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Dopo il 1990 l’Europa (che dal 1945 era divenuta un «nulla» politico) è stata costretta a tentare di essere «qualcosa», cioè parte di un ordine mondiale politicamente plurale ma economicamente omogeneo (ovvero capitalistico), senza tuttavia che l’omogeneità implichi stabilità e ordine (per non dire giustizia). Una parte che per ora si struttura intorno alla Germania unificata, che come sempre è «fuori scala» rispetto all’Europa: troppo piccola (e troppo poco motivata) per essere una superpotenza, troppo grande, popolosa, organizzata, per essere un «normale» Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro, ideato a Maastricht come strumento di rafforzamento della Comunità europea (allora elevata al rango di Unione) per tenere la Germania unificata ben ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un incontrollato neutralismo; uno stratagemma, una unione, che si sono rovesciati nella situazione attuale che vede la Germania, col «suo» euro, esondare in buona parte d’Europa e creare disunione.

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Ma il rapporto fra Germania e Europa, per nulla univoco, si iscrive all’interno di molteplici linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali. Fra queste ultime è certo fondamentale la disuguaglianza economica, la distanza (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) fra ricchi e poveri che attraversa tutte le società europee. È questo l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo: una vittoria che ha assegnato alla politica un nuovo ruolo (da redistributivo della ricchezza prodotta dall’alleanza fra capitale e lavoro a facilitativo dell’egemonia incontrastata del capitale) e che ha implicato un nuovo modo di funzionamento del capitalismo, che non persegue più la tradizionale accumulazione quanto piuttosto implica la costruzione di bolle speculative a cui seguono crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, private della stabilità e del relativo livellamento (una vasta classe media) che lo Stato sociale aveva generato durante i «Trenta gloriosi», e portate a un livello di povertà e di disuguaglianza da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivata, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche delle istituzioni della democrazia. È una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio politico ma attraversa tutte le società lasciandole in una condizione anomica, disorientata oppure aspramente reattiva, e consegnandole alle forze economiche e politiche più potenti, fortunate o spregiudicate.

Altre sono le linee di frattura geopolitiche e geoeconomiche in senso proprio, che creano spazi politici coinvolgenti l’Europa. Ma si tratta di linee che si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra, e insieme costruiscono un intrico complesso di spazi striati. Una prima linea di frattura è la contrapposizione fra terra e mare, che oggi, al di là delle suggestioni mitiche, fra il liberismo anglosassone e l’ordoliberalismo tedesco (o quel che ne resta). Questa contrapposizione si manifesta nella durezza dei negoziati per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), una sorta di NATO economica ultraliberista dalla quale nascerà un mercato diverso da quello strutturato dagli Stati nazionali e dalla stessa Ue, nonché, prevedibilmente, un duro colpo alla nozione di sovranità politica (la clausola ISDS – Investor-State Dispute Settlement – consente alle multinazionali di fare causa ai governi per le loro politiche che danneggiano il business – ad esempio, campagne antifumo, normative pro- labour, ecc.).

Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/eurozona, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si può vedere il riemergere (certo, non incontrastato, neppure oltremanica) di una tradizionale linea di frattura geopolitica che ha strutturato la storia d’Europa, ovvero l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di poteri forti e stabili nel continente.

Un’ulteriore linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, e dell’ordoliberalismo che lo sottende. Si deve qui ricordare che l’ordoliberalismo è una variante del liberalismo, che con Walter Eucken, Alexander Rüstow, Alfred Müller-Armack, Franz Böhm, Hans Großmann-Doerth, Wilhelm Röpke produce fra il 1932 e il 1937 un impressionante apparato di articoli scientifici, manifesti d’intervento, monografie accademiche, riviste («Ordo», appunto). Wilhelm Röpke utilizzò il concetto ossimorico di «interventismo liberale» per indicare il nucleo di questa dottrina, vero Sonderweg tedesco dell’economia, rivolta tanto contro il vecchio liberalismo (il «paläoliberalismus» del laissez-faire che aveva generato la crisi del 1929), e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il keynesismo, quanto ancora, ovviamente, contro il socialismo. C’è in quest’ambito una forte presenza di «terza via» e un’idea di persona umana che rimanda al cristianesimo sociale (cattolico – quali erano Eucken, Rüstow, Röpke – ma anche protestante; in ogni caso, la destinazione comune fu poi la CDU), che negli anni finali di Weimar e nei primissimi anni del nazismo prende le forme di una sorta di liberalismo autoritario e del vagheggiamento di uno Stato «forte» capace di reggere un’economia spoliticizzata (e quindi «sana») – ma non si deve pensare a una dipendenza diretta di queste tesi da apparati concettuali schmittiani –.

