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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Ordoliberismo

Fra «vintage» e «quarto polo»

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Aderisco al nuovo gruppo parlamentare della Camera («Articolo 1- Movimento dei Democratici e Progressisti», se questa è la denominazione definitiva), ma come «indipendente» perché non mi paiono ancora chiari i suoi contorni politici.

La componente che proviene dal gruppo SI-Sel non è disposta a sacrificare l’originario progetto di «quarto polo» alla interpretazione minoritaria e movimentista che ne ha dato il recente congresso di Rimini, al quale parecchi non hanno neppure partecipato. Quindi quella componente – peraltro maggioritaria – non è da definirsi tanto «scissionista» quanto interprete coerente del progetto originario di SI.

Ma poiché la componente ex-SI-Sel si fonde con i protagonisti della scissione consumata da alcuni bersaniani e dalemiani in uscita dal Pd, si pone senza dubbio la questione di decifrare i significati di questa alleanza, e l’orizzonte della nuova formazione parlamentare e del soggetto politico che ne seguirà.

Finora si è parlato molto del rapporto col governo Gentiloni, che soprattutto al Senato dovrà essere non osteggiato, perché non si realizzino i propositi avventuristici di Renzi. Nondimeno, questa è una questione tattica, che si rende urgente nell’immediato ma che non può certo esaurire l’essenza dell’operazione in corso. A livello strategico, invece, si sono sentite poche affermazioni, e non tutte rassicuranti. Fra le altre, che la nuova formazione non nasce contro il Pd ma contro Renzi; o ancora che non si deve neppure polemizzare contro quest’ultimo, perché è evidente che dopo le elezioni (o prima, secondo il sistema elettorale) ci si dovrà alleare con lui (dato quindi per vincitore del congresso); che il target elettorale di riferimento del nuovo soggetto sono quelle parti del «popolo della sinistra» che non votano più il Pd di Renzi (o per astensionismo, o per sofferto «grillismo»).

Se ci si limitasse a ciò, si starebbe dando vita a una «operazione nostalgia» dal profilo minimalista – e infatti sono minimi anche i risultati elettorali attesi, stando alle prime impressioni sondaggistiche –; a una sorta di «linea vintage» di quel medesimo progetto di cui il Pd è il «marchio giovani» (benché questi non lo votino, com’è noto); insomma, a un semplice riadattamento alla nuova realtà tripolare e proporzionalista di una forza come il Pd, che, nato come partito pigliatutto a vocazione maggioritaria, ora deve marciare diviso per poi colpire unito, per riaffermare sostanzialmente immutato il proprio progetto politico. Cioè la gestione «riformistica» della situazione presente e dei trend attuali, l’identificazione con l’establishment, il fronteggiamento dei «populismi».

Se fosse confermata questa impostazione – rifare i Ds, per poi essere una parte del «nuovo Ulivo», del «centro-sinistra col trattino» – saremmo di fronte a una debolezza ancora più grave di quella denunciata da coloro che nelle cause della scissione del Pd vedono solo interessi elettorali di qualcuno, o un elemento personalistico. Si tratterebbe, più che di una debolezza, di un’occasione mancata: quella proposta di scarso respiro sarebbe infatti punita elettoralmente in quanto per nulla rispondente alle attese e ai bisogni attuali del Paese. Che ha l’esigenza di vedersi offrire un’alternativa democratica e progressista – e non rabbiosamente populista e xenofoba – alle politiche praticate dalla linea Monti-Letta-Renzi che, con i loro esiti di impoverimento quasi generalizzato, di disuguaglianza, di umiliazione e precarizzazione del lavoro, hanno messo a repentaglio la tenuta del legame sociale e dello stesso orizzonte democratico della repubblica, favorendo la nascita di quelle forme di protesta che sbrigativamente si definiscono «populismi».

Ma ci sono state anche prese di posizione più rassicuranti: la nuova formazione, in quanto si richiama all’articolo 1 della Costituzione per l’idea che l’essenza politica del legame repubblicano è il lavoro, parte programmaticamente col piede giusto. Troppo si è detto che il mercato è il cuore della società, e troppa politica recente si è data da fare in questa direzione. E proprio per questo il nuovo centrosinistra ha bisogno di sviluppare molto di più che in passato il lato di sinistra (dato che la differenza fra destra e sinistra esiste ancora, purché la si voglia cercare), atrofizzato negli ultimi anni e mai irrobustito in precedenza; e deve accentuare il lato di sinistra – la lotta non solo congiunturale ma macro-economica alla disuguaglianza e alla svalorizzazione del lavoro – così marcatamente da poter fronteggiare con credibilità il disastro economico e sociale del centrosinistra vecchio, del Pd in profondissima crisi e orientato semmai in posizione difensiva verso i «nuovi barbari» populisti.

Insomma, il nuovo soggetto politico dovrà porre in essere una discontinuità tanto netta che nelle prime fasi della sua esistenza dovrà presentarsi come «quarto polo», come una forza sì riformista ma con segno politico ed economico assai diverso da quello che è stato attribuito al termine in tempi recenti; una forza che deve prima di tutto precisare la propria vocazione e la propria analisi della situazione, cosa che ha appena iniziato a fare, e che solo in un secondo momento deve porsi la questione delle alleanze (certo, che il segretario del Pd sia ancora Renzi, o invece un esponente della sinistra interna, non è indifferente); che insomma non deve nascere politicista ma politica. Che deve parlare agli italiani con un linguaggio radicale e concreto, libero e istituzionale, con un discorso di verità e di critica che prenda le distanze dal neoliberismo e dall’ordoliberismo – mettendo il lavoro al centro – senza cadere in quelle derive identitarie e reazionarie che rispetto alle forme dei poteri dominanti non sono per nulla alternative, costituendone piuttosto l’altra faccia (Trump ne è l’esempio più clamoroso, per ora).

Solo con questi intenti, tutt’altro che nostalgici, l’operazione in corso avrà il senso pionieristico e rivolto al futuro (cioè progressista) di un’apertura di un nuovo spazio politico: quello della Terza repubblica, che deve superare democraticamente gli errori politici economici e intellettuali della Seconda.

 

Tesi sull’Europa

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1.L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss) poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortita nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957) e lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compact del 2012 che ha tolto sovranità agli Stati a favore di un trattato economico gestito da Bruxelles e interpretato autorevolmente dalla Germania. Questa oscillazione continua e la complessità contraddittoria della configurazione attuale spiega perché è impazzita la maionese europea, ovvero perché il calabrone si è accorto che non può volare (un tempo si diceva che l’Europa è come un calabrone, che per le leggi della fisica non potrebbe volare eppure vola ugualmente).

2.La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, e dalla scelta inglese per un modello imperiale finanziario informale, il cosiddetto global England che coesiste con un marcato neonazionalismo) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora chiude (oltre alla secessione del Regno Unito, la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

3.L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors) in una pretesa di egemonia politica continentale della Francia in prospettiva post-statuale (e infatti non a caso la protesta francese contro l’Europa è oggi marcatamente statalista e protezionista/protettiva), l’euro è stato “occupato” dal marco tedesco e dall’ordoliberalismo sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – ha qui l’origine dei suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, abbandonando in parte le difese sociali dei lavoratori, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. Ne è nato un disagio sociale che sembra oggi orientarsi anche verso la SPD (che pure ne è stata a lungo responsabile).

4.Gli spazi politici in Europa (la questione centrale) sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavages interni all’area euro – che non è un’area monetaria ottimale –, ovvero vi sono gli spread, e oltre a questi vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. È decisivo capire che lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono (molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca): è questa mancata sovrapposizione a impedire l’affermarsi di un IV Reich, che peraltro neppure la Germania desidera. A questa complessità spaziale si aggiunga il fatto che la NATO ora non è più la priorità americana, e che gli Usa di Trump sembrano al riguardo un po’ più scettici (ma su questo punto è necessario attendere l’evoluzione degli eventi; probabilmente lo scopo statunitense è solo quello di far sostenere agli alleati un peso economico maggiore a quello attuale, e in ciò Trump è in linea con Obama).

5.È del tutto implausibile pensare che la Germania, anche in caso di vittoria socialdemocratica, possa avanzare verso l’assunzione di una maggiore responsabilità politica europea (ad esempio, accedendo a qualche forma di eurobond): anzi, la cancelliera Merkel verrà forse punita per il suo presunto lassismo verso la Grecia e verso i migranti. Del resto, la sua proposta di Europa a due velocità – qualunque cosa significhi – vuol dire proprio l’opposto di un’assunzione di maggiore responsabilità. In Europa convivono già diversi “regimi” su molteplici aspetti della politica internazionale; il punctum dolens è il regime dell’euro, che Draghi ha difeso come «irreversibile», richiamando così la Germania alle proprie responsabilità e implicitamente riproponendo la propria politica di Qe – che la Germania non gradisce, benché le porti sostanziosi vantaggi sulle intermediazioni, effettuate attraverso la BuBa –, che però non è in alcun modo risolutiva della crisi economica. In ogni caso, lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole per facilitare le esportazioni tedesche (prevalentemente). Mentre un euro a due velocità – che nel segmento più forte verrebbe apprezzato rispetto all’attuale – risolverebbe qualche problema politico, non impedirebbe alla Germania (che ha grande fiducia nella propria base industriale) di continuare a esportare merci ad alto valore aggiunto e ad esercitare egemonia nel proprio spazio economico, e toglierebbe di mezzo alcune preoccupazioni di Trump. Insomma, un nuovo SME, benché non risolutivo, sarebbe probabilmente una boccata d’ossigeno per molti.

6.In Italia la UE è stata pensata come «vincolo esterno» per superare d’imperio le debolezze della nostra democrazia, e il nostro acceso europeismo è stato il sostituto compensativo della nostra scarsa efficacia politica sulla scena internazionale, diminuita ulteriormente da quando la fine del bipolarismo mondiale ci ha privato del pur modesto ruolo di mediatori, nel Mediterraneo, fra Occidente e mondo islamico. Il continuo acritico rilancio del nostro Paese sugli step successivi dell’integrazione europea – SME, euro, Fiscal compact – non è stato poi esente da aperti intenti punitivi: basti ricordare il sarcasmo di Monti sul posto fisso, da dimenticare perché «noioso», o gli auspici di Padoa-Schioppa sul fatto che l’euro avrebbe nuovamente insegnato ai giovani, a cui lo Stato sociale l’ha fatta dimenticare, la «durezza del vivere».

7.Impiccarci al «vincolo esterno» vuol quindi dire preservare una configurazione di spazi politici che vede la nostra sovranità compromessa dal nostro partecipare alla pluralità incontrollabile degli spazi politici europei. Anche quando eludiamo più o meno astutamente alcuni vincoli dell’euro, restiamo subalterni alle sue logiche economiche complessive, oltre che ai «guardiani dei trattati», più o meno benevoli o rigorosi – secondo i loro disegni. E soprattutto vuol dire privarci degli strumenti per invertire la nostra filosofia economica e politica, e quindi consegnare l’Italia alla protesta sociale causata dall’insostenibilità del modello economico.

8.Sono necessarie riforme che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino ad ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita generica ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla redistribuzione della ricchezza e non solo all’aumento del Pil, alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Questi sono i veri problemi dell’Italia, non i vitalizi né le date dei congressi, che sono solo momenti della lotta politica di palazzo, e che servono a celare i conflitti politici fondamentali. Questi, una volta che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che l’ipotesi ordoliberista si è rivelata mera conservazione del potere tedesco, sono ormai una contrapposizione oggettiva tra ristrette élites economiche e massa impoverita della popolazione (ceti medi inclusi). Le leggi elettorali, altro tema che appassiona il ceto politico, a loro volta, sono certo importanti; ma il pericolo più grave – l’Italicum – è stato sventato.

9.Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità – o se si vuole, più semplicemente, per rimettere ordine in casa nostra, per ridare l’Italia agli italiani, nella democrazia e non nel populismo –, è lo Stato e la sua rinnovata centralità. La Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile (soprattutto se in parallelo i cittadini si impegnano in un nuovo civismo, e non nella protesta populistica, incoraggiati in ciò dal constatare che non tutte le strade sono chiuse, che il destino non è segnato), una via importante per la riduzione della complessità dell’indecifrabile spazio europeo. Il termine dispregiativo «sovranista» non significa nulla se non un rifiuto di approfondire l’analisi del presente, e quindi denota una subalternità di fatto ai poteri dominanti (e declinanti).

10.L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, l’immaginazione di futuri alternativi. Gli Stati uniti d’Europa sono un modello impraticabile (dove sta il popolo europeo col suo potere costituente?), che del resto nessuno in Europa vuole veramente. L’Europa deve insomma configurarsi come una fornitrice di «servizi» – anche giuridici –, come una cornice leggera che contorna Stati sovrani liberi di allearsi e di praticare modelli economici convergenti ma non unificati. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa libera dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, una potenza unitaria continentale – di fatto ciò non sta avvenendo –. È invece necessaria una nuova cultura del limite, della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia o dell’ipercapitalismo. Sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono, benché la prima democrazia moderna sia nata in America; ma per altri versi si escludono, se ci si attende la democrazia da un blocco continentale unificato da trattati monetari e dall’egemonia riluttante della Germania: di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati, e alla loro collaborazione. Dire che l’euro è irreversibile è in fondo un atto di disperazione intellettuale e politica, o almeno di scarsa immaginazione: un atto anti-europeo, in fondo. Di irreversibile, a questo mondo, c’è solo l’entropia, un destino fisico; ma ciò che la storia ha fatto può essere cambiato, soprattutto se il cambiamento deve salvare le nostre società e le nostre democrazie. Ed è appunto la politica quella che, posto che se lo proponga, serve a cambiare le cose, mentre al contrario le profezie catastrofiche – minacciate a chi pretende di percorrere una via difforme dal mainstream elevato a destino – non si sono avverate. Questo ci sia di conforto e di stimolo al pensiero e all’azione.

 

Sui corpi sociali

 

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I corpi sociali possono essere o quelli territoriali, oppure le organizzazioni degli interessi, oppure ancora i partiti e i movimenti politici, oppure le formazioni one issue, o infine il terzo settore. Inserirli all’interno delle istituzioni di uno Stato moderno è un’impresa improba (più o meno, secondo i casi), e non solo perché alcuni non lo chiedono, e neppure perché quando lo si tenta (come nel caso delle istituzioni territoriali italiane nella Costituzione riformata, felicemente tramontata) lo si fa piuttosto male. Il motivo non è contingente ma sostanziale. L’essenza istituzionale della modernità è infatti duplice: in primo luogo, è centrale logicamente l’unità politica, la costruzione della sovranità; in secondo luogo, lo strumento di questa costruzione unitaria è prevalentemente la rappresentanza, che non può non essere a base individuale. Sono i singoli che votano, dotati di diritti, di opinioni, di ideologie, di interessi; i singoli come atomi, e non i gruppi.

Già non è stato semplice accettare i partiti all’interno dell’unità politica – le posizioni più radicalmente unitarie, o più democratiche, come in Rousseau, non li ammettono, in quanto «fazioni»; e perfino in Inghilterra, loro patria, i partiti vengono legittimati dalla filosofia politica e giuridica solo nella seconda metà del Settecento –; in ogni caso, oggi, la loro parabola, che ha toccato l’apogeo nei cent’anni che vanno dal 1890 al 1990, è ormai nella fase declinante. E quando pure hanno costituito il nerbo della politica sono stati «parti generali», ovvero hanno riprodotto in sé le medesime logiche unitarie dello Stato; e certamente hanno sempre preteso di risolvere e mediare in sé le ragioni dei corpi intermedi, stabili o volatili che siano, ai quali si lasciava piena cittadinanza nella sfera sociale ed economica, ma la cui rappresentanza politica passava attraverso il partito (il nesso fra Pci, Cgil, Cooperative, Arci, ecc. è emblematico; ma lo stesso si deve dire sul versante della Dc). Altro discorso è, evidentemente, quello che riguarda i movimenti politici extraparlamentari, i quali però o si sono parlamentarizzati o hanno vissuto, almeno finora, vite politiche intense ma brevi. Insomma, lo si ribadisce, la democrazia rappresenta agevolmente il pluralismo delle opinioni individuali, o delle opzioni ideologiche dei movimenti (se questi vi acconsentono) o dei partiti (e anche questi, non a caso, sono riferiti nell’articolo 49 al diritto soggettivo dei cittadini alla libera associazione), ma solo indirettamente riesce a rappresentare interessi collettivi e corpi sociali organizzati. Non a caso nella nostra costituzione il CNEL è risultato assai poco vitale.

Chi ha scommesso contro la rappresentanza individuale, e al tempo stesso contro i partiti, come il fascismo, ha dato con le corporazioni rappresentanza politica diretta ai corpi sociali, credendo di essere così più aderente alla realtà delle liberaldemocrazie; ma la violenza, l’autoritarismo, l’artificiosità, la rigidità della soluzione proposta l’hanno affossata e resa per sempre improponibile.

Di fatto, i corpi sociali intermedi hanno espresso la loro intrinseca politicità all’interno del compromesso fra Stato e partiti nella stagione «socialdemocratica», finché questa è stata viva e vitale; oppure hanno trovato e ancora trovano collocazione nelle architetture dell’ordoliberalismo tedesco, in cui banche e imprese, sindacati e associazioni datoriali si intrecciano in mille modi (fra i quali la cogestione o Mitbestimmung) in una cornice complessa fatta di rappresentanza partitica (Bundestag) e territoriale federale – riferita ai governi dei Länder e non alle assemblee (Bundesrat) –. La via tedesca valorizza istituzionalmente i corpi intermedi in un quadro organico di stabilità, di collaborazione e di efficienza, che risponde alla peculiare storia della Germania.

Una terza via consiste poi nel lasciare i corpi sociali sul libero mercato dell’influenza politica, organizzati in movimenti più o meno incisivi e visibili, o, nel caso degli interessi economici, in lobbies o in altre realtà che non desiderano essere rappresentate politicamente ma che cercano di influenzare direttamente i decisori politici. Una via «anglosassone», che finora non ha incontrato la sensibilità dell’opinione pubblica italiana, e che esige in ogni caso un’attenta legiferazione.

I problemi dell’Italia di oggi nascono appunto dal fatto che nessuno di questi paradigmi è ora vigente. Tramontato da tempo il modello vetero-corporativo, il modello partitico socialdemocratico non è più vigente per la scomparsa dei partiti, il modello tedesco è appunto lontanissimo dalla esperienza italiana, e così dicasi di quello lobbistico. Dopo la rivoluzione neoliberista degli anni Settanta e Ottanta (dovuta non solo all’innovazione tecnica dell’elettronica, né solo allo shock petrolifero, ma a un vero cambio di paradigma culturale, economico e politico, appunto il neoliberismo), dopo la costruzione dell’euro, impostata a Maastricht e perseguita per tutti gli anni Novanta (il cui esito è che lo Stato e le parti sociali sono stati privati del potere di determinare la politica economica e monetaria del Paese), il problema che si pone con particolare urgenza è come reagire alla tentata privatizzazione del lavoro e di tutta la materia economica, sottratta alla rilevanza pubblica e politica a cui invece la destina la Costituzione (che infatti fonda la Repubblica sul lavoro). E in parallelo come valorizzare la pur debole politicità che, rifluita fuori degli spenti partiti e delle fragili istituzioni, permea di sé i movimenti sociali più chiaramente politici, volti a ricostruire momenti di aggregazione, di partecipazione e di messa in rete di esperienze e di istanze.

Naturalmente, sarebbe importante riflettere da vicino sui corpi sociali più politicamente orientati (movimenti, partiti, ecc.): ciò richiede senza dubbio ben altro spazio; eppure, il lato politico e il lato economico della questione dei corpi sociali, benché distinti, hanno in comune la reazione, che pare necessaria, a una pretesa strategica del neoliberismo. La pretesa, cioè, che la società sia interamente omogenea e anzi mucillaginosa, composta – secondo la celebre affermazione della signora Thatcher – non da corpi complessi in dialettica ma da singoli individui o da famiglie. Un continuum, insomma, fatto di soggetti che si credono concorrenziali – ma in realtà ugualmente subalterni, misurabili, valutabili, valorizzabili o svalorizzabili dalle tre facce del nuovo potere unico (economico-finanziario, politico-leaderistico, mediatico-intellettuale) –; da singoli, quindi, soli e in quanto tali incapaci di identificare esistenzialmente e intellettualmente le strutture profonde del sociale, cioè le parti in cui la società si articola, e i loro conflitti. Insomma la pretesa, con ogni evidenza ideologica (ovvero falsa: basti pensare che il più visibile effetto del neoliberismo è la produzione di un tasso di disuguaglianza mai visto da quasi un secolo), che la società sia liquida; e che le parti di cui eventualmente si presenta composta non siano che caste e corporazioni, nidi di privilegi e di resistenze contro quel salutare cambiamento che la politica deve perseguire, disgregandole per tenere fluido, efficiente, flessibile il movimento della produzione e del mercato.

