicono, tutti ce ne siamo accorti. Il punto non è che ci sia stato un mezzo colpo di Stato ma che, nonostante nel nostro ordinamento non sia presente in modo esplicito una fattispecie definibile come caso d’emergenza, siamo arrivati alla compressione dei diritti, sia pure attraverso vie un po’ tortuose sotto il profilo giuridico, e che tutto ciò era inevitabile. Nel caso d’emergenza ti comporti come la necessità richiede, anche se non hai una Costituzione che parla con chiarezza dello strumento necessario. Oltretutto si è fatto ricorso ad uno strumento legale, non è stato nemmeno violata la Costituzione, sono stati semplicemente messi in gerarchia i diritti costituzionali e si è detto che il più importante è il diritto alla vita.

Mi interessa inoltre sottolineare che la sovranità si è manifestata nelle sue forme più tipiche, più radicali, smontando la società, che improvvisamente si è trovata come sgretolata: le sue vecchie forme sono quasi scomparse e ha assunto nuove forme. Improvvisamente le persone non sono più state ad esempio il professore, il giornalista, il deputato, lo studente, l’operaio, l’impiegato, ma eranola persona sana, il portatore sano e inconsapevole, il malato leggero, il malato grave, quello da ricoverare in ospedale, il malato da mettere in terapia intensiva, il morto. La società aveva perduto le sue forme e ne aveva assunto delle altre, sulla base di atti sovrani, orientati al valore della sanità e della vita. E inoltre, la sovranità si è manifestata attraverso uno dei suoi strumenti fondamentali: il confinamento delle persone in casa e la chiusura dei confini alle frontiere.

Abbiamo quindi perso libertà che ci sono state garantite per più di 70 anni?

È inutile dire che la sovranità è una brutta parola o che non esiste, che è obsoleta. Il virus è la globalizzazione, e contro la globalizzazione agisce la sovranità. Il virus passa le frontiere e per difendersi si lavora sul confine, si cede spazio, per guadagnare tempo. Oggi vale la pena di dire tutto ciò,  per sfatare la leggenda del Sovranismo, che è un imbroglio concettuale. Anziché Sovranismo si dovrebbe dire ‘esercizio della sovranità orientato a destra’. E a me non piace. Ma non si può dire che la sovranità sia un concetto obsoleto o errato, perché questo è falso.

Il 2 giugno ricorre anche la data della morte di Garibaldi;  cosa è rimasto dei valori risorgimentali tra i cittadini? E tra i politici?

L’ultimo politico che pensava a Garibaldi credo sia stato Bettino Craxi, che era un collezionista di cimeli garibaldini. Oggi penso che Garibaldi sia una figura al di fuori dell’orizzonte e dell’interesse dei cittadini e dei politici. E non sto dicendo che ciò sia giusto. Al contrario. Ma più in generale mi chiedo: quale rapporto questo Paese vuole avere con la propria storia? Questo Paese sa di avere una storia? Gli interessa? Interessa a qualcuno che esista un’identità storica italiana? Questo Paese vuole esistere in senso storico-politico come esistono la Francia o la Germania o la Gran Bretagna o la Spagna? Questi sono Paesi democratici, pieni di problemi come tutti, ma coltivano un rapporto con la propria storia, in modo diverso a seconda degli orientamenti. Noi, qual è la cosa più lontana nel tempo cui facciamo riferimento? Forse la Resistenza…

Molti dei problemi della contemporaneità non sono forse pregressi? Penso ad esempio alla polemica sull’Euro..

La debolezza della compagine nazionale unitaria non l’ha inventata l’euro, la debolezza internazionale dell’Italia purtroppo è una costante della nostra storia. La capacità di interpretare la politica anche in  dimensione storica fa parte del modo con cui i politici dovrebbero lavorare, ma oggi francamente, politici così non ce ne sono. Lo dico con cognizione di causa perché li ho anche frequentati. Anche perché gli intellettuali di riferimento in questo momento sono gli economisti, i quali non vogliono pensare in chiave storica, perché credono che l’economia si avvicini ad una scienza naturale, che sia qualche cosa che ha delle leggi proprie,  che in alcuni di loro diventano dei dogmi. È rarissimo vedere un economista che ha capacità di pensiero storicamente profondo, che mette in fila i problemi economici in chiave storica, che relativizza in qualche modo l’economia perché ne vede la storicità.

Questa mancanza di visione storica è il limite degli economisti liberisti contemporanei?

Eh, sì, è proprio così. Questo è il pensiero unico: “è così perché è sempre stato così”, oppure, “prima di noi c’era il Medio Evo”. Il problema  del nostro Paese è che siamo dentro un’egemonia intellettuale di cui spesso le persone non si rendono conto, ma che è nata quaranta anni fa, cioè la grande svolta all’insegna del Neoliberismo che ha permeato di sé non solo le strutture dell’economia, della finanza e la politica, ma anche la psicologia delle masse e quella dei politici.

Pubblicata in «Tiburno» il 2 giugno 2020

Colle, Parlamento e Ue. Il percorso a ostacoli del governo

Intervista con Francesco De Palo

 

Quali conseguenze porta in grembo l’incidente di ieri in Senato?

Non credo che ci saranno conseguenze politiche dirette, come una crisi di governo, perché le condizioni del Paese sono tali che sarebbe un azzardo mandare all’aria il quadro politico, pur instabile. Certo, tutto è possibile: c’è chi pensa che una crisi con urne anticipate sia la soluzione normale in quanto una successiva maggioranza più coesa potrebbe dare la sicurezza di procedere in una qualche direzione, mentre al momento sembra che non si vada da nessuna parte.

Ma…

Dubito molto che le attuali forze politiche di maggioranza vogliano consegnare l’Italia alla Lega. Per cui ci potrebbero essere altri effetti, non elettorali, della giornata di ieri: il primo è relativo alla debolezza strutturale dell’alleanza, che è stata mascherata dalla pandemia. Attenuatasi la crisi sanitaria, eccola riemergere con chiarezza. I motivi sono noti: i Cinque Stelle sono numerosi in Parlamento ma poco capaci di iniziative politica e il governo si fonda sulla tesi che “tutto è meglio rispetto alle elezioni”. Dopo la giornata di ieri in Senato il governo sarà ancora più preda delle proprie fobie e delle proprie paure, oltre che dei ricatti reciproci fra Pd e M5S, mentre nella debolezza della politica cresceranno ancora tutti quei poteri che invece restano forti, come le grandi corporazioni.

I fondi Ue arriveranno solo a gennaio: guardando alla densità politica dei prossimi mesi, crede che il Pd sia pentito della scelta strategica fatta? Si aspettava di più dalla maggioranza?

Osservo che non si aspettavano nulla: se ricorda, la crisi dell’estate 2019 fu dichiarata da Salvini in un ipotetico accordo con Zingaretti, ma quest’ultimo fu costretto in seguito a rimangiarsi l’apertura verso le urne da un intervento diretto di Prodi e Mattarella. Il Pd non ha fatto una cosa saggia in questo matrimonio con i grillini. Tuttavia, vi è stato spinto dalla sua vocazione governista; il Pd ottiene i suoi obiettivi solitamente solo se è al governo e non all’opposizione. In questo caso, essendo nato per governare la fase dell’euro, non ha la stoffa per sopravvivere in occasione di crisi come quelle che si sono succedute fino ad oggi. Il Pd è un buon interprete delle esigenze sistemiche generali e la scelta di non andare alle elezioni anticipate in agosto rispose sì a questa logica governista e alle pressioni internazionali per evitare un governo leghista, ma non so quanto alla fine questa scelta abbia giovato al partito.

