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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Chiarezza sulla sinistra

Intervista  con Pino Salerno

 

 

Cominciamo dall’Europa e dalla sua grande fibrillazione, dal 24 settembre tedesco al primo ottobre spagnolo fino al discorso di Macron (con il corollario delle prossime legislative austriache e il referendum farlocco del lombardo-veneto). Ne esce un quadro in cui la tecnoburocrazia di Bruxelles ha responsabilità notevoli, e l’Europa politica si dilania e non fornisce più risposte ai popoli. Qual è il tuo giudizio?

L’Europa non ama gli Stati, e nasce per superarli. Ma di fatto è dominata dagli Stati, ciascuno dei quali utilizza l’Europa e le sue istituzioni per aumentare la propria potenza. Questa è una prima contraddizione. La seconda è che il neoliberismo non ama lo Stato se non per le sue prestazioni penali, e cerca di avere a che fare più con la governance che con i governi. Ma l’Europa non è solo neoliberismo: è anche ordoliberalismo (l’euro), che implica invece un massiccio ricorso allo Stato in chiave di stabilizzatore e neutralizzatore dei conflitti. E questa è la seconda contraddizione. A ciò si aggiunga la terza contraddizione: che cioè lo Stato è sì centrale nell’attuale architettura dell’Europa ma è anche devastato da una crisi economica che tende a disgregarlo secondo linee di frattura di convenienza produttiva e finanziaria. Nel complesso, quindi, l’impulso neoliberista e la morsa della crisi vanno verso la rottura dello Stato per costruire, su basi etniche più o meno inventate, Stati più piccoli e più liberi dai vincoli di solidarietà fiscale che regnano in uno Stato tradizionale. Ma l’esigenza ordoliberista di stabilità e la diffidenza degli Stati europei verso le crisi politiche radicali vanno nella direzione di evitare ogni incentivo alla frantumazione e alla balcanizzazione dell’Europa. Per ora la linea della prudenza è di gran lunga prevalente.

In Democrazia senza popolo hai descritto l’esperienza parlamentare negli anni del renzismo. Come faremo a ricostruire l’Italia sulle mille macerie che hai narrato?

Le macerie ci sono, indubbiamente. Si è ormai affermato un modello economico che funziona solo con la completa subordinazione e privatizzazione del lavoro, e che quando produce nuova ricchezza non la redistribuisce ma la concentra su coloro che sono già ricchi. Un modello economico che produce deliberatamente disuguaglianza e degrado (poiché vieta l’intervento pubblico nell’economia in chiave anticiclica, e vieta anche gli investimenti nello Stato sociale), impoverimento e precarietà non occasionali ma strutturali, competizione ma non conflitti progressivi, abbassamento della qualità delle forme di vita e di produzione materiale intellettuale, con l’emersione di poche isole d’eccellenza, del tutto omologate al sistema. Ne conseguono oppressione e mortificazione generalizzate, crollo della lealtà repubblicana, allentamento del legame sociale, inimicizia universale di tutti verso tutti, individualismo passivo e rassegnato, crisi della democrazia, atteggiamenti anti-politici in realtà funzionali al mantenimento dello status quo o all’insorgenza di politiche di destra. La via per battere tutto ciò è in primo luogo riconoscere la situazione attuale con realismo, senza indulgere in ottimismi di maniera. In secondo luogo si deve affermare un rigoroso pensiero critico che instancabilmente denunci e riveli le contraddizioni insanabili del sistema, a partire dalla universale oppressione, dalla chiusura degli orizzonti vitali, che quasi tutti i cittadini sperimentano quotidianamente. In terzo luogo si deve dischiudere un universo realmente alternativo, che dia spazio e consistenza alla speranza di una democrazia fondata sul lavoro e non sul mercato, e alla fioritura di libere personalità e non di soggetti frustrati. In quarto luogo, non si deve avere fretta di governare: la costruzione di un pensiero pensante e non sloganistico, e di un soggetto sociale dotato di una qualche consistenza, viene prima. Dalle macerie si esce, se si esce, negli anni, non nelle settimane. La politica deve ritrovare il passo lungo e la progettualità, eludendo la trappola della comunicazione e della governamentalità.

Da qui la necessità di costruire un soggetto politico della sinistra, alternativo al Pd renziano, e alle politiche neoliberiste che esso ha prodotto. Tuttavia, dal primo luglio di piazza Santi Apostoli a oggi, l’impasse è purtroppo evidente. Quale futuro? Come riusciamo a contrastare il mainstream dell’informazione che vuole convincerci della fine della sinistra europea e della differenza con la destra? Una destra che ormai è sempre più radicalizzata verso posizioni xenofobe e razziste, e di conservazione di un’Europa intollerante e inospitale?

L’impasse della sinistra non è casuale. Essa si divide – e ormai sembra una divisione irreversibile – fra coloro che puntano a un nuovo centro-sinistra, a un nuovo Ulivo (sulla base del riconoscimento che il Pd di Renzi non è di centro-sinistra, ma che con un’alleanza a sinistra può cambiare) e coloro che vogliono costruire il quarto polo, non tanto di centro-sinistra ma di sinistra, per non allearsi mai con il Pd o eventualmente solo dopo le elezioni e solo dopo trattative sul programma di governo. Si tratta del dilemma della sinistra nell’età neoliberista: accettare la nuova forma del mondo per governarla (così si crede) allo scopo di mitigarne le asprezze, oppure fronteggiarla come un avversario che vuole trionfare sulle conquiste del lavoro e della democrazia? Le sinistre europee hanno seguito la prima via, facendosi battistrada del neoliberismo, per finire a questo subalterne e per essere scalzate dal ben più solido e convincente impianto governamentale delle forze di centro. In tal modo, le forze di sinistra non hanno neppure saputo intercettare il disagio e la protesta contro il sistema a cui esse stesse hanno dato più di una mano, e le hanno lasciate alle destre. Una sinistra che voglia rimediare a questi errori deve proporsi non tanto un generico superamento del capitalismo, ma di instaurare le condizioni politiche e sociali perché al capitalismo si affianchi, con un ruolo di riequilibrio e di governo, una politica certa di sé, ovvero consapevole del fatto che il capitalismo non crea ordine stabile, sviluppo umano, speranza collettiva.

Una siffatta sinistra deve essere guidata da politici credibili, nutrirsi di pensiero non mainstream, non accontentarsi di atteggiamenti liberal e recuperare la concretezza e la radicalità dell’analisi e della proposta. Deve non illudere i cittadini su di una facile uscita dalla situazione in cui siamo finiti come Italia e come Europa. Deve differenziarsi, rendersi riconoscibile, tanto più in un sistema elettorale proporzionale. Deve parlare senza mediazioni con le persone, non comunicare attraverso i media. Deve tornare non tanto fra la gente in senso generico quanto nei luoghi di lavoro e di formazione. Deve battere l’individualismo rassegnato e isterico a cui conduce il neoliberismo, con la prospettiva di una dimensione pubblica ricostruita. Deve insomma essere alternativa al presente stato di cose, e dare risposte ai bisogni reali dei cittadini, riassumibili nella sicurezza democratica. Ovvero la sicurezza dell’ordine pubblico, della civile convivenza; la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro; la sicurezza sulla qualità della pubblica istruzione e della pubblica sanità; la sicurezza del territorio. Tutti obiettivi per perseguire i quali è indispensabile un nuovo investimento sullo Stato, troppo frettolosamente dato per morto, prima che sull’Europa (che resta una prospettiva utile se è gestita da Stati orientati a sinistra).

Ci deve essere, in sintesi, un motivo per cui un cittadino vota a sinistra, e la nuova sinistra glielo deve dire e dare, con un impegno pari a quello che animò i primi “apostoli” del socialismo a fine Ottocento. Nulla di meno è richiesto a chi voglia costruire una sinistra in un mondo che è governato dalla destra economica, e che scivola verso la destra politica. Altrimenti è meglio stare a casa. E qui voglio fare un’ultima osservazione: la mia non è una proposta di testimonianza, come si usa dire oggi, né una predilezione per i partitini. È una proposta di ricostruzione progettuale e di generosa apertura al rischio insito nella politica, che non si propone solo qualche guadagno tattico, ma che vuole pensare in grande e in avanti, o almeno si sforza di farlo. Ed è l’auspicio che dall’impasse finalmente si sia usciti, con radicalità e con serietà, senza esitazioni e senza estremismi.

Ingiustizie e disuguaglianze sociali: è davvero necessario governare per risolverle? Ovvero, Pisapia insiste sul centrosinistra “di governo”, discontinuo rispetto alle politiche renziane, ma evita di proporre come si governano i processi. Che ne pensi?

Sulla base di quanto ho appena detto, è chiaro che il semplice andare al governo non basta. Si rischia di non contare nulla e di avallare politiche in continuità col passato, di sposare tutte le «compatibilità» del sistema. È molto più importante insediarsi nella cultura e nella società con un lavoro di lunga lena e di ampie prospettive, che ricostruisca le persone, la società, lo Stato, la democrazia, l’Europa.

Renzi ha sostenuto che i suoi avversari sono i 5stelle e i populisti, mentre col Rosatellum costringe a coalizioni farlocche pronte a sfaldarsi il giorno dopo il voto. Zagrebelsky invita Mattarella a non firmare quella riforma elettorale a pochi mesi dal voto e indica, insieme a tanti giuristi, gli elementi di indubbia incostituzionalità presenti nel Rosatellum. Qual è l’antidoto, secondo te?

L’antidoto al Rosatellum è stato il Mattarellum o anche il Tedeschellum. Questa nuova brutta legge che martedì si inizia a votare alla Camera è buona per Renzi e per Berlusconi, dato che rende entrambi centrali nel costruire coalizioni, e al contempo spacca la sinistra e toglie qualche seggio ai cinquestelle (i quali in ogni caso, si sono tirati fuori dagli scenari post-elettorali, poiché non hanno e non vogliono avere capacità coalizionale). Ma una legge elettorale da sola non salva un Paese (al massimo lo condanna). Le coalizioni che emergeranno dalle elezioni saranno instabili, soprattutto quella di destra, lacerata tra Salvini e Berlusconi. Secondo quelli che saranno i risultati elettorali concreti, a oggi non prevedibili per la distanza che ancora ci separa dal voto, ci saranno rimescolamenti di carte in Parlamento. È su questi – sulla rottura della destra in particolare – che Renzi, ormai venuto a più miti consigli, punta per avere un ruolo nella politica di domani (e intanto si fa una legge che gli dà il controllo degli eletti, almeno per sette decimi). Francamente, si tratta di scenari tanto deprimenti quanto invece è esaltante adoperarsi per la ricostituzione di un orizzonte teorico e pratico di una sinistra non politicista, ma capace di pensare la politica in grande stile.

 

 

L’intervista è stata pubblicata in «www.jobsnews.it» l’8 ottobre 2017

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The Origins of Modern Sovereignty and Its Current Transformations

 

What are we talking about when we say «State»? We are talking about the modern configuration of the relationship between politics and capitalism, as well as between Europe and the rest of the world. This configuration has been long winning and built the essence of the European empire from the Seventeenth to the end of the Twentieth Century. As a matter of fact, the modern State entails a new form of the world, that arises from the valorization of the discovery of America, both in the imperial transatlantic form (Spain and England), and in the State form within Europe.

The State is traditionally defined through the coordinates of sovereignty, population and territory. Sovereignty itself is nowadays understandable not so much through the three forms of power defined by the constitutionalist tradition (that is legislative, executive and judiciary power), but rather as the contradictory combination of political, economic and cultural power. Political power includes legislative, executive, but also judiciary and military power. Economic power is mainly private, but has public effects, and it actually determines important elements of society and of international politics. Cultural power concerns legitimating narratives and cultures, that in many forms project an image of a certain way of life, both inside and outside in the world.

These powers are not synchronized, and actually they can significantly diverge in the global age. Nonetheless, I would like to suggest that they can still be ascribed ultimately to specific political unities – in a broad sense definable as «States» – which are «political spaces» in a strong sense and which do not vanish in a smooth globality, inhabited by an abstract multitude. Yet they are new political spaces: they are not enclosed and self-sufficient as the modern sovereign State has conceptually claimed to be. They are rather crisscrossed by lines of power, violence and movement that prevent their closure, that are not inserted into the Westphalian dimension, and that must be deciphered with a multi-scalar gaze, through intellectual tools that not necessary adere to the current de-constructionist mood .

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There are two possible perspectives on the origin of the State and of the transformations of politics. The first one collects the reasons of unity, of legal stability, of progress, whereas the second one is characterized by the emphasis on the conflictual dynamics entailed by the State.

The first perspective actually includes a set of diverse positions: rationalist philosophies, as well as the work of a sociologist like Max Weber, and of the Allgemeine Staatslehre jurists. This perspective starts from the legal-unitary hypothesis that the State is a closed space, that the population is composed by individuals entitled with rights, that sovereignty gains its legitimacy through the contract or through participation, and manifests itself as legal-rational representative power. The crucial aspect here is that the political form tends towards unity, which is considered as a historical value and a progress in relation to the internal heterogeneity of the Empires.

In this view, the State poses itself as the mobile frontier between sovereignty and the animal nature; its movement progressively restricts the natural space of «wolves», by taming and civilizing them within the fences of sovereignty (although the animal lingers just the same, obscurely uncanny, because also the sovereign has beastly traits, as Derrida argued[1]). The motor of the frontier of civilization is labor, which includes progressively lands and peoples within the State: «in the beginning all the world was America» ‒ John Locke said in his Second Treatise, 16, 49 – and in the end all the world will be civilized. The relationship between the West and the «rest» is harsh and initially unequal, but linear: labor and State are the civilization that expands itself throughout the world, in a basically universal way. According to this narrative, colonialism is nothing but a stage in the path of civilization.

In this perspective, the whole world can be «statualized» and there is no need of a pacifist stance for imagining a system of pacific coexistence among States (like the UN). Moreover, the whole Earth is open to capitalism. Of course, one needs to take a stand for market capitalism against command economy (for the reason that the latter does not work), but in principle economy is not in contrast with politics. In other words, from civil society (within) and from colonialism (without) do not arise insurmountable contradictions. According to Max Weber’s analysis, the State and the market stay side by side as two forms of Western rationalism, that can be exported all over the planet and are internally very articulated. As a matter of fact, this expansive model of politics and of economy ‒ the combination of the sovereign frontier and of the frontier of labor ‒ encompasses the two opposed characterization of the State, the social and the neoliberal one. In other words, it includes both the modern and the post-modern form of State.