L’ideologia neoliberista, così, oggi distingue i corpi sociali fra quelli che vengono fatti emergere per essere liquidati – partiti, sindacati, caste, corporazioni – e quelli che invece restano sullo sfondo senza neppure essere nominati, le burocrazie, le tecnocrazie, le lobbies, i livelli opachi extranazionali dei poteri economici europei e planetari. Un’altra classe sono poi i corpi del terzo settore, che all’occorrenza possono essere utilizzati per realizzare la sussidiarietà – veto mantra antistatale dei nostri decenni –; e un’altra, infine, sono i movimenti politici e d’opinione, peraltro non incentivati dal potere, che alla partecipazione preferisce l’apatia politica.

Le soluzioni di alcuni di questi problemi italiani paiono essere le seguenti. Dapprima, il perseguimento di un modello anglosassone che lasci i corpi sociali misurarsi sul mercato dell’influenza politica, regolamentato da una legge sulle lobbies. Meglio che nulla, certo (e anzi ipotesi necessaria per le organizzazioni d’opinione); ma è una soluzione che non modifica i rapporti di potere diseguali che si sono formati fino a ora a livello economico.

Un’altra soluzione può consistere nella convergenza dei corpi e degli interessi sociali su azioni volte alla tenuta e alla coesione territoriale – una volta preclusa la loro capacità di agire a livello nazionale centrale –. La costruzione, la manutenzione e l’implementazione del capitale sociale, umano, imprenditoriale, cognitivo, nei luoghi in cui esso si trova, tuttavia, ha come contropartita l’ovvia constatazione che l’Italia, da questo punto di vista, è una realtà a macchia di leopardo. L’organicismo implicito in questa ipotesi sarebbe paradossalmente contraddetto dall’emergere di linee d’esclusione, da fratture nel corpo nazionale, da disuguaglianze crescenti.

Un’ulteriore soluzione teoricamente proponibile (e per me preferibile) è un nuovo compromesso socialdemocratico, a forte base partitica e statalistico-welfaristica: ipotesi difficile a realizzarsi, in realtà, perché implica l’esistenza di partiti dotati di una forza politica ora non immaginabile, e una presenza dello Stato, insieme a una sua capacità di spesa, che è per ora poco probabile nell’Europa ordoliberista in cui ci troviamo a vivere. Un’ipotesi, nondimeno, che la sinistra dovrebbe coltivare, per non lasciarla alla destra sovranista. A questa ultima ipotesi se ne collega un’altra, quasi come precondizione: che cioè si costituisca un «Partito del lavoro», capace di interrompere la narrazione neoliberista dell’individualismo e della privatizzazione dell’economia; un partito che porti alla luce le pluralità, le differenze, le contraddizioni che attraversano il corpo sociale, e che dia voce esplicitamente politica alla loro politicità implicita. Un partito che sia «parte» e che pertanto si contrapponga dialetticamente ad altre «parti», così che stia nel conflitto (del tutto fisiologico, in verità, all’interno delle democrazie) e non nell’organizzazione e nell’organicismo, la soluzione della questione dei corpi sociali. Una soluzione politica prima che istituzionale, quindi, non priva di efficacia, e soprattutto una soluzione non ipocritamente orientata a negare la possibilità del conflitto – una negazione che è in verità, di per sé, un atto ultra-conflittuale – ma anzi realistica e al contempo capace di portare la tensione alla giustizia all’interno di una società che ne ha molto bisogno e che, non imbattendosi ormai neppure nella parola, si consegna sempre più all’apatia rassegnata o alla rabbia estremistica.

Il suicidio delle sinistre

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La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

A tutto ciò Cesaratto contrappone tesi classiche: che l’economia ha come oggetto la produzione di surplus e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), così che l’equilibrio distributivo è non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall’economia reale; che il fattore critico dello sviluppo è la domanda aggregata; che l’inflazione è il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria è presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato può e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di welfare) in vista dell’obiettivo della piena occupazione, questa sì capace di garantire la crescita.

Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora più dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realtà Quaranta) – a separare i due periodi c’è la grande svolta dei tardi anni Settanta –. La prima fase è contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell’ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall’esercizio della sovranità economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realtà di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall’esigenza post-bellica di aprire la società alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall’esistenza dell’Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello è stata dovuta essenzialmente all’inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor più dagli choc petroliferi della metà degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del «vincolo esterno» e – anziché contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com’era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del project socialiste del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) – ne hanno dato una gestione «ortodossa», fondata su austerità, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell’economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranità economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attività produttive più povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro più grave di quella che sarebbe stata generata dall’inflazione.

La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il winter of discontent 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la «seconda sinistra»), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l’onda neoliberista perché la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno è di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell’economia, con l’euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruirà Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l’attacco all’Urss sulla base dei libri di Solženicyn e ne distrugge il mito con i noveaux philosophes, mentre la più avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilità di un’interpretazione dialettica e di classe della realtà; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.

Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo – generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione – e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un’Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo è il quadro ottimale di un’unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell’euro (che avendo come obiettivo la lotta all’inflazione, cioè ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei più gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma è stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilità del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell’economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilità sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa è la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d’accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanità, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranità economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l’euro), e ha imposto l’austerità per rispettare il vincolo esterno anziché aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell’euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l’hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.

Analoghe nettezza e radicalità emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne dà in nome dell’estensione illimitata e incondizionata dell’ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono sì l’origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell’Urss, nell’indebolimento dei Paesi più poveri dovuto alle politiche del Washington consensus, e alle guerre – presentate inizialmente come «democratiche» – che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l’accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell’esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.

In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, è segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda più sull’esportazione che sulla domanda interna, ed è interrotto dalla «congiuntura» ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l’Italia vi perde il nucleare e l’elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della metà dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l’estero – il «vincolo esterno», da allora centrale nella storia economica del Paese – a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerità. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che – sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l’obiettivo di acquisire l’ammissione all’area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica – offrì al potere dominante la disponibilità operaia ai «sacrifici», cioè a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo così si apriva la strada alle più energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il «divorzio» fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l’inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e più in continuità con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si è sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre «organiche» e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile «socialismo», ad una visione riformista e conflittualista della società e dell’economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cioè un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di «intellettuale organico» (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realtà puntava sull’introduzione delle regioni per quanto riguardava le chances di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd è quindi in sostanziale continuità con la storia della sinistra italiana.

Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilità del lavoro (da qui la centralità strategica del jobs act) e non certo allo Stato, in cui l’euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre più contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un «sarcofago» di invenzioni finanziarie la materia «radioattiva» della moneta unica, che continua però a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un «incidente di percorso», come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l’Italia non è al momento padrona di se stessa, né in grado di progettare liberamente il proprio futuro – e in questo vicolo cieco brilla l’assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perché quelli essenziali le sono preclusi –.

Si tratta di due libri decisi e provocatori – nella loro scientificità – che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi – che non rappresentano tutto l’arco della opposizione al mainstream – hanno un respiro di serietà e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realtà storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica – non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto –.

Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana – non nuova in sé, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza – sia per la luce gettata sull’Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall’ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al mood dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perché questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica più allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell’euro.

La sinistra che oggi gestisce l’Europa neoliberista, a cui presta sempre più stanche narrazioni e sempre più flebili esorcismi verso i «populismi» (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilità, dell’austerità, dell’innovazione a senso unico, del monetarismo e dei bonus ai cittadini, della esaltazione della «società del rischio», la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si è suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, è fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede «più Europa» e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie chances alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualità intrinseca della società, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la società dal disastro in cui il neoliberismo l’ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.

Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali è l’impianto «novecentesco» dell’intera analisi. Il che di per sé non è indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalità e l’incisività della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l’azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come è possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non è una «necessità» ma solo l’esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si può superare e correggere? Come si può «fare il contrario» del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficoltà non implica che l’analisi sia in sé scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficoltà merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.

Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l’accusa di a-criticità del suo impianto teorico, cioè del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al «riformismo competitivo», non sono di per sé una novità, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non può più rivendicare la propria continuità con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come «altra» rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima – anche se non come «nuova» nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta –: una sinistra finalmente davvero «parte», benché non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l’ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall’uccidere l’immagine del proprio padre.

In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger è ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana è assodata, ma che costituisce oggi uno dei più influenti paradigmi della «teoria critica» contemporanea. Anche in questo caso, non è nuova l’accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalità in direzioni che negano la possibilità di individuare un punto determinato di spiegazione della realtà (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di «governo», nel caso di Foucault; lo scavo nel «rovescio» del linguaggio, per mostrarne l’indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettività in nome del «desiderio», nel caso di Deleuze), così da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anziché di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realtà. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: può esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di «negazione determinata»? Naturalmente la risposta non è pronta da qualche parte, e può uscire solo da una riflessione a più voci all’interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilità materiale di un nuovo umanesimo nell’epoca del trionfo della economia più antiumana.

Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli «animosi intelletti» che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realtà, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.

 

Il disagio della democrazia. Intervista a Carlo Galli

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Domanda: Come afferma nel suo libro, il disagio della democrazia è strettamente connesso alla sensazione che «non ci sia alternativa» (There Is No Alternative), che siamo stati ingannati, che tutte le promesse sono state infrante. È possibile rovesciare questo stato di cose?

Risposta: Il rovesciamento di questa percezione è in corso in molte parti dell’Occidente. I cittadini, nonostante le narrazioni rassicuranti (o le intimidazioni terrorizzanti) acquisiscono autonomia rispetto al sistema neoliberista, le cui contraddizioni insolubili – in termini di precarietà, disuguaglianza, assenza di prospettive – esperiscono sulla propria pelle. Ma questa ribellione assume spesso forme «populistiche» o di «destra», poiché la sinistra «di governo» è stata di fatto il principale veicolo del neoliberismo, mentre la sinistra alternativa non ha saputo elaborarne una critica convincente.

D.: Alla luce delle condizioni nelle quali versa la democrazia nella maggior parte dei Paesi del mondo e dei risultati della globalizzazione si è sviluppato, nel corso degli ultimi anni, un dibattito sulla questione della compatibilità fra capitalismo e democrazia. Qual è la sua posizione su questo tema?

R.: Il capitalismo non nasce democratico, e a differenza dello Stato – un altro dei protagonisti della modernità (insieme alla tecnoscienza, che politicamente significa la burocrazia) – non è democratizzabile dall’interno delle sue logiche e delle sue modalità di funzionamento. Alla sua base ci sono il profitto privato, una concezione competitiva dell’esistenza, l’indifferenza di fronte alla disuguaglianza, la mercificazione di ogni ambito dell’esistenza. Il capitalismo di per sé non produce ordine democratico, ma disordine insopportabile o dura gerarchia. Il suo individualismo è in realtà il dominio di pochi sulla maggior parte degli individui. La teoria della «sovranità del consumatore» è in realtà l’idea di una società deflattiva, low cost, che può offrire molti beni scadenti a basso costo perché ha abbattuto salari e diritti dei lavoratori. Il capitalismo neoliberista dalla metà degli anni Settanta non produce le condizioni per la democrazia – e spesso non sono democratiche neppure le ribellioni contro di esso –. È dalla politica, autonoma rispetto al capitalismo, che si deve partire per ristabilire la sovranità democratica dei cittadini-produttori. Una politica che esprima le contraddizioni della società, e non le nasconda; che si impegni a costruire nella società vaste aree non di mercato né mercificate; e che faccia ricorso alle risorse sia dei movimenti, sia dei partiti e dei sindacati, sia delle istituzioni dello Stato, fino a quando quelle dell’Europa non cambieranno natura.

D.: «La democrazia deve essere continuamente perseguita… in caso contrario resta vuota, priva di anima», lei sottolinea. Come può ciò coesistere con l’attuale alienazione politica e con il crescente processo di spersonalizzazione e di burocratizzazione della vita sociale?

R.: La democrazia da una parte è l’esito della modernità e delle sue idee-base (autonomia del soggetto e del popolo, lotta contro l’autorità, uguaglianza); d’altra parte, però, altre logiche della modernità (capitalismo e tecnica, soprattutto) tendono a trasformare l’autonomia degli individui in passività, l’uguaglianza in massificazione, i diritti in pretese inesigibili, la libertà nel dominio del mondo amministrato. Insomma, tendono a sovrapporre logiche oggettive a logiche soggettive; e a presentare questa sovrapposizione come «fatale», obbligata. Il disagio della democrazia è la muta protesta contro questa sovrapposizione. Democrazia in senso attivo è invece il non adeguarsi, collettivamente, a questo processo e alla sua ineluttabilità; è la volontà di cambiare radicalmente, con un’azione che passa dall’Io al Noi (ma non al Tutti: la società è sempre divisa), dalla spersonalizzazione alla ri-soggettivizzazione, dall’apatia alle lotte. Il soggetto non può essere troppo debole o destrutturato: deve avere in sé l’energia per la lotta intellettuale (la critica), per la lotta politica (il conflitto, la militanza) e per la costruzione di istituzioni. Il punto d’inizio di questa svolta è nella cultura, sia quella alta sia quella popolare – come del resto avvenne quando il neoliberismo colonizzò psicologie individuali, mezzi di comunicazione di massa, dipartimenti universitari –. Oggi è necessario (benché non sia sufficiente) iniziare a costruire una nuova koiné intellettuale, un nuovo consenso politicamente orientato, come avvenne al tempo dell’illuminismo.

D.: Qual è il suo giudizio sulla vittoria di Trump negli Stati Uniti e quale significato essa ha per la democrazia?

R.: La vittoria di Trump è un fenomeno popolare e al contempo è il segno di una profonda contraddizione nel corpo dell’establishment statunitense. Trump esprime la ribellione del ceto medio e operaio contro l’incapacità del neoliberismo di garantire benessere e progresso sociale: l’aumento dell’occupazione realizzato durante la presidenza Obama non è stato un aumento del tenore di vita del lavoro dipendente. Il lavoro non ha più le caratteristiche di stabilità e di sicurezza che aveva un tempo per una parte dei lavoratori. E questi hanno protestato contro disoccupazione e precarietà votando Trump, che si è presentato come estraneo al mainstream politico, economico e culturale. E davvero Trump è l’espressione di un capitalismo manifatturiero che non vuole più competere sulla scena globale con la Cina, che è ostile alle politiche globaliste di Wall Street e di Clinton, e che promette un ritorno al protezionismo o una revisione dei trattati commerciali in senso più favorevole al lavoro e al capitale Usa. Da un certo punto di vista Trump esprime la fine della globalizzazione e il ritorno alla politica forte dell’ «America first». Certo, anche la globalizzazione finanziaria aveva gli Usa come protagonisti, ma con prezzi sociali troppo alti, che alla fine si sono rivelati determinanti per la vittoria di Trump. Gli Usa resteranno una superpotenza globale, ma agiranno in modo molto più apertamente «egoistico», a partire dalla politica energetica. Ue e Cina saranno i primi a doversi misurare con questa nuova realtà. Questa è l’essenza del fenomeno Trump: a ciò si aggiunga un dato di rozzezza anti-culturale e anti-politically correct che è tipico del populismo e della sua lotta contro la cultura liberal. Nel complesso, i penultimi (coloro che hanno votato Trump) si sono ribellati contro l’establishment (Wall Street) e anche contro gli ultimi (immigrati e, in parte, minoranze di colore). La qualità della democrazia americana peggiorerà: ma la responsabilità è prima di tutto delle élites che hanno lasciato esplodere le contraddizioni del neoliberismo.

D.: Il cosiddetto multiculturalismo mette la democrazia davanti a un dilemma, che ai nostri giorni produce divisioni, razzismo e intolleranza. Come uscirne?

R.: La risposta multiculturale alle migrazioni si è rivelata debole; può sostenersi solo in condizioni di benessere crescente e di politiche sociali fortemente inclusive. In una fase recessiva e deflattiva, invece, il primo modo di manifestarsi delle contraddizioni sociali è la lotta dei poveri «nativi» contro i poveri migranti: una situazione che spalanca la porta a politiche populiste di destra. La sinistra non ha ancora elaborato una risposta al problema: sarà in ogni caso una risposta complessa, che comprende interventi economici e politici nei Paesi di origine, un forte controllo non vessatorio degli accessi, una severa attenzione non-discriminatoria verso le condizioni di degrado delle città. Insomma, la sinistra anche da questo punto di vista dovrà riscoprire la politica come regolazione della società. E dovrà quindi riscoprire lo Stato democratico, in attesa del formarsi di un’Europa politica non ordoliberista.

L’intervista, a cura di Tsakiroglou Tassos, è stata pubblicata in lingua greca in «www.efsyn.gr».

An Answer to the Question: Can the EU once again become an Attractive Vision for Europe?

Stitched Panorama

Since the Maastricht agreement in 1992 and the establishment of the euro as single European currency the EU has become a techno-oligarchic structure where religion (the cult of the market), political economy, politics, ideology, converge towards the construction of a society that — while unable to be as prosperous as it is presumed to be, given the crisis started in 2008 — blocks Europe inside a vision of the world and of the socio-economic structure as devoid of any alternative: the ordoliberal dogma and its results, i.e. the shattering of society into individual «athoms», the subsumption of every life under the law of the market, social inequality, and emergency policies. The authentic political energy of the Old continent is neutralized and extinguished by the techno-economic uniformity of a single-thought. That political energy consisted of the capacity of mobilizing the present, transcending the existing institutions, imagining the future through the competition of ideas, classes and nations.

The EU is too powerful (because it is too close-knit) and too fragile (because it is not able to face difficulties, contestations, alternatives). The EU gives up the future insofar as it denies its own past, and this is all the more so the more it speaks of that past using the language of «roots», «identity», «values», «heritage». However, the vitality of that past lies in the understanding of Europe as a space of risky openness towards the future through conflict. Thus, this Union cannot bear the fact of being questioned, and must therefore deny the existence of problems also beyond any evidence. In this way, it lets extremisms intensify, producing further wounds, anti-European closures, and abandonments. Even a considerable part of the terrorism that afflicts us nowadays dresses with the clothes of islamic religion has endogenous origin.

While it is affected by an internal crisis in its ideology and in its technocratical structures, the EU is not able to manage the geopolitical challenges and lets them be managed by the emergency policies of the States, that build up walls and fences in order to turn the smooth space realized by the Schengen agreement into a maze where migrants escaping the collapses of the Near East, Northern Africa and the Horn of Africa are trapped like mice.

No. This EU is definitively not the future of Europe, but rather its denial. It can neither inspire trust from the citizens, nor act as a source of political legitimacy. Its constitutional architecture, its economic structure, its ideal legitimacy must be completely rethought. Élites, parties, citizens, unions, cultural associations and even the States are called to take a new and radical responsibility. The Europe of the future needs a new path and a new «Great Idea»: it must be nurtured – without any nostalgic attachment – by the Europe of the past, its critical force, its internal dialectic, in order to be an alternative to the painful fragmentation and the sad failure that we are experiencing today.

 

L’articolo è stato pubblicato nella rivista greca «Frear», n. 16-17, 2016, pp. 460-461.

 

Oltre la destra e la sinistra? Sistema e anti-sistema nella politica di oggi

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La Ue, nata nel 1992 per rispondere alla sfida geopolitica e geoeconomica della globalizzazione, è un insieme di Consigli e Commissioni che esprimono poteri esecutivo-tecnocratici (il parlamento non ha la piena titolarità del potere legislativo): la dialettica politica è tutta risolta nelle tensioni fra la Commissione, custode dei Trattati, e il Consiglio dei Capi di Stato e di governo, in cui operano gli Stati, nei loro reali rapporti di potenza. Rispetto ai bisogni dei cittadini questa Europa è cieca e sorda.

Per di più, il principale prodotto dei Trattati, l’euro, è, con altro nome, il marco: la moneta nella quale la Germania da decenni si riconosce, e che ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, chiedendo ai membri dell’eurozona di riprodurre, almeno a grandi linee, il modello ordoliberista germanico attraverso le «riforme», la spending review, il Fiscal compact (da cui deriva l’art. 81 della Costituzione sull’equilibrio di bilancio) l’austerità, la moderazione salariale e l’attenzione primaria alla stabilità di bilancio. Queste politiche hanno prodotto linee di frattura fra il Nord e il Sud – delle quali per ora non si vede alcuna composizione (se non in una improbabile «Europa più politica e più democratica») –, e hanno seriamente lesionato le società europee: educazione, ricerca, sanità, lavoro, pensioni, diritti, sono stati colpiti da politiche restrittive e deflattive che per salvare la moneta unica hanno determinato impoverimento, disuguaglianze, inoccupazione, incertezza esistenziale nel ceto medio e fra i lavoratori, e perfino abbreviazione dell’aspettativa di vita in alcuni Paesi, fra cui l’Italia. Né si vedono sviluppi positivi: è il modello economico in quanto tale ad essere deflattivo, e a non privilegiare né la crescita né la ridistribuzione della ricchezza.

A ciò si deve aggiungere la sfida geopolitica che proviene dall’arco di crisi economica e militare che, dalla Libia al MO, riversa sull’Europa migranti senza interruzione; un disordine radicale che, insieme alle lacerazioni interne alle nostre società, è una delle cause di un terrorismo difficile da sradicare. Alla povertà, all’incertezza, si sommano così anche intolleranza, xenofobia, paura: il legame sociale e la lealtà verso la democrazia ne sono messe a repentaglio.

