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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Ragioni politiche

Emilia-Romagna: elezioni regionali o nazionali?

Se l’Emilia-Romagna è contendibile, potrebbe trattarsi di una fisiologica disaffezione: nulla è eterno, meno che mai in politica. Ma il punto è che la disaffezione è provocata da fattori in gran parte estranei al controllo regionale, dalla crisi del neo-liberismo, in atto dal 2007, che l’ordoliberalismo ha curato con un’austerità di impronta germanica, spezzando le reni all’economia italiana, che arranca e boccheggia con le ben note conseguenze sociali e politiche. Un processo a cui la sinistra di governo, a Roma, è tutt’altro che estranea, e che anche in una regione come la nostra – al top delle classifiche di occupazione, produttività, benessere e diffusione della cultura – non può non avere ripercussioni materiali e psicologiche. Pur attutita da politiche socialmente avvedute, l’onda della crisi ha toccato anche l’Emilia-Romagna, che non può essere una «isola felice». Benché socialmente più stabile ed economicamente più dinamica del resto del Paese, integrata nell’economia europea, la società regionale conosce anch’essa insicurezze e paure non ingiustificate (sono presenti problemi di integrazione dell’immigrazione e problemi di ordine pubblico, anche se in misura minore di quanto avvenga altrove); e sopporta un calo dei servizi – scuola, sanità, gestione del territorio, viabilità – che, per quanto solo in parte dovuti alla giunta regionale, offrono ai cittadini motivi per una protesta che si è già manifestata alle elezioni europee e che potrebbe tornare a manifestarsi il 26 gennaio.

Salvini non si inventa il disagio: lo gestisce da destra – che altro dovrebbe fare? È semmai la sinistra che dovrebbe recuperare una capacità di analisi e di intervento che in parte ha perduto –. È sbagliato presentarlo come un fascista: chi vota Salvini lo fa per protestare non contro la democrazia ma contro il «sistema» nazionale più che regionale (benché anche questo non sia immune da critiche). Salvini lo sa, e afferma chiaramente che questo sarà un voto politico generale, una chiamata alle armi contro il Conte-bis, che, a torto o a ragione, non gode dell’appoggio della maggioranza dei cittadini. Anche se non è detto che il governo cadrebbe a causa di una sconfitta del Pd in regione, questa sovrapposizione della politica nazionale alla politica locale costituisce una motivazione oggettivamente forte.

Lo sa anche Bonaccini, il quale affronta Salvini da solo, senza il simbolo del Pd – che più che uno scudo sarebbe una calamita di proteste –; e lo affronta dando una lettura locale del voto, invitando a giudicare il suo lavoro (buono) e le potenzialità  della sua sfidante (a dir poco misteriose). Senza cedere alla tentazione di presentare la sfida elettorale come un confronto fra destra barbara, eticamente e antropologicamente inferiore, e sinistra civile e avanzata; e facendo appello a quella sorta di illuminato conservatorismo dell’elettorato che da sempre coesiste con la capacità propulsiva e progressiva della nostra società, aliena da avventure politiche perché già abbastanza avventurosa di per sé.

La partita – a oggi apertissima – si giocherà su questo tema: quanto un elettorato, travagliato da parecchi problemi, avrà voglia di riflettere sui propri reali interessi, economici e sociali. Quanto un modello di società partecipativa e di sistema produttivo a forte diffusione sociale (esiste davvero la «diversità» emiliano-romagnola) vorrà consegnarsi ad amministratori inesperti – certo, la Lega governa anche due regioni tutt’altro che arretrate come Lombardia e Veneto: ma sono strutturalmente diverse dall’Emilia-Romagna, organizzate su un diverso paradigma economico e su un diverso rapporto fra pubblico e privato –. O quanto invece la politicizzazione del voto in chiave nazionale indurrà i più a buttar via il bambino con l’acqua sporca. A commettere un grosso errore.

Siamo davanti a qualcosa di più che al  dilemma fra «presepi» e «sardine». Il 26 gennaio si vedrà se, almeno nella nostra regione dove gioca in casa, la sinistra di governo è capace di riprendersi la scena, o se invece è ormai una malinconica diva sul viale del tramonto, che vagheggia i propri antichi successi mentre il suo mondo svanisce e il suo pubblico va a vedere altri film. Anche se sono di qualità peggiore.

 

Pubblicato in «La parola», n. 4, gennaio 2020, pp. 1-2

Carl Schmitt spiegato ai giovani

Intervista con Niccolò Rapetti

La complessità e la irriducibilità a formule del pensiero politico di Carl Schmitt sono immediatamente evidenti guardando alla sua travagliata fortuna scientifica. Si tratta innanzitutto di un reazionario cattolico, un conservatore compromesso nel regime hitleriano; negli anni però la sua critica anti-imperialista e anti-liberale ha iniziato a piacere molto anche alla sinistra e pur nel suo evidente anti-americanismo il suo libro Il nomos della Terra è oggi lettura obbligata per gli ufficiali di marina americana. Professor Carlo Galli, mi viene spontanea una domanda: di chi è Carl Schmitt?

È un grande giurista del diritto pubblico e del diritto internazionale, che ha avuto il dono di un pensiero veramente radicale, e la sorte di vivere in un secolo di drammatici sconvolgimenti intellettuali, istituzionali e sociali. Ciò ne ha fatto anche un grande filosofo e un grande scienziato della politica; e lo ha esposto a grandi sfide e a grandi errori.

È innanzitutto necessario chiarire la posizione di Schmitt nella storia delle idee e del diritto: Carl Schmitt è «l’ultimo consapevole rappresentante dello jus publicum europaeum, l’ultimo capitano di una nave ormai usurpata». Che cos’è lo jus publicum europaeum? Come e quando inizia il suo declino, che Schmitt attraversò «come Benito Cereno visse il viaggio della nave pirata»?

Lo jpe è l’ordine del mondo eurocentrico della piena modernità; un ordine che è anche Stato-centrico, al quale Schmitt sa di appartenere anche se è ormai in rovina. Un ordine, per di più, che egli stesso decostruisce, mostrando che si fondava sul disordine, cioè non solo sull’equilibrio fra terra e mare ma anche sulla differenza di status fra terra europea e terre extra-europee colonizzate. Il declino di quell’ordine nasce quando si perde la consapevolezza della sua origine di crisi: quando l’uguaglianza formale fra Europa e non-Europa viene affermata nelle teorie (gli universalismi dell’economia, del diritto, delle teorie politiche democratiche e della morale) e nella pratica (l’imperialismo delle potenze anglosassoni, la loro – interessata – esportazione del capitalismo e della democrazia). Cioè per Schmitt dai primi anni del XX secolo.

Come si coniugano gli elementi «febbrilmente apocalittici» (teologia) e quelli «causticamente razionali» (diritto) nel pensiero politico di Carl Schmitt? In che posizione si trova il giurista Schmitt nei confronti di tecnica e teologia, diritto positivo e katechon?

Schmitt non è un apocalittico in senso proprio, nonostante sia così interpretato da Taubes. La teologia è, nel suo pensiero, un punto di vista, sottratto all’immanenza moderna, a partire dal quale comprendere diritto e politica, e le loro dinamiche. La teologia non ha la pretesa di essere una sostanza fondativa (Schmitt non è un fondamentalista) ma è anzi la consapevolezza dell’assenza di sostanza (di Dio), nell’età moderna. Questa assenza, che Schmitt reputa irrimediabile, è la spiegazione del fatto che la modernità è instabile, e che il suo modo d’essere è l’eccezione: questa richiede la decisione perché si possano formare ordini, e continua a vivere dentro gli ordini e le forme, che quindi non possono mai essere chiusi, razionali, neutralizzati. Da ciò deriva anche l’importanza del potere costituente, ovvero dell’atto sovrano che fonda un ordine a partire da una decisione reale sull’amico e sul nemico. E da ciò anche la tarda insistenza sulla terra (sulla concretezza spaziale) come possibile fondamento stabile degli ordini.

Considerando la distinzione politica fondamentale Freund-Feind, che opinione può avere Schmitt di tendenze fondamentali del suo e del nostro tempo, universalismo e pacifismo, che escludono per definizione l’idea di nemico?

Schmitt pensa – e lo spiega in tutta la sua produzione internazionalistica, dal 1926 al 1978 – che ogni universalismo e ogni negazione della originarietà del nemico siano un modo indiretto per far passare una inimicizia potentissima moralisticamente travestita, per generare guerre discriminatorie. Per ogni universalismo chi vi si oppone è un nemico non concreto e reale ma dell’umanità: un mostro da eliminare. Perché ci sia pace ci deve essere la possibilità concreta del nemico, non la sua criminalizzazione, secondo Schmitt.

Dopo aver annunciato la morte dello Stato nel saggio Il Leviatano di Hobbes, Schmitt teorizzò un’alternativa al potere statale, adeguata alla nuova concezione globale del pianeta che conservando la natura plurale del politico, potesse compiere la grande impresa «degna di un Ercole moderno»: domare la tecnica scatenata. Stiamo parlando dei Grandi Spazi, la cui formulazione è contenuta nella conferenza L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale scritto nel 1939. Ce ne può parlare?

Il Grande Spazio, o Impero, è la risposta di Schmitt al Lebensraum nazista. Non ha caratteristiche biologiche, ma è in pratica la proposta di egemonia di una forma politica all’interno di uno spazio geografico-politico in cui continuano a esistere altre forme politiche non pienamente sovrane. Il GS è più che una sfera d’influenza, perché è gerarchicamente organizzato al proprio interno e perché è chiuso a influenze esterne; ed è diverso dallo Stato perché non è del tutto omogeneo giuridicamente: perché non è un «cristallo». I GS sono i soggetti di una concezione plurale delle relazioni internazionali; le due superpotenze del secondo dopoguerra, invece, per Schmitt erano due universalismi (capitalismo e comunismo) in lotta fra di loro e in instabile equilibrio.

Negli interrogatori dell’immediato dopoguerra Schmitt difese strenuamente la propria concezione del nuovo ordinamento spaziale chiarendone la differenza rispetto alla vera dottrina politica del Terzo Reich cioè lo spazio vitale razziale-biologico. È però indubbio che nel grande spazio come pensato da Schmitt si annidi un antisemitismo coerente con ciò che è condizione sine qua non della teoria: un rapporto forte e concreto tra etnia-popolo e terra civilizzata. Il nemico quindi, per Schmitt, non è l’ebreo in quanto Un-mensch (sotto-uomo, razza inferiore), ma l’«ebreo assimilato» che si pone come elemento sradicante della territorialità e della concretezza di una cultura. Dove sta allora la verità, che cosa direbbe sull’imputato e sull’imputazione: ideologia o scienza?

In Schmitt ideologia e scienza non sono distinguibili: ogni scienza è orientata,  storica; è affermazione di un ordine concreto, oltre che ricostruzione genealogica degli ordini. L’antisemitismo, poi, è presente in tracce più o meno evidenti in buona parte della filosofia tedesca – da Hegel a Schopenhauer, da Marx a Heidegger –, in forme diverse e con significati diversi; nei grandi filosofi non è mai determinante – ovvero, non è il motivo che dà origine al filosofare –: l’ebreo è utilizzato come un esempio di non-appartenenza, di individualistico sradicamento, di coscienza infelice e al contempo aggressiva. Il capitalismo, il socialismo e  la tecnologia sono spiegati anche (certo, non soltanto – soprattutto nel caso di Marx –) attraverso l’ebraismo, insomma. Questo atteggiamento – che è presente con forse maggiore virulenza anche nella destra francese – è ai nostri occhi gretto, insensato, pericolosissimo e tendenzialmente criminale. Schmitt, come persona, è stato antisemita in seguito al suo cattolicesimo (una delle fonti dell’antisemitismo in Europa; ma anche Lutero era violentemente antisemita), senza però che l’antisemitismo fosse particolarmente rilevante o importante nel suo pensiero; la sua adesione al nazismo, che a suo tempo ha sorpreso tutti,  non è dovuta all’antisemitismo ma a un misto di disperazione (per la caduta di Weimar, che aveva cercato vanamente di salvare), di orgoglio (la pretesa di poter guidare il nazismo verso un pensiero «civilizzato» e verso la soluzione della crisi dello Stato) e di ambizione (la chiamata in cattedra a Berlino, la vicepresidenza della associazione dei giuristi tedeschi, il ruolo tecnico rilevantissimo nella stesura di alcune leggi costituzionali come quella dei «luogotenenti del Reich» – 1933 –, la nomina a consigliere di Stato prussiano). Data la struttura radicale del suo pensiero, cioè dato il nichilismo che dopo tutto vi alberga e che gli impedisce ogni valutazione di carattere morale, e dato anche il suo precedente larvato antisemitismo, Schmitt non ha avuto remore nell’adeguarsi all’antisemitismo nazista – ben diverso da ogni altro – che pure non gli apparteneva, e che ha prodotto effetti terribili e grotteschi nei testi da lui scritti dal 1933 al 1936 (anno della crisi del suo rapporto con il regime), con alcuni strascichi nel libro hobbesiano del 1938 e nei testi «segreti» del primo dopoguerra (in realtà scritti per essere pubblicati postumi). In generale, per lui l’ebraismo è un altro nome del liberalismo (il problema è che nella fase nazista è trattato come la causa del liberalismo). La responsabilità politica, morale e storica è tutta sua; gli studiosi devono sapere che la forza del suo pensiero sta altrove, e al tempo stesso devono sapere che quel pensiero è indifeso davanti a questo tipo di aberrazioni (ma anche ad altre analoghe, di altro segno).

Carl Schmitt si è spento nel 1985 a Plettenberg in Westfalia alla veneranda età di 97 anni. Ciò significa che il suo sguardo non supera la «cortina di ferro» e si estende solo alla realtà della guerra fredda. Anche durante questo delicato periodo Schmitt ha continuato la sua attività di studioso e attento indagatore delle questioni di diritto internazionale dei suoi anni. Si espresse quindi sul dualismo USA-URSS, vedendo in esso una tensione verso l’unità del mondo nel segno della tecnica che avrebbe sancito l’egemonia universale di un «Unico padrone del mondo». Superando il 1989, e guardando al presente, possiamo dire che gli Stati Uniti dopo il ’91 hanno definitivamente preso scettro e globo in mano? L’American way of life è il futuro o il passato? Già Alexandre Kojève, per esempio, parlava di un nuovo attore politico e culturale e di una possibile «giapponizzazione dell’occidente».

Lascerei da parte Kojève, a suo tempo affascinato da Schmitt ma studioso di tutt’altra provenienza e di altre ambizioni. Quanto al resto, non è vero che gli Usa siano stati i padroni solitari del mondo, se non forse negli anni Novanta quando hanno affermato che il cuore del nomos della Terra è il benessere del cittadino americano. Hanno esportato la democrazia, e in realtà il loro capitalismo, ovunque e con ogni mezzo, praticando guerre presentate come azioni di polizia internazionale, con o senza la copertura dell’Onu. Ma hanno anche trovato resistenze ovunque: i terrorismi che spesso hanno armato, e  che si sono rivoltati contro di loro; ma anche soggetti geo-politici e geo-economici abbastanza forti da essere in grado di  affermare le proprie pretese – Cina, Russia, Iran, la stessa Germania con la sua forza economica di esportazione, solo per fare qualche esempio –. In ogni caso, gli Usa hanno dovuto assumere, dopo la crisi del 2008, una postura difensiva: protezionismo, per difendersi da economie più dinamiche della loro; ritiro militare da aree un tempo strategiche, come parte del Medio Oriente; scarsa propensione a interventi massicci in aree di crisi (che è la vera differenza fra l’amministrazione Trump e quelle democratiche che lo hanno preceduto); severa compressione della omogenea diffusione del benessere nella loro società. Resta invariato il diritto che gli Usa rivendicano ed esercitano di intervenire ovunque nel mondo con azioni mirate contro i loro nemici, che ora come sempre essi criminalizzano. Ma oggi non sono i padroni del mondo: l’Eurasia (Cina e Russia) ha un peso pari a quello dell’Euro-America (a parte il fatto, importantissimo, che entrambe queste macro-realtà sono divise al loro interno).

Al conflitto parziale e regolato tipico dello jus publicum europaeum (1648-1914) Schmitt contrapponeva la moderna guerra discriminatoria condotta per justa causa dove il nemico è concepito come criminale sul piano legale e inferiore moralmente. Le parti in conflitto non si pensano più come justi hostes, nemici reali che si riconoscono reciprocamente come sovrani sui propri confini, ma esprimono una guerra giusta che legittima l’impiego dei moderni mezzi di annientamento. La guerra regolare e circoscritta diventa allora con i due conflitti mondiali, totale e discriminatoria alla stregua di una guerra civile su scala mondiale; una guerra non tra regolari eserciti ma in cui anche i civili e la proprietà privata diventano oggetto di annientamento attraverso i bombardamenti aerei. Eppure in questa lucida e terribile diagnosi Schmitt aveva ancora la forza della speranza e concludendo il Dialogo sul nuovo spazio scrive: «sono convinto che dopo una difficile notte di minacce provenienti da bombe atomiche e simili terrori, l’uomo un mattino si sveglierà e sarà ben felice di riconoscersi figlio di una terra saldamente fondata». La questione, invece, oggi non solo è irrisolta ma si è radicalizzata lasciandoci uno Schmitt spaesato. Come si configura una guerra in un mondo globalizzato dove «le uniche linee generate dall’economia che siano geograficamente leggibili sono quelle degli oleodotti» e la religione torna ad essere politica e fortemente identitaria?

Oggi la guerra non ha più, prevalentemente, le forme della guerra totale che ha assunto nella Seconda guerra mondiale. Ma resta una guerra discriminatoria, come fu quella: democrazia contro terrorismo, Bene contro Male (concetto reversibile, com’è evidente). Nell’età globale, poi, in un mondo reso indistinto dall’omogeneità spaziale richiesta dal capitalismo, con l’ausilio dell’elettronica, si è rafforzata la tendenza verso la guerra discriminatoria, poliziesca, asimmetrica (Stati – e i loro contractors– contro bande armate, in mezzo a popolazioni civili): una guerra globale che scavalca i confini e che piomba dall’alto ovunque siano lesi gli interessi di alcune grandi potenze. Una guerra, certo, che – da entrambi i lati – non rispetta i vecchi parametri: distinzione fra interno ed esterno, fra civile e militare, fra nemico e criminale, fra pubblico e privato, fra religione e politica. Una guerra tanto lontana dai modelli tradizionali che un generale inglese ha potuto scrivere, citando John Lennon, «war is over».

Che cosa rimane dello studio di Schmitt sulla figura del combattente partigiano nell’epoca del terrorismo islamico e delle «crociate» americane per la democrazia e la libertà? Oggi il partigiano è ancora «l’ultima sentinella della terra»?

La figura del partigiano, elaborata da Schmitt nei primissimi anni Sessanta del XX secolo, è uno dei tentativi di pensare il ‘politico’ – in sé destabilizzante – in modo concreto e relativamente stabile: il che è possibile perché il partigiano è tellurico, perché difende un territorio. Il partigiano è portatore di inimicizia reale, non assoluta: combatte per uno scopo, non per mera volontà di distruggere. Non è un terrorista, un figlio dell’universalismo, della tecnica, di una volontà di dominio  globale. Se al tempo di Schmitt il partigiano poteva essere il vietcong (il che provocò a Schmitt qualche precoce simpatia a sinistra), oggi non è chiaro dove e con chi possa essere identificato.

La grande questione dello Schmitt del secondo dopoguerra, concentrato su questioni di diritto internazionale, è l’urgenza di un «nuovo nomos della terra» che supplisca ai terribili sviluppi della dissoluzione dello jus publicum europaeum. Porsi il problema di un nuovo nomos significa considerare la terra come un tutto, un globo, e cercarne la suddivisione e l’ordinamento globali. Ciò sarebbe possibile solo trovando nuovi elementi di equilibrio tra le grandi potenze e superando le criminalizzazioni che hanno contraddistinto i conflitti bellici nel ’900. A scompaginare il vecchio bilanciamento tra terra e mare, di cui l’Inghilterra, potenza oceanica, si fece garante nel periodo dello jus publicum europaeum, si aggiunge, però, una nuova dimensione spaziale: l’aria. L’aria non è solo l’aereo, che sovverte le distinzioni «classiche» di «guerre en forme» terrestre e guerra di preda marittima, ma è anche lo spazio «fluido-gassoso» della Rete. Grazie ai nuovi sviluppi della politica nel mondo si rende sempre più evidente come l’era del digitale non apra solamente nuove possibilità (e nuovi problemi) per l’informazione e la comunicazione, ma si configuri, nella grande epopea degli uomini e della Terra, come l’ultima, grande, rivoluzione spaziale-globale. Come possono rispondere le categorie del nomos di Carl Schmitt al nuevo mundo del digitale?

Se Schmitt non è solo il pensatore del conflitto indiscriminato, ma di un conflitto che è destinato a produrre un ordine, sia pure transitorio e mai neutrale, è chiaro che allora non convive bene né col capitalismo mondializzato, né con la tecnica globalizzata, né con la dimensione fluida e virtuale della Rete. In realtà, un significato contemporaneo di Schmitt sta in varie altre circostanze: inizia un’età post-globale, e per molti versi post-liberaldemocratica (ma non necessariamente post-statuale), contrassegnata da un nuovo pluralismo politico fra Grandi Spazi (non chiusi economicamente, però: questo è il problema) e quindi da un nuovo rilievo delle logiche geopolitiche e geostrategiche (di cui Schmitt è stato interprete originale e non pedissequo); nascono nuove richieste di sovranità anche in Occidente, dove prima regnava l’ideologia del mercato; la gestione della politica è sempre più spesso affidata a esecutivi forti, che agiscono attraverso «stati d’eccezione» più o meno espliciti; le dinamiche dell’esclusione interna verso i «diversi» si fanno più esplicite e il conflitto si fa più aspro (anche su questioni simboliche di fondo). Ma più ancora che di una importanza di Schmitt per decifrare il presente, è da sottolineare il suo grandissimo rilievo per decifrare la modernità e la sua crisi; per ri-codificare e ri-trascrivere la storia intellettuale, istituzionale e politica degli ultimi tre secoli (si pensi solo ai suoi libri sul parlamentarismo, sulla dittatura, sulla costituzione); per criticare genealogicamente e per decostruire il razionalismo e il pensiero dialettico. È questo rilievo critico – da assumere in modo non a-critico – a spiegare l’immensa  fortuna attuale di Schmitt nella letteratura scientifica, filosofico-politica, a livello davvero mondiale, tanto a  destra quanto a  sinistra, tanto in Europa quanto nelle Americhe e in Asia: attraverso Schmitt si ri-pensa il rapporto fra ragione e politica, fra opacità e  trasparenza, fra conflitto e ordine.

 

 

Intervista politico-filosofica

A cura di Gianluca Sacco

 

Dalla lettura del suo ultimo libro Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi, semplificando, che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il sovranismo è invece, sempre secondo il suo testo, una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault, «pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato». È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?

L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente e estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale; ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.

Quali?

Innanzitutto dobbiamo dire che l’euro è un sistema monetario molto esigente. Inoltre, la cogenza di queste esigenze è esercitata con una considerevole discrezionalità: davanti alle regole dell’euro alcuni sono più uguali degli altri. E questo di solito viene giustificato con l’idea che quando un governo ha sentimenti anti-euro, e quindi è inaffidabile, contro quel governo la legge va applicata. Mentre quando un governo ha sentimenti pro-euro, quel governo è affidabile, e in questo caso la legge va interpretata. Naturalmente, sempre con grande misura: non ci sono mai gesti di grande generosità. Un’ulteriore sottolineatura è che in realtà le decisioni che si prendono al livello della Commissione  e del Consiglio – che non sono tecniche ma strategiche e quindi politiche – sono determinate dall’interesse di alcuni Stati molto forti. Il metodo intergovernativo oggi prevalente porta a questo. E noi, come Italia, non siamo tra quelli che ricevono benefici senza contropartite.

Ma l’euro ha prodotto dei benefici evidenti, come ribadisce anche Romano Prodi proprio in questo numero.

Se lei mi dice che l’euro ha prodotto benefici, io le rispondo che forse ne ha prodotti. I prezzi stabili sono un beneficio, certo. Ma fino a quando? Fino a che non diventano deflazione e strumento di dominio del capitale sul lavoro. Perché i prezzi stabili vogliono dire «moderazione salariale», non pagare molto gli operai. E i conti in ordine vuol dire che tutti gli anni in sede di legge di bilancio – e non a caso il capo dello Stato ha detto che questa deve essere condotta all’interno della governance economica europea – si devono tagliare decine di miliardi: e ne risentono i servizi sociali, e in ultima analisi la democrazia. Se i prezzi stabili sono stati comunque un vantaggio generato dall’euro, questo vantaggio è molto molto costoso.

In effetti appare ormai come una prassi degli ultimi Presidenti della Repubblica italiana anteporre una ragione economica a qualsiasi decisione politica, basti pensare alla tirannia dello spread durante la presidenza di Napolitano.

Quando si afferma che tutti gli Stati dell’Unione Europea e dell’eurozona sono Stati sovrani che hanno ceduto soltanto la sovranità monetaria, si dice tecnicamente il vero; ma conservare la sovranità di bilancio in queste condizioni  equivale ad avere una coperta sempre corta, da tirare da una parte e dall’altra. E questo sarà anche un diritto, ma non è un gran diritto.

Ecco su questo, mi permetto di prospettarle un altro punto di vista, quello di Romano Prodi, che di fronte alla domanda sulla tirannia dell’euro, ha spostato la questione da una prospettiva di politica interna all’Europa ad una più geo-politica, difendendo l’euro come un prezioso spazio conquistato tra giganti quali gli USA, la Russia e la Cina. In altri termini, dice Prodi, più che preoccuparci della tirannia dell’euro dobbiamo preoccuparci della tirannia del neoliberismo, e cioè delle multinazionali come Amazon, Google e compagnia bella.

L’euro nasce di fatto con la caduta del muro di Berlino (benché sia stato pensato prima, con la fine degli equilibri di Bretton Woods),  e con l’idea che nella fase di capitalismo globale è molto probabile che i singoli Stati storici d’Europa non abbiano la forza di contrastare i mostruosi poteri della globalizzazione. Il punto è che il lodevolissimo intento di contrastare lo strapotere delle corporations transnazionali non è raggiunto e implementato dal solo fatto che esiste l’euro. Perché poi i rapporti con le grandi corporations se li giocano i singoli Stati. Trattando in prima persona, sanzionando o condonando …

Dei piccoli condoni…

Piccoli condoni da decine di miliardi di euro… Ma è anche vero che l’idea di costituire una unità geo-politica-economica chiamata Europa per entrare nel grande gioco delle superpotenze, non mi pare sia sostenuta concretamente da un qualche politico di peso oggi al governo in Europa. Anzi, questa è un’idea che non può che essere invisa ai governanti dei singoli Stati europei, perché questi tendono a tenersi stretta la loro sovranità. I veri sovranisti sono gli Stati, come del resto è ovvio.

Prodi parla del ruolo politico europeo della Francia…

Certo, c’è stato il tentativo di Delors e poi di Giscard, ma – a parte il fatto che la Costituzione europea è stata battuta dai referendum del 2005 in Francia e in Olanda – i francesi hanno pensato all’Europa, nel migliore dei casi, come a una Francia allargata, con i diplomati ENA nei  posti chiave.

Cosa non diversa del resto sul lato delle grandi imprese, come dimostra l’ultimo accordo fusione FCA- Peugeot.

Certo. Ma tornando al tema di fondo della tirannia dell’euro, bisogna capire che se da una parte la costruzione dell’euro ha un contenuto fortemente politico, dovuto ai vincoli alle politiche degli Stati che pone di fatto, dall’altra parte occorre tenere bene a mente che questa costruzione non è di per sé politica: cioè l’euro non favorisce una politica federale e unitaria. Perché l’Europa lascia a ciascuno Stato sovrano l’onere di far fronte agli effetti dell’euro. Ciascuno Stato deve far fronte di tasca propria agli effetti socio-economici dell’euro. E ciò divide l’Europa.

In che cosa l’euro è diverso dal dollaro?

Il dollaro è la moneta di riferimento dell’economia internazionale, e  viene stampato ad libitum dagli USA, che sono una federazione il cui bilancio  vale circa un terzo del PIL del Paese.  L’euro non è la moneta di riferimento e nemmeno di riserva dell’economia internazionale; il bilancio della UE è ridicolo a fronte del suo PIL. Il 98% del PIL della UE è gestito dai singoli Stati sovrani della UE, e solo il 2% viene gestito a livello della UE. Detto altrimenti: dietro l’euro non c’è una politica, ma solo un sistema di diffidenze reciproche fra gli Stati, e continui compromessi sulla base della legge del più forte.

Quindi il problema è tra sovranità federale e sovranità dei singoli Stati?

Finché non si fa un’unione bancaria, fiscale e politica, finché non ci saranno partiti transnazionali, e un parlamento in grado di esercitare un potere legilsativo cogente come parte centrale di un potere sovrano europeo, l’euro sarà un problema almeno quanto è  una soluzione. Ma quello che sembra uscito dalla consapevolezza comune è che la creazione di soggetti politici unitari, cioè realmente sovrani (come dovrebbe esser l’Europa), non nascono a tavolino dai trattati. La sovranità, quando è già in essere, si esercita e si manifesta attraverso il diritto, ma per venire al mondo ha bisogno di un investimento di energia enorme. Fuor di metafora, le sovranità nascono da guerre di liberazione, da guerre civili, da rivoluzioni o collassi di sistemi istituzionali. Cioè nascono da cesure, dall’esercizio di potere costituente.

Sta dicendo che far nascere l’euro senza unità politica è stato un errore? Sbagliava dunque Kohl a dire a Prodi di aver pazienza, che Roma non si è fatta in un giorno solo.

Far nascere una sovranità politica europea attraverso le contrattazioni fra le sovranità dei singoli Stati dell’Unione è praticamente impossibile. Non è mai successo e non succederà. Pensi al caso della Germania: tutte le volte che è necessario la Corte costituzionale di Karlsruhe ricorda che l’insieme dei trattati europei è da considerare in una logica di sussidiarietà. Cioè la Germania aderisce alla Unione Europea nella misura in cui le istituzioni dell’Unione Europea fanno meglio, in modo più efficiente, ciò che la Costituzione tedesca vuole, ovvero produrre libertà e benessere per la Germania (il cosiddetto Lissabon-Urteil). Davanti a questo primato dello Stato e della statualità nessuno si scandalizza.

La predominanza della Corte costituzionale tedesca sui trattati europei mi permette di riprendere un capitolo del suo libro in cui indica tra i nemici della sovranità, oltre al capitale e al principio dell’utile, il razionalismo giuridico ovvero il tentativo di imbrigliare la naturale instabilità della politica nelle regole e nelle procedure giuridiche. Possiamo immaginare l’ordoliberalismo tedesco come il figlio naturale di questa visione ipergiuridica, che neutralizza di fatto sia l’economico sia la politica?

L’ordoliberalismo è una dottrina economica che più di altre fa affidamento sulla politica. Certo, il suo limite fondamentale è che reputa l’economia un sistema di equilibrio, cioè non vede lo squilibrio tra capitale e lavoro. Ma a parte questo, l’ordoliberalismo fa affidamento sulla politica, nel senso che la dà per scontata. E come poteva essere altrimenti se è un pensiero economico che è nato negli ultimi anni ’20 del secolo scorso quando non vi erano che Stati sovrani? C’era un’economia capitalistica che allo Stato tedesco chiedeva di essere uno Stato forte in grado di neutralizzare il conflitto sociale-economico interno, e di consentire all’economia di funzionare bene. L’ordoliberalismo alla politica ci crede, a modo suo. Ma il punto vero è che l’Europa si è data l’ordoliberalismo senza darsi l’ordo.

Ordo come ordine e come decisione politica di un ordine. Ci stiamo avvicinando alla definizione di sovranità?

Certo, la sovranità è prima di tutto un fatto politico e non un fatto giuridico. E dire fatto politico vuol dire che vi è qualche cosa della sovranità, alla origine della sovranità, che non è giuridificabile.

Nel suo testo lei ricostruisce la ‘giuridificazione della politica’ come un fenomeno storico originato proprio dal passaggio della sovranità dinastica ad una sovranità nazionale impersonale. Questo passaggio, lei continua, prende in Gran Bretagna le vie parlamentari –dando spazio alla rappresentazione del conflitto politico e quindi a una sovranità aperta alla sua origine non giuridificabile –, mentre in Germania si incardina nelle forme istituzionali dettate dalla cosiddetta Dottrina generale dello Stato (Allgemeine Staatslehre). Questa teoria, in pratica, non colloca la sovranità «nel principe o nel popolo (di cui teme la violenza intrinseca) ma in una zona intermedia che è il sistema giuridico, culminante nello Stato e nel suo potere sovrano». Tutto questo a scapito di una società civile che era quella che avrebbe dovuto di fatto esercitare la sovranità. La sovranità diviene cosi, attraverso le strade del diritto e delle procedure, la «competenza delle competenze» [p. 61]. Mi pare un passaggio storico chiave per comprendere l’immobilità politica e la governance tecnica dell’Europa di oggi.

Per spiegare la tirannia dell’ordo-liberalismo prenderei un esempio ancora più chiaro. Se è vero che il sogno di ogni economista è un’economia che gode di un primato non ostacolato, quello degli ordo-liberalisti è sostanzialmente diverso perché vogliono da una parte una società il più possibile spoliticizzata, mentre dall’altra sanno che per spoliticizzare la società è necessaria la politica, tutta racchiusa all’interno dello Stato. Per gli ordoliberalisti lo Stato deve essere sempre pronto a vigilare e tagliare i rami secchi della società, o meglio, i rami in cui si formano dei bubboni di politica. Vediamo come si è realizzato l’ordoliberalismo in Germania: lo Stato dopo la Seconda guerra mondiale è intervenuto mettendo fuori  legge i nazisti e i comunisti e immettendo i sindacati nei consigli di gestione delle grandi fabbriche. Cioè ha fatto tutto il possibile per ottenere e mantenere la pace sociale: la Germania si è garantita l’ordo prima del liberalismo. In Europa invece abbiamo fatto un’economia unica, una filosofia economica unica, ma ci siamo dimenticati di fare una politica unica, un ordo unico.

Cioè, chi ha pensato un ordoliberalismo tedesco da estendere a tutta l’Europa si è dimenticato di fare uno Stato federale unico, e ha lasciato che la politica la facessero tanti Stati diversi ma alla fine la sovranità la esercita lo Stato più forte, cioè la Germania.

Esattamente. Gli Stati avevano storie diverse, alcuni sono partiti bene, mentre altri hanno arrancato sin dall’inizio. Del resto è normale, se non fai alcuna redistribuzione delle ricchezze e non fai niente per aiutare i Paesi più deboli. L’Europa ordoliberale di stampo tedesco si è data un solo comando: «Hai firmato, vai avanti. Noi vogliamo risultati, non giustificazioni». Senza una unificazione politica dell’Europa, con l’euro si è corso un rischio politico enorme, che stiamo ancora pagando. Il rischio della divaricazione, delle fratture fra Stati all’interno dell’Europa, lungo linee di efficienza economica – misurata, questa, con i parametri di Maastricht e di Lisbona –.

Questo pseudo ordo ha indebolito tutto?

Certo, la mancanza di politica indebolisce lo stesso sogno ordoliberale, che ha bisogno di politica, che non può essere lasciata nelle mani di tanti piccoli feudatari, gli Stati nazionali. Perché l’euro funzioni davvero, deve essere la moneta di una federazione, che impone un minimo di uniformità legislativa, un minimo di redistribuzione della ricchezza, e una super banca centrale che fa da vero prestatore di ultima istanza.

Uno Stato federale come gli USA?

In linea di principio, sì. Ma la federazione americana implica che i singoli Stati dell’Unione non siano sovrani – la guerra civile è stata l’atto di decisione, al riguardo –. In Europa, invece, è praticamente impossibile togliere la sovranità alla Francia, alla Spagna, alla Germania, all’Italia o alla Polonia. Chi lo va a spiegare ai capi di questi Stati che sono solo degli amministratori, che le cose importanti le fa un centro politico sovranazionale, capace di determinare qual è l’interesse strategico dell’UE? Lei si immagina che cosa le risponderebbero?

Col cavolo…?

Ma certo! Chi è un soggetto politico sovrano? È un soggetto che in casi normali è signore di sé, all’interno, e in casi estremi per difendere con la forza il proprio interesse strategico è disposto anche a muovere la guerra. Questo l’Europa non può farlo perché nessuno dei suoi governanti è disposto a cedere alcun pezzo rilevante della sua sovranità: e quindi non ha unità interna, né capacità di politica strategica all’esterno. Gli USA invece, in quanto sono realmente uno Stato federale,  non accetteranno mai – ad esempio – che venga meno la libertà dei mari: un interesse strategico esterno, per il quale sono disposti anche al conflitto. Mentre all’interno, pur con tutte le articolazioni statali che ovviamente li costituiscono, non conoscono conflitti realmente politici fra gli Stati dell’Unione (dopo la guerra civile, naturalmente).

Questo lo sosteneva e dimostrava già Schmitt nel Nomos della terra.

E qual è, invece, l’interesse strategico di un’eventuale Europa unita? Chi lo potrebbe decidere? Dove, in quale sede, con quale cultura politica unitaria? Ribadisco, diventare una superpotenza, anche solo federale, vuol dire entrare davvero nel grande gioco della politica. Ma il grande gioco della politica ha costi enormi. Se sei una superpotenza devi mettere le mani in tutte le crisi del mondo, perché tutte le crisi ti interessano e ti minacciano. Allora devi avere un Pentagono europeo, devi avere i missili nucleari europei, devi avere le portaerei europee. È una cosa a cui nessuno è preparato, e che certo nessuno vuole – mentre qualcuno vorrebbe che le proprie armi diventassero le armi dell’Europa –. Le forze armate europee sono difficili da gestire a livello pratico: ma a livello del comando politico, chi le guida? La UE non può pensare a se stessa solo come a una alleanza militare fra Stati: deve (dovrebbe) essere in grado di esprimere una stabile volontà politica.

Questo stato di stallo, di stare nel mezzo, di un progetto a metà, cosa comporta?

Stare nel mezzo significa che ci si spacca.

***

L’indecisione sovrana e l’impraticabilità delle soluzioni politiche sembrano riportarci indietro al periodo di Weimar, con gli effetti devastanti del nazismo e delle guerre mondiali che tutti conosciamo. Il sovranismo appare come una richiesta di sovranità dal basso. C’è una similitudine tra questi due periodi? L’avanzare del sovranismo ci sta portando sulle soglie di un nuovo totalitarismo?

Non c’è alcun totalitarismo all’orizzonte. Quando lei si riferisce al periodo tra le due guerre, l’elemento di correttezza di questo paragone sta nel fatto che allora, come oggi, grandi pezzi delle società occidentali si rivolsero allo Stato o a partiti statalisti per difendersi ed essere difesi dalla violenza del capitalismo. È il cosiddetto ‘momento Polanyi’: quando una società si sente troppo insicura, avendo affidato il cuore della propria riproduzione materiale al privato e vede che il privato vacilla, che non è in grado di produrre ordine e di distribuire benessere, allora si affida allo Stato. In quel caso le società si affidarono a partiti e regimi totalitari e le cose andarono a finire molto male.

La situazione invece oggi le sembra diversa?

Senza dubbio. Oggi le società che protestano non si affidano a partiti totalitari. Oggi di partiti totalitari non ne vedo – in Italia; semmai in alcuni Stati dell’Europa orientale e nella ex- Germania dell’Est ci sono problemi –. Ci sono partiti che hanno una legittima capacità di criticare l’Europa, e per non restare alla tecnicità economica ricorrono anche a elementi identitari e li usano nella propaganda politica. Vi sono degli scimmiottamenti, stupidaggini, incapacità, incompetenze, finché si vuole, ma l’idea di fondo che queste forze politiche affermano di  contestare (ma su questo non vanno oltre il livello polemico) è proprio la soluzione ordo-liberalista in Europa e neoliberista nel mondo. Sono queste soluzioni a essere semmai qualcosa di simile a un nuovo totalitarismo.

Addirittura?

Soprattutto per la loro colonizzazione delle coscienze, e  per l’esclusione a priori di ogni alternativa. Mentre coloro che vivono il presente con angoscia chiedono che lo Stato torni ad avere l’ultima parola sulle questioni interne al proprio territorio, e dunque un reale potere protettivo e decisionale. A Taranto immagino che non ci siano più molti neoliberisti; semmai ci saranno più statalisti, ovvero molti che si attendono che lo Stato abbia più potere di una multinazionale o una corporation.

Certo che lo Stato dovrebbe avere più potere di una multinazionale. E come avrebbe dovuto reagire la  Grecia nel 2015 quando si vide costretta di fatto a non tener conto dell’esito del referendum che diceva di no alle condizioni di ristrutturazione del debito imposte sostanzialmente dal resto d’Europa e dalla Troika? Qui il problema non è solo al  livello privato-pubblico, multinazionale e Stato. Qui il problema mette in discussione il rapporto tra economia e democrazia. Un problema del resto che non sembra riguardare solo l’Europa. Basti pensare alla Cina, alla Russia, alla Turchia e all’Ungheria, lì dove il capitalismo sembra costringere la politica a prendere una strada sempre post- democratica, come la definisce Colin Crounch. Qual è lo stato dell’arte tra capitalismo e democrazia?

Questo è il tema di fondo del XX e del XXI secolo: il capitalismo è compatibile con la democrazia? Dopo che abbiamo capito che il fascismo non lo è, che il comunismo non lo è, adesso ci chiediamo: «Il capitalismo è compatibile con la democrazia?». Io rispondo che non sempre il capitalismo porta democrazia, e che non sempre è il contrario di essa. L’economia capitalistica, sia neoliberista sia ordo-liberalista, funziona anche senza democrazia. La democrazia è compito della politica, e non possiamo aspettarcela dall’ economia. La mia idea è che la richiesta di sovranità in questa fase è una richiesta di democrazia, non di antidemocrazia.

È per questo che lei dice, nella quarta di copertina, che oggi sovranità vuol dire democrazia?

Le multinazionali non hanno particolare interesse alla democrazia. La ditta che a Taranto fabbrica acciaio in giro per il mondo compera acciaierie e poi le chiude. Qualcuno dice che è una questione di proprietà privata, e che i privati fanno quello che vogliono. Ma non è così. La nostra Costituzione, all’articolo 42, orienta la proprietà privata verso una funzione sociale. Se lo Stato lo vuole può esercitare la sua sovranità anche in questa circostanza, con molte possibili opzioni.

Ma  l’Europa potrebbe obiettare che questo sarebbe un indebito aiuto di Stato?

E così torniamo a ciò che le avevo detto all’inizio della nostra chiacchierata: le leggi in Europa per alcuni si interpretano e per altri si applicano rigidamente. Basti pensare al favore che ricevono le banche tedesche esposte con i Länder, con il pretesto  che questi ultimi sono enti privati. L’Europa non è altro che il campo di tensioni in cui si esercitano i poteri sovrani dei singoli Stati. Il vero problema è che l’Italia è uno Stato debole, poco efficiente, forse povero, con poche risorse. Un condizione di relativa debolezza del nostro Paese, dai tempi della unificazione. Siamo nati senza capitali, e abbiamo avuto sempre bisogno degli stranieri:  inglesi, francesi, tedeschi, americani.

Però abbiamo avuto un momento, quello del cosiddetto «miracolo economico italiano», in cui le cose sembravano prendere un’altra direzione. Il tentativo di un’indipendenza energetica con l’intraprendenza di Mattei.

Si, ma quello è stato il momento in cui, per strano che possa sembrare, di sovranità ne avevamo di meno. Eravamo immersi nell’oceano keynesiano di Bretton Woods, nell’area d’influenza americana, e in quella fase storica dopo un’accumulazione a bassi salari è stato possibile lottare per ottenere una redistribuzione. Ma tenga presente che, finita la ricostruzione verso il 1950, l’inizio del miracolo economico coincide con il boom dell’esportazione resa possibile dall’instaurazione dei trattati di Roma del 1957. Il problema  vero è che, quando è caduto il muro di Berlino, gli USA – che pure hanno conservato la loro presa sull’Europa, imponendo l’ingresso nella NATO (e indirettamente nella UE) degli Stati dell’Europa orientale – hanno cambiato il loro rapporto con l’Europa: questa ha tentato allora di darsi un profilo politico autonomo, ma il fallimento di questa mossa strategica ha fatto riemergere le singole sovranità a lungo sopite. Negli anni ’70, quando ero un giovane studioso, nessuno si occupava del tema della sovranità, perché questa non era vista come un problema, e sembrava superata.

***

Tra gli anni ’70 e ’80 lei comincia appunto a interpretare il pensiero di Carl Schmitt, un giurista tedesco che si era formato proprio approfondendo la questione della sovranità a partire dalla sua definizione: «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione». So che lei condivide questa definizione ma ce la può illustrare?

Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa si intende per «stato d’eccezione», perché questo può portare a fraintendimenti. L’eccezione è un momento della sovranità che corrisponde al suo stato iniziale, alla sua origine. La rottura sovrana dell’ordinamento non è cosa di tutti i giorni: ma è una possibilità che non può essere del tutto rimossa, perché è originaria. Detto questo, occorre tenere a mente che la sovranità è l’essenza stessa della politica moderna che affronta e formalizza la realtà complessa e contraddittoria del vivere insieme. La sovranità è un concetto fondamentale della nostra vita associata, un concetto esistenziale perché è l’anima di un  soggetto politico che esiste nel mondo. E chiunque esiste ha a che fare con la morte: chi esiste porta con sé la morte, sa di poter morire. Questa condizione esistenziale, portata a livello politico, implica che lo Stato sovrano moderno  nasca per  la ricerca quotidiana della sicurezza e dell’ordine (oltre che della potenza); e implica anche che lo Stato sappia che la propria sicurezza è instabile, che nasce dal pericolo e che può quindi essere spezzata dall’eccezione, tanto da una crisi dirompente quanto da una decisione sovrana che per salvare l’ordine lo riconduce alla propria origine di crisi. La sovranità quindi è il potere politico che si misura coscientemente con la propria contingenza originaria ed esistenziale.