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We can define the second perspective about the genesis and transformation of the State as «the line of the Two», and use Carl Schmitt as its exemplary representative (also the Marxian perspective, obviously, is based on the “Two”, but aims at the “One”). In the realm of interior politics, we owe to Schmitt the thesis that the Political ‒ namely, the constituent power ‒ is intrinsically dual and conflictual. In fact, the relationship between friend and enemy transcends the State and the institutions, and cannot be fully neutralized or legalized[2]. The origin of the sovereign political form is not the contract, but rather the conflict. As Derrida would have later stated, sovereignty is a coup de force[3]. The permanence of this unremovable origin implies that legitimacy (that is, the original conflict) does not fully coincide with legality (the universal form of the right). The unity of the State can always be challenged by the internal enemy. Consequently, the sovereign political order presents itself not only as legal or administrative rational inclusion, but rather as decision and exclusion. From this point of view, Schmitt radically differs from Weber.

Furthermore, especially in his book on The Nomos[4], Schmitt rebuilt international politics by means of an epochal-genealogical gaze, according to which the European statehood results from the balance between the smooth space of the Sea (corresponding to the English naval and technical power) and the striated space of the Land (corresponding to the politics centered on the European States).

This relationship between continental Europe and England, however, is not sufficient for the understanding of the State. It is also essential to consider the colonial appropriation of the extra-European territory: being conceived as res nullius, this is the space where the «limited war» between States that reciprocally recognize themselves does not exist, and where the indiscriminate violence towards the “savages” is in play. The unbalance between Europe and the rest of the World adds itself to the balance between Land and Sea. This combination forms the Nomos, that is the order, oriented by a concrete origin, of the jus publicum europaeum. This means that the Nomos entails anomy: frontiers, frictions, conflicts are its constitutive parts, and it implies internal hierarchy or ominous confrontation with the outside, but for sure not the autonomy of its parts[5].

For Schmitt, the modern State has indeed vanished together with eurocentrism. Nonetheless his anti-universalism endures also beyond the State, in his hypothesis of the Great Spaces. These are meant as subjects of a post-national and pluralistic Nomos of the Earth; in fact, Schmitt favorably quotes Mao and his slogan «Asia to the Asians»[6]. These Great Spaces, though, are to be understood as completely autonomous one from the other, autarkic and self-sufficient: the economy and the technique, with their universalistic tendencies, are «indirect powers» that politics (the «direct power») must always confront.

In sum, for Schmitt, differently than for Max Weber, there is no congruence between economy and politics: the first one is generally smooth and universal, whereas the second one is particular and conflictual. To conclude, Schmitt is the thinker of exception and exclusion, but he sees them only in politics, while Marx situates these contradictions essentially within the economy. This fact allows the use of Schmitt by Marxism in an anti-liberal sense, but not entirely homogeneous to Marxist thought.

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Neoliberalism is the fourth revolution of the Twentieth Century, after Communism, Fascism and Social Democracy. This revolution took place in the ‘80s and gave birth to dreams of global peace: the lex mercatoria and a complex world governance were supposed to substitute the States as regulatory principles of international law and the aggressive dualism of the two Empires that confronted themselves in the Cold War. In general, the State (both communist and democratic) was recognized as a problem, and was supposed to give way to the individualistic competitive power of the utilitarian subject, the only one compatible with the new face of capitalism[7]. The market was supposed to become the new Nomos of the Earth. The social State should be replaced by a minimal liberal non-sovereign State, a tool of the economy, whose rules it was supposed to promote and guarantee on a certain territory – thus playing a non-marginal but certainly instrumental role[8].

But the full overcoming of modern political conceptuality in the direction of a total unity of the world was never realized: differences, conflicts, walls and authoritarian hierarchies have multiplied. Under the pressure of the new forms of economy, the political and juridical unity of the States has changed direction towards the practice of inequality and exclusion; the State of social security is turning into the State of security tout court.

From the international perspective, there is first of all a high rate of interdependency, like the one that binds the US and China, where the second one in fact finances the deficit and debts of the first one. On the other hand, there is a high rate of military conflicts in the shape of threats of conventional wars, or of a multifarious set of asymmetrical or low-intensity wars, dispersed on different fronts, and of massive migrants’ and refugees’ movements: the whole world is crisscrossed by conflict lines and by nomadic and migratory insurgencies, by terrorism and by new frontiers that try to stem them and that build the new international political spaces, very complex and loaded with violence[9]. Globalization is also a continual global war.

All this does not mean the end of sovereignty tout court: on the contrary, it survives in a not at all residual way. Differences are established in the law itself: the birth of a «criminal law of the enemy», of the migrant, of the poor, of the Muslim, are telling of this trend. The force of the State manifests itself in the limitation of rights and of freedom that occurs primarily in a factual and administrative way. At the same time, legitimacy moves from the rational legality to alleged «ethnical» or cultural foundations of identities, or to the securitarian dimensions. Emergency has become the norm.

But at the same time sovereignty is quested for by citizens, as a political defense against the social effects of the new economy and of its crisis, particularly the destruction of the middle class and the working class: sovereignty is quested not only as a force exercised in a repressive sense, but rather as the fundamental factor of a new claim for security and justice, that is for stability – that is for statehood. What is asked is not only that society be compatible with the needs of the market, but also that the market be compatible with the needs of societies – something that might derive from the action of politics –. Behind what is labeled as anti-political «populism» by the mainstream media ‒ a kind of politics that originates from below, but is always accompanied by a very traditional demagogy from above ‒, there is the political need to overcome the capitalistic anomy.

In this scenario, the State is marked at the same time by less and by more politics, which means less democracy and more plebiscitarianism, less institutional complexity and more authoritarian simplification. In other words, the exacerbation of the novelty effects produces the return of archaic forms of exercise of politics. The contemporaneity is the un-pacified coexistence of different temporalities[10] and also of different spaces and conflicting lines, that prevent political forms to find any kind of closure. Given these contradictions, the States exist as political subjects, as wounded Leviathan, hybridized with Behemoth and turned into amphibian and ambiguous monsters – figures of order and of disorder at the same time –.

This situation contradicts, for contrasting reasons, both the models of conceptualization of State explained above: a world unity in the neoliberal sense does not exist, because the States, though transformed, continue to exhibit, inside and outside, political and military logics which are not immediately identifiable with the economy. Nevertheless, we are not even confronted with the scenario of autonomous Great Spaces portrayed by Schmitt, for two reasons: on the one hand, the emergency that today cuts through the political unities does not correspond to the exception, for it escapes the punctual morphogenetic decision; if anything, emergency has become the permanent way of being of politics. On the other hand, the big political areas of influence that are visible in the world are not at all autonomous or autarkic; rather, we stress it again, they are open both to powers external from territory, and to internal conflicting insurgencies. Even from Schmitt’s perspective, the present situation is anomic.

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The logics of politics have a crucial role in the processes of globalization on the international scene.

Three different strategies of political control of the economic dynamics (or three different attempts to control them) operated, aiming to maximize the power of the main global political actors. The United States have been swinging: after the victory over the Ussr, on the one hand, they pursued an indirect economic power. This was the aim of the treaties subscribed by Obama in order to create free-exchange zones dominated by the US. On the other hand, the United States improved their military presence all over the world. This overtly and directly unilateral logic was applied by Bush jr and Trump; the latter, moreover, threatens new economic wars, through protectionism and his ideological claim “America first“. Anyway, the cultural power of the US still resists as the strongest in the world. The constant aim of this swinging was the maximization of the power of the United States all over the world.

Even China, the other major actor of the global age, has an intense and univocal political character: the political leading force of the country, the Chinese Communist Party, is unitary; the market economy is instrumentally used in order to produce a more intense development than the one that the command economy would pursue. The foundation of this politics is the political choice of mixing capitalism and socialism under the Party hegemony (the so-called «Chinese Road to Socialism», or «Sinicization of Marxism»). Actually, the Chinese bourgeoisie is expropriated of its political ‒ rather than economical ‒ influence. It cannot express its wealth on the political level, since politics is monopolized by the CCP. Thus, the economic power is able to act on the political level only indirectly, that is through corruption. Lastly, the cultural power is provided, on the one hand, by an interpretation of Marxism as an “eternal truth” expressing the universal dream of the humankind (namely, socialism); on the other hand, by claiming a national road to communism through the recovery of the Chinese traditional culture, and of the Confucian belief in the supremacy of harmony over conflict, of duties over rights, of peace over war[11].

In short, according to the Chinese self-narrative socialism does not coincide with planned economy. Rather, it consists of an interior one-party State that pursues the universal aspiration of socialism in a peculiar, specific way: on the one hand, free commerce on a world scale; on the other, a strong regional politics against any external imperialism[12]. From this point of view, China consciously meets Carl Schmitt’s thought, both concerning the one-party system, and the issue of the «Great Spaces»[13]. At the same time, from the economic point of view, China is afraid of the commercial protectionist wars threatened by the new US presidency. A communist and liberal «Great Space», then, but also a «Great Space» with its own area of influence in Asia and Africa. All of this shows the complexity of the present times.

Concerning Russia, it structurally differs from China both from an economic and from a demographic point of view. However, Russia shares with China the authoritarian political management of globalization, with its Euro-Asiatic geopolitical doctrine, its orthodox political theology, its force projection towards Asia and the warm seas.

The German Ordoliberalism, or «social market-economy»[14], is the third way through which politics has tried to establish its primacy before and during the global age. This perspective is based on organicist assumptions about State and society and on the idea that the market should be politically defended by the State, which ought to eliminate all reasons for conflict, such as the excessive claims of trade unions, or the companies’ tendency to form cartels. The Ordoliberal hypothesis was realized in Germany after WW2, through two main policies: on the one hand, a steady and compact link between banks and companies, trade unions and entrepreneurs’ organizations, State and Länder, school and economy; on the other hand, the neo-mercantile orientation of economy towards export, rather than toward interior demand. This approach – that was modified in a neoliberal direction by Schröder’s reforms in 2003-2005 (the so-called Hartz plan) – lies at the foundation of the Euro, the common currency of the European Union, which defines itself as «a high competitive social market-economy». But in Europe, without the political initiative of a European political unity – also in federal form –, that is without a truly political union with a sovereign power over State budget and fiscal policies, Ordoliberalism turns out to be a set of obligations and duties almost impossible to be respected by the European States, with the partial exception of Germany and of some States involved in the German economy. As a matter of fact, the States have no capacity to transfer money from the rich to the poor areas of the system or to take decisions concerning economic and fiscal policies binding for the whole territory. Consequently, while it was a political and economic victory for Germany, the Euro is a political and economic problem for Europe. Because of the presence of nation-States characterized by different interior economic performances, the Euro became one of the causes of the European crumbling, and fostered anti-European sentiments in many societies[15].

Therefore, there is no such thing as a European strategic power: there is neither a unitary sovereignty inside, nor an exterior projection of power; neither the capacity of governing the migration flows coming from the Mediterranean and the East, nor the ability to intervene in order to grant peace in the Middle-East and in North Africa. As far as the economy is concerned, export is strong, but Europe is also weakened by the very instrument that was supposed to strengthen it, that is the Euro, so that the European GDP growth is always too slow. Lastly, also the production of a legitimating democratic and social narrative is weakened by the inadequate performance of the European system as a whole. Today, inside an international context marked by conflicts that Europe is not prepared to face, its former claim to be a «civil power» fails.

In more general terms, precisely the difficulties found in applying the three patterns of political management of globalization described above show that political power is necessary. Even though the powers of several political unities are radically challenged, these are the only way of inhabiting the global world and cannot be substituted neither by a capitalistic universalism, nor by its multitudinary reversal.

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Today, in the winter of globalization, when its free-trade functioning is at least partially interrupted and its constitutive contradictions are blowing up, the three types of power (political, economic and cultural power) more clearly converge towards strategies based on specific political centers of power. In a general sense, we can define these centers as «States» (or “great States”) since they maintain the internal unity of the three powers and the capacity of politically, economically and culturally projecting them outside in a true Wille zur Macht. Politics accompanies and promotes the economy; in some cases, it also corrects its unrestrained tendency (Trump’s position against outsourcing is an example); furthermore, politics and economy produce mainstream cultural patterns and legitimating narratives. Sure, these powers are not fully synchronized (online in the case of China we can see something like a consistent strategy): anyway the great States give a general orientation to those powers.

As I said, however, these centers of power are structurally and reciprocally open: they are crisscrossed by economic faults, lines of valorization, and nomadic migration movements that cut the borders and crumble societies, but also by emergencies and struggles. Furthermore, these specific centers of power are challenged by the universalistic power of terrorism, that does not care about borders and that pushes on a global scale both the inter-Islamic civil war and the reaction of part of the Islamic world to the Western will of power.

It is therefore true that the global age displays new features, that is pluralism and neo-imperialism, and that universalism is denied both by the new differentiating logics of geo-economy, and by the traditional reasons of geopolitics. In a words, it is true that the space is still determined, conflictual and decisive, and that the struggle for the occupation of the space involving the US, Russia and China revolves around a political will that overcomes also economy and the legitimating narrative. However, it is also true – and it must be repeated – that this spatiality is plunged into a sea of transversal economic relations and in an ocean of terroristic or asymmetric conflicts. These conflicts and those relations prevent these spaces from becoming «fortresses», challenge their borders, increase their internal authoritarianism and the recourse to legal and extra-legal emergency devices.

Consequently, neo-imperial sovereignties are continuously floored and displaced, and they are compelled to incorporate lines of force and violence that cannot be completely circumscribed and controlled: in sum, they have to accept the impossibility of determining and neutralizing their own contradictions. In other words, they face an endless crisis. However, it would be inappropriate to say that they are «in ruins». On the contrary, we are facing new complex conceptual and spatial geometries, rather than the complete absence of form. Of course, there are also sovereignties in ruins: there are the «Failed States» (and they are not a few) and there are States completely subjected to the sphere of influence of others (and they are many). This complex geometry is marked by the co-existence of different scales of power, forces and interests that tend to be universal, by local conflicts and struggles, potentially conflictual and actually interdependent great powers. In this context, which is an «intermediate situation» from both a political and a conceptual point of view, «great politics» is decisive and hence constitutes the Nomos of the Earth, the function that enables to decipher the global politics. However, this Nomos does not have a center, and is therefore incapable of ordering globalization. It is a paradoxical figure of disorientation, rather than of orientation.

In this game, in this multi-scalar space, in this articulated time, what’s left of Europe ‒ which is not able to be a «State», not even a federal one – and what about its national States? From the point of view of effectiveness, which is politically decisive, neither these States nor the neoliberal narrative are up to the global scenario. From the point of view of the three abovementioned forms of power, in different ways each European State expresses a hopelessly «small» power. Besides, the establishment of a unitary continental power would be impossible: not only because the US and Russia would oppose it, but also because it is not in the agenda of the European political élites, that have achieved their oligarchical objectives in the construction of the euro and that, from a political point of view, still base their extremely narrow legitimacy on the nation-State.

On the other side, notwithstanding its weakness, the remaining loyalty of the citizens is directed towards the State, whose sovereignty is seen as the last bulwark against the social destruction produced by neoliberalism. And we must remember that the State (as well as the Party) is the only modern structure that can be democratized.

