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Ragioni politiche

di Carlo Galli

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Populismo

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

 

Sotto l’apparenza di essere uno sviluppo del razionalismo moderno – dell’utilitarismo, dello strumentalismo, dell’individualismo –, il neoliberismo attinge la propria energia e la propria legittimità da fonti irrazionali, dalla mobilitazione del sentimento e del desiderio, da una volontà di potenza latente nelle soggettività moderne, emotivamente eccitata e governata dalle agenzie di senso (alte e basse, mediatiche e teoretiche) che nel radicarsi del neoliberismo hanno avuto un’importanza decisiva.

Il neoliberismo è la dottrina, di derivazione marginalistica (Mises e Hayek), che si pone l’obiettivo di distruggere la teoria classico-marxiana del valore-lavoro, e di spostare il baricentro del pensiero economico dalla produzione, e dalle sue contraddizioni, al rapporto domanda-offerta, e ai suoi equilibri (il kosmos, l’ordine spontaneo). Svincolata da ogni patetico umanesimo, da ogni fondazionismo personalistico, l’economia è un insieme di diagrammi che descrivono e misurano le scelte compiute dal consumatore individuale razionale perfettamente informato, all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale. La libertà dei moderni è libertà individuale di scelta e libertà di intrapresa, del consumatore  e dell’offerente. I problemi che possono insorgere e che discostano la pratica dalla teoria non sono contraddizioni strutturali ma solo ostacoli che devono essere rimossi, con la politica: le “riforme”, che fluidificano il mercato eliminando rigidità e rendite di posizione. Solo a realizzare riforme serve la politica: la dimensione pubblica è legittimata dal fatto che serve a rendere possibile lo sviluppo della dimensione privata: nessuna taxis artificiale deve frapporsi alla formazione automatica del kosmos. E la società, peraltro, non esiste (secondo la geniale signora Thatcher), sostituita – con le sue masse, i suoi ceti, le sue classi, i suoi gruppi di interesse, le sue dinamiche collettive – dalla pulviscolare moltitudine degli individui utilitaristici.

Le conseguenze di ciò sono, oltre al deperimento e alla delegittimazione delle strutture pubbliche e dei corpi intermedi tradizionali (Stato, burocrazia, partiti, sindacati), l’estensione illimitata dell’area del mercato, a cui nessun ambito può pretendere di sottrarsi (l’arte, la cultura, l’istruzione, la scienza, la sanità, il turismo, il tempo libero, lo spettacolo, la politica, ne sono investite e assorbite, ne ricevono “valore”): insomma, l’universale mercificazione della vita di tutti. Questa estensione del mercato, la sovranità dell’economico e della sua auto-interpretazione come “equilibrio” e come progressivo nec plus ultra dell’umanità, ha come conseguenza l’iscrizione di tutta la vita, di tutte le vite, nel registro della concorrenza e della competizione, della prestazione e della valutazione – a opera di agenzie pubbliche e private, che assumono il peso determinante che un tempo spettava ai ministeri –. Non il conflitto, che è un fatto pubblico e sociale, e neppure la collaborazione, ma la competizione, che è un fatto privato, tiene ora il centro della scena.

Questa visione è stata abilmente introdotta nell’immaginario delle masse, con un’opera insigne di psico-politica;  vi ha fatto presa, vi si è radicata, perché è stata presentata nel momento della massima delegittimazione delle strutture di potere tradizionali: la caduta del comunismo in Russia e dintorni (con l’enorme eccezione della Cina, che si concilia col neoliberismo attraverso la nozione di autorità), e la crisi, in Occidente, dello Stato sociale (in realtà, del sistema di Bretton Woods) e delle forze politiche che l’hanno supportato (i partiti democratici del secondo dopoguerra). Questa visione neoliberista, insomma, è stata legittimata attraverso il ricorso a un’accezione emotiva, euforica ed energetica, della nozione di libertà individuale, declinata come ribellione contro l’autorità – appunto, partiti e sindacati, ma anche Stato ed élites tradizionali (i “professoroni”)  – e come potenziamento del singolo soggetto attraverso l’azione rivolta al successo, all’affermazione di sé. Una libertà che è deregulation su scala ridotta, analoga a quella che la politica perseguiva, negli anni Novanta, su scala mondiale. Tutti possono arricchirsi, tutti possono mettersi alla prova, tutti possono competere per migliorare la propria posizione sociale; e tutti lo fanno rimanendo «se stessi», liberandosi da ogni autorità, obbedendo solo ai propri istinti vitali, coltivando e amplificando i propri talenti: «anche tu puoi, se vuoi». Non il comando ma il libero contratto, sempre revocabile, è la figura chiave di questa società; non l’autorità ma la libertà; non il dovere ma il diritto soggettivo; non il governo e il diritto pubblico ma la governance privatistica a rete e la lex mercatoria, pattizia, elastica; non la stabilità dell’ordine ma il movimento, la circolazione, l’innovazione, l’intrapresa; non la nascita né gli studi, ma il successo (confuso col merito), l’aggressività, l’avidità: greed is good, il peccato capitale dell’avarizia è un bene. Dai garage della Silicon Valley escono i nuovi miliardari con il loro grido vittorioso (già sessantottino): stay fool, stay hungry, la sfida a non appagarsi mai. L’utile è legittimato dal sentimento, la speculazione dalla commozione.

Tutto ciò va oltre Mandeville: qui non si tratta di vizi privati e di pubbliche virtù, ma della nietzschiana trasvalutazione di tutti i valori, di una eroica volontà di potenza paradossalmente diffusa in tutto il corpo sociale, e applicata all’ambito (per Nietzsche spregevole) dell’utile, e divenuta, ancora più paradossalmente, norma collettiva. Dalla critica al normativismo razionalistico, dalla derisione del pensiero dialettico, dalla decostruzione del logos moderno e delle sue strutture politiche, in primis la sovranità, emergono – in chiave mondialista o liberista, benicomunista o ultraprivatistica – la medesima apologia dell’«oltre», il medesimo scuotimento dei fondamenti, la medesima «splendida aurora» della soggettività desiderante, il medesimo godimento in atto, il medesimo trionfo dell’immanenza, la medesima pretesa che le dinamiche sociali, spiegabili attraverso l’agire individuale, si autosostengano, che non debbano rinviare a null’altro che a se stesse. La partita si gioca tra “movimenti” globali, nella concorrenza tra il francescanesimo moltitudinario, da una parte, e il general intellect mercatista dall’altra, sulle teste di Stati e classi, scienze e autorità. Le prospettive politicamente confliggono, ma convergono nella critica del Vecchio, travolto dall’energia del Nuovo.

Al di là delle analogie e delle differenze rispetto alla prima grande ondata di movimenti del dopoguerra – la generazione del Sessantotto lottava per una  forma diffusa anarchica e rizomatica della libertà, ma nonostante le sue istanze libertarie e individualistiche fu capace di agire socialmente e di contestare la guerra in Vietnam – resta il fatto che la narrazione del neoliberismo fece presa perché apparve rivoluzionaria: la quarta rivoluzione del XX secolo dopo quelle comunista, fascista, e socialdemocratica. Una rivoluzione che prometteva l’immediata liberazione individuale: se si promuove la libertà contro l’autorità, l’espansione contro la costrizione, la potenza contro la diligenza, l’eccezionale contro il normale, la velocità contro la staticità, la trasgressione contro il conformismo, l’immanenza contro la trascendenza (o l’auto-trascendimento), la seduzione è garantita.

Nulla di tutto ciò si è rivelato vero, se non le sue esagerazioni e le sue contraddizioni, la sua negazione pratica nelle contraddizioni che si sono rivelate. A partire dal soggetto euforico, che si è rovesciato in soggetto impotente e impaurito, avendo ben presto sperimentato che il mare sconfinato delle opportunità è in realtà la selva aspra delle tribolazioni e delle lacerazioni; che i poteri economici dilatati su scala planetaria lo schiacciano come una nullità; che la centralità del consumatore è in verità la subalternità dell’individuo asservito a ogni manipolazione; che l’espansione anarchica dell’Io è prerogativa dei pochi che reggono il mondo, moltiplicando la mortificazione e la soggezione di innumerevoli Io, legati dalle  «catene del valore» che nel globo vincolano uomini e donne come propri strumenti, mai unificati in un diritto comune e in una coscienza comune ma anzi sempre parcellizzati, separati, divisi, posti in concorrenza gli uni contro gli altri;  che più si parla di privacy (concetto già in sé difensivo) più l’individuo è oggetto delle invasive costrizioni di apparati di potere pubblici e privati davanti ai quali è trasparente, e dai quali non può sfuggire.

Al livello pubblico, poi, lungi dall’estinguersi lo Stato si è rafforzato; non verso i pochi forti, naturalmente, ma verso i molti deboli, che ha disciplinato, sorvegliato e punito con tanta maggiore energia quanto più le contraddizioni del neoliberismo hanno mostrato che il sogno euforico del benessere diffuso aveva come controparte la povertà avanzante, la disuguaglianza, l’anomia sociale, il crollo della qualità della vita; lo Stato sempre più volentieri ha fatto ricorso all’eccezione contro la norma,  e sempre più spesso si è dato forme di governo spostate dalla democrazia alla tecnocrazia, centrate non sulla rappresentanza sovrana ma sulle agenzie non rappresentative che «mettono al sicuro» i fondamenti del sistema dall’invadenza della politica; e ha visto erodere sia la propria legittimità (non è più capace di ispirare civismo) sia  la propria sovranità – mentre la filosofia la decostruiva –, a fronte del potere dell’economia, della finanza e delle agenzie di rating. Nondimeno, le grandi sintesi politiche, i Grandi Stati, sono ancora in grado di determinare la politica internazionale, con le loro sovranità in concordia discors rispetto alle potenze economiche.

Al livello sociale, infine, la produzione, espunta dalla teoria, è rimasta centrale con tutte le sue contraddizioni: il lavoro è divenuto più incerto, povero, indifeso, scarso. E ciò o è giudicato senza rimedio, o vi si interviene a livello etico, con il capitalismo compassionevole, oppure con distribuzioni di sussidi; o ancora con lo scambio fatale fra diritti sociali (progressivamente negati) e diritti civili (tendenzialmente, anche se molto lentamente, concessi o allargati). Lo Stato sociale è finito sotto l’orizzonte; la critica strutturale dell’economia non esiste più; l’individuo è solo davanti e dentro il capitale, e deve sopperire con nuove emozioni private – dalla fidelizzazione all’azienda a qualsivoglia altro orgoglio identitario –, alla perdita di senso del suo agire. Inutile dire che a fornire tali emozioni provvede il sistema mediatico.

Infine, nella morsa dell’ordoliberismo tedesco – la matrice dell’euro –, quella che nel neoliberismo “austriaco” era libertà è diventata dovere, al kosmos spontaneo si è affiancata una severa visione statalistico-organicistica, l’euforia si è rovesciata in austerità, in espiazione, in disciplina, in paura, in autorità; ed è emerso che il nuovo paradigma economico altro non è se non una dottrina liberale deflativa, che prevede ogni anno tagli al bilancio dello Stato, spending review, compressione della domanda interna oltre che dei diritti sociali, orientamento del sistema economico alla esportazione.

Non siamo però di fronte all’universale schiavitù; la reazione a tutto ciò c’è stata. L’eliminazione dell’articolo 18, l’introduzione del bail-in, la legge Fornero, l’inoccupazione strutturale, le disuguaglianze crescenti e incolmabili fra ricchi e poveri, il sotto-finanziamento sistematico dei servizi pubblici, le insicurezze sociali ed esistenziali che da tutto ciò derivano, le prospettive di dover subire ogni anno manovre «lacrime e sangue» e di dovere affrontare un destino come quello della Grecia: tutto ciò non è stato controbilanciato dalla stabilità dei prezzi, dall’Erasmus, dai voli low cost, dal roaming europeo, dalla diffusione degli smartphone. Si è generato, piuttosto, in Italia, in Europa, in Occidente, un “momento Polanyi”, una mossa difensiva rispetto al dominio del capitale, una ricerca di protezione, anche nella forma dell’affidamento plebiscitario a un capo; una reazione che le sinistre di governo, le élites politiche di ieri, denigrano come “populismo” e delegittimano come “sovranismo”, ma che non analizzano nelle sue cause originarie e che si limitano a deplorare moralisticamente come “cattiveria”; un malessere che non hanno intercettato, che  hanno lasciato alle destre europee, e che ora definiscono “fascismo”.

Ma i sovranismi (termine privo di dignità teorica) non sono una declinazione aggiornata di un presunto «fascismo eterno». A parte le differenze sostanziali (il nesso tra violenza e politica, e tra guerra e politica, essenziale al fascismo, è pressoché assente nei partiti che hanno intercettato questo trend), vi è oggi un’altra divergenza rispetto ai processi degli anni Trenta a cui pensava Polanyi. La richiesta che gli Stati tornino ad appropriarsi della sovranità ha più il senso della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del ‘politico’, della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato militare, più uno Stato sociale con qualche tocco di “comunità” che uno Stato-Moloch, più un individualismo di massa che un nazionalismo identitario, per il quale mancano i presupposti culturali: il nazionalismo, infatti, implica una forte dimensione pubblica e una consapevolezza storica collettiva, che oggi francamente non è dato vedere. Il neo-liberismo ha lasciato il segno, almeno nelle percezioni esistenziali e negli immaginari collettivi: più che di identità nazionale si tratta oggi di protezione dei privati dal mercato dilagante e dall’austerità sempre incombente e, infine, del rifiuto della «società liquida» e delle sue solidissime, inscalfibili disuguaglianze.

L’orizzonte della protesta, insomma, resta sostanzialmente il medesimo – fatto salvo l’abbattimento, a volte grave, di alcuni tabù lessicali, ossia del «politicamente corretto» –; la reazione al neoliberismo è declinata in chiave non di conflitto sociale ma di invidia individuale, non di un nuovo paradigma economico ma di odio anticasta, non di critica dell’economia politica ma di libero sfogo di pulsioni securitarie (in parte giustificate, e in parte spinte fino alla xenofobia), non di ripresa dell’elaborazione critica ma di ulteriore svilimento della cultura “alta” in nome del plebeismo, non di giustizia ma di giustizialismo, non di coraggio ma di timore (legittimo, ma ingigantito ad arte dai governi). Domina ancora l’individualismo, benché mutilato, ferito, umiliato, deluso. Reazione, quindi; non vera ribellione; meno che mai rivoluzione. Il soggetto individuale non diviene collettivo; resta quello di prima: emotivo, ma animato da emozioni ben diverse. Un soggetto sedotto, abbandonato e ormai carico di timore e di rancore. Le molte ragioni dei singoli (parecchie buone, qualcuna cattiva) non diventano ragioni politiche collettive: siamo davanti, con valori in parte rovesciati, alla medesima pseudo-attività, e reale subalternità, alla medesima impotente solitudine, che caratterizzava il neoliberismo.

Il quale, da parte sua, a questa reazione, rabbiosa ma non alternativa, riesce ad adattarsi. È possibile che il sovranismo divenga, dopo tutto, una sorta di  “piano B” dei poteri dominanti, che passano dal mondialismo ideologico a un moderato territorialismo (con largo uso di capri espiatori) sulla base del principio «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»; ed è certo che il sovranismo è per ora una ricerca di protezione senza proiezione, senza un’idea di politica.

L’opposizione fra individualismo liberista e mondialista, da una parte, e sovranismo dall’altra è, insomma,  più di forma che di sostanza; più di mentalità che di struttura; e non è un’opposizione fra democrazia e antidemocrazia. La democrazia era di fatto divenuta post-democrazia già in età neoliberista: oggi, a (parziale) differenza di ieri, se ne vilipendono pubblicamente i resti. Il che, certo, è più grave, a livello ideologico; ma la costituzione materiale del nostro Paese, dell’Europa, del cosiddetto Occidente, va per la sua solita strada. Per provare a ridare vita e significato alla democrazia bisogna uscire dalla contrapposizione superficiale fra sovranisti e  europeisti (o mondialisti), rinunciare alle prediche moralistiche e dare inizio a un grande investimento culturale – critico, analitico e propositivo – paragonabile a quello che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso spianò la via alle truppe trionfanti del neoliberismo; il quale oggi cambia volto e retorica, ma non trova ancora avversari sufficientemente consapevoli e radicali.