Quindi lei pensa la sovranità e la vita di uno Stato come quelle di un individuo?

L’equazione Stato=individuo ci aiuta a comprendere l’essenza e l’importanza della sovranità. Uno Stato sovrano è un individuo che sa di poter morire. Sa che è stato messo al mondo e sa di poter morire. Uno Stato sovrano non conduce la propria vita nella totale inconsapevolezza, come l’uomo più buono e pacifico del mondo non conduce la propria vita nella totale cecità davanti ai pericoli. Inoltre, per conservare questa equazione, che non ha nulla di organicistico, come l’individuo così anche lo Stato sa di esser venuto al mondo nel dolore (politicamente, nella violenza, nella crisi).

Mi sembra che lei stia evocando la categoria arendtiana della nascita come significato profondo dell’azione politica, che interrompe la serie continua causa-effetto.

Non precisamente, poiché la natalità in Arendt non è collegata allo Stato. L’elemento dell’esistenzialismo in politica noi lo abbiamo per due vie parallele: Schmitt e Heidegger. Poi vengono tutti i loro discepoli, e se vogliamo – all’origine di tutto c’è Nietzsche. Da questo lei capisce Foucault e Deleuze, come da Heidegger capisce Derrida. Come da Schmitt capisce Agamben.

L’equazione individuo-Stato rende evidente della sovranità la sua condizione esistenziale, un tema che, attraverso Heidegger, dominerà tutto il ’900. Ma l’esposizione al rischio della morte, e quindi di richiesta di sicurezza, diventa motore della sovranità già nella modernità, quando vengono meno i riferimenti classici e tradizionali per l’individuo.

Sì, è già nell’epoca moderna, in cui l’ordine politico non è più legittimato da fondamenti tradizionali, che la sovranità in prima approssimazione viene concepita come un corpo politico che si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini, che sono innanzitutto fini di pace interna che è l’obiettivo del patto di Hobbes, che dà vita al Leviatano. La sovranità moderna nasce come risposta alle guerre di religione. Liberare l’individuo dal potere diretto delle Chiese – privatizzare la religione – è l’impresa storica della sovranità.

Eppure Schmitt inquadra la sua definizione esistenziale di sovranità in un contesto teologico che sembra riportarci indietro, a prima della modernità. Perché è necessario inquadrare la sovranità all’interno della teologia politica? E perché lei arriva a coniare la locuzione «teologia politica critica»?

Sulla teologia politica come critica sto scrivendo un libro. Bisogna premettere che il concetto di  teologia politica entra nel dibattito teorico grazie al libro di Carl Schmitt del 1922, e non prima. Ciò premesso, teologia politica è un modo della critica, come esiste la critica attraverso la bio-politica e la critica dell’economia politica. La teologia politica dice sostanzialmente che non è vero che gli ordini politici sono tutti traducibili in ordini giuridici. Dietro ogni ordine, inteso come mediazione, c’è una immediatezza; dietro ogni ragione dispiegata c’è un elemento di non-ragione che ne è l’origine. La teologia politica è uno strumento intellettuale con cui puoi scavare dietro la giustificazione razionale del potere per scoprirvi un grumo non razionale. Molti grandi pensatori politici della modernità scoprono diversi ‘grumi’. Marx, per esempio, ha identificato l’interesse individuale, l’appropriazione privata del valore socialmente prodotto, l’espropriazione del proletario dal proprio lavoro, come l’origine del sistema di relazioni sociali chiamato capitalismo. Un biopolitico genealogico come Foucault ha detto che il potere è la produzione di soggetti  e, insieme, il loro assoggettamento (mai totale): del potere non importa l’origine, ma la funzione pervasiva. Con la teologia politica si può scoprire la grande decisione originaria che c’è dietro ogni potere, che di solito le stesse forme del potere cancellano perché non la vogliono esibire (in cinque anni di parlamento non ho mai sentito la parola neoliberismo).

E perché secondo lei non si fa riferimento all’origine storica della sovranità?

Perché discendere alle radici è troppo impegnativo e perturbante. Sia chiaro: non stiamo dicendo che il potere deve necessariamente essere folle o arbitrario. Ma la nostra stessa Costituzione può essere compresa in senso storico-politico solo se si tiene presente che nasce dalla Resistenza. La Costituzione, tra l’altro, comincia parlando proprio di sovranità. Non sarà un caso, no?

Cioè, lei dice che dovremmo non dimenticare le radici politiche di uno Stato, la fonte della sua sovranità per capirne il senso e la direzione. Mentre invece tendiamo a leggere la Costituzione e la sovranità con approccio prevalentemente, se non esclusivamente, giuridico e non politico. È questo il punto?

Esattamente. E, ancora peggio, tentiamo di fare a meno della nozione stessa di sovranità, sottomettendola all’economia globale.

È significativo il fatto che in politica non si parli dell’origine della sovranità ma si parli molto di valori, termine che Schmitt non amava molto (ne contestava la presenza anche dentro le costituzioni); e infatti scrisse un libretto La Tirannia dei valori che forse ci permette di esplicitare un altro significato di tirannia. Qual era l’intento  polemico di Schmitt?

La tesi di Schmitt, in quel libro, è che il valore è violento e polemico, perché il valore implica un disvalore, un male da combattere. Mentre invece per lui il rapporto amico-nemico non è il rapporto del bene assoluto contro il male assoluto, ma il rapporto tra due soggetti antagonisti, avversari, e quindi disposti anche a morire e a uccidere ma non a  svalorizzarsi. È una tesi anti Max Scheler e anti concilio Vaticano II. È il suo vecchio discorso contro i poteri discriminatori, cioè contro i poteri che affermano la propria bontà, e per contro la malvagità e l’inumanità degli avversari. In pratica è la polemica contro la criminalizzazione del nemico, contro il moralismo politico universalistico del mondo anglofono, contro la pace di Versailles, e contro la moralizzazione della politica. Se si fa moralizzazione della politica si trasformano i nemici in mostri.

La svalorizzazione dell’avversario fino all’annientamento è una delle forme del totalitarismo, e mi viene in mente che Hannah Arendt, nel suo celebre Sulle origini del totalitarismo, per descrivere questa nuova di forma di governo si serve del concetto di tirannia per distinguerne i tratti fino al punto di arrivare a sostenere che il totalitarismo ha una sua unicità e originalità. Afferma cioè che la tirannia si basa sulla paura, il totalitarismo invece sul terrore; se la prima è illegale, la seconda è in un certo senso meta-legale, cioè si pensa al di sopra della giustizia. Ma fondamentalmente si erge a giudice della storia accelerandola verso il fine dell’uomo perfetto, e quindi accelera la selezione naturale darwinista della razza, ovvero secondo il nazismo, quella ariana.

Questa è la polemica contro il costruttivismo, ovvero contro l’idea di  un intervento forte della politica, sulla base di una ideologia, per ridurre il mondo a immagine. Guardi, tutto ciò è contenuto in nuce nel saggio del 1938 di Heidegger Sull’epoca dell’immagine del mondo. L’idea di fondo di questo saggio è che la modernità sovrappone al mondo una immagine, lo traduce in concetti e in grafici. E da ciò deriva l’impianto di Arendt in Human Condition, l’idea che il totalitarismo (una parola che per inciso suggerirei di non usare più) è un’ipotesi costruttivistica: il mondo così com’è non va bene, e quindi va cambiato con grande violenza tecnica e ideologica.

Anch’io vorrei pensare come lei che il totalitarismo non può tornare, eppure la stessa Arendt insegna che l’antisemitismo non era un fenomeno affatto casuale nella costruzione e nell’affermazione del totalitarismo, anzi era un retaggio storico che aveva dei precisi risvolti socioeconomici nella società tedesca. Del resto molti pensatori tedeschi erano antisemiti.

L’antisemitismo, violentissimo in Lutero, è certamente presente, in alcuni piccoli passaggi, in Fichte, in Hegel, in Schopenhauer. Forse persino in Marx. Poi emerge forte in Heidegger e in Schmitt. Ma non è la molla del pensiero di questi autori, i quali non pensano ciò che pensano in quanto sono antisemiti. Semmai, accettano, in modo più o meno evidente, l’antisemitismo diffuso nell’ambiente. Ma lo accettano perché non credono che sia un crimine, come invece lo crediamo noi, oggi.

Sì, ma nel totalitarismo c’è un uso scientifico e strumentale dell’immagine, come ha cercato di dimostrare Walter Benjamin nell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dove parlava non a caso di ‘estetizzazione della politica’, che oggi sembra quanto mai attuale. Qual è il rapporto tra sovranità e comunicazione, e in particolare la comunicazione per immagini?

Io parlo del «triedro del potere», che io vedo costituito anche dal potere mediatico (oltre che dalla politica e dall’economia). Nella storia il potere mediatico è stato essenzialmente la parola del potere. Cioè quello che il potere diceva di se stesso.

Cioè lei la vede come narrazione, come capacità retorica, narrativa? Ma se il mezzo, diceva Mc Luhan, è già il contenuto, i nuovi media, già oltre la TV, quindi i social media, non stanno cambiando o quanto meno condizionando la sovranità?

Ma oggi non è cambiato il potere della parola che è poi la parola del potere, ciò che il potere dice di se stesso: la parola è pervasiva come mai lo è stata prima. Non è vero che il livello essenziale del potere è nel sistema mediatico, perché sotto c’è il sistema economico, e più sotto ancora c’è il sistema geopolitico. Però è vero che oggi il potere implica un dispendio di energie enorme, un impiego mostruoso di risorse retoriche, con una pervasività altissima. Basti pensare, per esempio, al fenomeno Greta Thunberg. Ai più è apparsa una ragazzina che fa tremare i potenti, e tutto il mondo è stato invitato a credere in quella bambina. Io, francamente,  vi ho visto la voce del potere. Tutto quello che attraverso di lei veniva detto era funzionale alle esigenze di una parte avanzata del sistema capitalistico mondiale, e alla preparazione delle coscienze delle masse a qualche nuovo sacrificio. Credo che si sia di fronte ad un salto qualitativo dello stesso capitalismo, come altri ne ha già fatti, un salto per esistere e prosperare. È stato un investimento di energia mediatica che in vita mia non avevo mai visto. Ciò non significa negare che esista una questione climatica e ambientale: anzi, significa che questa questione non va tratatta in questo modo spettacolare.

Ma in che modo, mi scusi, il capitalismo trarrebbe giovamento dall’esposizione mediatica del messaggio di Greta? Sta pensando alla green economy come nuovo modello capitalistico?

Appunto. E soprattutto a un  tentativo di far crescere il senso di colpa collettivo non tanto perché si realizzi un vero cambiamento del modello di sviluppo, che nessuno vuole in realtà, ma perché venga confermata la capacità del potere di generare conformismo, di convincere, influenzare, sottomettere acriticamente le masse. Una prova in grande stile dell’efficienza del sistema che genera le credenze più funzionali, mescolando scienza, paura, retorica della catastrofe, e appunto senso di colpa.  Oggi, è funzionale la credenza nel green; e ancora più funzionale, per il potere, è tenere i mezzi di comunicazione sempre affilati, le polveri sempre asciutte, saper suscitare e controllare emozioni politiche.

Quindi lei vede il rapporto tra sovranità e comunicazione come narrazione, come capacità e sfruttamento della persuasività della parola. Ma c’è anche il potere dell’immagine, una sorta di egemonia culturale, basti pensare agli Stati Uniti. È evidente che loro hanno costruito un pezzo di sovranità sul cosiddetto soft power, sulla pervasività delle immagini del cinema, sul cosiddetto immaginario americano. L’immagine, e non solo la parola, ha un potere non secondario. Se si pensa anche alle miriadi di immigrati dell’Est che dopo l’89 si riversavano verso l’Ovest attirati dalle immagini viste in TV. È in dubbio che la sovranità si estende attraverso l’immagine.

Questa sua domanda mi dà l’occasione di precisare due cose a mio avviso importanti. Non si deve confondere il potere con la sovranità. I media sono certamente un potere – e il «triedro del potere» è naturalmente potere –. Ma la sovranità è un tipo di potere diverso perché è diretto, responsabile benché non pienamente giuridificabile, né pienamente narrabile. Alla sovranità pertiene il caso di eccezione. Che vuole dire che anche se la sovranità consiste nel produrre un’immagine ben definita, cioè confini, caratteristiche, identità (anche solo a livello giuridico: la cittadinanza), tuttavia dentro la sovranità, alla sua origine, persiste un elemento non immaginabile. Detto in un altro modo, la sovranità è certamente un discorso, ma la sua origine è una afasia e una opacità. Torno a dire: la Costituzione italiana è un discorso, una mediazione di ordine alla cui origine c’è qualcosa che non è immaginabile, perché nessuno ha programmato quel che è successo – la guerra civile –; e grazie a Dio, ne siamo usciti bene, con una buona Costituzione, perché, intendiamoci, poteva andare diversamente.

***

Prima citava il filosofo Giorgio Agamben, di cui da poco è stato pubblicato l’insieme delle riflessioni riconducibili a Homo Sacer, un lavoro complesso che ruota intorno al concetto  di biopolitica, ma dove non è secondaria un’interpretazione della sovranità e dello stato d’eccezione. Sappiamo che vi siete incontrati di recente confrontandovi proprio su queste tematiche. Che cosa pensa di Agamben?

Io trovo Agamben uno studioso molto dotato,  il cui schema logico filosofico mi è abbastanza chiaro. Per lui la sovranità è l’operatore che decide il passaggio dal distinto all’indistinto. Lui ha in mente come luogo centrale della politica e dell’esperienza politica il lager. Che cos’è il lager? È la morte indistinta, indiscriminata e soprattutto mescolata alla vita: la morte penetrata nella vita a costituire la realtà spettrale dell’internato. E lui si domanda: qual è il dispositivo che fa sì che uno Stato liberale abitato da individui dei quali garantisce la vita, possa diventare invece un lager pieno di morti viventi? La risposta è: la sovranità. La sovranità regola il passaggio fra la vita e la morte, e oggi consiste per l’appunto nel far vivere o nel lasciar morire. Il che vuol dire che non esiste alcuna differenza ontologica tra liberalismo e totalitarismo, perché non esiste alcuna differenza ontologica in generale. Esiste soltanto un indistinto universo sul quale si abbattono decisioni sovrane che producono vita ma possono produrre anche morte.

Questo il tragico della politica. Per stare ancora su Arendt, stiamo parlando della banalità del male, cioè che in politica può succedere di tutto.

Qui c’è l’idea moderna che faccio anche mia, seppure con un’enfasi diversa, che l’ordine non è naturale, non è garantito, non è fondato. Sovranità è essere consapevoli di questo nichilismo, naturalmente per creare ordine. Agamben ci dice che il passaggio dal disordine all’ordine è possibile perché è possibile anche l’inverso, e cioè che il sovrano come può decidersi per l’ordine può anche consentire che le acque del disordine mettano in disordine l’intera comunità politica.

Quindi lei sottoscrive questa ramificazione schmittiana della teologia politica?

Sì. Se non altro per la mia passione della conoscenza.

Rimane diversa e più critica la sua posizione su Cacciari, invece?

Se in Agamben quello che si salva è il decisionismo, poiché la sovranità è la decisione, mi sembra che lo sforzo di Cacciari sia di declinare la sovranità in un altro modo, ovvero di pensare il potere come qualcosa che non è soggetto a decisione. Io capisco il suo percorso, e come ipotesi filosofica la trovo altamente giustificata, perché bisogna anche pensare al di là di questo terrificante nichilismo. Credo che su questa strada ci sia ancora molto da pensare.

Però Cacciari è un attento lettore di Schmitt e non sottovaluta la necessità tragica della decisione e della legge. Penso, all’esergo alla prima parte di Icone della legge: “E invece poni mente: che vi sia una Legge: ciò dovresti salutare quale miracolo! E che vi sia chi si ribella, non è che trita banalità” [A. Schönberg]. 

Certo, ma era la fase decisionistica di Cacciari, a cui appartiene anche il suo grande libro Krisis. E tuttavia già allora la decisione era pensata all’interno di un frame non decisionistico, cioè nell’orizzonte di un rapporto, pure aporetico, con la Sostanza.

***

Mi permetta di soffermarmi un attimo sul rapporto tra decisione e miracolo, perché a me sembra che lei nel solco di Schmitt ne veda l’analogia con lo stato d’eccezione, mentre Benjamin lo interpreta in una prospettiva diversa.

Certo, è opposta. Per Schmitt l’eccezione conferma l’ordine, sovvertendolo; per Benjamin lo smaschera, rovesciandolo.

Infatti, per Benjamin il miracolo è conferma di un ordine di senso redentivo che lo precede, ovvero la creazione. Il passato ci appella all’azione, a ristabilire la giustizia.

 Il passato per Benjamin è un cumulo di rovine.

Sì, ma sono rovine in controluce, che rimandano a un orizzonte in cui la giustizia è stata negata. In Benjamin il passato è pregno di senso che va riscattato e redento, significa natura come creazione testimoniato dalla lingua originaria e paradisiaca. Questa è l’ebraicità di Benjamin.

Il linguaggio primordiale in Benjamin è pregno di un senso che non si è mai realizzato.

Sì ma chiede realizzazione e giustizia.

Chiedere realizzazione nel caso di Benjamin vuol dire rompere il continuum, spaccare la storia…

Spaccare la storia come continuum, come falso stato d’eccezione che copre il vero stato d’eccezione della tesi VIII.

Che copre il fatto che la storia è storia dell’ingiustizia.

Appunto, storia dell’ingiustizia, si intende storia di una giustizia negata. Ecco, volevo giusto arrivare a questo punto. Il retroterra teologico ebraico di Benjamin è costituito appunto da pensatori come Scholem, Buber e Rosenzweig, per i quali la redenzione è da sempre inscritta nella legge; e il miracolo non è un’eccezione, una frattura, che rompe una legge naturale, alla quale mi sembra alluda lei nel paragonarla allo stato d’eccezione schmittiano, ma  piuttosto segno che conferma un ordine di senso superiore, provvidenziale, quale quello della legge ebraica, di cui parlava Cacciari in Icone della legge.

Nel saggio Per la critica della violenza si vede che l’enfasi è sul miracolo: ma il miracolo di Benjamin è la «violenza divina», qualcosa cioè che spacca il mondo. In Per la critica della violenza, opera del 1921, si trova la ricostruzione schmittiana, anzi, meglio, soreliana, del diritto umano come ingiustizia. I confini sono costruiti con i sacrifici umani, e a essi si contrappone il diritto divino che è la giustizia. Ora, questa contrapposizione torna nelle Tesi sulla storia, dove ricompare l’elemento messianico di Benjamin, e cioè che durante la rivoluzione bisogna sparare agli orologi, perché bisogna rompere il tempo. Ovvero, che esiste sempre un pertugio, un «tempo-ora» attraverso cui può scivolare il Messia a perturbare il mondo, a sovvertire la storia degli oppressi.

Ma proprio evocare l’interruzione del tempo degli orologi, e dunque mondano, per fissare un momento rivoluzionario, per testimoniare la possibilità di un tempo altro, in cui esiste un’altra giustizia, dove l’ingiustizia passata può essere redenta, rivela a mio avviso il senso della decisione in chiave miracolistica, come segno che rimanda oltre l’orizzonte di senso (quello della giustizia divina) e non come solo frattura e rivoluzione, ma rivoluzione per redimere e riscattare. In comune con Schmitt, dunque, Benjamin condividerebbe l’idea che si può e si deve interrompere un ordine: ma il primo non pone l’accento sull’ingiustizia e indirizza la decisione verso un ordine umano e mondano avendo come modello un’immagine di Dio di stampo cattolico, mentre il secondo un ordine divino ma inimmaginabile, come direbbe lei, che è quello della legge ebraica.

Da questo punto di vista l’umanesimo liberale e la teologia politica di Schmitt hanno in comune la pretesa che la storia abbia un volto, dell’uomo o di Dio (anche del Dio assente). La storia, per Benjamin, invece, come dice anche lei, non deve avere volto. Qui il testo fondamentale è il Frammento teologico politico, la cui tesi di fondo è che il profano deve rimanere profano, che la sua felicità sta nel tramontare. Ovvero, che la vita avvenga senza che vi si frapponga una forma. Infatti Dio può essere nominato in modo non blasfemo soltanto come infinitamente separato dal mondo.

Dunque in un’epoca come la nostra in cui la politica è fortemente condizionata dall’immagine, vale la pena approfondire una teologia politica così dif-fidente nei confronti di qualsiasi idolo che vuole farsi passare per  Dio, come quella ebraica?

Una teologia politica aniconica? È una buona idea. Però è un’idea sua. Segnalo nondimeno che anche un pensatore di origine ebraica come Levinas non ha saputo fare a meno della metafora del Volto.

Beh diciamo che è un’idea che vorrei approfondire prendendo a prestito il suo metodo critico. In sostanza rileggere la teologia politica di Benjamin sotto la luce della Stella di Rosenzweig, permetterebbe a  mio avviso di svelare il potere magico dell’immagine in politica.

Magari ci fosse un mondo senza immagini in questa fase politica.

Una teologia politica ebraica contribuirebbe a risignificare la modernità nell’orizzonte politico della sovranità. Ho notato, infatti, che lei nelle sue lezioni sulla teologia politica riconduce la modernità, intesa come allontanamento del sacro dal mondo, al cristianesimo come lo interpreta Hobbes e non all’ebraismo. Sergio Quinzio, nel suo Le radici ebraiche del moderno, tentò di dimostrare quanto la modernità dovesse proprio alla cultura ebraica e agli intellettuali ebrei degli ultimi secoli la sua origine.

Lei può anche aver ragione, ma il mio è un discorso storico. È chiaro che la modernità nasce da una neutralizzazione della carica politica del cristianesimo (che era sfociata nelle guerre civili di religione), e che a sua volta la critica della modernità razionalistica può passare attraverso una chiave ebraica o una  chiave di pensiero luterano secolarizzato (Hegel) o in chiave di pensiero hegeliano secolarizzato (Marx), o in chiave di pensiero negativo (Nietzsche).

Cioè lei afferma ciò alla luce delle tesi sostenute dagli stessi pensatori, quindi dal punto di vista della Storia delle dottrine politiche.

Esattamente. Senza cristianesimo non ci sarebbe stata la modernità, perché di fatto è stato il cristianesimo l’asse portante dell’Europa, ed è stato il cristianesimo ad avere in sé la possibilità di essere secolarizzato nella politica moderna. Mentre l’ebraismo è stato un elemento minore e parziale, ghettizzato, e le sue potenzialità non sono mai state sviluppate, se  non in chiave critica e molto tardi, nel XIX e nel XX secolo. In altre parole, i pensatori della modernità per così dire cristiana hanno visto nell’ebraismo più spesso l’antimodernità,  ovvero la matrice di una modernità ignara di se stessa e tutta concentrata soltanto sull’individualismo. Non hanno voluto vedere l’elemento di critica e di contestazione, che c’è nell’ebraismo, nei confronti della chiusura della modernità cristiana su se stessa. Più che fare la storia dell’Europa, gli ebrei e i loro pensatori hanno contribuito a porne in evidenza le contraddizioni, pagandole spesso sulla propria pelle.

***

Per avviarci alla conclusione, torniamo al tema di una sovranità capace di contrastare la deriva tirannica dell’ordoliberalismo europeo, perché la mia domanda è per una sorta di Carneade: chi era Herman Heller? Perché a suo avviso è lo studioso che ha dato della sovranità la definizione più lucida e ancora attuale.

Era un galantuomo e uno sconfitto. E non un Carneade. Le sue opere sono da tempo tradotte anche in Italia, e  su di lui c’è un’ottima bibliografia. Ai suoi tempi fu un aperto e rispettoso avversario di Schmitt (nel processo di Lipsia «Prussia contro il Reich», 1932)

Ma perché dovremmo ristudiarlo?

Perché quello che Heller dice sulla sovranità lo dice in termini hegeliani; ad esempio, critica Schmitt perché è occasionalista, contingentista, perché per lui la sovranità è un colpo di pistola. Il concetto di negativo, la decisione sul caso d’eccezione, è una negazione indeterminata. Mentre il concetto di negativo è stato trattato molto meglio da Hegel, che gli ha dato un’energia civile, non una energia incivile. Ovvero, Heller ha cercato di pensare politicamente la società e le sue contraddizioni; mentre Schmitt dispera di potere pensare politicamente la società, che per lui è quasi solo l’origine del disordine, di una contraddizione che può esser letta solo come un’eccezione che non  trova soluzione in sé.

Lei sintetizza la sovranità di Heller come un’«unità strutturata nella molteplicità, e giustificata attraverso il suo ruolo sociale» [p. 105]. Cioè lei sta dicendo, in chiave hegeliana, che l’Europa per avere una vera sovranità deve recuperare la società civile?

Sì, certo; e non la deve schiacciare sotto il peso dell’ordoliberalismo. Tenga conto che la società civile non è solo economia; la società civile è arte, cultura, centri sociali, centro di produzione di tutto ciò  che è oltre l’economia. Certo l’economia è dirimente, decisiva, però una società vera, una società capace di andare oltre la propria umiliazione economicistica, è una società che produce idee, che produce immagini di sé –  pur  senza crederci fino in fondo, per tutto ciò che abbiamo detto prima, altrimenti è idolatra –. Una società deve essere capace di produrre immagini, ipotesi di immagine; deve impegnarsi a credere che esista un fine, un suo dovere. Non soltanto a fare del PIL, che pure è indispensabile.

Allora è giunto il momento, proprio alla fine, di farle togliere, per dir così, almeno un sassolino dalla scarpa. Ovvero una domanda sugli intellettuali di sinistra e la sovranità: perché non se ne occupano?

Perché nessuno ha voglia di trattare il problema del rapporto tra capitalismo e democrazia in modi non grossolani. Invece è una questione che va assolutamente affrontata. Una possibile soluzione è: lasciamo che il capitalismo si mangi la democrazia. L’altra, ed è quella che auspico, è: troviamo il katechon, il freno alla potenza di questa; e il katechon per me è la sovranità. Non perché la sovranità sia un potere più forte, ma perché sovranità vuol dire permettere alla società di pensare a qualcosa d’altro oltre all’economia. Cioè impegnare la società a tirar fuori da se stessa risorse che altrimenti vengono mortificate dall’economia. Il capitalismo di oggi è l’estensione della forma economica ad ogni ambito dell’esistenza. Fra un po’ si pagherà anche per entrare in chiesa. E per invertire la rotta è necessaria molta politica comune, democratica, sovrana.

Cioè siamo di fronte a una fede economica totalizzante, qualcosa preconizzata da Benjamin nel frammento Capitalismo come religione?

Esattamente. L’estensione della forma economica ad ogni ambito della società è la morte della società. Abbiamo esteso questa forma economica alle città e le abbiamo fatte diventare dei palcoscenici per il turismo. Svuotate di ogni autenticità. Abbiamo fatto della forma economica la verità dell’Università, trasformandola in azienda (peraltro senza investimenti adeguati).  La sovranità serve a mettere un argine, un freno, a costringere o a consentire alla società di produrre qualcosa d’altro che plusvalore, che peraltro va a finire ormai nelle tasche di minoranze sempre più ristrette.

In corso di pubblicazione in «Leussein».

Le repubbliche monarchiche

 

«Non è certo un bene se si è molti al comando; uno sia il capo, uno soltanto il re, a cui dette il figlio di Crono scettro e leggi, perché regni sugli altri». Così, con le parole di Odisseo in assemblea, l’Iliade legittima la figura di Agamennone, re dell’Argolide e per l’occasione re dei re, comandante in capo dei Greci davanti a Troia. La figura del re appare già collegata da una parte a una identità collettiva, e dall’altra alla divinità; inoltre, emerge qui un’altra caratteristica dei re: il loro compito è di esercitare la giustizia, garantire le leggi. Ma, benché sia pastore di popoli, Agamennone non gode di un pieno potere politico. Anche questa è una caratteristica della regalità, la cui essenza sta nella funzione «pontificale» di unione fra l’umano e il divino. Una funzione che ha una connotazione religiosa prima che direttamente politica.

Le principali culture – quelle storiche e quelle «primitive», di Europa, Asia, Africa, America  – presentano, in modi diversi, questa costante: il re apre  un gruppo umano alla trascendenza, lo sottrae alla contingenza, ai pericoli, alla rovina; funziona (lo ha spiegato René Guénon) come un asse, un albero della vita che unisce cielo e terra, attorno al quale ruota una civiltà. Il re è interno ed esterno alla città, alla tribù, all’Impero: li incorpora in sé e li porta fuori di sé, li apre a leggi cosmiche, e così garantisce che le cose terrene procedano allo stesso ritmo delle cose celesti; grazie al re la giustizia è assicurata, i mostri del caos sono respinti sotto terra, i campi sono fecondi. Come ha scoperto Georges Dumézil, vi è una corrispondenza fra ordine celeste tripartito (gli dèi regnanti, gli dèi guerrieri, gli dèi della fecondità) e tripartizione mondana fra re-sacerdoti, custodi, produttori: il posto del re è il vertice, sporgente verso il cielo, di una società gerarchica, organizzata secondo ritmi naturali e divini di cui egli è il custode.

Il re – come negli scacchi – non è il pezzo più potente della politica, ma è il più importante: se è salvo, tutto è salvo; se va perduto, tutto è perduto. Quella che esercita è una funzione esistenziale e simbolica, in cui ha come concorrenti i sacerdoti, prima ancora che i poteri aristocratici. Una delle più grandi rivoluzioni che l’Occidente ha conosciuto è stata determinata dal cristianesimo, che ha chiarito che il re non è Dio, come pure era stato possibile credere (il caso del faraone egizio è ovvio; ma anche gli imperatori romani avevano percorso un lungo cammino su questa via; del resto, fino al 1945 l’imperatore del Giappone era considerato il diretto discendente della dea Amaterasu), e che non è neppure l’unico anello di congiunzione fra il cielo e la terra: questo ruolo, dopo essere stato di Cristo, è della sua Chiesa – e il dualismo fra re e Chiesa è stato una delle radici dell’Occidente –. Ciò non toglie che la Chiesa abbia anche legittimato il potere politico come proveniente da Dio: il re è tale per investitura divina,  che deve però essere riconosciuta dalla Chiesa. Per tutto il Medioevo, a partire da Carlo Magno, e fino alla prima età moderna, l’incoronazione del re era un sacramento, non a caso ripreso da un re ultrareazionario come Carlo X, che nel 1824 volle farsi incoronare a Reims secondo l’antico cerimoniale, per mettere in chiaro l’origine divina e non popolare della regalità. Al tempo stesso – ce lo ha insegnato Marc Bloch – i re erano taumaturghi: «Il re ti tocca, Dio ti guarisce» era la formula con cui esercitavano il loro potere di sanare i sudditi; mentre i giuristi  di epoca Tudor avevano teorizzato, lo ha mostrato Ernst Kantorowicz, che il corpo del monarca coincide col corpo stesso del Paese. E molto dopo Velázquez , nel suo quadro più famoso, Las meninas,  ci mostrerà che il re, anche se assente dalla scena, è l’indispensabile punto di vista che rende visibile il mondo. Il re forma il popolo e lo Stato, ma al tempo stesso è ad essi estraneo, superiore. Chi attenta al re deve essere non solo messo a morte ma squartato (come Damiens nel 1757), perché il venir meno del re fa venir meno l’esistenza stessa del corpo politico.

Certamente, nel corso della storia attorno al re si è coagulato anche un vero potere politico, culminato nell’assolutismo, cioè nella costruzione di un’idea di sovranità come potere supremo, che si pone come potere egemonico rispetto a tutti i poteri sociali (senza però distruggerli): gli aristocratici, i ceti borghesi, la stessa Chiesa. È questo il «potere divino dei re per grazia di Dio». Ma è evidente che in piena età moderna il disincanto del mondo, la nuova scienza, il nascente capitalismo, non consentivano al re di presentarsi come veramente divino. Quella formula voleva dire dire, lo ha sottolineato Otto Brunner, che il re era l’essenza politica dello Stato («lo Stato sono io», affermò Luigi XIV), che era il centro di un potere non derivato ma originario, e che ne rispondeva solo a  Dio; per questa via il re si è avviato a essere, con Federico II di Prussia, «il primo servitore dello Stato». A quel punto bastava un ultimo sforzo, per dirla con Sade, a rovesciare il punto di vista e collocare al posto del re il suo nuovo avversario: non più la Chiesa ma il popolo, la nazione, il fondamento nuovo di un potere che ha la propria rappresentanza politica nel Parlamento. Quell’ultimo sforzo era la rivoluzione, che non poteva non passare, in Francia (ma anche precedentemente in Inghilterra), attraverso il regicidio; e benché un grande controrivoluzionario come Maistre lo equiparasse al deicidio, è invece vero che  le repubbliche borghesi nacquero contro un re che ormai nella realtà aveva ben poco della regalità tradizionale.

Eppure, la regalità non è andata del tutto perduta; gli Stati nazionali non repubblicani hanno istituito diversi compromessi fra re e popolo, sulla base del principio che il re regna ma non governa, dato che il governo dipende dal Parlamento. Così, lo Statuto albertino parlava di un re «per grazia di Dio e volontà della nazione», la cui persona era «sacra e inviolabile»; il Reich bismarckiano vedeva nel re un potere reale, il «principio monarchico», che fronteggia con il  Parlamento, il luogo del potere del popolo; in Inghilterra il re ancora oggi può parlare del «mio governo» nel suo «discorso della Corona». Ma al di là del concreto potere politico che i re possono avere conservato nella storia contemporanea, resta vero  che il re è titolare, lo ha detto Benjamin Constant, di un «potere neutro», non direttamente politico, e continua a esercitare una rappresentanza simbolica della nazione, a essere fattore di equilibrio e di continuità; collega il presente, con le sue lotte e le sue divisioni, non al cielo ma a un passato che si esprime nella dinastia, alla tradizione in cui si riconosce la nazione intera, alla storia patria. Non più un ponte fra l’aldiquà e l’aldilà, quindi, ma fra la prosa quotidiana e i valori, supposti perenni, che orientano un destino collettivo. Certo, è subentrata una grande trasformazione: i re non incorporano più lo Stato, e semmai sono incorporati in esso: sono una delle sue istituzioni. Non sono in opposizione al popolo, alla democrazia, ma la integrano. Non sono più garanti di una giustizia che trae origine dalla trascendenza ma possono trascendere la giustizia con l’esercizio di una prerogativa che è loro rimasta: la concessione della grazia.

La funzione simbolica della regalità permane anche nelle repubbliche, ancora una volta in forme diversificate. La Francia –  il Paese che ha processato e sacrificato il re («non si regna impunemente», disse Saint-Just alla Convenzione accusando Luigi XVI, e cogliendo nella regalità solo la estraneità al popolo) – non si è data forse un Napoleone e un Luigi Filippo? Non ha avuto bisogno di divinizzare se stessa, nel culto della nazione repubblicana? Non ha forse costruito, con la Quinta repubblica di de Gaulle e con la sua successiva evoluzione, una sorta di monarchia elettiva, in cui il presidente ha sia potere reale (in politica estera, soprattutto) sia una intensa capacità di esercitare la rappresentanza simbolica del Paese? E gli Usa non hanno fatto del presidente qualcosa di simile a un re, che regna e governa al tempo stesso?

Anche la nostra Costituzione fa del presidente della Repubblica un organo dello Stato, e gli assegna una posizione politicamente neutra ma non puramente notarile – la custodia della Costituzione attraverso il richiamo ai suoi valori, al suo spirito e alla sua lettera, cioè a una sorta di tradizione democratica –. Inoltre, se la sua persona non è sacra e inviolabile, tuttavia entro certi limiti è sottratto alla legge penale (almeno secondo una parte della dottrina); se è irresponsabile, esercita tuttavia la moral suasion e nomina i senatori a vita; se ogni suo atto necessita della controfirma di un ministro, tuttavia rappresenta simbolicamente il Paese, all’interno e all’esterno.

Forse non rispondono del tutto a queste caratteristiche le superlaicizzate monarchie nordiche, o i deboli presidenti di repubbliche come la Germania e l’Austria; ma certamente le monarchie non sono soltanto occasioni di gossip, e coprono anzi un’esigenza della politica, presente anche nelle repubbliche. Che non è precisamente quella di individuare un leader forte o carismatico (questa è un’altra storia, che ha a che fare con l’evoluzione del potere politico e con la crisi dei Parlamenti), ma quella di mantenere aperto l’orizzonte della politica. Che è una dimensione multipla, complessa: ne fanno parte l’economia e la cultura, il potere istituito e le fedi religiose; e anche il bisogno di coltivare fonti di senso e di identità simbolica che vanno oltre l’esistenza quotidiana. Un bisogno che ha cercato soddisfazione nella regalità, e in ciò che oggi ne fa le veci.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 3 novembre 2019

 

 

 

 

I dilemmi di un’autonomia difficile: la cultura tra economia e politica

Intervista con Giacomo Bottos, Lorenzo Mesini, Francesco Rustichelli

 

Con questa intervista vorremmo approfondire la questione dei nessi tra cultura, politica ed economia. Iniziamo col constatare come il nesso tra cultura e politica appaia oggi in crisi, mentre da più parti si pone l’accento sul legame tra cultura e mondo economico. Un rapporto che si declina sia in termini di ‘utilità’ della cultura – e quindi di giustificazione dell’investimento in cultura – sia di una concezione della cultura intesa come attività economica in senso stretto. Essa deve rivendicare una propria autonomia? Al tempo stesso sembra necessario che essa entri in relazione con queste sfere. Quali sono le forme specifiche in cui questo può avvenire?

Dobbiamo guardarci dal rischio di reificare la cultura, anche solo definendola ‘cultura’ come se fosse un ambito a sé stante, completamente autonomo e composto da specifiche pratiche. In realtà la cultura è il modo con cui l’uomo sta nel mondo. Vi sono dunque infinite gamme di cultura, dalla costruzione di utensili primitivi fino alla creazione della Cappella Sistina. Quando diciamo cultura oggi, però, intendiamo di solito forme di elaborazione particolarmente sofisticate, non immediatamente volte all’utilità o, se volte all’utilità, finalizzate anche a trascendere l’utilità stessa. Attenendoci a questa definizione ristretta di cultura ci troviamo di fronte a forme di elaborazione, costruzione, rappresentazione e narrazione che si confrontano con canoni prefissati – adeguandosi ad essi o superandoli – compiendo una serie di operazioni che trascendono l’orizzonte immediato.

Partendo da questa riflessione comprendiamo facilmente che nella produzione di cultura in una qualche dimensione – prima, dopo, davanti, dentro – deve darsi anche una produzione di utilità. L’utilità può essere intrinseca all’oggetto: un tempio, ad esempio, è allo stesso tempo utile e bello. Può essere precedente all’oggetto, come nel caso di un soggetto – pubblico o privato – che abbia accumulato ricchezza e che desideri, per mecenatismo o ostentazione di potenza, che da questo accumulo di ricchezza discenda un segno che lo renda memorabile, un segno monumentale. Questa è la via tradizionalmente più battuta per declinare il rapporto fra l’utile e la riflessione culturale come la abbiamo definita. Possiamo invece avere l’immediata mercificazione della cultura, cioè il mercato culturale. È la situazione in cui ci troviamo oggi, nella quale l’utile viene fatto crescere all’interno dell’oggetto culturale, ad esempio dai mercanti che investono su un artista o su un uomo di cultura. Questo investimento si basa sulla conoscenza delle tecniche grazie alle quali determinati prodotti culturali possono diventare essi stessi fonte di ulteriore e superiore utilità attraverso l’immissione in un circuito che viene definito mercato dell’arte o mercato della cultura. Tra gli attori del mercato culturale non vi sono solo i mercanti d’arte, ma, ad esempio, anche gli editori, che non sono mecenati ma soggetti che impiegano capitale di rischio. In questo caso la produzione culturale viene concepita come un ambito dell’esistenza che merita che su di esso venga investito capitale a rischio nella ragionevole ipotesi che quel capitale venga remunerato.

La cultura non è mai stata completamente libera dalla dimensione economica, così come non è mai stata completamente libera dalla dimensione politica. Al di là dello stretto legame che esiste tra economia e politica, la cultura è stata, infatti, anche la modalità attraverso la quale si esprimeva l’autocoscienza di un ordine sociale e l’autorappresentazione di una comunità politica che avesse accumulato sufficiente ricchezza per permettersi una costruzione culturale. Un elemento economico e un elemento politico ci sono sempre stati, anche se oggi l’elemento politico è messo in ombra. Fino a qualche tempo fa avremmo potuto dire che la cultura era un ambito di confronto fra diverse concezioni politiche: basti pensare al confronto fra il realismo socialista e l’avanguardismo capitalista. Quest’ultimo era deliberatamente supportato – sostanzialmente dagli Stati Uniti – per dimostrare come in Occidente fosse possibile la libera espressione della soggettività artistica. L’Oriente, invece, voleva dimostrare che l’espressione della soggettività artistica poteva essere comunicata e compresa da tutti senza rappresentare una dimensione esoterica o indecifrabile o tutta rivolta all’interno, e che al tempo stesso poteva essere sottratta al mercato. Oggi è difficile vedere un investimento della politica nella cosiddetta produzione culturale. La politica si occupa di cultura perché la gestisce, trovandola già pronta di fronte a sé, come un bene economico.

È lo spessore storico della produzione culturale accumulata nei secoli ad essere stato prima di tutto economicizzato, virato verso l’utilità e reificato attraverso varie tecniche. La potenza espansiva del neoliberismo consiste, per l’appunto, nel fatto che la dimensione economica si impadronisce di ogni altro ambito dell’umana esistenza e nessun aspetto dell’agire umano è in linea di principio escluso, sottratto al mercato. Se è vero che l’elemento dell’utilità era presente da sempre nella dimensione artistico-culturale, che era in ogni caso inserita in una realtà politica ed economica, la cultura aveva anche una propria autonomia, e perfino una intrinseca capcità critica. Certo, si confrontava con le reali condizioni socio-economiche e politiche, ma anche con canoni e con tradizioni sue proprie, e aveva una limitata, ma reale, libertà espressiva. Quello a cui oggi invece assistiamo è la perdita dell’autonomia. L’arte appare da un lato iper-autonoma, nel senso che in linea di principio può e molto spesso vuole essere l’espressione di un’emozione che l’artista desidera comunicare al pubblico attraverso vie solitamente estranee alla tradizione formale. Al tempo stesso il prodotto artistico di nuova creazione è pensato da subito, sempre e completamente – anche attraverso ingenti investimenti economici – per essere introdotto nel sistema del mercato. Per quanto riguarda invece i prodotti culturali ‘del passato’ questi vengono percepiti in epoca neoliberista come beni fra gli altri, che devono essere oggetto di conservazione e di valorizzazione. Conservazione significa impedire il deperimento del bene. Valorizzazione invece significa l’estrazione di un profitto dal bene stesso. L’intera produzione del passato viene inserita dentro questo schema di conservazione e valorizzazione di carattere economico. Si parla di ‘giacimenti culturali’ come se si trattasse di giacimenti petroliferi. Su questo la politica vuole dire la sua: se esistono i giacimenti culturali vuole gestirli e vuole scegliere chi li gestisce. Su questo presupposto si innesca poi un conflitto fra la politica statalista e centralistica da una parte e la politica che richiede che vi sia una gestione dal basso, nei territori, dall’altra. Entrambe le linee, però, prevedono la piena e totale sottomissione del bene culturale – evidente già dal fatto stesso che viene chiamato ‘bene’ – alla logica economica. Certo, in linea di principio più il controllo sui beni culturali è centralizzato più permane la lontana probabilità che la dimensione della conservazione faccia premio sulla dimensione della valorizzazione, mentre è evidente che più il livello di controllo è vicino al bene più ci si aspetterà che quel bene produca reddito, profitto.

Le cose sono abbastanza lineari per quanto riguarda i beni culturali di carattere artistico-monumentale. La questione è più sottile e complicata per quanto riguarda l’attività culturale di carattere intellettuale: la ricerca, le attività che producono risultati intangibili e che non hanno ricaduta pratica immediata. Le tante istituzioni culturali del nostro Paese vivono oggi una fase di passaggio. Si esce da un periodo in cui esse erano sostenute, per quanto in misura limitata, dallo Stato, dalle regioni e dai comuni e si va verso una situazione in cui l’assunto di base è che ‘nessun pasto è gratis’: nessuna istituzione culturale può esistere se non è capace di produrre da sé almeno una parte del proprio fabbisogno. Di conseguenza le istituzioni culturali si mettono sul mercato: austeri professori si danno alla divulgazione, sperando per questa via di poter incrociare l’interesse di qualche operatore economico desideroso di aiutare queste istituzioni. Il presupposto di base è che – escluse pochissime realtà che godono di finanziamenti ad hoc per legge – la stragrande maggioranza del mondo culturale deve ‘guadagnarsi’ i finanziamenti necessari alla propria attività. Da questo deriva l’enorme impiego di tempo e di fatica che queste istituzioni devono dedicare a trovare i modi attraverso i quali accedere a finanziamenti che rimangono sempre precari. Solitamente, infatti, si lavora su bandi e progetti: in questi casi il finanziamento è a termine e, inoltre, non può essere adoperato per il sostentamento dell’istituzione ma per l’espletamento del progetto. La vita delle istituzioni culturali diventa così molto più instabile e insicura, molto più competitiva. Ad esempio vi è un continuo sforzo per rientrare nelle tabelle ministeriali. Queste sono a loro volta delle forme di valutazione, in quanto il neoliberismo teorizza e introduce la valutazione in ogni ambito. Si tratta di forme di valutazione transitoria, che ogni tre anni vanno riviste. Di conseguenza la serena tranquillità di potere svolgere la propria funzione non c’è più; c’è invece la angosciosa percezione della contingenza e della precarietà della propria esistenza, e la consapevolezza della necessità che il lavoro culturale sia anche economicamente profittevole.