So, the European nation-State is «a past that does not pass». Suspended between the «not anymore» and the «not yet», its weakness is still a political resource that should be overcome, but is nonetheless necessary when better resources are unavailable. The European State is not strategically relevant, but is the bridging structure at stake in the political and institutional struggle in Europe, both from a symbolic and from a tactical point of view. The Right-wing is well aware of this relevance of the State. In fact, it is trying to appropriate it, answering by this to the people’s demand of protection from the effects of globalization. The Right-wing populist policies emerged from below, but are now directed by demagogy from above and, in all cases, remain anti-democratic. Therefore, also the Left-wing should be aware of the relevance of the State. Also from the State, not only from multitudes or social movements (that arise from the contradictions of the present and that are not to be neutralized in a party nor in the State, and that must remain parallel to the institutional politics) the Left – armed of critical thought, that is of its own cultural power – should realistically restart in order to both enact anti-liberal economic policies and to think a Europe finally made of social and democratic States animated by a «will of justice». From these States, Europe should draw its internal political and ideal consistency, so as to present itself on the global scene as a recognizable power led by a coherently humanist culture, and by adequate economic and political powers. The Left should move towards Europe through the States of the peoples (not of the populists), rather than against them.

In conclusion, for a political thought and practice that aim to be both critical and realistic, the challenge consists of pursuing the strategic democratic and social power of a United Europe through the combination of social movements and of political States, in a new democratic re-appropriation of the States in order to overcome them in a strong federation. In facts, also critical theory should adhere to reality, if it wants to change it. Otherwise, reality avenges.

 

Lecture at The 2017 Summer School in Global Studies and Critical Theory, Bologna,  Archiginnasio – Sala dello Stabat Mater, July 3rd , 2017 

 

[1] J. Derrida, Séminaire : La bête et le souverain, vol. 1 (2001-2002), Paris, Galilée, 2008; Id., vol. 2 (2002-2003), Paris, Galilée, 2010.

[2] C. Galli, Janus’s Gaze. Essays on Carl Schmitt (2008), Durham and London, Duke University Press, 2015

[3] J. Derrida, Otobiographies. L’enseignement de Nietzsche et la politique du nom propre, Paris, Galilée, 1984, pp. 22-23.

[4] C. Schmitt, The Nomos of the Earth in the International Law of the Jus PublicumEuropaeum (1950), New York, Telos Press, 2003

[5] F. Luisetti – J. Pickles – W. Kaiser (eds.) The anomy of the Earth. Philosophy, Politics, and Authonomy in Europe and the Americas, Durham and London, Duke University Press, 2015

[6] C. Schmitt, L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale con divieto d’intervento per potenze straniere. Un contributo sul concetto di impero nel diritto internazionale (1941), in Id., Stato, Grande Spazio, Nomos, Milano, Adelphi, 2015, pp. 101-187; Id., Teoria del partigiano (1963), Milano, Adelphi, 2005, pp. 82-83

[7] M. J. Crozier – S. P. Huntington – J. Watanuki, The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York University Press, 1975

[8] S. Sassen, Territory, Authority, Rights. From Medieval to Global Assemblages, Princeton, Princeton University Press, 2006

[9] C. Galli, Political Spaces and Global War, Minneapolis, Minnesota University Press, 2010; S. Mezzadra and B. Neilson, Border as Method, or, the multiplication of Labor, Durham and London, Duke University Press, 2013

[10] See the essays collected in «FilosofiaPolitica», 2017, n. 1

[11] Zhang Youkui, Il sistema di valori alla base del socialismo e il superamento del nichilismo, in A. Catone (a c. di), La “Via cinese”, Bari, MarxVentuno Edizioni, 2016, pp. 91-111; Hong Xiaonan, La potenza dell’armonia e la via di sviluppo pacifico della Cina, ivi, pp. 197-210

[12] Xuan Chuanshu, Avere fiducia nei propri valori e avere fiducia nel proprio percorso: un’analisi approfondita dell’essenza della via cinese, ivi, pp. 113-127

[13] Sun Jingfeng, Ancora un’indagine sul significato mondiale della Via cinese, in La “Via cinese”, cit. pp. 171-188; see F. Sapio, Carl Schmitt in China, in “The China Story”, 7 ottobre 2015

[14] C. Galli, Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 83-113

[15] J. Stiglitz, The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe, New York – London, W. W. Norton & Company, 2016

Tesi sull’Europa

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1.L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss) poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortita nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957) e lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compact del 2012 che ha tolto sovranità agli Stati a favore di un trattato economico gestito da Bruxelles e interpretato autorevolmente dalla Germania. Questa oscillazione continua e la complessità contraddittoria della configurazione attuale spiega perché è impazzita la maionese europea, ovvero perché il calabrone si è accorto che non può volare (un tempo si diceva che l’Europa è come un calabrone, che per le leggi della fisica non potrebbe volare eppure vola ugualmente).

2.La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, e dalla scelta inglese per un modello imperiale finanziario informale, il cosiddetto global England che coesiste con un marcato neonazionalismo) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora chiude (oltre alla secessione del Regno Unito, la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

3.L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors) in una pretesa di egemonia politica continentale della Francia in prospettiva post-statuale (e infatti non a caso la protesta francese contro l’Europa è oggi marcatamente statalista e protezionista/protettiva), l’euro è stato “occupato” dal marco tedesco e dall’ordoliberalismo sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – ha qui l’origine dei suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, abbandonando in parte le difese sociali dei lavoratori, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. Ne è nato un disagio sociale che sembra oggi orientarsi anche verso la SPD (che pure ne è stata a lungo responsabile).

4.Gli spazi politici in Europa (la questione centrale) sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavages interni all’area euro – che non è un’area monetaria ottimale –, ovvero vi sono gli spread, e oltre a questi vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. È decisivo capire che lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono (molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca): è questa mancata sovrapposizione a impedire l’affermarsi di un IV Reich, che peraltro neppure la Germania desidera. A questa complessità spaziale si aggiunga il fatto che la NATO ora non è più la priorità americana, e che gli Usa di Trump sembrano al riguardo un po’ più scettici (ma su questo punto è necessario attendere l’evoluzione degli eventi; probabilmente lo scopo statunitense è solo quello di far sostenere agli alleati un peso economico maggiore a quello attuale, e in ciò Trump è in linea con Obama).

5.È del tutto implausibile pensare che la Germania, anche in caso di vittoria socialdemocratica, possa avanzare verso l’assunzione di una maggiore responsabilità politica europea (ad esempio, accedendo a qualche forma di eurobond): anzi, la cancelliera Merkel verrà forse punita per il suo presunto lassismo verso la Grecia e verso i migranti. Del resto, la sua proposta di Europa a due velocità – qualunque cosa significhi – vuol dire proprio l’opposto di un’assunzione di maggiore responsabilità. In Europa convivono già diversi “regimi” su molteplici aspetti della politica internazionale; il punctum dolens è il regime dell’euro, che Draghi ha difeso come «irreversibile», richiamando così la Germania alle proprie responsabilità e implicitamente riproponendo la propria politica di Qe – che la Germania non gradisce, benché le porti sostanziosi vantaggi sulle intermediazioni, effettuate attraverso la BuBa –, che però non è in alcun modo risolutiva della crisi economica. In ogni caso, lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole per facilitare le esportazioni tedesche (prevalentemente). Mentre un euro a due velocità – che nel segmento più forte verrebbe apprezzato rispetto all’attuale – risolverebbe qualche problema politico, non impedirebbe alla Germania (che ha grande fiducia nella propria base industriale) di continuare a esportare merci ad alto valore aggiunto e ad esercitare egemonia nel proprio spazio economico, e toglierebbe di mezzo alcune preoccupazioni di Trump. Insomma, un nuovo SME, benché non risolutivo, sarebbe probabilmente una boccata d’ossigeno per molti.

6.In Italia la UE è stata pensata come «vincolo esterno» per superare d’imperio le debolezze della nostra democrazia, e il nostro acceso europeismo è stato il sostituto compensativo della nostra scarsa efficacia politica sulla scena internazionale, diminuita ulteriormente da quando la fine del bipolarismo mondiale ci ha privato del pur modesto ruolo di mediatori, nel Mediterraneo, fra Occidente e mondo islamico. Il continuo acritico rilancio del nostro Paese sugli step successivi dell’integrazione europea – SME, euro, Fiscal compact – non è stato poi esente da aperti intenti punitivi: basti ricordare il sarcasmo di Monti sul posto fisso, da dimenticare perché «noioso», o gli auspici di Padoa-Schioppa sul fatto che l’euro avrebbe nuovamente insegnato ai giovani, a cui lo Stato sociale l’ha fatta dimenticare, la «durezza del vivere».

7.Impiccarci al «vincolo esterno» vuol quindi dire preservare una configurazione di spazi politici che vede la nostra sovranità compromessa dal nostro partecipare alla pluralità incontrollabile degli spazi politici europei. Anche quando eludiamo più o meno astutamente alcuni vincoli dell’euro, restiamo subalterni alle sue logiche economiche complessive, oltre che ai «guardiani dei trattati», più o meno benevoli o rigorosi – secondo i loro disegni. E soprattutto vuol dire privarci degli strumenti per invertire la nostra filosofia economica e politica, e quindi consegnare l’Italia alla protesta sociale causata dall’insostenibilità del modello economico.

8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.

9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).

10.L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, l’immaginazione di futuri alternativi. Gli Stati uniti d’Europa sono un modello impraticabile (dove sta il popolo europeo col suo potere costituente?), che del resto nessuno in Europa vuole veramente. L’Europa deve insomma configurarsi come una fornitrice di «servizi» – anche giuridici –, come una cornice leggera che contorna Stati sovrani liberi di allearsi e di praticare modelli economici convergenti ma non unificati. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa libera dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, una potenza unitaria continentale – di fatto ciò non sta avvenendo –. È invece necessaria una nuova cultura del limite, della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia o dell’ipercapitalismo. Sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono, benché la prima democrazia moderna sia nata in America; ma per altri versi si escludono, se ci si attende la democrazia da un blocco continentale unificato da trattati monetari e dall’egemonia riluttante della Germania: di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati, e alla loro collaborazione. Dire che l’euro è irreversibile è in fondo un atto di disperazione intellettuale e politica, o almeno di scarsa immaginazione: un atto anti-europeo, in fondo. Di irreversibile, a questo mondo, c’è solo l’entropia, un destino fisico; ma ciò che la storia ha fatto può essere cambiato, soprattutto se il cambiamento deve salvare le nostre società e le nostre democrazie. Ed è appunto la politica quella che, posto che se lo proponga, serve a cambiare le cose, mentre al contrario le profezie catastrofiche – minacciate a chi pretende di percorrere una via difforme dal mainstream elevato a destino – non si sono avverate. Questo ci sia di conforto e di stimolo al pensiero e all’azione.

 

Il suicidio delle sinistre

ph-15

La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

A tutto ciò Cesaratto contrappone tesi classiche: che l’economia ha come oggetto la produzione di surplus e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), così che l’equilibrio distributivo è non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall’economia reale; che il fattore critico dello sviluppo è la domanda aggregata; che l’inflazione è il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria è presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato può e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di welfare) in vista dell’obiettivo della piena occupazione, questa sì capace di garantire la crescita.

Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora più dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realtà Quaranta) – a separare i due periodi c’è la grande svolta dei tardi anni Settanta –. La prima fase è contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell’ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall’esercizio della sovranità economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realtà di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall’esigenza post-bellica di aprire la società alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall’esistenza dell’Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello è stata dovuta essenzialmente all’inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor più dagli choc petroliferi della metà degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del «vincolo esterno» e – anziché contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com’era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del project socialiste del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) – ne hanno dato una gestione «ortodossa», fondata su austerità, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell’economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranità economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive più povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro più grave di quella che sarebbe stata generata dall’inflazione.

La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il winter of discontent 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la «seconda sinistra»), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l’onda neoliberista perché la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno è di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell’economia, con l’euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruirà Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l’attacco all’Urss sulla base dei libri di Solženicyn e ne distrugge il mito con i noveaux philosophes, mentre la più avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilità di un’interpretazione dialettica e di classe della realtà; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.

Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo – generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione – e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un’Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo è il quadro ottimale di un’unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell’euro (che avendo come obiettivo la lotta all’inflazione, cioè ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei più gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma è stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilità del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell’economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilità sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa è la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d’accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanità, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranità economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l’euro), e ha imposto l’austerità per rispettare il vincolo esterno anziché aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell’euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l’hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.

Analoghe nettezza e radicalità emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne dà in nome dell’estensione illimitata e incondizionata dell’ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono sì l’origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell’Urss, nell’indebolimento dei Paesi più poveri dovuto alle politiche del Washington consensus, e alle guerre – presentate inizialmente come «democratiche» – che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l’accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell’esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.

In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, è segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda più sull’esportazione che sulla domanda interna, ed è interrotto dalla «congiuntura» ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l’Italia vi perde il nucleare e l’elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della metà dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l’estero – il «vincolo esterno», da allora centrale nella storia economica del Paese – a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerità. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che – sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l’obiettivo di acquisire l’ammissione all’area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica – offrì al potere dominante la disponibilità operaia ai «sacrifici», cioè a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo così si apriva la strada alle più energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il «divorzio» fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l’inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e più in continuità con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si è sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre «organiche» e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile «socialismo», ad una visione riformista e conflittualista della società e dell’economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cioè un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di «intellettuale organico» (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realtà puntava sull’introduzione delle regioni per quanto riguardava le chances di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd è quindi in sostanziale continuità con la storia della sinistra italiana.

Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilità del lavoro (da qui la centralità strategica del jobs act) e non certo allo Stato, in cui l’euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre più contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un «sarcofago» di invenzioni finanziarie la materia «radioattiva» della moneta unica, che continua però a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un «incidente di percorso», come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l’Italia non è al momento padrona di se stessa, né in grado di progettare liberamente il proprio futuro – e in questo vicolo cieco brilla l’assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perché quelli essenziali le sono preclusi –.

Si tratta di due libri decisi e provocatori – nella loro scientificità – che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi – che non rappresentano tutto l’arco della opposizione al mainstream – hanno un respiro di serietà e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realtà storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica – non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto –.

Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana – non nuova in sé, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza – sia per la luce gettata sull’Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall’ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al mood dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perché questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica più allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell’euro.

La sinistra che oggi gestisce l’Europa neoliberista, a cui presta sempre più stanche narrazioni e sempre più flebili esorcismi verso i «populismi» (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilità, dell’austerità, dell’innovazione a senso unico, del monetarismo e dei bonus ai cittadini, della esaltazione della «società del rischio», la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si è suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, è fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede «più Europa» e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie chances alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualità intrinseca della società, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la società dal disastro in cui il neoliberismo l’ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.

Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali è l’impianto «novecentesco» dell’intera analisi. Il che di per sé non è indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalità e l’incisività della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l’azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come è possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non è una «necessità» ma solo l’esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si può superare e correggere? Come si può «fare il contrario» del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficoltà non implica che l’analisi sia in sé scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficoltà merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.

Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l’accusa di a-criticità del suo impianto teorico, cioè del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al «riformismo competitivo», non sono di per sé una novità, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non può più rivendicare la propria continuità con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come «altra» rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima – anche se non come «nuova» nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta –: una sinistra finalmente davvero «parte», benché non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l’ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall’uccidere l’immagine del proprio padre.

In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger è ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana è assodata, ma che costituisce oggi uno dei più influenti paradigmi della «teoria critica» contemporanea. Anche in questo caso, non è nuova l’accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalità in direzioni che negano la possibilità di individuare un punto determinato di spiegazione della realtà (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di «governo», nel caso di Foucault; lo scavo nel «rovescio» del linguaggio, per mostrarne l’indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettività in nome del «desiderio», nel caso di Deleuze), così da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anziché di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realtà. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: può esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di «negazione determinata»? Naturalmente la risposta non è pronta da qualche parte, e può uscire solo da una riflessione a più voci all’interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilità materiale di un nuovo umanesimo nell’epoca del trionfo della economia più antiumana.

Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli «animosi intelletti» che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realtà, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.

 

An Answer to the Question: Can the EU once again become an Attractive Vision for Europe?

Stitched Panorama

Since the Maastricht agreement in 1992 and the establishment of the euro as single European currency the EU has become a techno-oligarchic structure where religion (the cult of the market), political economy, politics, ideology, converge towards the construction of a society that — while unable to be as prosperous as it is presumed to be, given the crisis started in 2008 — blocks Europe inside a vision of the world and of the socio-economic structure as devoid of any alternative: the ordoliberal dogma and its results, i.e. the shattering of society into individual «athoms», the subsumption of every life under the law of the market, social inequality, and emergency policies. The authentic political energy of the Old continent is neutralized and extinguished by the techno-economic uniformity of a single-thought. That political energy consisted of the capacity of mobilizing the present, transcending the existing institutions, imagining the future through the competition of ideas, classes and nations.

The EU is too powerful (because it is too close-knit) and too fragile (because it is not able to face difficulties, contestations, alternatives). The EU gives up the future insofar as it denies its own past, and this is all the more so the more it speaks of that past using the language of «roots», «identity», «values», «heritage». However, the vitality of that past lies in the understanding of Europe as a space of risky openness towards the future through conflict. Thus, this Union cannot bear the fact of being questioned, and must therefore deny the existence of problems also beyond any evidence. In this way, it lets extremisms intensify, producing further wounds, anti-European closures, and abandonments. Even a considerable part of the terrorism that afflicts us nowadays dresses with the clothes of islamic religion has endogenous origin.

While it is affected by an internal crisis in its ideology and in its technocratical structures, the EU is not able to manage the geopolitical challenges and lets them be managed by the emergency policies of the States, that build up walls and fences in order to turn the smooth space realized by the Schengen agreement into a maze where migrants escaping the collapses of the Near East, Northern Africa and the Horn of Africa are trapped like mice.

No. This EU is definitively not the future of Europe, but rather its denial. It can neither inspire trust from the citizens, nor act as a source of political legitimacy. Its constitutional architecture, its economic structure, its ideal legitimacy must be completely rethought. Élites, parties, citizens, unions, cultural associations and even the States are called to take a new and radical responsibility. The Europe of the future needs a new path and a new «Great Idea»: it must be nurtured – without any nostalgic attachment – by the Europe of the past, its critical force, its internal dialectic, in order to be an alternative to the painful fragmentation and the sad failure that we are experiencing today.

 

L’articolo è stato pubblicato nella rivista greca «Frear», n. 16-17, 2016, pp. 460-461.

 

Oltre la destra e la sinistra? Sistema e anti-sistema nella politica di oggi

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La Ue, nata nel 1992 per rispondere alla sfida geopolitica e geoeconomica della globalizzazione, è un insieme di Consigli e Commissioni che esprimono poteri esecutivo-tecnocratici (il parlamento non ha la piena titolarità del potere legislativo): la dialettica politica è tutta risolta nelle tensioni fra la Commissione, custode dei Trattati, e il Consiglio dei Capi di Stato e di governo, in cui operano gli Stati, nei loro reali rapporti di potenza. Rispetto ai bisogni dei cittadini questa Europa è cieca e sorda.

Per di più, il principale prodotto dei Trattati, l’euro, è, con altro nome, il marco: la moneta nella quale la Germania da decenni si riconosce, e che ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, chiedendo ai membri dell’eurozona di riprodurre, almeno a grandi linee, il modello ordoliberista germanico attraverso le «riforme», la spending review, il Fiscal compact (da cui deriva l’art. 81 della Costituzione sull’equilibrio di bilancio) l’austerità, la moderazione salariale e l’attenzione primaria alla stabilità di bilancio. Queste politiche hanno prodotto linee di frattura fra il Nord e il Sud – delle quali per ora non si vede alcuna composizione (se non in una improbabile «Europa più politica e più democratica») –, e hanno seriamente lesionato le società europee: educazione, ricerca, sanità, lavoro, pensioni, diritti, sono stati colpiti da politiche restrittive e deflattive che per salvare la moneta unica hanno determinato impoverimento, disuguaglianze, inoccupazione, incertezza esistenziale nel ceto medio e fra i lavoratori, e perfino abbreviazione dell’aspettativa di vita in alcuni Paesi, fra cui l’Italia. Né si vedono sviluppi positivi: è il modello economico in quanto tale ad essere deflattivo, e a non privilegiare né la crescita né la ridistribuzione della ricchezza.

A ciò si deve aggiungere la sfida geopolitica che proviene dall’arco di crisi economica e militare che, dalla Libia al MO, riversa sull’Europa migranti senza interruzione; un disordine radicale che, insieme alle lacerazioni interne alle nostre società, è una delle cause di un terrorismo difficile da sradicare. Alla povertà, all’incertezza, si sommano così anche intolleranza, xenofobia, paura: il legame sociale e la lealtà verso la democrazia ne sono messe a repentaglio.

Il referendum britannico sull’Europa è stato l’occasione per esprimere una protesta anti-sistema, perché oggi chi si percepisce escluso dalla cittadinanza (nazionale o europea che sia) non ha a disposizione spazi e canali politici per entrare nel «merito» (il Regno Unito era di fatto già esonerato dai vincoli più gravosi della Ue) ma sente di poter ricorrere solo a un semplificato conflitto frontale: e la Ue tecnocratica e ordoliberista non è stata vista come la soluzione dei disastri imputabili alla tradizione neoliberista thatcheriana e ai suoi sviluppi successivi, ma come anch’essa parte del problema. Che quel conflitto assuma, nel Regno Unito e altrove, tratti nazionalistici è dovuto a un ovvio riflesso difensivo e identitario (che in alcuni Paesi dell’Est ha raggiunto livelli preoccupanti), e al fatto che la sinistra non è pronta a raccoglierlo e a interpretarlo, e anzi ne è travolta.

In generale, il cleavage destra/sinistra (strutturalmente ancora centrale, perché esprime la contraddizione fra i pochi ricchi e le vaste masse escluse da ricchezza, influenza e speranza) resta soffocato dal cleavage sistema/anti-sistema, che invece trova sempre una via per manifestarsi, o in un referendum o in un programma elettorale; e attraversa e scompagina i partiti di destra e di sinistra (oltre che la stessa unità politica del Regno Unito), e fa temere la possibile fine dell’ordine post-1989 – appunto, la Ue –.

In questa fine è coinvolta anche la democrazia, che risulta due volte spettrale: sia perché è ora negata di fatto (e ridotta a post-democrazia) da neoliberismo, ordoliberismo, burocrazia e tecnocrazia, sia perché la reazione contro questa negazione è populistica, ovvero non solo non è più iscrivibile nel codice binario destra/sinistra, ma è anche disponibile ad assumere forme non democratiche.

In Italia il bipolarismo destra-sinistra di età berlusconiana (inconcludente, peraltro) si è modificato; oggi la polarizzazione è tendenzialmente tra i partiti del sistema (Pd, Ncd e gruppi di centro) e i partiti anti-sistema (M5S e Lega – a prescindere dal fatto che siano veramente anti-sistema o che lo vogliano solo far credere –), i quali competono lungo l’asse stabilità/caos (dal punto di vista dell’establishment) oppure status quo/cambiamento (dal punto di vista dell’opposizione); insomma, tra le forze degli have e degli have-not, fra chi ha qualcosa, o spera di averlo, e chi non ha nulla, o teme di essere sul punto di perdere quanto ha; tra le élites, e chi spera di entrare a farne parte, e il popolo. Un conflitto frontale, semplificato, senza sfumature né dialettica, povero di cultura e ricco di potenziale violenza.

Questa polarizzazione grava sugli schieramenti politici italiani: infatti anche la destra tradizionale come Fi, che cerca di costituire un terzo polo moderato, dovrà allearsi con Salvini; ma se la Lega non rinuncerà alla propria virulenta protesta, allora o il terzo polo fallirà, e Fi e Pd si troveranno dalla stessa parte (anche senza che sia stato formalizzato un nuovo patto del Nazareno), oppure Fi sarà subalterna alla Lega, e quindi dei tre poli della politica italiana due (M5S e destra) saranno anti-sistema.

Il cleavage sistema/anti-sistema coinvolge anche SI, che ambisce a essere il quarto polo della politica italiana, per leggere da sinistra la crisi strutturale del presente, e che quindi non vorrebbe schiacciarsi a priori né sul Pd né sul M5S. Eppure, anche SI difficilmente si può sottrarre a quel cleavage e alla semplificazione che vi è contenuta: infatti, la legge elettorale consentirà forse l’esprimersi di un po’ di pluralismo al primo turno, ma certo costringerà partiti ed elettori a scegliere al ballottaggio; e la decisione sarà fra sistema e anti-sistema. E non è detto che chi giungerà alla scelta articolando «distinguo» sia premiato dai cittadini: come dicono i tedeschi In Gefahr und grösster Not bringt der Mittelweg den Tod – nel pericolo e nel più grande bisogno la via di mezzo conduce alla morte –.

Alcune conclusioni. Da un punto di vista storico, emerge l’enorme responsabilità politica della sinistra che negli ultimi decenni si è affidata alle forze neoliberiste e ordoliberiste, sperando di ammorbidirne le asprezze, anziché denunciarne le logiche che mandavano a pezzi quel modello di società e di Stato sociale che proprio la sinistra ha contribuito a creare durante i «Trenta gloriosi». Ciò purtroppo rende oggi poco credibile chi, in Italia e in Europa, vuole intercettare e indirizzare la protesta anti-sistema richiamandosi alla sinistra.

Da un punto di vista politico, poi, in assenza di una ripresa economica socialmente percepita – che cioè comporti non solo aumento del Pil ma anche restituzione di reddito, diritti e posti di lavoro a chi ne è stato privato –, il conflitto tra forze del sistema e forze anti-sistema pare aperto a ogni risultato elettorale: per colpa delle proprie interne contraddizioni il sistema non ha più tutte le carte in mano (benché in Italia la mancanza di una realistica alternativa all’euro possa forse rendere i cittadini più prudenti degli inglesi nella protesta, come del resto è appena successo in Spagna).

Infine, per restare nella logica della chiarezza delle scelte: Renzi – che alle elezioni amministrative ha sperimentato a quali rischi vada incontro il Pd trasformato in «partito del sistema» – cerca ora di proporsi, a parole, come parzialmente anti-sistema, e afferma che il Fiscal compact è stato un errore. Sia quindi lecito auspicare che almeno questa volta il rottamatore abbia il coraggio di passare dalle parole ai fatti; e se proprio vuole mettere la mani sulla Costituzione, cominci col rottamare l’articolo 81.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 28, 9 luglio 2016, con il titolo Non è più destra contro sinistra, è sistema anti-sistema.

La Germania unita divide l’Europa

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Dopo il 1990 l’Europa (che dal 1945 era divenuta un «nulla» politico) è stata costretta a tentare di essere «qualcosa», cioè parte di un ordine mondiale politicamente plurale ma economicamente omogeneo (ovvero capitalistico), senza tuttavia che l’omogeneità implichi stabilità e ordine (per non dire giustizia). Una parte che per ora si struttura intorno alla Germania unificata, che come sempre è «fuori scala» rispetto all’Europa: troppo piccola (e troppo poco motivata) per essere una superpotenza, troppo grande, popolosa, organizzata, per essere un «normale» Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro, ideato a Maastricht come strumento di rafforzamento della Comunità europea (allora elevata al rango di Unione) per tenere la Germania unificata ben ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un incontrollato neutralismo; uno stratagemma, una unione, che si sono rovesciati nella situazione attuale che vede la Germania, col «suo» euro, esondare in buona parte d’Europa e creare disunione.

***

Ma il rapporto fra Germania e Europa, per nulla univoco, si iscrive all’interno di molteplici linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali. Fra queste ultime è certo fondamentale la disuguaglianza economica, la distanza (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) fra ricchi e poveri che attraversa tutte le società europee. È questo l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo: una vittoria che ha assegnato alla politica un nuovo ruolo (da redistributivo della ricchezza prodotta dall’alleanza fra capitale e lavoro a facilitativo dell’egemonia incontrastata del capitale) e che ha implicato un nuovo modo di funzionamento del capitalismo, che non persegue più la tradizionale accumulazione quanto piuttosto implica la costruzione di bolle speculative a cui seguono crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, private della stabilità e del relativo livellamento (una vasta classe media) che lo Stato sociale aveva generato durante i «Trenta gloriosi», e portate a un livello di povertà e di disuguaglianza da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivata, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche delle istituzioni della democrazia. È una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio politico ma attraversa tutte le società lasciandole in una condizione anomica, disorientata oppure aspramente reattiva, e consegnandole alle forze economiche e politiche più potenti, fortunate o spregiudicate.

Altre sono le linee di frattura geopolitiche e geoeconomiche in senso proprio, che creano spazi politici coinvolgenti l’Europa. Ma si tratta di linee che si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra, e insieme costruiscono un intrico complesso di spazi striati. Una prima linea di frattura è la contrapposizione fra terra e mare, che oggi, al di là delle suggestioni mitiche, fra il liberismo anglosassone e l’ordoliberalismo tedesco (o quel che ne resta). Questa contrapposizione si manifesta nella durezza dei negoziati per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), una sorta di NATO economica ultraliberista dalla quale nascerà un mercato diverso da quello strutturato dagli Stati nazionali e dalla stessa Ue, nonché, prevedibilmente, un duro colpo alla nozione di sovranità politica (la clausola ISDS – Investor-State Dispute Settlement – consente alle multinazionali di fare causa ai governi per le loro politiche che danneggiano il business – ad esempio, campagne antifumo, normative pro- labour, ecc.).

Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/eurozona, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si può vedere il riemergere (certo, non incontrastato, neppure oltremanica) di una tradizionale linea di frattura geopolitica che ha strutturato la storia d’Europa, ovvero l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di poteri forti e stabili nel continente.

Un’ulteriore linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, e dell’ordoliberalismo che lo sottende. Si deve qui ricordare che l’ordoliberalismo è una variante del liberalismo, che con Walter Eucken, Alexander Rüstow, Alfred Müller-Armack, Franz Böhm, Hans Großmann-Doerth, Wilhelm Röpke produce fra il 1932 e il 1937 un impressionante apparato di articoli scientifici, manifesti d’intervento, monografie accademiche, riviste («Ordo», appunto). Wilhelm Röpke utilizzò il concetto ossimorico di «interventismo liberale» per indicare il nucleo di questa dottrina, vero Sonderweg tedesco dell’economia, rivolta tanto contro il vecchio liberalismo (il «paläoliberalismus» del laissez-faire che aveva generato la crisi del 1929), e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il keynesismo, quanto ancora, ovviamente, contro il socialismo. C’è in quest’ambito una forte presenza di «terza via» e un’idea di persona umana che rimanda al cristianesimo sociale (cattolico – quali erano Eucken, Rüstow, Röpke – ma anche protestante; in ogni caso, la destinazione comune fu poi la CDU), che negli anni finali di Weimar e nei primissimi anni del nazismo prende le forme di una sorta di liberalismo autoritario e del vagheggiamento di uno Stato «forte» capace di reggere un’economia spoliticizzata (e quindi «sana») – ma non si deve pensare a una dipendenza diretta di queste tesi da apparati concettuali schmittiani –.

Soprattutto l’ordoliberalismo si candida – con il grande libro di Röpke del 1944, Civitas humana – a raccogliere i resti della Germania distrutta, a contrapporsi al comunismo, a dare ordine e benessere alla Patria liberata (e dimezzata). Il che avviene, col ministro dell’economia (e in seguito Cancelliere) Ludwig Erhard, e con la sua «economia sociale di mercato», sulla base di alcuni fondamentali assunti politico-economici: lo Stato garantisce la concorrenza con severe leggi anti-trust; non interviene sui prezzi (destinati naturalmente a scendere e a mantenersi su livelli d’inflazione fisiologicamente bassi); regola l’economia di mercato dandole protezione costituzionale.

C’è nell’ordoliberalismo un’ipotesi di società organica: il mercato (pur nella consapevolezza che si tratta di una istituzione storica) è interpretato come il generatore del legame sociale e come il motore della società, mentre nello Stato si esprime la naturale pulsione societaria dell’uomo. Lo Stato è la struttura che stabilizza per via giuridica e amministrativa il capitalismo, che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di produrre benessere secondo giustizia – è questa l’opera dello Stato –, in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi. Per l’ordoliberalismo il conflitto non è fisiologico, ma patologico: nel Dna del mercato ordinato sta scritta la collaborazione, non il conflitto, che inceppa, blocca, sregola.

Lo Stato è quindi l’elemento della guida politica, espressa non tanto nella sovranità quanto nel governo, non tanto nel diretto interventismo statale quanto nella fluidificazione della società – Eucken oppone, appunto, l’economia di movimento all’opzione totalitaria dell’economia di piano – ma a scopi di stabilizzazione. Questa fluidità nella stabilità, questa armonia, è l’obiettivo strategico, che si manifesta nel concetto di conformità, individuato da Röpke (che oggi potremmo definire “compatibilità”). La decisione politica fondamentale è su che cosa sia conforme e che cosa non lo sia rispetto agli obiettivi dell’ordoliberalismo: il che implica che vi siano opzioni politiche ed economiche che a priori sono escluse dall’orizzonte (ad esempio, leggere la società in chiave di strutturali dislivelli di potere; ma anche far valere i «diritti» del lavoro come ostacoli alla fluidità, che quindi è anche «flessibilità»). L’ordoliberalismo è un organicismo escludente, che vuole far accettare il proprio impianto teorico come autoevidente: il suo organicismo (di ascendenza aristotelica e anticostruttivistica – Röpke afferma apertamente che bisogna rivalutare il tema dei luoghi comuni e delle convenzioni, contro il razionalismo moderno –) è in realtà esposto al rischio della rigidità e del dogmatismo.

In parallelo, è anche un modello invadente: Rüstow conia il termine Lebendige Politik (politica vitale) per indicare che accanto all’agire «regolativo» della politica sull’economia c’è anche un agire «direttivo» sull’intera vita sociale per renderla conforme al modello, a tutti i livelli, da quello economico a quello politico, da quello educativo a quello finanziario. L’umanesimo ordoliberista è in realtà un governo della vita, una teoria dell’allevamento organico degli essere umani (come del resto ha visto Foucault).

C’è qui l’essenza della storia tedesca: ci sono la cameralistica e la «scienza di polizia» sei-settecentesca, la matrice (sulla base di un aristotelismo che perveniva nelle università della Germania attraverso la seconda Scolastica spagnola) da cui gli Stati tedeschi svilupparono sistemi amministrativi efficienti; c’è il mercantilismo, ossia la vecchia tentazione di un’economia orientata all’iperproduzione e all’esportazione «ostile», per impoverire e assoggettare i vicini senza necessariamente sottometterli politicamente; c’è la religione del lavoro e dell’organizzazione tipica della Germania post-bellica, la costruzione – dopo l’impero criminale – di una società organica attraverso il fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere amministrativo, potere finanziario, a livello dello Stato e dei Länder (e dunque c’è anche il federalismo); c’è la stretta connessione fra banche e aziende; c’è la Mitbestimmung, la partecipazione dei sindacati ai consigli di gestione delle imprese maggiori. E c’è anche, nascosto in questa che sembra una teoria della forza tranquilla, del progresso senza avventure, il panico che nasce dall’aver fatto esperienza delle cattive risposte (il nazismo) alle crisi del cattivo capitalismo, del liberalismo sregolato; e c’è il terrore del rischio – di ogni rischio: dell’inflazione, del debito, dell’impoverimento, del conflitto – e la totale incapacità d’immaginare che sia possibile un altro modello politico-economico. Al di fuori di questo modello c’è solo il caos; e ciò è creduto per vero dalla Cdu e dalla Spd, tanto dalla signora Merkel (a prescindere dai volti che via via assume, di «matrigna d’Europa» o di misericordiosa soccorritrice dei migranti, o meglio di previdente procacciatrice di mano d’opera a basso prezzo per un sistema economico che deve funzionare allo spasimo e che deve finanziare un vasto sistema pensionistico) quanto da Schäuble, regista della sottomissione della Grecia (anche attraverso la minaccia di espulsione) sulla base del principio «punirne uno per educarne cento», ossia per mostrare che l’Europa è – ufficialmente – una via senza alternative né flessibilità.

È da notare che l’ordoliberalismo non è al servizio di una esplicita politica di potenza; e anzi ne è il deliberato sostituto. Non a caso oggi la Germania è «l’egemone riluttante»; pur con la sua enfasi sulla politica, l’ordoliberalismo oggi è molto meno un disegno politico e molto più un insieme coattivo di logiche tecniche e automatiche, un destino da cui nessuno, Germania o altri, pare possa scampare.

Ed è anche da notare che questo modello ha dato i suoi frutti migliori quando costituiva una peculiarità «locale» (il «capitalismo renano») all’interno di una economia occidentale a trazione statunitense, nel complesso espansiva e inflattiva (keynesiana), all’interno della quale il mercantilismo tedesco non ha avuto effetti devastanti all’esterno e anzi ha fatto della Germania la locomotiva d’Europa, consentendole tempo stesso, di costruire un solido Stato sociale – per quanto la domanda interna sia stata sempre calmierata –. Quando invece l’ambiente esterno è divenuto il neoliberismo in crisi, come è accaduto nel XXI secolo, e sempre più intensamente a partire dal 2008, l’ordoliberismo tedesco vacilla: all’interno riduce di molto le prestazioni dello Stato sociale (le riforme Schröder-Hartz del 2003-2005, l’introduzione dei mini-jobs) tanto che secondo alcuni l’ordoliberalismo in senso proprio non è più che una facciata, soppiantato da un neo-liberismo appena mascherato; mentre verso l’esterno la politica deflattiva e il mercantilismo producono danni crescenti, ossia stagnazione e disunione dell’intera eurozona. La Germania unita divide l’Europa.

L’euro è infatti – con altro nome – il marco, il costrutto in cui la nazione tedesca dal dopoguerra si riconosce, e che la Germania ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, obbligando gli Stati dell’eurozona, attraverso i Trattati, a comportarsi virtuosamente – secondo la definizione di ‘virtù’ dell’ordoliberalismo –, ovvero chiedendo a più di mezza Europa di agire secondo modelli che sono tipicamente tedeschi e che le realtà politiche non tedesche devono riprodurre, almeno a grandi linee, attraverso le «riforme» e la spending review. Ma che l’Europa sia lo spazio dell’euro/marco non la rende unita: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco allargato, una cintura di economie embedded nell’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (prigionieri volontari dell’euro – Spagna, Portogallo, Grecia –, mentre Italia e Francia sono in bilico fra le due aree). Questa linea di frattura distingue l’Europa dei creditori e l’Europa dei debitori − quella dei creditori è il nucleo germanico, e le economie che sono più interne al sistema economico tedesco, gli altri sono, in cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno esteriore di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread; ma la frattura esiste anche a livello di sistemi produttivi, e nessuno ha idea di come superarla: la politica prevalente è quella dell’attendismo un po’ ipocrita, del voltarsi dall’altra parte davanti agli sforamenti e ai ritardi rispetto ai parametri di Maastricht, di cui più o meno tutti gli Stati europei sono responsabili (la Germania ha un surpuls commerciale stratosferico, l’Italia ha un debito pubblico enorme, la Francia un deficit di bilancio colossale, e così via). Ma anche se Bruxelles o Berlino hanno a volte nella pratica atteggiamenti meno arcigni, e anche se Francoforte adotta una politica monetaria più che accomodante, l’economia non riparte se non a stento (e con differenziali di crescita proporzionalmente importanti tra i vari Stati), le società non cessano di soffrire e le democrazie di deteriorarsi; e chi denuncia apertamente e politicamente l’insostenibilità della situazione viene distrutto (come è capitato al primo Tsipras).

Un’ulteriore frattura è data dal fatto che lo spazio economico dell’euro a (problematica) dominanza tedesca non è propriamente uno spazio politico tedesco, nemmeno nel suo nucleo più ristretto – non c’è nulla di simile al IV Reich, insomma –. La causa di questa situazione risale alla spazializzazione postbellica del 1945-47: la cortina di ferro che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa, si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero avrebbe potuto sì costituirsi come uno spazio economico nazionale, ma non certo riproporsi come un Reich. Ebbene, la fine del comunismo e l’annessione all’area occidentale dei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale ha fatto sì che questi, per quanto siano embedded nello spazio economico tedesco, non condividano le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha avuto, storicamente, un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi), dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali, e nel secolare rapporto fra l’elemento slavo e l’elemento germanico vi sono stati movimenti di marea in avanti e all’indietro, ostilità ma anche collaborazione e ammirazione.

Al contrario, molti degli Stati embedded nello spazio economico tedesco sono e restano violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava. L’Europa è così attraversata da una memoria politica divisa: il nemico nell’immaginario e nella prospettiva degli Stati dell’Europa orientale continua a essere la Russia, erede dell’Unione Sovietica. Ciò fa sì che la Germania sia oggi scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, mettendo a disposizione basi militari per la NATO. Come tutto ciò pesi anche nella genesi e nella gestione della questione Ucraina è evidente.

Ora, la stessa Nato disegna nel suo complesso una evidente linea di frattura fra Europa e Russia – una frontiera che la vittoria nella guerra fredda ha consentito di spostare verso Est, così che oggi la Nato accoglie non solo gli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale ma anche Stati balcanici eredi della ex-Jugoslavia –. Che questa situazione istituisca oggettivamente una linea di forte frizione con la Russia è ovvio: una frizione in cui l’Europa – piaccia o non piaccia ad alcuni Stati europei – è coinvolta. L’Unione Europea, infatti, non ha una propria politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione della proiezione armata della potenza europea è ancora agli albori; anzi, la politica militare e industriale è rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. Eppure c’è un’ulteriore linea di frattura all’interno di quello che sembrerebbe lo spazio unitario dell’Occidente in armi. Infatti, dentro lo spazio della NATO si produce una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti; e ciò fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quanto possa apparire; certamente (data l’enorme sproporzione di mezzi) sempre in ultima istanza a trazione americana, ma soggetta agli umori, e alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa e protagonisti di un dinamismo antirusso ‘dal basso’.

Insomma, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco allargato) e debitori, e uno spazio politico diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (benché più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale invece la Germania non può (e non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico (ma è un’egemonia deflattiva, non espansiva).

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Nell’Europa dei molti spazi, delle molte fratture, la Germania è quindi, al momento, segno non d’unione ma di contraddizione.

Ma non tutti i problemi europei nascono dalla Germania, «egemone riluttante». Né la soluzione sta nella sola Germania, che secondo alcuni dovrebbe esercitare un più deciso ruolo politico – a cui nessuno, in Europa e nel mondo, è in realtà preparato –. La verità è che quella di oggi è anche l’Europa dei molti Stati (inquieti e pericolanti), che sono poco più che i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata all’epoca della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche, dopo che nel 1954 era stata bocciata la Ced) o all’epoca della globalizzazione incipiente e all’apparenza «pacifica». Un’Europa che pensava a se stessa come «mercato comune» e poi come «potenza civile»: ipotesi, quest’ultima, possibile solo in una situazione mondiale di relativa pace, che oggi è ben lungi dal verificarsi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è ormai attraversato da muri e da barriere di filo spinato alzate dagli Stati, e così trasformato in un puzzle, in un labirinto per intrappolare, come topi, i migranti che fuggono dallo sfascio del vicino oriente, dell’Africa settentrionale e del Corno d’Africa. E l’emigrazione stressa oltre che le strutture istituzionali anche il legame sociale, estremizzando l’opera del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Dalle stesse aree di crisi giunge all’Europa un’altra sfida, il terrorismo, che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra, e dunque è strategico: ma in realtà è anche sistemico perché nasce dentro lo spazio politico degli Stati europei, dentro le loro contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. Non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo −: la verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza, ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno (sull’esclusione e sul risentimento sociale e politico). Insomma, il terrorismo continentale è un modo della guerra globale, che è − come provai a definirla a suo tempo − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento».

Il combinarsi di terrorismo e di immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa, e che alimentano insicurezza e disorientamento esistenziale nelle società) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Ma in realtà il sommarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produce fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrà neutralizzare: lo «Stato forte» sarà in questo contesto solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterà in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica produceva dentro gli Stati l’Union sacrée (o la rivoluzione), la guerra globale produce fenomeni di scollamento del tutto anomici.