Quanti malumori albergano al Nazareno, dunque?

Penso che nel Pd circoli l’idea che il M5S sia una compagnia pericolosa anche per la sua imprevedibilità, ma anche l’idea che chi va al governo con loro gode di una sorta di assicurazione sulla vita, visto che i grillini non si azzardano a innescare una crisi. Sanno che in quel caso dimezzerebbero i seggi. Di contro, è chiaro che il Pd mai avrebbe immaginato l’arrivo della pandemia, ma sinceramente non so quale iniziativa di grande respiro avrebbe potuto attuare, anche senza la crisi sanitaria. Il Pd ha un ceto politico che non riesce ad andare oltre la gestione ordinaria delle cose.

Fondi Ue e magistratura: nei richiami di Mattarella vede la delusione del Colle rispettivamente verso Chigi e Anm?

Sì. È probabile, riguardo al Mes, che sul Colle convergano pressioni internazionali perché l’Italia si pieghi ad utilizzarlo, benché sia uno strumento di cui non si sente il bisogno avendo come poderoso concorrente l’acquisto di bond da parte della Bce, la vecchia linea Draghi. Si chiede all’Italia di aderire al Mes per vincolare all’Ue il governo futuro. La delusione di Mattarella verso la Anm è invece certa.

Si dice che Confindustria in quanto più orientata, con Bonomi, al nord attacchi strumentalmente il governo. Ma ad esempio nel Lazio Francesco Borgomeo, presidente di Saxa Gres che salvò Idealstandard, parla di “scacco matto” vicino per le imprese mentre altri “vivono di politica”. Ha ragione?

La posizione di Confindustria è andata oltre il segno, fino alla teorizzazione da parte di Bonomi della “democrazia contrattata”, in cui sono sullo stesso piano politici ed industriali, con l’esplicito riferimento che essere stati eletti non rende i politici superiori agli industriali. Penso che questo sia sbagliato. Poi però capisco l’urgenza drammatica della situazione, con un governo inchiodato e non fa nulla, mentre aspetta che l’Europa si chiarisca le idee su Mes e Recovery Fund. Vedo insomma da parte di Viale dell’Astronomia una sorta di panico strisciante nel trovarsi nelle mani di un governo inconcludente. Sono certo che la vera ripresa, non quella sussidiata, ci sarà solo quando i cittadini riacquisteranno fiducia, ovvero quando ragionevolmente non ci sarà tutti i giorni un allarme sia per il ritorno della pandemia, sia per una patrimoniale o per una ristrutturazione del debito. La minaccia non aiuta i cittadini a spendere, e quindi l’industria italiana a ripartire. È un circolo vizioso che va spezzato.

 

Pubblicato in «formiche.net» il 19 giugno 2020

La sovranità e lo scontro tra economia e politica

Intervista con Ivan Giovi

 

Professor Galli nel suo saggio Sovranità appare emblematica l’espressione «Sovranità è democrazia? Oggi sì»: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?

La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un Paese anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del Paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono  privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello  gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto «divorzio» fra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati. Lo Stato non è più signore della propria moneta. Una volta che si sia aderito all’euro non si può più  stampare moneta; possiamo unicamente emettere titoli di debito (entro una certa soglia) e in ogni caso quando emetti debito devi sperare che qualcuno te lo compri, i mercati. Questo incide sulla sovranità di bilancio: anche se formalmente lo Stato italiano è sovrano nel determinare il proprio bilancio, con tutte queste restrizioni di fatto non lo è; detto in altri termini, non ci sono mai abbastanza soldi. Che è una cosa strana, perché lo Stato  i soldi dovrebbe poterseli stampare, o procurare in proprio.

Perché tutto questo?

Questo è il passo più avanzato che è stato fatto verso una Unione europea che è un’ Unione a vari livelli: giuridici,  economici, culturali, ecc. sempre però tra Stati sovrani. La moneta unica è invece la proiezione del marco tedesco, fondata sulla sua medesima filosofia politico-economica:  l’economia sociale di mercato detta anche «Ordoliberalismo», andata al potere nella Germania federale nel secondo dopoguerra (alla quale Schroeder ha introdotto elementi di neoliberismo con le riforme del 2003-2004). La sua teoria di fondo è: l’economia di mercato è in equilibrio, a condizione che non intervengano fattori distorsivi della concorrenza. Tuttavia, è  necessario uno Stato forte, uno Stato gendarme, che deve garantire il buon funzionamento delle dinamiche di mercato – anche se nella realtà lo Stato tedesco è tra i più interventisti. Poi ci deve essere un forte legame tra la finanza e l’economia produttiva e un decentramento politico forte: i Laender infatti hanno grande autonomia. C’è poi una teoria di fondo che è la vecchia teoria organicistica tedesca: l’idea che la società sia un corpo unitario: su questo punto la cultura tedesca si distacca dal neoliberismo austriaco di Mises e Hayek. Il loro pensiero originario (il marginalismo)  è una  risposta alla teoria del valore-lavoro marxista: il prezzo delle merci non è determinato dal lavoro in esse contenuto ma dal libero gioco della domanda e dell’offerta, dalle scelte dei consumatori informati e razionali.

Lei fa riferimento a Menger, Walras Marshall, ecc?

Esattamente. Il neoliberismo deriva dal marginalismo e incrocia la linea austriaca con la linea monetarista di Chicago. E qui c’è un vero paradosso, perché questo paradigma liberista non è mai stato applicato fino a che il paradigma concorrente, quello keynesiano che aveva come obiettivo la sconfitta della disoccupazione, non è andato a pezzi. Era insomma un paradigma di riserva, basato sulla sconfitta dell’inflazione. Il secondo dopoguerra si strutturò invece su paradigmi grossomodo keynesiani, per dare una risposta alla disoccupazione e poi alle necessità della ricostruzione postbellica. Questo paradigma, incentrato sul ruolo del lavoro, prevede la possibilità dell’intervento statale nell’economia e la possibilità dei bilanci a deficit. Ma soprattutto, cosa più importante, conosce il conflitto intrinseco della società. È un paradigma che, oltre al lavoro e allo Stato, coinvolge anche il capitale e dà così vita al  compromesso socialdemocratico dei Trenta Gloriosi. Uno dei paradossi dei primi decenni della nostra  repubblica fu che l’interprete del paradigma keynesiano era la Dc, mentre il PCI aveva un’idea avara dell’economia e credeva che  il debito fosse qualcosa di spaventoso.

Concezione marxista del debito come colpa!