Soprattutto l’ordoliberalismo si candida – con il grande libro di Röpke del 1944, Civitas humana – a raccogliere i resti della Germania distrutta, a contrapporsi al comunismo, a dare ordine e benessere alla Patria liberata (e dimezzata). Il che avviene, col ministro dell’economia (e in seguito Cancelliere) Ludwig Erhard, e con la sua «economia sociale di mercato», sulla base di alcuni fondamentali assunti politico-economici: lo Stato garantisce la concorrenza con severe leggi anti-trust; non interviene sui prezzi (destinati naturalmente a scendere e a mantenersi su livelli d’inflazione fisiologicamente bassi); regola l’economia di mercato dandole protezione costituzionale.

C’è nell’ordoliberalismo un’ipotesi di società organica: il mercato (pur nella consapevolezza che si tratta di una istituzione storica) è interpretato come il generatore del legame sociale e come il motore della società, mentre nello Stato si esprime la naturale pulsione societaria dell’uomo. Lo Stato è la struttura che stabilizza per via giuridica e amministrativa il capitalismo, che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di produrre benessere secondo giustizia – è questa l’opera dello Stato –, in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi. Per l’ordoliberalismo il conflitto non è fisiologico, ma patologico: nel Dna del mercato ordinato sta scritta la collaborazione, non il conflitto, che inceppa, blocca, sregola.

Lo Stato è quindi l’elemento della guida politica, espressa non tanto nella sovranità quanto nel governo, non tanto nel diretto interventismo statale quanto nella fluidificazione della società – Eucken oppone, appunto, l’economia di movimento all’opzione totalitaria dell’economia di piano – ma a scopi di stabilizzazione. Questa fluidità nella stabilità, questa armonia, è l’obiettivo strategico, che si manifesta nel concetto di conformità, individuato da Röpke (che oggi potremmo definire “compatibilità”). La decisione politica fondamentale è su che cosa sia conforme e che cosa non lo sia rispetto agli obiettivi dell’ordoliberalismo: il che implica che vi siano opzioni politiche ed economiche che a priori sono escluse dall’orizzonte (ad esempio, leggere la società in chiave di strutturali dislivelli di potere; ma anche far valere i «diritti» del lavoro come ostacoli alla fluidità, che quindi è anche «flessibilità»). L’ordoliberalismo è un organicismo escludente, che vuole far accettare il proprio impianto teorico come autoevidente: il suo organicismo (di ascendenza aristotelica e anticostruttivistica – Röpke afferma apertamente che bisogna rivalutare il tema dei luoghi comuni e delle convenzioni, contro il razionalismo moderno –) è in realtà esposto al rischio della rigidità e del dogmatismo.

In parallelo, è anche un modello invadente: Rüstow conia il termine Lebendige Politik (politica vitale) per indicare che accanto all’agire «regolativo» della politica sull’economia c’è anche un agire «direttivo» sull’intera vita sociale per renderla conforme al modello, a tutti i livelli, da quello economico a quello politico, da quello educativo a quello finanziario. L’umanesimo ordoliberista è in realtà un governo della vita, una teoria dell’allevamento organico degli essere umani (come del resto ha visto Foucault).