Oggi si insiste molto sulla rilevanza della conoscenza e della ricerca come strumenti per generare sviluppo economico sia attraverso processi di trasferimento tecnologico sia attraverso la capacità di produrre innovazione in grado di collocare i sistemi economici e produttivi in posizioni elevate nella catena del valore. Questo è vero per la cultura in generale? E se si, va perseguito come obiettivo in quanto tale o considerato un’esternalità positiva, uno spillover che non deve essere però il fine principale?

Certamente finché si ragiona in termini di catena del valore, e non ci si può sottrarre ad essa, conviene tentare di collocarsi nelle posizioni elevate del ranking. Questo è possibile quando si è detentori di beni culturali molto ricercati. Le grandi città d’arte, ad esempio, si sono trasformate in macchine per il turismo: pensiamo a Venezia, a Roma o a Firenze. Naturalmente ciò snatura profondamente la città, il suo impianto urbano, la sua vivibilità, e la percezione stessa delle opere d’arte in cui essa si articola. Queste opere non furono pensate per essere oggetto di turismo, ma per essere fruite dalla vita quotidiana della città. Anche quando furono realizzate per ragioni di magnificenza furono pensate per essere vissute, godute e non – più o meno frettolosamente – visitate. Il business turistico è sostanzialmente inarrestabile, è troppo radicato e intenso perché si possa pensare di bloccarlo – è difficile farlo persino nelle sue manifestazioni più discutibili come la presenza delle grandi navi nei canali di Venezia –. Dal momento in cui la produzione della cultura viene definita “bene culturale” siamo entrati nella logica della reificazione. Dentro quella logica tutto succede di conseguenza: si potrà tentare di essere più o meno di buon gusto, si potrà tentare di essere più o meno riguardosi verso il bene, ma quell’opera è trasformata in una cosa, o peggio: in un capitale.

Per quanto riguarda il legame tra cultura e politica, come si struttura questa relazione? Con quali gradi di autonomia o non autonomia? Nel nostro Paese quali sono state le linee generali e i punti di svolta di questo rapporto dall’Italia preunitaria passando per il Novecento e la riflessione di figure chiave come Croce e Gentile o Gramsci e Togliatti e, per quanto riguarda il mondo cattolico, Dossetti o Moro?

La cultura è ‘dentro’, non è fuori. Questo la vincola, ma al tempo stesso le dà una capacità critica: non si può criticare dal di fuori. La cultura può essere una cultura che chiama all’azione, una cultura propagandistica, una cultura di intervento, una cultura di impegno, o può essere una cultura di riflessione e di critica. Una cosa è certa: solo oggi stiamo facendo esperienza di una politica senza cultura. L’elemento caratteristico del nostro tempo, degli ultimi cinquant’anni, è la fine del rapporto – che non si riduca ad un rapporto di strumentalizzazione economica – tra politica e cultura. Gli intellettuali non hanno più alcun peso. In passato vi sono stati intellettuali critici e intellettuali organici, o anche asserviti. Oggi non sono più asserviti perché non li vuole nessuno, nessuno ne sente il bisogno. Dopotutto ad asservire un intellettuale gli si fa in un certo senso un complimento, gli si concede un rilievo, gli si riconosce un valore. Oggi non succede nemmeno quello. In modi diversi le vicende politiche del nostro Paese sono state tutte attraversate dalla cultura nelle sue diverse accezioni – la propaganda, l’impegno, la critica –: nel Risorgimento, nell’Italia liberale e perfino nell’Italia fascista è stato così. Non è vero quanto diceva Bobbio, che fascismo e cultura non si siano mai incontrati: si sono incontrati eccome – con grandi equivoci da una parte e dall’altra –, l’EUR, ad esempio, è un episodio di cultura fascista: pur trattandosi di razionalismo architettonico è difficile separarlo dal committente e dalla sua idea di cultura e di città. L’Italia democratico-repubblicana è un’Italia che è stata fatta anche e profondamente dalla cultura: la stessa Costituzione è un prodotto culturale di altissimo profilo. Nessuno pensava che la politica potesse prescindere da un robustissimo supporto culturale e questo non solo a sinistra. Persino in un mondo un po’ più pragmatico come quello democristiano esistevano dei frame intellettuali ed esisteva l’esigenza di dare una giustificazione culturale all’agire. I comunisti hanno proseguito la tradizione filosofica italiana mentre i cattolici hanno quasi inventato la tradizione sociologica italiana. Nessuno dei due curava quella economica, che è stata gestita dalle élites borghesi. La ricchezza di produzioni culturali italiane negli anni Cinquanta e Sessanta e nella prima metà dei Settanta era quasi esagerata nella sua abbondanza. Fino alla morte di Pasolini e Montale ogni anno usciva un prodotto di altissimo rilievo: una raccolta di poesia di Montale, un libro di Moravia, uno di Gadda, un film di Visconti, uno di Fellini. La proposta era ricchissima e la politica poteva essere derisa o poteva a sua volta deridere (il “culturame”), ma non poteva far finta che questo Paese e questa società non fossero capaci di una tale autoconsapevolezza. C’è voluto il neoliberismo per smorzare, attutire, livellare. Il neoliberismo è una tecnica specifica. La televisione e poi i social media hanno avuto un ruolo nel portare la società e la politica a convergere in un eterno presente di piccole rivendicazioni, di gossip, di ripicche e di odi, e nel far scomparire il disegno, la progettualità, l’idea. Naturalmente il disegno e le idee ci sono, ma sono in mano ai poteri economici, che hanno idee piuttosto precise sul tipo di società che vogliono. Ma queste idee e questi progetti non fanno parte di una cultura comunicata e condivisa, o discussa, e quindi pubblica, e anzi cercano di schermarsi il più possibile. Idee paradossalmente invisibili, quindi. Ed è rispetto a queste idee/non idee che l’assenza di un’idea pubblica della società e della politica appare ancora più angosciosa. È qui che interviene il ruolo degli istituti culturali e non è un caso che agli istituti culturali si faccia sostanzialmente guerra o li si spinga alla ricerca di un po’ di nutrimento, di pane quotidiano.

Molto di quello che sto dicendo sarebbe smentito dai portatori della cultura mainstream, i quali direbbero che il neoliberismo non c’entra nulla, che, anzi, valorizza la cultura e immagina una società della conoscenza. Il neoliberismo vorrebbe dunque sempre più laureati, sempre più musei, vorrebbe che fossero sempre più frequentati, vorrebbe sempre più turismo e sempre più orientato verso le grandi città d’arte. Vorrebbe una società colta, perché dalla cultura si spreme profitto. È vero che a parole il neoliberismo vuole questo, ma è anche vero che questa cultura è definibile tale solo in misura molto limitata. Si tratta più che altro di un insieme di saperi tecnici, o di curiosità dopolavoristiche. La cultura come spirito critico non è merce particolarmente gradita, tranne che in determinate circostanze nelle quali possa fungere da fiore all’occhiello. Ad esempio Harvard University Press pubblica Impero di Toni Negri, un’opera che lascia il mondo esattamente com’è, ma consente di dire che HUP non è biecamente al servizio dell’ipercapitalismo. Ma chi ha meno risorse e meno potere di HUP non pensa nemmeno lontanamente a pubblicare libri sovversivi – posto che quello sia un libro sovversivo –. La società della conoscenza non è una società in cui la cultura svolga un ruolo critico: essa svolge invece un ruolo di mantenimento e propulsione dello status quo. Quest’ultimo è certamente una continua rivoluzione di se stesso, ma una rivoluzione che sarà sempre solo una evoluzione – un miglioramento, un perfezionamento quando va bene –. Paradossalmente elementi di cultura critica oggi vengono più frequentemente dalla destra che non dalla sinistra, perché è la destra che si sente tagliata fuori dall’universo neoliberista e liberal, mentre la sinistra si è completamente trasformata dall’essere critica all’essere composta da partiti sostanzialmente liberal,  architrave del mainstream. A tale mainstream la cultura contribuisce precisamente distogliendo l’attenzione dai nuclei decisivi della nostra esistenza e inventandosi continuamente ambiti sui quali applicarsi e sui quali far convergere l’attenzione della società, ambiti che tutto possono essere ma non devono avere a che fare con la critica dell’economia politica. Noi vediamo l’invenzione continua di nuovi miti mainstream. Contro di loro la cultura aggressiva della destra svolge, ma solo molto limitatamente, un ruolo critico perché non aspira ad avere una reale capacità di critica strutturale del presente, ma vuole semplicemente contrapporre ad alcuni epifenomeni altri epifenomeni. Una critica da sinistra delle mitologie liberal è quasi impensabile e di fatto non viene sviluppata. Sarebbe invece opportuno che questo accadesse, se non altro per non lasciare lo spazio della critica tutto alla destra e alla sua superficialità.

Da questa ricognizione storica emerge l’importanza di approfondire il del ruolo degli intellettuali e di una costante azione di pensiero e di immaginazione politica, come è cambiata in prospettiva storica questa figura? Come si produce oggi l’analisi politica? La politica con quali strumenti analizza la realtà? Come ha influito su questi meccanismi la grande transizione neoliberale degli anni Settanta?

Come la politica analizzi la realtà è un mistero anche per me. Pur avendo avuto un ruolo politico per cinque anni, non ho mai sentito un’analisi politica. Si va dalla lettura dei libri di qualche giornalista, o dei giornali, degli articoli di fondo di qualche editorialista, ai sondaggi. Analisi di livello superiore, ‘analisi di fase’ come si diceva una volta, non le ho mai né viste né sentite. La politica non analizza la realtà, ci sta dentro giorno per giorno, ora per ora. Combatte solo battaglie tattiche, ignorando le battaglie strategiche. Ovviamente le grandi svolte strategiche avvengono non per motivi naturali, ma per decisioni di rilievo politico prese in ambito non politico, in ambiti economici oligarchici. Un’altra fonte di analisi politica, tipica in assenza dei partiti, sono i think tank, cluster di specialisti, in alcuni casi molto validi, che hanno il limite di ospitare più politologi, sociologi ed economisti che storici e filosofi. Sono un’entità esterna, anche se talvolta sono stati promossi dalla politica, agiscono in maniera autonoma, stando sul mercato e facendo indagini. La politica se ne serve chiedendo un parere, commissionando una ricerca, convocando studiosi per farsi spiegare certe dinamiche. Tutto questo, però, è sempre molto episodico. Il cervello pensante è fuori dalla politica, e questa se ne serve come un produttore di informazioni istantanee, di competenze tecniche, continuando a percepire se stessa come assolutamente autonoma rispetto alla cultura.

Questo in un universo provinciale come quello italiano. Ma la politica ha anche saputo pensare in grande e agire in grande: la svolta neoliberista è stata una decisione politica, supportata da analisi strategiche e sociologiche, oltre che da immensi interessi economici; ne è risultato un mondo economicizzato, ma la decisione è stata della politica, sulla base di precise analisi culturali (la Trilaterale  i suoi Rapporti).

La filosofia ‘non nasce nel deserto’, è intimamente legata alla ‘città’, e in particolare lo è la filosofia politica, questo rapporto cruciale, e storicamente ricco di complessità, come si articola oggi? Come agisce la filosofia sul discorso pubblico? È ancora possibile decifrare la politica, e quindi agire sulla politica, attraverso la filosofia? Qual è la responsabilità, il compito delle classi dirigenti – non solo dei ceti intellettuali o politici –, faccio riferimento al suo testo I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, nel tenere insieme il triangolo cultura-politica-economia? E in particolare che ruolo hanno giocato le classi dirigenti nell’Italia degli ultimi vent’anni?

La filosofia è a sua volta attraversata da gravissime contraddizioni: non esiste un sapere filosofico compatto, certo di sé e dotato di sicurezza e autonomia. Gli infiniti rivoli lungo i quali – anche giustamente – si è dispersa la ricerca filosofica dimostrano una intrinseca debolezza; in ogni caso, la filosofia politica fa molta fatica a misurarsi con la politica. Questo a meno che non si parli di filosofia politica normativa: in quel caso tutto è risolto a priori poiché non ci si cura delle condizioni di possibilità delle realizzazione dei suoi postulati, limitandosi a spiegare qual è l’ottima società. La filosofia da sola non produce pensiero critico. Perché questo esista e non si limiti ad essere un’autocompiaciuta distanza dalle cose deve mettere insieme coordinate filosofiche, saperi tecnici e saperi economici. Non si può essere critici semplicemente essendo “filosofi”: la decostruzione linguistica non produce un impatto critico reale e anzi il pensiero critico deve essere un pensiero con armatura filosofica e con sostanza economico-politologica. Certo, rispetto all’economia e alla scienza politica il pensiero critico con la sua armatura filosofica è capace di mettere in forma, di mettere in prospettiva cronologica, di non assumere i dati dei saperi economici e politologici come dati oggettivi; però li deve maneggiare continuamente e non può fingere di essere estraneo ad essi. La filosofia è anch’essa dentro, non fuori. Questo che chiamiamo pensiero critico è un pensiero che non ha grandi spazi e non ha molti cultori. Soprattutto dovrebbe essere capace di un’operazione gramsciana, cioè di individuare qualche cosa che ha a che fare con la vita del popolo. Dovrebbe essere capace di internità rispetto alla società e al tempo stesso dovrebbe essere capace di vedere la società dal di fuori – dentro/fuori, quindi – e dovrebbe essere capace di individuare le forze, se vi sono, che sono interessate alla mutazione dei rapporti di potere dentro alle nostre società, e individuarle credibilmente facendosi capire. Un lavoro gigantesco che non è nemmeno cominciato: nessuno fa un investimento di così lungo periodo, la politica si gioca tutta sul quotidiano.

Da qui si arriva alle classi dirigenti che non sono selezionate, se non attraverso la chiave dell’obbedienza, della lealtà. La politica non pensa di dover possedere in prima persona le competenze, pensa sempre di poterle convocare, dandole in outsourcing. I ceti politici sono ceti di ambiziose cordate, con un capo cordata che chiede essenzialmente obbedienza. Al di fuori di questo in alcune realtà – il Partito Democratico e la Lega – e in certi territori vi sono dei ceti dirigenti che nascono dall’amministrazione locale, una buona scuola che, però, non esaurisce quella che dovrebbe essere la formazione di un uomo politico. I giovani da questo punto di vista non sono diversi dagli anziani: sono mossi da grandi ambizioni, ma si tratta di ambizioni personali, da soddisfare nel breve periodo e più rapidamente possibile. Non c’è l’ambizione di fare grande politica, di mettere le mani negli ingranaggi della Storia. Il neoliberismo non è passato invano, ha creato un individualismo competitivo in ogni ambito dell’esistenza, e anche nella politica.

Sono ben consapevole del fatto che sempre la politica è stata il teatro della lotta fra le ambizioni – ci mancherebbe altro –, si tratta però di capire di quali ambizioni parliamo e che rango abbiano. La lotta fra Cesare e Pompeo era la lotta fra l’ambizione di essere il padrone del mondo. Oggi non c’è bisogno di avere ambizioni così sfrenate, ma una certa ambizione di alto profilo sarebbe necessaria. Ma se la politica non ricerca ambizioni di alto profilo, sarà una politica di basso profilo, come è. Oggi, esaurita la capacità educativa dello Stato, della Chiesa, della Scuola, dei partiti, delle associazioni economiche – capacità educative che un tempo producevano la società e i ceti dirigenti della società – a buoi scappati, molto spesso vi è il tentativo di inventare scuole di politica o altri esperimenti, che salvo rare occasioni hanno una durata molto breve. Questo avviene perché manca o la qualità dei docenti o quella dei discenti, che cominciano presto a chiedersi in che misura le analisi che vengono loro proposte servano per fare carriera. Siamo quindi di fronte a una politica di basso profilo, lasciata in mano a chi è più abile a giocarsela nel quotidiano. I politici devono saper giocare anche nel quotidiano – altrimenti vengono travolti, o farebbero i filosofi – ma al tempo stesso devono essere capaci di guardare lontano, di guardare e di capire il mondo dentro al quale si muovono e non solo di correre ai ripari. La politica a furia di correre ai ripari, i ripari non li trova più, e non li costruisce; per mettere gli argini al grande fiume della fortuna servono degli ingegneri, non si può improvvisare.

 

Pubblicata in «Pandora», n.8/9 (2019), pp. 42-48

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

 

Sotto l’apparenza di essere uno sviluppo del razionalismo moderno – dell’utilitarismo, dello strumentalismo, dell’individualismo –, il neoliberismo attinge la propria energia e la propria legittimità da fonti irrazionali, dalla mobilitazione del sentimento e del desiderio, da una volontà di potenza latente nelle soggettività moderne, emotivamente eccitata e governata dalle agenzie di senso (alte e basse, mediatiche e teoretiche) che nel radicarsi del neoliberismo hanno avuto un’importanza decisiva.

Il neoliberismo è la dottrina, di derivazione marginalistica (Mises e Hayek), che si pone l’obiettivo di distruggere la teoria classico-marxiana del valore-lavoro, e di spostare il baricentro del pensiero economico dalla produzione, e dalle sue contraddizioni, al rapporto domanda-offerta, e ai suoi equilibri (il kosmos, l’ordine spontaneo). Svincolata da ogni patetico umanesimo, da ogni fondazionismo personalistico, l’economia è un insieme di diagrammi che descrivono e misurano le scelte compiute dal consumatore individuale razionale perfettamente informato, all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale. La libertà dei moderni è libertà individuale di scelta e libertà di intrapresa, del consumatore  e dell’offerente. I problemi che possono insorgere e che discostano la pratica dalla teoria non sono contraddizioni strutturali ma solo ostacoli che devono essere rimossi, con la politica: le “riforme”, che fluidificano il mercato eliminando rigidità e rendite di posizione. Solo a realizzare riforme serve la politica: la dimensione pubblica è legittimata dal fatto che serve a rendere possibile lo sviluppo della dimensione privata: nessuna taxis artificiale deve frapporsi alla formazione automatica del kosmos. E la società, peraltro, non esiste (secondo la geniale signora Thatcher), sostituita – con le sue masse, i suoi ceti, le sue classi, i suoi gruppi di interesse, le sue dinamiche collettive – dalla pulviscolare moltitudine degli individui utilitaristici.

Le conseguenze di ciò sono, oltre al deperimento e alla delegittimazione delle strutture pubbliche e dei corpi intermedi tradizionali (Stato, burocrazia, partiti, sindacati), l’estensione illimitata dell’area del mercato, a cui nessun ambito può pretendere di sottrarsi (l’arte, la cultura, l’istruzione, la scienza, la sanità, il turismo, il tempo libero, lo spettacolo, la politica, ne sono investite e assorbite, ne ricevono “valore”): insomma, l’universale mercificazione della vita di tutti. Questa estensione del mercato, la sovranità dell’economico e della sua auto-interpretazione come “equilibrio” e come progressivo nec plus ultra dell’umanità, ha come conseguenza l’iscrizione di tutta la vita, di tutte le vite, nel registro della concorrenza e della competizione, della prestazione e della valutazione – a opera di agenzie pubbliche e private, che assumono il peso determinante che un tempo spettava ai ministeri –. Non il conflitto, che è un fatto pubblico e sociale, e neppure la collaborazione, ma la competizione, che è un fatto privato, tiene ora il centro della scena.

Questa visione è stata abilmente introdotta nell’immaginario delle masse, con un’opera insigne di psico-politica;  vi ha fatto presa, vi si è radicata, perché è stata presentata nel momento della massima delegittimazione delle strutture di potere tradizionali: la caduta del comunismo in Russia e dintorni (con l’enorme eccezione della Cina, che si concilia col neoliberismo attraverso la nozione di autorità), e la crisi, in Occidente, dello Stato sociale (in realtà, del sistema di Bretton Woods) e delle forze politiche che l’hanno supportato (i partiti democratici del secondo dopoguerra). Questa visione neoliberista, insomma, è stata legittimata attraverso il ricorso a un’accezione emotiva, euforica ed energetica, della nozione di libertà individuale, declinata come ribellione contro l’autorità – appunto, partiti e sindacati, ma anche Stato ed élites tradizionali (i “professoroni”)  – e come potenziamento del singolo soggetto attraverso l’azione rivolta al successo, all’affermazione di sé. Una libertà che è deregulation su scala ridotta, analoga a quella che la politica perseguiva, negli anni Novanta, su scala mondiale. Tutti possono arricchirsi, tutti possono mettersi alla prova, tutti possono competere per migliorare la propria posizione sociale; e tutti lo fanno rimanendo «se stessi», liberandosi da ogni autorità, obbedendo solo ai propri istinti vitali, coltivando e amplificando i propri talenti: «anche tu puoi, se vuoi». Non il comando ma il libero contratto, sempre revocabile, è la figura chiave di questa società; non l’autorità ma la libertà; non il dovere ma il diritto soggettivo; non il governo e il diritto pubblico ma la governance privatistica a rete e la lex mercatoria, pattizia, elastica; non la stabilità dell’ordine ma il movimento, la circolazione, l’innovazione, l’intrapresa; non la nascita né gli studi, ma il successo (confuso col merito), l’aggressività, l’avidità: greed is good, il peccato capitale dell’avarizia è un bene. Dai garage della Silicon Valley escono i nuovi miliardari con il loro grido vittorioso (già sessantottino): stay fool, stay hungry, la sfida a non appagarsi mai. L’utile è legittimato dal sentimento, la speculazione dalla commozione.

Tutto ciò va oltre Mandeville: qui non si tratta di vizi privati e di pubbliche virtù, ma della nietzschiana trasvalutazione di tutti i valori, di una eroica volontà di potenza paradossalmente diffusa in tutto il corpo sociale, e applicata all’ambito (per Nietzsche spregevole) dell’utile, e divenuta, ancora più paradossalmente, norma collettiva. Dalla critica al normativismo razionalistico, dalla derisione del pensiero dialettico, dalla decostruzione del logos moderno e delle sue strutture politiche, in primis la sovranità, emergono – in chiave mondialista o liberista, benicomunista o ultraprivatistica – la medesima apologia dell’«oltre», il medesimo scuotimento dei fondamenti, la medesima «splendida aurora» della soggettività desiderante, il medesimo godimento in atto, il medesimo trionfo dell’immanenza, la medesima pretesa che le dinamiche sociali, spiegabili attraverso l’agire individuale, si autosostengano, che non debbano rinviare a null’altro che a se stesse. La partita si gioca tra “movimenti” globali, nella concorrenza tra il francescanesimo moltitudinario, da una parte, e il general intellect mercatista dall’altra, sulle teste di Stati e classi, scienze e autorità. Le prospettive politicamente confliggono, ma convergono nella critica del Vecchio, travolto dall’energia del Nuovo.

Al di là delle analogie e delle differenze rispetto alla prima grande ondata di movimenti del dopoguerra – la generazione del Sessantotto lottava per una  forma diffusa anarchica e rizomatica della libertà, ma nonostante le sue istanze libertarie e individualistiche fu capace di agire socialmente e di contestare la guerra in Vietnam – resta il fatto che la narrazione del neoliberismo fece presa perché apparve rivoluzionaria: la quarta rivoluzione del XX secolo dopo quelle comunista, fascista, e socialdemocratica. Una rivoluzione che prometteva l’immediata liberazione individuale: se si promuove la libertà contro l’autorità, l’espansione contro la costrizione, la potenza contro la diligenza, l’eccezionale contro il normale, la velocità contro la staticità, la trasgressione contro il conformismo, l’immanenza contro la trascendenza (o l’auto-trascendimento), la seduzione è garantita.

Nulla di tutto ciò si è rivelato vero, se non le sue esagerazioni e le sue contraddizioni, la sua negazione pratica nelle contraddizioni che si sono rivelate. A partire dal soggetto euforico, che si è rovesciato in soggetto impotente e impaurito, avendo ben presto sperimentato che il mare sconfinato delle opportunità è in realtà la selva aspra delle tribolazioni e delle lacerazioni; che i poteri economici dilatati su scala planetaria lo schiacciano come una nullità; che la centralità del consumatore è in verità la subalternità dell’individuo asservito a ogni manipolazione; che l’espansione anarchica dell’Io è prerogativa dei pochi che reggono il mondo, moltiplicando la mortificazione e la soggezione di innumerevoli Io, legati dalle  «catene del valore» che nel globo vincolano uomini e donne come propri strumenti, mai unificati in un diritto comune e in una coscienza comune ma anzi sempre parcellizzati, separati, divisi, posti in concorrenza gli uni contro gli altri;  che più si parla di privacy (concetto già in sé difensivo) più l’individuo è oggetto delle invasive costrizioni di apparati di potere pubblici e privati davanti ai quali è trasparente, e dai quali non può sfuggire.

Al livello pubblico, poi, lungi dall’estinguersi lo Stato si è rafforzato; non verso i pochi forti, naturalmente, ma verso i molti deboli, che ha disciplinato, sorvegliato e punito con tanta maggiore energia quanto più le contraddizioni del neoliberismo hanno mostrato che il sogno euforico del benessere diffuso aveva come controparte la povertà avanzante, la disuguaglianza, l’anomia sociale, il crollo della qualità della vita; lo Stato sempre più volentieri ha fatto ricorso all’eccezione contro la norma,  e sempre più spesso si è dato forme di governo spostate dalla democrazia alla tecnocrazia, centrate non sulla rappresentanza sovrana ma sulle agenzie non rappresentative che «mettono al sicuro» i fondamenti del sistema dall’invadenza della politica; e ha visto erodere sia la propria legittimità (non è più capace di ispirare civismo) sia  la propria sovranità – mentre la filosofia la decostruiva –, a fronte del potere dell’economia, della finanza e delle agenzie di rating. Nondimeno, le grandi sintesi politiche, i Grandi Stati, sono ancora in grado di determinare la politica internazionale, con le loro sovranità in concordia discors rispetto alle potenze economiche.

Al livello sociale, infine, la produzione, espunta dalla teoria, è rimasta centrale con tutte le sue contraddizioni: il lavoro è divenuto più incerto, povero, indifeso, scarso. E ciò o è giudicato senza rimedio, o vi si interviene a livello etico, con il capitalismo compassionevole, oppure con distribuzioni di sussidi; o ancora con lo scambio fatale fra diritti sociali (progressivamente negati) e diritti civili (tendenzialmente, anche se molto lentamente, concessi o allargati). Lo Stato sociale è finito sotto l’orizzonte; la critica strutturale dell’economia non esiste più; l’individuo è solo davanti e dentro il capitale, e deve sopperire con nuove emozioni private – dalla fidelizzazione all’azienda a qualsivoglia altro orgoglio identitario –, alla perdita di senso del suo agire. Inutile dire che a fornire tali emozioni provvede il sistema mediatico.

Infine, nella morsa dell’ordoliberismo tedesco – la matrice dell’euro –, quella che nel neoliberismo “austriaco” era libertà è diventata dovere, al kosmos spontaneo si è affiancata una severa visione statalistico-organicistica, l’euforia si è rovesciata in austerità, in espiazione, in disciplina, in paura, in autorità; ed è emerso che il nuovo paradigma economico altro non è se non una dottrina liberale deflativa, che prevede ogni anno tagli al bilancio dello Stato, spending review, compressione della domanda interna oltre che dei diritti sociali, orientamento del sistema economico alla esportazione.

Non siamo però di fronte all’universale schiavitù; la reazione a tutto ciò c’è stata. L’eliminazione dell’articolo 18, l’introduzione del bail-in, la legge Fornero, l’inoccupazione strutturale, le disuguaglianze crescenti e incolmabili fra ricchi e poveri, il sotto-finanziamento sistematico dei servizi pubblici, le insicurezze sociali ed esistenziali che da tutto ciò derivano, le prospettive di dover subire ogni anno manovre «lacrime e sangue» e di dovere affrontare un destino come quello della Grecia: tutto ciò non è stato controbilanciato dalla stabilità dei prezzi, dall’Erasmus, dai voli low cost, dal roaming europeo, dalla diffusione degli smartphone. Si è generato, piuttosto, in Italia, in Europa, in Occidente, un “momento Polanyi”, una mossa difensiva rispetto al dominio del capitale, una ricerca di protezione, anche nella forma dell’affidamento plebiscitario a un capo; una reazione che le sinistre di governo, le élites politiche di ieri, denigrano come “populismo” e delegittimano come “sovranismo”, ma che non analizzano nelle sue cause originarie e che si limitano a deplorare moralisticamente come “cattiveria”; un malessere che non hanno intercettato, che  hanno lasciato alle destre europee, e che ora definiscono “fascismo”.

Ma i sovranismi (termine privo di dignità teorica) non sono una declinazione aggiornata di un presunto «fascismo eterno». A parte le differenze sostanziali (il nesso tra violenza e politica, e tra guerra e politica, essenziale al fascismo, è pressoché assente nei partiti che hanno intercettato questo trend), vi è oggi un’altra divergenza rispetto ai processi degli anni Trenta a cui pensava Polanyi. La richiesta che gli Stati tornino ad appropriarsi della sovranità ha più il senso della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del ‘politico’, della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato militare, più uno Stato sociale con qualche tocco di “comunità” che uno Stato-Moloch, più un individualismo di massa che un nazionalismo identitario, per il quale mancano i presupposti culturali: il nazionalismo, infatti, implica una forte dimensione pubblica e una consapevolezza storica collettiva, che oggi francamente non è dato vedere. Il neo-liberismo ha lasciato il segno, almeno nelle percezioni esistenziali e negli immaginari collettivi: più che di identità nazionale si tratta oggi di protezione dei privati dal mercato dilagante e dall’austerità sempre incombente e, infine, del rifiuto della «società liquida» e delle sue solidissime, inscalfibili disuguaglianze.

L’orizzonte della protesta, insomma, resta sostanzialmente il medesimo – fatto salvo l’abbattimento, a volte grave, di alcuni tabù lessicali, ossia del «politicamente corretto» –; la reazione al neoliberismo è declinata in chiave non di conflitto sociale ma di invidia individuale, non di un nuovo paradigma economico ma di odio anticasta, non di critica dell’economia politica ma di libero sfogo di pulsioni securitarie (in parte giustificate, e in parte spinte fino alla xenofobia), non di ripresa dell’elaborazione critica ma di ulteriore svilimento della cultura “alta” in nome del plebeismo, non di giustizia ma di giustizialismo, non di coraggio ma di timore (legittimo, ma ingigantito ad arte dai governi). Domina ancora l’individualismo, benché mutilato, ferito, umiliato, deluso. Reazione, quindi; non vera ribellione; meno che mai rivoluzione. Il soggetto individuale non diviene collettivo; resta quello di prima: emotivo, ma animato da emozioni ben diverse. Un soggetto sedotto, abbandonato e ormai carico di timore e di rancore. Le molte ragioni dei singoli (parecchie buone, qualcuna cattiva) non diventano ragioni politiche collettive: siamo davanti, con valori in parte rovesciati, alla medesima pseudo-attività, e reale subalternità, alla medesima impotente solitudine, che caratterizzava il neoliberismo.

Il quale, da parte sua, a questa reazione, rabbiosa ma non alternativa, riesce ad adattarsi. È possibile che il sovranismo divenga, dopo tutto, una sorta di  “piano B” dei poteri dominanti, che passano dal mondialismo ideologico a un moderato territorialismo (con largo uso di capri espiatori) sulla base del principio «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ed è certo che il sovranismo è per ora una ricerca di protezione senza proiezione, senza un’idea di politica.

L’opposizione fra individualismo liberista e mondialista, da una parte, e sovranismo dall’altra è, insomma,  più di forma che di sostanza; più di mentalità che di struttura; e non è un’opposizione fra democrazia e antidemocrazia. La democrazia era di fatto divenuta post-democrazia già in età neoliberista: oggi, a (parziale) differenza di ieri, se ne vilipendono pubblicamente i resti. Il che, certo, è più grave, a livello ideologico; ma la costituzione materiale del nostro Paese, dell’Europa, del cosiddetto Occidente, va per la sua solita strada. Per provare a ridare vita e significato alla democrazia bisogna uscire dalla contrapposizione superficiale fra sovranisti e  europeisti (o mondialisti), rinunciare alle prediche moralistiche e dare inizio a un grande investimento culturale – critico, analitico e propositivo – paragonabile a quello che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso spianò la via alle truppe trionfanti del neoliberismo; il quale oggi cambia volto e retorica, ma non trova ancora avversari sufficientemente consapevoli e radicali.

Pubblicato in «Italianieuropei», 3/2019, pp. 75-82

 

Che cos’è questa crisi?

I poteri mondialisti ed europeisti erano usciti parecchio ammaccati dalle elezioni del 2018, in cui aveva prevalso la ribellione popolare contro il paradigma economico vigente e contro le sue conseguenze politiche e sociali – la precarizzazione e l’indebolimento del lavoro e della funzione pubblica come risultato del vincolo monetario esterno hanno generato l’ormai ben noto momento Polanyi –. Privato del suo partito di riferimento, il  Pd clamorosamente sconfitto, l’establishment non era tuttavia rimasto privo di risorse e poteva contare su alcuni ministri, graditi anche al capo dello Stato. E su di un’incessante lavoro più o meno sotterraneo a vari livelli, interni ed europei, per imbrigliare l’azione non ortodossa del governo. Sottoposto a critiche giuridiche e morali sulla questione dei migranti e sfidato sul versante economico dalla Commissione che ha minacciato una procedura per deficit eccessivo, il partito più numeroso ma anche più debole, il M5S, ha fatto proprie le ragioni dell’establishment e ha impedito di fatto l’autonomia regionale rafforzata – forse non carissima a Salvini, cui tocca l’arduo compito di gestire una Lega proiettata oltre se stessa, cioè fortissima anche al Sud, e costretta quindi a una complexio, per cui non è culturalmente attrezzata, tra pulsioni anti-sistema e richieste del Nord liberista, embedded nell’economia tedesca –. E ha preventivamente bocciato la flat tax, questa sì di significato strategico per la Lega, in diretta opposizione all’impianto ordoliberista dell’eurozona, accettando dalla Commissione serie ipoteche sulla nostra libertà di manovra in sede di legge finanziaria. È quindi pura propaganda la tesi di Zingaretti che Salvini scappasse dalla finanziaria. Al contrario, la voleva fare senza condizionamenti, anche in extra-deficit (per non aumentare l’IVA).

Per reagire a questa situazione (e alle minacce trasversali di cui era fatto oggetto: il caso Savoini) e non solo per capitalizzare il consenso delle europee (finalità che certo sarebbe ridicolo negare), Salvini ormai accerchiato ha mandato in crisi il governo, fidando anche nell’interesse di Zingaretti a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate: con queste il segretario Pd avrebbe potuto sbarazzarsi dei renziani, che ora sono il sessanta per cento dei gruppi parlamentari. E il Pd si sarebbe attestato come secondo partito, partner minoritario di un quadro politico centrato sulla maggioranza quasi certa della Lega (con FdI ma senza FI), di cui sarebbe stato l’antagonista sistemico.

A questa prospettiva si sono opposti fulmineamente, sia  direttamente sia con i loro terminali italiani, i poteri europei – timorosi che l’Italia venisse consegnata all’ “uomo più pericoloso d’Europa”, proprio mentre l’Inghilterra se ne va e la Germania entra in recessione –, nonché Renzi, che è stato prontissimo a invertire la sua posizione sul M5S per sfuggire al rischio di venire cancellato dalla scena politica senza avere avuto il tempo di fondare un nuovo partito alla prossima Leopolda (e anche prontissimo, una volta ottenuto il risultato voluto cioè di non andare alle elezioni, a storcere il naso sull’alleanza col M5S, facendo capire che inizierà a proprio piacimento a minacciare di staccare la spina al governo, non appena il suo partito personale sarà pronto). E naturalmente si è opposto il M5S che si è visto minacciato di estinzione elettorale; e, insieme ai grillini, il premier Conte, oltremodo  versatile e ben appoggiato anche dalla Chiesa. Il governo giallorosso era quindi nelle cose. E rispondeva tanto ai timori dell’establishment quanto alle speranze di trascinare la legislatura (con riforme costituzionali ed elettorali) almeno fino  al 2022, anno di elezione del nuovo capo dello Stato, e di logorare nel frattempo Salvini all’opposizione, magari con qualche non implausibile intervento della magistratura.

Specularmente, Salvini ha dovuto ripiegare dall’aspirazione a essere l’unica forza di governo alla accettazione del ruolo di unica opposizione. Un cambio sfavorevole, ma non rovinoso. Sempre che la mancanza di potere non lo logori, e che si dia una strategia e una cultura di governo davvero nazionale ed egemonica, un po’ meno rudimentale di quella che ha fin qui dimostrato.

Ma se è saltata la trappola di Salvini, è fallita anche la contro-trappola di Di Maio, che ha fatto la voce grossa per imporre Conte come Presidente del Consiglio salvo accorgersi ben presto che sta nascendo in pratica un monocolore Pd, quasi tecnico, dato che Conte si sottrae all’appartenenza grillina e che non ci saranno vice-premier a marcare il territorio per il M5S. Una tardiva resipiscenza spiega le difficoltà frapposte da Di Maio al formarsi del nuovo governo, che vede il suo movimento alleato con l’arcinemico Pd (ancora sostanzialmente renziano), e quindi soggetto a logoramento del proprio consenso (dei votanti, non degli iscritti) e all’azione corrosiva dei ben più strutturati politici del Pd. Di fatto escono vittoriosi da questo round – oltre ai poteri europei – Renzi, Grillo e Conte, e sono sconfitti in grado diverso Salvini, Zingaretti (che vede crescere a dismisura il ruolo di Renzi) e Di Maio (oggettivamente ridimensionato  da Conte e Grillo). I liberi battitori e i devoti europeisti vincono sui  capi dei partiti. E questi, tranne la Lega, ne escono tutti divisi al proprio interno.

Quello che sta nascendo grazie al voto di Rousseau, largamente prevedibile, è un governo debole, tenuto insieme dalla paura della Lega ma attraversato dalla contraddizione fra la volontà di continuità dei grillini, che non possono rinnegare l’esperienza gialloverde, e la volontà di discontinuità del Pd, che a sua volta non può mostrarsi un mero sostituto della Lega. Debole e litigioso, quindi, come si comprende dall’estrema vaghezza compromissoria del programma, ma duraturo (almeno fino al 2022), che intanto avrà come risultato di rendere assai più difficile alla Lega conquistare le regioni rosse in cui a breve si vota: l’Umbria e soprattutto la crucialissima Emilia-Romagna. Nonché di varare una legge finanziaria “ragionevole”.

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Sotto il profilo sistemico e teorico si deve notare che il rifiuto di dare il via libera a nuove elezioni è in coerenza con le logiche di una repubblica parlamentare – tanto elogiata oggi da quanti tre anni fa la volevano superare con presidenzialismi e sistemi maggioritari – ma anche che tale coerenza ha senso finché non delegittima le istituzioni. Infatti da Mortati a Moro si è sempre attribuito al capo dello Stato un potere di scioglimento delle Camere determinato dall’esigenza che le maggioranze ivi espresse siano in sintonia con il sentimento popolare. Insomma, in tempi normali nulla quaestio: il popolo non ha diritto di votare quando il parlamento sa esprimere una maggioranza. Ma è lecito dubitare che sia normale, e non anomalo, il governo dei due partiti che hanno perso le ultime due elezioni: il  Pd nel 2018 (incredibilmente miracolato al di là di ogni suo merito), e il M5S nel 2019.

Il rischio della delegittimazione – politica, non formale – delle istituzioni c’è. Ed è potenziato da un’altra anomalia, che non viene neppure negata ma anzi accettata come anch’essa normale, benefica e autorevole. L’ingerenza di potenze e istituzioni straniere nel processo politico italiano, per orientarlo in senso contrario alla Lega che, costi quel che costi, a prezzo del sacrificio di ogni passata posizione e contrapposizione, non deve più gestire il potere. Con le cattive o con le buone, direttamente o indirettamente, togliendo o concedendo margini di spesa pubblica, l’Europa governa i nostri governi e ci tratta ora da provincia ribelle da domare ora da figliol prodigo da festeggiare. Senza esagerare, s’intende. Non è nemmeno il caso di appellarsi all’antico motto repubblicano non bene pro toto libertas venditur auronessuno ci offrirà tutto l’oro del mondo e rinunceremo alla nostra libertà per molto meno.

Nell’intreccio  di piccolezze domestiche e di rabbiosi poteri globali, di paradossi italiani e di crisi europee, si deve riconoscere che la costituzione politica in senso materiale del nostro Paese si configura oggi attraverso il determinante ritorno, dopo trent’anni di assenza, di una  conventio ad excludendum. Non più contro il PCI, ovviamente, ma contro la Lega di Salvini. Quel che resta da vedere è se questa esclusione sarà tanto assoluta e radicale quanto quella che colpiva il PCI, o se invece cadrebbe davanti a una eventuale vittoria elettorale della Lega.

In ogni caso, non  è sovranismo, qualunque cosa ciò significhi, sottolineare che non si governa in Europa con posizioni anti-europee; su questo terreno la volontà del popolo non è determinante. Il vincolo esterno dell’euro non è solo economico ma, ovviamente, anche politico. La nostra è in ultima istanza una democrazia protetta. Ovvero, l’Italia rischia di essere un protettorato, non tanto genericamente europeo quanto più specificamente delle due potenze sovrane più forti e intraprendenti in Europa: Francia e Germania, per quanto piene di problemi (dai gilet gialli al crescente peso elettorale di AfD, parallelo  alla lenta agonia di SPD e CDU).

Che il nostro Paese sia il ventre molle dell’Europa, o almeno la più debole delle grandi potenze europee, è cosa nota, ed è una storia vecchia quanto la nostra esistenza come Stato nazionale unitario. Ce ne siamo potuti parzialmente dimenticare solo quando eravamo immersi nel grande impero occidentale della superpotenza statunitense, e la Germania era divisa. Con l’unificazione tedesca e con la concomitante riconfigurazione del dominio americano in Europa, gli Stati nazionali hanno ripreso quasi del tutto il loro antico ruolo, servendosi di fatto della Ue e delle logiche dell’euro come di moltiplicatori delle rispettive potenze nazionali, in termini di spericolate manovre finanziarie fatte pagare ai debitori, e di assalti e acquisizioni verso le imprese (italiane) più appetibili. Una gerarchizzazione interna alla Ue che non ci vede certo fra i Paesi trainanti: e infatti di norma, verso di noi le regole, a partire da quelle economiche, si applicano (o se ne negozia onerosamente l’applicazione), verso altri si interpretano. Per invertire questo trend nell’ambito delle relazioni internazionali – dove vige, appena camuffata, la legge del più forte – dovremmo mettere mano a una profonda ristrutturazione del sistema-Paese (istruzione, ricerca, pubblica amministrazione, poteri locali, investimenti pubblici nelle infrastrutture) che i vincoli dell’euro rendono obiettivamente difficile, e che in ogni caso sembra al di là della capacità progettuale delle forze politiche.

Né si può far di conto sull’aiuto americano in chiave anti-Ue. Il trumpismo ideologico ed economico di Salvini non ha evitato l’endorsement di Trump al Conte-bis. Per gli USA l’Italia è solo una questione geopolitica. E Salvini che pure si è allineato con Trump contro Maduro è però inaffidabile sulla Russia. E tanto basta. Per di più, Trump ha sicuramente ricevuto da Conte promesse in senso anticinese.

Di pari importanza rispetto al condizionamento politico c’è, ovviamente, quello più generico dei mercati finanziari, benché parte delle reazioni di questi siano politicamente indotte. Si è perfino parlato di presentare il nuovo governo ai mercati, ben prima che al Parlamento. C’è un interessato autocompiacimento in questa servitù volontaria, in questa conclamata voluttà di abdicare alla funzione egemone della politica: la speranza di conservare, a dispetto di tutto, uno status quo che sfavorisce pesantemente il lavoro e la nazione, e favorisce solo le fasce sociali cosmopolite disposte ad accontentarsi di una posizione subalterna fra i beneficiati del gran banchetto globale.

Così, non soltanto la Lega deve attrezzarsi per una lunga traversata del deserto, e dotarsi di idee più che di slogan (ad esempio, su che cosa fare una volta allentati o rotti vincoli europei); non soltanto il M5S corre seri rischi di brusco ridimensionamento e di consegnarsi al Pd, il  quale  come al solito è destinato a governare senza un progetto chiaro, pur di conservare lo status quo, come una ri-edizione minimalista della Dc; non soltanto non esiste in Italia una posizione di sinistra; non soltanto siamo di fronte alla rivincita dell’establishment e del pensiero allineato contro un nemico inesistente (il M5S un tempo anti-casta e oggi membro subalterno di questa) e uno attualmente non fortissimo ma pericoloso per il futuro (la Lega); non soltanto i poteri indiretti e stranieri trionfano sul potere diretto del popolo; ma soprattutto questa crisi mette il Paese davanti alla propria debolezza internazionale e interna, una debolezza che non gli consente di affrontare nessuna delle questioni portate alla luce dalle elezioni del 2018: la mancanza di un centro stabilizzante del sistema politico e l’incapacità dei partiti e delle istituzioni a interpretare le difficoltà della società. Alla quale si risponde, in sostanza, che non c’è alternativa al paradigma dominante, per quanto sfavorevole esso sia (anche la Lega è un’alternativa solo parziale, più anti-ordoliberalista che non anti-neoliberista). Finché qualcosa non si spezza, o finché la via del declino non è imboccata irreversibilmente.

E invece di una nuova speranza, di una nuova politica, di una Grande Idea, dell’energia per un nuovo risorgimento, l’Italia avrebbe bisogno e, chissà, anche desiderio.