Il referendum britannico sull’Europa è stato l’occasione per esprimere una protesta anti-sistema, perché oggi chi si percepisce escluso dalla cittadinanza (nazionale o europea che sia) non ha a disposizione spazi e canali politici per entrare nel «merito» (il Regno Unito era di fatto già esonerato dai vincoli più gravosi della Ue) ma sente di poter ricorrere solo a un semplificato conflitto frontale: e la Ue tecnocratica e ordoliberista non è stata vista come la soluzione dei disastri imputabili alla tradizione neoliberista thatcheriana e ai suoi sviluppi successivi, ma come anch’essa parte del problema. Che quel conflitto assuma, nel Regno Unito e altrove, tratti nazionalistici è dovuto a un ovvio riflesso difensivo e identitario (che in alcuni Paesi dell’Est ha raggiunto livelli preoccupanti), e al fatto che la sinistra non è pronta a raccoglierlo e a interpretarlo, e anzi ne è travolta.

In generale, il cleavage destra/sinistra (strutturalmente ancora centrale, perché esprime la contraddizione fra i pochi ricchi e le vaste masse escluse da ricchezza, influenza e speranza) resta soffocato dal cleavage sistema/anti-sistema, che invece trova sempre una via per manifestarsi, o in un referendum o in un programma elettorale; e attraversa e scompagina i partiti di destra e di sinistra (oltre che la stessa unità politica del Regno Unito), e fa temere la possibile fine dell’ordine post-1989 – appunto, la Ue –.

In questa fine è coinvolta anche la democrazia, che risulta due volte spettrale: sia perché è ora negata di fatto (e ridotta a post-democrazia) da neoliberismo, ordoliberismo, burocrazia e tecnocrazia, sia perché la reazione contro questa negazione è populistica, ovvero non solo non è più iscrivibile nel codice binario destra/sinistra, ma è anche disponibile ad assumere forme non democratiche.

In Italia il bipolarismo destra-sinistra di età berlusconiana (inconcludente, peraltro) si è modificato; oggi la polarizzazione è tendenzialmente tra i partiti del sistema (Pd, Ncd e gruppi di centro) e i partiti anti-sistema (M5S e Lega – a prescindere dal fatto che siano veramente anti-sistema o che lo vogliano solo far credere –), i quali competono lungo l’asse stabilità/caos (dal punto di vista dell’establishment) oppure status quo/cambiamento (dal punto di vista dell’opposizione); insomma, tra le forze degli have e degli have-not, fra chi ha qualcosa, o spera di averlo, e chi non ha nulla, o teme di essere sul punto di perdere quanto ha; tra le élites, e chi spera di entrare a farne parte, e il popolo. Un conflitto frontale, semplificato, senza sfumature né dialettica, povero di cultura e ricco di potenziale violenza.

Questa polarizzazione grava sugli schieramenti politici italiani: infatti anche la destra tradizionale come Fi, che cerca di costituire un terzo polo moderato, dovrà allearsi con Salvini; ma se la Lega non rinuncerà alla propria virulenta protesta, allora o il terzo polo fallirà, e Fi e Pd si troveranno dalla stessa parte (anche senza che sia stato formalizzato un nuovo patto del Nazareno), oppure Fi sarà subalterna alla Lega, e quindi dei tre poli della politica italiana due (M5S e destra) saranno anti-sistema.

Il cleavage sistema/anti-sistema coinvolge anche SI, che ambisce a essere il quarto polo della politica italiana, per leggere da sinistra la crisi strutturale del presente, e che quindi non vorrebbe schiacciarsi a priori né sul Pd né sul M5S. Eppure, anche SI difficilmente si può sottrarre a quel cleavage e alla semplificazione che vi è contenuta: infatti, la legge elettorale consentirà forse l’esprimersi di un po’ di pluralismo al primo turno, ma certo costringerà partiti ed elettori a scegliere al ballottaggio; e la decisione sarà fra sistema e anti-sistema. E non è detto che chi giungerà alla scelta articolando «distinguo» sia premiato dai cittadini: come dicono i tedeschi In Gefahr und grösster Not bringt der Mittelweg den Tod – nel pericolo e nel più grande bisogno la via di mezzo conduce alla morte –.

Alcune conclusioni. Da un punto di vista storico, emerge l’enorme responsabilità politica della sinistra che negli ultimi decenni si è affidata alle forze neoliberiste e ordoliberiste, sperando di ammorbidirne le asprezze, anziché denunciarne le logiche che mandavano a pezzi quel modello di società e di Stato sociale che proprio la sinistra ha contribuito a creare durante i «Trenta gloriosi». Ciò purtroppo rende oggi poco credibile chi, in Italia e in Europa, vuole intercettare e indirizzare la protesta anti-sistema richiamandosi alla sinistra.

Da un punto di vista politico, poi, in assenza di una ripresa economica socialmente percepita – che cioè comporti non solo aumento del Pil ma anche restituzione di reddito, diritti e posti di lavoro a chi ne è stato privato –, il conflitto tra forze del sistema e forze anti-sistema pare aperto a ogni risultato elettorale: per colpa delle proprie interne contraddizioni il sistema non ha più tutte le carte in mano (benché in Italia la mancanza di una realistica alternativa all’euro possa forse rendere i cittadini più prudenti degli inglesi nella protesta, come del resto è appena successo in Spagna).

Infine, per restare nella logica della chiarezza delle scelte: Renzi – che alle elezioni amministrative ha sperimentato a quali rischi vada incontro il Pd trasformato in «partito del sistema» – cerca ora di proporsi, a parole, come parzialmente anti-sistema, e afferma che il Fiscal compact è stato un errore. Sia quindi lecito auspicare che almeno questa volta il rottamatore abbia il coraggio di passare dalle parole ai fatti; e se proprio vuole mettere la mani sulla Costituzione, cominci col rottamare l’articolo 81.

L’articolo è stato pubblicato in «Left», n. 28, 9 luglio 2016, con il titolo Non è più destra contro sinistra, è sistema anti-sistema.

La Germania unita divide l’Europa

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Dopo il 1990 l’Europa (che dal 1945 era divenuta un «nulla» politico) è stata costretta a tentare di essere «qualcosa», cioè parte di un ordine mondiale politicamente plurale ma economicamente omogeneo (ovvero capitalistico), senza tuttavia che l’omogeneità implichi stabilità e ordine (per non dire giustizia). Una parte che per ora si struttura intorno alla Germania unificata, che come sempre è «fuori scala» rispetto all’Europa: troppo piccola (e troppo poco motivata) per essere una superpotenza, troppo grande, popolosa, organizzata, per essere un «normale» Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro, ideato a Maastricht come strumento di rafforzamento della Comunità europea (allora elevata al rango di Unione) per tenere la Germania unificata ben ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un incontrollato neutralismo; uno stratagemma, una unione, che si sono rovesciati nella situazione attuale che vede la Germania, col «suo» euro, esondare in buona parte d’Europa e creare disunione.

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Ma il rapporto fra Germania e Europa, per nulla univoco, si iscrive all’interno di molteplici linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali. Fra queste ultime è certo fondamentale la disuguaglianza economica, la distanza (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) fra ricchi e poveri che attraversa tutte le società europee. È questo l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo: una vittoria che ha assegnato alla politica un nuovo ruolo (da redistributivo della ricchezza prodotta dall’alleanza fra capitale e lavoro a facilitativo dell’egemonia incontrastata del capitale) e che ha implicato un nuovo modo di funzionamento del capitalismo, che non persegue più la tradizionale accumulazione quanto piuttosto implica la costruzione di bolle speculative a cui seguono crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, private della stabilità e del relativo livellamento (una vasta classe media) che lo Stato sociale aveva generato durante i «Trenta gloriosi», e portate a un livello di povertà e di disuguaglianza da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivata, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche delle istituzioni della democrazia. È una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio politico ma attraversa tutte le società lasciandole in una condizione anomica, disorientata oppure aspramente reattiva, e consegnandole alle forze economiche e politiche più potenti, fortunate o spregiudicate.

Altre sono le linee di frattura geopolitiche e geoeconomiche in senso proprio, che creano spazi politici coinvolgenti l’Europa. Ma si tratta di linee che si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra, e insieme costruiscono un intrico complesso di spazi striati. Una prima linea di frattura è la contrapposizione fra terra e mare, che oggi, al di là delle suggestioni mitiche, fra il liberismo anglosassone e l’ordoliberalismo tedesco (o quel che ne resta). Questa contrapposizione si manifesta nella durezza dei negoziati per il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), una sorta di NATO economica ultraliberista dalla quale nascerà un mercato diverso da quello strutturato dagli Stati nazionali e dalla stessa Ue, nonché, prevedibilmente, un duro colpo alla nozione di sovranità politica (la clausola ISDS – Investor-State Dispute Settlement – consente alle multinazionali di fare causa ai governi per le loro politiche che danneggiano il business – ad esempio, campagne antifumo, normative pro- labour, ecc.).

Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/eurozona, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si può vedere il riemergere (certo, non incontrastato, neppure oltremanica) di una tradizionale linea di frattura geopolitica che ha strutturato la storia d’Europa, ovvero l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di poteri forti e stabili nel continente.

Un’ulteriore linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, e dell’ordoliberalismo che lo sottende. Si deve qui ricordare che l’ordoliberalismo è una variante del liberalismo, che con Walter Eucken, Alexander Rüstow, Alfred Müller-Armack, Franz Böhm, Hans Großmann-Doerth, Wilhelm Röpke produce fra il 1932 e il 1937 un impressionante apparato di articoli scientifici, manifesti d’intervento, monografie accademiche, riviste («Ordo», appunto). Wilhelm Röpke utilizzò il concetto ossimorico di «interventismo liberale» per indicare il nucleo di questa dottrina, vero Sonderweg tedesco dell’economia, rivolta tanto contro il vecchio liberalismo (il «paläoliberalismus» del laissez-faire che aveva generato la crisi del 1929), e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il keynesismo, quanto ancora, ovviamente, contro il socialismo. C’è in quest’ambito una forte presenza di «terza via» e un’idea di persona umana che rimanda al cristianesimo sociale (cattolico – quali erano Eucken, Rüstow, Röpke – ma anche protestante; in ogni caso, la destinazione comune fu poi la CDU), che negli anni finali di Weimar e nei primissimi anni del nazismo prende le forme di una sorta di liberalismo autoritario e del vagheggiamento di uno Stato «forte» capace di reggere un’economia spoliticizzata (e quindi «sana») – ma non si deve pensare a una dipendenza diretta di queste tesi da apparati concettuali schmittiani –.

Soprattutto l’ordoliberalismo si candida – con il grande libro di Röpke del 1944, Civitas humana – a raccogliere i resti della Germania distrutta, a contrapporsi al comunismo, a dare ordine e benessere alla Patria liberata (e dimezzata). Il che avviene, col ministro dell’economia (e in seguito Cancelliere) Ludwig Erhard, e con la sua «economia sociale di mercato», sulla base di alcuni fondamentali assunti politico-economici: lo Stato garantisce la concorrenza con severe leggi anti-trust; non interviene sui prezzi (destinati naturalmente a scendere e a mantenersi su livelli d’inflazione fisiologicamente bassi); regola l’economia di mercato dandole protezione costituzionale.

C’è nell’ordoliberalismo un’ipotesi di società organica: il mercato (pur nella consapevolezza che si tratta di una istituzione storica) è interpretato come il generatore del legame sociale e come il motore della società, mentre nello Stato si esprime la naturale pulsione societaria dell’uomo. Lo Stato è la struttura che stabilizza per via giuridica e amministrativa il capitalismo, che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di produrre benessere secondo giustizia – è questa l’opera dello Stato –, in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi. Per l’ordoliberalismo il conflitto non è fisiologico, ma patologico: nel Dna del mercato ordinato sta scritta la collaborazione, non il conflitto, che inceppa, blocca, sregola.

Lo Stato è quindi l’elemento della guida politica, espressa non tanto nella sovranità quanto nel governo, non tanto nel diretto interventismo statale quanto nella fluidificazione della società – Eucken oppone, appunto, l’economia di movimento all’opzione totalitaria dell’economia di piano – ma a scopi di stabilizzazione. Questa fluidità nella stabilità, questa armonia, è l’obiettivo strategico, che si manifesta nel concetto di conformità, individuato da Röpke (che oggi potremmo definire “compatibilità”). La decisione politica fondamentale è su che cosa sia conforme e che cosa non lo sia rispetto agli obiettivi dell’ordoliberalismo: il che implica che vi siano opzioni politiche ed economiche che a priori sono escluse dall’orizzonte (ad esempio, leggere la società in chiave di strutturali dislivelli di potere; ma anche far valere i «diritti» del lavoro come ostacoli alla fluidità, che quindi è anche «flessibilità»). L’ordoliberalismo è un organicismo escludente, che vuole far accettare il proprio impianto teorico come autoevidente: il suo organicismo (di ascendenza aristotelica e anticostruttivistica – Röpke afferma apertamente che bisogna rivalutare il tema dei luoghi comuni e delle convenzioni, contro il razionalismo moderno –) è in realtà esposto al rischio della rigidità e del dogmatismo.

In parallelo, è anche un modello invadente: Rüstow conia il termine Lebendige Politik (politica vitale) per indicare che accanto all’agire «regolativo» della politica sull’economia c’è anche un agire «direttivo» sull’intera vita sociale per renderla conforme al modello, a tutti i livelli, da quello economico a quello politico, da quello educativo a quello finanziario. L’umanesimo ordoliberista è in realtà un governo della vita, una teoria dell’allevamento organico degli essere umani (come del resto ha visto Foucault).

C’è qui l’essenza della storia tedesca: ci sono la cameralistica e la «scienza di polizia» sei-settecentesca, la matrice (sulla base di un aristotelismo che perveniva nelle università della Germania attraverso la seconda Scolastica spagnola) da cui gli Stati tedeschi svilupparono sistemi amministrativi efficienti; c’è il mercantilismo, ossia la vecchia tentazione di un’economia orientata all’iperproduzione e all’esportazione «ostile», per impoverire e assoggettare i vicini senza necessariamente sottometterli politicamente; c’è la religione del lavoro e dell’organizzazione tipica della Germania post-bellica, la costruzione – dopo l’impero criminale – di una società organica attraverso il fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere amministrativo, potere finanziario, a livello dello Stato e dei Länder (e dunque c’è anche il federalismo); c’è la stretta connessione fra banche e aziende; c’è la Mitbestimmung, la partecipazione dei sindacati ai consigli di gestione delle imprese maggiori. E c’è anche, nascosto in questa che sembra una teoria della forza tranquilla, del progresso senza avventure, il panico che nasce dall’aver fatto esperienza delle cattive risposte (il nazismo) alle crisi del cattivo capitalismo, del liberalismo sregolato; e c’è il terrore del rischio – di ogni rischio: dell’inflazione, del debito, dell’impoverimento, del conflitto – e la totale incapacità d’immaginare che sia possibile un altro modello politico-economico. Al di fuori di questo modello c’è solo il caos; e ciò è creduto per vero dalla Cdu e dalla Spd, tanto dalla signora Merkel (a prescindere dai volti che via via assume, di «matrigna d’Europa» o di misericordiosa soccorritrice dei migranti, o meglio di previdente procacciatrice di mano d’opera a basso prezzo per un sistema economico che deve funzionare allo spasimo e che deve finanziare un vasto sistema pensionistico) quanto da Schäuble, regista della sottomissione della Grecia (anche attraverso la minaccia di espulsione) sulla base del principio «punirne uno per educarne cento», ossia per mostrare che l’Europa è – ufficialmente – una via senza alternative né flessibilità.

È da notare che l’ordoliberalismo non è al servizio di una esplicita politica di potenza; e anzi ne è il deliberato sostituto. Non a caso oggi la Germania è «l’egemone riluttante»; pur con la sua enfasi sulla politica, l’ordoliberalismo oggi è molto meno un disegno politico e molto più un insieme coattivo di logiche tecniche e automatiche, un destino da cui nessuno, Germania o altri, pare possa scampare.

Ed è anche da notare che questo modello ha dato i suoi frutti migliori quando costituiva una peculiarità «locale» (il «capitalismo renano») all’interno di una economia occidentale a trazione statunitense, nel complesso espansiva e inflattiva (keynesiana), all’interno della quale il mercantilismo tedesco non ha avuto effetti devastanti all’esterno e anzi ha fatto della Germania la locomotiva d’Europa, consentendole tempo stesso, di costruire un solido Stato sociale – per quanto la domanda interna sia stata sempre calmierata –. Quando invece l’ambiente esterno è divenuto il neoliberismo in crisi, come è accaduto nel XXI secolo, e sempre più intensamente a partire dal 2008, l’ordoliberismo tedesco vacilla: all’interno riduce di molto le prestazioni dello Stato sociale (le riforme Schröder-Hartz del 2003-2005, l’introduzione dei mini-jobs) tanto che secondo alcuni l’ordoliberalismo in senso proprio non è più che una facciata, soppiantato da un neo-liberismo appena mascherato; mentre verso l’esterno la politica deflattiva e il mercantilismo producono danni crescenti, ossia stagnazione e disunione dell’intera eurozona. La Germania unita divide l’Europa.

L’euro è infatti – con altro nome – il marco, il costrutto in cui la nazione tedesca dal dopoguerra si riconosce, e che la Germania ha dato in ostaggio all’Europa unita, ma che al contempo tiene saldamente in pugno, obbligando gli Stati dell’eurozona, attraverso i Trattati, a comportarsi virtuosamente – secondo la definizione di ‘virtù’ dell’ordoliberalismo –, ovvero chiedendo a più di mezza Europa di agire secondo modelli che sono tipicamente tedeschi e che le realtà politiche non tedesche devono riprodurre, almeno a grandi linee, attraverso le «riforme» e la spending review. Ma che l’Europa sia lo spazio dell’euro/marco non la rende unita: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco allargato, una cintura di economie embedded nell’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (prigionieri volontari dell’euro – Spagna, Portogallo, Grecia –, mentre Italia e Francia sono in bilico fra le due aree). Questa linea di frattura distingue l’Europa dei creditori e l’Europa dei debitori − quella dei creditori è il nucleo germanico, e le economie che sono più interne al sistema economico tedesco, gli altri sono, in cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno esteriore di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread; ma la frattura esiste anche a livello di sistemi produttivi, e nessuno ha idea di come superarla: la politica prevalente è quella dell’attendismo un po’ ipocrita, del voltarsi dall’altra parte davanti agli sforamenti e ai ritardi rispetto ai parametri di Maastricht, di cui più o meno tutti gli Stati europei sono responsabili (la Germania ha un surpuls commerciale stratosferico, l’Italia ha un debito pubblico enorme, la Francia un deficit di bilancio colossale, e così via). Ma anche se Bruxelles o Berlino hanno a volte nella pratica atteggiamenti meno arcigni, e anche se Francoforte adotta una politica monetaria più che accomodante, l’economia non riparte se non a stento (e con differenziali di crescita proporzionalmente importanti tra i vari Stati), le società non cessano di soffrire e le democrazie di deteriorarsi; e chi denuncia apertamente e politicamente l’insostenibilità della situazione viene distrutto (come è capitato al primo Tsipras).

Un’ulteriore frattura è data dal fatto che lo spazio economico dell’euro a (problematica) dominanza tedesca non è propriamente uno spazio politico tedesco, nemmeno nel suo nucleo più ristretto – non c’è nulla di simile al IV Reich, insomma –. La causa di questa situazione risale alla spazializzazione postbellica del 1945-47: la cortina di ferro che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa, si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero avrebbe potuto sì costituirsi come uno spazio economico nazionale, ma non certo riproporsi come un Reich. Ebbene, la fine del comunismo e l’annessione all’area occidentale dei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale ha fatto sì che questi, per quanto siano embedded nello spazio economico tedesco, non condividano le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha avuto, storicamente, un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi), dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali, e nel secolare rapporto fra l’elemento slavo e l’elemento germanico vi sono stati movimenti di marea in avanti e all’indietro, ostilità ma anche collaborazione e ammirazione.

Al contrario, molti degli Stati embedded nello spazio economico tedesco sono e restano violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava. L’Europa è così attraversata da una memoria politica divisa: il nemico nell’immaginario e nella prospettiva degli Stati dell’Europa orientale continua a essere la Russia, erede dell’Unione Sovietica. Ciò fa sì che la Germania sia oggi scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, mettendo a disposizione basi militari per la NATO. Come tutto ciò pesi anche nella genesi e nella gestione della questione Ucraina è evidente.

Ora, la stessa Nato disegna nel suo complesso una evidente linea di frattura fra Europa e Russia – una frontiera che la vittoria nella guerra fredda ha consentito di spostare verso Est, così che oggi la Nato accoglie non solo gli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale ma anche Stati balcanici eredi della ex-Jugoslavia –. Che questa situazione istituisca oggettivamente una linea di forte frizione con la Russia è ovvio: una frizione in cui l’Europa – piaccia o non piaccia ad alcuni Stati europei – è coinvolta. L’Unione Europea, infatti, non ha una propria politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione della proiezione armata della potenza europea è ancora agli albori; anzi, la politica militare e industriale è rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. Eppure c’è un’ulteriore linea di frattura all’interno di quello che sembrerebbe lo spazio unitario dell’Occidente in armi. Infatti, dentro lo spazio della NATO si produce una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti; e ciò fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quanto possa apparire; certamente (data l’enorme sproporzione di mezzi) sempre in ultima istanza a trazione americana, ma soggetta agli umori, e alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa e protagonisti di un dinamismo antirusso ‘dal basso’.