Pubblicato in «Italianieuropei», 3/2019, pp. 75-82

 

Dalla leadership al leaderismo

Che in politica l’obbedienza vada alla norma razionale, e non al comando di un singolo, è l’idea chiave della filosofia politica moderna. Non il Principe ma lo Stato rappresentativo, non Machiavelli ma Hobbes, è il cuore di questo modo di pensare, che non lascia spazio teorico alla figura verticale del capo perché si concentra sul contratto orizzontale di tutti con tutti: i cittadini devono obbedienza a un sovrano rappresentativo artificialmente creato, del quale non interessano le doti personali ma la struttura e il comportamento razionale; un sovrano che può essere anche un parlamento, che si esprime attraverso leggi neutre e universali. Anche la tradizione marxista ritiene, in linea di principio, che la politica non sia spiegabile con l’agire di grandi personalità, ma con leggi storiche oggettive, con processi e forze reali impersonate in soggetti collettivi, borghesi e proletari, che sono gestite da partiti e apparati, e che sono conosciute dalla scienza dialettica.

Eppure, nella concretezza storica non ci si è mai liberati dalla figura del leader. La personalizzazione del potere è talmente pervasiva che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha quasi sempre il volto e il corpo del leader, che guida e conduce. Nella modernità non avviene senza leader la costruzione degli Stati, che hanno bisogno di idee, interessi e  passioni socialmente diffuse ma che devono anche essere interpretate da singole grandi personalità, capaci di prendere decisioni di portata storica, di rappresentare i bisogni del tempo. Così Napoleone dopo la battaglia di Jena era per Hegel lo Spirito del mondo che entrava a cavallo a Berlino; così Italia e Germania sono nate da Cavour e da Bismarck; la tradizione comunista si è affermata grazie alla persona di Lenin, e poi ha inventato il culto di Stalin. Nei grandi momenti fondativi, o nelle grandi crisi rivoluzionarie, nel leader si concentra l’essenza storica di un Paese: Mussolini, secondo una leggenda, nel 1922 porta al re l’Italia di Vittorio Veneto; Hitler incarna la paura e la sete di revanchedella Germania; Roosevelt ha guidato una nazione fuori dalla depressione e ne ha fatto una potenza imperiale; De Gaulle nel 1940 impersona la Francia; Stalin nella seconda guerra mondiale difende l’esistenza non solo dell’Urss ma della madre Russia; Churchill si identifica con l’epopea dell’Impero britannico. Tutti leader che intercettano e suscitano, nel bene e nel male, nella libertà o nella dittatura, lo spirito di un Paese, l’essenza storica di uno Stato.

Ma anche nella normalità, non solo nell’eccezione e nelle  grandi crisi, si manifesta una dimensione verticale e personale della politica. La legge  razionale non regge da sola gli Stati, e non dà ordine da sola alle società. Le società sono attraversate da differenze, da conflitti, che devono emergere ed esprimersi: al pluralismo sociale corrisponde il pluralismo politico dei partiti, che, secondo una “legge ferrea”, nella loro interna organizzazione assumono forme oligarchiche, ma che molto spesso conoscono anche la presenza dei capi, del leader. E questo, al vertice di gruppi dirigenti con cui ha un rapporto non certo pacifico, propone una visione, una strategia, interpreta una ideologia, organizza interessi; ma al tempo stesso soddisfa l’esigenza che la politica coinvolga dimensioni emotive di massa, richieste di riconoscimento, che consenta quei processi di identificazione attraverso i quali si costruiscono le identità collettive.

Questa non è storia di un passato remoto, di mitici Padri della Patria: è vicenda di ieri, delle nostre democrazie pluralistiche. Per limitarci all’Italia, si tratta di leader di partito che erano capaci di generare ammirazione, rispetto, identificazione sentimentale ed emotiva. Togliatti e Berlinguer, Nenni e Craxi, nella sinistra, e nel più cauto e oligarchico mondo democristiano, dopo De Gasperi, almeno Moro e Fanfani; e, inoltre, Almirante, La Malfa e Pannella. Erano leader in grado di destreggiarsi fra i notabili del proprio partito, di fronteggiare gli altri capi-partito, e anche di prendere grandi decisioni, di dare voce a esigenze realmente diffuse nella società (non tutte gradevoli, certo). Erano leader capaci di trasformare il Paese con la loro decisione, ma anche di costruire una rete di compromessi e di mediazioni; leader carismatici o semplicemente dotati di abilità e buon senso; leader divisivi o inclusivi; comunque sia, la politica in Italia si è sviluppata su ritmi socio-economici, ma ha marciato sulle loro gambe, senza, tuttavia, che i leader si sostituissero alle istituzioni e ai partiti.

Si tratta, infine, di leader dagli stili molto differenti ma che hanno saputo essere popolari – non solo, quindi, grandi tecnocrati di Stato – e al tempo stesso svettare per profondità e lungimiranza di sguardo; di leader che non soltanto si sono adeguati al loro elettorato ma lo hanno saputo anche orientare: la Dc raccoglieva voti a destra, prevalentemente, e li spostava verso politiche di centrosinistra; il Pci di Togliatti ha organizzato masse ribellistiche e le ha portate all’interno della vita democratica del Paese. Leader, insomma, che hanno dato risposte reali a problemi reali – a crisi economiche, a sconvolgimenti sociali, a impetuose trasformazioni, a drammatiche emergenze –; leader legittimati dalla capacità di orientare con il ragionamento e di trascinare con la passione. Presupposti della loro azione sono stati i partiti, in buona salute, e una certa solidità delle istituzioni politiche. Venuti meno gli uni e le altre, da una parte si è dovuto fare ricorso a personale tecnico di alto profilo – soprattutto di cultura economica (Ciampi e Monti) –  ma dall’altra si sono formate nuove figure e nuovi stili di leadership politica: e la novità è stata tale che si può parlare del passaggio a una fase nuova, al leaderismo. In Italia ciò è avvenuto con un crescendo che è andato da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini. Ma non siamo soli: negli Usa è altrettanto significativa la sequenza Reagan, Clinton, Obama, Trump. Si tratta di leader dai diversissimi orientamenti e stili: la caratura ideologica semplificata (Reagan), l’empatia di Clinton, il narcisismo di Berlusconi, l’aggressivo ottimismo di Renzi, l’ultrapopulismo di Trump (e non si dimentichi l’autoritarismo plebiscitario post-liberale di Putin).

La prima novità è nella ricerca del consenso: il nuovo leader costruisce un rapporto diretto con i cittadini, in virtù della accresciuta potenza dei mezzi di comunicazione, dalla tv ai social media; non interpreta una ideologia ma una narrazione, uno storytelling, preparata dai suoi spin doctor; non si rivolge a gruppi sociali strutturati, a realtà collettive, ma a una società pulviscolare, a un popolo di individui isolati uniti quasi solo da rancori e paure (il populismo, con la sua contrapposizione fra un Noi buono e un Loro cattivo, è una componente essenziale del nuovo leaderismo), e parla a ciascuno di essi, estraendo da ciascun singolo i timori e le speranze più elementari e offrendo identità e protezione. Mentre la propaganda dei partiti di massa era calata dall’alto, era l’amplificazione di un’idea, la ripetizione di un concetto in forma di slogan, e aveva un che di autoritario, la comunicazione del nuovo leader è invece sottile e pervasiva. La passione politica socialmente organizzata è sostituita dalla sentimentalizzazione soggettiva, il ragionamento dalla persuasione. Anche il “nazionalismo” promosso da alcuni dei nuovi leader (da Orban a Salvini) è piuttosto, in realtà, la somma, transitoria, di individualismi egoisti.

La semplificazione del messaggio politico è poi ovvia: il linguaggio si banalizza, diventa più suadente e al tempo stesso più violento: si procede alla individuazione di nemici (di volta in volta i “comunisti”, i “vecchi”, i “migranti”) più che all’analisi di processi da comprendere e da gestire; soprattutto, il nuovo leader  deve essere il più possibile simile ai cittadini, e  non dare l’impressione di essere superiore o estraneo a essi: la semplicità, il tratto popolare e al limite anche volgare, è un optionalgradito (Trump, da questo punto di vista, è perfetto). Il nuovo leader non è un superiore onnisciente, ma un uguale vincente; attraverso la sua vittoria passa il riscatto di ciascuno dei suoi elettori: l’identificazione è individuale, non collettiva.

La comunicazione è, infine, la costruzione di un universo artificiale, in cui i politici sono attori e il pubblico si  aspetta una performance, uno spettacolo, una rappresentazione che prende il posto delle tradizionali rappresentanze: Reagan era un  attore consumato, ma anche un politico navigato, e sapeva comunicare con stile amichevole; Obama e Renzi esibivano, nei loro comizi, la stessa scioltezza e lo stesso ritmo dei cantanti rock; Berlusconi, poi, era un affabulatore televisivo di rara efficacia.

Ma oltre alle novità comunicative – che sono novità nella legittimazione – il leaderismo implica novità politiche strutturali. I suoi protagonisti devono apparire il più possibile “nuovi” rispetto ai partiti; devono imporsi su oligarchie conservatrici (come Renzi e Trump), o devono inventarsi un loro partito personale (come Berlusconi e Macron) o rivoluzionare profondamente il loro partito d’appartenenza (come Salvini). È inoltre fondamentale che il nuovo leader, benché non necessariamente autoritario o decisionista, abbia grande libertà d’azione, che il peso dell’elemento personale aumenti, e che il quadro istituzionale sia sempre meno rigido e  cogente, e sempre più a disposizione del Capo (il vorticoso susseguirsi di nomine e licenziamenti dell’amministrazione Trump ne è un esempio); il nuovo leader è tendenzialmente solo, non si interfaccia con altri politici ma con la sua “squadra” di consiglieri ed esecutori (qui Renzi è un caso di scuola). Per di più, il nuovo leader si costruisce un quadro istituzionale in cui il Capo non è soltanto una componente della politica, ma ne è il centro e il cardine: una presidenzializzazione del potere (anche dove le istituzioni non sono apertamente presidenziali) e una verticalizzazione della politica, che vorrebbero dar vita a una “democrazia dell’affidamento”, facilitata da leggi elettorali maggioritarie (e qui è inutile fare esempi). I grandi sconfitti sono i parlamenti; in potenziale pericolo – più o meno grave nei diversi Paesi – sono le liberaldemocrazie.

Ma la tendenziale sostituzione delle mediazioni politiche e istituzionali con la mediazione comunicativa, la spettacolarizzazione della politica e il rafforzamento del potere verticale, non sono soltanto segni di barbarie neo-autoritaria né semplici effetti della manipolazione delle coscienze. Sono una reazione, ingenua e pericolosa, a un problema reale, cioè a una politica  che sempre più spesso si è presentata come un flusso di potere senza nome e senza volto, come una minacciosa potenza tecnico-oligarchica, che si raccoglie in spazi chiusi e inaccessibili, nelle agenzie e nelle authorities. La ricerca del leader, per quanto sia artefatto e manipolatorio, per quanto egli stesso possa essere, in ultima analisi, al servizio dei poteri più opachi, non è anti-politica ma è la spia dell’esigenza che la politica parli ai cittadini, che li sappia capire e proteggere, che abbia un volto umano in cui essi si possano identificare e riconoscere. Chi vuole contrastare le attuali forme di leaderismo non deve quindi dimenticare che di una politica che sia anche parola e volto, e non solo algoritmo impersonale né solo oggettività tecnica, tutti hanno oggi bisogno, per ritrovare ciascuno la propria umanità.

Pubblicato in «Corriere della Sera – La Lettura» il 7 luglio 2019

“Sovranità è democrazia? Oggi sì”

Intervista con Claudio Ciani

Sulla quarta di copertina del libro appare questa frase: “Sovranità è democrazia? Oggi sì”. Oggi sì, perché viviamo in un perenne “stato di eccezione” oppure perché l’art. 3, principio fondamentale della nostra Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità, è venuto meno o, nella peggiore delle ipotesi, è stato tradito?

Oggi sì, perché il superamento della sovranità sta avvenendo attraverso l’imposizione dall’esterno di un paradigma politico-economico-sociale anti-popolare, deflativo, tecnocratico. Perché l’esercizio democratico della sovranità è l’unico modo per riportare queste dinamiche sotto il controllo dei cittadini (attraverso la mediazione dei partiti).

Qual è oggi, secondo lei, il modello di sovranità al quale ci si può ispirare: Bodin, Hobbes, Sieyes? Oppure, potrebbe essere utile ripensare il concetto spinoziano di imperium, un concetto che ricorda la proposta del giurista socialdemocratico Heller?

La sovranità democratica è rappresentativa nel caso normale (e dunque deriva dal modello hobbesiano); ma per essere instaurata o restaurata esige un surplus d’energia politica partecipativo-rivoluzionaria (in linea con quanto espresso da Sieyes nel suo libello del 1789). Heller più che spinoziano era debitore a Hegel di un’idea di sovranità come mediazione non solo giuridica ma anche sociale

Più volte nel libro la cifra più radicale della sovranità viene descritta come “un nomos che contiene una possibilità di anomia”, ciò che ricorda il concetto paolino di katéchon. Il potere contenente, la sovranità catecontica, può essere travolto dal contenuto, il nomos dall’anomia? Che cosa significa questo esattamente, nei fatti come si manifesta e a quali sviluppi può condurre?

La sovranità è il modo con cui un gruppo esiste politicamente nel mondo, dandosi un ordine giuridico ed esponendosi al contempo all’intrinseca rischiosità della storia, che esige decisioni. É, quindi, uno sforzo di stabilizzazione, un katéchon, che però partecipa inevitabilmente dell’anomia che vuole frenare, che è la nostra condizione esistenziale. Questa duplicità della sovranità è visibile nell’autonomia del politico rispetto al giuridico – un’autonomia che permane anche se la democrazia costituzionale la limita e la riduce

Per Foucault il ruolo dell’istituzione non è affatto quello di produrre potere, ma dare al potere il mezzo per riprodursi: ciò che il filosofo francese indicherà con l’espressione “situazione strategica complessa”. In che termini è possibile identificare oggi la sovranità con il concetto di potere (e di forza) inteso nell’accezione foucaultiana?

Sovranità non è semplicemente potere: implica la centralità dell’istituzione, benché non si limiti alla sola istituzione ma esiga anche il coinvolgimento dell’intero corpo sociale. La posizione di Foucault è diversa da questa, perché è interessata a una descrizione tutta immanente, e priva di presupposti, delle forme di circolazione del potere nelle società moderne; dal suo punto di vista la sovranità è un concetto troppo pregiudicato, non sufficientemente disincantato.

Il tema della sovranità ha avuto molta importanza durante gli anni della perestroika di Gorbaciov tanto che il 12 giugno 1990 il Soviet Supremo adottò la “Dichiarazione di Sovranità Statale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia”. Come potrebbe declinarsi oggi la sovranità in Europa, quell’Europa che Stroilov e Bukovskij non hanno esitato a definire EURSS (Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche)?

Al di là del riferimento alla situazione russa, è chiaro che oggi la Ue non è un’unione sovrana; la sovranità appartiene ai singoli Stati, che hanno rinunciato solo alla sovranità monetaria (non a quella di bilancio). L’opposto di quanto avviene negli Usa, quindi, che sono un’unione sovrana (anche se federale) di Stati non sovrani. Ed è anche chiaro che se la Ue fosse sovrana (con un’unica proiezione di potenza, un’unica politica estera, ecc.) la Russia (che ovviamente è sovrana, e vuole esserlo) si troverebbe ad avere al proprio fianco un pericoloso concorrente (e nemmeno gli Usa, al di là dell’Atlantico, ne sarebbero lieti).

Come è nato in Occidente il fenomeno del “populismo”? Esiste un nesso ontico tra i movimenti “sovranisti” e il populismo? Entrambi hanno origine dal “tradimento dei chierici” (Benda) oppure si tratta soltanto di reazioni, seppur scomposte, alle logiche dell’utile ovvero al pensiero e alla pratica dell’economia capitalistica globalizzata?

Il “tradimento dei chierici” era quello che noi chiamammo “impegno” degli intellettuali; e il populismo si sviluppa invece del tutto all’esterno del mondo intellettuale, come reazione a dinamiche politiche ed economiche (la globalizzazione neoliberista, e in Europa l’euro ordoliberista) che hanno colpito le società occidentali, creando disuguaglianze e frustrazioni che i ceti politici non hanno saputo vedere né alleviare, e che in alcuni casi hanno anzi esaltato. Ovviamente il populismo è sovranista: il popolo fa appello all’unica istanza che conosce, lo Stato, da cui esige un agire sovrano, cioè energico, attivo, in grado di difendere i cittadini dai poteri e dalle dinamiche sovrastatuali.

Lo studio The Crisis of Democracy: Report On the Governability of Democracies, elaborato nel 1975 per la Commissione Trilaterale, può essere considerato il Manifesto del neoliberismo globalizzato: la lettera di Trichet-Draghi all’Italia (5 agosto 2011) e la Nota della Jp Morgan sulle costituzioni antifasciste (maggio 2013) ne hanno rappresentato le conseguenze. Ripensare e recuperare il concetto di sovranità significa edulcorare, o financo neutralizzare, le posizioni neoliberiste? Oppure ciò comporta l’assunzione di una via autarchica alla sovranità, “costituzionalizzata”, autonoma dalla volontà di potenza dei mercati?