Abbasso il gregge. L’urlo di Nietzsche

 

«Gli uomini non sono uguali: così parla la giustizia». Friedrich Nietzsche   prende di petto una profonda contraddizione della modernità: da una parte l’illuminismo, il liberalismo e la democrazia affermano, sviluppando la dottrina cristiana dell’uguaglianza delle anime, la parità di diritti per tutti, la giustizia come universale libertà, uguaglianza, fraternità, dell’umanità. Dall’altra, la struttura materiale delle istituzioni e delle società moderne, dello Stato e del capitalismo, comporta il protrarsi e l’approfondirsi della disuguaglianza, e dell’ingiustizia.

Mentre la liberaldemocrazia progressista confida di sviluppare l’uguaglianza attraverso riforme democratiche, il marxismo utilizza quella contraddizione per realizzare la vera uguaglianza con una rivoluzione politica ed economica. Nietzsche, al contrario, scommette contro gli uni e contro gli altri; uguaglianza e disuguaglianza, liberalismo e marxismo, condividono per lui il medesimo orizzonte. L’ideale dell’uguaglianza è il frutto della negazione del «mondo vero»; nasce tanto dalla volontà di potenza, distorta, ipocrita, negativa, dei «produttori di senso», del prete, del filosofo, del politico, che controllano le menti attraverso la logica (la Verità) e la morale (il Bene), quanto dall’universale desiderio di sicurezza e di ordine: le masse hanno paura dell’energia caotica e abissale della Vita, e questa paura impedisce di accettare e godere la felicità rischiosa e inebriante del «dionisiaco». Il reale non è razionale: ogni tentativo di razionalizzare il mondo, o di moralizzarlo, è  violenza contro le infinite possibilità della Vita; la ragione e la morale hanno in sé il dominio, e quindi l’uguaglianza contiene la disuguaglianza. Se non fosse impossibile, l’uguaglianza sarebbe, in ogni modo, il regno di una sicurezza livellatrice e anestetizzata, il trionfo dell’ «ultimo uomo», un animale da gregge, privo di fantasia, di energia, di slanci.

Al nesso uguaglianza/disuguaglianza Nietzsche contrappone la «differenza», la pluralità libera: la sua lotta contro l’uguaglianza non vuol essere l’apologia dell’esistente; consiste semmai nell’affermare la differenza fra il coraggio di andare oltre, di dire Sì, e la paura che costringe nel recinto chiuso dell’ordine, nel triste nichilismo negatore della Vita.

Nietzsche non ha un programma politico: immoralista, inattuale, impolitico, «nato postumo», nemico dello Stato e della sua oppressione spacciata per democrazia, si serve di immagini inquietanti come l’oltreuomo, gli Iperborei, la «bestia bionda», per polemica e provocazione antiborghese e antisocialista, ma allude più che a un progetto politico di prevaricazione dei forti sui deboli a una liberazione radicale, che è per pochi perché implica la rinuncia a molte certezze, a molte sicurezze. Nietzsche è più anarchico che apologeta del dominio, più indisciplinato e disubbidiente che autoritario.

La sua posizione fa esplodere la filosofia, ne distrugge gli apparati categoriali, i metodi e le finalità. Egli stesso in Ecce homo aveva detto di sé «io sono dinamite» (così si intitola la  bella biografia di Sue Prideaux, pubblicata da Utet). La deflagrazione di quella dinamite va in tutte le direzioni: va verso la critica della violenza che è sempre implicita in ogni «normalità», e va anche verso gli orizzonti rischiosi di una vita intrepida e insofferente; la sua lotta contro il dominio della ragione e contro la ragione come dominio si apre tanto alla danza della felicità quanto alla durezza della decisione. La potenza indeterminata del suo pensiero, che si presta alla liberazione come alla strumentalizzazione, pervade il Novecento e apre spazi infiniti per tutti i saperi; anche un libro come Dialettica dell’illuminismo, che collega la ragione al dominio, è impensabile senza Nietzsche, benché gli autori marxisti, Horkheimer e Adorno, siano fieramente anti-nietzschiani. E quanto Nietzsche c’era, di fatto, oltre che nel Settantasette, già nel Sessantotto e nella sua “immaginazione al potere”?

Perfino l’affermazione del neoliberismo contro lo Stato sociale e democratico, a partire dagli anni Ottanta, si è giovata dell’esaltazione dell’ardimento sulla sicurezza, dell’individuo sulla collettività, della competizione e del successo sulla uguaglianza, degli spiriti animali sull’ordine,  dell’eccezione sulla norma, dell’emozione sulla ragione, dell’energia sull’obbedienza, del leaderismo sulle istituzioni, della volontà di potenza della personalità vincente (l’imperativo entusiasta «sii te stesso») rispetto al grigiore del gregarismo burocratico. Molto di ciò, benché non derivasse direttamente da Nietzsche,  era già stata pensato da lui, in altra direzione.

Fu come se la posizione critica e intellettualmente aristocratica di Nietzsche  venisse tradotta in slogan popolare. Grazie all’idea che ciascuno possa attingere alla propria energia individuale per essere diverso, per uscire dalla moltitudine, per dominare, è nato il «superuomo di massa». Gekko, il finanziere di «Wall Street», col suo elogio dell’avidità, è stato il modello di tutti, in una sorta di democratizzazione dell’antidemocrazia, di conformismo della disuguaglianza, che ha funzionato come una legittimazione ideologica del neoliberismo negli anni euforici della sua affermazione.

Certo – al di là del fatto che è stato bruscamente smentito dall’austero richiamo all’ordine seguito alla Grande Crisi, dal prevalere non tanto dell’uguaglianza, sempre più lontana, quanto di una diversa volontà di potenza – il nietzschianesimo di massa è una caricatura del pensiero di Nietzsche, e ne perde ben presto la valenza liberatoria. Ma è anche una parte dell’onda lunga generata da quella dinamite; una prova, fra tante altre, della potenza coinvolgente di quella carica eversiva.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 28 luglio 2019

 

Dalla leadership al leaderismo

Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e  passioni socialmente diffuse ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle grandi crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra l’essenza storica di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di revanchedella Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; De Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene e nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza storica di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle  grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge  razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta quei processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive.

Questa non è storia di un passato remoto, di mitici Padri della Patria: è vicenda di ieri, delle nostre democrazie pluralistiche. Per limitarci all’Italia, si tratta di leader di partito che erano capaci di generare ammirazione, rispetto, identificazione sentimentale ed emotiva. Togliatti e Berlinguer, Nenni e Craxi, nella sinistra, e nel più cauto e oligarchico mondo democristiano, dopo De Gasperi, almeno Moro e Fanfani; e, inoltre, Almirante, La Malfa e Pannella. Erano leader in grado di destreggiarsi fra i notabili del proprio partito, di fronteggiare gli altri capi-partito, e anche di prendere grandi decisioni, di dare voce a esigenze realmente diffuse nella società (non tutte gradevoli, certo). Erano leader capaci di trasformare il Paese con la loro decisione, ma anche di costruire una rete di compromessi e di mediazioni; leader carismatici o semplicemente dotati di abilità e buon senso; leader divisivi o inclusivi; comunque sia, la politica in Italia si è sviluppata su ritmi socio-economici, ma ha marciato sulle loro gambe, senza, tuttavia, che i leader si sostituissero alle istituzioni e ai partiti.

Si tratta, infine, di leader dagli stili molto differenti ma che hanno saputo essere popolari – non solo, quindi, grandi tecnocrati di Stato – e al tempo stesso svettare per profondità e lungimiranza di sguardo; di leader che non soltanto si sono adeguati al loro elettorato ma lo hanno saputo anche orientare: la Dc raccoglieva voti a destra, prevalentemente, e li spostava verso politiche di centrosinistra; il Pci di Togliatti ha organizzato masse ribellistiche e le ha portate all’interno della vita democratica del Paese. Leader, insomma, che hanno dato risposte reali a problemi reali – a crisi economiche, a sconvolgimenti sociali, a impetuose trasformazioni, a drammatiche emergenze –; leader legittimati dalla capacità di orientare con il ragionamento e di trascinare con la passione. Presupposti della loro azione sono stati i partiti, in buona salute, e una certa solidità delle istituzioni politiche. Venuti meno gli uni e le altre, da una parte si è dovuto fare ricorso a personale tecnico di alto profilo – soprattutto di cultura economica (Ciampi e Monti) –  ma dall’altra si sono formate nuove figure e nuovi stili di leadership politica: e la novità è stata tale che si può parlare del passaggio a una fase nuova, al leaderismo. In Italia ciò è avvenuto con un crescendo che è andato da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini. Ma non siamo soli: negli Usa è altrettanto significativa la sequenza Reagan, Clinton, Obama, Trump. Si tratta di leader dai diversissimi orientamenti e stili: la caratura ideologica semplificata (Reagan), l’empatia di Clinton, il narcisismo di Berlusconi, l’aggressivo ottimismo di Renzi, l’ultrapopulismo di Trump (e non si dimentichi l’autoritarismo plebiscitario post-liberale di Putin).

La prima novità è nella ricerca del consenso: il nuovo leader costruisce un rapporto diretto con i cittadini, in virtù della accresciuta potenza dei mezzi di comunicazione, dalla tv ai social media; non interpreta una ideologia ma una narrazione, uno storytelling, preparata dai suoi spin doctor; non si rivolge a gruppi sociali strutturati, a realtà collettive, ma a una società pulviscolare, a un popolo di individui isolati uniti quasi solo da rancori e paure (il populismo, con la sua contrapposizione fra un Noi buono e un Loro cattivo, è una componente essenziale del nuovo leaderismo), e parla a ciascuno di essi, estraendo da ciascun singolo i timori e le speranze più elementari e offrendo identità e protezione. Mentre la propaganda dei partiti di massa era calata dall’alto, era l’amplificazione di un’idea, la ripetizione di un concetto in forma di slogan, e aveva un che di autoritario, la comunicazione del nuovo leader è invece sottile e pervasiva. La passione politica socialmente organizzata è sostituita dalla sentimentalizzazione soggettiva, il ragionamento dalla persuasione. Anche il “nazionalismo” promosso da alcuni dei nuovi leader (da Orban a Salvini) è piuttosto, in realtà, la somma, transitoria, di individualismi egoisti.

La semplificazione del messaggio politico è poi ovvia: il linguaggio si banalizza, diventa più suadente e al tempo stesso più violento: si procede alla individuazione di nemici (di volta in volta i “comunisti”, i “vecchi”, i “migranti”) più che all’analisi di processi da comprendere e da gestire; soprattutto, il nuovo leader  deve essere il più possibile simile ai cittadini, e  non dare l’impressione di essere superiore o estraneo a essi: la semplicità, il tratto popolare e al limite anche volgare, è un optionalgradito (Trump, da questo punto di vista, è perfetto). Il nuovo leader non è un superiore onnisciente, ma un uguale vincente; attraverso la sua vittoria passa il riscatto di ciascuno dei suoi elettori: l’identificazione è individuale, non collettiva.

La comunicazione è, infine, la costruzione di un universo artificiale, in cui i politici sono attori e il pubblico si  aspetta una performance, uno spettacolo, una rappresentazione che prende il posto delle tradizionali rappresentanze: Reagan era un  attore consumato, ma anche un politico navigato, e sapeva comunicare con stile amichevole; Obama e Renzi esibivano, nei loro comizi, la stessa scioltezza e lo stesso ritmo dei cantanti rock; Berlusconi, poi, era un affabulatore televisivo di rara efficacia.

Ma oltre alle novità comunicative – che sono novità nella legittimazione – il leaderismo implica novità politiche strutturali. I suoi protagonisti devono apparire il più possibile “nuovi” rispetto ai partiti; devono imporsi su oligarchie conservatrici (come Renzi e Trump), o devono inventarsi un loro partito personale (come Berlusconi e Macron) o rivoluzionare profondamente il loro partito d’appartenenza (come Salvini). È inoltre fondamentale che il nuovo leader, benché non necessariamente autoritario o decisionista, abbia grande libertà d’azione, che il peso dell’elemento personale aumenti, e che il quadro istituzionale sia sempre meno rigido e  cogente, e sempre più a disposizione del Capo (il vorticoso susseguirsi di nomine e licenziamenti dell’amministrazione Trump ne è un esempio); il nuovo leader è tendenzialmente solo, non si interfaccia con altri politici ma con la sua “squadra” di consiglieri ed esecutori (qui Renzi è un caso di scuola). Per di più, il nuovo leader si costruisce un quadro istituzionale in cui il Capo non è soltanto una componente della politica, ma ne è il centro e il cardine: una presidenzializzazione del potere (anche dove le istituzioni non sono apertamente presidenziali) e una verticalizzazione della politica, che vorrebbero dar vita a una “democrazia dell’affidamento”, facilitata da leggi elettorali maggioritarie (e qui è inutile fare esempi). I grandi sconfitti sono i parlamenti; in potenziale pericolo – più o meno grave nei diversi Paesi – sono le liberaldemocrazie.

Ma la tendenziale sostituzione delle mediazioni politiche e istituzionali con la mediazione comunicativa, la spettacolarizzazione della politica e il rafforzamento del potere verticale, non sono soltanto segni di barbarie neo-autoritaria né semplici effetti della manipolazione delle coscienze. Sono una reazione, ingenua e pericolosa, a un problema reale, cioè a una politica  che sempre più spesso si è presentata come un flusso di potere senza nome e senza volto, come una minacciosa potenza tecnico-oligarchica, che si raccoglie in spazi chiusi e inaccessibili, nelle agenzie e nelle authorities. La ricerca del leader, per quanto sia artefatto e manipolatorio, per quanto egli stesso possa essere, in ultima analisi, al servizio dei poteri più opachi, non è anti-politica ma è la spia dell’esigenza che la politica parli ai cittadini, che li sappia capire e proteggere, che abbia un volto umano in cui essi si possano identificare e riconoscere. Chi vuole contrastare le attuali forme di leaderismo non deve quindi dimenticare che di una politica che sia anche parola e volto, e non solo algoritmo impersonale né solo oggettività tecnica, tutti hanno oggi bisogno, per ritrovare ciascuno la propria umanità.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 7 luglio 2019

Interventi su Machiavelli

Non ci resta che Machiavelli

Che sia stato il consigliere del Male (Old Nick, il vecchio Nicolò, era il diavolo), oppure l’eroico suscitatore di energie politiche nazionali o sociali (da De Sanctis a Gramsci), Machiavelli ha scoperto il campo della politica moderna come un magma ribollente di energie e di sfide, di crisi e di catastrofi. Dopo la sua morte, nel 1527, che coincide con il tracollo del sistema politico italiano, il conflitto per l’egemonia europea tra Francia, Spagna e Impero diviene un susseguirsi di guerre di religione da cui l’Europa inizierà a uscire solo alla metà del XVII secolo. La via dell’ordine sarà allora il razionalismo individualistico, la teoria del contratto, la politica dei diritti e della rappresentanza, la sovranità dello Stato nazionale. Sarà il liberalismo, la democrazia, il socialismo. E il pensiero adeguato a questo sforzo di ordine sarà, oltre alla filosofia costruttiva dell’illuminismo, quella progressiva e rivoluzionaria del marxismo, e, più vicino a noi, la scienza politica, capace di misurare e catalogare le istituzioni, i partiti, i sindacati, la partecipazione; di decifrare il funzionamento dei rapporti tra pubblico, sociale, privato; di studiare i nessi fra economia, psicologia di massa, politica.

È questo ordine liberale del mondo a essere oggi  in crisi, con le sue certezze, le sue ideologie, le sue previsioni. Tramontata la filosofia dialettica della rivoluzione e del progresso, anche il pensiero liberale e democratico ha sempre meno presa sugli sviluppi reali della contemporaneità. La scienza politica, poi, è più a suo agio davanti ai normali processi delle istituzioni democratiche che non nella fase della loro crisi.

Sta qui il vero significato dell’attenzione a Machiavelli, oggi. Con lui e attraverso di lui si retrocede al momento magmatico in cui la politica moderna si è presentata in tutta la sua  potenza, prima che prendessero forma le soluzioni ordinative che hanno costituito l’ossatura della storia degli ultimi trecento anni, e che oggi vacillano. Nelle recenti interpretazioni di Machiavelli – a titolo esemplificativo, quelle di Ciliberto, Asor Rosa, Ginzberg, Marchesi –, è evidente l’interesse a confrontarsi con un pensiero che si genera dalla crisi, che non la inserisce in una rassicurante narrazione. L’interesse, cioè, non a misurare lo Stato e il suo funzionamento a regime, ma di fondare un ordine ex novo; non a maneggiare norme e regole, ma di fronteggiare l’eccezione, di constatare come la libertà umana, l’umana capacità di dare forma ordinata al mondo (la “virtù”), sia insidiata e smentita dalla contingenza, dal caos imprevedibile degli avvenimenti (la “fortuna”); come il “riscontro” fra ragione e realtà – il successo dell’agire umano – non sia garantito da alcun algoritmo, né da alcuna provvidenza, da alcuna tattica (sia questa l’ “impeto” o al contrario il “rispetto”).

Ciò che è al centro degli studi machiavelliani, oggi, al di là del loro valore storiografico, è il recupero dell’insegnamento più radicale di Machiavelli: che la politica è l’espressione più alta e più tragica dell’instabilità del reale, e che se ne devono fronteggiare animosamente e accortamente gli aspetti inquietanti, le dinamiche sfuggenti, con un pensiero non astratto, non precostituito, non semplificatorio: non una teoria generale da applicare alla realtà, ma un pensiero nervoso, acuto, in chiaroscuro, aperto al confronto continuo con le pieghe e le insidie del reale. Davanti all’evidenza che il reale non è né razionale né interamente razionalizzabile, Machiavelli è il pensatore non della  forma ma della metamorfosi; non della netta separazione fra ordine e disordine, fra “lupo” (l’uomo in natura) e “cittadino” (l’uomo dentro lo Stato), ma della loro commistione. Per lui, ogni circostanza politica reale si presenta spaccata in due, come un dilemma che va minuziosamente analizzato per coglierne le contrapposte potenzialità; per lui, ogni regola esiste solo nel momento in cui è attraversata da eccezioni; e la ragione,  la valutazione delle forze in campo e dei loro rapporti, il calcolo lungimirante delle conseguenze, coesiste con la consapevolezza che le situazioni possono essere forzate da un’azione spiazzante, “pazza”, nella disperata speranza di controllare, almeno per un po’, il corso della fortuna.

Machiavelli pensa la irrazionalità della politica, la sua drammatica contraddittorietà, ma senza essere un irrazionalista; pensa il destino delle umane costruzioni di “ruinare”, ma senza rassegnarsi alla sconfitta e all’inerzia; pensa non per teorie, ma dall’interno delle situazioni di crisi, per capirle e per risolverle. Non è un filosofo politico, ma un politico filosofo, un uomo d’azione che riflette sull’azione e che  modifica la propria riflessione dentro le contingenze in cui si imbatte.

Eppure non è un opportunista: ha combattuto per un’idea repubblicana contro il potere mediceo, e sempre ha avuto in mente la salvezza dello Stato, di quello fiorentino e di quello italiano che non si è formato, come sarebbe stato necessario, con la conseguente rovina del nostro Paese. E non è neppure un decisionista nel senso di Carl Schmitt – che infatti non lo ebbe tra i suoi autori preferiti –: il decisionismo è il rovescio irrazionale del razionalismo della macchina statale moderna, mentre in Machiavelli vibra sempre la concretezza umana della politica.

Enigmatico come la politica in cui è immerso, a questa ha dedicato la vita, nello sforzo di pensarla fino in fondo e di darle un ordine: uno sforzo che egli sapeva destinato a non avere successo e che tuttavia era l’unica cosa per la quale valesse la pena vivere. Umanista – la sua scrittura audace e immaginosa è uno dei più alti godimenti che offra la lingua italiana – non fu un “letterato” che si rifugia nelle frivolezze e nelle fiabe: fu umanista perché esperto delle cose umane, quindi pessimista ed energico al contempo. Concreto, intelligente, appassionato, scettico, potente e ironico, il suo ingegno è analogo per certi versi a quello di Leonardo, impaziente e minuzioso, geniale e artigianale al contempo.

Non è quindi necessario che di  Machiavelli si faccia un totem; che si ripeta, in forme nuove, la sua storica lezione – che l’Italia ha bisogno di un capo e di un popolo che si sostengano a vicenda per rifondare uno Stato corrotto e snervato dalla religione cristiana –; non sta nell’invocarlo  a ogni crisi della nostra Italia il significato più profondo del ritorno di Machiavelli. Quel significato sta piuttosto nell’esigenza, che attraverso di lui si manifesta, di ripensare radicalmente  la politica, di prenderla sul serio, di non lasciarne il senso al diritto, all’economia, alla morale. L’esigenza – che anch’egli provò, ma che è da calibrare sulle crisi dei nostri giorni, che non coincidono con quella che egli conobbe – di  farsi coinvolgere nella politica, come in un destino che si riaffaccia perentorio ed elusivo, non più trattenuto da schemi e istituzioni ormai scricchiolanti. Ritorna la politica, insomma, e quindi ritorna Machiavelli, come possibile alternativa agli esiti di quella modernità che egli ha grandiosamente aperto.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura», 9 giugno 2019

Élite e popolo. Il confronto che dura da secoli

Machiavelli pensa la politica a partire dall’esperienza concreta, e dall’esigenza, del resto ovvia, che l’agire politico sia efficace. Quindi la politica deve obbedire alle esigenze interne alla «cosa stessa», alla logica del successo, della sopravvivenza e dell’accrescimento della potenza, e non può affidarsi a precetti morali astratti, a priori. Machiavelli pensa in una fase storica in cui da tempo il rapporto fra religione e politica non è più vitale – di lì a poco quel rapporto diventerà mortale, sarà la causa delle guerre civili di religione in Europa, che nondimeno egli non fece in tempo a vedere –. Una fase storica in cui la politica si carica di intensità, di autonomia, di rischiosità (quel rischio che egli definisce «fortuna»).

C’è tuttavia in lui, oltre al realismo di chi cerca di conoscere e padroneggiare ciò che «è» – ossia i concreti rapporti di potere, i conflitti, le occasioni per difendersi e per offendere –, anche una sorta di realismo del «dover essere»: l’agire politico non può esporsi al disprezzo e all’odio di chi nella politica è comunque coinvolto, cioè del popolo. Una sorta di «consenso», di condivisione di ideali e di interessi, fra élites e popolo, è sempre richiesto; perché l’agire politico sia vitale e condiviso deve essere concreto, adattarsi alle circostanze, essere iscrivibile in un senso comune, produrre egemonia. La politica non è solo tecnica del potere; o meglio, il potere non è solo tecnica: è accortezza e forza (volpe e leone), è agire efficace condiviso, è prassi comune. Il principe non è un profeta disarmato che crede che gli Stati si governino con i Paternostri, ma non è neppure un tiranno avido e crudele: anzi dà le armi al popolo; la repubblica, poi, vive del conflitto (non totale, ma neppure del tutto neutralizzato) fra le parti sociali per la conquista del potere.

Insomma, il pensiero di Machiavelli non consiste in un manuale di consigli (malvagi) ai potenti, come pure fu interpretato per secoli: sarebbe una sorta di moralismo rovesciato, un’astrazione di segno diverso. Consiste piuttosto nella scoperta della forza e della rischiosità della politica, della sua necessità (non ne possiamo fare a meno) e della sua aleatorietà (è un territorio sempre insidioso, non sorretto da alcuna configurazione etica trascendente, né da alcun ordine razionale). È, questa, una scoperta paragonabile a quella, più o meno coeva, dell’America, di un nuovo mondo.

Tutto ciò è assai lontano non solo dal modo tradizionale di pensare la politica come parte di un’etica religiosamente fondata, ma anche dalla modalità con cui il pensiero moderno mainstream pensa la politica: cioè come contrapposizione fra individuo privato, dotato di diritti morali ed economici, da una parte, e potere pubblico dall’altra. Questa modalità ha avuto una valenza critica verso il potere assoluto, ma più spesso è ormai solo lo strumento della delegittimazione radicale fra avversari. Al contrario, il pensiero di Machiavelli non è individualistico, né moralistico, e neppure economicistico: non si fonda, insomma, su diritti dei singoli, delle persone, da rispettare, da implementare e da difendere rispetto allo Stato. E non prevede neppure la costruzione dello Stato attraverso un contratto razionale che coinvolga tutti i cittadini in vista di un bene comune – la pace, in cui i singoli possano perseguire i propri fini, soprattutto economici, sotto la protezione della legge –. La proprietà, la legalità, il singolo, hanno certamente un posto nel suo pensiero: non li si può violare con leggerezza, li si deve rispettare quando si può, ma la politica non si riduce alla loro affermazione e alla loro difesa: è molto di più. È energia, è determinazione – decisa, e tuttavia sempre incerta – di un destino collettivo; è partecipazione libera alla vita collettiva, ai suoi conflitti di potere, alle sue aspre necessità, alle sue glorie mondane.

Sta qui l’intrinseca moralità della politica. La politica è morale non perché debba rispettare alcuni principi ad essa esterni o superiori, ma perché è principio di se stessa, dovere a se stessa. Non perché si inchina alla trascendenza ma perché prende sul serio l’immanenza. Non perché nasce dai diritti e dalla volontà dei singoli, ma perché l’uomo raggiunge la propria pienezza solo se vive la politica, se vive civicamente; altrimenti è un uomo «privato», diminuito. Oggi diremmo «alienato». Il privato è un uomo dimezzato sia che conduca una vita sociale pensando solo al denaro e alla ricchezza; sia che voglia condurre la vita seguendo la morale religiosa, astratta, perché ciò può avvenire solo se si ritira in convento. Lo schema che contrappone i diritti individuali al potere politico, o la morale alla politica, non fa parte del pensiero di Machiavelli, che si costruisce piuttosto intorno allo schema inerzia-energia, privato-civile.

La grandissima nuova attenzione a Machiavelli, che oggi si constata, significa che si sente un nuovo bisogno di politica. Di una politica che, certo, ripristini il rispetto per l’uomo e per i suoi diritti (che per noi, a differenza che per Machiavelli, sono primari, e che sono spesso violati benché tutto il mondo occidentale li ponga a proprio fondamento), e che li ripristini proprio attraverso la critica della riduzione della politica ad ancella dell’economia, o della morale; attraverso, cioè, la ripresa di una politica attiva, energica, partecipata, non individualistica, economicistica o moralistica. Di una politica, quindi, che non sia solo «richiesta» di diritti, ma che sappia essere «conquista» di una più piena umanità. Insomma, oggi una decente democrazia si conquista grazie alla politica, più che con il ricorso alla morale – fin troppo utilizzata, da tutti, come mezzo di lotta politica –, e certo ben più che con il dominio sfrenato dell’attività economica privata. Cioè grazie alla lotta, alla partecipazione, alla serietà spregiudicata ma non arbitraria, che Machiavelli individua come essenza della politica. A differenza di quanto credeva don Ferrante, il Segretario fiorentino non è «mariuolo, ma profondo»; piuttosto, è «realista, ma umano». Per questo oggi il suo lascito non è più  oggetto di critica scandalizzata, e anzi entra a far  parte di ogni pensiero veramente critico.

Pubblicato nella rivista «formiche», n. 147, maggio 2019, pp.36-37

 

 

 

 

 

Pensiero forte in tempi minacciosi

 

Per chi appartiene alla mia generazione ha l’effetto di una madeleine reincontrare Marcuse filosofo politico. Questi testi inediti o poco conosciuti risvegliano nella memoria le antiche emozioni intellettuali, le antiche ingenuità e gli antichi ambivalenti ideali. Per parafrasare quanto fu detto di Heidegger da Löwith, nel leggere Marcuse era incerto se ci si dovesse dedicare a tempo pieno allo studio della Fenomenologia dello Spirito o insorgere contro il dominio filisteo e repressivo del ‘sistema’. O forse entrambe le cose, poiché in fondo si trattava, nella testa dei giovani che siamo stati – e dello stesso Marcuse –,  della medesima cosa.

La potenza della filosofia classica tedesca, che qui risuona, sta proprio in questa confusione (o fusione) fra vita e sapere, fra politica e gesto conoscitivo, fra analisi e passione intellettuale, fra rigore scientifico ed emozione. È difficile che chi non ne ha fatto esperienza – o chi a ciò sia sordo – possa comprendere e consentire alla potenza del pensiero; come è difficile che ancora oggi parte della gioventù vi si possa sottrarre, anche se oggi il veicolo dell’innamoramento filosofico-politico può non essere Marcuse ma qualche altro pensatore più di moda.

Ma la lettura di Marcuse non attinge l’unico risultato di farci ripensare con rimpianto a un’età di giovanili entusiasmi – che hanno dovuto essere disciplinati per altre vie, e messi alla prova di altre strutture di pensiero –; c’è, in queste pagine, persistente, una sfida, connaturata alla forma della sua espressione filosofica. Una sfida che è ancora e sempre la nostra sfida: decifrare la politica attraverso la filosofia, e così intervenire in quella, per criticare le sue strutture reali e i suoi saperi specialistici – le scienze economiche e sociali in primo luogo – con quello «spirito di contraddizione reso sistema» che è il sapere filosofico. Una contraddizione che non vuol essere ignoranza ma superiore sapienza; e che consiste nello storicizzare i saperi della politica (in entrambi i sensi del genitivo), nell’attraversarli per mobilitarli, nel mostrarne la riconducibilità a un  orizzonte epocale determinato e quindi all’esigenza del suo superamento. La sfida, l’obiettivo, è proprio quanto Marcuse indica espressamente in queste pagine, ovvero la mediazione critica radicale, e al tempo stesso concreta, del pensiero ‘scientifico’ che si presenta come mediazione immediata, oggettiva e che risulta un sapere strumentale interno a un orizzonte non sottoponibile a critica.

È evidente che questo obiettivo, ora come allora, implica che la critica debba misurarsi con lo sviluppo della filosofia nel XX secolo, e, ancor prima, nella modernità; compito che Marcuse svolge, nel suo tempo (che fu il tempo della generazione precedente la nostra, e anche della nostra) fronteggiando gli sviluppi a lui contemporanei della filosofia tedesca, ma anche confrontandosi con la “scoperta dell’America” che sperimentò nel viaggio coatto, e senza ritorno, “da sponda a sponda”; e, politicamente, cercando di decifrare il fascismo, lo stalinismo, e il neocapitalismo. Armato, in ciò, del più raffinato pensiero dialettico disponibile al tempo –  un pensiero marxista fecondato da Hegel, Lukács, Heidegger  e Freud – che egli utilizza in una personale lotta contro il “positivismo”, per molti versi analoga al disvelamento della “dialettica dell’illuminismo” operato dai suoi compagni Horkheimer e Adorno.

Su questa lotta conviene soffermarsi un po’, dato che per “positivismo” Marcuse intende il positivizzarsi del pensiero razionalistico moderno e anche di quello dialettico (nel Diamat sovietico), ovvero il chiudersi e il rovesciarsi delle istanze di emancipazione che erano alla base della modernità borghese (in quello che definisce “giusnaturalismo”); una dinamica di positivizzazione che implica la negazione della pulsione originaria del Moderno verso un mondo nuovo, e che si ribalta nell’affermazione che quello del dominio capitalistico (e del comunismo sovietico) è l’unico mondo possibile – il fascismo è una variante estrema di questo processo –; in nessun punto o passaggio di questa trasformazione il  positivismo, sottomettendosi all’autorità del dato e oggettivando anche la libertà, consente alcuna reale resistenza o critica allo Stato amministrativo e la sua razionale imposizione di  sicurezza.

Oggettività del dominio e passività del sapere, quindi; e la soluzione di Marcuse passa per la dialettica, a iniziare da Hegel (senza fermarvisi), cioè per la promessa di un pensiero che in sé è già azione e non solo conoscenza, che è storico e non naturalistico, e che vuole portare la sostanza, l’oggetto, a piena soggettività, attraverso la potente molla della autocoscienza e della coscienza infelice. La dialettica dell’ente storico (il giovanile apprendistato filosofico presso Heidegger lascia più di una traccia) non liquida il divenire come apparenza, e non parcellizza né segmenta il movimento reale all’interno di rigidi apparati di pensiero e di specialismi: anzi, sa tenere insieme la determinatezza più radicale con l’idea del Tutto, del sistema che spiega la parte (in un’ottica marxista, evidentemente il proletariato) e vi si rivela. Naturalmente, quella di Marcuse vuol essere non una dialettica apologetica, che sarebbe l’immagine speculare del dominio, ma una dialettica negativa, che vuole liberare e mobilitare la negatività del presente passivizzante e reificante, e lasciar emergere la potenza dell’antagonismo, della negazione attiva e soggettiva.

L’esperienza storica di Marcuse – fascismo, comunismo, capitalismo – è dominata dalla questione se l’antagonismo possa realmente dispiegarsi, se esista un possibile superamento del dominio, se il dover essere implicito nel pensiero dialettico –  cioè che le cose corrispondano al loro concetto, dato che la dialettica abolisce l’oggettività imposta –, abbia ancora un significato. La risposta di Marcuse è stata diversa nelle diverse fasi della sua vita, ma si è progressivamente indirizzata verso la consapevolezza che la negazione dialettica non ha più spazio – sociale, politico, intellettuale – per svilupparsi all’interno del “sistema”, che anzi viene essa stessa da questo negata in un regime di universale omologante illibertà. Dalla «disperazione del concetto dialettico» procede lo spostarsi di Marcuse verso la ricerca di una apertura di questa nuova «gabbia d’acciaio» – il Grande Rifiuto, che dovrebbe provenire da studenti e da altri soggetti marginali – e al tempo stesso il continuo vietarsi la soluzione decisionistica o irrazionalistica nietzschiana o heideggeriana, che ha visto nella sua giovinezza formarsi nel contesto filosofico tedesco ormai esausto e privo di spinte progressive.

C’è una grandezza anche etica in questo mettere alla prova, fino all’estremo, il dispositivo dialettico del pensiero che ha di mira la libertà soggettiva anche nel momento della eclisse del soggetto, della universale omologazione (o del rifiuto), di ogni differenza. Ma se non si vuole del tutto storicizzare Marcuse come sintomo della crisi finale, aporetica, della filosofia classica tedesca, si deve porre la questione del suo significato politico oggi, rispetto agli sviluppi intervenuti in più di mezzo secolo nelle società occidentali.

Sviluppi che confermano alcune delle sue diagnosi, anticipatrici del diffondersi mondiale del capitalismo nella cosiddetta globalizzazione e nella colonizzazione dell’immaginario universale; ma che presentano alcune varianti di non piccola importanza. In primo luogo, infatti, l’immagine che ha Marcuse del capitalismo è inclusiva, com’è ovvio nel secondo dopoguerra in presenza della forma keynesiana dell’economia di mercato e della sua strategia “consumistica”: lo sforzo di Marcuse è semmai di portare alla luce l’esclusione implicita in quella inclusione, il rovescio dell’omologazione, cioè la reificazione. Oggi, invece, nella fase non più del tardo-capitalismo egemonico ma del neo-liberismo in crisi strutturale, non si potrebbe più parlare di «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà»: la stessa post-democrazia sta cedendo il passo davanti alla democrazia securitaria, alla democrazia autoritaria, alla democrazia etnica. Il capitalismo neo-liberista non sa produrre più neppure il proprio ordine, quell’ordine che Marcuse vedeva all’opera nelle menti e nelle relazioni economiche e politiche,  e ha abbracciato la strategia del caos, facendo del disordine – della deflazione, dell’austerità, dei tagli alla spesa pubblica, della disuguaglianza interna e internazionale, dell’esclusione, della violenza sistematica, della guerra contro nemici che continuamente produce – la propria risorsa estrema.

E l’omologazione intellettuale e psicologica non è più acquietamento né narcotizzante benessere: il più iconico dei potenti nella nuova configurazione del potere mondiale non ha forse lasciato il messaggio stay hungry, stay foolish? Non docili e soddisfatti, ma folli e insaziabili devono essere gli abitanti del nuovo mondo. Naturalmente, questa individuazione ipervitalistica è solo una finzione, una galvanizzante rappresentazione, mentre le leve del potere economico e politico restano nelle mani di grigi e anonimi finanzieri e tecnocrati, i nuovi raptores mundi. Ma resta il fatto che la forma universale della narrazione capitalistica è oggi (secondo il ciclo economico) ora patetica ed eccitante, ora identitaria e militante – nel senso che mobilita alla guerra interna e esterna –; che la presa sulle menti è ancora più salda perché il biopotere perfezionato attinge a  piene mani dall’arsenale dell’eccezione piuttosto che da quello della norma, e in particolare oggi dalla paura piuttosto che dall’empatia. Eccitazione ed eccezione, quindi, più che neutralizzazione e normalizzazione, sono i parametri di funzionamento del “sistema”: parametri assai efficaci che – disegnando una silhouette di tempi dapprima euforici e ora  minacciosi, ma sempre rapaci –  mettono quasi del tutto fuori gioco, nel discorso pubblico e nelle scelte politiche, l’opzione della sinistra come emancipazione (ancora ben viva, come possibilità e come aspirazione, quando Marcuse scriveva, dagli anni Trenta agli anni Sessanta), e paiono lasciare alla protesta la sola chance della regressione reazionaria. Non c’è spazio, nella speculazione della new economy di quindici anni fa, e neppure nel caos, nella povertà e nella paura della guerra globale, per la dialettica liberatoria: dal basso pare provenire maggioritariamente la richiesta di una decisione ancora più decisa ed escludente di quella posta in essere dalle istituzioni. Di una democrazia della paura, o di una democrazia illiberale, o di una non-democrazia.

È poi dubbio che, mentre permane lo scacco della dialettica – della negazione determinata –,  vi siano possibilità di emancipazione implicite nelle dinamiche di individuazione che il potere mette all’opera, come se una sorta di mano invisibile trasformasse provvidenzialmente una grande rappresentazione in possibilità reale. O come se la frantumazione liberista della classe lavoratrice in una miriade di atomi isolati e impoveriti facesse di questi altrettanti nuovi centri di resistenza. Come, ancora, è dubbio che la ripresa delle prospettive della sinistra novecentesca possa essere qualcosa in più che una scommessa azzardata di portata locale e contingente.

La eccezione e la decisione sono quindi il nostro destino di chiusura e di anomalia, e la liberazione può restare soltanto un’opzione da coltivare nel regno delle idee, a futura memoria? Marcuse – insieme ad altre figure della filosofia novecentesca –, col suo pensiero forte che affronta di petto le grandi questioni dello Spirito e della Prassi, del Soggetto e della Storia, che rifiuta le filosofie ripiegate su di sé o impegnate a disimpegnarsi dai problemi aggirandoli o dissolvendoli linguisticamente perché disperano di risolverli,  è solo uno dei protagonisti di un grande tramonto, per sempre alle nostre spalle? Solo il sentimento, il ricordo, l’emozione, ci legano a lui, alla sua passione dialettica? Ma se così fosse, perché nel rileggerlo sentiamo che lì, in quell’accanita riflessione – ora radiosa ora circospetta, ma mai cinica né rassegnata –, pulsa ancora un’Idea che chiede di essere afferrata? Perché questo epigono della filosofia classica tedesca ancora ci inquieta e ci interroga almeno quanto noi interroghiamo lui?

Una risposta va tentata, perché la domanda è troppo importante. E la risposta che avanzo muove da alcuni versi di Crucifixion di Charles Bukowski: this is the price we now pay: we can’t go / back, we can’t go forward and we hang helpless, nailed to a / world / of our own / making (questo è il prezzo che paghiamo adesso: non possiamo tornare / indietro, non possiamo andare avanti e penzoliamo inermi, / crocifissi a un / mondo / che abbiamo costruito / noi). Ma questa grande capacità conoscitiva ed espressiva della poesia  è troppo vera per poter essere del tutto vera. Alla filosofia resta il compito di pensare oltre. E non c’è dubbio che in Marcuse forse è custodito, per  assolvere questo compito, un impulso ancora vitale, o meglio un’eredità che sentiamo di non avere ancora fatta nostra, e a cui non possiamo rinunciare, pena una sconfitta che ci costringerebbe a riconoscere la modernità (appunto, il mondo fatto da noi) come poco più di un ramo secco della storia: l’eredità del pensiero critico orientato alla libertà del soggetto e dell’umanità. La direzione indicata da Marcuse, insomma, è quella giusta. A noi la sfida di rimettere al lavoro sapere e immaginazione.

 In H. Marcuse, Filosofia e politica. Scritti e interventi. 5, a c. di R. Laudani, Roma, manifestolibri, 2019, pp. 391-396.

Elezioni europee 2019

 

La soddisfazione del Pd per la “crescita” elettorale dimostra solo quanto grande era il suo timore. In realtà, il Pd  perde circa centomila voti rispetto alle politiche del 2018 (più di sei milioni rispetto al 2014) e guadagna in percentuale solo pescando dall’astensione e da LeU, mentre i voti usciti dall’effimero e incapace M5S (meno 1.200.000 rispetto al 2014, meno 6.200.000 rispetto al 2018) vanno all’astensione e alla Lega. Che,  a sua volta, guadagnando tre milioni e mezzo di voti rispetto al 2018 e 7.500.000 rispetto al 2014, cannibalizza anche Fi (che perde 2.200.000 voti rispetto al 2014 e  al 2018).

Caduto il Piemonte, tutto il Nord e quasi tutto il Centro sono in mano alla Lega, che raddoppia come i grillini dimezzano. Solo le grandi città votano Pd,  insieme ad alcune province rosse dell’Emilia-Romagna e della Toscana (qui l’amministrazione, meno cattiva che altrove, è premiata dai cittadini).

La Lega raddoppia, FdI avanza, Fi tende a scomparire, il M5S si dimezza; le élites  di +Europa si dimostrano inconsistenti, il Pd tiene a fatica. Nel complesso, insultare i cittadini, demonizzare Salvini,  puntare sulla paura delle conseguenze di un voto anti-europeo senza proporre nulla in positivo, continua a non esser un buon affare elettorale.

Anche la sinistra, ormai incapace di analisi radicali e di sintonia col popolo, non sa fare altro che strillare al “fascismo”. Col bel risultato di venire distrutta a livello continentale, con l’unica significativa eccezione della Spagna (dove peraltro Podemos perde); ma in  Germania la Spd naufraga miseramente. Trionfo della destra estrema in Francia, che sconfigge Macron; tracollo del Centro cristiano della Merkel in Germania. Annichiliti i tory e indeboliti i laburisti in Inghilterra. I Verdi – che rifiutano la dimensione politica destra/sinistra perché non mettono in discussione i rapporti sociali ma il rapporto uomo/natura – sono i veri vincitori, insieme alle destre.

Le elezioni non cambiano molto, nell’immediato. In Europa le variazioni di composizione di un Parlamento frammentato e con scarsi poteri non muteranno radicalmente gli attuali equilibri: cristiani e socialisti cercheranno stampelle in qualcuno degli innumerevoli gruppi parlamentari. Le chiavi del potere staranno come sempre nelle tecnostrutture continentali e in alcuni Stati nazionali (ma l’asse franco-tedesco è fortemente minacciato).

In Italia – che in cinque anni ha cambiato tre “partiti della nazione” – Salvini è il premier ombra, padrone dell’Italia perché almeno sa che il Paese è in crisi economica e morale; chi lo ha portato fin qui, le forze storiche del centrosinistra, omologhe a quelle che hanno fatto l’Europa, non sanno nemmeno questo. Il governo non dovrebbe cadere presto, perché i grillini sono terrorizzati da nuove elezioni. Il Pd non ha alleati. Fi è in fase agonica. L’Europa (una Commissione scaduta) saluta i risultati elettorali italiani con una multa di 3,5 miliardi che confermerà nella loro opinione quanti hanno votato Lega. L’ordine liberale del mondo del secondo dopoguerra è eroso, e l’ordine neoliberale della globalizzazione si trasforma pesantemente. Salvini – che non è Hitler, come vogliono i cattivi analisti semplificatori – vi è più funzionale. La sua retorica è più utile di quella liberal. I suoi piani fiscali ultraliberisti sono più adatti ai tempi perché almeno puntano alla crescita (guidata dal capitale) e non all’austerità ordoliberista. Nonostante le simpatie per Putin, il suo modello è Trump, e non è un modello perdente.

E la nostra regione? Gravemente infiltrata dalla Lega, soprattutto a livello del voto europeo, conserva un po’ dell’antica fisionomia nelle province centrali e in parte della Romagna. Fa argine nazionale per il Pd? Forse. Ma non è un modello né un freno, un katéchon. È una differenza, leggera anche se politicamente rilevante. E non sappiamo se è permanente o transitoria. Per capirlo, non abbiamo da attendere che le elezioni regionali. Ma per ricostruire la sinistra ci vorrà molto di più.

In corso di pubblicazione nel mensile «La parola»

“Sovranità è democrazia? Oggi sì”

Intervista con Claudio Ciani

Sulla quarta di copertina del libro appare questa frase: “Sovranità è democrazia? Oggi sì”. Oggi sì, perché viviamo in un perenne “stato di eccezione” oppure perché l’art. 3, principio fondamentale della nostra Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità, è venuto meno o, nella peggiore delle ipotesi, è stato tradito?

Oggi sì, perché il superamento della sovranità sta avvenendo attraverso l’imposizione dall’esterno di un paradigma politico-economico-sociale anti-popolare, deflativo, tecnocratico. Perché l’esercizio democratico della sovranità è l’unico modo per riportare queste dinamiche sotto il controllo dei cittadini (attraverso la mediazione dei partiti).

Qual è oggi, secondo lei, il modello di sovranità al quale ci si può ispirare: Bodin, Hobbes, Sieyes? Oppure, potrebbe essere utile ripensare il concetto spinoziano di imperium, un concetto che ricorda la proposta del giurista socialdemocratico Heller?