Alle linee di frattura interne allo spazio dell’euro, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono, dentro la Ue, le linee tradizionali degli Stati, e nelle società europee, microfratture pulviscolari, generate dalla crescente disuguaglianza economica, dalla stagnazione produttiva, e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere (o implodere in avventure reazionarie) ogni spazio politico, tanto la Ue quanto i singoli Stati. L’Europa oggi non ha Nomos, e, semi-paralizzata, risponde con le leggi di emergenza (a livello degli Stati) e con nuovi rabbiosi nazional-populismi (a livello delle società) alla disuguaglianza, all’emigrazione e al terrorismo.

La risposta a livello di Ue, appunto, manca: o meglio, non è altro che la promessa (o la minaccia) di una indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi – con qualche aggiustamento che eroda ancora un po’ la democrazia, e con nuovi sacrifici per tutti, cittadini e migranti –. Un’utopia entropica, in fondo. Ci sono, certo, altre retoriche: c’è quella benintenzionata del «Ci vuole più Europa» – che è però incomprensibile se prima non si chiarisce di quale Europa si parla (non certo di un super-Stato monolitico, a guida tedesca, capace di chiudere i propri confini all’esterno; ma la stessa opzione federale, se presa sul serio nelle sue implicazioni di reale cessione di sovranità da parte degli Stati, richiede uno sforzo politico immane e non c’è traccia dell’energia politica necessaria) –, e c’è la contro-retorica delle insurrezioni cittadine su scala europea (altrettanto enfatica e indeterminata). Ma di fatto,  nessuno ha al momento soluzioni e strategie per uscire da una crisi che investe direttamente la storia e l’identità della vecchia Europa degli Stati, e della recente Europa dell’euro.

Dopo tutto, la prima cosa di cui abbiamo bisogno è forse, oltre all’analisi, un forte supplemento d’immaginazione.

L’articolo è stato pubblicato in «Limes», n. 3, 2016, pp. 175 – 182.

1815-1915-2015: le tre date dell’Europa concentrica

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Assumo che nell’idea di «Europa concentrica» venga compreso sia il fatto che l’Europa possa essere considerata un ordine con un centro – caratterizzato da dinamiche di esclusione e di inclusione subalterna, appunto a cerchi concentrici – sia che in talune circostanze l’Europa costituisca anche il centro di un ordine internazionale.

In quelle dinamiche sono stati coinvolti dapprima i due monoteismi non cristiani, cioè gli ebrei e i musulmani. I primi esclusi, o meglio inclusi in modo subalterno, in seguito assimilati, cioè fatti entrare nel pieno dell’ordine europeo ma al prezzo della negazione della loro particolarità, e infine sterminati. I secondi, oggetto di un’inimicizia intensa, ma dall’andamento vario nel corso dei secoli, prima come arabi, poi come turchi.

Sono inoltre rilevanti anche alcune fratture interne all’Europa, soprattutto le guerre civili tra cristiani. Le guerre di religione che hanno segnato la modernità nascente sono state risolte, in una fase iniziale, certamente attraverso l’inclusione subalterna dei non-conformi (il principio cuius regio eius religio), dalla quale però si è potuta aprire una via verso la tolleranza prima, l’affermazione rivoluzionaria dei diritti poi, al prezzo della spoliticizzazione della religione. Quindi, l’Europa come ordine è in realtà costituita da guerre civili e di religione; da rivoluzioni e controrivoluzioni; e anche dalla lotta dei nazionalismi prima contro gli Imperi multinazionali, e in seguito dai conflitti degli Stati gli uni contro gli altri; infine da fratture economiche anche gravi dentro la Ue.

Ma queste linee di frattura, interne alla storia di Europa, devono essere interpretate anche in relazione alle modificazioni della spazialità globale. Ciò che accadeva e accade in Europa era ed è collegato al rapporto globale dello spazio dell’Europa con quello che Europa non è. Non si capisce nulla della frontiera mediterranea dell’Europa, che è quella più aperta e più sanguinosa, se non si vedono oltre alle frontiere interne dell’Europa, di cui parleremo, anche le frontiere mobili che percorrono tutto il mondo globale. Provare soltanto compassione per i morti in mare nel Mediterraneo, senza vedere le linee di cesura e di contraddizione che stanno all’interno dell’Europa e senza vedere le frontiere mobili che, al livello geopolitico, determinano le migrazioni di popoli, sarebbe come avere compassione per i soldati della prima guerra mondiale dentro le trincee senza chiedersi come erano finiti lì dentro, e chi ce li aveva mandati, e perché.

Insomma, dentro la nozione di «Europa concentrica» ci sono le nozioni di ordine gerarchico interno ma anche di frontiera più o meno mobile verso l’esterno, in reciproca tensione e interazione, oltre che un’idea di «fortezza Europa» che in realtà è forse una debolezza. Su questi parametri si può ora articolare l’analisi di che cosa ha voluto e vuole dire «Europa» nelle tre date simboliche: 1815, 1915 e (attraverso il 1945) 2015.

1815: Europa centro restaurato del mondo

Nel 1815 è in corso il Congresso di Vienna mentre si esaurisce la grande stagione napoleonica: l’Europa è davvero il centro restaurato del mondo. L’Europa-centro è anche Europa concentrica perché ingloba in sé diversi sistemi di contraddizione e di alterità: la tensione tra l’Antico Regime, vittorioso nel breve periodo, e la Rivoluzione che cova sotto le ceneri e si ripresenterà (mutata) nei Risorgimenti; fra la borghesia e l’aristocrazia; fra gli Imperi e gli Stati nazionali; fra la politica di potenza e la politica di equilibrio. Ingloba inoltre la tensione politica tra la Santa Alleanza – che è rivolta contro il liberalismo, e quindi minaccia il Continente sudamericano testé liberatosi dal dominio spagnolo avendo appunto tra i propri obiettivi quello di riportare all’ordine i Paesi di (relativa) libertà costituzionale borghese che si vengono affermando nel sud America – e la politica dell’Inghilterra, che di questa alleanza non fa parte, perché la sua politica è orientata a perseguire l’equilibro di potenza nel Continente e a intensificare la propria avventura marittimo-industriale. Dentro questa Europa si sta anche formando, benché in questo momento non abbia la forza di diventare un soggetto politico, un’altra consapevolezza e alterità, che è quella del proletariato industriale; che però, nel 1815, è soltanto allo stato nascente. E insieme ad esso quegli embrioni di pensiero comunista (Babeuf, Maréchal) che si svilupperanno in seguito.

La consapevolezza di queste contraddizioni fa dire in punto di morte a Maistre, che muore nel 1821, «Je meurs avec l’Europe!». Nel 1821, quando veniva spento il liberalismo spagnolo, e dunque sembrava che la Restaurazione fosse trionfante, questo intellettuale, estremamente reazionario ma anche estremamente intelligente, aveva colto le contraddizioni che la Restaurazione credeva di neutralizzare, per fare dell’Europa il perno dell’ordine mondiale: quelle contraddizioni erano aperte, e non si chiudevano. Le vide anche Hegel, in modo meno tragico: la consapevolezza della centralità dell’Europa è presente, nella Filosofia del diritto (1821), ai paragrafi 244-248, dove la tesi di fondo è che le contraddizioni intrinseche della società civile sono ancora gestibili in modo tale che l’assetto politico-economico europeo non ha da esse molto da temere: anzi, se esse si riversano all’esterno fanno del resto del mondo un prodotto dell’Europa. Poiché la società civile è sempre troppo contraddittoria al proprio interno può e deve scaricare le proprie contraddizioni all’esterno attraverso la colonizzazione. E ciò, detto nel 1821, testimoniava una grandissima capacità di penetrazione della storia.

1915: L’Europa è il centro pericolante del mondo

Bene o male quella Restaurazione dura un secolo, dal 1814 al 1914, e costruisce un assetto abbastanza solido e al tempo stesso abbastanza elastico tanto che vi si possono formare alcune realtà nuove – l’Italia unita e la Germania unita – senza che la modificazione dei rapporti di forza interni distrugga lo spazio europeo, e senza che l’Europa precipiti in guerre distruttive. Quell’assetto d’Europa, frutto della Restaurazione, sopporta insomma le guerre di indipendenza italiana e tedesca, che hanno disturbato ma non distrutto l’Impero asburgico, cioè il massimo garante continentale della Restaurazione. In realtà la mina che ha fatto esplodere quel sistema stava da un’altra parte: nei Balcani. In ogni caso, quando nel 1915 l’Italia entra in una guerra che è scoppiata l’anno precedente, l’Europa è certamente il centro pericolante del mondo. Probabilmente i più avvertiti sanno che è pericolante, perché i grandi Imperi coloniali sono a rischio e devono fronteggiare, soprattutto quello inglese, moti di indipendenza potentissimi. E certamente, al tempo stesso, tutto il mondo è soggetto al dominio europeo, con le eccezioni di Stati Uniti e Giappone.

Nel 1915 il diritto pubblico europeo è ancora il Nomos della terra: è ancora ciò che spiega l’ordinamento totale del mondo, anche se i germi della distruzione sono già in moto.

A quell’altezza in Europa vi sono due princìpi in conflitto, e la vittoria dell’uno è la sconfitta dell’altro. Questi due princìpi sono: il nazionalismo e il socialismo, cioè due espressioni di contraddizioni. Il nazionalismo allora era l’espressione della volontà di potenza dei singoli Stati, in contraddizione con la pace in Europa. Ciascuno Stato affermava a parole di volersi far carico dell’equilibrio europeo, ma nei fatti praticava un nazionalismo irresponsabile perché la sensazione di sicurezza che era data dal far parte di una delle due alleanze contrapposte (la Triplice e l’Intesa) portava a trascurare molte prudenze; ciò ha dato vita a un equilibrio sempre più instabile, infine crollato per Sarajevo come avrebbe potuto crollare per Agadir o per la Libia o per qualche altro incidente – come avvenne poi per le guerre balcaniche . E in quel crollo è stato trascinato appunto l’ordine europeo restaurato a Vienna, e la sua centralità rispetto al resto del mondo.

Quindi la genesi della prima guerra mondiale è sistemica: è nata dal fatto che se ci sono troppi soggetti che si muovono col cerino acceso dentro una polveriera, prima o poi la polveriera esplode. E i nazionalismi erano la polveriera e i cerini accesi erano gli incidenti, che si susseguirono fino a quello fatale di Sarajevo, che è avvenuto in un momento in cui nessuno si fidava più di nessuno. Nel 1914 non c’era un argine allo svilupparsi autonomo dei fatti: era ormai stata tolta l’ultima pietra che teneva ferma la valanga. A quel punto la situazione è precipitata, è andata avanti da sola.

Da parte sua, il socialismo era l’interpretazione di un’altra contraddizione, quella tra capitale e lavoro, e, più in generale, della divaricazione tra ceti oppressi e i ceti benestanti: pur all’interno di un orizzonte di rovesciamento del capitalismo e della società borghese, il socialismo in realtà accompagnava l’inclusione (di fatto subalterna, ma non priva di speranze e di aperture su una più ampia cittadinanza) delle masse operaie in quella civiltà  come sapevano bene, con rabbia e odio, Sorel e Lenin . Nonostante la sua forza in Germania Francia Italia, il socialismo non è però riuscito a opporsi al nazionalismo e anzi lo ha seguito, in particolar modo quello tedesco e quello francese. Quindi la prima guerra mondiale è stata davvero la guerra dei nazionalismi, la guerra della grande alleanza tra lo Stato, il popolo in quanto nazione e la tecnica, l’altro spirito del tempo che ha cambiato in modo radicale la guerra, rendendola un’esperienza super-distruttiva e super-popolare, nel senso che coinvolgeva l’intera popolazione. Il che ha determinato sostanzialmente la fine della sovranità moderna nella sua forma classico-statuale, proprio nel momento in cui essa procedeva alla sua prestazione storica più alta, cioè mettere in armi milioni di uomini, alla nazionalizzazione delle masse, prodromica alla morte meccanica, non eroica, alla morte di massa – sto pensando a quel testo straordinario che è La mobilitazione totale di Ernst Jünger . In questo momento si manifesta la più alta capacità di comando dello Stato borghese: lo Stato è come un grosso serpente che ha mangiato una preda più grossa di lui, la società intera (che ha armato e politicizzato), ma non riesce a digerirla, a ricondurla all’ordine pacifico, finendo con l’essere deformato e reso irriconoscibile dalla sua stessa preda. La prima guerra mondiale è in realtà l’inizio di una nuova compenetrazione di Stato e società, di una scomposizione e di una politicizzazione di quest’ultima di cui approfitteranno, e a cui risponderanno, gli ordini nuovi del comunismo e del fascismo. Infatti, la guerra finisce nel 1918, ma continuerà in quell’interregno, in quella condizione intermedia, che si dà tra le due guerre mondiali, quando gli Stati europei diventano quasi tutti o fascisti o comunisti, cioè, benché la parola sia imprecisa, totalitari. Cioè Stati apparentemente fortissimi, ma a cui in realtà è sfuggita l’anima politica che non sta più nelle istituzioni statali bensì nel partito e nel suo Capo. Perciò quella prima guerra mondiale è davvero una guerra «fine di mondo», una guerra in cui finisce un mondo  non a caso Paul Valéry, che in quanto poeta aveva capacità di decifrare in modo rapido e sintetico quello che stava capitando, lo scrive nel 1919: «noi civiltà ormai sappiamo di essere mortali» ; mentre a dare al mondo una nuova e più stabile forma provvederà la seconda guerra mondiale.

Tra le questioni lasciate in sospeso dalla prima guerra mondiale c’è quella del Medio e vicino Oriente, perché nessuno è stato in grado di trattare pienamente e secondo giustizia la questione della successione all’Impero Ottomano, cosa di cui noi paghiamo il fio ancora oggi. Nel 1916 Inghilterra e Francia si limitarono a spartirsi la regione in due aree d’influenza determinate da interessi storici, strategici e petroliferi (gli accordi Sykes-Picot, che dovettero essere presto modificati ma che con la loro artificiosità resero instabile la zona per cent’anni); inoltre, nel 1919 da Versailles uscì un disegno dell’Europa centrale che sostanzialmente la svuotava (a vantaggio della Francia, che di quell’area si era resa garante, senza averne la forza) in modo tale che a riempire quel vuoto concorsero (e fu la seconda guerra mondiale) la Germania e la Russia.