In ciò i comunisti italiani erano liberali ortodossi.  Il debito è disordine: se c’è debito c’è qualcosa che non va. Sta di fatto che il paradigma keynesiano va in crisi nei primi anni Settanta con la crisi del dollaro, che ha portato alla fine degli accordi di Bretton Woods. In parallelo c’è  anche una crisi politica degli stessi USA che perdono la guerra in Vietnam, per sostenere la quale hanno generato ed esportato inflazione. Arriviamo così alla stagflazione di metà anni Settanta , un tipo di crisi che nel modello keynesiano è intrattabile. È allora che  viene recuperato il paradigma neoliberista di riserva. I segnali sono questi: nel 1974 il premio Nobel ad Hayek e nel 1976 a Friedman, poi la Thatcher e Reagan vincono le elezioni nei loro rispettivi Paesi. Ed è così che il neoliberismo passa a diventare dominante. Il neoliberismo è sostanzialmente deflattivo, e va bene per sconfiggere l’inflazione. Ma ciò avviene colpendo i salari e la spesa pubblica. Il risultato è la grave sconfitta delle sinistre che ci capiscono poco, e pensano solamente a chiedere sacrifici ai lavoratori (le “riforme”). Sta qui anche la linea Berlinguer dell’austerità, e la grande sconfitta sulla scala mobile e sulla marcia dei quarantamila. Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, composta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher «There is no such thing as a society», la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale.

L’economia si pone come scienza regina, e ogni altra scienza deve servire a consentire all’economia di funzionare. Le  strutture economiche sono sottratte alla valutazione e alla critica; per usare ancora le parole della signora Thatcher «There is no alternative». La società è l’economia e viceversa: non vi è alcuno spazio nella società che si discosti dalla dinamica economica. Chi è vicino all’università se ne è accorto: a un certo punto siamo stati investiti da un modello aziendale, da un’ondata di valutazioni senza fine. Il sistema di valutazione in cui ci troviamo ha l’obbiettivo di non farti mai sentire al sicuro. Di renderci semi-flessibili, come gli altri lavoratori.

Ci deve sempre essere concorrenza, insomma.

Esatto. Come l’impresa è sempre sottoposta alla spietata legge del mercato, il professore è sottoposto alla legge della valutazione. La cui parola d’ordine è flessibilità e formazione continua. Ciò  è collegato alla interpretazione della società come «capitale umano». Il capitale va necessariamente impiegato, attivato, mobilitato. Si prepara così uno sviluppo delle università  verso il pensiero utile e non verso il pensiero critico.

Questo implica la scomparsa della politica come funzione sociale?

Ciò implica non la scomparsa della politica ma una ridefinizione dell’agenda della politica. L’economia teme la potenza della politica, teme che si imponga su di essa, nella forma comunista, corporativa, ecc. Il comando politico è visto come la mancanza di libertà, così come il grande nemico è anche il nemico socialdemocratico, le enormi macchine burocratiche dello Stato sociale. L’economia deve dettare l’agenda alla politica, ma questa non deve scomparire: deve prendere ordini e mettere in ordine.

Tutto questo in Italia si è configurato con il vincolo esterno?

In Italia  i ceti alto borghesi si sono disperati,  hanno pensato che il Paese fosse incontrollabile e che il ceto politico fosse incapace di governare. I processi (le elezioni ) e i soggetti democratici (i partiti) sono parsi inadeguati alle sfide che il neoliberismo doveva affrontare. Così si sono indeboliti i partiti, trasformati in soggetti poco strutturati, guidati non da élite politiche ma da leader acchiappavoti. E oggi si parla apertamente di ridurre la democrazia: le elezioni sono troppo frequenti, le proposte radicali vanno eliminate, insomma bisogna proporre agli elettori partiti sostanzialmente identici.

Quindi se il ceto politico è incapace, la cosa importante – l’economia  – va tenuta al sicuro con il «vincolo esterno», attaccandoci ai tedeschi egemoni in Europa. Dalle durezze e dalle contraddizioni del neoliberismo sono poi nati i movimenti di protesta, populisti e sovranisti, che chiedono che lo Stato ritrovi la sua sovranità, cioè comandi sull’economia e protegga la società. Anche se poi questi movimenti sovranisti mettono tutta la loro energia nella caccia al migrante e sono più neoliberisti addirittura dei loro avversari (ma è un particolare che pare sfuggire ai più).

Ovvio che il vincolo esterno, benché molto doloroso, non è l’unico nostro male; sicuramente  però non ci permette di curare tutti gli altri. Coloro che lo hanno adottato adesso dicono che chiaramente avrebbe dovuto seguire una unione politica, ma la costruzione di una unione politica implica anche la messa in comune dei debiti e questo nessuno lo vuole. Ogni Stato è sovranista. Soprattutto non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti lotte rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.

In ogni caso, nella Ue (meglio, nell’eurozona)  ci sono Stati sovrani che hanno in comune la  moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente.

Che è quello che sta succedendo adesso con il MES? Dove una parte politica insistentemente ne richiede utilizzo?

Chiaro! Ma qui il punto non è che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza,  attuerebbe la «monetizzazione del debito», comperando i titoli di debito dei vari Stati.  Certo, in un’Europa politica (federale) sarebbero ancora più evidenti le egemonie di fatto, tedesca e  francese (ma contro questa circostanza non ci sono rimedi, tranne quello che anche l’Italia cresca e si rafforzi).

E non è quello che accade già?

No, è proprio questo il punto. I tedeschi non vogliono comandare in Europa. La Germania non  si sente coinvolta dai problemi italiani o francesi o greci, non ha alcuna intenzione di prendersi delle responsabilità aperte, anche se di fatto è il Paese più prospero economicamente ed ha un primato politico. La Germania cerca e ottiene potere indiretto, non diretto.

Una delle conseguenze del fatto che l’Europa non è politicamente unita (se lo fosse, sarebbe una superpotenza) ma frammentata (tranne che per la moneta) è che è debole (o non forte come potrebbe) davanti agli interessi di altre potenze come gli USA, la Russia e  la Cina.

Un’unione politica debole, e un’unione economica forte, quindi?

Sì. Ma attenzione. L’unione economica forte è strutturata attorno all’euro e al paradigma ordoliberista. E ciò  rallenta lo sviluppo economico, dato che l’Europa è ossessionata dal timore dell’inflazione e dalla coazione all’esportazione (mercantilismo): lo sviluppo non dipende dalla domanda interna. Prima della pandemia, la Ue era l’area del globo che cresceva di meno. Perché il suo sistema è una macchina politico-economica essenzialmente conservatrice, che cerca stabilità.

L’alternativa potrebbe essere di puntare a un sistema neoliberista puro (non ordoliberista), che è comunque insostenibile per la quantità enorme di rischio insito nel sistema, cosa che una società non può sopportare. Una società avanzata può sopportare unicamente un sistema socialdemocratico equilibrato.

In ogni caso, la Ue adottando l’euro  ha voluto creare una sorta di «fortezza» o di isola all’interno di un oceano neoliberista mondiale. Quella fortezza ha però al proprio interno una debolezza: moneta unica ma non sovranità unica. In tal modo o tutti diventiamo come la Germania azzerando gli spread (cosa impossibile) oppure  le divergenze aumentano e la Germania prevale sugli altri Paesi.

Ciò è dato dal fatto che l’euro è uno strumento squilibrato (non è un’area monetaria ottimale) e l’unico equilibrio possibile sarebbe quello che proviene dall’unità politica, anche federale.

Siamo di fronte ad un bivio perciò?

Sì. E il dilemma  si risolve con la politica, con la sovranità:  o quella di ciascun singolo Stato oppure quella della Ue finalmente divenuta federale.

Ma sia ben chiaro che nel nostro Paese i problemi non sono solo quelli derivanti dall’euro. L’euro ha reso evidenti problemi che esistevano da prima: abbiamo una giustizia e una pubblica amministrazione totalmente farraginose, e un sistema educativo e una sanità pubblica troppo disuguali sul territorio.