Insomma, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco allargato) e debitori, e uno spazio politico diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (benché più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale invece la Germania non può (e non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico (ma è un’egemonia deflattiva, non espansiva).

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Nell’Europa dei molti spazi, delle molte fratture, la Germania è quindi, al momento, segno non d’unione ma di contraddizione.

Ma non tutti i problemi europei nascono dalla Germania, «egemone riluttante». Né la soluzione sta nella sola Germania, che secondo alcuni dovrebbe esercitare un più deciso ruolo politico – a cui nessuno, in Europa e nel mondo, è in realtà preparato –. La verità è che quella di oggi è anche l’Europa dei molti Stati (inquieti e pericolanti), che sono poco più che i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata all’epoca della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche, dopo che nel 1954 era stata bocciata la Ced) o all’epoca della globalizzazione incipiente e all’apparenza «pacifica». Un’Europa che pensava a se stessa come «mercato comune» e poi come «potenza civile»: ipotesi, quest’ultima, possibile solo in una situazione mondiale di relativa pace, che oggi è ben lungi dal verificarsi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è ormai attraversato da muri e da barriere di filo spinato alzate dagli Stati, e così trasformato in un puzzle, in un labirinto per intrappolare, come topi, i migranti che fuggono dallo sfascio del vicino oriente, dell’Africa settentrionale e del Corno d’Africa. E l’emigrazione stressa oltre che le strutture istituzionali anche il legame sociale, estremizzando l’opera del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Dalle stesse aree di crisi giunge all’Europa un’altra sfida, il terrorismo, che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra, e dunque è strategico: ma in realtà è anche sistemico perché nasce dentro lo spazio politico degli Stati europei, dentro le loro contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. Non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo −: la verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza, ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno (sull’esclusione e sul risentimento sociale e politico). Insomma, il terrorismo continentale è un modo della guerra globale, che è − come provai a definirla a suo tempo − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento».

Il combinarsi di terrorismo e di immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa, e che alimentano insicurezza e disorientamento esistenziale nelle società) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Ma in realtà il sommarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produce fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrà neutralizzare: lo «Stato forte» sarà in questo contesto solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterà in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica produceva dentro gli Stati l’Union sacrée (o la rivoluzione), la guerra globale produce fenomeni di scollamento del tutto anomici.

Alle linee di frattura interne allo spazio dell’euro, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono, dentro la Ue, le linee tradizionali degli Stati, e nelle società europee, microfratture pulviscolari, generate dalla crescente disuguaglianza economica, dalla stagnazione produttiva, e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere (o implodere in avventure reazionarie) ogni spazio politico, tanto la Ue quanto i singoli Stati. L’Europa oggi non ha Nomos, e, semi-paralizzata, risponde con le leggi di emergenza (a livello degli Stati) e con nuovi rabbiosi nazional-populismi (a livello delle società) alla disuguaglianza, all’emigrazione e al terrorismo.

La risposta a livello di Ue, appunto, manca: o meglio, non è altro che la promessa (o la minaccia) di una indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi – con qualche aggiustamento che eroda ancora un po’ la democrazia, e con nuovi sacrifici per tutti, cittadini e migranti –. Un’utopia entropica, in fondo. Ci sono, certo, altre retoriche: c’è quella benintenzionata del «Ci vuole più Europa» – che è però incomprensibile se prima non si chiarisce di quale Europa si parla (non certo di un super-Stato monolitico, a guida tedesca, capace di chiudere i propri confini all’esterno; ma la stessa opzione federale, se presa sul serio nelle sue implicazioni di reale cessione di sovranità da parte degli Stati, richiede uno sforzo politico immane e non c’è traccia dell’energia politica necessaria) –, e c’è la contro-retorica delle insurrezioni cittadine su scala europea (altrettanto enfatica e indeterminata). Ma di fatto,  nessuno ha al momento soluzioni e strategie per uscire da una crisi che investe direttamente la storia e l’identità della vecchia Europa degli Stati, e della recente Europa dell’euro.

Dopo tutto, la prima cosa di cui abbiamo bisogno è forse, oltre all’analisi, un forte supplemento d’immaginazione.

L’articolo è stato pubblicato in «Limes», n. 3, 2016, pp. 175 – 182.

Politica e sindacato

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Non basta tenere i fermi i principi fondamentali della Carta costituzionale perché si possa dire che non si cambia la sostanza della Costituzione. Questa è modificata radicalmente anche se si lascia invariata e intatta la lettera dei principi fondamentali. Il principio fondamentale che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» ha di per sé un contenuto decisivo, che è precisamente ciò di cui stiamo parlando: cioè il rapporto fra politica e lavoro. Ma non è sufficiente lasciare questo contenuto decisivo scritto così com’è. Questa affermazione di principio trae il proprio senso sia dalla concreta articolazione dei poteri dello Stato sia dalla reale strutturazione della società e del sistema produttivo. Ed è lì che è cambiato tutto.

«Repubblica fondata sul lavoro» vuol dire che la Costituzione della Repubblica italiana si fa carico di erigere un’architettura specifica intorno a un principio che distingue la civiltà moderna dalle altre forme di civiltà: il lavoro entra in modo costitutivo dentro la politica − cosa che, come ha sottolineato tra gli altri Hannah Arendt, non appartiene a buona parte della tradizione dell’Occidente −. La tradizione pensa prevalentemente la politica come qualche cosa di distinto dal lavoro, come due ambiti che non si incontrano − in modi diversi nella cosiddetta Antichità e nel cosiddetto Medioevo − e che meno che mai si sovrappongono, e che ancor meno sono la stessa cosa. Nel mondo antico la politica è gestita soprattutto − tranne nel caso dell’autorappresentazione della democrazia ateniese in Pericle − da coloro che non lavorano. Nel mondo medievale la politica è appannaggio o indirettamente degli oratores (la gerarchia della Chiesa) o direttamente dei bellatores (le aristocrazie laiche), ma non dei laboratores, con l’eccezione dell’autogoverno dei Comuni italiani e delle città anseatiche, che ha dato un contributo assolutamente decisivo alla civiltà occidentale, ma che si trova testimoniato soltanto in alcune aree dell’Europa. In ogni caso, è solo in età moderna che si afferma apertamente l’idea che la politica e il lavoro coincidono: cioè chi fa la politica sono proprio quelli che lavorano. In Olanda, in Inghilterra, in Francia, nei due secoli cruciali dell’età moderna, il Seicento e il Settecento, si formano le pratiche e le idee adeguate a questa grande trasformazione. E infine anche la nostra Costituzione, tutta moderna, può apertamente affermare che ciò che ci fa stare insieme politicamente non è né una generica socievolezza (l’uomo è un animale sociale) né è legato alla natura (la razza), all’economia (il mercato), alla trascendenza (la religione) o alla storia (la nazione): il fondamento del legame sociale e politico è il fatto che lavoriamo. Se per miracolo non fossimo costretti a lavorare, dice la nostra Costituzione, non ci sarebbe politica.

La politica è la coesistenza organizzata di quelli che lavorano. Ciò ha una triplice valenza. La prima è che il lavoro è e resta anche un fatto individuale. Si lavora per mangiare, per portare a casa lo stipendio grazie al quale vivono il lavoratore e la sua famiglia. Ma vi è un altro principio collegato al lavoro: il lavoro è parziale, non è immediatamente un principio di uguaglianza. Anzi, è attraverso il lavoro che passano le disuguaglianze. È lo spazio di differenze potentissime − soprattutto la differenza di collocazione all’interno del processo produttivo −. Terzo punto: nonostante sia un fattore individuale, nonostante sia un elemento di parzialità e, diciamolo, di conflittualità, che potenzialmente divide la società, nondimeno il lavoro è anche il fondamento dell’intero, il fondamento della Repubblica tutta quanta. Che non è una Repubblica di lavoratori: è una Repubblica del lavoro. Voi lo sapete che c’era stato il tentativo comunista di scrivere in Costituzione che l’Italia è una «Repubblica dei lavoratori»: era chiaramente una indicazione di parte, che generava perplessità insuperabili, risolte invece con la mediazione democristiana che ha proposto il testo che ancor oggi resiste.

Da ciò deriva che il lavoro ha bisogno di una doppia rappresentanza, sindacale e partitica. L’elemento sindacale è quello in cui il lavoro si manifesta nella sua concretezza materiale, nella sua particolarità individuale, territoriale e di classe (o in ogni caso di ambito sociale definito). Anche se in Italia fin da subito il principale sindacato ha scritto nella propria sigla la parola «generale», tuttavia il sindacato rappresenta il lavoro nella sua dimensione individuale − cioè il sindacato è un’istituzione a cui si rivolgono i singoli lavoratori a presentare dei problemi − e nella sua dimensione di parzialità anche aspramente conflittuale, perché il sindacato insegna a ciascun iscritto che il problema del lavoratore non è soltanto individuale, ma è anche il problema di quelli che fanno la stessa cosa che fa lui; cioè gli dà una disciplina e una carica di conflittualità che dunque esclude l’elemento della generalità politica. La generalità sindacale significa solo (e non è poco) che il sindacato si candida a non essere corporativo, a tenere presenti le ragioni di tutti i lavoratori. Ma a fianco di un sindacato è necessario un partito, che − nella misura in cui è il partito dei lavoratori, e dunque è un partito di «parte» − sia capace di tradurre la parzialità che è intrinseca al lavoro concreto in un progetto generale di società. Cioè che sia capace di rappresentare il lavoro non nella sua materialità empirica − a quello ci pensa il sindacato −, ma nella sua idealità: nell’idea, cioè, che il lavoro è l’unico titolo di cittadinanza.

Ciò è possibile grazie al fatto che − e questo è ancora più importante −, oltre al partito, oltre al sindacato, esiste lo Stato, cioè il sistema delle istituzioni. Le quali di per sé non sono parziali, sono universali e si presentano − queste sì − uguali per tutti. L’idea marxiana che lo Stato sia di parte proprio nel suo essere universale (cioè nel trattare in modo uguale i cittadini socialmente diseguali) era vera quando fu elaborata (dai primi anni Quaranta dell’Ottocento): noi oggi dobbiamo credere che lo Stato sia capace (e che lo debba fare, che lo voglia fare) anche di rimuovere attivamente le radici della disuguaglianza per dare concretezza sociale ai diritti astratti e formali secondo l’intuizione di Marshall (Cittadinanza e classe sociale) e secondo l’art. 3 della Costituzione. Ma le istituzioni nel loro presentarsi uguali per tutti sono prive di energia politica, come una colonna: che c’è, serve a tenere in piedi un edificio, ma non ha in sé energia. Alle istituzioni l’energia politica − che è necessaria a svolgere il compito dell’uguaglianza attiva, e che è sempre un’energia di conflitto, di orientamento, di parzialità − è fornita dai partiti che, quando vincono le elezioni, governano in un certo modo o in un altro. Quindi perché la frase «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» abbia un senso sono necessarie alcune evidenze sociali, economiche, politiche, istituzionali: è necessario il lavoro, per cominciare; è necessario l’individuo interessato, al limite l’individuo che si identifica con il lavoro; è necessario il sindacato; è necessario il partito; è necessario lo Stato, che è universale e stabile − come dice la parola − e che trae la propria energia dal partito che invece è di «parte» − come dice la parola −.

Di tutto ciò oggi non è rimasto nulla, o quasi. Infatti, la Costituzione è stata scritta in un’epoca diversa dalla nostra, in un differente orizzonte culturale e civile. È stata scritta dentro la «terza rivoluzione» del Novecento (quella socialdemocratica), e noi invece stiamo abitando la fase terminale (ma non finale) della «quarta rivoluzione» (quella neoliberista). È stata scritta deliberatamente come impianto del primo esempio italiano di Stato democratico-sociale. Fino a quel momento l’Italia aveva conosciuto forme di Stato che non erano né democratiche né sociali: quando erano democratiche non erano sociali (i liberali, anche i più democratici, non riuscirono a costruire uno Stato capace di includere la società), e quando erano sociali (le politiche sociali del fascismo) non erano democratiche.

Noi oggi non abbiamo il lavoro, perché il capitalismo nei Paesi dell’Occidente sviluppato ha molto meno bisogno di lavoro. Inoltre, non abbiamo il soggetto esistenzialmente interessato al lavoro. Il soggetto, oggi, percepisce il lavoro quasi solo come uno strumento per vivere al di là del lavoro, nella quotidianità del privato. Questa debole identificazione del soggetto singolo col lavoro fa parte − come l’assenza di lavoro, perché il modello economico ne ha bisogno meno − della civiltà nuova dentro la quale ci troviamo a vivere.

Che cosa sia rimasto dei partiti è poi inutile che ve lo dica: è rimasto ben poco. Sono diventati comitati elettorali di un capo a livello nazionale, e agglomerati di potere affaristico-amministrativo, ora legale ora illegale, nei territori.

Infine, che cosa è rimasto dello Stato? Poco. Lo Stato ha devoluto pezzi piuttosto notevoli della propria sovranità, dopo quella strategico-militare perduta con la sconfitta della guerra. Ha devoluto anche la sovranità che consiste nella capacità di esercitare la politica economica e, insieme ad essa, la politica monetaria, come se avesse perduto un’altra guerra. La politica monetaria non la facciamo più, ci siamo autovincolati allo schema liberale (più precisamente ordoliberale) che nella nostra storia era stato perseguito soltanto dalla destra di Quintino Sella, di Einaudi e di Vanoni (lo schema del controllo della massa monetaria e dell’intervento dello Stato nell’economia non a scopi propulsivi ma soltanto a scopo di moderazione salariale e di abbattimento delle soglie di intervento pubblico). Come principio fondamentale di politica economica abbiamo quello di non farla, perché ci siamo vincolati, con i Trattati europei, a una matrice intellettuale e pratica (ancora una volta, l’ordoliberismo) che sostiene che il mercato è originario e che è il migliore produttore e distributore di ricchezza che esista al mondo, e che compito dello Stato è potenziarne lo sviluppo, e non metterci direttamente le mani. Nello specifico italiano, poi, la pubblica amministrazione è in condizioni rovinose; il mondo della scuola e dell’Università è deliberatamente trascurato con investimenti che ci mettono all’ultimo posto in Europa insieme alla Grecia; e il mondo produttivo non assorbe i laureati (chi si laurea resta disoccupato almeno tre anni dopo la laurea).

È successo che la «quarta rivoluzione», la rivoluzione neoliberista, domina la società e domina anche le menti. Sull’idea che tutto quello che abbiamo nominato − sindacato, partito e Stato − non sia altro che sovrastruttura (come in un marxismo rovesciato) che aliena parassitariamente e burocraticamente la libertà, la potenza, l’entusiasmo, l’energia che sta in ciascuno di noi, è fondato il neoliberismo dal punto di vista soggettivo. Quando si riesce a far credere a tutti (o a molti) che il sindacato e il partito sono i nemici del lavoratore e del cittadino, e che è bella e buona cosa che il singolo entri nel mercato del lavoro fidando baldanzosamente solo in se stesso e nella propria capacità di avere successo, coloro che hanno posizioni dominanti hanno già vinto in partenza. Nella fase euforica del neoliberismo, dagli anni Ottanta alla Grande crisi, le cose funzionavano appunto così. In quella fase anche la sinistra non solo si era convertita all’idea che la libertà individuale stesse nella capacità di proiettare la potenza individuale nella società, ma aveva anche accettato l’idea che lo sviluppo economico, anzi ogni tipo di sviluppo − da quello economico-materiale alla crescita della ricchezza attraverso le bolle finanziarie −, fosse buono in sé. In ciò rendeva vere le indicazioni quasi profetiche di chi, nella cultura del primo Novecento, sosteneva che liberali e comunisti fossero la stessa cosa, e stessero soltanto facendo a gara a chi interpreta meglio la stessa ideologia del progresso e dello sviluppo tecnico-industriale (la elettrificazione del mondo). Quando la partita è stata decisamente vinta dai liberali, dalle liberaldemocrazie, dal capitalismo, a una gran parte della sinistra è stato facile arrendersi all’evidenza e aderire al partito dei vincitori, proponendo qualche piccola variante “sociale” al loro modello di sviluppo. E il pensiero critico si è rifugiato nel pensiero della decrescita, che non è un pensiero di sinistra. Mai e poi mai Marx avrebbe scommesso sulla decrescita: tutta la storia della sinistra è scritta alla luce dell’idea che la crescita produce le condizioni per la liberazione dei lavoratori (condizioni che la politica deve cogliere e realizzare).

Oggi, le idee della destra economica che hanno vinto negli anni Settanta sono pesantemente in crisi, ma restano prive di alternative credibili. Resta centrale, dopo tutto, la circostanza che la globalizzazione ha distrutto nei Paesi di antica industrializzazione i risultati delle lotte sociali di un secolo (non si enfatizzerà mai abbastanza che dal nostro punto di vista è l’esistenza di qualche centinaio di milioni di operai asiatici capaci di essere «l’esercito industriale di riserva», fuori dal perimetro delle socialdemocrazie europee, che ha consentito l’abbattimento dei livelli di tutela del lavoro occidentale). Oggi, nonostante i cattivi risultati del neoliberismo in generale e di quella specifica variante del neoliberismo che è l’ordoliberalismo (ovvero l’idea tedesca di capitalismo che abbiamo accettato e sottoscritto nei trattati istitutivi della Ue, dove sta scritto che l’Europa vuole essere «un’economia sociale di mercato altamente competitiva», che oggi implica salari relativamente bassi, concentrazione spasmodica sulle esportazioni, Stato impegnato a mantenere la stabilità della massa monetaria, quando vuole, sempre fatto salvo l’interesse nazionale germanico), in questo contesto di bassissima crescita, di disuguaglianze crescenti, di svalutazione del lavoro, di trasformazione radicale della democrazia, perché la sinistra non ha lo spazio politico che dovrebbe avere?

Perché è rimasta, io credo, nella testa degli italiani, della sinistra soltanto l’immagine terminale, cioè quella dei diadochi che si sono spartiti l’Impero di Alessandro con guerre intestine e odi funesti. Fuor di metafora: la generazione di dirigenti nazionali che ha gestito la sinistra dopo Berlinguer ha lasciato di sé un ricordo incancellabile negli italiani, e non è un buon ricordo. Dal rifiuto popolare di questo o di quel dirigente il passaggio al rifiuto della stessa parola «sinistra» è stato inevitabile, proprio perché dentro quella parola nessuno mai si è sforzato di mettere un programma di sinistra, ma, oltre alle sorti personali di alcuni dirigenti, solo politiche non certo di sinistra (fino al capolavoro di chi oggi detiene l’egemonia − poiché controlla di fatto quasi tutti i mezzi di informazione − che presenta come di sinistra l’abolizione dell’articolo 18).

È chiaro che se «sinistra» è proporre una lettura abborracciata, affrettata, patetica, dei testi della gerarchia cattolica (ignorando che la polemica anticapitalistica e antitecnologica è una costante del magistero della Chiesa, e che, anche se oggi è presentata in modo più accattivante, ha un fondamento teologico e dogmatico non certo di sinistra), non si va molto lontano. Ed è chiaro anche che se «sinistra» è rivendicare la fedeltà alla ditta − chiunque non sia emiliano non capisce l’intreccio di potere economico, amministrativo a guida partitica che in questa parola si compendia, e che è stato realizzato nella nostra regione e non altrove −, ovvero se è proporre il modello emiliano a tutta Italia, ciò è precisamente l’ipotesi che è stata sconfitta nel febbraio del 2013.

Allora, se non è proporre il pensiero critico del pontefice, e se non è proporre il modello emiliano, che cosa è sinistra? I cittadini non lo sanno, perché è stato loro detto che sinistra è sinonimo di totalitarismo, oppure che consiste nel riformare il Paese in sintonia con le esigenze del neoliberismo.

Il sindacato può essere un elemento di questa mancata risposta oppure un elemento positivo della risposta. Ovvero, può essere ciò che l’attuale forma politica gli chiede di essere: un sindacato di fabbrica, un sindacato dalla rivendicazione all’interno delle compatibilità del sistema, che accetta la gerarchia dei problemi posta in essere dall’attuale configurazione dei poteri. Questa gerarchia dei problemi non vede al primo posto l’occupazione; e non vede al primo posto la trasformazione del lavoro da mezzo di sussistenza a dimensione in cui si realizza il soggetto. Al primo posto c’è semmai la stabilità, la disciplina fiscale; al secondo posto la ripresa economica; solo al terzo posto c’è la nuova occupazione − che in ogni caso deve essere meno tutelata che in passato −. Questa è la gerarchia imposta del potere. Perché ci sia «sinistra» è necessaria una gerarchia alternativa: farla finita con il dogma della stabilità della massa monetaria e della disciplina fiscale; con l’assenza di politica economica; con la flessibilità del lavoro, con la sottrazione di diritti al lavoro, con la marginalità del lavoro. Ebbene, «sinistra» è dire queste cose, e non dirle perché ci sono dei «problemi» da risolvere ma perché si è padroni di un’analisi della società che dietro i problemi vede «questioni», contraddizioni, e che, soprattutto, vede la società come un campo di conflitto. Un conflitto in cui c’è chi ha vinto e ha messo le basi perché la sua vittoria non venga mai più messa in discussione. E in effetti questa vittoria del capitale è stata blindata dal quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione. Oggi tutto il processo legislativo culmina nel parere dato dalla Commissione VI (Bilancio), che deve garantire che un certo provvedimento non osta non tanto l’articolo 1 comma 1 della Costituzione, o l’art. 3, ma il comma 4 dell’articolo 81.