1945: l’Europa è l’oggetto di spartizione più prezioso del mondo

Con la fine della seconda guerra mondiale l’Europa smette di essere il centro, anche se pericolante, del mondo: resta ancora l’umbilicus mundi, ma solo perché è il punto in cui sono a contatto, e fanno attrito, le superpotenze che si sono spartite l’Europa. L’Europa non è il centro soggettivo e attivo, ma il centro passivo e oggettivo: è il premio del vincitore. E i due veri vincitori (USA e URSS) in Europa si toccavano: proprio per questo in Europa la tensione era altissima e quindi non poteva succedere nulla, altrimenti sarebbe successo di tutto. Le guerre si combattevano nei Paesi poveri, nel Sud del mondo, mentre in Europa si fronteggiavano le superpotenze, sapendo che il primo stivale sovietico o americano che avesse varcato la linea di confine, avrebbe potuto scatenare la guerra nucleare. Questa situazione ha di fatto reso l’Europa uno spazio pacifico, benché non sovrano. In realtà, la pace in Europa nel secondo dopoguerra l’hanno portata gli americani e i sovietici. E anche il Welfare in Europa lo si spiega col fatto che del vecchio dilemma «burro o cannoni» era rimasto solo il burro, e i cannoni non c’erano più, o quasi. La difesa vera dell’Europa la facevano gli americani e i sovietici.

In ogni caso, fra il 1945 e il 1947 ciascuno dei vincitori (quelli veri, USA e URSS) si prende la sua parte, all’interno della quale può fare quello che vuole (la dottrina Breznev e la dottrina Nixon ne sono la tarda formalizzazione esplicita). Noi occidentali ci siamo strappati le vesti per Berlino, Varsavia, Budapest, Praga, Danzica: ma oltre stracciarsi le vesti non si è potuto fare nulla. È stato più facile far cadere la stessa URSS, attraverso la sfida dell’economia iper-capitalistica del neoliberismo, che correre in aiuto di una delle insurrezioni popolari antisovietiche che sono scoppiate con discreta regolarità nell’Europa orientale dal 1953 fino al 1981. In quel caso ci sarebbe stata la guerra. E d’altra parte gli americani potevano fomentare, favorire, instaurare le più perverse dittature anti-comuniste nella loro parte di Europa (e di Sud America) e i russi potevano stracciarsi le vesti fin quanto volevano, ma non muovevano un dito. Insieme, invece, USA e URSS hanno rimandato a casa loro inglesi e francesi nel 1956, quando le vecchie potenze tentarono l’ultima avventura coloniale d’Europa, cioè quando hanno provato a imporre con la forza l’apertura del canale di Suez nazionalizzato da Nasser, con l’aiuto, via terra, dell’esercito israeliano. A quel punto USA e URSS, insieme, le hanno fatte tornare a casa loro. Era successo, senza che le vecchie potenze europee ne prendessero piena coscienza, che il mondo non era più eurocentrico; quelle potenze formalmente vincitrici della seconda guerra mondiale ma in realtà sconfitte insieme a tutta l’Europa, avrebbero fatto prima a dismettere gli Imperi coloniali, piuttosto che aspettare che si liberassero da soli, come del resto stava capitando: nel 1954 i francesi avevano perduto sanguinosamente sul campo in una battaglia campale contro le truppe del Generale Giap a Dien Bien Phu.

2015: L’Europa fra competizione, periferia, irrilevanza

Nel 2015 lo scenario è completamente diverso: l’Europa in quanto «centro-oggetto» non esiste più, dopo la caduta del comunismo. Perciò ha senso chiedersi che cos’è oggi l’Europa. Nel momento, unico della sua storia, in cui si presenta come Unione europea, l’Europa è una sezione altamente competitiva della globalizzazione capitalistica – o almeno prova a esserlo, con l’euro –; ma è anche una periferia di un mondo che ha i suoi centri altrove, in Cina e negli USA; è una periferia che si era illusa di essere benestante e tranquilla, un quartiere residenziale di lusso, dove si vive bene. Ma oggi questo quartiere teme di poter diventare una banlieue percorsa da violenza e odio, da sangue e fuoco, da insicurezza e terrore. L’oasi di pace è circondata dalle fiamme, che penetrano in lei attraverso due vie: il terrorismo e le migrazioni. Entrambe determinate, direttamente o indirettamente, dalla guerra civile inter-islamica fra sciiti e sunniti, nella quale l’Europa è coinvolta nella misura in cui è entrata in quel mondo contribuendo (in via a volte subalterna e a volte da protagonista) a distruggere l’ordine Sykes-Picot e in generale cancellando intere statualità: Afghanistan, Siria, Iraq, e anche Libia (l’Egitto è puntellato da un sanguinario regime sostenuto dall’Occidente) per esportarvi la democrazia, per controllarne il petrolio, per espandersi verso Hearthland (l’Afghanistan) sostituendovi la scomparsa URSS, per fermare Isis: le quattro spiegazioni – politica, economica, geostrategica, securitaria – coesistono tra loro, e a esse si deve aggiungere la politica regionale di potenza di Turchia, Arabia e Iran, oltre che la politica imperiale di USA e URSS.

Il mondo del Nord Africa e del Medio e vicino Oriente è in fiamme – e di quelle devastazioni le migrazioni sono una delle conseguenze –; se a ciò si aggiunge il fronte orientale dell’Europa (l’Ucraina) vediamo che l’Europa è circondata e attraversata dal disordine.

L’Europa, a sua volta, è un’apparente unità ma è in realtà un insieme di contraddizioni violentissime. La principale delle quali è l’euro che da elemento di unione, di forza si è rivelato elemento di forza per qualcuno e di debolezza per altri. L’euro è una moneta tenuta in piedi da un’ideologia; un club dentro il quale si può stare solo se si sposano alcune linee dogmatiche dell’ordoliberalismo tedesco. Per il quale l’arcano dell’economia non è il capitale ma la massa monetaria. Infatti in Italia già nel 1981 nel disinteresse generale, come primo tributo pagato alla rivoluzione ordoliberista, il ministero del Tesoro divorziò dalla Banca d’Italia. La politica perdeva il potere di incidere sulla massa monetaria che secondo il primo dogma ordoliberale è intoccabile: la custodiscono i sacerdoti dell’economia e non i laici, i politici; il secondo dogma è che i prezzi devono manifestare la loro dinamica senza interferenze da parte della politica; il terzo dogma è che l’economia di mercato deve essere costituzionalizzata; il quarto è che di conseguenza lo Stato non deve creare moneta generando debito pubblico, ma può solo lasciare che la ricchezza venga prodotta dal capitalismo e poi tassare i cittadini. Un altro dogma altrettanto fondamentale è la great moderation: i salari devono essere sempre più bassi di quello che potrebbero essere. Ciò che deve essere promosso non è solo il profitto, ma il reinvestimento del capitale, l’approfondimento del rapporto di produzione capitalistico attraverso un processo di innovazione. Il che vuol dire che si producono beni tecnologicamente avanzati per esportarli. L’industria lavora solo marginalmente per il mercato interno, e il potere d’acquisto delle masse (la domanda) non interessa questa economia dell’offerta: anzi si impongono le parole d’ordine di rigore, sobrietà, austerità, duro lavoro e assoluta assenza di conflitto sociale.

Questa teoria economica – che si basa su una visione politica organicistica, che ignora le contraddizioni del capitalismo – è stata estesa all’Europa, dalla natia Germania, in una fase in cui il capitale aveva e ha bisogno di una quantità di manodopera molto inferiore rispetto al passato. Il lavoro lo crea il mercato e non la politica; semmai, per sostenere la domanda e a fini di pubblica sicurezza si può concedere il salario di cittadinanza. Questo ordoliberalismo, che è anche un neomercantilismo, è nato in Germania alla fine degli anni Trenta e nei primi Quaranta, quando alcuni economisti (parecchi erano cattolici moderati) hanno elaborato un pensiero in grado di fare uscire la loro patria dalla catastrofica avventura del nazismo, e di contenere al tempo stesso lo statalismo sovietico. Ne è nato un capitalismo ben temperato in cui il mercato è pensato come naturale, come i diritti umani, e quindi va messo in condizione di creare ricchezza senza creare disordine. È stato Ludwig Erhard il primo esponente della scuola ordoliberale che abbia fatto politica (il teorico è soprattutto Röpke), come ministro dell’Economia di Adenauer e in seguito secondo Cancelliere. L’ordoliberalismo, o economia sociale di mercato, o capitalismo renano, è un modello che la Germania ha perseguito dal 1949, perché è in linea con la sua storia, con la sua amministrazione, con la struttura della sua economia e della sua finanza (vi ha derogato, tuttavia, quando le è stato utile, ad esempio al momento della sua riunificazione, quando ha deliberatamente creato una grande inflazione interna esportata in Europa attraverso il marco).

Ora, l’ordoliberalismo, che è la matrice dell’euro, ha creato un’Europa disunita nella quale c’è un nucleo forte, la Germania, e la cerchia che la circonda – l’Austria, l’Olanda, la Repubblica Ceca, i Paesi baltici, nonché i Balcani come fornitori di manodopera – e una serie di Paesi più deboli, fra cui l’Italia, che a quel modello non riescono ad adeguarsi, o vi riescono solo a prezzo di pesanti sacrifici che distruggono le basi sociali della democrazia. A parte il fatto che l’intera area dell’euro soffre di uno sviluppo asfittico e rallentato per il dogmatismo monetarista e per la disciplina di bilancio che la Germania impone alla Commissione, la pseudo-fortezza Europa è quindi percorsa da una contraddizione geopolitica e geoeconomica interna fra Paesi creditori e Paesi debitori che indebolisce molto il vincolo unitario europeo. Vincolo che si allenta ancora di più nelle diverse politiche di fronteggiamento dell’immigrazione, che determinano la formazione di frontiere interne (cioè spingono verso il superamento di Schengen) e soprattutto producono la nascita, nei diversi Stati europei, di sentimenti xenofobi e antidemocratici – più diffusi e virulenti nelle fasce più deboli della popolazione, più esposte all’insicurezza economica e sociale –.

Euro e guerra – le contraddizioni del capitalismo e l’assedio esterno e interno del terrorismo –, rendono l’Europa debole e disunita: i diversi Stati cercano sempre più chiaramente di cavarsela ciascuno da solo; non c’è una issue della politica internazionale su cui l’Europa presenti efficacemente una visione unitaria. La verità è che l’Europa unita aveva senso quando era un soft-power, quando era sufficiente a darle una mission il suo prestigio civile e sociale; ma oggi con il mondo in fiamme, e con le fiamme in casa, l’Europa unita sta scomparendo.

L’Europa del 2015 è concentrica? Sì: esiste un centro che è la Germania e intorno ci sono dei satelliti, più o meno volonterosi e più o meno riluttanti, e poi ci sono ancora più esterni gli Stati deboli che faticano a rientrare nel modello dominante. Esistono insomma una concentrazione di poteri e denari tedeschi, una gerarchizzazione dei Paesi periferici, e una nascita di virulenti movimenti nazionalistici, e di virulenti populismi, come risposta all’immiserimento della politica europea. Concentrica dunque, oggi vuole dire un’Europa a cerchi concentrici al proprio interno mentre, riguardo all’esterno, è il centro di una grande cultura e al contempo di un nulla politico. L’Europa certo è ancora la custode di gran parte di ciò che d’importante è stato prodotto a livello intellettuale ed espressivo per almeno venticinque secoli. È custode di un patrimonio. Ma, appunto, ha più o meno il peso di un custode rapportato ai padroni di casa.

Oggi, l’Europa concentrica dovrebbe porsi come compito politico fondamentale di non essere più concentrica al proprio interno, ovvero di operare nel senso dell’uguaglianza. Ciò di solito viene definito come «ricerca di più Europa politica». Questa espressione, tuttavia, non può significare un nuovo patto costituente della Ue, peraltro già bocciato e abbandonato nel 2009, ma neppure la per ora irrealistica formazione di un «super-Stato europeo» o anche solo di una Federazione, che implichi un’autentica cessione di sovranità, un bilancio unico, una tassazione unica, un mercato del lavoro retto da una legislazione unificata, una politica estera e di sicurezza unitaria. Sono sogni, questi: e infatti, il sogno federalista delle generazioni precedenti alla nostra è sfumato (ucciso nel 1954 con la bocciatura francese della CED); l’Europa è cresciuta, in questi decenni, nel segno del funzionalismo, col quale è giunta fino all’euro e qui si ferma e rischia anzi di arretrare. Quello che realisticamente (ma in realtà con molto ottimismo) si può ipotizzare è una maggiore attenzione alle conseguenze politiche dell’impostazione macroeconomica che essa ha dato alla propria moneta: insomma, una maggiore flessibilità dei parametri economici. Ma non basta. Le contraddizioni strutturali dell’euro e della geopolitica esigono di più. Ma questo «di più» è difficile da pensare e da individuare nella prassi: emerge piuttosto il «di meno», l’erosione della Ue.

L’Europa, con la NATO, avanza verso Est: ma queste conquiste oggi ci appaiono meno importanti delle profonde fratture che attraversano quella che avrebbe potuto essere l’Unione europea, e pare invece solo la disunione europea. C’è davanti a noi, insomma, un compito immane: rifare l’Europa. E non è detto che per fare questo passo avanti non si debba tentare un passo indietro, e provare a rifare il mattone dell’Europa, lo Stato, secondo democrazia e giustizia.

Relazione tenuta al convegno Europa concentrica. Soggetti, città, istituzioni fra processi federativi e integrazione politica dal XVIII al XXI secolo − Dipartimento di Scienze Politiche, Università La Sapienza, Roma −, 3 giugno 2015.

 

 

Europa: linee di frattura, punti esplosivi

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Dal punto di vista filosofico-politico questa riflessione sarebbe declinabile così: qual è il rapporto fra il concetto di sovranità e il concetto di Unione? Il concetto di Unione, infatti, può essere riempito di molti contenuti: dal quasi nulla che abbiamo ora, al massimo cioè alla federazione. E sovranità è, ovviamente, la qualificazione principale della forma-Stato, che a sua volta può essere declinata in molti modi. La sovranità è stata presente anche nella lotta del popolo greco contro l’euro: quello è stato un esercizio di potere costituente, cioè della sovranità nella sua forma originaria. Lì è stata giocata la sovranità contro un potere che non era sovrano, che non apparteneva alla determinazione del popolo greco, ma alla Unione Europea. Sovranità, d’altra parte, sono anche gli Stati che violano, forzano, sostanzialmente sospendono le strutture giuridiche poste in essere dall’Unione Europea (penso a Schengen), esercitando, in vario modo, poteri d’emergenza, che sono tipici poteri di sovranità. Sovranità è estremamente complessa come nozione, e certamente è in tensione sistematica con ogni possibile declinazione del concetto di Unione Europea (tranne che non la si voglia attribuire a questa, facendone un super-Stato). Vi è una sovranità democratica del popolo, vi è una sovranità istituzionale degli Stati che può divenire emergenziale. In ogni caso, c’è una tensione strutturale fra la sovranità e gli elementi economici e tecnico-burocratici che sorreggono l’Europa oggi.