Il concetto di sovranità è utilizzato dai populisti in senso anti-establishment, per promettere ai ceti sociali più deboli una protezione contro le dinamiche più rovinose del neoliberismo. In realtà, però, la sovranità populista, così come è gestita oggi prevalentemente da destra, non attacca il paradigma economico vigente; si limita a concedere ai cittadini compensazioni e risarcimenti sul piano simbolico e ideologico. Non c’è quindi maggior difesa contro la potenza del capitale, ma c’è maggiore propensione a individuare capri espiatori verso i quali far convergere le paure dei cittadini. Ma la sovranità potrebbe anche essere interpretata da sinistra, benché oggi non si vedano tracce di questa possibile opzione.

La ri-costruzione di un’Europa politica in senso federale (Spinelli, Kalergi, de Rougemont) è compatibile con l’emergere di nuove soggettività che si vogliono “sovrane”?

Le nuove soggettività sovrane sarebbero in ultima analisi i vecchi Stati europei. In linea di principio, quindi, la sovranità europea in senso spinelliano e la sovranità dei vecchi Stati si escludono a vicenda. Ma si deve notare che la sovranità europea “spinelliana” non è veramente all’ordine del giorno di nessuna forza politica al potere (la Ue, come si è detto, da parte sua non è oggi per nulla sovrana); e d’altra parte non è pensabile che si formi un processo costituente europeo a partire da Stati deboli o vacillanti. E quindi il rafforzamento degli Stati è indispensabile, nel medio periodo, sia che si vada verso una prospettiva di sovranità plurali sia che si punti alla costruzione di una sovranità federale europea.

Spengler, un secolo fa, in Il tramonto dell’Occidente, ebbe a scrivere: “La Sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”. Quanto c’è, ancora oggi, di vero in questa affermazione?

Temo che ci sia molto di vero, come si è dimostrato nei decenni di egemonia del neoliberismo, durante i quali la sinistra “di governo” è stata succube e non certo critica del modello economico capitalistico. La competizione si è rovesciata in assecondamento; la fascinazione della potenza capitalistica ha prevalso sulla consapevolezza dei suoi limiti.

Nel 1971 Nixon decise di porre fine agli Accordi di Bretton Woods, nel 1981 si verifica il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Bisogno di sovranità, oggi, significa (anche) necessità di ritrovare la perduta “sovranità monetaria”?

Nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro in oro: che era il fondamento degli accordi di Bretton Woods. Il “divorzio” consensuale fra Tesoro e Banca d’Italia risponde all’esigenza di bloccare l’inflazione che era salita al 20% negli ultimi anni Settanta, non solo per la libertà dei cambi ma anche per l’inflazione mondiale generata dalla guerra in Vietnam e dalla guerra del Kippur. Di fatti il divorzio è il primo tassello di una serie di provvedimenti ordoliberisti e neoliberisti (fra cui la riforma della scala mobile) volti a trasformare l’inflazione in debito pubblico e i salari in credito privato al consumo: cioè a preparare la società alle conseguenze dell’adesione dell’Italia allo Sme (anticamera dell’euro), sul finire degli anni Settanta.

Intervista pubblicata in «Geopolitica.info» il 14 Maggio 2019

Sovranità e sovranismo

Intervista con Nicola Mirenzi

«Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista, dai più accesi mondialisti». Storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, interprete del pensiero moderno e contemporaneo, il professor Carlo Galli sostiene che, dopo il crollo del muro di Berlino, l’adesione entusiastica alla globalizzazione dei partiti ex comunisti, socialisti e laburisti europei li abbia “impiccati” a un modello che si è “sfasciato”, facendogli perdere il senso dell’orientamento: «La sovranità è un concetto talmente democratico che è richiamato nel primo articolo della nostra Costituzione. Oggi, invece, chiunque contesti la mondializzazione viene considerato un fascista. Storicamente, però, la sinistra ha, nei fatti, avversato il trasferimento del potere fuori dai confini dello Stato: basti pensare alla critica che i comunisti italiani opposero alla Nato e, per molti anni, al Mercato comune europeo».

Secondo Galli, la notizia della scomparsa della distinzione tra destra e sinistra è fortemente esagerata, e sabato, a Lecce, terrà una lectio magistralis – che anticipa ad HuffPost – per dimostrarlo: «Il diavolo per prima cosa nega che il diavolo esista. Così accade per la differenza tra destra e sinistra: la destra nega che esistano la destra e la sinistra. E la sinistra cade in questo tranello. Ci sarà sempre una differenza di potere tra chi controlla il capitale e chi dal capitale è controllato. Tra chi produce valore lavorando e chi di quel valore si appropria. Per questo la distinzione tra destra e sinistra non scomparirà mai, all’interno di questo paradigma economico e politico».

La contrapposizione tra popolo ed élite è falsa?

È vera, e si aggiunge alla tradizionale frattura tra destra e sinistra, attraversando entrambi i fronti. Ci sono movimenti cosiddetti populisti che, infatti, sono più di destra; e altri che sono più di sinistra.

Perché la sinistra è più in difficoltà allora?

Perché la sua pigrizia mentale le fa considerare la richiesta di protezione – che c’è nella società – come un istinto razzistico, o xenofobo.

Non ci sono queste pulsioni?

No, ci sono anche queste pulsioni nella società: ma è scellerato dare questo nome alle legittime richieste di sicurezza sociale che vengono da quelle persone le cui vite sono state sempre più esposte all’incertezza dalla crisi che è insita nel paradigma economico dominante.

Perché la sinistra non intercetta più queste domande?

Perché, soprattutto la sinistra italiana, ha smesso di analizzare la realtà: preferisce nascondersi dietro il vecchissimo copione dell’antifascismo moralistico e considerare più della metà dei cittadini italiani barbari che stanno assaltando le fondamenta della civiltà. Ma quello che sta accadendo – l’abbiamo visto alle elezioni del 4 marzo – non è una sventura inviataci dal cielo: è il prodotto di fenomeni che si sono verificati dentro la nostra società.

La destra è più capace di comprendere la realtà?

No, ma non ne ha bisogno, perché le basta essere spregiudicata. La destra politica riconosce e dà un nome alle inquietudini del nostro tempo, ma in realtà fornisce dei capri espiatori. Oggi sono gli immigrati, i complotti della finanza internazionale, il politicamente corretto. E se a volte la destra politica si spinge ad accusare il capitalismo finanziario, non giunge mai a una critica del capitalismo in quanto tale.

Perché il capitalismo dovrebbe essere considerato un nemico?

Il capitalismo, lasciato a se stesso, tende a distruggere la società. Compito della politica è costringerlo ad adattarsi alle esigenze della democrazia, regolandolo, mettendo dei limiti, tutelando gli interessi dei cittadini, lasciando che il conflitto sociale si manifesti.

A volte, però, gli Stati hanno meno forza delle multinazionali.

Ma spesso nemmeno provano a scontrarsi con questi colossi. Cedono preventivamente. Anche se non è detto che siano sempre destinati a perdere il duello.

Un’Europa più sovrana avrebbe più potere negoziale?

In teoria, sì.

E in pratica?

In pratica, nessuno Stato europeo ha veramente in agenda la costruzione di una sovranità europea. Anche perché la costruzione della sovranità è uno dei processi più distruttivi della storia umana. Le sovranità degli Stati si sono formate nel sangue della guerra civile o nel furore delle rivoluzioni. Mai una sovranità è nata perché qualcuno intorno a un tavolo ha trasferito pacificamente a un soggetto terzo il diritto di tassare, di formare un esercito, di detenere il monopolio della violenza, di individuare gli interessi strategici di una comunità.

Senza sangue l’Europa politica non nascerà mai?

È molto difficile che la formazione di una sovranità europea possa accadere senza conflitto; anzi, se si guarda alle carneficine che sono avvenute nella storia, è difficile augurarsi che ciò accada.

Eppure, il parlamento europeo ha condannato uno dei suoi membri, l’Ungheria di Viktor Orbán.

Orbán è un leader detestabile, degno erede della lunga tradizione autoritaria ungherese. Tuttavia, la condanna europea è controproducente, e perciò sbagliata. Ogni volta che un’entità sovranazionale ha giudicato e punito uno Stato – pensi alle sanzioni inferte dalla Società delle nazioni al regime fascista – non ha ottenuto altro risultato che compattare la nazione intorno al proprio capo. Anche nel caso del giudizio espresso dall’Onu sull’Italia («è un Paese razzista»), si deve evitare di cadere nel ridicolo.

Qualcuno l’ha mai accusata di essere un populista?

No, anzi sono stato spesso tacciato di élitismo. Ma le élites devono capire e guidare la società, non condannarla.

Nella scorsa legislatura è stato eletto con il Pd.

Ne sono uscito dopo due anni e mezzo per entrare prima nel gruppo di Sinistra italiana, poi di Articolo 1, dal momento che nel partito democratico è rimasto assai poco della tradizione di sinistra.

Lei, invece, che cosa conserva?

Il metodo di analisi della realtà che viene da Gramsci, benché in modo non dogmatico e arricchendolo di altri apporti.

In che cosa consiste?

Nel comprendere i fenomeni politici e sociali e le loro contraddizioni senza dare giudizi morali, poiché la politica non si fa con i padrenostri.

L’intervista è stata pubblicata in «Huffingtonpost.it» il 13 settembre 2018

 

 

 

 

 

 

Sogni e realtà

 

Se il Pd è un partito di sinistra, e se la sua rinascita è indispensabile alla rinascita di questa, allora c’è poco da stare allegri: il suo orizzonte è infatti diviso fra chi non ammette alcun errore e incolpa i cittadini di avere sbagliato a votare, chi vuole cambiare nome come se non si dovesse anche cambiare politica, e chi, come Veltroni, non trova nulla di meglio che identificare la sinistra con il «sogno» e la «speranza».

Nel momento di più cupo smarrimento e di più evidente mancanza di strategia, si propone quindi come soluzione della crisi lo stile politico che l’ha generata: uno stile sovrastrutturale, centrato sulla comunicazione e sull’illusione mediatica – al più, corretto dall’ammissione che il Pd non ha saputo stare «vicino a chi soffre», detto con un linguaggio che ricorda più la beneficenza che la politica –; uno stile lontano da ciò che è veramente la sinistra: teoria e prassi, analisi e lotte, materialismo e realismo, disegno di una società futura che parte dall’assunto che la struttura economica, e la cultura che la esprime, è conflittuale e non neutrale, e che quindi la liberal-democrazia non è una universale panacea formalistica che realizza l’accordo di tutti i cittadini ma il risultato, in equilibrio dinamico e precario, di tensioni e di contraddizioni che non si possono togliere né superare in «narrazioni» e in «visioni».

Come lascia assai poco a sperare la decisione – che accomuna il Pd a molta opinione “progressista” – di cercare la via d’uscita dalla impasse politica nella sempre più acuta polemica “antifascista” contro il governo; una mossa che esprime una lettura “azionista” cioè moralistica – o, se si vuole, “liberal” – della politica, a cui la sinistra dovrebbe preferire la analisi storica ed economica sullo stile di Gramsci. Non lo sdegno ma la comprensione dei processi è il solo inizio possibile se la sinistra vuole avere qualche chance di non scomparire.

In realtà, quindi, il sogno e l’antifascismo, che sembrano l’uno opposto all’altro, sono le due facce di una medesima mancanza di analisi radicale, di un pensiero pigro, stereotipato, privo di spessore storico, che impedisce al Pd di comprendere se stesso, il proprio ruolo, i propri errori (non quelli occasionali ma quelli strategici), un pensiero che procede per slogan e che non afferra la realtà; e che si espone al rischio o della inefficacia o di innescare una reale dinamica amico/nemico – a ciò infatti si giunge se si prende l’antifascismo sul serio –. Infine, questa politica infondata, inerte e al contempo pericolosa, è tatticamente un errore: non pare infatti utile a (ri)trovare voti e consenso l’attitudine a definire «fascisti», «barbari» e «nemici» i cittadini che hanno votato per i partiti di governo. Criminalizzare la maggioranza degli italiani non è una buona politica: è vittimismo arrogante e subalterno, che unisce la pretesa di superiorità morale alla implicita denuncia della impotenza della sinistra.

Soprattutto, una sinistra liberal che mette insieme il capitalismo più spregiudicato e le sue vittime, i licenziati e i licenziatori, che si prefigge uno schieramento «da Macron a Tsipras», non vede le proprie interne contraddizioni e le rigetta sul “nemico” fascista: il cleavage fascismo/antifascismo serve a occultare la vera natura del Pd, ovvero che questo è il partito dell’establishment, e che quindi è stato travolto dalla crisi di questo, e non solo è incapace di mettere in campo un’alternativa di pensiero e di azione, ma anche di rendersi conto della propria situazione storica reale.

Che è di essere un partito che difende il neoliberismo e l’ordoliberalismo quando questi sono in crisi – o meglio, quando producono crisi sempre più acute –; che resta attaccato alla Ue quando questa è ormai solo il cozzo delle sovranità e il teatro dell’egemonia tedesca attraverso l’euro; che scommette sulla liberaldemocrazia dopo avere contribuito a svuotarne il senso materiale – lo Stato sociale, l’allargamento del ceto medio, la ragionevole gestione delle disuguaglianze sociali, la sicurezza (a tutto tondo, cioè come garanzia della pienezza delle aspettative di vita) per la grande maggioranza dei cittadini –; che non sa vedere il cambiamento politico e culturale che stiamo vivendo. L’Occidente privo della presenza dell’America; l’Europa priva di progetti che non siano gli utili degli Stati (delle élites economiche e politiche che vi si sono insediate) e i sacrifici per i popoli; la globalizzazione “povera”, ovvero la sovranazionalità dell’economia e al contempo l’assenza, il fallimento, della società aperta; il liberalismo nutrito di privatizzazioni oligarchiche, divenuto liberismo senza persone e senza popolo, che per di più si meraviglia se il popolo lo abbandona in cerca di protezione – probabilmente illusoria – presso i “populisti”.

No. Proprio non si possono definire “barbari” quelli che non credono più alla civiltà “atlantica” del dopoguerra; questa non è crollata per l’irruzione dei popoli delle steppe, ma sta morendo di propria mano, per le proprie contraddizioni. Le cure tecnocratiche e rigoriste, dopo l’euforia della new economy, hanno ferito le società, rescisso il legame sociale, le appartenenze collettive (non diciamo la coscienza di classe), e consegnato i singoli alla rabbia e al rancore, alla paura e al confinamento entro i recinti egoistici della famiglia.

Chi non voglia inseguire ipotesi qualunquistiche e autoritarie – che sono più il sintomo che non la cura di questi mali – dovrà almeno riconoscere la verità; dovrà sapere da dove iniziare un nuovo corso culturale e politico; e non potrà fare opposizione con sermoni e prediche, con manifestazioni di piazza; chi come alternativa alla destra sa offrire solo l’elogio del vecchio mondo, o l’anatema delle nuove realtà che emergono, per quanto spiacevoli, pensando di esorcizzarle con qualche sdegnata narrazione, ignora che il grande passaggio storico in cui ci troviamo prenderà forma – dopo una fase di disorientamento, di comprensibile affannosa ricerca di protezione, dopo una lunga e ibrida transizione – grazie al combinarsi (come sempre è avvenuto) di idee e di interessi concreti: e che compito della sinistra è individuare gli interessi progressivi – cioè rivolti all’emancipazione dal bisogno dalla sofferenza dall’insicurezza –, e dare loro forza e idee. Soprattutto, l’idea che l’economia crea problemi che non sa risolvere, la cui soluzione sta nella politica “sovrana”. Ovvero nella politica capace di esprimere un comando legittimo davanti a cui anche la potenza dell’economia debba fermarsi. Gli Stati – e anche l’Europa sovrana, se mai ci sarà – non si governano con i padrenostri.

Finché la sinistra saprà opporre a Salvini soltanto i sogni e le speranze, il ribaltamento dei rapporti di forza resterà appunto un sogno – un informe, inconsapevole «sogno di una cosa» –. E Salvini la potrà lasciare sognare, e anzi augurarle «sogni d’oro». Si preoccuperà, invece, se e quando un leader di sinistra nuovo e credibile – portatore non di sogni ma di idee, nutrito di analisi cruda della realtà e non di edificanti narrazioni – saprà sfidarlo per dare all’Italia protezione dallo sfruttamento e non solo dai migranti.

 

 

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La guerra delle parole

 

  1. Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica. E quelle elezioni sono state vinte dai partiti che, se non altro, hanno riconosciuto il pesantissimo disagio sociale in cui il Paese versa, e che il Pd ha invece sostanzialmente negato dando l’impressione di voler lasciare tutto com’è, o in ogni caso di non avere né le idee né l’intenzione di cambiare le cose.