E forse vediamo anche adesso dopo trent’anni i problemi: prima tangentopoli e la crisi della politica, poi la crisi dei governi instabili e la crisi attuale della magistratura, scossoni che hanno mostrato come sia fragile il nostro sistema.

Appunto, anche se non avessimo la moneta unica avremmo bisogno di un sistema politico di grande saggezza, sapienza e serietà, che spendesse i soldi nella maniera e nel modo giusto. Ovviamente è meglio avere i soldi che non averli; ma soprattutto bisogna saperli spendere, evitando sprechi e clientelismi.

A cui si aggiungono le Regioni, che sono forse fattori di squilibrio piuttosto che di stabilità, rispecchiando le fragilità del nostro Stato e del nostro Governo.

Sicuramente l’Italia governata dai prefetti era più omogenea, anche le scuole erano più omogenee. Ma l’unità è stata una delle vittime del neoliberismo: flessibilità vuol dire anche diversificazione. Basti pensare alla riforma del Titolo V che fa dello Stato una parte della Repubblica: è chiaro che qui c’è un’idea di fondo di indebolimento del potere centrale, che è funzionale alle logiche neoliberistiche. Non a caso l’Europa immaginata dagli economisti (ma non dai politici) è un’ Europa senza Stati e fatta di macroregioni.

Le Regioni in Italia sono dei grossi centri di potere burocratico e clientelare, benché alcune siano centri di governo e programmazione reale del territorio; nel complesso, non sono certo l’esperimento istituzionale meglio riuscito della nostra storia. Secondo me il depauperamento delle funzioni delle provincie è stato un errore, motivato dal fatto che si diceva che ci sono troppi livelli di governo. Ma la Regione tende a comportarsi come un piccolo Stato, vi è un forte spirito di accentramento regionale, perfino in una regione policentrica come l’Emilia-Romagna. Vi sono poi regioni impresentabili, sia per colpa dell’istituto, sia perché in certi contesti (soprattutto in alcune zone del Sud) la società è devastata dalla malavita. Quelle sono, inoltre, società povere di relazioni, dove le persone non si fidano le une delle altre. Non c’è legame sociale: i legami sono solo clientelari e personali, e la produzione di ricchezza è scarsa e spesso finisce nelle mani sbagliate.

Questo è uno dei grandi problemi. Oggi della questione meridionale non si parla più perché si parla soltanto di quella settentrionale: ci si chiede  come facciamo a stare dentro il neoliberismo, come facciamo a stare in Europa. Ma non potremo mai starci se non risolviamo le nostre questioni interne. E la soluzione non è certamente il «liberi tutti», la libertà per ogni regione di fare quello che vuole. Oggi  il Paese ha bisogno di unità e non di pluralità divergente. Anche perché molte difficoltà vengono già lette in chiave di divisione: la Lega ha smesso i discorsi di divisione ma li ha fatti per decenni; e il meridione vive un eterno senso di rivincita verso il Nord. La traduzione dei problemi in rivalità interna è tipica ma anche sbagliata perché non li risolve. E non si può neppure dire che i problemi di sperequazione regionale vanno risolti a livello europeo. Ci sono sì i fondi europei per lo sviluppo delle aree depresse, ma se questi non vengono inseriti in una catena del valore diventano episodi incapaci di creare ricchezza.

Sfiducia e debolezza della società è ciò che rende il Sud ancora bisognoso di sostegno. Forse si è ragionato troppo in grande scala: la grande acciaieria, la grande industria, ecc.; forse se si cambia impostazione si possono ottenere migliori risultati. E questo  è ancora compito dello Stato, perché le Regioni sono troppo forti e al tempo stesso troppo deboli: propongono politiche a volte troppo accentrate ma hanno una forza economica e amministrativa troppo ridotta, spesso insufficiente.

Pubblicata in «Osservatorio globalizzazione» il 12 giugno 2020.

Epidemia tra norma ed eccezione

 

La tematica del caso d’eccezione è stata elaborata da pensatori anti-liberali, di destra di sinistra, da Schmitt a Benjamin, da Donoso ad Agamben, da Sorel a  Tronti. Il «caso d’eccezione» è stato faticosamente raggiunto come la vetta di un monte, dopo un’angosciante scalata.  È un concetto estremo, destrutturante, in quanto dimostra che l’essenza di ogni ordine sta nel potere di creare disordine. In altri termini, che la sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal «non-ordine», perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata  in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo  «far ordine nel fare disordine», e viceversa, è l’opera della decisione sovrana.

Invano il mondo liberale nei suoi sviluppi ha voluto riempire lo spazio vuoto della sovranità con solide «sostanze» non disponibili all’agire sovrano: le persone e i loro diritti, i corpi elementari o secondari, insomma, la società. Invano il pensiero dialettico ha mostrato che la sovranità è l’espressione di una vita complessa, storica,  di intense contraddizioni reali, che non è solo il potere decidente nel suo assoluto formalismo ma è egemonia, dominio articolato. E al contempo è strumento  di azione orientata all’autonomia collettiva, alla rivoluzione come apertura al nuovo.

Davanti a tutto ciò il pensiero dell’eccezione  sgombra il campo con piglio irresistibile: la verità della politica moderna è il gesto che ripropone l’origine, è la folgore dell’a decisione, l’insorgenza  del potere costituente, il cuneo della rivoluzione che spacca la storia. Nell’eccezione e non nella norma, nella sovranità e non nella società, sta il massimo di potenza concepibile – anzi, l’inconcepibile potenza dell’indifferenza differenziante –. Il mondo civile  è sempre nuovo perché sempre sospeso su un’eccezione e su una decisione, sempre disponibile a una nuova forma; ma è anche, in realtà, sempre uguale: sempre privo di consistenza, di autonomia.  La sua norma sta qui, in questa anomia. La sua pienezza è questo vuoto, questo nichilismo… Read more

 

Il testo completo è stato pubblicato in «Istituto Italiano per gli Studi Filosofici» il 29 aprile 2020

Carl Schmitt e il realismo politico

 

Mi piace credere che il mio modo di pensare la politica possa essere definito (lo è stato) «realismo critico». Ora esporrò i motivi per cui mi distanzio dal realismo che definirei «acritico», e in definitiva «non realistico».

Nato – insieme al suo opposto, l’ «idealismo» – all’interno della disciplina politologica «Relazioni internazionali», il termine «realismo politico» condivide con la scienza politica alcune debolezze epistemologiche… Read more

 

Il testo completo è stato pubblicato in «Hannah Arendt Center for Political Studies» il 24 aprile 2020

Il principio del ciclista

 

C’è una parola tedesca, un concetto, che spiega alcune cose dell’Italia ammalata, fra economia ed epidemia: Radfahrernatur, natura da ciclista. È l’attitudine ad assumere la postura di chi piega la testa in alto e preme coi piedi in basso. E spiega, se ben interpretato, alcuni comportamenti collettivi.