Dal punto di vista storico, poi, se si sceglie uno sguardo retrospettivo breve − limitato agli ultimi cento anni −, parlando d’Europa sono possibili tre determinazioni, esprimibili in tre termini: «centro», «nulla», «qualcosa». Centro significa che la configurazione globale della Terra ha visto l’Europa al centro fino alla Prima guerra mondiale. Dopo, fra le due guerre, è cominciato uno smottamento che ha visto l’affermarsi di potenze extra-europee. Nulla, è ciò che è stata l’Europa dal 1945 al 1990: un nulla politico, in quanto era semplicemente l’oggetto privilegiato della grande spartizione globale. L’Europa era l’unica posta in gioco per cui si sarebbe potuta scatenare davvero una guerra fra USA e URSS, e proprio per questo ha goduto di una pace prolungata e per lei benefica. Naturalmente, con privazione della sovranità, checché ne pensassero francesi e inglesi, i quali nella data-chiave del 1956 hanno sperimentato di essere incapaci di costituire il centro di alcunché. Nel Cinquantasei – l’ultimo tentativo coloniale classico dell’Europa − le due superpotenze, benché in grave urto per la insorgenza ungherese, furono sostanzialmente d’accordo per rispedire a casa da Suez Francia e Inghilterra. L’Europa è nulla sotto il profilo storico-politico fino al 1990, quando è costretta a tentare di essere qualcosa, cioè a essere una parte di un ordine mondiale plurale. Una parte che si struttura inevitabilmente − e questo è il problema − intorno alla Germania unificata, che come sempre è fuori scala rispetto all’Europa: troppo piccola per essere una superpotenza, troppo grande per essere un normale Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro per tenere la Germania ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un vago neutralismo; uno stratagemma che si è rovesciato nella situazione attuale che vede la Germania esondare in buona parte d’Europa.

Con uno sguardo retrospettivo lungo – fin dalle origini dell’Europa, dunque a partire dall’Alto Medioevo – si dovrebbero richiamare le analisi di Rokkan sopra l’Europa strutturata su cleavages: una partizione Est−Ovest che nasce attorno alla Lotaringia, la fascia centro-europea − dalle Fiandre, alla Lorena al Nord Italia −, densissima di città, che rende difficile al suo interno il formarsi di statualità; mentre invece via via che ci si allontana da questo centro ricco di città, e a Est e a Ovest si formano statualità con capitali, cioè con città che emergono rispetto a quelle circostanti. Un’altra partizione spaziale, quella Nord−Sud, misura la distanza da Roma, sulla base del principio che ciò che è più lontano da Roma può strutturarsi più facilmente in Stato rispetto a ciò che è più vicino a Roma.

Un’altra linea strutturante l’Europa, che è stata coperta per molto tempo, ma che spiega nel profondo una quantità di cose − nessuna linea spiega tutto, sia chiaro − è una frontiera teologico-politica, che si può definire nella contrapposizione di due nomi: Eusebio e Agostino, la teologia politica imperiale e la teologia politica duale. La prima determina il rapporto tra Stato e Chiesa in tutta l’Europa orientale, dove vige una dipendenza sostanziale della struttura religiosa dalla struttura politica, che permane ancora oggi. L’altra implica la divaricazione fra la Chiesa istituzionale e i poteri politici in una perenne tensione reciproca, in perenne conflitto benché con alcuni periodi di alleanza, senza che mai ci sia una vera unificazione o una vera dipendenza dell’uno dall’altro. Le ipotesi di unificazione imperiale sono state minoritarie nella storia dell’Occidente – abbastanza celebre è l’Anonimo Normanno −. L’ipotesi di unificazione papale (la ierocrazia) è stata anch’essa, in realtà, una linea breve. La storia dell’Occidente, come ha mostrato Berman, si è strutturata sulla tensione fra la forza della Chiesa e la forza dominante del potere politico, con fasi alterne. Quella tensione è la madre della critica e della libertà.

Ora, dobbiamo chiederci quali sono le linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi, per vedere se sono spazi politici sensati o insensati, congruenti o incongruenti, e in generale se esiste uno spazio politico europeo.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali ed esistenziali. Le prime generano linee, le seconde originano punti, atomi. Fra queste seconde è certo fondamentale la disuguaglianza politica e sociale, la distanza fra ricchi e poveri (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) che attraversa tutte le società europee. Questo è l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo, e poi via via affermatasi attraverso il modo specifico di funzionare del neoliberismo, cioè le bolle e le crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, portate a un livello di povertà da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivato, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche della democrazia. Questa è una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio appunto perché produce essenzialmente atomi sociali, individui isolati.

Una linea di frattura, invece − le linee di frattura si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra e insieme costruiscono un intrico di linee –, è la contrapposizione fra terra e mare, fra il liberismo inglese e l’ordoliberalismo tedesco. Ovvero fra quel processo e quella istituzione che è il TTIP, e lo strutturarsi corporato della principale economia europea, cioè quella tedesca. Il TTIP, questa sorta di NATO economica, implica un mercato diverso da quello strutturato dallo Stato nazionale ed è in rotta di collisione con la nozione di sovranità politica, democratica o istituzionale che questa sia. Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/euro, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si potrebbe vedere il riemergere oggi − che è una delle tesi che io avanzo − di tradizionali linee di frattura geopolitiche che hanno descritto la storia d’Europa; una delle quali è appunto l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di strutture di potere forti, stabili, nel continente.

Un’altra linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, che è l’ordoliberalismo applicato a molti Paesi. L’ordoliberalismo si colloca contro il liberismo anarchico, che aveva generato la crisi del 1929, e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il nazismo, e anche contro il comunismo, e proponendo a tal fine un’ipotesi di società organica che si fonda sulla naturalità del legame sociale generato dal mercato. Il mercato è interpretato come il motore naturale della società (pur nella consapevolezza che non è naturale ma storico) mentre nello Stato si esprime l’altrettanto naturale pulsione societaria dell’uomo, stabilizzata nelle strutture che impediscono che il mercato venga turbato − è fondamentale il divieto per lo Stato di intervenire sulla dinamica dei prezzi −. Lo Stato deve essere la struttura che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di funzionare in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi e di produrre benessere secondo giustizia. Insomma, dietro l’ordoliberalismo c’è un non-detto: cioè che il conflitto non è fisiologico, ma è patologico ed è quindi da escludere. Nella struttura del mercato sta scritta la collaborazione, non il conflitto. La Germania si è strutturata così fin dal 1949, quando Erhard scongiurò gli americani di non intervenire sulla dinamica dei prezzi, di lasciare che la crisi dei prezzi si aggiustasse da sola.

L’ordoliberalismo è l’essenza dell’euro, ma non è universale: è adatto alla Germania che era ed è una società dove c’è un fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere statuale, potere dei Länder che la rende stabile; in questa dinamica è presente anche la Mitbestimmung, la collaborazione dei sindacati ai consigli di amministrazione delle imprese maggiori. Il tutto in chiave mercantilista, cioè con una propensione a tenere relativamente bassi i salari e a puntare sulle esportazioni (con violazione dei trattati di Maastricht da parte della Germania, proprio sul surplus commerciale). Che l’Europa sia anche lo spazio dell’euro non la rende unita, quindi: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco e una cintura di economie embedded dentro l’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia, l’Italia settentrionale –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (esterni ma prigionieri dell’euro essi stessi). Questa è la linea di frattura che fa sì che l’Europa oggi sia distinta in Europa dei creditori ed Europa dei debitori − dove quella dei creditori è il nucleo tedesco, e gli altri sono via via, con cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno coatti e subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread.

Un ulteriore problema è che lo spazio economico dell’euro, che è in concorrenza con lo spazio economico anglofono, in realtà non è uno spazio politico tedesco. Ciò deriva dalla spazializzazione originaria – la cortina di ferro, che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa – del 1945-47, che si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero costituirsi forse come uno spazio economico, ma non certo riproporsi come un Reich. Di fatto molti Stati embedded dentro lo spazio economico dell’euro, e anche nello spazio economico tedesco, non condividono, almeno nella loro maggioranza, le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito a lungo l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi) dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali. In quella pianura vi sono fasi di sovrapposizione secolare fra l’elemento slavo e l’elemento germanico, con un movimento di marea di avanti e indietro. Ora, il punto è che molti degli Stati embedded dentro lo spazio economico tedesco sono violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava.

L’Europa è insomma attraversata anche da una memoria non condivisa. Il nemico mortale nell’immaginario e nella prospettiva di alcuni Stati dell’Europa orientale continua a essere l’Unione Sovietica o la Russia, l’occupazione e quel che segue. Questo fa sì che la Germania sia scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, con la messa a disposizione di basi militari per la NATO − basi di fatto aggressive nei confronti della Russia −. Come tutto ciò pesi sulla questione Ucraina è evidente.

L’Unione Europea non ha una politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto apertamente che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione del secondo pilastro europeo, della proiezione armata della potenza europea, è ancora agli albori; semmai, la politica militare e industriale è ancora rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. L’Europa in quanto tale non è in grado di intervenire da nessuna parte.

Ora, dentro lo spazio della NATO − che ovviamente disegna una linea di frattura fra Europa e Oriente russo − c’è una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa vicini ed economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti. Il che fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quella che è stata finora; certamente (per l’enorme sproporzione di mezzi) sempre a trazione in ultima istanza americana, ma soggetta agli umori, alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa. La questione del Montenegro che in altri tempi sarebbe stata quasi un casus belli con la Russia − un ulteriore sconfinamento nello spazio balcanico, ormai tutto occupato dall’Occidente − si spiega con questo dinamismo antirusso della NATO, ‘dal basso’.

Per ricapitolare, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco) e debitori, e politicamente diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale la Germania non può (e forse non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico.

E quindi la questione europea non consiste nel fatto che, pur essendo chiaro dove si dovrebbe andare, tuttavia non ci sono le forze per andarci. No: il punto è che nessuno ha chiaro dove si deve andare, e nessuno ha le forze per andare da nessuna parte. Noi oggi abbiamo per le mani i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata nell’epoca o della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche) o pensata e rafforzata all’epoca della globalizzazione incipiente, della globalizzazione trionfante e all’apparenza “pacifica”. Un’Europa che, in entrambi i casi, pensava a se stessa come «potenza civile» (dopo che nel 1954 era stata bocciata la CED). Ma che esista una configurazione politica che funga da potenza civile è possibile solo se intorno ad essa non c’è un mare di inciviltà, o di guerra. Senza una situazione di relativa pace una potenza civile non esiste. Come appunto si constata oggi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è attraversato da muri, come si è visto ormai da mesi. Ma non è neppure esatto dire che se si è disfatto lo spazio politico europeo, almeno restano gli Stati: infatti, gli Stati tentano di esistere e di resistere, ma conoscono oggi una minaccia inusitata, generata da un terrorismo che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra di qualcuno contro di noi, dunque è strategico: ma se il terrorismo fosse solo questo, come è stato iniziato così potrebbe anche terminare. In realtà, il terrorismo è anche sistemico, cioè nasce dentro lo spazio politico europeo, dentro le sue contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. È da notare che nel complesso non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo . La verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza: ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno. Insomma, il terrorismo su scala continentale (non quello politico degli anni Settanta) non genera propriamente linee di frattura: è anzi il classico esempio di guerra globale, che è − come provai a definirla quindici anni or sono, in La guerra globale − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento». In filosofia questo è lo stato di natura, appunto la situazione per sconfiggere la quale sono nati gli Stati. Ora gli Stati sono davanti a una sfida che non è una sfida ideologica delle Brigate Rosse o delle Brigate nere: è qualche cosa di diverso, probabilmente più forte ed estremamente destrutturante, perché ottiene realmente il suo obiettivo, ossia genera panico nelle popolazioni e spinge gli Stati a politiche emergenziali. Pensiamo solo alla Francia, lo Stato nazionale per eccellenza, la madre delle rivoluzioni, in cui politicamente il Fronte Nazionale ha già vinto, anche solo per lo spazio enorme che sta ottenendo, e in cui un governo socialista esce dalla Convenzione internazionale dei diritti dell’uomo.

E pensiamo anche, al di là del terrorismo, a quella bomba a scoppio ritardato che è l’emigrazione di massa, e a quanto questa stressa oltre che le strutture istituzionali anche lo stesso legame sociale, estremizzando l’opera tipica del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Il combinarsi di terrorismo ed immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa e che alimentano insicurezza e disorientamento) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Storicamente è sempre successo che la paura rafforzi le istituzioni. E quindi le frontiere statali in uno scenario post-Schengen, tornerebbero a essere le linee di frattura interne allo spazio politico europeo. Ma ho l’impressione che oggi il combinarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produca fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrebbe neutralizzare, e che lo stesso «Stato forte» sarebbe in questo contesto in realtà solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterebbe in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica dentro gli Stati classici produce l’Union sacrée o la rivoluzione, la guerra globale produce forse fenomeni di scollamento del tutto anomici. La paura non produce solo linee, ma anche punti. E così, alle linee di frattura, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono microfratture pulviscolari, portate dalla disuguaglianza economica (come abbiamo visto all’inizio) e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere ogni spazio politico, sia europeo sia statale.

Che tipo di questione pone questo scenario costituito da spazi, linee e punti esplodenti? Impone prima di tutto di abbandonare la retorica del «Ci vuole più Europa»: prima si deve capire di quale Europa si parla. Non certo un super-Stato, monolitico, capace di chiudere i propri confini all’esterno – una finalità irrealistica e indesiderabile −. Né quella posizione può significare l’indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi: «Andiamo avanti così perché in un modo o nell’altro ne verremo fuori» – è, questo, il modo di ragionare medio di chi è nato in un mondo in cui, dopotutto, non poteva succedere niente, in Europa, per le terribili conseguenze anche del minimo cambiamento . Adesso il dramma è che invece può succedere di tutto.

Dobbiamo inoltre rifiutare l’idea che ogni analisi non mainstream sia apocalittica. Apocalissi è il disvelamento: finisce un mondo, cadono i veli e se ne rivela un altro nuovo. Oggi, invece, stiamo sperimentando una fase di transizione strutturale degli ordini politici continentali europei. L’ordine continentale è in crisi: sotto il profilo economico, perché spacca le società; sotto il profilo geoeconomico, perché spacca l’Europa; sotto il profilo strategico, perché non sa andare da nessuna parte e, semi-paralizzato, risponde con le leggi di emergenza alla doppia anomia della disuguaglianza e del terrorismo.

Davanti a questa serie di problemi la sinistra è semi-impotente. L’unica potenza che al momento può porre in campo è forse una potenza di analisi, per individuare un quadro non apocalittico né rassicurante, ma realistico del mondo in cui viviamo. La sinistra moderna nasce con Marx, il quale appunto fece un quadro realistico del mondo in cui viveva. Lo stesso si deve fare ora, per evitare che la sinistra o nasconda la testa nella sabbia o segua subalterna coloro che con le bandiere dell’Occidente al vento ci vorrebbero inviare verso ignote avventure.

 

Intervento introduttivo al seminario di Sinistra Italiana − organizzato a Roma il 4 dicembre 2015 −  dal titolo Economia e politica in Europa. Vincoli, contraddizioni, conflitti.

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