C’è anche, va detto, la posizione oltranzista di chi non vuole «seguire i populisti sul loro terreno», e non solo rifiuta radicalmente le loro ricette ma non vuole ascoltare il grido di dolore che attraverso il populismo si esprime, e affida non alla propaganda ma alla dura lezione delle cose, alle rappresaglie della realtà economica e dei suoi “spontanei” meccanismi, la vittoria dell’ordine politico e sociale che le elezioni di marzo hanno rovesciato. Ma è una posizione difficile da tenere. In ogni caso a essa, prudentemente, si aggiunge la propaganda, la retorica.

La logica di questa retorica – che definiremo la retorica dello scandalo, dello sdegno permanente – consiste nell’imporre un terreno di gioco su cui combattere lo scontro politico fra le élites mainstream e il popolo, mettendo quest’ultimo, fin dall’inizio della partita, dalla parte del torto. La strategia è discriminare culturalmente e moralmente chi si è ribellato alle conseguenze degli errori di quelle stesse élites; ovvero chi in una crisi catastrofica ha cercato protezione, e naturalmente non l’ha chiesta ai vecchi governanti, che le protezioni avevano tolto di mezzo. Insomma, la strategia di rimettere al loro posto i perdenti che hanno osato protestare, e di rovesciare il mondo rovesciato dalla ribellione delle masse.

Tutti i termini in questione hanno infatti intento accusatorio e implicita intenzione punitiva: sovranismo significa tribalismo incivile; populismo significa ragionare con la pancia e con il rancore; nazionalismo significa xenofobia e provincialismo egoista; razzismo, infine, è il male assoluto, la sistematica e ignorante violenza verso i deboli e i diversi. L’accusa, ovvia, è che tutto ciò – questi atteggiamenti, questa cultura diffusa – mette a rischio la democrazia, tutelata invece dal “politicamente corretto” liberal. Al quale si deve ritornare, riconducendovi i riottosi concittadini, bisognosi di rieducazione dopo essere stati sottratti ai cattivi maestri, ai pifferai magici che hanno vinto le elezioni.

Al contrario, sembra chiaro che è una follia tanto pensare di recuperare consenso per questa via, quanto presentare queste come “analisi politiche” che consentano di comprendere che cosa è successo. Se il governo giallo-verde è il fascismo (e non lo credo), sarebbe come fare dell’antifascismo criticando questo o quell’atteggiamento o provvedimento di Mussolini, e lanciando invettive contro la dittatura, invece di seguire la via genealogica, storico-concettuale e storico-economica, di Gramsci.

Ma è difficile credere che gli opinionisti mainstream non vadano oltre la constatazione che in marzo hanno vinto il rancore, la rabbia e la paura, e non riescano a chiedersi che cosa mai – quali eventi, quali processi, quali strutture – abbia prodotto nelle masse questi riprovevoli stati d’animo, queste biasimevoli passioni (ad esempio, quale precedente disastro nella rappresentanza politica abbia generato l’odio e il disprezzo degli italiani verso il parlamento, e sia quindi all’origine anche delle disinvolte proiezioni post-parlamentari di alcuni esponenti di un partito di governo). Fintanto che la retorica dello scandalo non lascia il posto all’analisi, è folle sperare che le posizioni che si reputano biasimevoli perdano terreno. E quindi è forse possibile ipotizzare che se quella retorica non è follia sia piuttosto una dissimulazione, un gioco a parlare d’altro, per non ammettere colpe ed errori enormi, nella speranza che alla retorica della delegittimazione preventiva dell’incubo giallo-verde segua una reale catastrofe della sua azione, e che tutto torni come prima, cioè alle vecchie egemonie.

  1. Errore

L’errore è naturalmente avere sposato (non solo subito, ma accettato e glorificato) il paradigma neoliberista, e poi quello ordoliberista sotteso all’euro; paradigmi diversi che prevedono entrambi la deflazione, la disuguaglianza sociale, la subalternità e la flessibilità del lavoro dipendente, che in tempi di crisi diventano – in assenza di “argini” politici e giuridici – precarietà e insicurezza esistenziale di massa. Il paradigma, insomma, che nega la dignità del lavoro e il ruolo egemone della politica e a questa affida il compito di garantire il mercato (ed eventualmente di aiutare i perdenti, o di punirli se troppo devianti e rumorosi), mai ipotizzando che il governo delle cose del mondo possa risiedere altrove che nelle potenze economiche – ad esempio, in una democrazia in cui i lavoratori (il lavoro dipendente, di diritto e di fatto, e non una generica “comunità nazionale”) abbiano una posizione politica conflittuale e quindi tendenzialmente paritaria, e non subalterna, rispetto alle potenze dell’economia –. Insomma l’errore non è che ci sia stata una crisi – gli economisti mainstream sanno bene che il capitale funziona appunto così –, ma che il paradigma economico preveda che dalle crisi si esca aiutando strutturalmente il capitale e solo episodicamente e marginalmente i lavoratori, che in ogni caso devono essere disponibili ad assecondare ogni richiesta del capitale in temporanea difficoltà. L’errore è che non si sia immaginato che ci sarebbero state reazioni politiche a tutto ciò; di non aver pensato che la politica possa guidare un’uscita dalla crisi, con una soluzione che non consista di salvataggi per gli uni e di eliminazione dei diritti per gli altri (le “riforme coraggiose” a danno dei deboli) ma di “riforme di struttura” (come si diceva ai tempi sovversivi del primo centrosinistra, e come si potrebbe cercare di dire anche oggi, mutatis mutandis: in fondo, la questione è la stessa, cioè allineare capitalismo e democrazia, naturalmente divergenti).

Avere trascurato la politica, e avere ignorato che questa avrebbe potuto vendicarsi: questo è stato l’errore strutturale, che alle élites è costato il potere politico, ma che non viene ammesso. Se ci volessimo servire dell’antica dottrina cattolica, potremmo dire che la mancata ammissione (confessio oris) nasce dal mancato pentimento (contritio cordis) e dà a sua volta origine al mancato ravvedimento operoso (satisfactio operis). Insomma, pervicaci e impenitenti, le élites politiche del neoliberismo e dell’ordoliberalismo sono in peccato mortale, e ne pagano il fio. Ovvero, sono finite all’opposizione e paiono doverci rimanere a lungo.

Ma, come si diceva, credono di potere uscire in breve dall’inferno della perdita del potere aspettando che agli italiani “passi” il rancore, oppure che questo si sposti verso gli attuali governanti, dei quali si attende la rapida scomparsa di scena per impresentabilità e inefficienza. E nell’attesa combattono la guerra linguistica.

  1. Battaglie

Una guerra le cui battaglie sono già state enumerate, ma che vanno studiate un po’ più da vicino, per vedere, in ciascuna di esse, come vengano costruiti i fronti del Bene e del Male, e come ai due fronti si possa contrapporre una “verità”; che non vuole essere un assunto dogmatico ma il suggerimento di uno sguardo realistico. Per una possibile politica oltre la propaganda.

Sovranismo, dunque. Ovvero l’aggressivo particolarismo che sarebbe la presunta radice politica dei nostri mali. Il cui opposto positivo sarebbe invece l’universalismo collaborativo, declinato in globalismo o in europeismo secondo i casi (in realtà, si tratta di due prospettive che possono anche essere opposte). Una contrapposizione costruita per non parlare di sovranità, ovvero della pretesa di un soggetto politico, i cittadini nel loro complesso, che lo Stato che li rappresenta persegua gli interessi nazionali e protegga i cittadini stessi. Una pretesa che di per sé non ha nulla di reazionario e che è insita nell’essenza della politica: protego ergo obligo è il cogito dello Stato, la sua ragion d’essere, la sua mission. Una pretesa che può essere anche democratica, come appare dalla nostra Costituzione che collega il popolo alla sovranità e non ai mercati o ai trattati dell’euro. Una pretesa, del resto, avanzata e praticata, secondo le proprie forze, da tutti gli Stati europei, nessuno escluso. Lo Stato sovrano è un anacronismo? Pare di sì: la sinistra globalista lo minimizza, quella moltitudinaria lo deride (i risultati si vedono). Forse invece potrebbe essere una leva, o meglio un punto d’appoggio, transitorio ma obbligato, per rispondere alla sistemica insicurezza alla quale i cittadini sono esposti e sacrificati, e che non tutti trovano eccitante e ricca di opportunità – un dato che chi fa politica dovrebbe conoscere –.

Populismo, poi. È con ogni evidenza il nome che le élites mainstream danno a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. È come se dicessero: «se non ci obbedisci, sei plebe; se hai perso la fiducia in noi, ragioni con la pancia». L’opposto positivo è invece la “ragionevolezza”, il dare ragione alle élites, alle loro narrazioni. La verità è che il populismo con le sue semplificazioni è un segnale della crisi politica terminale di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano, crollato dapprima economicamente sotto i colpi del neoliberismo e, trent’anni dopo, anche culturalmente e ideologicamente. Una crisi di legittimità che si tratterebbe di decifrare nelle sue cause e non di deridere nei suoi effetti. Certo, impostare la politica sull’onestà e sulla lotta ai vitalizi, o sull’ossessione anti-migranti, è riduttivo e fuorviante, ma non perché è una mossa populista, quanto piuttosto perché non è per nulla radicale. Come altrettanto poco radicale è stracciarsi le vesti ad ogni uscita pubblica scorretta di questo o di quel governante, senza mai andare oltre la predica moral-superficiale; senza mai capire a quali problemi quel governante sta comunque rispondendo.

Nazionalismo, inoltre. Ossia il ritorno di culture politiche improntate all’atavismo e all’aggressività xenofoba, viste come un regresso a quelle condizioni che hanno portato l’Europa a suicidarsi con due guerre mondiali. E quindi il nazionalismo è appunto ciò contro cui si è costituita l’Europa del dopoguerra. È il nemico. Il suo opposto positivo è invece l’apertura reciproca delle culture e delle istituzioni, l’interculturalità, il federalismo o addirittura la sovranità degli Stati Uniti d’Europa, che solo una inspiegabile e irragionevole resistenza nazionalistica non lascerebbe realizzare. La verità è che tutti in Europa perseguono interessi statal-nazionali, e che tuttavia di nazionalismo e di nazione (differenti e opposti, come da tempo sappiamo) oggi in Italia e altrove c’è poca o nessuna traccia (piaccia o dispiaccia; ovvero, che ciò sia detto in negativo o in positivo). Non c’è alcuna visibile richiesta, da parte della società, di identità, di comunità di destino, di tradizione, e neppure la cultura va in questa direzione: con una certa pigrizia intellettuale si scambia per nazionalismo (cioè le si dà un nome vecchio) la richiesta sociale di una protezione che si manifesti efficacemente dentro il livello storico e istituzionale esistente, cioè dentro il perimetro degli Stati nazionali. Certo, questi nacquero anche attraverso il mito della nazione, allora progressivo. Ma di questo mito identitario oggi non c’è neppure la caricatura, se non ai campionati di calcio: da tempo l’individualismo e il familismo hanno colpito a fondo, e modelli culturali internazionali si sono affermati irresistibilmente ormai da decenni. L’esigenza di condurre una vita in dimensione storica, sottratta all’eterno presente dell’universale raccolta di merci neoliberista, non sembra essersi ancora radicata nelle masse.

Razzismo, infine, è il nome dato all’insicurezza ostile dei poveri e degli incolti. Che si sentono minacciati non da un generico “diverso” ma da un concreto ingresso, al tempo stesso pubblico e clandestino, di persone fin troppo simili a loro. E i penultimi si specchiano negli ultimi, li temono e li esorcizzano, perché vi vedono certo persone bisognose di aiuto ma capiscono anche che non possono essere aiutati a spese loro, delle fasce più fragili, che dai migranti si sentono minacciati anche dal punto di vista economico. Né a spese esclusive di quel fragile vaso di coccio che è l’Italia nel consesso europeo, inchiodata da patti leonini, sottoscritti dalla destra e rinnovati dai governi seguenti, che hanno cercato di fare del nostro Paese il campo profughi del continente in cambio di altri benefici macroeconomici. Tanto più che gli altri Paesi d’Europa non smaniano certo per ricevere migranti, per sostituirsi all’Italia. Come che sia, l’opposto positivo è in questo caso il cosmopolitismo contrapposto alla chiusura egoistica, la pietà contrapposta alla spietatezza, oppure, da un punto di vista moral-politico, l’appello alla fraternità, il terzo trascurato della triade rivoluzionaria; ma si avanzano anche esortazioni ad apprezzare l’utile economico che dai migranti deriverebbe in termini di Pil e di pagamento delle pensioni agli italiani, come se i migranti trovassero facilmente, in Italia, lavoro stabile, legale e non servile, e come se in futuro le loro pensioni non dovessero essere pagate. La verità è che l’insofferenza, in sé deplorevole, verso i migranti nasce dalla sofferenza e dalla insicurezza reali dei cittadini, che nessuna promessa europea, sempre disattesa, o nessun sermone o catechismo riuscirà, da solo, a esorcizzare. Solo la politica ci riuscirà, se sarà una politica efficace e concreta.

  1. Politica e parole

La guerra delle parole è al tempo stesso un’arma, un diversivo, e un andar fuori bersaglio. Se la sinistra moderata europeista e quella radicale globalista e moltitudinaria non capiscono ciò, non hanno speranza. Vanno lasciate alle loro battaglie minoritarie, poiché hanno evidentemente rinunciato all’analisi politica realistica.

Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.

Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.

«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.

Per chiudere, un esempio. Si sta diffondendo l’idea che nel discorso pubblico di “sinistra” si debbano recuperare la nazione, e lo Stato nazionale, perché è su questi concetti, o temi, che si è stati sconfitti il 4 marzo (come ho detto, credo che ciò sia non esatto, e che la sconfitta si sia consumata sulla protezione e non sulla tradizione, sulla sicurezza e non sulla patria). Ecco allora le proposte di “nazionalglobalismo”, di “patriottismo europeo”, di “federazione sovrana di Stati sovrani”.

L’obiettivo è di non lasciare la nazione ai nazionalisti, lo Stato agli statalisti, la sovranità ai sovranisti, l’Europa agli europeisti. E fin qui va bene: si tratta di smarcarsi dalla polemica quotidiana, di guardare oltre, di tentare di imporre un altro terreno di gioco. Ma pur dovendosi apprezzare la direzione nuova che si cerca di intraprendere, resta da sottolineare che in alcuni casi si tratta di concetti di cui la storia (ad esempio, la guerra civile statunitense) ha dimostrato la non praticabilità, o in altri casi di provocazioni intellettuali che in quanto tali non sanno indicare alcuna tappa intermedia tra il presente e il futuro, tra il problema e la soluzione. Che vogliono costruire miti più che discorsi razionali.

Ma in politica anche la parola mitica per essere capace di mobilitare deve avanzare un progetto realistico e condivisibile, un obiettivo difficile ma raggiungibile attraverso una via che va indicata nella sua concreta materialità. E a maggior ragione questo è l’obiettivo della parola razionale.

Questi nuovi miti dovranno quindi essere preceduti da analisi critiche, e dovranno essere riformulati dopo che il pensiero critico si sarà misurato con la questione del rapporto fra sovranità nazionale e sovranità europea, nonché del rapporto fra politica ed economia. E ciò non per pedanteria accademica, ma per realismo, per efficacia tanto critica quanto propagandistica. In caso contrario si resterà ancora una volta in superficie. Detto altrimenti, questi nuovi “miti” non avranno la forza di smuovere alcunché, e meno che mai i popoli, fintanto che attraverso di essi non verrà veicolata un’idea credibile di sicurezza sociale e di reale integrità della persona, finalmente sottratta al suo presente destino di essere in balia di potenze economiche incontrollate, di processi che li trascendono. Fintanto che del mito politico non farà parte anche la consapevolezza che «finanza è una parola da schiavi».

Sulla sinistra “rossobruna”

 

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

 

 

Alto e basso – destra e sinistra

 

Alcune cose spiacevano particolarmente del contratto fra Lega M5s e del governo non nato. La carica di presidente del Consiglio conferita a un terzo, extra-politico, segnale di una difficoltà e di una diffidenza fra i due contraenti che sarebbe stata prodromo di instabilità e di scarsa autorevolezza dell’azione del governo. L’introduzione del mandato imperativo, in sé impossibile logicamente all’interno della sintassi della rappresentanza politica moderna – benché, certo, si possano inventare dispositivi regolamentari per rendere più “costoso” il passaggio da un gruppo parlamentare all’altro (posto che questo sia un vero problema) –. La discriminazione fra italiani e stranieri nel godimento di alcuni servizi pubblici. La reintroduzione dei voucher – ma si ricordi che il Pd li aveva a lungo difesi -. Le promesse bombastiche di rimpatriare mezzo milione di clandestini – impresa, se non altro, quasi impossibile da un punto di vista tecnico –.