Sinistra è dire queste cose, e poi − potendo − farle. È ridare la sovranità al popolo, e non al capitale e al mercato; è ridare centralità al lavoro; è ridare parzialità al lavoro. Ma tutto ciò si può dire e fare soltanto se si hanno gli occhi per vedere, cioè se si è fuori dall’ideologia dominante.

In questo contesto, che cosa può fare il sindacato? Essere generale e parziale al contempo, e non lasciarsi imporre nulla di ciò che avete sentito, e anzi rispondere colpo su colpo, parola su parola. Per fare ciò è decisivo che il sindacato sia capace di elaborare cultura e di praticare formazione: non può essere solo un centro sociale, o di servizio, e neppure uno sfogatoio per lavoratori. Se non sarà produttore ed elaboratore di una cultura politica, sociale ed economica alternativa perderà la battaglia. Ancora più radicalmente, se non sarà capace di capire che c’è in corso una battaglia, la perderà; mentre la sua prima vera vittoria sarà la sua rinnovata consapevolezza, culturale e politica, che è in corso una guerra sociale.

Relazione tenuta a Bologna l’11 gennaio 2016 al convegno Cultura, lavoro, sindacato, organizzato dalla CGIL − Emilia-Romagna e da Editrice Socialmente, in collaborazione con la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.

1815-1915-2015: le tre date dell’Europa concentrica

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Assumo che nell’idea di «Europa concentrica» venga compreso sia il fatto che l’Europa possa essere considerata un ordine con un centro – caratterizzato da dinamiche di esclusione e di inclusione subalterna, appunto a cerchi concentrici – sia che in talune circostanze l’Europa costituisca anche il centro di un ordine internazionale.

In quelle dinamiche sono stati coinvolti dapprima i due monoteismi non cristiani, cioè gli ebrei e i musulmani. I primi esclusi, o meglio inclusi in modo subalterno, in seguito assimilati, cioè fatti entrare nel pieno dell’ordine europeo ma al prezzo della negazione della loro particolarità, e infine sterminati. I secondi, oggetto di un’inimicizia intensa, ma dall’andamento vario nel corso dei secoli, prima come arabi, poi come turchi.

Sono inoltre rilevanti anche alcune fratture interne all’Europa, soprattutto le guerre civili tra cristiani. Le guerre di religione che hanno segnato la modernità nascente sono state risolte, in una fase iniziale, certamente attraverso l’inclusione subalterna dei non-conformi (il principio cuius regio eius religio), dalla quale però si è potuta aprire una via verso la tolleranza prima, l’affermazione rivoluzionaria dei diritti poi, al prezzo della spoliticizzazione della religione. Quindi, l’Europa come ordine è in realtà costituita da guerre civili e di religione; da rivoluzioni e controrivoluzioni; e anche dalla lotta dei nazionalismi prima contro gli Imperi multinazionali, e in seguito dai conflitti degli Stati gli uni contro gli altri; infine da fratture economiche anche gravi dentro la Ue.

Ma queste linee di frattura, interne alla storia di Europa, devono essere interpretate anche in relazione alle modificazioni della spazialità globale. Ciò che accadeva e accade in Europa era ed è collegato al rapporto globale dello spazio dell’Europa con quello che Europa non è. Non si capisce nulla della frontiera mediterranea dell’Europa, che è quella più aperta e più sanguinosa, se non si vedono oltre alle frontiere interne dell’Europa, di cui parleremo, anche le frontiere mobili che percorrono tutto il mondo globale. Provare soltanto compassione per i morti in mare nel Mediterraneo, senza vedere le linee di cesura e di contraddizione che stanno all’interno dell’Europa e senza vedere le frontiere mobili che, al livello geopolitico, determinano le migrazioni di popoli, sarebbe come avere compassione per i soldati della prima guerra mondiale dentro le trincee senza chiedersi come erano finiti lì dentro, e chi ce li aveva mandati, e perché.

Insomma, dentro la nozione di «Europa concentrica» ci sono le nozioni di ordine gerarchico interno ma anche di frontiera più o meno mobile verso l’esterno, in reciproca tensione e interazione, oltre che un’idea di «fortezza Europa» che in realtà è forse una debolezza. Su questi parametri si può ora articolare l’analisi di che cosa ha voluto e vuole dire «Europa» nelle tre date simboliche: 1815, 1915 e (attraverso il 1945) 2015.

1815: Europa centro restaurato del mondo

Nel 1815 è in corso il Congresso di Vienna mentre si esaurisce la grande stagione napoleonica: l’Europa è davvero il centro restaurato del mondo. L’Europa-centro è anche Europa concentrica perché ingloba in sé diversi sistemi di contraddizione e di alterità: la tensione tra l’Antico Regime, vittorioso nel breve periodo, e la Rivoluzione che cova sotto le ceneri e si ripresenterà (mutata) nei Risorgimenti; fra la borghesia e l’aristocrazia; fra gli Imperi e gli Stati nazionali; fra la politica di potenza e la politica di equilibrio. Ingloba inoltre la tensione politica tra la Santa Alleanza – che è rivolta contro il liberalismo, e quindi minaccia il Continente sudamericano testé liberatosi dal dominio spagnolo avendo appunto tra i propri obiettivi quello di riportare all’ordine i Paesi di (relativa) libertà costituzionale borghese che si vengono affermando nel sud America – e la politica dell’Inghilterra, che di questa alleanza non fa parte, perché la sua politica è orientata a perseguire l’equilibro di potenza nel Continente e a intensificare la propria avventura marittimo-industriale. Dentro questa Europa si sta anche formando, benché in questo momento non abbia la forza di diventare un soggetto politico, un’altra consapevolezza e alterità, che è quella del proletariato industriale; che però, nel 1815, è soltanto allo stato nascente. E insieme ad esso quegli embrioni di pensiero comunista (Babeuf, Maréchal) che si svilupperanno in seguito.

La consapevolezza di queste contraddizioni fa dire in punto di morte a Maistre, che muore nel 1821, «Je meurs avec l’Europe!». Nel 1821, quando veniva spento il liberalismo spagnolo, e dunque sembrava che la Restaurazione fosse trionfante, questo intellettuale, estremamente reazionario ma anche estremamente intelligente, aveva colto le contraddizioni che la Restaurazione credeva di neutralizzare, per fare dell’Europa il perno dell’ordine mondiale: quelle contraddizioni erano aperte, e non si chiudevano. Le vide anche Hegel, in modo meno tragico: la consapevolezza della centralità dell’Europa è presente, nella Filosofia del diritto (1821), ai paragrafi 244-248, dove la tesi di fondo è che le contraddizioni intrinseche della società civile sono ancora gestibili in modo tale che l’assetto politico-economico europeo non ha da esse molto da temere: anzi, se esse si riversano all’esterno fanno del resto del mondo un prodotto dell’Europa. Poiché la società civile è sempre troppo contraddittoria al proprio interno può e deve scaricare le proprie contraddizioni all’esterno attraverso la colonizzazione. E ciò, detto nel 1821, testimoniava una grandissima capacità di penetrazione della storia.

1915: L’Europa è il centro pericolante del mondo

Bene o male quella Restaurazione dura un secolo, dal 1814 al 1914, e costruisce un assetto abbastanza solido e al tempo stesso abbastanza elastico tanto che vi si possono formare alcune realtà nuove – l’Italia unita e la Germania unita – senza che la modificazione dei rapporti di forza interni distrugga lo spazio europeo, e senza che l’Europa precipiti in guerre distruttive. Quell’assetto d’Europa, frutto della Restaurazione, sopporta insomma le guerre di indipendenza italiana e tedesca, che hanno disturbato ma non distrutto l’Impero asburgico, cioè il massimo garante continentale della Restaurazione. In realtà la mina che ha fatto esplodere quel sistema stava da un’altra parte: nei Balcani. In ogni caso, quando nel 1915 l’Italia entra in una guerra che è scoppiata l’anno precedente, l’Europa è certamente il centro pericolante del mondo. Probabilmente i più avvertiti sanno che è pericolante, perché i grandi Imperi coloniali sono a rischio e devono fronteggiare, soprattutto quello inglese, moti di indipendenza potentissimi. E certamente, al tempo stesso, tutto il mondo è soggetto al dominio europeo, con le eccezioni di Stati Uniti e Giappone.

Nel 1915 il diritto pubblico europeo è ancora il Nomos della terra: è ancora ciò che spiega l’ordinamento totale del mondo, anche se i germi della distruzione sono già in moto.

A quell’altezza in Europa vi sono due princìpi in conflitto, e la vittoria dell’uno è la sconfitta dell’altro. Questi due princìpi sono: il nazionalismo e il socialismo, cioè due espressioni di contraddizioni. Il nazionalismo allora era l’espressione della volontà di potenza dei singoli Stati, in contraddizione con la pace in Europa. Ciascuno Stato affermava a parole di volersi far carico dell’equilibrio europeo, ma nei fatti praticava un nazionalismo irresponsabile perché la sensazione di sicurezza che era data dal far parte di una delle due alleanze contrapposte (la Triplice e l’Intesa) portava a trascurare molte prudenze; ciò ha dato vita a un equilibrio sempre più instabile, infine crollato per Sarajevo come avrebbe potuto crollare per Agadir o per la Libia o per qualche altro incidente – come avvenne poi per le guerre balcaniche . E in quel crollo è stato trascinato appunto l’ordine europeo restaurato a Vienna, e la sua centralità rispetto al resto del mondo.

Quindi la genesi della prima guerra mondiale è sistemica: è nata dal fatto che se ci sono troppi soggetti che si muovono col cerino acceso dentro una polveriera, prima o poi la polveriera esplode. E i nazionalismi erano la polveriera e i cerini accesi erano gli incidenti, che si susseguirono fino a quello fatale di Sarajevo, che è avvenuto in un momento in cui nessuno si fidava più di nessuno. Nel 1914 non c’era un argine allo svilupparsi autonomo dei fatti: era ormai stata tolta l’ultima pietra che teneva ferma la valanga. A quel punto la situazione è precipitata, è andata avanti da sola.

Da parte sua, il socialismo era l’interpretazione di un’altra contraddizione, quella tra capitale e lavoro, e, più in generale, della divaricazione tra ceti oppressi e i ceti benestanti: pur all’interno di un orizzonte di rovesciamento del capitalismo e della società borghese, il socialismo in realtà accompagnava l’inclusione (di fatto subalterna, ma non priva di speranze e di aperture su una più ampia cittadinanza) delle masse operaie in quella civiltà  come sapevano bene, con rabbia e odio, Sorel e Lenin . Nonostante la sua forza in Germania Francia Italia, il socialismo non è però riuscito a opporsi al nazionalismo e anzi lo ha seguito, in particolar modo quello tedesco e quello francese. Quindi la prima guerra mondiale è stata davvero la guerra dei nazionalismi, la guerra della grande alleanza tra lo Stato, il popolo in quanto nazione e la tecnica, l’altro spirito del tempo che ha cambiato in modo radicale la guerra, rendendola un’esperienza super-distruttiva e super-popolare, nel senso che coinvolgeva l’intera popolazione. Il che ha determinato sostanzialmente la fine della sovranità moderna nella sua forma classico-statuale, proprio nel momento in cui essa procedeva alla sua prestazione storica più alta, cioè mettere in armi milioni di uomini, alla nazionalizzazione delle masse, prodromica alla morte meccanica, non eroica, alla morte di massa – sto pensando a quel testo straordinario che è La mobilitazione totale di Ernst Jünger . In questo momento si manifesta la più alta capacità di comando dello Stato borghese: lo Stato è come un grosso serpente che ha mangiato una preda più grossa di lui, la società intera (che ha armato e politicizzato), ma non riesce a digerirla, a ricondurla all’ordine pacifico, finendo con l’essere deformato e reso irriconoscibile dalla sua stessa preda. La prima guerra mondiale è in realtà l’inizio di una nuova compenetrazione di Stato e società, di una scomposizione e di una politicizzazione di quest’ultima di cui approfitteranno, e a cui risponderanno, gli ordini nuovi del comunismo e del fascismo. Infatti, la guerra finisce nel 1918, ma continuerà in quell’interregno, in quella condizione intermedia, che si dà tra le due guerre mondiali, quando gli Stati europei diventano quasi tutti o fascisti o comunisti, cioè, benché la parola sia imprecisa, totalitari. Cioè Stati apparentemente fortissimi, ma a cui in realtà è sfuggita l’anima politica che non sta più nelle istituzioni statali bensì nel partito e nel suo Capo. Perciò quella prima guerra mondiale è davvero una guerra «fine di mondo», una guerra in cui finisce un mondo  non a caso Paul Valéry, che in quanto poeta aveva capacità di decifrare in modo rapido e sintetico quello che stava capitando, lo scrive nel 1919: «noi civiltà ormai sappiamo di essere mortali» ; mentre a dare al mondo una nuova e più stabile forma provvederà la seconda guerra mondiale.

Tra le questioni lasciate in sospeso dalla prima guerra mondiale c’è quella del Medio e vicino Oriente, perché nessuno è stato in grado di trattare pienamente e secondo giustizia la questione della successione all’Impero Ottomano, cosa di cui noi paghiamo il fio ancora oggi. Nel 1916 Inghilterra e Francia si limitarono a spartirsi la regione in due aree d’influenza determinate da interessi storici, strategici e petroliferi (gli accordi Sykes-Picot, che dovettero essere presto modificati ma che con la loro artificiosità resero instabile la zona per cent’anni); inoltre, nel 1919 da Versailles uscì un disegno dell’Europa centrale che sostanzialmente la svuotava (a vantaggio della Francia, che di quell’area si era resa garante, senza averne la forza) in modo tale che a riempire quel vuoto concorsero (e fu la seconda guerra mondiale) la Germania e la Russia.

1945: l’Europa è l’oggetto di spartizione più prezioso del mondo

Con la fine della seconda guerra mondiale l’Europa smette di essere il centro, anche se pericolante, del mondo: resta ancora l’umbilicus mundi, ma solo perché è il punto in cui sono a contatto, e fanno attrito, le superpotenze che si sono spartite l’Europa. L’Europa non è il centro soggettivo e attivo, ma il centro passivo e oggettivo: è il premio del vincitore. E i due veri vincitori (USA e URSS) in Europa si toccavano: proprio per questo in Europa la tensione era altissima e quindi non poteva succedere nulla, altrimenti sarebbe successo di tutto. Le guerre si combattevano nei Paesi poveri, nel Sud del mondo, mentre in Europa si fronteggiavano le superpotenze, sapendo che il primo stivale sovietico o americano che avesse varcato la linea di confine, avrebbe potuto scatenare la guerra nucleare. Questa situazione ha di fatto reso l’Europa uno spazio pacifico, benché non sovrano. In realtà, la pace in Europa nel secondo dopoguerra l’hanno portata gli americani e i sovietici. E anche il Welfare in Europa lo si spiega col fatto che del vecchio dilemma «burro o cannoni» era rimasto solo il burro, e i cannoni non c’erano più, o quasi. La difesa vera dell’Europa la facevano gli americani e i sovietici.

In ogni caso, fra il 1945 e il 1947 ciascuno dei vincitori (quelli veri, USA e URSS) si prende la sua parte, all’interno della quale può fare quello che vuole (la dottrina Breznev e la dottrina Nixon ne sono la tarda formalizzazione esplicita). Noi occidentali ci siamo strappati le vesti per Berlino, Varsavia, Budapest, Praga, Danzica: ma oltre stracciarsi le vesti non si è potuto fare nulla. È stato più facile far cadere la stessa URSS, attraverso la sfida dell’economia iper-capitalistica del neoliberismo, che correre in aiuto di una delle insurrezioni popolari antisovietiche che sono scoppiate con discreta regolarità nell’Europa orientale dal 1953 fino al 1981. In quel caso ci sarebbe stata la guerra. E d’altra parte gli americani potevano fomentare, favorire, instaurare le più perverse dittature anti-comuniste nella loro parte di Europa (e di Sud America) e i russi potevano stracciarsi le vesti fin quanto volevano, ma non muovevano un dito. Insieme, invece, USA e URSS hanno rimandato a casa loro inglesi e francesi nel 1956, quando le vecchie potenze tentarono l’ultima avventura coloniale d’Europa, cioè quando hanno provato a imporre con la forza l’apertura del canale di Suez nazionalizzato da Nasser, con l’aiuto, via terra, dell’esercito israeliano. A quel punto USA e URSS, insieme, le hanno fatte tornare a casa loro. Era successo, senza che le vecchie potenze europee ne prendessero piena coscienza, che il mondo non era più eurocentrico; quelle potenze formalmente vincitrici della seconda guerra mondiale ma in realtà sconfitte insieme a tutta l’Europa, avrebbero fatto prima a dismettere gli Imperi coloniali, piuttosto che aspettare che si liberassero da soli, come del resto stava capitando: nel 1954 i francesi avevano perduto sanguinosamente sul campo in una battaglia campale contro le truppe del Generale Giap a Dien Bien Phu.

2015: L’Europa fra competizione, periferia, irrilevanza

Nel 2015 lo scenario è completamente diverso: l’Europa in quanto «centro-oggetto» non esiste più, dopo la caduta del comunismo. Perciò ha senso chiedersi che cos’è oggi l’Europa. Nel momento, unico della sua storia, in cui si presenta come Unione europea, l’Europa è una sezione altamente competitiva della globalizzazione capitalistica – o almeno prova a esserlo, con l’euro –; ma è anche una periferia di un mondo che ha i suoi centri altrove, in Cina e negli USA; è una periferia che si era illusa di essere benestante e tranquilla, un quartiere residenziale di lusso, dove si vive bene. Ma oggi questo quartiere teme di poter diventare una banlieue percorsa da violenza e odio, da sangue e fuoco, da insicurezza e terrore. L’oasi di pace è circondata dalle fiamme, che penetrano in lei attraverso due vie: il terrorismo e le migrazioni. Entrambe determinate, direttamente o indirettamente, dalla guerra civile inter-islamica fra sciiti e sunniti, nella quale l’Europa è coinvolta nella misura in cui è entrata in quel mondo contribuendo (in via a volte subalterna e a volte da protagonista) a distruggere l’ordine Sykes-Picot e in generale cancellando intere statualità: Afghanistan, Siria, Iraq, e anche Libia (l’Egitto è puntellato da un sanguinario regime sostenuto dall’Occidente) per esportarvi la democrazia, per controllarne il petrolio, per espandersi verso Hearthland (l’Afghanistan) sostituendovi la scomparsa URSS, per fermare Isis: le quattro spiegazioni – politica, economica, geostrategica, securitaria – coesistono tra loro, e a esse si deve aggiungere la politica regionale di potenza di Turchia, Arabia e Iran, oltre che la politica imperiale di USA e URSS.

Il mondo del Nord Africa e del Medio e vicino Oriente è in fiamme – e di quelle devastazioni le migrazioni sono una delle conseguenze –; se a ciò si aggiunge il fronte orientale dell’Europa (l’Ucraina) vediamo che l’Europa è circondata e attraversata dal disordine.

L’Europa, a sua volta, è un’apparente unità ma è in realtà un insieme di contraddizioni violentissime. La principale delle quali è l’euro che da elemento di unione, di forza si è rivelato elemento di forza per qualcuno e di debolezza per altri. L’euro è una moneta tenuta in piedi da un’ideologia; un club dentro il quale si può stare solo se si sposano alcune linee dogmatiche dell’ordoliberalismo tedesco. Per il quale l’arcano dell’economia non è il capitale ma la massa monetaria. Infatti in Italia già nel 1981 nel disinteresse generale, come primo tributo pagato alla rivoluzione ordoliberista, il ministero del Tesoro divorziò dalla Banca d’Italia. La politica perdeva il potere di incidere sulla massa monetaria che secondo il primo dogma ordoliberale è intoccabile: la custodiscono i sacerdoti dell’economia e non i laici, i politici; il secondo dogma è che i prezzi devono manifestare la loro dinamica senza interferenze da parte della politica; il terzo dogma è che l’economia di mercato deve essere costituzionalizzata; il quarto è che di conseguenza lo Stato non deve creare moneta generando debito pubblico, ma può solo lasciare che la ricchezza venga prodotta dal capitalismo e poi tassare i cittadini. Un altro dogma altrettanto fondamentale è la great moderation: i salari devono essere sempre più bassi di quello che potrebbero essere. Ciò che deve essere promosso non è solo il profitto, ma il reinvestimento del capitale, l’approfondimento del rapporto di produzione capitalistico attraverso un processo di innovazione. Il che vuol dire che si producono beni tecnologicamente avanzati per esportarli. L’industria lavora solo marginalmente per il mercato interno, e il potere d’acquisto delle masse (la domanda) non interessa questa economia dell’offerta: anzi si impongono le parole d’ordine di rigore, sobrietà, austerità, duro lavoro e assoluta assenza di conflitto sociale.