La sovranità democratica è rappresentativa nel caso normale (e dunque deriva dal modello hobbesiano); ma per essere instaurata o restaurata esige un surplus d’energia politica partecipativo-rivoluzionaria (in linea con quanto espresso da Sieyes nel suo libello del 1789). Heller più che spinoziano era debitore a Hegel di un’idea di sovranità come mediazione non solo giuridica ma anche sociale

Più volte nel libro la cifra più radicale della sovranità viene descritta come “un nomos che contiene una possibilità di anomia”, ciò che ricorda il concetto paolino di katéchon. Il potere contenente, la sovranità catecontica, può essere travolto dal contenuto, il nomos dall’anomia? Che cosa significa questo esattamente, nei fatti come si manifesta e a quali sviluppi può condurre?

La sovranità è il modo con cui un gruppo esiste politicamente nel mondo, dandosi un ordine giuridico ed esponendosi al contempo all’intrinseca rischiosità della storia, che esige decisioni. É, quindi, uno sforzo di stabilizzazione, un katéchon, che però partecipa inevitabilmente dell’anomia che vuole frenare, che è la nostra condizione esistenziale. Questa duplicità della sovranità è visibile nell’autonomia del politico rispetto al giuridico – un’autonomia che permane anche se la democrazia costituzionale la limita e la riduce

Per Foucault il ruolo dell’istituzione non è affatto quello di produrre potere, ma dare al potere il mezzo per riprodursi: ciò che il filosofo francese indicherà con l’espressione “situazione strategica complessa”. In che termini è possibile identificare oggi la sovranità con il concetto di potere (e di forza) inteso nell’accezione foucaultiana?

Sovranità non è semplicemente potere: implica la centralità dell’istituzione, benché non si limiti alla sola istituzione ma esiga anche il coinvolgimento dell’intero corpo sociale. La posizione di Foucault è diversa da questa, perché è interessata a una descrizione tutta immanente, e priva di presupposti, delle forme di circolazione del potere nelle società moderne; dal suo punto di vista la sovranità è un concetto troppo pregiudicato, non sufficientemente disincantato.

Il tema della sovranità ha avuto molta importanza durante gli anni della perestroika di Gorbaciov tanto che il 12 giugno 1990 il Soviet Supremo adottò la “Dichiarazione di Sovranità Statale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia”. Come potrebbe declinarsi oggi la sovranità in Europa, quell’Europa che Stroilov e Bukovskij non hanno esitato a definire EURSS (Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche)?

Al di là del riferimento alla situazione russa, è chiaro che oggi la Ue non è un’unione sovrana; la sovranità appartiene ai singoli Stati, che hanno rinunciato solo alla sovranità monetaria (non a quella di bilancio). L’opposto di quanto avviene negli Usa, quindi, che sono un’unione sovrana (anche se federale) di Stati non sovrani. Ed è anche chiaro che se la Ue fosse sovrana (con un’unica proiezione di potenza, un’unica politica estera, ecc.) la Russia (che ovviamente è sovrana, e vuole esserlo) si troverebbe ad avere al proprio fianco un pericoloso concorrente (e nemmeno gli Usa, al di là dell’Atlantico, ne sarebbero lieti).

Come è nato in Occidente il fenomeno del “populismo”? Esiste un nesso ontico tra i movimenti “sovranisti” e il populismo? Entrambi hanno origine dal “tradimento dei chierici” (Benda) oppure si tratta soltanto di reazioni, seppur scomposte, alle logiche dell’utile ovvero al pensiero e alla pratica dell’economia capitalistica globalizzata?

Il “tradimento dei chierici” era quello che noi chiamammo “impegno” degli intellettuali; e il populismo si sviluppa invece del tutto all’esterno del mondo intellettuale, come reazione a dinamiche politiche ed economiche (la globalizzazione neoliberista, e in Europa l’euro ordoliberista) che hanno colpito le società occidentali, creando disuguaglianze e frustrazioni che i ceti politici non hanno saputo vedere né alleviare, e che in alcuni casi hanno anzi esaltato. Ovviamente il populismo è sovranista: il popolo fa appello all’unica istanza che conosce, lo Stato, da cui esige un agire sovrano, cioè energico, attivo, in grado di difendere i cittadini dai poteri e dalle dinamiche sovrastatuali.

Lo studio The Crisis of Democracy: Report On the Governability of Democracies, elaborato nel 1975 per la Commissione Trilaterale, può essere considerato il Manifesto del neoliberismo globalizzato: la lettera di Trichet-Draghi all’Italia (5 agosto 2011) e la Nota della Jp Morgan sulle costituzioni antifasciste (maggio 2013) ne hanno rappresentato le conseguenze. Ripensare e recuperare il concetto di sovranità significa edulcorare, o financo neutralizzare, le posizioni neoliberiste? Oppure ciò comporta l’assunzione di una via autarchica alla sovranità, “costituzionalizzata”, autonoma dalla volontà di potenza dei mercati?

Il concetto di sovranità è utilizzato dai populisti in senso anti-establishment, per promettere ai ceti sociali più deboli una protezione contro le dinamiche più rovinose del neoliberismo. In realtà, però, la sovranità populista, così come è gestita oggi prevalentemente da destra, non attacca il paradigma economico vigente; si limita a concedere ai cittadini compensazioni e risarcimenti sul piano simbolico e ideologico. Non c’è quindi maggior difesa contro la potenza del capitale, ma c’è maggiore propensione a individuare capri espiatori verso i quali far convergere le paure dei cittadini. Ma la sovranità potrebbe anche essere interpretata da sinistra, benché oggi non si vedano tracce di questa possibile opzione.

La ri-costruzione di un’Europa politica in senso federale (Spinelli, Kalergi, de Rougemont) è compatibile con l’emergere di nuove soggettività che si vogliono “sovrane”?

Le nuove soggettività sovrane sarebbero in ultima analisi i vecchi Stati europei. In linea di principio, quindi, la sovranità europea in senso spinelliano e la sovranità dei vecchi Stati si escludono a vicenda. Ma si deve notare che la sovranità europea “spinelliana” non è veramente all’ordine del giorno di nessuna forza politica al potere (la Ue, come si è detto, da parte sua non è oggi per nulla sovrana); e d’altra parte non è pensabile che si formi un processo costituente europeo a partire da Stati deboli o vacillanti. E quindi il rafforzamento degli Stati è indispensabile, nel medio periodo, sia che si vada verso una prospettiva di sovranità plurali sia che si punti alla costruzione di una sovranità federale europea.

Spengler, un secolo fa, in Il tramonto dell’Occidente, ebbe a scrivere: “La Sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”. Quanto c’è, ancora oggi, di vero in questa affermazione?

Temo che ci sia molto di vero, come si è dimostrato nei decenni di egemonia del neoliberismo, durante i quali la sinistra “di governo” è stata succube e non certo critica del modello economico capitalistico. La competizione si è rovesciata in assecondamento; la fascinazione della potenza capitalistica ha prevalso sulla consapevolezza dei suoi limiti.

Nel 1971 Nixon decise di porre fine agli Accordi di Bretton Woods, nel 1981 si verifica il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Bisogno di sovranità, oggi, significa (anche) necessità di ritrovare la perduta “sovranità monetaria”?

Nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro in oro: che era il fondamento degli accordi di Bretton Woods. Il “divorzio” consensuale fra Tesoro e Banca d’Italia risponde all’esigenza di bloccare l’inflazione che era salita al 20% negli ultimi anni Settanta, non solo per la libertà dei cambi ma anche per l’inflazione mondiale generata dalla guerra in Vietnam e dalla guerra del Kippur. Di fatti il divorzio è il primo tassello di una serie di provvedimenti ordoliberisti e neoliberisti (fra cui la riforma della scala mobile) volti a trasformare l’inflazione in debito pubblico e i salari in credito privato al consumo: cioè a preparare la società alle conseguenze dell’adesione dell’Italia allo Sme (anticamera dell’euro), sul finire degli anni Settanta.

Intervista pubblicata in «Geopolitica.info» il 14 Maggio 2019

Senza sovranità non c’è politica

La lotta politica in Italia si è semplificata intorno alla contrapposizione fra un male e un bene: il mondialismo, o l’europeismo (che non sono la stessa cosa), l’accoglienza, la democrazia, contro la sovranità, l’autoritarismo, la xenofobia. In questa contrapposizione viene ricompresa quella fra destra e sinistra: la sovranità è la destra, e la lotta contro di essa è la sinistra. Ma la sovranità è una cosa più complessa, e non è possibile sbarazzarsene derivandone  un termine ingiurioso – sovranismo –.

La sovranità è un concetto esistenziale. Ha a che vedere col fatto che un corpo politico (un popolo, una nazione) esiste nella storia e nello spazio, e che ha una volontà e di una capacità di agire. C’è esistenza politica se c’è sovranità.

La sovranità è l’ordine giuridico che vige in un territorio: un ordine che, come una prospettiva pittorica, ha un fuoco che ne è l’origine e il vertice. Un ordine che protegge i cittadini, rendendone prevedibile l’esistenza. L’ordine dello Stato.

Ma la sovranità è anche un concetto politico: è energia vitale e proiezione ideale di un soggetto che afferma se stesso, che persegue i propri interessi strategici.  E che mentre si afferma, esiste, sia che dica «We the People» – come nella Costituzione degli Usa –, sia che dica «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa affermazione è, spesso, una rivoluzione: l’altra faccia della sovranità. La rivoluzione, infatti, abbatte una forma invecchiata della sovranità per dare vita a un’altra, più adeguata ai tempi. Qui c’è l’aspetto formidabile e rischioso della sovranità, la sua capacità di creare ordini attraverso il disordine, norme attraverso l’eccezione; e anche il suo affacciarsi sulla possibilità della guerra. E c’è anche  la sua dimensione sociale: la sovranità è il prodotto di quelle classi che di volta in volta hanno la forza e le idee per immaginare e plasmare l’intero assetto politico di una società.

Insomma, la sovranità è un equilibrio di stabilità e di dinamismo, di ordine e di forza, di diritto e di politica, di protezione e di azione, di pace e di guerra. La storia d’Europa è una storia di nazioni che lottano per essere sovrane, e di lotte all’interno degli Stati perché la sovranità abbia un volto umano, perché se ne tengano a freno gli aspetti più inquietanti, che tuttavia è impossibile cancellare.

Ma, si dice, la sovranità dei singoli Stati non ha senso nell’età globale; oggi l’economia, e le questioni che essa porta con sé, scavalca le sovranità e i loro confini, i loro ambiti ristretti. Capitalismo e migrazioni sfidano la sovranità, la rendono un concetto obsoleto.  Le forme del potere, dell’economia  e del diritto sono, oggi, fluide, sganciate dallo spazio e dai territori: sono “reti”, e non hanno “vertici”. Lo spazio della politica è il mondo, non lo Stato. Oppure, in alternativa a questa narrazione mondialista, si afferma che, per gestire con successo le dinamiche politiche ed economiche globali, è l’Europa che deve avere sovranità, non i singoli Stati.

Tuttavia, se ben guardiamo, la scena internazionale è ancora il teatro di sovranità politiche che agiscono (anche militarmente) in parallelo con le forze economiche; e queste hanno sì estensione globale, ma hanno anche un’origine e un orientamento precisi: esistono insomma, differenziate, le sovranità della Cina, degli Usa, della  Russia, della Turchia, di Israele, dell’India, del Brasile (solo per fare qualche esempio), ed esistono capitalismi nazionali che si dispiegano nel mondo. E, per venire all’Europa, esistono le sovranità di Germania e Francia, di Inghilterra e  Spagna, eccetera, con le loro politiche estere; ed esistono i rispettivi capitalismi, più o meno aggressivi.

La Ue, poi, è un insieme di Stati sovrani, alcuni dei quali hanno rinunciato alla sovranità monetaria per creare una moneta unica, ma hanno conservato la sovranità fiscale (di bilancio), oltre che gli ordinamenti giuridici e istituzionali nazionali. È un insieme di Stati in cui prevale in ultima istanza il Consiglio dei capi di Stato e di governo, dove pesano i rapporti di forza fra le diverse sovranità. Insomma, la Ue non ha sovranità; non sa identificare né perseguire propri interessi strategici. A differenza degli Usa – federazione sovrana di Stati non sovrani –, la Ue è un insieme non sovrano di Stati sovrani, che hanno un vincolo comune, la moneta, pensata secondo i parametri austeri del pensiero economico tedesco, la «economia sociale di mercato». Un vincolo che divide, che crea effetti disomogenei – benefici per alcuni Stati e per alcuni strati sociali, meno per altri –.  I “sovranismi” sono infatti la protesta degli strati deboli (non solo degli Stati deboli, ma ormai di gran parte dell’Europa) contro le conseguenze sociali del paradigma economico vigente, e anche contro il fenomeno delle migrazioni.  Sono una richiesta di protezione e di stabilità – intercettate da destra, ma in sé non di destra –, rivolta al soggetto politico, lo Stato, che, come Stato sociale, a suo tempo se ne era fatto carico.

L’Europa è in bilico, quindi, fra due ipotesi: costruire un’Unione sovrana, federale, certo, ma capace di assumersi gli oneri sociali e i rischi geostrategici di una vera sovranità continentale, come chiedeva il Manifesto di Ventotene – il che significa, tra l’altro, politica estera unica e politiche fiscali comuni, ovvero una diminuzione del peso degli Stati e un aumento del peso del parlamento di Strasburgo e della Commissione –; oppure accrescere la capacità politica dei singoli Stati abbassando il peso del vincolo comune. O una sovranità europea o diverse sovranità statali, collaborative ma autonome. Non l’ibrido instabile che oggi genera tensioni e ribellioni che mettono a rischio gli assetti democratici europei.

Quanto sia plausibile, probabile o desiderabile una ipotesi o l’altra, quanta energia politica delle élites nazionali o dei popoli europei sia disponibile per l’una o l’altra, dovrebbe essere il vero oggetto di dibattito politico. Anziché demonizzare o idolatrare la sovranità, si dovrebbe insomma riconoscere che questa, su scale differenti, è ancora la serissima posta in gioco della politica.

 

L’articolo è stato pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 28 aprile 2019. 

 

Apologia della sovranità

Si presentano qui alcune argomentazioni che sono svolte più largamente in C. Galli, Sovranità, Bologna 2019, il Mulino.

 

 

La sovranità è condizione dell’esistenza di ogni corpo politico. Compresa l’Italia, che ne è assai carente. I limiti inevitabili del suo esercizio, dettati dal contesto. Le polemiche sul “sovranismo” in nome degli “Stati Uniti d’Europa”, metafora ipersovranista.

 

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1. La sovranità è il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini. Va quindi considerata nella sua complessità: nel fuoco della sovranità si forgiano i concetti politici moderni, e i conflitti storici reali.

La sovranità è un punto, l’Unità, il vertice del comando, una volontà politica che pone la legge; ma al tempo stesso è una linea chiusa, una figura geometrica, il perimetro dell’ordinamento giuridico e istituzionale vigente, dello spazio in cui la legge si distende; e al contempo è un solido, una sfera di azioni e reazioni sociali, un corpo vivente e plurale che nella sovranità produce sé stesso: un popolo, una cittadinanza. La sovranità è tanto il soggetto collettivo che agisce unitariamente quanto lo strumento istituzionale dell’azione del corpo politico.

Da ciò alcune considerazioni: in primo luogo, come non esiste un’anima senza corpo, né un corpo vivente senz’anima, così non esiste una sovranità senza il corpo politico di cui è l’impulso vitale, né un corpo politico privo di sovranità.

In secondo luogo, la sovranità, rispetto alla sfera pubblica, alla sua esistenza e alle sue dinamiche, è al tempo stesso condizione e risultato. La sovranità rende possibile la distinzione fra pubblico e privato, realizzando la protezione pubblica delle vite e dei beni privati, oltre che l’utilità, il benessere, la prosperità dell’intero corpo politico. E questa sfera pubblica, questo corpo politico, non è necessariamente un’identità tribale, una compatta comunità; è una società complessa, attraversata da tensioni e conflitti, che nella sovranità si esprime politicamente.

In terzo luogo, la dinamica storica della sovranità è data dalle prevalenze politiche che si instaurano fra le tre dimensioni già ricordate: avremo così la sovranità del monarca, dello Stato, della legge, del popolo. La forza sociale e politica di volta in volta egemonica dentro lo spazio della sovranità è portatrice anche della legittimità di cui la sovranità ha bisogno: la legittimità è la ragione per la quale si chiede e si concede obbedienza. Si avrà quindi una legittimità monarchica per diritto divino, una liberale per diritto individuale, una democratica per diritto popolare, una rivoluzionaria per diritto di classe, una oligarchica per diritto di nascita o di censo, una tecnocratica per diritto di conoscenza e di efficienza. Nella legittimità si scopre che la sovranità non è solo protezione ma anche proiezione, progetto, idea di convivenza.

In quarto luogo, a quella complessità appartiene anche il rapporto fra sovranità e individuo. Questi è prima di tutto un «privato»: il compito storico della sovranità – concentrare e razionalizzare la politica – è affidato allo Stato di diritto, ovvero a uno Stato che rende prevedibile la vita sociale istituendo un ordinamento giuridico, il cui contenuto primario è solitamente la salvaguardia della vita e della proprietà privata; da parte sua lo Stato si rende prevedibile alla società, agendo secondo la legge. E in quanto «privato» l’individuo è anche «uguale»: le complesse gerarchie premoderne devono cadere davanti alla legge sovrana, che vuole tutti ugualmente a sé sottomessi.

Da questa «formazione» dell’individuo dall’alto prenderà vita il reclamo dal basso, dei singoli e del popolo, dei «diritti» e della libertà contro il sovrano, ovvero la rivendicazione pubblica di una energia politica che travalica l’obbedienza alla legge e l’obbligo di non-resistenza al sovrano, e che attraverso la rivoluzione sarà accolta in una nuova legittimità: quella dei cittadini.

Infatti, alla sovranità – benché voglia essere forza ordinata, e quindi non arbitrio né «potere selvaggio» – è essenziale la sconnessione fra il punto, la figura, la sfera: fra le ragioni dell’individuo, dello Stato (che della sovranità è il portatore principale), della società. Se la sua origine è una sfera di politicità diffusa, una pluralità di poteri, il suo obiettivo è di ordinare quella politicità rappresentandola, raffreddandola, incanalandola, istituzionalizzandola, trasformandola in geometrica giuridicità e in volontà imperativa puntuale; e il suo destino è di non potere mai del tutto sigillare l’ordine che instaura. Come coincide con l’ordine, così la sovranità lo può anche infrangere: implica tanto l’inclusione, la costruzione della figura geometrica e giuridica di un ordine ben delineato (composto di soggetti uguali, di cittadini), quanto, potenzialmente, l’esclusione, l’espulsione dall’ordine di un nemico.

Le figure di quella sconnessione sono il potere costituente, l’atto sovrano che fa sorgere l’ordine; la rivoluzione, l’eccesso di potenza sociale che si fa politica e agisce contro la sovranità esistente per generarne una nuova, più solida, potente, razionale (il ciclo sovranità-rivoluzione è l’asse della politica moderna); e la decisione sovrana sul caso d’eccezione, la rivoluzione dall’alto che agisce sospendendo l’ordinamento giuridico.

Nella sovranità c’è quindi, oltre che la normalità, anche la drammaticità della politica; l’equilibrio di forza e ragione, di politica e diritto, di comando e consenso, che essa realizza contiene un possibile squilibrio: forse controllabile, nelle forme della sovranità democratica costituzionalistica, certo non del tutto cancellabile. Ma chi per rifiutarne il lato conturbante nega la sovranità per sostituirla con altre funzioni d’ordine – il «dolce commercio», il diritto e i diritti, la fratellanza universale, la tecnologia globale, la governance privatistica – si vede piovere addosso la violenza e l’eccezione, il disordine e la paura.

Infine, va chiarito che la sovranità non è l’onnipotenza solitaria di un soggetto politico autarchico. Sovranità è realismo, esistenza consapevole di un Io collettivo, non ipertrofia dell’Io. La sovranità di un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come rapportarsi con l’ambiente esterno, come riconoscere gli interessi permanenti di uno Stato. Capacità che può anche essere perduta: e allora si hanno popoli, o soggetti, privi di sovranità. Quindi, sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà, anche la più pacifica e dialogante; e la sovranità come creazione della distinzione fra interno ed esterno non è necessariamente xenofobia, ma è volontà di delimitare uno spazio su cui il soggetto politico collettivo abbia diretto potere e responsabilità. La sovranità è quindi anche la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e sulle inimicizie: sono funzioni inerenti al fatto stesso che un soggetto politico esista.

Di conseguenza, la sovranità è sempre limitata, all’esterno, perché accanto a una sovranità ve ne sono altre: la sovranità è principio di pluralismo internazionale, in uno spazio che di per sé è anarchico. Accanto a questa limitazione orizzontale ve ne è poi una verticale: le sovranità entrano tra di loro in rapporti gerarchici (anche se formalmente ciò non si può ammettere); aree di influenza, alleanze squilibrate, dipendenze politiche ed economiche, disegnano un mondo di sovranità con differenti gradi di limitatezza, dalle potenze imperiali fino agli Stati vassalli.

Per concludere, la sovranitàesprime certezze e sicurezze, ma anche contraddizioni: economiche (conflitti di interessi), politiche (conflitti di potere), esistenziali (conflitti di libertà e volontà). Portatrice di problemi, oltre che di soluzioni, in essa si esprime l’essenziale serietà e rischiosità della politica, ma anche la capacità di un popolo di regolare in autonomia la propria vita e di tutelare i propri interessi.

2. La sovranità è stata l’obiettivo polemico delle potenze ostili alla politica e allo Stato. Il diritto ha infatti voluto vuole impedire che per la sovranità tutto sia possibile, ovvero ne ha voluto contrastare l’arbitrio, tanto all’interno (introducendo i diritti umani e le Corti costituzionali come limite alla sovranità) quanto sulla scena internazionale (imbrigliando l’esercizio delle sovranità attraverso trattati e istituzioni sovranazionali, per impedire il dilagare selvaggio delle volontà di potenza e per sviluppare la collaborazione pacifica). L’economia neoliberista, nel suo espandersi globale, ha a sua volta preteso di relativizzare l’esercizio delle sovranità, scavalcandole con la libertà di commercio e di scambio, avvolgendo il mondo nelle maglie della interdipendenza e del perseguimento cosmopolitico dell’utile, del profitto, indicato come finalità che deve essere assunta come principale anche dalla politica. La morale ha poi esercitato una critica asprissima contro uno degli strumenti di cui la sovranità si serve per garantire la sicurezza, cioè i confini, particolarmente in merito alla questione delle migrazioni. Mentre la sovranità divide e classifica secondo la cittadinanza, che è per definizione particolare, la morale unisce nel nome di valori universali, che coinvolgono l’intero genere umano senza differenza alcuna. Buona parte della filosofia, infine, chiede che la sovranità cessi di bloccare le infinite possibilità politiche della vita concreta, e cerca di valorizzare un radicale principio di pluralità e di movimento contro l’unità e la fissità che ineriscono alla sovranità. Pensare e praticare la politica senza la sovranità sarebbe da questi punti di vista un obbligo non solo scientifico (il concetto «sovranità» è obsoleto: non spiega più nulla) ma anche politico (lo strumento «sovranità» è controproducente: crea più problemi di quanti ne risolva) e morale (la sovranità è la prima portatrice sistematica di violenza anti-umana).

Vi sono in queste posizioni alcuni elementi storicamente comprensibili, e alcune istanze valide. Addomesticare la sovranità, generare la sovranità democratica e costituzionale, è stato lo sforzo dell’Occidente post-bellico, post-totalitario. Tuttavia, non si è verificata la vittoria completa dell’universale sul particolare, del diritto, dell’economia e della morale sulla politica. Le interne contraddizioni, le inefficienze, le crisi della globalizzazione, hanno fatto riaffiorare linee di frattura che sembravano neutralizzate e superate. All’interno, la crisi economica – o meglio, l’economia della crisi – ha prodotto disuguaglianze e ingiustizie che per essere gestite  richiedono rafforzamenti dell’esecutivo in senso tanto tecnocratico quanto emergenziale. E che alimentano, per contro, proteste anti-sistema che sempre più spesso prendono la forma di richieste di protezione dei ceti medi e bassi contro le insicurezze e le distorsioni della vita sociale e civile, una protezione che va nella direzione del rafforzamento “sovranista” dello Stato contro la pretesa che le presunte esigenze dell’economia dettino legge alla politica.

All’esterno, le dinamiche della scena internazionale sono poi ancora leggibili come esercizio della sovranità da parte di Stati grandi e medi, come manifestazione della permanenza degli interessi strategici nazionali. Infatti, le statualità più forti – sono poche (Usa, Cina, Russia) ma ad esse si aggiungono alcuni Stati capaci di proiezione di potenza (Francia, Regno Unito, Germania, Israele, Iran, Turchia, Arabia, India) – si muovono secondo le logiche della geoeconomia (cioè della distribuzione mondiale dei ruoli produttivi) e secondo le logiche, sovranamente interpretate, della geopolitica: gli Usa sono pur sempre «l’isola al centro del mondo», e, mentre affermano la libertà dei mari e rinnovano la dottrina Monroe (il caso Venezuela), controllano ancora le zone costiere della massa di Heartland, dalla Norvegia alla Corea; Russia e Cina cercano sempre, ciascuna a modo suo, di svincolarsi dalla stretta marittima statunitense; e l’Italia ha pur sempre da difendere le rotte attraverso le quali importa la maggioranza delle merci di cui ha bisogno. Tutto ciò avviene anche in modalità non tradizionali: la pressione russa sull’Europa può allontanare questa dagli Usa, che peraltro, impegnati nel confronto con la Cina, non ne fanno più il centro della loro strategia imperiale.

Quelle statualità restano insomma il centro di imputazione e di irraggiamento di potenza militare, economica e culturale, in uno spazio globale che ha nuovamente assunto un volto pluralistico (posto che lo avesse davvero superato negli anni Novanta, al tempo della globalizzazione trionfante). Certo, devono scontare un alto tasso di interdipendenza finanziaria (basti pensare che la Cina finanzia di fatto il debito degli Usa), un alto livello di conflittualità militare in forma di guerre asimmetriche o a bassa intensità, disperse in fronti diversi, e devono fronteggiare imponenti movimenti di migranti e di profughi: il mondo intero è attraversato da lineedi conflitto e da insorgenze nomadiche, e da nuove frontiere che cercano di arginarle e che delimitano vecchi e nuovi spazi politici, carichi di violenza.

Le sovranità, quindi, oggi sono immerse in un mare di relazioni economiche e culturali trasversali, in un oceano di migrazioni, in una tempesta di conflitti, che impediscono loro di essere “fortezze”; che stressano i confini, che all’interno facilitano il ricorso “normale” a strumenti d’eccezione. Una geometria complessa, che vede coesistere l’una nell’altra diverse scale di potere, forze e interessi tendenzialmente globali, conflitti e lotte locali, grandi potenze strategiche in antagonismo e in interdipendenza.Anarchia più che ordine, insomma. Ma questa non è una novità.

Anzi, significa che la sovranità sussiste anche nel mondo contemporaneo: non è svanita in un’universale governance contrattualistica, e neppure si è trasformata in un’unica dominazione globale. Il pluralismo delle sovranità ancora esiste, poiché la globalizzazione non è solo una grande convergenza verso un unico sistema di produzione, ma è anche l’emergere, all’interno di questa, di divergenze storiche, economiche, culturali, sociali, che si presentano come specifiche contraddizioni e disuguaglianze, che sono gestite in modo differenziato da decisioni, egemonie, esclusioni, che variamente organizzano nei territori la politicità che si genera nel sistema, e variamente la orientano in proiezioni di potenza, o in forme di subalternità.

3. La questione della sovranità in Europa, nella Ue, nell’Eurozona (spazi non coincidenti), è ulteriormente complicata. Qui siamo di fronte all’esistenza di Stati formalmente sovrani che hanno rinunciato a un pezzo di sovranità, quella monetaria, conservando però quella di bilancio, in capo a governi e parlamenti nazionali. Il che ha fatto nascere tensioni sempre più forti tra le regole (tendenzialmente deflative) non più a disposizione degli Stati e le esigenze delle società nazionali, esasperate da crisi e austerità, che proprio gli Stati devono soddisfare. Tensioni che danno origine, a loro volta, a fratture tra le aree ricche ed efficienti dell’Eurozona e quelle più povere e meno performative, facendo nascere confini ancora più impervi che in passato, gli spread. La Ue è oggi inchiodata a una «situazione intermedia», a una impasse tra Stati e Unione, che deve essere superata, ma non si sa in quale direzione. E che nelle more ha generato quelle richieste popolari di protezione, di ritorno allo Stato, di difesa dalle dinamiche globali e dalle regole europee, che si è soliti definire “sovranismo”. Richieste che non sono manifestazione di nuova barbarie ma di paurosi scricchiolii nella costruzione europea. E mentre si assiste al rilancio delle logiche sovrane, al perseguimento sempre più evidente degli interessi strategici nazionali, in Regno Unito, Francia e Germania, si accendono al contempo furiose polemiche anti-sovraniste, il cui senso va chiarito.

La polemica anti-sovranista in primo luogo è rivolta contro razzismi e xenofobie, che a quelle richieste interne di protezione si accompagnano; e quindi è giustificata quanto al contenuto, ma non dovrebbe estendersi al termine «sovranità» in quanto tale. È poi una polemica contro la pretesa di alcuni Stati di esercitare una aperta libertà rispetto alle regole economiche e finanziarie con cui è costruito l’euro, poiché in questa pretesa si vede la volontà di una più generale non-adesione all’attuale assetto della Ue: in tal caso quella polemica coglie in alcuni casi un intento politico reale, ma non va oltre il proposito di mantenere l’attuale «situazione intermedia», come se fosse a lungo sostenibile. Una terza accezione dell’anti-sovranismo è poi la polemica contro la sovranità dei singoli Stati nel nome della costruzione di una vera sovranità europea.

L’argomento anti-sovranista fondato sull’obiettivo di costruire una sovranità europea sembra il più forte, ma perché non si tratti di un mero artificio polemico e retorico, si devono individuare le condizioni politiche e strutturali di un simile processo. Una sovranità europea, gli “Stati Uniti d’Europa” dovrà presentare le caratteristiche della sovranità (come del resto chiedeva il Manifesto di Ventotene): forze armate europee, una politica estera europea – in un contesto internazionale che non si può sperare divenga, da anarchico e pericoloso qual è, pacifico e ordinato – una polizia federale, una politica giudiziaria, fiscale e del lavoro europea. Dovrà prevedere un sistema istituzionale in cui il Consiglio dei capi di Stato valga come il Senato degli Usa, la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l’esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch’esso direttamente dal popolo, con la conseguente “provincializzazione” della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, e dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente, che va liberato dalle sue destabilizzanti contraddizioni. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica.

Il che implica uno strappo, una discontinuità, che vanno parecchio al di là della semplice buona volontà, che in ogni caso nessuna élite politica europea dimostra. Implica una rivoluzione politica ed economica, un atto costituente su scala continentale, che non sembra al momento all’ordine del giorno presso nessuna delle élites di governo, al di là di affermazioni retoriche, e che in ogni caso renderebbe gli “europeisti” ancora più sovranisti degli odierni “sovranisti”; una sovranità europea, anche federale, sarebbe davvero un super-Leviatano.

4. Saranno le dinamiche storiche e politiche a decidere in che direzione si scioglierà la contraddizione entro la quale viviamo. Quanto si può dire fin da ora è che non è possibile ignorare la questione della sovranità, che è poi la questione della politica e della sua serietà. E ciò vale anche per l’Italia, che ha seri problemi di sovranità: quella strategico-militare è da tempo assorbita all’interno dell’Alleanza Atlantica, e il suo recupero non è praticabile né auspicabile (a parte ogni altra considerazione, i costi sarebbero immensi, e le finalità non chiare); quella economica è a dir poco dimezzata sia dalla nostra afferenza all’euro sia dalla non buona performance complessiva del Paese, nelle sue articolazioni pubbliche e private (efficienza del sistema politico, della pubblica amministrazione e della formazione di base e avanzata; tasso di innovazione e di produttività delle imprese e del lavoro; costi dell’energia), sia, infine, dalla mancanza, oltre che dell’elemento di “protezione” (di un praticabile e funzionante welfare), anche della “proiezione”, di un’idea geopolitica del Paese, che alla sovranità pertiene.

Inutile quindi rilanciare la palla ai futuri e auspicati “Stati Uniti d’Europa”: per farne parte, semmai ciò avverrà, occorrerà in ogni caso essere Stati robusti e consapevoli. Ci sono sfide politiche del presente da affrontare, interessi permanenti da tutelare, e la ricostituzione della nozione di sovranità è a tal fine uno degli strumenti indispensabili. Da utilizzare con realismo, senza demonizzazioni e senza esorcismi.

 

Pubblicato in «Limes», n. 2, 2019, pp. 159-165.

 

Intervista a Carlo Galli: nuova edizione spagnola del classico «Genealogia della politica»

Intervista con Gerardo Muñoz

 

 

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Professor Galli, the Spanish edition Genealogía de la política (Buenos Aires, unipe, 2018), a classic of contemporary political thought, has just been released in Argentina after twenty years. We should not forget that Argentina has always been a fruitful territory for the reception of Carl Schmitt’s work. Perhaps my first question is commonplace but necessary: how do you expect readers in Spanish to read your classic study?

Come ci ha dimostrato il compianto Jorge Dotti, la recezione di Schmitt in Argentina è stata imponente e pervasiva, e si è intrecciata con la riflessione filosofica, giuridica e politica sullo Stato e sul suo destino. Ho fiducia che il mio libro, grazie alla traduzione spagnola, possa interessare gli specialisti di Carl Schmitt – giovani e maturi – che sono numerosi e agguerriti, non solo in Argentina ma anche in Europa: dopo tutto, la Spagna stessa ha un lungo e fecondo rapporto intellettuale con Schmitt, che, come ci ha mostrato da ultimo Miguel Saralegui, può anche esser definito «pensatore spagnolo».

This edition comes out in a timely moment, that is, in the wake of the centenary of the Weimar Republic (1919-2019); a moment that Weber already in 1919 referred as a point of entry into a ‘polar night‘. Does Schmitt’s confrontation in the Weimar ‘moment’ still speak to our present?

Schmitt è stato il più grande interprete della Costituzione di Weimar, in un’epoca in cui non mancavano certo i grandissimi costituzionalisti. La sua Dottrina della costituzione è una diagnosi geniale della situazione storica concreta in cui i concetti politici della modernità si trovano a operare. Ed è stato anche il più acuto interprete (nel Custode della Costituzione e in Legalità e legittimità) della rovina di Weimar, causata da uno sfasamento gigantesco fra spirito e strumenti del compromesso democratico weimariano, da una parte, e, dall’altra, la polarizzazione radicalissima in cui la crisi economica aveva gettato il popolo e il sistema politico tedesco. Una democrazia senza baricentro politico funzionante, senza capacità di analizzare le proprie dinamiche e di reagire attivamente, è alla mercé di ogni crisi e di ogni minaccia. Questo è stato vero a Weimar fra il 1930 e il 1932 ed è vero in Europa anche oggi, al di là dello specifico modo autoritario che Schmitt aveva prefigurato (la dittatura commissaria del presidente del Reich ex art. 48). Certamente, oggi  le capacità dei sistemi democratici di gestire le crisi sono molto migliorate da allora; il neoliberismo ha molti mezzi per difendersi.  Ma anche oggi un sistema politico debole o incapace di analizzare le vere cause dei problemi (in Europa, il nesso  fra l’incepparsi del neoliberismo e  il dominio ordoliberista dell’euro) non può far fronte a crisi economiche e sociali radicali.

Weimar signaled the weakness of parliamentary democracy of a ‘belated nation’, and the rise of presidentialism. Schmitt never ceased reflecting on executive power in the fabric of democracies. As new presidential authoritarianism is developing in the West, is Schmitt’s political reflection proved right (presidentialism as a counter-force to Market domination)?

Siamo di fronte, oggi, a due debolezze: quella del parlamentarismo, che è vecchia di cento anni, e quella del mercato, che è vecchia di dieci anni (in riferimento all’Europa, quanto meno). La soluzione del presidenzialismo autoritario, del rafforzamento degli esecutivi per vie decisionistiche e personalistiche, sta avanzando: ma ho l’impressione che sia una risposta solo superficiale alla crisi dell’impianto neoliberista delle nostre società: che cambi molto a livello politico (e non sempre nella direzione giusta) perché non cambi nulla a livello dei rapporti di potere nella società, nei rapporti di produzione e nelle tutele giuridiche del lavoro. Insomma, ho l’impressione che la spinta a destra “anti-sistema” sia l’ultima risorsa del “sistema”. Da Schmitt abbiamo imparato che la politica non esige solo ordine ma anche energia, ovvero che non c’è ordine senza energia; e io credo che l’energia per affermare un nuovo ordine non possa essere monopolizzata da un capo autoritario che si colloca in un rapporto mediatico-plebiscitario con le masse: la proiezione verticale dell’energia, della lotta, deve partire dal basso, e giungere in alto, al vertice politico, attraverso i partiti, o in ogni caso attraverso soggetti collettivi forti, situati e determinati, non “vuoti”. Senza soggetti politici collettivi non c’è democrazia. Nel ricostruire soggetti di massa c’è l’inizio della soluzione del problema – certo, anche le istituzioni vanno rinnovate –, ma anche la sfida più grande.

Schmitt as a great thinker of sovereignty would have been interested in our present political transformation. Are we in a ‘Polanyi moment’, as you have characterized it recently?

Come sostengo nel mio ultimo libro – Sovranità (Bologna, il Mulino, 2019) – e come è ormai opinione diffusa, noi siamo oggi in un «momento Polanyi». Abbiamo conosciuto l’invadenza del mercato, e il fallimento delle sue pretese di autoregolazione che in realtà hanno prodotto distruzione della ricchezza pubblica e disuguaglianze abissali di quelle private, così che il legame sociale è saltato, compromettendo la stessa democrazia e gettando gli individui nell’insicurezza economica ed esistenziale (il soggetto attivo e ricco d’energia presupposto e promesso del neoliberismo si è rivelato pura ideologia). E abbiamo conosciuto la risposta difensiva della società, che sta chiedendo – anche se confusamente, perché è ancora impregnata di ideologia neoliberista e individualistica – più sicurezza, più Stato, più regolazione politica per arginare il potere immenso delle forze economiche private e corporate, che non ha più una dimensione socialmente costruttiva e ordinativa. Il dramma è che oggi, come negli anni Trenta, questa richiesta di sicurezza, di freno al capitale senza freni e senza limiti, è intercettata dalla destra, mentre la sinistra – che esprime di fatto le minoranze che nell’attuale sistema vivono bene –  la nega, la irride, la giudica “fascista”. E la destra dà, come si è detto, risposte solo parziali, inadeguate. Propone sì una politica “forte”, ma contro i deboli e contro i diritti democratici; non certo contro le potenze economiche. Propone sì “ordine” – che è un concetto positivo – ma un ordine esteriore, superficiale, che lascia intatto, o che tocca solo marginalmente, il disordine e l’ingiustizia sociale.

The interpretations of Schmitt’s juridical thought have flourished tremendously in recent years. There is Schmitt the Catholic, Schmitt the concrete Crown-Jurist during National Socialism, Schmitt the ‘Leftist Antagonist’, as well as a reactionary counter-revolutionary Schmitt. Your strong reading, however, favors a thesis of a Schmitt that thinks the ‘origin‘(arche) of the political. Is this reading capable of giving us, in turn, the ‘most original’ of Carl Schmitt’s thought?

L’attuale enorme fortuna mondiale di Schmitt ha almeno due rami, quello angloamericano e quello “latino”, che rispondono a due modi differenti di vedere lo stesso problema: la crisi del liberalismo e della  liberaldemocrazia, che pure sembravano trionfanti sulle alternative di destra e  di sinistra. In diversi contesti politici e istituzionali, in diverse tradizioni politiche, e quindi con accenti diversi e con impegni disciplinari diversi, si cerca in Schmitt un’alternativa alle tradizioni politiche occidentali del XIX e del XX secolo. Ma questa alternativa non è tanto ideologica (Schmitt è, da questo punto di vista, un pensatore apertamente reazionario) quanto metodologica: la grandezza di Schmitt sta nella genealogia, cioè nella sua idea che per capire la politica si deve comprendere l’origine concreta di un concreto assetto di potere e di sapere. E si deve capire che questa origine non è un fondamento stabile, ma un’energia, uno squilibrio, un conflitto, che stanno dentro ogni ordine, che lo relativizzano ma anche lo tengono vivo; la concretezza, in Schmitt, viaggia sempre insieme al nichilismo. La scoperta teorica della «origine della politica» ha poi come contropartita una pratica che può essere tanto rivoluzionaria (attivare nel conflitto una nuova origine: le rivoluzioni, il potere costituente) ma anche la «politica dell’origine», cioè la difesa extra-legale, decisionistica, di un assetto politico esistente, attraverso il richiamo alla sua legittimità originaria come fattore stabilizzante contro i nemici interni (una stabilizzazione attraverso l’esclusione, quindi). Potere costituente rivoluzionario e «sistema dei presidi» sono entrambi presenti, necessariamente, in Schmitt. Questo giurista opera la più radicale de-costruzione storica e genealogica dello Stato: infatti è presente in lui oltre che la difesa autoritaria dello Stato anche il tentativo (in epoca nazista) di andare oltre lo Stato, di cui ha dimostrato la storicità e la relatività. Ed è anche il più duro difensore dello Stato: come tale, tra l’altro, è oggi grandemente apprezzato in Cina, il “terzo ramo” della sua fortuna, che sia pure a rimorchio della letteratura scientifica americana, lo utilizza per legittimare gli aspetti autoritari del sistema politico comunista.

Following up on the previous question on the ‘appropriations of Schmitt’ for ideological projects. What is your opinion of Left-Schmittianism? Is that a project too limited? I am thinking here of left Schmittianism in certain populist political theories…

Ci si può appropriare di Schmitt a scopi ideologici: egli stesso ha legato il proprio pensiero a ideologie (una di esse, nefasta). Ma la sua importanza sta nella genealogia. Sotto il profilo pratico, è importante la sottolineatura della necessità che la politica sia energia prima che istituzione, conflitto prima (e durante) l’ordine. Ciò può essere accettato anche da sinistra. Ma ci si deve intendere sul radicamento e sulla serietà di questo conflitto, e sulla intensità di questa energia. Non sono favorevole al “populismo” se questo è un insieme di significanti vuoti, se è una “protesta”, se il popolo non si determina (e si divide) concretamente in classe (lavoratrice, subalterna, oppressa); e non sono favorevole alla “democrazia agonistica” se con questo termine si indica una pratica di disobbedienza civile o di scomposti riots. Non le moltitudini ma la sovranità è ciò che è pensato da Schmitt, che è un pensatore radicale e strutturale: addomesticarlo o utilizzarlo metaforicamente è inutile. La sua forza è che mette di fronte alla politica intesa come aut aut; e ci dice che prima o poi l’ aut aut si presenta; e ci sfida a individuarlo qui e ora. Non è un pensatore della norma, della quotidianità, né del processo dialettico. Non è un benpensante né può essere arruolato nell’opposizione mondialista al capitale mondialista.

In Genealogía de la política there is a strong reading that favors ‘spatiality’. The notion of space was also important for Schmitt, which he linked to the Roman Catholic Church (Rome as raum). How important that we pay attention what Schmitt has to say about space for our epochal transformation?

Schmitt è il grande nemico dell’universalismo: tecnico, morale, giuridico, economico. Per lui, l’universalismo è una interessata negazione della politica; è potestas indirecta. Lo spazio liscio (il mare) non ha qualità politica: l’ordine politico esige il nomos, il porre confini in terra, il prendere per delimitare. L’ordine è monistico-dualistico all’interno, e pluralistico all’esterno. L’ordine esige confini e sovranità, e cioè il nemico reale, concreto; non il nemico-criminale, il pirata, il nemico dell’umanità. Il rapporto di Schmitt con la Chiesa cattolica, poi, è complesso: da una parte c’è il rifiuto dell’universalismo inteso come potestas indirecta; dall’altra c’è l’esaltazione per l’ordine che essa realizza con la complexio oppositorum, che però è da lui attribuita esclusivamente alla Chiesa mentre lo Stato ne è costitutivamente incapace (e infatti si fonda sulla decisione-esclusione-delimitazione); dall’altra ancora c’è l’apprezzamento per il radicamento dell’universale cattolico nella concretezza dei «luoghi» (a differenza del protestantesimo). Ma a quest’ultimo proposito Schmitt dà più peso a «Roma» che al cattolicesimo, esibendosi in una funambolica identificazione fra Roma e Raum, che ha solo valore metaforico. Ma certamente in generale per Schmitt la politica si dà nello spazio, sia come forma sia come conflitto: nello spazio dello Stato o dell’Impero (ovvero del Grande Spazio).

The crisis of technico-economical domination during the twentieth century was countered by Schmitt’s thought with a strong and contradictory (complexio oppositorum) notion of political. The political was to be understood as a restraining force (Katechon). However, is not the political also today ruined, lacking legitimacy, always already fallen to techne? Are we in a post-Katechon epoch?