Nonostante non vi sia nulla di più labile dei programmi e dei contratti, erano in ogni caso segni di una interpretazione angusta della fase drammatica che stiamo attraversando. Più ambiziosa, e ancora oggi sul campo, e pertanto degna di un supplemento di analisi, è invece l’idea che destra e sinistra sarebbero state sostituite, come linea di frattura dell’arena politica, dalla scissione fra alto e basso. Che è tesi di Salvini, ma anche dei cinquestelle, e che va decifrata, anziché essere accettata, anche se per essere deprecata come populismo o come sovranismo.

Non c’è dubbio che il cleavage politico attuale sia questo: la sovranità del popolo, che maggioritariamente contesta quei vincoli, perché troppo onerosi, contro le élites politiche economiche e intellettuali, che quei vincoli accettano, ritenendoli buoni in sé o in ogni caso migliori del destino che il Paese dovrebbe affrontare se li recidesse. Insomma, gli italiani hanno votato per la sicurezza e per la protezione rispetto alle gravi difficoltà economiche e sociali che da anni sperimentano. E hanno identificato, come rimedio, la riconquista della libertà da vincoli esterni, cioè della sovranità. Che del resto non è un valore negativo, essendo attribuita al popolo proprio dall’art. 1 della Costituzione; e che non è sinonimo di autoritarismo e di xenofobia, ma anzi, quando è esercitata democraticamente, di libertà e di autodeterminazione dei popoli.

Ora,  il “gran rifiuto” di Mattarella – si è trattato, da parte sua, dell’uso di una insindacabile prerogativa, e quindi l’impeachment è improponibile – è al tempo stesso una ghiotta occasione per Lega e M5S. Che (soprattutto la Lega) sembrano aver voluto farsi dire di no, insistendo sul nome di Savona, proprio per potere cavalcare una crisi resa ancora più acuta – così Salvini ha rotto, forse, con Berlusconi mentre i pentastellati, per non sentirsi giocati da Salvini ora rincarano la dose, restando sempre più prigionieri della rete leghista –.

In realtà, l’aut aut fra Italia ed euro – ovvero fra Italia e Germania – è una semplificazione per certi versi nuova: nessuno, neppure M5S e Lega, ha finora messo sul tavolo l’opzione dell’uscita dall’euro, ma solo la sua rinegoziazione. Ma è noto che se si vuole raggiungere il più alto grado di intensità di uno scontro si deve rinunciare a ogni sottigliezza. E tuttavia, questa semplificazione potrebbe ritorcersi contro M5S e Lega se gli italiani percepissero che la loro spregiudicata politica ha in sé il rischio, proprio se ha successo, di far loro perdere i risparmi.

Certo, l’Italia è a un bivio, e le sue istituzioni sono in crisi, bloccate: un potere di “riserva”, come quello presidenziale, è l’ultimo baluardo per fermare una politica avventuristica che, con la legittimazione popolare, ha espugnato le altre casematte dello Stato. È evidente che non si può andare avanti così, che è necessaria una riconciliazione fra ragione di Stato (chiamiamo così la fedeltà ai vincoli europei e atlantici) e ragione di popolo (chiamiamo così la protesta contro quei vincoli). Che, insomma, il conflitto fra due legittimità – quella del consenso elettorale e quella della continuità istituzionale – non può durare. Che un conflitto fra alto e basso non ha sbocchi democratici, comunque vada a finire.

E quindi si deve tentare un’altra interpretazione di questa fase politica. Leggerla, cioè, da sinistra, senza lasciare alla destra e ai populismi la protesta contro condizioni di vita che la maggioranza degli italiani giudica inaccettabili. Si tratta di spiegare ai cittadini che il problema non è l’identità e l’orgoglio nazionale da rivendicare, ma uscire dalla subalternità del lavoro – questa sì una minaccia alla coesione sociale e alla democrazia –, incorporata nelle logiche dell’euro. La sinistra dovrebbe saper criticare l’Europa ordoliberista con la medesima radicalità della destra politica, ma con migliori argomenti, leggendo questo conflitto come manifestazione della tendenziale incompatibilità fra la democrazia e la presente forma del capitalismo – e quindi è questo che va riformato, non le istituzioni –.

Insomma, la sinistra dovrebbe fare il contrario che giocare il popolo contro le istituzioni, o le istituzioni contro il popolo; dovrebbe usare le istituzioni per la finalità popolare e democratica per cui la Costituzione le ha pensate. Non si può reggere una democrazia solo con le prese di posizione del Capo dello Stato. È necessaria una profonda discontinuità, non un “muro”. È necessario convincersi che la democrazia esige una nuova alleanza fra le istituzioni e il popolo. E che il modo migliore per far vincere le prossime elezioni ai reazionari e ai populisti è non cambiare nulla, non analizzare le cause del loro successo, e limitarsi a demonizzarli.

Tutto ciò sarebbe il dovere della sinistra: riconoscere la gravità della situazione, e interpretarla con strumenti e valori che si sottraggano alla lettura di destra (ma anche alla lettura mainstream, con segno rovesciato), all’aut aut fra alto e basso, al derby fra lira ed euro, fra nazione e Europa. Con strumenti intellettuali che tolgano terreno all’idea che la politica democratica non sia padrona di sé, che vi sono argomenti, come i trattati europei e l’euro, che a essa sono sottratti whatever it takes (per citare Draghi), «costi quel che costi». E che affermino con forza che l’unica «grande decisione» irreversibile che sorregge la nostra vita associata è l’orientamento antifascista e democratico della Costituzione e delle libere istituzioni che essa disegna.

Eppure, manca un particolare del quadro. Dov’è una sinistra che abbia questa forza intellettuale e politica? Purtroppo, sembra che non ci sia. La sinistra non ha mai pesato tanto come oggi nella storia d’Italia: questa volta non come presenza, come partito della fermezza e del progresso; ma al contrario come assenza, come vuoto doloroso e desolante. Da colmare quanto prima, se possibile, per il bene della democrazia.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria online», n. 49, 1 giugno 2018, con il titolo Popolo, istituzioni e vuoto a sinistra.

I veri rischi del nuovo governo

Se il diavolo (o un qualche messia, secondo i gusti di chi legge) non ci mette lo zampino, ovvero se i due “capi politici” non romperanno sul premier, se Mattarella non bloccherà la lista dei ministri, oppure ancora se la prospettiva di essere stato riabilitato non spingerà Berlusconi a tentare il colpo delle elezioni anticipate, avremo quindi un governo “populista” e “sovranista”, un unicum in Europa occidentale, una minaccia per la democrazia, per l’euro, per i conti pubblici, per la collocazione internazionale dell’Italia. Un governo privo di esperienza, di cultura politica, di una prospettiva per il Paese. Una sciagura apocalittica, decifrabile solo con l’ipotesi che gli italiani siano ammattiti, o ingannati per anni da media antisistema.

Tutti i centri di potere europei sono pronti, col fucile puntato, a inchiodare gli usurpatori al primo errore. Tutti i media dell’establishment fanno a gara nel delegittimare il governo non ancora nato, nel prevedere le terribili rappresaglie a cui lo sventurato Paese andrà incontro, nel ripercorrere sdegnati il mare di menzogne e di cambiamenti di rotta che i partiti di governo hanno ammannito agli italiani nei due mesi di trattative, stanati solo dalla mossa vincente di Mattarella.

Nessuno che ricordi la grande cultura politica e l’intemerata rettitudine di comportamento dell’ex segretario del Pd, il quale, reduce da mille promesse non mantenute, come analisi del risultato elettorale rilasciò un omerico «la ruota gira», e che, come commento al formarsi (forse) del nuovo governo, esclama «pop corn per tutti», a dimostrazione del fatto che il Pd (ancora suo) non ha alcuna strategia politica – dopo avere fallito il suo compito, di essere l’accompagnamento moderatamente liberal dell’ordoliberalismo europeo – se non sperare che «gli altri» si sbaglino, e gestire l’opposizione all’insegna del «tanto peggio tanto meglio».

Quanto al populismo e al sovranismo, inoltre, sarà forse ora di considerare che questi sono soltanto termini delegittimanti, privi di consistenza storica e politica. Nessuno che ricordi, a proposito del deprecato «sovranismo», che se l’alternativa all’autogoverno dei popoli (appunto, la sovranità) è un sistema di regole economiche, calate dall’alto sulle nazioni e sulle società, che vanno a vantaggio solo di alcuni Paesi e di alcune classi sociali, allora non c’è da meravigliarsi se i non-favoriti (la larghissima maggioranza) chiedono protezione allo Stato nazionale. Che non sarà il futuro, ma che è senz’altro destinato ad apparire migliore del presente, un’alternativa rassicurante per le nostre società disastrate – che i fautori dello status quo vogliono far passare per sane, felici, progredienti –.

In ogni caso, la sovranità non è solo quella xenofoba dei Paesi di Visegrád, ma, molto più, quella di grandi Paesi democratici come la Francia e la Germania, che non pare l’abbiano dismessa, né che abbiano cessato di perseguire, con robusta determinazione, i propri interessi nazionali, geoeconomici e geopolitici. Politica che all’Italia sarebbe a priori preclusa. Perché? Perché l’interdipendenza, la nuova regola aurea dell’esercizio della sovranità, è per noi, semplicemente, «dipendenza»?

Per quanto riguarda il «populismo», poi, la verità storica è che gli italiani hanno votato per protestare contro insicurezze reali, economiche e simboliche, determinate da pregresse decisioni politiche nazionali e internazionali, oggi presentate come irreversibili – peraltro, se davvero lo fossero, a ben poca cosa si ridurrebbe la nostra libera capacità di scelta democratica –; ed è altrettanto vero che non saranno gli anatemi e le prediche o le rappresaglie internazionali o dei «mercati» a fare disciplinatamente rientrare alla casa madre i voti andati in libera uscita. Questi non torneranno al Pd, evanescente e non più credibile, e non andranno a nessuna sinistra perché questa, al momento, non esiste come soggetto politico reale.

La verità è, semmai, che quello che nasce è un governo figlio e padre di molti compromessi e pasticci. Non solo fra i distinti programmi e i diversi elettorati dei due vincitori, ma anche fra questi e i poteri dell’establishment. Che sono stati tanto largamente blanditi da Di Maio che la base grillina, peraltro molto suscettibile e molto volatile, ne è stata assai delusa – e Di Maio, quindi, è quello che da un’avventura governativa rischia di più – . Poteri, inoltre, che sono rappresentati, per quanto concerne i vasti interessi berlusconiani, da Salvini. Così che il rischio maggiore è più l’opaca continuità, pur interrotta da qualche misura a effetto, che non l’avventuristica discontinuità.

Una continuità, un pasticcio, marcati inoltre dal fatto che Renzi e Berlusconi, stretti in un nuovo informale patto del Nazareno, sono protesi a conquistare le commissioni parlamentari di garanzia, che spettano alla opposizione. E che Berlusconi possa stare al tempo stesso al governo e anche all’opposizione – come cercò di fare con il governo Monti – è una ulteriore dimostrazione non solo della sua perdurante abilità nel massimizzare le sue non più così abbondanti risorse elettorali, ma anche della situazione tutt’altro che chiara che si viene creando, sia fra i vinti sia fra i vincitori del 4 marzo.

Il punto è che, quando non c’è la luce di un’idea politica, né la forza di una decisione democratica (le elezioni hanno sì mostrato che la maggioranza degli italiani è ostile all’establishment, ma questa ostilità si divide tra due forze politiche disuguali), non si può fare altro che procedere a tentoni, come i ciechi di Brueghel. E sperare che il sommarsi dei molti pasticci – sono questi i veri pericoli, non il populismo e il sovranismo – non ci porti tutti nel fosso.

Un versione ridotta di questo testo è in corso di pubblicazione in «La parola»

 

Parlare di “sistema e antisistema” è un inganno politico

Intervista con Donatella Coccoli

«Eccome se c’è differenza tra destra e sinistra. Bisogna solo tirarla fuori, renderla manifesta, perché il bisogno di sinistra, anche se ormai inconsapevole, c’è in tutti coloro che stanno male, anche se hanno rifiutato la sinistra alle ultime elezioni». Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna, nel 2010 aveva scritto per Laterza Perché ancora destra e sinistra. In quel libro, poi uscito in seconda edizione nel 2013, già prefigurava scenari contrastanti nella società e nella politica. Poi, le cose sono precipitate e Galli le ha vissute in prima persona. Eletto con il Pd di Bersani alla Camera nel 2013, nel 2015 se n’è andato, entrando in Sinistra italiana, ma per le elezioni del 4 marzo ha scelto di non ricandidarsi e di tornare all’insegnamento universitario a Bologna.

Professor Galli, negli ultimi tempi ci viene propinato un mantra, soprattutto da parte del Movimento Cinque stelle, e cioè che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso. È proprio così?

In prima battuta si potrebbe dire che destra e sinistra, concetti tipici della storia moderna, hanno senso quando la politica ha la capacità di decidere su questioni importanti, come sulla modalità con cui avviene la produzione e la distribuzione della ricchezza. Ma da tempo le grandi decisioni non le ha prese la politica istituzionale a livello nazionale. Le hanno prese i mercati, e gli Stati che a essi si sono aperti attraverso trattati internazionali. Detto questo, dentro quella via già tracciata si può ancora distinguere destra e sinistra, ma su questioni per lo più marginali.

Quali sono adesso le questioni che permettono di identificare destra e sinistra?

Per esempio lo ius soli. Certo, si può dire che è di sinistra volere lo ius soli e di destra non volerlo, ma questo significa rimanere dentro il mainstream. Invece, se volessimo scendere un po’ più alla radice, potremmo prendere il Jobs act. Su questo tema si può dire che la partita è tra coloro che vedono il lavoro come variabile dipendente dal mercato e coloro che invece nel lavoro vedono qualcosa più importante del mercato. E quindi l’ingiusto licenziamento è qualcosa che il mercato non può comprare, per cui chi lo subisce deve essere reintegrato, non ricompensato. Ma vi sono forze che si dicono di sinistra secondo le quali il Jobs act è giusto.

E allora è semplice, non sono forze di sinistra.

Sì, la deduzione non fa una piega. Per essere di sinistra non basta proclamarsi di sinistra. Ma passiamo al terzo livello di destra e sinistra, ancora più radicale. La distinzione si gioca sul neoliberismo. In prima battuta sembra che chi si oppone al neoliberismo sia di sinistra e tutto quello che accetta il neoliberismo sia di destra. Ma si dovrebbe distinguere invece tra destra economica e destra politica, che molto spesso si presenta come antiliberista.

Si riferisce all’ “antiliberismo” della Lega?

Esatto. Tutta la destra sociale in Europa, almeno a parole, è antiliberista. Ma il suo essere antiliberista è rivolto solo contro alcuni aspetti del neoliberismo e in ogni caso sconfina nell’antidemocrazia. Naturalmente esiste anche una sinistra filoliberista: l’Italia ne è piena. Insomma la differenza fra destra e sinistra esiste ma va integrata (non sostituita) con la differenza fra liberismo e antiliberismo (economica) e fra sistema e antisistema (politica).

Veniamo alla situazione della sinistra in Italia, sconfitta alle elezioni del 4 marzo.

C’è prima di tutto una sinistra che ho definito “accompagnamento liberal” del neoliberismo. È il Pd, che gioca il proprio progressismo sui diritti, ma ignora l’esistenza di un problema sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza e sulla subordinazione del lavoro e che, al massimo, emette alti lamenti sul fatto che c’è diseguaglianza sociale ma non capisce dove e come essa di genera. Così interviene con elargizioni monetarie che non modificano la struttura dell’assetto economico complessivo. Questo è stato il modo di essere di sinistra del Pd, e di molti di quelli che ne sono usciti all’ultimo minuto. Certo, qualcuno dentro il Pd ha fatto opposizione, ma è stata troppo debole.

E la sinistra a sinistra del Pd?

La sinistra antagonista corre il rischio di essere antagonista e basta, cioè di accettare il terreno di lotta che di volta in volta viene offerto, con esiti irrilevanti. Il fatto è che c’è un dislivello enorme tra la grande massa di popolazione che l’attuale situazione economica fa decadere sotto un certo livello di vita e rende disponibile a posizioni antisistema e la capacità della sinistra di rappresentare questa base potenziale. Il Pd è votato nei quartieri alti, la sinistra democratica di Leu ha ottenuto il 3%, gli antagonisti di Pap non hanno fatto presa. La realtà è che quelli che sono perdenti nell’attuale modello economico non si sono sognati di votare a sinistra. Da qui in molti sono giunti alla conclusione: destra e sinistra non esistono, esiste solo forze di sistema e antisistema.

Che cosa significa sostenere la dicotomia sistema-antisistema?