C’è qui l’essenza della storia tedesca: ci sono la cameralistica e la «scienza di polizia» sei-settecentesca, la matrice (sulla base di un aristotelismo che perveniva nelle università della Germania attraverso la seconda Scolastica spagnola) da cui gli Stati tedeschi svilupparono sistemi amministrativi efficienti; c’è il mercantilismo, ossia la vecchia tentazione di un’economia orientata all’iperproduzione e all’esportazione «ostile», per impoverire e assoggettare i vicini senza necessariamente sottometterli politicamente; c’è la religione del lavoro e dell’organizzazione tipica della Germania post-bellica, la costruzione – dopo l’impero criminale – di una società organica attraverso il fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere amministrativo, potere finanziario, a livello dello Stato e dei Länder (e dunque c’è anche il federalismo); c’è la stretta connessione fra banche e aziende; c’è la Mitbestimmung, la partecipazione dei sindacati ai consigli di gestione delle imprese maggiori. E c’è anche, nascosto in questa che sembra una teoria della forza tranquilla, del progresso senza avventure, il panico che nasce dall’aver fatto esperienza delle cattive risposte (il nazismo) alle crisi del cattivo capitalismo, del liberalismo sregolato; e c’è il terrore del rischio – di ogni rischio: dell’inflazione, del debito, dell’impoverimento, del conflitto – e la totale incapacità d’immaginare che sia possibile un altro modello politico-economico. Al di fuori di questo modello c’è solo il caos; e ciò è creduto per vero dalla Cdu e dalla Spd, tanto dalla signora Merkel (a prescindere dai volti che via via assume, di «matrigna d’Europa» o di misericordiosa soccorritrice dei migranti, o meglio di previdente procacciatrice di mano d’opera a basso prezzo per un sistema economico che deve funzionare allo spasimo e che deve finanziare un vasto sistema pensionistico) quanto da Schäuble, regista della sottomissione della Grecia (anche attraverso la minaccia di espulsione) sulla base del principio «punirne uno per educarne cento», ossia per mostrare che l’Europa è – ufficialmente – una via senza alternative né flessibilità.

È da notare che l’ordoliberalismo non è al servizio di una esplicita politica di potenza; e anzi ne è il deliberato sostituto. Non a caso oggi la Germania è «l’egemone riluttante»; pur con la sua enfasi sulla politica, l’ordoliberalismo oggi è molto meno un disegno politico e molto più un insieme coattivo di logiche tecniche e automatiche, un destino da cui nessuno, Germania o altri, pare possa scampare.

Ed è anche da notare che questo modello ha dato i suoi frutti migliori quando costituiva una peculiarità «locale» (il «capitalismo renano») all’interno di una economia occidentale a trazione statunitense, nel complesso espansiva e inflattiva (keynesiana), all’interno della quale il mercantilismo tedesco non ha avuto effetti devastanti all’esterno e anzi ha fatto della Germania la locomotiva d’Europa, consentendole tempo stesso, di costruire un solido Stato sociale – per quanto la domanda interna sia stata sempre calmierata –. Quando invece l’ambiente esterno è divenuto il neoliberismo in crisi, come è accaduto nel XXI secolo, e sempre più intensamente a partire dal 2008, l’ordoliberismo tedesco vacilla: all’interno riduce di molto le prestazioni dello Stato sociale (le riforme Schröder-Hartz del 2003-2005, l’introduzione dei mini-jobs) tanto che secondo alcuni l’ordoliberalismo in senso proprio non è più che una facciata, soppiantato da un neo-liberismo appena mascherato; mentre verso l’esterno la politica deflattiva e il mercantilismo producono danni crescenti, ossia stagnazione e disunione dell’intera eurozona. La Germania unita divide l’Europa.