Abbiamo visto il presidente Conte in Parlamento: a dire nulla, a portare nulla di concreto – la mascherina faceva pensare che volesse annullarsi egli stesso –. Il suo potere verso l’Europa è nullo; la tenuta del suo gabinetto è un miracolo quotidiano; il suo controllo degli eventi tende a zero – se fosse sceso da un taxi, la battuta di Churchill su Attlee sarebbe stata perfetta –. Eppure, è lo stesso uomo che è in grado di nominare task force e commissioni in numero infinito, di firmare dpcm (atti amministrativi), di inviare a un Parlamento quasi sempre ammutolito decreti legge da cui escono le più gravi limitazioni dei diritti costituzionali che l’Italia abbia conosciuto da quando è una democrazia. Ciò che perde verso l’alto in autorevolezza lo recupera verso il basso in dominio – in pratica, gestisce un caso d’eccezione senza proclamarlo apertamente –.

A loro volta le élites scientifiche (non gli operatori sanitari sul campo, s’intende) da una parte non riescono a venire a capo della crisi pandemica, ma d’altra parte continuamente ammoniscono, inveiscono, si smentiscono, zittiscono i colleghi che prevedono un’estinzione spontanea del virus, profetizzano sventure se i loro diktat non sono ubbiditi. Diktat che non tengono conto dei diritti costituzionali dei cittadini, ovviamente, perché la logica scientifica argomenta solo in termini di oggettiva efficacia (presunta). Così si sentono, trasmessi da emittenti di Stato, pareri di isolamento e internamento di tutti gli infetti – previ coattivi esami clinici di tutta la popolazione –, in cui non si sa se prevale  l’assenza di buon senso e di realismo o la mancanza delle minime nozioni di diritto costituzionale. E quindi si vive, dovendo ciascuno di noi spiegare e dimostrare i propri movimenti, in un perenne e generalizzato clima di sospetto, di inversione dell’onere della prova; un clima che durerà quanto più è possibile perché il principio di precauzione deve prevalere su ogni altro (l’unico concorrente  è il principio di prestazione, le esigenze dell’economia produttiva).

E si discute – senza che ci si renda conto della enormità della cosa – di app, o bracciali da detenuto, da applicarsi  a tutta la popolazione, con pene per i riluttanti (la perdita della libertà personale, è stato detto – anche se poi la frase è stata parzialmente corretta –); al più, qualche anima bella si occupa della privacy, mentre altri rispondono che in Costituzione non è previsto un tale diritto. Sembra sfuggire l’idea che in gioco non ci sia tanto la privacy (che è un concetto privatistico) quanto la libertà (che è un concetto della sfera pubblica)  – ovvero il diritto di non essere considerati capi di bestiame, governati con logiche di utilità, marchiati, disinfettati, sterilizzati –. Mentre a troppo pochi sembra improponibile l’idea che a determinate fasce di popolazione (per età, ora; ma chi può escludere che i parametri cambino?) si possano applicare barriere, discriminazioni, reclusioni, obblighi di lasciapassare.

Ma, per consentire anche agli ultimi, ai normali cittadini, uno sfogo, una gratificazione, un po’ di senso di superiorità, si fa pubblico spettacolo della caccia all’uomo, con droni ed elicotteri, e si trasmette in tv (di Stato) l’inseguimento di pensionati intenti a passeggiate solitarie. Tuttavia, mentre si cerca di indirizzare verso qualche deviante la riprovazione di un’intera popolazione e di rendere tutti non solo destinatari passivi ma protagonisti della strategia della colpa (anche con le delazioni), si manda in realtà il messaggio che a tutti può toccare la colpa, che nessuno può uscire dalla logica dell’incolpare e dell’incorrere nella pena della colpa. Il «ciclista» non sfugge alla sofferenza: il potere lo si subisce anche quando si crede di esercitarlo. Quel «qualcuno» che tutti possono denunciare o inseguire è in realtà «ciascuno».

In questo contesto in cui tutti cercano di esercitare potere verso il basso mentre lo perdono verso l’alto (mentre, insomma, perdono l’autonomia) crescono il disordine e, insieme, il disciplinamento sociale: quando sono esercitati regolarmente i poteri sono inefficaci (che ne è della configurazione costituzionale della democrazia? E dei successi della ricerca scientifica?) mentre sono efficaci quando esercitano dominio.

Da tempo l’elettronica ha reso possibile il «capitalismo di controllo», la compra-vendita dei megadata che consentono agli algoritmi di tracciare e prevedere i nostri comportamenti economici; ora le finalità non sono più commerciali: ora la  politica stessa è controllo, e lo Stato è «Stato di sicurezza» – se possibile, da tutti introiettato e invocato –. E la prospettiva non è tanto l’emergenza quanto la permanenza: dall’Europa ci viene detto che dovremo accettare  limitazioni alle libertà fintanto che non verrà scoperto un vaccino: almeno due anni, quindi; e se il vaccino non si trovasse, com’è il caso dell’Aids? Passeremo tutta la vita con app,  mascherine, distanziamenti, patenti di buona salute e marchi di infettività?

La realtà è che il neoliberismo, cessata da tempo la sua fase euforica, alza ora il vessillo della sofferenza e  della disciplina. Anche nell’ambito economico, naturalmente: dietro le offerte presuntamente allettanti del Mes senza condizioni c’è il tentativo di  perpetuare il comando dell’ordoliberismo sulla nostra economia, con la riserva esplicita dell’obbligo del rispetto di ogni vincolo esistente e di quelli che sicuramente verranno, pena la troika. Nel frattempo, frazioni non irrilevanti del mondo intellettuale si sforzano di fare introiettare ai cittadini l’idea della minorità italiana, della colpa nazionale di un popolo di sconsiderati, di indebitati, di mancatori di parola, di cattivi pagatori: una  sorta di auto-razzismo che ci dovremmo auto-infliggere in una generalizzazione del  principio del ciclista in cui tutti subiamo potere per nostra colpa e tutti lo esercitiamo su tutti noi (non su qualche deviante, quindi, ma su ciascuno di noi, tutti devianti), aderendovi e legittimandolo in una universale confessione ed espiazione  del nostro peccato.

La pandemia si rivela così un’ottima occasione per accelerare i cambiamenti, del resto già in atto, del paradigma politico-economico-culturale: non è una vera cesura, ma uno svelamento di ciò che era implicito. Il passaggio in atto da una legittimazione attraverso il consenso democratico (che prevedeva almeno il dissenso) a una legittimazione attraverso la colpa introiettata e la pena auto-inflitta serve a ribadire in forme nuove la logica di dominio che pervade questo tempo. Alzare la testa e cessare di scaricare colpe e potere sui più deboli – cioè su noi stessi – sembra a questo punto l’unica ragionevole strategia possibile.

 

Pubblicato anche in «la fionda» il 22 aprile 2020

L’incubo e il risveglio

 

La carcerazione, gli arresti domiciliari, la quarantena  forzata, sono vissute in molti modi: la crisi è ambigua, polimorfa. E differenziate sono le risposte soggettive a essa. Dalla rassegnazione alla rabbia, dall’euforia per gli affetti trascurati e oggi ritrovati allo smarrimento per la perdita dei consueti punti di riferimento esistenziali, dal compiacimento per i ritornanti ritmi della natura alla nostalgia della vecchia «normalità», dagli auspici che si possa vivere con maggiore  umiltà ed equilibrio alle rivendicazioni di esagerate rivincite. Ciascuno vede la crisi come l’occasione perché si realizzi il futuro che più gli aggrada, o che più teme.