Significa eludere il problema. In questo modo si arriverebbe a pensare che il 55% degli italiani che ha premiato M5s e Lega sono antidemocratici, che addirittura il fascismo è dietro l’angolo. È chiaro che così non si guarda la causa, che va interpretata attraverso la vecchia griglia destra-sinistra, su base economica. L’Italia ha votato forze antisistema perché non c’era una sinistra in grado di raccogliere le sue istanze di protesta contro un sistema politico ed economico che è costruito per togliere potere al popolo, rendendo i cittadini poveri, deboli e ricattabili.

Quindi è una pura operazione politica ridurre tutto a sistema e antisistema?

Assolutamente sì. È la più sottile operazione politica adesso sul mercato. E non è contrastata, perché invece di analizzare le cause storico-politiche per cui c’è una società che non piace alla maggioranza dei cittadini, ci si limita a dire “quelli sono matti, sono di destra, sono cattivi, sono populisti”. Ora, spesso è vero, sono populisti e antisistema, con venature a volte antidemocratiche. Ma chi o che cosa li ha fatti diventare così?

C’è chi ha parlato di “volatilità del voto”: di fronte ad una delusione per M5s, gli italiani potrebbero tornare a votare la sinistra?

No, gli italiani delusi dai Cinque stelle non torneranno a votare Renzi, voteranno molto di peggio, a destra. Dire volatilità del voto è la trascrizione politologica del concetto sociologico di società liquida. Quanto più la società è liquida, in realtà, tanto più è solida, nel senso che una volta distrutti i legami sociali dal neoliberismo, le diseguaglianze rimangono solidissime. Quindi il voto può essere libero e fluttuante, però se non cambiano i motivi per cui la gente protesta, il voto di protesta, molto difficilmente tornerà ai partiti dell’establishment.

Lei ha scritto di recente che la sinistra, più che di governo, deve essere «di popolo, di studio e di cultura». C’è un po’ di speranza?

Le questioni ormai sono strutturali. O hai la forza per fare cambiamenti strutturali o non ce l’hai e allora è meglio mettersi a studiare, visto che se ne ha tanto bisogno, e prepararsi così a costruire un’Italia nuova. Il Pd oggi è inutile. Non è che deve ritrovare la propria identità come dicono in tanti: no, la deve proprio trovare perché quella che aveva non era di sinistra, era una identità blandamente blairiana. Si tratta di rifondare Pd, ma anche Leu e ogni sinistra. Siamo, come diceva Gramsci, alla fine della guerra di movimento, se mai è stata combattuta; adesso è guerra di posizione, cioè bisogna tornare ad accumulare riserve, energie, saperi, legittimità davanti ai cittadini. La sinistra deve piantarla di stare sui social media e tornare a ciò di cui tutti hanno bisogno: l’incontro di persone reali in spazi fisici. Bisogna reinventare le sedi di partito. L’unica cosa che conta sono le persone che non sono astrazioni algoritmiche insediate dentro un computer. La sinistra deve fare quello che gli altri non vogliono fare, cioè scatenare la libertà e l’energia delle persone, e questo è possibile solo se le persone vengono riconosciute come esseri umani veri e non come dei target elettorali o propagandistici o consumistici. Per tornare ad avere la fiducia dei cittadini la sinistra deve tornare ad avere fiducia in se stessa, il che significa riconoscere la sconfitta senza se e senza ma, fare il mea culpa e ricominciare, possibilmente anche con facce nuove, purché serie e competenti. Perché la politica è una cosa terribilmente seria: dalla politica passa, o dovrebbe passare, la vita di tutti.

L’intervista è stata pubblicata in «Left», n.17, 27 aprile 2018

La sinistra e la speranza

 

La crisi della sinistra è reale. E probabilmente terminale. Lo stato attuale di Pd e LeU e Pap non giustifica alcuna speranza.

L’Italia ha detto No a tutte le sinistre possibili. A quella irriconoscibile, il Pd, centrista, ambigua, forte solo della propria arroganza e della propria funzione di partito dell’establishment (Renzi è solo l’epitome di un’impostazione al tempo stesso velleitaria e subalterna). A quella di LeU, fin troppo riconoscibile: la vecchia Ditta di chi non ha visto, se non post festum, le contraddizioni e i problemi del modello sociale ed economico che sponsorizzava e implementava, di chi ha dato l’allarme quando i buoi erano già scappati, quando le mucche erano già nel corridoio. A quella sconosciuta di Pap, carica di un passato dogmatico che non si sa bene come conviva con il presente mutualistico.

Certo, il No ha coinvolto anche Berlusconi e il suo partito introvabile, Fi, privo di guida e di orientamento, dilaniato da faide personali. Il fatto è che tutta la sinistra è stata valutata come Fi, ovvero come irrilevante oppure adagiata sulle logiche del «sistema», parola imprecisa per indicare qualcosa di molto preciso. Il modello economico neoliberista e ordoliberista, e le sue conseguenze concrete, devastanti per la società e per la democrazia.

Così, la protesta e la proposta sono state lasciate a forze nuove, qualunquiste e lepeniste, che hanno raccolto tanti voti di cittadini non lepenisti, non fascisti, non qualunquisti, stanchi ed esasperati dalla sordità, dalla mancanza di analisi, dall’assenza di capacità politica di proposta, delle forze della destra e della sinistra tradizionali o, meglio, delle forze che si sono contese la seconda repubblica e il suo triste declino. La crisi economica decennale che l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, non ha ancora superato.

È inutile ora sottolineare che la protesta dei vincitori è fuori bersaglio – lo è, in larga parte -; che le loro proposte sono o inesistenti o velleitarie – anche se è in buona parte vero -; che i vincitori non hanno veramente vinto perché non riescono a fare un governo – anche questo è vero, ma non significa che i perdenti avessero ragione -. Quello che è certo è che in caso di elezioni anticipate la sinistra, in tutte le sue forme, uscirebbe massacrata e scomparirebbe. E questo lo sanno tutti.

La sinistra non ha chiavi di lettura del presente, del passato e del futuro. Non sa che cosa dire agli italiani, se non che è migliore degli altri (chissà perché, poi. Forse per la sua superiore cultura?). La sinistra non è credibile nei suoi dirigenti, nelle sue parole, nelle sue opere. Nonostante il residuo di entusiasmo e di pensiero critico che circola nella società, e che ancora ha il coraggio di dirsi di sinistra, la sinistra politica oggi è inutile.

Ciò non significa che la dialettica destra-sinistra sia estinta, e che le due partizioni della società non esistano più. Che non esistano più contraddizioni e ingiustizie, dominio e oppressione, disuguaglianza e assenza di speranza. Che non esistano disordini, che derivano dalla mancanza di ordine umano; dismisure generate da un modello sociale ed economico fondato sull’assenza di misura, che non è e non vuol essere a misura d’uomo.

Una sinistra non inutile dovrebbe essere in grado di produrre analisi delle cause di tutto ciò, dovrebbe essere in costante rapporto simbiotico (di reciproca educazione) con i soggetti interessati a rovesciare quelle cause (ma prima dovrebbe individuarli), dovrebbe essere impegnata nella ricerca di strategie di lotta, dovrebbe riconoscere apertamente le sconfitte patite da un avversario ultra-potente, dovrebbe cercare di sottrarsi alla sua egemonia culturale e sociale, quale si è manifestata con la globalizzazione, con la fine del comunismo, con il neoliberismo, con il progetto ordoliberista dell’Europa.

E invece le sinistre hanno voluto presentarsi come sinistra di governo, e non hanno saputo governare nulla, se non in modo passivo e subalterno, solo ravvivato da slogan e narrazioni vuote; hanno voluto cavalcare la tigre, e ne sono state sbranate; hanno voluto essere responsabili e sono risultate ciniche (quelle di governo) o astratte (quelle di opposizione); sono giunte alla più profonda ignoranza della realtà per eccesso di realismo; non hanno prodotto nessuna idea trasformativa e tutt’al più si sono concesse qualche incursione nei diritti civili, tanto timida quanto risoluti erano i tagli dei diritti sociali che in nome della responsabilità andavano irresponsabilmente praticando. È ovvio che la sinistra sia stata ritenuta responsabile della crisi: lo ha voluto essere, senza sapere misurare la sua gravità, i suoi effetti dolorosi, senza conoscerne le vittime, senza parlare a esse se non la lingua populista della felicità forzosa, dell’ottimismo programmatico, del futurismo velleitario. Una lingua falsa, che suona falsa, che si espone al controcanto di altre lingue populistiche che almeno sanno esprimere lo scontento e la rabbia di un popolo che per più della metà dei votanti (molti) ha rifiutato il «sistema».

Chi ha tratto beneficio da questa protesta ha individuato non tanto il problema quanto la percezione popolare del problema, che non ha la forza teorica né pratica di affrontare, così che ora sta cercando, con politiche filo-establishment, di tradire il mandato politico ricevuto dai cittadini? Affari suoi, peggio per lui e per loro. I fallimenti dei vincitori rimetteranno in gioco il Pd, come Renzi spera con il suo Aventino? Oppure il Pd deve fungere da rassicurante ingrediente di ogni governo futuro, in alleanza con i vincitori, come vorrebbero i sempre timidi oppositori interni dell’ex segretario? Non rileva. Se i vincitori falliscono la protesta resterà e crescerà, e si trasferirà altrove; e d’altra parte la sinistra non può certo costituire il freno moderato delle velleità populiste, anziché essere, come dovrebbe e come non sa fare e non fa, una forza di trasformazione radicale dei rapporti sociali. Trasformazione che in Italia passa primariamente attraverso la restituzione allo Stato di funzioni e poteri pubblici, dato che le forze dell’economia privata non sono in grado di assicurare benessere, ordine, legittimità, alla nostra comune esistenza.

Essere anti-sistema è obbligatorio, ormai. Siamo in un’epoca di crisi che ce lo impone. E per uscire dalla crisi si deve capire chi l’ha generata, quali debolezze specificamente italiane l’hanno resa quasi mortale, quali programmi e progetti e soggetti sono disponibili per tentare di non restarne travolti, nel ciclo di decadenza culturale, civile e democratica, oltre che economica e sociale, che sembra incombere.

La sinistra, se c’è, deve battere un colpo. Non serve la riproposizione pallida di progetti che erano miopi già quando nacquero. Serve invece capire che cosa si vuole, con chi lo si vuole fare, in che modo. Se non si accetta di essere all’ora zero, la sconfitta definitiva è certa. E se invece lo si accetta, ci si deve attrezzare per una lunga e faticosa attraversata del deserto, che implica che ci si liberi da fardelli inutili e di ceti politici reduci da tutte le sconfitte e da tutti i fraintendimenti. E che si sia seriamente intenzionati a offrire agli italiani buona politica, non chiacchiere. Politica radicale, non palliativi. Credibilità, non menzogne. Azioni, non parole.

Altro che sinistra di governo! Si deve essere sinistra di popolo, e insieme sinistra di studio e di cultura. Non si tratta di rinnovamento, di ringiovanimento, di rottamazione. Ma di un sussulto di dignità almeno quando la campana suona per annunciare una irrilevanza ormai dimostrata a livello europeo, e particolarmente evidente in Italia. Ci si deve convincere, se ci si dice di sinistra, che i problemi e le contraddizioni continueranno a darsi anche se la sinistra non ci sarà, e che saranno nominati da altri e risolti da altri. Che può esistere un mondo senza sinistra. Che questa ha avuto la pretesa di coniugare emancipazione e progresso, e che se non conosce più il proprio DNA può anche sparire. Solo guardando in faccia l’ipotesi della propria scomparsa, solo col rinunciare alle analisi consolatorie, solo vincendo l’inerzia, la tentazione della continuità, si può prendere la decisione di avere e di dare speranza. Hic Rhodus hic saltus.

M5S-PD, un governo fuori dalle possibilità logiche

 

Il risultato elettorale segna un ritorno della politica – non una vittoria dell’antipolitica –. Gli italiani hanno espresso un’esigenza tipicamente politica, di protezione e di fiducia, contro i meccanismi (pretesi automatici e “tecnici”, in realtà politici anch’essi, ma oligarchici) della moneta unica e dell’impianto ordoliberista che le è sotteso. Hanno detto che il «pilota automatico», e i suoi aiutanti del Pd, ha fatto un disastro sociale e antropologico, e vogliono un diverso pilota umano, politico e non tecnico né asservito ai tecnici e agli oligarchi. E ciò, nonostante la crescita del Pil, che evidentemente non basta a soddisfare le esigenze di sicurezza del Paese. Sia perché è una crescita scarsa, malissimo distribuita, sia perché il quadro in cui essa avviene resta caratterizzato dalla disuguaglianza, dalla precarietà e dalla subalternità del lavoro, dall’incertezza delle prospettive di vita, dal degrado della società e dal malfunzionamento della sfera pubblica.

Le proteste (una ribellione, non ancora una rivoluzione) sono state di due segni diversi. Da una parte il M5S ha stravinto nella fragile società del Sud, che chiede tutela diffusa – il reddito di cittadinanza –; dall’altra la Lega ha stravinto nel Nord, che in una società più forte vuole protezione dalla inefficienza pubblica e dal degrado urbano. Con categorie tradizionali, la prima è più vicina a qualche umore di sinistra, la seconda è più connotata a destra. Ma quello che conta è che questo nuovo bipolarismo, pur imprecisamente designato, si afferma sulle rovine del Pd, il partito dello status quo, insieme a Forza Italia – non a caso entrambi sconfitti –.

Questa protesta duplice è primariamente rivolta contro i ceti politici che hanno governato fin qui; e anche se molti elettori la estendono al sistema politico-economico in generale, potrebbe essere compatibile con l’assetto economico vigente. In fondo le richieste dei pentastellati (soprattutto il reddito di cittadinanza) non eccedono l’orizzonte neoliberista, e quelle dei leghisti possono, in parte, essere contenute, almeno provvisoriamente, all’interno di un impianto ordoliberista (anche se qui l’euroscetticismo è più forte). Ma perché questo contenimento possa avvenire, il sistema economico dovrebbe fornire una performance rassicurante. E perfino in questo caso i guasti del passato, profondissimi, non cesseranno per molto tempo di produrre effetti sul modo, negativo, con cui milioni di italiani guardano il presente e il futuro, anche se si registrassero (improbabili) miglioramenti. La fiducia si è davvero spezzata. Si può dire che quel sistema non è più in grado di generare consenso, benessere (pur relativo) e coesione sociale. Gli italiani si sono “incattiviti” per qualche preciso motivo, non per sadismo o per innata xenofobia.

Da questo cataclisma politico è risultato un sistema politico a due poli e mezzo. Nessuno dei due poli può governare da solo, e ciascuno di essi fa offerte al terzo mezzo polo, il Pd. Ma le due possibili combinazioni si moltiplicano in molte fattispecie concrete: una cosa, infatti, è governare insieme, altra cosa è dare un appoggio esterno con astensione programmata su singole questioni, oltre che sulla fiducia iniziale. Naturalmente, esistono sulla carta altre opzioni: dal governo di tutti (di unità nazionale) al governo di nessuno (tecnico o del presidente). Si tratterebbe di governi non politici ma di scopo, a tempo: fino alla legge di stabilità del 2019, o fino alla nomina dei vertici dei Servizi.

Detto questo, l’esigenza di formare un governo, già a partire dal Def, si scontra con alcune incompatibilità logiche: come possono governare insieme, o in ogni caso legittimarsi e sostenersi a vicenda, partiti come M5S e Pd, fino a ieri (giustamente) feroci avversari? Forse in nome della comune opposizione alla destra? Ma quello fra destra e sinistra non era un cleavage obsoleto, almeno nel discorso pubblico dei M5S? E poi: in questa ipotesi il Pd dovrebbe essere davvero de-renzizzato, dato che Renzi si rifiuta di governare con gli uni e con gli altri; ma almeno il 60% degli eletti è composto di fedelissimi che, anche in un mondo di labili fedeltà come quello della politica, dovrebbero avere un vero tornaconto per lasciare il segretario dimissionario e imbarcarsi in un’avventura governativa (sia pure di appoggio esterno) con il M5S.

E quale tornaconto, a fronte dello svantaggio strategico di risultare un’appendice di un governo egemonizzato da altri, destinato a colpire interessi che finora hanno trovato casa nel Pd, anche se quel governo fosse guidato da una grande personalità neutrale (da individuare fra le «riserve della repubblica», posto che ce ne siano ancora di spendibili)? Per puro senso dello Stato o del Bene comune? O per posti di governo nell’immediato (ma è probabile?) scambiati contro la certa delegittimazione presso una grossa fetta di quel che resta del proprio elettorato? Una qualunque collaborazione sarebbe un placebo per rallentare una malattia mortale – la scomparsa politica del Pd, la sua irrilevanza, il suo collasso – che al contrario la aggraverebbe e ne precipiterebbe l’esito. E se qualcuno, dentro il Pd, ancora pensa di rivitalizzarlo e di renderlo politicamente appetibile, non potrà certo credere che la via verso la guarigione sia di mescolarsi, in qualsivoglia modo, con un partito, il M5S, che appartiene a un altro mondo, anche se è pieno di ex votanti Pd – i quali, come si sa, non torneranno indietro, neppure verso un Pd de-renzizzato –.