Questa teoria economica – che si basa su una visione politica organicistica, che ignora le contraddizioni del capitalismo – è stata estesa all’Europa, dalla natia Germania, in una fase in cui il capitale aveva e ha bisogno di una quantità di manodopera molto inferiore rispetto al passato. Il lavoro lo crea il mercato e non la politica; semmai, per sostenere la domanda e a fini di pubblica sicurezza si può concedere il salario di cittadinanza. Questo ordoliberalismo, che è anche un neomercantilismo, è nato in Germania alla fine degli anni Trenta e nei primi Quaranta, quando alcuni economisti (parecchi erano cattolici moderati) hanno elaborato un pensiero in grado di fare uscire la loro patria dalla catastrofica avventura del nazismo, e di contenere al tempo stesso lo statalismo sovietico. Ne è nato un capitalismo ben temperato in cui il mercato è pensato come naturale, come i diritti umani, e quindi va messo in condizione di creare ricchezza senza creare disordine. È stato Ludwig Erhard il primo esponente della scuola ordoliberale che abbia fatto politica (il teorico è soprattutto Röpke), come ministro dell’Economia di Adenauer e in seguito secondo Cancelliere. L’ordoliberalismo, o economia sociale di mercato, o capitalismo renano, è un modello che la Germania ha perseguito dal 1949, perché è in linea con la sua storia, con la sua amministrazione, con la struttura della sua economia e della sua finanza (vi ha derogato, tuttavia, quando le è stato utile, ad esempio al momento della sua riunificazione, quando ha deliberatamente creato una grande inflazione interna esportata in Europa attraverso il marco).

Ora, l’ordoliberalismo, che è la matrice dell’euro, ha creato un’Europa disunita nella quale c’è un nucleo forte, la Germania, e la cerchia che la circonda – l’Austria, l’Olanda, la Repubblica Ceca, i Paesi baltici, nonché i Balcani come fornitori di manodopera – e una serie di Paesi più deboli, fra cui l’Italia, che a quel modello non riescono ad adeguarsi, o vi riescono solo a prezzo di pesanti sacrifici che distruggono le basi sociali della democrazia. A parte il fatto che l’intera area dell’euro soffre di uno sviluppo asfittico e rallentato per il dogmatismo monetarista e per la disciplina di bilancio che la Germania impone alla Commissione, la pseudo-fortezza Europa è quindi percorsa da una contraddizione geopolitica e geoeconomica interna fra Paesi creditori e Paesi debitori che indebolisce molto il vincolo unitario europeo. Vincolo che si allenta ancora di più nelle diverse politiche di fronteggiamento dell’immigrazione, che determinano la formazione di frontiere interne (cioè spingono verso il superamento di Schengen) e soprattutto producono la nascita, nei diversi Stati europei, di sentimenti xenofobi e antidemocratici – più diffusi e virulenti nelle fasce più deboli della popolazione, più esposte all’insicurezza economica e sociale –.

Euro e guerra – le contraddizioni del capitalismo e l’assedio esterno e interno del terrorismo –, rendono l’Europa debole e disunita: i diversi Stati cercano sempre più chiaramente di cavarsela ciascuno da solo; non c’è una issue della politica internazionale su cui l’Europa presenti efficacemente una visione unitaria. La verità è che l’Europa unita aveva senso quando era un soft-power, quando era sufficiente a darle una mission il suo prestigio civile e sociale; ma oggi con il mondo in fiamme, e con le fiamme in casa, l’Europa unita sta scomparendo.

L’Europa del 2015 è concentrica? Sì: esiste un centro che è la Germania e intorno ci sono dei satelliti, più o meno volonterosi e più o meno riluttanti, e poi ci sono ancora più esterni gli Stati deboli che faticano a rientrare nel modello dominante. Esistono insomma una concentrazione di poteri e denari tedeschi, una gerarchizzazione dei Paesi periferici, e una nascita di virulenti movimenti nazionalistici, e di virulenti populismi, come risposta all’immiserimento della politica europea. Concentrica dunque, oggi vuole dire un’Europa a cerchi concentrici al proprio interno mentre, riguardo all’esterno, è il centro di una grande cultura e al contempo di un nulla politico. L’Europa certo è ancora la custode di gran parte di ciò che d’importante è stato prodotto a livello intellettuale ed espressivo per almeno venticinque secoli. È custode di un patrimonio. Ma, appunto, ha più o meno il peso di un custode rapportato ai padroni di casa.

Oggi, l’Europa concentrica dovrebbe porsi come compito politico fondamentale di non essere più concentrica al proprio interno, ovvero di operare nel senso dell’uguaglianza. Ciò di solito viene definito come «ricerca di più Europa politica». Questa espressione, tuttavia, non può significare un nuovo patto costituente della Ue, peraltro già bocciato e abbandonato nel 2009, ma neppure la per ora irrealistica formazione di un «super-Stato europeo» o anche solo di una Federazione, che implichi un’autentica cessione di sovranità, un bilancio unico, una tassazione unica, un mercato del lavoro retto da una legislazione unificata, una politica estera e di sicurezza unitaria. Sono sogni, questi: e infatti, il sogno federalista delle generazioni precedenti alla nostra è sfumato (ucciso nel 1954 con la bocciatura francese della CED); l’Europa è cresciuta, in questi decenni, nel segno del funzionalismo, col quale è giunta fino all’euro e qui si ferma e rischia anzi di arretrare. Quello che realisticamente (ma in realtà con molto ottimismo) si può ipotizzare è una maggiore attenzione alle conseguenze politiche dell’impostazione macroeconomica che essa ha dato alla propria moneta: insomma, una maggiore flessibilità dei parametri economici. Ma non basta. Le contraddizioni strutturali dell’euro e della geopolitica esigono di più. Ma questo «di più» è difficile da pensare e da individuare nella prassi: emerge piuttosto il «di meno», l’erosione della Ue.

L’Europa, con la NATO, avanza verso Est: ma queste conquiste oggi ci appaiono meno importanti delle profonde fratture che attraversano quella che avrebbe potuto essere l’Unione europea, e pare invece solo la disunione europea. C’è davanti a noi, insomma, un compito immane: rifare l’Europa. E non è detto che per fare questo passo avanti non si debba tentare un passo indietro, e provare a rifare il mattone dell’Europa, lo Stato, secondo democrazia e giustizia.

Relazione tenuta al convegno Europa concentrica. Soggetti, città, istituzioni fra processi federativi e integrazione politica dal XVIII al XXI secolo − Dipartimento di Scienze Politiche, Università La Sapienza, Roma −, 3 giugno 2015.

 

 

Europa: linee di frattura, punti esplosivi

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Dal punto di vista filosofico-politico questa riflessione sarebbe declinabile così: qual è il rapporto fra il concetto di sovranità e il concetto di Unione? Il concetto di Unione, infatti, può essere riempito di molti contenuti: dal quasi nulla che abbiamo ora, al massimo cioè alla federazione. E sovranità è, ovviamente, la qualificazione principale della forma-Stato, che a sua volta può essere declinata in molti modi. La sovranità è stata presente anche nella lotta del popolo greco contro l’euro: quello è stato un esercizio di potere costituente, cioè della sovranità nella sua forma originaria. Lì è stata giocata la sovranità contro un potere che non era sovrano, che non apparteneva alla determinazione del popolo greco, ma alla Unione Europea. Sovranità, d’altra parte, sono anche gli Stati che violano, forzano, sostanzialmente sospendono le strutture giuridiche poste in essere dall’Unione Europea (penso a Schengen), esercitando, in vario modo, poteri d’emergenza, che sono tipici poteri di sovranità. Sovranità è estremamente complessa come nozione, e certamente è in tensione sistematica con ogni possibile declinazione del concetto di Unione Europea (tranne che non la si voglia attribuire a questa, facendone un super-Stato). Vi è una sovranità democratica del popolo, vi è una sovranità istituzionale degli Stati che può divenire emergenziale. In ogni caso, c’è una tensione strutturale fra la sovranità e gli elementi economici e tecnico-burocratici che sorreggono l’Europa oggi.

Dal punto di vista storico, poi, se si sceglie uno sguardo retrospettivo breve − limitato agli ultimi cento anni −, parlando d’Europa sono possibili tre determinazioni, esprimibili in tre termini: «centro», «nulla», «qualcosa». Centro significa che la configurazione globale della Terra ha visto l’Europa al centro fino alla Prima guerra mondiale. Dopo, fra le due guerre, è cominciato uno smottamento che ha visto l’affermarsi di potenze extra-europee. Nulla, è ciò che è stata l’Europa dal 1945 al 1990: un nulla politico, in quanto era semplicemente l’oggetto privilegiato della grande spartizione globale. L’Europa era l’unica posta in gioco per cui si sarebbe potuta scatenare davvero una guerra fra USA e URSS, e proprio per questo ha goduto di una pace prolungata e per lei benefica. Naturalmente, con privazione della sovranità, checché ne pensassero francesi e inglesi, i quali nella data-chiave del 1956 hanno sperimentato di essere incapaci di costituire il centro di alcunché. Nel Cinquantasei – l’ultimo tentativo coloniale classico dell’Europa − le due superpotenze, benché in grave urto per la insorgenza ungherese, furono sostanzialmente d’accordo per rispedire a casa da Suez Francia e Inghilterra. L’Europa è nulla sotto il profilo storico-politico fino al 1990, quando è costretta a tentare di essere qualcosa, cioè a essere una parte di un ordine mondiale plurale. Una parte che si struttura inevitabilmente − e questo è il problema − intorno alla Germania unificata, che come sempre è fuori scala rispetto all’Europa: troppo piccola per essere una superpotenza, troppo grande per essere un normale Stato nazionale. Da cui lo stratagemma dell’euro per tenere la Germania ancorata all’Europa, per non lasciarla vagare in un vago neutralismo; uno stratagemma che si è rovesciato nella situazione attuale che vede la Germania esondare in buona parte d’Europa.

Con uno sguardo retrospettivo lungo – fin dalle origini dell’Europa, dunque a partire dall’Alto Medioevo – si dovrebbero richiamare le analisi di Rokkan sopra l’Europa strutturata su cleavages: una partizione Est−Ovest che nasce attorno alla Lotaringia, la fascia centro-europea − dalle Fiandre, alla Lorena al Nord Italia −, densissima di città, che rende difficile al suo interno il formarsi di statualità; mentre invece via via che ci si allontana da questo centro ricco di città, e a Est e a Ovest si formano statualità con capitali, cioè con città che emergono rispetto a quelle circostanti. Un’altra partizione spaziale, quella Nord−Sud, misura la distanza da Roma, sulla base del principio che ciò che è più lontano da Roma può strutturarsi più facilmente in Stato rispetto a ciò che è più vicino a Roma.

Un’altra linea strutturante l’Europa, che è stata coperta per molto tempo, ma che spiega nel profondo una quantità di cose − nessuna linea spiega tutto, sia chiaro − è una frontiera teologico-politica, che si può definire nella contrapposizione di due nomi: Eusebio e Agostino, la teologia politica imperiale e la teologia politica duale. La prima determina il rapporto tra Stato e Chiesa in tutta l’Europa orientale, dove vige una dipendenza sostanziale della struttura religiosa dalla struttura politica, che permane ancora oggi. L’altra implica la divaricazione fra la Chiesa istituzionale e i poteri politici in una perenne tensione reciproca, in perenne conflitto benché con alcuni periodi di alleanza, senza che mai ci sia una vera unificazione o una vera dipendenza dell’uno dall’altro. Le ipotesi di unificazione imperiale sono state minoritarie nella storia dell’Occidente – abbastanza celebre è l’Anonimo Normanno −. L’ipotesi di unificazione papale (la ierocrazia) è stata anch’essa, in realtà, una linea breve. La storia dell’Occidente, come ha mostrato Berman, si è strutturata sulla tensione fra la forza della Chiesa e la forza dominante del potere politico, con fasi alterne. Quella tensione è la madre della critica e della libertà.

Ora, dobbiamo chiederci quali sono le linee di frattura che disegnano gli spazi politici dell’Europa di oggi, per vedere se sono spazi politici sensati o insensati, congruenti o incongruenti, e in generale se esiste uno spazio politico europeo.

Esistono fratture geopolitiche, geoeconomiche, e fratture sociali ed esistenziali. Le prime generano linee, le seconde originano punti, atomi. Fra queste seconde è certo fondamentale la disuguaglianza politica e sociale, la distanza fra ricchi e poveri (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) che attraversa tutte le società europee. Questo è l’esito della vittoria epocale del neoliberismo sul keynesismo nel corso degli anni Settanta del XX secolo, e poi via via affermatasi attraverso il modo specifico di funzionare del neoliberismo, cioè le bolle e le crisi finanziarie. Ciò ha prodotto gravi lesioni della struttura delle società europee, portate a un livello di povertà da tempo sconosciuto. Questo è il cambiamento sociale profondo da cui è derivato, a catena, la fine della legittimazione dei partiti, dei corpi intermedi, e anche della democrazia. Questa è una frattura destrutturante, che non disegna alcuno spazio appunto perché produce essenzialmente atomi sociali, individui isolati.

Una linea di frattura, invece − le linee di frattura si sovrappongono fra di loro: una non esclude l’altra e insieme costruiscono un intrico di linee –, è la contrapposizione fra terra e mare, fra il liberismo inglese e l’ordoliberalismo tedesco. Ovvero fra quel processo e quella istituzione che è il TTIP, e lo strutturarsi corporato della principale economia europea, cioè quella tedesca. Il TTIP, questa sorta di NATO economica, implica un mercato diverso da quello strutturato dallo Stato nazionale ed è in rotta di collisione con la nozione di sovranità politica, democratica o istituzionale che questa sia. Questa linea terra-mare spiega anche la diffidenza dell’Inghilterra nei confronti dell’Europa/euro, e il fatto che non è impossibile che il Regno Unito si stacchi dall’Unione Europea. In questo distacco si potrebbe vedere il riemergere oggi − che è una delle tesi che io avanzo − di tradizionali linee di frattura geopolitiche che hanno descritto la storia d’Europa; una delle quali è appunto l’ostilità dell’Inghilterra verso il formarsi di strutture di potere forti, stabili, nel continente.

Un’altra linea di frattura è quella disegnata dallo spazio economico dell’euro, che è l’ordoliberalismo applicato a molti Paesi. L’ordoliberalismo si colloca contro il liberismo anarchico, che aveva generato la crisi del 1929, e contro le cattive reazioni alla crisi del 1929, cioè il nazismo, e anche contro il comunismo, e proponendo a tal fine un’ipotesi di società organica che si fonda sulla naturalità del legame sociale generato dal mercato. Il mercato è interpretato come il motore naturale della società (pur nella consapevolezza che non è naturale ma storico) mentre nello Stato si esprime l’altrettanto naturale pulsione societaria dell’uomo, stabilizzata nelle strutture che impediscono che il mercato venga turbato − è fondamentale il divieto per lo Stato di intervenire sulla dinamica dei prezzi −. Lo Stato deve essere la struttura che regola e controlla la massa monetaria, garantisce la concorrenza, e così mette in grado il mercato di funzionare in una società il cui obiettivo fondamentale è di non lacerarsi e di produrre benessere secondo giustizia. Insomma, dietro l’ordoliberalismo c’è un non-detto: cioè che il conflitto non è fisiologico, ma è patologico ed è quindi da escludere. Nella struttura del mercato sta scritta la collaborazione, non il conflitto. La Germania si è strutturata così fin dal 1949, quando Erhard scongiurò gli americani di non intervenire sulla dinamica dei prezzi, di lasciare che la crisi dei prezzi si aggiustasse da sola.

L’ordoliberalismo è l’essenza dell’euro, ma non è universale: è adatto alla Germania che era ed è una società dove c’è un fitto intreccio di potere economico, potere politico, potere statuale, potere dei Länder che la rende stabile; in questa dinamica è presente anche la Mitbestimmung, la collaborazione dei sindacati ai consigli di amministrazione delle imprese maggiori. Il tutto in chiave mercantilista, cioè con una propensione a tenere relativamente bassi i salari e a puntare sulle esportazioni (con violazione dei trattati di Maastricht da parte della Germania, proprio sul surplus commerciale). Che l’Europa sia anche lo spazio dell’euro non la rende unita, quindi: anzi l’euro produce un doppio spazio, ovvero un nucleo tedesco e una cintura di economie embedded dentro l’economia tedesca – Paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia, l’Italia settentrionale –, e un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (esterni ma prigionieri dell’euro essi stessi). Questa è la linea di frattura che fa sì che l’Europa oggi sia distinta in Europa dei creditori ed Europa dei debitori − dove quella dei creditori è il nucleo tedesco, e gli altri sono via via, con cerchi concentrici differenziati, collaboratori, più o meno coatti e subalterni, di quel nucleo economico −. Il segno di questa differenziazione dello spazio dell’euro sono le linee di divisione degli spread.

Un ulteriore problema è che lo spazio economico dell’euro, che è in concorrenza con lo spazio economico anglofono, in realtà non è uno spazio politico tedesco. Ciò deriva dalla spazializzazione originaria – la cortina di ferro, che ha tagliato la Germania in due, insieme all’Europa – del 1945-47, che si fondava sulla divisione dell’Europa fra le superpotenze, e sull’assunto che la Germania non avrebbe più dovuto avere ruolo politico in Europa, ovvero costituirsi forse come uno spazio economico, ma non certo riproporsi come un Reich. Di fatto molti Stati embedded dentro lo spazio economico dell’euro, e anche nello spazio economico tedesco, non condividono, almeno nella loro maggioranza, le opzioni politiche generali della Germania. Questa non ha un rapporto sempre ostile con la Russia, e anzi ha subito a lungo l’influsso del suo potente vicino, a sua volta influenzandolo: la Germania non ha confini (secondo le tesi dei geografi tedeschi ottocenteschi) dato che è collocata in una pianura che arriva fino agli Urali. In quella pianura vi sono fasi di sovrapposizione secolare fra l’elemento slavo e l’elemento germanico, con un movimento di marea di avanti e indietro. Ora, il punto è che molti degli Stati embedded dentro lo spazio economico tedesco sono violentemente antirussi (molto più della Germania) perché sono stati dominati fino a un quarto di secolo fa dall’URSS, protagonista dell’ultima ondata di marea slava.

L’Europa è insomma attraversata anche da una memoria non condivisa. Il nemico mortale nell’immaginario e nella prospettiva di alcuni Stati dell’Europa orientale continua a essere l’Unione Sovietica o la Russia, l’occupazione e quel che segue. Questo fa sì che la Germania sia scavalcata da una serie di Stati che si appellano agli Stati Uniti per esercitare una confrontation estremamente dura nei confronti della Russia, con la messa a disposizione di basi militari per la NATO − basi di fatto aggressive nei confronti della Russia −. Come tutto ciò pesi sulla questione Ucraina è evidente.

L’Unione Europea non ha una politica di difesa. Nei trattati istitutivi è scritto apertamente che il braccio armato dell’Unione Europea è la NATO. La costruzione del secondo pilastro europeo, della proiezione armata della potenza europea, è ancora agli albori; semmai, la politica militare e industriale è ancora rivendicata in proprio da ciascuno dei pur deboli Stati europei. L’Europa in quanto tale non è in grado di intervenire da nessuna parte.

Ora, dentro lo spazio della NATO − che ovviamente disegna una linea di frattura fra Europa e Oriente russo − c’è una frattura fra la Germania e altri Paesi, a essa vicini ed economicamente subalterni ma politicamente oltranzisti. Il che fa sì che la NATO sia, in questo momento, una realtà meno compatta di quella che è stata finora; certamente (per l’enorme sproporzione di mezzi) sempre a trazione in ultima istanza americana, ma soggetta agli umori, alle paure, di una fascia di Stati molto preoccupati della politica russa. La questione del Montenegro che in altri tempi sarebbe stata quasi un casus belli con la Russia − un ulteriore sconfinamento nello spazio balcanico, ormai tutto occupato dall’Occidente − si spiega con questo dinamismo antirusso della NATO, ‘dal basso’.

Per ricapitolare, dentro lo spazio europeo c’è uno spazio economico dell’euro diviso fra creditori (lo spazio tedesco) e debitori, e politicamente diviso fra Paesi più o meno anti-russi, il che permette agli USA di avere ancora attraverso la NATO (più instabile che in passato) un enorme peso sull’Europa, sulla quale la Germania non può (e forse non vuole) avere anche un’egemonia politico-militare, pur esercitandola in senso economico.