Pare tuttavia che i sentimenti dominanti siano l’infelicità e l’angoscia. La prima è dovuta al fatto che l’uomo è un animale sociale, e che privato della relazionalità (o costretto a relazionalità monotona, esasperante, coatta) si snatura, si incattivisce, si dispera. La sua corporeità è offesa: i volti mascherati, i corpi imprigionati, gli spazi devastati (le città vuote, spettrali; i negozi chiusi; i luoghi della cultura deserti) provocano sofferenza.

La seconda, l’angoscia, è una lesione dell’anima: è determinata dalla sensazione presente di una minaccia invisibile – e invincibile, se non al prezzo di una riduzione drammatica della qualità della vita (stiamo cedendo spazio per guadagnare tempo; ci ritiriamo in casa e in noi stessi per diluire e rallentare l’afflusso di ammalati gravi alle strutture ospedaliere; ma per ora non abbiamo né vaccini né cure) –; è rafforzata dalla sensazione che in realtà non sappiamo nulla di questa malattia (dove e perché è nata; quanti sono gli ammalati, silenti e conclamati; quanti i morti); ed è ingigantita  dalla prospettiva che questa minaccia non si allontani, che passato un picco se ne profili un altro, che con essa dovremo troppo a lungo convivere, assumendo nuove abitudini, lesive di libertà e spontaneità (che erano già limitate in precedenza, ma che sono e saranno ben più compresse).

L’angoscia si trasforma poi in sgomento se si pensa al pauroso esercizio di potere a cui siamo e saremo sottoposti: sorvegliati e controllati da elicotteri e droni, da app elettroniche  e da delazioni; censiti, schedati, selezionati, raggruppati in categorie (per età, per stato di salute, per utilità sociale); ammessi sotto condizioni alla vita sociale e ai diritti civili (il libero godimento delle proprietà, il libero spostamento); scioccati dalla disuguaglianza dei malati davanti alle cure (la tragedia dei centri per anziani); oppressi (diversamente) sia dal virus sia dai tutori dell’ordine anti-virus; sgomenti  di fronte alla freddezza con cui scienziati, tecnici, esperti – peraltro spesso in polemica tra loro, in gare di dogmatica arroganza – ipotizzano confinamenti e internamenti coatti di quel «gregge», di quella massa, che siamo ai loro occhi (altro discorso vale per gli operatori sanitari in prima linea, e per la loro eroica abnegazione; come altro discorso ancora va fatto per le immagini dei camion carichi di bare, emblemi di una sofferenza comune che non dimenticheremo).

E, anche, c’è da essere impauriti davanti alla facilità con cui molti introiettano i nuovi divieti, vi si abituano, se ne fanno servizievoli portatori ed esecutori, si fanno piacere queste  prospettive di carcerazione perenne e fantasticano di sempre nuove vessazioni a carico dei trasgressori. Si profila una società ancor più disciplinare, in cui il legame sociale è sostituito dalla sorveglianza generalizzata, e la socievolezza dall’oppressione e dall’intolleranza; l’emergenza non unisce, ma divide (al di là dei gesti di solidarietà che pure possono verificarsi). Una società, inoltre (lato non trascurabile delle molte questioni che si affollano),  in cui l’insegnamento – il prezioso e delicatissimo rapporto fra gli adulti e i giovani, attraverso il quale ci si sforza di far crescere l’umanità e di formare la cultura delle generazioni che ci seguiranno – perde la propria dimensione personale e relazionale, e si trasforma nella somministrazione a distanza di nozioni, con scarsa empatia e scarso coinvolgimento (e ciò è dovuto più al mezzo tecnologico che non allo scarso impegno dei docenti); acqua colorata che sostituisce il vino. Ma quello che oggi è dolorosa e transitoria necessità, dettata dall’emergenza, è da taluni valutato con interesse: anzi, se ne ipotizza una futura più larga utilizzazione. Il virtuale è virtuoso, nell’epoca dell’estraneazione universale, da tempo iniziata e accelerata dall’epidemia.

Scenari da incubo, certo; a cui si aggiungono le prospettive della disgregazione dell’ordine interno e internazionale, sotto la pressione di crisi economiche ingestibili, di apocalittici impoverimenti, e di sentimenti collettivi di insicurezza che potrebbero sfociare nel panico e nella sovversione (il ministro dell’Interno lo ha detto chiaramente). Da una parte la Ue si dimostra ciò che è – un sistema di gerarchie fra Stati in competizione fra loro, al servizio di un paradigma economico che gerarchizza le società –, e mette così da parte le consunte e  ipocrite parole di solidarietà; mentre dall’altra è possibile che la politica del nostro Stato (che nella gerarchia delle potenze si colloca molto in basso – e tutti lo sanno –) decida, per prendere tempo, di aiutare una società depressa e impoverita togliendo agli uni (al ceto medio, ultimo residuale ambito di indipendenza economica e intellettuale  – anche solo potenziale – rispetto al corso delle cose) e dando in cambio un modesto e transitorio sollievo ad altri, più bisognosi, senza che la ricchezza collettiva aumenti. Il passaggio dalla crisi sanitaria a quella economica e da questa alla crisi sociale non è certo da escludere.

Quanto alla crisi politica, abbiamo in sospeso referendum ed elezioni regionali; non c’è collaborazione ma guerra fra maggioranza e opposizione; il governo è trainato dai «tecnici» e ora gli si affianca un super-team per la ripresa; l’esecutivo, e anche alcune regioni, si sono mostrati lenti a percepire il rischio dell’epidemia e incerti nel gestirla (la questione «tamponi» lo dimostra, insieme alla vicenda delle mascherine, per non parlare degli aiuti a persone e imprese, in enorme ritardo); ha sospeso alcune importanti libertà mettendo il parlamento davanti al fatto compiuto; ha utilizzato i media pubblici per accusare l’opposizione senza contraddittorio; non sa come scegliere fra logiche economiche (la riapertura) e logiche sanitarie (la chiusura prolungata), così che le decisioni saranno prese a livello regionale e l’Italia andrà avanti a macchia di leopardo. Da tutto ciò si può ben dire che la condizione politica si avvia a passare da «emergenza» (che è un dato di fatto) a un vero «caso d’eccezione» (che è una scelta) unita a un grande caos (che è l’esito di un sistema politico-amministrativo poco efficiente nel suo complesso). E ciò sarà il viatico per un’instabilità sempre maggiore, un rischiosissimo esercizio da equilibristi dentro la crisi, non un assestamento stabile di un processo.

Nella fase che stiamo vivendo vengono al pettine i nodi e le contraddizioni dell’epoca pre-crisi, che ora rimpiangiamo come un eden perduto perché la nostra psicologia ci spinge a ciò, ma che non era per nulla un paradiso. I poteri e i processi che vi dominavano tentano di ri-affermarsi anche in questa emergenza, che li ha sorpresi ma non travolti: lo sforzo della Ue, e dei suoi molti seguaci nelle élites nostrane, di assoggettare di fatto (non può esistere un Mes senza condizionalità) l’Italia alla Troika (a parte le spese strettamente sanitarie che ci vengono concesse) è la prosecuzione dell’austerità che da tempo opprime il Paese, è la conferma del nostro strutturale deficit di autonomia.