Lo stesso si dica al rovescio, del M5S: alimentato da anni dall’odio anti-Pd, come potrebbe allearsi a questo, o chiederne l’appoggio su punti qualificanti di un programma, anche se questo fosse di fatto anti-sistema (non solo a livello simbolico e politico) come quello prefigurato da Flores? La forza della moral suasion del Capo dello Stato dovrebbe essere davvero smisurata, e infinita l’abnegazione di tutti, per dar vita a un governo siffatto. Quanto a un incontro su un programma di mera conservazione dell’esistente, sarebbe un tradimento della volontà dell’elettorato che porterebbe fiumi d’acqua al mulino di un’opposizione scatenata come quella che metterebbe in atto la destra. Davvero Pd e M5S vogliono regalare all’opposizione, alla Lega soprattutto, questa ghiottissima occasione di incrementare a dismisura il proprio consenso, di pescare a piene mani nello scontento sociale, nella protesta anti-sistema? Pensano davvero, entrambi, di incrociare e di gestire un ciclo positivo e legittimante di benessere e di crescita?

Non si tratta di preferenze personali. Oggettivamente un governo sinistra (sconfittissima) + Pd (sconfittissimo) + M5S mi sembra fuori dalle possibilità logiche. E, inoltre, offensivo della volontà popolare, che non ha saputo dire in positivo che cosa vuole, ma che ha ben detto che cosa non vuole. Se poi calcoli e furbizie, o improbabili slanci patriottici, di gruppi dirigenti porteranno a tentativi in questa direzione, saranno tentativi poco proficui e molto autolesionistici.

E allora? Il rispetto della volontà popolare vuole che questa, se non produce un effetto, torni a esprimersi – i risultati, in un diverso contesto, saranno sicuramente diversi, anche a legge elettorale invariata –. Ma si tenga presente che in linea teorica esiste anche la possibilità di un governo Lega + M5S, che non è più difficile da concepire (se si fa leva sull’asse sistema/antisistema piuttosto che su quello destra/sinistra) di quello di cui si è parlato finora. In alternativa, si può pensare a un governo di scopo con tutti dentro, o con tutti fuori, per una nuova legge elettorale, che aiuti il popolo a rendere più efficace la propria volontà di cambiamento e più nitide le direzioni di questo (ma sarà un bel problema trovare un accordo su questo punto).

Se invece saranno pressioni internazionali irresistibili a obbligarci, come nel 2011, a una governabilità qualsiasi, saremmo di fronte a una riedizione dell’esperienza “Monti”. E ciò vorrebbe dire che l’interesse nazionale, interpretato dai poteri forti, dalle oligarchie, diverge dalla volontà popolare, anche se incompleta; che quindi le elezioni sono un lusso che non fa più per noi; e che, quali che ne siano i risultati, l’esito deve essere sempre l’eterno ritorno dell’identico. There is no alternative, quindi, con l’ennesimo scacco della politica democratica e con l’ennesimo trionfo del potere dei pochi.

 

L’articolo è stato pubblicato in «MicroMega» il 14 marzo 2018

Cultura e politica

Intervista con Luca Taddio

Nel suo ultimo libro Democrazia senza popolo (Feltrinelli) ha cercato di osservare con gli occhi dell’intellettuale il mondo della aule parlamentari. Quale bilancio ha tratto della sua esperienza politica?

Ho capito quanto sono differenti i due mondi, quello della cultura e quello della politica, che hanno bisogno l’uno dell’altro ma che operano secondo logiche non sovrapponibili se non in minima parte. Questa comprensione è stata un’opera di disincanto che mi ha arricchito. Ne esco più lucido e consapevole anche scientificamente.

Il linguaggio di un filosofo politico e il linguaggio della politica di tutti i giorni possono arrivare a incontrarsi per aprire un dialogo? Oppure sono due mondi ormai agli antipodi?

I linguaggi divergono e anche le finalità degli attori. L’intellettuale vuole arrivare alla radicalità e alla nettezza dei concetti e dei loro movimenti, mentre il politico smussa gli angoli e le asperità perché il linguaggio gli serve per operare, per cercare consenso, non per capire. È però vero che in passato, e in pochissimi casi anche oggi, era chiaro che senza una potente e radicata azione di pensiero, senza egemonia culturale, la politica è cieca, è pura tattica di auto-conservazione, sempre più precaria, dei ceti politici.

Pensa che anche gli intellettuali abbiano qualcosa da rimproverarsi?

Gli intellettuali hanno esibito impegno politico, e qualche analisi intelligente, fino agli anni Settanta. La grande trasformazione neoliberista li ha colti di sorpresa e non l’hanno capita, quando non l’hanno assecondata più o meno consapevolmente. Hanno da rimproverarsi di avere accettato che l’attività di elaborazione culturale venisse ridotta a entertainment oppure a consulenza tecnica, di avere rinunciato al pensiero critico e responsabile rifugiandosi semmai, in certi casi, in compiaciuti sofismi, e di non avere contrastato l’ingresso del neoliberismo nell’Università, che ha comportato la trasformazione di questa in azienda. Insomma, hanno la responsabilità della loro irrilevanza.

I cittadini non si riconoscono più in ciò che avviene all’interno delle stanze della politica. Il risultato di questo fenomeno è una crisi della democrazia rappresentativa; la politica continua a prendere decisioni nonostante la mancanza di appoggio, o il disinteresse, dell’elettorato. Come vive questa “coda di lucertola” un parlamentare? La diretta conseguenza di tale condizione è il populismo?

Il Parlamento, la Camera per quanto mi riguarda, è in realtà solo l’anticamera della politica – e ciò contravviene all’essenza del regime parlamentare -. I ristretti circoli che prendono le vere decisioni politiche sono esterni alla politica istituzionale, perfino al governo, il quale in ogni caso ha una netta supremazia sul legislativo. Sono circoli economici e finanziari atlantici ed europei; sono i grandi tecnici delle burocrazie internazionali; sono i potenti think tank anglosassoni che dettano le agende del discorso pubblico globale. Da questi circoli vengono gli input ai governi, che fanno il poco che possono per contemperare le esigenze dei cittadini e quelle dei mega-poteri mondiali. I parlamentari eseguono, o protestano vanamente (e quando le opposizioni diventano maggioranza si adeguano anch’esse). L’opera di armonizzazione e di precario equilibrio tentata dalle élites politiche non può riuscire, e questo fallimento lascia un enorme scontento presso strati sempre più larghi delle popolazioni. A questo scontento si dà il nome di “populismo ” e di “anti-politica”, benché si tratti di spinte politiche reali che potrebbero aiutare la democrazia.

A suo parere, in che modo è possibile stimolare il coinvolgimento politico dei cittadini?

Il coinvolgimento in parte c’è già, in tutti i movimenti di protesta e di resistenza che nascono nella società in risposta al peggioramento della qualità della vita indotta dal neoliberismo. Il fatto è che sono spontanei e scomposti, spesso fuori bersaglio. E che sono nel complesso minoritari, perché il grosso dello scontento, dell’anomia, si rifugia nella disperazione, nella passività, nell’individualismo subalterno. E, soprattutto, dalle istituzioni in crisi, dai partiti inesistenti, non viene alcuna mano tesa, alcun principio di elaborazione e di forma politica. Così c’è il rischio che la residua energia politica circolante nella società vada semplicemente sprecata. È evidente che la sfida del presente è re-inventare pensiero e azione perché si realizzi il nuovo incontro fra istituzioni, partiti e popolo.

Il tema della quarta edizione del Festival Mimesis è “Navigazioni”. Come si inserisce l’ascesa dei nazionalismi in una società globale e cosmopolita come quella odierna?

Navigare necesse est. Ma una cosa è l’avventura, altra la predazione, altra ancora l’essere preda del «capitalismo estrattivo». La società è sì globale, ma non certo tutta cosmopolita. La maggior parte delle persone nel mondo, anzi, cerca stabilità, appartenenza e radicamento, se non altro come riflesso difensivo davanti alle potenze della mobilitazione globale. I localismi e i particolarismi a base etnica sono l’ovvia risposta al globalismo e alla sua potenza produttrice di crisi. Ma, ironicamente, sono anche un effetto previsto e voluto dai poteri economici mondiali, che preferiscono muoversi in uno scenario di staterelli balcanizzati piuttosto che dover affrontare robuste realtà statuali.

 

L’intervista è stata realizzata in occasione del Festival Mimesis (Udine, 23-28 ottobre 2017)

Carlo Galli e la politica come potere meno potente

Intervista con Luigi Somma

Osservare la politica in medias res per coglierne le trasformazioni ancora in atto, arrischiandosi su un terreno franoso e instabile come quello della politica italiana.

È possibile ritrovare questo sforzo nel libro Democrazia senza popolo di Carlo Galli – docente di Dottrine politiche presso l’Università di Bologna e parlamentare – che verrà presentato oggi alle 19 presso l’Arco Catalano di Palazzo Pinto, nell’ambito di «Salerno letteratura». Il tema dell’incontro è Per la nobiltà della politica, con la conduzione di Gennaro Carillo.

Galli traccia nel suo libro la parabola politica del nostro Paese, a partire dalle elezioni del febbraio del 2013 – segnate dal tentativo fallito di Bersani di dar vita a un nuovo governo – fino al referendum costituzionale.

Galli, partiamo dal titolo del suo libro Democrazia senza popolo. Che cosa vuol dire?

In linea di principio, non credo sia possibile che una rappresentanza politica possa sopravvivere senza il proprio rappresentato. Non c’è mai l’assenza totale del rappresentato, ma c’è una progressiva diminuzione qualitativa e quantitativa dello stesso; nel senso che ormai va a votare solo una metà della popolazione, mentre l’altra metà resta a casa. Anche nell’ipotesi che il popolo si esprima, la sua volontà è completamente ininfluente. Il sistema istituzionale della democrazia continua a funzionare anche in Parlamento, anche se c’è sempre meno popolo, che è stato prima gravemente illuso e poi disilluso.

Come si collocano le forze populiste rispetto a questo status quo?

Le forze populiste sono forze che giocano la classica mossa intellettuale e politica del populismo, cioè dividono il mondo in un «noi» e un «loro». Per cui «noi» siamo i molti onesti, mentre «loro» sono i pochi disonesti. «Loro» sono tutti uguali e, anche quando evidenziano la loro diversità, in realtà stanno recitando. Gli unici a fare la differenza siamo «noi». Dopo aver acquisito in questo modo molti voti, questo movimento, che non è né di destra né di sinistra, da qualche parte va a cadere: oggi è molto probabile che vada a cadere sulla destra.

Lei scrive: «La politica è il potere meno potente». Che cosa c’è dietro questa affermazione?

La nostra non è una società liquida, ma rocciosa e quindi composta da tante differenze, disparità e contraddizioni, che sono tutte congelate, incapaci di produrre progresso nella loro pericolosa immobilità. L’ultima generazione dei politici di sinistra ha lasciato cadere l’ipotesi che la politica fosse onnipotente, mettendosi invece a rimorchio delle potenze economiche e facendo in modo che fossero queste ultime a segnare la via e ad assegnare alla politica il proprio ruolo. Ovvero, aiutare le forze economiche a fare piazza pulita delle architetture dello Stato sociale. Così le forze politiche di sinistra si sono assunte l’incarico di aiutare il mercato a fare piazza pulita dei diritti, poiché erano questi ultimi a impedire ad esso di affermarsi.

L’articolo è stato pubblicato in «la Città. Quotidiano di Salerno e provincia» il 24 giugno 2017

Liquida, lacerata o solida? La società del neoliberismo in crisi

«Tutto ciò che è stabilito evapora». Nel Manifesto Marx aveva ben colto il potere mobilitante e la potenza dionisiaca del capitalismo, dandone un’entusiastica descrizione; e ne aveva individuato il carattere progressivo nella capacità di «lacerare senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali». Rottura delle comunità e delle istituzioni, individualismo e dinamismo sono caratteri essenziali della forma capitalistica di produzione, della sua «distruzione creatrice».

Costretto dalla crisi del keynesismo a «guadagnare tempo», il capitalismo non ha esitato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo a travolgere gli equilibri sociali e politici che aveva realizzato nei «Trenta gloriosi»: è stata la quarta rivoluzione del Novecento, neoliberista (dopo quella comunista, fascista, socialdemocratica). I cui effetti, o almeno alcuni dei quali, sono stati descritti da Zygmunt Bauman in un celebre libro, Modernità liquida, che apre il XXI secolo descrivendo la fine del legame sociale, delle istituzioni collettive, delle forme organizzative e di appartenenza in cui si erano conformate le società del secondo dopoguerra.

La società liquida è quella degli individui slegati, liberi da vincoli ma anche privati dei tradizionali punti di riferimento nello Stato, nei partiti, nei sindacati, nelle memorie di classe (a cui egli aveva dedicato un libro assai critico già nel 1982, riconducendole a espressione della retorica di alcune corporazioni attardate); una società amorfa, priva di forma come lo è l’acqua, in cui l’individualismo – il movimento anarchico di ogni molecola del liquido – è per così dire obbligatorio, dato il venir meno di ogni istituzione o corpo intermedio. Bauman vede che in questa condizione vanno perdute tutte le determinazioni universali della modernità – appunto lo Stato e i partiti –, in un’ultra modernità che è postmodernità, e sottolinea che questa «liquidità» è insostenibile, tanto che i singoli individui vi reagiscono cercando omologazione e omogeneizzazione in gruppi e in mode culturali o di consumo.

È stata, questa, un’analisi molto fortunata della fenomenologia del neoliberismo, l’analisi di un sociologo che ha assecondato la tendenza «nuovista» dei nostri tempi nella loro fase ascendente, e la correlata ritrascrizione delle loro coordinate politiche: se la società è liquida, se l’unica realtà sono i singoli individui e le loro temporanee aggregazioni, allora destra e sinistra perdono di significato e diventa centrale la contrapposizione vecchio/nuovo. Anche se non esplicita, c’è molta «terza via» in questa lettura della società (e non a caso Giddens è ringraziato già in Memorie di classe), ovvero c’è molta aderenza – o almeno non c’è una chiara presa di distanza – rispetto all’autonarrazione della nuova fase del capitalismo.

Quello che, invece, resta occultato è l’ordine dietro il disordine, il permanente dietro l’effimero, la struttura che sorregge questo apparente caos. Il modo di produzione capitalistico, insomma, da cui queste trasformazioni sono prodotte e a cui sono funzionali. La società liquida è infatti la società mobilitata dal capitalismo senza freni né argini, dal biocapitalismo che ha travolto i corpi sociali intermedi e afferra le vite intere, che nega ogni possibile alternativa, che taccia di follia o di passatismo ogni tentativo di dare alla società un ordine politico non coincidente con le compatibilità e con le esigenze del capitale. Certo, liquidità e omogeneità, individualismo e passività esistono; ma la potenza che opera dietro queste apparenze ha anche un’altra manifestazione, altrettanto e più determinante e strutturale: la disuguaglianza, il baratro della divisione sociale fra immensamente ricchi e masse che si impoveriscono. La struttura profonda della società è questa sua lacerazione, che emerge negli ultimi decenni da tutti gli indicatori in tutto l’Occidente – dall’indice di Gini alla curva dei salari e dei profitti, dalla tendenziale scomparsa dei ceti medi alla loro radicalizzazione politica – e che esplode con la crisi del neoliberismo; per comprendere la società di oggi più che sull’amorfa e liquida uguaglianza ci si deve concentrare sulla rocciosa e scoscesa disuguaglianza, sulle scogliere impervie e sui dirupi inaccessibili del dislivello economico, educativo e di potere, contro le quali si è infranta la nave dello Stato sociale.

È questa disuguaglianza invincibile, questa ingiustizia strutturale, dapprima occultata sotto la superficie della società liquida e ora emersa nel tempo della crisi interminabile, a generare a sua volta il cosiddetto populismo, la protesta anti-establishment – che vorrebbe essere anti-sistema, ma che per debolezza d’analisi riesce a essere solo anti-casta, e che tuttavia in varie forme scuote l’Occidente. In alcuni contesti, come l’Italia, il populismo si organizza prevalentemente come previsto da Laclau, cioè per catene di equivalenze intorno a un significante vuoto (una generica antipolitica, dentro la quale trova posto, ritrascritta, ogni altra motivazione concreta); ma in altri, come la Francia (ancora in forse) e gli Usa (dove ormai i giochi sono fatti), non è il vuoto ma il pieno, il solido, a contrastare – peraltro invano – le contraddizioni del sistema. Le motivazioni anti-casta, infatti, pur presenti, qui si sostanziano di richiami a valori forti, a comunità immaginarie, a pseudo-identità escludenti, a rabbiose ricerche del capro espiatorio – la pretesa di solidità, in politica, va sempre di pari passo con la polemicità –.