E quindi la questione europea non consiste nel fatto che, pur essendo chiaro dove si dovrebbe andare, tuttavia non ci sono le forze per andarci. No: il punto è che nessuno ha chiaro dove si deve andare, e nessuno ha le forze per andare da nessuna parte. Noi oggi abbiamo per le mani i relitti ormai non più vitali di un’Unione Europea pensata nell’epoca o della guerra fredda (quando gli Stati europei erano di fatto sollevati da responsabilità strategiche) o pensata e rafforzata all’epoca della globalizzazione incipiente, della globalizzazione trionfante e all’apparenza “pacifica”. Un’Europa che, in entrambi i casi, pensava a se stessa come «potenza civile» (dopo che nel 1954 era stata bocciata la CED). Ma che esista una configurazione politica che funga da potenza civile è possibile solo se intorno ad essa non c’è un mare di inciviltà, o di guerra. Senza una situazione di relativa pace una potenza civile non esiste. Come appunto si constata oggi.

Lo spazio liscio dell’Europa potenza civile − realizzato con Schengen − è attraversato da muri, come si è visto ormai da mesi. Ma non è neppure esatto dire che se si è disfatto lo spazio politico europeo, almeno restano gli Stati: infatti, gli Stati tentano di esistere e di resistere, ma conoscono oggi una minaccia inusitata, generata da un terrorismo che è al tempo stesso sistemico e strategico. È sicuramente un atto di guerra di qualcuno contro di noi, dunque è strategico: ma se il terrorismo fosse solo questo, come è stato iniziato così potrebbe anche terminare. In realtà, il terrorismo è anche sistemico, cioè nasce dentro lo spazio politico europeo, dentro le sue contraddizioni e carenze, e lì si alimenta. È da notare che nel complesso non si può neppure sostenere che il terrorismo generi un fronte, una linea di frattura − ad esempio, il clash of religions fra cristianesimo e islamismo . La verità è invece non tanto che l’Islam si radicalizza quanto piuttosto che il radicalismo si islamizza: ovvero che la religione è il codice in cui viene trascritta un’ostilità generata altrove, su un altro terreno. Insomma, il terrorismo su scala continentale (non quello politico degli anni Settanta) non genera propriamente linee di frattura: è anzi il classico esempio di guerra globale, che è − come provai a definirla quindici anni or sono, in La guerra globale − quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento». In filosofia questo è lo stato di natura, appunto la situazione per sconfiggere la quale sono nati gli Stati. Ora gli Stati sono davanti a una sfida che non è una sfida ideologica delle Brigate Rosse o delle Brigate nere: è qualche cosa di diverso, probabilmente più forte ed estremamente destrutturante, perché ottiene realmente il suo obiettivo, ossia genera panico nelle popolazioni e spinge gli Stati a politiche emergenziali. Pensiamo solo alla Francia, lo Stato nazionale per eccellenza, la madre delle rivoluzioni, in cui politicamente il Fronte Nazionale ha già vinto, anche solo per lo spazio enorme che sta ottenendo, e in cui un governo socialista esce dalla Convenzione internazionale dei diritti dell’uomo.

E pensiamo anche, al di là del terrorismo, a quella bomba a scoppio ritardato che è l’emigrazione di massa, e a quanto questa stressa oltre che le strutture istituzionali anche lo stesso legame sociale, estremizzando l’opera tipica del neoliberismo: la frantumazione della società in individui «atomici», che sono economicamente concorrenti (ma in realtà impoveriti e subalterni a poteri invincibili), e che sono politicamente preda della paura e della xenofobia.

Il combinarsi di terrorismo ed immigrazione (due fenomeni distinti, ma che si rafforzano l’un l’altro nella psicologia di massa e che alimentano insicurezza e disorientamento) può essere un fattore di rafforzamento, in senso autoritario, dello Stato. Storicamente è sempre successo che la paura rafforzi le istituzioni. E quindi le frontiere statali in uno scenario post-Schengen, tornerebbero a essere le linee di frattura interne allo spazio politico europeo. Ma ho l’impressione che oggi il combinarsi della disuguaglianza economica e della insicurezza esistenziale produca fenomeni di disgregazione della società che neppure una torsione autoritaria dello Stato potrebbe neutralizzare, e che lo stesso «Stato forte» sarebbe in questo contesto in realtà solo uno Stato arbitrario, la cui forza si eserciterebbe in modo casuale, occasionale. Se la guerra classica dentro gli Stati classici produce l’Union sacrée o la rivoluzione, la guerra globale produce forse fenomeni di scollamento del tutto anomici. La paura non produce solo linee, ma anche punti. E così, alle linee di frattura, già di per sé abbastanza complesse e intersecate, si aggiungono microfratture pulviscolari, portate dalla disuguaglianza economica (come abbiamo visto all’inizio) e dalla paura, che possono destrutturare e fare esplodere ogni spazio politico, sia europeo sia statale.

Che tipo di questione pone questo scenario costituito da spazi, linee e punti esplodenti? Impone prima di tutto di abbandonare la retorica del «Ci vuole più Europa»: prima si deve capire di quale Europa si parla. Non certo un super-Stato, monolitico, capace di chiudere i propri confini all’esterno – una finalità irrealistica e indesiderabile −. Né quella posizione può significare l’indeterminata estensione nel futuro dell’Europa di oggi: «Andiamo avanti così perché in un modo o nell’altro ne verremo fuori» – è, questo, il modo di ragionare medio di chi è nato in un mondo in cui, dopotutto, non poteva succedere niente, in Europa, per le terribili conseguenze anche del minimo cambiamento . Adesso il dramma è che invece può succedere di tutto.

Dobbiamo inoltre rifiutare l’idea che ogni analisi non mainstream sia apocalittica. Apocalissi è il disvelamento: finisce un mondo, cadono i veli e se ne rivela un altro nuovo. Oggi, invece, stiamo sperimentando una fase di transizione strutturale degli ordini politici continentali europei. L’ordine continentale è in crisi: sotto il profilo economico, perché spacca le società; sotto il profilo geoeconomico, perché spacca l’Europa; sotto il profilo strategico, perché non sa andare da nessuna parte e, semi-paralizzato, risponde con le leggi di emergenza alla doppia anomia della disuguaglianza e del terrorismo.

Davanti a questa serie di problemi la sinistra è semi-impotente. L’unica potenza che al momento può porre in campo è forse una potenza di analisi, per individuare un quadro non apocalittico né rassicurante, ma realistico del mondo in cui viviamo. La sinistra moderna nasce con Marx, il quale appunto fece un quadro realistico del mondo in cui viveva. Lo stesso si deve fare ora, per evitare che la sinistra o nasconda la testa nella sabbia o segua subalterna coloro che con le bandiere dell’Occidente al vento ci vorrebbero inviare verso ignote avventure.

 

Intervento introduttivo al seminario di Sinistra Italiana − organizzato a Roma il 4 dicembre 2015 −  dal titolo Economia e politica in Europa. Vincoli, contraddizioni, conflitti.

Molte fini, un nuovo inizio. Tesi per una sinistra democratica sociale repubblicana

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La sinistra – metodo

È da superare il togliattismo senza Togliatti. Il realismo senza una grande idea da preservare e da realizzare non è sinistra, ma opportunismo.

È finito il blairismo – l’applicazione pratica della tesi di Giddens che si è raggiunto il culmine della socializzazione e che ora la sinistra deve stare dalla parte del capitale -. La terza via ha prodotto una più facile penetrazione del neoliberismo in Europa, mitigandone solo in parte gli effetti. La miseranda situazione in cui versa la socialdemocrazia europea (soprattutto quella tedesca – storicamente leader del socialismo continentale), incapace d’iniziativa e del tutto schiacciata sulla difesa dell’esistente, è la prova di ciò. Ed è anche finita l’idea che i problemi politici siano tecnici. Destra e sinistra sono ancora gli assi portanti della politica, per nulla sostituibili da ‘vecchio’ e ‘nuovo’.

Sinistra non è un catalogo di valori, né semplicemente lo schierarsi con i deboli, né occuparsi degli ultimi; è una interpretazione intellettuale della società volta a rilevarne le contraddizioni strategiche, a identificarne l’origine, e a porvi rimedio con azioni politiche. Se la sinistra è riformista, le riforme devono essere strutturali, non cosmetiche né populistiche. In ogni caso la sinistra è una parte che persegue egemonia, successo elettorale e orizzonte nazionale senza perdere il proprio carattere orientato.

Che la sinistra sia parte non implica che sia un’ideologia; ideologia è semmai, al contrario, il pensiero unico neoliberista (e ordoliberista) che pretende per sé la naturalità e la non-ideologicità, celando le contraddizioni reali che gli ineriscono.

Oggi ‘radicalità’ significa cogliere che la contraddizione centrale è quella che contrappone ristretti strati elevati, in grado di comprendere le dinamiche del capitale mondiale, e di determinarle attraverso leve economiche o tecnico-burocratiche (a tali strati si aggiungono infatti i tecnici esperti e le forze capitalistiche medie), e gli strati subalterni perennemente agiti e incapaci di protagonismo. La contraddizione centrale è insomma che la società degli individui concorrenziali, che vuol essere il trionfo dell’umanesimo moderno, è organizzata economicamente e culturalmente in modo tale che la grandissima maggioranza delle persone è spossessata della propria autonomia (materiale e intellettuale) spesso senza esserne pienamente consapevole (grazie al ruolo mistificatorio dei media, veicoli del pensiero unico). Questa inconsapevolezza si presenta come disagio, anomia, apatia, o protesta violentemente populista o in comunitarismo escludente (l’individualismo frustrato si rovescia in egoistico etnocentrismo).

All’interno di questa contraddizione strategica, non visibile, si formano poi altri cleavages, visibili, fra chi ha qualcosa e chi non ha nulla, fra integrati ed esclusi (o semi-esclusi, o pericolanti), che derivano in ultima istanza dalla contraddizione principale. I cleavages che molti si compiacciono di enumerare ammonticchiati l’uno accanto all’altro – come se la nostra società fosse davvero liquida e imprendibile concettualmente (il che è falso: questa è l’ideologia del neoliberismo) – implicano in realtà una dimensione dura, strutturale, che li ricodifica: appunto la dimensione dell’accesso (o dell’esclusione) alle (dalle) decisioni che danno forma al mondo d’oggi. Insomma, come i conflitti teologico-politici non avvengono su punti di dottrina islamica, così la fuga dall’Africa e dal Medio Oriente non avviene per una generica ‘miseria’, e la xenofobia non si fonda primariamente su pulsioni psicologiche naturali. Il primum movens è la spinta contraddittoria del capitalismo, e il suo impatto diverso in diverse aree geografiche e in diversi strati sociali.

Compito della sinistra, certo, è scegliere la parte debole ma non restare ferma al livello della sua semplice difesa compensativa; anzi, deve cercare di ricondurre il fuoco dell’attenzione politica sulla contraddizione principale, per non restare intrappolata nelle contraddizioni derivate. Compito fondamentale della sinistra è agire a livello critico e intellettuale per rompere questa inconsapevolezza, per criticarne in modo non moralistico le derive, per spostare l’attenzione dai livelli – pur importanti – della corruzione e della illegalità alle contraddizioni strutturali del presente stato di cose. Insomma, è dare forma politica a contraddizioni crescenti che fino a ora non trovano espressione concettuale e politica. E mostrare concrete alternative, anche attraverso una fisiologica conflittualità democratica.

Economia

È finita l’era del neoliberismo trionfante, anche nel discorso pubblico. Lo Stato non è né un ingombro né un mero regolatore, né mai lo è stato. Non esiste un mercato, un’economia, senza una politica che la sorregga. Ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni non è semplicemente il trionfo del mercato ma di una politica che ha voluto agevolare il mercato e indebolire il lavoro e lo Stato sociale, e che – soprattutto ma non solo in Europa occidentale – non ha creato né lavoro né sviluppo né ricchezza da ridistribuire, ma piuttosto bolle finanziarie di debito privato il cui periodico esplodere mostra la natura strutturalmente di crisi di questa forma del capitalismo.

È finita l’idea neoliberista che ci sia una spontanea convergenza di interessi fra democrazia e mercato, fra capitale e lavoro. La convergenza è semmai episodica, contrattata volta per volta; è il risultato di un parallelogramma di forze, non un a priori indiscutibile.

È finita l’idea che si possano sacrificare i diritti per l’occupazione. Abbiamo avuto il sacrificio reale ma non il beneficio sperato. L’attuale modesta ripresa si fonda quasi esclusivamente sugli incentivi statali alle assunzioni (le esportazioni dipendono dal ciclo internazionale). Intere aree del Paese – il Sud – sono immerse in una depressione senza fine.

Nel linguaggio corrente e anche nel discorso pubblico si sono poste in alternativa equità ed efficienza, e i diritti e l’uguaglianza sono stati sostituiti da concetti come opportunità e merito. Ma è uno schema mistificatorio (fornisce una lettura individualistica e non strutturale della società) e fallimentare (destinato a essere frustrato continuamente), che nasconde la trasformazione oligarchica e plutocratica della società (ormai fondata sulla nascita molto più che sul merito). Il disposto dell’art. 3 Cost. è sostanzialmente violato: è la disuguaglianza e non l’uguaglianza a strutturare l’esistenza collettiva; l’ingiustizia e il privilegio economico, non la giustizia e il diritto (ciò concorda con le ‘leggi’ di sviluppo del capitalismo indicate da Piketty – al netto della valutazione complessiva del suo lavoro -). Ciò resta non visto, tranne quando casi di particolare impatto vengono mediaticamente trattati attraverso la mozione degli affetti e l’enfatica promozione di facili quanto effimeri sentimentalismi.

Analogamente, l’analisi della società italiana come un insieme di caste che devono essere liquidate e messe in movimento è quasi tutta propagandistica; in verità il dato strutturale è una somma di impotenze demotivate e spaesate, che hanno perduto diritti (e, certo, in alcuni casi anche privilegi), potere e dignità sociale, a favore di poteri economici dominanti. È strutturale la tendenziale scomparsa del ceto medio e del ceto operaio più garantito e qualificato.

È anche da superare l’idea che il privato sia migliore e più efficiente del pubblico, e che questo sia limitato a un ruolo sussidiario; che il diritto pubblico sia sostituibile dal diritto privato; e anche l’idea che il pubblico debba agire come un imprenditore privato, sulla base di logiche di efficienza economica e di generazione di profitto – benché possa e debba essere protagonista dell’indirizzo strategico dello sviluppo economico –. Natura funzionamento e finalità della sfera pubblica sono essenzialmente distinti dalla finalità economica, e le sono sovra-ordinati, a termini di Costituzione. Oltre all’indirizzo della politica economica (che non può essere decisa solo dalla divisione mondiale del lavoro), la promozione della persona, la giustizia sociale, la tutela dei beni comuni, la politica estera di difesa e di sicurezza, sono prerogative della sfera pubblica democraticamente strutturata. Di una sovranità che va re-inventata a livello statale, o nuovamente prodotta a livello europeo – grande dilemma, certo; ma in ogni caso di sovranità, cioè di politica attiva ed energica, c’è soprattutto bisogno –.

Si deve inoltre porre fine alla confusione fra problemi italiani di efficienza e di produttività (esito della degenerazione clientelare del ciclo riformista del centrosinistra e della stagione del CAF, oltre che dell’inerzia degli anni berlusconiani) e problemi europei (di modernizzazione ordoliberista). La posizione del governo apparentemente aggressiva verso l’Europa è in realtà subalterna rispetto alle logiche ordoliberiste che esplicitamente informano la Ue e l’euro.

Tali logiche implicano che l’obiettivo primario del sistema economico e politico sia battere l’inflazione e non la disoccupazione, affermare la preponderanza del capitale sul lavoro, escludere a priori il conflitto sociale, sostenere la rigidità della moneta e la flessibilità della mano d’opera, e rendere impossibile ai sindacati porre in essere azioni rivendicative appoggiate da una logica redistributiva del governo (anche moderatamente inflattiva). Queste logiche sono difficilmente rettificabili, se non intervengono fattori traumatici esterni a ogni controllo politico. Tuttavia vanno esplicitate e riconosciute, e nel breve periodo rese più miti con una interpretazione che non vada a vantaggio solo della Germania e delle economie ad essa subordinate. L’euro è anche una questione di geoeconomia e di geopolitica europea.

L’ordoliberismo, che è esplicitamente contenuto nei Trattati europei e che implica l’esportazione a tutta l’Europa dell’ideologia economica tedesca e del modello del marco, è una potentissima ideologia capace di effetti pratici notevoli, ma elude e nasconde la grande divisione della società e i suoi conflitti; oltre a fondarsi su un’idea e una pratica di società organica che risultano in realtà socialmente consociative e teoricamente fondate sull’assunto della naturalità del mercato interpretato come se questo fosse di pari rango rispetto alla politica, l’ordoliberalismo è al servizio di una declinazione dell’economia in senso neomercantilista che di fatto produce una gerarchizzazione delle economie europee intorno al centro tedesco (unico punto necessario, da perseguire con ogni mezzo).

La relativa (modesta) tenuta dell’economia ordoliberista in Europa, pur profondamente segnata dalla crisi, è dovuta a iniziative come il QE che benché operi all’interno dell’ideologia ordoliberista ne corregge e ne attenua il rigore monetarista. Ma la natura deflattiva dell’ordoliberismo – caso particolare di una più generale debolezza del capitalismo sul fronte della crescita, nei Paesi sviluppati – è in ogni caso confermata. Come sono confermate le regole dell’euro, benché molti Paesi più o meno apertamente le violino, con l’assenso interessato della Germania che centellinandolo ne riscuote un vantaggio politico.

Politica

Deve finire la denigrazione qualunquistica e reazionaria della politica e del ceto politico, a opera di sistemi informativi che spesso sono espressione di potentati economici che hanno tutto l’interesse a vedere indebolito il potere politico democratico, e a diffondere l’idea che la politica sia un’attività spregevole. E deve finire anche l’idea che i corpi politici e sociali intermedi, partiti e sindacati, siano realtà solo burocratiche e parassitarie.

La dimensione pubblica, d’altra parte, non può essere lasciata alla sola manifestazione del consenso plebiscitario verso un leader para-carismatico, supportato dall’imponente dispiegamento dei media (a loro volta espressione delle tendenze e degli interessi delle loro proprietà). In parallelo al formarsi di una società plutocratica disuguale si afferma infatti, funzionale a questa, una tendenza della politica alla semplificazione e all’accentramento personale e verticale del comando, che dà origine – attraverso il combinato disposto della riforma elettorale (da questo punto di vista le differenze fra i diversi modelli dell’Italicum non sono decisive) e della riforma della Costituzione – a un governo del primo ministro in cui tutto il peso è spostato sul leader del partito di maggioranza che diviene capo dell’esecutivo e che controlla totalmente l’attività non solo del governo ma anche del parlamento, ridotto di fatto a una sola Camera politica in cui gode di una maggioranza fittizia. Il ruolo del parlamento è così confinato nell’obbedienza o nella pratica estemporanea dell’emendamento. Il valore politico supremo è una combinazione di decisione e di stabilità, che sacrifica ogni dialettica; anche i contrappesi istituzionali sono di fatto saltati, e con essi l’idea della politica come mediazione fra posizioni diverse e anche confliggenti: la politicizzazione della società dall’alto – il leader crea un legame emotivo con gli elettori – si accompagna a una spoliticizzazione reale, che vieta di nominare e identificare i problemi (o che li sposta su epifenomeni di costume) e così li lascia irrisolti, oltre che inespressi, a generare protesta qualunquistica.

La politica ritrova prestigio solo attraverso il leader, ma questi in realtà delegittima ogni pratica politica e critica, conflittuale e pluralistica; la politica è comando, a cui deve contrapporsi solo la protesta populista ed estremistica. I limiti di questa deriva sono evidenti: il populismo destabilizzatore viene combattuto col populismo stabilizzatore, col rischio che quest’ultimo venga sconfitto, e con la certezza che il Paese viene progressivamente disabituato alla politica.

Anche le riforme politiche (e quelle sociali e della scuola), conclamata fonte di legittimazione del Pd, del governo e della legislatura, sono funzionali al dispiegarsi indisturbato delle logiche dei poteri dominanti; di ben altre riforme, di ben altro segno, ha bisogno l’Italia. Ad esempio, il bicameralismo non era certo il nostro primo problema (mentre lo era la riforma elettorale, da svolgere però in modo più rispettoso del pluralismo culturale e politico del Paese, senza cedere al feticismo della immediata governabilità “la sera stessa delle elezioni”); in ogni caso, il Senato dovrebbe essere molto più di garanzia che non espressione dei territori.

Ma le riforme hanno una funzione non solo facilitativa; esibiscono infatti una dimensione difensiva rispetto al crescere delle contraddizioni. La dimensione decisionista che la politica assume esprime anche preoccupazioni securitarie: terrorismo, migranti, delegittimazione interna, posizioni critiche, sono sfide e minacce (lontanissime tra loro) per affrontare le quali la politica non solo si rafforza e si verticalizza ma anche restringe in chiave emergenziale gli spazi di libertà. Il neoliberismo distorce anche alcuni postulati del liberalismo, oltre che della democrazia.

Pd

La trasformazione leaderistica e acclamatoria della politica va di pari passo con l’indebolimento politico, culturale e organizzativo del Pd di Renzi, e con il suo spostamento al centro. Questo spostamento ha due ragioni: la prima è che la destra si è dissolta come forza politica unitaria (del resto, nella storia d’Italia non c’è mai stato un partito di destra, tranne Fi), pur restando maggioritaria nel Paese, e si è polarizzata fra una componente estremistica (la Lega) e un centro-destra ex-berlusconiano che è terra di conquista per il Pd. Questo diviene così un partito di centro che guarda a destra, per evidenti motivi di calcolo elettorale, lasciando scoperto il fianco sinistro nella speranza che non vi si insedi alcuna forza politica e sociale organizzata – e generando un diffuso astensionismo -.