Certo, il progetto che tutto cambi perché nulla cambi non si è ancora realizzato. Ora siamo nel limbo, sospesi in uno spazio evanescente e in un tempo indefinito; siamo sulla soglia. Molti temono, o sperano, che un passo avanti ci porterà all’inferno, in cui – come ha detto un politico europeo – l’Italia finalmente sconterà i propri peccati. E invece abbiamo il diritto  e il dovere di impegnarci perché nell’ora più buia maturino le condizioni di un risveglio, di una presa di coscienza diffusa, popolare e nazionale, di una responsabilità nuova delle élites che ci faccia entrare nel cammino di un nuovo risorgimento, o almeno di una nuova ricostruzione, come quella a cui mettemmo mano nel dopoguerra. Abbiamo bisogno di alleati, anche economici; e se non interviene la Bce non li troveremo in Europa, dove siamo visti come un problema (e come una preda). Ma abbiamo anche bisogno di muovere da un’obiettiva ricognizione della verità, da una condizione di kantiana maggiorità –  e non dall’infantilismo indotto da molti politici e da molti media – che ci aiuti a scommettere per l’Italia e non contro l’Italia.  Abbiamo bisogno della consapevolezza – nei cittadini, nei partiti, nelle istituzioni, negli intellettuali, nelle forze sociali – che questo è uno dei non molti casi in cui molto può essere cambiato. Se deve essere l’occasione di qualcosa, l’epidemia valga come un inizio nuovo della nostra vita associata: da quello che in questi giorni penseremo, diremo, faremo, dipenderà per molti anni il nostro futuro.

Epidemia e sovranità

 

Fintanto che non si troveranno cure o vaccini, la sovranità è  l’unica risposta, in tutto il mondo, all’epidemia di coronavirus. Una risposta in termini di confini e confinamenti, a cui tutti gli Stati ricorrono; e  anche in termini di  guerra contro un nemico che si vuole tenere all’esterno, o bloccare se è già penetrato dentro la città. E il porre confini, e il fare la guerra, sono appunto opere della sovranità.

Ma ciò ha gravi contraccolpi. Uno di essi è che la sovranità accresce la concentrazione e l’efficacia del potere politico, la sua presa  sulla vita delle persone, riducendone la libertà, mutilando la «civile conversazione». Un altro è che la sovranità tende  a regnare su una non-società, su un agglomerato disarticolato di individui solitari a cui vieta riunioni, assembramenti, raggruppamenti, prossimità. Insomma, la sovranità è «soluzione» perché pone confini e al contempo scioglie i legami intermedi. Il suo effetto classico è che consente di sopravvivere a prezzo della qualità della vita. E poiché l’uomo è animale sociale, ciò provoca sofferenza. Nell’emergenza affiorano i tratti più duri della sovranità, nella normalità non visibili ma da essa ineliminabili; e duro è infatti il prezzo che stiamo  pagando.

A questo punto abbiamo due esigenze uguali e contrarie. Una è che la sovranità sia almeno efficace. E qui si pongono questioni di efficienza del sistema politico, dell’apparato amministrativo, della Protezione civile, del sistema sanitario. Siamo alle solite: l’Italia è il Paese degli atti di eroismo (ammirevoli), ma anche della disorganizzazione. I ceti dirigenti – politici, tecnici, scientifici, industriali, intellettuali – hanno detto, e fatto,  tutto e il contrario di tutto: il consenso e la fiducia popolare non hanno motivo di indirizzarsi verso gli uni piuttosto che verso gli altri. Errori sono stati commessi tanto dai vertici della politica (i decreti resi pubblici anticipatamente) quanto dalle opposizioni (oscillanti fra il «tutto chiuso» e il «tutto aperto»), quanto dai cittadini (le migrazioni bibliche verso il Sud) quanto dai ricercatori (divisi su temi essenziali). La gestione della crisi ha avuto una declinazione regionale che ha generato confusione e disomogeneità, come confuso è stato il susseguirsi delle norme. Un Leviatano drammaticamente acciaccato e ansimante, quindi.

L’altra esigenza è che l’emergenza non si istituzionalizzi in uno «stato d’eccezione». Lo scavalcamento di fatto della mediazione parlamentare, lo strumento del Dpcm utilizzato in modo massiccio, il rapporto personale e unilaterale fra il presidente del Consiglio e i cittadini via Facebook, non sono segnali positivi. Ed è ambiguo il mantra «non è il momento di fare polemiche». Infatti, se non si va a un governo di unità nazionale, la dialettica politica (già semi-spenta) non può essere interrotta. Le idee e le proposte devono avere spazio: è una iattura, pur comprensibile, che siano state congelate elezioni e referendum.

E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno. Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve. Una  di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro  colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa  economica il  Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità. Insomma, il trionfo degli oltranzisti nordici, che vedono nell’epidemia l’occasione per regolare i conti con l’Italia, come con la Grecia. E ci sarà bisogno anche di riflettere sulle nostre alleanze internazionali. La (relativa) generosità russa e cinese, infatti, davanti all’avarizia europea e al sostanziale silenzio americano, sono segnali da decifrare e valutare. L’ordine (si fa per dire) della globalizzazione potrebbe risultare molto modificato dalla pandemia.

Ci attendono insomma decisioni di prim’ordine. Se ci sembra che qualcosa debba essere cambiato delle politiche che ci hanno fatto sottofinanziare la Sanità per 37 miliardi in dieci anni, che ci hanno fatto aderire al «vincolo esterno» dei Trattati europei, che ci hanno consegnato all’austerità e alla stagnazione, allora di sovranità avremo bisogno. Ossia di energie politiche e morali per l’impresa che ci attende: inventare una nuova normalità, rifondare il patto della nostra democrazia.

Pubblicato in «La parola», n. 7, aprile 2020

Il nuovo Spengler (liberato da Evola) parla a noi e di noi

 

Oswald Spengler pubblicò Il Tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia universale nel 1918; nel 1922 apparve l’edizione definitiva, in due volumi. Nonostante l’enorme mole e lo stile non brillante (ma molto assertivo), l’opera godette subito di un’immensa fortuna di pubblico – fu il libro d’apertura del XX secolo –, mentre una parte del mondo accademico inorridì davanti al dilettantismo a-scientifico dell’autore, alle sue velleità di «tuttologo» in grado di unire in una sintesi, nel «simbolo», gli aspetti più disparati delle diverse civiltà «superiori», proponendo connessioni avventurose che si vogliono profonde e spesso sono superficiali, e davanti alla sua pretesa di saper maneggiare con perentoria disinvoltura il sapere universale, di avere individuato le chiavi della storia mondiale passata presente e futura.

Croce recensì il Tramonto con sgomento, accusando l’autore di ignoranza e faciloneria, e leggendo in quel miscuglio di irrazionalismo, di relativismo, di nazionalismo e di profetismo, la decadenza morale e scientifica della cultura tedesca. E all’irrazionalismo Spengler fu ascritto da un marxista come György Lukács nel suo libro-denuncia La distruzione della ragione (1954) – mentre un filosofo analitico come Otto Neurath lo aveva accusato di iper-razionalismo ma anche di pseudo-razionalismo (Anti-Spengler, 1921) –.  A ciò si aggiunga il favore con cui Mussolini accolse, facendoli tradurre, alcuni scritti successivi di Spengler – il quale però non ebbe rapporti cordiali col nazismo, di cui rifiutava l’antisemitismo e che riteneva volgare e fasullo, essendone a sua volta accusato di «pessimismo» (del resto, è suo il motto «l’ottimismo è viltà») –.