La politica della differenza viene insomma di fatto accettata: i subalterni, i perdenti, nella loro furia contro i potenti e i vincenti non riescono a fare altro che tentare di sopraffare altri segmenti deboli della società: la protesta popolare contro Wall Street intercettata da Trump (altra cosa sarebbe stata una vittoria di Sanders) ha prodotto in concreto un governo composto da militari (anche se questi sono forse, dopo tutto, i più prevedibili) e da esponenti di Goldman Sachs e del suprematismo bianco, nonché una bolla di euforia borsistica, insieme a un discorso pubblico xenofobo anti-ispanico, anti-mussulmano e «patriottico». La crisi della globalizzazione neoliberista lascia spazio a una forma di «capitalismo militarizzato», aggressivo e difensivo al contempo, gestito da élites parzialmente diverse dalle precedenti, e da culture politiche che non si sentono debitrici, neppure a parole, rispetto ai valori democratici. Una «solidità» che lascia intatta la struttura lacerata e disuguale della società proprio come faceva la «liquidità» della globalizzazione trionfante – e che anzi la peggiora –, e che come principio d’ordine sociale sostituisce l’ormai impraticabile omogeneità degli stili di vita con una presunta comunità dei valori e con l’individuazione dei loro nemici interni. La persistente subalternità dei molti è compensata non più dai consumi ma dall’offerta di una «identità» polemica.

La sconfitta storica della sinistra ha quindi lasciato sul campo due destre – quella cosmopolitica e quella nazionalistica – e un solo modello economico, nei suoi diversi cicli e nelle sue diverse posture politiche. L’esigenza di un’alternativa ragionevole – di una nuova costruzione sociale, conflittuale ma non lacerata, ordinata ma non solida, libera ma non liquida – è più che mai all’ordine del giorno.

L’articolo è stato pubblicato in «Patria Indipendente», l’8 marzo 2017.

Fra «vintage» e «quarto polo»

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Aderisco al nuovo gruppo parlamentare della Camera («Articolo 1- Movimento dei Democratici e Progressisti», se questa è la denominazione definitiva), ma come «indipendente» perché non mi paiono ancora chiari i suoi contorni politici.

La componente che proviene dal gruppo SI-Sel non è disposta a sacrificare l’originario progetto di «quarto polo» alla interpretazione minoritaria e movimentista che ne ha dato il recente congresso di Rimini, al quale parecchi non hanno neppure partecipato. Quindi quella componente – peraltro maggioritaria – non è da definirsi tanto «scissionista» quanto interprete coerente del progetto originario di SI.

Ma poiché la componente ex-SI-Sel si fonde con i protagonisti della scissione consumata da alcuni bersaniani e dalemiani in uscita dal Pd, si pone senza dubbio la questione di decifrare i significati di questa alleanza, e l’orizzonte della nuova formazione parlamentare e del soggetto politico che ne seguirà.

Finora si è parlato molto del rapporto col governo Gentiloni, che soprattutto al Senato dovrà essere non osteggiato, perché non si realizzino i propositi avventuristici di Renzi. Nondimeno, questa è una questione tattica, che si rende urgente nell’immediato ma che non può certo esaurire l’essenza dell’operazione in corso. A livello strategico, invece, si sono sentite poche affermazioni, e non tutte rassicuranti. Fra le altre, che la nuova formazione non nasce contro il Pd ma contro Renzi; o ancora che non si deve neppure polemizzare contro quest’ultimo, perché è evidente che dopo le elezioni (o prima, secondo il sistema elettorale) ci si dovrà alleare con lui (dato quindi per vincitore del congresso); che il target elettorale di riferimento del nuovo soggetto sono quelle parti del «popolo della sinistra» che non votano più il Pd di Renzi (o per astensionismo, o per sofferto «grillismo»).

Se ci si limitasse a ciò, si starebbe dando vita a una «operazione nostalgia» dal profilo minimalista – e infatti sono minimi anche i risultati elettorali attesi, stando alle prime impressioni sondaggistiche –; a una sorta di «linea vintage» di quel medesimo progetto di cui il Pd è il «marchio giovani» (benché questi non lo votino, com’è noto); insomma, a un semplice riadattamento alla nuova realtà tripolare e proporzionalista di una forza come il Pd, che, nato come partito pigliatutto a vocazione maggioritaria, ora deve marciare diviso per poi colpire unito, per riaffermare sostanzialmente immutato il proprio progetto politico. Cioè la gestione «riformistica» della situazione presente e dei trend attuali, l’identificazione con l’establishment, il fronteggiamento dei «populismi».

Se fosse confermata questa impostazione – rifare i Ds, per poi essere una parte del «nuovo Ulivo», del «centro-sinistra col trattino» – saremmo di fronte a una debolezza ancora più grave di quella denunciata da coloro che nelle cause della scissione del Pd vedono solo interessi elettorali di qualcuno, o un elemento personalistico. Si tratterebbe, più che di una debolezza, di un’occasione mancata: quella proposta di scarso respiro sarebbe infatti punita elettoralmente in quanto per nulla rispondente alle attese e ai bisogni attuali del Paese. Che ha l’esigenza di vedersi offrire un’alternativa democratica e progressista – e non rabbiosamente populista e xenofoba – alle politiche praticate dalla linea Monti-Letta-Renzi che, con i loro esiti di impoverimento quasi generalizzato, di disuguaglianza, di umiliazione e precarizzazione del lavoro, hanno messo a repentaglio la tenuta del legame sociale e dello stesso orizzonte democratico della repubblica, favorendo la nascita di quelle forme di protesta che sbrigativamente si definiscono «populismi».

Ma ci sono state anche prese di posizione più rassicuranti: la nuova formazione, in quanto si richiama all’articolo 1 della Costituzione per l’idea che l’essenza politica del legame repubblicano è il lavoro, parte programmaticamente col piede giusto. Troppo si è detto che il mercato è il cuore della società, e troppa politica recente si è data da fare in questa direzione. E proprio per questo il nuovo centrosinistra ha bisogno di sviluppare molto di più che in passato il lato di sinistra (dato che la differenza fra destra e sinistra esiste ancora, purché la si voglia cercare), atrofizzato negli ultimi anni e mai irrobustito in precedenza; e deve accentuare il lato di sinistra – la lotta non solo congiunturale ma macro-economica alla disuguaglianza e alla svalorizzazione del lavoro – così marcatamente da poter fronteggiare con credibilità il disastro economico e sociale del centrosinistra vecchio, del Pd in profondissima crisi e orientato semmai in posizione difensiva verso i «nuovi barbari» populisti.

Insomma, il nuovo soggetto politico dovrà porre in essere una discontinuità tanto netta che nelle prime fasi della sua esistenza dovrà presentarsi come «quarto polo», come una forza sì riformista ma con segno politico ed economico assai diverso da quello che è stato attribuito al termine in tempi recenti; una forza che deve prima di tutto precisare la propria vocazione e la propria analisi della situazione, cosa che ha appena iniziato a fare, e che solo in un secondo momento deve porsi la questione delle alleanze (certo, che il segretario del Pd sia ancora Renzi, o invece un esponente della sinistra interna, non è indifferente); che insomma non deve nascere politicista ma politica. Che deve parlare agli italiani con un linguaggio radicale e concreto, libero e istituzionale, con un discorso di verità e di critica che prenda le distanze dal neoliberismo e dall’ordoliberismo – mettendo il lavoro al centro – senza cadere in quelle derive identitarie e reazionarie che rispetto alle forme dei poteri dominanti non sono per nulla alternative, costituendone piuttosto l’altra faccia (Trump ne è l’esempio più clamoroso, per ora).

Solo con questi intenti, tutt’altro che nostalgici, l’operazione in corso avrà il senso pionieristico e rivolto al futuro (cioè progressista) di un’apertura di un nuovo spazio politico: quello della Terza repubblica, che deve superare democraticamente gli errori politici economici e intellettuali della Seconda.

 

Sinistra a congresso fra piccola e grande politica

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È ormai chiaro che invece di un congresso fondativo Sinistra Italiana ne terrà due, fornendo così un inedito esempio di «scissione preventiva». SI nasce sotto una cattiva stella, e anzi rischia di essere una creatura fragile e cagionevole – ma non perché precoce, anzi perché tardiva (quanto entusiasmo è passato sotto i ponti dal teatro Quirino!) –; o addirittura potrebbe essere un progetto nato morto.

I vortici che rischiano di sommergerla sono molteplici. Quelli che si generano al suo interno, in primo luogo. Si tratta di divisioni personali, di beghe sulle tessere, di abitudini al piccolo cabotaggio, di mancanza di elaborazione teorica e quindi di divergenze sulla natura e sull’orizzonte stesso della sinistra (sul ruolo dello Stato, sul rapporto con l’euro e l’Europa, sulle questioni della sicurezza e sulle migrazioni) – che spesso si traducono nel tema del rapporto col Pd (che è in realtà segno di subalternità) –. Sullo sfondo si delinea la divaricazione fra l’autonomia – che per chi la critica è una «deriva identitaria» (anche se non è chiaro di quale identità si parli) –, da una parte, e dall’altra la vocazione “responsabile” alla collaborazione al «campo progressista» di un rinnovato centro-sinistra – nell’ipotesi che questo nuovo «centro-sinistra immaginario» (tutto da precisare) possa rimediare ai disastri perpetrati dal «centro-sinistra reale», che a suo tempo ha spianato la strada al neoliberismo e al suo nemico speculare, il populismo –.

Il «campo» della sinistra è, a sua volta, percorso da tentativi di ricomposizione: Cuperlo dall’interno del Pd, Pisapia e D’Alema dall’esterno, lanciano ciascuno (differentemente l’uno dagli altri) un’Opa – forse non ostile ma certo egemonica – sullo spazio a sinistra del Pd, il che impedisce a SI di essere protagonista del gioco, e la relega di fatto al rango di comprimario.

Ma non solo lo spazio a sinistra rischia di essere affollato di proposte deboli e concorrenziali e di finire occupato dall’astensione o dalla protesta anticasta; incombe anche la questione della nuova legge elettorale. Alla Camera al momento c’è il premio di maggioranza ma non sono previste le coalizioni; al Senato queste ci sono ma non c’è il premio. Nessuno, coalizzato o no, è in grado di arrivare al 40 per cento, e quindi tutte le ipotesi di nuove leggi elettorali registrano il venir meno dell’antica vocazione maggioritaria del Pd, che si vede costretto a coalizzarsi o prima o dopo le elezioni (ma a questo punto l’alleanza preventiva non gli dà nessun beneficio), e anche la crisi della centralità del Pd, che non può cambiare la legge elettorale da solo, e cerca partner diversi (a volte il M5S a volte Berlusconi, che però pongono sempre nuove condizioni – la rinuncia ai capilista bloccati, i primi; l’attesa della cosiddetta «riabilitazione» da Strasburgo che lo renda ricandidabile il secondo, che ha anche un difficile problema strategico con la Lega –).

Per di più il Pd è divenuto l’epicentro dell’instabilità politica italiana. Renzi ha accondisceso alla richiesta di Bersani e di Cuperlo di un congresso anticipato. Ma quella di Renzi non è una resa; è infatti evidente che punta a vincere un congresso frettoloso e a favorire, mentre si svolge, l’uscita definitiva della sinistra dal Pd: l’eventuale scissione dalemiana (che se coinvolgesse anche Bersani – come avverrà se non sarà risolta la questione dei capilista bloccati, che escluderebbero quasi del tutto la sinistra Pd dal parlamento – provocherebbe un danno non piccolo al Pd sul piano elettorale) verrebbe così addebitata ai suoi nemici storici, e non al segretario.   Congresso rapido, scissione o subalternità degli sconfitti, alleanza con Pisapia per il 40 per cento, elezioni a giugno: questo resta, verosimilmente, il piano di Renzi.

Il quale non è scomparso dall’orizzonte della politica, benché il suo potere dentro il Pd sia meno saldo (ma egli resta ancora senza avversari reali) e benché col referendum e con la sentenza della Corte costituzionale (il baricentro dell’Italicum era il ballottaggio) abbia perso la scommessa di confezionarsi una nuova forma di «democrazia d’investitura rafforzata» tagliata sulle proprie misure; ma la sua politica ha ormai ha il carattere di avventura personale, di tentativo di mettere in salvo il salvabile del passato potere – che egli cerca di imporre all’Italia, nel crescente scetticismo del suo partito e nell’assenso, almeno apparente, delle forze antisistema (Lega, FdI, M5S) più interessate a sfruttare il momento, presunto propizio, che non a individuare i mali dell’Italia.

In questo contesto SI non sarà certo determinante né nell’elaborazione del modello elettorale né nell’individuazione della data delle elezioni. Potrà forse avere qualche peso nel nuovo sistema politico a base proporzionale, e quindi coalizionale, ma senza una vera rinascita teorica e organizzativa questo vantaggio varrà ben poco, a fronte della questione, mai apertamente affrontata, di che cosa significhi pensare e fare politica a sinistra, oggi –.

I mali dell’Italia, in ogni caso, non sono, come vuol far credere Renzi nel suo stanco populismo, i «vitalizi» dei parlamentari (magari fossimo a questo!), e non possono essere curati da un nuovo bagno rigenerante di campagna elettorale (come se non ne avessimo avuto abbastanza con il referendum). Stanno, quei mali, nella nostra difficoltà, per la debolezza del sistema politico e delle culture politiche, a prendere decisioni in merito a tre fini ormai incombenti: della globalizzazione, chiusa da Trump e dalla sua militarizzazione dell’economia in senso protezionistico; dell’euro, in via di chiusura per la crisi economica e sociale che ha generato, e per i crescenti differenziali di crescita che si registrano nell’eurozona (a ciò si aggiunga la crisi della Ue, scandita dalla Brexit, dalla sfida lepenista, e dai muri che sorgono ovunque); e dell’ordine democratico postbellico che già si era molto malamente adattato alla globalizzazione neoliberista e che ora, nella sua crisi, rischia di essere senz’altro scardinato da politiche di destra – la sinistra in Europa non è certo in buona salute, benché forse qualche speranza possa venire dalla Germania –.

Se manca a tutti, tranne che forse alla destra estrema, un progetto per l’Italia, se Renzi dice al popolo soltanto «stai sereno e fidati della mia abilità», se i «grillini» sono drammaticamente inadeguati, se la destra moderata non ha una vera risposta se non nel riesumare Berlusconi (se sarà possibile), in particolare la sinistra – che della costruzione dell’ordine democratico postbellico era stata protagonista, e che della globalizzazione era stata vittima e al tempo stesso propagatrice tanto affascinata quanto subalterna – non può, dopo la compromissione, ritornare in campo con un heri dicebamus, cioè con una proposta socialdemocratica che non faccia i conti con la crisi della stessa socialdemocrazia, che non ripensi il ruolo dello Stato nel governo dell’economia e nella ristrutturazione della sfera pubblica in un contesto in cui sono assenti i partiti di massa, peraltro indispensabili per una rinascita della politica. Una sinistra di governo (e di «protezione» non securitaria della società) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire – nonostante il risultato referendario, ridare vita materiale e non solo formale alla Costituzione non è impresa da poco –. Ma dell’energia necessaria non v’è traccia, per ora; la grande sfida di creare il «quarto polo» della politica italiana non tanto è stata fallita quanto non è stata neppure tentata. Da una parte si è ripiegati su un’ipotesi minoritaria, rassicurante, e dall’altra si è scelta una via “aperta” ma incerta e oggettivamente orientata a governare col Pd; una via che parla più al ceto politico che ai cittadini.

Di fatto, entrambe le ipotesi oltre a confermare che a sinistra è più facile dividersi che unirsi rischiano di essere solo «piccola politica», di avere a stento il respiro per partecipare su piccola scala all’impresa del «primum vivere», comune a tutte le forze politiche. Impresa ovviamente indispensabile, e che ci auguriamo riesca a SI, ma non tale da muovere gli animi delle masse. Impresa in ogni caso molto lontana da quella che dovrebbe essere propria della sinistra, oggi: rifondare la «grande politica» dopo la neutralizzazione neoliberista e dopo la reazione populista. Una mission che può essere definita velleitaria solo da chi non prende sul serio la profondità della crisi che attraversiamo e le minacce di destra che incombono sulle nostre società.

Versione riveduta di un testo pubblicato  in «La parola»n. 5, 2017

 

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