Io non identificherei il «politico» con la complexio oppositorum: la complexio è una modalità di ordine politico che non ha bisogno del «politico» (inteso come rapporto amico-nemico) perché si fonda sull’auctoritas in senso forte, che però nella modernità non è a disposizione dello Stato. Il «politico» è al tempo stesso concretezza e conflitto reale; è il modo immediato dell’esistenza politica moderna e non è di per sé un katechon, perché il katechon è una forma (e una forza) che  trattiene appunto il conflitto. Ma certamente il «politico» è un conflitto che che provoca la decisione, che tende alla forma, pur senza mai poterla compiutamente raggiungere;  è una concreta e cosciente parzialità. E quindi è katechon di fronte al conflitto assoluto, insensato, meccanico, moralizzato, che si genera nel mondo universalistico della tecnica; a questo conflitto Schmitt oppone il partigiano, portatore di un conflitto concreto. Il conflitto (indeterminato) si frena col conflitto (determinato), insomma. In ciò Schmitt è analogo a Clausewitz, che analizza la guerra reale, non quella assoluta. In ogni caso, oggi siamo certamente in un’epoca che per certi versi è post-katechontica, in cui cioè il conflitto è slegato dal suolo e dai confini (si pensi al terrorismo). E tuttavia è anche vero che oggi si va configurando nel pianeta un nuovo ordine spaziale, fatto dall’equilibrio precario fra Grandi spazi semi-sovrani – o di grandi e medi Stati in competizione con le grandi imprese multinazionali, oltre che tra loro stessi –, in un’epoca che è ormai post-globale. E che perciò torna a essere politica.

Finally, Prof. Galli, as you yourself have written in Guerra Globale(2000), conflict and civil wars have intensified in our times, something that Schmitt understood very well in his later writings, but that now have become a spatial and concrete operation of governing anarchy. Is Schmitt’s thought still the conceptual horizon to grasp our problems, or do we need to move beyond Schmitt?

Io credo che si debba andare «con Schmitt oltre Schmitt». Cioè che si debba rinunciare al peso reazionario della sua ideologia, e che lo si debba ambientare in un’epoca precisa, la crisi tedesca degli anni Venti, la tragedia degli anni Trenta,  e la crisi europea degli anni Quaranta. Credo quindi che da Schmitt non si debbano trarre «leggi» né «regolarità» eterne della politica. Credo però anche che, dal punto di vista intellettuale, la sua genealogia sia un acquisto permanente del nostro modo di pensare la politica; Schmitt ci ha insegnato a pensare concretamente, a interpretare la politica in modo serio e drammatico, a non cercarvi fondamenti e  stabilità, pur nella consapevolezza che l’ordine è indispensabile; e anzi a leggere nel tempo del disordine e dell’anarchia i segni dell’ordine possibile (per il quale va spesa energia, a partire da un conflitto reale). Ci ha insegnato a non credere alle soluzioni facili e semplici, tecniche o morali o “narrative”, delle questioni politiche. A pensare agli ordini come realtà necessarie e al tempo stesso contingenti. A pensare alla politica come energia e come istituzione. E non credo che di questo insegnamento ci dobbiamo o ci possiamo liberare, benché oggi si viva in un contesto politico interno e internazionale molto mutato rispetto a  quello in cui viveva e scriveva Schmitt. Il suo pensiero è parte fondamentale  di ogni pensiero critico, che voglia lasciarsi alle spalle il normativismo, il funzionalismo, e il neoliberismo.

 

Intervista pubblicata il 2 maggio 2019 in «Cuarto Poder» e in «The Clinic»

 

Primarie Pd

 

Alle primarie il Pd ha dato un flebile segno di vita. Nell’anno trascorso dalla sconfitta del 4 marzo 2018 il Pd  non ha fatto politica anche perché non ha avuto il coraggio di affrontare veramente la realtà – non ha mai svolto un’analisi del voto –, perché ha temuto che affrontandola si sarebbe spaccato. Infatti, dentro il partito democratico convivono linee interpretative della politica, della società, idee di Italia ed Europa, parecchio diverse. Ora, il  candidato che meno deve a Renzi, cioè Zingaretti, il quale più degli altri è accreditato di essere una persona di centro-sinistra e non di centro, non solo ha vinto, ma probabilmente è stato determinante, con la sua presenza, a far sì che il numero dei votanti diminuisse non di molto rispetto alle primarie del 2017 – le ultime vinte da Renzi, con 1 milione e ottocentomila partecipanti –. Il fatto che fra i candidati ci fosse Zingaretti, che bene o male è stato fatto passare come un momento di discontinuità – sia pure blanda – rispetto all’èra Renzi, ha fatto sì che gli italiani che hanno un orientamento di centro-sinistra si siano sentiti meno demotivati che in passato a partecipare alle primarie del Pd.

Però, resta ancora tutto da definire il contenuto di questa discontinuità, molto blanda: rispetto al rapporto fra l’Italia e l’Europa; rispetto al rapporto fra il Pd e i Cinquestelle, che è l’unico politicamente praticabile per un partito come il Pd, che – come gli altri partiti, del resto – si trova ad agire in un contesto proporzionale e non può avere una vocazione maggioritaria, perché non può pensare di prendere il 51 per cento dei voti, e non può pensare di affrontare le elezioni solo alleandosi con liste civiche. E dunque deve fare alleanze politiche presumibilmente prima, ma certissimamente dopo il voto. Le forze con cui allearsi non sono poi tante: o si condanna alla perenne opposizione o deve cominciare ad andare a capire qualche cosa dentro i Cinquestelle, i quali – da parte loro – sono abbastanza in crisi.

Su questo, lei ha detto poco fa «Il Pd ha dato un flebile segno di vita», cioè è vivo. Quanto, in realtà, l’esser vivo del Pd è direttamente proporzionale al malcontento di qualche elettore del Movimento Cinquestelle che prima votava Pd, poi è stato intercettato dal Movimento e ora, magari, torna a votare là dove aveva iniziato  a farlo?

Sì, non è del tutto errata l’ipotesi che una certa quota di elettori del Pd, che si era distaccata dal partito renziano per votare Cinquestelle, visto come si comportano i Cinquestelle al governo, cioè vista la loro insufficienza – diciamo così – , visto che c’era in campo Zingaretti, abbiano pensato di tornare a dare un voto a una candidatura che secondo loro può avere uno sviluppo un po’ più di sinistra rispetto al Pd centrista del passato. Ora il punto è che, se ciò è vero, Zingaretti deve alzare il profilo della sua asserita – più dagli altri che da lui, in realtà – discontinuità rispetto a Renzi. Adesso che ha vinto – e ha vinto molto e bene – ha il margine e la legittimità per porsi con una più forte discontinuità.

Nicola Zingaretti diceva per l’appunto che è l’uomo che meno deve a Renzi. Sono due uomini diversi ma uguali, secondo lei, dal punto di vista carismatico?

In realtà, se Zingaretti non vuole diventare come Martina, cioè l’ombra di Renzi, deve veramente prendere sul serio questa illusione di discontinuità che è stata creata intorno a lui, e cominciare a fare analisi politico-economico-sociali chiamando le cose con il loro nome, a fare dei mea culpa radicali, e a criticare le strutture fondamentali della nostra esistenza politica, a partire dal nostro rapporto con l’Europa.

Zingaretti ha superato il 65 per cento in regione. Anche questa regione si è dimostrata quindi pronta al cambiamento, alla rottura?

La regione Emilia-Romagna è da sempre, da quando è finita la Seconda guerra mondiale, schierata con il segretario del principale partito della sinistra o del centro-sinistra – in questo caso –, e non cambierà da questo punto di vista. È una regione governativa, pragmatica; è una regione che, essendo concentrata sulla produzione di beni e sulla produzione di una società civile coesa – quando ci riesce –, non ha voglia di entrare in conflitti con chicchessia, meno che mai col segretario del principale partito del centro-sinistra.

Mettersi al lavoro per lavorare ai contenuti.

Assolutamente sì. Pensiero, contenuti, strategia: è quello che ora il Pd deve fare, che finora non ha fatto; se non prenderà questa via, ciò costerà al Pd la perdita di questa chance che in un qualche modo con le primarie si apre; senza essere trionfalistici, probabilmente – ripeto – un segnale di esistenza in vita è stato dato. Una parte dell’Italia chiede che il Pd esista. È chiaro che una risposta va data.

 

 

Intervista realizzata da Maria Centuori per «Radio Città del Capo» il 5 marzo 2019.

Elezioni regionali in Abruzzo

Intervista con Alessandro Canella

 

Queste elezioni con il boom della Lega e la vittoria del centrodestra potrebbero avere un impatto anche a livello nazionale?

A livello soltanto teorico; naturalmente, si potrebbe dire: il Movimento 5 Stelle si spaventa di questo trend, e interrompe l’esperienza di governo. Ma siamo proprio nella teoria, perché – a parte il fatto che in Italia chi interrompe l’esperienza di governo, e in questo caso la legislatura, è solitamente punito dagli elettori nelle urne – di fatto sarebbe da parte del M5S una mossa irrazionale; proprio perché corre rischi reali, la strategia ragionevole davanti alla quale si trova, e che dovrebbe perseguire, è quella di mantenere vivo il governo e di pretendere dalla Lega che alcune istanze qualificanti del M5S trovino soluzione a livello di azione di governo, trovino maggiore risonanza e siano meglio comunicate ai cittadini. Perché, effettivamente, il M5S è stato un po’ oscurato dalla molto superiore capacità di manovra della Lega, benché la Lega sia – a livello di rappresentanza, in questo momento, in Parlamento – la metà del M5S, o quasi.

Altro discorso è semmai la tentazione – che mi sembra un po’ più verosimile – della Lega stessa di capitalizzare immediatamente il suo crescente successo; eppure, anche in questo caso, potrebbe essere una scelta non felice, perché – ripeto – interrompere un’azione di governo, fare andare il Paese a elezioni molto anticipate, genererebbe una situazione di grande disagio che potrebbe, con ogni probabilità, ritorcersi contro i responsabili: cioè, in questa ipotesi, la Lega. Io penso che il governo continuerà la propria esistenza, e che vi sarà da parte del M5S il tentativo di rendere più forte la propria presenza, la propria capacità di essere visto dai cittadini.

Come dire che i corteggiamenti, mai cessati dalle elezioni a oggi, di Berlusconi a Salvini non sarebbero comunque propizi per la Lega, nonostante in questi mesi abbiamo visto diversi screzi all’interno della maggioranza su diversi temi…

Gli screzi ci sono perché questi sono partiti diversi, e tuttavia sono uniti dalla comune avversione verso l’antico regime, chiamiamolo così: prima di tutto verso il Pd, e poi anche verso Berlusconi, che è assolutamente detestato dalla base e dai vertici dei Cinquestelle. Salvini, in questo momento, può giocare su due forni su diversi livelli: a livello nazionale sta con il M5S; in moltissimi livelli regionali e locali sta con la destra. È in una posizione di grande vantaggio, e tuttavia per ottenere un governo di destra – cioè Lega più Forza Italia – sono necessarie elezioni anticipate; e siamo daccapo. Posto che Salvini ne senta la necessità.

In ogni caso visto che la Lega di Salvini ha dimostrato capacità politiche, indubbiamente, al di là di come uno la pensi a livello programmatico, questo trend è destinato a crescere secondo lei?

Sì, è destinato a crescere, anche se i sondaggi danno un  calo molto lieve della Lega in queste ultime settimane a livello nazionale: nei sondaggi è data intorno al 34 per cento, dopo aver raggiunto a un certo momento il 35; ma, insomma, siamo a livelli stratosferici. In realtà, intorno alla Lega si va formando il blocco sociale che era stato prima di Berlusconi e prima ancora della Democrazia Cristiana. Al di là dei cambiamenti di accento, al di là del cambiamento di cultura politica molto deciso, al di là di tutti questi cambiamenti, l’Italia “moderata” – nel frattempo divenuta parecchio più insofferente – si va progressivamente riconoscendo nella Lega. È un’Italia doppia: da una parte è un’Italia che riesce a vivere nell’attuale momento politico ed economico, dall’altra è un’Italia (un’altra Italia) che al tempo stesso protesta duramente contro lo stato di cose esistente. Al Sud il voto di protesta che era andato ai Cinquestelle si sta coagulando intorno alla Lega; mentre nel Nord la Lega prende i voti di popolazioni che godono di livelli di esistenza politica, economica, sociale e organizzativa molto superiori a quelli del Sud. Riuscire a fare stare insieme realtà così diverse è un segno tipico di egemonia: l’avevano i democristiani, l’aveva Berlusconi, lo sta avendo, di fatto, in questo momento Salvini.

Intervista realizzata l’11 febbraio 2019 e pubblicata nel sito web di Radio Città Fujico.

Pensierini per l’anno che viene

 

Che dire? Il solito commento all’abile discorso del Capo dello Stato – una serie di ammonimenti al governo e alle ideologie che lo supportano, confezionati all’interno di ineccepibili riferimenti a valori costituzionali –. La solita serie di profezie caute e dubitose – fino alle elezioni europee non cambia nulla; no, ci sarà presto la crisi di governo (questa è di Renzi) perché i pentastellati si sono accorti che stanno perdendo terreno a causa della spregiudicatezza della Lega (e non a caso entrambi i partiti di governo rilanciano le proprie proposte più demagogiche: legittima difesa e taglio degli emolumenti dei parlamentari) –. Il solito dibattito sull’immigrazione – per fortuna ci sono i sindaci, vero contropotere popolare, che con la loro disobbedienza civile mettono il governo all’angolo; ma per favore! è pura propaganda, e poi, proprio sull’immigrazione la sinistra deve qualificarsi? ha forse scambiato i migranti per il nuovo proletariato, spingendo così quello vero a votare a destra? –. Il solito arrampicarsi sugli specchi a proposito della manovra economica – è scritta col cuore, genera giustizia e sviluppo, siamo usciti bene dalla lotta contro Bruxelles (che Dio stramaledica l’Europa!); no, è scritta coi piedi, è sbagliata, ingiusta, priva di prospettive (e per fortuna che Bruxelles ha umiliato il governo, obbligandolo a riscriverla: evviva l’Europa e i mercati, e forza spread!) –.

In verità, la solita assenza di un decente dibattito politico e intellettuale, la solita incapacità di individuare un fulcro, di andare alla radice dei problemi, la solita pigrizia intellettuale della sinistra che si appaga di due parole (populismo, sovranismo) con cui spiegare la propria sconfitta. La solita generalizzata volontà di rimanere alla superficie, così che l’odio di tutti contro tutti, il rancore e il disprezzo universali, nascondano le cause strutturali del nostro disagio.  Da una parte i resti delle élites mainstream  non hanno altra risorsa che insultare i vincitori (sono razzisti, populisti e sovranisti, poveri, ignoranti e cattivi) – come se l’analisi di Gramsci sul fascismo si fosse ridotta a sostenere a gran voce che Mussolini era un prepotente semi-analfabeta, e per di più fascista –; dall’altra le nuove élites(si fa per dire) insultano  i perdenti perché sono ricchi e colti (sarà poi vero?), utilizzando epiteti come “professoroni di sinistra” (questa l’avevo già sentita in bocca a Renzi) e travolgendo nella loro rabbia insopportabili manierismi, autentiche ingiustizie e caposaldi della democrazia.

Ma ci saranno pure delle origini materiali del disorientamento,  della impotenza, della delusione, della infelicità, della esasperazione individuali e  di massa –. O forse gli italiani si sono incattiviti perché hanno letto i libri sbagliati (Evola e non Rawls), o per una misteriosa epidemia di insofferenza verso l’Altro? L’insicurezza (sotto tutti i profili: dalla disoccupazione alla micro-criminalità) e le disuguaglianze (di ogni tipo) generate nel presente dalle contraddizioni del paradigma economico-politico,  insieme al sospetto che nel futuro siano insuperabili, che siano un destino, non bastano a spiegare la sfiducia nella democrazia? Non bastano a mettere in dubbio la capacità propulsiva del neoliberismo e le virtù salvifiche dell’Europa ordoliberista?

Se la politica nel 2019 – a sinistra, perché la destra nel caos si muove benissimo, dato che ha come obiettivo di cambiare tutto perché nulla cambi – proverà a mettere un po’ d’ordine nella propria esistenza, se prenderà la forma dei movimenti civici prima che anche in Italia si affermi una protesta incontrollabile come avviene in Francia, se uscirà dai sermoni e dalle invettive per elaborare un’idea praticabile e comunicabile del presente e del futuro, un’idea (non zuccherosa) di società, d’Italia e  d’Europa, se inizierà a coniugare passione e analisi, critica (di se stessa, e al contempo del mondo che fino a ieri ha governato) e progetto, questo che inizia sarà un buon anno. Altrimenti, qualunque cosa succeda,  sarà la ripetizione, in peggio, di quello passato: del degrado, dell’impotenza, della vuota recriminazione.

 

L’articolo è stato pubblicato con il titolo Che dire? E che fare?,  in «La parola», gennaio 2019

La crisi dell’Europa e la sinistra che non c’è

I risultati elettorali in Assia e in Baviera confermano il trend di sgretolamento dei partiti dell’establishment, di centro e di centrosinistra. Come la pelle di zigrino il loro spazio politico si riduce senza sosta, e al contempo le loro aspettative di vita.

È un trend iniziato con la Brexit, proseguito con le elezioni italiane del 4 marzo, confermato dalle vittorie politiche delle forze illiberali in parecchi Paesi dell’Europa centrale. È l’inabissarsi del progetto “atlantico” del secondo dopoguerra, che voleva far coesistere l’economia sviluppata, la democrazia liberale sociale, e la costruzione in Europa di istituzioni sovrastatuali. Ed è il tramonto delle élites, e dei partiti, che lo hanno sostenuto e vi si sono identificati.

Inabissamento e tramonto che non sopraggiungono per cause esterne, ma per le interne contraddizioni che sono esplose quando quel progetto atlantico ha incrociato la globalizzazione, quando la civiltà keynesiana si è trasformata in civiltà neoliberista, quando la costruzione europea, tutta funzionalista, si è trasformata nel dominio dell’ordoliberismo, nell’Europa di Maastricht, dell’euro, di Lisbona. Cioè in un’Europa unita dall’euro ma non dalla politica, da regole e discipline ma non dal consenso dei popoli.

Un’Europa minacciosa per l’Inghilterra, che non ne ha sopportato la burocrazia e i vincoli comunque sussistenti – benché non fosse entrata nell’euro – interpretati come costi e imposizioni ben più gravi dei benefici che ne derivavano. E così ha abbandonato la nave prima che affondasse, alle prime avvisaglie delle crepe. Per lei la civiltà atlantica sarà sostituita dalla “relazione speciale” con gli Usa, se Trump ne vorrà ancora sentire parlare.

Un’Europa minacciosa per la stessa Germania, continuamente angosciata dal rischio che il suo marco, ribattezzato euro, sia messo a repentaglio dalle cicale mediterranee e dai loro debiti incolmabili. Una Germania che a livello macroeconomico ha avuto dall’euro tutti i vantaggi – ha attratto capitali, ha accumulato un enorme attivo commerciale con il proprio mercantilismo, ha speculato con le proprie banche sulle sofferenze bancarie dei Paesi più deboli, ha imposto il proprio ordine economico ai Paesi che la circondano –. Ma non ha saputo dare all’Europa un’idea, e anzi ha sempre rivendicato la propria sovranità come criterio fondamentale della propria condotta, restando al di qua di ogni slancio egemonico reale, e minando così anche la lealtà degli altri Stati verso la costruzione della Ue. E soprattutto la Germania – e la Spd – è stata disposta con le riforme Schroeder-Hartz ad abbassare drammaticamente il livello dei salari (i mini-jobs) pur di consentire il funzionamento del sistema. Ebbene, la società tedesca sta proprio dimostrando che questo calcolo è fallito. Persino nel Paese che ne trae maggiori benefici questa forma di capitalismo è rifiutata da parti sempre più larghe della società.

È così che si spiega l’uscita dei voti dai partiti dell’establishment verso partiti che lo contestano. Certo, in modo diverso. I Verdi sono un partito democratico con qualche esperienza di governo, dall’ancora incerta linea di politica economica, che punta sulla ecologia sui diritti e sull’accoglienza. Ma dovrà affrontare le questioni economiche di fondo, la compressione dei salari, e dovrà rompere almeno nel breve periodo l’alleanza ordoliberista fra politica ed economia a proposito del tema dell’inquinamento – le conseguenze del non dimenticato dieselgate –. Un’agenda tutta da verificare, per un partito votato proprio perché parzialmente fuori dai giochi – mentre si profila, ora, come il perno delle future maggioranze di governo.

Mentre del tutto fuori dai giochi, e dalla democrazia, è l’altro vincitore di queste tornate elettorali, la AfD, il cui profilo, divenuto estremista, ha trovato il consenso dei ceti operai più deboli, che alla destra chiedono di essere difesi da dinamiche economiche percepite come insopportabili. Naturalmente la richiesta di difesa passa primariamente attraverso l’insofferenza identitaria verso i migranti. Il voto alla AfD vuole significare se non un’adesione a ideologie criminali del passato – in quanto tali fortemente tabuizzate – certo una rottura totale con l’establishment.

L’Europa è apparsa una minaccia anche agli italiani, che hanno visto nelle disuguaglianze crescenti, nella disciplina dell’euro e nelle migrazioni dall’Africa un giogo e una sfida insopportabili. E che hanno abbandonato il Pd e Fi, pilastri dell’establishment, votando partiti che si sono presentati come anti-sistema, uno apertamente di destra, e l’altro velleitario, sfumato e incerto nei contenuti, oscillanti fra il giacobinismo e l’attaccamento vetero-democristiano al potere, fra il culto ingenuo della tecnica e le superstizioni antiscientifiche. Un partito, il M5S, assai diverso dai Verdi tedeschi, ma che, in linea teorica, potrebbe evolvere, in alcune sue parti, verso posizioni analoghe a quelle di Podemos. Mentre la Lega è molto più stabile e riconoscibile come partito populista di destra, in cui sono destinate a prevalere prossimità e continuità rispetto alle esigenze di fondo dell’attuale forma dell’economia, fatte salve alcune issues irrinunciabili come la riforma della legge Fornero.

In ogni caso, tanto in Inghilterra quanto in Germania quanto in Italia, con forme diverse si è consumato un taglio con la Ue e con l’ideologia economica che la sottende, ma anche con l’esperienza democratica – la democrazia liberale e sociale, del resto ampiamente vulnerata dallo stesso establishment, che l’ha ridotta a pseudo-democrazia, ora non pare più un orizzonte indiscutibile nemmeno per i cittadini –. I quali non vogliono rinunciare all’euro, ma ne combattono la logica di fondo, perché hanno capito che all’euro è stato affidato il compito di essere il «vincolo esterno» (per i tedeschi, in realtà, il vincolo storico che ha accompagnato la loro esistenza post-bellica), la forza non politica ma facente le veci di quello «Stato forte» che secondo l’ideologia ordoliberista deve spoliticizzare l’economia, cancellandone i conflitti e legittimando le disuguaglianze. Volere l’euro senza la sua logica è naturalmente contraddittorio, e dà origine appunto alla scelta di destra, cioè allo spostamento della protesta contro qualche altro obiettivo: i migranti e la Ue per l’Italia, i migranti, la Ue e i Paesi mediterranei per la Germania. E proprio l’assenza dell’euro consente al Regno Unito di sviluppare la sua protesta contro la Ue senza ricorrere alla destra, ma anzi rafforzando un partito laburista fortemente spostato a sinistra.

In generale, assodato che le società occidentali sono entrate in un “momento Polanyi”, caratterizzato dalla richiesta di difesa politica contro l’invadenza economica, ora si deve comprendere che contro la politica “indiretta” veicolata dall’euro è in atto in Europa una ricerca di politica “diretta”; che cioè al funzionalismo e ai suoi effetti si sta cercando di opporre una nuova soggettività politica reale, riconoscibile, attivabile dagli stessi cittadini e non dalle élites. Era inevitabile che questa nuova soggettività fosse il vecchio Stato, percepito ancora in qualche rapporto col popolo – questo rapporto è la sovranità democratica –, mentre la Ue non ne ha alcuno (ed è per questo che naufraga); sarebbe invece forse evitabile che all’interno del ritorno allo Stato e alla sovranità democratica la linea prevalente fosse quella della destra, di una soggettività illiberale, di una democrazia reazionaria; intorno a un altro soggetto sarebbe in linea teorica possibile costituire il perno politico della statualità: non la nazione interpretata da destra ma la classe, o più in generale il popolo democratico del lavoro. Ma naturalmente per rendere reale questa possibilità sarebbe necessaria una sinistra che anziché fare il tifo per Bruxelles e per lo spread si rendesse conto che la Ue è indifendibile e forse anche irriformabile, e riflettesse senza inibizioni sul futuro di un’Europa sociale in cui convivono liberi Stati, liberi popoli e nuove élites. Ma questa sinistra non c’è; e fra queste élites non ci sarà.

A sinistra: da dove ripartire?

Intervista con Virgilio Carrara Sutour

Professor Galli, parlando della distanza della sinistra e del centro-sinistra dall’elettorato che vorrebbero rappresentare, del loro eterno dividersi e della conseguente incapacità a reagire a forze che si accaparrano elementi del loro discorso, da dove possiamo partire per ricercare le cause di questa condizione?

Il fatto di parlare, allo stesso titolo, di ‘sinistra’ e di ‘centro-sinistra’ costituisce in sé un indice di indeterminatezza su ciò che oggi la sinistra è.

Con ogni evidenza, il centro-sinistra si è posto come architrave dell’attuale sistema socio-politico ed economico. Ciò ha funzionato finché il sistema ha avuto un minimo di capacità produttiva, di ordine e benessere. Quando il sistema, nel 2008, è andato in crisi (benché le ragioni della crisi siano insite nella sua stessa natura), la politica italiana è stata sospesa: abbiamo avuto governi tecnici sorretti in Parlamento quasi da tutta l’Assemblea. In seguito, abbiamo avuto un centrosinistra – la fase renziana – che ha promosso una serie di riforme funzionali a un assetto tutt’altro che ‘di sinistra’.

Ossia?

Allo scopo di rendere il sistema sociale ed economico più funzionante, conservandone tutte le contraddizioni interne, alcune riforme sono state fatte (il ‘Jobs Act’, la ‘Buona Scuola’); altre sono fallite: la Costituzione. Di fatto, il centro-sinistra non ha saputo – questo è il punto – individuare e, men che mai, correggere le contraddizioni del sistema, che produce più disagio che benessere, più povertà che ricchezza. Inoltre, quando produce ricchezza, non la distribuisce equamente. Il sistema genera disuguaglianza crescente e priva i cittadini, soprattutto i giovani, di un ragionevole futuro.

Tutto questo non è stato approfondito e compreso dal centro-sinistra?

Non lo ha capito o non l’ha voluto capire. Alla prima occasione, non appena i cittadini hanno avuto l’opportunità di esprimersi con il voto, la loro scelta è andata contro l’architrave politico del sistema, cioè il PD, e contro il suo contraltare di destra, cioè il partito di Berlusconi. La sinistra – è ora di porre termine a questa confusione – non è il centro-sinistra.

Come può essere definita?

Come una forza di critica e di cambiamento, in senso democratico e progressista. Per ‘critica’ intendo una forza culturalmente dotata, capace di analizzare la società cogliendone il lato conflittuale, in vista o di un rovesciamento degli attuali rapporti di forza o, in ogni caso, di riforme strutturali dirette a imbrigliare la potenza del capitale, non a lasciarla correre indisturbata.

In Italia, una sinistra di questo tipo, di fatto, non c’è. Non c’è un Corbyn, per intenderci. La ragione principale è che, al di là del PD che non è di sinistra, la sinistra è poca cosa: culturalmente irrilevante e divisa al proprio interno – come dimostrano le tragicomiche vicende di LEU.

In ogni caso, tanto quando è architrave del sistema, tanto quando ne vuole essere critica, ovvero sia quando è centro-sinistra sia quando è sinistra, le forze di cui parliamo hanno assorbito fattori, elementi, suggestioni e punti di vista del sistema, in misura tale da non essere capaci di farlo funzionare, né di contrastarlo seriamente.

In che cosa si è tradotto, per la sinistra, questo processo di assorbimento?

Pensiamo soltanto che la sinistra ‘alternativa’ è, praticamente, tutta mondialista: su questo punto, che è decisivo, è perfettamente in sintonia con il neoliberismo. Detto altrimenti, la sinistra non ha alcuna consapevolezza dell’esigenza maturata dentro la società italiana – ma non solo qui – di difesa, di tutela rispetto ai fattori più perturbanti del nostro tempo: mercati e migrazioni. Volendo offrire a questo dato uno spessore storico, penso al Karl Polanyi di La grande trasformazione (1944): l’analisi della nascita dei fascismi come domanda delle società di essere tutelate rispetto a una precedente fase di liberismo estremo. In un dato momento, al predominio della funzione privata – che, tra l’altro, ha provocato gravissimi scompensi – le società oppongono la richiesta di un predominio della funzione pubblica, cioè dello Stato.

Naturalmente, con questo non intendo affermare che il fascismo sia stato veramente una tutela dalle dinamiche del capitalismo: ne è stata piuttosto una variante. Né intendo affermare che l’attuale fase politica sia analoga alla nascita dei fascismi europei. Le forze politiche che, avendola intercettata, stanno approfittando di questa fase, sono forze di destra, ma non sono fasciste, non avendo del fascismo alcuni assunti: la violenza politica come metodo, la guerra come finalità. Soprattutto, non hanno del fascismo il culto dello ‘Stato potente’.

Però ci sono elementi di violenza molto forti.

Sì, ma non sono elementi di violenza ‘sistematica’: la coincidenza tra politica e violenza, oggi, non è accettata da nessuno. Banalmente detto, chi afferma oggi che l’omicidio politico non sia un omicidio, ma una misura opportuna? Né la guerra è vista come finalità della politica, come invece era per il fascismo.

Una parte di questa violenza, però, è confluita nelle politiche securitarie alle quali si assistiamo in diverse realtà nazionali, compresa la nostra.

Appunto: mentre la fase fascista aveva sia una componente securitaria sia una componente di aggressività tanto interna quanto esterna, oggi invece prevale di gran lunga la semplice richiesta securitaria e solo in parte identitaria. Le società europee stanno chiedendo un ‘alt’ alle dinamiche economiche (che coniugano liberismo e austerità) imposte da Bruxelles e all’immigrazione. Queste sono le due grandi richieste, che però non vanno oltre: non sono prodromiche allo sviluppo di una ‘volontà di potenza’, anzi sono richieste molto piccolo-borghesi che non presentano niente di eroico e aggressivo.

Gli episodi di violenza contro i migranti non generano consenso. Nella peculiarità del caso italiano, ha invece prodotto dissenso, in un’opinione pubblica già esasperata dalla crisi, la palese incapacità dei Governi della XVII legislatura a gestire il flusso migratorio. La rabbia nei confronti dei migranti rappresenta un elemento accessorio rispetto alla gravissima crisi socio-economica che ha colto il Paese e dalla quale l’Italia non si è ripresa, a differenza di altri Stati europei – al di là del fatto che il modello economico contenuto nell’euro è un modello deflattivo, che non consente grandi sviluppi dell’economia.

Questa esigenza passiva di difesa nasce dai ceti più deboli della società, quelli che patiscono di più le logiche dell’euro. La crisi di quelle logiche non è stata ravvisata; oppure, se lo è stato, è stata derisa e negata dal centro-sinistra, ma anche dalla sinistra. Il primo fa parte dell’establishment e ha introiettato un unico ordine (politico, economico e sociale) possibile: quello vigente, che, secondo il principio thatcheriano del TINA (there is no alternative), dovrà risultare buono e giusto per chiunque.

La sinistra in senso proprio, in ogni caso numericamente priva di peso, non ha colto diverse caratteristiche della crisi.

Un esempio di questa miopia?

La sinistra chiede ancora più Europa, senza porsi il problema di ‘quale’ Europa si prospetti: aumentare il peso dell’Europa nel suo attuale assetto istituzionale ed economico porta palesemente ad aggravare la crisi, non a risolverla. Il chiedere, poi, un’apertura incondizionata dell’Italia ai diversi flussi migratori le aliena la stragrande maggioranza dei consensi degli italiani.

Il centro del consenso – lo dimostra la campagna di Salvini, a costo zero – sembra dipendere dalla questione migratoria, che diventa centrale o quantomeno equiparata a quella economica.

Abbiamo una richiesta di protezione su due fronti (economico e migratorio), che identificano fenomeni entrambi strutturali. La sinistra non riesce a mettere ordine in questo mare di problemi, mentre la destra li vede, perché più spregiudicata, più superficiale e più abile, offrendo protezione: tanto sul versante economico (ricordiamo la polemica anti-euro che c’era nella proposta della Lega), quanto su quello delle migrazioni. E gli italiani ci credono.

In tutto questo, dove si colloca il Movimento 5 Stelle?

I 5 Stelle sono un fenomeno che, prima o poi, da qualche parte deve ‘cadere’. Più facilmente – o, diciamo, ‘maggioritariamente’ – cade a destra, benché all’interno del Movimento molti voti e alcune intuizioni (che non vanno al di là delle intuizioni, cioè non diventano sistema di pensiero), un tempo, stessero a sinistra.

È molto probabile che l’offerta di protezione della destra contro il capitalismo e contro i flussi migratori sia, entro certi limiti, efficace nel secondo caso ma, al tempo stesso, che non riesca (o non voglia) fornire adeguata protezione rispetto alle logiche più dure del capitalismo. Non a caso, sotto il profilo economico, la vera richiesta della destra ha a che fare con le pensioni e non, ad esempio, con l’Articolo 18. Se si vuole proteggere la società dalle logiche del capitalismo, si deve rafforzare il potere dei lavoratori: il loro status giuridico, la loro capacità economica, il loro peso nelle lotte sindacali, puntando su un’economia fondata sulla domanda interna e non sull’esportazione. Tutte cose che la Lega non si sogna nemmeno lontanamente di fare. Mentre, probabilmente, è nelle corde della Lega aiutare il proprio elettorato ad andare in pensione presto, cosa che non è di per sé sconvolgente sotto il profilo politico – può esserlo, se mai, sotto quello dei conti.

Esiste il ‘nazionalismo’ leghista?

Una vera politica nazionalistica non costituisce un tratto distintivo della Lega, perché per fare nazionalismo ci vuole cultura: non basta dire che il presepe è più bello dell’albero di Natale, né che gli italiani sono cristiani anziché islamici. Per fare del nazionalismo bisogna essere in linea con la tradizione nazionale, cioè conoscere Dante, la storia italiana, la storia dell’arte… Ed esaltarla, il che – dico io – è in sé negativo, mentre conoscerla sarebbe un bene per tutti.

Sappiamo che, a destra, questa conoscenza non c’è; ma non c’è nemmeno a sinistra. Comunque sia, dissento fermamente da chi afferma che siamo di fronte a un’impennata del nazionalismo. Quale nazionalismo? Quando l’Europa era in preda ai nazionalismi – quelli che determinarono la Prima guerra mondiale – gli intellettuali erano almeno capaci di interpretare la cultura nazionale. Oggi chi lo fa? Siamo davanti a un’impennata di paura, molto più banalmente.

Si può spiegare questa paura con un’unica, grande causa?

La causa prima è l’insicurezza economica: in sostanza, l’individuo ha perduto il controllo sulla propria vita. Questo è il tema di fondo. Ti passa tutto sopra la testa a opera di poteri che non si riescono non solo a porre sotto controllo, ma nemmeno a individuare.

La democrazia è, in primis, retta dall’idea che la politica si trovi sotto il nostro controllo, ovvero che capiamo quello che succede perché siamo noi a farlo. In secondo luogo, la politica democratica è, almeno, trasparenza: anche se il potere è gestito dagli altri, dalle élites, siamo noi a legittimarle e a chiedere conto. L’impotenza davanti a forze non individuabili (che cosa sono i ‘mercati’? Chi sono i ‘migranti’? Da dove arrivano?) e la conseguente percezione di vivere in un contesto fuori controllo generano quel sentimento primordiale che è la paura.

La sinistra e il centro-sinistra hanno fatto di tutto: non per eliminare le cause della paura, ma per dire agli italiani che sono degli stupidi, dei selvaggi e dei barbari, se hanno paura: mi sembra assolutamente folle, anche sotto il semplice profilo del buon esito della propria proposta politica.

Cosa è mancato a quelle proposte?

Bisogna ascoltare le ragioni di chi ha paura, capire che cosa teme allo scopo di eliminarlo, non di opporvi prediche e buoni sentimenti. Parliamo di paure altamente giustificate, soprattutto quelle inerenti alla nostra condizione socio-economica. In una situazione di paura, i cittadini non si sono certo rivolti a Bruxelles per farsi difendere, né all’ONU. Si sono rivolti all’unica realtà istituzionale che conoscono, per la quale votano e che identifica la loro soggettività giuridica pubblica: lo Stato. Da qui nasce l’accusa di ‘sovranismo’: un’accusa sbagliata e concettualmente fallace, perché l’idea che esiste la sovranità popolare (ossia: sono i cittadini che comandano, non i mercati) è contenuta nella Costituzione e quindi non è un ‘ismo’, una tendenza di parte, ma è patrimonio di tutti.

Questi sono discorsi che stanno benissimo a sinistra. Tuttavia, per motivi di compromissione con il potere (il caso del centro-sinistra) o di incapacità culturale (la sinistra), essi non sono stati rilevati. Sono stati, invece, raccolti entusiasticamente dalla destra che vi ha fatto rientrare le sue scarse vedute e i suoi pregiudizi. Per cui la sinistra deve piangere se stessa per quanto sta succedendo in Italia: se Salvini vince le elezioni, non è colpa sua, ma di chi lo lascia vincere, dicendo ai cittadini che sono dei deficienti o dei barbari.

Secondo Lei la sinistra è in grado di rifondare un proprio discorso? Ci sono esempi storici che potrebbe recuperare?

L’Italia uscì dal fascismo attraverso una guerra, scatenata e persa dal fascismo, dentro la quale si è inserita la Resistenza. Poiché nessuno evidentemente auspica tragedie, occorrerà molta pazienza. Tranne che i rappresentanti dell’attuale Governo non commettano errori così gravi da alienarsi il proprio elettorato (quello che sperano in tanti), bisogna ricominciare da capo.

In che modo?

Smettendola di pensare che la sinistra debba avere più amici tra gli imprenditori che non tra i sindacalisti. Facendola finita con l’idea che centro-sinistra e sinistra siano la stessa cosa, e che non ci siano differenze di interessi all’interno della società, perché queste differenze ci sono. È giusto dire a una persona: ‘Non sei titolare di alcuna tutela perché il capitalismo vuole flessibilità’?

La sinistra non è nata per favorire il capitale e le sue ragioni, ma per analizzare la società da un punto di vista specifico, quello del lavoro e per organizzarne gli interessi e i valori. Concettualmente è facilissimo dire a qualcuno: ‘Faremo una legge perché tu possa essere licenziato, perché il capitalismo di oggi funziona così; ma non ti preoccupare, perché il capitalismo funziona tanto bene che, se ti licenzia un’impresa, il giorno dopo un’altra sarà pronta ad assumerti’. Affermare questo è facile, ma criminale: il capitalismo odierno funziona distruggendo il lavoro, non creandolo, perché non ne ha bisogno. E infatti, in ultima analisi, un’ipotesi come il reddito di cittadinanza va nella logica dell’attuale forma di capitalismo, che preferisce dare sussidi piuttosto che creare lavoro (se invece insieme al reddito di cittadinanza verrà creato vero lavoro, tanto meglio: staremo a vedere).

Non dico, allora, di fare la Rivoluzione di ottobre: l’obiettivo è riequilibrare, con un nuovo compromesso, le ragioni del capitale e quelle del lavoro. Niente di sconvolgente, ma certamente un cambio di paradigma. Più beni comuni, più potere al lavoro, più domanda interna, più mano pubblica nell’economia, più investimenti. Per cominciare, si dovranno organizzare gli interessi che si contrappongono naturalmente al capitale, senza inventarseli.

Come farlo, concretamente?

Iniziando a tornare sui luoghi di lavoro. Anziché alle assemblee di Confindustria, si deve andare alle assemblee sindacali.

Un metodo che fa appello a una ritrovata condizione di prossimità?

Assolutamente sì. Prima occorre l’analisi critica, quindi anche distanza: studiare i libri e le ricerche empiriche, a livello intellettuale. A livello di azione politica, poi, è questione di prossimità… Senza, però, entrare nella logica della politica fatta per via telematica, che è perdente. La politica funziona quando le persone si parlano: tutti ne abbiamo bisogno. Ma per parlarsi è necessaria la fiducia verso coloro che si propongono come politici. Temo che la sinistra, intesa anche come persone, oggi abbia perso la fiducia degli italiani.

Potrebbe citare, in proposito, un esempio recente di questo distanziamento?

Nel caso emblematico del crollo del ponte Morandi a Genova, penso che una sinistra (un centro-sinistra, in realtà) che continua orgogliosamente a rivendicare le privatizzazioni manchi di intelligenza politica. Le logiche del neo-liberismo sono state assorbite a tal punto dagli esponenti di questa sinistra, che paiono credere davvero che il privato perseguendo i propri interessi realizzi, attraverso la concorrenza, l’interesse collettivo. Quando cade un ponte costruito con denaro pubblico e dato in gestione a un privato (con i guadagni che ne derivano), la prima cosa da pensare non sarà: ‘Abbiamo fatto bene a fare le privatizzazioni’, bensì: ‘Forse c’è qualcosa di sbagliato nell’affidare un bene pubblico in mano ai privati’.

Dagli anni ’80, i pregiudizi filo-capitalistici hanno sostituito i dogmatismi marxisti. In tempi non così lontani, certe persone giuravano sulle parole di Karl Marx, che forse non avevano nemmeno letto…

Cosa ha significato, per la società italiana, il voto politico del 4 marzo 2018?

Il neoliberismo, assunto dal centro-sinistra a panacea di ogni male, spiana le società, disgregandole. Al momento di andare a votare, queste società si ribellano: si potrà gridare al cielo che sono ‘barbari’, ma intanto gli elettori hanno votato. Se solo penso che le fasce più avanzate del PD hanno come motto ‘discontinuità senza abiure’, e che sono convinte di prendere voti su questa base… In realtà l’unica loro speranza è che l’attuale Governo sia distrutto da qualche cosa: dallo spread, dalla magistratura, da una catastrofe. Certamente l’azione politica delle forze di opposizione non sarà capace di distruggerlo, per quanto Salvini e Di Maio non siano due Napoleoni della politica.

Bisogna tornare a essere, lo ripeto, keynesiani, pensando a un forte impegno della mano pubblica: un impegno di proprietà, di direzione e di controllo. Il capitalismo, da solo, è deleterio: non a caso, l’Italia del dopoguerra si è ripresa con un’economia mista, non solo capitalistica.

Il quadro attuale non fa troppo ben sperare su cambi di marcia in grado di ridefinire le scelte politiche e il voto alle prossime elezioni europee?

Non lo so perché, da qui ad allora, chi governa fa ancora in tempo a commettere errori fatali. Un passaggio fondamentale sarà capire che cosa succede davvero una volta varato il DEF, quando la manovra economica prenderà corpo. Anche qui è davvero penoso vedere che l’opposizione consiste nell’applaudire lo spread, o nel rimanere delusi quando questo non esplode, come invece gli economisti mainstream avevano profetizzato.

Il Governo si sta giocando tutto sul ‘Decreto sicurezza’ e sulla manovra economica. Se non ci sono fatti rovinosi e se il centro-sinistra non tira fuori qualcosa di meglio degli attuali candidati e programmi, faccio una facile profezia: al momento, se in tutto il Paese la Lega è data al 32%, nel Norditalia lo è al 48%. Questo significa che buona parte degli italiani è ‘barbara’, oppure che tutte le ragioni siano state lasciate alla destra, e che la cecità più assoluta ha colpito la sinistra.

L’unica risorsa che mi appare plausibile è una candidatura di Marco Minniti nel PD, con silenzio totale e definitivo di ogni altro personaggio, a partire da Renzi. Il PD ‘diventa’ il partito di Minniti, che fa sostanzialmente concorrenza a Salvini, senza esagerare: come mostra l’esito delle elezioni in Baviera, quando un partito di centro si mette a fare concorrenza agli estremisti perde un pezzo del proprio elettorato.

Una candidatura di Minniti in questi termini comporterebbe un cambio di sistema?

Non cambia il sistema, ma lo rafforza e lo razionalizza, soddisfacendo a uno dei due problemi sul tappeto. L’altro, quello economico, non è alla sua portata. Naturalmente, con la clausola del silenzio assoluto sulla ‘Buona Scuola’ o sul ‘Jobs Act’, e con il recupero di qualche parola di sinistra, come ‘sfruttamento’ o ‘sicurezza’.

In quali forme sarebbe declinata la sicurezza?

Sicurezza rispetto alle vicende economiche (accezione che non sarà usata) e rispetto al dilagare della criminalità – quella spicciola, che spaventa quotidianamente, e quella importante, che è poco all’attenzione di Salvini (a partire dalla lotta alla mafia). Si può tentare di spiazzare Salvini su terreni di quel genere. Se, al tempo stesso, le cose vanno molto male per il governo giallo-verde, allora, lo ripeto, uno spazio c’è. Altrimenti vedo nel PD un partito che sta fra il 15% e il 20%, e gli altri che alle europee crescono ancora. Se mai, si può immaginare che M5S e Lega entrino in rotta di collisione, ma tale è la loro voglia di governare che, anche se in linea teorica rappresentano mondi e – forse – interessi diversi, si sforzeranno di restare insieme il più a lungo possibile. I 5 Stelle sono famelici di potere; sono come un bambino in un negozio di dolciumi: non lo tiri più fuori. I 5 stelle dovranno arrivare al divorzio politico da Salvini, ma è probabile che aspettino il più a lungo possibile. E poi dovranno decidere che cosa fare da grandi. E non sarà facile.

 

L’intervista è stata pubblicata in «L’Indro» il 16 ottobre 2018

Sovranità e sovranismo

Intervista con Nicola Mirenzi

«Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista, dai più accesi mondialisti». Storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, interprete del pensiero moderno e contemporaneo, il professor Carlo Galli sostiene che, dopo il crollo del muro di Berlino, l’adesione entusiastica alla globalizzazione dei partiti ex comunisti, socialisti e laburisti europei li abbia “impiccati” a un modello che si è “sfasciato”, facendogli perdere il senso dell’orientamento: «La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato un fascista. Storicamente, però, la sinistra ha, nei fatti, avversato il trasferimento del potere fuori dai confini dello Stato: basti pensare alla critica che i comunisti italiani opposero alla Nato e, per molti anni, al Mercato comune europeo».