La seconda causa, correlata, è che il Pd, benché non rinunci a proclamarsi di ‘centrosinistra’ (come se esistesse ancora un centrodestra a cui opporsi), viene così a ricoprire il ruolo di quel partito di centro, stabilizzatore, che la storia d’Italia ha sempre richiesto – il bipolarismo competitivo è un’invenzione giornalistica e politologica, mai realizzatasi davvero: in età berlusconiana mancava infatti il requisito della legittimazione reciproca fra i due schieramenti -. Partito pivot come la Dc, benché strutturato (anche dal punto di vista della cultura politica) in modo diametralmente opposto, il Pd è un partito – leaderistico al vertice e notabilare nei territori (di un notabilato riottoso, in verità), mentre in parlamento si nutre di trasformismo oltre che degli effetti di leggi elettorali maggioritarie; sociologicamente, è il partito delle compatibilità, isomorfo al sistema economico vigente, che raccoglie il moderatismo ragionevole di chi ha qualcosa, o di chi spera di averlo, e lascia al populismo, all’estremismo o all’astensione chi non ha nulla o chi teme di perdere ciò che ha. Il Pd infatti non teme di scaricare le contraddizioni fuori dall’area della maggioranza e dello stesso sistema politico: è un partito più escludente che includente. Non a caso si appresta senza problemi a governare col 40% di quel 50% dei cittadini che probabilmente si recherà alle urne – cioè col 20% del corpo elettorale – (ma a differenza di quanto accadeva alla Dc, il Pd ha però opposizioni che si possono unire al secondo turno, e rischia assai più che quella).

Il Pd non è, verosimilmente, più acquisibile a una politica e a una prospettiva di sinistra, né nell’elettorato né nella quasi totalità del suo ceto politico. La sinistra italiana è disarticolata e di fatto scomparsa come forza politica, per colpa dei suoi passati errori – l’accettazione del neoliberismo, la personalizzazione della politica con le conseguenti rivalità interne -. Renzi si afferma certo per sua abilità, ma in un contesto di inconsapevolezza critica già pronto a riceverlo.

Oggi la grande forza del Pd è la sua funzione di stabilizzazione attraverso il riformismo, il suo essere l’architrave di un nuovo ordine, instabile e contraddittorio ma fino ad ora non sfidato se non dal populismo. Ovvero, la grande forza del Pd è il suo proporre una rassicurante e fiduciosa normalità, ossia la difesa dello status quo per quella parte della società che, pur subalterna, ha qualcosa e spera di conservarlo (ad esempio, un po’ di risparmi espressi in euro; oppure, un lavoro precario che può essere stabilizzato, pur in un quadro di minori diritti).

E la grande forza è il suo apparire privo di alternative, soprattutto di sinistra. Nella sinistra interna, infatti, è difficile – pur dovendosi rispetto ad alcune personalità – individuare un progetto che non sia di tattica volta a svolgere in alcune circostanze un ruolo di interdizione per ottenere vantaggi simbolici (come il riconoscimento di una presunta golden share nella gestione del partito). Anche la battaglia sull’elettività del Senato non ha portato modifiche di rilievo all’impianto più che discutibile dell’intera riforma costituzionale. La prospettiva di vincere il congresso del 2017 è poi, al momento, largamente illusoria.

La sinistra – in positivo

Dando per scontato che lo spazio per la sinistra ci sia – lo spazio di una forza di governo che fa proprio il progetto di società scritto nella Costituzione, oggi minacciato dal nuovo ordine neoliberista, uno spazio che inizialmente non si sovrappone al Pd (del quale semmai è il contrappeso) ma che si situa nell’area dei delusi e degli esclusi, dei subalterni consapevoli di esserlo e di quelli a cui va spiegato che lo sono, uno spazio che nondimeno è affollato di soggetti non tutti adatti alla bisogna, o perché attardati in vecchi rancori o perché estremisti –, la sinistra deve calcolare bene l’esigenza di concretezza, oltre che di analisi a vasto raggio, che grava sulla sua proposta politica e culturale.

Deve calcolare la diffidenza dei cittadini verso uno stile politico più tradizionale di quello corrente leaderistico. E deve anche fronteggiare l’effetto ripresa – benché questa sia per ora più una realtà macroeconomica tendenziale, esposta a mille variabili, che non una esperienza sociale -. Deve poi essere in grado di pronunciare un discorso di verità che rompe la spettacolarizzazione della politica a uso del popolo e la narrazione mainstream che ha colonizzato l’immaginario di molti, con un linguaggio fresco e nuovo; e di realizzare una nuova alleanza fra politica e cultura, oggi reciprocamente indifferenti o ostili.

Deve guardarsi dall’estremismo, e tuttavia essere decisamente di opposizione, almeno al centro, in consapevole alternativa alla strategia del Pd di oggi. Non deve lasciare alla destra e al populismo l’espressione e la rappresentanza delle contraddizioni del presente stato di cose, in particolare dell’euro; e al tempo stesso deve capire che ben pochi la seguirebbero in una proposta di uscita dalla moneta unica. Sulla sua proposta politica e culturale grava l’esigenza della concretezza, oltre che dell’analisi a vasto raggio.

Da questo punto di vista, la sinistra politica deve porsi come obiettivo di essere l’interlocutore della sinistra sociale e intellettuale; deve perseguire un riformismo diverso dall’attuale che abbia come fine primario il riequilibrio politico del rapporto capitale-lavoro, nella consapevolezza che il lavoro (particolarmente il lavoro dipendente – con aperto riferimento al sindacato e al suo ruolo generale –) non è un fatto privato ma è il fondamento della Repubblica, che lo Stato non è l’infermeria del capitale che raccoglie e riqualifica la forza lavoro espulsa e inadatta, e che è il lavoro a dover essere tutelato e non solo il lavoratore come individuo. Quindi, la questione della mancanza di lavoro o del lavoro precario – una caratteristica strutturale del capitalismo neoliberista – deve essere fra le sue preoccupazioni principali.

Più in generale, la sinistra deve tendere alla ripoliticizzazione della società, restituendo visibilità alle contraddizioni che la percorrono. Più specificamente – e senza che ciò che segue sia da intendere come un ‘programma’ dettagliato, ma solo come una ‘direzione’ strategica di lavoro -, deve promuovere l’estensione del perimetro dei diritti e delle garanzie attraverso una nuova centralità del Parlamento – che deve cessare di essere la cassa di risonanza delle decisioni governative per divenire luogo di confronto non pregiudicato fra istanze politiche diverse -; un’interpretazione della democrazia non come decisione del singolo ma come risoluzione che segue alla deliberazione comune attraverso procedure dialettiche di confronto, rispettose del pluralismo; la riqualificazione della scuola pubblica, puntando sulla formazione critica dei giovani; l’allargamento della partecipazione politica – soprattutto nella discussione faccia a faccia sui territori e nella valorizzazione delle esperienze delle iniziative e dei movimenti, di ispirazione tanto laica quanto religiosa, che dall’interno della società si oppongono democraticamente al presente stato di cose -; la formulazione di una politica economica non episodica per il Sud e per tutto il Paese in chiave di creazione di posti di lavoro realmente produttivi nella sfera dei beni comuni; la ridistribuzione della ricchezza attraverso un’imposta patrimoniale; una politica dei beni culturali che non si fermi alla loro valorizzazione economica; un più accorto uso delle risorse per la Difesa nazionale. La sinistra italiana dovrà anche adoperarsi perché il futuro della Ue sia qualcosa di diverso dal labirintico moltiplicarsi xenofobo di recinti e confini statali all’interno di un’area monetaria rigida – impresa certo tutta da decifrare .

Con questa direzione – di cui si sono dati solo alcuni titoli o linee guida – la sinistra deve rispondere alla inespressa e angosciosa domanda di politica da parte dei cittadini, domanda implicita, negativamente, nella denigrazione e nell’abbandono. Solo dalla sinistra può iniziare l’epoca in cui politica significherà non frode e corruzione né subalternità ma recupero di qualche forma di sovranità economica, di dignità e futuro; solo la sinistra tutela ciò che oggi è non casualmente assente dalla scena pubblica, ovvero la dimensione umanistica della nostra comune esistenza a partire dal lavoro, in cui si afferma la centralità della persona, non del mercato né dei suoi poteri; solo la sinistra tiene aperto l’orizzonte di una discussione intorno ai fini della coesistenza, che l’attuale sistema economico e politico non consente, e che viene lasciata alla forza critica del solo insegnamento pontificio, tanto pubblicizzato mediaticamente quanto trascurato e disatteso.

Solo da sinistra, infine, si esce dalla crisi e si mettono all’opera le energie della nazione, senza esclusioni e senza subalternità, in un progetto costituente alternativo rispetto a quello attuale: un progetto repubblicano di nuovo New Deal, di nuovo umanesimo sociale.

L’articolo è stato pubblicato in ideecontroluce.it il 26 ottobre 2015. 

Sinistra e Pd. Un contributo d’analisi

ph-58

Quella che un tempo si sarebbe detta la ‘fase’ ci mostra in atto, con le imponenti migrazioni tra gruppi parlamentari, e con lo sbando della destra, la decostruzione del sistema partitico, caratterizzata da un’intensità analoga a quella del biennio 1992-94; e al contempo l’affermarsi di un soggetto quasi post-partitico, il Pd di Renzi, che occupa una posizione centrale nel sistema politico, e vi funge, oltre che da architrave, anche   da scambiatore di persone, di carriere, di poteri, in una prospettiva neo-trasformistica. Parallelamente a questo concorrere degli interessi forti, e di parte di quelli diffusi, verso il centro del sistema, si manifestano segnali crescenti di esclusione, sia nell’area istituzionale – dove all’esterno del Pd e delle forze che in vario modo e grado ne dipendono (il centro e il centro-destra; ma anche Sel non ha larghe prospettive autonome) c’è solo una protesta (Lega e M5S) che per la sua mancata spendibilità politica rafforza il Pd stesso – sia fuori dalle istituzioni, dove i cittadini non votanti sono ormai la maggioranza. Non è dunque ancora risolta la questione dei partiti, ovvero della rappresentanza e insieme della partecipazione, apertasi un quarto di secolo fa.

Eppure in questa debolezza della politica  troppo includente e al contempo troppo escludente  c’è evidentemente una forza, resa tale sia dallo stato di necessità, sia dall’abilità politica del leader del Pd e del governo, sia dall’assenza di alternative praticabili – in termini di personale politico e di programma –. Una forza che fa sì che l’attuale fase veda anche operarsi, sia pure con fatica e in modo non ancora compiuto, una trasformazione della democrazia italiana: l’Italia sta infatti assumendo una nuova forma politica.

Sia chiaro che non si tratta di una forma di per sé autoritaria: l’alternativa fra democrazia e autoritarismo appartiene alla cattiva scienza politica e alla pigra filosofia politica. Fra i due corni di quell’alternativa c’è in realtà un vastissimo spazio di sfumature e di posizioni, in cui l’Italia sta occupando il quadrante di una speciale «democrazia d’investitura rafforzata» – rafforzata, s’intende, da un evento non formalmente costituzionale come l’appoggio quasi plebiscitario che i poteri economici e mediatici (peraltro largamente coincidenti) offrono al leader .

Le riforme in via di approntamento coinvolgono le tre facce dell’unico sistema di potere dei nostri giorni – la tripartizione di Montesquieu fra legislativo, esecutivo, giudiziario è infatti largamente obsoleta –: potere economico (qui si è intervenuti col jobs act sul mercato del lavoro, senza disturbare in alcun modo il capitale e la finanza), potere politico (riforma della Costituzione e della legge elettorale), potere formativo e informativo (riforma della governance della Rai e della scuola).

I risultati sono, quanto al primo punto, la privatizzazione e la spoliticizzazione del lavoro (che divenendo affare personale – questo significano infatti la flessibilità e l’ideologia della protezione del lavoratore e non del posto di lavoro –, perde il rango di fondamento primario della democrazia repubblicana) e la sua subalternità reale al potere del capitale; durante la lunga fase delle tutele incomplete il lavoratore non sarà particolarmente combattivo, com’è ovvio supporre. Quanto al secondo punto, la politicizzazione della Costituzione, che cessa di essere un’arena di istituzioni in cui, all’interno di un antifascismo originario e di un progressismo sistematico (l’art. 3 Cost.), le forze politiche si affrontano alla pari, e che – da una legge elettorale squilibrata e unica nel mondo occidentale – viene invece consegnata senza contrappesi significativi al vincitore delle elezioni politiche, organizzate come un breve duello che ha in palio il comando politico indisturbato fino alla scadenza della legislatura, quando si scatenerà una nuova resa dei conti per la successiva investitura. E, quanto al terzo punto, si lascia invariato il dominio mediatico degli oligopoli economici, e anche la tendenza a trasformare la politica in spettacolo  in una logica di sistematico svilimento –, e sarà sottratta la Rai ai partiti e rafforzata la sua dipendenza dal potere politico, mentre la trasmissione scolastica di cultura si incentrerà sulle competenze, sulle abilità e sul problem solving. Come al primo punto si esclude il conflitto, e al secondo la politica in quanto attività complessa prolungata e diffusa, così al terzo punto si limita lo spirito critico: risolvere i problemi è importante, ma lo è ancora di più capire perché e come sono nati, a vantaggio e a svantaggio di chi.

A uno sguardo attento queste trasformazioni sembrano andare verso l’importazione in Italia dell’ideologia dei Trattati Ue, resa esplicita con la formula che vuole l’Europa impegnata a realizzare «un’economia sociale di mercato altamente competitiva» – l’esclusione del conflitto sociale, la costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio, i parametri di Maastricht, l’orientamento all’esportazione, i bassi salari (gli 80 euro non invertono certo la rotta in modo significativo), vanno tutti in questa direzione . Un’ideologia moderata ma non certo autoritaria o antidemocratica, quindi; che si presenta in Italia con una curiosa e importante variante: i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni economiche, burocrazie, Länder) che nello schema originario sono i perni strutturali della stabilità sistemica, da noi invece sono sotto attacco mediatico e politico, e pare prevalere un modello populista-democratico di leadership intensamente politica che fa appello direttamente al popolo scavalcando ogni mediazione, denigrata come ‘casta’. La differenza è grande, certo; e nasce dal fatto che, nonostante l’opera demolitoria di Berlusconi, per molti versi il lavoro di abbattimento delle strutture e delle mentalità ‘socialdemocratiche’ (partiti e sindacati) e ‘vetero-costituzionali’ (burocrazie e regolamenti) resta ancora da fare, ed ancora esige – agli occhi, ovviamente, di chi si assume l’onere politico di riformare l’Italia nella direzione indicata – un grande investimento di energia politica innovativa (impropriamente spesso elevata al rango di ‘decisionismo’, ma certamente debordante). Resta da vedere, ed è un grande dilemma interpretativo e politico, se questo «quasi-decisionismo» sarà una fase transitoria, un accompagnamento verso la stabilità di un ordine nuovo, o se invece resterà la cifra di una politica restia (o inadatta) a precipitare in soluzioni ordinative, e tutta spostata verso l’attivismo e l’occasionalismo.

Se ci si chiede come si sia arrivati a ciò – al di là delle vicende più recenti, che hanno visto l’insuccesso elettorale del tentativo blandamente socialdemocratico di Bersani –, non si può non fare riferimento alla sconfitta storica della sinistra, maturata fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, a opera della rivoluzione neoliberista che ha chiuso il ciclo rooseveltiano (o, per dirla all’europea, i Trenta gloriosi); e anche all’introiezione, fortissima, da parte delle sinistre europee, delle logiche e delle categorie analitiche del mercatismo imperante. Che continua a imperare nonostante le sue contraddizioni (soprattutto due: esige molta più energia politica di quanto abbia mai ammesso, e in nome dell’individualismo riduce i singoli soggetti, e i loro diritti, a irrilevanza sociale ed esistenziale) e nonostante le sue crisi, che si abbattono sulle società occidentali come calamità naturali a cui si fatica molto a rispondere (e particolarmente fatica il modello ordoliberista europeo).

Di fatto, sia quando funzionava a regime sia quando è entrato in crisi, il sistema neoliberista ha prodotto, in Occidente, un grave logoramento del legame sociale, generando disuguaglianza e insicurezza tanto gravi da mettere a rischio l’auto-identificazione democratica della cittadinanza. E per di più sembra oggi che il legame si possa ricostituire intorno alla paura dei conflitti e dei terrorismi che terribili squilibri geo-strategici hanno ormai portato alle soglie di casa. Un contesto di impoverimento e di paura che certo non aiuta la sinistra.

Non facile, com’è evidente, individuare se non rimedi, se non un programma, almeno alcune strategie sensate e coerenti da parte di una sinistra che non pare godere, nemmeno a livello europeo, di particolare fortuna e consenso. E che nondimeno dovrà affrontare l’experimentum crucis dell’identità, ovvero della contrapposizione consapevole allo stato di cose esistente, e della prassi, ovvero della responsabilità governante.

Tutto ciò esige che chi si oppone al ciclo politico in corso, e alle sue scelte qualificanti, sia prima di tutto all’altezza, intellettuale politica comunicativa, del compito. Ovvero che si renda ben conto della posta in gioco, tanto politica (la forma costituzionale del Paese) quanto sociale (l’esigenza di cambiare politiche economiche o inesistenti o finalizzate a parametri che non tengono conto dell’occupazione). E che si ponga apertamente l’obiettivo, l’unico che la sinistra può realisticamente darsi, di ricostruire il legame sociale e la tenuta democratica del Paese a partire dal lavoro, e dall’obiettivo dell’impiego produttivo di massa e, perché no, dalla difesa del sistema industriale italiano.

A tal fine si devono accettare alcune sfide.

La prima è quella delle riforme, la cui esigenza prescinde dall’Europa. È la storia delle nostre debolezze, della fase terminale della Prima repubblica e di gran parte della Seconda, che ce le impone. Ma se cambiare si deve, non si tratta però di cambiare per il gusto di cambiare (è già stato fatto) né per adeguare il Paese a incomprensibili (o comprensibilissimi) diktat transalpini. Il fatto è che ‘riforme’ e ‘innovazione’ sono termini ambigui: ogni riforma può essere impostata secondo direzioni diverse, e ha conseguentemente costi sociali diversamente distribuiti: e finora i costi sono stati pagati dai deboli, che lo sono divenuti ancora di più. La coppia oppositiva vecchio/nuovo non può sostituire quella di destra/sinistra. Quindi, è ora di chiedersi apertamente: «Quali riforme?», «Riforme per chi?».

La seconda sfida consiste nell’uscire dal concetto di ‘minoranza’, che è solo numerico e aritmetico, e non ha rilievo qualitativo, politico. Devono cessare le ambiguità e le incertezze della politica (delle sinistre) intesa come proclamazione di penultimatum, come posizionamento interno, come contrattazione degli emendamenti (in certi casi utili, non lo si nega, ma confinati per loro natura in un’ottica di riduzione del danno, di male minore). La sinistra deve unirsi, almeno a livello di un tavolo permanente di coordinamento, per prendere l’iniziativa, individuando un diverso orizzonte culturale e sociale. Il reddito di cittadinanza, nelle forme appropriate, può essere un’occasione di nuovo protagonismo. Ma lo dovrà essere anche un’elaborazione sul Ttip, snodo strategico a cui non si riflette a sufficienza, e sulla scuola, altrettanto centrale e urgente. E, non ultimo, una battaglia critica e culturale per ridisegnare linguaggi, concetti e categorie (senza ambire all’egemonia, ma per costruire un pluralismo reale).

La terza sfida consiste nel declinare la necessaria centralità della politica (a ogni pulsione antipolitica che si realizza un esponente dei poteri forti si frega le mani) articolandola su tre livelli. Quello del leader (che a sinistra c’è sempre stato), quello della individuazione di un’area sociale di riferimento (la sinistra non può coincidervi, ma non può prescinderne) e quello del partito. A proposito del quale ci si deve chiedere come una prospettiva di sinistra possa manifestarsi efficacemente in un partito a vocazione maggioritaria se questo anziché essere una delle due grandi forze in campo (secondo i canoni della democrazia competitiva) è, come oggi avviene del Pd, l’unica forza politica di rilievo, circondato da partiti anti-sistema sotto il 20%. Il che lo porta appunto alla condizione descritta in apertura, di essere cioè un partito pigliatutti, progressivamente sempre più centrista, che si autoproclama partito della Nazione mentre della Nazione non rappresenta che un quarto. Alla sinistra, dunque, il compito di includere efficacemente il lavoro e i giovani in un orizzonte più vasto e più connotato.

Il testo è la trascrizione di un intervento tenuto il 21 marzo 2015, presso l’Acquario Romano, in occasione dell’incontro dal titolo A sinistra nel Pd. Per la democrazia e il lavoro. È stato pubblicato in ideecontroluce.it il 25 marzo 2015, e in www.centroriformastato.it il 20 aprile 2015

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