L’euro è infatti – con altro nome – il marco, il costrutto in cui la nazione tedesca dal dopoguerra si riconosce, e che la Germania ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, obbligando gli Stati dell’eurozona, attraverso i Trattati, a comportarsi virtuosamente – secondo la definizione di ‘virtù’ dell’ordoliberalismo –, ovvero chiedendo a più di mezza Europa di agire secondo modelli che sono tipicamente tedeschi e che le realtà politiche non tedesche devono riprodurre, almeno a grandi linee, attraverso le «riforme» e la spending review. Ma che l’Europa sia lo spazio dell’euro/marco non la rende unita: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco allargato, una cintura di economie embedded nell’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (prigionieri volontari dell’euro – Spagna, Portogallo, Grecia –, mentre Italia e Francia sono in bilico fra le due aree). Questa linea di frattura distingue l’Europa dei creditori e l’Europa dei debitori − quella dei creditori è il nucleo germanico, e le economie che sono più interne al sistema economico tedesco, gli altri sono, in cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno esteriore di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread; ma la frattura esiste anche a livello di sistemi produttivi, e nessuno ha idea di come superarla: la politica prevalente è quella dell’attendismo un po’ ipocrita, del voltarsi dall’altra parte davanti agli sforamenti e ai ritardi rispetto ai parametri di Maastricht, di cui più o meno tutti gli Stati europei sono responsabili (la Germania ha un surpuls commerciale stratosferico, l’Italia ha un debito pubblico enorme, la Francia un deficit di bilancio colossale, e così via). Ma anche se Bruxelles o Berlino hanno a volte nella pratica atteggiamenti meno arcigni, e anche se Francoforte adotta una politica monetaria più che accomodante, l’economia non riparte se non a stento (e con differenziali di crescita proporzionalmente importanti tra i vari Stati), le società non cessano di soffrire e le democrazie di deteriorarsi; e chi denuncia apertamente e politicamente l’insostenibilità della situazione viene distrutto (come è capitato al primo Tsipras).

Un’ulteriore frattura è data dal fatto che lo spazio economico dell’euro a (problematica) dominanza tedesca non è propriamente uno spazio politico tedesco, nemmeno nel suo nucleo più ristretto – non c’è nulla di simile al IV Reich, insomma –. La causa di questa situazione risale alla spazializzazione postbellica del 1945-47: la cortina di ferro che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa, si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero avrebbe potuto sì costituirsi come uno spazio economico nazionale, ma non certo riproporsi come un Reich. Ebbene, la fine del comunismo e l’annessione all’area occidentale dei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale ha fatto sì che questi, per quanto siano embedded nello spazio economico tedesco, non condividano le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha avuto, storicamente, un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi), dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali, e nel secolare rapporto fra l’elemento slavo e l’elemento germanico vi sono stati movimenti di marea in avanti e all’indietro, ostilità ma anche collaborazione e ammirazione.

Al contrario, molti degli Stati embedded nello spazio economico tedesco sono e restano violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava. L’Europa è così attraversata da una memoria politica divisa: il nemico nell’immaginario e nella prospettiva degli Stati dell’Europa orientale continua a essere la Russia, erede dell’Unione Sovietica. Ciò fa sì che la Germania sia oggi scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, mettendo a disposizione basi militari per la NATO. Come tutto ciò pesi anche nella genesi e nella gestione della questione Ucraina è evidente.

Ora, la stessa Nato disegna nel suo complesso una evidente linea di frattura fra Europa e Russia – una frontiera che la vittoria nella guerra fredda ha consentito di spostare verso Est, così che oggi la Nato accoglie non solo gli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale ma anche Stati balcanici eredi della ex-Jugoslavia –. Che questa situazione istituisca oggettivamente una linea di forte frizione con la Russia è ovvio: una frizione in cui l’Europa – piaccia o non piaccia ad alcuni Stati europei – è coinvolta. L’Unione Europea, infatti, non ha una propria politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione della proiezione armata della potenza europea è ancora agli albori; anzi, la politica militare e industriale è rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. Eppure c’è un’ulteriore linea di frattura all’interno di quello che sembrerebbe lo spazio unitario dell’Occidente in armi. Infatti, dentro lo spazio della NATO si produce una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti; e ciò fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quanto possa apparire; certamente (data l’enorme sproporzione di mezzi) sempre in ultima istanza a trazione americana, ma soggetta agli umori, e alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa e protagonisti di un dinamismo antirusso ‘dal basso’.

Insomma, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco allargato) e debitori, e uno spazio politico diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (benché più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale invece la Germania non può (e non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico (ma è un’egemonia deflattiva, non espansiva).