Secondo Galli, la notizia della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra è fortemente esagerata, e sabato, a Lecce, terrà una lectio magistralis – che anticipa ad HuffPost – per dimostrarlo: «Il diavolo per prima cosa nega che il diavolo esista. Così accade per la differenza tra destra e sinistra: la destra nega che esistano la destra e la sinistra. E la sinistra cade in questo tranello. Ci sarà sempre una differenza di potere tra chi controlla il capitale e chi dal capitale è controllato. Tra chi produce valore lavorando e chi di quel valore si appropria. Per questo la distinzione tra destra e sinistra non scomparirà mai, all’interno di questo paradigma economico e politico».

La contrapposizione tra popolo ed élite è falsa?

È vera, e si aggiunge alla tradizionale frattura tra destra e sinistra, attraversando entrambi i fronti. Ci sono movimenti cosiddetti populisti che, infatti, sono più di destra; e altri che sono più di sinistra.

Perché la sinistra è più in difficoltà allora?

Perché la sua pigrizia mentale le fa considerare la richiesta di protezione – che c’è nella società – come un istinto razzistico, o xenofobo.

Non ci sono queste pulsioni?

No, ci sono anche queste pulsioni nella società: ma è scellerato dare questo nome alle legittime richieste di sicurezza sociale che vengono da quelle persone le cui vite sono state sempre più esposte all’incertezza dalla crisi che è insita nel paradigma economico dominante.

Perché la sinistra non intercetta più queste domande?

Perché, soprattutto la sinistra italiana, ha smesso di analizzare la realtà: preferisce nascondersi dietro il vecchissimo copione dell’antifascismo moralistico e considerare più della metà dei cittadini italiani barbari che stanno assaltando le fondamenta della civiltà. Ma quello che sta accadendo – l’abbiamo visto alle elezioni del 4 marzo – non è una sventura inviataci dal cielo: è il prodotto di fenomeni che si sono verificati dentro la nostra società.

La destra è più capace di comprendere la realtà?

No, ma non ne ha bisogno, perché le basta essere spregiudicata. La destra politica riconosce e dà un nome alle inquietudini del nostro tempo, ma in realtà fornisce dei capri espiatori. Oggi sono gli immigrati, i complotti della finanza internazionale, il politicamente corretto. E se a volte la destra politica si spinge ad accusare il capitalismo finanziario, non giunge mai a una critica del capitalismo in quanto tale.

Perché il capitalismo dovrebbe essere considerato un nemico?

Il capitalismo, lasciato a se stesso, tende a distruggere la società. Compito della politica è costringerlo ad adattarsi alle esigenze della democrazia, regolandolo, mettendo dei limiti, tutelando gli interessi dei cittadini, lasciando che il conflitto sociale si manifesti.

A volte, però, gli Stati hanno meno forza delle multinazionali.

Ma spesso nemmeno provano a scontrarsi con questi colossi. Cedono preventivamente. Anche se non è detto che siano sempre destinati a perdere il duello.

Un’Europa più sovrana avrebbe più potere negoziale?

In teoria, sì.

E in pratica?

In pratica, nessuno Stato europeo ha veramente in agenda la costruzione di una sovranità europea. Anche perché la costruzione della sovranità è uno dei processi più distruttivi della storia umana. Le sovranità degli Stati si sono formate nel sangue della guerra civile o nel furore delle rivoluzioni. Mai una sovranità è nata perché qualcuno intorno a un tavolo ha trasferito pacificamente a un soggetto terzo il diritto di tassare, di formare un esercito, di detenere il monopolio della violenza, di individuare gli interessi strategici di una comunità.

Senza sangue l’Europa politica non nascerà mai?

È molto difficile che la formazione di una sovranità europea possa accadere senza conflitto; anzi, se si guarda alle carneficine che sono avvenute nella storia, è difficile augurarsi che ciò accada.

Eppure, il parlamento europeo ha condannato uno dei suoi membri, l’Ungheria di Viktor Orbán.

Orbán è un leader detestabile, degno erede della lunga tradizione autoritaria ungherese. Tuttavia, la condanna europea è controproducente, e perciò sbagliata. Ogni volta che un’entità sovranazionale ha giudicato e punito uno Stato – pensi alle sanzioni inferte dalla Società delle nazioni al regime fascista – non ha ottenuto altro risultato che compattare la nazione intorno al proprio capo. Anche nel caso del giudizio espresso dall’Onu sull’Italia («è un Paese razzista»), si deve evitare di cadere nel ridicolo.

Qualcuno l’ha mai accusata di essere un populista?

No, anzi sono stato spesso tacciato di élitismo. Ma le élites devono capire e guidare la società, non condannarla.

Nella scorsa legislatura è stato eletto con il Pd.

Ne sono uscito dopo due anni e mezzo per entrare prima nel gruppo di Sinistra italiana, poi di Articolo 1, dal momento che nel partito democratico è rimasto assai poco della tradizione di sinistra.

Lei, invece, che cosa conserva?

Il metodo di analisi della realtà che viene da Gramsci, benché in modo non dogmatico e arricchendolo di altri apporti.

In che cosa consiste?

Nel comprendere i fenomeni politici e sociali e le loro contraddizioni senza dare giudizi morali, poiché la politica non si fa con i padrenostri.

L’intervista è stata pubblicata in «Huffingtonpost.it» il 13 settembre 2018

 

 

 

 

 

 

Sogni e realtà

 

Se il Pd è un partito di sinistra, e se la sua rinascita è indispensabile alla rinascita di questa, allora c’è poco da stare allegri: il suo orizzonte è infatti diviso fra chi non ammette alcun errore e incolpa i cittadini di avere sbagliato a votare, chi vuole cambiare nome come se non si dovesse anche cambiare politica, e chi, come Veltroni, non trova nulla di meglio che identificare la sinistra con il «sogno» e la «speranza».

Nel momento di più cupo smarrimento e di più evidente mancanza di strategia, si propone quindi come soluzione della crisi lo stile politico che l’ha generata: uno stile sovrastrutturale, centrato sulla comunicazione e sull’illusione mediatica – al più, corretto dall’ammissione che il Pd non ha saputo stare «vicino a chi soffre», detto con un linguaggio che ricorda più la beneficenza che la politica –; uno stile lontano da ciò che è veramente la sinistra: teoria e prassi, analisi e lotte, materialismo e realismo, disegno di una società futura che parte dall’assunto che la struttura economica, e la cultura che la esprime, è conflittuale e non neutrale, e che quindi la liberal-democrazia non è una universale panacea formalistica che realizza l’accordo di tutti i cittadini ma il risultato, in equilibrio dinamico e precario, di tensioni e di contraddizioni che non si possono togliere né superare in «narrazioni» e in «visioni».

Come lascia assai poco a sperare la decisione – che accomuna il Pd a molta opinione “progressista” – di cercare la via d’uscita dalla impasse politica nella sempre più acuta polemica “antifascista” contro il governo; una mossa che esprime una lettura “azionista” cioè moralistica – o, se si vuole, “liberal” – della politica, a cui la sinistra dovrebbe preferire la analisi storica ed economica sullo stile di Gramsci. Non lo sdegno ma la comprensione dei processi è il solo inizio possibile se la sinistra vuole avere qualche chance di non scomparire.

In realtà, quindi, il sogno e l’antifascismo, che sembrano l’uno opposto all’altro, sono le due facce di una medesima mancanza di analisi radicale, di un pensiero pigro, stereotipato, privo di spessore storico, che impedisce al Pd di comprendere se stesso, il proprio ruolo, i propri errori (non quelli occasionali ma quelli strategici), un pensiero che procede per slogan e che non afferra la realtà; e che si espone al rischio o della inefficacia o di innescare una reale dinamica amico/nemico – a ciò infatti si giunge se si prende l’antifascismo sul serio –. Infine, questa politica infondata, inerte e al contempo pericolosa, è tatticamente un errore: non pare infatti utile a (ri)trovare voti e consenso l’attitudine a definire «fascisti», «barbari» e «nemici» i cittadini che hanno votato per i partiti di governo. Criminalizzare la maggioranza degli italiani non è una buona politica: è vittimismo arrogante e subalterno, che unisce la pretesa di superiorità morale alla implicita denuncia della impotenza della sinistra.

Soprattutto, una sinistra liberal che mette insieme il capitalismo più spregiudicato e le sue vittime, i licenziati e i licenziatori, che si prefigge uno schieramento «da Macron a Tsipras», non vede le proprie interne contraddizioni e le rigetta sul “nemico” fascista: il cleavage fascismo/antifascismo serve a occultare la vera natura del Pd, ovvero che questo è il partito dell’establishment, e che quindi è stato travolto dalla crisi di questo, e non solo è incapace di mettere in campo un’alternativa di pensiero e di azione, ma anche di rendersi conto della propria situazione storica reale.

Che è di essere un partito che difende il neoliberismo e l’ordoliberalismo quando questi sono in crisi – o meglio, quando producono crisi sempre più acute –; che resta attaccato alla Ue quando questa è ormai solo il cozzo delle sovranità e il teatro dell’egemonia tedesca attraverso l’euro; che scommette sulla liberaldemocrazia dopo avere contribuito a svuotarne il senso materiale – lo Stato sociale, l’allargamento del ceto medio, la ragionevole gestione delle disuguaglianze sociali, la sicurezza (a tutto tondo, cioè come garanzia della pienezza delle aspettative di vita) per la grande maggioranza dei cittadini –; che non sa vedere il cambiamento politico e culturale che stiamo vivendo. L’Occidente privo della presenza dell’America; l’Europa priva di progetti che non siano gli utili degli Stati (delle élites economiche e politiche che vi si sono insediate) e i sacrifici per i popoli; la globalizzazione “povera”, ovvero la sovranazionalità dell’economia e al contempo l’assenza, il fallimento, della società aperta; il liberalismo nutrito di privatizzazioni oligarchiche, divenuto liberismo senza persone e senza popolo, che per di più si meraviglia se il popolo lo abbandona in cerca di protezione – probabilmente illusoria – presso i “populisti”.

No. Proprio non si possono definire “barbari” quelli che non credono più alla civiltà “atlantica” del dopoguerra; questa non è crollata per l’irruzione dei popoli delle steppe, ma sta morendo di propria mano, per le proprie contraddizioni. Le cure tecnocratiche e rigoriste, dopo l’euforia della new economy, hanno ferito le società, rescisso il legame sociale, le appartenenze collettive (non diciamo la coscienza di classe), e consegnato i singoli alla rabbia e al rancore, alla paura e al confinamento entro i recinti egoistici della famiglia.

Chi non voglia inseguire ipotesi qualunquistiche e autoritarie – che sono più il sintomo che non la cura di questi mali – dovrà almeno riconoscere la verità; dovrà sapere da dove iniziare un nuovo corso culturale e politico; e non potrà fare opposizione con sermoni e prediche, con manifestazioni di piazza; chi come alternativa alla destra sa offrire solo l’elogio del vecchio mondo, o l’anatema delle nuove realtà che emergono, per quanto spiacevoli, pensando di esorcizzarle con qualche sdegnata narrazione, ignora che il grande passaggio storico in cui ci troviamo prenderà forma – dopo una fase di disorientamento, di comprensibile affannosa ricerca di protezione, dopo una lunga e ibrida transizione – grazie al combinarsi (come sempre è avvenuto) di idee e di interessi concreti: e che compito della sinistra è individuare gli interessi progressivi – cioè rivolti all’emancipazione dal bisogno dalla sofferenza dall’insicurezza –, e dare loro forza e idee. Soprattutto, l’idea che l’economia crea problemi che non sa risolvere, la cui soluzione sta nella politica “sovrana”. Ovvero nella politica capace di esprimere un comando legittimo davanti a cui anche la potenza dell’economia debba fermarsi. Gli Stati – e anche l’Europa sovrana, se mai ci sarà – non si governano con i padrenostri.

Finché la sinistra saprà opporre a Salvini soltanto i sogni e le speranze, il ribaltamento dei rapporti di forza resterà appunto un sogno – un informe, inconsapevole «sogno di una cosa» –. E Salvini la potrà lasciare sognare, e anzi augurarle «sogni d’oro». Si preoccuperà, invece, se e quando un leader di sinistra nuovo e credibile – portatore non di sogni ma di idee, nutrito di analisi cruda della realtà e non di edificanti narrazioni – saprà sfidarlo per dare all’Italia protezione dallo sfruttamento e non solo dai migranti.

 

 

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La guerra delle parole

 

  1. Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica. E quelle elezioni sono state vinte dai partiti che, se non altro, hanno riconosciuto il pesantissimo disagio sociale in cui il Paese versa, e che il Pd ha invece sostanzialmente negato dando l’impressione di voler lasciare tutto com’è, o in ogni caso di non avere né le idee né l’intenzione di cambiare le cose.

C’è anche, va detto, la posizione oltranzista di chi non vuole «seguire i populisti sul loro terreno», e non solo rifiuta radicalmente le loro ricette ma non vuole ascoltare il grido di dolore che attraverso il populismo si esprime, e affida non alla propaganda ma alla dura lezione delle cose, alle rappresaglie della realtà economica e dei suoi “spontanei” meccanismi, la vittoria dell’ordine politico e sociale che le elezioni di marzo hanno rovesciato. Ma è una posizione difficile da tenere. In ogni caso a essa, prudentemente, si aggiunge la propaganda, la retorica.

La logica di questa retorica – che definiremo la retorica dello scandalo, dello sdegno permanente – consiste nell’imporre un terreno di gioco su cui combattere lo scontro politico fra le élites mainstream e il popolo, mettendo quest’ultimo, fin dall’inizio della partita, dalla parte del torto. La strategia è discriminare culturalmente e moralmente chi si è ribellato alle conseguenze degli errori di quelle stesse élites; ovvero chi in una crisi catastrofica ha cercato protezione, e naturalmente non l’ha chiesta ai vecchi governanti, che le protezioni avevano tolto di mezzo. Insomma, la strategia di rimettere al loro posto i perdenti che hanno osato protestare, e di rovesciare il mondo rovesciato dalla ribellione delle masse.

Tutti i termini in questione hanno infatti intento accusatorio e implicita intenzione punitiva: sovranismo significa tribalismo incivile; populismo significa ragionare con la pancia e con il rancore; nazionalismo significa xenofobia e provincialismo egoista; razzismo, infine, è il male assoluto, la sistematica e ignorante violenza verso i deboli e i diversi. L’accusa, ovvia, è che tutto ciò – questi atteggiamenti, questa cultura diffusa – mette a rischio la democrazia, tutelata invece dal “politicamente corretto” liberal. Al quale si deve ritornare, riconducendovi i riottosi concittadini, bisognosi di rieducazione dopo essere stati sottratti ai cattivi maestri, ai pifferai magici che hanno vinto le elezioni.

Al contrario, sembra chiaro che è una follia tanto pensare di recuperare consenso per questa via, quanto presentare queste come “analisi politiche” che consentano di comprendere che cosa è successo. Se il governo giallo-verde è il fascismo (e non lo credo), sarebbe come fare dell’antifascismo criticando questo o quell’atteggiamento o provvedimento di Mussolini, e lanciando invettive contro la dittatura, invece di seguire la via genealogica, storico-concettuale e storico-economica, di Gramsci.

Ma è difficile credere che gli opinionisti mainstream non vadano oltre la constatazione che in marzo hanno vinto il rancore, la rabbia e la paura, e non riescano a chiedersi che cosa mai – quali eventi, quali processi, quali strutture – abbia prodotto nelle masse questi riprovevoli stati d’animo, queste biasimevoli passioni (ad esempio, quale precedente disastro nella rappresentanza politica abbia generato l’odio e il disprezzo degli italiani verso il parlamento, e sia quindi all’origine anche delle disinvolte proiezioni post-parlamentari di alcuni esponenti di un partito di governo). Fintanto che la retorica dello scandalo non lascia il posto all’analisi, è folle sperare che le posizioni che si reputano biasimevoli perdano terreno. E quindi è forse possibile ipotizzare che se quella retorica non è follia sia piuttosto una dissimulazione, un gioco a parlare d’altro, per non ammettere colpe ed errori enormi, nella speranza che alla retorica della delegittimazione preventiva dell’incubo giallo-verde segua una reale catastrofe della sua azione, e che tutto torni come prima, cioè alle vecchie egemonie.

  1. Errore

L’errore è naturalmente avere sposato (non solo subito, ma accettato e glorificato) il paradigma neoliberista, e poi quello ordoliberista sotteso all’euro; paradigmi diversi che prevedono entrambi la deflazione, la disuguaglianza sociale, la subalternità e la flessibilità del lavoro dipendente, che in tempi di crisi diventano – in assenza di “argini” politici e giuridici – precarietà e insicurezza esistenziale di massa. Il paradigma, insomma, che nega la dignità del lavoro e il ruolo egemone della politica e a questa affida il compito di garantire il mercato (ed eventualmente di aiutare i perdenti, o di punirli se troppo devianti e rumorosi), mai ipotizzando che il governo delle cose del mondo possa risiedere altrove che nelle potenze economiche – ad esempio, in una democrazia in cui i lavoratori (il lavoro dipendente, di diritto e di fatto, e non una generica “comunità nazionale”) abbiano una posizione politica conflittuale e quindi tendenzialmente paritaria, e non subalterna, rispetto alle potenze dell’economia –. Insomma l’errore non è che ci sia stata una crisi – gli economisti mainstream sanno bene che il capitale funziona appunto così –, ma che il paradigma economico preveda che dalle crisi si esca aiutando strutturalmente il capitale e solo episodicamente e marginalmente i lavoratori, che in ogni caso devono essere disponibili ad assecondare ogni richiesta del capitale in temporanea difficoltà. L’errore è che non si sia immaginato che ci sarebbero state reazioni politiche a tutto ciò; di non aver pensato che la politica possa guidare un’uscita dalla crisi, con una soluzione che non consista di salvataggi per gli uni e di eliminazione dei diritti per gli altri (le “riforme coraggiose” a danno dei deboli) ma di “riforme di struttura” (come si diceva ai tempi sovversivi del primo centrosinistra, e come si potrebbe cercare di dire anche oggi, mutatis mutandis: in fondo, la questione è la stessa, cioè allineare capitalismo e democrazia, naturalmente divergenti).

Avere trascurato la politica, e avere ignorato che questa avrebbe potuto vendicarsi: questo è stato l’errore strutturale, che alle élites è costato il potere politico, ma che non viene ammesso. Se ci volessimo servire dell’antica dottrina cattolica, potremmo dire che la mancata ammissione (confessio oris) nasce dal mancato pentimento (contritio cordis) e dà a sua volta origine al mancato ravvedimento operoso (satisfactio operis). Insomma, pervicaci e impenitenti, le élites politiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo sono in peccato mortale, e ne pagano il fio. Ovvero, sono finite all’opposizione e paiono doverci rimanere a lungo.

Ma, come si diceva, credono di potere uscire in breve dall’inferno della perdita del potere aspettando che agli italiani “passi” il rancore, oppure che questo si sposti verso gli attuali governanti, dei quali si attende la rapida scomparsa di scena per impresentabilità e inefficienza. E nell’attesa combattono la guerra linguistica.

  1. Battaglie

Una guerra le cui battaglie sono già state enumerate, ma che vanno studiate un po’ più da vicino, per vedere, in ciascuna di esse, come vengano costruiti i fronti del Bene e del Male, e come ai due fronti si possa contrapporre una “verità”; che non vuole essere un assunto dogmatico ma il suggerimento di uno sguardo realistico. Per una possibile politica oltre la propaganda.

Sovranismo, dunque. Ovvero l’aggressivo particolarismo che sarebbe la presunta radice politica dei nostri mali. Il cui opposto positivo sarebbe invece l’universalismo collaborativo, declinato in globalismo o in europeismo secondo i casi (in realtà, si tratta di due prospettive che possono anche essere opposte). Una contrapposizione costruita per non parlare di sovranità, ovvero della pretesa di un soggetto politico, i cittadini nel loro complesso, che lo Stato che li rappresenta persegua gli interessi nazionali e protegga i cittadini stessi. Una pretesa che di per sé non ha nulla di reazionario e che è insita nell’essenza della politica: protego ergo obligo è il cogito dello Stato, la sua ragion d’essere, la sua mission. Una pretesa che può essere anche democratica, come appare dalla nostra Costituzione che collega il popolo alla sovranità e non ai mercati o ai trattati dell’euro. Una pretesa, del resto, avanzata e praticata, secondo le proprie forze, da tutti gli Stati europei, nessuno escluso. Lo Stato sovrano è un anacronismo? Pare di sì: la sinistra globalista lo minimizza, quella moltitudinaria lo deride (i risultati si vedono). Forse invece potrebbe essere una leva, o meglio un punto d’appoggio, transitorio ma obbligato, per rispondere alla sistemica insicurezza alla quale i cittadini sono esposti e sacrificati, e che non tutti trovano eccitante e ricca di opportunità – un dato che chi fa politica dovrebbe conoscere –.

Populismo, poi. È con ogni evidenza il nome che le élites mainstream danno a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. È come se dicessero: «se non ci obbedisci, sei plebe; se hai perso la fiducia in noi, ragioni con la pancia». L’opposto positivo è invece la “ragionevolezza”, il dare ragione alle élites, alle loro narrazioni. La verità è che il populismo con le sue semplificazioni è un segnale della crisi politica terminale di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano, crollato dapprima economicamente sotto i colpi del neoliberismo e, trent’anni dopo, anche culturalmente e ideologicamente. Una crisi di legittimità che si tratterebbe di decifrare nelle sue cause e non di deridere nei suoi effetti. Certo, impostare la politica sull’onestà e sulla lotta ai vitalizi, o sull’ossessione anti-migranti, è riduttivo e fuorviante, ma non perché è una mossa populista, quanto piuttosto perché non è per nulla radicale. Come altrettanto poco radicale è stracciarsi le vesti ad ogni uscita pubblica scorretta di questo o di quel governante, senza mai andare oltre la predica moral-superficiale; senza mai capire a quali problemi quel governante sta comunque rispondendo.

Nazionalismo, inoltre. Ossia il ritorno di culture politiche improntate all’atavismo e all’aggressività xenofoba, viste come un regresso a quelle condizioni che hanno portato l’Europa a suicidarsi con due guerre mondiali. E quindi il nazionalismo è appunto ciò contro cui si è costituita l’Europa del dopoguerra. È il nemico. Il suo opposto positivo è invece l’apertura reciproca delle culture e delle istituzioni, l’interculturalità, il federalismo o addirittura la sovranità degli Stati Uniti d’Europa, che solo una inspiegabile e irragionevole resistenza nazionalistica non lascerebbe realizzare. La verità è che tutti in Europa perseguono interessi statal-nazionali, e che tuttavia di nazionalismo e di nazione (differenti e opposti, come da tempo sappiamo) oggi in Italia e altrove c’è poca o nessuna traccia (piaccia o dispiaccia; ovvero, che ciò sia detto in negativo o in positivo). Non c’è alcuna visibile richiesta, da parte della società, di identità, di comunità di destino, di tradizione, e neppure la cultura va in questa direzione: con una certa pigrizia intellettuale si scambia per nazionalismo (cioè le si dà un nome vecchio) la richiesta sociale di una protezione che si manifesti efficacemente dentro il livello storico e istituzionale esistente, cioè dentro il perimetro degli Stati nazionali. Certo, questi nacquero anche attraverso il mito della nazione, allora progressivo. Ma di questo mito identitario oggi non c’è neppure la caricatura, se non ai campionati di calcio: da tempo l’individualismo e il familismo hanno colpito a fondo, e modelli culturali internazionali si sono affermati irresistibilmente ormai da decenni. L’esigenza di condurre una vita in dimensione storica, sottratta all’eterno presente dell’universale raccolta di merci neoliberista, non sembra essersi ancora radicata nelle masse.

Razzismo, infine, è il nome dato all’insicurezza ostile dei poveri e degli incolti. Che si sentono minacciati non da un generico “diverso” ma da un concreto ingresso, al tempo stesso pubblico e clandestino, di persone fin troppo simili a loro. E i penultimi si specchiano negli ultimi, li temono e li esorcizzano, perché vi vedono certo persone bisognose di aiuto ma capiscono anche che non possono essere aiutati a spese loro, delle fasce più fragili, che dai migranti si sentono minacciati anche dal punto di vista economico. Né a spese esclusive di quel fragile vaso di coccio che è l’Italia nel consesso europeo, inchiodata da patti leonini, sottoscritti dalla destra e rinnovati dai governi seguenti, che hanno cercato di fare del nostro Paese il campo profughi del continente in cambio di altri benefici macroeconomici. Tanto più che gli altri Paesi d’Europa non smaniano certo per ricevere migranti, per sostituirsi all’Italia. Come che sia, l’opposto positivo è in questo caso il cosmopolitismo contrapposto alla chiusura egoistica, la pietà contrapposta alla spietatezza, oppure, da un punto di vista moral-politico, l’appello alla fraternità, il terzo trascurato della triade rivoluzionaria; ma si avanzano anche esortazioni ad apprezzare l’utile economico che dai migranti deriverebbe in termini di Pil e di pagamento delle pensioni agli italiani, come se i migranti trovassero facilmente, in Italia, lavoro stabile, legale e non servile, e come se in futuro le loro pensioni non dovessero essere pagate. La verità è che l’insofferenza, in sé deplorevole, verso i migranti nasce dalla sofferenza e dalla insicurezza reali dei cittadini, che nessuna promessa europea, sempre disattesa, o nessun sermone o catechismo riuscirà, da solo, a esorcizzare. Solo la politica ci riuscirà, se sarà una politica efficace e concreta.

  1. Politica e parole

La guerra delle parole è al tempo stesso un’arma, un diversivo, e un andar fuori bersaglio. Se la sinistra moderata europeista e quella radicale globalista e moltitudinaria non capiscono ciò, non hanno speranza. Vanno lasciate alle loro battaglie minoritarie, poiché hanno evidentemente rinunciato all’analisi politica realistica.

Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.

Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.

«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.

Per chiudere, un esempio. Si sta diffondendo l’idea che nel discorso pubblico di “sinistra” si debbano recuperare la nazione, e lo Stato nazionale, perché è su questi concetti, o temi, che si è stati sconfitti il 4 marzo (come ho detto, credo che ciò sia non esatto, e che la sconfitta si sia consumata sulla protezione e non sulla tradizione, sulla sicurezza e non sulla patria). Ecco allora le proposte di “nazionalglobalismo”, di “patriottismo europeo”, di “federazione sovrana di Stati sovrani”.

L’obiettivo è di non lasciare la nazione ai nazionalisti, lo Stato agli statalisti, la sovranità ai sovranisti, l’Europa agli europeisti. E fin qui va bene: si tratta di smarcarsi dalla polemica quotidiana, di guardare oltre, di tentare di imporre un altro terreno di gioco. Ma pur dovendosi apprezzare la direzione nuova che si cerca di intraprendere, resta da sottolineare che in alcuni casi si tratta di concetti di cui la storia (ad esempio, la guerra civile statunitense) ha dimostrato la non praticabilità, o in altri casi di provocazioni intellettuali che in quanto tali non sanno indicare alcuna tappa intermedia tra il presente e il futuro, tra il problema e la soluzione. Che vogliono costruire miti più che discorsi razionali.

Ma in politica anche la parola mitica per essere capace di mobilitare deve avanzare un progetto realistico e condivisibile, un obiettivo difficile ma raggiungibile attraverso una via che va indicata nella sua concreta materialità. E a maggior ragione questo è l’obiettivo della parola razionale.

Questi nuovi miti dovranno quindi essere preceduti da analisi critiche, e dovranno essere riformulati dopo che il pensiero critico si sarà misurato con la questione del rapporto fra sovranità nazionale e sovranità europea, nonché del rapporto fra politica ed economia. E ciò non per pedanteria accademica, ma per realismo, per efficacia tanto critica quanto propagandistica. In caso contrario si resterà ancora una volta in superficie. Detto altrimenti, questi nuovi “miti” non avranno la forza di smuovere alcunché, e meno che mai i popoli, fintanto che attraverso di essi non verrà veicolata un’idea credibile di sicurezza sociale e di reale integrità della persona, finalmente sottratta al suo presente destino di essere in balia di potenze economiche incontrollate, di processi che li trascendono. Fintanto che del mito politico non farà parte anche la consapevolezza che «finanza è una parola da schiavi».

Sulla sinistra “rossobruna”

 

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

 

 

Alto e basso – destra e sinistra

 

Alcune cose spiacevano particolarmente del contratto fra Lega M5s e del governo non nato. La carica di presidente del Consiglio conferita a un terzo, extra-politico, segnale di una difficoltà e di una diffidenza fra i due contraenti che sarebbe stata prodromo di instabilità e di scarsa autorevolezza dell’azione del governo. L’introduzione del mandato imperativo, in sé impossibile logicamente all’interno della sintassi della rappresentanza politica moderna – benché, certo, si possano inventare dispositivi regolamentari per rendere più “costoso” il passaggio da un gruppo parlamentare all’altro (posto che questo sia un vero problema) –. La discriminazione fra italiani e stranieri nel godimento di alcuni servizi pubblici. La reintroduzione dei voucher – ma si ricordi che il Pd li aveva a lungo difesi -. Le promesse bombastiche di rimpatriare mezzo milione di clandestini – impresa, se non altro, quasi impossibile da un punto di vista tecnico –.

Nonostante non vi sia nulla di più labile dei programmi e dei contratti, erano in ogni caso segni di una interpretazione angusta della fase drammatica che stiamo attraversando. Più ambiziosa, e ancora oggi sul campo, e pertanto degna di un supplemento di analisi, è invece l’idea che destra e sinistra sarebbero state sostituite, come linea di frattura dell’arena politica, dalla scissione fra alto e basso. Che è tesi di Salvini, ma anche dei cinquestelle, e che va decifrata, anziché essere accettata, anche se per essere deprecata come populismo o come sovranismo.

Non c’è dubbio che il cleavage politico attuale sia questo: la sovranità del popolo, che maggioritariamente contesta quei vincoli, perché troppo onerosi, contro le élites politiche economiche e intellettuali, che quei vincoli accettano, ritenendoli buoni in sé o in ogni caso migliori del destino che il Paese dovrebbe affrontare se li recidesse. Insomma, gli italiani hanno votato per la sicurezza e per la protezione rispetto alle gravi difficoltà economiche e sociali che da anni sperimentano. E hanno identificato, come rimedio, la riconquista della libertà da vincoli esterni, cioè della sovranità. Che del resto non è un valore negativo, essendo attribuita al popolo proprio dall’art. 1 della Costituzione; e che non è sinonimo di autoritarismo e di xenofobia, ma anzi, quando è esercitata democraticamente, di libertà e di autodeterminazione dei popoli.

Ora,  il “gran rifiuto” di Mattarella – si è trattato, da parte sua, dell’uso di una insindacabile prerogativa, e quindi l’impeachment è improponibile – è al tempo stesso una ghiotta occasione per Lega e M5S. Che (soprattutto la Lega) sembrano aver voluto farsi dire di no, insistendo sul nome di Savona, proprio per potere cavalcare una crisi resa ancora più acuta – così Salvini ha rotto, forse, con Berlusconi mentre i pentastellati, per non sentirsi giocati da Salvini ora rincarano la dose, restando sempre più prigionieri della rete leghista –.

In realtà, l’aut aut fra Italia ed euro – ovvero fra Italia e Germania – è una semplificazione per certi versi nuova: nessuno, neppure M5S e Lega, ha finora messo sul tavolo l’opzione dell’uscita dall’euro, ma solo la sua rinegoziazione. Ma è noto che se si vuole raggiungere il più alto grado di intensità di uno scontro si deve rinunciare a ogni sottigliezza. E tuttavia, questa semplificazione potrebbe ritorcersi contro M5S e Lega se gli italiani percepissero che la loro spregiudicata politica ha in sé il rischio, proprio se ha successo, di far loro perdere i risparmi.

Certo, l’Italia è a un bivio, e le sue istituzioni sono in crisi, bloccate: un potere di “riserva”, come quello presidenziale, è l’ultimo baluardo per fermare una politica avventuristica che, con la legittimazione popolare, ha espugnato le altre casematte dello Stato. È evidente che non si può andare avanti così, che è necessaria una riconciliazione fra ragione di Stato (chiamiamo così la fedeltà ai vincoli europei e atlantici) e ragione di popolo (chiamiamo così la protesta contro quei vincoli). Che, insomma, il conflitto fra due legittimità – quella del consenso elettorale e quella della continuità istituzionale – non può durare. Che un conflitto fra alto e basso non ha sbocchi democratici, comunque vada a finire.

E quindi si deve tentare un’altra interpretazione di questa fase politica. Leggerla, cioè, da sinistra, senza lasciare alla destra e ai populismi la protesta contro condizioni di vita che la maggioranza degli italiani giudica inaccettabili. Si tratta di spiegare ai cittadini che il problema non è l’identità e l’orgoglio nazionale da rivendicare, ma uscire dalla subalternità del lavoro – questa sì una minaccia alla coesione sociale e alla democrazia –, incorporata nelle logiche dell’euro. La sinistra dovrebbe saper criticare l’Europa ordoliberista con la medesima radicalità della destra politica, ma con migliori argomenti, leggendo questo conflitto come manifestazione della tendenziale incompatibilità fra la democrazia e la presente forma del capitalismo – e quindi è questo che va riformato, non le istituzioni –.

Insomma, la sinistra dovrebbe fare il contrario che giocare il popolo contro le istituzioni, o le istituzioni contro il popolo; dovrebbe usare le istituzioni per la finalità popolare e democratica per cui la Costituzione le ha pensate. Non si può reggere una democrazia solo con le prese di posizione del Capo dello Stato. È necessaria una profonda discontinuità, non un “muro”. È necessario convincersi che la democrazia esige una nuova alleanza fra le istituzioni e il popolo. E che il modo migliore per far vincere le prossime elezioni ai reazionari e ai populisti è non cambiare nulla, non analizzare le cause del loro successo, e limitarsi a demonizzarli.

Tutto ciò sarebbe il dovere della sinistra: riconoscere la gravità della situazione, e interpretarla con strumenti e valori che si sottraggano alla lettura di destra (ma anche alla lettura mainstream, con segno rovesciato), all’aut aut fra alto e basso, al derby fra lira ed euro, fra nazione e Europa. Con strumenti intellettuali che tolgano terreno all’idea che la politica democratica non sia padrona di sé, che vi sono argomenti, come i trattati europei e l’euro, che a essa sono sottratti whatever it takes (per citare Draghi), «costi quel che costi». E che affermino con forza che l’unica «grande decisione» irreversibile che sorregge la nostra vita associata è l’orientamento antifascista e democratico della Costituzione e delle libere istituzioni che essa disegna.

Eppure, manca un particolare del quadro. Dov’è una sinistra che abbia questa forza intellettuale e politica? Purtroppo, sembra che non ci sia. La sinistra non ha mai pesato tanto come oggi nella storia d’Italia: questa volta non come presenza, come partito della fermezza e del progresso; ma al contrario come assenza, come vuoto doloroso e desolante. Da colmare quanto prima, se possibile, per il bene della democrazia.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria online», n. 49, 1 giugno 2018, con il titolo Popolo, istituzioni e vuoto a sinistra.

Per i duecento anni di Marx

Questa riflessione su Marx deriva dal libro di Carlo Galli, Marx eretico, di prossima pubblicazione per la casa editrice il Mulino, Bologna.

 

 

Marx è un autore di metà Ottocento, che del proprio tempo condivide alcune idee di fondo: una concezione eroica della politica, in cui agiscono soggetti collettivi come la nazione e la classe; una proiezione al futuro, come fiducia nella possibile apertura di nuovi orizzonti dell’umanità; una robusta ammirazione per la potenza della scienza e della tecnica, per lo sviluppo economico che ne scaturisce, e per la forza espansiva sprigionata dalla civiltà industriale; una propensione a pensare in termini di sistema, per fronteggiare adeguatamente l’emergere della dimensione totale delle relazioni sociali e per individuarne «leggi» organiche di sviluppo. Quello di Marx è il pensiero forte di una personalità dotata, com’egli diceva di sé, di «aspirazioni universali». Che Marx veda con acutezza la contraddittorietà, l’ideologicità, la conflittualità e la parzialità dell’intera società moderna, non toglie che egli sia estraneo a nostalgie pre-moderne, a sensibilità post-moderne, a prospettive catastrofiche.

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La sua adesione alla modernità è, certo, un’adesione «critica». E non della «critica critica», impotente e subalterna, della sinistra hegeliana, contro cui si accanisce il sarcasmo distruttivo del giovane Marx, ma della «critica spietata di tutto ciò che esiste», la critica dialettica, la dialettica utilizzata come arma («le armi della critica» e perfino «la critica delle armi») e non come conciliazione.

Una critica a Dio, allo Stato, alla filosofia di Hegel che lo porta al «nuovo materialismo», al «solido terreno della realtà»; ma questa realtà è una contraddizione strutturale che ha la sua origine nei rapporti economici di produzione, e che ha la sua principale manifestazione nello sfruttamento, nell’estrazione di plusvalore (di profitto capitalistico) dal lavoro salariato, e nella estraneazione dell’uomo da se stesso e dal proprio lavoro.

L’obiettivo di Marx non è la società senza lavoro, ma la restituzione dell’umanità a sé, a partire dall’estraneazione presente. Il comunismo, la libera e razionale «cooperazione» dei produttori, è appunto il rapporto immediato fra uomo ed esistenza, è «l’effettiva soppressione della proprietà privata e la reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo». È «umanesimo positivo». Ma non è un progetto campato in aria, né un ideale vuoto e declamatorio; è il frutto di un’azione politica che non si perde in sogni, in utopie, e che non indugia in opportunismi ma anzi affronta apertamente quel conflitto di classe, quella guerra permanente fra capitale e lavoro salariato che struttura la società. Marx corregge la nozione di valore-lavoro, già presente nell’economia politica classica, per far emergere che nella produzione di merci è incorporato un rapporto sociale: un rapporto di espropriazione di plusvalore, prodotto socialmente e appropriato privatamente. L’obiettivo politico quindi è di espropriare gli espropriatori, di rifare la società a partire dall’ «abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente», di abolire la contraddizione tra la ricchezza della produzione e la povertà della società, quella contraddizione che ha reso il proletariato talmente misero che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, e di instaurare la «dittatura del proletariato», guida verso la realizzazione della libertà di tutti.

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Marx non ha scoperto per primo la lotta di classe, ma ha decifrato per primo il generarsi della politica nell’economia. Che la teoria del valore-lavoro sia da tempo rifiutata dagli economisti non toglie che la grandezza di Marx stia nell’avere mostrato ciò che anche oggi è sotto gli occhi di tutti, e cioè che l’economia capitalistica è un gigantesco processo di valorizzazione a vantaggio dei profitti e non dei salari, percorso da contraddizioni, dislivelli di potere, conflitti asimmetrici, che in essa si genera un dominio sociale e politico che coinvolge tutta la vita dell’uomo.

Marx coglie la centralità e l’instabilità del rapporto moderno fra economia e politica perché dell’economia privilegia la contraddizione e la crisi, cioè la componente umana, sociale, politica, e non il lato meccanico, o quello specialistico, disciplinare. Perché vede l’economia debordare da se stessa, e investire tutto l’umano, in modalità disumane. Perché dimostra che il capitalismo è potentissimo e al tempo stesso insostenibile; che quella borghese è «una civiltà scellerata, fondata sull’asservimento del lavoro». Perché nel gioco astratto delle grandezze economiche presunte «oggettive» sa vedere la violenza di classe, strutturale; e analizzando la ricchezza delle nazioni sa retrocedere fino alla sua origine, alle «doglie che accompagnano il parto della ricchezza».

Ma Il Capitale non è solo uno squarcio di storia del capitalismo in Inghilterra. È anche la scoperta delle logiche, delle linee di tendenza che innervano il sistema produttivo tipico della modernità. E queste logiche sono la sussunzione del lavoro nel capitale, la parcellizzazione del lavoro, la cooperazione coatta in fabbrica, lo sviluppo verso la macchina mentre il soggetto ne diviene appendice, l’aumento della produttività del lavoro, il colonialismo, la finanziarizzazione dell’economia, l’espulsione del lavoro dal processo produttivo, il formarsi dell’esercito industriale di riserva, il calo tendenziale del saggio di profitto, l’espansione illimitata del capitale a danno degli stessi capitalisti come singoli individui proprietari, la globalizzazione, e su tutte queste logiche la illogicità suprema: di essere un sistema produttivo, una società che non può realizzare se non nel caos e nell’oppressione crescente – e che quindi non può non tradire – le potenzialità che suscita e che mette all’opera. Tutto ciò non è confinato al XIX secolo, ma dice qualcosa anche all’oggi: sia pure percorrendo vie tortuose e impreviste, con scarti improvvisi e «mosse del cavallo», le logiche del capitalismo non hanno deviato di molto da queste indicazioni.

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La scoperta delle contraddizioni del capitalismo non comporta che di esse sia possibile la soluzione che ne ipotizzava Marx, e non consente, in realtà, una analitica prefigurazione del mondo futuro. La «vecchia talpa» scava – le contraddizioni interne del capitalismo si manifestano –, la direzione e l’orizzonte le sono noti, ma non sa dove rivedrà la superficie e la luce del sole.

E in effetti la vicenda politica del comunismo reale è stata, dopo tutto, un fallimento, ma non direttamente imputabile al pensiero di Marx quanto piuttosto alle logiche dello Stato autoritario in cui si è incarnato. Marx non appartiene all’album di famiglia dei fondatori di tirannidi, di Stati di polizia. Semmai, egli è stato frainteso per motivi opposti. L’idea di fondo di Marx, la razionalizzabilità del mondo e la scomparsa del dominio, l’idea che un altro mondo è possibile a partire da questo, ha subito una lettura semplificata. La ragione e l’azione sono state saldate tra loro dal desiderio, dal bruciante impeto dell’assalto al cielo, dall’epica marcia del Quarto Stato per «conquistare la rossa primavera». Ciò che è prevalso è stato l’empito verso il futuro, l’impulso all’umanizzazione del disumano. L’insegnamento di Marx è stato interpretato e semplificato come speranza da milioni e milioni di uomini e donne che hanno fatto del marxismo una profezia messianica di rango globale. Il marxismo è stato abbracciato soprattutto come la risposta delle genti alla ingiustizia del mondo, della storia. Hanno agito in questo senso un bisogno di credere, una pretesa di dignità, un’ansia di riscatto che oggi non hanno ancora trovato un sostituto. Ma, certo, mentre si faceva «religione» il marxismo spianava la strada anche al dominio di «sacerdoti» tanto spietati quanto, alla fine, inetti.

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Leggere Marx dopo l’Ottantanove, dopo la fine del comunismo, significa avere attraversato gli anni dell’oblio, gli anni che hanno proposto Marx quale responsabile del comunismo reale e dei suoi errori ed orrori. E significa accettare che non esiste un soggetto eroico in grado di rovesciare il mondo, e che non è più praticabile la certezza su cui Marx si fonda: che ciascuna epoca pensa i problemi di cui ha la soluzione.

Marx da gettare alle ortiche, quindi? Proprio no. Senza Marx non si può organizzare una nuova teoria critica. La sua capacità di smascherare l’ideologia è un esorcismo contro l’egemonia del neoliberismo da cui derivano strutturali fratture e inceppamenti della società, disuguaglianze e ingiustizie, nonché paurosi dislivelli di potere fra ceti e fra aree del mondo. Certo, i fattori e le modalità dell’oppressione non stanno solo nella forma di produzione ma nelle molte contraddizioni, non sistematizzabili e non dialettizzabili, non tutte necessariamente di origine economica anche se a questa variamente accostabili, di cui è intessuta la vita delle società, delle persone e delle nazioni: le linee di frattura dell’inconscio, del genere e del colore, la scomparsa della soggettività (anche di quella operaia) nell’età dell’individualismo passivo, l’antagonismo sistemico fra capitalismo e ambiente, le coazioni proprie del ‘politico’, le pulsioni identitarie fondamentalistiche ed essenzialistiche che si manifestano in società decostruite e atomizzate. Il pensiero di Marx – nessun pensiero – può risolvere queste contraddizioni, ma, insieme ad altre linee critiche, può denunciare la scissione là dove il neoliberismo esige che non venga neppure menzionata, e dove gli stessi soggetti coinvolti stentano a prenderne coscienza.

Inoltre, anche il pensiero di Marx serve a incontrare energie di liberazione, a comprendere e suscitare lotte e alleanze che uniscano l’emancipazione dall’alienazione economica con altre emancipazioni. Serve a valorizzare lo spirito d’iniziativa politico, contro la passività; e ad assecondare le emergenze – ciò che non si lascia sommergere – contro il potere dell’eccezione divenuta norma. In Europa e fuori d’Europa.

Marx è l’ultima voce della filosofia tedesca che cerca di tenere insieme il movimento moderno della storia e della produzione globale – le loro contraddizioni e parzialità – con la liberazione umana universale. E oggi se è impraticabile l’obiettivo che egli si proponeva, di assumere il mondo nel pensiero e nell’azione come un sistema di scissione strutturato da un’unica contraddizione strategica, nondimeno egli resta un «classico», ancora operante almeno in quanto è sempre affacciato sulla denuncia e sulla ribellione. Il suo pensiero è oggi un elemento di ogni realismo critico.

