Da quando ha scoperto la possibilità di una vittoria al ballottaggio del M5S, il Pd ha cominciato a trovare qualche capello nella minestra dell’Italicum, dapprima proclamata squisitissima. Per di più la sinistra interna collega il proprio impegno per il Sì al referendum a modifiche della legge elettorale. E senza l’apporto dei bersaniani e dei cuperliani è improbabile che vinca il Sì; e anche le elezioni politiche divengono per il Pd ancora più un terno al lotto.

Per ora il Pd fa melina, com’è successo mercoledì alla Camera. Ma prima o poi dovrà fare una proposta su cui cercare l’accordo di altri partiti, dato che una forzatura del governo con una nuova fiducia pare da escludersi.

Si deve mettere in conto, fin d’ora, che Renzi non può modificare l’Italicum nella sua parte ideologica: non può cioè rovesciare l’assunto anti-parlamentare che il governo si formi nelle urne, e non nelle Camere, grazie a un voto dato al Capo di un partito che non ha la maggioranza dei voti popolari, e che la ottiene, grazie a un artificio, nel Palazzo. Renzi non acconsentirà mai alla logica della democrazia parlamentare, secondo la quale i governi nascono da trattative fra partiti all’interno delle istituzioni rappresentative: lo ha detto molte volte, ed è il caso di credergli, una volta tanto, poiché non è uomo che possa sopportare di dover mediare con altre volontà politiche autonome. Renzi potrà forse concedere qualcosa sulle preferenze, sulle candidature multiple, sui capilista bloccati (tutte cose che interessano molto i politici di professione), ma non concederà nulla sul premio di maggioranza – che questo scatti con o senza ballottaggio, che sia conferito alle liste o alle coalizioni pre-elettorali –. I politici di professione potrebbero accontentarsi, i cittadini no, dato che è proprio per questa via che la democrazia parlamentare si trasforma in premierato, o in «democrazia d’investitura rafforzata», senza contrappesi.

Questa trasformazione della forma di governo nasce dal «combinato disposto» delle due riforme – quella elettorale e quella costituzionale –, che è innegabile perché l’Italicum è già legge: quindi esiste già la chiave, o il grimaldello, che si adatta perfettamente alla serratura, cioè alla Costituzione riformata. E questa infatti prevede l’esclusione del Senato dal circuito della fiducia, così da garantire il governo da ogni sorpresa, mentre intanto gode della maggioranza (fittizia) alla Camera, ridotta a organo di veloce ratifica delle decisioni dell’esecutivo. Del resto, se non vi fosse una forte interferenza fra le due riforme la Corte costituzionale non avrebbe rinviato la pronuncia sulla legge elettorale: il rinvio nasce dal fatto che entrambe le riforme riguardano in modi diversi la medesima materia – il cambiamento della forma di governo – e che una decisione giudiziaria su una di esse interferisce col referendum sull’altra. La Consulta, insomma, smentisce le tesi renziane della estraneità fra le due riforme.

Ma al di là dei tecnicismi, il giudizio politico su queste è che si tratta di uno dei più grandi atti di gattopardismo della storia della Repubblica. La logica che vi è implicita è infatti che tutto deve cambiare (e, appunto, le due riforme, insieme, cambiano la forma di governo) perché tutto resti com’è: ovvero perché permanga, rafforzato, l’attuale dominio dell’esecutivo sul Parlamento, e del Capo sul partito. Un dominio – ora garantito dal Porcellum e in futuro dall’Italicum, comunque questo venga modificato, e dal nuovo ruolo del Senato – che comporta l’affermarsi definitivo del plebiscitarismo e della passività politica dei cittadini. È contro questa prospettiva, non sanabile da modificazioni di dettaglio, che il «ritorno alla Costituzione» del 1948 sarebbe un programma politico alternativo, civico e progressista.

 

 

L’articolo è stato pubblicato in «il Fatto Quotidiano», il 27 settembre 2016.

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