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Nell’Europa dei molti spazi, delle molte fratture, la Germania è quindi, al momento, segno non d’unione ma di contraddizione.

Ma non tutti i problemi europei nascono dalla Germania, «egemone riluttante». Né la soluzione sta nella sola Germania, che secondo alcuni dovrebbe esercitare un più deciso ruolo politico – a cui nessuno, in Europa e nel mondo, è in realtà preparato –. La verità è che quella di oggi è anche l’Europa dei molti Stati (inquieti e pericolanti), che sono poco più che i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata all’epoca della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche, dopo che nel 1954 era stata bocciata la Ced) o all’epoca della globalizzazione incipiente e all’apparenza «pacifica». Un’Europa che pensava a se stessa come «mercato comune» e poi come «potenza civile»: ipotesi, quest’ultima, possibile solo in una situazione mondiale di relativa pace, che oggi è ben lungi dal verificarsi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è ormai attraversato da muri e da barriere di filo spinato alzate dagli Stati, e così trasformato in un puzzle, in un labirinto per intrappolare, come topi, i migranti che fuggono dallo sfascio del vicino oriente, dell’Africa settentrionale e del Corno d’Africa. E l’emigrazione stressa oltre che le strutture istituzionali anche il legame sociale, estremizzando l’opera del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Dalle stesse aree di crisi giunge all’Europa un’altra sfida, il terrorismo, che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra, e dunque è strategico: ma in realtà è anche sistemico perché nasce dentro lo spazio politico degli Stati europei, dentro le loro contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. Non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo −: la verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza, ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno (sull’esclusione e sul risentimento sociale e politico). Insomma, il terrorismo continentale è un modo della guerra globale, che è − come provai a definirla a suo tempo − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento».

Il combinarsi di terrorismo e di immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa, e che alimentano insicurezza e disorientamento esistenziale nelle società) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Ma in realtà il sommarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produce fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrà neutralizzare: lo «Stato forte» sarà in questo contesto solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterà in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica produceva dentro gli Stati l’Union sacrée (o la rivoluzione), la guerra globale produce fenomeni di scollamento del tutto anomici.

Alle linee di frattura interne allo spazio dell’euro, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono, dentro la Ue, le linee tradizionali degli Stati, e nelle società europee, microfratture pulviscolari, generate dalla crescente disuguaglianza economica, dalla stagnazione produttiva, e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere (o implodere in avventure reazionarie) ogni spazio politico, tanto la Ue quanto i singoli Stati. L’Europa oggi non ha Nomos, e, semi-paralizzata, risponde con le leggi di emergenza (a livello degli Stati) e con nuovi rabbiosi nazional-populismi (a livello delle società) alla disuguaglianza, all’emigrazione e al terrorismo.

La risposta a livello di Ue, appunto, manca: o meglio, non è altro che la promessa (o la minaccia) di una indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi – con qualche aggiustamento che eroda ancora un po’ la democrazia, e con nuovi sacrifici per tutti, cittadini e migranti –. Un’utopia entropica, in fondo. Ci sono, certo, altre retoriche: c’è quella benintenzionata del «Ci vuole più Europa» – che è però incomprensibile se prima non si chiarisce di quale Europa si parla (non certo di un super-Stato monolitico, a guida tedesca, capace di chiudere i propri confini all’esterno; ma la stessa opzione federale, se presa sul serio nelle sue implicazioni di reale cessione di sovranità da parte degli Stati, richiede uno sforzo politico immane e non c’è traccia dell’energia politica necessaria) –, e c’è la contro-retorica delle insurrezioni cittadine su scala europea (altrettanto enfatica e indeterminata). Ma di fatto,  nessuno ha al momento soluzioni e strategie per uscire da una crisi che investe direttamente la storia e l’identità della vecchia Europa degli Stati, e della recente Europa dell’euro.

Dopo tutto, la prima cosa di cui abbiamo bisogno è forse, oltre all’analisi, un forte supplemento d’immaginazione.

L’articolo è stato pubblicato in «Limes», n. 3, 2016, pp. 175 – 182.

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