Ancora oggetto di interpretazione nei contesti più svariati – dall’America Latina al mondo post-coloniale, dalla Cina (dove in parte è servito a organizzare lo Stato) all’Occidente (dove è servito a criticarlo) – e ancora associato a populismi e ad autoritarismi, a serpeggianti inquietudini e ad aperte ribellioni, ma anche a tentativi di nuove costruzioni statuali, Marx non è la fonte unica della verità, la sorgente della prassi corretta, la speranza dei veri credenti, la via maestra per risolvere le contraddizioni. È più un reagente che un agente, un precursore (in senso chimico) da associarsi ad altre sostanze, un detonatore più che una deflagrazione. Eppure, non è soltanto un brano di storia intellettuale europea, divenuto ormai patrimonio della civiltà del mondo intero: è un ingrediente indispensabile, anche se non esclusivo, per chiunque non accetti che il futuro sia del tutto in mano alle oligarchie economiche, e per chiunque creda che la parte maggioritaria della umanità possa riprendere l’iniziativa su se stessa, da se stessa.

 

Il testo è stato pubblicato in «Patria indipendente» il 18 maggio 2018

I veri rischi del nuovo governo

Se il diavolo (o un qualche messia, secondo i gusti di chi legge) non ci mette lo zampino, ovvero se i due “capi politici” non romperanno sul premier, se Mattarella non bloccherà la lista dei ministri, oppure ancora se la prospettiva di essere stato riabilitato non spingerà Berlusconi a tentare il colpo delle elezioni anticipate, avremo quindi un governo “populista” e “sovranista”, un unicum in Europa occidentale, una minaccia per la democrazia, per l’euro, per i conti pubblici, per la collocazione internazionale dell’Italia. Un governo privo di esperienza, di cultura politica, di una prospettiva per il Paese. Una sciagura apocalittica, decifrabile solo con l’ipotesi che gli italiani siano ammattiti, o ingannati per anni da media antisistema.

Tutti i centri di potere europei sono pronti, col fucile puntato, a inchiodare gli usurpatori al primo errore. Tutti i media dell’establishment fanno a gara nel delegittimare il governo non ancora nato, nel prevedere le terribili rappresaglie a cui lo sventurato Paese andrà incontro, nel ripercorrere sdegnati il mare di menzogne e di cambiamenti di rotta che i partiti di governo hanno ammannito agli italiani nei due mesi di trattative, stanati solo dalla mossa vincente di Mattarella.

Nessuno che ricordi la grande cultura politica e l’intemerata rettitudine di comportamento dell’ex segretario del Pd, il quale, reduce da mille promesse non mantenute, come analisi del risultato elettorale rilasciò un omerico «la ruota gira», e che, come commento al formarsi (forse) del nuovo governo, esclama «pop corn per tutti», a dimostrazione del fatto che il Pd (ancora suo) non ha alcuna strategia politica – dopo avere fallito il suo compito, di essere l’accompagnamento moderatamente liberal dell’ordoliberalismo europeo – se non sperare che «gli altri» si sbaglino, e gestire l’opposizione all’insegna del «tanto peggio tanto meglio».

Quanto al populismo e al sovranismo, inoltre, sarà forse ora di considerare che questi sono soltanto termini delegittimanti, privi di consistenza storica e politica. Nessuno che ricordi, a proposito del deprecato «sovranismo», che se l’alternativa all’autogoverno dei popoli (appunto, la sovranità) è un sistema di regole economiche, calate dall’alto sulle nazioni e sulle società, che vanno a vantaggio solo di alcuni Paesi e di alcune classi sociali, allora non c’è da meravigliarsi se i non-favoriti (la larghissima maggioranza) chiedono protezione allo Stato nazionale. Che non sarà il futuro, ma che è senz’altro destinato ad apparire migliore del presente, un’alternativa rassicurante per le nostre società disastrate – che i fautori dello status quo vogliono far passare per sane, felici, progredienti –.

In ogni caso, la sovranità non è solo quella xenofoba dei Paesi di Visegrád, ma, molto più, quella di grandi Paesi democratici come la Francia e la Germania, che non pare l’abbiano dismessa, né che abbiano cessato di perseguire, con robusta determinazione, i propri interessi nazionali, geoeconomici e geopolitici. Politica che all’Italia sarebbe a priori preclusa. Perché? Perché l’interdipendenza, la nuova regola aurea dell’esercizio della sovranità, è per noi, semplicemente, «dipendenza»?

Per quanto riguarda il «populismo», poi, la verità storica è che gli italiani hanno votato per protestare contro insicurezze reali, economiche e simboliche, determinate da pregresse decisioni politiche nazionali e internazionali, oggi presentate come irreversibili – peraltro, se davvero lo fossero, a ben poca cosa si ridurrebbe la nostra libera capacità di scelta democratica –; ed è altrettanto vero che non saranno gli anatemi e le prediche o le rappresaglie internazionali o dei «mercati» a fare disciplinatamente rientrare alla casa madre i voti andati in libera uscita. Questi non torneranno al Pd, evanescente e non più credibile, e non andranno a nessuna sinistra perché questa, al momento, non esiste come soggetto politico reale.

La verità è, semmai, che quello che nasce è un governo figlio e padre di molti compromessi e pasticci. Non solo fra i distinti programmi e i diversi elettorati dei due vincitori, ma anche fra questi e i poteri dell’establishment. Che sono stati tanto largamente blanditi da Di Maio che la base grillina, peraltro molto suscettibile e molto volatile, ne è stata assai delusa – e Di Maio, quindi, è quello che da un’avventura governativa rischia di più – . Poteri, inoltre, che sono rappresentati, per quanto concerne i vasti interessi berlusconiani, da Salvini. Così che il rischio maggiore è più l’opaca continuità, pur interrotta da qualche misura a effetto, che non l’avventuristica discontinuità.

Una continuità, un pasticcio, marcati inoltre dal fatto che Renzi e Berlusconi, stretti in un nuovo informale patto del Nazareno, sono protesi a conquistare le commissioni parlamentari di garanzia, che spettano alla opposizione. E che Berlusconi possa stare al tempo stesso al governo e anche all’opposizione – come cercò di fare con il governo Monti – è una ulteriore dimostrazione non solo della sua perdurante abilità nel massimizzare le sue non più così abbondanti risorse elettorali, ma anche della situazione tutt’altro che chiara che si viene creando, sia fra i vinti sia fra i vincitori del 4 marzo.

Il punto è che, quando non c’è la luce di un’idea politica, né la forza di una decisione democratica (le elezioni hanno sì mostrato che la maggioranza degli italiani è ostile all’establishment, ma questa ostilità si divide tra due forze politiche disuguali), non si può fare altro che procedere a tentoni, come i ciechi di Brueghel. E sperare che il sommarsi dei molti pasticci – sono questi i veri pericoli, non il populismo e il sovranismo – non ci porti tutti nel fosso.

Un versione ridotta di questo testo è in corso di pubblicazione in «La parola»

 

Parlare di “sistema e antisistema” è un inganno politico

Intervista con Donatella Coccoli

«Eccome se c’è differenza tra destra e sinistra. Bisogna solo tirarla fuori, renderla manifesta, perché il bisogno di sinistra, anche se ormai inconsapevole, c’è in tutti coloro che stanno male, anche se hanno rifiutato la sinistra alle ultime elezioni». Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna, nel 2010 aveva scritto per Laterza Perché ancora destra e sinistra. In quel libro, poi uscito in seconda edizione nel 2013, già prefigurava scenari contrastanti nella società e nella politica. Poi, le cose sono precipitate e Galli le ha vissute in prima persona. Eletto con il Pd di Bersani alla Camera nel 2013, nel 2015 se n’è andato, entrando in Sinistra italiana, ma per le elezioni del 4 marzo ha scelto di non ricandidarsi e di tornare all’insegnamento universitario a Bologna.

Professor Galli, negli ultimi tempi ci viene propinato un mantra, soprattutto da parte del Movimento Cinque stelle, e cioè che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso. È proprio così?

In prima battuta si potrebbe dire che destra e sinistra, concetti tipici della storia moderna, hanno senso quando la politica ha la capacità di decidere su questioni importanti, come sulla modalità con cui avviene la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ma da tempo le grandi decisioni non le ha prese la politica istituzionale a livello nazionale. Le hanno prese i mercati, e gli Stati che a essi si sono aperti attraverso trattati internazionali. Detto questo, dentro quella via già tracciata si può ancora distinguere destra e sinistra, ma su questioni per lo più marginali.

Quali sono adesso le questioni che permettono di identificare destra e sinistra?

Per esempio lo ius soli. Certo, si può dire che è di sinistra volere lo ius soli e di destra non volerlo, ma questo significa rimanere dentro il mainstream. Invece, se volessimo scendere un po’ più alla radice, potremmo prendere il Jobs act. Su questo tema si può dire che la partita è tra coloro che vedono il lavoro come variabile dipendente dal mercato e coloro che invece nel lavoro vedono qualcosa più importante del mercato. E quindi l’ingiusto licenziamento è qualcosa che il mercato non può comprare, per cui chi lo subisce deve essere reintegrato, non ricompensato. Ma vi sono forze che si dicono di sinistra secondo le quali il Jobs act è giusto.

E allora è semplice, non sono forze di sinistra.

Sì, la deduzione non fa una piega. Per essere di sinistra non basta proclamarsi di sinistra. Ma passiamo al terzo livello di destra e sinistra, ancora più radicale. La distinzione si gioca sul neoliberismo. In prima battuta sembra che chi si oppone al neoliberismo sia di sinistra e tutto quello che accetta il neoliberismo sia di destra. Ma si dovrebbe distinguere invece tra destra economica e destra politica, che molto spesso si presenta come antiliberista.

Si riferisce all’ “antiliberismo” della Lega?

Esatto. Tutta la destra sociale in Europa, almeno a parole, è antiliberista. Ma il suo essere antiliberista è rivolto solo contro alcuni aspetti del neoliberismo e in ogni caso sconfina nell’antidemocrazia. Naturalmente esiste anche una sinistra filoliberista: l’Italia ne è piena. Insomma la differenza fra destra e sinistra esiste ma va integrata (non sostituita) con la differenza fra liberismo e antiliberismo (economica) e fra sistema e antisistema (politica).

Veniamo alla situazione della sinistra in Italia, sconfitta alle elezioni del 4 marzo.

C’è prima di tutto una sinistra che ho definito “accompagnamento liberal” del neoliberismo. È il Pd, che gioca il proprio progressismo sui diritti, ma ignora l’esistenza di un problema sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza e sulla subordinazione del lavoro e che, al massimo, emette alti lamenti sul fatto che c’è diseguaglianza sociale ma non capisce dove e come essa di genera. Così interviene con elargizioni monetarie che non modificano la struttura dell’assetto economico complessivo. Questo è stato il modo di essere di sinistra del Pd, e di molti di quelli che ne sono usciti all’ultimo minuto. Certo, qualcuno dentro il Pd ha fatto opposizione, ma è stata troppo debole.

E la sinistra a sinistra del Pd?

La sinistra antagonista corre il rischio di essere antagonista e basta, cioè di accettare il terreno di lotta che di volta in volta viene offerto, con esiti irrilevanti. Il fatto è che c’è un dislivello enorme tra la grande massa di popolazione che l’attuale situazione economica fa decadere sotto un certo livello di vita e rende disponibile a posizioni antisistema e la capacità della sinistra di rappresentare questa base potenziale. Il Pd è votato nei quartieri alti, la sinistra democratica di Leu ha ottenuto il 3%, gli antagonisti di Pap non hanno fatto presa. La realtà è che quelli che sono perdenti nell’attuale modello economico non si sono sognati di votare a sinistra. Da qui in molti sono giunti alla conclusione: destra e sinistra non esistono, esiste solo forze di sistema e antisistema.

Che cosa significa sostenere la dicotomia sistema-antisistema?

Significa eludere il problema. In questo modo si arriverebbe a pensare che il 55% degli italiani che ha premiato M5s e Lega sono antidemocratici, che addirittura il fascismo è dietro l’angolo. È chiaro che così non si guarda la causa, che va interpretata attraverso la vecchia griglia destra-sinistra, su base economica. L’Italia ha votato forze antisistema perché non c’era una sinistra in grado di raccogliere le sue istanze di protesta contro un sistema politico ed economico che è costruito per togliere potere al popolo, rendendo i cittadini poveri, deboli e ricattabili.

Quindi è una pura operazione politica ridurre tutto a sistema e antisistema?

Assolutamente sì. È la più sottile operazione politica adesso sul mercato. E non è contrastata, perché invece di analizzare le cause storico-politiche per cui c’è una società che non piace alla maggioranza dei cittadini, ci si limita a dire “quelli sono matti, sono di destra, sono cattivi, sono populisti”. Ora, spesso è vero, sono populisti e antisistema, con venature a volte antidemocratiche. Ma chi o che cosa li ha fatti diventare così?

C’è chi ha parlato di “volatilità del voto”: di fronte ad una delusione per M5s, gli italiani potrebbero tornare a votare la sinistra?

No, gli italiani delusi dai Cinque stelle non torneranno a votare Renzi, voteranno molto di peggio, a destra. Dire volatilità del voto è la trascrizione politologica del concetto sociologico di società liquida. Quanto più la società è liquida, in realtà, tanto più è solida, nel senso che una volta distrutti i legami sociali dal neoliberismo, le diseguaglianze rimangono solidissime. Quindi il voto può essere libero e fluttuante, però se non cambiano i motivi per cui la gente protesta, il voto di protesta, molto difficilmente tornerà ai partiti dell’establishment.

Lei ha scritto di recente che la sinistra, più che di governo, deve essere «di popolo, di studio e di cultura». C’è un po’ di speranza?

Le questioni ormai sono strutturali. O hai la forza per fare cambiamenti strutturali o non ce l’hai e allora è meglio mettersi a studiare, visto che se ne ha tanto bisogno, e prepararsi così a costruire un’Italia nuova. Il Pd oggi è inutile. Non è che deve ritrovare la propria identità come dicono in tanti: no, la deve proprio trovare perché quella che aveva non era di sinistra, era una identità blandamente blairiana. Si tratta di rifondare Pd, ma anche Leu e ogni sinistra. Siamo, come diceva Gramsci, alla fine della guerra di movimento, se mai è stata combattuta; adesso è guerra di posizione, cioè bisogna tornare ad accumulare riserve, energie, saperi, legittimità davanti ai cittadini. La sinistra deve piantarla di stare sui social media e tornare a ciò di cui tutti hanno bisogno: l’incontro di persone reali in spazi fisici. Bisogna reinventare le sedi di partito. L’unica cosa che conta sono le persone che non sono astrazioni algoritmiche insediate dentro un computer. La sinistra deve fare quello che gli altri non vogliono fare, cioè scatenare la libertà e l’energia delle persone, e questo è possibile solo se le persone vengono riconosciute come esseri umani veri e non come dei target elettorali o propagandistici o consumistici. Per tornare ad avere la fiducia dei cittadini la sinistra deve tornare ad avere fiducia in se stessa, il che significa riconoscere la sconfitta senza se e senza ma, fare il mea culpa e ricominciare, possibilmente anche con facce nuove, purché serie e competenti. Perché la politica è una cosa terribilmente seria: dalla politica passa, o dovrebbe passare, la vita di tutti.

L’intervista è stata pubblicata in «Left», n.17, 27 aprile 2018

La sinistra e la speranza

 

La crisi della sinistra è reale. E probabilmente terminale. Lo stato attuale di Pd e LeU e Pap non giustifica alcuna speranza.

L’Italia ha detto No a tutte le sinistre possibili. A quella irriconoscibile, il Pd, centrista, ambigua, forte solo della propria arroganza e della propria funzione di partito dell’establishment (Renzi è solo l’epitome di un’impostazione al tempo stesso velleitaria e subalterna). A quella di LeU, fin troppo riconoscibile: la vecchia Ditta di chi non ha visto, se non post festum, le contraddizioni e i problemi del modello sociale ed economico che sponsorizzava e implementava, di chi ha dato l’allarme quando i buoi erano già scappati, quando le mucche erano già nel corridoio. A quella sconosciuta di Pap, carica di un passato dogmatico che non si sa bene come conviva con il presente mutualistico.

Certo, il No ha coinvolto anche Berlusconi e il suo partito introvabile, Fi, privo di guida e di orientamento, dilaniato da faide personali. Il fatto è che tutta la sinistra è stata valutata come Fi, ovvero come irrilevante oppure adagiata sulle logiche del «sistema», parola imprecisa per indicare qualcosa di molto preciso. Il modello economico neoliberista e ordoliberista, e le sue conseguenze concrete, devastanti per la società e per la democrazia.

Così, la protesta e la proposta sono state lasciate a forze nuove, qualunquiste e lepeniste, che hanno raccolto tanti voti di cittadini non lepenisti, non fascisti, non qualunquisti, stanchi ed esasperati dalla sordità, dalla mancanza di analisi, dall’assenza di capacità politica di proposta, delle forze della destra e della sinistra tradizionali o, meglio, delle forze che si sono contese la seconda repubblica e il suo triste declino. La crisi economica decennale che l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, non ha ancora superato.

È inutile ora sottolineare che la protesta dei vincitori è fuori bersaglio – lo è, in larga parte -; che le loro proposte sono o inesistenti o velleitarie – anche se è in buona parte vero -; che i vincitori non hanno veramente vinto perché non riescono a fare un governo – anche questo è vero, ma non significa che i perdenti avessero ragione -. Quello che è certo è che in caso di elezioni anticipate la sinistra, in tutte le sue forme, uscirebbe massacrata e scomparirebbe. E questo lo sanno tutti.

La sinistra non ha chiavi di lettura del presente, del passato e del futuro. Non sa che cosa dire agli italiani, se non che è migliore degli altri (chissà perché, poi. Forse per la sua superiore cultura?). La sinistra non è credibile nei suoi dirigenti, nelle sue parole, nelle sue opere. Nonostante il residuo di entusiasmo e di pensiero critico che circola nella società, e che ancora ha il coraggio di dirsi di sinistra, la sinistra politica oggi è inutile.

Ciò non significa che la dialettica destra-sinistra sia estinta, e che le due partizioni della società non esistano più. Che non esistano più contraddizioni e ingiustizie, dominio e oppressione, disuguaglianza e assenza di speranza. Che non esistano disordini, che derivano dalla mancanza di ordine umano; dismisure generate da un modello sociale ed economico fondato sull’assenza di misura, che non è e non vuol essere a misura d’uomo.

Una sinistra non inutile dovrebbe essere in grado di produrre analisi delle cause di tutto ciò, dovrebbe essere in costante rapporto simbiotico (di reciproca educazione) con i soggetti interessati a rovesciare quelle cause (ma prima dovrebbe individuarli), dovrebbe essere impegnata nella ricerca di strategie di lotta, dovrebbe riconoscere apertamente le sconfitte patite da un avversario ultra-potente, dovrebbe cercare di sottrarsi alla sua egemonia culturale e sociale, quale si è manifestata con la globalizzazione, con la fine del comunismo, con il neoliberismo, con il progetto ordoliberista dell’Europa.

E invece le sinistre hanno voluto presentarsi come sinistra di governo, e non hanno saputo governare nulla, se non in modo passivo e subalterno, solo ravvivato da slogan e narrazioni vuote; hanno voluto cavalcare la tigre, e ne sono state sbranate; hanno voluto essere responsabili e sono risultate ciniche (quelle di governo) o astratte (quelle di opposizione); sono giunte alla più profonda ignoranza della realtà per eccesso di realismo; non hanno prodotto nessuna idea trasformativa e tutt’al più si sono concesse qualche incursione nei diritti civili, tanto timida quanto risoluti erano i tagli dei diritti sociali che in nome della responsabilità andavano irresponsabilmente praticando. È ovvio che la sinistra sia stata ritenuta responsabile della crisi: lo ha voluto essere, senza sapere misurare la sua gravità, i suoi effetti dolorosi, senza conoscerne le vittime, senza parlare a esse se non la lingua populista della felicità forzosa, dell’ottimismo programmatico, del futurismo velleitario. Una lingua falsa, che suona falsa, che si espone al controcanto di altre lingue populistiche che almeno sanno esprimere lo scontento e la rabbia di un popolo che per più della metà dei votanti (molti) ha rifiutato il «sistema».

Chi ha tratto beneficio da questa protesta ha individuato non tanto il problema quanto la percezione popolare del problema, che non ha la forza teorica né pratica di affrontare, così che ora sta cercando, con politiche filo-establishment, di tradire il mandato politico ricevuto dai cittadini? Affari suoi, peggio per lui e per loro. I fallimenti dei vincitori rimetteranno in gioco il Pd, come Renzi spera con il suo Aventino? Oppure il Pd deve fungere da rassicurante ingrediente di ogni governo futuro, in alleanza con i vincitori, come vorrebbero i sempre timidi oppositori interni dell’ex segretario? Non rileva. Se i vincitori falliscono la protesta resterà e crescerà, e si trasferirà altrove; e d’altra parte la sinistra non può certo costituire il freno moderato delle velleità populiste, anziché essere, come dovrebbe e come non sa fare e non fa, una forza di trasformazione radicale dei rapporti sociali. Trasformazione che in Italia passa primariamente attraverso la restituzione allo Stato di funzioni e poteri pubblici, dato che le forze dell’economia privata non sono in grado di assicurare benessere, ordine, legittimità, alla nostra comune esistenza.

Essere anti-sistema è obbligatorio, ormai. Siamo in un’epoca di crisi che ce lo impone. E per uscire dalla crisi si deve capire chi l’ha generata, quali debolezze specificamente italiane l’hanno resa quasi mortale, quali programmi e progetti e soggetti sono disponibili per tentare di non restarne travolti, nel ciclo di decadenza culturale, civile e democratica, oltre che economica e sociale, che sembra incombere.

La sinistra, se c’è, deve battere un colpo. Non serve la riproposizione pallida di progetti che erano miopi già quando nacquero. Serve invece capire che cosa si vuole, con chi lo si vuole fare, in che modo. Se non si accetta di essere all’ora zero, la sconfitta definitiva è certa. E se invece lo si accetta, ci si deve attrezzare per una lunga e faticosa attraversata del deserto, che implica che ci si liberi da fardelli inutili e di ceti politici reduci da tutte le sconfitte e da tutti i fraintendimenti. E che si sia seriamente intenzionati a offrire agli italiani buona politica, non chiacchiere. Politica radicale, non palliativi. Credibilità, non menzogne. Azioni, non parole.

Altro che sinistra di governo! Si deve essere sinistra di popolo, e insieme sinistra di studio e di cultura. Non si tratta di rinnovamento, di ringiovanimento, di rottamazione. Ma di un sussulto di dignità almeno quando la campana suona per annunciare una irrilevanza ormai dimostrata a livello europeo, e particolarmente evidente in Italia. Ci si deve convincere, se ci si dice di sinistra, che i problemi e le contraddizioni continueranno a darsi anche se la sinistra non ci sarà, e che saranno nominati da altri e risolti da altri. Che può esistere un mondo senza sinistra. Che questa ha avuto la pretesa di coniugare emancipazione e progresso, e che se non conosce più il proprio DNA può anche sparire. Solo guardando in faccia l’ipotesi della propria scomparsa, solo col rinunciare alle analisi consolatorie, solo vincendo l’inerzia, la tentazione della continuità, si può prendere la decisione di avere e di dare speranza. Hic Rhodus hic saltus.

M5S-PD, un governo fuori dalle possibilità logiche

 

Il risultato elettorale segna un ritorno della politica – non una vittoria dell’antipolitica –. Gli italiani hanno espresso un’esigenza tipicamente politica, di protezione e di fiducia, contro i meccanismi (pretesi automatici e “tecnici”, in realtà politici anch’essi, ma oligarchici) della moneta unica e dell’impianto ordoliberista che le è sotteso. Hanno detto che il «pilota automatico», e i suoi aiutanti del Pd, ha fatto un disastro sociale e antropologico, e vogliono un diverso pilota umano, politico e non tecnico né asservito ai tecnici e agli oligarchi. E ciò, nonostante la crescita del Pil, che evidentemente non basta a soddisfare le esigenze di sicurezza del Paese. Sia perché è una crescita scarsa, malissimo distribuita, sia perché il quadro in cui essa avviene resta caratterizzato dalla disuguaglianza, dalla precarietà e dalla subalternità del lavoro, dall’incertezza delle prospettive di vita, dal degrado della società e dal malfunzionamento della sfera pubblica.

Le proteste (una ribellione, non ancora una rivoluzione) sono state di due segni diversi. Da una parte il M5S ha stravinto nella fragile società del Sud, che chiede tutela diffusa – il reddito di cittadinanza –; dall’altra la Lega ha stravinto nel Nord, che in una società più forte vuole protezione dalla inefficienza pubblica e dal degrado urbano. Con categorie tradizionali, la prima è più vicina a qualche umore di sinistra, la seconda è più connotata a destra. Ma quello che conta è che questo nuovo bipolarismo, pur imprecisamente designato, si afferma sulle rovine del Pd, il partito dello status quo, insieme a Forza Italia – non a caso entrambi sconfitti –.

Questa protesta duplice è primariamente rivolta contro i ceti politici che hanno governato fin qui; e anche se molti elettori la estendono al sistema politico-economico in generale, potrebbe essere compatibile con l’assetto economico vigente. In fondo le richieste dei pentastellati (soprattutto il reddito di cittadinanza) non eccedono l’orizzonte neoliberista, e quelle dei leghisti possono, in parte, essere contenute, almeno provvisoriamente, all’interno di un impianto ordoliberista (anche se qui l’euroscetticismo è più forte). Ma perché questo contenimento possa avvenire, il sistema economico dovrebbe fornire una performance rassicurante. E perfino in questo caso i guasti del passato, profondissimi, non cesseranno per molto tempo di produrre effetti sul modo, negativo, con cui milioni di italiani guardano il presente e il futuro, anche se si registrassero (improbabili) miglioramenti. La fiducia si è davvero spezzata. Si può dire che quel sistema non è più in grado di generare consenso, benessere (pur relativo) e coesione sociale. Gli italiani si sono “incattiviti” per qualche preciso motivo, non per sadismo o per innata xenofobia.

Da questo cataclisma politico è risultato un sistema politico a due poli e mezzo. Nessuno dei due poli può governare da solo, e ciascuno di essi fa offerte al terzo mezzo polo, il Pd. Ma le due possibili combinazioni si moltiplicano in molte fattispecie concrete: una cosa, infatti, è governare insieme, altra cosa è dare un appoggio esterno con astensione programmata su singole questioni, oltre che sulla fiducia iniziale. Naturalmente, esistono sulla carta altre opzioni: dal governo di tutti (di unità nazionale) al governo di nessuno (tecnico o del presidente). Si tratterebbe di governi non politici ma di scopo, a tempo: fino alla legge di stabilità del 2019, o fino alla nomina dei vertici dei Servizi.

Detto questo, l’esigenza di formare un governo, già a partire dal Def, si scontra con alcune incompatibilità logiche: come possono governare insieme, o in ogni caso legittimarsi e sostenersi a vicenda, partiti come M5S e Pd, fino a ieri (giustamente) feroci avversari? Forse in nome della comune opposizione alla destra? Ma quello fra destra e sinistra non era un cleavage obsoleto, almeno nel discorso pubblico dei M5S? E poi: in questa ipotesi il Pd dovrebbe essere davvero de-renzizzato, dato che Renzi si rifiuta di governare con gli uni e con gli altri; ma almeno il 60% degli eletti è composto di fedelissimi che, anche in un mondo di labili fedeltà come quello della politica, dovrebbero avere un vero tornaconto per lasciare il segretario dimissionario e imbarcarsi in un’avventura governativa (sia pure di appoggio esterno) con il M5S.

E quale tornaconto, a fronte dello svantaggio strategico di risultare un’appendice di un governo egemonizzato da altri, destinato a colpire interessi che finora hanno trovato casa nel Pd, anche se quel governo fosse guidato da una grande personalità neutrale (da individuare fra le «riserve della repubblica», posto che ce ne siano ancora di spendibili)? Per puro senso dello Stato o del Bene comune? O per posti di governo nell’immediato (ma è probabile?) scambiati contro la certa delegittimazione presso una grossa fetta di quel che resta del proprio elettorato? Una qualunque collaborazione sarebbe un placebo per rallentare una malattia mortale – la scomparsa politica del Pd, la sua irrilevanza, il suo collasso – che al contrario la aggraverebbe e ne precipiterebbe l’esito. E se qualcuno, dentro il Pd, ancora pensa di rivitalizzarlo e di renderlo politicamente appetibile, non potrà certo credere che la via verso la guarigione sia di mescolarsi, in qualsivoglia modo, con un partito, il M5S, che appartiene a un altro mondo, anche se è pieno di ex votanti Pd – i quali, come si sa, non torneranno indietro, neppure verso un Pd de-renzizzato –.

Lo stesso si dica al rovescio, del M5S: alimentato da anni dall’odio anti-Pd, come potrebbe allearsi a questo, o chiederne l’appoggio su punti qualificanti di un programma, anche se questo fosse di fatto anti-sistema (non solo a livello simbolico e politico) come quello prefigurato da Flores? La forza della moral suasion del Capo dello Stato dovrebbe essere davvero smisurata, e infinita l’abnegazione di tutti, per dar vita a un governo siffatto. Quanto a un incontro su un programma di mera conservazione dell’esistente, sarebbe un tradimento della volontà dell’elettorato che porterebbe fiumi d’acqua al mulino di un’opposizione scatenata come quella che metterebbe in atto la destra. Davvero Pd e M5S vogliono regalare all’opposizione, alla Lega soprattutto, questa ghiottissima occasione di incrementare a dismisura il proprio consenso, di pescare a piene mani nello scontento sociale, nella protesta anti-sistema? Pensano davvero, entrambi, di incrociare e di gestire un ciclo positivo e legittimante di benessere e di crescita?

Non si tratta di preferenze personali. Oggettivamente un governo sinistra (sconfittissima) + Pd (sconfittissimo) + M5S mi sembra fuori dalle possibilità logiche. E, inoltre, offensivo della volontà popolare, che non ha saputo dire in positivo che cosa vuole, ma che ha ben detto che cosa non vuole. Se poi calcoli e furbizie, o improbabili slanci patriottici, di gruppi dirigenti porteranno a tentativi in questa direzione, saranno tentativi poco proficui e molto autolesionistici.

E allora? Il rispetto della volontà popolare vuole che questa, se non produce un effetto, torni a esprimersi – i risultati, in un diverso contesto, saranno sicuramente diversi, anche a legge elettorale invariata –. Ma si tenga presente che in linea teorica esiste anche la possibilità di un governo Lega + M5S, che non è più difficile da concepire (se si fa leva sull’asse sistema/antisistema piuttosto che su quello destra/sinistra) di quello di cui si è parlato finora. In alternativa, si può pensare a un governo di scopo con tutti dentro, o con tutti fuori, per una nuova legge elettorale, che aiuti il popolo a rendere più efficace la propria volontà di cambiamento e più nitide le direzioni di questo (ma sarà un bel problema trovare un accordo su questo punto).

Se invece saranno pressioni internazionali irresistibili a obbligarci, come nel 2011, a una governabilità qualsiasi, saremmo di fronte a una riedizione dell’esperienza “Monti”. E ciò vorrebbe dire che l’interesse nazionale, interpretato dai poteri forti, dalle oligarchie, diverge dalla volontà popolare, anche se incompleta; che quindi le elezioni sono un lusso che non fa più per noi; e che, quali che ne siano i risultati, l’esito deve essere sempre l’eterno ritorno dell’identico. There is no alternative, quindi, con l’ennesimo scacco della politica democratica e con l’ennesimo trionfo del potere dei pochi.

 

L’articolo è stato pubblicato in «MicroMega» il 14 marzo 2018

«La sinistra non può diventare la ruota di scorta dei grillini»

Intervista con Silvia Bignami

«Se il Pd andasse a fare da ruota di scorta al Movimento 5 Stelle morirebbe». Chiusa l’esperienza in Parlamento, prima col Pd e poi con Si ed Mdp, il politologo Carlo Galli torna ad insegnare. Guarda da lontano la politica, ma non esita a bocciare il dialogo tra dem e pentastellati ipotizzato dalla vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini. E pensando alle regionali del 2019 scuote la testa: «Se i numeri sono quelli delle politiche, il Pd ha già perso».

Galli, come legge il voto?
«I cittadini hanno votato in modo inequivocabile contro Renzi, Berlusconi, D’Alema e Bersani. In pratica contro tutti coloro che a qualche titolo sono stati coinvolti nella gestione del potere e di una situazione che gli elettori reputano di grave crisi. Hanno premiato Lega e M5S, che non hanno avuto responsabilità di governo. Per questo mettere insieme perdenti e vincitori è molto complicato».

E come si fa a fare il governo?
Il M5S cerca il Pd.
«Intanto un governo c’è. Gentiloni è in carica e il Def lo farà probabilmente lui. Poi certo, bisognerà farne un altro. Vedo che i dirigenti 5 Stelle sono diventati molto dorotei. Ma se fanno un accordo col Pd, io mi chiedo: come potranno far accettare ai loro elettori quest’alleanza? Gli elettori M5S, ex Pd, e sono molti, vogliono forse una politica di sinistra, ma al massimo ipotizzano per il Pd un ruolo subalterno. E poi, gli elettori non ex-Pd, che hanno votato M5S per odio al Pd, come prenderanno una collaborazione col vecchio nemico? Se non si pongono queste questioni, vuol dire che a nessuno interessa davvero che le cose cambino. E a meno che non arrivi una super-ripresa economica, al prossimo giro la Lega vince da sola».

Quindi al M5S l’accordo non converrebbe. E al Pd?
«Il Pd che fa la ruota di scorta al M5S diventa come Alfano per Renzi.
Indispensabile ma anche insignificante, e votato a sicura scomparsa».

E un appoggio esterno?
«Credo che anche questo sarebbe un problema enorme per il Pd… Read more

 

 

L’intervista, pubblicata l’11 marzo 2018  in «la Repubblica. Cronaca di Bologna», continua in «la Repubblica.it».

La sconfitta del «sistema»

 

Sconfitta del «sistema»; ovvero, rigetto dell’impianto politico-economico che ha generato il larghissimo scontento che percorre tutta l’Italia: questo è, in estrema sintesi, il significato del voto del 4 marzo; i perdenti sono, essenzialmente, Renzi e Berlusconi. Sui due leader contavano i «poteri forti» – italiani, europei, internazionali – per continuare a gestire l’esistente, anche dopo le elezioni. Ciò che ne è seguito, invece, è stato il successo elettorale delle forze percepite (ovviamente nelle intenzioni degli elettori; altra cosa è la capacità e la volontà delle élites politiche dei partiti vincitori) come anti-establishment – M5S e Lega –, e, parallelamente, il crollo del Pd e la condanna all’irrilevanza della sinistra confluita in Liberi e Uguali.

A fronte della diffusa e stringente richiesta di sicurezza che la Grande crisi ha generato, da parte del Pd si è risposto con dissennato ottimismo e in un modo completamente interno alla logica neoliberista (la stessa che ha generato la crisi del 2008, dalla quale siamo usciti a pezzi): cioè a colpi di bonus e con una fuoriuscita del Paese dalla crisi dovuta prevalentemente ai comparti della nostra economia rivolti all’export. Tutti gli esiti negativi della lunga crisi sono di fatto ancora vivi e operanti nella nostra società. Non c’è stata nessuna ipotesi di un intervento strutturale anticiclico dello Stato in economia, né l’idea di creare occupazione. Dietro la proposta elettorale del Pd ci sono, ancora una volta, le fallimentari formule neo/ordoliberali: l’idea che il lavoro è subalterno (il jobs act è stato rivendicato a oltranza), che il mercato è signore delle nostre vite e che lo Stato può soltanto assecondarlo e, all’occorrenza, sostenerlo ricorrendo alla logica della regalìe, sotto forma di bonus alle persone.

Parallelamente, il risultato disastroso di LeU è dato non soltanto dall’incapacità dei dirigenti di prendere sufficientemente le distanze sia dall’esperienza del centro-sinistra sia dal Pd di Renzi. Il fallimento si spiega, soprattutto, con la mancanza di un’analisi strategica capace di mettere in discussione il modello politico ed economico vigente, non più in grado di generare vero consenso e vera sicurezza. Un’impotenza di fondo, quindi, quella della sinistra, per sopperire alla quale si è fatto ricorso a temi laterali, come lo ius soli e perfino l’antifascismo, che in realtà svelano una concreta incapacità di entrare in empatia con gli italiani e con i loro problemi. Cosa che è riuscita, con la consueta abilità, alle destre e ai qualunquisti, che hanno immediatamente colto che il primo problema dell’Italia è la sicurezza – dove per «sicurezza» dobbiamo intendere le sicurezze esistenziali (cioè la sicurezza del lavoro, della sanità, del Welfare, oltre alla tutela delle libertà personali), una volta assicurate le quali c’è anche la capacità e l’attitudine all’accoglienza. Quella della sinistra è stata davvero una campagna elettorale di carattere moralistico. Naturalmente, quella dei qualunquisti e della destra è una «sicurezza» a sua volta parziale e propagandistica. Il che, ovviamente, non ha impedito che sui fallimenti della destra economica, che da decenni comanda in Europa e che è la portatrice del progetto neoliberista e ordoliberista dell’euro, si siano infilati, secondo un modello classico, la destra politica e i qualunquisti. La sinistra è rimasta a guardare, perché non è in grado di fare analisi politica, economica, strategica, delle dinamiche storiche contemporanee. E senza analisi non c’è linea politica.

Occorre, pertanto, avere chiaro che il problema teorico e politico di fondo è che la sinistra non sa che cosa vuole e che cosa vuole essere; a quale tipo di bisogno vuole rispondere. A ben vedere, oggi siamo davanti alla débâcle del ceto politico postcomunista, che ha dato origine al Pd senza però riuscire a fondare una prospettiva politica vincente, e che alla fine è stato sconfitto dall’altra componente, inizialmente minoritaria, dello stesso Pd – quella degli ex DC –. Ma anche questi, oggi, non riescono più a parlare agli italiani.

Il Pd nasce infatti nella convinzione che fossero avvenute delle modifiche non più reversibili del sistema politico ed economico mondiale e che servisse un partito di ispirazione liberal, che – in sintonia con il sistema di valori e di alleanze usciti vincitori dalla Guerra fredda – fosse in grado di portare l’Italia al livello dell’Europa e dell’Occidente. E, invece, questo sistema non ha funzionato, e nel 2008 è entrato in una crisi che, almeno per il nostro Paese, è ancora aperta. Una crisi che minaccia gravemente il Pd: oggi un partito liberal non serve più, non è credibile. Sarà marginalizzato come furono a suo tempo marginalizzati i veterocomunisti. Oggi l’Italia chiede protezione, in modalità differenti, se non opposte, in relazione ai propri spazi sociopolitici. Il Sud, dove la società è fragile, chiede, con il M5S, un sostegno economico vitale, una vera rendita politica. Il Nord, dove la società è più forte, chiede, con la Lega, efficienza e lotta al degrado. Chiede ovunque più Stato, e un rinnovo radicale delle classi politiche ormai delegittimate, anche se in due direzioni diverse.

In realtà, il principale problema da porsi è se il modello economico che è entrato in crisi sia riformabile, o se invece abbia finito di produrre effetti positivi. Un sistema che – è bene ricordarlo – è stato almeno simbolicamente rifiutato nel Regno Unito, non certo orientato in senso europeo; che in Francia ancora funziona grazie al meccanismo elettorale, che è una sorta di ingessatura della società e che fa sì che il Presidente della Repubblica governi con nemmeno il 25 per cento dei consensi; e che in Germania costringe i due principali partiti, un tempo concorrenti – SPD, CDU-CSU –, alla Grosse Koalition, un taglio delle ali che ha un costo politico-sociale enorme (e che vedrà la crescita della destra antisistema).

Insomma, nei principali Paesi europei, con le ovvie differenze che li connotano, il sistema economico-politico vigente sta perdendo colpi. Tutti sanno che c’è un problema strutturale nell’Europa, e in generale nel neoliberismo, capace – quando ci riesce – di generare soltanto un’occupazione sempre più degradata, sempre meno pagata, sempre più precaria. Un sistema nel quale le disuguaglianze aumentano, e l’ascensore sociale è bloccato. Tutto ciò pone sfide radicali alle quali si può rispondere con i sermoni e con l’antifascismo – come nella recente campagna elettorale –; oppure – come io credo – con un vero antiliberismo, con analisi che spieghino perché mai gli italiani sono diventati “cattivi”. Dire che gli italiani si sono “incattiviti”, infatti, non è una analisi politologica; bisognerebbe capire la causa del fenomeno. Tutto ciò è stato presente in campagna elettorale? No, ma era presente nella testa degli italiani, e lo si è visto.

Ora il problema non è solo quello, pur grave, di formare il governo. Al riguardo sono già iniziate le minacce di Bruxelles, all’ombra delle quali si svolgono le trattative tra forze politiche che non hanno in realtà grandi spazi di manovra, perché tanto il M5S quanto la destra non potranno certo governare insieme a quel Pd contro il quale si sono espressi i loro elettori. Il problema è come si esce dalla trappola in cui siamo finiti senza che una nuova folle austerità finisca di distruggere la nostra società e di generare altra e più grave protesta. Quanto al Pd, o viene radicalmente rifondato o è destinato alla progressiva irrilevanza.

Elezioni 2018

Intervista con Pino Salerno

 

Elezioni politiche, il giorno dopo. I risultati parlano chiaro e sono impietosi: alla Camera si affermano il Movimento 5 Stelle con quasi 11 milioni di voti e la Lega che con 5.700.000 voti diventa primo partito della coalizione di centrodestra. Il crollo del Partito democratico appare inequivocabile, con 6 milioni di voti e una percentuale pari al 18,71, mentre del tutto deludente è il risultato della lista Liberi e Uguali, che con un milione112mila voti supera di pochi decimali quella soglia del 3% che consente di eleggere pochi parlamentari. Insomma, ce la ricorderemo a lungo questa data, soprattutto a sinistra.

«Si tratta di una delegittimazione radicale che ha colpito soprattutto le forze della sinistra», ci dice Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Alma Mater di Bologna. «Qual è stato il loro limite in questa campagna elettorale, e non solo?», s’interroga il professor Galli. «Una carenza nell’analisi politica di quanto accadeva nella società italiana dall’inizio della crisi ad oggi, e di come quello che io definisco l’ordoliberalismo del XXI secolo abbia prima imposto le sue regole e le sue decisioni, e poi abbia definito gli equilibri della politica a tutto vantaggio dell’ordine economico».

Prima di tutto l’analisi, continua il professor Galli, che «è storicamente uno dei tratti tipici della sinistra, e quando è assente ci si lascia sorprendere dalla realtà di una società che, appunto, non si conosce più in profondità. E si va incontro a risultati elettorali come quello di ieri, che si può definire come una delegittimazione radicale degli elettori, non solo nei confronti di tutta la sinistra ma anche nei confronti del progetto di governo Renzi-Berlusconi, i veri sconfitti del 4 marzo». A sostegno della tesi del professor Galli ci sono i dati: la somma del Pd e di Forza Italia, sia in termini assoluti che percentuali, non raggiunge quello che da solo è riuscito a totalizzare il Movimento 5Stelle. Le cause? Secondo il professor Galli, «l’Italia è un Paese ormai fortemente frammentato, tra ricchi e poveri e tra Sud e Nord. A chi è stata fatta pagare la crisi economica e sociale in questi dieci anni? Ai poveri. E chi più di tutti ha subito l’insecuritas dei nostri centri urbani, se non le donne e gli anziani? Le madri emiliane, toscane, lombarde, ad esempio, non sanno più sentirsi sicure di lasciare libere le figlie di andare dove gradiscono, e con chi vogliono, quando lo vogliono. Si tratta di una delle questioni centrali della nostra modernità, la sicurezza, che è sinonimo di libertà. La sinistra ha sottovalutato il fenomeno, o forse, per mancanza di analisi, neppure l’ha percepito, mentre era in cima alle ansie di milioni di famiglie».

Inoltre, aggiunge il professor Galli, «è la stessa sensazione di insicurezza che si prova quando si subisce la crisi economica. Che cosa è successo in questi anni? In che modo il neoliberismo nelle sue diverse varianti ha cercato di uscire dalla crisi? Usando il potere deflattivo dell’euro, ad esempio, che ha colpito i salari e le pensioni, mentre sul piano industriale si sacrificavano migliaia di aziende per salvare quelle poche che fossero in grado di reggere la competizione internazionale. È il modello economico in sé che non genera più consenso, che impedisce allo Stato di attuare una politica economica strategica, che fonda il dinamismo dell’economia solo sulle esportazioni e non sul mercato interno. È il modello economico che rende subalterno e precario il lavoro. Davanti alle reticenze della sinistra, alle sue analisi carenti, si sono stagliate una destra e un M5S che si sono infilati nel disagio di milioni di famiglie. Come si poteva pensare che gli elettori prima o poi non avrebbero reagito? Che non avrebbero delegittimato in modo radicale chi è stato corresponsabile delle politiche di Monti e della Fornero, per tacere di Renzi?».

La disfatta del Partito democratico e di Forza Italia dunque si comprende con questa lucida analisi che il professor Galli ci consegna a poche ore dalla chiusura dei seggi. Ma com’è stato possibile il risultato del tutto deludente di Liberi e Uguali, e non solo? Il professor Galli insiste sulla sua tesi per la quale è «l’analisi, sia dei processi economici sia della modernità che da sempre caratterizza la sinistra, e definisce quali strategie assumere, nella società, non solo in campagna elettorale». È il tema della differenza tra sinistra che si ricostruisce nel conflitto, e sinistra che si perde nel governo, restando subalterna agli interessi e ai diktat dell’ordine economico-sociale. «Questa mancanza, questa assenza di analisi, è anche il segno dell’assenza di una identità precisa, con la quale ci si presenta al popolo, prima ancora che agli elettori. E l’identità della sinistra non può che ripercorrere parole come libertà, liberazione, partecipazione, democrazia, vera sicurezza. Esattamente il contrario di quanto chiede l’ordine economico egemone. E quando non si capiscono questi nessi, si rischia di perdere le elezioni fino all’insignificanza».

 

L’intervista è stata pubblicata in «Jobsnews.it» il 5 marzo 2018

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