Ce n’era abbastanza per fare di Spengler – morto nel 1936 – un autore «di destra», per ghettizzarlo in un ambito ideologico in cui si apprezzavano le sue tesi sulla natura razziale delle civiltà, e le intuizioni sul tramonto della «civiltà» moderna, e sul cesarismo autoritario a forte impronta tecnica (cioè anti-umanistica) della «civilizzazione» contemporanea. Questa interpretazione fu assecondata dalla prima traduzione del Tramonto, che si ebbe in Italia nel 1957, presso Longanesi, opera di un personaggio altamente controverso come Julius Evola.

La traduzione di Evola rispecchia il suo autore – tradurre è trasportare, ma soprattutto è interpretare, ricreare, rimettere al mondo –: andamento stilistico pesante (lo è anche l’originale), linguaggio un po’ arcaico, soluzioni a volte intelligenti ma molto orientate da una forte ideologia tradizionalista che rileggeva il lato razziale dell’organicismo di Spengler (che nell’originale c’è, ineluttabilmente) alla luce di un’idea di sapere trascendente ed eterno, che è dell’italiano e non del tedesco. Una traduzione autorevole, quindi, ma molto influenzata dall’esoterismo aristocratico evoliano, che ascriveva del tutto Spengler alla «cultura della crisi», alla «critica del tempo», alla polemica antidemocratica e ambiguamente ostile alla tecnica (disprezzata nel suo utilitarismo, ma ammirata come strumento di potenza), tipica del pensiero di destra. Una traduzione che di fatto metteva d’accordo  dispregiatori e apologeti, nel valorizzare di Spengler organicismo, pessimismo e irrazionalismo.

Né le cose cambiarono molto quando apparve nel 1978 una revisione della traduzione di Evola (poi ripresa, presso Guanda, da Stefano Zecchi) a opera di una équipe afferente a Furio Jesi. L’operazione fu poco più che cosmetica, e si limitò a eliminare alcune bizzarrie stilistiche e alcune arbitrarie intrusioni del termine «razza», inserito anche dove era assente nell’originale.

La crucialità, la creatività, la vitalità del tradurre, emergono con piena evidenza in occasione di una delle più importanti imprese editoriali di questi anni, in  ambito filosofico-politico: la nuova versione integrale del Tramonto – che prescinde del tutto da quella di Evola – a opera di Giuseppe Raciti, professore a Catania, che l’ha pubblicata presso l’editore Aragno di Torino, coraggioso e benemerito, in due splendidi volumi il primo nel 2017, e il secondo nel dicembre del 2019 .

Si tratta di un restauro radicale del testo di Spengler, che ci viene restituito con una nitidezza e una vivacità inconsuete. Il linguaggio è, anche se un po’ ricercato, più fresco e aggiornato rispetto a quello di Evola (che dista più di sessant’anni); errori fattuali e sviste non intenzionali sono stati corretti; ma soprattutto è cambiato lo stile, il sapore, della traduzione, proprio a causa del diverso interesse teorico, del mutato angolo visuale, del traduttore. Ora, la parola di Spengler suona più viva, più interessante anche se non necessariamente più persuasiva. La nuova traduzione, insomma, rende attuale l’inattualità programmatica di Spengler, che non viene più decifrata dal punto di vista della Tradizione ma di una bruciante contemporaneità. Ora, Spengler parla a noi.

Le sue coppie esplicative civiltà e civilizzazione, organico e storico, organismo e organizzazione , la stessa nozione di «tramonto», possono ora essere riviste. Certo, per Spengler la vita delle civiltà, gli organismi che hanno un’anima naturale e vitale,  è razzialmente determinata (il traduttore mette però in rilievo il grande ruolo storico dello spazio, del paesaggio, rispetto al sangue, delle migrazioni rispetto al radicamento). Ma il cuore del libro non sta nella «metafisica selvaggia» (parole di Heidegger) dell’organico: non nella biologia vegetale delle culture ma nel destino interno delle civiltà, nella costruzione artificiale, non più originale, delle civilizzazioni. Spengler ci dice che l’Occidente non è il punto d’arrivo dell’umanità (e così rovescia la tesi di Hegel); che l’origine, lo sviluppo, il declino delle civiltà complesse, delle culture, non è calcolabile, anche se si può ricavare, dallo studio delle civiltà, una sequenza di forme e figure, una morfologia, che consente la comprensione del loro destino; e soprattutto ci dice che fra le civiltà superiori quella europea «faustiana», sta morendo in un tramonto di lunga durata, e che proprio la morte di questa civiltà, non la sua vita, consente quell’esercizio di auto-comprensione che è la storiografia.

Questa, però, non è come la filosofia di Hegel, come la «nottola di Atena» che alza il suo volo sul far della sera e riesce a comprendere, se non a ringiovanire il mondo; la storiografia in Spengler è solo il linguaggio particolare dell’Occidente, la «bolla» in cui è immersa una civiltà morente. Non salva, e non comprende il corso del mondo che non c’è : semmai, se lo inventa come propria auto-giustificazione. Una grande relativizzazione dell’Occidente, quindi, che coesiste con la consapevolezza che la storia di questa civilizzazione è insuperabile, dal suo interno, che cioè l’Occidente non riesce a uscire da se stesso, che si pensa eterno, privo di storia e di futuro, che si dilata solo nello spazio, dove può perfino diventare minoritario dopo avere reso il mondo a propria immagine.

Il Tramonto così non è il compianto su un declino, ma l’apertura grandiosa sulle questioni del nostro tempo: la democrazia di massa, il denaro, il regno della tecnica, il destino di diffusione e appropriazione planetaria la globalizzazione della civilizzazione occidentale. Passata la sua creatività, la civiltà faustiana si impadronisce dello spazio mondiale. E  qui scatta l’analogia fra il presente e Roma antica: Spengler, tutt’altro che pessimista, affidava alla Germania il ruolo di interprete del destino occidentale; ma è stato smentito dagli eventi. Eppure, gli Stati Uniti, cioè l’impero uscito vittorioso dai grandi conflitti del XX secolo che dovevano decidere chi sarebbe stato il signore delle masse, della tecnica, del denaro e dell’organizzazione , si pensano come eredi di Roma, e paventano un’analoga decadenza.

Le pagine restaurate di Spengler sono così non un rimpianto ma un’analisi disincantata, benché enfatica, delle vicende che generano la democrazia e del cesarismo imperialistico (il populismo iper-sovranista e iper-politico) che sorge dalla sua impotenza, con le sue leadership e la sua volontà di dominio. E la  globalizzazione rivela di essere una fine che non ha fine, uno spazio-tempo prefigurato, dentro il quale può succedere di tutto.

Ecco allora che grazie alla nuova traduzione Spengler diventa il portatore non solo di una velleità conoscitiva dai tratti nostalgici e al contempo totalitari, ma di uno sguardo critico sul nostro mondo. E non è un caso che già Adorno che pure centrava la sua lettura meno sulla civilizzazione e più sulla naturalità delle culture, cioè sulla barbarie che alligna nelle civiltà, accettata da Spengler come destino vedesse in lui uno di quei teorici della reazione la cui critica del  liberalismo (oggi diremmo dell’autocomprensione mainstream della globalizzazione) si è rivelata superiore a quella progressista.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 8 marzo 2020

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